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NICCOLÒ MACHIAVELLI

Collegato a dante per il tema politico.

Niccolò Machiavelli è un fiorentino che vive un secolo e mezzo dopo Dante. Nato nel 1469 e morto nel
1527, periodo che corrisponde al periodo della cultura rinascimentale.

Situazione di Firenze

Già all'inizio del 1300 il comune entra in crisi: appare la signoria. Ma a Firenze resta tutto il 300 e 400
una repubblica e mantiene tutte le istituzioni del comune però anche a Firenze succede qualcosa.

Anni 30 del 1400: si afferma sempre di più il potere dei Medici che instaurano una signoria a Firenze un po
particolare: lo è di fatto, ma non di nome. Si tratta di una “signoria mascherata”.

Firenze resta sempre formalmente una repubblica, ma è controllata dai Medici nei ruoli di maggior peso
che vanno persone a loro fedeli.

Avranno controllo assoluto della politica fiorentina per decenni.

Il capo della famiglia Medici è Cosimo il Vecchio, è il primo con cui i Medici prendono il controllo di
Firenze. Dopo di lui seguirà il figlio e poi il nipote Lorenzo il Magnifico che rianimerà la sua corte.

Nel 1492 Lorenzo il Magnifico muore e due anni dopo si verifica a Firenze una sommossa popolare e i
Medici vengono cacciati da Firenze: da questo momento viene ripristinata del tutto la repubblica per
alcuni anni e allora stesso tempo ora acquista un certo peso Savonarola (predicatore domenicano famoso
in quel periodo per le sue prediche contro la corruzione del suo tempo) era stato anche un nemico di
Lorenzo: aveva accusato Lorenzo di essere un tiranno. Indirizza la politica fiorentina secondo una dottrina
religiosa. Savonarola però fa l'errore di prendersela con il papa regnante, Alessandro VI, Rodrigo Borgia
(papà di Borgia). Era un Papa libertino che ha avuto tantissime amanti e figli. Nel 1498 produrrà la
scomunica di Savonarola che verrà poi bruciato sul rogo.

Da questo momento di cerca un nuovo equilibrio fra le due nuove parti (Medici restano esclusi):

-Parte filomedicea

-Parte degli avversari

Si cerca di trovare un equilibrio e qui Machiavelli entra a far parte della politica fiorentina dal 1498 fino
al 1512.

Machiavelli fa politica in prima persona: si occupa di due questioni:

- organizzazione dell'esercito fiorentino

- soprattutto diventa figura importante per la politica estera (che gli permetterà di conoscere signoria
europee)
1512 la Repubblica fiorentina “cade": rientrano i Medici e recuperano il loro controllo su Firenze e
tutte le figure che avevano collaborato in quel periodo di esilio dei Medici vengono allontanate dalla
città. Machiavelli compreso, che si ritira all' Albergaccio, suo podere.

Nel 1513 verrà arrestato e torturato accusato di aver complottato con i nemici dei Medici. Cercherà di
rientrare in politica e si dedica alla letteratura.

Tutte le sue opere sono tra il 1510 e il 1520 -》 questo periodo fuori dalla politica:

▪ "I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio": Machiavelli esamina la repubblica prende esempio dalla
repubblica romana

▪ la "Mandragola" commedia in prosa

Riesce a riconciliarsi con i Medici che nel 1527 sono cacciati da Firenze e lui morirà nello stesso anno.

“IL PRINCIPE”
Il 10 dicembre 1513 Machiavelli si trova all'Albergaccio e scrive una lettera a Francesco Vettori dove dice
di aver concluso un libro suo principati: sicuramente si tratta del Principe.

Non ci dice se ci furono altre stesure o se quella che leggiamo è la versione finale.

Machiavelli non lo darà alle stampe: nel 1532 vi è la prima edizione postuma dell'opera.

È un trattato politico scritto in 26 capitoli dedicato a una ben precisa forma di governo: la Monarchia
Assoluta, in cui egli spiega come si conquista un principato e come si mantiene.

A chi lo dedica?

(Inizialmente pensa di dedicarla al figlio di Lorenzo il Magnifico che muore poco prima). La dedica va quindi
da riferirsi a Lorenzo de Medici nipote di Lorenzo il Magnifico, duca di Urbino che è il dominus di Firenze al
tempo di Machiavelli.

Si capisce quindi che Machiavelli vuole rientrare nelle grazie del nuovo capo mediceo e dimostrare la sua
sapienza politica appresa precedentemente.

Nell'opera egli descrive quello che secondo lui deve essere il principe ideale: le sue virtù per essere
perfetto dove 'perfetto' significa di saper conquistare e mantenere il potere.

Per sfruttare in questo modo i trattati, costruiti come “manuale di istruzione", usa una forma latina che
riappare alla metà del 1400 chiamata "Specula Principis" (gli specchi del principe). Fa capire che,
descrivendo qui il principe perfetto, tutti gli aspiranti principi devo rispecchiarsi in esso, seguendo quelle
norme per diventare principi perfetti presenta un modello
Machiavelli riprende questo genere per la struttura dell'opera:

 per la divisione in capitoli nominati in latino dove i primi sono introduttivi per introdurre le diverse
forme di governo.
 Inoltre cambia la trattazione che non è più solo puramente teorica, ma si serve di esempi della
storia antica (greci e romani).

Modelli fortemente idealizzati: il perfetto principe perseguiva degli obiettivi moralmente leciti: doveva
essere il perfetto principe Cristiano: onesto giusto clemente.

Nel capitolo 15 Machiavelli fa riferimento indiretto alla precedente produzione della Specula Principis
spiegando che in quelle opere si legge "l'immaginazione delle cose"; si propongono dei modelli
completamente astratti dalla realtà la politica vera. Mentre Machiavelli ci vuole mostrare la realtà dei
fatti, ovvero che per prevalere nella politica occorrono comportamenti che per la morale cristiana sono da
evitare.

Afferma quindi:" Io non vi parlerò dell'IMMAGINAZIONE DELLE COSE, ma della VERITÀ EFFETTUALE,
ovvero della descrizione della realtà così com'è, come gli uomini si comportano realmente".

La scoperta dell'autonomia della politica, della scienza politica che è un sapere che ha un suo profilo
autonomo soprattutto da tutto ciò cui Dante l'aveva ancora legata (ovvero alla morale, l'etica, la teologia),
segna la vera NOVITÀ DELL'OPERA. L'azione politica ha una morale diversa da quella della religione: per
ottenere e mantenere il potere si agisce seguendo una propria etica.

Ciò farà definire a molto Machiavelli come "immorale", in realtà lui non dirà che è bene fare il male, ma
osserva e constata che i comportamenti non moralmente corretti spesso in politica premiano.

SUDDIVISIONE:
I capitoli sono sempre divisi in 4 parti:

1° parte: capitoli 1-11:

Descrizione dei vari tipi di principato: ereditario, principato nuovo creato da un aspirante principe (molto
più interessato a questo)

2° parte: capitoli 12-14:

Tema della milizia, tema a lui noto; ci parlerà delle truppe mercenarie

3° parte: capitoli 15-23 :

Descrive le virtù del principe perfetto

4-parte: capitoli 24-26:

Considerazioni generali e riflessioni sulla situazione politica di Firenze


CAPITOLO 7 (1° PARTE)
Machiavelli parla dei principati nuovi e in particolare di quelli conquistati grazie alla fortuna e virtù altrui;
l'aspirante principe non si è guadagnato da solo il potere ma con l'appoggio di altri.

Questi sono i principati più deboli: sono deboli e nati grazie all'appoggio di qualcun'altro, appoggio che è
difficile da mantenere. Diventa più difficile riuscire a mantenere il potere conquistato.

Fa due esempi di due principi che si sono serviti di aiuto di altri, ma hanno dimostrato di saper consolidare
il potere:

1. Francesco Sforza comandante di truppe mercenarie era diventato signore di Milano- esempio
positivo
2. esempio negativo per l'esito riguarda la figura di Cesare Borgia detto il Valentino (esempio preso
dall'attualità)
Cesare Borgia era figlio di Alessandro VI che era NEPOTISTA (come Nicolò III).
Il padre cercò di procurare al figlio uno stato su cui regnare, cerca di aiutarlo procurandogli uno
stato in Romagna che faceva parte dello stato della chiesa, ma che era controllata da vassalli del
papa che però erano autonomi. Cesare Borgia cerca di ricondurre tutti gli statarelli locali della
Romagna sotto il suo potere.

TESTO: - “L’acquisto di nuovi principati con la fortuna e con la forza altrui”:


Pagina 59:

Machiavelli afferma che nonostante Cesare abbia fatto tutto il necessario per rendere stabile lo stato e
mettere le radici, l'esito non sarà positivo: l'aspirante principe deve crearsi subito gli appoggi per il potere,
se lo fa dopo diventa più difficile mantenere il potere. Deve essere previdente.

Cesare però è stato previdente: se non è riuscito a costruire uno stato solido e duraturo questo è dovuto
alla cattiva fortuna.

Ma lui, dice Machiavelli, è stato previdente fin dall'inizio; anzi dice che non saprebbe dare esempio più
positivo del suo e se non è riuscito a mantenere il potere è dovuto solo alla cattiva FORTUNA. Virtù e
fortuna sono infatti i due poli antagonisti tra cui deve destreggiarsi aspirante principe di Machiavelli.

Cosa intende?

 Virtù-》 significa abilità politica saper ottenere attraverso un'azione politica i propri obiettivi
affrontando le concrete circostanze in cui si deve agire
 Fortuna-》 la sorte, il destino che l'uomo non sempre riesce a controllare (come in Boccaccio) è
l'unica forza che sfugge al controllo dell'uomo.

Poi parla del Valentino, e del padre che vuole dargli il potere, ma avrà dei nemici nel compiere ciò (ad
esempio vassalli che governano in Romagna le città) e quindi avrà bisogno di un esercito, che dovrà
cercarsi o attraverso alleanze politiche o rivolgendosi a mercenari (in quel momento controllate da due
famiglie romane gli Orsini e i Colonna).
Strategie del papà di Cesare:

 Orsini e Colonna erano famiglie nemiche del papa, allora cerca di tirarsene una dalla loro parte e
scelgono gli Orsini.
 Alleanza col re di Francia Luigi 12°, sposato che vuole avere un nuovo matrimonio e il papa per
fargli un favore rende nullo il primo matrimonio e in cambio lui da le milizie al Valentino.

In questo modo tra il 1499 e il 1502 riesce a conquistare le città principali della Romagna.

C'è il problema che Valentino vorrebbe attaccare anche la Toscana, ma è convinto a non farlo dal re di
Francia.

Pagina 60:

A questo punto Valentino capisce che non deve più fare affidamento sugli altri, ma deve consolidare le
sue forze da solo. Degli Orsini infatti non c’era da fidarsi: ad un certo punto fanno una dieta (assemblea) a
Magione, che viene organizzata da Vitellozzo Vitelli (capitano di ventura, di un esercito mercenario che
dipende dagli Orsini. Aveva combattuto a fianco del Valentino).

