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Riassunto Filosofia DEL Viaggio

Etica Sociale (Università Cattolica del Sacro Cuore)

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RIASSUNTO <FILOSOFIA DEL VIAGGIO>


Viaggio, comunità e racconto

Una dimensione umana


Il turismo come fenomeno di massa si può considerare un fatto
relativamente recente nelle società occidentali, favorito dalla
diffusione di un certo benessere e dallo sviluppo tecnologico delle
comunicazioni.

Recenti, invece, non sono né l’abitudine a orientarsi periodicamente


verso una meta diversa rispetto al luogo e alla cultura in cui
solitamente vive, né il gusto per l’incontro con realtà naturali
umane altre rispetto a quella abituale.

Il bisogno di uscire da sé, di orientarsi verso altro accompagna


l’uomo da sempre, tanto che la stessa situazione originaria
dell’umanità viene fatta risalire a una condizione nomade che
precede ogni stabilità cittadina e ogni cultura sedentaria.

Per l’uomo tutto è sempre in movimento secondo un ritmo che è


nello stesso tempo circolare e lineare. A prima vista tutto si compie
secondo un ritmo circolare dove ogni cosa torna al suo posto.

Tutto sembra sottoposto alla legge inesorabile del prendere e del


lasciare, del riprendere e del lasciare di nuovo. Il viaggio per
eccellenza dell’uomo non ha un punto a cui tornare, ma distende in
avanti senza che il momento d’origine e le tappe intermedie
possano mai più ritornare.
Qui il viaggio non è più un tour bensì un avanzamento costante.
All’immagine del cerchio si sostituisce quella della linea: la vita
stessa dell’individuo viene descritta in termini di viaggio e di
cammino.

L’uomo rimane strutturalmente un essere in viaggio.

Il ripetersi dell’identico. Viaggio e globalizzazione.

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L’esperienza del viaggio implica una rottura, un’uscita da sé, dal


proprio tempo/spazio/cultura che la globalizzazione sembra nello
stesso tempo facilitare ed impedire.

La globalizzazione sembra facilitare l’esperienza del viaggio grazie


all’unificazione delle politiche, delle monete, degli stili di vita, del
consumo, dei trasporti ecc.

La globalizzazione sembra tuttavia anche impedire l’esperienza del


viaggio proprio nel momento in cui pare garantirla all’ennesima
potenza. L’uniformità della configurazione degli spazi e delle culture
possono ridurre il viaggio ad un semplice spostamento. Tutto è
garantito e in quella garanzia sembra spesso di ritrovare
semplicemente se stessi, senza però essersi mai effettivamente
allontanati da sé.

Il mondo ora appare una grande metropoli allargata su scala


mondiale in cui non si riconosce più né il centro né la periferia.
L’identico si ripete, si tratta di un’identità che viene sottratta a se
stessa.

Nessuno è più identico a se stesso. Nessun individuo, nessuna


cultura, nessun comportamento, perché tutto tende ad essere
uguale attraverso gli standard della globalizzazione. Il suo
paradosso consiste nel fatto che per un verso il viaggio tende a
presentarsi come globale, e per un altro rischia che non vi sia più
nessun viaggio.

Viaggio e consumo
Uno degli aspetti della globalizzazione è il consumismo come
fenomeno generalizzato. All’interno del fenomeno del consumo, il
viaggio si presenta come un prodotto da scegliere in un’alternativa
rispetto ad altri prodotti simili. Il viaggio esce dalla decisione
individuale e collettiva che sta alla sua origine, per collocarsi alla
fine di una catena di produzione e di offerta.

Il viaggio come prodotto viene orientato verso una serialità che ne


permette il grande e ripetibile consumo. Il rapporto tra viaggio e
consumo si spinge fino a concepire veri e propri viaggi del
consumo. Da un lato, quindi, viaggiare equivale sempre più a

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consumare e da un altro lato il consumo rientra tra le motivazioni


principali del viaggio.

Il circolo tra viaggio e consumo è un tour perfetto, perché il viaggio


viene totalmente riassorbito nel consumo. Questo viaggio-prodotto
è piuttosto un viaggio che viene incontro e da cui in un certo senso
si è investiti.

Il viaggio ridotto a prodotto rischia di trovarsi consumato ancora


prima di essere effettuato, come se il consumo venisse anticipato
nell’offerta del tipo di prodotto.

Il viaggio come prodotto di consumo si presenta in modo anonimo,


il quale potrebbe contraddire le sue caratteristiche. Il viaggio troppo
confezionato vale per tutti perché tutti possono accedere al
campionario delle scelte e dunque proprio per questo non vale per
nessuno perché le scelte rispondono a variazioni dentro standard.

Allo stesso modo, in questo tipo di viaggio, non si incontra nessuno


perché chi si incontra ha già il volto che deve avere secondo il
programma.

Viaggio e alterità
Il viaggio è in rapporto con una frattura dell’ordinario. L’intuizione e
la percezione di un’alterità che affascina sono essenziali al viaggio.

Nel viaggio si assiste ad un intreccio di alterità in cui sono presenti


dimensioni spaziali e temporali. Le forme non umane di alterità
spesso suppongono un incontro con altri stili di vita, con altre
culture.

L’alterità struttura il viaggio in due momenti diversi:

1. Costruisce il momento del passaggio circolare da un’identità


iniziale alla stessa identità che si ritrova presso se stessa dopo
le peripezie del viaggio
2. Uscita dalla propria identità senza più un ritorno preciso.

L’odissea di Ulisse rappresenta un modo di viaggiare circolare,


espressione di un mondo chiuso in cui il viaggio è un partire da casa
e un tornarci.

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Il viaggio di Abramo si presenta, invece, in modo diverso: la casa


non è più casa, il partire vale più del tornare. All’immagine della
casa si sostituisce quella della tenda, perché il futuro del cammino è
più importante del passato.

Con Abramo l’altro chiama e continua a chiamare, impedendo il


ritorno alla primitiva identità d’origine.

Nel viaggio l’identità si trova fuori da sé e nonostante ciò rimane


presso di sé grazie all’esercizio ripetuto dell’alterità che avvolge.

Il momento iniziale del viaggio diventa metafora di ogni rottura con


l’identità ripiegata su se stessa. Lasciare e uscire diventano così
sinonimi della ricerca di ogni nuova identità.

Tra viaggio e linguaggio si dà un profondo interscambio. Il viaggio


può essere assunto come metafora e ci sono delle metafore del
viaggio possibili perché il viaggio stesso è una grande metafora tra
viaggio ed esistenza dell’uomo. (vedi incipit Commedia di Dante)

Viaggio e racconto
Da sempre c’è un rapporto fisiologico tra viaggio e racconto. I
racconti di viaggio costituiscono un capitolo interessante della
letteratura universale (Odissea, Eneide, Esodo, Divina Commedia,
Milione ecc)

Ma ogni cultura possiede i suoi racconti di viaggio e si struttura


intorno a narrazioni in cui ci si riconosce collettivamente. C’è un
piacere particolare che collega racconto e viaggio.
Nel loro rapporto si assiste a una sovrapposizione che porta a
riconoscere il carattere inevitabilmente linguistico del viaggio e il
carattere essenzialmente itinerante del racconto. Infatti, è al
racconto che si affida una storia, un’avventura, un’esistenza. E
questo rinvia alla consapevolezza del rapporto tra viaggio e vita. Il
viaggio e il racconto presentano una struttura molto simile:

1. tanto il viaggio quanto il racconto obbediscono a un ritmo


ternario: un inizio, una situazione intermedia, una conclusione
2. entrambi presentano uno o più personaggi principali accanto a
personaggi secondari

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All’interno di questa logica ternaria, la tensione tra viaggio e


racconto permette di sottolineare la forza di alcuni momenti
dell’itinerario e della presenza dei personaggi secondari.

Viaggiare è in questa crisi, di modo che il viaggio costringe a


porre l’attenzione sul significato dello scardinamento
dell’immobilità iniziale e sul tempo del movimento e
dell’estraneamento.

Il viaggio permette di percepire il carattere strategico della rottura


della situazione iniziale.

Sempre il viaggio permette di riflettere sulla conclusione della


vicenda. Tanto nel viaggio quanto nel racconto si ritorna al
luogo/situazione da cui si era partiti. Ma non tutti i viaggi, non tutti i
racconti si concludono con un ritorno.

L’avvicinamento tra viaggio e racconto permette di dire che nessun


ritorno è mai esattamente al punto di partenza.

