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Epifania dei Signore

CRISTO Si MANIFESTA NELLA CHIESA

Letture: Isaia 60, 1-6 Efesini 3, 2-3a.5-6 Matteo 2, 1-12

Oggi la Chiesa universale celebra la festa dell'Epifa nia del Signore. Epifania è un nome di
origine greca che significa manifestazione, rivelazione o apparizione. Che 1 cosa celebriamo
dunque in questa solennità? E non e già apparso il Signore a Natale?
Dobbiamo distinguere, come in ogni festa, due piani o ordini di idee. Sul piano della
rievocazione storica, noi celebriamo oggi il ricordo di quella manifestazione del Signore che fu la
venuta dei Magi a Betlemme. Essi rappresentavano i popoli pagani, cioè tutto il resto
dell'umanità che viveva fuori del mondo giudaico in cui si erano svolti fino allora gli avvenimenti
e al quale appartenevano le persone finora incontrate nel Vangelo: Maria, Giuseppe, Elisabetta,
Giovanni, i pastori, ecc.- Celebriamo dunque l'importante evento della vocazione dei pagani alla
fede, l'apertura dell'orizzonte della salvezza a tutti i popoli. E' il significato della festa che
abbiamo sentito illustrare, nella seconda lettura, da san Paolo che di questa universale chiamata
alla salvezza fu l'apostolo e il pioniere. Egli chiama tutto ciò « il mistero tenuto nascosto per
secoli e rivelato negli ultimi tempi ». Tale mistero consiste in ciò che i gentili sono chiamati in
Gesú Cristo a partecipare alla stessa eredità, a formare lo steso e a essere parte cipi della promessa
per mezzo del Vangelo (Ef. 3, 5-6).
A noi che in questa realtà viviamo, da secoli tutto ciò può apparire naturale e di poco conto. Ma
pensiamo alla sorpresa e alla gioia dei nostri antichi antenati pagani nel sentirsi dire che erano
chiamati alla stessa eredità. essi che i giudei disprezzavano come impuri, com e votati alla
perdizione! Per Dio non esistono popoli eletti e popoli non eletti, tutti sono ormai « il suo popolo
» ed egli è ormai il Dio di tutti. Non ci sono razze per lui, ma una sola umanità redenta dal figlio
suo Gesú Cristo. Tutti i popoli sono chiamati ormai a quella Gerusalemme di luce, descritta da
Isaia nella prima lettura, che simboleggia la Chiesa. Questo pensiero entusiasmava sant ’Agostino
che esclama: « 0 Chiesa beata! Alza dunque gli occhi e aprili sul mondo; vedi ormai l'eredità fino
ai confini della terra; vedi ormai compiersi ciò che è stato detto: - Lo adoreranno tutti i re della
terra, tutte le genti lo serviranno - » (En. Ps. 47, 7).

