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Percorso didattico di approfondimento in Storia dell’arte

“Il Laocoonte: la lezione e la fortuna visiva di un capolavoro”, proposto e curato dal prof.
Fabio Chiodini
Classe per la quale è pensato: III (indirizzo linguistico)
Obiettivi:
- approfondire la conoscenza di un capolavoro della scultura ellenistica;
- acquisire la consapevolezza che un’opera d’arte può essere valutabile anche come
espressione di gusto e di appartenenza a una precisa identità culturale;
- stimolare la riflessione sull’opera d’arte quale veicolo di rappresentatività sociale e
diplomatica.
- stimolare la riflessione critica.

Tempi previsti: complessivamente 3 ore.

Link: http://nonsempreoliosutela.blogspot.it/2013/10/il-laocoonte.html
IL LAOCOONTE
La lezione e la fortuna visiva di un capolavoro
LA SCOPERTA

• Il 14 gennaio 1506 un eccezionale ritrovamento fece eco su tutta Roma. La


notizia giunse anche nel palazzo vaticano, dove «... fu detto al Papa, che in
una vigna presso a S. Maria Maggiore s' era trovato certe statue molto belle. Il
Papa comandò a un palafreniere: va, e dì a Giuliano da Sangallo, che subito li
vada a vedere. E così subito s' andò. (...) E perché Michelangelo Bonarroti si
trovava continuamente in casa, che mio padre l' aveva fatto venire, e gli aveva
allogata la sepoltura del Papa; volle, che ancor lui andasse; ed io così in groppa
a mio padre, e andammo. Scesi dove erano le statue: subito mio padre disse:
questo è il Laocoonte di cui fa menzione Plinio. Si fece crescere la buca per
poterlo tirar fuori; e visto, ci tornammo a desinare: e sempre si ragionò delle
cose antiche». Questa è una testimonianza è Francesco da Sangallo, che
all’epoca dei fatti era adolescente ma la descrive circa sessanta anni più tardi,
il 28 febbraio 1567. Si percepisce tutto l’entusiasmo e la gioia provate
nell’andare sul colle Oppio in compagnia del padre, Giuliano da Sangallo
(grande architetto), e di Michelangelo Buonarroti, per vedere con i propri
occhi quello che era appena venuto alla luce (è il caso di dirlo) nella vigna di
Felice de Fredis, in una zona detta delle Sette Sale, ossia la grandiosa cisterna
delle Terme di Traiano.
• A quell’epoca era papa Giulio II della Rovere, committente degli
affreschi della volta della cappella fatta costruire da suo zio (papa Sisto
IV) e delle prime due Stanze di Raffaello (Della Segnatura e di
Eliodoro). Lo stesso pontefice, che definì il Laocoonte “mirabile statua
di marmo”, non intendeva lasciarsela sfuggire e così la acquistò
immediatamente, tanto che il 14 febbraio dello stesso 1506 era già
stata trasferita nel Cortile del Belvedere dove poteva essere ammirata.
L’influenza scaturita dalla visione del Laocoonte fu per molti artisti un
effetto da cui era impossibile sottrarsi. Riprodotto sotto forma di
incisioni e dunque così divulgato, ben presto la sua immagine finì per
essere dipinta sui piatti prodotti dalle manifatture dell’Italia centrale,
specie di Urbino, che dalle suddette incisioni traevano ispirazione.
• A suscitare l’ammirazione degli artisti fu sicuramente la
complessa contorsione dei corpi del sacerdote troiano e dei
suoi due figli, avvolti dalle spire dei due serpenti mandati da
Atena e Poseidone affinché non vi fossero ostacoli
all’ingresso del celebre cavallo ligneo nella città di Troia
con la sua conseguente conquista. Movimento, pathos, forte
espressività: sono questi i principali caratteri del Laocoonte,
a cui fa riferimento un passo della Storia Naturale di Plinio
(XXXVI, 37) che ricordava l’opera nel palazzo di Tito e la
attribuiva a tre scultori originari di Rodi: Agesandro,
Atanadoro e Polidoro. Quella rinvenuta a Roma doveva
essere una trasposizione in marmo di un originale bronzeo,
ma sia quest’ultimo (andato perduto) che quello marmoreo è
possibile fossero opera degli stessi tre scultori, che
sappiamo attivi a Roma nella seconda metà del I secolo a.C.
Giovanni Antonio Dosio, Il
Cortile del Belvedere in
costruzione, Biblioteca
Apostolica Vaticana, 1561 circa.