L’avvicinamento tra viaggio e racconto permette qualche riflessione


anche a proposito dei personaggi coinvolti: nel racconto compare
un protagonista, e degli amici che lo aiutano o dei nemici che lo
ostacolano. Anche nel viaggio raramente si è da soli.

Il viaggio dimostra infatti la verità del fatto per cui, nel racconti, chi
ostacola il protagonista non è sempre necessariamente il nemico
deputato.

L’alterità a cui il viaggio chiama si presenta anche nella forma di


un’alterità umana, che accompagna o che ospita oppure che viene
incontro.

Comunità e viaggio
La similitudine di struttura tra viaggiare e raccontare si prolunga
anche nell’aspetto comunitario. Raccontare è stare in una comunità
di dialogo e di ascolto. Raccontare è creare comunità. Anche
viaggiare è muoversi tra comunità.

Viaggio e accoglienza vanno di pari passo, al punto che i ruoli del


viaggiare e dell’accogliere alla fine si invertono. Chi viaggia si apre

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a un’alterità che viene così accolta, e chi ospita si apre a sua volta
alla diversità che le viene incontro. Comunità che viaggia e
comunità che ospita infinte si confondo scambiandosi per qualche
aspetto i ruoli assegnati.

Il viaggio di chi viaggia suscita un <viaggio> anche in chi ospita.

Di nuovo c’è un movimento di reversibilità: viaggiare è tra umani e


l’umanità è in viaggio.

Comunità e accoglienza
Ogni comunità si riconosce nella stretta interazione del territorio: le
recenti migrazioni documentano che le culture non sono
necessariamente connesse allo spazio fisico d’origine.

Le comunità sono territori culturali. Il rapporto allo spazio è vitale


per la comunità: spazio e cultura interagiscono sia tra di loro sia con
le culture e gli spazi limitrofi e lontani.

Dall’interscambio deriva che lo spazio naturale della comunità si fa


culturale, e che lo spazio culturale si naturalizza. Il luogo di una
comunità è anche il suo spazio fisico, e lo spazio fisico è pure
l’identità culturale della comunità.

La comunità umana viene ospitata dalla natura, e crea il luogo della


propria ospitalità. Questa tendenza diventa talmente predominante
nell’età della tecnica e della globalizzazione che sembra quasi di
dover invertire il rapporto.

Ad ogni modo tra comunità e ospitalità si dà una sovrapposizione


sottile, fino al punto da pensare che accogliere sia per essenza una
atto comunitario, nel senso che crea comunità a certo titolo.
La comunità è uno sfondo di riferimento del viaggio. La stessa
dialettica dell’identità si esprime nelle avventure dell’ospitalità.
L’accoglienza diventa allora il modo con cui una cultura precisa si
apre alla diversità.

Una comunità dimostra di avere tanto più identità quanto più riesce
ad aprirsi e a offrire ad altri questa identità. L’identità della
comunità resiste infatti ai cambiamenti storici e territoriali.
L’identità di una comunità è più forte dello stesso assetto politico-

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istituzionale, perché sopravvive ai cambiamenti. Senza la


correlazione di identità e di alterità nessun riconoscimento del sé e
dell’altro da sé diventa possibile.

L’identità di una comunità implica una lingua, una cultura.


L’accoglienza- comunità di esercita lungo tutti questi profilo. E la
stessa identità mostra che ogni comunità sta già sullo sfondo di una
diversità accolta.

Accoglienza e cultura materiale


La comunità che ospita racconta di se stessa. O meglio,
l’autoracconto di una comunità avviene dentro una sintesi e una
compenetrazione sempre attiva di aspetti linguistici e materiali.

Il racconto della comunità si deposita così anche a livello materiale


e gestuale.

Il viaggio come la comunità non stanno senza corporeità: è


dall’interno della concretezza materiale della cultura di questa
comunità che l’apertura, accoglienza e ospitalità si possono
manifestare in modo compiuto.

Anche nel sistema globalizzato del viaggio il richiamo della tipicità


locale resiste e interessa.

Nelle comunità radicate al territorio emergono alcuni significativi


aspetti della cultura materiale: il rapporto con il territorio significa
un modo di rapportarsi al territorio con l’attività contadina.

Tra i molteplici modi con cui una comunità mostra se stessa la


cultura materiale del cibo mantiene un ruolo centrale.

Accoglienza e discrezione. Spunti per un’etica


Il turista non è necessariamente il viaggiatore. La condizione del
turista rimane quella di chi si trova, individuo o collettività nello
stesso tempo in sé e fuori di sé.

Al viaggio è comunque essenziale l’elemento di rottura, la presenza


di una diversità, che suggerisce la doppia situazione dell’ospite e
dell’ospitante. La doppia situazione, però, tende a ridurre la
distinzione quando si considera che tanto l’ospite quanto l’ospitante

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stanno nell’articolazione tra una proposta di sé e un’apertura


all’altro.

Viaggiare e ricevere domandano un’etica dell’accoglienza e della


discrezione. Pur nella distinzione dei ruoli e delle azioni, viaggiare e
ricevere si trovano alla fine molto vicini, perché viaggiare è in
qualche modo anche accogliere, e accogliere è in un certo senso
anche viaggiare.

La situazione del viaggio è uno stare tra identità e differenza.


L’ospitalità si deve dunque impegnare in maniera armonica tra il far
ritrovare a casa e il far percepire una diversità.

L’etica dell’accoglienza suggerisce di aprire senza negare, e di


accogliere senza integrare.

Il mostrarsi della comunità all’ospite deve piuttosto trasparire


nell’esercizio stesso e globale dell’ospitalità. L’ospite va rispettato
nella sua alterità come portatore di una ricerca che parte da
lontano. Non può essere ridotto soltanto a un < cliente>. I beni
della comunità che ospita dovrebbero, piuttosto, essere
diffusamente e discretamente accessibili.

L’ospitalità si gioca tra sollecitudine e discrezione.

L’etica della discrezione non riguarda soltanto chi ospita, ma anche


chi viaggia. Chi viaggia non è padrone! È un trovarsi fuori di sé, il
ricordarsi di una non appartenenza.

Il viaggio è un esercizio dei rapporti con gli altri in una situazione


particolare dove non si è presso di sé.
Accoglienza e discrezione attraversano tutti i ruoli nel fenomeno del
turismo. L’accoglienza e la discrezione sono richieste da chi ospita,
ma pure da chi viaggia.

Senza accoglienza e senza discrezione non avviene nessun


incontro. E senza incontro non c’è viaggio: c’è soltanto il
perpetuarsi noioso dell’identico.

Accoglienza, denaro e insicurezza


Un mondo ospitale

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Nel nostro mondo globale la parola <accoglienza> è diventata un


imperativo di cui non si può più fare a meno. Il turismo di massa si è
mondializzato.

Il movimento non appartiene più neppure allo spazio: diventa


tempo, sempre più ridotto, sempre più rapido.

Tutto si muove in uno spazio sempre più residuale. Si passa sempre


più velocemente tra luoghi diversi, ma non si passa oramai più da
nessun luogo. Ognuno si trova sempre più in casa propria e nello
stesso tempo in quella degli altri.

Nessuno sta più davvero presso di sé. Siamo degli ospiti nello
stesso momento in cui ospitiamo, e viceversa, ma senza che ci sia
qualcun altro oltre a noi stessi.

Dell’accoglienza siamo invece davvero continuamente preoccupati


a livello collettivo. Il pensiero dell’accoglienza procede fino a farne
una priorità assoluta nelle programmazioni pubbliche.

Casa e mondo
Un mondo così accogliente suggerisce di continuo l’idea che la casa
sia dappertutto. Siamo a casa ovunque.

La nostra casa è abitata da una presenza mondiale, da una


assicurazione generalizzata e noi abbiamo sempre più l’impressone
di essere soltanto un’occasione perché la merce possa venirci
incontro. La merce stessa quasi non esiste più.

Il mercato abita la mia casa. E la mia casa è il mercato. È un self-


service globale. Solo il consumo giustifica la mia esistenza. Siamo
ovunque a casa perché la casa è il mercato globalizzato. Non c’è più
il senso struggente di una lontananza. Non è possibile smarrirsi
perché adesso sappiamo sempre dove siamo. Siamo perennemente
nell’intervallo tra una proposta ed un acquisto.

Accoglienza e globalizzazione
Globalizzazione e accoglienza sono talmente intime che si
confondo, si rovesciano. Nel globale tutto stimola l’accoglienza.

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Un’accoglienza che, però, non permette neppure di non voler


essere accolti. È tirannica.

