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Le lingue del Mediterraneo antico

Chapter · January 2013

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Paola Dardano
Foreigners University of Siena
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Le lingue
del Mediterraneo antico
Culture, mutamenti, contatti

A cura di Marco Mancini e Luca Lorenzetti

C
Carocci editore
Volume pubblicato con il contributo del MIUR nell’ambito del progetto PRIN
“Mutamento e contatto tra varietà nella diacronia linguistica
del Mediterraneo” (2008EHLWYE_001)

1a edizione, giugno 2013


© copyright 2013 by Carocci editore S.p.A., Roma

Realizzazione editoriale: Fregi e Majuscole, Torino

Finito di stampare nel giugno 2013


dalla Litografia Varo (Pisa)

ISBN 978-88-430-6919-4

Riproduzione vietata ai sensi di legge


(art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633)

Senza regolare autorizzazione,


è vietato riprodurre questo volume
anche parzialmente e con qualsiasi mezzo,
compresa la fotocopia, anche per uso interno
o didattico.
Indice

Presentazione 13

1. L’ipotesi indoeuropea di Bopp e il problema del contatto


tra grammatiche 15
di Luca Alfieri

1.1. Introduzione 15
1.2. Il modello “Parola e Paradigma” 16
1.3. La tradizione grammaticale indiana 20
1.4. Le prime grammatiche sanscrite pubblicate in Occidente 23
1.4.1. Le grammatiche sanscrite inquadrabili nel modello PP / 1.4.2. Le
grammatiche sanscrite con radice e derivazione

1.5. L’ipotesi IE di Bopp e il contatto tra grammatiche 30

2. Clefts, epexegetic focus constructions, and Information


Structure in Classical and Koine Greek 37
di Giorgio Banti

2.1. Introduction 37
2.2. Basic notions of IS 38
2.3. Studies on IS in Ancient Greek 46
2.4. AG clefts 47
2.5. Other AG IS-linked constructions 58
2.6. Conclusions 61

3. Gr. poié : note di sintassi 69


di Carla Bruno

7
LE LINGUE DEL MEDITERRANEO ANTICO

3.1. Accusativo e infinito con poié 69


3.2. Proprietà osservative 72
3.2.1. Poié e l’infinito: pertinenze funzionali / 3.2.2. Oltre poié : accu-
sativo e infinito con anagkáz

3.3. Altre proprietà osservative 76


3.3.1. Oltre l’infinito: categorie lessicali e funzione predicativa / 3.3.2. Di
nuovo l’infinito

3.4. Conclusioni 79

4. Usi derivazionali del genere: somiglianze casuali, paren-


tela, contatto 83
di Paola Crisma

4.1. Introduzione 83
4.2. Delle sorprendenti somiglianze tra italiano, swahili e
mandingo 84
4.3. Nomi a genere variabile nelle lingue romanze 87
4.4. Il suffisso valutativo -one e il cambio di genere 91
4.5. Conclusioni 94

5. Contatto linguistico e tipologie di mutamento: sintassi e


pragmatica a confronto 97
di Pierluigi Cuzzolin e Piera Molinelli

5.1. Introduzione 97
5.2. Il mutamento sintattico 98
5.2.1. Mutamento sintattico indotto dal contatto / 5.2.2. Dicere quod: un muta-
mento sintattico per contatto? / 5.2.3. I grecismi sintattici / 5.2.4. Sulla crono-
logia dei grecismi sintattici / 5.2.5. Calchi sintattici e parentela genealogica

5.3. Il mutamento pragmatico 109


5.3.1. La formazione di marcatori funzionali / 5.3.2. Pragmaticalizzazione
vs grammaticalizzazione / 5.3.3. Pragmaticalizzazione di marcatori fun-
zionali da verbi / 5.3.4. Un tipo di marcatore funzionale: i marcatori prag-
matici / 5.3.5. Il mutamento pragmatico e le sue relazioni con il contesto

5.4. Conclusioni 120

6. Lingua omerica e fraseologia anatolica: vecchie questio-


ni e nuove prospettive 125
di Paola Dardano

8
INDICE

6.1. Storia degli studi 125


6.1.1. Il punto di vista dei grecisti / 6.1.2. Il punto di vista degli anatolisti /
6.1.3. Temi e motivi / 6.1.4. Successi, insuccessi e metodi

6.2. “Mangiare la casa” 133


6.2.1. Gr. / 6.2.2. Itt. per karap-

6.3. “Mordere la terra” 138


6.3.1. Gr. omerico / 6.3.2. Itt. GE6-in KI-an u ga epp-

6.4. Conclusioni 144

7. Marcatori funzionali deverbali in greco, latino e italiano:


sviluppi paralleli e natura della convergenza 151
di Chiara Fedriani e Chiara Ghezzi

7.1. Introduzione 151


7.2. Marcatori funzionali da verbi di movimento 158
7.2.1. Marcatori pragmatici da verbi di movimento: gr. áge, lat. age e
it. vai/va’ / 7.2.2. Marcatori discorsivi da verbi di movimento: áge, age e
vai/va’

7.3. Marcatori funzionali da verbi di scambio 166


7.3.1. Marcatori pragmatici da verbi di scambio: lat. em e it. to’ e dai /
7.3.2. Marcatori discorsivi da verbi di scambio: lat. em e it. dai

7.4. Conclusioni 172

8. Pluralità di vie del prestito: i casi di itt. la anni-,


gr. e itt. kupa i-, gr. 181
di Valentina Gasbarra e Marianna Pozza

8.1. Introduzione 182


8.2. Itt. la anni-, gr. 182
8.3. Itt. kupa i-, gr. 186

9. Categorie e relazioni: morfosintassi di aggettivi verbali


in greco antico 193
di Nunzio La Fauci e Liana Tronci

9
LE LINGUE DEL MEDITERRANEO ANTICO

9.1. Problema e metodo 193


9.2. Dati 195
9.3. Costruzioni con AV: la sorte del soggetto iniziale 200
9.4. Costruzioni con AV: soggetto finale argomentale o non
argomentale 205
9.5. Conclusioni 208

10. L’epigrafia giudaica e la diffusione del greco nella Pale-


stina romana 213
di Marco Mancini

11. Il colore della verità. Vicende della categorizzazione di


concetti morali nel Mediterraneo antico 261
di Paolo Martino

11.1. La categorizzazione dei colori 261


11.2. Bovese alithinó “vero” e “rosso” 261
11.3. Gr. med. e italoromanzo mer. lúvaru 263
11.4. Sulla genesi delle categorie cromatiche 265
11.5. Le molte dimensioni della verità 268
11.6. Verecundia tra vitium e virtus 271
11.7. Got. gariuþs pudicus 273
11.8. Sl. eccl. a. kras n “bello”, russo krasnyj “rosso” 275
11.9. Virginitas nova purpura 276

12. Per un repertorio elettronico dei prestiti greci e latini in


aramaico nel Dictionary of the Targumim di Marcus
Jastrow 283
di Cristina Muru

12.1. Introduzione 283


12.2. La tradizione linguistica ebraica e il corpus di Jastrow 284
12.3. La struttura del database 285

13. Latinismi nel greco d’Egitto 301


di Giancarlo Schirru

10
INDICE

13.1. Greco e latino nel vocabolario domestico dell’Egitto ro-


mano 301
13.2. Il latino nel repertorio sociolinguistico dell’Egitto ro-
mano 306
13.3. Stratificazione dei latinismi 309
13.4. Evoluzioni del latino e del greco testimoniate nell’adat-
tamento del prestito 312
13.5. Tratti egiziani: consonantismo 315
13.6. Tratti egiziani: metaplasmi nominali 317
13.7. Conclusioni 324

