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IV domenica di Quaresima

TESTIMONI DELLA LUCE

Letture: i Samuele 16, lb.4a.6-7.10-13


Efesini 5, 8-14
Giovanni 9, 1-41

Le domeniche di Quaresima che stiamo vivendo sono le domeniche di maggior impegno per la liturgia nel
corso dell'anno. Durante questo cammino verso la Pasqua, essa ci propone i massimi misteri della fede, come
avveniva nei primi giorni della Chiesa, quando, in questo periodo, si preparavano i catecumeni al battesimo.
Un segno di tale impegno sono i brani evangelici particolarmente lunghí e densi di simbolismo. Un segno è
anche il prefazio proprio di queste domeniche con il quale la liturgia offre, essa stessa, un commento orante
del Vangelo. Oggi tale prefazio suona cosí: « Nel mistero della sua íncarnazione egli si è fatto guida
dell'uomo che camminava nelle tenebre, per condurlo alla grande luce della fede. Con il sacramento della
rinascita ha liberato gli schiavi dall'antico peccato per elevarli alla dignità di figli ».
Due cose la liturgia vede, dunque, nel Vangelo di oggi: la fede e il battesimo. Dopo la domenica della
Samaritana e dell'acqua, oggi è la volta di un altro grande simbolismo: quello della luce. E' difficile e raro che
qualcuno si commuova di fronte alla luce, come di fronte all'acqua. Quando ne facciamo la prima scoperta, a
pochi giorni dalla nascita, è troppo presto per apprezzarla. Poi ci diventa talmente familiare che non ce ne
accorgiamo piú. Eppure, senza questa attenzione alla luce naturale, senza un certo gioioso trasalimento
quando, al risveglio, essa inonda gli occhi e la casa, poco o nulla capiremo dell'altra luce. Gesú dirà invano: «
lo sono la luce del mondo » e « lo sono la luce della vita ».

L'evangelista Giovanni non ci propone, per fortuna, astratte riflessioni su Cristo-luce; riferisce un fatto:
Gesú che ridona la vista a un cieco. L'episodio è narrato con tale meticolosità da far pensare a una specie di
inchiesta con interrogatori e testimoni. Ma alla fine ci accorgiamo che l'evangelista ha voluto dirci soprattutto
due cose. Primo: quel cieco era ognuno di noi; anche noi siamo andati un giorno alla piscina di Siloe - il fonte
battesimale -, ci siamo lavati e siamo tornati che ci vedevamo. Secondo: la luce che ci ha dato è la fede. Quel
ragazzo cieco alla fine incontrò di nuovo Gesú ed esclamò: « Io credo, Signore ». Questa frase è l'equivalente
di tutte quelle esclamazioni pronunciate dal cieco: ho acquistato la vista, ci vedo, mi ha aperto gli occhi.
Battesimo e fede sono veramente i contenuti simbolici del brano evangelico. La liturgia ha visto bene.

Ma, a questo punto, ci sorge un dubbio. Tutto, dunque, si è già compiuto all'alba inconsapevole della nostra
vita, nel rito battesimale? Nulla che riguardi la nostra esistenza di adesso, le nostre scelte del momento? «
Fratelli - dice infatti Paolo nella seconda lettura - un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore ». Ma
siamo davvero ora tutti e solo luce? Perché, allora, quella specie di grido finale, come nella notte, che ci è
rivolto da Paolo: « Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà »?
La verità è che noi siamo in parte nella luce e in parte ancora nelle tenebre. Abbiamo, sí, ricevuto la virtú
teologale della fede, ma come un germe che deve crescere, una possibilità da sviluppare. Il resto è tutto da
fare tra Dio e la nostra libertà. La nostra posizione è veramente paradossale. Siamo come su quel filo che
divide una zona luminosa da una in ombra: dovunque ci spostiamo portiamo attaccata a noi quella zona
d'ombra. E' la nostra umanità non ancora riscattata) non evangelizzata. Sono le spinte tenebrose che san
Paolo ha chiamato « le opere infruttuose delle tenebre ». Quello che si agita in questa zona d'ombra è
vergognoso perfino parlarne: « fornicazione, idolatria, inimicizie, discordia, gelosie, dissensi, invidie,
ubriachezze » (Gal. 5, 19-21). Luce e tenebre indicano, dunque, qualcosa di piú che le verità di fede che già
conosciamo e le verità che ancora ignoriamo. Designano invece le opere concrete, le scelte evangeliche, o
contrarie al Vangelo, che compiamo giorno per giorno.