• Papa Giulio II destinò l’opera in uno dei più bei luoghi di Roma, in quegli
anni qualificato dall’intervento di Donato Bramante che progettò un cortile
che circondasse un giardino ornato di allori, cipressi, aranci, arricchendolo
di fontane e di nicchie per le statue. Si trattava di un luogo che intendeva
evocare il Giardino delle Esperidi, e per questo non poteva che essere
destinato ad una ristretta cerchia di persona, come suggeriva l’iscrizione
che, sulla porta di accesso, Giulio II aveva fatto collocare, derivandola da
un verso dell’Eneide (Vi, 258): «Procul este prophani». Il papa intendeva
configurarsi come nuovo imperatore, facendo nuovamente di Roma la
capitale indiscussa sia del papato che delle arti.
• Molte sculture raggiunsero così il Vaticano, alcune già di
proprietà di Giulio II, altre acquistate per l’occasione
(l’Ercole con in braccio il piccolo Telefo - a quel tempo
ritenuto Enea con Ascanio-, l’Apollo del Belvedere,
l’Ercole in lotta con Anteo, la Venuz Feliz e l’Arianna –
creduta Cleopatra). Spentosi Giulio II, il suo successore,
Leone X, proseguì l’opera da lui iniziata, aggiungendo due
grandi statue di divinità fluviali: il Tevere e il Nilo.
Adriano VI Florensz, nativo di Utrecht (papa dal 1522 al
1523) poco apprezzò l’opera dei predecessori, arrivando a
chiudere il cortile che veniva indicato luogo di idoli pagani
(“sunt idola antiqua”!). Verso il 1533 Giovanni Angelo
Montorsoli, un frate scultore allievo di
Michelangelo, integrò il braccio destro del Laocoonte
realizzandolo in terracotta.
Francesco Primaticcio, Laocoonte, Château
de Fontainebleau.

• Francesco I, che guardava all’Italia con lo spirito di un principe italiano del


Rinascimento, affidò nel 1540 al bolognese Francesco Primaticcio (nominato “paintre
ordinaire du Roy”) il compito di realizzare un calco in bronzo del Laocoonte. Insieme
alle traduzioni in bronzo di altre celebri sculture (molte delle quali proprio conservate
nel Balvedere vaticano), il Laocoonte era destinato ad ornare il palazzo di
Fontainebleau con l’intento di farne «quasi una nuova Roma, con grandissima
soddisfazione di quel Re» (Vasari). La traduzione in bronzo del Laocoonte e delle
altre statue mediante un calco 1:1, poteva consentirlo solo una committenza reale,
dato l’alto costo del materiale e la complessità dell’esecuzione. In effetti, stando alla
gerarchia dei materiali, il bronzo veniva prima del marmo e dunque il sovrano
francese, se non poteva avere “quello che tiene il papa”, poteva averne una versione
che gareggiava con esso per mezzo della preziosità del materiale e del processo
meccanico di riproduzione, che assicura fedeltà di forme rispetto all’originale.
• Nel Cinquecento inoltre si diffonde la
traduzione delle sculture più famose
sotto forma di bronzetti destinati ad
alimentare il collezionismo privato, che
attraverso essi permetteva di ricreare
nelle residenze private un piccolo museo
di antichità. Vasari ricorda che
«Bramante, architetto anch’egli di papa
Iulio, […] ordinò [al Sansovino] che
dovesse ritrar di cera grande il
Laocoonte, il quale faceva ritrarre anco
da altri, per gettarne poi uno di bronzo,
cioè da Zaccheria Zachi da Volterra,
Alonso Berugetta spagnolo e d[al]
Vecchio da Bologna: i quali, quando
tutti furono finiti, Bramante fece vederli
a Raffael Sanzio da Urbino […][e da lui]
fu giudicato che il Sansovino, così
giovane, avesse passato tutti gli altri di
gran lunga. Onde poi […] si dovesse fare
gittare di bronzo quel di Iacopo […] e
datolo al cardinale [Domenico Grimani],
lo tenne fin che visse non men caro che
se fusse l’antico».