14. Interferenze linguistiche nell’Egeo tra preistoria e proto-


storia 333
di Domenico Silvestri

14.1. Questioni di metodo, questioni di merito: i miei viaggi


metalinguistici 333
14.1.1. Due nomi importanti: il vino e l’olio

14.2. I limiti dell’approccio sostratistico pregreco (da Fick a


Furnée senza trascurare Beekes) 340
14.3. Un caso emblematico di prestiti: contatti precoci del greco
con le lingue semitiche 353
14.4. Un caso esemplare: gr. “bottiglia a collo lungo
e a ventre largo” ovvero le vie del prestito non sono…
infinite 358
14.5. Tori che nuotano (con buone ragioni!): a proposito di
viaggi marini più antichi 360
14.6. La prospettiva argonautica ovvero “terre da coltivare,
metalli da estrarre e sottoporre a fusione” 362
14.7. Le rotte metallurgiche e due etnici emblematici: Bebrici
e Calibi 364
14.8. Prospettive etimologiche per Bebrici e Calibi 366
14.8.1. Bebrici / 14.8.2. Calibi

14.9. Andate e ritorni 367


14.9.1. Creta e la provenienza dei Cari, dei Cauni e dei Lici / 14.9.2. Lemno
e la provenienza dei Tirreni

11
LE LINGUE DEL MEDITERRANEO ANTICO

14.10. Policentrismo e multidirezionalità dei movimenti cultu-


rali e linguistici nell’area egea 369

Gli autori 377


6
Lingua omerica e fraseologia anatolica:
vecchie questioni e nuove prospettive*
di Paola Dardano

6.1
Storia degli studi

6.1.1. IL PUNTO DI VISTA DEI GRECISTI

Il tema dei contatti tra il mondo anatolico e i poemi omerici ha susci-


tato grande interesse sin dalle prime fasi degli studi di ittitologia,
quando, negli anni Venti dello scorso secolo, poco dopo la decifrazione
dei testi ittiti, orientalisti e grecisti si addentrarono per la prima volta,
con un fervore non privo d’ingenuità, in questo particolare campo di
studi. A rivelare lo spirito con il quale ci si accostava alla novità, basterà
ricordare alcuni titoli di saggi pubblicati in quegli anni: uno dei pionieri

* Le seguenti abbreviazioni utilizzate in questo capitolo si riferiscono a: AHw =


W. von Soden, Akkadisches Handwörterbuch I-III, O. Harrassowitz, Wiesbaden 1965-81;
CAD = The Assyrian Dictionary of the Oriental Institute of the University of Chicago,
The Oriental Institute, Chicago 1956ss.; CTH = E. Laroche, Catalogue des Textes Hittites,
Klincksieck, Paris 1971, ora S. Košak, G. G. W. Müller, hethiter.net/: Catalog (2012-
08-08); GEW = H. Frisk, Griechisches Etymologisches Wörterbuch, 3 voll., Winter,
Heidelberg 1960-72; HED = J. Puhvel, Hittite Etymological Dictionary (Trends in Lin-
guistics, Documentation), de Gruyter, Berlin/New York[/Amsterdam] 1984ss.; HW2 =
J. Friedrich, A. Kammenhuber, Hethitisches Wörterbuch, Zweite, völlig neubearbeitete
Auflage auf der Grundlage der edierten hethitischen Texte, Winter, Heidelberg 1975ss.;
KBo = Keilschrifttexte aus Boghazköi, Leipzig, 1916-23, Berlin 1954ss.; KUB = Keil-
schrifturkunden aus Boghazköi, Berlin 1921-90; LIV2 = H. Rix, Lexikon der indogerma-
nischen Verben. Die Wurzeln und ihre Primärstammbildungen, Reichert, Wiesbaden
20012; LSJ = A Greek-English Lexicon, compiled by Henry George Liddell and Robert
Scott. Revised and augmented throughout by Sir Henry Stuart Jones, Clarendon Press,
Oxford 1968; NH = E. Laroche, Les Noms des Hittites (Études Linguistiques IV),
C. Klincksieck, Paris 1966; STT = O. R. Gurney, J. J. Finkelstein, The Sultantepe Tablets,
The British Institute of Archaeology in Ankara, London 1957; YOS = Yale Oriental Series,
Babylonian Texts.


PAOL A DARDANO

dell’ittitologia, Emil Forrer parla di Vorhomerische Griechen in den


Keilschrifttexten von Boghazköi (Forrer, 1924a), Die Griechen in den
Boghazköi-Texten (Forrer, 1924b), oppure de La découverte de la Grèce
mycénienne dans les textes cunéiformes de l’empire hittite (Forrer,
1930); si interessa poi di mitologia: Eine Geschichte des Götterkönigtums
aus dem Hatti-Reiche (Forrer, 1936), Apollon, Vulcanus und die Kyk-
lopen in den Boghazköi-Texten (Forrer, 1931). In quegli stessi anni
Georges Poisson (1925) è l’autore del saggio Tantale, roi des Hittites;
Archibald Henry Sayce (1925) pubblica Perseus and the Achaeans in
the Hittite Tablets. Non da meno sono gli entusiasmi da parte dei gre-
cisti: Walter Porzig (1930) è l’autore di Illujankas und Typhon (il
confronto tra Tifone e Illuianka è stato analizzato in tempi più recenti
da Watkins, 1995, pp. 448-59); Paul Kretschmer (1924, 1930) intitola
i suoi saggi Alakšanduš, König von Viluša oppure Zur Frage der grie-
chischen Namen in den hethitischen Texten. Una posizione più equili-
brata sembrerebbe essere quella di Johannes Friedrich (1930) nel saggio
Werden in den hethitischen Keilschrifttexten die Griechen erwähnt?.
A quell’epoca il materiale onomastico era il principale terreno del
confronto: miti greci e miti anatolici si mescolano negli scritti di questi
primi studiosi; talvolta si crede di trovare nei testi ittiti una prova della
storicità dei miti greci. Nel 1925 Sayce propone di identificare Perseo con
Attaršiia (scoprendo addirittura dei motivi sul piano fonetico che giusti-
ficano la corrispondenza tra i due nomi!): «The 100 ships of Attarsiyas
are curiously like the 100 ships of the Asianic Perseus, and I am inclined
to think the two names are the same» (Sayce, 1925, p. 162; sul nome
Attaršiia, cfr. NH n. 201, e sulle possibili corrispondenze nell’onomastica
greca cfr. ora West, 2001). Nello stesso anno Poisson (1925, p. 80) scrive:
«L’identification de Dudhalias et de Tantalos est donc admissible au point
de vue phonétique; elle satisfait également aux données de la légende et
de l’histoire». Tutto ciò mostra lo spirito e soprattutto l’entusiasmo con i
quali ci si accostava al tema dei rapporti tra mondo greco e mondo ana-
tolico: Occidente e Oriente non erano visti come poli opposti, come mondi
tra loro in conflitto; tra la storia e il mito i confini erano incerti, i contorni
apparivano sfumati. Con il volgere degli anni, la specializzazione delle
discipline ha consentito di riconoscere qualche ingenuità e ha permesso
di compiere un esame rigoroso dei dati testuali.
I grecisti che, in tempi più recenti, si sono occupati degli elementi
orientali nella cultura greca, hanno rivolto la loro attenzione ad aspetti
più generali, abbandonando, al tempo stesso, i tentativi di identificare