Partecipano anche Paolo e Francesco Orsini e un altro capo di ventura Oliverotto da Fermo, si riuniscono
nel castello di Magione per fare una congiura contro il Valentino. Infatti, per prime Urbino e poi altre città
si ribellano al Valentino con infinito pericoli per il duca, e lui spera di superarli con l'aiuto dei francesi che
gli avevano promesso l'aiuto che però tarda ad arrivare.

Il Valentino in difficoltà decide di non usare la forza, ma di usare l'inganno cercando un accordo coi ribelli
(in particolare con Paolo Orsini). Si fa mediante dell'accordo e il 31 dicembre 1502 si trovano tutti Senigallia
dove si ritrovano per suggellare l'alleanza. Il Valentino arrivato, fa organizzare un banchetto durante il
quale fa arrestare i due Orsini, Vitellozzo e da Fermo (strangolati subito dopo). Prende il nome questo
episodio di strage di Senigallia ed è manifestazione della virtù del Valentino.

Il Valentino a questo punto sembra vincente, deve solo consolidare il suo regno.

Bisogna però che questa terra capisca che deve rispettare l'autorità del Valentino, bisogna riportare
l'ordine. Diede quindi il compito a Ramirro de Orco uomo dai metodi sbrigativi e crudeli, che riesce a
rendere pacifica la Romagna con grande reputazione (cioè attraverso la fama e l'immagine che si da, non la
sostanza).

Da un lato però aveva potere assoluto Ramiro e ciò rischiava di far perdere potere a Valentino. Così egli
istituisce un tribunale civile (Ramiro non ha più potere). Ramiro viene ucciso e esposto a Cesena, questo
lascia i cittadini felici (perché odiavano Ramirro) e stupiti (intimoriti).

Machiavelli poi dice che le azioni che il principe deve compiere sono quelle che non corrono il rischio di
far perdere al principe il sostegno dei suoi sudditi, le qualità che deve evitare sono quelle che possono
mettere a rischio il consenso. Inoltre non deve praticare le virtù, ma deve dare l'impressione di praticarle
e possederle.

Fino a qui quindi Valentino fa tutte mosse giuste, ma alla fine non riuscirà a mantenere e consolidare il
potere.
La grande prova che quindi deve superare: finora era stato fondamentale l'aiuto del padre, quindi lui prima
che il padre muoia deve creare le condizioni per portare avanti il suo stato in 3 mosse:

1. deve eliminare tutti i parenti di coloro che ha danneggiato

2. deve avere l'appoggio della nobiltà romana e del concistoro dei Cardinali che eleggeranno il nuovo
papa

3. Consolidare l'autorità sui territori

Tuttavia deve farlo proprio quando si verifica il “rovescio di fortuna”, perché arriva la cattiva sorte che la
sua virtù non poté impedire.

(Riga 170): Machiavelli è contraddittorio “io non saprei reprenderlo” tutti devono prendere come
esempio Cesare Borgia.

Alessandro VI, suo padre, però muore nel 1503, e fu chi lo aiutò in modo determinante. E in questo
momento cade anche lui, ammalato e non può fare la mossa decisiva, ovvero controllare l’elezione del
papa successivo. (Vi riesce solo in parte).

Dopo Alessandro VI viene eletto papa Pio III che è papa per un mese solo, dopo vi è papa Giuliano II della
Rovere, un papa nemico dei Borgia; il Valentino cerca di controllare questa seconda elezione.

Era scontato che lui diventasse papa.

E ora decide quindi di fare con lui un accordo: gli garantisce l’aiuto dei conclavi spagnoli e lui in cambio non
deve levargli il controllo della Romagna. Ma Giuliano non sta ai patti, si comporta come il principe
machivelliano: usa anche lui all’inganno.

Quindi toglie il governo della Romagna al Valentino che cade in disgrazia.

Ricostruendo ciò, l’autore fa un discorso che non fila liscio: dice che bisogna accusare Cesare solo per aver
permesso le elezioni di Giuliano II (riga 185). Perché il Valentino avrebbe dovuto far eleggere un papa
spagnolo o francese e non della Rovere.

Se avesse avuto più virtù, controllando le elezioni del papa, sarebbe riuscito a gestire il rovescio di
fortuna.

Quindi la sua rovina non è solo a causa di un rovescio di fortuna: l’ingegno umano contro la fortuna
perde!

Machiavelli più volte postula che spesso la fortuna ha la meglio sulla virtù (sull’ingegno).

Siamo in epoca rinascimentale si crede nell’uomo e ci si chiede anche quanto l’uomo riesca con le sue virtù
a controllare la sorte.

L’ ingegno perde con la fortuna, ma se lo affermasse, Machiavelli farebbe crollare la sua opera: lui scrive
infatti il trattato per rendere virtuosi i futuri principi e se dicesse che questa virtù può essere battuta dalla
fortuna, l’opera non reggerebbe.

Però bisogna valutare il peso che la sorte nella vita dell’uomo.


CAPITOLO 18 (PENULTIMA PARTE)
Machiavelli usa due metafore celebri per indicare il perfetto principe:

- "deve essere come il centauro”: metà uomo e metà animale (saper essere uomo usando la legge, ma
quando questa non basta deve saper agire da bestia).

- “deve essere volpe e leone”: leone cioè forte e violente e volpe cioè astuto.

Apre il capitolo prendendo di nuovo distanze dagli Specula Principis.

CAPITOLO 25 (PENULTIMO CANTO – ULTIMO GRUPPO, a carattere generale)


In questo capitolo fa delle riflessioni sul rapporto fra virtù e fortuna.

TESTO: - “La Fortuna”:


Inoltre qui Machiavelli userà due metafore per rappresentare la fortuna:

1. La fortuna è come un fiume in piena controllabile solo con la prevenuta costruzione di argini.
2. la fortuna è donna, e le donne amano gli amanti impetuosi, decisi anche violenti perché sono quelli
che riescono a dominarle.

La fortuna sfugge al controllo degli uomini.

Dice che la fortuna governa l’uomo, ma allo stesso tempo afferma che se tutto dipendesse da lei, che
ruolo avrebbe il libero arbitrio?

Allora arriva ad un compromesso: la fortuna controlla la metà delle azioni degli uomini, e sull’altra metà
anche lei deve arrendersi all’uomo e al suo ingegno.

Per chiarire ciò Machiavelli usa una METAFORA:

(riga 12) quando un grande fiume esonda non può esser fermato da nessuno. Ma l’uomo ha una possibilità,
nei tempi tranquilli può rafforzare gli argini per evitare le eventuali gravi conseguenze o addirittura
impedire che questa fortuna agisca. La fortuna è come un fiume in piena controllabile se si è prevedibili.

La fortuna vince dove non trova una virtù forte abbastanza da contenerla. E quindi va a colpire là dove sa di
non trovare questa virtù preparata a resistere.

La fortuna cambia: si passa dalla cattiva alla buona sorte.

Come capiamo come cioè possa esser possibile?

Come possiamo vedere, oggi un principe vincitore e domani un principe sconfitto senza che lui cambi nel
suo modo di agire? (riga 31)

(riga 38) Gli uomini per arrivare a ricchezze agiscono in modo diverso: hanno nature differenti (come
diceva Boccaccio), ogni uomo ha le sue inclinazioni caratteriali: chi è violento, chi cauto e cosi via. Ma non
ve ne è una preferibile, con ognuno di questi si può arrivare a ottenere ciò che si vuole.
Però noi vediamo agire diversamente i principi e vediamo che uno ha successo e l'altro no. Perché uno è
cauto e l'altro impetuoso, ma entrambi arrivano a raggiungere l’obiettivo.

Il principe in ogni circostanza per prevalere deve essere un perfetto cristiano. Però non c'è un manuale di
comportamento valido per sempre: le circostanze, i tempi e la realtà in cui si opera, mutano. Ha successo
chi adegua il proprio comportamento alla situazione contingente in cui si trova.

Quindi chi ha vinto con la cautela lo ha fatto perché la cautela era la cosa giusta in quel momento, l’altro
non ha adeguato il suo carattere con la circostanza.

La mutazione di fortuna nasce da ciò: se non si è duttili, si perisce.

(riga 50) Se ti adegui alla realtà vinci, se il tuo comportamento non cambia, no. E si verifica il rovescio
di fortuna.

Non c’è nessun uomo cosi previdente che sappia adattarsi a questi continui mutamenti del reale, quindi
non si può controllare la mala fortuna.

Gli uomini non lo sanno fare! Per 2 motivi:

1. perché è difficile cambiare il proprio carattere


2. perché se si vede che le cose vanno bene, si agirà sempre nello stesso modo e non si colgono i segni
che annunciano la rovina

Se gli uomini riuscissero a cambiare la loro natura in base alle circostanze, la sorte non cambierebbe.

Ma l’uomo non è in grado di farlo quindi la fortuna vince.

Machiavelli ripropone la figura di Giuliano II che promosse molte guerre fra cui una a Bologna e agí in
questo in maniera decisa (si comporta qui come leone). Ma questa non fu una sua virtù perché se i tempi
fossero stati diversi e la decisione non fosse servita, le cose sarebbero andate diversamente

(riga 83) Machiavelli non può ammettere che la fortuna ha l'ultima parola, è vero che è difficile cambiare
la propria indole col cambiare dei tempi, MA → usa la 2° METAFORA:

è meglio esser impetuosi perché la fortuna e donna, e le donne amano gli amanti impetuosi, decisi anche
violenti perché sono quelli che riescono a dominarle.

Quindi fra l’esser cauto o impetuoso lui consiglia di esser leone e quindi esser impetuosi per provare a
dominare la fortuna.

(riga 25) Fa un esempio di chi non seppe cambiare atteggiamento: riferendosi all’Italia.

È l’epoca delle guerre d’Italia, ovvero un periodo storico lungo che va dal 1494 al 1559.

In questo momento l'Italia è un campo di battaglia dove si confrontano le principali potenze europee
Francia, Spagna e Sacro Romano Impero. Le guerre hanno l'obiettivo di stabilire chi fra queste potenze può
avere la supremazia in Italia e in Europa.

Quali sono le conseguenze per l’Italia in questa situazione?

L’Italia è divisa in tanti stati autonomi.


Alla fine della guerra gli stati italiani perdono questa loro libertà (finiscono nelle mani di Spagna, Francia..)

Infatti la guerra finisce con l'egemonia della Spagna sull’Italia. Dominano gli stranieri fino all’unità d’Italia.

Inoltre tutta questa fase iniziò nel 1494 quando un gruppo di italiani chiama il re di Francia, Carlo VIII per
averlo come alleato in una serie di lotte. I signori continuano in quell’errore denunciato da Petrarca:
rimprovera gli italiani che si accerchiano di alleanze straniere pericolose.

CAPITOLO 26 (ULTIMO GRUPPO)


Celebre per citare alcuni versi della canzone ‘All’Italia’ di Petrarca (come farà Leopardi).

Qui Machiavelli si rivolge al principe perfetto (che per lui è Lorenzo de Medici, destinatario dell’opera)
dicendogli di mettersi a capo degli stati italiani e cacciare gli stranieri.
LA LETTERATURA CAVALLERESCA (TASSO E ARIOSTO)
Da dove deriva questo genere?