Fin qui il contenuto della festa dell'Epifania sul piano della rievocazione storica. Ma abbiamo
detto che la festa odierna ha un secondo piano di significato: quello dell'attualítà liturgica. In ciò,
essa riguarda la nostra situazione di cristiani di oggi. Che cosa significa la festa, vista da questo
secondo punto di osservazione? In breve, questo: che Gesú Cristo è ancora oggi nel mondo; che
bisogna cercarlo con la fede; che per trovarlo è necessario passare, come i Magi, per
Gerusalemme, cioè attraverso la Chiesa.
In questo senso, tutta la vicenda dei Magi è un simbolo dell'itinerario verso la fede. Essi
abbandonano i loro comodi palazzi in oriente; si mettono in viaggio, come Abramo che lasciò Ur
di Caldea per un cammino ignoto. Cercano, domandano del bambino, non pretendono di scoprirlo
da soli. Non si scoraggiano alle prime difficoltà, quando la stella scompare sul cielo di
Gerusalemme. Si rimettono in cammino, trovano il bambino nella piú sq uallida povertà, senza
insegne regali, come invece se lo erano immaginato e, ciononostante, prostratisi, lo adorano.
Fissiamo un momento di questo itinerario di fede per svolgervi una riflessione piú approfondita.
E' il momento in cui i Magi, giunti a Gerusalemme, chiedono dove si può trovare il Messia. I
sacerdoti rispondono: « a Betlemme »; così era in infatti e essi trovarono « i ambino con Maria
sua madre e prostratisi lo adorarono ». Anche oggi per trovare Gesú occorre andare a
Gerusalemme: a quella Gerusalemme di luce che è la Chiesa, luogo e segno di salvezza sul quale
splende la luce del Signore e nel quale tutti gli uomini sono chiamati a entrare per camminare alla
sua luce. Di questo accorrere di tutti gli uomini alla Chiesa era infatti un piccolo segno l'entrata
gioiosa in Gerusalemme dello stuolo di cammelli e di dromedari di Madian di cui parla Isaia e del
corteo dei Magi di cui parla il Vangelo.
Oggi è convinzione diffusa quella di poter trovare Gesú fuori di Gerusalemme, cioè fuori della
Chiesa, magari in gruppi che sono in polemica con essa, oppure in ideologie umanitarie che di
Gesú accettano solo il fascino della sua umanità. Ma è un'illusione. Non si può trovare il capo
staccato dal suo corpo; non si può trovare il Cristo fuori della sua comunità, della sua parola e dei
suoi sacramenti che vivono appunto nella Chiesa. Come i Magi, anche noi troviamo il bambino «
con sua madre », con colei, cioè, che lo genera per noi nella fede: la Chiesa.
Ma detto questo, non bisogna aver paura di spingere avanti la nostra riflessione su una realtà
dolorosa che può capitare a noi nella ricerca di Gesú, come capitò ai Magi. A Gerusalemme
sapevano bene dove era nato e dove si trovava Gesú; dissero: « Andate, informatevi »; ma essi, i
sacerdoti, non si mossero, non si misero in testa in una specie di marcia trionfale verso il Signore.
Rímasero al caldo, a Gerusalemme, a proseguire le loro díspute sulle profezie, sul dove e SUI
Come doveva nascere il Messia. Gesú non si trovava a Gerusalemme, ma nella povertà di
Betlemme. Anche oggi spesso la Chiesa e i sacerdoti deludono gli uomini che cercano Cristo.
Sanno dire dove egli si trova: tra i poveri, tra i sofferenti, tra i puri di cuore come Maria e
Giuseppe; ma essi non si muovono, non scendono a Betlemme, non si curvano per entrare nella
grotta, non affrontano i rischi di un viaggio fuori delle loro abitudini e delle loro tradizioni.
Saremmo ingiusti se generalizzassimo tutto ciò, ignorando in mala fede tutta quella parte della
Chiesa che vive e soffre con i poveri, che è a disposizione e al servizio spirituale del popolo, che
in terra di missione si consuma per portare la luce del Vangelo ai pagani e, prima ancora, per dare
loro una casa, un mestiere, una dignità di uomini. Nessuna critica dall'esterno deve strapparci la
gioia e la fierezza di questo che si fa nella nostra Chiesa, né il tentativo, cosí frequente, di
squalificare tutto e di gettare su tutto l'ombra dei sospetto deve impressionarci eccessivamente.
Non è lecito, dunque, generalizzare la nostra autocritica; ma non è neppure lecito tacerla, perché
se taciamo noi responsabili, noi uomini di Chiesa, sarà Gesú a rimproverarci e sarà anche il
mondo. Dobbiamo riconoscere con umiltà che noi costituiamo spesso, a causa dei
nostri compromessi e della nostra mediocrità, un diaframma tra gli uomini e Cristo. Noi
possiamo ritardare la sua epifania; possiamo rendere meno credibile la sua parola al mondo.
Bisogna dunque che chi si sente impegnato fino in fondo per Gesú Cristo e per la Chiesa (non
solo, quindi, quelli che esercitano il ministero pastorale) raccolga in profondità l'appello della
festa odierna; si proponga di lottare per ridurre lo spessore di opacità che la sua vita oppone alla
manifestazione del Signore, per essere un testimone presso i fratelli e una guida nella ricerca del
Salvatore. Per essere lui stesso, insorn ma, un'epifania, cioè una manifestazione del Signore per il
mondo.

Noi lo incontriamo adesso, questo nostro Signore come lo incontrarono i Maigi, C n un velo di
umiltà in piú aggiunto alla sua umanità: quello del sacramento. Prostriamoci con fede, apria mo í
nostri piccoli e poveri scrigni e offriamogli ciò che! vi tení amo dentro di meglio: la nostra fede, la
nostra speranza e soprattutto il nostro amore.