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Università della Calabria

Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

Corso di Laurea Triennale in


Servizio Sociale

Tesi di Laurea

L’ordinaria violenza sulle isole di Pianosa e l’Asinara

Relatrice Candidato
Dott.ssa Franca Garreffa Antonia Londino
Matr. 186133

Anno Accademico 2018 / 2019


1
2
“.. nonostante le difficoltà mi avete sempre dato l’anima!”
Per Mamma e Papà.

3
INDICE
Introduzione p. 5
CAPITOLO UNO
Le isole “infernali” p. 10
1.1 Per non dimenticare Pianosa p. 10
1.2 Se questi sono uomini p. 12
1.3 L’evoluzione del sistema carcerario p. 14
1.4 Gli articoli che restringono i diritti p. 16
1.5 La legge sui pentiti tra luci e ombre p. 20
1.6 Lo stato d’eccezione diventa regola p. 22
CAPITOLO DUE
Carceri speciali in nome della sicurezza p. 24
2.1 L’emergenza alibi per i diritti negati p. 24
2.2 Il caso di Rosario Indelicato p. 27
2.3 Il caso di Benedetto Labita p. 33
2.4 Pasquale De Feo e le sue prigioni p. 36
2.5 Le memorie di Antonio De Feo p. 39
2.6 L’efficacia o meno del 41 bis p. 43
2.7 L’isola del diavolo senza legge p. 44
2.8 Gli avvocati e la “discoteca” p. 47
2.9 In cella senza diritti p. 50
CAPITOLO TRE
Le funzioni della pena dell’ergastolo e la sua esecuzione p. 53
3.1 L’ergastolo ostativo p. 53
3.2 Quale salute per i detenuti al 41 bis? p. 54
3.3 Morire di carcere p. 56
3.4 Il peso del pentimento e della collaborazione p. 58
3.5 La famiglia e l’affettività in carcere p.59
Conclusioni p. 62
Bibliografia p. 66
Appendice p. 67

4
Introduzione
Ci sono parole, termini ed espressioni che mal si conciliano con il fatto di trovarci nel
XXI secolo e ancor di più con il fatto che avvengono in un Paese, come l’Italia, che si
professa civile. I termini in questione sono tortura, privazione di dignità, violenza,
maltrattamenti. Un contrasto ancora più stridente quando tutto ciò avviene in un luogo
dove lo Stato dovrebbe rieducare, redimere cittadini che hanno sbagliato.
Altri termini, ancora, sono inconciliabili con il fine ultimo della giustizia, cioè, redimere
chi ha infranto le norme. Uno di questi è il 41 bis, il regime carcerario duro, nato
nell’ottica di una fase emergenziale, messo in campo per fronteggiare il fenomeno della
criminalità organizzata, con le varie articolazioni che assumono nomi diversi a seconda
dei territori che controllano. In Italia, spesso, non c’è nulla di più definitivo delle cose
nate per essere provvisorie. Così le deroghe delle norme finiscono per essere
consuetudine, con buona pace della civiltà del diritto.
A raccontare tutto questo le testimonianze di detenuti che hanno vissuto sulla propria
pelle tutto ciò, ma anche relazioni di magistrati di sorveglianza, così come di politici che
di tutto questo si sono occupati nel libro “Le Cayenne italiane” di Pasquale De Feo e
“L’inferno di Pianosa. L’esperienza del 41 bis nel 1992” di Rosario Enzo Indelicato.
Nei volumi citati sono trattati i casi di due luoghi simbolo, creati per fronteggiare un’altra
emergenza (la storia si ripete) quella del terrorismo: le carceri di Pianosa e dell’Asinara.
In queste due carceri - isole, da quanto emerge dai racconti (non solo dei protagonisti)
sembra ci sia stata una sospensione delle norme, dei principi, a favore di un malcelato
senso di maggiore sicurezza.
Non a caso, il magistrato di sorveglianza Rinaldo Meroni, così descrive la situazione che
ha trovato: “Il quadro si presenta pertanto non soltanto fosco e preoccupante, ma anche
con caratteristiche delittuose.” Ed aggiunge: “non è certamente questo il modo di
rafforzare la legalità e la primarietà dello Stato, di contrastare credibilmente la
criminalità organizzata, di coltivare la buona amministrazione”.1
Le storie prese in considerazione sono, soprattutto, quelle di Pasquale De Feo e di
Rosario Indelicato che hanno voluto affidare alle pagine dei loro libri la testimonianza di

1https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/dettagli.asp?sid=800010520190204215037&idp=244

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un fenomeno che spesso è sommerso. Fenomeno troppo scomodo per ottenere, per quanto
meriterebbe, l’onore delle cronache.
Testimonianze, le loro, che descrivono degli autentici “inferni”, gestiti dallo Stato, in cui
sembra si sia smarrito il lume dell’umanità, della pietas, ma anche, più semplicemente,
della civiltà.
È proprio di questi confini labili tra sicurezza, giustizia, applicazione di norme e la
negazione dei più elementari diritti, che intendo occuparmi, approfondendoli con ricerche
e testimonianze.
Ciò che mi ha colpito particolarmente è un aspetto delle vicende narrate, che ritengo non
secondario. In questo “tritacarne” della violazione dei diritti, può finire chiunque, anche
chi è senza colpa alcuna, come dimostrano casi di cronaca.
Con l’aggravante che, per chi entra in questo meccanismo da innocente vede amplificare
a dismisura le pressioni, le violenze fisiche e psicologiche e, soprattutto, le conseguenze
subite.
Infatti, nell’intervista che ho effettuato con Rosario Enzo Indelicato, ex detenuto, gli ho
posto diverse domande: “gli episodi sono tantissimi, come quello di prendere un pugno
nell’occhio, spaccare con una testata il labbro. La cosa che mi ha fatto davvero male e
che purtroppo ancora subisco le conseguenze perché c’ho una vena staccata all’interno
dello scroto, è stata quando, uscendo fuori dalle celle nel corridoio buttavano la cera,
per cui correvo per evitare di prendere manganellate, sputi, acqua, e così via. Al giro
della sezione per andare fuori, sono scivolato, a terra continuarono a prendermi a
pedete, mi colpirono le parti intime e successivamente aprirono il cancello. Mi alzai
dolorante e addirittura una di loro disse “collega basta!”. Vado per uscire dal cancello e
mi chiusero la gamba nel cancello, quindi mi lesionarono il ginocchio destro. Solo dopo
l’uscita del carcere di Pianosa mi sottoposi ad un intervento.
Non ho avuto cure, ma soprattutto è meglio non cercarle, perché più stavi in cella e meno
legnate prendevi…”.
Testimonianze dirette, che talvolta, evocano quelle contenute presenti in altre celebri
pagine, come quelle di Primo Levi di “Se questo è un uomo” solo per citarne uno. Non a
caso, l’Italia proprio a causa di ciò che accade nelle sue carceri, ha suscitato l’attenzione
non certo benevola dell’Europa.

6
Il racconto di ciò che hanno subito De Feo, Indelicato, Musumeci e tanti altri fa trasparire
come uno strumento, come quello del 41 bis, nato con le migliori intenzioni, quelle di
frenare l’espansione dell’attività mafiosa, col tempo si sia trasformato talmente che
qualcuno non disdegna, ormai, di accostarlo ad un’autentica tortura. Non a caso, anche
alla luce di recenti episodi di cronaca, è ripartito a livello nazionale il dibattito per una
sua eventuale modifica.
Si sono registrati, infatti, con troppa frequenza degli sconfinamenti nella violazione dei
diritti che non possono essere più taciuti. Come nel caso di Indelicato che denuncia di
aver subito torture fisiche e psicologiche per 5 anni, un mese e 20 giorni e tra l’altro da
innocente così come ha denunciato un trattamento disumano lo stesso De Feo, in quelle
che definisce le Cayenne italiane.
In particolare, con De Feo intrattenendo una corrispondenza epistolare gli ho posto una
serie di domande a cui, gentilmente ha risposto condividendo quella che è la sua
situazione in carcere: “Mi chiamo De Feo Pasquale nato a Pontecagnano (SA) il
27.01.1961, arrestato il 20 agosto 1983. In tutto questo tempo ho usufruito del
“paradiso” penitenziario dello Stato italiano. Ci sono persone che sono in carcere da 40
o anche 50 anni. Quanto certi signori dicono in TV che in Italia non c’è la certezza della
pena, dimostrano che non sanno di cosa parlano. Marco Travaglio con una faccia tosta
scrisse sul Fatto Quotidiano che gli ergastolani scontano 7 anni e mezzo e i condannati a
30 anni di carcere 1 anno e 2 mesi. Purtroppo sono figure simili che fanno opinione
disinformando la gente. L’ergastolo è fine pena mai o 9999 anni. Oggi il 90% degli
ergastolani ha l’ergastolo ostativo = pena di morte, perché esclusi da ogni pena
alternativa, l’ha dichiarato anche il Papa che l’ha chiamata “pena di morte nascosta”.
Egli ha idee molto chiare sul fatto che il carcere possa essere rieducativo per le persone
che hanno commesso un reato. A questa specifica domanda ha risposto: “No. Il carcere ti
può solo fare diventare peggiore perché l’impronta è ottocentesca di conseguenza
repressiva, fino a quando non cambia la mentalità, le chiacchere che i politici vanno
cianciando è una favola come quella di pinocchio”. De Feo cita, a tal proposito, il
discorso di Filippo Turani nel 1904 che si potrebbe fare anche oggi.
“Le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più
atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolito la tortura, e i nostri reclusi

7
sono essi stessi un sistema di tortura, la più raffinata. Noi ci vantiamo di aver cancellato
la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono goccia
a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice;
noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono
fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori”. Filippo Turati,
discorso alla Camera dei Deputati del 18 marzo 1904. Citazione tratta dal libro “Viaggio
nelle carceri” di Davide La Cara e Antonio Castorina, edito da Eir.
“Sono consapevoli – aggiunge De Feo - che le carceri in queste condizioni producono
solo recidiva, per questo abbiamo la recidiva più alta d’Europa, ma siccome la
repressione è diventata un programma politico, fanno a gara a inasprire sempre di più le
sanzioni e limitare le pene alternative. Ti potrei citare tante statistiche che potrai leggere
nei miei scritti. Il più efficace deterrente per la sicurezza è investire nella fiducia, ne
hanno avuto coscienza con il carcere di Bollate (MI), Padova, Laureana di Borrello (RC),
ma non hanno nessuna voglia di cambiare le cose, non vogliono la magistratura e la setta
dei savonarola (giustizialisti), perché è diventato un business”.
Attualmente De Feo si trova da 21 anni in regime di Alta sorveglianza -1. Nel 1992 fu
sottoposto anche al regime del 41 bis nell’isola dell’Asinara. Nel 1996 il Tribunale di
Sorveglianza di Sassari gli revocò il 41 bis e fu trasferito nel carcere di Voghera (PV) in
regime di Alta sorveglianza.
Anche De Feo, dunque, è stato testimone diretto di ciò che l’articolo 41 bis non doveva
diventare, ossia uno strumento ordinario (come invece è divenuto dal 2002) ma restare
misura d’emergenza. Così come la sua applicazione non doveva essere spinta fino a,
secondo il parere di autorevoli autori e giuristi, limitare ciò che è contenuto nella Carta
Costituzionale, che sancisce che le pene inflitte devono tendere sempre alla rieducazione
e al reinserimento sociale. Non deve essere, invece, solo uno strumento di repressione per
estorcere confessioni o creare nuovi pentiti.
L’applicazione di queste norme un po’ borderline, come il già citato 41 bis ed altre
similari, hanno anche l’effetto di far diminuire la sensibilità nei confronti dei diritti, con
le conseguenti derive che poi, periodicamente, emergono nei casi di cronaca. Come
quelle del caso della caserma Diaz a Genova, ma anche altri che hanno riguardato Cucchi
e Aldrovandi, per restare ai più noti.

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Nella conversazione avuta con Rosario gli posi questa domanda: “Per quale motivo lei
ha scontato una pena di 5 anni, 1 mese e 20 giorni all’interno del carcere di Pianosa?”
Rosario:” il motivo è stato che io mi trovavo detenuto da circa 3 mesi a Palermo.
Successe la strage di Capaci e dall’ottava sezione dove ero detenuto mi passarono alla
seconda sezione, che è una sezione del carcere dell’Ucciardone un po’ più vigilata.
Successe la strage di Borsellino e 52 detenuti, la stessa notte, fummo presi all’improvviso
e portati all’aeroporto di Punta-Raisi e trasferiti a Pianosa. Poi iniziò l’inferno già dal
giorno dopo.
Io ero un incensurato, non avevo subito neanche il rinvio a giudizio, ecco perché vi dico
cattiveria allo stato puro. Mi portarono la con lo scopo di farmi pentire, ma pentire di
che cosa?”

9
CAPITOLO UNO
Le isole “infernali”

1.1. Per non dimenticare Pianosa

Nell’estate del 1992 alcuni parlamentari si recarono nel carcere di Pianosa, nella
sezione Agrippa, che era stata improvvisamente riaperta dopo anni di abbandono. Il
giudice Paolo Borsellino era stato appena ammazzato e, nel giro di una notte, circa 70
mafiosi furono “impacchettati” e trasferiti nell’isola.
Arrivarono a destinazione tutti con solo quello che avevano addosso quando furono presi
di notte nelle celle dell’Ucciardone e di altre carceri siciliani, e così li trovarono chi in
pigiama, chi in mutande.
I parlamentari in base a quello che avevano visto e sentito presentarono
un’interrogazione al Ministro della Giustizia.
Nell’interrogazione fu chiesto se risultava che a Pianosa si imponesse ai detenuti
un’attività sportiva -fisica in modo indiscriminato e crudele; così come se vi fossero
abituali forme di violenza quali pugni, calci e manganellate fino all’ abuso nei confronti
di due detenuti handicappati che erano stati visti recarsi senza stampelle senza aiuto
strisciando per terra a colloqui con familiari e difensori.2
Chiesero, ancora, se era vero che non fosse consentito il cambio delle scarpe, quasi tutte
stranamente solo usurate, proprio per l’attività fisica forzata; chiesero che si consentisse
l’uso delle docce una volta ogni 15 giorni per tre o quattro minuti chiudendo
l’erogazione dell’acqua all’improvviso.
Ed anche se fosse riscontrabile la scomparsa di capsule di denti in numero considerevole
e se fosse stato denunciato che ai detenuti venissero dati 34 pezzi di pasta corta una
patata e un litro di acqua per l’intera giornata.3
Il tutto senza carne senza pesce così come previsto dai regolamenti; ed ancora se si
fosse registrato una caduta di peso dei detenuti di 10 kg e che gli stessi fossero costretti

2De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 35.
3 Ibidem p.35
10
al silenzio sia durante le ore d’aria che nelle stesse celle.4
Il comitato europeo per la prevenzione della tortura, ha avuto modo, sin dal 1995, di
interessarsi alla situazione carceraria italiana prevista dal 41 bis. Una fattispecie del
regime detentivo è risultato più duro tra tutti quelli presi in considerazione durante la
visita ispettiva. 5
Ci sono state, in merito, delle sentenze emesse dalla Corte Europea in ordine alla
violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà
fondamentali.
Nel primo episodio, il signor Labita, detenuto nell’isola di Pianosa dal 20 luglio 1992 e
sottoposto al regime del 41 bis, lamentò di aver subito maltrattamenti, che vengono
sistematicamente inflitte ai detenuti, intimidazioni, vessazioni e altre forme di tortura sia
fisica che psicologica, da parte degli agenti di custodia, di essere stato sovente
schiaffeggiato e percorso, alle dita, alle ginocchia, ai testicoli, di avere subito ispezioni
corporali durante la doccia e di essere rimasto ammanettato durante la visita medica.6
A Rosario ho posto un’ulteriore domanda: “Come descriverebbe oggi le torture subite
all’interno del carcere?”
Rosario: “Ne ho subite davvero tante! Non mi riferisco solo alle torture fisiche che potete
solo immaginare, ma soprattutto psicologiche. Che senso ha torturare una persona
andando a toccare la famiglia? Loro sapevano che era l’unica cosa che poteva farci
crollare definitivamente. C’è stato il periodo di Natale che io non ricevevo più lettere da
parte della mia famiglia, nemmeno gli auguri. Era una cosa davvero strana. Le guardie
mi fecero credere che fosse successo qualcosa e io l’unica cosa che potevo fare era
quella di informarmi attraverso la mia avvocatessa, che subito mi tranquillizzò
dicendomi che la mia famiglia stava bene. Erano stati loro a bloccarmi le lettere.
All’interno delle celle noi potevamo tenere delle fotografie. Un giorno una guardia mi
mise un timbro sulla foto, proprio sul viso di mia figlia. Io quello avevo!
Oggi posso dire che fecero tutto ciò per uno scopo, collaborare con la giustizia”.

4 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 35.
5 Ivi p. 40.
6 Ibidem p. 40.
11
1.2. Se questi sono uomini
A leggere le testimonianze dei detenuti che raccontano le loro terribili esperienze nelle
carceri speciali, sovviene alla mente ciò che scrisse Primo Levi nel suo libro “Se questo è
un uomo”, in cui racconta la sua permanenza nel campo di concentramento di Monowitz,
lager satellite del complesso di Auschwitz e sede dell’impianto Buna-Werke.
L’accostamento tra i lager e ciò che accadeva in alcune celle non appaia esagerato.
Lager è una parola che gli stessi detenuti utilizzano, così come è altrettanto comune
l’utilizzo del termine inferno.
Questo è l’inferno oggi ai nostri giorni, l’inferno deve essere così.7
Le celle di alcune carceri speciali, nei racconti dei detenuti, non appaiono molto dissimili
ai block (baracca di riposo), così come il trattamento patito nelle infermerie.
Se questo è un uomo è la narrazione dell’esperienza nel campo di concentramento vissuta
in prima persona dall’autore.
Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi,
sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.
Dare una dimensione umana al racconto e di descrivere la progressiva perdita di
umanità all’interno del lager.8
In entrambi i casi, il messaggio ultimo che Levi, così come i detenuti, vogliono dare è
l’importanza della memoria, per non ripetere più gli errori e gli orrori del passato.
Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengono tolti la sua casa,
le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un
uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché
accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.9
Ancor più simili sono le testimonianze sull’annullamento della dignità, della privazione
di tutto, della impossibilità di non ubbidire. Nei lager cosi, come in alcune celle di
prigioni speciali, si registrava un sistematico annullamento della personalità umana, la
fine di ogni diritto.

7 Levi P., Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1958, p. 23.


8 http://www.convittolovere.it/chi_siamo/liceo/progetti-2013-14/shoah%20saletta.pdf
9 Levi P., Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1958, pp. 29-30.
12
Il lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare;
che anche in questo luogo si può sopravvivere e perciò si deve voler sopravvivere, per
raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare
almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di
ogni diritto, esposti ad ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è
rimasta e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il
nostro consenso.10
Ed ancora: Questa, di cui abbiamo detto e diremo è la vita ambigua del Lager. In questo
modo duro, premuti sul fondo, hanno vissuto molti uomini dei nostri giorni, ma
ciascuno per un tempo relativamente breve; per cui si potrà forse domandare se proprio
metta conto, e se sia bene che di questa eccezionale condizione umana rimanga una
qualche memoria.11
Comuni sono la preclusione di futuro, che le sistematiche privazioni inducevano ai
detenuti e ai deportati.
Ognuno sentiva, giorno per giorno, le forze fuggire, la volontà di vivere sciogliersi, la
mente ottenebrarsi; (…) così concreta la fame e la desolazione, e così irreale tutto il
resto, che non pareva possibile che veramente esistesse un mondo ed un tempo, se non il
nostro mondo sterile e stagnante a cui eravamo ormai incapaci di immaginare una fine.
Per noi, ore, giorni e mesi si riversarono torpidi col futuro nel passato, sempre troppo
lenti, materia vile e superflua di cui cercavamo di disfarci al più presto. Conchiuso il
tempo in cui i giorni si inseguivano vivaci, preziosi e irreparabili e futuro ci stava
davanti grigio e inarticolato, come una barriera invincibile. Poi mai la storia si era
fermata.12
Il linguaggio usato dallo scrittore Levi è spesso crudo, con le citazioni di nomi e di
particolari fatta per rendere tutto reale.
I personaggi di queste pagine non sono uomini. La loro umanità, infatti, è sepolta, o essi
stessi l’hanno sepolta, sotto l’offesa subita o inflitta ad altri.

10 Levi P., Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1958, p. 48.


11 Ivi p. 109.
12 Ivi p. 147.
13
Ma, spesso, non c’è modo per descrivere l’orrore. Allora per la prima volta ci siamo
accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la
demolizione di un uomo.13
Eccomi dunque sul fondo. A dare un colpo di spugna al passato e al futuro si impara
assai presto, se il bisogno preme. Dopo quindici giorni dall’ingresso, già ho la fame
regolarmente, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi che fa sognare di notte e
siede in tutte le membra dei nostri corpi; già ho imparato a non farmi derubare.14
Nell’intervista che feci a Rosario gli chiesi: “Quali erano i suoi pensieri all’interno del
carcere?”
Rosario: “i pensieri erano quelli di lasciarmi morire. Io lo dicevo sempre: “voi vi
sporcherete le mani del mio sangue”, perché sarete voi ad uccidermi. Io non stavo mai
zitto, non sono capace di fare male ad una mosca, però se una mosca si posa, io mi
difendo, sempre. Non riuscivo a supportare tutto e quindi reagivo verbalmente.
Come successe anche a Palermo, in Corte d’Appello, nella sezione c’erano i blindati
aperti e io stavo passeggiando dentro la cella, la guardia viene e mi chiude il blindato.
Quando ti chiudono il blindato è come se ti chiudessero dentro una bottiglia. Allora
subito dopo busso e gli chiedo come mai e la guardia rispose: “sta comunicando con
quello difronte”.
Subito dopo gli dissi che non conoscevo quella persona e non era vera, però anche se
fosse perché non chiude il blindato anche a lui? E lui rispose di stare zitto.
Allora arrivò una squadra di guardie e io risposi:” io sono pronto a tutto, però sappiate
che domattina ho udienza e comunicherò tutto!”
Dopo mezz’ora mi riaprirono il blindato”.

