Sei sulla pagina 1di 3

II domenica di Ouaresima

LA DISCESA DAL MONTE TABOR

Letture: Genesi 12, 1-4a 2 Timoteo 1, 8b-10 - Matteo 17, 1-9

Di questa pagina cosí nota e familiare del Vangelo vorrei mettere a fuoco un momento che mi pare particolarmente
fecondo per una riflessione quaresimale.
Siamo sul Tabor. Davanti ai tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni è apparsa la visione del Signore trasfigurato.
Un'atmosfera di gloria e di indicibile pace è calata sul monte e li avvolge tutti. Per i tre apostoli, reduci da fatiche, dubbi e
contrasti, è come sentirsi improvvisamente dentro un porto tranquillo dopo la tempesta. « E' bello per noi stare qui... ».
Vogliono fermarsi; pensano già concretamente a come realizzare il progetto: «facciamo tre tende». Ma ecco che Gesú si
alza, li scuote e dice loro: « Alzatevi! » e, senza fiatare, anche se a malincuore, si avviano al piano, dove trovano la folla e
gli altri apostoli, dove ritrovano la fatica, il dubbio e il contrasto.
Questo momento del Vangelo illumina un'esperienza che ogni cristiano, prima o poi, deve fare nella sua vita. Arriva il
momento che nell'esistenza di una persona o di una famiglia si stabilisce una certa calma, o addirittura la felicità. Le
difficoltà si sono appianate, ci si intende, si è contenti del proprio lavoro, dei propri figli; la vita appare bella e piena di
promesse per l'avvenire. Ci sembra di essere finalmente sul Tabor. La spinta ad adagiarci in questa situazione è
irresistibile. Vorremmo non sentir parlare piú di dolore, di lutti intorno a noi; vorremmo andare avanti cosí all'indefinito. E'
bello stare qui!
Qualche volta il Signore, nei suoi piani, lascia l'uomo per parecchio tempo o per sempre in questo porto tranquillo. Gli
occorre che ci siano anche segni di questo tipo nel mondo. Ma è l'eccezione. Il piú delle volte, ci viene vicino, ci scuote e
dice anche a noi: Alzati! E ci ributta cosí nel vortice della vita, tra pene, contraddizioni, contrasti e malattie. Uno è
costretto a fare salti mortali per far quadrare il bilancio familiare, uno si trascina da un ospedale all'altro al capezzale di un
congiunto, uno infine è tradito nell'affetto, o è avvolto dal buio dell'incertezza.
Fin qui è il destino di ogni uomo, credente o non credente. Non è solo il discepolo di Gesú che passa per questa
esperienza. In ciò siamo tutti uguali. Anche l'ateo ha il suo Tabor, dal quale deve scendere per salire il Calvario. La
differenza è solo nell'atteggiamento che l'uomo assume di fronte a questa esperienza, nello spirito con cui la vive. Qui il
discepolo di Gesú deve distinguersi da chi non ha la fede. Come distinguersi? Dalla risposta che darà a quell' « Alzati e
cammina! ».
Per Abramo, questa voce del Signoresi espresse con le parole che abbiamo sentito nella prima lettura: « Esci dal tuo
paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre ».

