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Il domenica di Avvento

I PRECURSORI

Letture: Isaia 11, 1-10 Romani 15, 4-9 Matteo 3, 1-12

La liturgia ci fa ascoltare oggi la voce dei due piú grandi predicatori dell'Avvento: Isaia e Giovanni
Battista. Isaia predicò la venuta del Signore da lontano. Il suo annuncio nutrì l'attesa di
generazioni: « Ecco una vergine concepirà e darà alla luce un figlio ». Giovanni Battista fu colui che
annunciò la venuta imminente e in atto del Signore: - « Sta per venire uno... ». Tra i due lue
precursori, il legame è dato da quella profezia di Isaia aia che Matteo applica a Giovanni: « Una voce
grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! ».
Ogni avvento vuole il suo precursore, l'araldo che prepara gli animi, ridesta l'attenzione, perché
colui che viene sia atteso, desiderato, accolto e la sua venuta non passi inosservata. Nell'antichità,
quando un personaggio (di solito un imperatore), stava per giungere in una città in visita ufficiale,
occorreva un messo per precederlo e) e invitare la popolazione a uscirgli incontro, a riparare strade e
ponti per il suo passaggio. Ci furono precursori per la prima venuta di Cristo. Ci saranno precursori
(la (la luna, gli astri, i segni nel cielo) dell'ultima venuta, Ma c'è una venuta di Gesú che è tuttora in
atto nella storia. E' quel venire dello sposo, al momento presente, nella. Chiesa e nei credenti di cui si
parlava domenica scorsala che è al centro tra la venuta storica del Redentore e quella futura che
attendiamo. E' la venuta di Gesú, reale anche se sacramentale, che si realizza nel culto eucaristico, la
venuta personale di Gesú ad ogni uomo attraverso il suo amore, la sua parola, la sua grazia, attraverso
gli eventi del mondo. La venuta alla quale bisogna andare incontro con la nostra risposta e con la
nostra decisione di ogni giorno.
Anche per questa venuta silenziosa e continua al mondo e agli uomini, Gesú ha bisogno di
precursori. A questo compito siamo stati consacrati tutti noi, nel giorno del battesimo. Gesú andò da
Giovanni e lo santificò all'origine, addirittura nel seno della madre, perché egli fosse poi il suo
indomito araldo e annunciatore. Così ha fatto anche con noi. Ci ha scelti, ci ha redenti e santificati.
alle soglie della vita con il battesimo, perché gli fossimo precursori e testimoni nel mondo.
Dobbiamo dunque essere tutti precursori, gente che spiana la strada e desta un'attesa.
Giovanni Battista, il precursore per eccellenza, ci aiuterà a capire in che modo possiamo essere
anche noi dei precursori per Gesú. Il Vangelo che abbiamo letto cominciava cosí: « In quei giorni,
comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto di Giudéa, dicendo: Convertitevi, perché il
regno dei cieli è vicino! ». Ecco ciò che anche noi dobbiamo dire al mondo: il regno dei cieli è
vicino; anzi noi dobbiamo precisare con forza, come precisò Gesú stesso venuto dopo Giovanni: « Il
regno dei cieli è già in mezzo a voi »; è in atto, è in cammino nel mondo. La cosa piú importante non
è piú l'attenderlo e il prepararvici, ma l'entrarvi, anche a costo di rinunce e di sacrifici: « Il regno dei
cieli soffre violenza e i violenti (cioè i risoluti, come pare debba intendersi) se ne impadroniscono »
(Mt. 11, 12).
Annunciando la missione di Giovanni, al momento della sua nascita, il padre Zaccaria cantò nel