1.3. L’evoluzione del sistema carcerario italiano


Per capire come si è potuto arrivare a ciò che molti detenuti hanno raccontato, è bene fare
il punto sull’evoluzione del sistema carcerario italiano.
Uno spartiacque, in tal senso, sono stati certamente gli anni Settanta. Prima, infatti, a
disciplinare il tutto era il “Regolamento per gli istituti di Prevenzione e Pena”15, meglio
13 Levi P., Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1958, p. 29.
14 Ivi p. 42.
15 Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie, 2012, p. 9.
14
conosciuto come codice Rocco, dal suo autore, Alfredo Rocco, che lo elaborò nel 1931.
Un codice che ha un’impronta prettamente fascista, nonostante i cambiamenti che nel
frattempo si erano verificati nella società. Anche da ciò si evidenzia come l’istituzione
carceraria rimane spesso chiusa in sé stessa, quasi impermeabile alle sollecitazioni
provenienti dall’esterno.
Sollecitazione che, a dire il vero, specie nell’immediato dopoguerra non sono state anche
troppo forti. L’impermeabilità, d’altro canto, era una caratteristica principale del
carcere fascista.16
C’erano restrizioni nei colloqui, solo con paranti stretti e al di qua della rete metallica,
era negata la lettura di giornali politici e quei quotidiani che erano consentiti venivano
sottoposti a censura con un taglio di forbice che eliminava gli articoli non graditi al
censore di turno.17
In sostanza una netta separazione tra interno ed esterno. Tra i tratti salienti anche il lavoro
coatto, l’obbligo di partecipare alle finzioni religiose (cattoliche), il divieto a costruire
relazioni con altri detenuti, obbedienza.
Neanche l’approvazione della Costituzione, nel 1948, intaccò l’istituzione carceraria.
Solo nel 1951 una circolare introdurrà timidi cambiamenti!
Abolì l’obbligo del taglio di capelli e le uniformi, e che i detenuti fossero chiamati per
nome e cognome e non solo per numero di matricola. Restarono altri divieti.
Troviamo nel carcere del dopoguerra i dispositivi propri dell’ospedale psichiatrico
giudiziario oltre all’uso degli strumenti tipici del manicomio, come la camicia di forza,
il letto di contenzione e le celle imbottite.18
Poi, ad un certo punto, a metà degli anni ‘70 i fermenti sociali portarono in tutte le
istituzioni l’urgenza di cambiamento delle nuove generazioni.
Ci furono operai e studenti che protestavano e la classe politica reagisce con una forte
repressione. Nacque la così detta strategia della tensione, partita con la strage di Pazza
Fontana nel 1969 a Milano, con la radicalizzazione dello scontro sociale19.
Così, in carcere finiscono persone e figure sociali diverse dal passato. Non a caso dal

16 Ivi p. 10.
17 Ibidem p. 10.
18 Ibidem p. 10.
19 Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie, 2012, ivi p. 13.
15
1969 al 1974 si registrarono rivolte e lotte perché si scoprì che anche i detenuti era
detentori di diritti.
La risposta dello Stato fu rigida e improntata al non voler cambiare l’istituzione. Uno
snodo importante fu la così detta strage di Alessandra del 10 maggio 1974. Tre detenuti
tentano di evadere e l’intervento delle forze armate portò alla morte di 7 persone: due
detenuti, un medico, un insegnante, un assistente sociale e due guardie carcerarie.
All’epoca nacquero i Nap, Nuclei Armati Proletari, per portare una solidarietà materiale
alla popolazione carceraria. I Nap contarono nel ‘75 e il ‘76, 65 militanti arrestati e 7
uccisi.20
Nelle carceri l’idea della sopravvivenza si trasformò in un sogno di liberazione e, così,
nulla sarà come prima.
Nel 1975 ci fu la riforma con la legge n. 354 che prevedeva un’articolata modulazione
dei diritti e dei doveri, e “modernizza” il carcere.21

1.4. Gli articoli che restringono i diritti


Un articolo della riforma, in particolare, è da segnalare, il numero 90, che è una
disposizione finale e transitoria. Esigenze di sicurezza. Quando ricorrono gravi ed
eccezionali motivi d’ordine e sicurezza il ministro per la Grazia e la Giustizia ha facoltà
di sospendere, in tutto o in parte l’applicazione in uno o più stabilimenti penitenziari per
un periodo determinato, strettamente necessario, delle regole di trattamento e degli
istituti previsti dalla presente legge che possono porsi in concreto contrasto con le
esigenze di ordine e sicurezza. Una sorta passe-partout, con l’istituzione che adegua i
suoi strumenti alle nuove necessità.
Si crea, in sostanza “un vuoto d’aria e di diritti “che muta la natura dell’ istituzione
stessa.22

L’articolo 90 della legge del ‘75 si trasformò nel 1986 nell’articolo 41 bis. Anche in
questo caso c’è la facoltà di sospendere le proprie regole ordinarie, che differenzia il

20 Ivi p. 14.
21 Ivi p. 15.
22 Ivi pp. 15-16.
16
trattamento23.
Con l’emergenza terrorismo ci fu nel maggio 1977 un decreto interministeriale, (il n. 450
del 12 maggio) che istituisce le carceri speciali.
Tre ministri (Difesa, Interno e Grazia e Giustizia) affidarono ad un capitano dei
carabinieri il compito di coordinare i servizi di sicurezza degli istituti penitenziari.24
Le carceri di allora non brillavano per efficienza ma erano vecchie e fatiscenti; in attesa
di quelle nuove, se ne attrezzarono alcune allo scopo. A scegliere le carceri speciali fu il
generale Carlo Alberto Della Chiesa, in base ad informazioni raccolte dalle direzioni.25
Così, in queste carceri vennero trasferiti un migliaio di persone prelevate dalle celle delle
diverse carceri per così dire “normali”.
Le carceri sono quelle dell’Asinara, Fossombrone, Cuneo, Novara, Nuoro, Trani, la
diramazione Agrippa di Pianosa.
L’idea principale è quella dell’isolamento dall’esterno e dall’interno. Luoghi e strutture
assai difficili da raggiungere, con una riduzione “naturale” dei colloqui. Colloqui per
non più di un’ora per quattro volte al mese, in sale appositamente attrezzate con parete
in retro e citofoni per comunicare. Non a caso le stanze erano chiamate “acquari” dai
detenuti. Tutte le comunicazioni con l’esterno, (ricezione di pacchi e libri, telefonate,
colloqui con avvocati, vengono “sospese”.26
Isolamento è anche la parola d’ordine all’interno delle sezioni penali. Solo un’ora d’aria
al giorno con l’azzeramento dei momenti di socialità tra detenuti.
Ad esempio, i detenuti dell’Asinara si trovano in celle prive di tutto. A ciò vanno
aggiunte le violenze,27 compreso l’affamamento.
Sin dall’inizio nelle sezioni speciali sono state rinchiuse figure diverse, da militanti di
organizzazione armate, a detenuti per reati comuni, rapinatori.
Qui, in sostanza, finisce chi dà fastidio.28
Particolare è il caso del carcere di Novara nell’autunno 1977, dove sono state portate un

23 Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie, 2012, p. 16.
24 Ivi p. 17.
25 Ivi p. 18.
26 Ibidem p. 18.
27 Ivi p. 19.
28 Ibidem p. 19.
17
centinaio di persone29 condannate per reati minori.
Su di loro venne sperimentata una tecnica di annientamento da fare invidia alle carceri
dei regimi totalitari. Perquisizioni corporali, completamente nudi, ispezioni anali, insulti,
percosse, distruzione degli oggetti personali all’arrivo. Il tutto accompagnato da regole
ferree, con le guardie che entrano in cella decine di volte, e pestaggi, in un clima di
terrore dettato non solo dal dolore fisico ma dall’incertezza di cosa e quando ti
toccherà.30
Rituali ossessivi e botte. Per andare ai passeggi bisognava correre con le mani dietro la
schiena passando in mezzo a una squadra di guardie che può picchiare o insultare,
eppure l’art. 27 della Costituzione è chiaro: “Le pene non possono consistere in
trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del
condannato”.31
Sul finire del 1979 vengono inaugurate le nuove carceri moderne, 32 in zone spesso
isolate, per facilitare il controllo. Carceri in periferia.
Nell’autunno del 1979 i detenuti dell’Asinara diedero vita ad un’epica rivolta,
distruggendo la struttura. L’istituzione allestisce nuove carceri, separando i prigionieri
politici dagli altri reclusi. Circa 200 dei detenuti delle bande armate (dal ‘69 all’89 ne
furono censite 24), furono trasferiti a Palmi in Calabria con una sezione femminile.33
I detenuti nelle sezioni speciali non subirono passivamente tutto questo. Organizzarono,
ad esempio il Comitato di lotta, che oltre al confronto si occupava anche di organizzare
evasioni e dal 1978 al 1980 la loro attività si salda con quella delle formazioni armate
all’esterno.
Il culmine fu con la “campagna D’Urso, quando il direttore dell’ufficio III della
Direzione generale degli Istituti di Prevenzione e Pena Giovanni D’Urso venne
sequestrato dalle Brigate rosse il 12 dicembre 1980 a Roma. Il Comitato di lotta di Terni
successivamente sequestrò diciotto agenti. La rivolta terminò con l’intervento del
Gruppo di Intervento Speciale (GIS) dei Carabinieri istituito nel 1978. D’Urso fu

29 Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie, 2012, p. 19.
30 Ivi p. 20.
31 Ibidem p. 20.
32 Ivi p. 21.
33 Ivi p. 21-22.
18
rilasciato nell’81.34
Successivamente, saranno i familiari dei detenuti a fondare associazioni e comitati e
fare assemblee sul tema repressione. Si pone l’incostituzionalità dell’articolo 90.35 Altro
luogo di confronto nel 1981 fu San Vittore dove i detenuti invitarono i giudici ad entrare
in carcere. Invito non accolto se non con le botte date ad un centinaio di detenuti.36
Il 22 settembre 1981, i detenuti vengono separati e dispersi in altre carceri. Tra il 1981
ed il 1983 i decreti relativi all’articolo 90 riguardavano 1.140 detenuti (di cui 699
politici, 221 per reati comuni e 229 per reati connessi alla criminalità organizzata
disseminati in una ventina di istituti penitenziari37.
Vennero istituiti i “braccetti della morte” da parte dei tecnici del Ministero. Qui le
misure di sorveglianza e privazioni dei reclusi (una ventina) non hanno alcun nesso con
la sicurezza ma si prefiggono l’annichilimento della persona.38
Si aprono nuove strutture “speciali” come Voghera sui primi 5 anni femminile per
detenute politiche.39 Qui l’isolamento tocca livelli assurdi ed i detenuti non hanno nulla.
Cento sono le donne ospitate.
Il 1982 è l’anno decisivo per la chiusura dei conti con l’emergenza terrorismo.
Quell’anno finirono in carcere almeno 965 persone per banda armata.40
L’effetto dei trattamenti subiti porta nello stesso anno alla collaborazione di almeno 300
detenuti.41
I1 Parlamento approva la legge 304 del 29 maggio 1982 la cosiddetta legge sui pentiti
che arriva a prevedere perfino l’impunibilità.

1.5. La legge sui pentiti tra luci e ombre


La legge n° 304 del 29 maggio 1982 è meglio nota come “legge sui pentiti”. I
presupposti sono i numeri prodotti dal terrorismo in Italia: 4.087 attivisti di sinistra

34 Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie, 2012, pp.22-23.
35 Ivi p. 23.
36 Ibidem p. 23.
37 Ivi p. 25.
38 Ibidem p. 25.
39 Ivi p. 26.
40 Ivi p. 27.
41 Ivi p. 28.
19
appartenenti ad “associazioni sovversive” o a “bande armate” condannati per “fatti
legati a tentativi di sovversione dell’ordine costituzionale.42
Altri numeri significativi: 224 (di cui 130 in regime di semilibertà) sono in carcere
ancora oggi e 190 tuttora latitanti, prevalentemente in Francia. Il fatto è unico in
Europa, sia per l’ampiezza che per l’intensità della ribellione armata.43
Ciò che hanno prodotto i così detti “anni di piombo”, avranno lasciato quasi 2000 feriti e
380 morti, 128 dei quali vittime dell’estrema sinistra. Per mettervi fine, il governo
italiano ha adottato una legislazione eccezionale e impegnato nella lotta uno dei suoi
ufficiali più prestigiosi, il generale Dalla Chiesa.44
Una normativa, quella citata che, se certamente è stata da una parte efficace per i colpi
inflitti ai gruppi armati, dall’altra non ha prodotto, come si era sperato, lo stop al rinnovo
della formazione degli stessi gruppi terroristici. In compenso, però, ha riempito le celle
creando nel contempo un ingorgo dei procedimenti giudiziari.
Il problema è prettamente politico e come tale non può essere risolto solo con l’aspetto
coercitivo. Per tale ragione sono state create due nuove figure giuridiche che devono
significare l’inizio di una “riconciliazione”: il pentito che, in cambio di informazioni
sulla sua organizzazione, vede la sua pena fortemente ridotta o, in certi casi,
“dimenticata” e il dissociato che, in cambio di uno sconto di pena, si impegna a
riconoscere l’insieme dei delitti che gli sono contestati ed a rinunciare all’uso della
violenza come strumento di lotta politica. Smantellamento delle organizzazioni e
reinserimento, questi sono ormai gli obbiettivi.45
Con la legge n° 304 del 29 maggio 1982, lo Stato crea la figura giuridica del “pentito”,
che si basa sullo scambio tra sconto di pena e informazioni. E l’obiettivo è stato raggiunto
visto che la sconfitta dei gruppi armati è stata più politica che militare.
A tracciare la strada erano stati due articoli del codice penale, vale a dire, il 56 ed il 62,
“che prevedono riduzioni di pena per gli autori di un delitto che ne impediscono
volontariamente il compimento” (articolo 56 con riduzione di un terzo alla metà della

42 Sommier I., Pentimento e dissociazione: fine degli "anni di piombo” in Italia?, Collettivo Bellaciao,
venerdì 23 aprile 2004.
43 Ibidem.
44 Ibidem.
45 Ibidem.
20
pena), riparano interamente il danno o agiscono “spontaneamente ed efficacemente per
eliminare o attenuare le conseguenze dannose o rischiose del crimine 46 (articolo 62,
comma 6).
L’introduzione di queste nuove figure giuridiche ha sollevano delle questioni etiche. Il
pentimento e la dissociazione hanno soddisfatto solo le parti in causa, cioè, chi beneficia
degli sconti di pena e la politica; a lungo raggio, però, l’obiettivo di voltare la pagina
degli “anni di piombo” si può dire fallito.
“La pena dell’ergastolo è sostituita da quella della reclusione da 15 a 21 anni e le altre
pene ridotte di un terzo”.47
Intanto compaiono altre due leggi: la Gozzini (n. 663 del 10/10/86) e la legge n. 34 sulle
misure a favore di chi si dissocia dalla lotta armata, del 1987. Entrambe incidono sull’
istituzione carcere48, ma crea anche la figura degli “irriducibili”. 49
La legge 34 insieme alla 384 del 1982, sancisce che la pena non è più commisurata al
reato, ma diventa una merce scambiabile sul mercato nella giustizia. 50
La legge Gozzini introducendo articoli basati sul binomio premio punizione che
valorizzava l’individuazione del trattamento. La parola chiave è premialità. 51
La legge 663 del 1986 introduce la possibilità di avviare percorsi di reinserimento
sociale.52 Divenne difficile accedere agli strumenti per la socializzazione del detenuto
per un suo trattamento in chiave rieducativa.53
A ciò pensarono tra il ‘90 e il 91 una serie di decreti e circolari. Alla fine si arrivò al
fantomatico 41 bis, con l’articolo 10 della legge 663 del 1986.
“In casi eccezionali di rivolta o di altri gravi situazioni di emergenza, il ministro di
Grazia e Giustizia ha facoltà di sospendere nell’istituto interessato o in parte di esso
l’applicazione alle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati. La
sospensione deve essere motivata dalla necessità di ripristinare l’ordine e la sicurezza ed
46 Sommier I., Pentimento e dissociazione: fine degli "anni di piombo” in Italia?, Collettivo Bellaciao,
venerdì 23 aprile 2004.
47 Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie, 2012, p. 28.
48 Ivi p.31.
49 Ivi p. 32.
50 Ibidem p. 32.
51 Ivi p.33.
52 Ibidem p. 33.
53 Ivi p. 34.
21
ha una durata strettamente necessaria al fine suddetto”. Viene abolito l’articolo 90 del
‘75.54
1.6. Lo Stato d’eccezione diventa regola
Il problema è che, come avvenne per l’articolo 90, anche ciò che prevede il 41 bis non
servirà per fronteggiare emergenze e sicurezza interna. La stessa Corte Costituzionale ha
decretato come legittimo l’art. 41 bis.55
In merito alle punizioni individuali e delle “regime di sorveglianza particolare.56
Ciò si traduce nella esclusione della possibilità di accedere ai benefici previsti dalla
legge e limitazione dei colloqui e della corrispondenza, limitazione alla socialità interna
e degli oggetti di cui si può disporre.57
Intanto la popolazione carceraria cresce e cambia con l’arrivo degli immigrati e tra il
1990 ed il 1991 ed il numero aumenta da 25.000 a 45.000. 58
Viene introdotto il concetto della pericolosità sociale, che trae origine dal codice
Rocco, ed è pericolosamente vago.59
Con la legge n°306 del 1992 si modifica l’art. 4 bis ed al 41 bis viene aggiunto un
comma.60 Questa legge si occupa dei collaboratori di giustizia regolandone la protezione
ed i benefici.
Una nuova restrizione arriverà il 23 dicembre del 2002 con la legge 279 che modifica gli
articoli 4 bis ed il 41 bis della legge 354 del 26 luglio 1975. L’approvazione per “la lotta
al terrorismo interno ed internazionale. 61
La premialità si sgancia dal comportamento carcerario e si misura sulla base della
collaborazione con gli organi giudiziari e di polizia.
Sparisce anche, con l’articolo 2 il limite temporale riguardo alla “sospensione delle
regole di trattamento e degli istituti previsti dalla legge”, visto che le restrizioni devono

54 Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie, 2012, pp. 34-35.
55 Ivi p. 35.
56 Ivi pp. 35-36.
57 Ivi p. 36.
58 Ivi p. 38.
59 Ibidem p. 38.
60 Ivi p. 39.
61 Ivi p. 40.
22
impedire i collegamenti con l’associazione. 62
La lista dei divieti è assai lunga e lo Stato di eccezione diviene regola ordinaria.63
Vennero aperte le sezioni di Alta sicurezza per separare i detenuti della criminalità
mafiosa e del terrorismo dagli altri.
Poi venne il circuito di elevato indice di vigilanza (EIV) nelle quali finiscono utenti di
particolare pericolosità desumibile”. Questo circuito subì la condanna dalla Corte
europea per i diritti umani per l’Italia.64
Nelle sezioni del 41 bis opera un corpo speciale della polizia penitenziaria, il Gom
(Gruppo operativo mobile), che può stabilire norme particolari per quel tipo di
sezione.65
Il 41 bis lede anche il diritto alla difesa: unica via di fuga era la collaborazione. Con la
difficoltà di leggere le carte processuali e di contatti con l’avvocato. Nel 2002 i detenuti
al regime del 41 bis hanno iniziato una protesta, ma vennero delegittimati, dicendo che
la protesta era dei capi mafiosi, anche se erano 600.66
Un quadro ancor più fosco si ha nelle aree riservate, da cui trapela assai poco. Nelle
carceri ci sono 66.600 detenuti in 206 strutture, cioè, una media di 105 persone ogni
100 mila cittadini.67

62 Ivi p. 41.
63 Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie, 2012, p. 42.
64 Ivi p. 44.
65 Ivi p. 46.
66 Ivi pp. 47-48.
67 Ivi p. 53.
23
CAPITOLO DUE
Carceri speciali in nome della sicurezza

2.1 L’emergenza alibi per i diritti negati


A spiegare cosa sono state davvero lo carceri speciali delle isole di Pianosa ed Asinara,
durante gli anni ‘90, è una persona che le ha vissute dall’interno, Marcello Dell’Anna,
ergastolano ostativo nel penitenziario di Badu e Carros (Nuoro, Sardegna).
In quegli anni le nostre istituzioni, mascherate di Giustizia e di Diritto, hanno, in realtà,
preferito indossare il passamontagna della vendetta e lo stesso vestito che ogni criminale
ama indossare, crogiolandosi al suo interno.68
La genesi parte dalla riforma del 1975, quando il Paese era di fronte ad un’emergenza, il
terrorismo, che si manifestava con episodi criminali che puntavano anche alla
destabilizzazione delle stesse istituzioni.
Il tutto durò per circa 10 anni e fu una guerra senza esclusione di colpi che produsse un
forte allarme sociale.
Dopo alcuni episodi di evasione da istituti penitenziari, ma anche di rivolte nelle carceri e
di atti terroristici, il legislatore introdusse le misure della così detta sicurezza esterna ed
interna alle carceri. 
Nacquero così, in determinati istituti penitenziari, i cosiddetti “reparti speciali”, di
“massima sicurezza”, chiamati pure  braccetti speciali o specialetti, al fine di ospitare
quei detenuti ritenuti responsabili di determinati fatti delittuosi e, nel contempo, di
isolarli ermeticamente, operando sugli stessi una graduale frantumazione della loro
identità.69
Il passo successivo, ad opera dell’amministrazione penitenziaria, è stato il semplice
trasferimento ed al raggruppamento di detenuti che richiedevano una più rigorosa
custodia in particolari istituti di punizione, senza incorrere in alcun tipo di controllo
giudiziario.70

68 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 36.
69 Ivi pp. 36-37.
70 Ivi p. 37.
24
Tra queste carceri, accuratamente scelte negli anni ‘70 e ‘80, appunto, le isole
dell’Asinara, Pianosa e Favignana, ma anche le carceri di Badu e Carros, Novara,
Alessandria, Termini Imerese, in cui si venne a creare un sistema di controllo sulla
sicurezza interna  ed esterna  del tutto svincolato dalla legge penitenziaria e spesso in
contrasto con la stessa.71
Si applicò il regime per “Esigenze di sicurezza” (una norma di cui all’art. 90
dell’ordinamento penitenziario, abrogata dopo il varo della legge Gozzini), con un
irrigidimento delle condizioni di detenzione, con un totale isolamento comunicativo tra
reclusi e dalla limitazione delle ore d’aria.
Limitazioni anche della ricezione dei pacchi e della possibilità di acquistare generi
alimentari, oltre che dalla limitazione delle ore di colloquio e delle telefonate con i
familiari.
Ad esempio, i colloqui erano effettuati in locali dotati di vetri divisori, senza possibilità
di contatti e provvisti di citofoni, i familiari venivano sottoposti ad umilianti perquisizioni
che incidevano sulla sfera più intima della personalità.72
C’era l’applicazione indiscriminata del controllo della corrispondenza, il divieto di
accedere a mezzi di mass-media.
Rappresentò in quegli anni una valida arma di governo nel sistema carcerario, legata
anche al potere discrezionale che caratterizza l’amministrazione penitenziaria; il
risultato fu la creazione di un circuito ideato solo con l’intento di spersonalizzare il reo,
attraverso una forte pressione psicologica, al fine di indurlo a rompere con il passato e a
collaborare con la giustizia.73
Come risposta all’attacco al cuore dello Stato, nacque il regime del carcere duro, ossia
l’art. 41 bis, che rappresentò la reazione più dura e radicale da parte delle istituzioni.
Sull’onda delle stragi dei giudici Falcone e Borsellino il Governo di allora, in piena
emergenza, varò il decreto legge n.306/1992, che introduceva il secondo comma all’art.
41 bis.74
71 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 37.
72 Ibidem p. 37.
73 Ibidem p. 37.
74 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 38.

