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Domenica dopo Natale: Santa Famiglia

«ERODE STA CERCANDO IL BAMBINO PER UCCH DERLO »

Letture: Siracide 3, 3-7.14-17a


Colossesi 3, 12-21 Matteo 2, 13-15.19-23

La prima domenica dopo Natale è dedicata alla Santa Famiglia. In primo piano sta oggi il ricordo e la
venerazione per la Famiglia di Nazareth. Questa ci viene presentata nel canto iniziale della Messa: « I pastori
si avviarono in fretta e trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino deposto nella mangiatoia ». Il brano
evangelico ci fa seguire questa famiglia nelle sue peripezie: la fuga in Egitto, poi il ritorno e il suo stabilirsi a
Nazareth.
Ma già la prima e la seconda lettura ci mostrano chi2aramente che l'intenzione della liturgia non si esaurisce
qui. La storia della Santa Famiglia è occasione per usi discorso sulla famiglia in genere, fatto alla luce della
parola di Dio.

La prima lettura richiama l'attenzione sul rispetto e l'onore che devono caratterizzare i rapporti tra i membri
della stessa famiglia, soprattutto tra genitori e figli. Si tratta, in pratica, di un commento al quarto
comandamento: « Onora il padre e la madre ». In piú, c'è quell'esortazione pressante al rispetto dell'anziano
che è senza dubbío una delle cose da ripetere con piú insistenza nell'attuale società: « Figlio, soccorri tuo
padre nella vecchiaia; anche se perdesse il senno, compatiscilo e non disprezzarlo. mentre tu sei nel vigore
degli, anni ». Quante riflessioni dovremmo fare su questo richiamo, se non fosse che il Vangelo attira la nostra
attenzione su un problema ancora piú urgente e assillante.
Nel brano evangelico di oggi leggiamo frasi come queste: « Erode sta cercando il bambino per ucciderlo » e
ancora (nella parte omessa dalla liturgia): « Erode fece uccidere tutti i bambini di Betlemme dai due anni in
giú ». Poi quella specie di elegia funebre sui bambini uccisí: « Un grido si è sentito in Rama, pianti e lunghi
lamenti.
E' Rachele che piange i suoi figli e non vuole essere consolata perché essi sono morti » (Mt. 2, 16-17).
Infine, l'annuncio liberatorio: « Sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino ».
Non ho nessuna intenzione di stravolgere il senso di queste frasi evangeliche. Esse descrivono un fatto
storico ben noto. Ma ascoltate oggi, nel quadro di una riflessione sulla famiglia, inducono quasi
irresistibilmente a pensare ad altri Erodi, ad altri bambini uccisi...
Il Vangelo ci presenta oggi Gesú come il prototipo della vita insidiata dalla politica e dalla ragion di stato e
noi, commentandolo, non possiamo non parlare di quella forma particolare e dilagante di sacrificare la vita
umana alla ragion di stato (o di partito) che si chiama l'aborto, Non è mia abitudine lanciarmi in discorsi
unilaterali e in semplificazioni ingiuste e non lo farò neppure questa volta. Cominciamo perciò col
riconoscere le nostre responsabilità, prima di denunciare quelle degli altri, come ci insegna a fare il nostro
Maestro. Se tutti coloro che oggi lottano contro il flagello dell'aborto « libero e gratuito » e in primissimo
luogo noi cristiani avessimo sempre mostrato con i fatti di difendere la vita – ogni forma di vita umana contro
ogni forma di violenza alla vita umana - oggi saremmo piú credibili e potremmo forse farci ascoltare meglio,
mentre scongiuriamo i nostri fratelli a non macchiarsi di questa colpa. « Mea culpa », dunque, per gli aborti
clandestini non denunciati e non impediti; « mea culpa » per la vita di bambini che abbiamo lasciato stroncare
o intristire dalle guerre, dalla fame e dalla speculazione, senza cercare di impedirlo con tutte le forze.
Non sia mai, tuttavia, che le omissioni del passato e del presente ci inducano a un'omissione ancora piú
spaventosa per la sua deliberatezza: quella di tacere di fronte alla legalizzazione e alla liberalizzazione
dell'aborto.

