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A cura di Paolo Bernardini e Mauro Perra

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Finito di stampare nel mese di marzo 2012
presso Rubbettino print, Soveria Mannelli (Catanzaro)

Copertina rielaborata dal progetto grafico di danielepani@tiscali.it

ISBN 978-88-7138-690-4

© Copyright 2012­­by Carlo Delfino editore


Via Caniga 29/B, Sassari
tel. 079 262661-51 fax 079 261926
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A cura di
Paolo Bernardini e Mauro Perra

Atti del I Congresso Internazionale in occasione


del venticinquennale del Museo “Genna Maria” di Villanovaforru
14-15 dicembre 2007

Comune Museo Archeologico Università


di Villanovaforru di Villanovaforru di Sassari
 

ERRATA CORRIGE 

ROBERTO SIRIGU, E’ mai esistita la “civiltà nuragica”? Riflessioni sul metodo, pp. 307‐316. 

pp.  314‐315:  il  testo  delle  note  nn.  1‐2‐3‐4‐5‐6‐7‐8‐9‐10‐11‐16‐17‐21‐22  deve  essere  preceduto 
dall’espressione “citazione diretta da”. 

p. 310: 4a riga: dopo “un’ulteriore indagine” va aggiunta una nota con riferimento a BLACK 1962, trad. it. 1983: 
78‐79”. 

p. 313: 12a e 25a riga dall’alto: cambiamento = cambiamento2  

I coordinatori e l’Editore si scusano con l’autore per l’inconveniente. 

 
Roberto Sirigu*
È mai esistita la ‘civiltà nuragica’?
Riflessioni sul metodo
1.
La scelta di porre questa domanda: è mai esistita la ‘civiltà nuragica’? come titolo del presente
contributo richiede qualche spiegazione.
Essa infatti può apparire così scandalosa da spingere il lettore a circoscriverne (e forse dunque
neutralizzarne) il senso classificandola come una semplice quanto inutile provocazione.
Ebbene, non nego affatto l’intento provocatorio che mi ha spinto a scegliere questo titolo.
Intendo infatti provocare in coloro (se vi saranno) che avranno la pazienza di leggere queste
brevi note un duplice effetto.
Innanzi tutto un effetto scandaloso nel senso etimologico del termine. Skàndalon in greco signi-
fica appunto ostacolo, inciampo: ciò che intendo fare è dunque porre una domanda che diventi
occasione di inciampo nel nostro abituale procedere scientifico, da cui possa scaturire un
momento di riflessione sul problema metodologico in ambito archeologico.
Come infatti osserva il filosofo Giorgio Agamben: Chi ha familiarità con la pratica della ricerca
nelle scienze umane sa che, contrariamente all’opinione comune, la riflessione sul metodo
spesso non precede, ma segue tale pratica. Si tratta, cioè, di pensieri in qualche modo ultimi o
penultimi, da discutere tra amici e addetti ai lavori, e che solo una lunga consuetudine con la
ricerca può legittimare.1

Ma possiamo classificare come ‘scientifica’ una prassi di ricerca che consideri la riflessione sul
metodo un tema “da discutere tra amici e addetti ai lavori”? Possiamo considerare scientifica-
mente fondati i risultati di una ricerca che, collocando “i pensieri” dedicati al metodo tra gli
“ultimi o penultimi” tra quelli che accompagnano il proprio agire scientifico, corra il rischio di
risultare autisticamente “legittimata” solo da “una lunga consuetudine” con se stessa ?
La mia risposta è: no. Se vogliamo che il nostro agire professionale possa meritarsi l’appel-
lativo di ‘scientifico’ non possiamo e non dobbiamo lasciarci irretire dalla confortevole e
rassicurante fascinazione di nessun alveo paradigmatico per il solo fatto che esso ci appare
attualmente ‘in vigore’.
Occorre dunque reagire ogni qual volta si abbia la sensazione o la certezza che le cose nel pro-
prio ambito di ricerca stiano prendendo o abbiano già da tempo preso questa piega.
E l’unica reazione appropriata non può che consistere, a mio avviso, in una riflessione sul proprio
agire scientifico che coinvolga un numero quanto più ampio possibile dei membri della comuni-
tà degli archeologi per estendersi progressivamente a tutti coloro che si sentono appartenenti
a quella comunità che si è soliti (ancora, per fortuna) chiamare società civile e di cui la comunità
degli archeologi deve (anche se non sempre dimostra di voler) essere parte integrante e vitale.
Più propriamente, ed è appunto questo il secondo ‘effetto’ che tento di provocare con la mia
domanda d’esordio, vorrei contribuire ad innescare un processo critico che assuma i connotati di
un cammino che, citando ancora Agamben, possiamo chiamare regresso archeologico.