25
Nel contempo, nel giro di qualche giorno, furono immediatamente riaperte le sezioni di
massima sicurezza degli istituti di pena delle isole di Pianosa e Asinara, che fino a quel
momento avevano avuto funzioni di colonie agricole, adatte più ad una popolazione
detenuta di livello attenuato di sorveglianza.75
Era l’estate del 1992, ricordo che il giudice Paolo Borsellino era stato appena
ammazzato e, nel giro di una notte, circa 70 di noi furono, come si dice in
galera, impacchettati e trasferiti nell’isola di Pianosa. Altri finirono all’Asinara.
Eravamo i primi 300 detenuti ai quali fu applicato il regime del carcere duro. Tutti
arrivammo a destinazione con quello che avevano addosso, quando fummo presi di notte
nelle nostre celle delle varie carceri italiane… chi in pigiama, chi in mutande…
Gli agenti erano tutti in assetto antisommossa, caschi e manganelli, tute mimetiche ed
anfibi… che ancora ricordo, come se fosse un tatuaggio, l’impronta che mi lasciò dietro
la spalla un numero 43. 76
In quegli anni, a Pianosa, si imponeva, sempre dal racconto di D’Anna, un’attività
sportiva o fisica in modo indiscriminato e crudele: le forme di violenza fisica, quali
pugni, calci, manganellamenti, erano abituali, normali procedure; non ci era consentito
il cambio delle scarpe, quasi tutte- risulterà strano a chi non conosce  l’attività fisica cui
eravamo costretti per ore - con le suole usurate; ci era consentito l’uso delle docce una
volta ogni quindici giorni, per tre o quattro minuti e chiudevano l’erogazione dell’acqua
in termini improvvisi, lampo. 
A qualcuno fecero saltare le capsule dei denti, che non furono mai ritrovate. I pasti
consistevano in un’altra occasione di violenza. 77
E prosegue: contavamo i pezzi di pasta corta messi nel piatto e non superavano mai la
trentina; ci veniva data una patata, un litro d’acqua per l’intera giornata, e ci lasciavano
senza carne e senza pesce, cosa invece prevista dai regolamenti. La nostra forma fisica
era parecchio compromessa, tanto che parecchi di noi accusarono un progressivo calo di
peso.78

75 Ibidem p. 38.
76 Ibidem p. 38.
77 Ivi pp. 38-39.
78 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 39.

26
A ciò si aggiunga anche l’imposizione del silenzio, sia durante le ore d’aria che nelle
celle, e se si sgarrava, partivano i pestaggi a sangue da otto, nove agenti, a volte
incappucciati.79

2.2 Il caso di Rosario Indelicato


Nel 1993 un rapporto di Amnesty International raccolse le testimonianze denunciando le
brutalità subite dai reclusi della sezione Agrippa del carcere di Pianosa. Le carceri di
massima sicurezza dell’Asinara e di Pianosa sono state chiuse nel 1998.
Dal punto di vista della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, in Italia, subito dopo il
1992, la violazione dell’art 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è stata
invocata, dinanzi alla Corte EDU, in due occasioni e da due persone che erano detenute
a Pianosa, al carcere duro.
Nel primo episodio, il Signor Labita, detenuto nell’isola di Pianosa a partire dal 20
luglio 1992 e sottoposto al regime del 41 bis, lamentò alla Corte EDU di avere subito
maltrattamenti.
La Corte prese cognizione del rapporto del presidente del Tribunale di Sorveglianza,
prodotto dal Governo “e, pur non sottovalutando la questione, si limitò a prendere atto
che, in effetti, all’epoca dei fatti, nel carcere di Pianosa persisteva una situazione
allarmante seppur di carattere generale (Sentenza Labita c. Italia, 6 ottobre 2000, n
26772/94).
Nel secondo caso preso in esame dalla Corte di Strasburgo, il Signor Indelicato,
detenuto presso il carcere di Pianosa, denunciò di avere subito percosse e insulti da
parte degli agenti di custodia.80
Esemplare per rendersi conto della situazione, è il caso di Rosario Indelicato, di cui si
occupò anche la Corte europea. La sua storia l’ha raccontata nel libro L’inferno di
Pianosa.
Rosario Indelicato, è entrato nel carcere di Pianosa nell’estate del 1992 e vi restò fino al
1997. Quella era un’epoca fortemente influenzata da cruente stragi mafiose e dove venne

79 Ibidem p. 39.
80 http://www.ristretti.it/commenti/2015/luglio/pdf/racconto_dellanna.pdf
27
concepito e attuato il regime di carcere duro, il cosiddetto 41 bis81, ovvero, una forma di
detenzione particolarmente rigorosa.
Questo libro ci fa toccare con mano quella che è stata la condizione dei detenuti in quegli
anni, alle prese con un regime carcerario, che poco aveva in comune con l’intento di
rieducazione della pena. Ma più che altro, le misure del carcere duro erano utilizzate
come strumento per estorcere confessioni e creare collaboratori di giustizia. Il
pentimento, infatti, veniva visto come una “via di fuga”.
Rosario arriva in cella proprio nei momenti che seguirono la morte dei magistrati
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. In un clima di forte tensione, i detenuti, tra cui lo
stesso Indelicato, vengono sottoposti a quella che può considerarsi una vera e propria
tortura a tutti gli effetti.
Lui viene arrestato perché accusato di aver commesso dei crimini insieme ad una persona
a lui sconosciuta; tutto questo, però, gli venne detto solo una volta entrato nella sua cella.
Indelicato, almeno all’inizio, era molto fiducioso nella legge, consapevole del fatto di non
essere la persona che stavano cercando. Non riuscì, però, a comprendere che cosa gli è
accaduto da lì in poi.
I giorni erano molto lunghi, non sapeva con chi condividere i propri pensieri e la propria
rabbia e non gli venne data nemmeno la possibilità di poter avere una corrispondenza con
i suoi familiari. Passava le sue ore a leggere e rileggere il plico dove c’era scritto il
mandato di cattura.
Quando avvenne l’incontro con il giudice Renato Grillo, colui che firmò il mandato di
cattura, Indelicato non riuscì a rispondere a nessuna domanda che gli venne rivolta.
Questo per il semplice fatto che non aveva neanche mai sentito il nome del suo
accusatore.
Rosario disse, fin da subito, che era conosciuto all’interno del proprio paese per i titoli
ricevuti con la propria passione, il pugilato. Il suo accusatore non riconobbe nemmeno un
titolo di quelli che aveva nominato Rosario.
Il regime carcerario a cui venne ristretto, di per sé duro, viene ulteriormente aggravato da
comportamenti crudeli da parte delle guardie del carcere di Pianosa.

81 http://www.treccani.it/enciclopedia/carcere-duro-art-41-bis_%28Diritto-on-line%29/
28
Dopo le due stragi dei magistrati simbolo della lotta alla mafia, si passò da un’alta
sorveglianza ad una massima sorveglianza. 82
Si catapultava infatti, sui detenuti, la responsabilità morale della morte dei due giudici.
Così, iniziarono i trasferimenti.
Appena salito sull’elicottero, si avvicina ad Indelicato un capitano dell’Arma dei
Carabinieri, puntando la pistola a tutti i detenuti, facendo la conta. Episodio, questo, che
gli feci intendere ciò che sarebbe successo.
L’elicottero si alzò e i detenuti non vennero protetti dai rumori assordanti; non avevano
nessun equipaggiamento di protezione, né alcuna protezione dal freddo, perché partiti in
fretta, senza nessun preavviso.
Purtroppo Rosario, durante le notti che seguirono dormiva poco perché le guardie
facevano in modo da lasciare le luci accese e quel piccolo spiraglio di finestra aperto,
affinché il loro sonno fosse tormentato dalle zanzare.
A questo trattamento venivano frequentemente sommati i fastidiosi rumori che
causavano, in maniera volontaria, i secondini per infastidire i detenuti, peggiorando la
loro stabilità mentale.
C’è il tentativo di distruggere la personalità della persona, impedendogli qualsiasi tipo di
controllo sul suo ambiente, facendolo sentire impotente.
Questi trattamenti prevedono che le vittime possano anche essere messe in stretto
isolamento per settimane, mesi o anni, private della possibilità di dormire, lasciate senza
vestiti in temperature estreme e così via.
Questo implica una tortura psicologica nel detenuto, facendo sì che quest’ultimo possa
arrivare, perfino, ad azioni autolesioniste. Ciò spiega il perché ogni giorno nelle 212
carceri italiane tre detenuti tentano il suicidio.
In un anno si verificano invece 1500 tra omicidi, ferimenti, incendi. Mentre quasi 6 mila
carcerati l’anno mettono in atto lo sciopero della fame.
Si riportano alcuni episodi tra i più significativi.
Il 13 aprile 2000, un uomo di 50 anni, Angelo Audino, è morto in una cella del Centro
diagnostico terapeutico del carcere delle Vallette di Torino. Era stato arrestato ad aprile

82 Indelicato R. E., L’inferno di Pianosa. L’esperienza del 41 bis nel 1992 (a cura di Brancato C.), Roma,
Sensibili alle Foglie, 2015, p. 21.

29
del ‘99, ma dopo alcuni mesi era stato ricoverato in ospedale e, a novembre, trasferito
agli arresti domiciliari per le sue gravissime condizioni di salute.
Trascorse 23 ore a casa, era stato riportato in carcere per scontare una vecchia pena. Lì,
le sue condizioni si erano aggravate e, la sera prima del decesso, gli era stato notificato
l’ennesimo rigetto dell’istanza di differimento pena con la motivazione che le patologie
di cui era sofferente sarebbero state controllabili in ambito carcerario. Quando il medico
è intervenuto, il detenuto era già morto.
Il 1° maggio 2000, una donna di 28 anni, Giovanna Franzò, è morta nell’ospedale di
Ragusa per un ascesso ai denti non curato. All’ospedale era giunta tre giorni prima,
proveniente dal carcere della città, dove la donna, condannata a 7 mesi per furto, stava
espiando la sua pena.
Dopo settimane di sofferenze, i medici del carcere hanno capito che la donna stava
morendo e si sono decisi di ricoverarla in ospedale. Ma dopo due interventi chirurgici la
giovane vita di Giovanna Franzò si è spenta per sempre.
Il 20 maggio del 2000, un uomo di 31 anni, Vincenzo Spina, si è impiccato nella sua cella
del reparto “G7” dove si trovano i detenuti in regime di art, 41 bis del Nuovo Complesso
del Carcere di Rebibbia.
Stava scontando una pena all’ergastolo per omicidio, il suo “fine pena: mai”, si è risolto
nell’arco di dieci anni.83
Questi sono solo alcuni esempi che fanno capire cosa possono provocare tutte le torture
che vengono inflitte ai detenuti.
Le giornate iniziavano con le urla dei detenuti del primo blocco per le forti botte che
ricevevano, e continuavano fino alla fine dei blocchi, in un crescente stato di paura e
ansia. Rosario non ha mai negato un saluto, ma quel saluto non gli venne mai ricambiato.
Iniziarono ad insultarlo attraverso la comunicazione verbale, offendendo la famiglia.
Anche in questo caso Rosario non cede. Continuarono, poi, a torturarlo con l’uso della
violenza, causandogli forti ematomi su tutto il corpo.
L’unico pensiero di Indelicato era solo quello di correre, correre tanto, perché se no
rischiava di non riuscire a liberarsi da quei 25 aguzzini che lo circondavano tutte le
mattine per poter arrivare nella zona dove poteva trascorrere due ore di aria. Lo stesso

83 http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/associazioni/caino/malattie.htm.
30
procedimento l si faceva anche al rientro: “corri Rosario, corri”. È sempre stato il
pensiero di Indelicato, scappare via per evitare manganellate in più.
Quelle due ore di aria che gli spettavano, al posto di essere qualcosa che poteva far
sollevare il molare a Rosario, era, invece, il contrario, cioè, un incubo.
In quelle due ore i detenuti non potevano nemmeno parlare fra di loro, perché rischiavano
di finire di nuovo sotto le mani ed i manganelli degli aguzzini.
Passano i giorni e Rosario indossa gli stessi capi che aveva il giorno dell’arresto. Gli
stavano larghi per il peso che aveva perso a causa della scarsa igiene alimentare e non gli
fu data neanche la possibilità di lavare quei capi, tranne che con l’acqua sporca che
scendeva dai rubinetti delle celle.
Un giorno nella cella si presenta un ispettore, per notificare il decreto con cui gli venne
applicato il regime carcerario previsto dall’ art. 41 bis.
Indelicato firma senza dire una sola parola. Sa che se rifiuta di firmare quel plico
peggiorava la situazione. E lo firma.
Leggendolo, subito dopo, si rese conto della gravità della pena che gli era stata applicata
e comprende che attraverso quella pena gli era stata negata la socializzazione, dei
colloqui che poteva fare con la famiglia, non poteva partecipare ad attività culturali,
ricreative e sportive, la posta viene censurata,84 e tante altre attività che potevano essere
utili per poter passare del tempo all’interno di quell’inferno.
Con altre parole, Rosario era controllato ventiquattro ore su ventiquattro.
All’interno del carcere di Pianosa, tutti i detenuti subivano torture; quest’ultime si
appesantiva nei confronti di chi, ancora, non aveva parlato. Indelicato fu uno di questi.
Le celle, solitamente, venivano pulite solo con l’acqua che c’era adisposizione, ma a lui
nemmeno questo diritto gli venne dato.
I secondini entravano con bottiglie piene di un liquido con un odore forte e lo buttavano
per tutta la cella. Lo scopo era sempre lo stesso, torturare i detenuti finché non parlavano.
Forza, porci, pulite la stanza che si sente puzza.85

84 Indelicato R. E., L’inferno di Pianosa. L’esperienza del 41 bis nel 1992 (a cura di Brancato C.), Roma,
Sensibili alle Foglie, 2015, p. 33.
85 Indelicato R. E., L’inferno di Pianosa. L’esperienza del 41 bis nel 1992 (a cura di Brancato C.), Roma,
Sensibili alle Foglie, 2015, p. 35.

31
Purtroppo gli ospiti delle non riuscivano a levar via quel cattivo odore perché non
avevano neanche prodotti per pulire.
Per gli agenti la routine giornaliera era sempre la stessa. Far cadere minestre di proposito
per poi farle mangiare da terra ai detenuti. Massacrarli di botte tutto il giorno per riuscire
ad ottenere un loro pentimento.
Le giornate miglioravano solo quando c’erano delle visite all’interno del carcere. Si
passava da un vero e proprio inferno ad una sorta di paradiso.
Capitava molto spesso che si utilizzassero delle scuse per non far arrivare nessuno
sull’isola. L’onorevole Maiolo aveva già provato a raggiungere Pianosa ma, falsamente,
le era stato detto che il mare non era in buone condizioni e che doveva andare via perché
non avrebbero potuto ospitarla. La Guardia di Finanza, in seguito, non confermò le
condizioni metereologiche che l’avrebbero obbligata a lasciare l’isola.86
Quel paradiso iniziava a ritrasformarsi nel momento in cui un detenuto svelava tutto
quello che accadeva lì dentro. Indelicato fu uno di quei detenuti: subito dopo fu
massacrato di botte senza nessuna pietà.
Nel corso della “rieducazione”, Rosario perse quattro denti e così chiese di incontrare
qualcuno per poter alleviare quel dolore atroce. La richiesta venne accettata, ma la
situazione non cambiò davanti al dentista.
Lo specialista chiese se si potevano togliere le manette al detenuto per far sì che potesse
sciacquarsi quando era il momento, ma anche qui le guardie non cambiano atteggiamento
e si rivolsero al dentista in modo molto arrogante.
Le torture, quindi, non venivano inflitte solo in modo diretto, ma anche indiretto.
Le ferite che causavano le guardie, poi, non venivano disinfettate. I detenuti, incoscienti
dal forte dolore, disinfettavano tutto con l’acqua che scendeva dai rubinetti. Ma qui sta il
problema; l’acqua non veniva filtrata e automaticamente il dolore aumentava.
Rosario non riusciva a riposare bene proprio per i forti dolori fisici e molte volte non
voleva neanche uscire per quelle 2 ore d’aria.
Purtroppo, però, non aveva neanche il diritto di poter scegliere perché aveva già
sperimentato le conseguenze.

86 Ivi p.37.
32
Oltre a non rispettarli i detenuti non venivano trattati nemmeno in modo dignitoso,
nonostante quello che sostiene l’Art. 27 della Costituzione italiana: «L’imputato non è
considerato colpevole sino alla condanna definitiva. «Le pene devono tendere alla
rieducazione del condannato e non possono consistere in trattamenti contrari al senso di
umanità. «Non è ammessa la pena di morte se non nei casi previsti dalle leggi militari di
guerra».87
Il valore centrale della nostra Costituzione è la dignità, ma in modo particolare bisogna
rimarcare anche la parità sociale di cui parla l’art. 3 della carta costituzionale: “Tutti i
cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di
sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e
sociali”.88
Inoltre citando un altro articolo del codice penale:
“Chiunque, con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute
sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà
personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza,
ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione
da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta
un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona.”89
Possiamo facilmente capire che la condotta operata dalle carceri che ha ospitato in quegli
anni Indelicato, oltre a non contribuire in nessun modo alla rieducazione dello stesso, ne
calpesta pienamente i diritti in quanto essere umano, seppur colpevole.

2.3 Il caso di Benedetto Labita


Il secondo caso affrontato dalla Corte è quello di Benedetto Labita, che ha dichiarato:
Scusate intanto il mio linguaggio un po’ meridionale. Non posso che confermare le
dichiarazioni compagno di sventura (Indelicato ndr).
Quello che mi prevedeva dire è che io che lui eravamo degli incensurati degli indagati. Il
signor Martelli ci ha descritti il 19 luglio del 1992 come i 52 elementi più pericolosi d’

87 https://www.nascitacostituzione.it/02p1/01t1/027/index.htm?art027-999.htm&2
88 https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=3
89 https://www.asaps.it/downloads/files/pag_22_cent_2016.pdf
33
Italia. Sì io che lui incensurati e indagati (…) .90
Racconta Benedetto che il 19 notte sono stati “deportati” ma mentre Indelicato è riuscito
a portare con sé almeno gli indumenti, lui aveva con sé solo una maglietta e un paio di
mutande. Solo dopo due mesi la moglie gli porta nuovi indumenti. Mia moglie mi aveva
portato una maglietta... Le solite perquisizioni fin dalla mattina perché ci davano legnate
dalle 9 alle 10 e dalle 14 alle 15; non si scappava. Delle magliette ero contentissimo
intanto mi riempiva di orgoglio avere una cosa di famiglia. Si esce per una perquisizione
e mi strapparono tutto non ci ho visto più. Mi hanno ammazzato di legnate (…).91
Anche sul versante del cibo, per Labita andava meglio. Ai detenuti spettavano 200
grammi di pane al giorno e un litro d’acqua che, regolarmente, quando rimaneva mezza
busta, veniva buttata. Lui invece, racconta che la conservava perché la notte, proprio con
quell’acqua, riusciva a lenire i morsi della fame.
Nella sua esperienza a Pianosa Labita sottolinea che per 4 mesi è rimasto fuori dal mondo
senza vedere giornali e televisione, senza ricevere posta. Non sapeva niente di quello che
era successo nel mondo eravamo.
L’unica cosa che si faceva era questa. Le famiglie venivano. Chissà se la prossima volta
trovavano il loro parente vivo. La famiglia andava via con quella paura con quella
ansia: chissà se lo ritroviamo vivo (…).
Noi non sapevamo cos’era il carcere, quindi quando eravamo là al carcere di Pianosa
quello era per noi il carcere, e non sapevamo distinguere un carcere normale da un
super carcere.92
A suo dire le guardie erano spesso ubriache. Gli unici giorni più tranquilli, erano quelli
dedicati ai trasferimenti di due o tre giorni, ed anche il mangiare era migliore e più
abbondante.
Quando si rientrava ci tenevano poi alle celle di isolamento come se ci dovessero
rimanipolare per due o tre giorni ed in quei giorni ti davano un piatto di pasta (…).93
Racconta ancora che non si poteva rompere neanche un dente della forchetta di plastica,

90 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 58.
91 Ibidem p. 58.
92 Ivi p. 59.
93 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 61.

34
altrimenti non veniva sostituita.
Per Benedetto, il 41 bis non è una tortura per chi è in prigione, è una tortura per i
familiari per quelli che vengono a trovare i detenuti, come vengono trattati per quello
che devono sopportare. Noi da parte nostra non volevamo fare dei colloqui se sapendo
cosa succedeva ai familiari, ma i familiari erano preoccupati e si presentava ai colloqui
(…).94
Racconto confermato da sua moglie, Maria Milazzo Labita.
La nostra storia è iniziata nel 1992. Avevamo tre figli, 11 mesi il secondo di 2 anni e uno
di 6. Quindi si può capire. Mio marito in quella situazione io indirettamente: viene a
mancare l’equilibrio di casa (…).95
Ricorda la donna quando sentì l’annuncio che i più pericolosi detenuti erano stati portati a
Pianosa, ma che, essendo il marito incensurato, non pensava che ci fosse pure lui. Invece
ha avuto la conferma che Benedetto era a Pianosa a settembre; dal 12 luglio, quindi, ha
ricevuto il telegramma a settembre.
La prima volta ho portato per incoscienza il piccolo che nel frattempo aveva compiuto
un anno. Sono sempre stata dell’idea che un padre ha il diritto di vedere i figli, al di là
dei traumi che poi si creano e rimangono. Quindi portai il piccolo. Arrivando la e come
se arrivassero dei criminali (…).96
Parla anche del pericoloso viaggio in aliscafo, così come la mancata consegna delle
bottigliette d’acqua, negate anche ai bambini. E, soprattutto delle perquisizioni che non
avevano niente di dignitoso. Il primo colloquio è stato penoso perché sono arrivati tutti.
Mio marito non era anziano, però… tutti si reggevano i pantaloni per un evidente calo di
peso 15 e 20 kg… Le perquisizioni sono stato indecenti (…).97
Racconta, inoltre, che i familiari si dovevano completamente denudare; le donne
dovevano calare i collant, anche se trasparenti, e gli uomini abbassare le mutande. La
moglie di Labita portò, poi, anche il secondo bambino ai colloqui, perché chiedeva del
padre. Il più piccolo, che aveva 10 mesi, non lo conosceva. Successivamente ha portato
la figlia più grande di 6 anni, che ha subito lo stesso trattamento, perquisizione e

94 Ivi p. 62.
95 Ivi p. 63.
96 Ivi p. 63.
97 Ivi p. 64.
35
abbassare lo slip.98 Ricordi indelebili.
Nella conversazione effettuata con Rosario gli chiesi: “Benché lei fosse innocente, aveva
elementi, conosceva fatti per una eventuale collaborazione con la giustizia?”
Rosario: “No! A loro non interessavano queste cose. L’unica cosa che interessava a loro
era avere elementi per poter incastrare altre persone, come fecero con me. Però non si
sono mai accertati se era realmente vero quello che diceva Calcara Vincenzo su di me.
Solo dopo tanto si sono resi conti che non era una persona attendibile, perché non
sapeva nemmeno come ero fatto, non sapeva nemmeno che facevo pugilato e pensa che
all’interno del mio Paese sono conosciuto per questo. Ho avuto la possibilità di
incontrarlo per pochi secondi a Bologna all’interno di un Tribunale, che chiesi ad una
guardia se potevo andare in bagno e la guardia mi accompagnò, subito dopo mi chiese
se poteva fumare una sigaretta e risposi di sì.
Dopo pochi secondi arrivò un poliziotto con un signore che doveva andare in bagno ed
esclamò: “Calcara entra!”.
Pensa che mi è passato vicino e non mi ha guardato, questo perché non sapeva com’era
fatto Rosario Indelicato.”

2.4 De Feo e le sue prigioni


Un altro caso esemplare è quello di Pasquale De Feo, 58enne in carcere dal 1983 che ha
trascorso al 41 bis ben 4 anni. Quando uno Stato, che si ritiene democratico, adopera la
repressione come progetto politico e la tortura per infondere terrore, la civiltà viene
ferita nel profondo della sua essenza (…). L’isola di Pianosa è stata sempre usata per
ogni repressione, essendo lontana da occhi indiscreti (…).99
La struttura di Pianosa, infatti, è stata sempre utilizzata per ospitare detenuti ritenuti
“pericolosi”, da isolare. E questo già al tempo del Prefetto di ferro, Mori, passando per il
fascismo, per poi rinchiudervi i fascisti stessi.

98 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 64.
99 Ivi p. 79.
36
Negli anni Settanta fu trasformato in un carcere in cui rinchiudere i terroristi, poi i
mafiosi, prima di essere chiuso, nel 1998. E proprio dal 1992 al 1998 nelle sue mura la
disumanità raggiunse livelli aldilà della comprensione umana (…). 100
Anche i nomi dati alle sue varie sezioni ristrutturate erano tutto un programma:
“macelleria messicana”, e “Agrippa” a Pianosa e “Fornelli” all’Asinara.101
Tutto avvenne subito dopo gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, che spinsero un
po’ più in là del dovuto le esigenze di sicurezza.
Nessuno si sognerebbe di affermare che i reati non devono essere perseguiti, ma l’uso
che si fa della giustizia e le perenni emergenze con le leggi anticostituzionali non hanno
uguali nel panorama occidentale; con mezzi illegali non si sconfigge l’illegalità, ma la si
alimenta (…). 102
Per De Feo, con l’ergastolo ostativo hanno reintrodotto la pena di morte espropriando la
dignità delle persone. Con l’art. 4 bis hanno eliminato ogni residua speranza. Con il 41
bis hanno elevato la tortura a norma e arenato qualunque contatto umano (…).103
La legge Scotti-Martelli del 1992 ha arrecato ogni garanzia, instaurando la pena di
morte, la tortura e la legittimano dinanzi al CPT e l’Onu 1995 sostenendo che con queste
misure avevano sconfitto la mafia (…). 104
A suo dire, un sistema che considera la giustizia uno strumento per esercitare il
monopolio della violenza non potrà avere rispetto della vita umana e dei suoi diritti (…).
105

Tutte queste misure per De Feo colpiscono soprattutto i detenuti provenienti dal Sud.
Questo perché, il 90% dei reclusi nel regime del 41 bis sono meridionali, ed ancora, il
100% degli ergastolani ostativi sono meridionali, il 90% dell’applicazione del
famigerato articolo 4 bis sono meridionali(…).106

100 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 10.
101 Ibidem p. 10.
102 Ivi p. 12.
103 Ivi p. 13.
104 Ibidem p. 13.
105 Ibidem p. 13.
106 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, pp. 13- 14.

