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Le 

filosofie orientali sono spesso viste come sinonimo di saggezza, di pace,


di calma e di serenità.

La sofferenza – Per lo Zen (e per il buddhismo) la strada è la seguente: presa


di coscienza che la sofferenza esiste; comprensione del fatto che la sofferenza
può essere superata se la si accetta e riconosce; comprensione del fatto che le
cause della sofferenza sono proprio nell’ignoranza e nell’attaccamento ai
bisogni, alle cose, ai desideri; pratica quotidiana per liberarsi dagli
attaccamenti e vivere sereni superando e vincendo la sofferenza.

La felicità –Lo Zen si ferma alla serenità; per il Well-being è necessario


andare oltre e non limitarsi ad accettare i momenti felici che ci arrivano. Per il
Well-being se non c’è felicità il cammino non è concluso, vuol dire che c’è
ancora qualcosa da sistemare.

La difficoltà – Lo Zen non è per tutti anche se a tutti è accessibile.

La meditazione –

Il giudizio – La grande tolleranza dello Zen passa anche nella sostanziale


critica del giudizio (“Chi sono io per criticare?”).

Il rapporto fra mente e corpo - Per lo Zen sono “fratello e sorella”,


tendendo alla fusione completa fra mente e corpo.

significa  meditazione ed  è  una  delle  sei “perfezioni”


(paramita) che rendono possibile il conseguimento
dell'“illuminazione” (bodhi), zen significa dunque meditazione.
Essa si compie “stando seduti” (za): donde la parola zazen che

trova in ogni monastero zen e che si chiama sendo (Stanza [do]


della meditazione).
Il buddismo zen non è un tipo di pensiero, e neppure un modo di
pensare. Anzi, è lo stabilizzarsi nel non pensiero, nell’assenza di
pensiero articolato, nello spazio vuoto tra un pensiero e l’altro.
La realtà viva non abbisogna di alcuna definizione, è il nostro
intelletto il portatore di tale bisogno.
 
Nell’illuminazione zen non è di rilevante importanza vedere
Budda ma di essere Budda, e che Budda non è quello che le
immagini del tempio ci avevano fatto credere: perché non c’è più
nessuna immagine, e di conseguenza nulla da vedere, nessuno che
vede,  e un  vuoto nel quale nessuna immagine è concepibile.
Shan Hui che “Il vero vedere è quando non c’è più nulla da
vedere”
Un percorso linguistico, storico e culturale, che descrive come lo Zen non sia una religione
né una filosofia, bensì una metodologia dello spirito, della coscienza e della mente che
può essere adottata da chiunque, in qualunque luogo e tempo.  

Percorrendo la Via dello Zen, chiunque può superare i condizionamenti e gli attaccamenti
dietro cui si nasconde la realtà e immergersi nella vita attimo dopo attimo, per cogliere la
Verità Assoluta e viverla liberamente e creativamente. 
Lo Zen non intende spiegare che cosa sia questa Verità  Assoluta, perché è solo
attraverso l’esperienza diretta che essa può essere contattata e ogni tentativo di
spiegazione sarebbe relativo e non assoluto.

…un giorno
un'immensa folla di persone si radunò
per ascoltare gli insegnamenti
di Shakyamuni, il Buddha.
Il Buddha non disse una parola
tenne semplicemente in mano un fiore,
solo il discepolo Kasyapa comprese 
l'essenza di questo gesto.
Avvenne così la prima trasmissione
di un insegnamento senza parole,
da maestro a maestro
da mente a mente
i Shin den Shin.

Mille anni dopo un monaco indiano


arrivò in Cina dopo un lungo viaggio
si chiamava Bodhidharma.
Era il ventottesimo erede 
di una ininterrotta linea
di maestri discendente direttamente 
dal Buddha
e portava con sé l'essenza 
di quell'insegnamento.

 Lo
scopo dello Zen è quello di andare al di là dei legami della dualità,
rinunciare a tutti i concetti creati dall'intelletto e vedere le cose come
realmente sono, per mezzo della introspezione intuitiva
Il programma basico dello Zen è quello di calmare la mente e il corpo,
in un
primo tempo, mediante la pratica della meditazione, con lo scopo di
arrivare
ad una visione interiore. Zazen (meditazione seduta), seduti con le
gambe
incrociate, la schiena dritta, la respirazione calma, il corpo e lo spirito
unificati, senza spirito avido. Girando il proprio sguardo verso
l'interno,
ciascuno depone naturalmente i limiti dell'egoismo e fa direttamente
l'esperienza del risveglio alla sua vera natura. La base della filosofia
Zen
è il silenzio, è il Ku (il silenzio totale), che è la condizione originaria
della natura umana. Praticare aldilà di ogni oggetto è lo zazen più
elevato;
soltanto sedersi senza scopo. Durante zazen non si pensa; anche se il
subconscio si manifesta, si lascia passare, non si ferma il pensiero,
non si
trattiene. In questo modo la coscienza diventa illimitata, infinita.
nel momento in cui la consapevolezza
diventa oggetto della propria conoscenza l'illuminazione fiorisce. D'ora
in
poi la consapevolezza sarà il padrone e l'inconsapevolezza il servitore

