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Corso di Laurea: SCIENZE E TECNICHE PSICOLOGICHE (D.M.

270/04)
Insegnamento: DISCIPLINE DEMOETNOANTROPOLOGICHE
Lezione n°: 22
Titolo: Lngue pidgin e lingue creole
Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

Lingue pidgin e creole


L’idea di Chomsky, che il linguaggio sia un organo del cervello umano, e che quindi tutti gli
esseri umani abbiano le stesse abilità linguistiche (Chomsky chiama tutto ciò Grammatica
Universale), è supportata dalle lingue cosiddette pidgin e da quelle chiamate creole. Per i
primi si parla tradizionalmente di “lingue ridotte”. I pidgins, che costituiscono anche un
esempio di acculturazione, un meccanismo base del cambiamento culturale (come vedremo
nelle prossime lezioni), sono lingue che si sviluppano nel corso di una sola generazione di
parlanti nativi di lingue diverse che si trovano a stretto contatto. Il fenomeno delle lingue
pidgin è storicamente (e tristemente) legato al commercio degli schiavi prelevati dalle
colonie, costretti a vivere a stretto contatto pur non condividendo una lingua comune; ma i
pidgin nascono anche per “altri” motivi commerciali (i pidgins nati nei porti cinesi, in Papua
Nuova Guinea, in Africa orientale).
Ebbene, a poco a poco, una “nuova” lingua si sviluppa; un pidgin, appunto, il cui lessico è
attinto dalla lingua dei dominatori ma la grammatica è quella delle lingue di provenienza.
Dopo una o due generazioni, quando esistono parlanti nativi e si verificano le condizioni
socio-politiche per l’uso della lingua nei vari constesti sociali (non solo, per intendersi, in

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Insegnamento: DISCIPLINE DEMOETNOANTROPOLOGICHE
Lezione n°: 22
Titolo: Lngue pidgin e lingue creole
Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

quello specialistico, del commercio), il pidgin cambia in creolo, lingua più complessa
grammaticalmente. Esempi di lingue creole sono quelle parlate nei Caraibi, ma anche il Gullah
parlato dagli Afroamericani nelle isole prospicienti la costa della Carolina del Sud e la Georgia. A
sostenere l’idea che i creoli siano basati sulla Grammatica Universale è il fatto che tutti i creoli
condividono certe caratteristiche sintattiche. Ad esempio tutti usano ausiliari (ad es. will, shall in
inglese) per formare il futuro, la doppia negazione nelle frasi negative (cfr. l’italiano “non ho
niente”) e formano le interrogative con l’intonazione senza cambiare l’ordine della frase (cfr. ingl.
“Do you speak?” ma “You speak” [nelle affermative] vs. l’italiano “Tu parli?” e “Tu parli” [l’italiano
ha certi tratti tipici delle lingue creole]).
Così l’ebonics, la lingua parlata dagli Afroamericani, ha dei tratti creoli. In realtà oggi la distinzione
tra le due “tipologie” è stata rivista; ma soprattutto, sia i parlanti di un pidgin che quelli di un
creolo sviluppano tutti i tratti pragmatici, extralinguistici ed etnopragmatici (ad es. l’eteroglossia
vista sopra) tipici delle lingue “normali”. Insomma, si tratta solo di lingue costrette a trasformarsi
più velocemente per la necessità di “negoziare il significato” tra parlanti con culture diverse alle
spalle, non di lingue “imperfette” o “anormali” come troppo spesso si è pensato in un passato
antropologico figlio dell’etnocentrismo coloniale e neo-coloniale.

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Insegnamento: DISCIPLINE DEMOETNOANTROPOLOGICHE
Lezione n°: 22/S1
Titolo: Pensare per prototipi.
Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

Pensare per prototipi


Quando apprendiamo qualcosa quanto del nostro modo di apprendere è innato e quanto
davvero è (culturalmente) appreso? Per capirlo bisogna partire con l’analizzare la nostra
percezione dell’esperienza. Quest’ultima è basata, secondo gli analisti che si occupano delle
capacità cognitive dell’essere umano, su degli schemi esperienziali, cioè su delle parti di
esperienza che ogni individuo isola come strutture ricorrenti e che, in quanto tali, finiscono
per acquisire un significato; si tratta di una concezione della cultura che vede quest’ultima
come strutturata per rappresentazioni mentali, alcune delle quali più strutturate e
significanti di altre (gli schemi, appunto) che mi permettono di interpretare la realtà in cui
vivo. Gli schemi rappresentano, secondo i cognitivisti, dei prototipi, cioè delle cornici che,
con il passare del tempo e l’accumularsi delle esperienze fatte da ciascuno all’interno del
proprio contesto culturale, divengono tipiche di una sfera culturalmente pertinente e, in
quanto tali, vengono applicate anche a pezzi di realtà che ci troviamo a conoscere per la
prima volta.
Ci sono casi in cui non sappiamo esattamente quale prototipo applicare: un pipistrello vola
come un uccello eppure allatta come un cane. Il fatto che alcune culture lo inseriscano nella
classe degli uccelli, altre lo inseriscano in quella dei mammiferi, altre ancora la inseriscano