37
Per De Feo, nessun uomo passato in questi inferni potrà cancellare la sofferenza patita
dal suo animo; il potere della memoria è spaventoso.107
A suo dire, poi verità e legalità devono essere uguali per tutti e nessuno stato
d’eccezione può portare alla sospensione dei diritti.108
Continuano ad infliggere sofferenze ai detenuti seppellendoli vivi nel 41 bis e
allontanandoli centinaia di chilometri dalla famiglia con danni e dolore a donne e
bambini per fargli visita, se non serve a nulla, anzi rafforza ciò che vuole combattere
(…).
Una giustizia razzista ed iniqua, che alimenta la sfiducia della gente nei confronti delle
istituzioni, spesso è il fondamento della devianza di intere collettività (…).
Pianosa ed Asinara sono state una ferita inferta alla civiltà di questo Paese. nel ricordo
di tutti quelli che ebbero a subire disumani oltraggi, un solo grido: mai più simili
crudeltà.109
Racconta di aver trascorso quattro anni nel regime di tortura del 41 bis nella famigerata
sezione Fornelli dell’isola dell’Asinara. Quando ne uscii giurai a me stesso che non
avrei mai dimenticato il 41 bis e tutti i reclusi che erano e che ci sono seppelliti (…).
Per De Feo, il 41 bis è una tortura istituzionalizzata che viene coperta con la censura
delle parole. Quella più usata è quella di «carcere duro».
Il carcere non si limita al contenimento fisico, ma annichilisce l’animo, stritola gli affetti
e ti segna per tutta la vita (…).
Le mura del carcere non devono escludere dalla società, ma includere e insegnare le
regole della convivenza comunitaria, per restituire alla società una persona migliore di
quella che era (…).110
Per l’autore del libro uno Stato deve essere fermezza, ma non essere dispotico,
proporzionare la pena, ma non essere disumano, usare clemenza come un buon padre e
non essere aguzzino, investire nella fiducia e nella responsabilità per mitigare l’ambente
asociale del carcere, sapendo che solo nella società si può educare alla società (…).111

107 Ivi p. 14.


108 Ibidem p. 14.
109 Ivi pp. 15-16.
110 Ivi p. 17.
111 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
38
2.5 Le memorie di Antonio De Feo
Antonio De Feo all’inizio del 1992 si trovava nel carcere di Alessandria ed alle tre di
notte ricevette la visita di molte guardie che gli intimarono di vestirsi in tre minuti. Chiesi
se dovevo essere trasferito. Mi risposero che dovevo andare con loro (…).112
Non avrei mai immaginato che sarei andato incontro ad una delle esperienze più
traumatiche della mia vita (…). Dopo la fermata al porto di Piombino “ho capito che
113

mi stavano portando all’isola di Pianosa. Abbiamo preso la nave e nella stiva, dove ci
sono le celle, c’erano altri due carcerati. Ognuno di noi aveva la propria scorta (…). 114
Giunto a Pianosa gli rimisero gli schiavetti e venne scaricato in un parcheggio.
Dopo avergli chiesto più volte il nome e messo le manette, De Feo racconta che “tutti
insieme i carabinieri delle tre le scorte mi saltarono addosso (…). Era solo l’inizio
perché dopo i carabinieri toccò alle guardie, molto più numerose. Mi trovano in balia di
un’orda forsennata che colpiva come se stesse facendo un linciaggio. 115 Stesso
trattamento, a suo dire, per gli altri due detenuti. Tutti caricati su una jeep e portati alla
sezione Agrippa.
Portarono De Feo in una stanza dove c’era un tavolo e una coperta per terra e lo fecero
spogliare. Nel frattempo le botte sono continuate, anche quando lo hanno obbligato a
fare delle flessioni.116 Dopo un quarto d’ora lo fecero rivestire e le botte continuarono, il
tutto ripetendo: qui comandiamo noi.117
Uscito della stanza ai lati del corridoio da attraversare c’erano delle guardie. Ribadisce
che arrivavano botte da tutte le parti, addirittura cercarono di trattenermi per meglio

Sensibili alle Foglie, 2016, p. 18.


112 Ivi p. 19.
113 Ibidem p. 19.
114 Ibidem, p. 19.
115 Ivi p. 20.
116 Ibidem p. 20.
117 Ibidem p. 20.
39
assestarmi i colpi. 118
Con l’arrivo in cella e la chiusura dello spioncino il livello
dell’ansia era alle stelle.
E da fuori una voce lo avvisò di ciò che l’attendeva: De Feo, ascoltami bene, vedi che
contro di te hanno cattive intenzioni, perciò non rispondere a nessuno perché se no ti
ammazzano.119
Un avvertimento ripetuto per ben due volte.
È la classica voce fuori dal coro. Gli altri, invece, si vantavano che potevano fare tutto
quello che volevano perché avevano carta bianca dal Ministero della Giustizia e dal
Governo.120
Il primo giorno di cella per lui è proseguito alle 19 con un’altra visita delle guardie che
gli intimarono di andare in infermeria per la visita medica.
“Dovetti fare di nuovo il corridoio del linciaggio, mi massacrarono senza sosta. Quello
che mi faceva più male erano le mortificazioni verbali e i loro sorrisi di
soddisfazione.121
A visitarlo fu una dottoressa che gli misurò la pressione. “Lei vide che ero stravolto e
pieno di ematomi in faccia ed in altre parti del corpo. Fece finta di niente e disse:
«Bene, lei può andare».122
Di nuovo il passaggio obbligato nel corridoio e di nuove botte con più foga, con il
senno di poi lo compresi, non davo loro soddisfazioni perché non gridavo e questo li
faceva accanire ancora di più.123
La giornata, però, non era ancora finita perché alle 21,30 tornarono le guardie.
Portarono De Feo nell’ufficio del comandante che gli disse: “Qui comandiamo noi e gli
agenti possono fare quello che vogliono punti sono la legge in tutto e per tutto”.124

118 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 20.
119 Ibidem p. 20.
120 Ibidem p. 20.
121 Ivi p. 21.
122 Ibidem p. 21.
123 Ibidem p. 21.
124 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016ibidem p. 21.

40
Venne trasferito al terzo blocco nella cella numero 3. C’erano da attraversare 50 metri di
corridoio con un gran numero di guardie pronte allo stesso trattamento.
Ero sfinito, ma dovetti farmi forza. Fu peggiore di tutto quello che avevo dovuto subire
fino a quel momento. Furono più bestiali di prima. Mi fecero di tutto: botte, ingiurie,
addirittura colpi in testa con le chiavi, quelle che servono per aprire le celle. Pensai che
mi avrebbero ammorzato. 125
All’interno della cella c’erano altre due detenuti. La mattina seguente è quella della
consapevolezza: capii dove mi trovavo, mi sentivo la testa tutta indolenzita e pesante. 126
Gli fu portata una porzione minima di latte trasportata in una pentola ben poco igienica.
Anche mangiare era un problema.
Mangiare era una guerra di sopravvenienza. Un altro problema era l’acqua da bere. Ce
ne davano un litro al giorno, ogni 24 ore.127
Dopo un anno i litri sono diventati due e l’igiene era un po’ migliore relativamente ai
pasti.
Al mattino quando andavano in cortile per l’ora d’aria dovevamo metterci faccia al
muro con le mani appoggiate (come i film americani) ed i piedi divaricati, da dietro si
divertivano a dare calci nelle caviglie. il dolore era molto forte e diventata difficoltoso
stare in piedi quando ci facevano girare.
Dopo un’ispezione in bocca e perfino nei capelli, la “tortura del corridoio” con
l’aggravante di olio e detersivo versato sul pavimento per far scivolare. Oltre,
naturalmente, al solito trattamento delle botte.
In cortile le parola ripetute erano: “Abbassate la testa”128, il tutto accompagnato da
ingiurie e parolacce. Poi, al rientro, ancora perquisizione e il corridoio del linciaggio129
per approdare in cella e rimettere a posto le poche cose possedute.
Nel pomeriggio, lo stesso copione, per la solita ora d’aria, che era obbligatoria. Se
qualcuno rifiutava le botte arrivavano direttamente nelle celle. Un inferno quotidiano che

125 Ibidem p. 21.


126 Ivi p. 22.
127 Ibidem p. 22.
128 Ivi p. 23.
129 Ibidem p. 23.
41
durò per circa 4 mesi. E le voci di ciò che accadeva nelle celle cominciarono a filtrare
anche fuori.
Ci fu, così, l’interessamento di alcuni parlamentari, tra cui Tiziana Maiolo, che visitarono
Pianosa e Asinara e ciò limitò le crudeltà praticate all’interno.
Il clima di paura e di tensione continuò. Ogni occasione era buona per picchiare. e
ingiuriare, il corridoio del linciaggio era stato limitato, ma il Calvario continuò per
mesi, per anni.130
Solo di sera con la chiusura del blindato De Feo si sentiva più sicuro e riusciva a dormire
nonostante a fargli compagnia fossero compagne scomode come paura e tensione. La via
crucis, però, ricominciava il mattino dopo con l’apertura del blindato “con ogni forma
di prepotenza e vessazione.131
I detenuti erano spesso fonte di divertimento per le guardie, specie quando, ubriache si
avvicinarono alle celle gridando di abbassare il televisore. Per evitare conseguenze la
maggior parte dei detenuti la Tv neanche l’accendevano. Ma questo non impediva loro di
subire ritorsioni.
Nella sezione non si sentiva volare una mosca. Ma lo stesso creavano tensione affinché
non avessimo un attimo di tranquillità”. (…)
Anche la doccia settimanale diventava un Calvario. Spesso li facevano tornare in cella
ancora insaponati.132
C’è un grado di parentela con Antonio De Feo, sottoposto a regime di tortura del 41
bis nell’isola di Pianosa dal 1992?
“Si. Si tratta di mio fratello, il quarto. Siamo dieci, sei maschi e quattro femmine.”

2.6 L’efficacia o meno del 41 bis


Inviate a Pianosa e all’Asinara, negli anni ‘90, persone appartenenti, o presunte tali, ad
associazioni di stampo mafioso, presero, dopo un breve intermezzo, il posto lasciato da

130 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 23.
131 Ivi p. 24.
132 Ibidem p. 24.
42
persone che avevano partecipato alle bande del nostro terrorismo, per le quali quelle
specialissime carceri furono allestite. Sembra basti questo per giustificare un’alzata di
spalle.133
Così nella post fazione Francesca Carolis che sottolinea come il sistema emergenziale
autorizzò ad aprire pericolose aree di sospensione del diritto.
Dimenticando che la negazione dei principi dello stato di diritto nei confronti del
peggiore di noi, non può che aprire gravissime falle nella democrazia ed è cosa che
prima o poi tutti può toccare… Le leggi emergenziali, che tutto sembrano giustificare,
diventano buchi neri nei quali tutto può precipitare. A cominciare dalla nostra
“civiltà”134
A suo dire, infatti c’è un filo rosso che lega quel che accadde a Pianosa e all’Asinara ai
fatti di Genova. Così, “il Gom… che in realtà raccolse l’eredità di un altro reparto, lo
“Scopp” (Coordinamento delle attività operative di polizia penitenziaria), istituito nei
primi anni ‘90.
Dunque non parliamo delle “mele marce” con cui si giustificano, per quel che si può,
singoli atti di violenza che qua e là pure saltano fuori nell’ordinaria vita del carcere. Ma
di corpi di polizia che hanno agito su disposizioni precise. Come accadde anche nella
scuola Diaz. E vittime furono uomini e donne, giovani e vecchi. Di ogni nazionalità e
lavoro. Studenti, operai, qualche professionista. Lì dentro poteva esserci chiunque di noi.
Nell’aprile di quest’anno per quei fatti la Corte Europea ha condannato l’Italia: fu
tortura. Peccato che il nostro ordinamento non preveda il reato. E il parlamento non
trovi tempo e modo di colmare questo buco nero.135
Per la de Carolis, in nessun caso avrebbe acconsentito alla rinuncia dei principi dello
stato di diritto. Cosa che invece, purtroppo, nelle nostre carceri, sempre sull’onda
dell’emergenza esplosa un quarto di secolo fa, ancora accade. Penso ancora al regime
del 41bis, regime che perdura, e se  non ci sono più sistematici pestaggi (ce lo
auguriamo), continua la violazione di elementari diritti della persona136. Cita

133 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016 p. 101.
134 Ibidem p. 101.
135 Ivi p. 102.
136 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016 p. 103.

43
un’importante relazione della Commissione Diritti Umani del Senato, presieduta da
Luigi Manconi, che al termine di quasi due anni di indagine conoscitiva
sull’applicazione del 41bis, “chiede interventi che ripristino il rispetto delle garanzie
previste da norme nazionali e internazionali, e chiaramente parla di un “surplus di
afflizioni, privazioni e restrizioni che non sembra avere ragion d’essere nella logica,
prima ancora che nella legge.137
Fa riferimento, poi, anche ai penalisti della Camera penale di Roma in una pubblicazione
in cui si denuncia il 41bis e le sue lunghe proroghe: “... visto che si tratta di misura
giustificata con la necessità di recidere i legami del detenuto con l’associazione di
appartenenza, se i lunghi anni non sarebbero bastati a recidere quei legami, vuol dire
che o il sistema è inefficace, o si vuole ottenere altro.138
Alla luce di ciò, a suo dire non dobbiamo permettere, che le cose terribili commesse
all’Asinara e a Pianosa scivolino nell’oblio. Perché ciò che non si ricorda non si
corregge e si ripete. E l’abbiamo visto.139

2.7. L’Isola del diavolo senza legge


Una delle testimonianze più cruente della vita nel carcere dell’Asinara è quella di
Carmelo Musumeci, che vi arrivò il 26 agosto 1992, e fu ospite nella sezione 41 bis
Fornelli.
A suo dire, si trattava di una prigione dentro una prigione, una fogna dentro una fogna”
in cui i detenuti subivano piccole e grandi e violenze, pestaggi, umiliazioni, con tanto di
furti e brutalità; il tutto in nome del popolo italiano.140
A suo parere, all’Asinara in quel tempo non c’era legge. Quindi non c’erano i diritti e
giustizia e veniva smorzato ogni spirito di rivolta attraverso precise tecniche
psicofisiche. Insomma si veniva gradualmente annientati. 141

137 Ivi p. 104.


138 Ibidem p. 104.
139 Ibidem p. 104.
140 Ivi, p. 91.
141 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 91.

44
Cominciò lo sciopero della fame pressione all’ingiustizia e dice che, nonostante le
difficoltà alla fine riuscì a conservare la stessa dignità con cui era arrivato nella
maledetta Isola del Diavolo.142
Nonostante ciò che ha dovuto subire, continuò a lottare a credere profondamente in sé
stesso.
Ricordare quei momenti mi provoca una profonda rabbia; è difficile ripensare a  quei
giorni senza rabbia e senza provare di nuovo l’angoscia di allora, che la capacità di
energia del mio fisico non fosse pari alla mia volontà.143
Racconta, ancora di topi la cui presenza era fissa della cella, di una sola doccia di 2
minuti alla settimana, per tacere della mancanza d’igiene.144
Anche solo il viaggio per arrivarci, all’Asinara, lo definisce allucinante; fu prelevato e
messo in branco insieme altri compagni tutti trasportati prima con aerei militari e dopo
in elicottero.145
Dal suo racconto emerge che appena arrivati i detenuti erano oggetto di soprusi e
violenze. Umilianti perquisizioni, i pacchi rimandati indietro se non persi oppure
saccheggiati. A suo dire erano in balia di aguzzini con la licenza di fare come gli pareva.
146

Per Musumeci già “dopo il primo giorno avvenne il primo pestaggio. Quando si usciva
all’aria gli sgherri si mettevano in fila con i manganelli in mano. Un compagno anziano
lento nei movimenti rimase indietro venne preso a calci pugni e manganellate. Al ritorno
vedemmo il sangue sparso nel corridoio ma eravamo tutti troppo preoccupati per poter
offrire la nostra solidarietà. La nostra debolezza fu solo l’inizio della fine perché di fatti
analoghi in seguito si ripetevano sovente. 147
Nell’estate 1993 per lo sciopero della fame 148
, lo portarono in condizioni assai critiche e
nonostante tutto le provocazioni ai suoi danni continuarono.

142 Ivi p. 92.


143 Ibidem p. 92.
144 Ibidem p. 92.
145 Ibidem p. 92.
146 Ibidem p. 92.
147 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 93.
148 Ibidem p. 93.
45
Sottolinea che viveva quei giorni terribili con una segreta tristezza, così profonda che gli
pareva impossibile vedere il fondo. Più passavano i giorni, più mi sentivo debole.149
A suo dire i morsi della fame erano terribili e si sentiva isolato disperato escluso dal
mondo.
Tutti i giorni con sufficienza venivo visitato ho pesato da un dottore. Da 73 kg il mio peso
forma era sceso a 56 kg ed era appena passato un mese e mezzo da quando avevo
iniziato lo sciopero della fame. In quelle condizioni il cervello non mi funzionava più
come prima.150
Anche l’inizio dei processi in queste condizioni può essere una fortuna, e il presidente
della corte di Assise di Massa sapendolo ancora in sciopero della fame, gli tolse il 41 bis
ma dopo un breve periodo del ministero glielo rimise.
Ritornò all’Asinara dove le cose, a suo dire, non erano migliorate ma peggiorate, con
pestaggi e trattamenti crudeli e disumani. Così “passano gli anni pensavo di aver
raggiunto il fondo ma mi sbagliavo. Non c’era mai fine al peggio. Mi comunicarono
l’inizio dell’isolamento diurno di 18 mesi.151
A suo parere era ingiusto che fosse sottoposto non a una ma a ben due misure di rigore,
ossia, sia l’isolamento ed anche il 41 bis.
Avrei dovuto essere sottoposto solo ad una delle due ma in quella maledetta Isola del
Diavolo non c’era legge. 152
Dopo 5 anni lasciò l’Asinara dove vide di tutto e dove gli uomini erano trattati alla
stregua di bestie da altri uomini.
I nostri aguzzini erano convinti che il male si confonde con il bene; invece non è così
153

dal male può nascere solo il male.

2.8. Gli avvocati e la “discoteca”

149 Ibidem p. 93.


150 Ibidem, p. 93.
151 Ivi p. 94.
152 Ibidem p. 94.
153 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 94.

46
Se per i familiari i colloqui erano un incubo, per gli avvocati la situazione era migliore,
ma neanche troppo.
Lo testimoniano Rosalba De Gregorio, avvocato e difensore storico di importanti
imputati di mafia, e Dina Lauricelli, reporter, che raccontano l’arrivo a Pianosa e
l’accoglienza ricevuta da poliziotti con grossi cani e dall’avviso che sull’isola è vietato
avvicinarsi al mare e che non si poteva acquistare né acqua né altro.
In pratica, bisognava stare digiuni e assetati fino alle 17 sotto il sole perché in questa
struttura non c’era una sala avvocati né un luogo riparato dove attendere. Non era
consentito andare neanche allo spaccio delle guardie.
Pianosa era stata riaperta all’improvviso e non erano state fatte neanche le pulizie;
l’accoglienza veniva fatta in una stanzetta lurida e spoglia.
I visitatori venivano controllati con i metal detector; successivamente venivano anche
perquisiti.
A Pianosa nessuno sorride, tutti sembrano incazzati; gli avvocati sono i difensori dei
mostri e quindi sembra che l’ordine sia di trattarli male. Loro sono lo Stato, noi i
fiancheggiatori dell’antistato.
Anche i rumori a Pianosa sono particolari. Non senti parlare nessuno e la consegna
pare essere il silenzio, si sentono solo rumori metallici, forti, sinistri nel silenzio
dell’isola. Tra “i boss” detenuti, per gli avvocati, c’erano anche incensurati, ma questo è
emerso con 19 anni di ritardo. I cinque detenuti entrarono con la testa bassa e alle loro
spalle viene rumorosamente chiuso il blindato.154
Gli avvocati percepiscono che la loro “visita da proprio fastidio. Anni dopo questa
sensazione verrà confermata. Ad ogni visita a Pianosa il trattamento prevedeva, secondo
il racconto dei detenuti delle perquisizioni più accurate e profonde di quelle riservate
agli avvocati e percosse prima e dopo i colloqui.
Nella seconda visita a Pianosa ho trovato i miei assistiti in forma fisica migliore: tutti
magri, asciutti, quasi ossuti, direi. Il cibo razionato è immangiabile ed alla sua influenza
sulla dieta. 155

154 Ivi p. 80.


155 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 81.

47
De Feo ricorda che un suo compagno di cella, Tanino, appena entrato Pianosa dopo
l’interrogatorio del Gip era stato portato “alla discoteca che è il nome che detenuti
hanno dato alle celle di isolamento perché li si balla per le percosse e la paura.156
Sentì dal suo compagno di cella che dal ‘92 al ‘94 quando arrivò lui si stava peggio.157
Quando si era in isolamento, l’accoglienza al supercarcere provvedeva, per iniziare che il
detenuto si spogliasse completamente nudo ed iniziasse a fare le flessioni, così tante fino
a quando non aveva più fiato. E poi, anche le botte.
Non lo so quanti erano – racconta Tanino – ed un certo punto non capivo più nulla e
trascinandoti di peso mi riportavano nudo e stremato fino alla cella in discoteca.
In cella partiva il trattamento con perquisizioni, flessioni, acqua e brodaglia razionate,
botte di giorno e di notte per non farti dormire.
Appena ti addormentavi entravano delle guardie alcune pure incappucciate e spesso
ubriache e davano pugni calci schiaffi. Non ce la facevo più”. 158
Finalmente dopo la “discoteca”, le celle in cui i detenuti “ballavano” a forza di botte,
c’era il trasferimento in sezione.
Le sezioni si chiamavano Sirio, Giove, Urano. 159
Anche se la location era cambiata, non mutava, però, il copione, con le botte che
continuavano, così come le perquisizioni con il metal detector, e con l’utilizzo della così
detta paletta, lo strumento con cui nella parte centrale vuota circolare si stringono i
genitali fino a far svenire il malcapitato a cui veniva applicato, dal dolore. Neanche il
vitto in sezione migliora, in termini di qualità e quantità.
Citano, poi, Rosalba De Gregorio e Dina Lauricelli una sentenza del pretore di Livorno a
carico di due guardie del Gom dopo la denuncia di un ex detenuto di Pianosa per fatti
accaduti da luglio ‘92 all’8 gennaio ‘94.
I fatti narrati nella parte civile - dice la sentenza – e che trovano un preciso riscontro
nelle dichiarazioni rese dal teste Favoloro Marco (è collaboratore di giustizia già ospite

156 Ibidem p. 81.


157 Ibidem p. 81.
158 Ivi p. 82.
159 Ibidem p. 82.
48
di Pianosa in quel periodo) coinvolgono un numero decisamente superiore di presunti
responsabili. 160
Il magistrato ha riscontrato personalmente che i detenuti venivano trattenuti per entrambe
le braccia e nei loro spostamenti, anche interni alla sezione, venivano obbligati a tenere la
testa abbassata e lo sguardo fisso a terra.
Il tutto condito da pedate sputi e schiaffi, la costrizione a correre lungo un corridoio
reso scivoloso per la presenza di detersivo, passando tra un cordone di 10 - 20 uomini
del Gom che si schieravano di lato e davano libero sfogo al comportamento animalesco.
Gli agenti del Gom erano vestiti con le mimetiche e nessuno sapeva il loro nome i
detenuti hanno dato loro nomi di fantasia.161
Per l’avvocato e la reporter, secondo la sentenza “l’attuazione di atteggiamenti di questo
tipo difficilmente può essere ascritta alla volontà e alla scelta di singolo agente ma frutto
di una condotta generalizzata, o quanto meno diffusa di appartamenti alle
amministrazioni e certamente condizionata dal clima assai pesante dell’epoca, con i fatti
di sangue e le stragi del ‘92, tolleravano, sollecitavano e ponevano in atto condotte
certamente non consentita perché contrari al principio che stabilisce che le pene non
possono mai consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla
rieducazione del condannato.162
A loro dire, nei detenuti il ricordo più vivo sembra essere quello della tortura
psicologica, anche perché le percosse hanno segnato i corpi, ma erano più
metabolizzate.
Il regime differenziato e articolo 41 bis non prevede il tutto ciò.
La previsione del 41 bis erano contenuto nel regolamento penitenziario 26/7/75 è stata
introdotta con la legge del 10 ottobre 1986 e disciplina le situazioni di emergenza o
rivolte.
In caso di urgenza il Ministro della Giustizia ha facoltà di sospendere nell’istituto
interessato dalla rivolta e dell’emergenza o in parte di essi le applicazioni delle normali
regole di trattamento dei detenuti.

