Sei sulla pagina 1di 10

CRISTOFORO LANDINO (1424-1498)

• Apologia di Dante (filo-medicei) contro il Dante antifiorentino (filo-oligarchici).


• Divulgatore del neoplatonismo fiorentino.

Cristoforo Landino ha cercato, più di ogni altro umanista di celebrare Firenze fino quasi a
mitizzarla. Egli si è occupato della metropoli sull'Arno in tre importanti testi: dapprima nelle elegie
di Xandra (1458-59), poi nella Prolusione su Petrarca (ca. nel 1467) e infine nell'Apologia nella
quale si difende Dante e Florenzia da' falsi calunniatori, che costituisce una parte del proemio del
Commento su Dante (1481).

La raccolta Xandra comprende una serie di poesie che celebrano Firenze e la famiglia che ne
detiene la signoria, i Medici. La lode della città è parallela alla celebrazione della stirpe che dette un
contributo decisivo alla sua grandezza e importanza. Per quanto riguarda la storia della metropoli
sull'Arno, essa viene trattata sostanzialmente in due poesie: nell'elegia Ad urbem Florentiam (una
breve raffigurazione delle battaglie vittoriose contro gli stati vicini) e nel de primordiis urbis
Florentiae (dove viene riassunta l'intera storia di Firenze dalle origini fino al tempo di Cosimo).

L'importanza del Commento su Dante è centrale all'interno della politica culturale della Firenze
laurenziana. Il portato ideologico del Comento è insieme filo-fiorentino e filo-mediceo ed è atto a
disattivare la polemica di Dante contro la città di Firenze. Il Proemio infatti si caratterizza per
essere un vero e proprio studio sulla storia civile e sulla storia della tradizione culturale fiorentina
nelle sue diverse manifestazioni, dalla poesia alla musica alle arti figurative all'architettura, delle
quali vengono indicati i rappresentanti più significativi.

La Prolusione su Petrarca apre il corso dedicato alla lettura del Canzoniere petrarchesco. Si tratta
di una scelta originale ma che ben si inscriveva in quell'idea di nobilitazione del volgare e dei suoi
classici che caratterizzava la cultura della Firenze medicea. Il Landino era stato inoltre già lettore
attento delle rime petrarchesche, come testimonia la loro influenza sulla scrittura della sua lirica
latina.

Il Landino è stato un divulgatore del neoplatonismo fiorentino quattrocentesco oltre a


rappresentarne uno dei più significativi promotori dei principali aspetti dell'umanesimo fiorentino in
età medicea (il neoplatonismo, la valorizzazione del volgare e della sua tradizione letteraria, l'uso
dei classici in funzione pedagogica ecc.). In questo aspetto si mostra il carattere peculiare della sua
figura, ossia l'essere divenuto nel corso del tempo totalmente organico al potere politico dei Medici
sia nella sua attività accademica sia nella sua attività di funzionario pubblico.

Il trattato in forma di dialogo De anima ha come argomento la natura dell'anima, le operazioni a


essa proprie e le questioni legate alla sua immortalità. Qui Landino tenta una sintesi fra Platone e
Aristotele (è noto come Aristotele concepisca l’essere umano insieme indissolubile di materia e
forma, di corpo e anima, deducendone la mortalità dell’anima contemporanea a quella del corpo. Al
contrario, Platone aveva già distinto le due sostanze, concedendo all’anima una vita separata e
indipendente dal destino del corpo) rappresentando non tanto una tendenza dissidente dagli altri
neoplatonici quanto una prima fase delle loro ricerche rispetto alla prevalenza del Ficino.

Le Disputazioni Camaldolesi mettono in scena il contrasto, caro ai Neoplatonici, tra iustitia e


religio. Vita attiva e vita contemplativa sono infatti le due strade che conducono a Dio o, come
afferma ancora Cristoforo Landino, “le due ali mediante le quali l’anima si eleva al cielo”.
MARSILIO FICINO (1433-1499)

• perfetta coesistenza di cristianesimo, platonismo e prisca sapientia.