Proviene dalla letteratura medievale. L’Italia risente soprattutto della letteratura cavalleresca francese
all’interno della quale c'erano soprattutto due cicli narrativi:

1. Ciclo carolingio: in cui si narrano le vicende di Carlo Magno con i suoi paladini contro i musulmani,
invasori d’Europa. Definite Chansons de Roland. Si scrivono in langue d’oïl e sono incentrate sul
tema delle armi
2. Ciclo bretone: narra le esperienze di coloro che vengono dalle isole britanniche di re Artù, espresse
dai Romanzi Cavallereschi in langue d’oil. Prevalgono gli elementi magici: si narrano le avventure
di re Artù in luoghi esotici fantasiosi dove ha importanza l'elemento magico e poi vi è anche la
ricerca di oggetti magici e infine vi è il tema amoroso. Si narrano storie d’amori adulteri .

A partire dal 1100-1200 questo genere arriva dalla Francia in Italia passando in primis dal nord dove ha
più successo il ciclo carolingio. Piano piano sono gli italiani che creano testi nuovi e si tende di influenzare
il ciclo carolingio con elementi del ciclo bretone.

Il secolo di maggior diffusione è il 1300 in cui il genere diventa noto grazie ai ‘cantori di piazza’, scrittori
non professionisti, non di grande cultura che per le piazze dei villaggi salgono su tavole di legno e recitano
questi cantari, poemi in ottave sulle vicende di Carlo magno e dei suoi paladini.

I cantori di piazza improvvisavano versi da recitare, diventa un genere di grande successo popolare. Quindi
le storie di Carlo magno diventano molto diffuse in Italia.

Nel 1400 si fissano in forma scritta in cui i canterini poco dopo iniziano anche a pubblicare.

Tuttavia è un genere disprezzato dagli autori più alti.

Alla fine del 1400 però c'è un cambiamento: questa letteratura viene composta anche per un pubblico più
elevato, per le corti signorili. Nasce un pubblico di nobili che iniziano ad avere interesse per il genere.
Quindi anche i poeti professionisti che lavorano nelle corti iniziano questa nuova tendenza. Ne è un
esempio Luigi Pulci, il Morgante che scrive il primo poema cavalleresco di questo tipo che però conserva
gli aspetti dei canterini, infatti sfrutta la comicità.

Ne è poi un esempio ancora più importante Matteo Maria Boiardo, nobile della corte di Ferrara dove
erano signori gli Este. È una delle corti più importanti della cultura del rinascimento e la più importante per
la cultura cavalleresca. I maggiori esponenti di questo genere scriveranno li, compresi Tasso e Ariosto.

Boiardo scrive ‘L’Orlando Innamorato’ ricordato per due NOVITÀ:

1. intreccia i due cicli, bretone e carolingio attraverso la figura di Angelica che permette
l’innamoramento dell’Orlando. Alla corte di Carlo magno si vede una giostra di cavalieri di Carlo
Magno e musulmani. Angelica è principessa del Catai (Cina settentrionale) che arriva con il fratello
e fa innamorare di sè tutto i paladini di Carlo e tutti i cavalieri musulami. Tra questi, Orlando, il più
valoroso dei paladini di Carlo magno. Era infatti dal punto di vista narrativo la novità più forte, fu
sempre descritto come un vero cavaliere che pensa solo a combattere qui Boiardo sfrutta il
personaggio noto e lo presenta sotto una luce nuova, è innamorato e per ciò si dimenticherà dei
doveri verso il suo re e il suo dio per inseguire Angelica.
2. con Boiardo si compie un processo di nobilitazione del poema cavalleresco perché il genere arriva
alle corti con maggiore qualità nei versi. Infatti lui mescola i riferimenti della tradizione canterini a
riferimenti della letteratura alta, ovvero latina.

ARIOSTO
Nasce nel 1474 (un secolo dopo la morte di Petrarca), morirà nel 1533

Vive tutta la sua vita a Ferrara presso la Corte dei D’Este come intellettuale poeta di corteincarna lo
scrittore tipico del 500’, protetto e stipendiato da un signore che gli chiede in cambio di celebrarlo nelle sue
opere, ma anche di svolgere incarichi politici diplomatici, esser funzionario dello stato estense.

“L’Orlando Furioso”
Ariosto ci lavora circa 30 anni, dai primi del 1500

Riprende il poema di Boiardo che si era interrotto perché i signori estensi notano un altro grande poeta,
proprio Ariosto e gli affidano l’incarico di continuare questo testo già avviato e celebre. Interrotto nel 1494
quando arriveranno i francesi in Italia e iniziano le guerre d’Italia. (Nelle ultime ottave Boiardo dice “ora
devo tacere perché è tempo di guerra”)

3 EDIZIONI A STAMPA:

1. 1516 40 CANTI

2. 152140 CANTI (presenta differenze nella trama con la prima)

3. 1532 edizione definitiva, con la terza differisce a livello di trama e contenuto, vengono aggiunti degli
episodi, infatti contiene 46 CANTI, e a livello di stile e in particolare di lingua. Egli infatti sceglie il fiorentino
del 1300 (che studia dal “Canzoniere” di Petrarca) dei grandi poeti che fecero grande letteratura, come
spiegò nel 1525 un importante intellettuale Pietro Bembo, veneziano, cardinale e poeta: egli in quest’anno
da alle stampe le “Prose della Volgar Lingua”, un dialogo in cui si pone un problema: la letteratura in
volgare ha la stessa dignità di quella latina? Con Dante, Petrarca e Boccaccio non si era ancora affermato
definitivamente il volgare. Ma Bembo afferma che ormai ha raggiunto la stessa dignità di quella latina
perché come essa, anche la letteratura in volgare ha avuto dei grandi autori, ha infatti visto le 3 Corone
Trecentesche (Dante, Petrarca e Boccaccio). Inoltre Bembo affronta la “Questione delle Lingua” qui,
affermando che è bene fare letteratura in volgare, ci si chiede anche quale volgare utilizzare? Perché in
Italia non vi è unità linguistica. L’unica scelta si pensa essere il volgare toscano che ha visto una storia
importante, ma si deve anche decidere quale toscano, quale fiorentino. Quello contemporaneo del 1500
oppure quello dei grandi autori italiani del 300’? Sarà questo il fiorentino scelto che fu portato alla
perfezione letteraria. Ariosto accoglie la proposta che risulterà vincente. Quindi da quel momento Bembo
afferma che si dovevano leggere le grandi opere di Petrarca per scrivere poesia e i grandi testi di Boccaccio
per chi sceglie la prosa (Dante non viene considerato perché nella Commedia egli adegua diversi livelli del
fiorentino che, se non conosciuti, potrebbero creare dei rischi)

Boiardo si era interrotto con lo scoppio di una lite scaturita dall’amore per Angelica tra Orlando e
Rinaldo, cugino di Orlando, altro paladino importante. Carlo Magno allora promette al più valoroso dei due
nella Battaglia fra i Franchi e i Mori la donna amata. In questo contesto, nella confusione, Angelica
approfitta e fugge in una selva.

La sua fuga rappresenta i 1° episodio dell’Orlando Furioso da cui si traggono caratteristiche fondamentali
dell’opera, cosi come dalla lettura del Proemio (PRIME CINQUE OTTAVE, strofe di otto versi endecasillabi)
che riprende i proemi classici.

Nel Proemio ci deve esser presentato:

1. l’argomento principale che verrà trattato


2. l’invocazione a una divinità, che in genere sono le muse
3. (elemento nuovo dei poemi rinascimentali) la dedica a un personaggio influente che di solito è il
protettore del poeta

CANTO 1° dell’Orlando Furioso


Ariosto dice subito che ci racconterà tante storie, vicende che stanno dentro al racconto di una guerra,
tempo in cui i Mori passarono il mediterraneo e arrivarono in Francia (regno di Carlo Magno) con
Agramante, capo dell’esercito dei mori.

Ariosto ci presenta poi degli elementi del ciclo carolingio: Agramante è infatti figlio del re troiano (sovrano
musulmano) che era stato ucciso in duello da Orlando. Quindi i mori vanno in Francia per vendicarsi su
Carlo dell’uccisione del padre 1° filone narrativo, incentrato sulla guerra: conflitti fra Mori e Franchi

2° filone: vicende amorose

Intreccio fra tema delle armi e degli amori già uniti da Boiardo e ripreso da Ariosto.

Ariosto nel proemio cita alcuni personaggi importanti:

- Virgilio: “io canto” verso 2 citazione classica, tipico dei proemi virgiliani ed in particolare
dell’Eneide
- Dante: “i cavalier, l’arme, gli amori” verso 1 riprende il canto 14 del Purgatorio

Figure retoriche:

- Chiasmo “le donne – i cavalier- l’arme- gli amori” verso 1 con cui Ariosto ribadisce l’intreccio fra il
tema delle armi e degli amori
L’argomento del poema – 1° ottava del proemio
Poi Ariosto parla di Orlando rivendicando la novità con cui parlerà di questo personaggio: ci dirà di lui cose
che nessun autore ha mai detto di lui nè in opere in poesia nè in opere in prosa, ovvero che per amore lui
divenne matto cosa gli farà dimenticare i suoi doveri militari e i suoi doveri verso Dio. Era una novità già
in Boiardo, ma Ariosto ci mostra addirittura un Orlando che perde completamente il senno, la sua ragione
per amore di Angelica. Così facendo Ariosto introduce il 2° filone narrativo del poema: la tendenza dei
cavalieri cristiani e musulmani di inseguire e conquistare Angelica.

Orlando sarà il più convinto di ciò: nel canto 23 ci sarà una svolta: Angelica in una delle sue fughe si imbatte
in un giovane cavaliere musulmano ferito dai Franchi che si chiama Medoro. Lei vedendolo ferito, per la
prima volta, cede all’amore e si innamora di lui. Finirà per salvargli la vita. Arrivando a scrivere sui muri del
loro amore. Orlando scoprendolo, non riesce ad accettarlo e perde completamente il senno. Quindi arriva
al momento indica il titolo del poema.

A questo punto Ariosto riesce a portare avanti quella innovazione del personaggio che aveva avviato
Boiardo che lo aveva presentato solo come innamorato e che, nonostante tutto, mantiene le sue virtù. Qui
Orlando diventa una sorte di belva furiosa che si spoglia del tutto della sua armatura (si spoglia delle
caratteristiche tipiche di un cavaliere valoroso). Inizia infatti anche a uccidere. Un giorno vedendoli su un
cavallo, li attacca facendo cadere Angelica (canto 29).

Angelica e Medoro arrivano a salvarsi da Orlando. E nell’ultima parte si conclude il filone dell’amore,
infatti Orlando deve ora recuperare il senno perso. Astolfo, altro cavaliere, finisce su un cavallo alato e il
cavallo dell’ippogrifo viene portato sulla luna. Qui finiscono tutte le cose che gli uomini perdono nella vita,
compreso il senno di Orlando che si trova in una ampolla. Ciò permette a Orlando di recuperare il senno e
tornare ad essere il cavaliere di una volta. Astolfo gli porta infatti l’ampolla e alla fine torna in primo piano
il filone narrativo delle armi e in uno scontro con i Mori, Orlando da un contributo decisivo per vincere la
battaglia.