160 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 83.
161 Ibidem p. 83.
162 Ibidem p. 83.
49
Per soggetti imputati e indagati per mafia e terrorismo in regime speciale si applica per
cause esterne e cioè in presenza di gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica. Tutte le
restrizioni e limitazioni dovrebbero essere funzionali a impedire questi collegamenti, ed è
chiaro, invece, che il cibo e vestiario limitati non appaiono funzionali allo scopo. 163
Per la De Gregorio e la Lauricelli i soprusi subiti da De Feo non solo non hanno
legittimazione alcuna ma cozzano anche con i principi cardine del nostro ordinamento.
Raccontano, poi, di essere state particolarmente colpite dalla storia di due “suicidi” in
carcere, a loro dire poco chiari, così come lo fu quello di Giuseppe Giacomo Gambino
nel 96.
I legali e i familiari non erano stati avvertiti.
I parenti hanno inteso fare chiarezza perché Gambino è tutt’altro che un tipo depresso.
Altro suicidio sospetto, sempre dopo ordinanza di custodia del “Borsellino ter”164, quello
del giovane Giuseppe Biondo, morto a Pianosa.
Durante la conversazione con Indelicato gli posi una domanda delicata e anche difficile
da fare: “Ha mai pensato al suicidio?”
Rosario: “Assolutamente no, come le ho detto già prima io ero tanto stanco e per fortuna
non furono loro a completare l’opera”

2.9. In cella senza diritti


Per l’Associazione Antigone “le carceri sono fuorilegge”.165 Lo ha denunciato nel 2011.
Per Giovanni Lentini, che ne è il presidente, è difficile parlare di diritti dei detenuti in
Italia, anche perché è difficile capire dov’è il confine tra diritto e sicurezza, poiché il più
banale diritto dietro la parola magica “sicurezza” o per motivi logistici, viene negato.166
A suo dire, la cosa più aberrante è la mancanza del minimo indispensabile per l’igiene
personale e dei locali adibiti al soggiorno e pernottamento dei detenuti. Vengono a

163 De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41 bis, Roma,
Sensibili alle Foglie, 2016, p. 84.
164 Ivi p. 85
165 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 97.
166 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 97.

50
mancare le cose più essenziali: detersivi, sapone, carta igienica. Per non parlare che in
alcuni istituti viene a mancare anche un letto dove poter dormire.167
Le carceri sono strapiene, ed i detenuti, molti dei quali con gravi problemi sociali e
finanziari, spesso non vengono sostenuti, né economicamente né moralmente.
Fortunatamente in alcune realtà penitenziarie ci sono associazioni di volontariato che si
fanno cariche di alcune di queste problematiche.
A chi dice “marcite in galera” occorre rispondere che la dignità di un essere umano non
dovrebbe essere mai violata, qualsiasi reato esso abbia commesso.168
Anche per Ivano Rapisarda, componente di ergastolani in lotta per la vita, Spoleto, i
diritti dei detenuti in Italia non sono assolutamente rispettati. Basta pensare che esiste il
41 bis.
Io sono stato sottoposto a tale regime dal 1992 al 2003 e so cosa significa non poter
abbracciare i propri cari.169 Secondo Carmelo Musumeci in carcere non viene applicata
la Costituzione. Il carcere di oggi induce ogni detenuto ad essere prigioniero di sé stesso.
Il carcere è il luogo più illegale di qualsiasi altro posto. È il luogo dove vanno le anime
perse. 170
Dal punto di vista di Sebastiano Milazzo, detenuto presso il carcere  di Sulmona lo
vogliono chiamare Stato di Diritto quello che obbliga la magistratura a chiedere le
informazioni necessarie per decidere sulla concessione dei benefici al carcere e alla
polizia senza obbligare queste a fornire informazioni vere reali consentendo loro di
fornire informazioni in prestampati uguali per tutti.171
A suo dire la magistratura di sorveglianza è stata relegata, nel caso dell’ergastolo, a
svolgere il ruolo di giudice delle “esecuzioni capitali”. “Esecuzioni” che si vogliono
giustificare con il fatto che l’ostatività si applica nei confronti di chi è stato condannato
per reati gravissimi.172

167 Ibidem p. 97.


168 Ivi p. 98.
169 Ibidem p. 98.
170 Ivi p. 99.
171 Ivi p. 101.
172 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 101.

51
Infine, per Luigi Peciccia, leccese detenuto a Torino nel carcere non viene rispettato
niente, tanto chi è che se ne accorge? Nessuno… e primariamente non vengono
osservati diritto alla salute, e ora che questo è di competenza delle Usl è ancora
peggio173.

173 Ibidem p. 101.


52
CAPITOLO TRE
Le funzioni della pena dell’ergastolo e la sua esecuzione

3.1. L’ergastolo ostativo


Ci soffermiamo, in particolare, su una forma assai rigida di restrizione della libertà, vale a
dire l’ergastolo ostativo.
L’ergastolo ostativo non è una pena prevista dal codice, ma il risultato di un
meccanismo che deriva dall’intreccio delle leggi nate per combattere mafia e
criminalità organizzata.174
Il reato di associazione di tipo mafioso è stato introdotto dopo l’omicidio del generale
Dalla Chiesa nel settembre 1982 con l’articolo 416 bis del codice penale. Nell’estate del
‘92 furono uccisi i giudici Falcone e Borsellino. Proprio su questa onda emotiva e per
favorire la collaborazione delle persone arrestate è stato creato un regime di carcerazione
differenziata e introdotto un altro articolo famigerato, il 4 bis della legge sul trattamento
penitenziario. Una legge che esclude la concessione dei benefici della legge Gozzini e
delle misure alternative al carcere per persone condannate per reati di stampo mafioso,
come anche il sequestro di persona a scopo di estorsione.
Proprio il non aver collaborato con la giustizia diventa una sorta di pregiudiziale
ostativa. Per un ergastolano diventa, di fatto, un fine pena mai.
Sull’onda dell’emergenza degli anni ‘90 arriva il famigerato 41 bis, il regime del
carcere duro.175
Per don Luigi Ciotti che ha curato la prefazione, il libro è importante perché spiega cosa
significa nel nostro ordinamento, l’ergastolo ostativo che nega ogni possibile riduzione
di pena.176
Per il fondatore di Libera bisogna impedire alla giustizia di diventare vendetta è la vera
sfida a cui siamo chiamati. Ricorda che la suprema Corte ha sentenziato che la pena

174 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 28.
175 Ibidem p. 28.
176 Ibidem p. 3.
53
dell’ergastolo era da considerarsi legittima solo in quanto effettivamente non perpetua.
177

Rammenta don Ciotti, come il parlamento cercò di modificare tale norma, ma tutto si
bloccò alla Camera. Oggi, invece, a suo dire, la situazione è peggiorata, perché
successivamente interventi legislativi hanno irrigidito il sistema delle pene.178
Inoltre, a suo dire, la situazione penitenziaria è costantemente al limite del tracollo con
un sovraffollamento record e con condizioni interne insostenibili. Per don Ciotti il “fine
pena mai” aggravato è una “pena di morte viva”. 179
Per il sacerdote non si può rimanere indifferenti di fronte a tutto ciò e nei confronti di
queste “uomini sepolti nel buio”. Vite bruciate dal carcere nel carcere.
Per don Ciotti, il carcere assume paradossalmente tratti di illegalità. Non è legale il
sovraffollamento, non è legale la mancata applicazione del regolamento penitenziario
varato nel 2000 ma rimasto per lo più lettera morta.180
Il sacerdote conclude che il carcere dovrebbe difendere la collettività ma senza
annichilire chi è dentro. Tutti sono chiamati in causa.

3.2. Quale salute per i detenuti al 41 bis?


Tra i diritti violati in carcere anche quello alla salute, anche se è tutelato dalla
Costituzione. Un medico Agnese Piazza ha posto delle domande ad alcuni detenuti e le
loro riposte sono state eloquenti.
Per il medico senza speranze e senza sogni, senza obiettivi e prospettive, non si può
stare bene, né nel corpo né nello spirito, con la conseguente insorgenza di inevitabili
condizioni patologiche relative alla sfera psichica o fisica, o ad entrambe.181
Per uno dei detenuti intervistato, Alfredo Sole, in carcere si muore e ci si ammala di
malattie fuori evitabili, ma la malattia che uccide di più i detenuti è il suicidio (a parte
quelli fatti passare per il suicidio).182
177 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 3.
178 Ivi, p. 4.
179 Ibidem p. 4.
180 Ivi p. 6.
181 Ivi p. 102.
182 Ibidem p. 102
54
A suo dire bisogna meravigliarsi del fatto che in carcere c’è ancora qualcuno che sta bene
perché il carcere mira a distruggere l’essere umano sia fisicamente che
psicologicamente. Non credo alla favola della rieducazione, che è inesistente.183
Lamenta la mancanza di medicine, cure sbagliate, dottori assenti non solo fisicamente,
visite specialistiche quando non se ne ha più bisogno visto che è troppo tardi. Questo per
le patologie fisiche, per i mali psichiatrici è tutt’altra cosa: litri di Valium cocktail di
psicofarmaci. Chi sta male non è una persona da curare ma è uno che dà fastidio.184
Per il detenuto Giuseppe Costa il regime carcerario ha avuto conseguenze sul suo stato di
salute. “Non riesco né a dormire né a riposare la notte. Quando formo quel poco sogno
spesso e faccio sogni brutti. Ho avuto molti incubi non riesco a spiegargli quanti
incubi… Il cibo non è speciale, i pasti non sono completi, non ho mai proteine”.185
Conclude che “se un giorno leggessi che questo ergastolo possa avere fine… dopo aver
scontato 20 anni di carcere credo che si è pagato per il debito”.186
Maurizio Sepe, anche lui ristretto, invece, scrive di aver iniziato a stare male fisicamente
intorno ai 50 anni e di non avere sempre avuto le cure necessarie. “Il regime carcerario
ha avuto una responsabilità nel mio ammalarmi”. Continua sottolineando che “la notte
non riesco a riposare. Sogno. La famiglia, principalmente i miei figli e spesso volte la
libertà”.187
Dal canto suo Generoso De Martino dice che non ci sono mai controlli periodici per i
detenuti. “Il mio calvario È iniziato nel ‘97/’98 e qualche cura mi è stata fatta dopo due
o tre mesi fino a che non sono stato visitato dallo specialista senza risolvere mai niente e
mai nessuno che mi abbia fatto capire la gravità dei primi malanni”.188
Gli fu diagnosticato un diabete mellito con colesterolo a 300 e curato con pillole sempre
con quel medicinale fino al ‘97 ebbe una trombosi. Ha avuto anche un infarto al
miocardio sinistro. “E’ stato un calvario perché all’inizio del 2004 caddi in una forte
depressione, senza rendermi conto e di circa due anni non ricordo niente, ma da quello
183 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 102.
184 Ivi p. 103.
185 Ivi p. 104.
186 Ibidem p. 104.
187 Ibidem p. 104.
188 Ivi p. 105.
55
che ho appreso dalla cartella clinica ero addirittura a rischio suicidio e per questo fui
sottoposto all’alta sorveglianza; non potei essere neppure declassificato dal così detto
regime E.I.V. perché l’alta sorveglianza per la malattia fu scambiata per pericolosità
sociale”.189
Sebastiano Milazzo dice di essere stato sottoposto a controlli periodici, che è stato curato
sul piano fisico ma, “sono stati incuranti e insensibili dei drammi psicologici che in
certi periodi mi affliggevano”.190

3.3. Morire di carcere


Di carcere si muore. Le persone il cui fine pena è mai, la vita in carcere è già una sorta di
morte perché condannati a morte viva, dicono gli ergastolani ostativi. Per provocazione o
forse no, nel maggio 2007 alcuni ergastolani ostativi hanno inoltrato una lettera ponendo
una domanda al presidente della Repubblica, facendo una richiesta particolare: “Siamo
stanchi di morire un pochino tutti i giorni. Abbiamo deciso di morire una volta sola, Le
chiediamo che la nostra pena dell’ergastolo sia tramutata in pena di morte”.191
Si pensa al suicidio, come si evince da alcune testimonianze. Ad esempio, il detenuto
Gerti Gjenerali scrive: “ho pensato al suicidio più di una volta ed a dirla tutta ho anche
tentato. È stato il giorno del mio arresto (…) ho fallito ed eccomi qua. Però so anche
che chi ha deciso di farla finita davvero, lo fa”.192
Un altro ospite del carcere, Carmelo Musumeci confessa: “ci penso sempre, l’ultima
volta questa notte. Se non l’ho ancora fatto è perché non amo ancora abbastanza la vita
e mi accontento solamente di sopravvivere fra queste quattro mura”.193
A suo dire l’ergastolano è uno strano fantasma che non riesce a morire e ha più paura di
vivere che di morire. Non è scandaloso se in carcere ci si toglie spesso la vita, è più
scandaloso se uno non se la toglie.194

189 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 105.
190 Ivi p. 106.
191 Ivi p. 115.
192 Ivi pp. 116-117.
193 Ivi p. 118.
194 Ibidem p. 118.
56
Mario Trudu, anche lui ristretto in cella, è uno di quelli che ha chiesto di morire. Lo ha
fatto il 2 settembre 2009 al Tribunale di sorveglianza di Perugia chiedendo di trasformare
la sua pena in fucilazione in piazza Duomo a Spoleto.
E lo Stato gli ha anche risposto: “poiché la pena di morte non è prevista
dall’Ordinamento ne ammessa dalla Costituzione, si dichiara inammissibile l’istanza
in oggetto”.195
L’ergastolo viene definito una pena crudele e più disumana della stessa pena di morte.
L’ergastolano è “uno schiavo a vita”.196
Per Salvatore Diaccioli, la pena dell’ergastolo supera i limiti della regione.197
E continua, dopo aver ricordato che anche lui aveva chiesto la pena di morte: “chi sa,
magari un giorno mi sentirò più stanco del solito e potrei farlo anche da me. D’altronde
a che serve vivere se non potrai più vedere i colori dell’orizzonte.198
Nell’agosto 2011 gli “ergastolani in lotta per la vita del carcere di Spoleto”, hanno
rinnovato al presidente Napolitano la richiesta di introdurre la pena di morte.
Scrivono: “Ci sono sere che il pensiero che possiamo rimanere in carcere per tutta la
vita non ci fa dormire. E la speranza e un’arma pericolosa. Si può ritorcere contro di
noi. Se, però, avessimo un fine pena...”199
Si definiscono “uomini ombra” con nessun futuro di fronte. “Per lo Stato noi non
esistiamo, siamo come dei morti. Siamo solo come carne viva immagazzinata in una
cella a morire’’.200
Si chiedono a che serve essere vivi se non hanno nessuna possibilità di vivere. Così
concludono: “Signor Presidente della Repubblica, molti di noi si sono già uccisi da soli
(…) Altri non riescono a farlo, “ci aiuti Lei. E come abbiamo fatto quattro anni fa ci
chiediamo di nuovo di tramutare la pena dell’ergastolo in pena di morte”.201

195 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 119.
196 Ivi p. 120.
197 Ibidem p. 120.
198 Ibidem p. 120.
199 Ivi p. 122.
200 Ivi p. 123.
201 Ibidem p. 123.
57
3.4. Il peso del pentimento e della collaborazione
Un ruolo sempre più importante nel panorama della Giustizia dei giorni nostri è dato dai
cosiddetti pentiti e collaboratori, tipologie spesso confuse.
Per Giovanni Lentini bisogna capire cosa significa la parola pentimento. A suo dire, si è
assistito e purtroppo si assisterà ancora a pentimenti fasulli; penso che molti
collaborano con la giustizia solo per uscire dal carcere e prendere soldi dallo Stato, altri
ancora per vendicarsi mettendo in galera i propri nemici, addirittura c’è chi ha fatto
finta di pentirsi per poter uscire dal carcere e vendicarsi del male ricevuto da clan
avversari commettendo ulteriori omicidi.
Per non parlare poi - scrive l’ergastolano Angelo Salvatore Vacca - dei pentiti che
hanno accusato persone solo per “sentito dire.202
Per Paolo Lo Deserto, anche lui condannato all’ergastolo, ci sono collaboratori che si
pentono per continuare a guadagnare soldi, non si fanno il carcere, effettuano le proprie
vendette e deridono il sistema… e continuano ad essere per sempre protetti minacciano
le cosiddette procure di ritrattare, per dire la verità su persone condannate
innocentemente.203
Per i detenuti Paolo Amico ed Alfredo Sole, non scegliere il percorso della
collaborazione non significa rifiutare le regole che lo Stato si è dato per regolare la
convivenza civile, ma significa soltanto farsi carico delle proprie responsabilità.204
Giuseppe Iovinella, anch’esso ristretto in carcere, ha scelto di non collaborare perché –
spiega - vivo di dignità. Credo che per pentirsi, se si ha commesso un illecito, non
bisogna sedersi davanti a un giudice e accusare altri padri, figlie nipoti ma rivolgersi a
Dio o chiedere perdono e, se si può, aiutare i figli di chi ha subito.205
Per Giuseppe Pullara, anch’egli in carcere, poi, lo Stato vuole così tante cose… ma non
uscire dal labirinto creato dai suoi stessi membri. Ci vorrebbero tutti pentiti, ma non
dobbiamo accusare i politici altrimenti si è screditati; se decidiamo di collaborare
devono gestire la tua mente affinché il nostro dire possa rendere quello che vogliono; ci

202 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 38-39.
203 Ivi, p. 40.
204 Ibidem p. 40.
205 Ivi p. 42.
58
lasciano marcire in minuscole celle per due, tre, quattro decenni, solo per dimostrare
l’opinione pubblica che lottano il male assoluto con fermezza.206
Il detenuto Giovanni Zito scrive: “oggi i morti che camminano nelle carceri non si
possono più contare. Sinceramente preferirei morire subito con la mia dignità e onestà.
Perché vivere ogni giorno in queste mura e ti rubano sogni e pensieri. E perché dare
ancora tanto dolore alla propria famiglia se già so che devo morire sorseggiando arie
inutile. Non voglio vivere così, non è la mia speranza né il mio futuro, non è la mia
vita”.207
Per Sebastiano Milazzo, detenuto, la delazione serve ai regimi, non ad amministrare le
carceri e la giustizia di un Paese che si vuole definire civile e democratico, perché con
la tensione si costruiscono solo società piene di paure, odi, ricatti infamie al servizio di
quanti in nome della Libertà hanno interesse a reprimere la libertà.208

3.5. La famiglia e l’affettività in carcere


Nell’articolo 28 della normativa sul trattamento penitenziarie stabilisce che particolare
cura è dedicata a mantenere, migliorare e ristabilire le relazioni dei detenuti e degli
internati con le famiglie.209
In realtà non è così, basti pensare alle fortissime limitazioni previste quando si è
sottoposti a 41 bis che “rendono i rapporti con le famiglie un “miraggio”, la loro
assenza un “trauma costante” per i detenuti.210 Nelle parole dei detenuti stessi, la
famiglia torna nei loro sogni e, a volte, anche negli incubi.
Giuseppe Pullara dice che, il nucleo familiare è la fortezza di ogni persona. Senza di essa
ci si sente privi di ogni difesa, nudi tra la folla vestita, senza la terra sotto i piedi… 211 Per
lui futuro è un buio totale, tunnel senza uscita. Il carcere non è una famiglia, ma un
agglomerato di persone che cercano di tollerarsi a vicenda. Tutti cerchiamo di sostenere
chi è più debole (fisicamente, mentalmente, economicamente ) come meglio si può, ma

206 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 44.
207 Ibidem p. 44.
208 Ivi p. 45.
209 Ivi p. 67.
210 Ibidem p. 67.
211 Ibidem, p. 67.
59
non c’è creazione di una nuova famiglia in carcere.212
Per Antonio Sudato, anch’egli in carcere, la famiglia è tutto, e lo ripete due volte. “Senza
il loro amore non avrei motivo per esistere e vivere. È la mia famiglia che mi dà la forza
tutte le sere di addormentarmi al mattino di svegliarmi. I ricordi mi aiutano a
migliorarmi e a pensare che una volta ero un uomo libero e felice”.213
Giovanni Zito è un ergastolano ostativo; anche per lui la famiglia è proprio tutto perché
“quando un ergastolano trova ancora la forza, il coraggio e la voglia di vivere lo deve
all’amore incondizionato dei propri familiari. Tutto gira intorno alla propria famiglia,
dalla gioia al dolore più tremendo, come può essere la perdita di un familiare”.214
Secondo Giuseppe Reitano, ogni detenuto vive l’affettività in modo diverso ed esserne
privati è come se mancasse un pezzo di te, vivi un trauma perpetuamente.215
Girolamo Rannesi, invece, racconta che durante quei lunghissimi anni passati al 41 bis,
13 per l’esattezza, ho visto donne e bambini elemosinare un abbraccio dai propri
congiunti. Chi è sottoposto al regime del 41 bis può effettuare un’ora soltanto di colloqui
al mese e questo avviene attraverso l’ausilio di un grosso vetro divisorio. Ho visto
bambini piccoli tendere le braccia verso il genitore nel vano tentativo di essere preso in
braccio.216
Paolo Amico dice di non aver mai usufruito di alcun permesso. Per lui la mutilazione
degli effetti è la nota più dolente dell’ambito del bilancio quotidiano nella vita del
carcerato. Non ci sono mai ore di colloqui con il familiare a sufficienza che possono
saziare dissetare la fame e la sete di affetto che tormentano il tuo corpo e il tuo spirito.
Gli abbracci interrotti improvvisamente perché qualcuno nella sala colloqui ti avvisa che
il tempo è scaduto.217
Salvatore Guzzetta è in carcere dal ‘92. Ci sono stati avvenimenti gravi in famiglia, lutti,
ma non mi hanno mai concesso di partecipare. La mia carcerazione, tra carcere duro 41
bis ed isolamento diurno, me la sono fatta da solo in una singola cella. Ed ancora

212 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, p. 68.
213 Ivi p. 69.
214 Ivi pp. 69-70.
215 Ivi p. 75.
216 Ivi p. 76.
217 Ivi pp. 76-77.
60
sottolinea come, la famiglia è come un orto, se tu non hai cura di ciò che hai seminato
tutto va a seccarsi ed inaridire. A me sembra che è successo questo, non potendo per la
lontananza coltivare quell’affetto con amore per i figli i parenti. Ciò che ho seminato si
è appassito, inaridito nel tempo.218
A parere di Ciro Bruno la privazione dell’affettività di sconvolge, ti annienta l’anima, ti
riduce ad un nulla; sei spogliato di ogni cosa, sei spersonalizzato e mortificato. 219
Infine, per Giovanni Prinari, pagare per i propri errori è giusto e sacrosanto. Pagare,
però, un surplus non lo è più. Quel surplus di pena sono gli affetti, quei rapporti con la
famiglia che il tempo e la distanza sgretolano. Affievoliscono, inaridiscono. Il cuore
diventa un pezzo di ghiaccio, ma il dialogo stesso si interrompe perché ogni giorno che
passa ci si sente sempre più estranei alle vite di chi è fuori.220
A tal riguardo, ho chiesto ad Indelicato: “si sentiva lasciato solo dalle istituzioni e
dall’opinione pubblica all’interno del carcere?”
Rosario: “Assolutamente sì. Però bisogna dire anche che molte volte loro stessi avevano
paura di sbarcare a Pianosa. Solo la Maiolo ha avuto il coraggio di ascoltarmi e grazie
a lei da quel giorno diminuirono con le torture, anche se c’erano sempre.”.