Jacopo Sansovino, Laocoonte, Londra, Victoria


& Albert Museum
• Un bronzetto conservato
al Museo del Bargello di
Firenze, opera di Pietro
Simoni da Barga (attivo
a Firenze fra il 1571 e il
1589) è un esempio della
produzione di bronzetti
destinati al
collezionismo privato.
• Oltre a Primaticcio, si ricorda che anche il grande artista spagnolo Velásquez fu incaricato da
Filippo IV di Spagna di realizzare calchi da celebri sculture romane, tra le quali naturalmente
anche il Laocoonte. Il moltiplicarsi del tema, espressione suprema di arte e di dolore insieme
(exemplum artis, exemplum doloris), passa attraverso le interpretazioni di artisti e di generi
artistici. Quando El Greco dipinge il suo Laocoonte oggi alla National Gallery di Washington,
nonostante modifichi sensibilmente la composizione rispetto al gruppo vaticano, riesce comunque
a serbarne il ricordo, rendendo riconoscibile il collegamento.
• Jean Baptiste Tuby, copia in marmo del Laocoonte 1:1, 1696, Versailles.
Il Laocoonte viene portato in Francia (1797)

• Durante la parentesi francese della scultura, si tenta di


ripristinare il braccio cinquecentesco (che nel frattempo era stato
rimosso) in quanto si credeva fosse opera di Michelangelo. A
questo erronea convinzione si giunse a seguito del ritrovamento
nel 1720 di un braccio, forse l’abbozzo che il Montorsoli aveva
eseguito originariamente in terracotta. A Parigi viene quindi
bandito un concorso che porti alla integrazione della parte
mancante. François Girardon effettua un calco delle braccia
della versione del Laocoonte esposta all’Ecole du Dessin. Il
concorso si rivela un fiasco: nessuno vi partecipa, forse perché
consapevole delle insormontabili difficoltà a confrontarsi con
una immagine che nel corso dei secoli si era ormai imposta e
consolidata.
Six Benjamin, Visita
notturna di
Napoleone e Maria
Luisa al Laocoonte (
Visite aux flambeaux
faite par l’Empereur
et l’Impératrice),
inv. 33406 recto,
Paris, Louvre.
• Dopo il Congresso di Vienna e la restituzione all’Italia delle principali opere d’arte
trafugate dai commissari napoleonici, il Laocoonte viene comunque integrato nella parte
mancante, inserendo al sacerdote troiano il suo braccio destro proteso verso l’alto, come
nella tradizione cinquecentesca.
• All’aspetto attuale, col braccio destro piegato in direzione della testa, si arriverà solo nel
1957-59 quando il gruppo scultoreo verrà sottoposto al restauro di Filippo Magi
avvalendosi del frammento ritrovato nel 1905 dallo studioso di antichità Pollack, che
Ernesto Vergara Caffarelli nel 1954 giudicò essere quello originale.
LE GRANDI COPIE
• La prima grande copia del Laocoonte fu
quella che Leone X intendeva donare a
Francesco I, re di Francia, affidandone nel
1520 l’esecuzione a Baccio Bandinelli. Lo
scultore realizzò un modello in cera e uno
su cartone come preparazione alla
esecuzione in marmo.
• Baccio Bandinelli, copia del Laocoonte, Firenze, Galleria degli Uffizi
• Per prime realizzò le figure dei figli, poi passò a quella del
sacerdote troiano. Dopo una breve pausa, che coincise col
pontificato di Adriano VI, nel 1523 Bandinelli tornò a
Roma e riprese i lavori, portando a conclusione l’opera nel
1525. Ma la copia non arrivò mai in Francia. Infatti il
nuovo papa Clemente VII, ossia quel Giulio de’Medici che
era cugino di Leone X, decise di farla condurre a Firenze,
dove sarebbe stata collocata nel giardino di palazzo
Medici. Dal 1659, con la vendita del palazzo alla famiglia
Riccardi, la statua (che era entrata a far parte dell’eredità di
Carlo de’ medici) fu trasferita agli Uffizi, dove ancora oggi
si può ammirare in fondo al corridoio di ponente. Nel 1762
l’opera restò danneggiata a seguito di un incendio che
coinvolse quel tratto della galleria. Al Gabinetto Disegni e
Stampe degli Uffizi, relativamente al Laooconte agli
Uffizi, si conservano due disegni di Baccio Bandinelli (nn.
14784F, 14785F) e un'incisione dell'Arrighetti della
seconda metà del Settecento.
• Jean Baptiste Tuby, copia in marmo del Laocoonte 1:1, 1696, Versailles.
Stefano Maderno, Laocoonte,
1630, h. cm 71, terracotta, San
Pietroburgo, Ermitage (inv. 553)..
L'opera pervenne al Museo
dell'Ermitage dalla collezione
veneziana dell’Abate Filippo
Farsetti, dove è documentata nel
1778. Il suo primo biografo
(Giovanni Baglione) scriveva del
Maderno: «‘e faceva bene li modelli
levati dalle più belle statue antiche e
moderne, che in Roma si trovano. E
molti de’ suoi modelli sono gettati
di metallo per servigio di varij
Personaggi». Non
sappiamo tuttavia se Maderno
realizzò anche una traduzione
bronzea del Laocoonte.
Il corpo del sacerdote troiano è
frontale e s’incurva ad arco più che
nell’originale, mentre la testa è
piegata al lato in modo poco
naturale. Le figure sono inoltre
ravvicinate tra loro. «Ma basta
questa flessione dell’asse
compositivo per imprimere
all’insieme un accento drammatico e
per rendere più commovente il
momento della violenza e della
morte; la scena, cioè l’altare, è
appena accennato. Il modellato è
semplificato e si arricchisce di
ombre graduate. L’espressione del
protagonista, con il volto rivolto
verso chi lo osserva, quasi a
sollecitarne la commiserazione,
esprime un dolore svuotato di
drammaticità rispondendo più alla
sensibilità del tempo e a un
sentimento umano di pietà» (M.G.
Bernardini)
Il Laocoonte nei testi letterari

