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1.

Emanuele Conte
Storia per giuristi. Le discipline storiche nella formazione e nella
cultura dei giuristi fuori d’Italia

Versione riveduta e ampliata dell’articolo apparso in


Storia del diritto e identità disciplinari: tradizioni e prospettive, a c.
di Italo Birocchi e Massimo Brutti, Torino, Giappichelli, 2016, 226-241

Sommario: 1. La Germania: il MPI e gli orientamenti della ricerca. - 2. Storia del


diritto e diritto comparato in Germania. - 3. La Francia e la traccia lasciata da Yan
Thomas. - 4. La storia del diritto dentro e fuori dalle Facoltà giuridiche. - 5. Alcune
osservazioni sui paesi di lingua inglese. - 6. Qualche considerazione conclusiva.

Per rispondere alla richiesta - che mi onora - di riferire alla Società intorno
al ruolo delle discipline storico giuridiche in una prospettiva internazionale, devo
formulare un paio di premesse che delimitino il campo del discorso, che
altrimenti sarebbe davvero troppo ampio.

In primo luogo, le osservazioni che presento non offrono un panorama


completo dell’insegnamento della storia del diritto nelle diverse aree del mondo.
Non sarei in grado di descrivere un tale panorama, né credo che esso avrebbe un
interesse particolare nella nostra prospettiva. Piuttosto posso raccogliere alcuni
spunti su taluni ambienti che mi sono più noti, nella convinzione che, in questo
caso specifico, alcune considerazioni che derivano dall’esperienza siano più
interessanti dei dati raccolti compulsando la letteratura specialistica. Vi sarà una
lacuna piuttosto grave, perché lascerò ai margini un’area importante e vicina a
noi, che è quella ispano-americana: non potrei trattarne in modo soddisfacente,
giacché le mie conoscenze dirette sono troppo ridotte e settoriali.

Seconda avvertenza: le mie osservazioni sono formulate dalla prospettiva


del cultore di diritto medievale e moderno, e non da quella del romanista1 anche
se la rigida distinzione che applichiamo in Italia non trova paragoni né in
Germania, né in Francia, né nei paesi di lingua anglosassone. Vi è certamente, nei
nostri colleghi, specializzazione su periodi particolari, e vi sono orientamenti
metodologici che potremmo accostare alla nostra romanistica o alla nostra
ricerca sul diritto medievale e moderno; e tuttavia la partizione in due settori nei
programmi e negli ordinamenti universitari non esiste.

1Osservazioni penetranti dalla prospettiva romanistica in Massimo Brutti, I romanisti italiani in Europa, in
Annuario di diritto comparato e studi legislativi, 5 (2014), pp. 211-254.
2.

1. La Germania: il MPI e gli orientamenti della ricerca.

Credo si possa iniziare il nostro breve viaggio dalla Germania, che è la culla
della Storia del Diritto, e insieme il paese europeo che investe di più in ricerca e
formazione.
Grazie a questi investimenti, che sono rimasti considerevoli anche in
periodi di grave o gravissima crisi economica del paese, la Germania ha creato e
continua a finanziare l’unico istituto di ricerca pura destinato specificamente alla
Storia del Diritto, il Max-Planck-Institut für europäische Rechtsgeschichte di
Francoforte. Seguire le principali propensioni scientifiche di questo istituto può
essere istruttivo per comprendere l’orientamento culturale che l’accademia
tedesca ha adottato nei confronti della nostra materia.
Fin dalla sua fondazione nel 1964, l’Istituto ha proposto un rilancio in
grande stile della tradizione tedesca nella storia del diritto. Il progetto del primo
direttore, Helmut Coing era maturato negli anni del dopoguerra, influenzato
dalla celebre posizione di Koschaker sulla funzione “civilizzatrice” del diritto
romano in Europa2, dalle spinte politiche verso una unificazione del continente e
dalla convinzione del valore unificante di una consapevolezza storica di lungo
periodo sul diritto del continente.
Rilanciando e rinnovando la prospettiva proposta da Koschaker, Coing vide
nel Medioevo Latino3 il grande tronco comune sul quale era possibile impiantare
una nuova visone del diritto europeo. Ottenne dalla Max-Planck-Gesellschaft la
fondazione di un istituto dotato di imponenti mezzi finanziari e di un certo
numero di posti di collaboratore per realizzare quella grande rilettura della storia
giuridica europea che dal 1973 in poi prese la forma del grande Handbuch
pubblicato dall’Istituto.
Per quanto rinnovata ed adattata alle esigenze politiche degli anni Sessanta,
l’idea di Coing era erede della tradizione tedesca, ed ebbe successo perché

2 Europa und das römisches Recht fu pubblicato per la prima volta nel 1947, poi ebbe diverse ristampe postume e
la traduzione italiana nel 1962 ad opera di A. Biscardi nella collana “I classici del diritto” diretta da Francesco
Calasso, che redasse anche una prefazione. Il libro riprendeva un precedente lavoro, P.K., Die Krise des
römischen Rechts und die romanistische Rechtswissenschaft, München und Berlin, s.d. ma 1938 (Schriften der
Akademie für Deutsches Recht. Gruppe Röm. Recht und fremde Rechte, 1). Sulla figura di Koschaker e su
talune ambiguità della sua difficile posizione di fronte al regime e all’ideologia nazista T. Giaro, Aktualisierung
Europas. Gespräche mit Paul Koschaker, Genova 2000.

3 Nel 1952 Coing aveva recensito per la Savigny Zeitschrift (RA 69, 530-533) un libro che non era certo di
diritto, ma che egli riteneva importante per la consapevolezza storica degli storici del diritto in quegli anni di
ricostruzione. Era il bellissimo volume di Curtius, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter, uscito nel
1948. Curtius proponeva una visione che per Coing avrebbe dovuto orientare anche gli studi di storia del
diritto nel dopoguerra: superare le partizioni nazionali e le cronologie troppo rigide, e rivalutare la funzione
unificante dell’ideale rappresentato da Roma avrebbe consentito di proporre una storia del diritto europea e
di contribuire al processo di fondazione della nuova identità post-nazionalistica.
3.

rilanciava al livello europeo l’idea di storia del diritto che la Germania aveva
elaborato per la propria cultura giuridica nazionale. Poneva al centro della ricerca
il diritto privato, tendeva a presentare un quadro ordinato delle fonti che era
necessario conoscere per ricostruire la storia della scienza, annetteva valore
fondativo all’età del diritto comune, che costituiva il momento unificante della
tradizione europea, destinata poi a diramarsi nelle culture giuridiche nazionali.

