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su pc studi appunti teatro greco \ Eschilo Prometeo pubblic locandina B

LICEO CLASSICO UMBERTO I° di RAGUSA


Laboratorio Teatrale Dionysos

tradotto da
PROMETEO MORENO MORANI
in un progetto teatrale di
INCATENATO GIANNI BATTAGLIA
musiche di
LORENZO GUARDIANO
di Eschilo collaborazione del
TEATRO D'ARTE SICILIA
per la rassegna internazionale I.N.D.A Istituto Nazionale Dramma Antico di Siracusa
a Palazzolo Acreide in scena
PROMETEO VLADIMIR RANDAZZO
OCEANO ENRICO TOMASI
EFESTO SEBASTIANO CAPPELLO
IO FRANCESCA CAPODICASA
CLIO ALESSIA VINDIGNI
MELPOMENE CHIARA OCCHIPINTI
BIA RAMONA CHESSARI
1a CORIFEA GIULIA ACQUASANA
2a CORIFEA CATERINA TUMINO
COREUTE SAMUELA CAMPO
CRISTINA DI QUATTRO
AURORA OCCHIPINTI
CORO DELLE CAROLA ANTOCI MATILDE FRANCONE
OCEANINE MARTINA LAURETTA AURORA LICITRA
ANNAMARIA PAOLINO FEDERICA PARISI
SARAH RUGGERI SIMONETTA TUMINO
TITANI MATTIA CORALLO RUBEN DI STEFANO
ENRICO MALLIA ENRICO NOVELLO
KRATOS ANDREA GUADAGNA
ERMES LUCA GHARSALLAH
regia GIANNI BATTAGLIA
esecuzione musiche e consulenza artistica LORENZO GUARDIANO
flauto e sonorità IRMA SANNA PASSINO scena MAURA LA PERLA
movimenti GIULIA ACQUASANA MARTINA LAURETTA
FEDERICA PARISI collabora DOROTEA MINNITI
aiuto regia GIULIA ACQUASANA MATTIA CORALLO
MARTINA LAURETTA FEDERICA PARISI
CATERINA TUMINO
cosmesi ROBERTA DI GIORGIO
costumi e consulenza artistica
CARMELA CAPPELLO
direzione Laboratorio Dionysos
Preside Prof. VINCENZO GIANNONE
tutor Prof. MARIA GRAZIA DI BARTOLO
coordinatore Laboratorio Dionysos
Direttore ALBERTO CORALLO
tel. 0932/623200 fax 0932/653531
e-mail rgis00700g@istruzione.it
anno 2012 2013

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Eschilo PROMETEO INCATENATO Allestimento NOTE DI REGIA
SULLA BIOGRAFIA. Eschilo figlio di Euforione nacque ad Eleusi (20 km circa da Atene) da nobile
famiglia, nell'anno 525 a.C. Della sua giovinezza quasi nulla si sa: ma, dalla sua opera, risulta una buona
educazione letteraria. Intervenne nelle vicende politiche della Grecia e intervenne nelle lotte per
l'indipendenza contro l'invasione persiana: combatté a Maratona (490), dove fu ferito e dove il fratello
Cinegiro cadde eroicamente. Intervenne ancora nelle battaglie di Salamina (480) e di Platea (479), e forse
anche all'Artemisio (480) e a Micale (479). Cominciò da giovane a comporre tragedie, e superò di molto i
suoi predecessori nella capacità creativa e nella struttura drammatica, nello splendore dell'allestimento
teatrale e nell'abbigliamento degli attori, e nella solennità del coro, come disse anche Aristofane: O primo
fra i Greci che elevasti parole solenni come torri \ e abbellisti il linguaggio tragico. (Ran. 1004).
Fu contemporaneo di Pindaro.
Poco dopo il 472, già famoso in patria per la sua attività di poeta, si recò in Sicilia, invitato alla corte di
Ierone tiranno di Siracusa, dove erano stati anche i poeti lirici Simonide, Pindaro e Bacchilide. Ritornato
in patria, vi rimase fino al 457 circa, quando, per ragioni che non conosciamo, tornò in Sicilia: ma non piú
a Siracusa, dove intanto Ierone era morto, bensí nella vicina repubblica di Gela, dove mori poco dopo
(456), quasi settantenne.