• Il gruppo scultoreo ispirò anche


componimenti poetici, come quello
scritto dall’erudito Eurialo
Morani da Ascoli in occasione del
passaggio di Carlo V da Roma nel
1536, reduce dalla vittoriosa
campagna militare in Tunisia. Si
tratta de Le Stanze sopra le statue di
Laocoonte, di Venere e
d’Apollo, dedicate ad Alfonso
d’Avalos, marchese di Vasto.
• Il poemetto venne dato alle stampe il 20 giugno
1539 per i tipi di M. Valerio e Luigi
Dorico, fratelli bresciani, stampatori a Campo di
Fiore. Il Morani era molto celebre nella Roma del
suo tempo, amico dell’Aretino e poeta
improvvisatore. Le Stanze appartengono al genere
della produzione encomiastica, la ekphrasis (dal
greco: descrizione), sviluppata nell’antichità greca
e romana, in cui l’autore descrive e commenta in
forma di componimento poetico un’altra opera
d’arte, gareggiando con essa in abilità espressiva.
Filippino Lippi, Rovine antiche
con Laocoonte, Firenze, Uffizi

• La statua è entrata a far


parte del corpus grafico
di numerosissimi artisti
fin dal Cinquecento. Ne
sono prova i tanti fogli
conservati nei vari musei
e collezioni del mondo,
qui riassunti nelle
immagini più
significative, scalate in
ordine cronologico.
Baccio Bandinelli, Homme nu, assis, vu
de face, la jambe droite levée, Paris,
Louvre, Fonds des dessins et miniatures,
petit format, inv. 93 recto.
Francesco Mazzola detto il
Parmigianino, Etude d’après le Laocoon,
études d’un crucifix et d’une Pietà, Paris,
Louvre, inv. 6416, recto.
Francesco Mazzola, il
Parmigianino, Studio della
testa del Laocoonte,
Chatsworth.
Jacopo Sansovino, Il figlio più giovane
di Laocoonte, Paris, Musée du Louvre,
Cabinet des dessins, inv. 2712, recto.
• Federico Zuccari (Sant’Angelo in Vado, 1540/41 –
Ancona, 1609), Taddeo Zuccari disegna le antiche statue
in Belvedere, ultimo quarto del XVI secolo, disegno a
penna e inchiostro bruno acquarellato con tracce di
carboncino e sanguigna, mm 75 x 425, Los Angeles, Getty
Museum, inv. 99GA.6.17.
• Il giovane ritratto di tre quarti seduto al centro della composizione è Taddeo Zuccari, fratello
dell’autore. E’ colto mentre riproduce sul suo taccuino la statua del Laocoonte. Oltre a
quest’ultima si riconoscono la statua dell’Apollo, del Tevere e del Nilo. Sullo sfondo si
riconosce l’ala settentrionale del palazzo apostolico edificata da Niccolò V (1447-1455), dove al
terzo piano si trovano le “camere di Raffaello”, come indica la dicitura.Da queste prende avvio
il “corridore” di levante, un passaggio a diversi piani attraverso i quali superare i dislivelli del
terreno, progettato da Bramante con lo scopo di collegare l’abituale dimora dei papi con la loro
residenza estiva, ossia il palazzetto di Belvedere, fatto costruire da papa Innocenzo VIII (1484-
1492) all’estremità settentrionale del Vaticano. Sulla destra si nota la cupola di San Pietro in
costruzione. Il disegno reca un verso in terza rima: “Inutile fatiga è ‘l punteggiare / Ma lo servar
qui l’arte il gran desio / il frutto fa, chi qui vole studiare”. Il giardino delle statue del Vaticano
era accessibile a quegli artisti che ritenevano fondamentale completare la propria formazione
mediante lo studio e la copiatura dei capolavori dell’antichità, coniugandole con l’osservazione