• Venere Celeste e Venere Terrestre

Marsilio Ficino, influenzato dall’umanista Cristoforo Landino, si avvicinò in particolare alla


filosofia platonica e neoplatonica e agli scritti del corpus ermetico. Egli maturò l’idea che la
filosofia greca (Platone soprattutto, ma anche l’opera di Aristotele non corrotta dai commentatori
medievali) derivasse dalla sapienza dei prisci theologi e che la prisca theologia si trovasse riflessa
in diverse discipline esoteriche attraverso i secoli: il neoplatonismo, l'ermetismo, il pitagorismo, la
qabbalah ebraica, gli Oracoli caldaici, e altre tradizioni sapienziali magiche e astrologiche. La
ricostruzione storica della prisca theologia forniva gli argomenti per congiungere indissolubilmente
filosofia e fede. Ficino afferma su Ermete che costui «per primo fra i filosofi, dalla fisica e dalla
matematica si volse alla contemplazione degli dei; per primo, disputò molto sapientemente sulla
maestà di Dio, sull’ordine dei demoni, sulle mutazioni delle anime. Per questo egli è detto il primo
autore della teologia». Ermete viene dunque presentato come il primo filosofo-teologo
dell’antichità: ma egli è anche l’iniziatore di una setta di teologi antichi che trova il proprio apice
speculativo in Platone stesso: «a lui seguì Orfeo, cui furono attribuite le seconde parti della teologia
antica; ad Aglaofemo, che era stato iniziato ai riti sacri di Orfeo, successe poi nella teologia
Pitagora, di cui fu discepolo Filolao, che fu precettore del nostro divino Platone. Pertanto, una unica
setta di teologia antica, ovunque coerente con se stessa, venne istituita da sei teologi, in un ordine
meraviglioso, la quale esordisce con Mercurio e si compie pienamente con il divino Platone». E’
questa l’enunciazione della teoria della prisca theologia, ovvero dell’idea che la vera scienza
avrebbe anticipato la filosofia greca. Secondo la spiegazione di Ficino, dopo che la sapientia si era
sviluppata fra i sapienti antichi, passò ai greci attraverso la corrente platonica: di conseguenza il
platonismo assume una preminenza speciale. A questa concezione aderisce Ficino, che in polemica
contro Aristotele esalta la dottrina platonica, al punto da interpretarla come una forma di religiosità
propedeutica alla fede cristiana.

La sua Theologia platonica o De immortalitate animarum si apre con una esortazione a liberarsi
dai “lacci delle cose terrene” per elevarsi a Dio. È la qualità il principio formale che dà sostanza alle
realtà corporee, grazie a: «una sostanza incorporea che penetra attraverso i corpi, della quale sono
strumento le qualità corporee. Questa sostanza incorporea è l’anima, che genera la vita e il senso
della vita anche dal fango non vivente. Al di sopra del tutto è Dio, che è unità, bontà e verità
assoluta: Attraverso Dio tutte le cose son fatte, e però Iddio si trova in tutte le cose e tutte le cose si
veggono in lui… Iddio è principio, perché da lui ogni cosa procede; Iddio è fine, perché a lui ogni
cosa ritorna, Iddio è vita e intelligenza, perché per lui vivono le anime e le menti intendono». Dio e
materia rappresentano i due estremi della natura, e la funzione dell’anima è quella di incarnarsi per
riunire lo spirito e la corporeità.

Il concetto astratto di bellezza e amore in questo periodo trova la più alta casistica di per-
sonificazioni nell’immagine di Venere, sulla quale si concentra il simbolismo neoplatonico. Nel
Commento al Simposio Ficino ricorda che: “lo amore esser compagno di Venere, e tanti essere gli
amori quante sono le Venere”, e narra di “due Venere da due amori accompagnate: l’una Venere
celeste, l’altra vulgare”. Le due Veneri (Urania e Pandemia, nella terminologia platonica)
personificano due tipi diversi di amore: la prima è l’amore divino o trascendente che appartiene alla
sfera della mente, in una dimensione superiore a quella della materia e che si traduce nella
contemplazione della Bellezza. La seconda Venere è l’amore umano, il principio generatore inerente
alla dimensione umana; esso appartiene alla dimensione dell’anima e permette alla nostra facoltà
immaginativa e alle sensazioni di percepire e produrre la bellezza del mondo materiale. Entrambi i
generi di amore sono “onorevoli e degni di lode, sebbene in grado diverso” e ciascuna delle due
Veneri “ci spinge a procreare la bellezza, ma ciascuna in modo suo proprio”.
GIOVANNI PICO DELLA MIRANDOLA (1463-1494)