Perché oggi nessuno può piú, in buona fede, sostenere che l'aborto non sia realmente e pienamente un
omicidio. « E' un uomo anche chi lo sta diventando » (Tertulliano). Nessuno, in tutta la lunga polemica di
questi anni, ha potuto contestare i dati della scienza: l'embrione, fin dal concepimento, ha tutto il necessario,
se non ne è impedito da agenti esterni, per portare a termine il suo sviluppo; il - fanciullo di domani vi è tutto
quanto programmato nei minimi dettagli, compreso il colore dei suoi capelli. Non si sopprime perciò un
ammasso informe di cellule, come si sente dire cinicamente talvolta, ma una vita umana in fieri, un destino e,
dunque, una persona. Non ha ancora la coscienza, ma, se è per questo, non ce l'ha neppure il bambino di un
anno! E' curioso e impressionante insieme la mala fede di cui si dà prova nell'attuale nostra società: siamo
pronti a commuoverci e a insorgere indignati per un bambino abbandonato appena nato in una pattumiera, per
bambini malati, per neonati venduti; pronti a pagare riscatti di due miliardi per una bambina rapita. Ma prima
di quel fatidico momento, niente, come se ci fosse il nulla assoluto; come se prima di allora la vita umana non
valesse un soldo. E solo perché non vediamo con i nostri occhi! Eppure non è un aggressore contro il quale si
possa invocare la legittima difesa; nessun bimbo viene al mondo all'insaputa di tutti, di testa sua; ve lo chiama
l'atto e la volontà precisa di due creature e un atto, per giunta, che si definisce « d'amore ». Shakespeare ha
narrato in un dramma immortale la storia di Macbeth e di sua moglie che accolgono in festa, quale ospite, il
loro re nel proprio castello e la notte successiva lo sopprimono nel sonno, finendo poi per impazzire entrambi
di rimorso.
C'è una cosa che non cessa di sorprendermi nella legislazione sull'aborto (fatta, in genere, da uomini!): è il
rifiuto di riconoscere qualsiasi diritto non dico al sacerdote o al medico, ma neppure allo stesso padre, anche
quando si tratta di coppie debitamente sposate che insieme perciò hanno voluto e generato la vita e ne sono
responsabili. Si stabilisce cosí un principio da cui può derivare, tutt'altro che in astratto, che un uomo si veda
privato di uno dei suoi diritti fondamentali: quello di diventare padre. La donna, si dice, deve essere la sola a
decidere. Pilato - l'uomo - si lava le mani, credendo forse di riparare cosí a un suo millenario sopruso e non
accorgendosi che ne sta invece perpetrando uno peggiore di tutti: quello di lasciare alla sua compagna tutto il
peso di una decisione (e di un rimorso) terribile. Come Pilato, egli dice: Prendilo e uccidilo tu; io non voglio
avere a che fare con il sangue di questo giusto.
Per chi crede, c'è di piú; ci sono i diritti di un altro « Padre » che vengono calpestati. L'anima, non' sono i
genitori a infonderla nel loro bambino, ma è Dio che per ogni creatura umana rinnova il prodigio della
creazione. Si può prescindere da questo pensiero nel parlare dell'aborto e nel valutarne la gravità?
Per fortuna che la teologia ha superato l'idea del Limbo nel quale sarebbero finiti i bambini morti senza
battesimo! Essi, possiamo esserne certi, vanno a stare con Dio. Lui, nella sua onnipotenza saprà assicurare
loro quella maturazione in creature umane compiute che fu negata loro dagli uomini. Giovanni
nell'Apocalisse ci aiuta a rappresentarceli intorno al trono di Dio (Ap. 14), mentre - come dice il poeta
cristiano Prudenzio dei Santi Innocenti - giocano con le loro piccole corone di martiri. Sono martiri anch'essi,
infatti, e di una causa santissima: quella della vita.
Piuttosto, ciò che ci deve preoccupare è la sorte di chi li ha uccisi e di chi ha sancito con tanta disinvoltura
la legge che permetterà di ucciderli. Non è, cioè, su di loro che dobbiamo piangere, ma sui nostri peccati. Se
c'è Dio, come noi crediamo, c'è un aldilà e se c'è un aldilà, un giorno qualcuno dovrà sostenere lo sguardo
triste di questi agnellini condotti anzitempo al macello. Dio allora abbia misericordia di chi dovrà sostenere
quello sguardo. Essi sapranno bene in quel giorno chi ha colpa nella loro morte e chi no; chi ha agito per
disperazione e chi con fredda lucidità, assecondando l'istinto del male, o ponendo la causa del partito davanti a
quella di Dio e della coscienza.
Come si è potuto arrivare a questa forsennata morale da parte di popoli che hanno sempre fondato i loro
codici sul principio: « Quinto: non ammazzare »? Forse, cè alle spalle una lunga catena di cedimento nel
rispetto della vita: guerre a non fìnire, sfruttamenti dell'uomo sull'uomo, violenza, non ultima delle quali
quella dell'uomo sulla donna. Poi, c'è quel singolare equivoco che si è verificato anche tra noi. All'interno di
forze dichiaratamente atee e materialistiche si elaborano argomenti e giustificazioni in favore dell'aborto che
suppongono il rifiuto netto di Dio, autore e vindice della vita umana. Quando però tali ragioni giungono alle
orecchie dei credenti, questi, come narcotizzati dalla propaganda, non fanno caso se tali argomenti vengono da
gente che condivide la propria visione della vita,, ma solo se vengono da gente che condivide la propria
ideologia politica. Cosí la politica viene anteposta tranquillamente alla fede e alla coscienza e, senza
accorgersene, si sposa la causa dell'ateismo e del materialismo. Una causa che si ha l'ardire di definire «
causa dell'uomo », o « della liberazione umana », mentre non è che l'ennesima dimostrazione del fatto che là
dove si nega Dio si finisce per negare e calpestare presto anche l'uomo.