delle novità rinascimentali di Michelangelo e Raffaello. Aveva quattordici anni quando Taddeo
Zuccari lasciò la cittadina natale, Sant’Angelo in Vado, per recarsi a Roma, spinto dal desiderio
di intraprendere la professione artistica. Federico Zuccari intese realizzare una biografia
illustrata di suo fratello Taddeo, la cui vita si era prematuramente spenta nel 1566, esaltandone
le qualità di eroe “moderno”, che seppur autodidatta e di poveri natali, riuscì a superare ostacoli
e difficoltà attraverso impegno e fatica.
Antonio Campi, Trois études de têtes;
trois petites figures en buste,
conversant, inv. 7846, recto, Paris,
Louvre.
• Copia da Annibale Carracci, Laocoonte (Laocoon et ses deux
enfants saisis par les serpents) , disegno. Piccolo formato, Paris,
Musée du Louvre, Cabinet des dessins, Fonds des dessins et
miniatures, Inv. 7578 recto.
• Peter Paul
Rubens (Siegen,
1577 – Anvers,
1640), Laocoonte e
i suoi figli, 1601/02
o 1605/08, due
fogli di carta
congiunti, gesso
nero, mm 465 x
457, collezione
Resta, ora Milano,
Biblioteca
Ambrosiana, F.
249 inf. Fol. 4.
• Sicuramente Rubens conosceva il Laocoonte ben
prima del suo arrivo in Italia, dal momento che lo
studio dei capolavori d’arte antica attraverso le
riproduzioni grafiche era parte integrante della
formazione dei giovani artisti dell’Europa intera.
Ne è prova l’Ercole in lotta con due
Amazzoni dipinto insieme a Jan Breughel il
Vecchio (ora Potsdam, Schloss Sanssouci,
Bildergalerie, inv. GK 100021), dove il gruppo
principale ricorda la posa del Laocoonte.
Gian Lorenzo Bernini, Torso del
Laocoonte, Lipsia.
Arrivato a Parigi nel giugno 1665,
Bernini è sollecitato da Paul Fréart
de Chantelou ad esprimere un
giudizio sull’antica statua. Nella
capitale francese il grande artista
italiano celebrerà il valore estetico
degli “antichi marmi”,
raccomandando al tempo stesso
l’esercizio del disegno e
dell’imitazione in senso classico.
Sul Laocoonte usa un solo
aggettivo, ma efficace:
“admirable”.
Charles le Brun, La Douleur aiguë:
tête d’homme, vue de trois-quarts,
inv. 28320 recto, Paris, Louvre.
Edme Bouchardon, Un des
enfants de Laocoon enlacé par le
serpent, mm 525 x 403, Paris,
Musée du Louvre, inv. 24008
recto, atelier de l’artiste de son
sejour à l’Académie de France à
Rome à son déces en 1762.
Studi di Edme Bouchardon
• Edme Bouchardon
• In pittura, il Laocoonte
è stato ritratto
da Alessandro
Allori (1535-1607,
come prova il dipinto
eseguito ad olio su
tavola, oggi in
collezione privata a
New York (cm 73 x
57,2).
• Giovanni Paolo Panini (Piacenza, 1691 – Roma 1765), Roma antica, 1757,
olio su tela, cm 172,1 x 229,9, New York, Metropolitan Museum. Dipinta,
insieme al suo pendantraffigurante la Roma moderna, per il Conte di
Stainville, duca di Choiseul, raffigurato nel dipinto con un libro in mano.
• Giovanni Paolo
Panini (Piacenza,
1691 – Roma
1765), Roma antica,
1757, olio su tela,
cm 172,1 x 229,9,
New York,
Metropolitan
Museum. Dipinta,
insieme al
suo pendantraffigur
ante la Roma
moderna, per il
Conte di Stainville,
duca di Choiseul,
raffigurato nel
dipinto con un libro
in mano.
Pompeo Batoni (Lucca, 1708-
Roma1787), Ritratto di Thomas Dundas, poi
primo barone Dundas, 1763-64, olio su tela,
cm 298 x 196,8, Aske Hall, Richmond
Yorkshire, The Marquess of Zetland.