• l’unicità dell’uomo
• il sincretismo in grado di condurre l’uomo alla “verità”

Giovanni Pico frequentò i più importanti centri culturali dell’epoca: Bologna, città nella quale
studiò diritto canonico, Padova, dove approfondì la conoscenza di Aristotele e dei suoi
commentatori arabi, Firenze, in cui partecipò ai lavori dell’Accademia Platonica, e Parigi, dove
frequentò la Sorbona. Profondamente versatile, conoscitore del greco, dell’ebraico, dell’arabo, del
caldaico (aramaico biblico) e sorretto da una memoria eccezionale, fu il teorico di un sincretismo
(fusione di culture e visioni del mondo di provenienza diversa), che mirava a conciliare filosofia e
teologia, mistica ebraica e intuizioni della Cabala, secondo la quale nella Bibbia esisteva un codice
segreto, noto solo agli iniziati. Vicino allo spiritualismo di Girolamo Savonarola, egli prese i voti
come domenicano poco prima della morte, che lo colse nel 1494 a Firenze. Elaborò come sintesi del
suo pensiero Novecento tesi o Conclusiones. Famosa è la sua Oratio de hominis dignitate
(Orazione sulla dignità dell’uomo), scritta nel 1486. Del 1491 è, invece, il De ente et uno
(L’essere e l’unità), ispirato al suo sincretismo, mentre non completa resta un’ampia opera, De
astrologia (L’astrologia), contro le possibilità divinatrici attribuite agli studiosi degli astri.

Vero e proprio “manifesto” della sintesi fra umanesimo letterario e neoplatonismo filosofico è
l’Oratio de hominis dignitate ossia l’Orazione sulla dignità dell’uomo (1486), scritta in latino da
Pico della Mirandola. L’orazione più famosa del Quattrocento era stata preparata dall’autore come
relazione introduttiva alle sue novecento Conclusiones philosophicae, cabalisticae e theologicae,
che avrebbero dovuto essere discusse in un convegno da lui organizzato a Roma per il 6 gennaio
1487. Il simposio, però, non si svolse a causa dei sospetti circa l’ortodossia di Pico da parte del
papa, che si oppose a tredici delle sue tesi. In quest’opera, rappresentativa di tutto il pensiero di
Pico, l’uomo viene posto al centro dell’Universo, in modo tale che possa meglio dominarlo. In
questo testo audace e suggestivo, egli non è né celeste né terreno, né mortale né immortale; può
scendere invece fino ai due livelli subumani (quello vegetale e quello animale), ma può anche,
grazie alla sua infinita libertà, elevarsi ai tre livelli sovrumani: livello celeste raggiunto con la
ragione, livello angelico raggiunto con l’intelletto e livello di conoscenza dell’Assoluto raggiunto
con l’ascesi mistica.

Tali temi sono desunti sia dagli insegnamenti della Bibbia, sia dalle riflessioni della filosofia greca:
non a caso l’autore, che apre il brano nominando il filosofo arabo Abdalla Saraceno, poi cita
insieme Mosè (ritenuto autore dei primi cinque libri dell’Antico Testamento) e il filosofo pitagorico
Timeo. Tale acquisizione coopera alla formazione di un pensiero tollerante verso varie suggestioni
culturali (sincretismo) che, riprese dalla tradizione sia antica sia ebraico-cristiana sia arabo-orientale
e fuse insieme, sono in grado di condurre l’uomo alla “verità”. Queste tesi sono esposte con un
marcato gusto del grandioso. Dio viene presentato, nella sua opera creatrice ispirata da un’“arcana”
forza, come un Grande Demiurgo.