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Roberto Sirigu

Anch’io infatti, come Agamben, credo fermamente che […] ogni ricerca nelle scienze umane
– e quindi anche la presente riflessione sul metodo – dovrebbe implicare una cautela archeo-
logica, cioè regredire nel proprio percorso fino al punto in cui qualcosa è rimasto oscuro e non
tematizzato. Solo un pensiero che non nasconde il proprio non-detto, ma incessantemente lo
riprende e lo svolge può, eventualmente, pretendere all’originalità.2
Partendo dunque dal tema del convegno – I Nuragici, I Fenici e gli altri – e non potendo ovvia-
mente affrontare, per motivi di spazio e di tempo, una adeguata ‘regressione archeologica’
pertinente alle tre entità concettuali che lo compongono, mi limiterò a prendere in esame la
prima, nella convinzione che una riflessione sul concetto di ‘Nuragici’ possa proiettare river-
beri interessanti anche sulle altre due.
Più in particolare, cercherò di comprendere se qualcosa è rimasto oscuro e non tematizzato nel
percorso di indagine scientifica che ha condotto alla definizione del concetto di civiltà nuragica.

2.
Un adeguato punto d’avvio per la mia indagine credo possa essere la seguente domanda: cosa
designano i termini ‘Nuragici’ e ‘civiltà nuragica’?
Ebbene, qualunque siano le nostre idee in merito a chi siano i ‘Nuragici’ e a cosa sia la ‘civiltà
nuragica’, non possiamo e non dobbiamo dimenticare che facciamo uso di termini che rinvia-
no a concetti che appartengono e concorrono a definire un modello interpretativo.
Ma cosa sono i modelli, e quanti e quali tipi di modelli è possibile immaginare? Tra le tante e, non
di rado, contrastanti proposte frutto della riflessione epistemologica intorno a questo interro-
gativo, va ancora oggi considerata fondamentale la classificazione elaborata dal filosofo Max
Black, che ora proverò brevemente a riassumere.
Il primo genere di modello preso in esame da Black è quello dei modelli in scala:
Questa etichetta coprirà tutte le riproduzioni di oggetti materiali, di sistemi o processi, reali o
immaginari, che conservino le rispettive proporzioni. Esse includono esperimenti nei quali i
processi chimici o biologici sono stati artificialmente rallentati («esperimenti al rallentatore»)
e quelli nei quali si cerca di imitare i processi sociali in miniatura.3

Dal momento che, come abbiamo detto, nessun modello può essere considerato pienamente
coincidente con la realtà di cui si ritiene essere appunto un modello, occorre essere ben con-
sapevoli dei rischi che l’uso di un modello porta inevitabilmente con sé. Nel caso dell’utilizzo
di ‘modelli in scala’ occorre essere consapevoli del fatto che […] le inferenze dal modello in
scala all’originale sono intrinsecamente precarie e hanno bisogno di una correzione e di una
verifica supplementare4

La seconda categoria di modelli individuata da Black è quella dei modelli analogici:


Un modello analogico è un soggetto materiale, un sistema, o un processo designati a ripro-
durre il più fedelmente possibile in un nuovo medium la struttura o la trama di relazioni
dell’originale .5
Quali rischi comporta l’impiego di ‘modelli analogici’?
Il fatto sorprendente che lo stesso modello di relazioni, la stessa struttura, possano prender

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È mai esistita la ‘civiltà nuragica’? Riflessioni sul metodo