Egli stava cosí bene tra i suoi; era felicemente sposato con Sara, non desiderava forse che avere numerosi figli, tanti
armenti e giungere a tarda età circondato dalla schiera dei figli dei suoi figli. La voce misteriosa del Signore gli intima: «
Alzati e va'! ». E' un comando doloroso, ma non gratuito o capriccioso, da parte di Dio, perché quello che gli promette è
molto piú di quello che gli chiede: « In te saranno benedette tutte le famiglie della terra ». « Abramo partí, come il Signore
gli aveva ordinato ». Questo momento della vita di Abramo è l'espressione plastica della fede; per questo noi continuiamo a
considerare questo pastore caldeo di quattromila anni fa « nostro padre nella fede ». Dio lo chiamò, lo invitò; egli rispose sí,
fidandosi di lui, anche se non sapeva esattamente cosa l'attendeva e anche se non aveva garanzie.
Questo « eccomi » della fede noi l'abbiamo pronunciato nel Battesimo, in una fase cioè della nostra vita in cui non
potevamo dargli subito un contenuto. Ecco perché la Chiesa ci chiama, a diverse riprese, a realizzare e rendere cosciente
quella scelta. La Quaresima è l'occasione per eccellenza per riportare alla luce questo impegno che giace sepolto nella
nostra infanzia e nell'opacità della vita quotidiana. Chiamandoci a conversione, la Chiesa ci ch;.ama, in realtà, a ripetere e
fare nostra l'esperienza di Abramo e quella degli apostoli sul Tabor: uscire, scendere, andare. Uscire dalla routine della vita
- dalla nostra Ur di Caldea - in cui siamo confortevolmente installati, la mente piena di progetti e di desíderi terreni. Andare
« verso il paese che il Signore ci indica », cioè verso il futuro della fede, aprendoci alle promesse che Dio ci fa e alle opere
che ci chiede.
Il paese che Dio indica, per Abramo era la terra promessa, la Palestina; per noi è il Regno di Dio. Non solo il Regno di
Dio dopo la morte, ma quello che è già « tra noi », in terra, e per l'avvento del quale preghiamo nel « Padre nostro »; quel
Regno di Dio che altro non è se non la volontà di Dio su di me che aspetta di essere compiuta: « Venga il tuo regno », cioè «
sia fatta la tua volontà ». Uscire da Ur di Caldea e scendere dal Tabor altro non significa, dunque, che andare
coraggiosamente incontro alla volontà di Dio.
Se non vogliamo però rimanere sul piano delle parole e delle buone intenzioni, illudendo pericolosamente noi stessi,
dobbiamo tradurre, in questo tempo, la nostra disponibilità con qualche gesto concreto che espríma il nostro « sí » a Dio.
Anche in questa chiesa sono stati annunciati alcuni piccoli gesti penitenziali che voglíamo fare comunítariamente durante la
Quaresima. Nessuno dovrebbe esimersi dal prendere parte a qualcuno di essi.
Alla gioia luminosa della Pasqua, i tre apostoli non sarebbero giunti se si fossero fermati sul Tabor, magari all'ombra delle
tre tende. Anche noi non ci giungeremo se non seguendo coraggiosamente il Signore.
Se abbiamo fede per riconoscerlo, questo è il momento in cui egli ci viene vicino, come a Pietro, Giacomo e Giovanni sul
Tabor, anzi viene dentro di noi e ci invita a seguirlo verso Gerusalemme. Ci dice: Alzatevi, andiamo!
SECONDO SCHEMA

«Si trasfigur6 davanti a loro»


II domenica di Quaresima
Genesi 12, 1-4a; 2 Timoteo 1, 8b-10; Matteo 17,1-9

Il vangelo della seconda domenica di Quaresima è quello della trasfigurazione di Gesù:

“Gesù prese con sè Pietro, Giacomo e Giovanni e si trasfigurò davanti a loro”.