C’è, però, un altro simbolismo della luce che non possiamo oggi lasciare inesplorato. Perché la nostra fede è
paragonata a una luce? Che cosa fa la luce? Essa ci rivela le cose, ci dà il senso delle distanze e delle
proporzioni, ci dà l'orientamento. E' capitato a tutti di trovarsi al buio in una stanza e non vedere piú nulla,
non sapere piú dov'è la porta, dove la finestra, e con la continua paura di andare ad urtare contro qualche
ostacolo. Ora, cosí - ci dice Paolo - avanzava nella vita l'uomo pagano prima di Cristo: « come a tentoni »
(Atti, 17, 27). Venne Cristo e fu come il sorgere di una grande luce. Egli rivelò agli uomini il Padre, il senso
della vita e del mondo. Diede una risposta a quegli eterni interrogativi che l'uomo da sempre si pone e che un
autore del II secolo cosí formulava: « Chi siamo? Donde veniamo? Dove andiamo? » (Estratti di Teodoto).
La fede dà, dunque, al credente una visione della vita. E' forse strano che anche oggi il credente domandi
alla sua fede di dargli una visione dei mondo e dei problemi della vita? E' strano che il cristiano ricerchi nella
sua fede una risposta a problemi come quelli della giustizia sociale, dei rapporti di lavoro, della malattia, del
tempo libero, del matrimonio, dell'aborto? Eppure c'è una pressione fortissima oggi da parte di certe forze, le
quali pretendono dal cristiano che, nasconda, per cosí dire, la sua fede e le sue certezze, quando dalla
preghiera passa alla prassi e dalla chiesa alla piazza. Se non fa cosí, è accusato indiscriminatamente di
integrismo. Quello che si vorrebbe è una fede cieca, un cristiano schizofrenico, cioè scisso in due: l'uomo e il
cittadino da una parte, il credente dall'altra. E' una pressione alla quale troppi cristiani oggi cedono
psicologicamente, riducendo cosí la fede a un vestito di festa che si indossa solamente la domenica per andare
a Messa.
Ma che cos'è tutto questo se non, appunto, un accendere la lucerna e riporla poi sotto il moggio? (Mt. 5, 15).
Cristo non pensava certamente cosí: egli, anzi, ha parlato di una luce che dev'essere posta sul candelabro per
illuminare quelli che sono nella casa. Una luce, cioè, che deve servire non solo al discepolo, ma anche agli
altri abitatori del mondo che magari non credono ancora. Il cristiano non può contentarsi di essere « un
illuminato »; deve essere anche « un testimone della luce » (Gv. 1, 8). Non è, perciò, a prezzo di una tale
rinuncia che si può chiedere a un credente di collaborare con altre forze ideologiche e politiche.
Mi torna spesso in mente ciò che dice una giovane ebrea cieca a un cristiano, in un dramma di P. Claudel: «
Voi che ci vedete, cosa ne avete fatto della luce? » (Le père bumilié). Già, che uso stiamo facendo, noi
discepoli di Cristo, della luce ricevuta? E' possibile accorgersi, standoci vicino, sentendoci parlare, che siamo
uomini di fede, che giudichiamo le persone e gli eventi del mondo con le certezze che ci vengono dal
Vangelo? Camminiamo davvero « come figli della luce » (Ef. 5, 8), cioè da persone oneste e schiette?
Gli occhi di tutti ricevono la luce, ma i nostri devono anche donarla; il nostro occhio - ha detto Gesú deve
essere una lucerna (Mt. 6, 22).

Ora, dopo averci parlato nel suo Vangelo, il Signore Gesú ci chiama a sederci a mensa con lui. Egli sa che
non abbiamo bisogno solo di luce per vederci, ma anche di cibo per essere fortificati e non venir meno per via.
« La luce del mondo » (Gv. 8, 12) viene a seppellirsi dentro di noi, « sotto il nostro tetto ».

SECONDO SCHEMA

Il cieco nato
IV domenica di Quaresima
1 Samuele 16, 1b. 4a. 6-7.10-13; Efesini 5, 8-14;
Giovanni 9,1-41

Il vangelo della IV domenica di Quaresima narra la guarigione del cieco nato.

 Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita..., spalmò del fango sugli occhi del cieco e gli disse: "Va' a lavarti
nella piscina di Siloe. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva".