Coing lasciò la direzione nel 1980, all’età di 67 anni. Gli succedevano


Walther Wilhelm e Dieter Simon. Il secondo tenne saldamente in pugno l’istituto
fino all’inizio del nuovo millennio, proponendo una visione molto diversa da
quella che ne aveva animato la fondazione nel 1964. Formato alla scuola rigorosa
di Wolfgang Kunkel, Simon si presentava allora come un eccellente bizantinista,
che accostava la competenza filologica e dogmatica a un crescente
interessamento per la teoria generale del diritto e la sociologia.
L’Istituto affrontò allora un importante rinnovamento, e assunse un ruolo di
stimolo per l’accademia tedesca, che come tutte le accademie tendeva a rimanere
legata alle metodologie e alle interpretazioni che avevano assicurato alla storia
giuridica tedesca un ruolo centrale fra le scienze giuridiche in patria e nel
panorama europeo. Negli anni Ottanta, con Dieter Simon e con la sua scuola,
quella gloriosa tradizione cominciò a percepire un suo stato di crisi.
In effetti, con l’uscita di scena della generazione di Coing, si assiste ad un
affievolirsi della fiducia nello schema interpretativo di Koschaker che, pur
nell’intelligente revisione proposta da Coing, restava imperniato sulla resistenza
del “diritto romano” come intramontabile fulcro della storia giuridica, che si
estende dall’antichità arcaica fino al XX secolo. La relativizzazione del diritto
romano portò dunque a una visione diversa della storia giuridica, che si riflette
innanzitutto nella marginalizzazione dell’età del diritto comune, che era stata
invece al centro del progetto originario.
Se per Coing l’unità del diritto europeo era fondata sulla “seconda vita” del
Corpus Iuris Civilis, per il bizantinista Simon la varietà delle contingenze storiche
doveva essere indagata esaminando volta per volta gli strumenti tecnici che i
legislatori e gli interpreti hanno mobilitato per far fronte alle sfide del loro
tempo. Così, pur senza abbandonare il progetto di ricostruzione della produzione
scolastica medievale che era stato centrale negli anni Sessanta e Settanta, le
ricerche dell’Istituto presero a concentrarsi su un ampio spettro di
problematiche, stimolando visioni nuove e originali e promuovendo il dibattito
con i teorici e i sociologi del diritto.

Dunque, da una parte la ricerca storico giuridica tedesca si concentra su


periodi più recenti, dall’altra si apre potentemente alla storia del diritto pubblico,
che cresce in modo significativo con la figura scientifica di Michael Stolleis,
chiamato come secondo direttore dell’Istituto nel 1992. Stolleis proviene da studi
4.

di diritto pubblico e amministrativo, settori che la scuola storica tedesca


considerava eredità del diritto “germanico” piuttosto che del diritto romano

e la sua visione della storia giuridica è assai più vicina a quella della
germanistica che al diritto romano. Così, l’interesse predominante per le
strutture giuridiche dello Stato moderno tendono a ridurre, nella sua visione,
l’importanza del Medioevo e della dogmatica privatistica che costituiva invece il
fulcro dell’attività scientifica dell’Istituto negli anni precedenti.

D’altra parte anche gli storici del diritto più legati alla visione di lungo
periodo a al diritto romano si interessavano sempre più alle ricerche di sociologia,
lanciando progetti di rilettura storica delle dinamiche fra diritto e società. Non
trascuravano completamente, però, la tradizionale attenzione per le fonti:
nell’Istituto trova spazio una selezionata équipe di bizantinisti che si dedica
all’edizione critica di fonti orientali, mentre gli interessi pubblicistici e
amministrativistici di Stolleis promuovono edizioni di ordinamenti di polizia
dell’età moderna, schiudendo agli studiosi un universo di regolazioni minute
attraverso le quali i poteri centrali e locali disciplinano la vita sociale ed
economica delle comunità territoriali.
La Rechtswissenschaft, che era stata la grande protagonista delle ricerche della
storiografia giuridica tedesca per due secoli, comincia ad arretrare sullo sfondo, e
con essa la stagione del diritto comune, che in Germania si intendeva
tradizionalmente come epoca fondativa di un diritto propriamente scientifico.

2. Storia del diritto e diritto comparato in Germania.

Questi mutamenti di metodologia e di interpretazioni complessive non


avvenivano semplicemente di fatto, ma trovavano nell’Istituto un promotore di
dibattiti aperti e talvolta aspri, che hanno coinvolto l’intera corporazione degli
storici del diritto in Germania. In particolare Marie Theres Fögen, chiamata a
succedere a Dieter Simon alla direzione a fianco di Stolleis, ha sfidato la cultura
storico giuridica tedesca, promuovendo una serie di confronti molto aperti con i
suoi colleghi. Ha suscitato reazioni contrastanti e innescato dibattiti anche molto
accesi.
Già nei primi anni Ottanta, Simon aveva lanciato una nuova rivista con
l’aperto intento di scuotere la tradizione accademica della nostra disciplina in
Germania. Era il Rechtshistorisches Journal, che oltre a fondarsi su un esercizio assai
esplicito della critica, proponeva dibattiti su temi metodologici in sezioni
specifiche. Nel 1992, la redazione chiese ad Heinz Kötz, che era allora il
comparatista più in vista del Paese (direttore MPI Hamburg 1978-2000), di
scrivere un breve saggio su “cosa si aspetta la comparazione giuridica dalla storia
del diritto”.
5.

Kötz non scrisse l’articolo. Spiegò i motivi del suo rifiuto in un altro saggio,
che pubblicò4 per la Juristenzeitung, che si apre con l’osservazione di Radbruch
che “le discipline che hanno occasione di occuparsi della propria dottrina
metodologica sono discipline malate”. Affermazione estrema, precisa Kötz; e
tuttavia, se forse non sono malate le discipline che si interrogano sul proprio
metodo, certamente lo sono quelle che formulano dubbi sulla propria “utilità”.
Nella sua visione, la storia del diritto marciava al fianco del diritto comparato nel
fornire alle discipline giuridiche - purtroppo sempre più professionalizzate - un
sostegno culturale adeguato, indispensabile per guidarle nel passaggio dalla
prospettiva nazionale a quella continentale. La storia dunque, insieme alla
comparazione, poteva offrire ai giuristi la consapevolezza dell’unità culturale del
continente. Come non vedere dietro a questa posizione una nuova
reinterpretazione della proposta di Koschaker, già rilanciata da Coing?
L’idea delle “discipline gemelle” venne infatti riproposta dal successore di
Kötz, il nuovo direttore dell’Istituto di Amburgo Reinhard Zimmermann, che si
trovò a rispondere, una decina d’anni più tardi, a una domanda molto simile a
quella che il suo predecessore aveva criticato.
Da Francoforte, infatti, si tornò ad aprire il dibattito sulla funzione della
storia del diritto. Dopo la chiusura del Rechtshistorisches Journal è stata la nuova
rivista del MPI, sotto la direzione di M.Th. Fögen, a rilanciare la questione in
modo ancora più esplicito, intorno alla domanda domanda: “Wozu
Rechtsgeschichte?”5