corpo in un’infinita varietà di media differenti, fa del modello analogico uno strumento peri-
coloso e potente. I rischi di inferenze sbagliate dalle inevitabili inesattezze e distorsioni del
modello sono ora presenti in misura aggravata. Ogni presunto uso scientifico di un modello
analogico richiede conferme indipendenti. I modelli analogici forniscono ipotesi plausibili,
non dimostrazioni.6
Una terza categoria di modelli è quella dei modelli matematici, il cui uso risulta ancora una
volta niente affatto privo di rischi:
quando usato senza particolari sottolineature, «modello» in tali contesti è spesso niente più
che un pretenzioso sostituto di «teoria» o di «procedimento matematico». Generalmente,
comunque, si accompagna alle tre seguenti idee: il campo originale è pensato come «proiet-
tato» sull’astratto dominio degli insiemi, delle funzioni e affini e rappresenta il contenuto
della teoria matematica correlata; così si dice che le forze sociali sono «modellate» dalle
relazioni fra entità matematiche. Il «modello» è concepito come più semplice e più astratto
dell’originale. Spesso c’è l’idea che il modello sia una specie di modello analogico rarefatto,
come se le equazioni matematiche si riferissero ad un invisibile meccanismo le cui operazioni
illustrano o anche spiegano parzialmente le operazioni del sistema sociale originale in esame.
Quest’ultima idea deve essere respinta come un’illusione.7

Ecco quali vantaggi e quali rischi comporta l’uso di tali modelli:


[…] I vantaggi delle precedenti procedure sono quelli derivati dall’introduzione dell’analisi
matematica in ogni campo d’indagine empirica, fra di essi la precisione nella formulazione
delle relazioni, la facilità d’inferenza attraverso il calcolo matematico, e la comprensione intuitiva
delle strutture rivelate […]. I pericoli presenti sono ugualmente ovvi. Le semplificazioni dra-
stiche che si richiedono per il successo dell’analisi matematica comportano il rischio serio di
confondere la precisione matematica con la forza della verifica empirica del campo originale.
È essenziale ricordare che il procedimento matematico non fornisce spiegazioni. Non ci si può
attendere che la matematica faccia di più che tirare le conseguenze delle assunzioni empiriche
originali. […] possiamo dire, se preferiamo, che la matematica pura fornisce la forma di una
spiegazione, mostrando quali tipi di funzioni si adatterebbero approssimativamente ai dati
conosciuti. Ma le spiegazioni causali devono essere ricercate altrove.8

Tale avvertenza non vale invece per un altro genere di modelli: i modelli teorici. Tali modelli
differiscono dagli altri presi in esame sinora per i seguenti, cruciali motivi:
Sia che venga adottata l’interpretazione euristica o quella esistenziale vi è un aspetto cruciale
per cui il senso del modello qui in questione diverge nettamente da quelli discussi preceden-
temente […]. I modelli in scala e i modelli analogici devono essere di fatto messi insieme: un
modello architettonico puramente «ipotetico» non significa proprio nulla e gli immaginari
modelli analogici non ci mostrerebbero mai come le cose funzionino su vasta scala. Ma i
modelli teorici (trattati come reali o come ipotetici) non sono letteralmente costruiti: il cuore
del metodo sta nel parlare in un certo modo. Pertanto è plausibile affermare, come fanno certi
scrittori, che l’uso di modelli teorici consiste nell’introdurre un nuovo tipo di linguaggio o
idioma, suggerito da una teoria comune, ma esteso ad un nuovo dominio d’applicazione.

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Roberto Sirigu

Tuttavia questa ipotesi tralascia il problema che il nuovo idioma è sempre una descrizione di
un qualche oggetto o sistema definito (il modello stesso). Se c’è un cambiamento nel modo
di esprimere e di rappresentare, anche la relativa descrizione di un oggetto o sistema specifico
conduce ad un’ulteriore indagine.

Ma i pericoli in cui possiamo incorrere quando facciamo uso di ‘modelli teorici’ non sono
finiti. Infatti:
Il modello teorico non ha bisogno di essere costruito; è sufficiente che sia descritto. Ma la libertà
di descrizione ha anch’essa dei limiti. L’inventore di un modello teorico non è distratto da pro-
prietà irrilevanti o accidentali dell’oggetto che fa da modello, che deve avere solo le proprietà
che egli gli assegna: ma è privato del controllo che si impone quando se ne tenta la costruzione
effettiva. Anche la richiesta elementare della auto-consistenza può essere sottilmente violata
a meno che non siano possibili tests indipendenti; e cosa si sia voluto dire con «realtà del
modello» diviene misterioso.9