La globalizzazione è accogliente perché si presenta come


l’estensione della dimora: Mondo – Casa. L’abitare non ha più
luogo.

Perché funzioni, lo scambio tra il mondo e la casa richiede che non


ci sia più nessuno in senso proprio. Non c’è più alterità, non c’è più
spazio, non c’è diversità.

Prigioni dell’ospitalità
Tutti sono accolti dappertutto perché ogni barriera è abolita. L’unico
rischio possibile di un viaggio nel globale possono essere solo gli
accidenti. Non possono più esserci sorprese.

Nessuno è più straniero, siamo accolti senza il pensiero


dell’accoglienza. Il territorio, la casa, la comunità, la lingua, la
cultura sono aboliti. Senza l’abolizione delle differenze non può
apparire l’ospitalità della globalizzazione. Si rende uniforme per
poter ospitare.

L’accoglienza è omologazione, repressione della differenza. I luoghi


di sosta anonimi e piuttosto confusi offrono l’immagine di un
mondo-periferia. Luoghi del tutto anonimi in cui ci si accalca uguali.

L’inospitale
L’impressione che il mondo sia diventato ospitale si rovescia subito
nell’impressione contraria. Il mondo è ospitale perché l’accoglienza
si è globalizzata. Ma l’accoglienza globalizzata è la fine
dell’accoglienza.

Il tutto dell’ospitalità è il suo nulla perché azzera le differenze. Non


c’è diverso. Globalizzare è negare. Il <tutti> e il <tutto> della
globalizzazione sono i tutti e il tutto già ospitati a priori nel sistema
globale.

Il tutto dell’ospitalità è il suo nulla perché c’è solo l’ospitalità


programmata nelle reti globali.

Denaro, viaggio e globalizzazione

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Tra il denaro e la globalizzazione c’è un rapporto stretto perché il


denaro concilia aspetti in apparenza contrapposti. Anche il denaro
è fluido e discriminante, il denaro viaggia, circola come l’aria.

Il denaro fa respirare e nello stesso tempo lo impedisce. Il denaro è


sempre più sottile e a disposizione: una possibilità che crea ogni
possibilità. Ma è anche una possibilità che chiude tante possibilità.

Non è più tanto, perché il denaro non si lascia più ricondurre alla
dimensione dell’avere. Il denaro è diventato aria, alfabeto, vita,
cultura unica.

Idea ingenua quella dei predicatori delle essere contro l’avere.


Senza denaro non si è e non si esiste nel luogo dell’accoglienza, nel
globale. È un essere o un non essere. E il denaro permette
l’accoglienza della globalizzazione e la globalizzazione
dell’accoglienza. Con il denaro si è o non si è nel mondo globale.

Il denaro fa essere l’accoglienza. La differenza tra essere uno


straniero ed un turista sta, infatti, nell’avere disponibilità di denaro.

Tutti hanno a che fare con il denaro: tutti uguali, tutti fratelli,
uniformati, monetizzati. Il denaro unifica e divide all’infinito.

Lo scambio dello scambio


Il denaro divide mentre unifica e unifica mentre divide. È talmente
fluido che si presenta come la nuova atmosfera comune. Tutto o
quasi passa attraverso il denaro. E quel che non vi passa è
eccezione.

Il denaro permette l’infinito scambio che, però, è senza dogane. Le


merci si alleggeriscono sempre di più perché sono scambiate prima
ancora di essere valutate..

L’essere è nello scambio. Il problema è la conversione totale


dell’essere e del valore con lo scambio.

Il denaro è una sorta di lingua unica che sostituisce tutte le lingue. Il


valore si riduce al gesto impercettibile e oneroso dello scambio.

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La fisicità di quello che avviene nello scambio tende a non esserci


più. Lo scambio rende equivalenti ogni diversità. L’unità del denaro
rende uguali, mentre discrimina sempre di più.

Il più e il meno
Il denaro divide mentre unisce. Il codice binario del denaro

1. può esprimere tutto per la sua infinita possibilità di


combinazione

Il denaro si colloca oltre le differenze, mentre produce di nuovo


delle differenze al proprio interno.

Il denaro : miracolo di una quantità che produce la qualità


rimanendo se stessa.

Con il denaro si è presi dal fascino di ciò che trascende senza


trascendere: senza trascendere, il denaro trascende sempre,
perché sta nel gioco del conti, del più e del meno.

Denaro e accoglienza
Il di più e il di meno del denaro distruggono l’accoglienza per
motivi opposti ma solidali tra loro.

Nel di meno del denaro l’accoglienza è distrutta verso il basso.


L’ospitalità al ribasso del di meno del denaro genera degli eterni
frustrati, che accedono al circuito dell’accoglienza senza avee in
fondo mai la sensazione di accedervi davvero.

Il di più del denaro nega l’ospitalità: sembra permettere di essere


davvero padroni. Qui l’ospitalità non funziona perché ci si muove
sempre verso di sé. Non c’è bisogno di atti di ospitalità.

Il denaro accoglie se stesso


Il denaro non è più uno strumento. È un essere. L’essere del denaro
è un essere alleggerito, sfumato. Il denaro azzera ogni essere e lo
ricrea come essere senza essere, senza qualità.

L’ospitalità è interna al denaro perché la vita è denaro. Il denaro


ospita se stesso.

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Denaro e insicurezza
Nessun conflitto sembra più possibile, perché finalmente si parla
davvero tutti una stessa lingua. Il denaro ospita se stesso, ma
rifiuta anche se stesso. Nel denaro c’è un meccanismo di inevitabile
contraddizione. Il denaro permette qualsiasi cosa: scambio e
interscambio. Sostituibilità perfetta.

Tuttavia il denaro vieta mentre permette. L’essere del denaro è la


sua smentita. Il denaro smentisce se stesso perché non può
garantire se stesso e non lo vuole.

Ma il denaro è il contrario dell’immobilità. È velocità, possibilità,


scambiabilità.

Nello scambio, nella velocità, nel puro segno non si può mai sapere
dove si è esattamente. Nessuna sa più dov’è precisamente.

L’inaffidabilità del denaro diventa la sua forza, coincide con la sua


affidabilità

Viaggio e unicità
Oltre lo scambio
Il dono si contrappone allo scambio senza intaccarlo nel suo
dominio. Dono, giustificazione etica della signoria dello scambio: il
dono è una conferma dello scambio.

Tra il dono e lo scambio scorrono dei dialoghi impossibili, perché


rimangono inscritti nello stesso linguaggio. La dimensione dello
scambio può essere immaginata anche senza dono o con il pensiero
lontano ed indistinto di qualcosa di diverso dallo scambio.

Lo scambio fa essere il dono perché rimane interno al suo


linguaggio. Eppure qualcosa sfugge allo scambio, non tutto vi si
riduce: qualcosa sta nello scambio senza poter essere scambiato
fino in fondo.

Allo scambio sfugge il massimo e il minimo, che restano però nello


scambio. Il massimo e il minimo stanno in ogni interstizio del
denaro.

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Qualcosa sfugge allo scambio – dentro lo scambio.

Viaggio e unicità
Anche il viaggio sta nell’ambiguità dello scambio. È scambio: di
luoghi, culture, persone, costumi, cibo. Non è scambio, perché tutto
rinvia, nel viaggio, a una dimensione che si sottrae allo scambio
mentre vi si offre.

Nel viaggio succede lo scambio di ciò che non si può scambiare.


Scambio impellente quello del viaggio, dentro l’impossibilità dello
scambio.

Dietro allo scambio si nasconde quello che non si può scambiare


fino in fondo.
Tanto il viaggio quanto il racconto domandano una disponibilità ad
uscire da sé. Il viaggio nega l’identico, nega che tutto sia
acquistabile. Nega le equivalenze impossibili dello scambio, Il
viaggio denuncia l’identità.

Nello scambio qualcosa resiste allo scambio, l’unicità implica una


differenza non riducibili a una variante numerica. La differenza
dell’unico deve essere qualificata fin dall’inizio.

Sull’unicità si fa continuamente violenza per poterla ridurre.


L’unicità è paradossale: sta fuori dal valore. Perché è ciò che è,
senza essere identica.

L’unicità è tanto unica quanto diversa. Nella differenza qualificata si


rimane nella finitezza.

L’irripetibile
Ma che cosa c’è di veramente unico/irripetibile? Unicità e smentita
dell’identità. Diversità che affascina, che chiama all’unicità.
Pensiero di un sapere, che per sapere deve sapere dell’altro.