Questa storia ci riguarda da vicino, perché, in un certo senso, siamo tutti dei... ciechi nati. il mondo stesso e nato cieco.
Stando a quello che ci dice oggi la scienza, per milioni di anni c'era la vita sulla terra, ma era una vita allo stato cieco, non
esisteva ancora l'occhio per vedere, non esisteva il vedere stesso. L'occhio, nella sua complessità e perfezione, è una delle
funzioni che si sono formate più tardi. Immaginiamo lo stupore dei primi esseri che cominciarono a vedere il cielo sopra di
loro, a vedere i colon, a vedersi tra di loro. Che salto di qualità nell'evoluzione della vita!
Questa situazione si riproduce in parte nel microcosmo, cioè nella vita di ogni singolo uomo. Il bambino, lo sapete meglio
di me, nasce se non proprio cieco, almeno, incapace ancora di distinguere i contorni delle cose. E solo dopo qualche
settimana che comincia a mettere a fuoco le cose. Se il bambino fosse in grado di esprimere quello che prova quando
comincia a vedere chiaramente il volto della mamma, le persone, le cose, i colori, che «oh!» di meraviglia si ascolterebbe!
Che inno alla luce e alla vista!
Il vedere è un miracolo. Solo che non ci facciamo caso perché ci siamo abituati e lo diamo per scontato. Ecco allora che
Dio a volte opera la stessa cosa in modo repentino, straordinario, cosi da scuoterci dal nostro torpore e renderci attenti. E
quello che fece con la guarigione del cieco nato e di altri ciechi nel vangelo.
Un altro esempio è la moltiplicazione dei pani. Ogni anno Dio moltiplica puntualmente il pane sulla terra:
Si semina un chicco di grano e da esso nasce una spiga. Noi crediamo di sapere tutto su ciò, perché ne conosciamo la
cosiddetta spiegazione scientifica. Ma in realtà il perché ultimo di tutto questo ci sfugge. E un miracolo. Non ci colpisce
solo perché è quotidiano e si ripete con regolarità.
Quando vediamo Gesù che nel vangelo moltiplica il pane, allora siamo aiutati ad aprire gli occhi e a riconoscere che Dio è
all'opera intorno a noi. Quando Dio opera un miracolo fa un po’ come il maestro di scuola che vedendo i suoi alunni svagati
e disattenti, batte fortemente le mani per richiamarli all'attenzione.
Ma è solo per questo che Gesù guarisce il cieco nato? No. C’è un altro senso in cui noi siamo nati ciechi. C’è un altro
occhio che deve ancora aprirsi nel mondo, oltre quello materiale: l'occhio della fede! Esso permette di scorgere un altro
mondo a' di la' di quello che vediamo con gli occhi del corpo: il mondo di Dio, della vita eterna, il mondo del vangelo, il
mondo che non finisce neppure con la... fine del mondo. La fede è come una finestra che ci spalanca davanti un orizzonte
sconfinato.
Questo ha voluto ricordarci Gesù con la guarigione del cieco nato. Anzitutto, egli invia il giovane cieco alla piscina di
Siloe. Perché? Non poteva, come altre volte, guarirlo subito e direttamente? Mandandolo a lavarsi, Gesù voleva significare
che questo occhio diverso, della fede, comincia ad aprirsi nel battesimo, quando riceviamo appunto il dono della fede. Per
questo- nell'antichità il battesimo si chiamava anche «illuminazione» e essere battezzati si diceva «essere illuminati».
Ma nel caso nostro non si tratta di credere genericamente in Dio, ma di credere in Cristo. L’episodio ser ve all'evangelista
per mostrarci come si arriva a una fede piena e matura nel Figlio di Dio. (In questo senso, anche quella di oggi è una tappa
importante nel cammino di ricerca su «chi è Gesù Cristo» che ci siamo proposti come tema di fondo per il tempo di
Quaresima).
Il recupero della vista da parte del cieco procede infatti di pari passo con la sua scoperta di chi è Gesù. Ricostruiamo le tre
tappe di questo cammino. All'inizio, il cieco non sa nulla di Gesù. Alla domanda: «Come ti furono aperti gli occhi?»,
risponde: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango...». Gesù è per lui ancora un «uomo», nient'altro che un uomo.
Più tardi gli domandano ancora: «Che dici di lui, da' momento che ti ha aperto gli occhi?», ed egli risponde: «E un
profeta!». Ha fatto un passo avanti; ha capito che Gesù è un inviato da Dio, che parla e opera in nome di lui. Ci è arrivato in
base a un semplice ragionamento che chiunque può fare: «Se non fosse da Dio, non potrebbe compiere le cose che fa».
Infine, dopo che i farisei lo hanno scacciato dalla Sinagoga e insultato per aver osato difendere l'operato di Cristo,
incontra di nuovo Gesù e questa volta gli grida: «lo credo, Signore!» e si prostra dinanzi a lui per adorarlo, riconoscendolo
cosi apertamente come suo Signore e suo Dio.

