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I domenica di Avvento

«INCONTRO AL SIGNORE»

Letture: Isaia 2, 1-5 Romani 13, 11-14 Matteo 24, 37-44

Nelle letture di questa prima domenica dell'anno liturgico dominano due temi: la venuta del
Signore e la vigilanza. Più che di due temi si tratta, però, di due « movimenti »: il Signore viene -
andiamogli incontro; Dio viene verso l'uomo, ma non lo incontra se non chi si fa trovare in
cammino verso di lui, chi « sta pronto ». Sono i due movimenti descritti cosí efficacemente anche
nella parabola delle dieci vergini, che è la parabola per eccellenza del tempo di Avvento: « Ecco
che viene lo Sposo: uscitegli incontro! » (Mt. 25, 6).
il rimo movimento è sempre di Dio: egli è per definizione « Colui che viene ». Non solo in
questo caso, ma sempre. La storia della salvezza, che la liturgia comincia oggi a ripercorrere, è
essenzialmente storia di un'iniziativa di Dio, memoria di tante sue « venute » verso l'uomo che,
insieme riunite, formano il grande Avvento che si estende dalla creazione alla parusia.
Oggi, tuttavia, piú che il ricordo delle venute passate di Dio, domina il pensiero della sua venuta
futura. Di un futuro, straordinario, intervento di Dio parla Isaia nella prima lettura. Egli sembra
quasi voler distogliere l'attenzione dei suoi contemporanei dai grandi fatti del passato (Abramo,
l'esodo, l'alleanza), per volgerla in avanti: « Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore
(cioè la conoscenza e il culto del vero Dio) sarà eretto sulla cima dei monti e sarà piú alto di tutti
i colli (cioè trionferà su tutti i falsi idoli). Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in
falci » (cioè vi sarà un'era di giustizia e di pace). Era il modo di rappresentarsi il tempo
messianico.
Noi non rievochiamo questa attesa dell'Antico Testamento solo per un motivo apologetico (per
mostrare che essa ha trovato il suo compimento con la venuta di Cristo), ma anche per un motivo
spirituale. Essa infatti è un « segno per noi »: ci parla della fedeltà di Dio alle promesse e,
soprattutto, ci insegna a saper stare in attesa. Dalle parole di Gesú ascoltate nel Vangelo abbiamo
appreso infatti che anche noi siamo uomini che aspettano qualcosa.
Gesú, veramente, non insiste tanto sul fatto che ci sarà una venuta del Figlio dell'uomo, quanto
sul « come » sarà tale venuta: « Cosí (cioè improvvisa come quella del ladro, terribile come il
diluvio) sarà la venuta del Figlio dell'uomo ». Quasi tutte le parabole del Signore mirano a porre
l'ascoltatore di fronte a questa prospettiva escatologica, dopo avergli chiuso tutti i varchi e tutte le
false sicurezze alle quali è solito ricorrere quando vuole sfuggire all'urgenza di una decisione.
Poca importanza hanno per noi, in questo momento, le dispute degli esegeti se Gesú pensava a un
suo ritorno a breve scadenza - vivente la sua generazione -, o invece a un ritorno lontano; se si è
ingannato sul tempo, o se non si è affatto interessato del tempo, come sembra piú giusto pensare.
La decisione che egli chiede all'uomo - motivandola con il suo ritorno - è una decisione «
personale »; riguarda lui, non il mondo o la storia in astratto; perciò è sempre attuale e imminente
per chiunque - come noi adesso - si trova ad ascoltare la sua parola. In ogni detto della Scrittura
risuona, per chi lo sa percepire, quell'ammonimento che il profeta rivolse a David: « Tu sei
quell'uomo! » (2 Sam. 12, 7): è di te che si sta parlando. Cosa sarà di me alla venuta del Signore,
si decide adesso, nella risposta che darò alla sua parola che mi dice di vegliare, di stare pronto, di
fare come se egli fosse già alla porta: perché, di fatto, egli è già alla porta!