Vi è infine un ultimo ma non meno importante genere di modelli: si tratta di quelli che Black
chiama “«archetipi concettuali» o, più brevemente, «archetipi»”:
Con archetipo intendo un repertorio sistematico di idee per mezzo delle quali un dato pensato-
re descrive, per estensione analogica, un dominio al quale quelle idee non si applicano immediata-
mente e letteralmente. In questo modo, una dettagliata descrizione di un particolare archetipo
richiederebbe una lista delle parole-chiave ed espressioni, con affermazioni delle loro inter-
connessioni e dei loro significati paradigmatici nel campo dal quale furono originariamente
tratti. Questo potrebbe venire poi integrato dall’analisi dei modi in cui i significati originali
«si estendono» nel loro uso analogico.10

Benché si presenti potenzialmente assai fecondo, anche l’uso degli ‘archetipi’ non è esente da
alcune possibili ‘controindicazioni’:

Certamente, c’è il rischio, sempre presente e costante, che l’archetipo venga usato in modo
metafisico così da tenere sempre lontane dalla confutazione empirica le sue conseguenze.
Più persuasivo l’archetipo, più grande è il pericolo che esso diventi un mito che si autolegit-
tima. Ma un buon archetipo può essere arrendevole alle domande dell’esperienza; anche se
incanala il pensiero del suo signore, non è necessario che lo faccia in modo tanto inflessibile.
L’immaginazione non dev’essere confusa con una giacca stretta.11

3.
Questo breve esame della proposta classificatoria elaborata da Max Black ci consente di for-
mulare alcune considerazioni.
Innanzi tutto mi pare legittimo affermare che i cinque tipi di ‘modelli’ condividono alcune
importanti proprietà.
La prima: nessun modello può essere considerato pienamente corrispondente alla realtà di cui
è, appunto, modello.

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È mai esistita la ‘civiltà nuragica’? Riflessioni sul metodo

La seconda: la non totale corrispondenza tra modello e realtà non dipende dall’efficacia
concettuale e/o operativa del modello, non dipende cioè da quanto esso possa apparirci un
‘buono’ o ‘cattivo’ modello.
La terza: anche nel caso che la loro elaborazione sia finalizzata ad una realizzazione concreta
(come nel caso dei ‘modelli in scala’ o dei ‘modelli analogici’), tutti i modelli devono prima-
riamente essere considerati “strumenti speculativi”12 che noi elaboriamo per riuscire a pensare,
cioè gestire concettualmente ciò che chiamiamo ‘realtà’ (qualunque cosa sia ciò che designiamo
con questo termine).
Ora, dal momento che tali proprietà caratterizzano qualunque genere di modello, ciò significa
che esse saranno proprie anche di quel particolare modello interpretativo che risponde al nome
di ‘civiltà nuragica’.
Dunque mi pare legittimo affermare che ciò che siamo soliti chiamare ‘civiltà nuragica’ è uno
strumento speculativo che è stato elaborato per riuscire a pensare, cioè gestire concettualmente, la
realtà culturale (qualunque cosa si intenda con questa espressione) che riteniamo abbia pro-
dotto in passato una determinata e specifica serie di frammenti di realtà materiale a cui noi oggi
attribuiamo la funzione di segni archeologici;13 è evidente, alla luce di quanto detto finora, che
tale modello non può in alcun modo essere considerato perfettamente coincidente con la realtà
culturale di cui si vuole sia il (o quanto meno un) modello, e ciò a prescindere dalla maggiore o
minore validità esplicativa e/o rappresentativa del modello rispetto alla realtà di cui il modello
è, appunto, un modello. Possiamo così rispondere alla nostra domanda iniziale: la civiltà nura-
gica esiste nella misura in cui noi l’abbiamo creata.
Poniamoci ora un’altra domanda: in quale casella possiamo collocare il ‘modello interpretati-
vo’ che chiamiamo ‘civiltà nuragica’ nel quadro tassonomico proposto da Max Black?
Ebbene, credo che tale ‘modello’ non possa che essere classificato come un archetipo, ovvero
come un repertorio sistematico di idee per mezzo delle quali un dato pensatore (ovvero chiunque si serva
di tale ‘strumento speculativo’) descrive, per estensione analogica, un dominio al quale quelle idee non
si applicano immediatamente e letteralmente.
Ma, a ben vedere, nessun archetipo – e quindi nemmeno l’archetipo ‘civiltà nuragica’ – agisce
isolatamente. L’efficacia esplicativa e/o rappresentativa di ogni archetipo viene amplificata
dall’utilizzo di una costellazione di altri modelli: modelli in scala, modelli analogici, modelli mate-
matici e modelli teorici, il cui impiego è finalizzato a descrivere e/o dare spiegazione a singoli
problemi o aspetti della ricerca.
È evidente che l’uso corretto di tale corollario di modelli deve implicare l’elaborazione di ade-
guati correttivi capaci di arginare i rischi che l’utilizzo di ciascuno di essi comporta, senza la
messa in atto dei quali il pericolo che l’archetipo si trasformi in un mito che si autolegittima non
può che accrescersi.
Se le cose stanno effettivamente in questo modo (come credo risulti difficilmente contestabi-
le), dobbiamo allora chiederci, seguendo le avvertenze indicateci da Black come antidoto dal
rischio di un uso improprio degli archetipi: è mai stata proposta una dettagliata descrizione di
questo particolare archetipo che chiamiamo ‘civiltà nuragica’ attraverso la presentazione di una
lista delle parole-chiave ed espressioni, con affermazioni delle loro interconnessioni e dei loro significati para-
digmatici nel campo dal quale furono originariamente tratti, integrato dall’analisi dei modi in cui i significati