SULLE OPERE. Delle numerose tragedie scritte da Eschilo, 70 secondo alcuni, 90 secondo altri, ce ne
sono giunte solo 7. Solitamente gli esegeti più rigorosi tendono a considerare I PERSIANI la prima
tragedia (472), seguita dalle altre in questo ordine: I SETTE A TEBE (467), LE SUPPLICI (463), e
l'Orestea, la trilogia costituita da AGAMENNONE, COEFORE, EUMENIDI (458). Incertissima è la
datazione del PROMETEO INCATENATO, che si tende a collocare fra il 470 e il 460.
TRAMA DEL PROMETEO. Personaggi della tragedia sono tutte divinità: Kratos e Bia (Bia è
personaggio muto), Efesto, Prometeo, Coro delle figlie di Oceano, Oceano, Io figlia di Inaco, Ermes. La
scena è in una regione deserta della Scizia, su un dirupo montano; sul mare. Prometeo, colpevole di aver
tolto il fuoco agli dèi e di averne insegnato l'uso ai mortali, è punito da Zeus. È condotto da Kratos e Bia,
due giganteschi personaggi armati, accompagnati da Ermes ed Efesto, su quel dirupo, dove viene
incatenato da Efesto. Rimasto solo Prometeo indugia su quella famosissima monodia, "O luminoso etere,
o venti dalle rapide ali, o sorgenti dei fiumi, sorriso innumerevole delle acque del mare... " E in quel
monologo già si preannuncia la vigorosa accettazione della condanna e perfino la sfida, tracotante a tratti,
con le quali Prometeo si oppone al gesto vendicativo di Zeus. Dal mare quel lamento viene udito dalle
Oceanine, figlie di Oceano, che accorrono. E anche Oceano, accorre, per consigliare Prometeo a
dismettere la tracotanza, a dimostrare remissione e saviezza, a gli promette aiuto. Prometeo risponde
ironico, respinge lui e i suoi consigli.
A questo punto entra in scena, correndo e agitandosi, una giovinetta che ha due corna sulla fronte: è Io, la
bellissima fanciulla (ava di Eracle), che fugge dal suo luogo natio perché Zeus tenta di sedurla. Prometeo
predice a Io quel che le rimane da patire. Poi alza contro Zeus la minaccia di un nemico, potente,
vigoroso, che lo scalzerà dal trono dando inizio alla fine del suo regno. Zeus manda ancora Ermes da
Prometeo, perché vuol sapere chi è questo nemico che così orgogliosamente egli dice di conoscere.
Prometeo rifiuta di svelare i fondamenti di quella minaccia. E allora una enorme ruina della terra e del
cielo lo travolge; la roccia a cui Prometeo è legato si squarcia, e il dramma si chiude, prima che l'aquila
arrivi in scena, a rodergli il fegato.
TEMI DI FONDO: RELIGIOSITA' e MORALE. Tutte le tragedie rivelano comunque una intensa
concezione etica e religiosa. Eschilo vive in un periodo di profondi mutamenti storici: la Grecia arcaica,
dominata dal fato e dalla giustizia divina sta cedendo il passo ad una nuova, più avanzata, organizzazione
statale e sociale. Il protagonista delle tragedie eschilee vive intensamente questo contrasto tra il vecchio e
il nuovo: tra la logica divina, a tratti autoritaria, e la coscienza e la responsabilità. Eschilo cerca
disperatamente una riconciliazione dei due punti di vista. È, in qualche modo, un cammino doloroso che
la stirpe compie verso la sua purificazione, per scongiurare che il male produca altro male.
La poesia di Eschilo è ispirata da una profonda religiosità. Nell'ordine da lui costituito, Zeus regna
sovrano, secondo la propria volontà. La saggezza umana consiste nel sottomettersi alla potenza divina, nel
riconoscere il proprio limite. L'uomo è libero: ma la sua libertà, e il suo merito, stanno appunto
nell'inserirsi in quest'ordine, nel quale l'uomo consegue, pur attraverso il dolore, la propria perfezione.