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

eroi o divinità presenti nelle due culture (per un quadro dei rapporti tra
l’epica omerica e la cultura anatolica e per la storia degli studi cfr.
Burkert, 1991; Röllig, 1992; Rollinger, 1996; Högemann, 2000; Blum,
2002; Schuol, 2002; Högemann, 2003; Bryce, 2008; Benzi, 2009). Vero
è che il contributo del Vicino Oriente alla formazione della cultura greca
è stato più volte sottolineato da eminenti studiosi, quali Walter Burkert
(1984, 2004) e Martin L. West (1997)1; quest’ultimo, in particolare, si
è occupato del problema della trasmissione di una serie di elementi che
vanno dai motivi letterari (trame di racconti, topoi ecc.) alle concezioni
cosmologiche, dalle figure retoriche alla fraseologia (cfr. ivi, pp. 220-
75); un grande merito di questo studioso è certamente l’aver ricono-
sciuto la presenza di semitismi nei poemi omerici (ivi, p. 220):

We shall find that Homeric and other Greek poetic diction is characterized by
many turns of phrase that do not correspond to normal Greek idiom as we
know it from Classical prose, but do correspond to oriental idiom. It will emerge
that “Semiticisms” are not something that first appear in Greek in the Septua-
gint: there are Semiticisms in Homer.

6.1.2. IL PUNTO DI VISTA DEGLI ANATOLISTI

Tra gli anatolisti le ricerche dedicate ai rapporti con il mondo greco


hanno seguito percorsi differenti, in quanto l’attenzione si è concentrata
soprattutto su determinati temi: da una parte, ci si è occupati della
presenza del nome degli Achei (A iiaua) nei testi ittiti2, dall’altra,
confronti lessicali sono stati condotti da un gruppo ristretto di ricerca-
tori. Una serie di similitudini e di paralleli, nell’ambito del lessico e
della fraseologia, tra i poemi omerici e le lingue del Vicino Oriente
antico ha indotto alcuni studiosi come García Ramón (2006, 2011a,
2011b), Gusmani (1968, 1969), Puhvel (1976, 1983, 1988, 1989, 1991,
1992, 1993, 1996) e Watkins (1986, 1998, 2000a, 2000b, 2002, 2007,
2008) a considerare forme e costrutti del greco come prestiti o calchi
da lingue orientali. In tale circostanza si è fatto riferimento a fenomeni
di diffusione o di contatto areale, il più delle volte presupponendo un

1. La mitologia e la letteratura, l’epica soprattutto, sono ambiti molto studiati: cfr., ad


esempio, Cline (1997) e Haider (2005, in particolare per il mito di Kumarbi alle pp. 315-6).
2. Sulla cosiddetta A iia a-Frage la letteratura è molto ricca. Un’utile sintesi
è offerta da Fischer (2010); cfr. inoltre Güterbock (1986); Taracha (2001); Bryce (2003);
Heinhold-Krahmer (2004, 2007); Teffeteller (in corso di stampa).


PAOL A DARDANO

movimento da Est verso Ovest: la fonte poteva essere una lingua indo-
europea (l’ittito o il luvio) o non indoeuropea dell’Anatolia (il hurrico
o l’accadico), e in quest’ultimo caso l’ittito o il luvio avevano il ruolo
di semplici intermediari verso il greco. Soprattutto Watkins (2001,
pp. 56-8) ha insistito sulla dimensione geografica:

It is Greek and Anatolian, which were in geographical contact in Western


Anatolia during the second millennium and perhaps – though this is contro-
versial – even on the mainland and islands in the late third and early second
millennia.
[…] Whatever model we adopt, the linguistically somewhat distant Greek
and Anatolian end up geographically contiguous: across the well-travelled
Aegean sea. Mycenaean Greek colonies dot the southern half of the western
coast of Anatolia, and North Greek, Aeolic expansion on the northern half is
doubtless very old. These regions were partly Luvian-speaking, but Hittite
political hegemony was established in the fifteenth century, weakened, and later
reinforced. There was ample opportunity for intense local language and cultural
contact.

Da questi studi è emerso come alle volte risulti difficile distinguere tra
i risultati dei contatti tra le due civiltà e i prodotti di una comune ere-
dità indoeuropea3. In alcuni casi poi le analogie non sono l’esito di una
trasmissione diretta, né sono un retaggio di ascendenza indoeuropea,
ma sono il frutto di tradizioni tra loro del tutto indipendenti4. Nonostante
tali eventualità, talvolta le similitudini sono così numerose e stringenti,
da non poter essere attribuite a circostanze accidentali: se alcuni motivi
delle letterature asiatiche occidentali sono pervenuti alla letteratura
greca proprio attraverso l’Anatolia, si manifesta l’esigenza di una com-
parazione sistematica di fonti distinte, attenta, ove possibile, all’indivi-
duazione di motivi orientali di varia origine (mesopotamica, hurrica,
anatolica, biblica), al fine di scongiurare il pericolo di considerare la
componente vicino-orientale come un blocco unitario.

3. Watkins (1995, 2001) ha dimostrato che alcune espressioni ittite derivano da


formule indoeuropee, individuate grazie al confronto con altre lingue.
4. Corrispondenze prive di carattere distintivo sarebbero, secondo West (1997,
pp. 220-75), le formule per introdurre il discorso diretto, per descrivere stati mentali e
fisici (il pianto, il sonno ecc.) oppure i confronti e le metafore che fanno riferimento al
mondo animale.


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

6.1.3. TEMI E MOTIVI

Su quali aspetti si basa il confronto tra le letterature cuneiformi dell’A-


natolia e l’epica greca? Dei numerosi motivi comuni alla letteratura greca
e alla letteratura ittita ne ricordo soltanto alcuni. La consuetudine di
porre sulle ginocchia del padre il nuovo nato come segno di riconosci-
mento è descritta sia nella storia di Appu che nel mito di Kumarbi e
trova riscontri non solo nel mondo greco e latino, ma anche nell’Antico
Testamento, come in Ruth 4,16 (cfr. Rapallo, 1995; Haas, 2006, p. 161).
La scena della partenza di un messaggero, inviato in missione da una
divinità particolarmente importante ricorre, con un formulario sorpren-
dentemente simile, sia nel mito di Ullikummi che nei poemi omerici
(Dardano, 2012). Il motivo di una divinità che osserva dall’alto del cielo
le vicende umane per poi intervenire in prima persona assumendo fat-
tezze umane appare sia nel racconto di Appu, sia nei poemi omerici
(Haas, 2006, p. 196). Parimenti, ma con una piccola variazione, il topos
della divinità che, avendo preso le sembianze umane, sotto mentite
spoglie, ingravida una mucca, ricorre nel Racconto del dio del sole, della
mucca e del pescatore e richiama alla memoria il mito relativo agli amori
di Zeus e Io (ivi, p. 202). L’immagine del dio Iiarri che, armato di
arco e frecce, diffonde la pestilenza nel campo dei nemici (itt. enkan
šiia-, KBo 3, 46, Ro 33) ricorda Apollo, che in modo del tutto analogo,
diffonde un’epidemia nel campo dei Troiani (Hom., Il. 1,43-52).
Il tema del banchetto degli dei come occasione conviviale, ma anche
come snodo della vicenda appare spesso nella letteratura ittita e trova
una chiara eco nei poemi omerici. Ricorre, ad esempio, nel mito di
Illuianka (Haas, 2006, p. 99) oppure nella Bilingue, quando si descrive
il convivio organizzato da Allani in onore del dio della Tempesta (ivi,
pp. 180-1). Passando dal mondo delle divinità al mondo degli eroi, nel
racconto di Gurparanza il banchetto seguito da una gara di tiro con
l’arco richiama alla mente il famoso episodio dei pretendenti descritto
nel XXI libro dell’Odissea (ivi, p. 218). Talvolta il banchetto è una “trap-
pola” per vincere l’avversario (e in questo caso sono palesemente violate
le regole dell’ospitalità!): invitato a un festino organizzato da Inara, il
mostro Illuianka mangia e beve oltre misura al punto da non poter
tornare nella sua tana; ne approfittano prima upašiia che provvede a
legarlo, poi il dio Tar unta che lo uccide (ivi, p. 99). Altrove il banchetto
è il simbolo della concordia e soprattutto dell’osservanza del codice non
scritto dell’ospitalità, sia tra gli dei (nel racconto di Appu Tar unta fa