Il Vangelo di oggi non ci ha parlato soltanto di « coloro che insidiano la vita del bambino », ma anche di
coloro che la difendono. Maria e Giuseppe che affrontano i disagi dell'esilio per salvare il loro bambino, nel
loro sofferto silenzio, sono il modello di tutti coloro che sentono il dovere di proteggere e difendere la vita
degli inermi: ogni vita, quella della madre e quella del bambino: « Alzati, prendi con te il bambino e
sua madre ». Si apre qui il discorso su che cosa deve fare positivamente il cristiano in questo campo; perché è
chiaro che non basta limitarsi ai « no », o alle denunce, dinanzi alla complessità del problema. Proposte
positive da fare i cristiani ne hanno. A cominciare dalla prima e piú urgente di tutte che è di educare a una
migliore conoscenza e valorizzazione della propria sessualità. Chi ricorre all'aborto è, in genere, uno che non
ha saputo fare retto uso di questa sua facoltà; uno che ha creduto di poter giocare con essa fuori di ogni quadro
di responsabilità, separandola implicitamente da un vero amore, o uno che non ha preso mai sul serio il dovere
della paternità e maternità responsabili.
Il cristiano sa che quest'ultima carenza non sempre dipende dagli individui e si sente perciò impegnato, con
la Chiesa e con la scienza, a risolvere il problema morale della limitazione delle nascite in modo onesto ed
efficace. Ci saranno meno aborti, se ci saranno meno vite non attese e non volute.
Molti, specie nelle classi alte della società, ricorrono all'aborto per puro egoismo, perché prigionieri di una
concezione edonistica e assolutamente atea della vita.