218 Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De Carolis F.), Roma,
Stampa Alternativa, 2012, pp. 80-81.
219 Ivi p. 82.
220 Ivi p. 84.
61
Conclusioni
Uno degli obiettivi di questo mio lavoro era quello di verificare la legittimità
costituzionale dell’ergastolo ostativo. Espressione, quest’ultima, riferita ad una persona
condannata all’ergastolo per uno dei delitti previsti dalla c.d. “prima fascia” dell’art. 4-bis
ord. penit., riguardanti perlopiù il crimine organizzato e che non abbia prestato
collaborazione ex art. 58-ter ord. penit. In questo caso non è possibile accedere alla
liberazione condizionale e ai benefici penitenziari a patto che non si collabori con la
giustizia.
È stato evidenziato come una simile disciplina ponga non pochi problemi in relazione a
due profili di rilevanza costituzionale: il principio rieducativo e quello del divieto di pene
o trattamenti inumani e degradanti.
Oltre alla consultazioni di testi e altre fonti su internet, ho realizzato anche un’intervista
con un testimone diretto, cioè, un ex detenuto, Rosario Indelicato, che è stato al regime
del 41 bis e che ha raccontato la sua amara esperienza in carcere così come, ho
intrattenuto una corrispondenza epistolare con Pasquale De Feo, detenuto di Alta
sorveglianza nel carcere di Oristano. Oltre al racconto delle loro vite da “ristretti”, i due,
hanno fornito anche delle proposte concrete su cosa si potrebbe fare per migliorare
concretamente la vita all’interno delle carceri. In particolare, poi, De Feo ha sviluppato
una sua ipotesi, secondo cui il carcere ostativo è, nella stragrande maggioranza, dato ai
detenuti meridionali (sua intervista contenuta nell’appendice della tesi ndr).
Non si discute sul fatto che la rieducazione del condannato possa e debba manifestarsi
soprattutto con atti concreti e visibilmente percepibili come può essere prestare un’utile
collaborazione, laddove questa sia esigibile.
Si ricorda come i reati contemplati dall’art. 4-bis ord. penit. riguardino soprattutto
l’ambito dell’associazione mafiosa, ed è comprovato che la collaborazione con la
giustizia di un condannato sia indice di un definitivo distacco dall’associazione criminale
di appartenenza oppure no. La collaborazione può essere un criterio esteriorizzato di
accertamento dello scioglimento del sodalizio criminale ma può essere anche
collaborazione strumentale. Il contenuto del principio rieducativo non può, però, ridursi
in questi casi all’equazione collaborazione uguale rieducazione.
In realtà, come è emerso dalle molte testimonianze dei detenuti, il principio rieducativo

62
della pena spesso è passato in secondo piano, a favore di una tendenza più repressiva, di
carattere più punitivo che, talvolta, è sconfinata nella negazione dei diritti.
Non a caso, più volte è emersa nei racconti dei detenuti o ex detenuti anche la parola
tortura, che sembra desueta in tempi moderni, ma che, invece, si è dimostrata più che mai
attuale. Il tutto, con la giustificazione di una paventata esigenza di maggiore sicurezza
contro i “nemici” dello Stato.
“Nemici” che di volta in volta cambiavano nomi e connotati, passando dai terroristi degli
anni di piombo, ai mafiosi delle stragi dei magistrati Falcone e Borsellino, ma che
avevano dallo Stato la stessa risposta, vale a dire, le carceri speciali e la sospensione dei
diritti.
Tra delitti e pene vi deve essere una proporzione necessaria, che porti alla “bontà” e alla
utilità delle sanzioni. L’unica vera misura per i delitti è il danno fatto alla Nazione e non
l’impressione degli offesi.
È altresì evidente che il fine della pena non può essere quello di tormentare e affliggere
un essere umano, ma di impedire che il reo commetta nuovi crimini e che altri
commettano gli stessi. Perciò la pena deve essere efficace e durevole sull’animo di tutti i
consociati e deve allo stesso tempo essere la meno tormentosa sul corpo e sulla mente del
condannato. Del resto è meglio prevenire i delitti che punirli. Questo deve essere il fine
principale di ogni buona legislazione che conduca gli uomini alla felicità o comunque al
minimo di infelicità possibile.
Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro uno solo, deve essere
formalmente ed essenzialmente pubblica, cioè per il bene di tutti, la minima delle
possibili, proporzionata, dettata dalle leggi così come diceva Cesare Beccaria.
In contesti di reati, di difesa sociale, di torti subiti, di diritti, non si può utilizzare un
pensiero semplice quale quello della vendetta. Impedire alla giustizia di diventare
vendetta e tortura è la sfida a cui siamo tutti chiamati. Non si può chiudere nel proprio
errore chi ha sbagliato, non si può negare la possibilità del cambiamento. La cultura della
pena non deve essere ritorsione sociale e, soprattutto, non deve voltare le spalle alla
riforma. Bisogna ricordare che: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari
al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.221 Eppure, come

221 https://www.senato.it/1025?sezione=120&articolo_numero_articolo=27.
63
è emerso dal lavoro effettuato, l’ordinamento italiano è passato dal “Regolamento per gli
istituti di Prevenzione e Pena”, il così detto “Codice Rocco”, ritenuto di stampo fascista
ma sopravvissuto anche all’approvazione della Costituzione, a passi indietro nel campo
dei diritti dei detenuti. Così, in tempi di stragi, fu approvata nel 1975 la riforma con la
legge n. 354, che, in particolare nell’articolo 90, in caso di gravi ed eccezionali motivi
d’ordine e sicurezza il ministro per la Grazia e la Giustizia ha facoltà di sospendere, le
regole di trattamento dei penitenziari.
Nel 1986, poi, come “evoluzione” è arrivato l’articolo 41 bis, ed in questo caso c’è la
facoltà di sospendere le regole ordinarie, differenziando il trattamento. Il decreto
interministeriale n. 450 del 12 maggio 1977 ha poi istituito le carceri speciali, quelle
dell’Asinara, Fossombrone, Cuneo, Novara, Nuoro, Trani, la diramazione Agrippa di
Pianosa.
Tutto ciò ha portato a misure di detenzione abnormi, come l’ergastolo ostativo che, come
evidenziato, non è una pena prevista dal codice, ma il risultato di un meccanismo
derivante dall’intreccio delle leggi nate per combattere mafia e criminalità organizzata.
In molti, dovendo commentare misure come il “fine pena mai” e l’ergastolo ostativo,
parlano di una “pena di morte viva”. In Italia è aperto da tempo un dibattito tra chi pensa
che queste misure siano giuste e proporzionate visto che applicate a persone che hanno
tolto la vita ad altre persone. A loro si contrappongono coloro che sostengono come
l’ergastolo sia contrario ai principi stessi della Costituzione, che parla di rieducazione del
reo e di un suo reinserimento nella società.
Un dibattito che diventa ancora più acceso se si tiene conto della distinzione tra ergastolo
semplice, che prevede la possibilità al condannato di uscire, se ha mostrato di meritarlo,
dopo trent’anni; e dopo quindici, a metà pena, per qualche permesso 222 e l’ergastolo
“ostativo” che non prevede, fino alla morte, né permessi né semilibertà. In questa
condizione sono circa in 1.400 detenuti.
Secondo la Corte europea dei diritti umani, però, l’ergastolo ostativo, il cosiddetto “fine
pena mai”, è contrario all’articolo tre della Convenzione europea per i diritti umani che
vieta i trattamenti e le punizioni inumane e degradanti.

222 https://www.lastampa.it/cronaca/2013/06/12/news/fine-pena-mai-vivere-senza-speranza-nelle-carceri-
italiane-1.36082612.

64
La sentenza della Corte di Strasburgo è relativa al caso di Marcello Viola, condannato
all’ergastolo per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti. La sentenza non comporta
223
la liberazione di Viola, ma l’Italia è condannata a pagargli 6mila euro di spese legali.
Per Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino, il successo alla Corte Edu è il
preludio di quel che deve succedere alla Corte Costituzionale italiana che il 22 ottobre
discuterà l’ergastolo ostativo a partire dal caso Cannizzaro, nel quale Nessuno tocchi
Caino è stato ammesso come parte interveniente. 224
E mentre si susseguono gli appelli per l’abolizione di queste misure coercitive ritenute
lesive dei diritti, alla luce di quella che è la mia esperienza, credo che il percorso che si
debba seguire è quello indicato da Aldo Moro il quale ebbe a dire: E, per quanto
riguarda questa richiesta della pena, di come debba essere la pena, un giudizio negativo,
in linea di principio, deve essere dato non soltanto per la  pena capitale, che
istantaneamente, puntualmente, elimina dal consorzio sociale la figura del reo, ma anche
nei confronti della pena perpetua: l’ergastolo, che, privo com’è di qualsiasi speranza, di
qualsiasi prospettiva, di qualsiasi sollecitazione al pentimento e al ritrovamento del
soggetto, appare crudele e disumano non meno di quanto lo sia la pena di morte.225

223 https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/06/13/fine-pena-mai-strasburgo-condanna-
italia_WfTer85JAQgXdvX4dvLcxL.html
224 https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/06/13/fine-pena-mai-strasburgo-condanna-
italia_WfTer85JAQgXdvX4dvLcxL.html
225 Citato introduzione di Stefano Anastasia e Franco Corelone del libro Contro l'ergastolo, Ediesse,
dicembre 2009.

65
Bibliografia
• Ciotti L, Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai (a cura di De
Carolis F.), Roma, Stampa Alternativa, 2012.
• De Feo P. (a cura di), Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura
del 41 bis, Roma, Sensibili alle Foglie, 2016.
• Indelicato R. E., L’inferno di Pianosa. L’esperienza del 41 bis nel 1992 (a cura di
Brancato C.), Roma, Sensibili alle Foglie, 2015.
• Levi P., Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 1958.
• Prette M. R., 41 bis. Il carcere di cui non si parla, Roma, Sensibili alle Foglie,
2012.
• Sommier I. Pentimento e dissociazione: fine degli “anni di piombo” in Italia?,
Collettivo Bellaciao, venerdì 23 aprile 2004.
• https://www.libreriasensibiliallefoglie.com/dettagli.asp?
sid=800010520190204215037&idp=244
• http://www.ristretti.it/commenti/2015/luglio/pdf/racconto_dellanna.pdf
• http://www.treccani.it/enciclopedia/carcere-duro-art-41-bis_%28Diritto-on-line
%29/
• http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/associazioni/caino/malattie.htm
• https://www.nascitacostituzione.it/02p1/01t1/027/index.htm?art027-999.htm&2
• https://www.senato.it/1025?sezione=118&articolo_numero_articolo=3
• https://www.asaps.it/downloads/files/pag_22_cent_2016.pdf
• https://www.lastampa.it/cronaca/2013/06/12/news/fine-pena-mai-vivere-senza-
speranza-nelle-carceri-italiane-1.36082612
• https://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2019/06/13/fine-pena-mai-strasburgo-
condanna-italia_WfTer85JAQgXdvX4dvLcxL.html
• Citato introduzione di Stefano Anastasia e Franco Corelone del libro Contro
l’ergastolo, Ediesse, dicembre 2009

66
Appendice

Intervista a Pasquale De Feo:


1) Da quanto tempo è in carcere?
Mi chiamo De Feo Pasquale nato a Pontecagnano (SA) il 27.01.1961, arrestato il 20
agosto 1983. In tutto questo tempo ho usufruito del “paradiso” penitenziario dello Stato
italiano. Ci sono persone che sono in carcere da 40 o anche 50 anni. Quanto certi signori
dicono in TV che in Italia non c’è la certezza della pena, dimostrano che non sanno di
cosa parlano. Marco Travaglio con una faccia tosta scrisse sul Fatto Quotidiano che gli
ergastolani scontano 7 anni e mezzo e i condannati a 30 anni di carcere 1 anno e 2 mesi.
Purtroppo sono figure simili che fanno opinione disinformando la gente. L’ergastolo è
fine pena mai o 9999 anni. Oggi il 90% degli ergastolani ha l’ergastolo ostativo = pena di
morte, perché esclusi da ogni pena alternativa, l’ha dichiarato anche il Papa che l’ha
chiamata “pena di morte nascosta”.
2) In quale regime detentivo si trova?
Attualmente mi trovo da 21 anni in regime AS-1. Nel 1992 fui sottoposto a regime di
tortura di 41 bis nell’isola dell’Asinara. Nel 1996 il Tribunale di Sorveglianza di Sassari
mi revocò il 41 bis e fui trasferito nel carcere di Voghera (PV) in regime AS. All’epoca i
regimi erano tre: quello comune, quello speciale AS (Alta Sicurezza) e il 41 bis. Nel 1998
il Ministero emanò una circolare in cui creava un altro regime; all’interno del regime AS
c’erano reclusi che erano classificati EIVS (elevato indice vigilanza cautelare), con questi
detenuti fu formato il regime EIV (elevato indice di vigilanza), nel prosieguo fu riempito
con reclusi a cui veniva revocato il 41 bis, e continua tutt’oggi.
Nel 2009 la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) emanò una sentenza su ricorso
di Carmelo Musumeci, che condannava l’Italia perché ai reclusi EIV non notificava il
motivo dell’allocazione in questo circuito. L’allora Ministro della Giustizia, Angelino
Alfano risolse il problema cambiando nome e inventandosi altro circuito, così nacquero
AS-1, AS-2, AS-3.
L’AS-1 prendeva il posto dell’EIV.
L’AS-2 nuovo regime per i reati politici, divisi da quattro sotto circuiti: politici rossi,
quelli neri (ormai quasi inesistenti), anarchici e islamici.

67
L’AS-3 prese il posto del vecchio AS.
La burocrazia ministeriale mi tiene in questo regime, se gli chiedessi di farmi sapere il
motivo del perché sella mia permanenza in questo circuito, rispondono che per motivi di
sicurezza non possono dirmelo. È paradossale che tutti i regimi conoscono i motivi della
loro allocazione, tranne noi ex EIV e ora AS-1 non possiamo saperlo. Credo che il motivo
è semplice, non sanno cosa rispondere.
3) Qual è stato il suo pensiero una volta entrato in carcere?
A quei tempi ero un ragazzo e il carcere era una conseguenza pertanto non è stato un
trauma, e francamente non ricordo qualcosa di preciso a parte cercare di uscire. Ho
trascorso due terzi della mia vita fra quattro mura, tra collegi, case di rieducazione,
carcere minorile, e dopo i 18 anni le carceri dei maggiorenni, pertanto l’essere rinchiusi; è
brutto pensarlo oggi, ma non mi faceva nessun effetto. Tutto ciò derivava da una sorta di
“abitudine” a vivere mesi e anni chiusi e lontano da casa. Credo che l’ignoranza ed una
errata cultura faceva ritenere normale questa distorsione, oggi la capisco, ieri no.
4) Che cosa le è mancato, ma soprattutto cosa le manca di più all’interno del
carcere?
Quello che ti manca di più è la libertà, non solo quella di essere libero, ma anche la
libertà nelle piccole cose, perché nelle istituzioni di contenimento come il carcere, tutto è
improntato sui regolamenti che normalizzano burocraticamente ogni gesto quotidiano.
Siccome certe devianze sociali derivano anche dalla ribellione, pertanto la mancanza di
libertà ti risulta a tal punto odiosa che riversi sulle istituzioni statali e sul mondo intero un
odio senza freni. Con l’età si ha consapevolezza di aver sacrificato gli anni più belli alla
propria stupidità.
Mi manca la famiglia, principalmente mia madre, non aver goduto per decine d’anni, solo
sprazzi, della quotidianità in seno alla famiglia, l’affetto giornaliero e tutte quelle
dinamiche che succedono tra fratelli e sorelle con i genitori.
A tutto ciò si aggiunge l’amore, le tenerezze negli incontri, ma anche gli sguardi, il
desiderio dell’appuntamento, tutto ciò non l’ho vissuto a parte in piccoli periodi. Per
riassumere mi è mancata la normalità e tutte le sue dinamiche familiari, passionali e
sociali.

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5) Nel suo ciclo di vita ha influito un disagio economico, sociale o familiare? Lei
crede di essere nato colpevole?
In Italia il sistema economico è imbalsamato, se non si nasce in certe famiglie sei
destinato a percorrere le orme paterne, anche se hai grandi capacità, il sistema bancario
non ti dà la possibilità di emergere.
Per fare un esempio Bill Gates non avrebbe mai avuto la possibilità di diventare ciò che è
in Italia, principalmente nel meridione.
Fatta questa premessa, ritengo di non avere avuto nessuna opportunità, a parte di fare
l’operaio o il contadino generico in nero e in modo precario. Lavori che ho iniziato a fare
all’età di 12-13 anni. Ho avuto due splendidi genitori, entrambi semianalfabeti, l’unico
mondo che conoscevano era il lavoro sotto padrone, pertanto nessun disagio familiare.
Il disagio economico era ed è ancora attuale nel meridione, non puoi ambire a scalare i
gradini sociali se non fai parte dell’élite locale.
Con la rabbia di non poter avere le stesse opportunità dei rampolli locali, si cerca,
sbagliando, in modo veloce e senza crearsi il problema del modo che è illegale, di scalare
e arrivare ai vertici della società. Si capisce l’errore, quando la caduta è così rovinosa che
distrugge tutta la vita.
Ho sintetizzato, ma ci sarebbe anche da dire, che con la violenza si cerca di acquisire il
rispetto che semmai nella vita non avremmo potuto avere mai.
Se nelle carceri il 100% dei reclusi a regime di tortura del 41 bis, il 99% degli ergastolani
ostativi, l’80% dei detenuti italiani, come anche il 99% dei deportati in Sardegna sono
tutti meridionali, significa che il sistema sociale nel meridione non funziona. Se fosse
diverso dovremmo prendere atto che quel criminale di Cesare Lombroso aveva ragione,
cioè che i meridionali sono geneticamente difettati e pertanto criminali per natura. Questo
mi porta alla conclusione che non solo io sono nato colpevole, ma migliaia di ragazzi
meridionali sono colpevoli nella loro innocenza.
Il problema nasce con la creazione di questo Paese, che instaurò un apparato burocratico-
poliziesco che continua a fare il lavoro per cui era stato creato, reprimere e tenere sotto
oppressione il Sud Italia.
6) Come passa le sue giornate all’interno del carcere?
Il carcere è un mondo dove tutti i giorni sono uguali, ci si alza la mattina, si fa colazione,

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si fanno le pulizie, faccio ginnastica, dopo la doccia si pranza, si cena e i tempi tra queste
pause leggo e scrivo, curo la corrispondenza, adesso un paio di volte a settimana, di
pomeriggio vado alla scuola di agraria.
I pasti, un po’ si prende dal carrello dell’amministrazione e il resto si cucina. Possiamo
fare la spesa una volta a settimana, c’è un elenco di ciò che possiamo acquistare, pasta,
pelati, verdura, legumi, bombole di gas, abbiamo un fornellino con la bombola di gas,
ecc. Le ore d’aria sono due la mattina e due il pomeriggio, in cortile che si può definire
una piscina perché ha la stessa conformazione. Io scendo tre volte a settimana, faccio
un’ora di corsa ogni volta e poi rientro per farmi la doccia.
Il corpo di polizia penitenziario è diventato molto potente negli ultimi 25 anni, perché i
suoi sindacati hanno la facoltà di creare instabilità, pertanto condizionano le aperture
nelle carceri. Se un direttore è di larghe vedute, come i direttori delle carceri norvegesi o
svedesi, vengono subito attaccati dai sindacati della polizia penitenziaria, e alla minima
occasione con i referenti che hanno al ministero, lo fanno trasferire. Viceversa i direttori
che ragionano come un militare e si adeguano al volere della polizia penitenziaria con
limitazioni, restrizioni e repressione, diventando una sorta di eroi.
Al DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) del Ministero, è stato occupato
militarmente dai PM delle varie DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) si presume che
siano circa 150, e credono di continuare a fare il lavoro che facevano nelle procure, dove
avevano potere assoluto su tutto e tutti.
Qualche anno fa, nella trasmissione “Presa diretta” che conduce Riccardo Iacona, fece un
servizio sul sistema penitenziario norvegese, alla fine Iacono disse:” Perché non è
possibile in Italia?”. La risposta è semplice, perché la polizia penitenziaria insieme al
DAP non lo permettono, anche se quando vanno in TV oppure rilasciano una intervista a
un quotidiano sembrano tanti funzionari norvegesi.
Arrivano al punto di condizionare anche la legge sulla tortura, dopo che è stato firmato il
protocollo con l’ONU nel 1988, sono 30 anni e ancora rimane ferma in parlamento.
7) C’è un grado di parentela con Antonio De Feo, sottoposto a regime di tortura
del 41 bis nell’isola di Pianosa dal 1992?
Si. Si tratta di mio fratello, il quarto. Siamo dieci, sei maschi e quattro femmine.

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8) Il carcere secondo lei è rieducativo?
No. Il carcere ti può solo fare diventare peggiore perché l’impronta è ottocentesca di
conseguenza repressiva, fino a quando non cambia la mentalità, le chiacchere che i
politici vanno cianciando è una favola come quella di pinocchio.
Questo discorso di Filippo Turani nel 1904 si potrebbe fare anche oggi.
“Le carceri italiane rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più
atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolito la tortura, e i nostri reclusi
sono essi stessi un sistema di tortura, la più raffinata. Noi ci vantiamo di aver cancellato
la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono goccia
a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice;
noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono
fabbriche di delinquenti, o scuole di perfezionamento dei malfattori”. Filippo Turati,
discorso alla Camera dei Deputati del 18 marzo 1904. Citazione tratta dal libro “Viaggio
nelle carceri” di Davide La Cara e Antonio Castorina, edito da Eir.
Sono consapevoli che le carceri in queste condizioni producono solo recidiva, per questo
abbiamo la recidiva più alta d’Europa, ma siccome la repressione è diventata un
programma politico, fanno a gara a inasprire sempre di più le sanzioni e limitare le pene
alternative. Ti potrei citare tante statistiche che potrai leggere nei miei scritti. Il più
efficace deterrente per la sicurezza è investire nella fiducia, ne hanno avuto coscienza con
il carcere di Bollate (MI), Padova, Laureana di Borrello (RC), ma non hanno nessuna
voglia di cambiare le cose, non vogliono la magistratura e la setta dei savonarola
(giustizialisti), perché è diventato un business.
9) Quando ha realmente pensato che la vita sessuale sarebbe cambiata una volta
messo piede all’interno del carcere?
Come ho già affermato nella prima risposta, da bambino sono stato chiuso, pertanto la
sessualità l’ho sviluppata con la masturbazione, pertanto nei periodi di carcerazione era
contemplato che lo sfogo sessuale era con la masturbazione.
Anche quando ero sotto processo per il reato da cui è scaturito la pena dell’ergastolo,
avevo una relazione con una ragazza che amavo moltissimo, e l ‘amore che nutrivamo mi
bastava, vivevo nei sogni e pertanto mai nei miei pensieri era contemplato che non sarei
più uscito ed era finita la mia vita sessuale.

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Quando la condanna all’ergastolo è diventata definitiva – 28 aprile 1993- la mia mente in
quel momento era occupata dalla sofferenza che qualche anno prima era finito l’amore,
ma anche per tutte le problematiche che nel regime di tortura del 41 bis nell’isola
dell’Asinara stavamo subendo, pertanto il sesso non rappresentava primaria importanza.
In tutti i libri che ho letto sui campi di concentramento nazisti, ho potuto comprendere il
bisogno primario non era il sesso, ma le torture, la fame, sete, freddo, le sofferenze e le
umiliazioni che venivano inflitte, così era nel mio caso, ma credo anche degli altri.
Quando dopo quattro anni sono uscito dalla Cayenne dell’Asinara, le torture e le
privazioni erano finite, allora i pensieri liberi dall’assillo dei patimenti, hanno iniziato a
sviluppare ragionamenti sul futuro. Tutto era finito, ma l’illusione che con il tempo le
cose sarebbero cambiate era l’unica speranza a cui aggrapparsi, pur sapendo che ci
volevano tanti anni.
La speranza aiuta a superare ogni cosa, ma è effimera, perché il risveglio è amaro. Oggi
ho la consapevolezza che mi faranno morire in carcere; pertanto la mia sessualità è finita
alcuni anni fa, ora gli manca solo il funerale.
10) Nel momento in cui ha commesso il reato per cui è stato condannato, ha
pensato alle conseguenze, a quello che realmente le sarebbe potuto mancare se fosse
stato riconosciuto colpevole?
A prescindere che per il reato di ergastolo sono innocente, ma questo ha poca importanza
perché per la Costituzione si è colpevole quando la condanna è definitiva inoltre ho
pagato per la mia vita al di fuori della legalità, anche se ero un ragazzo, purtroppo in
Italia non ci sono gli strumenti giuridici e penitenziari delle civiltà scandinave, qui c’è la
mentalità esclusivamente di repressione, principalmente contro noi meridionali, essendo
considerati brutti, sporchi e cattivi.
Ho lottato fino alla fine per cercare di far riconoscere la mia innocenza. Ho sperato anche
dopo che la condanna è diventata definitiva, perché ero convinto che tra le centinaia di
pentiti saltasse fuori la verità, purtroppo sono stato sfortunato.
Ho commesso altri reati, ma non ho mai pensato né alle condanne e né alle conseguenze,
pertanto non pensavo a ciò che mi sarebbe potuto mancare.