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Insegnamento: DISCIPLINE DEMOETNOANTROPOLOGICHE
Lezione n°: 22/S1
Titolo: Pensare per prototipi.
Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

in una classe a sé, ci fa capire che evidentemente anche i prototipi, come i fonemi che
distinguono una parola da un’altra in una determinata lingua, sono culturali. Allo stesso modo le
esperienze condotte dagli antropologi con orientamento psicologico in Africa, in cui informatori
abituati alla vita nella foresta fitta dove le distanze massime sono di pochi metri si rifiutavano di
ammettere che i puntolini neri che vedevano da un’altura sovrastante un altopiano erano bufali e
non insetti, mettono in luce come anche le percezioni sensoriali possono essere influenzate dalle
concezioni (cioè da ciò che conosciamo) di un individuo. Il punto è che la realtà esperienziale si
presenta come un continuum indistinto se vista ad un livello puramente fisico, percettivo.
E qui tornano i paralleli proprio con la lingua, strumento culturale fondamentale tra quelli che
l’essere umano usa per discriminare la realtà in parti più o meno significanti e significative (si
ricordi la teoria del relativismo linguistico, che vede nella lingua e nei modi di pensare la realtà
due fattori che si influenzano a vicenda). Se io non conosco il finlandese e sento due finlandesi
parlare non ho nessuna percezione “prototipica” da applicare per comprendere ciò che dicono;
tanto che non riesco neppure ad isolare quegli elementi prototipici che sono le parole di una
lingua.

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Lezione n°: 22/S2
Titolo: Pensare per prototipi.
Attività n°: 1

Facoltà di Psicologia

Pensare per prototipi


Insomma, per me si tratta di suoni indistinti che posso valutare magari fisicamente, cioè
solo in quanto suoni o rumori, senza riuscire a contestualizzarli in alcun modo. Riuscirò a
distinguere delle [l], delle [f], delle [o], oppure delle intonazioni, degli accenti particolari; ma
li giudicherò in quanto tali, dicendo magari che “le vocali sembrano diverse dalle nostre”,
che “c’è un tipo di aspirazione che sembra il suono di qualcuno che si schiarisce la gola”, ecc.
E sicuramente, se registro due finlandesi che parlano nella loro lingua, potrò anche
analizzare la stringa di suoni con dei mezzi oggettivi come un rilevatore di frequenza sonora,
lo stesso che usano i fisici o “i tecnici del suono”; ma senza conoscerne il contesto io li
percepirò sempre come suoni puri, ovvero foni, come dicono i linguisti, non come fonemi, i
suoni distintivi che mi permettono di distinguere la stringa [roba] dalla stringa [rosa] in
italiano (in cui /b/ ed /s/ sono coppie minime di fonemi, a differenza di [roza] e [rosa] in cui
[z] e [s] sono foni che mi servono magari per distinguere se chi parla è un italiano del nord o
del centro-sud, ma non per distinguere due parole diverse); dei primi si occupa la fonetica,
dei secondi la fonematica o fonologia. Solo se mi metterò di buona lena ad imparare il
finlandese potrò dare un senso alle stringhe di suoni indistinti, individuando i fonemi che
distinguono una parola, una frase, dall’altra. In altre parole, analizzando il

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Titolo: Pensare per prototipi.
Attività n°: 1

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finlandese dall’esterno avrò delle informazioni diverse da quelle che avrò analizzandolo
dall’interno, cioè come un parlante finlandese. Proprio mutuando dai due termini linguistici, gli
antropologi chiamano etic (cfr. fonetico) la prima delle due prospettive (quella “dall’esterno”) ed
emic (cfr. fonemico) la seconda. Ciò che vale per le parole vale anche per gli oggetti della
percezione. Così, tornando all’interpretazione dell’esperienza, un certo oggetto può risultare
significativo o meno a seconda del contesto: si pensi ancora al famoso esempio dell’occhiolino e
del tic nervoso. Solo in una cultura in cui fare l’occhiolino è prototipizzato come gesto di
ammiccamento, cioè come schema di comportamento non casuale ma significativo, io mi troverò
imbarazzato appena lo sconosciuto/a affetto dal “tic” mi ferma per strada per chiedermi che ore
sono...
Eppure, se per un individuo l’occhiolino è etic (ovvero non imbarazzante) per un altro è emic
(imbarazzante), vuol dire che la percezione deve dipendere dalla cultura: in altre parole, se è vero
che per interpretare una situazione mai vista prima, cercherò i prototipi da applicare ad essa che
mi aiutino a ricondurre quello che sto vivendo per la prima volta a qualcosa che ho già vissuto,
allora, data una stessa esperienza, due membri di culture diverse cercheranno di selezionare solo
certi elementi, quelli significativi per loro, escludendone degli altri. Ecco perché i test
d’intelligenza non hanno senso: oltre al fatto che in uno stesso individuo esistono vari tipi di
intelligenze(o meglio competenze) diverse e quindi non si può assolutizzare “l’intelligenza”
misurandola in assoluto, culture diverse selezionano come significativi elementi diversi.

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