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III Domenica di Avvento

« SEI TU COLUI CHE DEVE VENIRE 0 DOBBIAMO


ASPETTARE UN ALTRO? »

Letture: Isaia 35, 1-6a.8a.10


Giacomo 5, 7-10
Matteo 11, 2-11

La prima lettura di oggi ci ha fatto rivivere l'attesa che precedette il primo avvento di Cristo e le
speranze che l'animarono, Erano speranze di luce, di salvezza, di gioia. La gioia messianica è la
nota dominante ed è a causa di ciò, certamente, che il brano è stato scelto per questa terza
domenica d'Avvento, tradizionalmente dedicata, appunto, al tema della gioia cristiana. Dall'inizio
alla fine, è tutto un invitatorio alla gioia: « Si rallegrino, esulti, fiorisca, 'si canti con gioia e con
giubilo ».
Le due successive letture del Nuovo Testamento ci fanno uscire dal clima di attesa dell'Antico
Testamento. per introdurci nel tempo del compimento: « Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo
attendere un altro? », chiedono a Gesú i messi di Giovanni Battista. La risposta di Gesú è chiara:
egli mostra in sé il compimento delle profezie. « Allora si apriranno gli occhi dei ciechi - cosí
Isaia nella prima lettura -; allora lo zoppo salterà... ». Gesú volge al presente tutti questi « tempi
futuri »: « Ora i ciechi recuperano la vista e gli storpi camminano; ora ai poveri è annunciata la
buona novella ». E' dunque venuta l'ora del compimento. « Beato chi non si scandalizza di me »,
aggiunge Gesú, cioè chi non trova troppo modesta e troppo poco appariscente la mia origine e la
mia persona per un'ora cosí grande e cosí attesa.
Con Giacomo, nella seconda lettura, noi lasciamo anche questo tempo di Gesú e ci troviamo
immersi nel nostro tempo. E' il tempo che sta in mezzo, tra la venuta di Cristo e il suo ritorno.
Colui che doveva venire è venuto; l'oggetto dell'attesa si è trasformato in ricordo: il ricordo,
precisamente, che ci apprestiamo a celebrare nel Natale ormai vicino. Ma il ricordo genera e
alimenta una nuova attesa. « Fratelli - dice Giacomo - siate pazienti fino alla venuta del Signore...
Rinfrancate i vostri cuori perché la venuta del Signore è vicina ». E' l'attesa del ritorno di Cristo
che proclamiamo a ogni nostra Messa. Essa è il vero tema dominante della liturgia della parola di
oggi. Ma non è piú un'attesa come quella dell'Antico Testamento. Dei profeti che un tempo
attesero il Cristo, Giacomo, alla fine della sua lettura, ci esorta a imitare la pazienza e la costanza
dell'attesa, non il suo contenuto. La nostra infatti non è piú un'attesa del nuovo, ma è attesa
dell'escatologico, cioè del definitivo. Il nuovo è già venuto con Gesú Cristo. « Egli ha portato
ogni novità nel mondo, portando se stesso » (sant'Ireneo). Giacomo ha paragonato questa nostra
attesa a quella dell'agricoltore che ha piantato il suo seme e aspetta ora soltanto il tempo del
raccolto.
Dobbiamo ribadire con forza queste cose apparentemente cosí chiare, perché da esse dipende la
sanità della coscienza cristiana e la giusta collocazione del credente nella storia.
Ci sono dei cristiani colti che sono soggiogati dalle idee di una filosofia molto in auge ai nostri
giorni la quale identifica il Dio biblico con il futuro, cioè con un Dio la cui natura è di dover
sempre venire, ma di non venire mai: il dio-utopia. Su questa strada, senza accorgersene, essi
finiscono per risospingere gli uomini a prima di Cristo, ai giorni di Isaia, ricreando in loro una
mentalità da uomini dell'Antico Testamento. Uomini che attendono ancora che si produca nella
storia l'evento veramente importante, la svolta decisiva, la trasformazione che da sempre si
attende. Quasi che questa svolta decisiva non si sia già realizzata in Gesú Crísto; quasi che in lui
tutte le promesse di Dio all'uomo non avessero trovato già il loro « sí » per sempre (cf. 2 Cor. 1,
20). Certo, è Dio stesso che nell'Antico Testamento ha detto: « Non ricordate piú le cose passate,
non pensate piú alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne
accorgete? » (Is. 43, 18). Ma quella cosa nuova e definitiva che Dio si accingeva a fare, che cosa
era se non appunto Gesú Cristo?
Non mi soffermerei a parlarvi di queste cose un po' alte e fìlosofiche, se esse non avessero dei
riflessi molto concreti nelle scelte pratiche dei cristiani. Vi sono oggi dei cristiani impegnati
nella cultura e nella prassi sociale che da queste idee sono indotti a credere che il loro compito di
discepoli di Gesú si esaurisce nel mettersi alla ricerca e alla preparazione del futuro, sullo stesso
piano e pressoché con lo stesso spirito di altri che professano una concezione dell'uomo assai
diversa dalla loro. Sono nate nuove definizioni: il cristiano è l'uomo aperto al futuro; la fede
consiste nella possibilità di poter continuare a credere anche in futuro. Questo tipo di cristiano si
presenta ai fratelli come uno che vuole cercare con essi, no come uno che ha già trovato in Cristo
almeno una risposta definitiva: quella che riguarda il suo destino. Avere delle certezze è
addirittura per qualcuno cosa riprovevole e sospetta in un cristiano. Un tale atteggiamento suona
bene oggi; è consono a un cristianesimo rifatto umile dopo la rinuncia al trionfalismo e che
implora solo piú il diritto di esistere, come nell'era precostantíniana. Esso contiene, senza
dubbio, un valore prezioso. Ma, forse,. è già venuta l'ora di essere critici anche nei suoi
confronti, proprio per preservarlo dallo scadere a un fatto di autolesionismo e di conformismo alla
rovescia: in altre parole, a quella colpa cui accennava Gesú, quando parlava di discepoli che si
vergognano di lui in questa generazione.