Così, nel 2003, undici anni dopo Hein Kötz, anche Reinhard Zimmermann
si sentì interpellare sull’utilità della storia del diritto per il comparatista, e la sua
risposta fu molto chiara: come ha dimostrato in una serie di lavori, diceva
Zimmermann, “conoscenze storico giuridiche possono facilitare la comprensione
del diritto vigente … pertanto la Storia del diritto può avere un significato attuale.
Ci può mostrare come e perché il diritto si è sviluppato così come noi lo
troviamo oggi”. “Questo compito della Storia del diritto è particolarmente
importante nei momenti di cambiamento. Noi stiamo vivendo in questo
momento uno di tali momenti di cambiamento nel campo del diritto privato e
della dottrina del diritto privato: tutti e due si stanno europeizzando”6 .

4 Was erwartet die Rechtsvergleichung von der Rechtsgeschichte?, in Juristenzeitung 47-1 (1992), pp. 20-22.

5 La rivista Rechtsgeschichte è disponibile interamente in accesso aperto sul sito del MPI für europ.
Rechtsgeschichte. Il dibattito su “Wozu Rechtsgeschichte” si trova nei numeri 3 (2003) e 4 (2004): http://
rg.rg.mpg.de/de/Rg03 e http://rg.rg.mpg.de/de/Rg04.

6 Zimmermann, Gegenwartbedeutung, in Rechtsgeschichte, 3 (2003), pp. 66-67.


6.

All’aprirsi del terzo millennio, dunque, ecco riapparire con evidenza il


progetto di Coing, che già negli anni Sessanta aveva risposto a suo modo alla
domanda insistente: “Wozu”? a che serve la storia del diritto? La risposta di
Coing, che non soddisfaceva più gli specialisti di storia, è parsa ancora
attualissima ai comparatisti: la storia del diritto serve a capire gli istituti giuridici
vigenti e a tracciare collegamenti fra le diverse declinazioni nazionali assunte dal
diritto privato. Spiegando la formazione delle divergenze, la storia mostra le
originarie identità, e consente di pensare un futuro unitario per l’intero
continente europeo.
E’ questa ripresa della tradizione metodologica tedesca che sta alla base
della fortuna della poderosa scuola di Reinhard Zimmermann7.
Romanista assai competente, Zimmermann è l’ultimo erede di una gloriosa
tradizione tedesca, che egli stesso ha ricostruito in modo assai acuto nel suo
elegante volume Oxoniense del 20018 .

Il suo progetto sta avendo un cospicuo successo: egli dirige da anni l’istituto
Max-Planck per il diritto comparato di Amburgo, e recentemente un
comparatista che era stato suo collaboratore, Stephan Vogenhauer, è stato
designato dalla Max-Planck Gesellschaft come secondo direttore dell’Istituto per
la storia del diritto europeo di Francoforte, accanto a Thomas Duve.
Il “gemellaggio” (per riprendere Kötz) con il diritto comparato sembra
dunque sostenere le discipline storico giuridiche in Germania. La formula sembra
semplice ed efficace: se il diritto comparato prolifera, al suo seguito si sviluppano
anche le discipline storico giuridiche.
Il che consente alla storia del diritto di giocare il proprio ruolo fra le
discipline giuridiche, come aveva previsto 23 anni fa Hein Kötz.

Si evidenzia così uno dei punti centrali da sottolineare anche nella


prospettiva italiana.
Nella ricostruzione di Zimmermann, la storia del diritto ha cominciato a
perdere importanza, in Germania, con la promulgazione del BGB, quando una
voce sensibile come quella di Hermann Kantorowicz avvertì che “è tempo di
sciogliere il matrimonio infelice fra storia del diritto e dottrina giuridica”9 . Gli
storici, dunque, si sentirono autorizzati ad abbandonare il lavoro di adattamento

7 La proposta metodologica di Reinhard Zimmermann ha suscitato un ampio dibattito, che non può essere
riassunto qui. Basti rinviare alle osservazioni di P. Caroni, La solitudine dello storico del diritto, Milano, Giuffré,
2009 (tr. it degli originali tedesco e spagnolo del 2005 e 2006), ove ulteriore bibliografia.

8Roman Law, contemporary Law, European Law, Oxford University Press 2001, riprende il testo delle Clarendon
Lectures, tenure a Oxford nel 1999.

9 R. Zimmermann, Roman Law, cit., 10-11. Cfr. Hermann U. Kantorowicz, Probleme der Strafrechtsvergleichung,
in Monatsschrift für Kriminalpsychologie, 4 (1908), pp. 108.
7.

dei principi romanistici alle esigenze delle società attuali, e di rivolgersi


finalmente agli aspetti storico culturali del diritto romano. Citando Gradenwitz,
Zimmermann rievoca la metafora efficace che dipingeva i pandettisti come
intenti a spremere le ultime gocce di dottrina giuridica da un limone mille volte
spremuto, mentre i nuovi antichisti filologi, al seguito del Mitteis, avevano
potuto finalmente dedicarsi a gustare il dolce loto della ricerca erudita non
condizionata dalle esigenze della pratica10 .
Zimmermann si mostra convinto che la scelta del loto, per quanto dolce, sia
sbagliata, perché tende ad allontanare gli studi di storia del diritto dagli interessi
dei giuristi. Né le codificazioni nazionali possono oggi svolgere il ruolo che era
stato riconosciuto d H. Kantorowicz al BGB, cioè quello di liberare lo studio
storico delle fonti giuridiche dall’onere di apprestare categorie dogmatiche per il
presente: perché prima la creazione di una spazio europeo unitario e poi la
globalizzazione chiedono al giurista più comparazione, e perciò più storia
comparata degli istituti giuridici per riconsegnare alla scienza quel compito di
creatrice del diritto che la codificazione sembrava averle tolto.
In fondo, si tratta di un rilancio della stessa idea professata da Coing,
ammodernata e adattata ai tempi. Gli studi sulle fonti, sulle istituzioni del
passato, sulle figure di giuristi, ne risultavano salvaguardati e protetti, ma con
l’obiettivo di apprestare l’insieme delle fonti sulle quali doveva esercitarsi poi la
comprensione dogmatica dei diritti antichi, medievali e moderni11 .
Si delinea così una posizione ancillare della storia del diritto nel quadro
degli studi giuridici, che una parte dell’accademia tedesca vorrebbe mantenere nel
solco della gloriosa tradizione dogmatica. In un recente intervento, Thomas Duve
ha segnalato una tendenza degli storici del diritto a reagire a questo stato di cose
entrando a far parte di gruppi di ricerca composti in prevalenza da storici non
giuristi12 .