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Roberto Sirigu

originali «si estendono» nel loro uso analogico? Siamo riusciti a (o per lo meno abbiamo avvertito la
necessità di) arginare il rischio, sempre presente e costante, che l’archetipo venga usato in modo metafisico
così da tenere sempre lontane dalla confutazione empirica le sue conseguenze? Siamo riusciti ad evitare
che l’archetipo, rivelatosi potentemente persuasivo, diventasse un mito che si autolegittima?

4.
Rispondere a queste domande non è facile e soprattutto sono domande a cui deve essere la
comunità scientifica nel suo insieme a dare risposta. Ma (non dimentichiamolo) il concetto di
‘comunità scientifica’ fa riferimento ad un’astrazione: la realtà è composta da singoli ricercatori,
ciascuno dei quali deve sentirsi investito dall’imperativo etico di comprendere se il paradig-
ma14 di riferimento all’interno del quale egli opera possa essere considerato “un buon archeti-
po”, che si dimostri “arrendevole alle domande dell’esperienza”.
Perché ciò avvenga, occorre che chiunque sia impegnato nella ricerca operi per uscire fuori dal
genere di logica che Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch, ricercatori del Mental
Research Institute di Palo Alto, hanno chiamato la soluzione del “più di prima”.
Ecco la descrizione di tale atteggiamento:
Di solito, a promuovere il cambiamento […] è la deviazione da qualche norma. Quando arriva
l’inverno e la temperatura comincia a scendere, le stanze debbono essere riscaldate e bisogna
uscire di casa con abiti pesanti per proteggere il corpo dal freddo. Se la temperatura si abbassa
ancora di più, occorreranno abiti ancor più pesanti e bisognerà riscaldare di più pure la casa.
Detto altrimenti, il cambiamento diventa necessario per ristabilire la norma perché sono in
gioco sia il benessere che la sopravvivenza. Il cambiamento desiderato si ottiene applicando
l’elemento opposto a quello che ha prodotto la deviazione (ad es. si oppone il caldo al freddo)
in accordo con la proprietà dei gruppi15; se tali correttivi dovessero risultare insufficienti, alla
fine si ottiene l’effetto desiderato applicando più di prima le misure normalizzatici. Tale tipo,
semplice e ‘logico’, di soluzione del problema non solo viene applicato in molte situazioni
della vita quotidiana, ma si trova alla radice di innumerevoli processi interattivi in fisiologia,
neurologia, fisica, economia e in molti altri campi.16

Non è difficile riconoscere che anche in ambito archeologico (e, più in generale, scientifico)
l’applicazione del principio del ‘più di prima’ trova assai spesso applicazione.
Se ci limitiamo a prendere in esame il problema della verifica dell’effettiva validità scientifica
di un dato paradigma scientifico, non è difficile constatare che tale verifica viene non di rado
condotta utilizzando strumenti concettuali ed operativi elaborati all’interno dello stesso para-
digma che si intende sottoporre a verifica.
Può così accadere che un processo di verifica condotto con l’utilizzo di tali strumenti giunga a
mettere in discussione singoli punti del paradigma senza però giungere ad intaccarne la strut-
tura profonda, determinando la conferma della validità del paradigma nella misura in cui esso
si è dimostrato capace di apporre dei correttivi a se stesso.
In realtà, è evidente che in questi, come in casi analoghi, stiamo agendo all’interno della logica
del ‘più di prima’:
la soluzione ‘più di prima’ non è solo il maggiore dei […] problemi, ma è proprio il problema,