PAOL A DARDANO

allestire un ricco pasto in onore del dio Sole che, abbandonato il suo
corso, si è recato a fargli visita; ivi, p. 196), sia tra gli uomini (si pensi
alla scena che conclude la Cronaca di Palazzo; ivi, p. 59).
Il motivo della prova atta a verificare la natura umana o divina
dell’avversario ricorre nel Testo dei cannibali: si offre al nemico, pre-
sunto cannibale, non carne umana, ma carne di maiale per vedere se
costui è in grado di riconoscere l’inganno (ivi, pp. 51-4). La combina-
zione delle tematiche dell’antropofagia e dell’accertamento della natura
dell’Altro appare in alcuni miti greci. Nel mito di Tantalo si racconta
di come costui, prediletto da Zeus, prendeva parte ai banchetti degli
dei. Una volta però li invitò a un banchetto che egli stesso aveva orga-
nizzato: dopo aver ucciso suo figlio Pelopo, averlo fatto a pezzi e
cucinato, lo offrì in pasto ai suoi ospiti per mettere alla prova la loro
onniscienza. Nessuno mangiò la macabra pietanza, solo Demetra, affa-
mata, la assaggiò, prima di accorgersi dell’inganno. Ancor peggio di
Tantalo si comportò Licaone, il mitico progenitore degli Arcadi, che,
secondo il racconto, cucinò un bambino e lo offrì a Zeus il quale, tra-
vestito da contadino, era andato a chiedergli ospitalità. Anche Licaone
desiderava, con questo stratagemma, saggiare l’onniscienza di Zeus. Il
motivo del “pasto terrificante” ricorre poi nel mito di Atreo: costui
aveva ammannito i figli dell’odiato fratello Tieste al loro padre. Del
resto, nel mondo classico, un famoso episodio di antropofagia è riferito
ai Ciclopi: qui i cannibali sono esseri mostruosi, privi di ogni segno e
principio di umanità (Hom., Od. 9,105-135, 190-192).

6.1.4. SUCCESSI , INSUCCESSI E METODI

Passando all’analisi della fraseologia, occorre dire che in alcuni casi i


risultati sono stati particolarmente proficui. Un esempio, tra i tanti, è
offerto dalla formula omerica ’ «con le sopracciglia
nerastre/scure», nella quale l’aggettivo , - , - “di colore
scuro” presenta sicure ascendenze anatoliche:
1. ’
«disse e con le nere sopracciglia annuì il Cronide» (Hom., Il. 1,528
= Hom., Il. 17,209).

Il termine “rame, pasta vitrea” (e mic. ku-wa-no “rame”) è infatti


un prestito dall’ittito NA4ku(ua)nna(n)-, il nome di un minerale (“rame
[blu]”, ma anche “cornalina”, un materiale ornamentale, in pezzi o in


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

grani, ricavato dal carbonato di rame) e soprattutto dal luvio cuneiforme


kuuannani- “sopracciglio” (cfr. HED, vol. K, pp. 308-11). Lo slittamento
semantico “rame” > “colore scuro, nero” > “sopracciglio” non presenta
difficoltà; l’origine anatolica del greco risulta così accertata.
Talvolta invece l’accostamento tra testi ittiti e poemi omerici non
ha portato a risultati particolarmente convincenti, soprattutto quando i
termini del confronto sono troppo vaghi e generici. Un esempio è illu-
strato dal motivo della maledizione mediante libagione. Nell’Iliade si
legge che chi infrange un patto incorre in una terribile punizione, il suo
cervello scorrerà a terra come vino:
2.

, (Hom., Il. 3,298-301)


«Zeus gloriosissimo, sommo, e tutti gli altri dei immortali,
a quelli di noi che per primi ai patti fecero offesa,
così come questo vino, scorresse a terra il cervello,
il loro e quello dei figli, e soggiacessero ad altri le spose».

Secondo Starke (1997, p. 483) abbiamo qui l’eco di un testo di istruzioni


ittito nel quale si dice: «Chi si macchia di una grave colpa e consegna
al re acqua impura nu=ua=kan ap l ZI-an DINGIRMEŠ uuitanaš / iuar
ar a l uuaten, o dei, versate la sua anima come acqua» (KUB 13,3 II
29-III 2). A ben vedere la proposta di un confronto diretto presenta più
di un motivo di incertezza: nel testo greco si parla di una sostanza mate-
riale, il cervello, in quello ittito dell’anima, inoltre nel primo si menziona
il vino, nel secondo l’acqua (Rollinger, 2004; Haas, 2007). A questo si
aggiunga che l’immagine di “versare la sostanza di vita o l’anima (acc.
napištum) come acqua” è diffusa nella letteratura accadica dall’epoca
paleobabilonese fino all’età neoassira. In un testo neoassiro si legge: «Chi
con un furto ruba oppure sottrae con violenza questa tavoletta, possa (il
dio) Nabu ZIta-šú ki-ma A.ME li[-it-buk (napištašu k ma mê litbuk),
versare la sua anima come acqua» (STT 108, 102 s.; cfr. Rollinger, 2004).
Insomma l’immagine della maledizione mediante libagione non è origi-
naria dell’Anatolia e inoltre una sua trasmissione tramite l’Anatolia al
mondo greco è da escludere. Haas (2007, p. 6) parla, più cautamente, di
una «Fluch- und Eidtradition im Vorderen Orient, die sich punktuell noch
im homerischen Zeitalter in Ionien erhalten haben könnte».
Un altro esempio di forzatura dei dati omerici alla luce della tradi-