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11) Quanto è importante una sana vita sessuale per un detenuto?
Una sana vita sessuale renderebbe il detenuto più stabile psicologicamente, questa
astinenza forzata è una distorsione che incide anche sulla psiche. La pena consiste
esclusivamente nella privazione della libertà, tutto il resto diviene tortura, come la
proibizione di una normale attività sessuale. Il sesso è una naturale componente
dell’essere umano, proibirla è contro natura, lo accertano anche tanti studi scientifici.
Il recupero- rieducazione- reinserimento, deve avere la base che il soggetto non sia
escluso dalla società, ma paga una sanzione all’errore commesso, anche perché l’uomo
non è il suo reato, e se si vuole restituire un cittadino migliore alla società, non si può
escludere il sesso.
12) Ritiene importante i colloqui affettivi per rimanere in intimità e lontano da
occhi indiscreti, sia un diritto per i detenuti? Soprattutto, che sia un diritto per tutti
i detenuti?
Tutti ne devono usufruire, perché un diritto non esclude nessuno, se lo fa non è più un
diritto ma una concessione, e nelle carceri le concessioni diventano delle aberrazioni alla
mercede del direttore di turno.
I primi che ne dovrebbero usufruire sono i detenuti ristretti nel regime di tortura del 41
bis; aberrazione di uno Stato che si ritiene democratico, ma credo che nel suo DNA è
rimasto fascista.
Le discriminazioni hanno rovinato sempre qualsiasi iniziativa di civiltà.
In Europa, tranne qualcuna, sono decenni che i colloqui affettivi per fare sesso, sono una
consuetudine consolidata, solo in Italia c’è una resistenza, forse perché c’è la chiesa.
È notorio che è scientificamente provato che la proibizione del sesso in cattività, deforma
le percezioni e incattivisce in modo criminale.
L’ultimo Paese del Medio Oriente che ha dato i colloqui affettivi è stata l’Algeria tre anni
fa, mentre l’Arabia Saudita li ha dati nel 1978, pur essendo il paese più arretrato e
oppressivo del mondo. L’Italia si vanta di essere la culla del diritto, ma nei fatti sono
trent’anni che è diventata la tomba del diritto.
13) Secondo lei, la privazione di questo tipo di libertà, può essere considerato un
buon deterrente per prevenire un reato?
Se fino ad oggi non lo è stato, anzi incattivisce ancora di più le persone; l’Italia è il paese

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con la più alta recidiva d’Europa con il 70% in alcune zone del meridione arriva al 90%,
pertanto non è un deterrente per la prevenzione, ma al contrario alimenta la recidiva.
La mancanza di sesso contribuisce a sfasciare le famiglie e questo alimenta odio, rabbia e
rancore contro lo Stato e la società, perché al sesso si aggiunge la deportazione lontano da
casa, per anni non si vedono i familiari, la persona amata e i figli. Anche l’amore più forte
ha delle riflessioni. Con le istituzioni contribuiscono alla recidiva, perché il
proibizionismo in ogni campo si è ritorto sempre contro ciò che si vuole vietare.
14) Come ha affrontato la sua condizione di salute e anche la sua eventuale
situazione di malattia durante la detenzione al 41 bis? mi può raccontare qualche
episodio?
All’Asinara un giorno del mese di agosto, eravamo tutti senza acqua da bere, essendo che
l’acqua della fontana era come l’acqua nera delle fogne, gialla. Io e il mio compagno di
cella andammo dal dottore per chiedergli di prescriverci per motivi medici di poter
acquistare una cassa d’acqua in più alla settimana. Vado prima io, la dottoressa mi dice
che non è possibile perché non ho patologie mediche che possono motivare la mia
richiesta. Gli rispondo che per bere bisognava essere malati? Lei disse che non poteva
fare niente, questi erano gli ordini.
Dopo di me va il mio compagno di cella, gli prescrive la cassa d’acqua perché ha delle
patologie. Nel dargli una pillola che doveva prendere, Raffaele beve un po’ d’acqua dal
rubinetto, la dott.ssa gli urlò di non bere. Gli rispose Raffaele:” non faccia l’ipocrita, lei
lo sa che senza acqua dobbiamo per forza bere quella del rubinetto”.
A questo punto, l’ispettore presente sbottò verso la dott.ssa:” quello che è troppo e
troppo, sono tutti senza acqua, adesso lei va dal direttore e gli dice che deve far acquistare
l’acqua ai detenuti”. Rivolgendosi a Raffaele gli disse:” Vada in cella, fra poco a sue
spese le invierò una cassa d’acqua, lo dica anche a De Feo”. Dopo un quarto d’ora un
agente ci portò una cassa d’acqua. Prendemmo una bottiglia a testa e la bevemmo.
I detenuti della sezione, si affacciavano dallo spioncino e urlavano: acqua, acqua e acqua.
Il caldo era asfissiante. L’ispettore conosceva Raffaele, stavano insieme prima del regime
di tortura del 41 bis, nel carcere di Livorno. L’umanità ebbe un rigurgito. Ci facevano
comprare una cassa d’acqua a settimana e una bottiglia al giorno c’è la passavano loro,
ma siccome faceva caldo in estate, in cella mediamente eravamo sui 40 gradi, l’acqua si

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consumava molto, inoltre la usavamo per lavarci i denti, farci un bicchiere di acqua e
zucchero (per circa tre anni è stato l’unico dolce che avevamo), pertanto pur razionata
non riuscivamo mai ad arrivare a fine settimana.
Un altro esempio, quando dovevamo farci una puntura, l’agente ci dava la siringa e
dovevamo farcela noi. Un giorno uno dei miei cellanti, mi fece una puntura di Voltaren,
sicuramente toccò o una vena o un nervo, uscì molto sangue e la natica divenne come un
pallone. Per una settimana non riuscivo a sedermi e dormire la notte era un problema.
Scherzando dissi al mio cellante che quando mi capitava sotto lui gli avrei fatto lo stesso
servizio. Dopo qualche tempo aveva avuto una infiammazione e doveva farsi una
puntura, non volle farsela fare da me, se la feci lui sulla gamba, il quadricipite si gonfiò
tanto che si raddoppiò. Chi stava bene in salute è riuscito a uscirne indenne anche se
fisicamente e psicologicamente qualche acciacco è rimasto, per esempio io ho sviluppato
delle allergie e delle intolleranze, e non riesco a dimenticare quel periodo e lei sue
brutture. Sono ferite nell’animo che non si cicatrizzeranno mai più. Molti purtroppo ci
sono morti e ancora oggi continuano a morire. Nel regime di tortura del 41 bis c’è il
doppio dei suicidi che succedono in tutti gli altri regimi. C’è una percentuale elevata di
detenuti che va al di là del 50% di assunzioni e psicofarmaci. Nelle carceri in generale gli
psicofarmaci vengono irrogati a livello industriale, è la nuova camicia di forza; una volta
la mettevano loro con la forza, oggi è lo stesso detenuto a chiederla.
15) Dopo tutto il calvario, se tornasse indietro, prenderebbe in considerazione la
collaborazione con la giustizia?
Avendo attraversato questa odissea di sofferenze, solo al pensiero che dovrei mettere altri
al mio posto e fargli patire l’inferno che le patrie galere italiche dispensano a piene mani,
fare una cosa del genere mi farebbe sentire come un verme.
Non ho preso in considerazione all’epoca tale eventualità e né tantomeno ci ho mai
pensato adesso. Inoltre sono in carcere da tanti anni, il mondo che conoscevo non esiste
più, pertanto nulla potrei dire delle dinamiche malavitose degli ultimi decenni.
La sera prima di addormentarmi dedico cinque minuti a ripassarmi la giornata, se ho
avuto qualche comportamento errato oppure ho offeso qualcuno, a volte succede senza
volerlo. Un pensiero ai miei cari. Non dimentico mai di ripetermi quanto sono stato
stupido nel buttare la mia vita. Certe volte mi soffermo a riflettere, come poteva essere la

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mia vita se non fossi inciampato, quello che non è stato e tutto quello che ho perso,
principalmente le persone che amavo di più. Non passa giorno che il rimpianto non soffia
sulla ferita dell’anima per ricordarmelo.
16) Ha mai pensato al suicidio?
Quando mi trovavo all’Asinara nel regime di tortura del 41 bis, per vari motivi, non solo
per il regime a cui ero sottoposto, la sofferenza da psicologica era diventata fisica, ed era
insopportabile. Avevo iniziato a ripetermi:” morire per non soffrire più”. Un episodio mi
diede una sferzata psicologica che soffocò il pensiero momentaneo che avevo avuto.
Credo che il suicidio in carcere sia dovuto, spesso, a un momento particolare, basterebbe
superare quell’attimo. Ricordo che alcuni anni fa, il Provveditorato del Friuli Enrico
Sbriglia, a un convegno nel carcere di Padova, disse:” … con una telefonata quanti
suicidi avremmo evitato...”
Effettivamente aveva centrato la causa e la motivazione per ridurli.
In Francia hanno messo i telefoni in cella, i detenuti ai numeri autorizzati possono
telefonare quando vogliono, non solo hanno ridotto i suicidi ma hanno anche calmato gli
animi, perché il contatto con i familiari stempera qualsiasi pensiero cattivo e di animosità.
17) Si sente lasciato solo dalle istituzioni?
Purtroppo per me le istituzioni che ho conosciuto fin da ragazzo, è stato il braccio feroce
delle varie polizie, quella della magistratura e quella penitenziaria. Lo Stato ha creato un
sistema basato sulla repressione, il motivo è semplice, alla sua nascita questo paese è nato
male, non è stata unità come ci insegnano a scuola, ma l’estensione del Piemonte a tutta
la penisola, con tutte le sue istituzioni- carabinieri, polizia, guardia di finanza ecc-, ma il
meridione è stato trattato come una colonia, e lo è ancora, pertanto hanno usato
dall’inizio la repressione come modus operandi, anche per nascondere il saccheggio
sistematico di tutte le ricchezze.
Quel metodo continua ancora, pertanto non ho mai fatto affidamento sulle istituzioni,
perché hanno un unico obiettivo, la repressione.
Per non andare molto lontano, negli ultimi trent’anni hanno speso centinaia di miliardi di
euro nella repressione, perché non li hanno spesi per sanare il degrado sociale da cui
deriva tanta illegalità?
Perché non vogliono, con la scusa della lotta alla mafia, fanno i loro affari rubando e

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distraendo fondi pubblici dal Sud al Nord. Lavorano affinché le cose non devono
cambiare, purtroppo questo metodo inghiotte migliaia di giovani meridionali ogni anno,
per tenere in piedi l’apparato mastodontico della repressione, c’è bisogno sempre di carne
fresca.

18) Si sente lasciato solo dall’opinione pubblica?


L’opinione pubblica è condizionata dai media. Basta controllare per verificare che tutti i
media hanno sede e padroni al Nord, pertanto l’indirizzo è quello di fare il bene del Nord
contro il Sud. Se si presta attenzione nei notiziari, si può notare che il male sta al Sud e il
bene sempre al Nord. La retorica che li aiuta molto nel loro interesse, è la lotta alle mafie,
negli ultimi trent’anni hanno desertificato il meridione in tutti i campi. I media sono stati
complici attivi in tutto ciò, aiutando tutto l’apparato istituzionale che porta avanti questo
sistema coloniale che serve per continuare a rubare e renderci inferiori; cosa che iniziano
già a fare alle elementari con la favoletta risorgimentale. Pertanto l’opinione pubblica è
aizzata come quella dell’Impero romano nel Colosseo, quale speranza di aiuto possa
sperare?
C’è una parte che sono meravigliosi, silenziosi e resi invisibili dai media, purtroppo non
hanno voce perché la propaganda ha investito solo i savonarola che alimentano odio
razzista, e come ogni potere ha bisogno di un nemico che bisogna mostrificare. In Italia
viene fatto quotidianamente conto i meridionali.
Prendi Salvini, la popolazione, persino quella del Sud, l’hanno osannato, eppure la sua
politica razzista non è cambiata dai tempi di Bossi, ha cambiato i meridionali con gli
immigrati e Roma con Bruxelles, la retorica è sempre la stessa. Inoltre ha rispolverato il
più bieco giustizialismo, non ha potuto usare l’antimeridionalismo come faceva Bossi,
perché gli servono i voti dei meridionali, che stupidamente gli danno; ci hanno ridotto
come i clienti dell’Impero Romano.
Per me l’opinione pubblica è una piccola percentuale degli italiani, tutti quelli che ho
conosciuto non mi hanno mai lasciato solo. Il resto sono inquinati con l’odio
antimeridionale.

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19) A suo giudizio, dato che gli ergastolani ostativi sono quasi tutti meridionali, è
possibile parlare di una nuova questione meridionale?
Una questione meridionale nel senso classico del termine no, ma si potrebbe parlare di
una questione giudiziaria antimeridionale, perché su questo fronte l’Italia è spaccata in
due: nella nazione settentrionale la giustizia è molto diversa, iniziando dalla possibilità
che l’imputato è un presunto innocente. Nella sezione meridionale, la giustizia è
coloniale, pertanto usata per la repressione fine a sé stessa, ma adoperata a livello
industriale, e ogni imputato è un presunto colpevole. In Calabria è molto accentuato
questo meccanismo, ricordo un episodio coordinato dal solito Nicola Gratteri, una notte
fece accerchiare il paese di Platì con duemila carabinieri, rastrellò 200 persone e le
arrestò, dopo vari anni di carcere furono tutti assolti. Di questi episodi la Calabria è piena,
perché i piccoli Spaventa come Gratteri c’è ne sono tanti e tanti ne sono passati e ne
passeranno, se non si smonta il sistema coloniale.
Leggi questo libro:” La ‘ndrangheta come alibi”. Dal 1945 ad oggi. Scritto da Ilario
Ammendolia. Edizioni “Città del Sole”. Le mie affermazioni non ti sembreranno astratte.
Gli ergastolani ostativi sono tutti meridionali.
20) Secondo lei, il carcere cosa non dovrebbe mai negare?
Il carcere non dovrebbe mai negare l’umanità, cosa che stabilisce anche la Costituzione,
ma viceversa la disumanità impera in tutta la sua crudeltà.
Nulla è cambiato dalla nascita di questo Paese con deportazioni, arresti arbitrari e di
massa, leggi incivili chiamate di emergenza (un tempo si chiamavano stadi di assedio),
processi senza garanzie e nel meridione sono a livello industriale, con la scusa della
mafia. Quando hanno aperto il carcere di Oristano, nelle sezioni AS-3 e quella di AS-1 il
99% siamo tutti meridionali, perché deportarci in Sardegna? È umanità allontanarci dalle
nostre famiglie e impedirci di vederle per anni interi.
Con queste politiche naziste forgiano criminali che assorbiscono la mentalità che la
sopraffazione è l’unica forza di potere, e di conseguenza quando finiscono di scontare la
pena, tornano a delinquere con più cattiveria. Questa frase di Nicolò Machiavelli nelle
Istorie Fiorentine completa il mio discorso:” Non fa mai savio partito far disperare gli
uomini perché chi non spreca il bene non teme il male”.
Il male non si combatte con altro male, lo si può fare solo con il bene, anche perché

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l’uomo non è il suo reato, ed è da criminale pensare che una persona dopo tanti anni
possa essere sempre lo stesso, quando la scienza ha provato che già dopo 5 anni c’è un
cambiamento nel cervello, figuriamoci dopo 20-30-40 anni. Il compianto Prof. Veronesi
l’aveva dichiarato pubblicamente prendendo posizione contro le pene lunghe e
l’ergastolo. Questo carcere nega tutto ciò che riguarda le relazioni umane, senza si
inaridiscono gli animi e i sentimenti.

21) Cosa pensa di quello che c’è al di fuori del carcere? Da quando sta scontando
la pena, ha cambiato mai opinione?
Un tempo ero cieco anche io, perché ero interessato solo a me stesso, pertanto capisco i
milioni di persone che hanno poca consapevolezza del mondo che li circonda, iniziano a
sentirlo quando vengono toccati i loro interessi quotidiani. Oggi comprendo che il nostro
Paese è mummificato dalla politica e dal sistema nel suo insieme, riesco a capire i
politici, i partiti, i sindacati, le corporazioni e i vari poteri, cosa vogliono quando vanno in
TV a discutere di qualcosa, fanno gli scioperi o mandano i loro giannizzeri a urlare per
infondere paura e insicurezza.
Purtroppo in questo carosello noi detenuti occupiamo un posto speciale, siamo gli eretici,
streghe e maghi usati per essere la valvola di sfogo del sistema di potere che chiamo il
“Principe”, termine preso dal libro “il ritorno del Principe” di Scarpinato.
Il principe con i suoi savonarola orchestra champagne mediatiche dell’odio, in modo che
il fumo dei roghi di piazza celi la visuale delle loro ruberie, dando in pasto all’opinione
pubblica gli agnelli sacrificati; che sono sempre meridionali. In carcere ho dedicato molto
tempo a capire la società esterna, volevo capire come era possibile che il Principe
riuscisse a prendere in giro la popolazione con propagande mirate, simili a quelle che
orchestrava Goebbels, anche se lì era dittatura e qui è democrazia.
Quando ho avuto una visuale quasi chiara, ho compreso che il Principe teneva prigionieri
non solo noi all’interno delle carceri, ma anche tutta la popolazione. Il carcere ha influito
sulle mie opinioni, perché l’osservatorio è privilegiato, posso guardare e cercare di
comprendere senza esserne assorbito dalle problematiche quotidiane che affliggono le
persone nel mondo esterno, inoltre il modus operandi del Principe è simile in ogni
occasione.

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22) Casa pensa del diritto, delle leggi?
In Italia la magistratura che amministra il diritto e le leggi è al servizio del Principe.
La Corte Costituzionale la si può ritenere la terza camera del Parlamento, perché non
discute se le leggi sono uniforme alla Costituzione, ma bensì se sono politicamente
corrette agli interessi del colore politico che li hanno votati per occupare la poltrona alla
Consulta.
Non credo nella correttezza della giustizia, perché si accanisce contro i poveri cristi e
lascia in pace l’élite del Paese. In Europa siamo il Paese più corrotto ma allo stesso tempo
di colletti bianchi in carcere sono mosche bianche. Su 120 miliardi di corruzione in
Europa, 60 miliardi sono dell’Italia. In Germania nelle carceri ci sono il 13% di colletti
bianchi.
Il paradosso è che mentre “vendevano” la lotta alla mafia, il Principe si è “mangiato”
l’Italia facendolo anche diventare uno dei paesi più corrotti del mondo. La giustizia
italiana viene dietro i paesi africani, addirittura anche lo Zimbabwe del dittatore Mugabe
viene prima dell’Italia; un sanguinario che governa il suo Paese da oltre trent’anni, un
despota riconosciuto come tale dalla comunità internazionale. Ci sono alcuni appunti del
Docente di Ordinamento giudiziario Giuseppe Di Federico dell’Università di Bologna
che citarli renderebbe più chiaro il mio discorso.
L’Italia ha ricevuto il doppio di condanne dalla CEDU di tutti i Paesi dell’Europa nel
loro insieme per ritardi della giustizia. Il PM è indipendente come il giudice.
Diversamente dai Paesi Occidentali, dove il PM fa parte di una struttura gerarchica
unificata. A livello nazionale un capo è politicamente responsabile, qui le singole
procure e i singoli PM possono agire a loro piacimento senza rispondere dei loro atti,
anche quando sbagliano, con la scusa che non potevano fare diversamente a causa della
obbligatorietà dell’azione penale. Le posizioni direttive del Ministero sono da sempre
monopolio dei magistrati, incaricati dal CSM e non dal ministro della giustizia, come
avviene nei Paesi Occidentali. Sostanzialmente il magistrato di Sorveglianza è etero
diretto.
Il ministero della giustizia viene imbottito di PM della DDA del territorio nazionale, per
questo motivo il sistema penitenziario è nelle condizioni attuali. La giustizia non
funziona per l’onnipotenza della magistratura, ma loro danno la colpa sempre agli altri,

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povere vittime sic. Ormai è diventata una casta che rasenta il potere feudale, si è seduta al
tavolo del Principe, ed è diventata il più feroce difensore dello status quo. Per la colonia
meridionale il discorso è a parte, nei tribunali le garanzie sono solo sulla carta. I beduini
della Terronia non devono prendere di più.
23) Il carcere genera o favorisce azioni criminose?
Si il carcere è un ambiente criminogeno, ma non per quello che può far credere la parola
stessa, lo è perché, i reclusi si nutrono di rabbia, rancore e odio, di conseguenza nel
tempo si odia la società e le sue istituzioni, pertanto quando vengono scarcerati sono
come una bomba a orologeria. Se il carcere fosse umano e civile, adoperandosi per
rendere dei cittadini migliori di quello che erano prima, con la cultura, lavoro e la vera
rieducazione, con l’aiuto fuori come fanno in Svezia, allora la recidiva scenderebbe ai
livelli di Bollate e i reclusi non diventerebbero più criminali di quando sono entrati. Il
sistema è criminogeno, perché lo Stato vuole così, gli è più conveniente la repressione di
una parte del Paese, e renderli brutti, sporchi e cattivi in modo permanente. Non fatemi
vedere i vostri palazzi, ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di
civiltà di una nazione. Voltaire.
Questa frase scritta dal grande Voltaire oltre due secoli fa, è ancora attuale.
24) Secondo lei, cosa andrebbe cambiato del carcere?
Del carcere andrebbe cambiata l’impostazione culturale ottocentesca, perché se non
cambia la mentalità, neanche le leggi (molte ci sono) possono cambiare la situazione.
● Iniziando con l’abolizione della pena di morte che è l’ergastolo.
● La tortura del 41 bis.
● Della deportazione lontano dai familiari istaurando la regionalizzazione della
pena, i reclusi devono scontare la condanna nella propria regione.
● Del famigerato art. 4 bis che instaura il doppio binario, anticostituzionale perché
la Costituzione stabilisce che siamo tutti uguali.
● Tutte le leggi che negli anni hanno limitato l’alternativa alla pena.
● Ripristinare integralmente la legge Gozzini.
● Abolire le misure di sicurezza esterne, perché quando si finisce di scontare la
pena, ognuno deve avere la possibilità di rifarsi una vita dove e come vuole, e non
rimanere invischiati nella rete di queste misure che spesso porta alla disperazione le

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persone facendole sbagliare di nuovo. È paradossale che si costringe le persone a
rimanere nei luoghi dei suoi reati.
● Libero accesso nelle carceri dei volontari, e non essere alla mercede dell’umore
del direttore di turno. I volontari sono stati gli unici che organizzano iniziative che
portano la società libera in carcere.
● Libero accesso dei giornalisti nelle carceri.
● Uguali regolamenti su tutto il territorio nazionale, e non lasciare l’arbitrio di
interpretazione ai singoli direttori. (il regolamento sarebbe unico, ma nei fatti non lo è).
● Creare delle strutture per i tossicodipendenti, metterli in carcere e riempirli di
psicofarmaci per mantenerli in una sorta di ibernazione, non serve a niente, perché
quando escono si svegliano e ritornano a fare quello che facevano prima.
● Applicare integralmente la sentenza europea Torreggiani, e non lasciarla
all’arbitrio del direttore di turno.
● Instaurare postazioni internet affinché i reclusi possono avere la possibilità di fare
colloquio tramite Skype settimanali con i familiari.
● Liberalizzare le telefonate.
● Instaurare i colloqui affettivi. (la pena non contempla anche la castrazione
sessuale).
● Liberalizzare gli strumenti digitali, computer, e-book, ecc.
● Il diritto di voto per sentirsi cittadini a tutti gli effetti.
● Approvazione del reato di tortura nel codice penale, in modo che finiscano tutte le
torture nei luoghi di detenzione.
● Tutela sindacale dei lavoratori reclusi, perché oggi la paga è da schiavi.
● Scontare la pena quando c’è il posto letto, è un criterio che usano in Norvegia, ma
anche in altri paesi europei.
● Divenire un diritto la cella singola per ogni detenuto. Rispettare questo diritto
stabilito nel codice penale art. 22 per gli ergastolani.
25) Se lei avesse il potere di decidere, quale misura adotterebbe per rieducare chi
ha realmente sbagliato?
Faccio una premessa per non creare ambiguità essendo detenuto, chi commette un reato è
giusto che ne paga la pena, perché chi si mette al di fuori della comunità non rispettando