Ficino: L'uomo è il termine medio tra il divino e il Pico: il demiurgo architettò la materia e ogni essere
terreno. Il mondo esistente: ¹Dio creatore, gli ²angeli, vivente dotandolo di particolari qualità. Così ogni
³l'anima dell'uomo, la ⁴qualità, il ⁵corpo. L'anima animale ha un particolare istinto che lo rende abile per
dell'uomo è il centro del mondo, il termine medio una certa cosa. Quando egli creò l'uomo non volle
(copula), l'entità per mezzo della quale divino e terreno attribuirli solo una qualità ma preferì dotarlo di una
si incontrano. L'uomo ha la libertà di decidere se parte di tutte le qualità. Quindi l'uomo si trova nella
aspirare all'alto o perdersi nel basso. In sostanza, una posizione potenziale di scegliere, come per Ficino, tra
posizione di privilegio data dalla coscienza e le "cose inferiori" e le "cose superiori". L'uomo è un
dall'intuito umano, il quale permette di percepire sia le camaleonte che può servirsi a piacimento e secondo
cose divine che vivere le cose terrene. l'esigenza di una qualsiasi delle qualità che possiede.
LORENZO DE` MEDICI (1449-1492)

Espertissimo e raffinato letterato, talvolta anche genuinamente poeta, Lorenzo contribuì in primo
piano al passaggio dell'umanesimo da latino in volgare, che è il fatto storicamente più notevole del
secondo Quattrocento.

Modelli poetici e culturali:

Influenza del Pulci

Non stupisce pertanto che Lorenzo si rifaccia al petrarchismo per il ricchissimo materiale lessicale e
retorico del Canzoniere e allo sperimentalismo boccacciano. Del Boccaccio, per l'esattezza, riprende
la dimensione popolana che emerge ne La Nencia da Barberino, basata sul genere letterario della
satira del villano che affonda le proprie radici nella dimensione feudale e cortese, ma anche tutta
quella vena popolare propria del Decameron, modello del realismo toscano tanto amato dal Pulci.

Influenza di Ficino e del Poliziano

Quando Pulci, però, entrò in disgrazia a causa dei continui dissidi con l'odiatissimo Ficino (1473
circa), la produzione laurenziana si spostò definitivamente sull'asse filosofico neoplatonico,
influenza che rafforzò in Lorenzo l'amore per il dolce stil novo e Dante, ammiratissimo dal Ficino
per la sua vicinanza al platonismo, in particolare a discapito del Petrarca. In quest'ottica la
produzione del Magnifico si orientò verso una poesia amorosa dal valore morale ed elevato (questa
è l'intenzione del Lorenzo de Comento sopra alcuni dei suoi sonetti), rinchiuso poi dal «naturalismo
classicista» del Poliziano.

Ammirazione per la poesia volgare:

• Raccolta Aragonese – 1476/77

Nel 1476 raccolse antiche rime, specie stilnovistiche, e le inviò a Federico d'Aragona con una
lettera critica, quasi certamente opera del Poliziano.

• Altercazione – 1473/74

Una disputa filosofica con Ficino sul sommo bene sono i 6 faticosi capitoli dell'Altercazione,
scritta, almeno nella sua prima redazione, intorno al 1473-74.

• Rime e Commento ad alcuni sonetti d`amore – 1482/84

Tra il 1482 e il 1484, raccolse 41 dei suoi sonetti, legandoli insieme con un Comento in prosa, a
somiglianza della Vita Nuova: in questo narra come alla vista di una bellissima donna morta
(Simonetta Cattaneo) gli si accendesse in cuore il desiderio di un altissimo amore e come dopo
qualche tempo s'innamorasse di una donna ancor più bella e gentile dell'altra (Lucrezia Donati).
Rime e commento sono ispirati alle idee dell'amor platonico filtrate attraverso Petrarca, Landino,
Ficino, ma non mancano notazioni psicologiche e motivi poetici originali.