Ma molti sono spinti a ricorrervi da gravi situazioni sociali. Questi ultimi dobbiamo imparare a capire,
prendendo sul serio il problema della casa, della disoccupazione, delle ragazze madri. Capire per aiutarli a
non dover ricorrere alla soluzione estrema dell'aborto che è una condanna inflitta a sé stessi prima ancora che
alla propria creatura. Si riterrà innocente da aborto quel costruttore o quel locatore che nell'affittare un
appartamento pone come condizione che non vi siano bambini, o che non ve ne siano piú d'uno? Se la politica
della casa riguarda soprattutto i governanti, chiunque, anche tra voi, può trovarsi a dover affrontare nella
propria famiglia il problema di una ragazza madre; è lí che si deve vedere se due genitori sono davvero
cristiani, se tengono piú alla vita o alla cosiddetta buona reputazione. Molto si fa già da parte dei cristiani e
sarebbe ingiusto negare questo riconoscimento a tante persone e istituzioni. Dobbiamo fare di piú e, forse,
farlo in modo nuovo, sia come credenti che come cittadini.

La parola di Dio ci ha condotti oggi a riflettere su un problema quanto mai assillante. La preghiera deve
essere il segno che noi non cerchiamo di prevalere sugli altri, ma solo sul male. Non chiederemo perciò che
muoiano « coloro che insidiano la vita del bambino », ma che si convertano e vivano. Vivano essi e vivano
tutte le vite nascoste ancora nel seno materno. Che si senta sempre meno sulla terra il pianto di Rachele che
piange i suoi figli che non sono piú.

SECONDO SCHEMA

Maschio e femmina h creo'»


Dornenica dopo Natale: Festa della Sacra Famiglia
Siracide 3,3-7. 14-17a; Colossesi3, 12.21;
Matteo 2,13-15.19-23

Oggi, domenica dopo Natale, si celebra la festa della Sacra Farniglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Nella Seconda lettura
san Paolo dice:

"Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel


Signore.
Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse.
Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ci~ ~ gradito al Signore.
Voi, genitori, non esasperate i vostri figli, perché non si scoragg~no".

In questo testo sono presentati i due rapporti fondamentali che, insieme, costituiscono la famiglia: il rapporto moglie-
marito, e il rapporto genitori-figli. Sono anche indicati i contenuti o le caratteristiche dei due rapporti: amore da una parte e
sottomissione dall'altra, tra marito e moglie; obbedienza da una parte e pazienza dall'altra, tra genitori e figli.
Dei due rapporti il più importante è il primo, il rapporto di coppia, perché da esso dipende in gran parte anche il secondo,
quello con i figli. Due genitori possono amare finche' vogliono i loro figli, ma se non si amano anche tra di loro, nulla potrà
impedire al bambino di crescere insicuro nella vita. Succede spesso che quando due sposi non si amano più tra di loro,
ognuno riversa tutto il proprio affetto sul figlio, cercando inconsciamente di legarlo a se.
Ma non è questo che il bambino segretamente desidera. Egli non vuole essere amato con un amore diverso e a parte;
desidera invece che papa' e mamma si amino tra di loro e che lo ammettano a questo loro amore. I figli sanno che è da
quell'amore che sono nati e che se esso si interrompe e come se venisse loro a mancare il terreno sotto i piedi. Per questo ho
pensato di concentrare l'attenzione sul rapporto di coppia, lasciando da parte, per una Volta, i figli.
Leggendo con occhi moderni quelle parole di Paolo, una difficoltà balza subito agli occhi. Paolo raccomanda al marito di
«amare» la propria moglie (e questo ci sta bene), ma poi raccomanda alla moglie di stare «sottomessa» al marito e questo, in
una società fortemente (e giustamente) consapevole della parità' dei sessi, sembra inaccettabile.
Infatti e vero. Su questo punto san Paolo e', in parte almeno, condizionato dalla mentalità del suo tempo. Tuttavia la
soluzione non sta nell'eliminare dai rapporti tra marito e moglie la parola «sottomissione», ma semmai nel renderla
reciproca, come reciproco deve essere anche l'amore. In altre parole, non solo il manto deve amare la moglie, ma anche la
moglie il marito; non solo la moglie deve essere sottomessa al marito, ma anche il marito alla moglie. Amore reciproco e
sottomissione reciproca.
La sottomissione non è allora che un aspetto e un'esigenza dell'amore. Per chi ama, sottomettersi all'oggetto del proprio
amore non umilia, ma rende anzi felici. Sottomettersi significa, in questo caso, tener conto della volontà del coniuge, del suo
parere e della sua sensibilità; dialogare, non decidere da solo; saper a volte rinunciare al proprio punto di vista. Insomma,
ricordarsi che si è diventati «coniugi», cioè, alla lettera, persone che sono sotto «lo stesso giogo» liberamente accolto.
II paragone può sembrare irrispettoso, ma provate a immaginare cosa succederebbe se due buoi che sono sotto lo stesso
giogo non coordinassero i loro movimenti, ma ognuno procedesse per conto suo, accelerando o fermandosi, andando a
destra o a sinistra, senza tener conto dell'altro. Sarebbe una fatica estenuante per tutti e due.
Per comprendere la bellezza e la dignità del rapporto di coppia, dobbiamo risalire alla Bibbia. E scritto:

"Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creo;


maschio e femmina li creò” (Genesi 1, 27).

La Bibbia pone, come si vede, un rapporto stretto tra l'essere creati «a immagine di Dio» e il fatto di essere «maschio e
femmina». Ma che rapporto ci può essere tra le due cose? In che senso 1'essere maschio e femmina - la coppia umana - è
un'immagine di Dio? Dio non è né maschio né femmina.
La somiglianza consiste in questo. Dio è unico e solo, ma non è soltanto. Ii Dio biblico e «amore» e, meno che tra due
persone, non si da' amore. Se nell'universo non ci fosse che una sola persona, a chi direbbe Dio:
«Ti amo!»? A se stesso? Ma questo sarebbe narcisismo ed egoismo, non amore. L'amore esige comunione, scambio
interpersonale; richiede che ci siano un “io” e un «tu». Per questo il Dio cristiano è uno e trino. In lui coesistono unita' e
distinzione: unita' di natura, di volere, di intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone.
Proprio in questo la coppia umana - e solo essa - immagine di Dio. La famiglia umana è un riflesso della Trinità'. Marito e
moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un'anima sola, pur nella diversità' di sesso e di personalità. Nella coppia si
riconciliano tra loro unita' e diversità'. Gli sposi stanno di fronte, l'uno all'altro, come un «io» e un «tu» e stanno di fronte a
tutto il resto del mondo, cominciando dai propri figli, come un «noi», quasi si trattasse di una sola persona, non più per6
singolare ma plurale. «Noi», cioè «tua madre ed io», «tuo padre ed io».
Lo sappiamo bene che questo è l'ideale e che, come in tutte le cose, la realtà è spesso assai diversa, più umile e più
complessa, a volte addirittura tragica. Ma siamo cosi bombardati dai casi negativi di fallimento che forse, per una volta, non
è male riproporre l'ideale della coppia, prima sul piano semplicemente naturale e uma no e poi su quello cristiano. Guai se si
arrivasse a vergognarsi degli ideali, in nome di un malinteso realismo. La fine di una società sarebbe, in questo caso,
segnata. I giovani hanno diritto di vedersi trasmettere, dai grandi, degli ideali e non solo Scetticismo e cinismo. Nulla ha la
forza di attrazione che possiede l'ideale.
Ecco una descrizione della felicita' coniugale fatta dal grande scrittore Dostoevskij: «Se una volta c’è stato l'amore, se per
amore ci si è sposati, perché dovrebbe passare l'amore? E forse impossibile alimentarlo? Di rado accade che non si possa
alimentarlo. il primo amore coniugale passa, è vero, ma poi viene un amore ancora migliore. Allora ci si unisce nell'animo,
tutti gli affari si decidono in comune; non si hanno segreti l'uno per l'altro. E quando vengono i figli, ogni momento, anche il
più difficile, sembra una felicita'... Come potrebbero allora il padre e la madre non unirsi ancora più strettamente. Dicono
che avere bambini sia gravoso. Chi lo dice? E una felicita' celeste. A me piacciono immensamente i bambini. Sai un piccino
tutto roseo, che ti succhia il petto; e quale sarà il marito che prenderà in odio la moglie, a vederla cosi col proprio barbino?»
(E Dostoevskij, Memorie del sottosuolo).