La distinzione tra il trovare e l’essere trovati diventa ora capitale:


trovare l’altro è un movimento che parte da sé, ma che il sé non
può compiere da solo senza che sia l’altro a trovarlo mentre viene
cercato,

Trovare se stessi come un essere trovati. Lasciarsi andare.

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Viaggiare sarebbe allora ritrovare ovunque l’umanità comune. Il


viaggio sarebbe la conferma di un’umanità.

Ogni viaggio di conferma è un viaggio benevolo dell’identico che


concede agli altri quello che c’è già dentro di sé.

L’irripetibile è l’altro. L’unicità è ciò che resiste, dentro lo scambio.


L’irripetibile non ha valore, rende unici i luoghi e gli spazi.

L’irripetibile dell’umano si colloca sempre al di fuori dell’umanità.


Ogni distinzione tra il viaggio esteriore e il viaggio interiore crolla.
Cade la distinzione tra il corpo e lo spirito. Tra lo spazio e il tempo.

Dire l’irripetibile
L’irripetibile non si lascia dire, non può essere detto, ma si dice; non
si può dire, ma deve essere detto.

La sua stessa irripetibilità spinge al dovere di comunicarlo. Dire


l’irripetibile equivale al suo necessario tradimento.

Dire l’irripetibile ha un modo strano, che vieta di dirlo nel momento


stesso in cui ci dice. La forma del dire ha bisogno del contrario di ciò
che è. L’irripetibile ha bisogno di un dire molteplice. C’è
nell’irripetibile una contraddizione insanabile.

La forma del dire dell’irripetibile può essere solo la ri-petizione,


ossia lo sforzo di dire e ridire quel che non si lascia dire.

Dire dell’irripetibile è diverso dal dire della pienezza, perché


l’irripetibile sta nella più ostinata fragilità.

Il racconto, l’infinito
Il racconto di un viaggio tenta di dire ciò che non si può dire, lo
tradisce. Ma in questo tradimento si genera una nuova irripetibilità.

Il racconto porta con sé l’irripetibile della ripetizione, perché ciò che


viene detto non può più essere detto allo stesso modo.

Il racconto è il dire dell’irripetibile perché soltanto il racconto può


dare voce all’unicità.

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L’infinito si trova anche dentro al racconto soprattutto perché nel


racconto hanno spazio le voci, le quali sfondano i limiti del racconto
creando nuove catene di racconti non ancora raccontati.

Il racconto unico è un racconto onnicomprensivo: può assumere due


forme, diverse solo in apparenza:

1. il racconto monocorde in cui la prima persona racconta del


suo viaggio riferendolo sempre a sé e alle proprie esperienze
2. il racconto globale, capace di contenere tutti gli altri racconti.

Le due forme del racconto sono una cosa sola, una sola voce
capace di contenere tutte le altre voci.
Il racconto unico è il passaggio dalla prima alla terza persona.
Ma la prima e la seconda forma del racconto unico sono
identiche.
La terza persona nasconde la prima; e la prima si traveste da
terza persona. Il neutro è un prodotto della soggettività
occultata. Si consuma qui il passaggio al di là del racconto

Non finito
Niente sta davvero fuori dall’irripetibilità del viaggio, Ciò che rimane
fuori è di una noia mortale.

L’alterità struttura il racconto, il viaggio, il pensiero. Ma la


definizione del racconto lascia trasparire la sua NON definizione.
Eppure, nel racconto questo cumulo di accidentalità diventa a sua
volta unicità. Viaggio unico e molteplice nello stesso tempo.

L’infinito del racconto è il suo non –finito, è la sua più intima


instabilità.

L’infinito del racconto è il viaggio per eccellenza, la vita.

Non viaggi
Ci sono viaggi che non sono viaggi, viaggi dell’identico, semplici
distrazioni.

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Non uscire da sé, com’è possibile viaggiando? È posaibile per un


gesto di possesso, che rende uguali casa propria e quella degli altri.
Viaggi di conquista.

Ogni viaggio che estende l’io è un viaggiare senza viaggio. Il viaggio


senza distacco trasforma tutto in colonia.

Anche la forma linguistica che dice del viaggio si adatta, torna alla
prima persona. Oppure, il racconto del viaggio prende la forma del
resoconto della terza persona.

Non c’è più possibile tradimento della storia narrata perché la verità
è tutta dentro, perché tutto ciò che non è l’io, o che non il neutro, è
fuori. Non c’è dell’altro.

Prima persona. Viaggi coloniali.


Il viaggio coloniale è un pensiero. Un viaggio ideale. Ideale perché a
viaggiare è il monopensiero, il viaggio è ridotto ad un pensiero che
conferma il pensiero.

Il viaggio coloniale è il viaggio idealistico dell’identico che conduce


se stesso. Il pensiero cresce, ma la crescita dell’idea che viaggia
dentro se stessa assomiglia troppo all’identico.

Il non identico diventa solo un espediente per la crescita


dell’identico. Viaggio segnato da una finta uscita da sé.

Il viaggio ideal è l’azzeramento delle differenza, riassorbite da


sempre nel movimento dell’identico. L’identico crea l’altro per poter
dire se stesso con più forza. Solo la pluralità permette l’identità
come verità e come menzogna: la pluralità restituisce a un’identità
che viaggia, che è in ricerca.

Indici possessivi
La proprietà è da sempre inclusa nell’orizzonte del viaggio. Senza
distacco non c’è viaggio. Il viaggio comincia con un lasciare.

Lasciare le proprie cose, lasciare la dimensione del <proprio>.


Tant’è che non solo il partire, ma anche il tornare da un viaggio
assume spesso la forma del possessivo: torno alle mie occupazioni,
a casa mia, alle mie faccende.

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Il viaggio porta con sé pezzetti di casa. La condizione tipica del


viaggio è una situazione che rimane mia senza essere più la solita,
la propria. Il possessivo identifica il viaggio in un modo
contraddittorio. Lasciare le cose e la casa vuol dire staccarsi anche
da sé.

La condizione che rende il viaggio contrastante è quella di staccarsi


delle solite cose, ma portando qualcosa con sé. Viaggiare è stare
nell’improprietà di ciò che è proprio.

Il possessivo dialoga con il viaggio, dandogli voce e controvoce.


Dice del viaggio stesso come dell’impossibilità di rimanere per
sempre presso di sé. Il possessivo racconta anche dell’impossibilità
di uscire radicalmente da sé.

Il viaggio sta sullo sfondo di una proprietà che si incrina, la


proprietà è prima ancora un orizzonte intimo, che mi riguarda
direttamente.

Di fronte al mio essere io, al mio essere proprio, al mio


appartenermi, tutti gli altri sono degli estranei, degli stranieri, che
dovrò riconoscere prima o poi.

Proprietà e diritto
La proprietà è sempre ambigua. Ambigua come il mio essere
proprio. L’improprietà si infiltra nel possesso, lo denuncia.

È proprio solamente ciò che si possiede nel modo contrario al


possesso, nel modo dell’essere – perso.

Tra proprietà ed identità si annodano fili robusti: le culture meno


legate al concetto di proprietà rischiano di avere sempre meno
spazio, perché anche lo spazio è posseduto. (es. la terra è un diritto
di chi ha diritto).

Il proprio destino e l’estraneo sono spazi mentali su cui si ha più o


meno diritto. La logica della proprietà è una logica
dell’identificazione e dell’affermazione e si presenta sempre in
prima persona.

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La proprietà si trova nel cuore dell’identico, si confonde con quell’io


che comincia con se stesso e per il quale tutto il resto sono le
esteriorità.

Viaggio e proprietà
Nella logica del viaggio di ciò che è proprio emergono delle
contraddizioni evidenti. Il viaggio è una crisi di identità. Viaggiare
davvero è stare nella crisi della proprietà, mentre il viaggio
dell’identico trasforma la crisi della proprietà in un diritto che
afferma ancora la proprietà.

Viaggia solo che può dire proprio, chi può dire estraneo. La crisi
della proprietà significa in realtà ben altro rispetto a questa
ripetizione della proprietà stessa: la proprietà è in crisi prima della
sua crisi, prima del viaggio.

Ogni viaggio della proprietà è un viaggio della conferma di sé. Il


volto edificante del viaggio della proprietà sembra concedere molto
all’altro, ma in realtà concede molto a se stesso, all’io.

Il viaggio della proprietà rimane comunque un’estensione dell’indice


possessivo: viaggi dove la conquista e il consumo si confondono.

Il rapporto tra il viaggio e la proprietà corre sui binari della


conferma di sé.