PAOL A DARDANO

zione vicino-orientale è offerto dalla proposta di Puhvel (1988) di con-


siderare la forma verbale che appare nel primo canto dell’I-
liade come un derivato da “correre in avanti” e intenderla come
un calco semantico dell’espressione ittita peran uuai- “correre davanti,
correre in soccorso, aiutare”. Hackstein (2002, pp. 112-5) ha mostrato a
ragione come, nonostante problemi sul piano morfologico (l’assenza di
reduplicazione e la presenza di una desinenza tematica), la forma omerica
può essere ricondotta al verbo “metto innanzi, propongo”, ma
anche “ordino” e pertanto decade la possibilità di un calco dall’ittito.
Rimane quindi valida l’interpretazione tradizionale:
3.
;
«se gli dei, che vivono in eterno, ne hanno fatto un guerriero,
gli hanno ordinato per questo di pronunciare ingiurie?» (Hom., Il.
1,290-291).
Per una corretta valutazione delle influenze orientali sulla poesia epica,
e in particolare della fraseologia anatolica sulla lingua omerica, sono
opportune alcune riflessioni di carattere metodologico. Il confronto tra
la fraseologia omerica e la fraseologia anatolica è problematico per due
ordini di motivi. Similitudini formali e contenutistiche non possono
essere spiegate automaticamente come il prodotto di fenomeni di dif-
fusione areale. Bisogna considerare altri possibili percorsi:
a) Si può trattare di motivi ereditari, di elementi di origine indoeuropea
che si sono conservati, in modo del tutto autonomo, in anatolico e in
greco. Una prova significativa in questa direzione può essere offerta
dalla testimonianza di altre tradizioni indoeuropee diverse dal greco e
dall’anatolico5.
b) Occorre anche considerare la possibilità di coincidenze casuali, di
sviluppi paralleli del tutto indipendenti tra loro, nella tradizione greca
e in quella anatolica, riconducibili a motivi universali e archetipici.
Soltanto dopo aver scartato entrambe queste possibilità è lecito il
riferimento a fenomeni di contatto areale. Tuttavia, se da un punto di

5. Nella ricostruzione della lingua poetica indoeuropea occupano un ruolo di pri-


maria importanza le formule. Nelle singole tradizioni linguistiche e in differenti generi
letterari, il confronto tra alcuni frasemi, a partire dagli studi di Kuhn e proseguendo con
le indagini condotte da Schmitt, Campanile, Watkins e García Ramón ha permesso
l’individuazione di alcune formule. Ricordo, tra le altre, “fama imperitura” oppure
“uccidere il drago”: cfr. Schmitt (1967, 1968); Watkins (1995); Pinault, Petit (2006).


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

vista astratto i tre percorsi qui delineati (elementi ereditari, tratti univer-
sali oppure fenomeni di contatto areale) sono chiaramente distinti, nella
realtà dei fatti la loro corretta identificazione risulta non facile. A tal fine
vorrei presentare nella seconda parte del mio contributo due frasemi della
lingua omerica per i quali è stato chiamato in causa l’influsso anatolico6:
un riesame dei dati mostra però, che mentre per il primo si può postulare
un’immagine banale (cfr. PAR. 6.2), per il secondo, invece, è ammissibile
un contatto diretto tra l’Anatolia e la Grecia (cfr. PAR. 6.3).

6.2
“Mangiare la casa”

6.2.1. GR .

Il verbo “mangiare” riferito alla ricchezza, a una casa (intesa come


patrimonio) è attestato di frequente nell’Odissea: i pretendenti alla mano
di Penelope, in modo quasi animalesco, “mangiavano”, vale a dire
dilapidavano il patrimonio di Odisseo. Più d’una sono le espressioni
usate, ma la metafora soggiacente è la stessa. In primo luogo le espres-
sioni / “mangiare la casa”:
4a. ,
,
«E ora gli mangi a ufo la casa, corteggi sua moglie,
vuoi ucciderne il figlio, e mi arrechi gran pena» (Hom., Od. 16,431-
432);
4b.
·

, .
«Ma io non ho sdegno, che i pretendenti superbi
compiano azioni violente con trame malvagie:
rischiando la loro testa divorano con prepotenza
la casa di Odisseo, che dicono mai tornerà» (Hom., Od. 2,235-238;
cfr. anche 4,318; 21,332-333).

6. I frasemi sono unità del lessico o potenziali unità del lessico, quando non sono
stati ancora lessicalizzati, che hanno una particolare funzione stilistica e pragmatica:
rispondono a criteri di marcatezza (Sandig, 2007), incidono sulle modalità di argomen-
tazione (Wirrer, 2007) oppure sulla dimensione testuale (Sabban, 2007).


PAOL A DARDANO

Sono correlate le espressioni / “mangiare i beni”:


5a. ,
,
.
«e a casa trovi dolori,
uomini prepotenti, che ti divorano i beni,
corteggiando la sposa divina e facendole doni» (Hom., Od. 11,115-
117);
5b.
, ;
«Forse perché anche lui soffra dolori, vagando
sul mare infecondo, mentre gli altri gli divorano i beni?» (Hom., Od.
13,418-419; cfr. anche 14,377; 17,378).

Oppure anche e “mangiare i beni”:


6a. , ·
,
.
«Odisseo è arrivato ed è in casa: anche se tardi, è tornato
e ha ucciso i proci superbi, che la sua casa
infestavano, ne mangiavano i beni e opprimevano il figlio» (Hom.,
Od. 23,7-9; cfr. anche 16,389);
6b.
·
.
«Volevano ucciderlo, strappargli via il cuore,
divorargli la roba a lui cara, copiosa;
ma Odisseo li trattenne e fermò, quantunque bramosi» (Hom., Od.
16,428-430; cfr. anche 3,313-316).

6.2.2. ITT . per karap-

Il confronto con un’espressione ittita, documentata in un editto dell’An-


tico Regno, l’editto di Telipinu, è immediato. Il sovrano descrive la
condizione deplorevole dell’amministrazione regia all’epoca dei suoi
predecessori e, in riferimento ai servitori, dice che “divoravano la casa”,
itt. per karap-, vale a dire “dilapidavano i beni dei loro padroni”:

7. 21 ma-a-an ap-pí-iz-zi-ia-an-ma ARADMEŠ DUMUMEŠ.LUGAL


mar-še-eš-še-er nu ÉMEŠ-ŠU-NU


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

22 ka-ri-pu-u-ua-an da-a-ir iš- a[-š]a-aš-ma-aš-ša-an [(t)]a-aš-ta-


še-eš-ki-u-ua-an da-a-ir
23 nu e-eš- ar-šum-mi-it e-eš-šu-ua-an ti-i-e-ir
«Quando più tardi i servi dei principi diventarono disonesti, inizia-
rono a divorare le loro (scil. dei principi) case, iniziarono a cospirare
contro i loro padroni e iniziarono a versare il nostro sangue» (KBo
3,1++ Ro I 21-23).

Servitori e vassalli di basso grado si erano impossessati dei beni dei loro
superiori, li amministravano e (s’intende implicitamente) ne avevano
causato la rovina. Un’immagine analoga ricorre nella Bilingue hurro-ittita
in riferimento ad amministratori disonesti. Qui il verbo usato è addirittura
“inghiottire” nell’espressione IGI.DU8 I.A pašiške- “inghiottire i tributi”:
8. 30 [Ú-UL g]i-i-lu-ú-ši-iš nu an-tu-ua-a - a-aš LÚut-ni-ia-aš-
a-an ku-in BE-EL-ŠU i-e-zi nu-uš-ša-an a-pé-e-da-ni
31 [URU-ri] EGIR-an IGI.DU8 I.A da-a-an-na ma-ak-nu-ut na-aš
me-ek-ki šu-u-ul-li-it na-aš-ta nam-ma URU-an an-da Ú-UL
32 [a-uš-z]i na-an-za PA-NI BE-LÍ-ŠU i-ši-ia-a - u-u-an-zi tar-
u-ir nu IGI.DU8 I.A ku-e pa-a-ši-iš-ki-it na-at PA-NI BE-LÍ-ŠU
li-il- u-ua-an da-iš
«[Non] è un animale gil šši, ma è un uomo, il cui signore ha pro-
mosso ad amministratore di terre. In seguito, in ogni [città] (costui)
aumenta la pressione fiscale (lett. le entrate di tributi). Egli cerca di
continuo motivo di lite e non [guard]a (con rispetto) alla città. Hanno
deciso di denunciarlo presso il suo signore: hanno iniziato a rendere
noti al cospetto del suo signore i tributi che costui ha inghiottito»
(KBo 32,14 Vo 30-32).
Come spiegare il rapporto tra il greco e l’ittito per karap-?
In un saggio apparso nel 1987 Dunkel ha sostenuto che queste due
espressioni, riferite alla circostanza in cui i beni non vanno in eredità
al figlio di un paterfamilias, ma cadono nelle mani di un usurpatore
illegittimo, sono un relitto della indogermanische Richtersprache. Lo
studioso propone infatti il confronto con il latino h r s (< *h r d-) e
con il greco omerico (<*kh r d-t -) «far-off kinsmen, who
seized and divide among themselves the property of one who dies
without heirs ( )» (cfr. LSJ s.v.):
9. ,
,