• Canzoniere

Discorso diverso riguarda il Canzoniere laurenziano (contenente 2 ballate, 5 sestine, 8 canzoni e


151 sonetti), il quale spazia dal 1465 fino a un massimo del 1476-77, e quindi composto prima del
Comento sovra citato. Le liriche ivì contenute mostrano il passaggio dalla lirica comico-realista del
Pulci al petrarchismo, fino a quei componimenti vicini, come sensibilità, al platonismo ficiniano.

• Selve d`amore – dopo il 1486

Un concetto platonico dell'amore è anche alla base delle due vivaci Selve d'amore composte, con
ogni probabilità, dopo il 1486: specialmente nella seconda abbondano elementi figurativi e
realistici. Rimaste incompiute (nonostante alcuni presunti rimaneggiamenti), sono due libri
contraddistinti dall'uso degli strambotti. Loro modello sono le Silvae di Stazio, autore molto amato
dal Poliziano, e si concentrano su vicende d'amore mitologiche improntate su tematiche disparate.

Tradizione comica e burlesca:

• Caccia col falcone o Uccellagione di Starne

Ricca di scenette e figure dal vero è l'Uccellagione di starne, essa pure composta assai
probabilmente nella prima giovinezza e più nota col titolo di Caccia col falcone. è un poemetto
comico composto in ottave in cui si descrive la caccia al falcone da parte di Lorenzo e dei suoi
amici

• Simposio o Beoni

Opera giovanile è anche il Simposio, una rassegna dei più famosi bevitori fiorentini del tempo (il
titolo I beoni, o più esattamente Capitoli d'una historia di beoni, sembra dovuto a un copista), dove
l'arguzia caricaturale è in generale riuscita.

• Nencia da Barberino – prima del 1470 (comparazione: Luigi Pulci – Beca da Dicomano)

Idillio rusticano è la Nencia da Barberino scritta quasi certamente prima del 1470, di cui alcuni gli
hanno negato la paternità: qui, però, il modello non è più letterario e classico, ma popolaresco.
riprende il tema della "satira del villano", trattando il personaggio del contadino nella sua tipica
rozzezza, semplicità e villania. È una parodia del tema del pastore innamorato, in quanto il pastore
Varella tenta, con le sue rozze parole, di far innamorare di sé l'adorata Nencia.

Opere con carattere edonistico:

• Corinto – 1486

Tutto ricalcato sui classici, ma originariamente rivissuto, è il Corinto, anch'esso scritto forse
intorno al 1486, lamento rusticano in terzine in cui il pastore Corinto invita la riluttante
Galatea ad amare, perché la giovinezza presto fugge: nella chiusa è la famosa descrizione di
un roseto in fiore.

• Trionfo di Bacco e Arianna – 1490

Fresche e vive nella loro leggerezza le Canzoni a ballo, la prima delle quali risale al 1467.
Tra i Canti carnascialeschi, alcuni dei quali Lorenzo compose forse prima del 1486, il
Trionfo di Bacco e Arianna (1490) è un capolavoro: perfetta è la fusione tra elementi
culturali e sentimento vivo della vita che fugge.
Componimenti di carattere religioso:

• Capitoli

• Laude

• Rappresentazione di San Giovanni e Paolo – 1491

Rappresentata per la prima volta il 17 febbraio 1491, sulla persecuzione dei cristiani da parte
di Giuliano l'Apostata fino alla morte di questo.

Rilevanza Storica:

La storiografia è stata pressoché favorevole all'operato del Magnifico, il principe ideale del
Rinascimento e fautore della pace e della prosperità. Gli storiografi del XVI secolo, davanti ai
disastri delle guerre d'Italia, risaltarono la figura di Lorenzo de' Medici quale politico eccellente e
dotato di quella modestia e sagacia capace di unire i riottosi principi italiani.

Machiavelli, nella conclusione delle sue Istorie fiorentine scrisse che:

«...restata Italia priva del consiglio suo, non si trovò modo per quelli che rimasero, nè d'empiere nè
di frenare l'ambizione di Lodovico Sforza governatore del duca di Milano. Per la qual cosa, subito
morto Lorenzo, cominciarono a nascere quelli cattivi semi, i quali, non dopo molto tempo, non
sendo vivo chi gli sapesse spegnere, rovinarono, ed ancora rovinano la Italia.»