Benedictus:
« Tu' fanciullo, sarai chiamato profeta dell'Altissimo; tu infatti precederai il Signore per preparargli
le vie, per dare al popolo la conoscenza della salvezza mediante la remissione dei peccati, opera della
misericordiosa tenerezza del nostro Dio » (Lc. 1, 76). A chi gli chiedeva: « Tu chi sei? », Giovanni
rispondeva: « Io sono la voce di uno che grida ». La vita di Giovanni fu tutta voce per gridare ai suoi
contemporanei questa meravigliosa notizia della salvezza mediante la remissione dei peccati: « Ecco
l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo ». Egli ardeva nel presentare Gesú, nel
farlo desiderare, nel suscitare l'attesa e il bisogno di lui: « Dopo di me viene uno che è piú grande di
me; io vi ho battezzati con acqua, ma lui vi battezzerà in Spirito Santo ». L'araldo e « amico dello
sposo » vive tutto per lui e quando lo sposo fa il suo ingresso si ritrae, scompare, perché tutti
ascoltino lui: « Egli deve crescere, io diminuire ». La voce tace, dopo aver trasportato la Parola;
l'amico dello sposo si ritrae all'apparire dello sposo: « Io non sono degno di sciogliergli i legacci dei
sandali ».
Agostino ha spiegato bene il compito della voce: essa è un tramite, serve a trasmettere la parola e,
con la parola, l'idea che si è formata dentro di me. Quando questa parola è entrata nel cuore
dell'altro, si è comunicata all'altro, la voce tace, cade. Cosí è del precursore: quando la Parola, cioè
Cristo, fa la sua apparizione, si ritrae. La sua presenza diventerebbe un inciampo. Il precursore deve
sapersi ritirare in tempo; non deve permettere che si attacchino a lui, che si fermino a lui, sapendo
che lui non è il salvatore di nessuno. Un compito meraviglioso per i discepoli di Cristo: dare al
mondo la conoscenza, o meglio la certezza, della salvezza! Dire agli uomini: « In mezzo a voi c'è
uno che voi non conoscete »: uno che vi cerca, che vi può fare felici, l'unico che ha parole di vita
eterna e non delude mai!
Dovremo allora metterci tutti a fare i predicatori, a gridare come Giovanni il Battista: «
Convertitevi »? Sí, tutti predicatori, ma non tutti e non necessariamente con le parole. Prima ancora
di mettersi a predicare agli altri la conversione e la penitenza, Giovanni realizzò e visse questo stato
di conversione. Prima di cominciare « a gridare » nel deserto, egli « visse » in silenzio nel deserto;
preparò le vie al Signore in se stesso e gli spianò la strada verso il suo cuore, prima di esortare gli
altri a fare altrettanto: « Egli visse nella solitudine fino al giorno di manifestarsi a Israele » (Lc. 1,
80). Esattamente come fece Gesú a Nazareth. Anche noi, prima di metterci « in stato di confessione
», dobbiamo metterci « in stato di conversione ». Dobbiamo, insomma, convertirci, prima di parlare
agli altri della necessità della conversione.
Il momento piú bello della vita del precursore fu quando si incontrò con il Maestro, quando lo vide
venire verso di sé ed esclamò: «Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo,
ecco colui del quale vi parlavo ». Anche per noi sta per realizzarsi questo incontro. Alla comunione,
lo accoglieremo con le stesse parole di Giovanni il Battista: « Ecco l'Agnello di Dio... ». Egli ci
riempia il cuore di gioia e di coraggio per poter essere suoi precursori nel mondo.