Riassumo l'episodio perché ci sia presente. Gesù sale su un monte, che la tradizione identifica con l'attuale monte Tahor, e
li avviene qualcosa di straordinario. A un certo punto una luce abbagliante lo avvolge, appaiono Mose' ed Elia; si sente la
voce del Padre che proclama: «Questi è il Figlio mio prediletto, ascoltatelo!». C’è una tale aria di pace e di cielo, che Pietro
esclama:
«E bello per noi stare qui! Facciamo tre tende...».
Proviamo a considerare la trasfigurazione dal solo punto di vista dei tre discepoli. Cosa successe ad essi? Cosa signific5
per loro quel momento? Finora essi avevano conosciuto Gesù nella sua apparenza esterna, un uomo non diverso dagli altri,
di cui conoscevano la provenienza, le abitudini, il timbro di voce... Ora conoscono un altro Gesù, il vero Gesù, quello che
non si riesce a vedere con gli occhi di tutti i giorni, alla luce normale del sole. Che è frutto di una rivelazione improvvisa, di
un cambiamento, di un dono.
Ora io vorrei prendere lo spunto da questo episodio per una riflessione che ci riguarda da vicino e che permette di portare
avanti, nello stesso tempo, quel progetto di dedicare gli incontri quaresimali alla persona di Gesù Cristo. Premetto che
questo sarà un discorso chiaramente di fede, non buono allo stesso modo per tutti, credenti e indifferenti. Ma se io fossi un
non credente credo che la cosa che mi darebbe più fastidio sarebbe proprio quella di vedermi presentare la fede come una
pillola inzuccherata, tranquillizzante, che non richiede altro dall'ascoltatore se non un po' di tolleranza. Quello che vorrei
sarebbe invece che la Chiesa esponesse fino in fondo, senza annacquarlo, il suo messaggio, lasciando naturalmente poi a me
piena libertà di decidere se accoglierlo o no.
In questo spirito dunque ci chiediamo: cosa manca ai cristiani di oggi? Perché la fede, le pratiche religiose sono in declino
e non sembrano davvero costituire, almeno per i più, il punto di forza nella vita? Perché la noia, la stanchezza, la fatica
nell'assolvere i propri doveri di credenti? Perché i giovani non si sentono attirati? Perché, insomma, questo grigiore e questa
mancanza di gioia tra i credenti in Cristo?
Volete sapere la mia risposta? Perché il nostro è un cristianesimo senza Cristo! Come, direte, senza Cristo, se non si fa
che parlare e scrivere di lui! Si, ma è un Cristo impersonale, lontano, che non ci riguarda da vicino, un estraneo, anche se
notissimo. Un argomento più che una persona viva e vera e un amico.
Perché le cose cambino anche per noi, come per quei tre discepoli sul Tahor, bisogna che succeda nella nostra vita
qualcosa di simile a quello che capita a un giovane o a una ragazza quando si innamorano. U paragone non sembri fuori
luogo dal momento che è stato Gesù stesso a paragonarsi a uno sposo e a paragonare suoi discepoli a «dieci vergini che
attendono lo sposo per entrare con lui al banchetto di nozze».

Cosa succede nell'innamoramento? Non e necessario aver letto libri di psicologia per saperlo. E qualco sa che osserviamo
tutti intorno a noi nella vita, anche chi, come me, non ne ha fatto una esperienza persona le. L'altro, l'amato, che prima era
uno dei tanti, o forse uno sconosciuto, di colpo diventa l'unico, il solo al mondo che interessi. Tutto il resto indietreggia e si
colloca come su uno sfondo neutro. II cuore, i pensieri, che prima vagavano da un oggetto all'altro o da una persona all'altra,
ora si sono come fissati su un unico oggetto. Non si è capaci di pensare ad altro.
Avviene una vera e propria trasfigurazione. La persona amata viene vista come in un alone luminoso. Tutto appare bello
in lei, perfino i difetti. Se mai, ci si sente indegni di lei. Un amore vero genera umiltà. si vorrebbe che la vita fosse sempre
così. Una nuova gioia di vivere, un nuovo slancio nell'affrontare i compiti.
Qualcosa cambia anche concretamente nelle proprie abitudini di vita. Ho conosciuto ragazzi che a' mattino i genitori non
riuscivano a tirare fuori dal letto per far andare a scuola; se si trovava loro un lavoro, dopo un p0' lo abbandonavano; oppure
si trascinavano negli studi senza laurearsi mai... Poi, ecco che una volta innamoratisi, a' mattino saltano dal letto, sono
impazienti di terminare gli studi, se hanno un lavoro se lo tengono caro.
Cosa è successo? Niente, semplicemente quello che prima facevano per costrizione, ora lo fanno per attrazione. E
1'attrazione è capace di far fare cose che nessuna costrizione riesce a far fare; mette le ali ai piedi. «Ognuno, diceva il poeta
Ovidio, è attratto dall’oggetto del proprio piacere». Qualcosa del genere, dicevo, dovrebbe succedere una volta nella vita per
diventare cristiani veri, convinti, gioiosi di esserlo.
II guaio del nostro cristianesimo è che facciamo quasi tutto per costrizione, come fosse una tassa da pagare a qualcuno. (E
si sa qua' è la prima preoccupazione nei confronti delle tasse, specie tra noi italiani: evaderle, non pagarle). Non conosciamo
cosa significa essere attratti. E la ragione è che diamo poco spazio allo Spirito Santo che è la forza che «attira» a Dio, che
rende Dio «attraente».
Mi direte: ma la ragazza o il ragazzo, si vede, si tocca. Rispondo, anche. Gesù si vede e si tocca. Però con altri occhi e con
altre mani: quelli del cuore, della fede. Egli è risorto ed è vivo. E un essere concreto, non un'astrazione, per chi ne fa
l'esperienza e la conoscenza. Anzi con Gesù le cose vanno ancora meglio. Nell'innamoramento umano, ahimè, ci si inganna
spesso, attribuendo all'amato doti che forse non ha e con il tempo si è spesso costretti a ricredersi. Nel caso di Gesù, più si
conosce e si sta insieme, più si scoprono nuovi motivi per essere orgogliosi di lui e confermati nella propria scelta.
Un esempio più forte della differenza che la scoperta di Gesù può fare nella vita di una persona è quello di san Paolo. lo -
racconta Paolo in una sua lettera - ero una persona «arrivata» nella vita, moralmente ineccepibile, appartenente a' fior fiore
del popolo eletto. (Si era formato, a Gerusalemme, alla scuola di uno dei più rinomati maestri ebrei del tempo, una specie di
Sorbona o di Oxford per quel tempo!). Ma - continua - quello che era stato per me un guadagno, un vanto, divenne perdita,
spazzatura nel momento in cui all'orizzonte della mia vita comparve Gesù Cristo mio Signore. Con lui mi si apri davanti un
nuovo orizzonte: non più quello di una mia realizzazione personale, di breve durata, ma la possibilità di condividere il
destino stesso di Cristo, e questo per l'eternità... Da quel momento, ho un solo desiderio: conoscere lui, conquistarlo, dal
momento che sono stato anch'io «conquistato» da lui (cfr. Filippesi 3,4-12).