L’improprio
Il viaggio comincia con un distacco. Viaggiare è uscire fuori dal
proprio. Il viaggio è la vita, si appartiene da sempre alla smentita di
sé.

Viene anche da pensare che nessuna proprietà sia mai davvero


legittima se non provvisoriamente. Ogni proprietà diventa legittima
per una negazione. Smentirsi come propri è l’unico modo per non
contraddirsi.

La proprietà è anche costrutto mentale che nell’età del denaro


prende forma fisica: il denaro restituisce mobilità alla proprietà.

Il mondo globalizzato rappresenta la chiusura nella ricerca della


proprietà. La chiusura del viaggio dell’identico.

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Non più nuove proprietà, se non quelle rimesse in circolazione


attraverso il denaro. Il denaro riesce a scambiare quello che
sarebbe immobile. La proprietà impedisce il viaggio perché non può
separarsi dal proprietario.

Non ci apparteniamo davvero fino in fondo. Dobbiamo lasciare,


partire.

Libertà e viaggio
Distaccarsi è il movimento decisivo del viaggio. Liberarsi di una
monotonia. L’altro nome del viaggio è la libertà. Una libertà di
interrompere, di rompere.

La saggezza comune mette in guardia perché nel viaggio ci si può


perdere. La rottura e il pericolo sono intrinseci al viaggio.

Nel partire c’è una libertà: la libertà della propria identità, la libertà
per la ricerca di un’identità. Viaggiando si interrompe la costante
messa in ordine del mondo.

Nel viaggio si confondono la libertà e la liberazione. La libertà e il


viaggio palano lo stesso linguaggio: la libertà è un viaggio perché
ogni scelta impone l’assunzione di un rischio. Il viaggio a sua volta è
una libertà.

Il senso della libertà accompagna il viaggio a tal punto che


nell’immaginario collettivo la libertà e il viaggio si abbracciano e si
dicono l’un l’altro.

Necessità di ricordarsi che la libertà di viaggiare è stata conquistata


con le rivoluzioni politiche e sociali della modernità.

Viaggio e politica
Ci sono società in cui la libertà di viaggio si trova prescritta nei
codici: società senza viaggio, perciò, che coincidono anche con
società senza libertà.

Le cose non sono però mai del tutto quel che sembrano. Nelle
società senza libertà sono autorizzati viaggi diversi (di solito
pellegrinaggi). Nelle società della libertà il viaggio si trova spesso
negato nel momento in cui viene protetto.

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La vicinanza tra il viaggio e la libertà fa pensare che il viaggio sia


politico fin dall’inizio. Difficile dire dove stia esattamente il maggior
controllo sul viaggio, se nel suo impedimento o nel suo attento
monitoraggio sociale.

La dimensione politica del viaggio risale al rapporto tra il viaggio e


la libertà, ma il loro rapporto coglie il momento di possibilità del
viaggio, la possibilità stessa, che è libertà. Nel rapporto tra viaggio
e libertà emerge l’alternativa.

Viaggiatori, turisti, vagabondi


Il turista non è per forza un viaggiatore. Può non avere interessi
culturali, di conoscenza; può mancare di spirito di intraprendenza o
di avventura, si può inscrivere interamente nel fenomeno del
consumo generalizzato. E il consumo giustifica il turismo di massa.

Il viaggiatore, invece, ha forti motivi per intraprendere un viaggio.

A differenza di questi ultimi, invece, il vagabondo è senza casa e


senza meta, è indesiderato nel mondo dei desideri. Egli non esiste,
perché non consuma.

Di fronte al vagabondo il viaggiatore si staglia come una figura


eroica d’alti tempi, profumata da leggende e dai fiori della cultura. Il
vagabondo non regge il confronto neppure dinnanzi al turista. Il
turista rianima zone abbandonate, mentre il vagabondo rovina
l’immagine alacre ed operosa della città.

Il turista vede nel vagabondo ciò che egli non è e non vuole essere.
Nel caso del confronto tra il turista e il viaggiatore, il primo si
sdoppia nell’identità.

Il turista sogna anche un’identità diversa, e immagina di potersi


sottrarre alla massa del weekend andando verso forme di turismo
intelligente che lo attraggono sempre di più.

Il vagabondo non si può, invece, nobilitare, perché rimane ai


margini dei circuiti e dei flussi.

Le figure del viaggiatore, del turista e del vagabondo si


sovrappongono pure in qualche modo. Il vagabondo è l’antitesi del

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viaggiatore e del turista, ma tanto il viaggiatore quanto il turista


devono avere il gusto del viaggio

Dalla parte dei vagabondi


Il vagabondo testimonia uno star fuori: frattura senza cui non ci
sono né viaggi né turismi. In lui l’avventura diventa una condizione
stabile.

Il vagabondo, però, dà fastidio: è sporcizia sotto il cartellone


pubblicitario dell’igiene intima.

Ogni società dell’ordine preconfigurato odia i vagabondi, perché il


vagabondo, condizione in cui tutti potrebbero potenzialmente
precipitare, è il terrore del turista.

Il vagabondaggio, d’altro canto, può anche essere una condizione di


vita che si sceglie nella nausea dell’identità.

In ogni caso non c’è viaggio senza vagabondaggio.

Appelli. Codici. Morali


A mano a mano che cresce il fenomeno del viaggio generalizzato,
aumenta anche il senso acuto che occorre della responsabilità.

I richiami alla responsabilità sono diffusi: tutti i protagonisti del


sistema generale del viaggio devono essere responsabili, tutti
devono rispettare tutto.

Sembra davvero che per viaggiare e per far viaggiare serva un’etica
della responsabilità. I codici etici fanno della responsabilità l’unico
spartiacque tra ciò che è etico e non etico.

La responsabilità è molteplice, perché coinvolge stili di rapporti con


le persone, con l’ambiente e con la cultura. Peccato, però, che tutta
questa preoccupazione etica intervenga quando oramai i <buoi
sono scappati dalle stalle>, quando il viaggio turistico è diventato
un moto perpetuo.

L’appello alla responsabilità nel contesto del viaggio globale è il


segnale di un’evidente difficoltà per un’etica che sopravviene
dinnanzi alla catastrofe. Il richiamo alla responsabilità cade in un

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contesto nel quale ognuno, nel viaggio, può predare come, quando
e chi vuole.

Il singolo e il sistema. Equivoci della responsabilità.


Con gli appelli patetici a buon cuore convivono le premesse che li
hanno provocati.

Da un lato si ribadisce la libertà di viaggiare, di circolare, ma


dall’altro lato si ricorda che tutto questo suppone un senso di
responsabilità.

Vi è un attrito tra la civiltà del libero movimento e i richiami alla


responsabilità. L’accento principale di questi discorsi cade sempre
sulla prima persona. Il viaggiatore di oggi spesso viene
stigmatizzato come disattento, irresponsabile. La responsabilità a
cui ci si richiama all’interno del fenomeno del turismo è in realtà un
fantoccio di responsabilità: non fa altro che ripetere gli stessi motivi
dell’irresponsabilità generale.

Gli appelli alla responsabilità nel fenomeno del viaggio massificato


si richiamano all’io che può tutto e che deve, però, essere
responsabile.

La premessa dell’irresponsabili è ricondurre il viaggio ad


un’avventura dell’io, un io che incontra gli altri, ma solo come un
momento della sua gratificazione.

Tenacemente io: io nel viaggio, io nella responsabilità. L’ipocrisia


consiste nello scaricare sul singolo le contraddizioni di un sistema
dell’irresponsabilità generalizzata.

La responsabilità di cui si parla nei codici sembra una responsabilità


dentro il sistema, ma la responsabilità è ben altro rispetto al limite
che ci si dà.

La responsabilità sorge di fronte all’altro; e il viaggio è tra gli altri.


Nel viaggio si scontrano l’orientamento e il disorientamento continui
dei mondi personali.

La responsabilità non può essere ridotta ad un’accortezza, deve


investire il viaggio fin dall’inizio.

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Gli appelli e i codici sono destinati a rimanere inapplicati nella


routine del viaggio. Negli appelli alla responsabilità individuale, la
responsabilità può darsi sia già persa.

Più retorica che etica


Un passaggio dal viaggio all’etica è impossibile. L’etica è un
passare, un pensare diverso perché la <vera voglia di viaggiare non
è niente di più e meglio che quella rischiosa gioia di pensare>. Il
viaggio e il rischio, il pensiero. L’altro pensiero. Pensiero di altro.