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È mai esistita la ‘civiltà nuragica’? Riflessioni sul metodo

perché senza la ‘soluzione’ non ci sarebbe alcun problema. Ed è curioso dover constatare che
si continua a ricorrere a questo tipo di soluzione, malgrado la sua palese assurdità, come se
coloro da cui dipende il cambiamento fossero incapaci di trarre dalla storia le conclusioni
necessarie.17

Per superare questo genere di impasse concettuale e, conseguentemente, operativo occorre, a


detta di Watzlawick, Weakland e Fisch, rompere il circolo vizioso in cui ci si è venuti a trovare,
tentando di proporre una nuova configurazione del problema.
Basandosi sui principi applicativi della teoria dei tipi logici18 in ambito comportamentale e, più
in generale, biologico, avanzata da Gregory Bateson,19 Watzlawick, Weakland e Fisch propon-
gono come soluzione a questo genere di problemi il passaggio da quello che loro chiamano
cambiamento1, ossia un cambiamento che si manifesta allo stesso livello logico interno al sistema nel
quale si è manifestato il problema (il ‘più di prima’), al cambiamento, ovvero un cambiamento
che agisce ad un livello logico superiore, un livello cioè in cui il sistema problematico appaia non
più isolato (cioè chiuso in se stesso e quindi prigioniero della propria struttura logica), ma
inserito in un insieme più ampio (una classe) di fenomeni di cui è parte integrante, un insieme
regolato da una differente struttura logica.20
Ciò consente di uscire dal livello problematico del sistema, all’interno del quale qualunque
soluzione non farebbe altro che aggravare il problema che si intende risolvere, ‘rompendone’
così la logica problematica per passare ad un livello logico in cui il sistema problematico possa
essere osservato da un punto di vista differente. Si ottiene così un radicale mutamento di para-
digma che produce alcune importanti conseguenze.
Ciò che propongo è dunque questo: un dibattito che passi dalla verifica dell’attendibilità dei
singoli risultati acquisiti utilizzando lo ‘strumento speculativo’ che chiamiamo ‘civiltà nuragi-
ca’ (che non potrà generare che cambiamenti1) ad un dibattito che prenda in esame la possibilità
(se non la necessità) di innescare un radicale cambiamento ossia, per essere più espliciti, un
cambiamento del paradigma oggi vigente nell’ambito degli studi sulla ‘civiltà nuragica’.
Ma come è possibile innescare un processo critico che giunga a determinare un simile cam-
biamento?

5.
Ciò che occorre, a mio avviso, è innanzi tutto restituire ai nostri ‘modelli’ la funzione e il
valore che loro competono: occorre cioè tenere bene a mente che ogni modello non può che
svolgere la funzione di ipotesi o abduzione. Ecco come il filosofo Charles S. Peirce descrive tale
fondamentale concetto:
Abbiamo un’ipotesi quando troviamo qualche circostanza curiosa, che sarebbe spiegata dalla
supposizione che fosse la conseguenza di un caso ascrivibile a una regola generale, e perciò
adottiamo questa supposizione. Oppure quando troviamo che due oggetti presentano una
forte somiglianza sotto certi rispetti e inferiamo che essi devono somigliare fra loro anche
sotto altri rispetti.21

Data la propria natura logica, da un’inferenza ipotetica non derivano dunque mai conclusioni

313
Roberto Sirigu

certe, ma sempre e solo conclusioni che necessitano di essere sottoposte ulteriori verifiche. Ciò
vale, ovviamente e a maggior ragione, per i ‘modelli’ in generale e per gli ‘archetipi’ in partico-
lare, che possiamo considerare come vere e proprie macroipotesi.
In quanto tali, esse dovranno essere sottoposte a quel tipo particolare di verifica che Umberto
Eco ha denominato meta-abduzione:
Meta-abduzione. Consiste nel decidere se l’universo possibile delineato dalle nostre abduzioni
di primo livello è lo stesso universo della nostra esperienza. Nelle abduzioni iper e ipocodi-
ficate, questo meta-livello di inferenza non è indispensabile, poiché ricaviamo la legge da un
bagaglio di esperienza di mondi effettivi già controllati. In altre parole, noi siamo autorizzati
dalla conoscenza del mondo comune a pensare che la legge è già stata conosciuta come valida
(e si tratta di decidere se è la legge giusta per spiegare quei risultati). Nelle abduzioni creative
non abbiamo questo tipo di certezza. Noi tiriamo ad indovinare non solo intorno alla natura
del risultato (la sua causa) ma anche intorno alla natura dell’enciclopedia (cosicchè, se la
nuova legge viene verificata, la nostra scoperta porta a un cambiamento di paradigma). […]
la meta-abduzione è fondamentale non solo nelle scoperte scientifiche “rivoluzionarie” ma
anche (e normalmente) nell’indagine criminale.22