Ed eccoci introdotti, così, al secondo « movimento »: il nostro andare incontro allo Sposo che
viene. In forme diverse, questo pensiero riempie di sé tutta la liturgia della parola di questa
domenica. Isaia dice: « Venite, saliamo sul monte del Signore... perché ci indichi le sue vie e
possiamo camminare nei suoi sentieri » e nel Salmo responsoriale abbiamo ripetuto insieme: «
Andiamo con gioia incontro al Signore ». A Paolo (seconda lettura) è affidato il compito di
tradurre questo slancio in concrete indicazioni di vita e questo perché l'idea escatologica della
Bibbia non si esaurisce (come tende a inculcare una certa corrente teologica radicale) in un puro e
astratto « invito alla decisione », ma dice anche che piega deve prendere tale decisione, che
contenuti assumere, che forme rivestire.
Prima cosa raccomandata da Paolo: « svegliarsi dal sonno »: un altro modo, e assai suggestivo,
per dire: convertirsi! Sant'Agostino paragona il suo stato alla vigilia della conversione, a un
dormiveglia in cui una metà della sua volontà, già desta e passata a Dio, comandava all'altra metà
di destarsi e di decidersi. Sonno, o dormiveglía, non è soltanto lo stato di chi è in peccato o vive
nell'oblio di Dio, ma anche la tiepidezza, il compromesso, l'indecisione: quel cristianesimo «
implicito » che meglio sarebbe chiamare cristianesimo spento. A chi è in questo stato, l'apostolo
rivolge, in un altro luogo, il suo accorato appello: « Svegliati tu che dormi, destati dalla morte e
Cristo ti illuminerà » (Ef. 5, 14). Essere desti, in pieno possesso di sé stessi, con gli occhi aperti
a ricevere (e dare) la luce, come si è di giorno: non c'è commento migliore alla parola di Gesú
letta nel Vangelo di oggi: «Vegliate!».
La metafora che segue, nel testo di Paolo, è, in apparenza, assai strana: « indossare le armi della
luce ». Ma essa viene spiegata poco avanti, quando dice: « Rivestitevi del Signore Gesú Cristo e
non seguite la carne ». L'arma per eccellenza della luce è lo Spirito di Gesú risorto, l'unico che
può aiutare a vincere le opere tenebrose della carne ivi elencate: gozzoviglie, ubriachezze,
impurità, licenze, contese e gelosie. « Se con lo Spirito farete morire le opere della carne, vivrete
» (Rom. 8, 13).
Furono proprio le parole di Paolo che abbiamo ascoltate oggi a far fare l'ultímo passo ad
Agostino verso la conversione. Era in un giardino a Milano, nel colmo di quella lotta tra le « due
volontà », quando udì una voce misteriosa che cantava: « Tolle, lege »: prendi e leggi.
Prese la Bibbia, l'aprì, lesse quelle parole di Paolo che dicevano di destarsi dal sonno e vi trovò
la luce e la pace del cuore. Aveva finalmente operato la sua decisione di fronte a Dio.

Abbiamo parlato della nostra attesa. Non dobbiamo però ingannarci sul suo significato: la
nostra non è piú un'attesa come quella degli uomini dell'Antico Testamento; non è solo attesa, ma
anche memoria e presenza. Memoria, perché colui che attendiamo è già venuto (come ci
apprestiamo a ricordare nella festa' del Natale); presenza, perché egli è fin d'ora con noi. La sua
parola che abbiamo ascoltata era lui con noi; la sua Eucaristia che ora celebriamo è lui con noi.
L'Avvento cristiano è un andare con gioia incontro a uno che cammina con noi, al nostro fianco.

SECONDO SCHEMA

Tutto passa!
I domenica di Avvento
Isaja 2,1-5; Romani 13,11-14; Matteo 24,37-44

Si narra che quando i primi missionari cristiani giunsero in Inghilterra, il re del Northumberland convocò il
consiglio dei dignitari per decidere se permettere loro di diffondere il nuovo messaggio nel regno. Erano
riuniti, d'inverno, in una bella sala illuminata e riscaldata, mentre fuori era buio e infuriava la tempesta. Tra i
presenti alcuni erano favorevoli, altri contrari.
A un certo punto, un uccellino entra dalla finestrella di una parete, svolazza per Un p0' spaurito nella sala,
finche' trova un varco sulla parete opposta e scompare nel buio. Allora si alza uno dei notabili e dice: «0 re,
la nostra vita somiglia a quell'uccelino. Veniamo non sappiamo da dove, attraversiamo per un breve tempo la
luce di questa vita e poi scompariamo di nuovo nel buio. Se questi uomini sono in grado di dirci qualcosa sul
mistero della nostra vita, ascoltiamoli!». E fu cosi, che il cristianesimo fece il suo ingresso in Gran Bretagna.
Ho ricordato questa storia perché essa rappresenta alla perfezione la nostra situazione in questo mondo e
poi perché esprime bene lo scopo e il tono che vorremmo dare a queste nostre conversazioni. In esse, par-
tendo da una parola o uno spunto delle letture della domenica, vorremmo cercare di evocare i grani inter -
rogativi e le sfide che la vita pone alla fede.
La parola che si staglia su tutte, nel vangelo di questa domenica, è questa:

“VegIiate dunque, perché non sapete in quale giorno ii Si gnore vostro verrà.