E adesso veniamo a noi. Descrivendoci cosi dettagliatamente tutto ciò, è come se l'evangelista Giovan ni ci invitasse
molto discretamente a porci la domanda: «E io, a che punto sono di questo cammino? Chi è Gesù di Nazareth per me?». Che
Gesù sia un uomo
- cioè, che sia esistito un uomo chiamato Gesù - nessuno lo nega. Che sia stato un profeta, un inviato da Dio, che ha
aperto all'umanità nuovi orizzonti religiosi e morali, anche questo è ammesso quasi universalmente.
Molti si fermano qui. Ma non basta. Anche un mussulmano, se è coerente con quello che trova scritto nel Corano,
riconosce che Gesù è un profeta. Ma non per questo si considera un cristiano. il salto mediante il quale si diventa cristiani in
senso proprio è quando si proclama, come il cieco nato, Gesù «Signore» e lo si adora come Dio.
La ragione per cui è necessario fare questo salto è semplice: Gesù si è presentato a' mondo come Figlio di Dio e ha
chiamato Dio suo «Padre» in modo unico, diverso da tutti. si può discutere certo sulla storicità' di questo o quel detto
attribuito a Gesù, ma non si pu6 misconoscere la testimonianza globale del Nuovo Te stamento su questo punto. La
conclusione è inevitabile: o egli è ciò che ha dichiarato di essere, o è il più grande impostore della storia e il cristianesimo è
stato fin qui tutto un equivoco. Non ci sono vie di mezzo, compromessi. Non risolve niente dire: è un uomo eccezionale, un
genio religioso.
Ma Gesù non spegne il «lucignolo fumigante», cioè non rigetta chi è ancora fermo a «uomo» o a «profeta», se è onesto
con se stesso. Chi è in cammino verso la verità, non dovrà fare molta strada prima di incontrare Cristo, perché egli è la
verità. Una cosa per6 dice a tutti l'episodio del cieco nato. Per giungere a riconoscere Gesù come Signore e Dio, quel
giovane dovette accettare di essere «scacciato dalla sinagoga», che a quel tempo significava entrare in conflitto con
l'opinione dominante, rinunciare a far parte del mondo che contava, uscire, come si dice, dal giro. E questo tipo di sinagoga
(che non ha naturalmente nulla a che vedere con il luogo di culto dei fratelli ebrei) esiste anche oggi e non e meno potente di
allora.
Non si può diventare credenti in Cristo finche' far parte dell'elite culturale del momento e più importante, per uno, che
scoprire la verità... Finche' si è convinti di vederci benissimo e si reagisce anzi con sdegno, quasi fosse un'offesa, alla
eventualità' di essere scambiati per dei credenti, per dei «convertiti». Un p0' come i farisei che alla domanda del cieco:
«Volete diventare anche voi suoi discepoli?», rispondono indignati: «Sii tu suo discepolo, noi siamo discepoli di Mose'».
Fanno riflettere le parole di Cristo a conclusione del racconto del cieco nato:

 “Io sono venuto in questo mondo...


perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”.

Il vangelo odierno chiama pero' in causa anche noi credenti. In un dramma di Claudel, una giovane ebrea, cieca, alludendo
a' <Vederci» fisico e a quello della fede, dice a un amico cristiano: «Voi che ci vedete, che ne fate dunque della luce?» (Le
Pe're humilie).
Riassumiamo, prima di concludere, quello che ci ha insegnato il vangelo del cieco nato. C’è un universo più vasto di
quello fisico che preme per entrare dentro di noi. L'occhio che dobbiamo aprire per accoglierlo è la fede, e la fede in Gesù
Cristo. Essa è il nostro tesoro più grande in questo mondo.
C’è stato di recente il caso di persone disperate perché' avevano vinto miliardi a' totocalcio, e al momento di incassarli si
sono accorte che avevano perduto il biglietto, o, che per qualche ragione, il loro biglietto non era più valido. La fede è un
biglietto che vale non solo miliardi, ma la vita eterna! Cerchiamo di non buttarlo via alla leggera e di non lasciarcelo
strappare di mano. Potremmo anche noi pentircene amaramente...
Se non riusciamo a gridare ancora come il cieco nato:
«lo credo, Signore», diciamogli almeno, come fa un a'tro personaggio del vangelo: «Signore, aiuta la mia incrudelita'!».