Lo scardinamento dell’ordinario, la percezione di una provvisorietà


strutturale sono gli elementi caratteristici del viaggio. Essi danno
forme qualche volta a pensieri, ad etiche che ragionano intorno al
viaggio.

Si muovono in questa direzione un’etica della responsabilità,


un’etica della finitezza, e , più in generale, un’etica del viaggio.

Gli stessi elementi danno vita anche a retoriche del viaggio, dove la
sensibilità principale viene talmente caricata da essere poi percorsa
romanticamente come in un sogno.

La percezione dell’altro, il fascino della diversità, diventa un motivo


etereo. Le etiche e le retoriche del viaggio si strutturano sulla prima
persona. Entrambe hanno bisogno di una specificazione: etica della
responsabilità, retorica della finitezza, etica del viaggio, retorica
dell’essere in cammino.

La specificazione riporta all’io, oppure riconduce al marasma


dell’incertezza. Il viaggio è pure il sentimento di un cammino,
un’esigenza di responsabilità e fragilità.

L’ordine del viaggio disordina, il viaggio ritrova l’ordine perché lo


rovescia.

Nelle etiche e nelle retoriche del viaggio si corre il pericolo di


insistere proprio lì dove non c’è viaggio.

Si cerca di parlare di viaggio responsabile nel momento in cui è


troppo tardi, quando le cose sono andate come dovevano andare

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perché l’io è in marcia fino ai confini del mondo; e fino i confini del
mondo non fa se non ri-trovare se stesso.

Le retoriche del viaggio perpetuano anch’esse l’insistenza sulla


ripetizione: l’io che cerca se stesso, l’insistenza sul motivo della
finitezza, ovvero sulla coscienza che il viaggio implica la fine delle
certezze.

La forza del viaggio sta nella direzione suggerita dalla rottura. La


retorica della finitezza rimane legata, invece, alla crisi della dimora.

Viaggio. Alto. Etica – Anarchia


Nel viaggio, la possibilità è già arrivata prima di ogni preparazione:
l’altro è già lì.

Al viaggio si è sempre impreparati perché sorge nello stordimento


di quello che si è.

Se si viaggia, non fanno più problema né disordine né l’anarchia,


perché la loro paura risale alla negazione del viaggio.

Non può esserci un’etica del viaggio perché la forza del viaggio è
l’apertura e l’apertura è etica.

Nessuna retorica, perché la fragilità rifiuta l’assoluto.

Tutto è fragile, finito, relativo, ma il suo significato non è una pura


mancanza. Al contrario, è un essere – per.

Otto regole per viaggiare


Viaggiare è lasciarsi scuotere
Del viaggio non si comprende nulla senza il rapporto con l’altro da
sé. Per Blanchot il viaggio, <l’esodo, l’esilio> indicano un rapporto
positivo con l’esteriorità e l’esigenza di questo rapporto è un invito
a non accontentarsi di ciò che è nostro.

Esistere è, invece, un’avventura: un’uscita, un esodo, un esilio, un


lasciare. Viaggiare è metafora della vita, la vita è un esporsi, un
cammino.

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Dante, all’inizio della Commedia, descrive la vita come una via dove
bisogna guardarsi bene dal prendere se stesso per fine (Buber).

Come metafora della vita, il viaggio lo è pure della democrazia:


finché gli uomini continuano a divorarsi a vicenda, a considerare
solo se stessi, nella città non ci sarà mai giustizia.

Non è mai un vero viaggio quello che assimila e che prende per sé,
che riduce gli altri a strumento.

1° regola >> VIAGGIARE È LASCIARSI INCONTRARE


DALL’ALTRO

Sentire l’altro, la meraviglia


Nei racconti e nei film di viaggio la fanno sempre da protagonisti lo
stupore e la meraviglia. Senza meraviglia e senza stupore non può
esserci viaggio.

Stupore e meraviglia restituiscono il senso dell’altro in quanto altro,


come diverso da me.

Il viaggio core lungo i fili della meraviglia per quello che si vede, per
gli incontri che si fanno. Persone e meraviglia si intrecciano nel
viaggio (vedi Marco Polo).

Non c’è viaggio senza distacco da sé. Il segreto del viaggio è il suo
momento di crisi, di uscita.

2° regola >> DI FRONTE ALL’ALTRO – NELLA MERAVIGLIA,


NELL’INFINITO, NELLA CRISI – STA LA VERA PARTENZA DI UN
VIAGGIO.

Stare in viaggio
Nella meraviglia l’infinito si presenta come un distrarsi da sé, non è
il movimento circolare di andata e ritorno. È una sorta di On the
road.

L’incontro con l’altro lascia sempre un sentimento struggente.


Crescono allora desideri di non tornare più al punto di partenza, che
viaggiare sia lo stesso stare in viaggio.

ULISSE VS ABRAMO

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3° regola >> VIAGGIARE È STARE IN VIAGGIO

Senza pentimenti. I viaggi dell’Occidente


Ci sono dei viaggi che non lo sono per davvero perché si viaggia
senza staccarsi da sé. Il viaggio non-viaggio è sempre di conquista
o di guerra. I viaggi dell’Occidente sono sempre più viaggi senza
l’altro, sono viaggi di consumo, viaggi mercificati.

I viaggi dell’Occidente sono sempre più militarizzati. Nell’era del


viaggio risorgono frontiere e dogane: le procedure d’identificazione
del viaggiatore hanno perso il loro carattere rituale e d’incontro per
farsi indagine poliziesca e interrogatorio.

4° regola >> NON SI VIAGGIA NELLA PURA CONFERMA DI SÉ

Diversità addomesticate. Viaggi e nuove tecnologie.


I viaggi si stanno virtualizzando nel senso della navigazione in rete,
dell’oceano on-line. La storia della tecnologia e quella dei viaggi si
compenetrano: cresce in particolare l’utilizzo di strumenti che
mirano a semplificare, a ridurre, ad eliminare la fatica del viaggio
come incontro con l’altro da sé.

Tra viaggi virtuali d’Internet, i navigatori satellitari per i mezzi di


trasporto, i GPS passano continuità e coerenza.

Nell’abitudine dell’utilizzo, si rischia una vera e propria sostituzione


di personalità e pensiero. Il viaggio diventa tecnologicamente già
viaggiato.

5° regola >> SI NASCE A SE STESSI NELL’USCITAA DA SÉ,


NELLA FATICA DI UN VIAGGIO

La fine dell’altrove
Il viaggio implica l’esperienza dell’altrove. Senza altrove non c’è
viaggio. L’altrove è il luogo, la cultura, la parola, il sapore, il
costume. L’altrove è l’altro.

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Nell’epoca della globalizzazione l’altrove è piuttosto travolto da un


fenomeno doppio. La ritirata dell’altrove è subito compensata dalla
sua promozione pubblicitaria, davanti al villaggio globale.

Per contrasto, dell’altrove esiste anche un’industria fiorente con cui


si cerca di variare il business standardizzato. La ritirata dell’altrove
è compensata dalla sua manipolazione. Anche la manipolazione ci
restituisce la stessa verità: che senza un altrove non può esserci
viaggio.

6° regola: SI VIAGGIA SOLO QUANDO SI CREDE IN UN


ALTROVE

Voglie di esotismo
La <voglia del diverso seduce, spesso inganna > (Bloch). Il
movimento sincronizzato di ritirata e di manipolazione dell’altrove
fa riflettere sull’equivoco dell’esotismo.

L’equivoco è vecchio: che il viaggio al sole dei Caraibi abbia


maggior valore rispetto ad un itinerario naturalistico a pochi
chilometri da casa. Il viaggio non riguarda solo l’altro
lontano, ma anche l’altro vicino.

Le voglie di esotismo sono ripiegate su se stesse, tengono al centro


un io alla ricerca di sensazioni. Le voglie di esotismo esibiscono
invece una vita soddisfatta di sé, che si deprima quando si rischia di
essere declassati.

L’esperienza del viaggio non è mai faccenda di distanza. La meta


lontana e solitaria non rende per sé più autentico il viaggiare.
L’esperienza del viaggio coincide piuttosto con quella di un altrove
che in qualche modo è sempre a portata di mano.

7° regola >> SENZA RESPONSABILITÀ (PER L’ALTRO),


NESSUN VIAGGIO.

Narrare viaggi, raccontare crisi


Con il viaggio anche la parola cambia, racconta d’altro.

Il <Viaggio> sollecita e solletica la fantasia creativa: la fine


dell’altrove si specchia nelle sofferenze della letteratura di viaggio.