SECONDO SCHEMA

Perché la guerra?
II domenica di Avvento

Isaja 11,1-10; Romani 15,4-9; Matteo 3,1-12

Ascoltiamo alcune parole, tratte tutte, eccetto una, dalle letture di questa domenica:

"II lupo dimorerà insieme con l'agnello,


la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme" (I lettura).

“Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci;


un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più neII'arte della guerra" (Isaia
2, 4).

"Nei suoi giorni abbonderà la pace" (Salmo responsoriale).

Se la parola di Dio voleva urtarci e scandalizzarci, c’è riuscita. Messe in confronto con le immagini di guerra
che siamo abituati ad avere davanti agli occhi, queste parole suonano come una specie di ironia amara. Quale
pace? I' Messia è venuto, ma dov'è che «abbonda» la pace? 11 mondo continua invece, con una regolarità
impressionante, a conoscere guerre. Guerre e poi di nuovo guerre: mondiali o locali, nazionali o tribali, esterne o,
cosiddette, «civili».
La guerra, del resto, non è per me un «tema» da trattare, è un ricordo ancora vivo. So per esperienza (e tanti di
voi con me), cosa vuole dire veder passare la guerra sopra le proprie teste. La vallata dove sono nato, du rante
l'ultima guerra, si trov6 presa, per alcune settimane, in mezzo a due fuochi: da una parte gli alleati che si
alzavano in volo ogni giorno e scendevano in picchiata sulle nostre teste a mitragliare, dall'altra i tedeschi che
rispondevano dalle colline opposte. Incertezza della vita, pane che mancava... So anche, per contrasto, cosa
significa la parola pace. Rivedo la gente che, ascoltata la notizia alla radio, quell'otto settembre, si riversava per
le strade abbracciandosi con le lacrime agli occhi e gridando «Armistizio, armistizio!».
In un suo poema, Charles Pe'guy ci presenta Giovanna d'Arco che al tempo della guerra «dei cent'anni» tra
Francia e Inghilterra, dopo aver recitato il Padre nostro, commenta amaramente: «Padre nostro che sei nei cieli,
com’è lontano il tuo regno dall'arrivare! Com’è lontana la tua volontà dall'essere fatta! Come siamo lontani
dall'avere il nostro pane quotidiano!». E noi aggiungiamo: «Com’è lontana la tua pace dall'abbondare!».
II Messia è venuto, ma le spade non sono state mutate il vomeri, né le lance in falci. o meglio, le spade sono
state mutate, ma in fucili mitragliatori, non in vomeri; le lance sono state mutate, ma in missili, non in falci.
Questo è uno dei motivi per cui il popolo ebraico non crede che Gesù sia il Messia: perché non vede avveratele
profezie messianiche, che esso interpreta in senso letterale, e in particolare quella sulla pace.
Che possiamo dire al riguardo? Vorrei anzitutto fugare l'impressione che, parlando in nome della fede, uno
abbia per questo la risposta pronta e facile su tutto. Anche per problemi come questo.
Partiamo dal vangelo. Quando Gesù nasce, gli angeli cantano: «Pace in terra agli uomini amati dal Signore».
11 verbo sottinteso non è «sia», ma «e'». Non si tratta, in altre parole, di un augurio, ma di un fatto. La pace è
venuta sulla terra. Gesù stesso dice: «Vi do la mia pace, non come la da' il mondo io la do a voi».
Cosa deduciamo da tutto questo? Che esiste un'altra pace. Che la pace non si esaurisce nella semplice assenza
di guerre, o in un equilibrio di forze contrastanti. Questo sarebbe piuttosto - come giustamente abbiamo imparato
a chiamarlo in anni recenti - una «guerra fredda».
Pace è anzitutto armonia, pienezza, sicurezza di vita. «Frutto della giustizia» la chiama la Bibbia, «tranquillità
dell'ordine» la definisce sant'Agostino: dell'ordine tra noi e Dio, tra noi e il prossimo, tra una classe so ciale e
l'altra, tra la ragione e gli istinti dentro ognuno di noi. La pace è un «frutto dello Spirito». La pace
- conclude la Scrittura - è Cristo stesso: «Egli è la nostra pace». Nella parola pace c 'e' infinitamente di più di
quello che gli uomini hanno mai immaginato. Pace è «pienezza dei beni messianici», ma è anche la som ma dei
beni cui ogni uomo, credente o no, aspira. Se si chiedesse alla gente: «Che cosa cerchi sopra tutto nella vita?»,
sono sicuro che moltissimi risponderebbero:
«La pace!».
Perché Gesù dice: «Non come la da' il mondo, io la do a voi»? Come da' la pace il mondo? In Asia Minore è
stata ritrovata una iscrizione in cui l'imperatore Augusto elencava le sue imprese. Parla anche della pax romana
da lui stabilita nel mondo e la definisce parta victonis pax, una pace ottenuta mediante successive vittorie.
Dunque in questa pace, come in tutte quelle Puramente umane, ci sono dei vinti e dei vincitori. Anche Gesù ci ha
procurato la pace con una vittoria, ma quale vittoria? «Sulla croce - è scritto - egli distrusse in se stesso
l'inimicizia». Ha distrutto l'inimicizia, non il nemico, l'ha distrutta in se stesso, non negli altri, a sue spese, non a
spese degli altri. Sulla croce Gesù è «vincitore perché vittima» (victor quia victima).

La pace ha davvero «abbondato» grazie a lui e non si contano le persone che hanno fatto e fanno anche oggi
l'esperienza della «pace di Dio che supera ogni comprensione» (Filippesi 4, 7). Esse sono pronte a confermare la
verità del celebre verso di Dante Alighieri:

«En la sua voluntade è nostra pace».