Con questa domenica finisce un anno liturgico e ne comincia un altro; anche l'anno civile, del resto, volge
ormai al termine. Un altro cerchio si chiude. Nel fusto dell'albero, ogni anno che passa lascia un segno: un
cerchio ben visibile nella sezione orizzontale della pianta. Cosi avviene dell'uomo. La stessa natura in
autunno ci invita a riflettere sul tempo che passa. Quello che il poeta G. Ungaretti diceva dei soldati in
trincea 5ul Carso, durante la prima guerra mondiale, vale per tutti gli uomini:
«Si sta
come d'autunno
sugli alberi
le foglie».

Cioè, in procinto di cadere da un momento all'altro. A volte, in questa stagione, mi soffermo a guardare un
tiglio piantato nel chiostro del mio convento. A ogni folata di vento, sono foglie che cadono. Un minuto
prima nessuno sa a quale di esse toccherà. si staccano, volteggiano per un p0' nell'aria, e sono a terra per
sempre. Fra qualche giorno non ne resterà più alcuna.
«Vassene il tempo - diceva il nostro Dante Alighieri - e l'uom non se n'avvede». Un filosofo antico ha
espresso questa fondamentale esperienza con una frase rimasta celebre: panta rei, cioe': tutto scorre. Succede
nella vita come sullo schermo televisivo: i programmi si susseguono rapidamente e ognuno cancella il suc-
cessivo. Lo schermo resta lo stesso, ma le immagini cambiano.

Cosi è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo uno dopo l'altro. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che
riempiono i giornali e i telegiornali di oggi - di me, di te, di tutti noi - cosa resterà da qui a qualche anno o
decennio? Nulla di nulla. L’uomo non è che «un disegno creato dall'onda sulla spiaggia del mare che l'onda
successiva cancella».
Nel tentativo di non passare e di non morire del tutto, ci aggrappiamo ora alla giovinezza, ora all'amore,
ora ai figli, ora alla fama. «Non morir6 del tutto - esclamava un poeta romano - ho eretto (con le mie poesie)
un monumento più duraturo del bronzo». Si, ma a che serve ormai a lui questo «monumento»? Serve a noi,
ma non a lui. «Uomo non è che un soffio, i suoi giorni come ombra che passa», ripete la Bibbia e credo che
almeno su questo punto tutti siamo pronti a darne ragione.
Al momento stesso della nascita inizia per ognuno un conteggio alla rovescia che non si arresta un solo
istante, né di giorno né di notte. Nei nostri conventi avevamo una volta dei grandi orologi a pendolo su cui
era scritto, come per ammonirci: Vulnerant omnes, ultima necat, «Tutte (s'intende, le ore) feriscono, l'ultima
uccide».
Di fronte a questa esperienza che tutto passa, si p05-sono prendere diversi atteggiamenti. Uno, molto anti -
co e ricordato nella stessa Bibbia, è quello di chi dice:
«Mangiamo e beviamo, tanto domani moriremo». Gesù nel vangelo odierno, parlando dei giorni che
precedettero il diluvio, dice: «Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e andavano a marito... e non si
accorsero di nulla, finche' venne il diluvio e li inghiotti tutti».

Un atteggiamento, certo migliore, è quello di chi dice con san Paolo: «Mentre abbiamo ancora
tempo, cerchiamo di fare del bene». Ci sono persone oneste e di buona volontà che non hanno la
fede, ma cercano di attenersi a questo programma di impiegare la vita per fare del bene. Meritano
ammirazione e rispetto, perché per essi è ancora più difficile.
Vediamo cosa ha da dirci la fede a proposito di questo dato di fatto che tutto passa.

II mondo passa, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eter no (1 Giovanni 2, 17).