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Essa arranca quando non rende il senso dell’incontro con l’altro; e


soffre ogni volta che scambia l’altrove con una variazione
dell’identico.

Ultima regola >> IL FUORI, L’ALTROVE ; PER VIAGGIARE, VA


DISCUSSO L’ECCESSO DI REGOLE.

Ulisse e Abramo
Esodo
Il viaggio incontra il destino dell’uomo, basta porre mente alla
fortunata immagine dell’Esodo, a significare i cammini errabondi
dell’esistenza, le rivoluzioni dell’ethos comune, ecc. La sua forza
dell’immaginario è tale che rispunta perfino nelle recenti versioni
liberal-democratiche, in quelle miglioriste e nelle teorie del
disincanto del mondo.

Poi, l’icona dell’homo Viator, dell’esistenza intesa come un


cammino intriso di speranza e di disperazione che si radica negli
Itinerari medievali, o nelle enciclopedie del sapere della stessa
epoca che si dispongono secondo il ritmo responsoriale dell’uscita e
del rientro.

Anche Hegel sceglie le parole ‘via’ e ‘strada’ per indicare il


cammino del sapere e che conduce a parlare di un’ <uscita> e di
un rientrare dello Spirito da se stesso.

Ulisse e Abramo
Ulisse e Abramo sono gli antichi eroi del viaggio che continuano a
essere riletti come figure emblematiche.

Ulisse è il prototipo di un viaggio circolare che va da casa a casa e


che si distende tra un’uscita e un rientro. Il suo è un viaggio che si
ricollega a se stesso nell’identico punto da cui era scaturito
disegnando un cerchio più o meno perfetto.

Ulisse sogna di tornare a casa. Tutto il suo peregrinare è inscritto


nella nostalgia per un verso e nell’ostacolo per un altro verso.

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Abramo, invece, lascia tutto quello che ha per un viaggio senza


ritorno. Nel suo viaggio vi è poco spazio per la nostalgia. Abramo
rischia tutti per una promessa fatta non solo a lui, ma a molti altri.

Con il suo movimento il viaggio esprime l’eccedenza dell’umano a


se stesso. Lèvinas evoca figure alternative di Ulisse ed Abramo per
distinguere due tipi di viaggio: il viaggio di Ulisse è il Medesimo che
ritorna a sé. Quello di Abramo è l’esodo dell’io verso l’altro, è un
viaggio a cui si è chiamati dall’altro.

Il viaggio è l’icona dell’infinito tra noi, come la sporgenza


dell’umano verso l’altro da sé.

Nell’esodo dell’io verso l’altro infinito si annuncia due volte.


Dapprima come abbandono delle definizioni e poi come attrazione
gratuita verso l’altro.

Eroi sbiaditi
Bauman nel viaggio d’oggi trova dei nuovi eroi. L’immagine del
viaggiatore di Bauman è quella di un io che consuma viaggio e che
incontra l’altro come ripetizione e come soddisfazione fugace di sé.
L’immagine si condensa nella figura del turista sempre pronto a
mettersi in cammino. Il turista è l’eroe non-eroe del viaggio
globalizzato. Dietro alla sua rapidità si nasconde l’immobilità e
l’indisponibilità. Immobilità perché il turista rimane inscritto nel
circuito effimero del consumo che non lo sposta di un millimetro da
se stesso. L’indisponibilità perché nel viaggio del turista non vi è
l’eccedenza dell’altro che risveglia a se stessi e che chiama al
viaggio.

Sembra quasi che il turista contemporaneo colga il pericolo insito


nelle definizioni troppo rigide dell’umano al contrario.

Il cammino non ha, però, né una vera partenza né una vera meta
perché il viaggio globale diventa la metafore di un esistere sempre
presso di sé.

Il turista di oggi vive fuggendo alla permanenza nei luoghi e nei


tempi del viaggio. Tutto è ridotto all’attimo della presa, alla
sensazione che genera il consumo.

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Per questo lo spettro del turista è il vagabondo: gli ricorda tutto ciò
che non vorrebbe essere. I turisti e i vagabondi sono gli eroi e gli
antieroi del viaggio contemporaneo.

Viaggio. Rito. Passaggio

Tanto nell’articolazione di ogni viaggio, quanto nella struttura


canonica di ogni racconto, emerge il momento della crisi o della
rottura, decisivo per l’esserci stesso del viaggio e del racconto.

Perché vi sia viaggio e perché vi sia racconto deve imporsi il


momento dello scarto, dell’uscita da una situazione solita e
ripetitiva della vita.

Tutto il fascino del viaggio e tutto il fascino di un racconto stanno


nella capacità di suscitare un <ancora>, risiedono nell’abilità di far
vivere il desiderio di vedere come andrà a finire. Il piacere del
viaggio e il piacere del racconto vivono nella sporgenza di
quell’ancora.

Nel viaggio e nel racconto combaciano il ritmo interno, la loro


struttura, fino al punto che si è costretti a riconoscere una
dimensione squisitamente linguistica del viaggio e una dimensione
essenzialmente itinerante.

Il viaggio incontra dunque il racconto sul lato della partenza e della


rottura. Il viaggio e il racconto riecheggiano al proprio interno una
profonda e importante sintonia con il rito. Il viaggio è il rito stesso
della vita. I momenti decisivi della vita sono segnati da riti di
passaggio nei quali succede qualcosa di simile alla crisi del viaggio
e del racconto, ovvero la distruzione e la ricreazione di un mondo
sociale.

Tornare?
Il viaggio sottolinea la crisi, l’esodo diventa la metafora di ogni
scardinamento.

La conclusione di un viaggio ha un fascino incerto perché può


esserci, ma può anche non esserci. Quando il viaggio riesce, niente
e nessuno torna più come era rima di mettersi in viaggio.

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La conclusione del viaggio spiazza sempre. Un viaggio non può mai


coincidere con la sua immagine o con la sua rappresentazione. Se
questo succede, non c’è crisi.

Per Abramo l’infinito è la chiamata in un avanti, per Ulisse che


sogna di tornare a casa è invece la situazione che non rimane mai
identica.

Andar fuori, partire. La verità è nomade.


Tornare è meno importante di partire. Blanchot dice che se
l’Ebraismo deve avere per noi un senso consisterà nel mostrarci che
bisogna essere pronti a mettersi in cammino. L’esigenza del
distacco distingue l’ebraismo dal paganesimo.

Il viaggio inizia con l’uscita di sé, la propria identità viene trovata


perché comincia a trascurare l’insistenza su di sé. Nel viaggio
l’identità non sa più di se stessa se non al modo rovesciato
dell’essere trovata più che cercata.

Soltanto con delle comprensibili resistenze il viaggio si lascia


inscrivere nell’ottica di una ricerca. Il viaggio rimane prigioniero
dello schema mentale egocentrico dell’apertura. L’apertura si
tramuta velocemente in conquista, in occupazione.

Nell’ottica delle conferme il viaggio è fondamentalmente inutile:


viaggiare per confermare se stessi rende il viaggio superfluo.

La ripresa
Il viaggio mette in forma l’eccepire a se stessi che è l’umano. La
sporgenza del viaggio ha il nome dell’infinito. L’infinito penetra nel
viaggio e nel racconto in modo iperbolico perché da un lato il
viaggio si lascia raccontare, ma da un altro il viaggio non è mai
dicibile fino in fondo. L’indicibile governa il viaggio come racconto.

Tanto il viaggio quanto il racconto incontrano una doppia


impossibilità che nasconde il loro ultimo paradosso: impossibilità di
non dire, impossibilità di dire fino in fondo l’infinito in noi e negli
altri. L’impossibilità di non dire l’infinito deriva dal dovere e dal
piacere di comunicarlo una volta che sia stato percepito; mentre
l’impossibilità di dirlo rimanda a un tradimento sempre in agguato:

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ciò che eccede ha bisogno di essere detto sfuggendo in qualche


modo alla cattura.

Vi è dunque un infinito nel viaggio e un infinito nel racconto.

Incompiuto, non imperfetto


L’incompiuto è un modo dell’infinito. Nel viaggio e nel racconto
l’infinito si annuncia già a livello di struttura, perché contengono
entrambi voci, nomi, che non hanno fine e che sfondano
continuamente i limiti del viaggio e del racconto.

Nel viaggio e nel racconto vive una pluralità irriducibile che lascia il
viaggio e il racconto nel loro incompiuto senza che questo diventi
subito una lamentela metafisica sulla nostra finitudine.

Non si capisce nulla del viaggio e del racconto se ci si colloca troppo


frettolosamente nell’ottica mentale dell’improrogabile necessità di
qualche assoluto totalizzante.