Per la verità, il rapporto del Wissenschaftsrat sulle prospettive della scienza


giuridica in Germania, del 201213, sembra porre la questione in modo diverso: il
richiamo che si rivolge alle Facoltà di diritto è nel senso di un rafforzamento
dell’interdisciplinarità e di un’apertura verso le scienze umane e sociali. Una storia

10 Zimmermann, Roman Law, cit., pp. 46-48.

Il Handbuch prodotto dall’Istituto, infatti, era dedicato alle fonti, riproponendo una versione ammodernata
11

della vecchia “storia esterna del diritto”. Coing però restò legato alla storia dogmatica, come dimostra il suo
Europäisches Privatrecht, nel quale si trovano pezzi ripresi pari pari da Windscheid.

12Thomas Duve, German Legal History: National Traditions and Transnanional Perspectives, in Max-Planck-Institute
for European Legal History Research Paper Series, 2014-05, pp. 16-48 (Open Access).

13Perspektiven der Rechtswissenschaft in Deutschland. Situation, Analysen, Empfehlungen Drs. 2558-12. Hamburg 09
11 2012, in Open Access. Cfr. spec. pp. 32-33.
8.

giuridica che sia concentrata soltanto sulla cosiddetta “evoluzione” degli istituti
giuridici appare così ormai funzionale ad una visione “interna” del fenomeno
giuridico, il quale invece ha bisogno di aprirsi al rapporto con le scienze che
studiano le dinamiche sociali. Trasferito sul piano storico, il bisogno di apertura si
traduce in un approccio che intenda la “storia” come l’insieme delle dinamiche
sociali e culturali analizzate in un certo tempo e in un certo ambito geografico.
Un recente intervento di Susanne Lepsius sottolinea proprio le voci che
hanno richiamato le discipline storiche a svolgere una funzione contestualizzante
nell’ambito delle scienze giuridiche, accostandosi più alla sociologia e alla filosofia
del diritto che alle materie strettamente dogmatiche14 . Le riflessioni sulla
formazione del giurista in Germania, e di conseguenza i piani didattici delle
Facoltà giuridiche, inseriscono la Storia del diritto nel novero delle
Grundlagenfächer, i fondamenti del diritto, che comprendono tutte quelle che noi
chiamiamo materie culturali per giuristi. Materie che anche nella prospettiva di
una preparazione rivolta alle professioni giuridiche sono sembrate da rinforzare,
non tanto per permettere una migliore comprensione delle logiche interne al
diritto, quanto per educare alla valutazione dei rapporti del diritto tecnicamente
compreso con la cultura, la politica e la società.

Questo rapporto, nella storia tedesca recente, è stato assai problematico e


controverso; gli storici del diritto tedeschi ne sono particolarmente consapevoli,
giacchéé si sono posti esplicitamente il problema del ruolo svolto dalla
Zeitgeschichte nel suo rapporto con le scienze giuridiche, le scienze sociali e la
storia del diritto15 . Certamente, la consapevolezza metodologica con la quale in
Germania si discute di questi problemi dovrebbe costituire un esempio anche per
l’Italia che - fatte le debite differenze - condivide almeno in parte l’esperienza del
radicale mutamento politico che, lungo il travagliato secolo Ventesimo, ha
condotto a una reinterpretazione profonda del quadro normativo che, invece, è
rimasto in gran parte stabile16.

3. La Francia e la traccia lasciata da Yan Thomas

14S. Lepsius, Stellung und Bedeutung der Grundlagenfächer im juristischen Studium in Deutschland - unter besonderer
Berücksichtigung der Rechtsgeschichte, in Zeitschrift für Didaktik der Rechtswissenschaft 3 (2016), 206-241, in part.
216-17.

15J. Rückert, Zeitgeschichte des Rechts: Aufgaben und Leistungen zwischen Geschichte, Rechtswissenschaft,
Sozialwissenschaft und Soziologie, in ZSSt GA 115 (1998), 1-85; Lepsius, op. cit., 225-226.

16Una riflessione su questo processo e sull’attenzione che si è ad esso riservata da parte della scienza e
dell’educazione giuridica nella postfazione di Bernd Rüthers alla sesta edizione del suo fondamentale Die
unbegrenzte Auslegung. Zum Wandel der Privatrechtsordnung im Nationalsozialismus (prima ed. 1968), Tübingen
2005, 477-499.
9.

La dinamica che oppone una storia del diritto vista come “evoluzione di
istituti giuridici” ad un’approccio che valuta il fenomeno giuridico nel quadro dei
contesti sociali che vuole regolare si osserva anche in Francia.
Qui, la struttura particolarmente complessa delle istituzioni pubbliche di
insegnamento superiore favorisce una più evidente polarizzazione delle due
tendenze: da una parte c’è l’ambiente scientifico e didattico offerto dalle facultés
de droit, dall’altro quello, variegato e sperimentale, proposto dalle grandi écoles.

Il ruolo della Storia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza francesi è


piuttosto stabile. Ogni due anni il concorso di agrégation recluta un po’ meno di
dieci nuovi giovani professori, che passano direttamente dal conseguimento del
dottorato alla cattedra di prima fascia. Il concorso di agrégation in Giurisprudenza
prevede solo tre grandi settori: diritto pubblico, diritto privato e scienze
criminali, e storia del diritto, nella quale dunque sono compresi gli studi su ogni
periodo storico, dall’antichità ai nostri giorni. Il sistema è semplificato rispetto al
nostro; poiché il concorso si svolge ogni due anni con regolarità, le immissioni in
ruolo sono continue e l’età media dei docenti si mantiene relativamente costante.
D’altra parte, i programmi non sono ovunque aggiornati e non tutti i docenti
sono effettivamente inseriti nel circuito scientifico internazionale, dedicandosi in
alcuni casi a studi molto “nazionali”, ancora dipendenti dalla tradizionale visione
del diritto nazionale francese e della sua formazione17.
In Francia, però, l’alta formazione e la ricerca si praticano anche in altre
istituzioni, che per alcuni ambiti disciplinari sono così importanti da oscurare le
Università. Le materie strettamente giuridiche, per un complesso di motivi, non
sono ampiamente rappresentate nelle grandes écoles; per la storia del diritto,
tuttavia, gli insegnamenti sono più diffusi: vi sono colleghi storici del diritto
stabilmente incardinati all’École Normale Supérieure di Parigi, all’École des
Chartes, all’École Pratique des Hautes Etudes, negli istituti di Sciences
Politiques, all’École des Hautes Études en Sciences Sociales.