Dobbiamo perciò fare una riserva al messaggio, pur cosí bello e cristiano di apertura al futuro,
contenuto in alcune correnti della teologia piú recente. Se questo futuro non è radicato
nell'evento Gesú Cristo, se esso non presenta al suo orizzonte ultimo la Gerusalemme celeste, ma,
ancora e sempre, la Gerusalemme di quaggiú cioè una città ben ordinata, piena di fervore
operativo> senza ingiustizia, abitata da uomini liberati dalle alienazioni -, allora il nostro non è
un Avvento cristiano; è uno di quegli infiniti avventi politici che scandirono la storia umana
prima, durante e, per alcuni secoli, dopo la venuta di Cristo. Avventi che resero cronica la
delusíone dei popoli, costringendoli, a forza di propaganda, a tornare a sperare dopo ogni
delusione.
Io credo che il tempo liturgico dell'Avvento che stiamo vivendo sia il clima ideale per la
comunità cristiana per ritrovare lo schema fondamentale della sua visione del mondo, per
riscoprire, sotto le stratificazioni sabbiose delle mode passeggere e dei falsi sincretismi, la pianta
dell'edíficio della propria fede.

La confusione in atto è già abbastanza grave per non cercare di uscirne al piú presto. E' un
dovere che il cristiano ha verso se stesso e la sua fede, ma forse ancora di piú una -responsabilità
che ha verso il mondo. Questo non può, infatti, essere privato dell'autentica alternativa cristiana,
senza smarrire la possibilità del confronto e del proprio trascendimento critico.
Nel corso dell'anno liturgico avremo modo di approfondire in che consiste questa alternativa
cristiana. Vedremo che non è certo nell'arroccamento al passato e nella chiusura al futuro
(l'ultima definizione di Dio che si legge nel Nuovo Testamento è: « Colui che fa nuove tutte le
cose »!) (Ap. 21, 5). Né, tanto meno, è indifferenza verso i poveri che sono, di solito, quelli che
hanno piú motivi di essere scontenti del presente e di guardare con fiducia al futuro.
Il futuro atteso dal cristiano si differenzia da quello del non credente non per qualcosa in meno,
ma per qualche cosa in più che possiede. « Beato - ripete anche a noi uomini di oggi Gesù - colui
che non si scandalizza di me ».