(Niccolò Machiavelli, Istorie Fiorentine)

Non diversamente Guicciardini delinea l'importanza politica che rivestiva la figura del Magnifico:

«la quale [Firenze] sí come in vita sua, raccolto insieme ogni cosa, era stata felice, così doppo la
morte sua cadde in tante calamità ed infortuni, che multiplicorono infinitamente el desiderio di lui e
la riputazione sua.»

(Francesco Guicciardini, Storie Fiorentine)

A differenza del Machiavelli, però, Guicciardini si sofferma, con il suo occhio analitico e
indagatore, a esaminare anche i vizi e le mancanze di Lorenzo, operando una sinossi con il nonno
Cosimo. La conclusione che Guicciardini trae su Lorenzo è che quest'ultimo sia inferiore al nonno,
nonostante affermi che «per la virtù e per la fortuna l'uno e l'altro fu sì grandissimo, che forse dalla
declinazione di Roma in qua non ha avuto Italia uno cittadino privato simile a loro». Cosimo, tra i
due, è superiore non soltanto perché dovette conquistare il potere ed esercitarlo con moderazione
per trent'anni (mentre Lorenzo si arrischiò a perderlo andando a Napoli), ma anche per l'equilibrio e
la magnificenza verso le opere pubbliche, a differenza del nipote che si concentrò anche sull'edilizia
privata. Inoltre, Cosimo fu un abilissimo banchiere, dote che invece mancò al nipote, che lasciò il
banco mediceo, alla sua morte, con gravi debiti da sanare; in compenso, in Lorenzo
«abondorono...eloquenzia destrezza ingegno universale in dilettarsi di tutte le cose virtuose e
favorirle; in che Cosimo al tutto mancò...».
LUCA PULCI (1431-1470)

• Driadeo d'amore (1465) - poemetto mitologico in ottave

Nel Driadeo, poemetto in ottave in quattro parti, si cantano le origini mitiche di fiumi e di
rupi, mediante una storia sul tipo del Ninfale Fiesolano del Boccaccio, proveniente dalle
Metamorfosi di Ovidio: la storia degl'infelici amori di un satiro, Severe, con la ninfa di
Diana, Lora. È la figurazione d'un mondo idillico di ninfe e pastori che parlano anche nella
nuova forma assunta di alberi o fiumi, narrando i loro casi; tutto vi è classico e zeppo di
reminiscenze della mitologia e della poesia antica. La tela è semplicissima; l'incontro di
Severe con Lora, l'innamoramento, il castigo della dea Diana, la metamorfosi dell'uno e
dell'altro rispettivamente in due rivi che vanno a confondere le loro acque; e lo svolgimento
sta nella prima e nell'ultima parte del poemetto. Tra l'una e l'altra sono racconti recitati dai
personaggi, e canti amebei a imitazione delle singole egloghe di Virgilio, che sembrano
costituire la Parte principale e più attraente del poemetto; e sono infatti la migliore per
perfezione di forma.