L’invocazione – 2° ottava del proemio


 I poeti classici erano soliti invocare le muse per trovare l’ispirazione per cantare gli avvenimenti delle
loro opere.

Ma Ariosto invoca, non la musa, ma la donna amata, una figura storica determinata, ovvero una
nobildonna fiorentina, trasferitasi a Ferrara, Alessandra Benucci. I due per molti anni ebbero una relazione
clandestina perché lei era sposata con un altro uomo che poi muore, e lei non poteva risposarsi. Ariosto
anche, in quanto aveva preso gli ordini minori ed era tenuto al celibato.

Ci dice che ci racconterà tutte le vicende prima citate, solo se la sua donna amata gli darà la giusta
ispirazione per farlo.

Quindi Ariosto demistifica la sua figura di poeta: si distacca dai poeti classici come Dante e Virgilio, che
invocavano la musa, perché lui è un poeta che prende la sua ispirazione dalla realtà quotidiana.
La dedica – 3°- 4° ottava del proemio
Viene annunciato anche il 3° filone narrativo dell’opera

3° ottava: Ariosto, dedica l’intera opera a Ippolito D’Este, suo protettore che lui può ricompensare solo
in questo modo. Ippolito D’Este era un cardinale, fratello del duca di Ferrara, Alfonso D’Este. E’ il primo
membro della famiglia per cui lavora Ariosto fino al 1517. Perché poi ci furono dei contrasti: Ippolito doveva
spostarsi in Ungheria, ma Ariosto rifiuta di seguirlo. (In alcune sue satire, Ariosto si lamenterà di come
Ippolito lo trattava, infatti qualcuno vede un riflesso di questi contrasti nell’ultimo verso in cui ribadisce che
la sua virtù poetica, in quanto “servo”, è l’unica cosa che può dargli).

Nel 1517 Ariosto passerà quindi al servizio del duca Alfonso, ma avendo composto la prima edizione
dell’opera nel 1516, mantiene la dedica a Ippolito.

Sia Ippolito che Alfonso erano figli di Ercole D’Este, ecco perché Ariosto scrive “Piacciavi, generosa Erculea
Prole..” verso 1

4° ottava: Ariosto introduce la figura di Ruggero, che riprende da Boiardo, che nell’opera rappresenta
l’eroe encomiastico, ovvero l’eroe più strettamente legato alla celebrazione del dedicatario e della famiglia
del dedicatario. Ruggero è infatti un cavaliere pagano, quindi moro, che si innamora di Bradamante che
incarna la figura tipica della donna guerriera. Bradamante è sorella di Rinaldo, un’altra paladina di Carlo
Magno. In questo caso l’amore è contraccambiato però è ostacolato dal mago musulmano Atlante che
aveva trovato il piccolo Ruggero abbandonato dai genitori e che lo aveva allevato. Essendo mago, sa
prevedere il futuro e sa che è previsto che Ruggero si innamori di una donna cristiana con cui si sposerà e
che dopo le nozze verrà ucciso da dei traditori, ovvero Bradamante. Quindi Atlante vuole evitare che ciò
accada.

Quindi sono eroi encomiastici perché è previsto che Ruggero e Bradamante diano origine alla stirpe dei
D’Este, sono i loro progenitori illustri.

1° EPISODIO NARRATIVO DEL CANTO

11° ottava: Angelica entra nella selva e incontra subito un cavaliere ferito. Anche Rinaldo si trova nella
selva perché ha perso il suo cavallo Baiardo (episodio già avviato da Boiardo), ma appena vede Angelica
non pensa più all’animale, ma segue la donna. Ma subito i due si imbattono in un altro cavaliere, ovvero
Ferrau, un cavaliere musulmano che stava combattendo, ma si allontana perché assetato però vede anche
lui Angelica e la vede fuggire da Rinaldo. Venendo la fanciulla in pericolo, e essendo anche lui innamorato di
lei, si intromette fra i due: sfida Rinaldo a duello. Angelica ne approfitta per continuare la sua fuga.

22° ottava: I due se ne accorgono e smettono di combattere. Ferrau allora, cortesemente, fa salire
Rinaldo sul suo cavallo perché entrambi hanno un obbiettivo comune: fermare Angelica, fa un atto di
generosità.

Ariosto qui interrompe la narrazione per fare un commento: per anticipare ciò che descriverà meglio
nell’ottava successiva, dicendoci che il cavallo arriva ad un bivio.

In questa ottava vediamo un tema che Ariosto riprenderà nel poema: elogia i cavalieri “antiqui” che
rispettano il codice d’onore cavalleresco che fa oltre agli schieramenti religiosi: un musulmano che aiuta un
cristiano. Con l’aggettivo “antiqui” contrappone la realtà della guerra come è nel poema e come è nella
realtà, nel periodo storico in cui il poema è composto (l’epoca delle guerre d’Italia: gli stranieri vi giungono
per conquistare il suo controllo). È una guerra in cui si è dimenticato l’onore e la cortesia che invece sanno
ancora mettere in pratica i cavalieri antichi.

23° ottava fino alla 31°: Ariosto qui segue Ferrau e non considera Rinaldo che viene recuperato alla fine
del canto. Gli cade l’elmo dall’acqua da cui esce il fantasma di un cavaliere che lui aveva ucciso, il fratello di
Angelica. L’elmo è quello che aveva sottratto ad Argalia al quale aveva promesso di abbandonare
quell’elmo perché lui vuole vincere Rinaldo e prendere il loro elmo. E Argalia gli ricorda proprio di questo
suo giuramento.

32° ottava: Rinaldo è rintrodotto mentre segue Angelica e vede improvvisamente comparire il suo
cavallo e inizia a seguirlo. Ma Ariosto dice “seguiamo Angelica che fugge”. Quindi attraverso la tecnica dell’
“entrelacement” che arriva dai romanzo del ciclo bretone, Ariosto intreccia diversi episodi del poema.

Unisce questa tecnica con un altro strumento narrativo che gli arriva da Boiardo e dai romanzi del ciclo
bretone, far si che questi punti che si interrompono lasciano la “suspense” nel lettore.

Ciò che stupisce a questo punto del primo canto che il protagonista Orlando non è ancora apparso, e non
comparirà fino all’8° canto. Quindi Orlando non è tanto il protagonista del poema, ma uno dei protagonisti.
La pluralità dell’intreccio crea anche una pluralità di personaggi di primo piano.

33°ottava: Angelica arriva ad un fiume dove si addormenta e vi resta finchè non sente sopraggiungere
qualcuno, ovvero Sacripante, cavaliere musulmano (che arriva da Boiardo), è uno dei più forti fra i mori, e
crudele e anche lui innamorato di Angelica. Sa che è stata messa in palio da Carlo Magno e si lamenta del
fatto che crede che la donna amata sia già nelle mani di Orlando o Rinaldo.

41°-44° ottava: Sacripante è preso da pensieri d’amore che lo addolorano e che dovrebbero lasciarlo
stare dato che secondo lui, qualcuno ha già colto la verginità di Angelica. Anche lui, solitamente rozzo, parla
come un poeta lirico, d’amore. Unione del tema delle armi col tema amoroso.

(42°ottava): Sacripante fa un paragone fra la vergine e il fiore della rosa, similitudine che viene dalla
letteratura latina, di Catullo e in particolare da un epitalamio, un canto per occasioni nuziali. Si paragona la
verginità della sposa e la rosa: la sposa deve mantenersi pura fino alle nozze, perché quella purezza è
preziosa come un rosa. Per Ariosto la verginella è come una rosa che, finchè sta sulla pianta è nata è
venerata da tutti, ma non appena viene rimossa dal ramo materno perde tutto quel pregio che aveva prima
agli occhi di tutti, allo stesso modo quando la sua verginità è colta quella donna, per quanto bellissima,
perde d’interesse per gli uomini. Queste parole dette da Sacripante sono udite da Angelica che decide di
rivelarsi a lui. Angelica lo rassicura dicendogli che Orlando l’ha protetto e che lei è ancora vergine, quindi
lui deve ora proteggerla. Ma lui ne approfitta e arriverà a sedurla.

Ciò comporta un abbassamento: prima parla di amore, poi approfitta di lei per far si che sia lui il primo a
cogliere il frutto della sua verginità, si perde il valore idealizzato della citazione di Catullo.

56° ottava: parla Ariosto e introduce un’altra tecnica, il meccanismo dell’ironia, per abbassare il tono.
Dice che ciò che Angelica dice a Sagripante potrebbe esser vero, ma poco credibile per chi avesse
conservato un minimo di ragione, Ariosto ironizza su un suo personaggio, ovvero Angelica che fa credere
di essere ancora vergine.
conclusione del canto: il canto si conclude con Sagripante che crede di poter profittare di Angelica finchè
non vede un cavaliere che si avvicina a loro. Il cavaliere ha la lancia pronta a colpire allora Sagripante sale a
cavallo per mostrarsi valoroso agli occhi di Angelica, ma con un solo colpo Sagripante cade da cavallo.
Quando lui è abbattuto arriva un messaggero che chiede loro se hanno visto un cavaliere dalla bianca
armatura, ovvero il cavaliere che è appena scappato. Allora ora Sagripante ora vuole sapere chi è. Si tratta
proprio di Bradamante, ovvero la donna guerriera, sorella di Rinaldo, innamorata di Ruggero che passa
nella selva per trovarlo. Quindi si vergogna perché è stato sconfitto da una donna. Arrossisce finchè alla
fine non torna Rinaldo che vede Angelica e comincia un duello con Sagripante di cui Ariosto ci spiega solo
l’inizio alla fine del canto (per incuriosire il lettore perché il racconto del duello proseguirà nel 2° canto)