zazen (座禅),

l'ishin denshin (以心傳心, cin. yǐxīn chuánxīn, trasmissione "da mente a mente")[7] ovvero da maestro a


discepolo senza l'utilizzo delle parole

l'illuminazione profonda (悟, cin. wù, giapp. go o satori).

Scuola Zen Rinzai (臨濟宗, Rinzai shū)[modifica | modifica wikitesto]


La scuola Rinzai deriva dalla denominazione Línjì (臨済) del Buddhismo Chán. Il primo a trasferire
dottrine e lignaggi di questa scuola fu il monaco giapponese d scuola Tendai Eisai di ritorno dal suo
secondo viaggio in Cina. Dopo essere stata a lungo inglobata nella scuola Tendai, lo Zen Rinzai
divenne una scuola autonoma a partire dal XIII secolo. Questa separazione si realizzò proprio grazie ai
maestri cinesi di scuole chán línjì (臨済), Lánxī Dàolóng, fondatore, nel 1253, del monastero Kenchō-
ji a Kamakura; Wùān Pǔníng, abate del tempio Kennin-ji a Kyoto; Dàxiū Zhèngniàn che fondò il
monastero Kinpōzan Jōchi-ji a Kamakura; infine Wúxué Zǔyuán che fu l'abate del monastero Engaku-
ji a Kamakura. Questi maestri, che furono per lo più invitati dalle autorità di governo giapponese,
insegnarono lo Zen Rinzai con le relative dottrine e pratiche esattamente come era impartito
nella Cina del XIII secolo. Con gli shogun Ashikaga lo Zen Rinzai ottenne ulteriori riconoscimenti e
protezioni da parte del governo. Dopo aver subìto influenza dalla scuola Zen Obaku, fu riformata
da Hakuin Ekaku (白隠慧鶴, 1686-1769) il quale eliminò le pratiche nenbutsu proprie della scuola
Obaku, centrando le dottrine e le pratiche Rinzai sullo studio dei kōan e sullo zazen. Tutti i maestri Zen
Rinzai conservano oggi nel loro lignaggio il nome di Hakuin.

Scuola Zen Sōtō (曹洞宗, Sōtō shū)[modifica | modifica wikitesto]


Questa scuola fu fondata dal monaco tendai Dōgen (道元, 1200-1253) quando nel 1230, trasferendosi
nel tempio Anyo-in (安養院) alla periferia di Kyoto, avviò la separazione con la scuola Tendai. La
dottrina di questa scuola è riportata nell'opera di Dōgen, lo Shōbōgenzō (正法限蔵, La Custodia della
Visione del Vero Dharma) e consiste nella pratica dello zazen secondo la modalità
denominata shikantaza (只管打坐, Solo sedersi). Oggi questa è la scuola Zen più importante del
Giappone con circa quindicimila templi e trentuno monasteri. Appartenente a questa scuola fu Haku'un
Yasutani (安谷白雲, 1885-1973), fondatore della Sanbō-Kyōdan (三宝教団) una scuola Zen che cerca
di coniugare il Sōtō con il Rinzai e che si è diffusa in Occidente.

Scuola Zen Fuke (普化宗, Fuke shū)[modifica | modifica wikitesto]

Un monaco Zen fuke (komusō) con il caratteristico copricapo mentre suona il flauto shakuhachi in una stampa del 1867.

La scuola Zen Fuke origina da un movimento di ex samurai itineranti denominati komusō (虚无僧, lett.