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le regole, gli si deve far capire che ha sbagliato, sanzionandolo e facendogli capire
l’errore. Il carcere deve avere la funzione di scuola, educare chi non conosce
l’educazione. Insegnare a essere un buon cittadino, ma questo non avviene. Il carcere è
un luogo funesto, l’aveva capito già Gramsci 70 anni fa:” Quando vedo agire e sento
parlare uomini che sono da cinque, otto, dieci anni in carcere e osservo le deformazioni
psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione
di me stesso”. Antonio Gramsci.
La carcerazione preventiva andrebbe abolita, perché come ha dichiarato il Papa: è una
tortura essendo una anticipazione alla pena. Non è neanche contemplata nella
Costituzione.
Eliminare le carceri si può, ma bisogna che ci sia ampia libertà che è condizione della
legalità, dove non c’è libertà non può esservi la libertà. Non bisogna pensare al carcere o
alle pene alternative, ma è tempo che si pensi a un’alternativa alle pene, i modi sono tanti.
In Svezia ci stanno riuscendo, credo che sarà la prima nazione al mondo che avrà abolito
le carceri. Hanno iniziato da dentro le carceri con scuola e formazione, seguendo le
persone per qualche anno dopo la scarcerazione.
L’abolizione delle carceri sarebbe graduale, iniziando ad abolire la carcerazione
preventiva.
Quando la pena sarà definitiva; d’altronde nella Costituzione è sancito che si è colpevoli
quando la pena è definitiva. Il magistrato decide quale sia la forma migliore per scontarla,
a parte il lavoro, ci dovranno essere delle sedute diciamo di consapevolezza dell’errore
commesso; come fanno gli alcolisti. Quando ero ragazzo, nel carcere dei minori
portavano anche bambini di 10-11 anni, perché la mentalità repressiva era quella. Oggi i
minori difficilmente vanno in carcere, ci sono delle misure alternative per far scontare la
pena. Il problema non è quali misure o modalità trovare per sostituire il carcere, ma la
volontà di coniugarci con le civiltà scandinave oppure rincorrere i paesi arabi.
Termino con una frase di Benjamin Franklin:” chi rinuncia alla libertà per raggiungere
la sicurezza, non merita né la liberà né la sicurezza”.
26) Pensa che si possa creare un criterio di giustizia alternativa a quello attuale,
ovvero punitivo?
La giustizia attuale è pronipote di quella instaurata alla nascita di questo paese, sarebbe la

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famigerata legge Pica, usata per legittimare massacri e saccheggio sistemico dell’Italia
del Sud; si presumono un milione di morti su nove milioni di abitanti (fonte Civiltà
Cattolica).
Questa legge licenziata nel 1863 entrò a far parte del codice sabaudo emanato nel 1859
che servì a rendere un inferno l’ex Regno delle Due Sicilie, con una repressione spietata e
crudele. Nel 1889 fu emanato il Codice Zanardelli, a sua volta sostituito nel 1930 dal
Codice Rocco di epoca fascista, e mai cambiato, credo più funzionale alla repressione.
Nel tempo sono entrati nella modernità e certe nefandezze non le possono più fare, anche
perché siamo nell’Unione Europea, ma lo stampo, l’agire e l’estremismo sono gli stessi.
Per capirlo basta confrontare l’applicazione dell’epoca e quella di oggi; non è cambiato
niente. Sono cambiati solo i nomi. Bisogna chiarire e mettere in evidenza che le leggi di
emergenza per legittimare la repressione senza garanzie, vengono emanate sempre e solo
per i meridionali; perché essere meridionali è un reato, pertanto si è sempre presunti
colpevoli. D’altronde il razzismo meridionale fu inventato all’epoca con la complicità
dello scienziato Cesare Lombroso, che con le sue terribili teorie affermò come i
meridionali:” erano geneticamente difettati, la conformazione fisica ed etnica portavano a
una naturale propensione a delinquere, dunque criminali per nascita, eredi di un’atavica
popolazione difettosa, che niente e nessuno poteva sottrarre al loro destino. Non
delinquenti per un atto cosciente e libero della volontà, ma per innate tendenze
malvagie”.
La propaganda sei Savoia enfatizzò le teorie lombrosiane divulgando la figura dei
meridionali poltroni, criminali, barbari, alimentando il razzismo antimeridionale per
giustificare la repressione, coprendo il vero fine, di sottomettere e saccheggiare il
meridione impunemente. Da quel momento sono state inquinate le menti dei cittadini, del
sistema penale e l’esecuzione della pena. Fatta questa premessa per far comprendere da
dove arriva la mentalità punitiva del sistema poliziesco e giudiziario attuale.
Per cambiare questo sistema punitivo, bisognerebbe abolire tutte queste leggi di
emergenza che poi sono diventate ordinarie, e sostituirle con quelle dei paesi dell’Europa
del Nord, tra tutti riconosciuti tra i più civili del mondo, in materia penale e penitenziaria.
La difficoltà è che negli ultimi trent’anni, è stato costruito un apparato repressivo, che ha
contribuito ad arricchire tanta gente, alimentando potere e create tante carriere. Sono stati

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creati carrozzoni simili a quelli politici che sono diventati come il pozzo di San Patrizio,
d’altronde l’unica industria che nel meridione non ha mai avuto flessione è quella della
repressione; i soldi ci sono sempre, anche nei momenti di crisi.
Mai ho sentito un politico affermare che le centinaia di miliardi spesi negli ultimi
trent’anni per la repressione nel meridione, sarebbero stati più utili per sanare il disagio
sociale e il degrado di periferie e quartieri indegni di un paese civile e democratico.
L’unica presenza dello Stato che conosco, è la ferocia delle varie polizie e della
magistratura.
Cito il meridione perché nelle carceri sono la parte preponderante; il 100% dei detenuti
nel regime di tortura del 41bis sono meridionali. Il 70-80% dei detenuti italiani sono
meridionali. Nei regimi di AS-1 sono al 100% meridionali. Nei regimi AS-3 l’80-90%
sono meridionali. Anche gli ergastolani ostativi al 100% sono meridionali.
Il problema è che c’è uno stato con due nazioni: la parte settentrionale ha una giustizia,
come anche le carceri, che si avvicinano alla civiltà europea. Mentre il meridione colonia
interna di questo Stato, la giustizia è simile a quella delle colonie africane di un tempo. Il
beduino meridionale trattato tale dallo Stato, discriminato sotto ogni punto di vista, anche
economicamente; scuola, sanità, università, servizi pubblici, non sono finanziati come
quelli del settentrione. La giustizia nel meridione è usata esclusivamente per reprimere e
difendere lo status quo. Un ragazzo del meridione non ha le stesse opportunità dei ragazzi
del settentrione, per questo motivo ogni crisi economica costringe migliaia di ragazzi, di
cui buona parte laureati a emigrare. Quelli che rimangono a migliaia vivono nell’illegalità
costretti dalla necessità, lo Stato cosa fa? Repressione, repressione, repressione. Così
vuole risolvere il problema.
Sono convito che il sistema repressivo è “voluto” dallo Stato, in modo che il potere
settentrionale continua a mantenere la sua posizione con le mani nelle casse pubbliche e
dirottare con l’alibi della lotta alle mafie tutti i finanziamenti possibili al Nord.
Una volta ho letto un’intervista di un ispettore di polizia in servizio a Napoli, diceva che
pur arrestando centinaia di persone non si risolveva il fenomeno di illegalità, perché il
problema era sociale, lo Stato doveva intervenire e sanare il disagio, in caso contrario era
una guerra persa. Aveva ragione, perché la necessità non conosce legge.
Per cambiare questo buco nero che un secolo e mezzo di discriminazione ha costruito,

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bisogna intervenire unificando le due nazioni nei fatti e non solo sulla carta come è stato
fino ad oggi. Da Palermo a Trento ci devono essere le stesse opportunità in tutti i campi:
scuola, sanità, università, lavoro, infrastrutture, ecc., solo così si può rendere la
percentuale del fenomeno di illegalità accettabile. Nel frattempo che lo Stato smantelli il
sistema coloniale instaurato nel meridione, dovrebbero iniziare a rendere la giustizia nei
tribunali più giusta e meno discriminatoria. Nelle carceri applicare lo stesso sistema delle
carceri pilota come Bollate (MI), Laureana di Borrelli (RC), Padova, dove la fiducia, la
responsabilità e la rieducazione sono applicate con tutta l’umanità necessaria.
Applicare le pene alternative, che è stato dimostrato che riducano la recidiva fino a
portarla al 20%, viceversa siamo il paese europeo con la più alta recidiva 70%.
Consentire i contratti familiari con la regionalizzazione della pena e liberalizzare le
telefonate; in Francia li hanno messi in ogni cella. Il Provveditorato del Triveneto Enrico
Sbriglia in un convegno nel carcere di Padova disse: “Quanti suicidi avremmo evitato con
una telefonata?”
Aveva ragione. Un detenuto in un momento di stress mentale, sentire la voce dei
familiari, l’avrebbe aiutato a superarlo. Finirla di deportare i reclusi meridionali lontano
da casa e dagli affetti, condannando anche i familiari a scontare la pena del congiunto.
Costringere i detenuti a non vedere i familiari e principalmente i figli per anni interi.
Rimandare nei tribunali tutti i magistrati (100-150) dislocati nel ministero della giustizia,
strenui difensori dello status quo. Il problema è che non c’è volontà politica e purtroppo
anche dalla magistratura che si oppone con ferocia contro ogni riforma, di cambiare la
situazione ottocentesca del sistema penitenziario. Forse al ministero ci sono troppi
interessi. Siccome per cambiare questo sistema punitivo bisogna toccare tutto il sistema
istituzionale, è difficile che lo facciano, però bisogna insistere per una forma radicale.
27) Cosa pensa della giustizia riparativa? È una semplice utopia?
Non ci sono utopie, tutto è possibile. L’hanno dimostrato uomini entrati nella storia, che
con l’utopia hanno cambiato il mondo.
La giustizia riparativa è utile per la vittima, il soggetto che commette il reato e la
comunità, perché il reato non p mai un evento accaduto per caso, tutti gli attori in causa
hanno responsabilità perché la società produce disagi e degrado alimentando fenomeni di
illegalità. Sarebbe veramente una giustizia democratica se tutti e tre gli contraenti

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potessero interagire per trovare la migliore soluzione al rimedio del torto commesso, o
forse meglio dire sanare la ferita inferta alla comunità.
La condanna deve avere una finalità ai fini dell’errore commesso e la pena deve servire a
rendere migliore il reo e farlo ritornare in seno alla comunità migliore di quello che era,
ma principalmente consapevole di come deve comportarsi un cittadino.
Oggi la pena è solo un’afflizione senza fine rieducativo, improntata solo sul contenimento
in carcere e la repressione per istituzionalizzarlo affinché diventi un “buon” detenuto e
non una persona migliore.
Ben venga la giustizia riparativa, o altre forme che cambiano questo sistema penitenziario
e la condanna da scontare, affinché il tempo da trascorrere in carcere sia costruttivo.

Intervista Rosario Enzo Indelicato:


1) Per quale motivo lei ha scontato una pena di 5 anni, 1 mese e 20 giorni
all’interno del carcere di Pianosa?
Il motivo è stato che io mi trovavo detenuto da circa 3 mesi a Palermo. Successe la strage
di Capaci e dall’ ottava sezione dove ero detenuto mi passarono alla seconda sezione, che
è una sezione del carcere dell’Ucciardone un po’ più vigilata. Successe la strage di
Borsellino e 52 detenuti, la stessa notte, fummo presi all’improvviso e portati
all’aeroporto di Punta-Raisi e trasferiti a Pianosa. Poi iniziò l’inferno già dal giorno dopo.
Io ero un incensurato, non avevo subito neanche il rinvio a giudizio, ecco perché vi dico
cattiveria allo stato puro. Mi portarono la con lo scopo di farmi pentire, ma pentire di che
cosa?
2) Come ha affrontato la sua condizione di salute e anche la sua eventuale
situazione di malattia durante la detenzione al 41 bis? Mi può raccontare qualche
episodio?
Gli episodi sono tantissimi, come quello di prendere un pugno nell’occhio, spaccare con
una testata il labbro. La cosa che mi ha fatto davvero male e che purtroppo ancora
subisco le conseguenze perché c’ho una vena staccata all’interno dello scroto, è stata
quando, uscendo fuori dalle celle nel corridoio buttavano la cera, per cui correvo per
evitare di prendere manganellate, sputi, acqua, e così via. Al giro della sezione per andare
fuori, sono scivolato, a terra continuarono a prendermi a pedete, mi colpirono le parti

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intime e successivamente aprirono il cancello. Mi alzai dolorante e addirittura una di loro
disse “collega basta!”. Vado per uscire dal cancello e mi chiusero la gamba nel cancello,
quindi mi lesionarono il ginocchio destro. Solo dopo l’uscita del carcere di Pianosa mi
sottoposi ad un intervento.
Non ho avuto cure, ma soprattutto è meglio non cercarle, perché più stavi in cella e meno
legnate prendevi.
Una volta ebbi un ascesso in bocca e quindi mi causava dolore, allora scrissi una lettera a
mia moglie per chiederle quale fosse la medicina giusta per far passare il dolore. Essendo
che c’era la posta censurata aprirono la lettera e lessero tutto.
Le guardie mi chiesero se volevo andare dal dentista e io risposi di no perché c’era già il
gonfiore e quindi il dolore era leggermente passato. Mi richiesero per la seconda volta
con toni aggressivi se volevo andare, e conoscendo già la situazione risposi di sì. Mi
misero le manette e mi portarono in un altro carcere, perché lì dove eravamo noi non
c’era assistenza medica. Mi fecero accomodare sul lettino e il dentista chiese se si
potevano togliere le manette e le guardie risposero di operare con le manette.
C’erano 6-7 guardie intorno che toccavano con le mani le attrezzature che servivano per
operare. Infatti, il medico, era un po’ infastidito, ma stava al gioco perché non poteva
contraddirli. Il medico, sotto pressione sbagliò dente, e gli chiese se quel dente era
devitalizzato e io risposi di sì. Le guardie iniziarono ad aggredirmi dicendomi di non
parlare con il medico e subito dopo, il dentista stesso capendo la situazione disse di
rincontrarci dopo 15 giorni. Mi misero dentro una Jeep con testa bassa, ammanettato e
iniziarono a correre con la macchina. Essendo che la strada era piena di buche debbi una
testata e mi spaccò il labbro interno e ci volevano dei punti. Siccome è da una vita che
faccio il pugile misi un po’ di zucchero così piano piano la ferita guarì.
3) Che cos’è per lei oggi la libertà?
Ormai sono diventato una persona forte, ma debole. Quando ho letto anche la storia di
Stefano Cucchi, mi sono messo a piangere. Questo succede perché so cosa si prova, i
calci, pugni, manganellate.
Ora anche se mi arrabbio uso solo il dialogo, cerco di controllarmi, perché mi hanno fatto
davvero male.

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4) Come descriverebbe oggi le torture subite all’interno del carcere?
Ne ho subite davvero tante! Non mi riferisco solo alle torture fisiche che potete solo
immaginare, ma soprattutto psicologiche. Che senso ha torturare una persona andando a
toccare la famiglia? Loro sapevano che era l’unica cosa che poteva farci crollare
definitivamente. C’è stato il periodo di Natale che io non ricevevo più lettere da parte
della mia famiglia, nemmeno gli auguri. Era una cosa davvero strana. Le guardie mi
fecero credere che fosse successo qualcosa e io l’unica cosa che potevo fare era quella di
informarmi attraverso la mia avvocatessa, che subito mi tranquillizzò dicendomi che la
mia famiglia stava bene. Erano stati loro a bloccarmi le lettere.
All’interno delle celle noi potevamo tenere delle fotografie. Un giorno una guardia mi
mise un timbro sulla foto, proprio sul viso di mia figlia. Io quello avevo!
Oggi posso dire che fecero tutto ciò per uno scopo, collaborare con la giustizia.
5) Benché lei fosse innocente, aveva elementi, conosceva fatti per una eventuale
collaborazione con la giustizia?
No! A loro non interessavano queste cose. L’unica cosa che interessava a loro era avere
elementi per poter incastrare altre persone, come fecero con me. Però non si sono mai
accertati se era realmente vero quello che diceva Calcara Vincenzo su di me. Solo dopo
tanto si sono resi conti che non era una persona attendibile, perché non sapeva nemmeno
come ero fatto, non sapeva nemmeno che facevo pugilato e pensa che all’interno del mio
Paese sono conosciuto per questo. Ho avuto la possibilità di incontrarlo per pochi
secondi a Bologna all’interno di un Tribunale, che chiesi ad una guardia se potevo andare
in bagno e la guardia mi accompagno, subito dopo mi chiese se poteva fumare una
sigaretta e risposi di sì.
Dopo pochi secondi arrivò un poliziotto con un signore che doveva andare in bagno ed
esclamò:” Calcara entra!”.
Pensa che mi è passato vicino e non mi ha guardato, questo perché non sapeva com’era
fatto Rosario Indelicato.
6) Quali erano i suoi pensieri all’interno del carcere?
I pensieri erano quelli di lasciarmi morire. Io lo dicevo sempre:” voi vi sporcherete le
mani del mio sangue”, perché sarete voi ad uccidermi. Io non stavo mai zitto, non sono
capace di fare male ad una mosca, però se una mosca si posa, io mi difendo, sempre. Non

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riuscivo a supportare tutto e quindi reagivo verbalmente.
Come successe anche a Palermo, in corte d’appello, nella sezione c’erano i blindati aperti
e io stavo passeggiando dentro la cella, la guardia viene e mi chiude il blindato. Quando ti
chiudono il blindato è come se ti chiudessero dentro una bottiglia. Allora subito dopo
busso e gli chiedo come mai e la guardia rispose: “sta comunicando con quello difronte”.
Subito dopo gli dissi che non conoscevo quella persona e non era vera, però anche se
fosse perché non chiude il blindato anche a lui? E lui rispose di stare zitto.
Allora arrivò una squadra di guardie e io risposi:” io sono pronto a tutto, però sappiate
che domattina ho udienza e comunicherò tutto!”
Dopo mezz’ora mi riaprirono il blindato.
7) (mi perdoni per la domanda un po’ troppo delicata, solo se le va può
rispondermi, altrimenti non c’è nessun problema). Ha mai pensato al suicidio?
Assolutamente no, come le ho detto già prima io ero tanto stanco e per fortuna non
furono loro a completare l’opera.
8) Si sentiva lasciato solo dalle istituzioni e dall’opinione pubblica all’interno
del carcere?
Assolutamente sì. Però bisogna dire anche che molte volte loro stessi avevano paura di
sbarcare a Pianosa. Solo la Maiolo ha avuto il coraggio di ascoltarmi e grazie a lei da quel
giorno diminuirono con le torture, anche se c’erano sempre.

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Ringraziamenti

Un traguardo così importante non si raggiunge mai da soli.


Per questo, giunta al termine di questo lavoro, desidero esprimere la mia riconoscenza nei
confronti di tutte quelle persone che, in modi diversi, mi sono state vicine e hanno
permesso e incoraggiato sia i miei studi che la realizzazione di questa tesi.
I miei più sentiti ringraziamenti vanno certamente a chi mi ha aiutato a realizzare questo
lavoro:
 La Prof.ssa Franca Garreffa, per la fiducia fin da subito dimostratami nell’aver
accettato questo argomento di tesi, per avermi seguita durante lo svolgimento del
lavoro e per la sua disponibilità nel seguirmi anche a distanza.
 A Rosario Enzo Indelicato (ex detenuto) e Pasquale De Feo (attuale detenuto), per
avermi dato la possibilità di concludere al meglio questo mio elaborato finale con
le loro testimonianze.
 Ringrazio Giacinto (che per me rimarrà sempre Massimo), giornalista e uomo
degno di ammirazione. Senza i tuoi consigli, il tuo aiuto non sarebbe stato lo
stesso.
Vorrei ringraziare la mia famiglia, perché mi è sempre stata accanto e non mi ha fatto mai
mancare il suo sostegno e aiuto durante questo percorso.
Un grazie speciale lo voglio fare a te papà, uomo di poche parole, ma buone. Sei sempre
stato presente in ogni mio momento di vita, felice o triste che sia. E non dimenticherò mai
la tua voce ad ogni mio esame, anche se il risultato non era sempre positivo, tu eri
comunque fiero di me.
Mamma, la mia più fidata consigliera e il mio punto di riferimento. Mi hai sempre
sostenuta nell’affrontare ogni difficoltà, consigliata nelle scelte più difficili e spronata per
dare il massimo, sempre.
Un grazie speciale va alle mie sorelle, Rosa Maria ed Emanuela.
Mì, anche se con te siamo cane e gatto, lo sappiamo solo noi quanto bene ci vogliamo.
Sei stata sempre una sorella rompiscatole e anche molto premurosa. Per fortuna che nella
tua vita è entrato Pietro e hai iniziato a rompere le scatole a lui.
Rò, grazie perché fino all’età di 10 anni mi hai fatto da mamma e devo dire che insieme a
Vincenzo mi avete donato i gioielli più belli: Giuseppe, Francesco e Salvatore.
A te, Rino, per tutte quelle notti che ti ho fatto passare sveglio perché io avevo paura di
non farcela, mentre tu eri lì a dirmi che non era così. Per l’amore e l’affetto che mi dai
ogni giorno, per l’allegria che porti ovunque vai, anche se ogni tanto penso che una
seduta da qualcuno bravo non ti farebbe male.

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Grazie perché mi hai fatto conoscere la tua famiglia. Tua madre, donna meravigliosa e
molto gentile, i tuoi zii e infine Giogiolo, odioso ma allo stesso tempo dolce.
Vorrei ringraziare tutti i “Livelli Massimali”, che mi hanno accettato e accolta come loro
amica fin da subito, senza mai farmi sentire a disagio.
Ringrazio le mie coinquiline, Silvia e Martina. Mi avete regalato l’ultimo anno di
Università più bello della mia vita. Abbiamo scelto di continuare questo nostro percorso
insieme, perché basta un semplice sguardo per capirci. In questo momento siamo tutte e
tre distanti e la casa è vuota senza di voi. So che mi pentirò di questa cosa nel momento
in cui vado a dormire e sento Silvia che dice:” Mi svegli domani?”, però non sarà mai
così perché nemmeno le bombe la svegliano, oppure nel momento in cui Martina dice:”
Mamma si avvicina il week-end”.
Vorrei ringraziare le mie colleghe, Carmen, Rossana, Alessia e Francesca.
Un grazie speciale va a Teresa, collega e amica. Sai benissimo che a te devo tutto. Eri
presente prima, durante e dopo ogni esame. Eri sempre lì a chiedermi se avevo bisogno di
aiuto. E sono davvero contenta di continuare insieme questo percorso di studi. So che
ogni volta che si avvicina un esame tu mi odi perché trasmetto solo ansia.
Vorrei ringraziare Antonia e Maria Ilenia, due amiche lontane ma speciali.
Antonia, ogni volta che sorridi mi ricordi il momento in cui ci siamo conosciute, è
sempre stata un’amicizia speciale la nostra, anche se abbiamo sofferto tanto in passato.
Maria Ilenia, amica di una vita. Presente in ogni situazione, devo dire che ne abbiamo
passate tante, però siamo più unite che mai.
Infine, vorrei ringraziare un gruppo di amici speciale. Quelli che ti si presentano a casa
senza preavviso e iniziano a cantare “Panetteria Londino, il miglior pane della Calabria,
venite a trovarci”, tutto questo con la canzone “Girls just wanna have fun”.
Non sto qui ad elencare tutti i nomi perché siete davvero tanti, però sappiate che mi
regalate sorrisi e spensieratezza ogni giorno.
Ringrazio tutte le persone che sono presenti, anche perché in un modo o nell’altro fate
parte della mia vita.

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