Il non- finito rifiuta le forme fagocitanti del racconto monocorde e


del racconto globale. Del racconto monocorde perché ha la pretesa
di ridurre la narrazione a una sola voce; del racconto globale perché
le riporta velocemente a una sorta di supervoce. Nel racconto
monocorde come nel racconto globale si insiste sulla prima
persona.

Responsabilità, giustizia
Sembra che nel viaggio tutto scorra verso l’oceano della
responsabilità. Gli appelli alla responsabilità nel quadro del viaggio
globalizzato possono apparire tardivi e forse ipocriti: tardivi, perché
intervengono quando il viaggio è già diventato moltiplicazioni del
consumo ed ipocriti perché la responsabilità sopraggiunge a
catastrofe avvenuta. Si produce così uno scarto evidente tra i
richiami alla responsabilità e una civiltà narcisistica del Sé.

La responsabilità non sopravviene al viaggio, compete a ciascuno


prima ancora di viaggiare perché l’esistenza degli altri intorno a noi
non è un puro accidente, dal momento che l’io non esiste senza un
tu. Per questo il viaggio porta con sé il bisogno di un po’ più di
giustizia.

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Il nuovo altro. Geografie dell’umano.


La questione dell’altro è sempre faccenda geografica. Dare nomi
significa posizionarsi, osservare e segnare il territorio in qualche
modo, decidere di territori dell’umano che si fronteggiano.

Il gesto stesso di dare il nome all’altro sottende la domande di


luogo, il dove dell’io e dell’altro.

Il nome Altro porta con sé dall’origine l’ipoteca di un territorio


straniero rispetto a quello dove dico Io, che riconosco come mio.

A partire da un luogo
Dire altro all’Altro è un nome dato dall’io che prende se stesso
come punto di riferimento. Nello sforzo di dare nomi e di marcare
territori stranieri si è esaurito lo sforzo dell’Occidente che ha
assunto l’Io come perno intorno a cui far girare la trottola. I nomi
dati dall’io all’altro sono sempre nomi dell’io. Per designare l’altro
Husserl gira indeciso intorno al nome dell’io. Nomi che possono dire
dell’altro solo a partire da sé.

Dicendo dell’altro come altro io si compie uno sforzo formidabile per


assegnargli lo stesso indiscutibile valore che viene assegnato a se
stessi in via prioritaria. All’altro si riconosce dunque la stessa
dignità, ma resta nominato dall’io.

Parigi, l’Umanità.
Dire che il luogo dei nomi dell’altro coincide con quello dell’io non
ha nulla a che fare con il colonialismo dell’Occidente.

Non segue la falsariga dell’intervento di Victor Hugo su <L’avenir>


mentre parla del futuro dell’umanità finalmente riunita in una
grande nazione che avrà per capitale Parigi.

Dare all’altro il nome dell’io non significa immaginarsi un’umanità


unita a partire da un luogo, da una nazione sublimata. L’io che dà il
nome all’altro estende al contrario il proprio nome per indicare una
zona di rispetto e di irriducibile.

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Da una parte si annuncia l’altro nella sua alterità, dall’altra non si


riesce a dire la differenza dell’altro se non attraverso la differenza
dell’io.

Lezioni di geografia
I quadri intitolati Lezione di geografia illustrano bene delle situazioni
davvero singolari. La scena è sempre la stessa: delle fanciulle e dei
professori che parlano di mondi lontani indicandoli con il dito sul
mappamondo nel chiuso di una stanza senza accorgersi che l’altro è
già lì. Nel quadro di Eleuterio Pagliano, per esempio, la Cina ha già
invaso la vita quotidiana.

Nel dipinto di Pietro Longhi (1750-1752) a Venezia le domestiche


portano il caffè in tazze di porcellana. La seta, la porcellana, il caffè,
la Cina e le Indie.

Mondo comune. Cortocircuiti del nome


L’io e l’altro non sono piccoli mondi che devono mettersi in
comunicazione nel mondo più grande che li accoglie. Senz’altro non
esiste neppure quel luogo comune oggettivo che si chiama mondo.

L’importanza dell’esperienza dell’altro è enorme perchè da lui


dipende la possibilità di costruire il mondo in modo oggettivo.

Senza l’altro non c’è per nessuno un mondo comune oggettivo.

Nomi impossibili
Il mondo è comune a noi tutti. Questo sapere che c’è un mondo
vero, condiviso, oggettivo lo devo solo alla presenza dell’altro.
Eppure l’altro si costituisce dentro di me al punto da non trovare
altri nomi per designarlo se non quelli di <estraneo> e <straniero>
dapprima, di <alter ego> dopo.

Con l’altro si dà un rapporto di appaiamento a livello di costruzione


della personalità propria ed estranea. Eppure l’altro ha la voce che
gli do io. Se è vero che l’altro è un altro io, il nome dell’altro non
può dipendere da un’azione che tiene l’io al centro.

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L’esito di un dibattito che attraversa il Novecento con protagonisti


di rilievo (Buber, Marcel, Lèvinas ecc) è una doppia impossibilità e
un doppio divieto. È impossibile dare nomi all’altro senza l’altro.

Proprio/estraneo/ straniero. L’esaurimento


L’esito dello sforzo di dare nomi all’altro è ironico e paradossale.
Non solo non si possono dare nomi all’altro senza l’altro, ma non si
può dare nome neppure a se stessi.

Senza l’altro nessuno ha ancora un nome. Quando l’io e l’altro


vengono a confronto è sempre una <cosmografia>, una scrittura
del mondo, a ritrovarsi in discussione.

Per indicare la sfera di ciò che è proprio e ci appartiene, e di ciò che


è estraneo e non ci appartiene, Husserl lavora su indici possessivi
(proprio, mio) che il doppio divieto di dare nomi fa in qualche modo
saltare. Non si è più tanto sicuri di cosa sia proprio ed estraneo.

Il nome proprio è un nome estraneo, un nome dato in primo luogo


dagli altri e per gli altri stabilito. Quindi il nome non è proprio, ma
allora anche l’estraneo non è del tutto estraneo, lo straniero non è
straniero. L’altro abita già nella sfera del proprio.

Altro pensiero. Prossimità


Nello sforzo di pensare si è esaurito lo sforzo dell’Occidente.
Pensare l’altro diventa un altro pensare. Un altro pensiero.

L’altro pensiero prende sul serio l’alterità dell’altro. Bisogna uscire


dal pensiero della solitudine. Bisogna prendere <almeno sul serio>
il problema dell’alterità dell’altro.

Il nuovo pensiero pensa invece la <prossimità da uomo a uomo, la


prossimità del prossimo o l’accoglienza che l’uomo fa all’uomo>.
L’altro pensiero si colloca nel fulcro della possibilità.

L’ingresso dell’infinito. Nuovo altro


L’altro pensieri è un pensiero del dialogo. Il dialogo è al contrario la
struttura portante di un mondo umano spalancato sulla propria
pluralità. Il dialogo spezza il cerchio chiuso di qualche totalità
culturale ripiegata su se stessa.

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Non si può dire all’altro senza dire anche per sé straniero ed


estraneo. La vera sfida del nostro tempo sarà l’incontro con il nuovo
altro che mi viene incontro più della mia stessa voglia d’incontro.

Il senso del <tra>. Multiculture, interculture


L’oggettività del mondo comune è in funzione della prossimità con
altri. Solo il <tra> riesce a dire il mondo umano nella sua umanità.

Nel <tra> affiora la differenza di umore tra multi cultura e


intercultura. Grazie al monoculturalismo è smascherato il punto di
vista dominante. Il senso del <tra> segna il passaggio
all’intercultura.

Il <tra> disegna altrimenti le geografie dell’umano. Con il < tra > si


mette in movimento il luogo dell’umano come una <regione di
confine che collega e separa allo stesso tempo>.

Il paradosso del luogo


Al luogo viene affidato l’incontro ma sembra fare resistenza, non
riuscire a esprimerlo fino in fondo. Ed ecco il paradosso: tutto
dell’umano tende al luogo, tutto del luogo tende all’umano.

Il paradigma del primato del tempo è duro a morire. Per scalfire


l’ostinato primato del tempo si aprono tre percorsi:

1. Itineranza come condizione umana fondamentale


2. Tonalità spaziale delle parole dell’umano
3. L’ospitalità. Il suo segreto sta nel rovesciarsi continuo tra chi
ospita e chi viene ospitato. Superamento radicale del
paradosso del luogo.

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