• Ciriffo Calvaneo - poema cavalleresco

Questo poema nelle più antiche edizioni è presentato come di Luca P., e poi come continuato
da suo fratello Luigi e ripreso da Bernardo Giambullari, che nel 1514 lo pubblicò come
cominciato da Luca e seguitato da Luigi, sicché si fa questione su quel che spetta all'uno o
all'altro; se l'opera era stata portata da Luca non oltre la prima parte o primo canto, e
continuata poi sino alla fine da Luigi, ovvero se a questo appartengano solo le ultime 29
stanze. Probabilmente Luigi avrà molto curato e ritoccato l'opera del fratello, riserbandosi di
scriverne una continuazione, che è annunciata nel Morgante (XXVIII, 118 e 129) e forse
nella penultima di queste 29 stanze, senza poter mai attuare il disegno essendo troppo
occupato nel suo Morgante. Come sta ora, il Ciriffo si può dire compiuto, perché è un
racconto episodico della guerra fra re Tibaldo di Arabia e Luigi re di Francia, della quale si
fa parola nelle Storie Narbonesi, e le avventure che vi si narrano, di Ciriffo e del Povero
Avveduto, si svolgono per un ciclo che può ben ritenersi chiuso. Quanto al valore intrinseco
dell'opera, l'autore non ha altro di mira che il gradimento e diletto del popolo, con un bel
fondo di religione e di sentimento di famiglia; tutto lo studio è volto a presentare avventure
straordinarie, quali si narravano sin nei vecchi romanzi bizantini, e poi nei moderni
dell'Occidente, e insieme grandi, ben riuscite descrizioni di battaglie. C'è un disegno
sobriamente immaginato e condotto; alcuni personaggi sono accuratamente ritratti,
magnanimi e valorosi, tra i quali si mischia quel Falcone, inesauribile furfante, che sembra
quasi dirigere l'azione e riesce interessante, ed è stato, a torto, creduto simile al Margutte di
Luigi; infine vi figurano sedici mostruosi e buffi giganti venuti dai più strani paesi, che
fanno al re Tibaldo più paura quasi degli stessi nemici. Si può contare questo poemetto tra i
più notevoli, ma non esagerarne con ciò i meriti, perché dà stanchezza in luogo d'interesse.
C'è la solita abbondanza di reminiscenze della mitologia e storia antica, non dissimulata
come suole avvenire in Luigi, ma ingombrante, e difetto di chiarezza nella narrazione e di
rilievo, lingua popolaresca, non dissimile da quella di Luigi, sfoggi di artifici grossolani, ma
di quando in quando brio e vivacità, la quale viene a perdersi, purtroppo, a causa di un parlar
furbesco o non intelligibile a tutti. Luca mancava di disciplina d'arte.
BERNARDO PULCI (1431-1470)

• Barlaam e Josafat

Rappresenta sia un interessante testo drammaturgico, sia un altrettanto originale e


interessante sottotesto encomiastico di Lorenzo il Magnifico. Rappresentata nel 1474, come
evidenziato da alcuni documenti d'archivio, la trama di questa sacra rappresentazione altro
non è che la storia di Siddharta poi detto il Buddha tradotta in greco, e poi cristianizzata e
circolata in Europa attraverso numerosi manoscritti. Trasformati i personaggi principali nei
santi Barlaam e Josafat, un eremita e un giovane principe (alias il Siddharta della fonte), la
leggenda venne inclusa nella sua Legenda Aurea da Jacopo da Varagine. Pulci, anche
seguendo un gusto per l'orientalismo successivo al concilio delle chiese d'Oriente e
d'Occidente tenutosi a Firenze nel 1439, riesce a intessere all'interno di una sacra
rappresentazione, andata in scena in S. Marco, e dunque nella sfera d'influenza culturale e
politica dei Medici, una raffinatissima trama encomiastica, ma anche un ancor più abile
sottotesto politico tutto in favore delle manovre condotte dal Magnifico in quegli anni.

• Volgarizzazione in terzine del Bucolicon liber di Virgilio

Il testo fondamentale per la rinascita dell’egloga volgare in Italia viene prodotto a più mani
tra Firenze e Siena negli anni Ottanta del Quattrocento. Si tratta delle Bucoliche
elegantissime, composte da Bernardo Pulci (che vi volgarizza in terzine Bucolicon liber di
Virgilio), Francesco de Arzochi, Girolamo Beninvieni e Jacopo Fiorino de Boninsegni
(1482). Al di là delle Eclogae virgiliane, i modelli antichi che le sottendono sono gli Idilli di
Teocrito, gli scritti di Mosco e di Bione, di Claudiano e Nemesiano, da poco riscoperti, e le
Metamorfosi di Ovidio. L’ambientazione boschereccia che vi si registra si affida a una
comunicazione letteraria mescidata, incisa da tonalità auliche e patetiche non di rado
attraversate da movenze realistiche e rusticali. Disparatissimi i temi affrontati: amorosi,
politici, allegorici, funebri, giocosi, encomiastici, una vera e propria summa di possibili
motivi pastorali, elaborati in forma dialogica o narrativa e affidati a strutture polimetriche
(frottole, terzine, endecasillabo sdrucciolo), destinate a improntare fortemente il genere.
LUIGI PULCI (1432-1484)