Di uno di questi esperimenti di storia del diritto fuori dalla Facoltà di


Giurisprudenza vorrei parlare in particolare, perché ne ho seguito personalmente
le vicende per oltre 15 anni. Si tratta dell’insegnamento e della produzione
scientifica di Yan Thomas, un romanista sui generis che, noto agli specialisti

17Una critica della tradizionale narrazione riproposta dagli storici del diritto francesi in J.-L. Halpérin, Est-il
temps de déconstruire les mythes de l’histoire du droit Français?, in Clio et Thémis, 5 (2012), in accesso aperto.
10.

italiani da decenni, sta avendo oggi una certa rivalutazione presso di noi e presso i
nostri colleghi giuristi18.

Yan Thomas era un giurista. Aveva servito alcuni anni nella magistratura,
che aveva lasciato per seguire il suo interesse per il diritto romano. Iniziò a
insegnare Histoire du droit a Rouen, ma i suoi lavori avevano attratto l’attenzione
di intellettuali di diverse discipline, ben al di là del cerchio dei giuristi. Nel 1989
fu eletto Directeur d’études all’EHESS, dove era allora l’unico giurista nel seno di
una comunità di studio molto selezionata che comprendeva storici, filosofi,
antropologi, sociologi.

Pur se Yan si sentiva innanzitutto giurista 19, egli sapeva che la sua
particolare visione della storia del diritto non avrebbe trovato adeguata
accoglienza all’interno delle facoltà di diritto, troppo legate all’insegnamento
tradizionale.
Io credo che il suo cruccio fosse proprio quello di essere un romanista tutto
diverso da quello descritto da Zimmermann. Non era un erudito perduto nelle
ricerche di dettaglio, ma conosceva analiticamente le fonti giuridiche romane,
alle quali accostava un forte interessamento per fonti meno praticate dagli storici
giuristi: le iscrizioni, le monete, le opere letterarie dell’antichità. Antichista, era
affascinato dalla scolastica medievale, tanto da lavorare a stretto contatto con
medievisti come Legendre, Chiffoleau, Mayali e (infimo fra gli altri) il
sottoscritto.
E d’altra parte sapeva interessare profondamente i giuristi puri: Olivier
Cayla, costituzionalista, ha scritto insieme a lui uno dei suoi libri più noti, Le droit
de ne pas naitre, tradotto anche in Italiano20 . Marie Angèle Hermitte, Olivier
Beaud, Stéphane Rials, Florence Bellivier, Otto Pfersmann, per citare solo alcuni
nomi, dialogavano con lui e talvolta comparivano ai suoi seminari all’École des
Hautes Études di Parigi. Non mancavano gli interlocutori anche fra i giuristi
italiani: da Stefano Rodotà a Giorgio Resta.
Va ricordato però che, accanto a giuristi di spicco, il suo lavoro ha ispirato
anche intellettuali non giuristi: da Giorgio Agamben a Bruno Latour, da Carlo
Ginzburg a John Scheidt, e Alain Boureau, Nicole Bériou, Christiane Klapisch, e
ancora molti altri.

18 Di recente l’editore Quodlibet ha pubblicato le traduzioni italiane di due suoi saggi apparsi in Francia in
forma di articolo, in traduzione curata da Michele Spanò:Y. Thomas, Il valore delle cose, a c. di Michele Spanò
(con un saggio di Giorgio Agamben), Macerata 2015; Id., Fictio legis. La finzione romana e i suoi limiti medievali, a
c. di M. Spanò (con un saggio di M. Spanò e M. Vallerani), Macerata 2016.

19Aldo Schiavone, L’Italie de Yan, in Aux origines des cultures juridiques européennes. Yan Thomas entre droit
et sciences sociales, Roma (Ecole Française de Rome), 2013, pp. 15-19, p. 17.

20 Yan Thomas, Olivier Cayla, Il diritto di non nascere. A proposito del caso Perruche, Milano (Giuffré), 2004.
11.

Sembrava dunque che fosse possibile coltivare la storia del diritto


facendone non lo strumento del diritto comparato (come proponevano Kötz e
Zimmermann), ma al contrario, mostrando che il ragionamento giuridico è una
componente fondamentale ed ineliminabile della mentalità occidentale, e che
storici, sociologi, filosofi, insieme ovviamente ai giuristi, possono cogliere la
peculiarità di quel ragionamento grazie alla storia giuridica.
Anzi, ad attrarre giuristi, storici, filosofi, sociologi, critici letterari, è proprio
l’approccio dichiaratamente anti-evoluzionistico, opposto a quello proposto dal
diffuso orientamento storico-comparatistico perfettamente delineato da
Reinhard Zimmermann, che ricorre volentieri a metafore botaniche o
architettoniche per spiegare il ruolo della storia del diritto nel quadro delle
scienze giuridiche.
I comparatisti, infatti, sono interessati alle radici (roots), ai trapianti
(transplants), ai fondamenti (foundations, Grundlage). Guardano l’albero che
esiste e ne cercano la radice sotterranea per conoscerlo meglio; osservano una
pianta nata in un territorio e ne cercano l’origine in un altro territorio; scendono
nelle cantine di un edificio per conoscerne i fondamenti. Fuor di metafora:
cercano nel passato l’origine di quello che esiste ancora oggi, pensando che ai
giuristi interessi soltanto la prospettiva evoluzionista che risale indietro a partire
da ciò che osservano nell’attualità.