Quella profezia di Isaia dunque si è avverata, ma su un piano superiore, spirituale e universale. Non a van -
taggio di un solo popolo, ma di tutti i popoli. A partire da Gesù, la pace, se non una realtà di fatto e gene-
ralizzata, è per6 almeno una «possibilità» reale offerta a tutti «gli uomini di buona volontà». Quella di Gesù una
pace che il mondo non pu6 dare, e perciò neppure togliere.
So già l'obiezione che nasce in chi ascolta. Ma a che ci serve questa pace se non elimina la guerra? Non c e
pericolo di ridurre, in questo modo, la pace a un fatto tutto intimo e privato, irrilevante per la storia e la vita
umana? La pace, o è «politica», cioè di tutta la polis, lo stato, o non e.
Proprio qui, credo, la fede ha qualcosa da dirci. Questa pace del cuore o interiore è l'unica che può favorire
anche l'altra pace, quella esteriore. Ne è anzi la condizione e la radice. «Da che cosa derivano le guerre e le liti
che sono in mezzo a voi? - scrive san Giacomo -. Non vengono forse dalle passioni che combattono nelle vostre
membra?». A pensarci bene, tutte le guerre nascono dal cuore dell'uomo, spesso dal cuore di uomini ben precisi.
Qui sono i veri «focolai di guerra». Miliardi di gocce d'acqua sporca non faranno mai un oceano pulito; cosi
miliardi di uomini senza pace nel loro cuore, non faranno mai un'umanità in pace. Ii destino della pace si decide
nel cuore dell'uomo.
Tuttavia non ci facciamo illusioni. La pace totale, interna ed esterna, è un traguardo <(escatologico», cioè
finale: ci sarà solo quando si inaugureranno «i cieli nuovi e la nuova terra nei quali avrà stabile dimora la giu-
stizia» (2 Pietro 2, 13). Nel frattempo, la ricetta vera della pace è contenuta in una parola che si legge nel
vangelo odierno:

 "Convertitevi! Fate frutti degni di conversione!".


Occorre un radicale cambiamento del cuore. Convertirsi alla pace. La pace vera si ottiene, Si, «riportando
vittorie», come diceva Cesare Augusto, ma vittorie su se stessi, non sugli altri. La pace non si fa come la guerra.
Per fare la guerra, occorrono lunghi preparativi, formare grossi eserciti, predisporre strategie e poi muovere
compatti all'attacco. Guai a chi volesse cominciare per primo, da solo e alla spicciolata: sarebbe votato a sicura
disfatta. La pace si fa esattamente al contrario: alla spicciolata, cominciando subito, per primi, anche uno solo.
lo non posso far venire da solo la pace in Bosnia, posso pero' farla venire in casa mia. Non ~0550 mettere pace
tra le tribu' Utu e Tutzi in Ruanda, posso per6 realizzarla tra me e il mio fratello; tu puoi realizzarla tra te e tua
moglie, 0, rispettivamente, tuo marito, tra te e tua cognata, tua suocera, tua nuora; tra te e il tuo collega di
lavoro... Che diritto ho io di arrabbiarmi nel vedere quello che succede in certi paesi in guerra, quan do nel mio
piccolo, in casa mia, mi comporto come loro e obbedisco alla stessa logica di dominio e di imposi zione tirannica
della mia volontà? Le liti! Cosa sono le liti se non piccole guerre «civili» o domestiche?
E cosi bello fare gesti di pace e di riconciliazione! Gesù ha detto: «Beati gli operatori di pace
perché saranno chiamati figli di Dio». Perché non cominciare noi a trasformare subito «le spade in
vomeri e le lance in falci»? Cioè le parole dure, taglienti, in parole di corn prensione, di perdono; i
pugni chiusi e minacciosi in mani che si tendono per una stretta, o Un abbraccio, di riconciliazione?
Siamo già tanto infelici: che bisogno abbiamo di renderci la vita ancora più dura, gli uni gli altri?

«Uomini, pace!
Sulla prona terra troppo è il mistero !»

E’ uno dei versi più belli del nostro Pascoli. (Cito spesso 1 poeti, non certo per fare della letteratura, ma perché
sono quelli che meglio ci aiutano a cogliere, a volte, il senso delle cose).
Da me, da ciascuno di noi, dipende se questa sera stessa comincerà a realizzarsi qualcosa di quella profezia che
abbiamo ascoltato: «Al suoi giorni abbonderà la pace». Mi permetto di suggerire una preghiera che ci viene da
san Francesco, il santo per eccellenza della pace:

«Signore, fa' di me uno strumento della tua pace.


Dove c’è odio, ch'io porti l'amore.
Dove c’è offesa ch'io porti il perdono.
Dove c’è discordia ch'io porti l'unione».

Si, Signore, fa' di tutti noi uno strumento della tua pace!