Quando egli insuperbisce e trasgredisce nella dismisura (hybris), Zeus, interviene a ristabilire l'ordine
violato, dopo aver trionfato sulle forze mostruose e dissolutrici del caos (tema di fondo del Prometeo). Da
questa fede religiosa discende una nobile coscienza morale e civile: e formano, insieme, le virtú della
grande generazione dei "Maratonomachi" (i combattenti di Maratona) che, nella pietà religiosa,
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nell'amore della patria e nelle virtú civiche, costruirono la grandezza di Atene, morale, prima ancora che
politica, e ne assicurarono il trionfo a difesa della prima società di uomini liberi che la storia abbia visto.
Di tutto questo, Eschilo, rimase come il simbolo nella memoria degli Ateniesi: una personalità completa e
complessa, formatasi alla tradizione di Esiodo e di Solone, e alla esperienza del grande momento storico.
Il suo teatro resta un modello eterno di grandezza, di intensità drammatica e di rigore morfologico.
A Roma il mito di Prometeo ebbe molte trascrizioni poetiche e teatrali tra cui la tragedia Prometheus di
Lucio Accio (n. 170 a. C).
Luciano di Samosata (circa 125-185 d. C.), trasse dalla tragedia eschilea uno dei suoi dialoghi
intensamente satirici e drammatici, Prometeo o Il Caucaso.
Il mito di Prometeo doveva trovare nuove fortune nel Rinascimento (v.) e nell'età barocca, soprattutto
nella pittura. È celebre nel Seicento spagnolo la commedia mitologica La estatua de Prometeo di Pedro
Calderón de la Barca (1600-1681), composta nel 1669.
Il Romanticismo interpretò Prometeo come il ribelle indomito e ne fece uno dei suoi eroi. Celebre è il
frammento drammatico in versi di Wolfgang Goethe (1749-1832), Prometheus, scritto nel 1773,
pubblicato postumo nel 1878. Nel discorso commemorativo di Shakespeare, che Goethe pronunciò nel
1771, cominciò a disegnarsi il personaggio prometeico quale fondatore del genere umano e poi anche il
soggetto mediatore fra il cielo e la terra.
Come spirito libero e di protesta è concepito anche il Prometeo liberato di Percy Bysshe Shelley (1792-
1822), dramma lirico in quattro atti, in versi, pubblicato nel 1820.
Anche l'illuminismo (v.) volle mettere a contributo il mito, e significativo di questa tendenza è il
poemetto in endecasillabi sciolti di Vincenzo Monti (1754-1828), Il Prometeo, cominciato nel 1797,
continuato nel 1821 e uscito postumo in tre canti nel 1832.
Nel 1880 il poeta tedesco Hugo von Hofmannsthal (1874-1929) pubblicò il poema in due volumi
Prometheus und Epimetheus che segue la tradizione.
Una libera variazione innestata nel mito è il Prométeo male incatenato [Le Prométhée mal enchaîné] che
è tra le opere più rappresentative di André Gide (1869-1951) dove il tema dominante è l'inquietudine.
NELLA MUSICA. Col titolo Prometeo si si indica l'ouverture op. 43 del "balletto eroico allegorico" Le
creature di Prometeo [Die Geschöpfe des Prometheus], che Ludwig van Beethoven (1770-1727) musicò
nel 1800, su richiesta del coreografo italiano Salvatore Viganò (1769-1821). Gabriel Fauré (1845-1924)
musicò nel 1900 una tragedia lirica in tre atti intitolata Prometeo [Prométhée] che venne rappresentata
nello stesso anno a Béziers. Il libretto di quest'opera, concepita per essere rappresentata all'aperto, è di
Jean Lorrain e A.F. Herold.
Musiche di scena per il Prometeo incatenato di Eschilo furono composte nel 1849 da Jacques-Elie Halévy
(1799-1862) a Parigi.; dal 1850 al 1855 da Franz Liszt (1811-1886) che compose anche un poema
sinfonico intitolato Prométeo, una cantata per soli coro e orchestra. Musiche sul e per il Prometeo, furono
composte ancora da Camille Saint-Saëns (1836-1921), Lucien Lambert (1858-1945), Georges Matthias
(1826-1910), Frank Merrick (n. 1886), Woldemar Bargiel (1828-1897), Karl Goldmark (1830-1915),
André Messager (1853-1929), Charles Parry (1848-1918).