C’è dunque qualcuno che non passa, Dio, e c’è un modo per non passare del tutto neanche noi: fare la
volontà di Dio, cioè credere, aderire a Dio. Una delle immagini più frequenti con cui la Bibbia ci parla di Dio
è quella della roccia. «Egli è la Roccia, perfetta è l'opera sua». Intuii cosa vuole dirci con ao' la Parola di Dio
il giorno che, per la prima volta, vidi da vicino il Cervino...
Ecco dunque la proposta della fede: passare a colui che non passa! Passare dal mondo, per non passare con
il mondo. Se Dio è la roccia, noi dobbiamo essere dei «rocciatori». Quante cose potremmo imparare dai
rocciatori! Quando sopraggiunge una bufera, essi ancor più si attaccano alla roccia... Tra loro e la roccia si
stabilisce una specie di segreta intesa, una connivenza, un'amicizia. I rocciatori hanno molta confidenza con
la roccia, ma anche un salutare rispetto e timore riverenziale. Cosi dovrebbe essere tra noi e Dio.
In questa vita noi siamo come persone su una zattera trasportata dalla corrente di un fiume in piena verso il
mare aperto, da cui non c 'e' ritorno. A un certo punto, la zattera si viene a trovare vicino alla riva. II
naufrago dice: «0 ora o mai più!» e spicca il salto sulla terra ferma. Che respiro 4i sollievo quando sente la
roccia sotto i suoi piedi! E la sensazione che ha spesso colui che arriva alla fede. Vorrei ricordare alcune
parole famose lasciateci da santa Teresa d'Avila: «Niente ti turbi, niente di spaventi. Tutto passa, Dio solo
resta».

Ma non tutto finisce qui, con una riflessione sapienziale, tutto sommato sterile. C’è Un imperativo che sca-
turisce da tutto ciò. Quello appunto formulato nel vangelo di oggi:

“vegIiate, perché non sapete in quale giorno ii Signore vo stro verra... State pronti, perché neII'ora che non
immaginate ii Figlio delI'uomo verra'!".

Ci si chiede a volte: perché Dio ci nasconde una cosa cosi importante com’è l'ora della sua venuta, cioè
della nostra morte? La risposta tradizionale e': «Perché fossimo vigilanti, ritenendo ognuno che il fatto pu6
accadere ai suoi giorni» (sant'Efrem siro). Ma il motivo principale è che Dio ci conosce; sa quale terribile
angoscia sarebbe stata per noi conoscere in anticipo l'ora esatta e assistere al suo lento e inesorabile
approssimarsi. E quello che più spaventa di certe malattie. Più numerosi sono oggigiorno quelli che muoiono
per malattie improvvise di cuore, che quelli che muoiono dei cosiddetti «mali brutti». Eppure, quanta più
paura fanno queste ultime malattie! Perche'? Appunto perché ci sembra che tolgano quell'incertezza che ci
permette di sperare.
Un avvertimento «tutto passa» è rivolto più ai giovani che agli anziani. C’è, a questo proposito, una parola
della Bibbia che non ~0550 trattenermi dal proporre ai giovani. Dice:

 "La giovinezza e i capelli neri sono un soffio. Rico rdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza,
prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire: Non ci provo alcun gusto" (Qoelet
12,1).

A questo punto la vecchiaia è evocata con una serie di immagini delicate: i rumori che si affievoliscono a
causa della sordità, i colon che si attenuano, il passo che si fa incerto, la paura della strada e della salita. E
poi l'immagine finale della carrucola e del secchio: dopo tanto salire e scendere del secchio nel pozzo, arriva
il giorno che la catena si rompe e il secchio precipita nel fondo e non risale più'. Il mandorlo a primavera
torna a fiorire, ma l'uomo una volta caduto non si rialza più. II brano termina con la ben nota frase:

 "Vanità delle vanita, tutto è vanità (Qoelet 11,10 - 12,8).

Un tempo questa parola veniva ripetuta anche trop-PO spesso, ora non la si sente quasi più. Eppure non è
male che anche la nostra generazione ci faccia un pensierino sopra. Non per disamorarci della vita, ma per
vivere meglio, con più serenità, meno agitazione, meno stress, come si dice oggi. Prendere coscienza che
tutto passa: potrebbe essere anch'esso Un rimedio «contro il logorio della vita moderna».

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