SECONDO SCHEMA

Tutti vogliamo essere felici


III domenica di Avvento

Isaia 35, 1-6a. 8a. 10; Giacomo 5,7-10; Matteo 11,2-11

In questa domenica, la liturgia accoglie con queste parole quelli che vanno a Messa:

"Rallegratevi sempre nel Signore


ve lo ripeto, rallegratevi, ii Signore e vicino” (Fllippesi4, 4-5).
Da esse la presente domenica prende il nome di domenica «della gioia» (Gaudete). Anche il colore litur-
gico in questa domenica una volta era diverso: non l'austero violaceo, ma il rosa.
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, è tutt'un inno alla gioia:

 "Si rallegrino il deserto e la terra arida... si canta con gioia e con giubilo...
Felicita perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicita' li seguiranno
e fuggiranno tristezza e pianto".
Questa è dunque l'occasione propizia per parlare, una buona volta, di un'altra cosa che credenti e non
credenti hanno in comune, il desiderio di essere felici. Tanto più che ci stiamo avvicinando al Natale e dob-
biamo essere preparati ad accogliere la gioia e a trasmetterla ai nostri bambini. I nostri bambini hanno bi-
sogno di gioia forse più che del pane.

Tutti vogliono essere felici. Al solo sentire nominare la felicita', le persone, per cosi dire, si drizzano e ti
guardano nelle mani per vedere se, per caso, tu sia in grado di offrire qualcosa alla loro sete. E l'unica cosa
che accomuna tutti gli uomini, senza eccezione, sia buoni che i cattivi. Nessuno infatti sarebbe cattivo se non
sperasse di potere ottenere da ciò un p0' di felicita'.
Se potessimo rappresentarci visivamente l'intera umanità, nel suo movimento più profondo, vedremmo una
folla immensa intorno a un albero da frutto, ergersi sulla punta dei piedi e protendere disperatamente le mani,
nello sforzo di cogliere un frutto che però sfugge a ogni presa. La felicita', ha detto Dante, e

«quel dolce porno che per tanti rami


cercando va la cura dei mortali».

La ricerca della felicita' («the pursuit of happiness») e inserita nella costituzione americana come uno dei
diritti fondamentali dell'uomo. Ma allora, perché cosi pochi sono veramente felici e anche quelli che lo sono
lo sono per cosi poco tempo? lo credo che la ragione principale è che, nella scalata alla felicita', sbaglia mo
versante, scegliamo un versante che non porta alla vetta.
Non e difficile scoprire dove si annida l'errore. (E qui dobbiamo introdurre per forza il discorso di fede). La
rivelazione dice: «Dio e amore»; l'uomo ha creduto di poter rovesciare la frase e dire: «L’amore è Dio!».
(Questa affermazione è di Feuerbach). Ancora, la rivelazione dice: «Dio è felicita'»; l'uomo inverte di nuovo
l'ordine e dice: «La felicita' è Dio!».
Ma cosa avviene in questo modo? Noi non conosciamo in terra la felicita' allo stato puro, assoluta, come
non conosciamo l'amore assoluto; conosciamo solo frammenti di felicita', che si riducono spesso a ebbrezze
passeggere dei sensi: gioie di vetro che abbagliano per un istante, ma recano in se' l'angoscia di poter andare
in frantumi da un momento all'altro. Quando perciò diciamo: «La felicita' è Dio!», noi divinizziamo le nostre
piccole esperienze; chiamiamo «Dio» l'opera delle nostre mani, o della nostra mente. Facciamo, della
felicita', un idolo.
Di questo tipo è la gioia cantata da Beethoven, nel finale della Nona Sinfonia (Scelto come inno ufficiale
dell'Europa unita!). La gioia vi è definita «scintilla degli dei, figlia dell'Elisio». Una gioia che non basta per
tutti e che perci6 è riservata - si dice in quell'inno
solo «a chi ha avuto in sorte una buona moglie o beve in compagnia degli amici». «Gioia, gioia!» (Freude,
Freude!) è un grido di desiderio che resta senza risposta. Beethoven stesso che lo compose fu uno degli uo-
mini più infelici mai esistiti.
Questo spiega perché chi cerca Dio trova sempre la gioia, mentre chi cerca la gioia non sempre trova Dio.
Chi cerca la felicita' prima che Dio e fuori di Dio non troverà che un suo vano simulacro, una «balia asciut -
ta», «cisterne screpolate che non contengono acqua» (Geremia 2,13). L'uomo si riduce a cercare la felicita'
per via di quantità: inseguendo piaceri ed emozioni via via più intensi, o aggiungendo piacere a piacere.
Come il drogato che ha bisogno di dosi sempre maggiori, per ottenere lo stesso grado di piacere.
Occorre fare il salto dalla quantità alla qualità della gioia. Solo Dio è felice e fa felici. Per questo un salmo
ci esorta:

 "Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Salmo 37, 4).
Con lui anche le gioie della vita presente conservano il loro dolce sapore e non si trasformano in angosce.
Non solo le gioie spirituali, ma ogni gioia umana onesta: la gioia di veder crescere i propri figli, del lavoro
felicemente portato a termine, dell'amicizia, della salute ritrovata, della creatività, dell'arte, della disten sione
a contatto con la natura. Solo Dio ha potuto strappare dalle labbra di un santo il grido: «Basta, Signore, con
la gioia; il mio cuore non può contenerne più!».
In Dio si trova tutto quello che l'uomo è solito associare alla parola felicita' e infinitamente di più, poichè
«occhio non vide, orecchio non udi, né mai sali in cuore di uomo quello che Dio tiene preparato per coloro
che lo amano» (cf. 1 Corinzi 2,9). Il traguardo finale che la fede cristiana addita all'uomo non è la semplice
cessazione del dolore, lo spegnimepto dei desideri, come in altre religioni. B' infinitamente di più: è
l'appagamento di tutti i desideri. La Bibbia descrive la vita eterna con le immagini della festa, del banchetto
nuziale, del canto e della danza. Entrare in essa è fare l'ingresso definitivo nella gioia: «Entra nel gaudio del
tuo Signore!» (Matteo 25,21).
lo credo che è ora di cominciare a proclamare con più coraggio il «lieto messaggio» che Dio è felicita', che
la felicita' - non la sofferenza, la privazione, la croce - avrà l'ultima parola. Che la sofferenza serve solo a ri -
muovere l'ostacolo alla gioia, a dilatare l'anima, perché un giorno possa accoglierne una misura più grande
possibile.

 "A poveri è annunciato un lieto messaggio".


Sono parole pronunciate da Gesù nel vangelo di questa domenica, dove «lieto messaggio» traduce la parola
«vangelo». II vangelo è annuncio di gioia! L’umanità ha finito per convincersi di dover scegliere tra Dio e la
felicita'. Abbiamo fatto inconsapevolmente di Dio il rivale, il nemico della gioia dell'uomo. Un Dio «invi-
dioso», come quello di certi scrittori pagani. Ma questa è l'opera per eccellenza di Satana, l'arma che us6 con
successo con Eva.
Per6 la gioia è come 1'acqua corrente: bisogna darne per riceverne. «Fateci vedere la vostra gioia!», di-
cevano agli ebrei in tono di sfida coloro che ii avevano deportati (Isaia 66, 5). Anche ai cristiani, i non
credenti rivolgono tacitamente la stessa sfida: «Fateci vedere la vostra gioia!».
Come testimoniare la gioia? San Paolo, dopo aver esortato i cristiani a «rallegrasi sempre», aggiunge
subito:

 "La vostra affabilita' sia nota a tutti gli uomini".


La parola «affabilità» indica qui tutto un complesso di atteggiamenti fatto di intelligenza, di bontà d'animo,
di capacita' di saper cedere. I credenti - o anche semplicemente un papa' e una mamma - testimoniano la
gioia quando evitano ogni acredine e puntiglio personale, quando sanno irradiare fiducia. Chi è felice non
amaro e pignolo, non sente il bisogno di stare a puntualizzare su tutto e sempre, sa relativizzare le cose,
perché conosce qualcosa che è troppo più grande.
A quelli tra voi che in questo momento fossero nel dolore e nel pianto, rivolgo l'esortazione che un profeta
rivolse al popolo ebraico in un momento di grande afflizione:

"Non piangete, non fate lutto: la gioia del Signore sia la nostra forza" (Neemia 8).

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