PAOL A DARDANO

,
· .
«Prendeva allora a spogliarli, aveva tolto la vita
ad entrambi, al padre lasciava lamento
e dolori penosi, perché non poté riaccoglierli vivi,
tornati dalla battaglia; si divisero i beni gli eredi» (Hom., Il. 5,155-158).
Entrambe le forme sono riconducibili a *kh r / d- < * heh1ro-h1ed-, un
composto il cui secondo elemento è il verbo “mangiare”, pertanto “che
mangia ciò che è stato abbandonato”. La proposta di vedere nel secondo
costituente di questo composto la radice *h1ed- “mangiare” è confermata
indirettamente anche dalla fraseologia vedica (cfr. Dunkel, 1987, pp.
95-6). Non creano difficoltà le alterazioni sul piano semantico: mentre il
latino h r s è una designazione generica di “erede”, il greco è
riferito invece agli eredi illegittimi, a coloro che si sono appropriati di
un’eredità non ancora legalmente assegnata. Insomma, secondo lo stu-
dioso, sia le forme del greco e del latino (si tratta di composti che hanno
perso la loro originaria trasparenza formale), sia i frasemi del greco e
dell’ittito sarebbero il prodotto di una medesima eredità indoeuropea.
Di recente, sulla base di una serie di dati testuali, Haas (2010) ha
messo in guardia da confronti troppo semplicistici e, in modo estrema-
mente convincente, ha mostrato come l’ittito per karap- “divorare la
casa”, nel senso di “dilapidare un patrimonio” non può essere un relitto
della lingua giuridica indoeuropea. L’uso del verbo “mangiare, divorare”
con il valore di “mandare in rovina, annientare” è diffuso nel Vicino
Oriente antico: “divorare terre, persone o patrimoni” nel senso di
“distruggerli” è ben documentato negli omina in accadico (CAD, vol. A1,
pp. 253-5). In un omen paleobabilonese il verbo accadico ak lum ha il
significato di “consumare beni”:
10a. mimm šu dannu i-ik-ka-al-ma šû inazziq
«a powerful person will consume whatever he owns and he himself
will have troubles» (YOS 10, 54 r. 20; cfr. CAD, vol. A1, p. 254b).
Anche negli omina in accadico rinvenuti ad attuša (esempi 10b e 10c)
e nelle loro traduzioni in ittito (esempio 10d) è attestato il verbo acca-
dico ak lum (AHw, 26b-27b; CAD, vol. A1, pp. 253-5) e il corrispondente
ittito karap- in questa particolare accezione:
10b. «Se nel mese di Nisan, nel terzo giorno, l’Occidente è macchiato di
sangue e il sole ha un aspetto terrificante, il paese…; ÉŠ si-pí-it-
tu[(m)] / sa-ad-ra-at u-kul-ti DIM TUK-s[(i)] nel paese ci sarà di


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

continuo il lutto e “il mangiare” di Adad avrà luogo» (KUB 30,9 9´-12´;
Riemschneider, 2004, pp. 112-3).
10c. «Se nel mese di Nisan ha luogo un’eclissi di luna, la miseria dilaga,
ŠEŠ ŠEŠ-am Ì.KÚ.E l’uno mangia l’altro, e il paese diventa più
piccolo» (KUB 4,63 Ro II 31´-33´; Riemschneider, 2004, pp. 50, 53).
10d. «Se nel nono mese ci sarà un terremoto, KUR-e ku-iš Ú-UL za-a -
i-ia-at-ta-ri [ / [n]a-at DA-ak-ni-iš ka-ra-a-p[í il paese che non
va in guerra, Akni lo divora» (KUB 8,28 Ro 14´-16´; Riemschneider,
2004, pp. 94, 96).
La metafora appare anche nelle iscrizioni reali urartee (Haas, 2010, p.
104), nelle quali il verbo at- “mangiare” è usato con il valore di
“distruggere”. L’immagine non è estranea al mondo latino: in una com-
media di Plauto comedere ha il significato “scialacquare”:
11. Quin comedit quod fuit, quod non fuit? (Plaut., Trin. 360).
Tutti questi dati non negano la validità della proposta etimologica avan-
zata da Dunkel a proposito del latino h r s e del greco , tuttavia
evidenziano come la metafora in questione, presente in testi lontani nello
spazio e nel tempo, non può essere un’eredità della lingua legale indo-
europea. È indubbio che “mangiare, divorare”, con il valore traslato di
“distruggere, consumare”, ricorre in ittito e nel greco omerico (in parti-
colare nell’Odissea in riferimento ai pretendenti alla mano di Penelope,
i quali dilapidavano i beni di Odisseo), ma appare anche in accadico, in
urarteo, in contesti, situazioni ed epoche diverse e lontane tra loro.
Da una parte, abbiamo una metafora piuttosto banale, dall’altra, gli
stessi dati anatolici, evidenziano una circostanza, della quale, a mio
avviso, non si è finora tenuto conto a sufficienza. Nelle locuzioni ittite
riferite al “dilapidare i beni” non appare mai il verbo non marcato ed-/
ad- “mangiare” (derivato da *h1ed-, presente, come abbiamo visto, nel
latino h r s e nel greco ), ma figurano le espressioni marcate
pašiške- “inghiottire” oppure karap- “divorare, mangiare” (in tedesco
fressen). Il verbo karap- è infatti usato in riferimento ad animali: un
lupo (KBo 6,3 III 74), un cane (KBo 6,3 IV 27), le cavallette (KUB 8,1 II
17), le formiche (KUB 8,63 IV 12)7. Questo è senz’altro un indizio del
valore connotativo dell’espressione, non certo di un’eredità indoeu-
ropea. Insomma questi dati mettono in dubbio la proposta di considerare

7. Un’altra attestazione di per karap- appare in namma ape ÉMEŠ šer kat[ta]… kari-
panzi «inoltre divorano queste case da cima a fondo» (KBo 24,93 III 17-18; CTH 669).


PAOL A DARDANO

il greco e l’ittito per karap- un relitto della lingua giuridica


indoeuropea. Allo stesso tempo poco probabile è la possibilità di un
calco in greco a partire da un modello anatolico: a mio avviso, abbiamo
qui una semplice coincidenza.

6.3
“Mordere la terra”

6.3.1. GR . OMERICO

Passiamo ora a un’altra espressione omerica, per la quale è lecito imma-


ginare un percorso differente. In vari passi dell’Iliade l’agonia e la morte
di semplici combattenti, non di eroi famosi, è descritta con l’espressione
“mordere la terra”, letteralmente “prendere la terra a morsi”. Si tratta di
una formula “flessibile”8: il verbo è / (da ) oppure
è (quest’ultima è la forma ionica, caratteristica dell’epica, per
), il complemento oggetto è l’accusativo di oppure di
(quest’ultimo è talvolta accompagnato dall’aggettivo
“spazioso”); imprescindibile è la presenza dell’avverbio :
12a.