Che cosa apporta di nuovo la fede cristiana a questo ideale umano? Semplice: la possibilità di tradursi in pratica; di
diventare, da ideale vagheggiato, esperienza vissuta. S'intende, non automaticamente e magicamente, ma con la propria
collaborazione, attraverso un cammino di apprendimento e di crescita.
Aggiunge alla natura la grazia. Questo è il frutto del «sacramento» del matrimonio: esso conferisce agli sposi la «grazia
di stato». La grazia: parola dimenticata, e spesso ridotta al suo solo significato profano, che è tutta da riscoprire! Essa è quel
«di più» che viene dalla cr0-ce di Cristo, che non distrugge o soppianta la natura, ma la rialza, la eleva, la risana e fortifica,
da' una ragione nuova per superare le difficoltà. Riscatta da ogni fallimento.
La grazia si identifica con lo Spirito Santo che è il «dono», o meglio il «donarsi» stesso di Dio. Quando una coppia di
sposi si apre all'azione dello Spirito Santo, egli comunica loro quello che lui stesso e'; li contagia, per cosi dire, rinnovando
in essi la capacita' e la gioia di donarsi l'uno all'altro. II segno che qualcosa sta cambiando nel rapporto tra due sposi, che la
grazia sta prendendo il sopravvento sulla natura, 1'agape sull'eros, è quando ognuno smette di chiedersi: «Cosa c’è che mio
marito - o, rispettivamente, mia moglie - potrebbe fare di più per me che ancora non fa?», e comincia a chiedersi invece:
«Cosa c’è che potrei fare di più per mio marito, o mia moglie, che ancora non faccio?».
Cosi il matrimonio viene santificato non per qualcosa che viene dall'esterno, per il rito celebrato o l'acqua Santa spruzzata
sugli anelli, ma in se stesso, nel suo gesto più intimo. Non si è più costretti a vivere il momento dell'intimità come staccato,
quasi di nascosto da Dio, ma al contrario come un momento forte della presenza di Dio tra loro e dell'amore di Dio per loro.
Nell'atto di donarsi l'uno all'altro, gli sposi sono davvero «a immagine di Dio», perché riflettono l'amore fecon do che c'e
nella Trinità.
Questo, a livello profondo, di fede. A livello pratico, che cosa può dare la parola di Dio a una coppia di sposi? Non solo
un'etica - cioè indicazioni morali sui numerosi problemi legati alla vita della coppia e alla procreazione dei figli - , ma anche
una spiritualità. San Paolo, nella stessa lettura ricordata all'inizio, ci offre alcuni spunti preziosi per una spiritualità della
coppia. Raccomanda a tutti, ma in particolare agli sposi:

"Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di
mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi
nei riguardi degli altri. Al di sopra di tutto p01 vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione E la pace di Cristo regni nei
vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra vol
abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e
cantici spirituali".

Di tutti questi meravigliosi consigli vorrei sottolinearne uno in particolare: il perdono reciproco. Ho conosciuto una
coppia con figli ormai grandi, ma molto unita. Mi hanno confidato qual è stato il segreto della loro riuscita: «i1 giorno del
matrimonio abbiamo preso come programma la parola di san Paolo: "Non tramonti il sole sopra la vostra ira", e cosi
abbiamo deciso di non metterci mai a letto dopo un battibecco o un contrasto, senza riconciliarci. Magari a fatica e bronto -
lando, ma sempre abbiamo steso la mano per stringere quella dell'altro».
Potrebbe essere un'idea anche per altre coppie...
Siamo verso la fine dell'anno e l’inizio dell'anno nuovo. Vi faccio i migliori auguri di grazia e di felicita' per tutto l'anno.