Il lavoro di Yan Thomas, invece, si incuriosiva di elementi dimenticati, per


ricostruire un mondo esotico, “dépaysant”, come diceva lui. Era esattamente in
questo dépaysement che si coglieva l’elemento peculiare della dimensione giuridica.
Ad esempio: nel suo celebre studio sulla finzione, ora disponibile in lingua
italiana, egli coglie lo straordinario potere creatore del diritto romano, e ne
indaga il confronto con la scolastica cristiana, che faticava ad ammettere la
creazione di oggetti artificiali, eppure vivi e operanti nella società, senza alcun
intervento divino. Allo stesso modo, la definizione giuridica delle cose risalta dal
distacco dei beni profani dalla sfera del sacro, nella quale nulla può avere un
valore monetario, circolare, essere oggetto di controversia. Sono tutte dimensioni
della costruzione giuridica del passato che sorprendono il giurista di oggi, ma
sorprendendolo mettono in luce la peculiarità tecnica del ragionamento giuridico.
E poi ci sono i casi limite, che per Thomas andavano analizzati per liberare
il principio animatore degli istituti giuridici dalle incrostazioni dogmatiche che
spesso lo occultano: questi casi devono essere storicamente contestualizzati, che
si tratti di casi contemporanei, come per l’affaire Perruche21 , oppure di casi antichi

21 È noto che il caso Perruche, giunto fino al Conseil constitutionnel, muove dalla richiesta di risarcimento per
l’errore medico che determinò la decisione di Perruche di non interrompere la gravidanza che avrebbe dato
alla luce suo figlio gravemente handicappato.
12.

o medievali, come in quello della comunità scomparsa, nel quale precisamente la


sparizione del soggetto reale e vivo dà la misura della creazione astratta della
personalità giuridica22 .
Si tratta di costruzioni non direttamente legate all’attualità giuridica,
eppure proprio per questo particolarmente attrattive anche per i giuristi puri,
come si è rivelato evidente per il lavoro sull’affaire Perruche.
Quando la morte lo ha colto prematuramente, Yan Thomas lavorava ad
un’interpretazione delle regole monastiche del cristianesimo primitivo, alle quali
si interessava ardentemente perché, rappresentando un modello di normatività
“non giuridica” ma puramente pastorale, mettevano in evidenza per contrasto la
singolarità assoluta del meccanismo propriamente giuridico che negli stessi
decenni si depositava nelle codificazioni della fine dell’antichità23 .
Sembra dunque che per alcune tendenze francesi il “dolce loto”
dell’erudizione e della minuta ricerca storica possa dare frutti cospicui proprio
perché apparentemente distaccato dall’attualità, e dunque capace, proprio in
ragione di questo distacco, di svelare i meccanismi meno evidenti del
ragionamento giuridico.

4. La storia del diritto dentro e fuori dalle Facoltà giuridiche.

In Francia, dunque, le prospettive della Storia del Diritto sono


contraddittorie: da una parte, la disciplina è tutta interna alle Facoltà di
Giurisprudenza, dove gli insegnamenti sono ancora in parte legati alla vecchia
partizione fra droit romain e droit coutumier e faticano talvolta a distaccarsene24.
Dall’altra, però, insegnamenti storico giuridici di qualità si trovano nel seno
di scuole interdisciplinari: vi insegnano storici del diritto che hanno un indubbio

22Yan Thomas, L’extrême et l’ordinaire. Remarques sur le cas médiéval de la communauté disparue, ora in Y.Th., Les
opérations du doit, édition établie par Marie Angèle Hermitte et Paolo Napoli, Paris (EHESS), 2011, pp.
207-237.

23Nel suo libro Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita, Vicenza 2011, Giorgio Agamben riprende
alcune delle suggestioni emerse in questi ultimi seminari di Yan Thomas.

24 Si veda ad esempio la polemica relativamente recente fra André Castaldo, Jacques Krynen e Gérard
Giordanengo sul valore del diritto comune in Francia: A. Castaldo, Pouvoir royal, droit savant et droit commun
coutumier dans la France du Moyen Age. A propos de vues nouvelles. I. Le roi est-il le maitre du droit privé, via le droit
romain?, in Droits, 46 (2007), pp. 117-158; II. Le droit romain est-il le droit commun?, in Droits, 47 (2008), pp.
173-247. Castaldo polemizza con J. Krynen, Jus commune et “droit commun” en France, du XIIIe au XVe siècle, in
Droit romain, jus civile et droit français, ed. Krynen = Etudes d’histoire du droit et des idées politiques, 3 (1999),
pp. 219-247; e con G. Giordanengo, Le droit romain, droit commun de la France, in Droits, 38 (2003), pp. 21-35.
Una risposta a Castaldo in Y. Mausen, A demonio merediano? Le droit savant au parlement de Paris, in Droits, 48
(2009), pp. 159-177.
13.

riconoscimento internazionale25 . Gli stessi giuristi puri francesi si accostano alla


storia del diritto fuori dalle Facoltà di Giurisprudenza, in un ambiente
interdisciplinare che a tratti sembra realizzare gli auspici di apertura
interdisciplinare espressi dal Wissenschaftsrat tedesco26.

Sicché non sembra replicarsi la preoccupazione tedesca della perdita di


contatto tra storia del diritto e diritto vigente, né la soluzione del gemellaggio
con il diritto comparato appare forte quanto in Germania.
D’altra parte, questa permeabilità delle discipline fa sì che l’interessamento
per la storia del diritto sia piuttosto serio e competente da parte di cultori della
storia: dal mio piccolo punto di osservazione parigino vedo giovani professori di
storia medievale e moderna lavorare con competenza su fonti giuridiche: il che
non deve essere considerato come indebita invasione di campo ma, al contrario,
come un successo dei nostri studi che manifestano capacità di attrazione.

L’inquadramento della storia del diritto in istituzioni pluridisciplinari non


ha dunque condotto, in Francia, a trascurare la dimensione giuridica della storia.
Anzi: lo studio della storia del diritto non guidato da esigenze botaniche di
ricerca di radici ha mostrato ai giuristi e ai non giuristi che il diritto non è la
proiezione delle realtà sociali, né l’esplicitazione di regole naturali. Al contrario,
esso costituisce una “technique de dénaturation”27 , un ordigno strettamente
artificiale, meritevole di essere studiato tecnicamente nella prospettiva storica
come in quella attuale. Questa peculiarità tecnica del diritto antico, medievale e
moderno, dunque, è patrimonio prezioso di giuristi cultori del diritto vigente
(esplicito O. Beaud), che ritrovano nella storia proprio quella specificità del
ragionamento giuridico che appare messa da parte - talvolta - dal prevalere delle
letture contestuali o funzionali proposte dall’analisi economica del diritto, dalla
sociologia giuridica, dall’antropologia. Ma è anche un messaggio che si può dire
ormai accolto dalla migliore storiografia francese.