• “Da sinistra a destra si vedono, in un


allestimento d'invenzione, l'Apollo del
Belvedere, il Laocoonte, il cosiddetto
Antinoo del Belvedere (in realtà un
Hermes) e l'Arianna vaticana, le canoniche
sculture esposte nel cortile del Belvedere in
Vaticano che esercitavano un fascino
magnetico sui principi e sui sovrani
d'Europa e che facevano del viaggio in
Italia una tappa dei colti gentiluomini
inglesi. La fontana del Tritone nella nicchia
deriva da una delle figure accessorie nel
bacino della fontana del Moro di Bernini in
piazza Navona. La rarità di queste sculture
nei ritratti di Batoni può essere spiegata col
fatto che è certo, benché non provato, che
comportavano una spesa aggiuntiva per
l'inserimento di un maggior numero di
figure nel quadro e pochi tra i clienti di
Batoni l'avrebbero potuta affrontare, tranne
Dundas e Razumovsky (del quale pure
realizzò un ritratto dall'ambientazione
simile), due tra i suoi committenti più
facoltosi. (...)
Pompeo Batoni (Lucca, 1708-
Roma1787), Ritratto di Thomas Dundas, poi
primo barone Dundas, 1763-64, olio su tela,
cm 298 x 196,8, Aske Hall, Richmond
Yorkshire, The Marquess of Zetland.

• La severità dell'impianto antichizzante del ritratto


è contraddetta dalla vivacità del movimento che
esaspera la posa a gambe incrociate tipica della
ritrattistica inglese, traducendola quasi in un
passo di danza. La combinazione
dell'atteggiamento e dello sfondo ha un effetto
irresistibile, un tour de force che pone questo
dipinto tra i ritratti più impegnativi di Batoni. Il
colore nell'abito di Dundas è un bell'esempio di
quello che era definito "rosso Batoni". Il frock di
taglio italiano è rifinito con galloni d'oro, le falde
tese lateralmente sottolineano la torsione del
corpo, che conferisce eleganza al portamento. La
foggia dei polsini, detta à la marinière, era
caratteristica delle tenute di mare nei primi anni
del secolo e veniva spesso adottata dai
gentiluomini alla moda. A completamento del suo
raffinato abbigliamento, Dundas ostenta un
bastone con il pomo d'avorio e un tricorno di
castoro profilato con una bordura dorata". (cfr.
Edgar Peters Bowron, in Pompeo Batoni. 1708-
1787. L'Europa delle Corti e il Grand Tour,
Silvana Editoriale, 2008, pp. 272-273, cat. 41)
Hubert Robert (1733-1808), Il ritrovamento del Laocoonte,
1773, Virginia Museum of Fine Arts, Richmond, Virginia, United
States of America.
Libere versioni del soggetto