monaco della vacuità). I monaci komusō, già di osservanza Rinzai, vivevano di elemosine suonando il
flauto shakuhachi (尺八), indossando un cappello fatto di canne che gli oscurava buona parte del volto,
questo rappresentava la loro pratica meditativa denominata suizen (吹禪). La scuola Zen Fuke vantava
le sue origini dal monaco cinese di scuola chán Pǔhuà (普化, giapp. Fuke) vissuto durante la Dinastia
Tang da cui la scuola prende il nome. Pǔhuà, contemporaneo e stretto amico di Línjì Yìxuán (臨済義玄,
giapp. Rinzai Gigen, ?–866), fu un maestro dai comportamenti iconoclasti e gioiosi, uso a camminare
cantando al suono di una piccola campana. Secondo questa tradizione la scuola Fuke fu portata in
Giappone da Shinchi Kakushin (心地覺心, 1207–1298); secondo gli studiosi[8] invece tale scuola
nacque in Giappone durante l'Era Tokugawa. Vietata dal Governo imperiale nel 1871 la scuola
scomparve. Testo storico di questa scuola fu il Kyotaku Denki (虚铎传记, Campana della vacuità) opera
del XVIII secolo.
La scuola Zen Fuke ebbe origine da un movimento di ex samurai itineranti denominati
Komusō che letteralmente significa: monaco della vacuità.
Loro caratteristica distintiva è la pratica dello Shakuhachi (il flauto che si vede nella foto) e
il cappello Tengay  fatto di canne che gli copre completamente la testa. 
I monaci Komusō vivono di elemosine. 
Suonando il flauto e indossando il cappello Tengay esercitano la loro pratica meditativa
denominata Suizen (吹禪).

Scuola Zen Ōbaku (黃檗宗, Ōbaku shū)[modifica | modifica wikitesto]


La scuola Zen Ōbaku è una delle tre scuole Zen esistenti oggi in Giappone. La sua nascita la si deve al
monaco cinese chán di tradizione Línjì (臨済), Yǐnyuán Lóngqí (隱元隆琦, giapp. Ingen Ryūki, 1592-
1673) giunto in Giappone nel 1654. Questa scuola è molto simile allo Zen Rinzai conservando tuttavia
alcune peculiarità cinesi proprie del suo fondatore. Innanzitutto una maggiore attenzione ai sutra
rispetto alla scuola Rinzai versata principalmente allo studio dei kōan, in secondo luogo alla pratica
del nenbutsu tipiche della scuole della Terra Pura già inserite in Cina nella scuola Chán da Zhū
Hóng (株宏, 1535-1615) nel XVI secolo; infine l'osservanza dei precetti del Cāturvargīya-vinaya (四分
律 Shibunritsu) e non solo quelli del Brahmajālasūtra (梵網經 Bonmō kyō) come è tradizione invece per
le scuole Zen Rinzai e Sōtō e per la scuola Tendai. Influenzò

I fondamenti dello Zen[modifica | modifica wikitesto]

La dottrina buddhista Zen si fonda, come lo stesso Buddhismo Chán da cui strettamente deriva, sul
rifiuto di riconoscere autorità alle scritture buddhiste (sutra). Questo non significa che lo Zen rigetti le
scritture buddhiste. Anzi, alcune di esse come il Sutra del Cuore, il Vimalakīrti Nirdeśa Sūtra o lo
stesso Laṅkāvatārasūtra, sono spesso utilizzate durante le funzioni religiose e nella formazione dei
discepoli. L'unica autorità che il Buddhismo Zen riconosce e su cui fonda il proprio insegnamento è
tuttavia la particolare esperienza che viene indicata come 悟 (satori o go, "Comprensione della Realtà")
o anche 見性 (kenshō, "guardare la propria natura di Buddha" ovvero "attualizzare la propria natura
'illuminata'"). Questa esperienza non viene semplicemente identificata come "intuizione" quanto
piuttosto come una esperienza improvvisa e profonda che consente la "visione del cuore delle cose" la
quale risulta essere identica alla "natura di Buddha" (佛性 busshō). Tale "natura di Buddha" è la natura
di tutta la realtà, del cosmo e del Sé e corrisponde alla stessa vacuità (空 kū) indicata dall'Ensō (円相),
unsimbolo dalla forma circolare tra i più significativi dello Zen. Collegate a tale dottrina è possibile
trovare numerose pratiche appartenenti a campi eterogenei. Origine e fondamento delle arti e della
cultura, lo Zen ispirò la poesia (haiku), la cerimonia del tè (cha no yu o chadō), l'arte di disporre i fiori
(ikebana), l'arte della calligrafia (shodō), la pittura (zen-ga), il teatro (Nō), l'arte culinaria (zen-
ryōri, shojin ryōri, fucha ryōri) ed è alla base delle arti marziali (es. aikidō, karate, jūdō), dell'arte della
spada (kendō) e del tiro con l'arco (kyūdō).

Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori il quale non corrisponde
al nirvāṇa obiettivo delle scuole del Buddhismo dei Nikaya: se quest'ultimo si presenta infatti
fondamentalmente come rinuncia al mondo e distacco da esso, il satori si propone una partecipazione
attiva e consapevole al mondo anche se percepito nella sua dimensione di vacuità.

Lo Zen evita la speculazione intellettuale e si distingue anche dalle altre scuole


buddhiste mahāyāna per aver reso centrale la pratica meditativa (zazen) nelle sue forme
di shikantaza o accompagnata dallo studio dei kōan.