NELLA SCULTURA E NELLA PITTURA. La scultura antica è particolarmente ricca di opere
stupende che rappresentano vari momenti del mito di Prometeo; nei tempi moderni è soprattutto la pittura
che ha dato capolavori su questo soggetto a opera di Michelangelo, Tiziano, Rubens, Ribera, Salvator
Rosa, Sylvestre, Moreau e altri.
DRAMMATURGIA DI QUESTO ALLESTIMENTO. Eschilo creò la morfologia della tragedia, che
influenzò poi l'intero teatro universale di epoca successiva. Definì la sequenza strutturale consueta della
tragedia greca: Prologo, Parodo, I Episodio, I Stasimo, II Episodio, II Stasimo, III Episodio, III
Stasimo, Esodo.
Fonte del suo teatro potremmo considerare Tespi, che viene tramandato come "inventore" della tragedia
nel 534. Di Tespi le opere sono oramai perdute e ci rimangono soltanto pochissimi e brevi frammenti.
Ma sia dalla tradizione antica, che lo considerò il creatore della tragedia (come è stato definito anche dai
moderni), sia da quanto è possibile intravedere, si deve, e fondatamente, ritenere che fu Eschilo a dare alla
tragedia la forma che rimase, sostanzialmente, definitiva. Partì da una tragedia prevalentemente lirica,
cioè da una composizione cantata dal coro e accompagnata da musica e danza, da schemi di danza, creati
dallo stesso poeta ed eseguiti dal coro. Diede incremento alla parte propriamente drammatica, cioè al
dialogo recitato dagli attori: e a lui certamente è dovuta l'introduzione del secondo attore (il primo era
stato adoperato da Tespi), che rendeva possibile una azione drammatica molto più complessa; e forse
anche a lui si deve l'impiego di un terzo attore, che la tradizione attribuisce di solito a Sofocle, ma che
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egli poté prendere dall'esempio (che sembra molto probabile) del poeta comico Epicarmo, suo
contemporaneo e col quale fu in rapporti a Siracusa. Cosí, la tragedia risultò (e rimase, in pratica)
composta da una serie alternata di brani lirici eseguiti (in varie forme) dal coro e di "episodi" drammatici
recitati dagli attori: con un graduale passaggio dalla prevalenza dell'elemento lirico (Supplici) verso un
maggiore equilibrio fra coro e attori (Agamennone). Egli inoltre impiegò per primo, in collaborazione con
il pittore Agatarco di Samo, una pur modesta scenografia, anche prospettica, applicando, nella stessa
opera, cambi di scene; innovò il costume degli attori; portò sulla scena divinità ed esseri favolosi e
fantastici; usò anche mezzi acustici (trombe, strumenti per il tuono); curò insomma tutti gli elementi dello
spettacolo teatrale. E, anche se non per primo, impiegò abilmente ed efficacemente un mezzo
drammatico, che rimase anch'esso tradizionale, fino alle ultime opere di Euripide: il Messaggero, che
veniva sulla scena a raccontare fatti avvenuti fuori di essa e che, per ragioni pratiche (battaglie) o
estetiche (uccisioni), non potevano essere portate alla diretta visione degli spettatori.
La forma normale della drammaturgia eschilea fu quella che, con un termine coniato dai filologi
alessandrini, chiamiamo "trilogia": tre tragedie che svolgono tre fasi, tre stadi consecutivi della medesima
leggenda eroica, legandoli in una stretta unità artistica. Ogni tragedia però, come vediamo dall'unica
trilogia superstite, l'Oresteia, era una azione drammaticamente conclusa in se stessa e che poteva perciò,
come avvenne, essere rappresentata anche autonoma. La trilogia era poi completata da un dramma
satiresco (una forma mista, nella quale il coro dei satiri rappresentava l'elemento comico), che quasi
sempre trattava, in chiave scherzosa, un altro episodio della medesima leggenda, e costituiva cosí,
nell'insieme, una "tetralogia": struttura che rimase caratteristica di Eschilo, in quanto ignota a Sofocle e
impiegata una sola volta da Euripide e pochissime volte da tragici minori.