Questa sequenza della selva del primo episodio narrativo è da interpretare con 3
livelli:
1. Livello letterario, cioè il fatto che questa scena sta nel primo canto, dopo il proemio è come se
Ariosto volesse anticipare ai lettori il modo di narrare, la struttura di tutto il poema: una selva
dove si incroceranno molteplici personaggi. Anticipa un poema basato sull’ “entrelacement”
2. La selva fa pensare all’inizio della Commedia. Non si sa se Ariosto voleva riferirsi a Dante (si sa che
nel proemio lui lo cita - 14° purgatorio). Rispetto alla selva dantesca, che ha una sola via d’uscita
che è quella che Dante intraprende, anche qui ve ne dovrebbe essere una, perché tutti questi
personaggi, tranne Angelica, dovrebbero partecipare alla battaglia fra Franchi e Mori, sarebbe il
loro dovere. Invece sono tutti nella selva, ognuno seguendo un diverso oggetto del desiderio che
non ha a che fare con la fede.
Questo perché vi è ora una cultura diversa: siamo in pieno rinascimento, in cui non ci si dimentica
Dio, ma mette più al centro l’uomo che ha diritto a perseguire la sua felicità senza seguire sempre
lo scopo divino, vi è più libertà di scelta per gli uomini.
3. Livello allegorico, in cui la vita stessa diventa un’allegoria, perché nell’opera di luoghi come la selva,
luoghi labirintici, ve ne sono molteplici. Tanti personaggi, tutti alla ricerca di un diverso oggetto
del desiderio, ad esempio Angelica che cerca la salvezza, Rinaldo cerca il suo cavallo e quando vede
Angelica la segue, Ferrau che segue la donna amata, Sacripante segue Angelica, Bradamante segue
Ruggero. Ma sono oggetti illusori, come il castello fatato di Atlante che costruisce per attirare
Ruggero e imprigionarlo. Vi è un’immagine falsa degli oggetti perché vede l’amata catturata da un
gigante. Tutti i personaggi vi saranno attratti perché tutti vi vedono l’illusione dei loro oggetti del
desiderio. Ciò dimostra che non bisogna perdere il senno in questa ricerca (qui si ricollega il titolo
dell’opera, Orlando si ostina a seguire una donna che non lo ama, e quando scopre la verità perde
definitivamente la ragione – vi è la caduta dell’eroe, anche se poi si riprenderà).
Ma qual è il filo conduttore? C’è chi raggiunge il suo oggetto del desiderio? No, nessuno e
addirittura ognuno si ostacola nel perseguimento di questi oggetti del desiderio. Ariosto insiste sul
tema di identificare uno dei fattori principali nella vita dell’uomo, il fatto che gli uomini tendono a
cercare ciò che per loro può renderli felici. Ma qui vi è anche il dramma dell’uomo, si tratta di una
ricerca vana e provvisoria perché ogni uomo limita la libertà degli altri.
Inoltre anche qui agisce la fortuna, la sorte.
TORQUATO TASSO

VITA:

Tasso nasce a Sorrento nel 1544 e muore a Roma nel 1595.

Figlio di una figura importante dell’epoca, poeta cortigiano d’Italia, Bernardo. Grazie al suo aiuto riesce nel
1565 ad arrivare alla corte di Ferrara, presso la corte degli Este, ed in particolare per il Duca Alfonso 2°,
corte più prestigiosa e soprattutto quella dove vengono praticati i generi letterari che danno la gloria
letteraria, come il poema cavalleresco.

Fin dall’adolescenza, è un ragazzo ambizioso, sa di voler diventare un grande poeta: infatti fin dai 16 anni
comincia a lavorare al progetto di un poema epico dedicato alla prima crociata del 1096-1099 che diventerà
“La Gerusalemme Liberata”.

Nel 1565 a Ferrara continua a lavorarvi per 10 anni 1575: prima stesura

Però non la rende ancora pubblica, ha infatti molti dubbi e allora affida il poema a dei revisori letterati a
cui chiede parere, se è un’opera valida e moralmente accettabile (siamo infatti in un periodo diverso da
quello in cui vive Ariosto perché non vi è una libertà ideologica: siamo nel 2° Rinascimento, periodo della
Contro Riforma, risposta della chiesa cattolica alla riforma luterana. Vi è Concilio di Trento e si danno una
serie regole per controllare la morale dei fedeli e la circolazione dei fedeli per evitare altre fratture
all’interno della chiesa. Siamo in un’epoca di forte censura, e sarà un problema per Tasso che non vuole
che l’opera sia censurata.

I revisori fanno diverse critiche all’opera: crea crisi in Tasso che non si sente apprezzato e soffre la rivalità
degli altri poeti della corte dove lui lavora. Nel 1579 arriva a minacciare il duca che lo fa rinchiudere in un
ospedale psichiatrico a Sant’Anna dove vi starà dal 1579 al 1586.

In questi anni Tasso perde il controllo sulla circolazione delle sue opere: quando è rinchiuso le sue opere
più importanti erano ancora nel suo cassetto non pronte ad esser diffuse. Ma lui era noto, e tutti sono
curiosi di leggere ciò che scrive.

Quindi degli editori iniziano a farle pubblicare senza la sua autorizzazione e questo vale anche per la
“Gerusalemme Liberata”, ma inizialmente solo un canto viene pubblicato per la prima volta a Genova, si
tratta del quarto. Quindi:

 1579EDIZIONE PARZIALE
 1581EDIZIONE COMPLETA (che si compone di 20 CANTI): escono le prime edizione complete non
autorizzate dalla “Gerusalemme Liberata” che riscontrerà successo. Si tratta del testo letto
oggigiorno. (Il titolo lo daranno gli editori).
 1586 Tasso esce da Sant’Anna e cerca di riottenere il controllo delle sue opere e li arriva a quella
che per lui è l’edizione definitiva: 1594ULTIMA EDIZIONE con titolo “Gerusalemme
Conquistata” che si compone di 24 CANTI, numero dei libri dell’Iliade. Non avrà grande successo.
“La Gerusalemme Liberata”
Riguarda la fase finale della prima crociata, si racconta l’assedio da parte dell’esercito crociato e la
conquista di Gerusalemme. Sorge un parallelismo con l’Iliade, entrambe incentrate sull’assedio di una città
(Troia e Gerusalemme).

Si tratta di un poema epico di guerra fra crociati e musulmani, assediati che cercano di mantenere il loro
controllo sulla città-

Protagonisti: sono i 3 campioni dell’esercito crociato

1. Goffredo di Buglione, figura storica, comandante supremo dell’esercito crociato, che rappresenta il
perfetto soldato di Cristo.
2. Tancredi figura storica modificata, cavaliere cortese legale e valoroso, ma anche malinconico, perso
in un amore infelice a causa di Clorinda.
3. Rinaldo figura inventata da Tasso, cavaliere più valoroso ed equivale ad Achille nell’iliade, senza di
lui non si può espugnare la città, ma è anche eroe ribelle e encomiastico cioè fondatore della casata
Estense, quindi equivale nel Furioso a Ruggero.

A combattersi per la conquista di Gerusalemme gli eserciti sono spalleggiati da Dio e dagli angeli per i
cristiani e da Plutone (Lucifero) e i diavoli per i musulmani (aspetto diverso rispetto a quello di Ariosto, qui
guerra santa è presa sul serio)cioè che crea il “meraviglioso”, l’elemento magico. All'inizio sembra che i
musulmani stiamo vincendo, ma attraverso varie vicende, Rinaldo è riportato a Gerusalemme e Tancredi
dimentica l'amore per Clorinda avviene quindi la vittoria finale dei cristiani.

Il Proemio (5 ottave)
Scritto in ottave di tipo toscano come L’Orlando Furioso.

Viene presentata:

1. la proposizione della materia


2. l’invocazione
3. la dedica

Presentazione della materia - 1° ottava:


Tasso parla del verosimile, parla di fatti storici, ma conditi con elementi di finzione.

“Canto (come fece Ariosto, cita Virgilio) le armi devote e il capitano (Goffredo) che liberó il sepolcro di
cristo”

Ariosto descrive direttamente ciò che avverrà e rispetto ad Ariosto manca l'amore perché è un elemento
ostacolante, qui conta la guerra, l’amore è sottomesso al tema delle armi come in Virgilio nell’Eneide.

“Invano l'inferno si oppose ai cristiani e invano si armò contro di lui il popolo musulmano dell’Africa e
dell'Asia, il cielo lo favorì (Goffredo) e riuscì a ricondurre i suoi compagni erranti sotto la croce (simbolo della
crociata)”.
A Tasso preoccupa mettere subito in chiaro questo punto, perché?

Perché il tempo di Tasso è un tempo dove contano di più le regole nella letteratura, perché verso fine
prima metà 500 è stato riscoperto un testo che per il medioevo non era stato conosciuto direttamente, cioè
“La poetica” di Aristotele (non giunta interamente, mancava solo una parte relativa alla commedia), un
trattato sui tre principali generi letterari che lui ritrova nella letteratura greca:

 Tragedia
 Commedia (mancante)
 Epica

Quindi descrive la tragedia e l’epica con le caratteristiche del tempo. Rispettano le tre unità (tempo, luogo
e azione). Noi non sappiamo se lui voleva porre valore normativo (dare delle regole), ma quello che
sappiamo è che il valore normativo gli fu attribuito da chi scopre l'opera nel 1500 diventando il manuale
da seguire per scrivere opere artisticamente perfette.

L'epica, in particolare, deve rispettare solo l'unità d'azione (cioè deve narrare una sola azione principale).
Così molti in base a queste idee iniziano a criticare l'Orlando Furioso (che ebbe successo tra il pubblico,
ma la critica non apprezza più il poema che non rispetta le regole).

Questa è la SFIDA DI TASSO: vuole avere successo e scrivere il nuovo capolavoro del poema cavalleresco e
per farlo deve piacere alla critica, ma far anche contento il pubblico (spesso però poemi che seguivano
queste regole erano considerati noiosi dal pubblico perché raccontavano un’unica storia).

Come concilia queste due aspetti (unità e molteplicità) ce lo spiega nella prima ottava: cioè lui lega tutti i
fatti all'azione principale (conquista di Gerusalemme). Tutti gli episodi nascono dalle forze infernali o
dall'esercito musulmano per difendere Gerusalemme o dal tema dei compagni erranti (errare fisico e
morale come in Petrarca).

L’invocazione alla musa - 2°- 3° ottava:


Tasso invocando una musa, si rifà all’epica classica e non a quella rinascimentale come aveva fatto
Ariosto e che non è aristotelica. Guarda al modello di Omero e Virgilio, ma non ripresi interamente.

“Oh musa, tu che non stai sul monte Elicona” (sede delle muse) non è una musa classica, ma una musa
cristiana.

“..e che non cingi la tua fronte con allori (simbolo di gloria poetica) effimeri, ma hai sul capo una corona
aurea fatta di stelle immortali, su nel cielo, fra i cuori beati” (in Paradiso).

Chi è questa musa? Potrebbe essere la Vergine Maria (opzione esclusa), più sicuramente potrebbe essere
la musa Urania, musa della poesia epico religiosa che trasforma in una sorte di musa sacra, quindi può
ispirare poesia sacra, cristiana.

La musa infonde ispirazione religiosa e rende melodioso il canto.

Alla fine dell’ottava Tasso gli chiede perdono se lui aggiungerò degli ornamenti al vero nelle sue pagine.
Da qui si capisce che Tasso parla della storia, ovvero della prima crociata con personaggi anche storici si è
documentato storicamente, diversamente da Ariosto. Però dice anche che non racconta esattamente il
vero, parla del “vero condito con elementi di finzioni”, cioè del verosimile. Questo anche perché così l’opera
risulterà credibile alla gente del tempo di Tasso che credono che Dio e il diavolo influenzano l’agire
umano.