5. Alcune osservazioni non sistematiche sui paesi di lingua inglese.

25Dopo Yan Thomas, all’EHESS ci sono tre stranieri: Paolo Napoli, Rainer Kiesow e (a tempo parziale) il
sottoscritto. All’ENS insegna J-L. Halpérin, a SciencesPo Fréderic Audren, all’école des Chartes Patrick
Arabeyre, all’école Pratique, ha insegnato Pierre Legendre e insegna ora Laurent Mayali.

26 Per limitarci all’EHESS, dopo Olivier Cayla vi si è trasferito ora anche Otto Pfersmann.

27 L’espressione è di Yan Thomas, Le sujet de droit, la personne et la nature, in Le Débat, 100 (1998), p. 106;
ripresa da O. Beaud, Que peut apprendre un juriste de droit public en lisant Yan Thomas?, in Aux origines, cit., pp.
117-149, p. 146).
14.

La storiografia giuridica che, consapevole della sua peculiarità, non teme il


confronto con la storia generale e con le altre scienze sociali, è destinata ad
esercitare un fascino rinnovato anche sui giuristi puri.
Mi pare che ciò accada anche in alcuni ambienti di ricerca e di
insegnamento in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Australia.
In questi Paesi, dobbiamo tener presente, l’insegnamento universitario è
assai meno uniforme che in Germania, in Francia e in Italia, perché il governo
non impone programmi di formazione uguali per tutti, ma le Università possono
offrire corsi di studio con una libertà assai maggiore28 . In assenza di programmi
ministeriali imposti, le schools of law tendono a trasformare i propri curricula
molto più rapidamente che nei sistemi continentali, introducendo o cancellando
insegnamenti a seconda delle esigenze del mercato dell’educazione e delle
convinzioni culturali dei corpi docenti.
La formazione dei giuristi si compie in genere in tre anni, ma si innesta su
una precedente educazione compiuta nel ciclo undergraduate che offre agli
studenti una cultura di base più vasta di quella offerta dagli studi scolastici,
almeno in Francia e in Germania (la cultura dei giovani liceali italiani, nonostante
tutto, è ancora più ampia e completa di quella dei loro coetanei stranieri). Negli
Stati Uniti e in Australia è consueto affiancare lo studio del diritto a un’altra
formazione universitaria, spesso in scienze umane o sociali.

Occorre poi rammentare che la cultura giuridica americana ha imboccato


da molti decenni la strada di un deciso rifiuto del formalismo: è dunque più
aperta all’ascolto di discipline che considerano il diritto come una tecnica di
regolazione dei conflitti sociali, e lo comprendono alla luce dell’analisi
complessiva delle dinamiche sociali sulle quali agisce29. Che è come dire: al diritto
immerso nelle dinamiche storiche.
Per la verità, l’influsso della storiografia giuridica europea non è stato
estraneo a questa svolta, giacché Karl Llewellyn, uno dei più decisi alfieri del
realismo americano, aveva subìto decisamente l’influenza di Jhering e di
Hermann Kantorowicz durante i suoi soggiorni in Germania fra gli anni Venti e i
Trenta30.

28Purtroppo in Italia le Università godono di un’autonomia finanziaria più ampia che altrove (ad esempio in
Francia), ma non conservano per nulla un’autonomia culturale. È singolare che proprio l’autonomia culturale
non sia affatto perseguita dai professori, che altrove ne sono invece gelosi.

29Una buona sintesi in M.H. Hesselink, La nuova cultura giuridica europea, a c. di G. Resta, Napoli 2005, pp. 35
e ss.

30Cfr., per un orientamento generale, J.E. Herget e S. Wallace, The German Free Law Movement as the Source of
American Legal Realism, in Virginia Law Review 73 (1987), pp. 399-455; J.E. Grise, M. Gelter, R. Whitman,
Rudolf Jhering’s Influence on Karl Llewellyn, in Tulsa Law Review 48-1 (2012), pp. 93-116;
15.

Da due storici del diritto assai diversi fra loro, ma entrambi insoddisfatti
nei confronti del dogmatismo della pandettistica, venivano dunque le suggestioni
verso il Freirecht, negli anni fecondi e tragici che separano il disastro del ’18
dall’ascesa del nazismo. Gli studi eruditi sule fonti medievali non sono estranei a
questa posizione metodologica originale: Kantorowicz, in particolare, fu spinto a
rivalutare l’autonomia del giudice e la rilevanza della casistica giudiziaria dai suoi
lavori storico-filologici sul testo del Tractatus de maleficiis di Alberto Gandino, che
faceva parte di una letteratura medievale poco considerata dalla pandettistica
perché poco si prestava alle ricostruzioni dogmatiche.

Questa matrice intellettuale non ha influenzato più di tanto i programmi e


gli organigrammi delle Rechtsfakultäten in Germania, forse poiché proprio ai primi
del Novecento i giuristi più curiosi di scienze sociali si staccarono dalle Facoltà di
Diritto, dove pure avevano studiato e si erano addottorati, per irrobustire altre
Facoltà o per fondare nuove discipline. La parabola disciplinare di Max Weber,
dalla tesi dottorale in storia del diritto fino alla Facoltà di sociologia, è
paradigmatica di questo movimento centrifugo31.
In America, invece, quei semi europei hanno fruttificato assai, nella
variegata galassia del legal realism: voltando le spalle con decisione al formalismo e
al dogmatismo, le migliori Schools of Law hanno innescato un processo inverso a
quello che si realizzava in Germania, perché invece di spingere i giuristi più
curiosi di scienze sociali verso altre Facoltà, ha cominciato ad attirare cultori di
scienze umane e sociali all’interno dei corpi docenti di diritto. Così, fino ad oggi
la caratteristica saliente degli studi giuridici è l’ibridazione delle materie
giuridiche con discipline non giuridiche: Law and è il modo in cui si designano
queste relazioni.
Se in Germania e in Francia, in modi diversi, gli storici del diritto tendono a
uscire dalle Facoltà di Giurisprudenza per collaborare con gli storici e con altri
cultori di scienze umane, in America sono le Schools of law ad aprirsi all’ingresso di
non giuristi nel proprio corpo docente. Una ricerca del 2004, che segnalava già la
crisi del tradizionale insegnamento giuridico, osservava che le Law Faculties
“include faculty trained in other disciplines - economics, sociology, philosophy,
history, or whatever - far more often than those other departments include
faculty trained in law”32.
L’evoluzione è comprensibile. La storia del diritto “evoluzionistica”, o
“botanica”, risente ancora, nonostante tutto il tempo che è passato, della

31Ora, come abbiamo visto, il Wissenschaftsrat invita a recuperare il rapporto interdisciplinare proprio con
quelle scienze che all’inizio del Novecento si sono staccate dalla cultura giuridica, lasciandola tutto compreso
piuttosto isolata all’interno delle discipline che studiano la società.