LA PAROLA. Pari all'originalità della struttura drammatica è quella della espressione verbale: e si tenga
presente che quello della parola è il solo mezzo espressivo di Eschilo che possiamo valutare, mentre nulla
ci rimane delle composizioni musicali che accompagnavano le parti liriche E se per le parti liriche Eschilo
aveva in qualche modo l'esempio della grande lirica corale di Simonide, Bacchilide e Pindaro, per il
dialogo ha dovuto creare una lingua quasi ex novo. Ed è stato, in questo, uno dei maggiori creatori di
vocaboli della lingua greca: Supplici, Persiani e Prometeo, ad esempio, presentano ciascuno circa 400
parole nuove: e questo solo per la piccola parte che conosciamo, nemmeno la decima, della sua
produzione. Onde si può fondatamente affermare che Eschilo è stato il creatore del linguaggio tragico, di
un patrimonio espressivo che, per la sua potente originalità, rimarrà fondamentalmente il linguaggio della
tragedia: e non soltanto della greca, ma anche delle altre lingue nelle quali è stato trasportato; e, ancora,
dell'impiego artistico di esso, cioè dello stile.
Il suo stile è ricco di allitterazioni, assonanze, quasi-rime. Di immagini-chiave: nelle Supplici, ad
esempio, un volo di colombe (le Danaidi) fuggenti atterrite dinanzi agli sparvieri (Egizi). Una particolare
forma di tale tecnica è quella che è stata detta "composizione ad anello": il tema proposto a principio di
un brano logico definito (battuta di un dialogo, racconto, descrizione), dopo uno svolgimento più o meno
ampio ritorna alla fine di esso, spesso con espliciti richiami verbali alla frase iniziale.
Peculiare di Eschilo è la grandiosità dei temi. Nel Prometeo, per esempio, sullo sfondo di un conflitto
cosmico, concluso con la vittoria di Zeus sulle forze oscure del caos, si innestano i temi della salvezza e
del progresso dell'umanità. Cosí Prometeo, il titano orgoglioso e superbo che ha sfidato Zeus per amore
degli uomini, il ribelle, diventa il simbolo della rivolta contro ogni oppressione. Alla fine, verrà liberato
dallo stesso Zeus, ma dopo che Zeus è riuscito a pacificare il mondo in un giusto ordine.
NELL'ALLESTIMENTO del Liceo Classico, si è dato spazio a forme di riscrittura del testo, nel
convincimento che oggi il miglior modo di rispettare i classici sia in qualche modo quello di tradirli,
come ebbe a proclamare il grande regista del Novecento, Carmelo Bene. Anche se nel nostro caso non di
un tradimento si tratta, ma solo di chiavi di lettura, di adattamenti, che consentano a tutto lo schieramento
del laboratorio teatrale, di vivere una esperienza completa, sul recitativo classico e sulla sua morfologia:
sui linguaggi e sulle alternanze fra elementi della scrittura, fra parodo ed episodi, fra stasimi ed esodo.
Si è lavorato sui tre linguaggi interpretativi della recitazione. sul recitativo semplice, sul declamato in
recitar cantando, e sul melos, il canto puro nel quale si eseguivano e si interpretavano gli stasimi.
Si è lavorato ancora sulla danza, sulla danza greca, che era un linguaggio del corpo dell'interprete, atto a
rappresentare i sentimenti, le emozioni, gli impeti psicologici, che il testo conteneva e veicolava.
Si è lavorato ancora sulla musica, in maniera intensa, fondamentale, perché la musica greca, riferibile
alla pratica della corteo dionisiaco, nella festa religiosa, costituisce il linguaggio dal quale nasce la
tragedia... nasce dallo spirito della musica, sottolinea Nietzsche, ne "La nascita della tragedia". E in

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questo segmento del lavoro ha lavorato intensamente lo studente, pianista e compositore, Lorenzo
Guardiano.