3° ottava: Tasso si giustifica con la musa per queste sue scelte: in primis perché:

 si riferiscono a Aristotele
 perché Orazio, poeta latino che aveva scritto l’opera in versi “L’ars poetica” in cui afferma che la
vera poesia è tale solo se è una poesia con un fine morale, che educa, deve essere utile. Tasso
condivide questa visione: infatti il suo poema vuole offrire degli esempi di virtù cristiana, vuole
educare i suoi lettori alla virtù cristiana, ma anche esempi di uomini più fragili, erranti che però
alla fine riescono a convertirsi. Ciò si lega al verosimile: se racconto cose credibili il lettore si
fiderà più di me, attiro la sua attenzione.
Per esser comunicato questo fine morale, non basta il verosimile, perché Orazio diceva anche che
all’utile di deve unire il “dolce” (verso 2 della terza ottava). Il lettore deve aver piacere di leggere
l’opera. Queste dolcezze provengono dalla trama avvincente, dai personaggi che appassionano i
lettori, dalla forma poetica che deve essere alta, musicale, raffinata. Infatti dice poi alla musa, che il
mondo è attratto da quelle opere dove la poesia seducente riversa più abbondantemente le sue
dolcezze.
Insiste ancora su questo punto con un’immagine poetica che riprende dal “De Rerum natura” di
Lucrezio, poema dove egli racconta una materia non tanto da poema: lui è epicureo e cerca di
diffondere a Roma questa credenza. Allo stesso modo Tasso porta al fanciullo malato gli orli, dove
vi è la malattia, del vaso cosparsi di dolce miele. In questo modo egli beve la medicina amara
ingannato perché non sente l’amare, ma il dolce. È un inganno a fin di bene perché da ciò riceva
la guarigione, la salvezza (la guarigione spirituale)

La dedica - 4° - 5° ottava:
l’opera è dedicata a Alfonso 2° D’Este che viene ringraziato per l’aiuto che diede a Tasso nella sua
dolorosa vita. E gli augura che venga presto bandita una nuova crociata, per la quale i cristiani si
ricompongano dallo scisma luterano e augura ad Alfonso di esser lui a capo di questa crociata, di esser il
Goffredo della situazione.
CANTO 12 – EPISODIO DI TANCREDI E CLORINDA
Tasso introduce già prima di due personaggi. La vicenda inizia nel canto 3 dove c’è una delle tante
battaglie tra musulmani e cristiani ed è presente anche Tancredi che a un certo punto ingaggia un duello
con un cavaliere musulmano particolarmente valoroso. Durante il duello lui lo colpisce all’elmo e vede il
suo volto e si accorge che si tratta una donna, Clorinda. Lui si innamora subito di lei, è inizierà a soffrire,
perché lei è pagana, musulmana, è una sua nemica, nemica del suo esercito e della sua stessa fede. Ma
non riesce a sfuggire da questo amore e sarà distratto in molte battaglie da lei.

Nel canto 12, la situazione culmina: nella prima parte succede che dopo una battaglia, a Gerusalemme,
assediata, è notte e Clorinda vuole compiere grande impresa per far vincere i musulmani con un’impresa
rischiosa: uscire dalle mura della città per incendiare una torre che i cristiani usavano per attaccare la
città.

Ne parla con Argante, altro guerriero musulmano che non la lascia andare da sola. I due allora escono e
incendiano la torre e ci riescono. A questa missione Clorinda si è accostata in uno stato d’animo
particolare: prima di uscire ha avuto un colloquio con Arsete, ovvero un servo che aveva allevato Clorinda.

Lui non vuole che la giovane corra questo rischio e allora gli dice di avere un presagio a causa di un sogno
che fece. Ma prima di raccontarglielo, deve confessargli le sue origini. Gli rivela che è figlia del re cristiano
d’Etiopia che sta in Africa, quindi di colore come la sua sposa, madre di Clorinda. Arsete era servo del re e
della regina.

Il padre era particolarmente geloso della moglie, quindi la rinchiude nella sua dimora imperiale senza
contatti con l’esterno se non con il servo Arsete. Questa cella è decorata con affreschi cristiani tra cui ve
ne è uno che attira la regina che raffigura San Giorgio che salva una fanciulla da un drago. La fanciulla in
questione è di carnagione bianca.

Quando nasce la sua figlia, vede che è Clorinda è bianca e teme che il marito pensa che lei lo abbia
tradito, per questo la affida a Arsete che la porta via. Ma gli chiede anche di battezzarla e di crescerla
come una cristiana, cosa che lui non fa, perché è musulmano. Dovrà superare varie difficoltà nel viaggio,
dove loro sono protetti da San Giorgio.

Il sogno: gli apparve San Giorgio che gli dice di non aver mantenuto la promessa e che è tempo che
Clorinda torni alla sua vera fede.

INIZIO CANTO: Clorinda è stupita: ma alla fine va in missione, ma quando incendia la torre arrivano i
cristiani che scoprono i colpevoli.

48° ottava: ma loro arrivano a Gerusalemme dove gli aprono “l’Aurea porta”, entra solo Argante, lei
resta chiusa fuori in balia dei nemici. Perché mentre sta per entrare è colpita da un soldato crociato e resta
chiusa fuori.

 Anadiplosi, figura retorica: si ha quando un gruppo di parole alla fine di una strofa e la ritroviamo
anche all’inizio dell’ottava, strofa successiva. Qui serve per evidenziare che lei è sola. “Clorinda
esclusa – Sola esclusa”. 49°ottava

51° ottava: nella confusione vede che nessuno la aveva notata, allora scappa per raggiungere un’altra
porta e rientrare, ma uno dei franchi la vede, Tancredi.
Lui la riconosce come colpevole, ma non riconosce che è Clorinda, perché è notte e lei porta un’armatura
diversa dal solito. Capisce di esser inseguita e allora lei affronta a duello Tancredi.

54° ottava: Tasso invoca la notte, unica testimone di questo duello, crudele e violento fra due fortissimi
guerrieri. Chiede alla notte che gli altri uomini ignoti al duello, possono perpetuare la memoria di questo
duello

 vi è l’intervento del narratore, è Tasso che parla (come avvenne già in Ariosto), cosa che però
Tasso fa raramente, per non spezzare l’illusione del racconto. Inserisce questa invocazione come
segnale per i lettori per informarli che si arriverà a un episodio drammatico, aumenta il patos.

57° ottava: Tancredi sta cercando di uccidere la donna che ama, alla fine lui arriva ad abbracciarla per
disarmarla, però sono gli unici abbracci che darà mai a Clorinda. Vi un intreccio fra lessico guerresco e
lessico amoroso.

58° ottava: i due sono feriti; e per riposare si fermano. Intanto sta arrivando l'alba e Tancredi vede che il
suo avversario è più ferito di lui stesso.

59° ottava: Intervento di Tasso in cui non si spiega il godere di Tancredi perchè l'avvenimento sarà poi la
sua disgrazia.

60° ottava: Tancredi chiede a Clorinda di rivelare il suo nome ma lei rifiuta e il duello inizia di nuovo.

64° ottava: esito finale, Tancredi infligge il colpo mortale a Clorinda. Sovrapposizione di linguaggio
erotico (il corpo di Clorinda messo in evidenza attraverso gli organi della sua femminilità) e linguaggio delle
armi.

65° ottava: nel momento della morte di lei, ecco il sorgere dell'alba. Gli ultimi suoi attimi di vita sono
dedicati alla sua conversione e chiede di essere battezzata. La vicenda di Clorinda è un passaggio dalle
tenebre alla luce (da musulmana a cristiana).

Tancredi è costretto a togliere l'elmo a Clorinda per battezzarla e scopre chi lei fosse.

67° ottava: Tancredi battezza una Clorinda morente; egli sviene e i franchi lo soccorrono.

Quando si risveglia, lui si rende conto di tutto, ma in sogno gli appare Clorinda che gli dice di non sentirsi
in colpa perchè in questa faccenda lei è morta da cristiana.
IL ROMANZO ITALIANO
Il romanzo in prosa è il genere più praticato dal primo 1700, in Italia si svilupperà dopo.

Fra la fine del 1700 e 1800 si afferma in Italia con:

 “Ultime lettere di Iacopo Ortis” “di Foscolo, romanzo epistolare, genere già sviluppato in
Germania con Goethe.
 E poi si afferma coi “Promessi Sposi”, romanzo storico, ambientato in epoca storica precedente a
quella dell’autore in cui si mescolano personaggi reali vissuti negli anni descritti (1600) con
personaggi finti.
Manzoni inizia a lavorarvi nei primi anni 20 del 1800 e poi la prima edizione completa è del 1827.
Da quel momento hanno grande successo, arrivando poi alla stesura di una seconda edizione del
1840. In generale si diffonde e afferma il fascino del romanzo storico.
I modelli da cui parte Manzoni sono extra italiani, essenzialmente inglesi di cui è considerato
l’inventore Walter Scott.

Negli anni 30-40-50 del 1800 vi una grande stesura di romanzi storici e per questo inizia anche a saziare il
pubblico e si invogliano nuovi scrittori a proporre qualcosa di nuovo.

Abbiamo 3 tipologie di romanzo che si affermano da questo momento da cui prenderà spunto il romanzo
di Verga:

1. romanzo contemporaneo: riprende la struttura del romanzo storico:


 si dà un affresco storico di un determinato periodo
 mescolando personaggi reali e finti
 le storie si avvicinano alla contemporaneità, all’epoca in cui tali romanzi sono composti.

Ne è un esempio “Le confessioni di un italiano” di Nievo, che racconta la vicenda di Carlo Altoviti, ormai
80enne che ricorda le vicende della sua vita. Coprendo la fine del 1700 al 1855 anni in cui l’autore scrive. Il
romanzo vuole essere un affresco del risorgimento, in cui vive il protagonista in prima persona.

 Viene meno il narratore in terza persona (tipico dei Promessi Sposi) qui è Carlo che ci
racconta la sua storia. Il punto di vista dell’autore, la voce narrante coincide con il punto di
vista di un personaggio. In verga rimane di ciò la scelta di dedicarsi a vicende
contemporanee e non più passate.

2. romanzo campagnolo, diffuso soprattutto nell’Italia del nord, post unitaria, degli anni 50’.:
 Romanzo focalizzato sulla descrizione del mondo contadino contemporaneo, che è la
realtà di cui si occuperà Verga (anche se viene influenzato anche da romanzi stranieri).
 La descrizione non è del tutto realistica: è una descrizione fortemente idealizzata. Gli
autori descrivono questi posti afflitti dalla povertà, ma dove vivono uomini e donne
virtuose e con valori morali, dimenticati nella vita di città.

In questa fase della seconda metà del 1800, l’Europa conosce una forte fase di industrializzazione. La
narrativa è diretta alle classi borghesi e aristocratiche, per diffondere dei valori morali, più antichi e virtuosi
e per mostrare a questo pubblico la vita delle campagne e suscitare in loro una presa di coscienza delle
condizioni di vita di queste persone povere, ma sagge. E indurre a delle campagne politiche e atti di
solidarietà.

3. romanzo sociale:
 ambientazione urbana, ma sempre con attenzione alla condizione delle classi umili delle
città. Bisogna mostrare ai colti i problemi dei poveri per arrivare a un miglioramento.

GIOVANNI VERGA
Nasce nel 1840 a Catania da una famiglia di proprietari terrieri, importante perché lui farà lo scrittore,
ma poi si troverà ad amministrare i beni di famiglia, continuando la tradizione famigliare. Questo
condiziona il suo modo di osservare e raccontare la realtà delle classeIpopolari, contadine della Sicilia che
lui aveva conosciuto in prima persona.