, ,

·
.
«Zeus gloriosissimo, sommo, adunatore di nubi, abitatore del cielo
non prima che il sole tramonti e scenda la tenebra,
prima che di Priamo io abbia a terra gettato il tetto
fuligginoso, e con fuoco ardente abbia bruciato le porte,
e sul petto abbia trafitto il chitone di Ettore,
squarciato dal bronzo; e intorno a lui molti compagni,
riversi nella polvere, abbiano morso la terra coi denti» (Hom., Il.
2,412-418).
12b. ,
,
.

8. A Kiparsky (1976) risale la distinzione, in riferimento all’epica omerica, tra


formule fisse e formule flessibili.


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

«Ed io m’avventai come nera tempesta,


catturai cinquanta carri, e accanto a ciascuno due uomini
morsero il suolo coi denti, prostrati dalla mia lancia» (Hom., Il.
11,747-749).
12c.
,
;

.
«Atride, è stato forse meglio per noi due,
per te e per me, che esacerbati nell’animo
abbiamo impazzato in lite rabbiosa, per una ragazza?
L’avesse ammazzata Artemide con la sua freccia lì sulle navi,
il giorno in cui la presi dopo aver distrutto Lirnesso!
Non tanti Achei allora avrebbero morso il suolo spazioso
sotto i colpi dei loro nemici, perché io ero in collera» (Hom., Il.
19,55-61).
12d. ·

·
.
,
, .
, .
«Gli disse molto irritato Achille dal piede veloce:
“M’hai giocato, Saettatore, il più odioso di tutti gli dei,
sviandomi qui dalle mura; sennò molti ancora
avrebbero morso la terra coi denti, prima di giungere a Troia.
M’hai tolto così grande gloria, mentre a loro hai dato salvezza
senza problemi, perché non temi vendetta in futuro.
Mi vendicherei certo di te, se ne avessi la forza”» (Hom., Il. 22,14-20).
12e.
,
,

,
,
.
«e tu, figlio mio, verrai con me,
dove dovrai faticare in lavori non degni,
servendo un padrone crudele, o qualcuno degli Achei


PAOL A DARDANO

ti getterà per il braccio giù da una torre, morte tremenda,


pieno di rancore, perché Ettore forse gli uccise un fratello
oppure il padre, o anche un figlio, perché moltissimi Achei
sotto i colpi di Ettore morsero il suolo spazioso» (Hom. Il. 24,732-738).
12f. ,
· ,
, ,
.

«Disse così ed essi scagliarono tutti le aste appuntite,


mirando innanzi: Demottolemo fu ucciso
da Odisseo, Telemaco uccise Eurialo, Elato l’uccise il porcaro,
e il bovaro guardiano di buoi uccise Pisandro.
E tutti insieme essi presero a morsi l’ampio suolo» (Hom., Od.
22,265-269).

L’etimo di è controverso: secondo alcuni occorre partire dal verbo


“irritare, grattare”, e pertanto il valore originario di questo
avverbio sarebbe “che produce irritazione”. Il significato “con i denti”
deriverebbe da un raffronto paretimologico con oppure con
. Secondo altri, più probabilmente, significa originaria-
mente “con i denti”: in questo caso rimane aperta la questione se
derivi da con un successivo collegamento paretimologico con
oppure se derivi da con un successivo accostamento a
(cfr. GEW, vol. II, pp. 348-9). In ogni caso sicura è l’assegnazione
alla classe di avverbi in - come “con il calcagno, con il piede”,
“con il pugno”, “in ginocchio”: secondo Schwyzer (1953, p.
620) si tratta di avverbi, derivati da forme nominali irrigidite, che pre-
sentano la marca -s di un originario genitivo-ablativo.

6.3.2. ITT . GE 6 -in KI-an u ga epp-

Veniamo ora al versante anatolico. Il testo di età imperiale KBo 4,14


(CTH 123) è una tavola a due colonne in ductus recente, della quale si
conserva solo la parte centrale del documento, le colonne II e III. Quanto
alle colonne I e IV ci sono pervenuti solamente alcuni frammenti che
ne impediscono una ricostruzione sicura9. Non conosciamo il nome del

9. Per un’edizione del testo cfr. Stefanini (1965) con il riferimento alla bibliografia
precedente.


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

sovrano ittito che ha emanato questo documento; l’attribuzione a


Tut aliia IV è basata sostanzialmente su prove paleografiche e lingui-
stiche (presenza di luvismi e di Glossenkeilwörter).
Nella porzione di testo conservata appare una serie di norme che
regolano il comportamento di un vassallo nei confronti di terzi, presu-
mibilmente il re di Aššur. In nome di una totale e incondizionata defe-
renza e lealtà nei confronti del re ittito, il vassallo è obbligato a dichia-
rarsi pronto anche a morire:
13. 26 na-aš-ma-mu-k[án] KUR.KUR GAM-an ni-ia-ri na-aš-ma-mu
MUD ŠA ARADMEŠ
27 an-dur-ia-aš a-ra-a -za-aš DÙ-ri A-NA LUGALMEŠ GIM-an
na-ak-ke-eš-kit9-ta-ri
28 zi-ik-ma a-pé-e-da-ni me-e- u-ni GE6-in KI-a[n]
29 [u]a-a-ga e-ep i-in-kán-ta ZAG-aš e-eš-du
«Se un paese si ribella a me oppure per causa mia regna la violenza
(lett. il sangue) tra i sottoposti indigeni e stranieri, quando per i re
la situazione diventa insostenibile, in quel momento, orsù, mordi (lett.
prendi, mordi) la terra nera! Che la morte sia il tuo limite!» (KBo
4,14 II 26-29).
Il passo è stato variamente interpretato. Condivido pienamente la pro-
posta di intendere u ga come un imperativo del verbo uakk- “mordere”
(<*ueh2( )-; cfr. LIV2, pp. 664-5: «brechen, zu Bruch gehen»): così Puhvel
(HED, vol. H, p. 296: «at that time seize the dark earth bitingly, let death
be your limit»); Oettinger (1979, p. 445, n 111: «zwei asyndetisch kon-
struierte Imperative: “Du aber beiße (und) packe zu diesem Zeitpunkt
die dunkle Erde, und Verderben soll deine Ende sein!”»); Meriggi (1962,
p. 89: «Du aber zu der Zeit (wo der König bedrängt ist) in die schwarze
Erde beiße! Der Tod sei dir (= deiner Treue) Grenze!»). In HW2 vol. E,
p. 60b non si traduce il passo: «Du aber ergreife in jeder Zeit… die
schwarze Er[de]! Der Tod soll dir die Grenze sein!». Invece Stefanini
(1965, pp. 41, 59) preferisce derivare la forma [u]a-a-ga dal verbo uek-
“desiderare” (< * uek-; cfr. LIV2, pp. 672-3: «wünschen») e intendere
GE6-in KI-a[n], a suo avviso dankuin pedan, come il regno dei morti,
pertanto traduce: «Se un paese da me si distacca o se il sangue dei servi
(da) indigeno straniero mi diventa, quando ai re si mette male – tu in
quel tempo il luogo oscuro (= il regno dei morti) libenter scegli (/accetta)
e tuo confine sia la morte».
È innegabile che qui si richiede una lealtà incondizionata da parte