32St. M. Feldman, The Transformation of an Academic Discipline: Law Professors in the Past and Future (or Toy Story
Too), in Journal fo Legal Education 54 (2004), pp. 471 e ss., p. 493.
16.

impostazione adottata dalla scuola storica tedesca (Zimmermann ne è


ammirevolmente e onestamente consapevole). La quale, come si sa, ha affiancato
la storia a una raffinatissima dogmatica, che ha delineato Rechtsinstitute, istituti
giuridici ben caratterizzati. Questi oggetti creati dalla dogmatica sono stati - e
sono ancora, per talune impostazioni - i protagonisti delle storie studiate e
ricostruite dagli storici del diritto. Le critiche sollevate da Hermann Kantorowicz
nei confronti di questa antica visione delle storia giuridica33 non hanno fatto
breccia nel solidissimo sistema tedesco, che le ha rifiutate, per rilanciare a più
riprese la propria gloriosa tradizione storiografica. In America, invece, il rifiuto
del formalismo non consentiva agli storici di dedicarsi alla ricostruzione di
oggetti dogmatici, come sono gli istituti giuridici, e costringeva a seguire vie
nuove.
Se dunque la classica storia del diritto non si trova ampiamente praticata
nelle schools of law anglosassoni, tuttavia - particolarmente in America - la
prospettiva storica penetra nella formazione dei giuristi attraverso queste
ibridazioni che evocano il confronto fra diritto ed economia, diritto e letteratura,
diritto e filosofia, e certamente anche diritto e storia, giacché quasi sempre tutte
le altre discipline sono coltivate in prospettiva storica. L’autore più discusso da
parte dei cultori di Law and Literature, per fare un esempio, è senza dubbio
Shakespeare: il che obbliga a impostare i discorsi su base storica, esaminando
l’uso concreto del diritto nell’Inghilterra elisabettiana.
In Australia, ma anche in America, e in alcuni ambienti britannici (Scozia) è
questo lo spazio più cospicuo che si apre alla storia del diritto e anche, in generale
alle materie culturali.
Esiste però anche la tendenza opposta. Anche in America, come
dappertutto, questi anni di crisi hanno segnato una ripresa delle richieste di
professionalizzazione per la formazione giuridica. Fino al 2008 le law firms
assumevano laureati vagliati da corsi di studio molto stimolanti intellettualmente,
ma attenti soltanto relativamente alla formazione delle abilità pratiche richieste
dalla professione di avvocato. Il periodo di training necessario si svolgeva perciò
nello studio professionale, mentre il giovane appena assunto percepiva già il
primo stipendio. Dopo il 2008 questo investimento di tempo è diventato un lusso
insostenibile per le law firms, per cui si pretende che le law schools forniscano ai
giovani giuristi anche una competenza pratica acquisita sul campo, in modo da
evitare agli studi professionali il dispendio di tempo e di energie necessario per
avviarli alla pratica, mentre percepiscono un compenso senza ancora essere in
grado di produrre reddito. A parte alcune School of Law di antica e solidissima
tradizione, che hanno resistito a questa pressione verso la professionalizzazione,
molti altri si sono adeguati a queste richieste, ampliando lo spazio riservato alla

Ben noto il saggio di H.K., Was ist uns Savigny?, in Recht und Wirtschaft, 1 (1911/12), uscito anche come breve
33

monografia (Berlin 1912).


17.

formazione clinica, cioè basata su veri casi trattati all’interno delle strutture
universitarie per l’addestramento degli studenti. Si tratta - sia detto per inciso - di
una pratica davvero professionalizzante, perché insegna agli studenti a
confrontarsi con la realtà autentica della professione. Ma diminuisce gli spazi
disponibili per lo studio delle materie teoriche, fra le quali vi sono anche quelle a
forte contenuto storico.

6. Qualche considerazione conclusiva.

Sarebbe ingenuo cercare di trarre conclusioni generali da un percorso che


non ha alcuna pretesa di completezza. È possibile, tutt’al più, formulare qualche
osservazione comparativa tra l’esperienza italiana e quella degli ambienti cui ho
accennato.
Di fronte ai segnali di difficoltà che si avvertono in molti contesti diversi,
non sembra che si osservi una chiusura della cultura giuridica nei confronti delle
istanze culturali di cui la storia del diritto è portatrice. Gli indizi confortanti sono
diversi, e forse opposti: da una parte lo stato piuttosto florido degli studi
comparatistici nutriti di storia, dall’altra il richiamo a una maggiore apertura degli
studi giuridici alle scienze umane e sociali, da un’altra ancora il dialogo intenso
avviato da alcuni storici del diritto con i colleghi economisti, sociologi, storici,
antropologi. Si tratta di tendenze che si osservano, con evidenti differenze, in
Germania, Francia, Regno Unito, America, Australia. I giuristi più consapevoli
sono ben coscienti che una esagerata tecnicizzazione degli studi porterebbe a un
inaridimento progressivo delle culture giuridiche occidentali, e che per reggere la
concorrenza delle altre discipline è necessario allargare gli orizzonti culturali degli
studi di diritto e sfuggire i formalismi dogmatici che ne condizionano la
spendibilità sul mercato del lavoro intellettuale.
Per rispondere a queste tendenze anti formalistiche occorre una prontezza
intellettuale da parte degli storici del diritto, che possono offrire alla cultura
giuridica quella dimensione ampia e flessibile che essa ricerca. In certi casi sarà
necessario rinunciare alle metodologie antiche, legate alle impostazioni
dogmatiche e positivistiche. Ma certo non è difendendo la tradizione
novecentesca che si propongono nuove aperture alla cultura del Duemila.
La cultura giuridica ne ha forse abbastanza della vecchia storia del diritto,
ma certamente richiede ancora molta storia, la capacità di contestualizzare gli
ordinamenti e gli istituti, mostrandone la funzione nelle società del passato.
Chiede una Storia per Giuristi, che li renda capaci di cogliere la specificità
tecnica del diritto nell’ambito complesso e mutevole delle società del passato.
Dobbiamo augurarci che gli storici del diritto sapranno offrirgliela.