Cresce in una famiglia che politicamente ha simpatie risorgimentali, viene educato con valori
risorgimentali che influenzano i primi suoi romanzi: a 16 anni in Sicilia, Catania, pubblica due romanzi
storici ambientati nel risorgimento. 1861-62 e una del 1863 ?

La prima svolta si ha nel 1869 quando lui ha quasi 30 anni e lascia per la prima volta la Sicilia andando a
Firenze. Dove rimane fino al 1872. Firenze in quegli anni dal 1865 al 1870 è la capitale d’Italia, centro
culturale rilevante. Qui lui si dedica al mestiere di giornalista e scrittore e trova il primo successo con il
romanzo “Storia di una Capinera” del 1871, assimilabile alle forme del romanzo sociale e per alcuni aspetti
di quello campagnolo, narrativa che si interessa di problemi sociali: in particolare della storia di una ragazza
che vive in monastero destinata a diventare monaca di clausura. A 19 anni per il colera deve uscire e si
innamora di un giovane che sposerà la sua sorellastra e allora torna in monastero dove morirà di dolore. È
un testo affronta una questione attuale: la condizione delle giovani di umili famiglie che sono costrette a
vivere in monasteri perché non si hanno le possibilità di mantenerle. Appare anche la forma epistolare.

Nel 1872 si reca a Milano, che fino agli anni 90’ sarò il centro dell’attività di Verga (torna poco in Sicilia).
È la città dove egli arriva alle spalle già con un successo editoriale e economico. Si tratta del centro di
quell’Italia nuova, industrializzata oltre che culturale. Luogo ideale per uno scrittore per farsi notare ma è
anche una città distante dalla realtà siciliana cosa che lo porta a vedere con occhi nuovi al mondo che si è
lasciato alle spalle.

Qui egli anni 70’ Verga frequenta i poeti, scrittori della Scapigliatura, movimento milanese degli anni 60’
che poi si diffonde anche a Torino, formato da giovani poeti e artisti che contestano la società borghese
italiana post unitaria. Da un punto di vista sociale (vanno contro ceti borghesi che sono favorevoli
all’industrializzazione) ma contestano anche le passioni e gusti artistici letterari, che ai loro occhi appare
provinciale, cultura legata a Manzoni. Propongono una letteratura più sperimentale e innovativa, ma
soprattutto una letteratura che sia porta voce della letteratura francese in primis, in particolare della
poesia di Baudelaire, da cui deriva il decadentismo italiano. Per la prosa si guarda al naturalismo francese.

Verga vi entra in contatto grazie proprio agli scapigliati.

Da questo contatto nasce anche il romanzo pre verista “Eva” (1873) che lo porterà a un altro successo. Si
tratta della storia di un’arista in lotta con la società, siciliano che arriva a Firenze per affermarsi come
artista. Enrico si innamora qui della ballerina Eva, la convince ad abbandonare il suo mestiere per vivere
una vita basata sull’arte di cui si fa porta voce l’artista. Arte che però non piace al pubblico, quindi vivono in
povertà fino a che non si lasciano e lui poi decide ad accontentare i gusti volgari del pubblico. Malato di tisi
torna poi in Sicilia. Rispetto ai primi romanzi, Verga qui si avvicina di più a descrizioni realistiche su Firenze e
sulla Sicilia.

Seguono sempre a Milano altri successi “Eros“ e “Tigre Reale” con sfondo sociale che parlano dei ceti
urbani popolari.

Nel 1874, pubblica “Nedda” ambientata nella campagna siciliana. Si avvicina ai Malavoglia.

Ha successo e allora subito dopo si dedica a un altro abbozzo “Padron N’Toni” che non completerà perché
da li partirà per i Malavoglia.

1877 ultima svolta: arriva a Milano un altro siciliano, Luigi Capuana, i due diventano amici e lui lo
avvicinerà al naturalismo francese che si tradurrà nel Verismo italiano.

Anno della svolta verista perché è anche l’anno in cui Capuana pubblica una recensione dell’Assomoir, che
viene letta da Verga.

Poi i fratelli Goncourt rivendicano la volontà di una letteratura che analizzi la realtà con le tecniche
sperimentali, scientifiche. Queste affermazioni attirano Zola che nel 1877 scrive la prefazione in cui spiega
la poetica, arrivando a Therèse Raquin. In cui si mostrano gli aspetti naturalistici.

Arriverà a scrivere un ciclo “Rougon Maquart, romanzi che vogliono ritrarre la società francese
contemporanea, rappresentando le varie classi sociali al tempo di napoleone 3°.

Verga conosce tramite Capuana questi punti cardine della lettera naturalista:

1. Assunzione del metodo sperimentale, si analizza scientificamente la realtà umana: come uno
scienziato indaga i fenomeni naturali trovando le cause, allo stesso modo fa lo scrittore nel
descrivere i fenomeni umani esattamente come si compiono, e di illustrarne le cause, in ciò si
trovano degli aspetti filosofici, in particolare del positivismo che ha grande fiducia nella scienza.
Si vuole illustrare il comportamento umano e spiegarlo con ragioni che riguardano in particolare
l’ambito dell’ereditarietà familiare: il comportamento di ognuno è determinato dalla famiglia da
cui viene, si ereditano delle “tare”.
2. Metodo dell’impersonalità: si osserva un fenomeno in modo oggettivo. Lo scrittore non deve
intervenire nella narrazione esprimendo dei propri pareri e che non deve usare quelle tecniche
narrative che possono influenzare il lettore (suspance, aumento del patos), questo per dargli una
visione della realtà oggettiva, anche nei suoi lati più squallidi.
PREFAZIONE DEI MALAVOGLIA
La prefazione è tipica dei romanzi naturalistici. Quella di Verga è infatti ricca di citazioni che vengono da
romanzi francesi.

1° capoverso: Verga nella prefazione definisce la sua opera “studio sincero e spassionato”: è la base del
suo romanzo. Fa studi cosi come fano gli scienziati, fa lo studio di un fenomeno umano, analizza quindi
cosa succede quando in famiglie umili comincia a nascere un desiderio di ascesa sociale e di migliorare la
propria condizione.

 “Studio”: si intende una narrazione che non nasce solo dall’osservazione della realtà, come
spiega in epistole in cui ribadisce il ruolo del narratore, ma, come definisce in una di esse,
spiega quello che intende con “studio” ovvero una ricostruzione intellettuale. Significa che
lui qui non si comporta come il giornalista che va a Aci Trezza racconta eventi realmente
avvenuti in quel paese, senza le voci dei cittadini, ma ricostruisce un’immagine della vita
siciliana e lo fa tramite la raccolta di dati, si documenta.
Da qui parte per compiere i suoi esperimenti. Queste fonti sono studi etnografici,
etnologici sulla Sicilia con cui lui integra i suoi ricordi personali (cosi come faceva Zola).
Nel 1877 pubblica un testo, “Un’inchiesta in Sicilia”, testo scritto da due politici Sidney
Sonnino e Franchetti, meridionali che analizzando la condizione della Sicilia post unitaria
constatandone l’arretratezza rispetto al nord, industrializzato. Da qui si svilupperà la
“questione meridionale”. Nella loro analisi i due mettono in luce problemi che troviamo
nei “Malavoglia”, ad esempio il problema causato nella realtà contadina della leva militare
obbligatoria che toglie braccia forti alle famiglie. Poi ancora la questione della corruzione
delle amministrazioni comunali, cioè che permette di costruire una visione della Sicilia di
quel tempo. Il termine “studio” venne già usato in una prefazione dei fratelli Goncourt.
 “Sincero”: adesione alla realtà, al vero.
 “Spassionato”: il narratore non deve immedesimarsi troppo nella vicenda narrata, deve
fare una narrazione oggettiva.
“irrequietudine pel benessere” “bramosia per l’ignoto”: sembra che Verga in realtà dia
un giudizio morale a questo fatto, non vi è un’assoluta imparzialità dell’autore.

2° capoverso: “fiumana del progresso”. Queste aspirazioni sociali riprendono Zola coi “Rougon Maquart”.
Verga qui spiega che negli uomini c’è questa spinta al progresso, ma questa nasce dall’egoismo dell’uomo:
il desiderio di ogni uomo di migliorare la propria condizione, di imporsi rispetto agli altri individui. Da
questo sforzo nasce il progresso dell’umanità.

Chiarifica l’argomento del racconto che è “la lotta per i beni materiali”è la lotta per la vita, analizzata
all’inizio nel contesto sociale più semplice, dei poveri e degli umili. I loro comportamenti sono più semplici
da analizzare. Ma questo è solo un punto di partenza: si parte dalla sfera più basse e poi risalire. L’analisi
del complesso nasce dall’analisi delle situazioni più semplice. Più si ascende, più l’analisi si fa impegnativa.

Verga fa inoltre capire che questa non è solo prefazione dei Malavoglia, ma a un ciclo di 5 romanzi
sull’esempio di Zola, con lo scopo di analizzare questo fenomeno in tutte le sfere sociali, “Il Ciclo dei
Vinti”:

 1°romanzo: i “Malavoglia”: si studia questo fenomeno nelle famiglie più povere e umili.
 2° romanzo, “Mastro Don Gesualdo”: è il primo scatto verso l’alto, si analizza il tema nel contesto
della borghesia. Anche Gesualdo vuole essere accettato nell’aristocrazia, infatti sposerà Bianca
Trau, nobile.
 3° romanzo, “La Duchessa di Leyra”, non completato, si analizza l’aristocrazia palermitana. Lei era
la figlia di Mastro Don Gesualdo.
 4° romanzo, “L’Onorevole Scipioni”, ambientato nella camera dei deputati a Roma, racconta il
mondo politico nell’Italia post unitaria. Quest’uomo era un figlio naturale della duchessa di Leyra.
 5° romanzo, “L’Uomo di Lusso”, ambientato e incentrato sul mondo dell’arte, che influenza ha nel
mondo industrializzato? Quasi nulla, perché l’arte non permette un vero guadagno immediato e
quindi è un lusso, qualcosa di superfluo. Lui doveva esser un artista che non riusciva a esprimere le
sue doti a causa dei suoi vizi e era colui con cui Leyra concepì Scipioni.

Tutti loro sono accomunati dalla lotta per la vita, tema trattato da Darwin”Darwinismo sociale”: solo i
più forti sopravvivono in natura e cosi come in natura, ciò avviene anche nella società umana.

Fine paragrafo 4: spiega l’idea della “forma inerente al soggetto”. Anche lo stile e il linguaggio usato
deve esser coerente con il soggetto e l’argomento che io scelgo: se parlo di pescatori siciliani, devo farli
parlare in un modo che rispecchia la loro cultura. Questo fatto lui lo riprende da Zola, nell’Assomoir dove si
usa l’argot. Non usa però il dialetto, ma un italiano sicilianizzato che prende forme sintattiche del dialetto
siciliano e in generale della lingua parlata (es. uso di ripetizioni, paratassi – frasi brevi e coordinate).