Ecco dunque quale sfida, a mio avviso, ci attende: verificare o, meglio ancora, falsificare23 se (e se
sì, in che misura) l’universo possibile che abbiamo chiamato ‘civiltà nuragica’ sia lo stesso universo
che l’esperienza di ricerca sul campo ci ha restituito. E ciò si può fare solo esercitando una preziosa
risorsa della mente umana: l’immaginazione. Lo stesso strumento, non dimentichiamolo, che
Giovanni Lilliu ha utilizzato per cominciare ad ‘immaginare’ la ‘civiltà nuragica’ più di cin-
quant’anni fa così come noi siamo abituati a ‘pensarla’ oggi.24
Recepiamo dunque l’esempio di Lilliu come fondamentale insegnamento metodologico e tor-
niamo a fare ricorso alla nostra immaginazione per immaginare scientificamente il passato. “Perché
– come ci ricorda Max Black – la scienza, come le discipline umanistiche, come la letteratura,
è un problema di immaginazione”.25

Note
*Archeologo, collaboratore della Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e
Oristano e del Dipartimento di Scienze Archeologiche e storico-artistiche dell’Università di Cagliari.
Email: rosirigu@virgilio.it.
1
Agamben 2008: 7.
2
Agamben 2008: 8.
3
Black 1962, trad. it. 1983: 68.
4
Black 1962, trad. it. 1983: 70.
5
Black 1962, trad. it. 1983: 70.
6
Black 1962, trad. it. 1983: 70.

314
È mai esistita la ‘civiltà nuragica’? Riflessioni sul metodo

7
Black 1962, trad. it. 1983: 72.
8
Black 1962, trad. it. 1983: 74. Le ‘avvertenze d’uso’ dei modelli in campo scientifico suggeriteci da Max
Black sono pienamente valide anche per ciò che concerne il loro impiego in ambito archeologico così
come descritto in Clarke 1968, trad. it. 1998: 35-37.
9
Black 1962, trad. it. 1983: 78-79.
10
Black 1962, trad. it. 1983: 93.
11
Black 1962, trad. it. 1983: 94-95.
12
Richiards 1955, cit. in Black 1962: 88.
13
Ho affrontato un esame delle implicazioni semiotiche nell’approccio archeologico all’analisi della
realtà materiale, nei miei seguenti lavori: Sirigu 2002, Sirigu 2004b Sirigu 2005, Sirigu 2006.
14
Nel parlare di ‘paradigma’ faccio riferimento al concetto elaborato dal filosofo Thomas Kuhn, per il
quale, ricordiamolo: “Da un lato, esso rappresenta l’intera costellazione di credenze, valori, tecniche,
e così via, condivise dai membri di una data comunità. Dall’altro, esso denota una sorta di elemento
di quella costellazione, le concrete soluzioni-di-rompicapo che, usate come modelli o come esempi,
possono sostituire regole esplicite come base per la soluzione dei rimanenti rompicapo della scienza
normale” (Kuhn 1970, trad. it. 1978: 212). In Sirigu 2004a ho affrontato come tema specifico l’analisi
delle implicazioni derivanti dall’uso in ambito archeologico del concetto kuhniano di ‘paradigma’.
15
“Ogni elemento del gruppo deve avere il suo reciproco o inverso che composto con l’elemento stesso
dà l’elemento di identità; per esempio: 5+(-5)=0, dove la legge di composizione è l’addizione. Ancora
una volta è evidente che la composizione da una parte produce un netto cambiamento, ma che d’altra
parte il risultato è esso stesso un elemento del gruppo (nell’esempio fatto, i numeri naturali positivi e
negativi, zero incluso) ed è quindi contenuto nel gruppo” (Watzlawick, Weakland, Fisch 1974: 22-23).
16
Watzlawick, Weakland, Fisch 1974: 45.
17
Watzlawick, Weakland, Fisch 1974: 47.
18
Teoria proposta nella sua forma più completa da Bertrand Russell e Albert North Whitehead nei
Principia Mathematica (Whitehead, Russell 1910-1913).
19
Bateson 1972, trad. it. 1976: 303-338.
20
Watzlawick, Weakland, Fisch 1974: 87-100.
21
Peirce 2003: 465.
22
Eco 1983, pp. 245-246. Per un esame delle potenzialità applicative in ambito archeologico delle
inferenze abduttive, mi permetto di rinviare al mio Sirigu 2005.
23
Per una presentazione esaustiva del concetto di ‘falsificazione’ è d’obbligo rinviare a Popper 1968.
24
Illuminante in tal senso è la lettura di Lilliu 1955.
25
Black 1962, trad. it. 1983: 95.