PAOL A DARDANO

del vassallo: la sua fedeltà deve spingersi fino all’estremo sacrificio,


come è testimoniato dall’espressione “che la morte sia il tuo limite”
ovvero “fino alla morte (senza ritirarti prima) combatti per la mia causa
e per la mia salvezza”. Per comprendere il tenore del testo si conside-
rino i seguenti passi:
14a. 22 LÚ
KÚR-ia-mu ku-iš ka-a-aš LUGAL x[ o o o -a]n-za na-aš-
mu-kán
23 ma-a-an ŠÀ KUR URU ú-iz-zi nu-ut-t[a i-in-k]án ZAG-aš
e-eš-du
24 na-aš-šu-mu IŠ-TU GIŠTUKUL GÙB-la-a -zi [na-aš-m]a-aš-
mu-kán
25 ŠÀ KUR URU ú-iz-zi nu A-NA ZI LUGAL UG[U a-a]k
«E questo re, che è mio nemico, […]: se costui mi entra nel paese,
tuo confine sia [la morte]! Se con le armi mi riduce all’impotenza,
[o se] costui mi entra nel paese, per il re (lett. per lo spirito del re)
[muo]ri!» (KBo 4,14 II 22-25).
14b. 62 A-NA KUR.KUR-ia n[a-a]k-ke-e-eš-ša-an nu-mu-kán ma-a-an
KUR.KUR GAM-an
63 ni-ia-ri zi-ik-ma :al-la-al-la-a pa-a-u-ua-ar
64 I-e-da ti-ia-u-ua-ar pé-di-kán ua-aš-du-mar le-e
65 ša-na-a -ti LUGAL-i GAM-an a-ak
«Nei paesi (la situazione) si è fatta c[ri]tica: se (d)a me i paesi si
ribellano, tu non cercare di tradire, (né) di trarti in disparte, né di
commettere scelleratezze (restando) al (tuo) posto. Muori con il re!»
(KBo 4,14 II 62-65).
14c. 73 [ma-a-]an-na-mu-kán I KURTUM ku-it-ki GAM-an ni-ia-ri
74 [n]a-aš-ma-mu-kán ENMEŠ ku-i-e-eš {x} :al-la-al-la-a pa-a-an-zi
75 [z]i-ik-ma-aš-ma-aš-kán an-da a-an-da-a-ši nu kiš-an
76 me-ma-at-ti GÉŠPU-a - i-ir-ua-mu na-at le-e DÙ-ši
77 GAM MA-MIT GAR-ru
«[S]e poi a me un paese (qualsiasi) si ribella, o se (d)a me alcuni
signori defezionano, anche tu ad essi ti unirai e così dirai: “Mi hanno
forzato!”. Non fare questo! (Questo) sia posto (lett. giaccia) sotto
giuramento» (KBo 4,14 II 73-77).

Dai passi ora citati si evince come il testo non sia un trattato, presenta
piuttosto analogie con il genere delle istruzioni: il vassallo al quale il
Gran re si rivolge è probabilmente un alto dignitario, un membro della
corte, oppure un principe e queste istruzioni contengono una meticolosa
casistica di situazioni di pericolo per il sovrano ittito, casistica accom-
pagnata da esortazioni alla lealtà rivolte al suddito. Questa struttura


. LINGUA OMERICA E FRASEOLOGIA ANATOLICA

testuale non è caratteristica di un trattato, è frequente invece nelle


istruzioni: la costante preoccupazione per la salvezza del re deriva da
una serie di pericoli che lo minacciano. Il sovrano chiede ripetutamente
al suo interlocutore di essere pronto anche a morire (tali esortazioni
all’estremo sacrificio suonano quanto mai insolite in un trattato, mentre
diventano comprensibili se indirizzate a un personaggio della corte in
un testo di istruzione).
Le espressioni riferite alla richiesta, da parte del re, dell’estremo
sacrificio sono almeno tre:
1. La prima è una metafora «A te [tuo] confine sia la morte», ovvero
“solo la morte sia il confine della tua lealtà”: -t[a ink]an ZAG-aš ešdu
(II 23); inkan=ta ZAG-aš ešdu (II 29, 61), ÚŠ-an=ta ZAG-aš ešdu (II
81). Non si tratta di una minaccia, ma di un’esortazione che, in questo
contesto, si potrebbe spiegare così: quando il mio regno e la mia stessa
persona versano in grave pericolo, combatti per la mia salvezza fino alla
morte, se necessario. Non fermarti, cioè, prima di questo estremo limite;
non siano i “tuoi confini” la paura, l’interesse personale ecc.
2. La seconda espressione è più diretta «Muori per la persona del re!»:
LUGAL-i UGU k (II 16), ANA ZI LUGAL UG[U k] (II 25) o anche
«Muori con il re»: LUGAL-i GAM-an k (II 65, 72).
3. La terza è documentata solo una volta ed è la metafora «orsù, mordi
la nera terra!».
Il confronto tra l’ittito GE6-in KI-an / dankuin daganzipan u ga
p e il greco omerico è certo attraente, come anche
attraente è la proposta di considerare l’espressione greca un calco
dall’ittito. Si tratta, tuttavia, di un calco imperfetto. In ittito abbiamo
due imperativi in asindeto “prendi, mordi”. Inoltre “terra” è il comple-
mento oggetto di “mordere” e il verbo “prendere” è un segnale discor-
sivo “orsù, suvvia”. Invece, in greco “terra” è il complemento oggetto
di “prendere” e la nozione del “mordere” è resa dall’avverbio .
Non abbiamo insomma in greco una riproduzione fedele dell’espres-
sione ittita: il verbo epp- “prendere” come segnale discorsivo è la lectio
difficilior e viene banalizzato in greco come un semplice verbo tran-
sitivo. Inoltre l’espressione ittita dankuiš daganzipaš non è resa con il
greco . Come ha brillantemente mostrato Oettinger (1989-
90), l’ittito dankui tekan (genere neutro), dankuiš daganzipaš (genere
comune) è un calco dal hurrico e implica un preciso riferimento a tre
distinte nozioni: a) la sede degli dei primigeni; b) il luogo nel quale
sostanze patogene o il male possono essere rinchiusi e possono così


PAOL A DARDANO

essere neutralizzati, oppure, nelle formule di maledizione, il luogo nel


quale le imprecazioni e gli anatemi sono raccolti e resi inefficaci; c)
una designazione poetica della terra, del paese. Proprio secondo
quest’ultima accezione, la più banale, è stata interpretata l’espressione
ittita e da qui si spiega la riproduzione dell’ittito dankuiš daganzipaš
con oppure , ma non con .

6.4
Conclusioni

L’esame della fraseologia omerica alla luce della fraseologia anatolica è


sicuramente un ambito di studi promettente. Rispetto alle ricerche con-
dotte poco meno di cento anni or sono, al giorno d’oggi disponiamo, in
particolare per il versante anatolico, di strumenti differenti e soprattutto
di materiale documentario ben più esteso. Con le due espressioni ome-
riche qui esaminate “mangiare la casa” e “mordere la terra, il suolo” si
è voluto offrire un saggio delle problematiche relative a questo indirizzo
di studi. Una volta individuati frasemi tra loro comparabili è opportuno,
in primo luogo, valutare un ampio ventaglio di possibilità che comprende
formule ereditate dall’indoeuropeo, espressioni banali oppure il prodotto
degli influssi esercitati sul greco da parte delle lingue del Vicino Oriente.

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