La scelta di legare l’intera figura di Luigi Pulci alla parabola del potere mediceo (del Magnifico in
specie, data la cronologia esaminata) è volontariamente indirizzata alla comprensione della poesia
pulciana nel suo complesso: come il Morgante (benché poi prese, come noto, un altro indirizzo) fu
commissionato da Lucrezia Tornabuoni per celebrare l’era carolingia (alla quale i Medici si
rifacevano per la loro politica culturale), la Beca fu composta a contraltare della più famosa Nencia
(si veda in particolare l’incipit pulciano: Ognun la Nencia tutta notte canta / e della Beca non se ne
ragiona). Per non parlare poi delle prime operazioni letterarie di Lorenzo (l’Uccellagione di starne e
il Simposio), indiscusse debitrici della comicità propria del Pulci, il quale, da parte sua, dedicò al
giovane allievo una Giostra in ottave in occasione della vittoria ad un torneo cavalleresco nel 1469.

• Morgante

Se l'uomo si specchia limpidamente in queste lettere, l'artista si rivela, nella variatissima coloritura
del suo mondo comico, soltanto nel Morgante, poema iniziato, su richiesta di Lucrezia Tornabuoni,
nel 1461 e composto in due tempi (la prima redazione era in 23 canti; l'ed. defin., comparsa nel
1483 e nota come Morgante maggiore, ne comprende 28). Nei primi 23 canti Pulci segue,
nell'orditura della vicenda e nel taglio delle scene, un cantare anonimo, il cosiddetto Orlando
laurenziano, ch'egli varia, arricchisce, sintetizza secondo il suo estro comico e il suo audace
ingegno stilistico; gli ultimi 5 canti risentono invece largamente della Spagna in rima: tutto il
poema, peraltro, nasce da una felice e personalissima elaborazione dei dati offerti dalla tradizione
canterina trecentesca. Nel Morgante le figure del vecchio mondo cavalleresco, che Pulci riprende e
riscatta, divengono nulla più che inesauribili pretesti comici, intorno ai quali il poeta intreccia le sue
fantasie ponendo al centro del suo gioco le figure di Morgante e Margutte. E qui è appunto il nucleo
vitale dell'ispirazione di Pulci, che non si propone di comporre un poema nel senso tradizionale del
termine, ma vuole soltanto abbandonarsi a una felice avventura di linguaggio e di stile, con un
impegno eminentemente verbale, con rarissime concessioni all'umanità dei personaggi, con scarso
interesse alla loro qualificazione poetica. Ma qui è anche il limite dell'opera, che nei momenti felici
raggiunge toni di altissima comicità, per scadere poi nella formula o nella fredda stratificazione di
motivi e di temi comici.

• Beca da Dicomano

Canta l'amore di un rozzo montanaro, Nuto, con un rude realismo che ritrae la mentalità alpestre.
Non c'è ombra della sublimazione che avveniva negli amori pastorali delle ecloghe virgiliane; ché
anzi qui tutto è realtà bassa e materiale, poemetto rusticale che è ben lontano dalla finezza poetica
della Nencia da Barberino di Lorenzo de' Medici.

• Giostra

Poemetto in ottava rima composto per celebrare la vittoria del giovane Lorenzo, in una giostra del
1469. Esso ha il principale pregio del brio e della vivacità della descrizione che attenua la
monotonia della lunga enumerazione degl'intervenuti; manca interamente d'invenzione, se si
paragona al leggiadro analogo componimento di Poliziano (Stanze per la giostra per Giuliano).

• Sonetti in tenzone con Matteo Franco e contro Marsilio Ficino

Lorenzo, dedicatosi agli studi filosofici portati avanti dall’Accademia platonica e in specie da
Marsilio Ficino (contro il quale il nostro poeta non mancò di scagliarsi), ben presto sostituì il Pulci
con un altro suo notorio nemico: Matteo Franco. Nei Sonetti in tenzone con Matteo Franco la
felicità espressiva fa dimenticare la fredda violenza della polemica.