Bibliografia
Agamben 2008: G. Agamben, Signatura rerum. Sul metodo, Torino.
Bateson 1972: G. Bateson, Steps to an Ecology of Mind, New York, (trad. it.: Verso un’ecologia della mente,
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315
Roberto Sirigu

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Eco 1983: U. Eco, “Corna, zoccoli, scarpe. Alcune ipotesi su tre tipi di abduzione”, in U. Eco, T.A. Sebeok, The
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Kuhn 1970: T. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, Chicago, 1970, I ed. 1962 (trad. it.: La strut-
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Lilliu 1955: G. Lilliu, Il nuraghe di Barumini e la stratigrafia nuragica, in Studi Sardi, XII-XIII.
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Sirigu 2004a: R. Sirigu, Archeologia moderna: scienza normale o scienza straordinaria?, in Aristeo. Quaderni
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Introduction, 1910, Introduction to 2nd Edition, 1959.

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Indice

Marco Edoardo Minoja


A cavallo dei millenni: un’isola, un approdo, un ponte 5
Fulvia Lo Schiavo
Un ricordo di Renato Peroni 7
Renato Peroni
Un mondo di identità divise 9
Fulvia Lo Schiavo
Gli Altri: Nuragici e Ciprioti a confronto 14
Sandro Filippo Bondì
La «precolonizzazione fenicia» 41
Massimo Botto
I Fenici e la formazione delle aristocrazie tirreniche 51
Vincenzo Santoni
Il quadro culturale della produzione e dell’arte figurativa nuragica 81
Anna Depalmas
Le navicelle nuragiche: significato, valore e diffusione
tra Bronzo finale e primo Ferro 111
Anthony Bonanno
Il Passaggio dall’Età del Bronzo al Periodo Fenicio a Malta:
l’impatto sociale e culturale 121
Mauro Perra
Crisi o collasso? La società indigena tra il Bronzo Finale e il Primo Ferro 128
Franco Campus, Valentina Leonelli
Tra Bronzo Finale e I Ferro. Analisi dei contesti sardi
alla luce del riesame del sito dell’Ausonio II di Lipari 142
Alessandro Usai
Per una riconsiderazione della Prima Età del Ferro come ultima fase nuragica 165
Carlo Tronchetti
La statuaria di Monte Prama nel contesto delle relazioni tra Fenici e Sardi 181

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Indice

Marco Rendeli
Nuragici, Greci ed Etruschi nella Sardegna nord occidentale 193
Raimondo Zucca
La Sardegna nuragica nel Mediterraneo tra la fine dell’età
del Bronzo e gli inizi del Ferro 209
Javier Jimènez Ávila
Fenicios e indígenas en Iberia: arquitecturas y ritos funerarios 221
Alfonso Stiglitz
Interazioni territoriali tra Fenici e Nuragici nell’Oristanese 240
Rubens D’Oriano
Sardi con i Fenici dal Mediterraneo all’Atlantico 254
Carla Perra
Interazioni fra Sardi e Fenici: esercizi di metodo sulla cultura materiale
della fortezza del Nuraghe Sirai di Carbonia 275
Paolo Bernardini
Fenici e Indigeni tra archeologia colonialista e postcolonialismo 287
Marcello Madau
Il ritorno dei re: archeologia, identità e globalizzazione in Sardegna 296
Roberto Sirigu
È mai esistita la ‘civiltà nuragica’? Riflessioni sul metodo 307
Renato Peroni
Conclusioni 317

320