L’incontro con Cristo ha diviso la vita di Saulo in due parti; ha creato un «prima» e un «dopo». E questo e ci6 che avviene
ogni volta che una persona incontra Cristo in questo modo profondo e vero. Un grande scrittore del IV secolo, che si era
convertito quando era già avanti negli anni e Sposato, ilano di Poitiers, in una preghiera arriva a dire a Cristo: «Pri ma di
conoscerti, io non esistevo».
Credo sia giusto che aggiunga anche la mia piccolissima testimonianza personale. lo ero professore all'Università
Cattolica di Milano e mi occupavo proprio di cristologia, cioè delle dottrine su Gesù Cristo, dall’antichità in poi. In un
momento particolare della mia vita, mi capit6 di rileggere questo racconto di Paolo. Mi nacque in cuore il desiderio di fare
un p0' come lui: considerare tutto perdita e lasciare tutto per poter anch'io «conoscere lui», il Gesù vivo e vero, in carne ed
ossa, non solo dottrine, libri, teorie o magari eresie su Cristo. E cosi ho smesso di fare il professore e mi sono
messo a fare il predicatore a tempo pieno.
Qualcuno potrebbe dirmi: se questo di cui parli somiglia a un innamoramento, allora non c'e' niente da fare, se non
starsene tranquilli e aspettare il proverbiale colpo di fulmine... Non proprio. Se un ragazzo o una ragazza se ne sta tutto il
tempo chiuso in casa, senza vedere nessuno, non succederà mai niente nella sua vita. Per innamorarsi bisogna frequentarsi!
Se uno è convinto, o semplicemente comincia a pensare che forse conoscere Gesù Cristo in questo modo diverso,
trasfigurato, è bello e vale la pena, allora bisogna che cominci a «frequentarlo», a leggere i suoi scritti. Le sue lettere
d'amore sono il vangelo! E li, abbiamo sentito, che egli si rivela, si «trasfigura».
A questo proposito, vorrei dare un consiglio alle mogli che avessero un marito che torna a casa incorreggibilmente tardi la
sera, o che non prendesse abbastanza sul seno il suo dovere di padre. Anziché accoglierlo con il proverbiale mattarello in
mano o con un aspro rimbrotto, una sera fategli trovare un vangelo aperto sul tavolo di cucina o sul comodino. Non si sa
mai cosa pu6 capitare...
Si sa che gli innamorati, prima ancora di dichiararsi, si interessano alla persona amata, ne spiano da lontano i movimenti,
cercano di unirsi ai suoi amici. A volte basta loro semplicemente osservare la casa dove abitano. Non è difficile applicare
tutto ci5 a Gesù.
La casa dove egli abita è la Chiesa.

Potrebbero piacerti anche