• Giulio Romano, Laocoonte, Mantova, palazzo


Te, Sala di Troia.
Anonimo artista francese del XVII
secolo, Laocoonte, Paris, Musée du
Louvre.
François Perrier detto le
Bourguignon, (1590-
1650), Laocoonte, olio su tela, cm
63 x 43, Eric Coatalem Gallery.
Francesco
Hayez, Laocoonte, 1802,
Milano, Accademia di
Brera.
INCISIONI
• Giovanni Antonio da
Brescia, il Laocoonte,
1508 circa, London,
British Museum,
inventory 1845-8-25-
707. Si noti che
l'immagine è riportata
in controparte.
• Marco Dente da Ravenna, Incisioni dal Laocoonte
(1515)
Attribuito a Nicolò
Boldrini (1500 circa,
attivo a Venezia tra il
1530 e il
1570), caricatura del
Laocoonte, da Tiziano
Vecellio, 1520-60,
mm 273 x 400.

• “Un gentil pensiero di tre bertuccie sedenti, attorniate da serpi, nella guisa de
Laocoonte e de’ figluoli posti in Belvedere di Roma, così il Ridolfi per primo
identificava l’opera come ispirata al celebre gruppo. Tiziano sembra
rispondere con questa caricatura all’eccessiva venerazione per l’arte classica
che si era diffusa soprattutto fra gli artisti fiorentini e romani.
François Perrier detto le
Bourguignon, (1590-
1650), Laocoonte, dal
libro Segmenta Nobilium Signorum
et Statuarum, Rome, 1638.
William Hogart, Analysis of Beauty
Dettaglio di una veduta del cortile
del Belvedere col Laocoonte,
incisione colorata a mano di Luis
Ducros e Giovanni Volpato,
1787-1792. Si può notare il
restauro operato da Agostino
Cornacchini a metà Settecento,
riguardante il braccio destro del
figlio più giovane di Laocoonte,
che è rivolto in alto come quello
del padre.
• Johann Georg Heck, Iconographic Encyclopaedia of Science, Literature, and
Art, 6 (1851). Da sinistra a destra: Ercole col piccolo Telefo sul suo
braccio; Antinoo del Belvedere; Fanciullo che strozza
un’oca, Meleagro, Germanico; in basso, Apollo del
Belvedere, Laocoonte, Fauno.
Il Laocoonte nelle arti applicate
(maioliche e cammei)

• Francesco Xanto Avelli da Rovigo, Laocoonte, 1530,


diametro com 47,7, maiolica dipinta, Ermitage.
• Francesco Xanto Avelli
da Rovigo (Rovigo, 1487
circa – 1542), Laocoonte,
1532, maiolica, diametro
cm 26, New York,
Metropolitan Museum,
Iscrizione sul
retro1532/Da Serpi
Laocoonte e i figli / uccisi,
/ Nel II de la Eneida d
Vgilio M/ fra:xato A/da
Rovigo, i/Urbino.
Laocoonte con i suoi
figli. Cammeo in
corniola. Tesoro de’
Medici sec.XV
Indirette citazioni dal Laocoonte

• Tiziano, Bacco e Arianna,


Londra, National Gallery
• Tiziano,
Polittico
Averoldi,
Brescia,
Museo di
Santa
Giulia.
Domenico Zampieri detto il
Domenichino, San Giovanni
Evangelista, Collezione privata.

• Nella posa di San


Giovanni, intento a
scrivere il relativo
Vangelo, si può
cogliere un riflesso
del Laocoonte,
certamente studiato
dall’artista
bolognese fin dal
suo primo
soggiorno romano.