Più avanti Verga torna sul tema del progresso: le mete che il progresso raggiunge sono qualcosa di
grandioso, un avanzamento delle possibilità dell’uomo, si nasconde la brutalità della lotta per la vita. Tutte
queste violenze che servono per arrivarvi sono giustificate, perché sono mezzi necessari. (Verga riprende
Balzac – Père Goriot)

Paragrafo 7: Verga definisce il “Ciclo dei Vinti” nome del suo ciclo di romanzi, parla degli sconfitti nella
lotta per la vita, è questo che interessa all’”osservatore”, che è lo scrittore stesso, “travolto anch’esso dalla
fiumana”, anche lui è vinto e quindi può descrivere queste condizioni. (dalla società lui è escluso, visto
come superfluo, perché è un’artista).

Paragrafo 9: riprende quanto detto inizialmente. Riprende la metafora dei colori e dell’arte:

La 1° sezione (primi 5 capitoli): racconta la faccenda dei lupini e il naufragio della Provvidenza.

2° sezione (capitoli 5 – 10)

PRIMO CAPITOLO
Verga riprende i “Promessi Sposi”: i due incipit presentano delle differenze: nei “Malavoglia” si dà per
scontato che il lettore conosca già i luoghi in cui è ambientata la storia. Vi è un narratore onnisciente in
Manzoni: racconta nei dettagli i paesaggi vicini al lago di Como che accompagnano il lettore in tutto il
romanzo. Verga questo non lo fa! Il lettore in realtà non sa dove si trovi Aci Trezza.

Verga propone subito il punto di vista degli abitanti, non dell’autore: sono persone che conoscono
questi posti, è come se uno di Aci Trezza raccontasse la storia dei Malavoglianarratore impersonale:
ricorre ad una descrizione oggettiva. In realtà è un’estraniazione soggettiva: perché lui descrive comunque
il parere dei compaesani del paese, si eclissa nei personaggi”straniamento”.

Nella prima stesura del romanzo lui non diceva “come dev’essere”, cambia l’espressione perché era un
atteggiamento da narratore onnisciente, che sa e informa il lettore. Presenta la normalità per gli abitanti
del paese.

Questo punto di vista condiziona il modo in cui i Malavoglia ci vengono presentati: non li descrivono
sempre in modo cosi positivo.

“Malavoglia”: è il soprannome con cui sono conosciuti in paese. Ricorda chi non ama lavorare, ma qui si
una in senso contrario: in realtà sono una famiglia che è fatta di gente laboriosa. In realtà si chiamavano
Toscano. Tutti i personaggi hanno un nomigliolo che si presenta in quest’ottica (es. la Longa – è bassa;
Santuzza – donna di mali costumi).

Dopo precisa la loro condizione sociale: sono pescatori, che nonostante ciò stanno meglio di altri,
perché sono piccoli proprietari “hanno le tegole” – hanno una casa, la casa del Nespolo; “hanno una barca”
– hanno lo strumento del loro lavoro, la Provvidenza.

 paragrafo 6, Verga presenta il primo personaggio: Padron N’Toni. Ce lo presenta diversamente da


Manzoni che quando introduce nuovi personaggi ne fa un ritratto (perché lui è onnisciente, conosce tutto
su di loro). Verga invece rifiuta questo: anche se ciò favorirebbe il lettore, egli descrive i personaggi
direttamente in azione, che ci fanno sapere qualcosa sul loro conto. Infatti Padron N’Toni qui usa un
proverbio tradotto dal siciliano: “Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutano l’un l’altra”.

È un personaggio saggio. Saggezza che prende dalla tradizione contadina, nel racconto lui simboleggia il
passato e i suoi valori da cui lui viene. Valori come il lavoro, umiltà, onestà e famiglia che deve stare unita
come “le dita di una mano”.

Presenta gli altri parenti: dopo di lui, “il dito grosso”, padre di famiglia, viene il figlio Bastianazzo, grande e
grosso, rispettoso del padre. Poi c’è la moglie, Maruzza, soprannominata la Longa, infine i nipoti N’Toni, il
maggiore, Luca, Mena “Sant’Agata, Alessi (Alessio) e Lia (Rosalia).

Il narratore è esterno, oggettivotecnica tipica dei romanzieri francese come Zola, ma c’è un narratore
corale che mostra il punto di vista interno, degli abitanti di Aci Trezza. A cui si riferiva Verga quando alla
fine della prefazione usa per descrivere questa tecnica un’immagine pittorica “per ogni quadro di questo
grande affresco della lotta della vita bisogna trovare il disegno e i colori adatti”.

“Disegno”la trama del racconto

“Colori”il punto di vista filtrato attraverso lo sguardo dei personaggi

CAPITOLO 3
È descritta la tempesta che causa il naufragio.

La descrizione è fatta come la farebbe un abitante del paese: attraverso paragoni e similitudini per
descriverne la violenza.
Sono immagini che attingono a due ambiti:

1. della religione popolare (il vento s’era messo a fare il diavolo”; “il giorno era apparso nero peggio
dell’anima di giuda – tempo traditore, tipico del mese di settembre),
2. l’altro delle immagini tratti da un immaginario domestico (il vento che soffia sui venti fra le case -
paragonato a tutti i gatti del paese se miagolassero sui tetti; il rumore del mare – paragonato alla
fine di Sant’Alfio). Questi paragoni sono forme di discorso indiretto libero che rappresentano i
pensieri degli abitanti di fronte alla bufera.

La descrizione è su 2 livelli:

1. Della voce narrante, che non si indentifica in un personaggio preciso


2. Il punto di vista “giocoso” che descrive le barche al sicuro, di chi non è caduto in mare, dove s
i descrivono i “monelli” – bambini che prendono in giro oi marinai esposti al pericolo, perché non si
rendono contro della gravità
3. Alla fine il punto di vista è quello delle donne che pregano per la salvezza dei marinai

È come se questo quadro della tempesta lui ce lo dipingesse, non con un solo colore, ma piano piano
procedendo da una situazione generale a uno più precisa, fino ad arrivare al punto di vista dei singoli
personaggi.

Talvolta questi colori entrano in contrasto, perché per ogni cosa esistono diversi punti di vista.

 Viene presentato il punto di vista di Maruzza: che pregava e non diceva nulla, “come era giusto”
(per gli abitanti)
 Gli uomini erano all’osteria, solo padron Ntoni e il figlio della Locca erano a vedere cosa stava
succedendo ai loro famigliari in pericolo.
 Padron Cipolla: come dice il nome è benestante: è proprietario di una grande imbarcazione e delle
terre coltivate. Questa figura fa subito un commento sarcastico: ormai Bastianazzo e la
provvidenza ormai sono perduti. E aggiunge “adesso tutti vogliono fare i negozianti” e fare il salto
per arricchirsi, e con un proverbio dice che quando fanno infine il danno e cercano un rimedio.

Qui emergono i colori in contrasto, rimandando anche spesso al conflitto, le competizioni fra i vari
abitanti per la lotta per la vita. Una comunità che sembra unita, ma che in realtà presenta delle rivalità,
ci si vuole imporre sugli altri. Le famiglie Cipolla e Malavoglia ne sono un esempio: sono in
competizione, ma cercano di allearsi, facendo sposare una loro figlia con il figlio di Cipolla.

La bufera rappresenta un evento tragico per i Malavoglia e positivo per Cipolla perché:

 Ha una barca al sicuro


 E perché ha le terre; questa bufera serviva perché ci fu un’estate molto secca che rischiava di
far perdere il raccolto

Quindi non gli danneggia la pesca e favorisce le sue terreevento positivo e vantaggioso: può
sormontare i Malavoglia.
Nel romanzo ci sono due livelli di narrazione:

 voce narrante, narratore corale che spesso da voce direttamente al punto di vista di
 singoli personaggi in questo caso Cipolla e la Longa (sappiamo i suoi pensieri e paure)a
volte i due punti di vista si intrecciano e si oppongo a quella narrante corale

CAPITOLO 4
PARAGRAFO 16

Bastianazzo muore e si celebra il suo funerale: ha luogo un rituale del paese, del “consulu”, dopo il
funerale si è soliti invitare a pranzo coloro che partecipano al funerale che a loro volta cercano di aiutare la
famiglia in lutto.

Don Silvestro fa una battuta scherzosa: si riferisce a un peso in più della morte il fatto che dovranno
ereditare le sue poche eredità e pagare al re (Vittorio Emanuele) la tassa di successione. Però è come dare
anche al re parte della su eredita (il re sarebbe loro parente). Allora tutti ridono, cosa inaspettata perché
questo è lo scopo del consulo, cercare di interrompere il lutto della famiglia, perché la vita va avanti.

Questo clima però rende a disagio un personaggio: la moglie del farmacista che veniva dalla città.
Infatti lei non conosce questo rito del consulo, perché non hai mai vissuto cosi certi momenti (abituata a
stare in silenzio) e cosi fa: qui la voce narrante registra come questo comportamento appare strano agli
abitanti di Aci Trezzaanche qui due punti di vista in contrasto: alla voce narrante corale si contrappone
qui a quello della signora, lo dimostra il termine “schiamazzi” che fanno gli abitanti di Aci Trezza.

CAPITOLO 7 – 2° SEZIONE
Protagonisti Mena e padron Ntoni: i Malavaoglia devono pagare debito con lo zio Crocifisso.

PREMESSA:

Ntoni è già tornato dal servizio militare e con Luca va a lavorare sulla barca di Frate Cipolla (lui
rimpiangerà la vita di città e gli sta stretta invece quella vita).

Nel frattempo è recuperata la Provvidenza che è da riparare, quindi tutti devono contribuire alle spese.

Inoltre viene anche portata avanti quella trattativa nuziale, per far sposare Mena con Brasi Cipolla,
matrimonio finalizzato a far consolidare il prestigio dei Malavoglia all’interno del paese. Ma lei è
innamorata di compare Alfio, troppo umile per lei.

Dopo il ritorno di Ntoni, parte poi Luca per il servizio militare nella battaglia di Lissa – luglio 1866
(durante la 3° guerra d’indipendenza)nuova sventura che arriva la sera, in cui si annuncia il fidanzamento
di mena.

La Provvidenza è stata riparata e rimessa in mare, ma naufraga di nuovo (ci sono padron Ntoni, Ntoni e
Alessi), padron Ntoni ne rimane gravemente ferito.

Quindi anche quando la situazione sembra esser migliorata, la morte di Luca e il nuovo naufragio la fa di
nuovo peggiorare: padron Ntoni deve vendere la casa del Nespolo a zio Crocifisso e si trasferiscono in
un'altra abitazione. Perdono una proprietà importante: e lo fanno sbagliando: lo zio non aveva diritto di
negargliela, perché è della moglie che non rientrava nel patto fra zio Crocifisso e padron Ntoni.

In seguito a una visita all’avvocato a Catania, tornati in paese, si rendono conto che questa legge sembra
non valere: devono sdebitarsi in qualche modo se vogliono mantenere il loro prestigio.

Perdono la casa e vengono degradati socialmente: si annulla il matrimonio di Mena.

INIZIO CAPITOLO 7siamo nel momento in cui la Provvidenza è stata rimessa in mare e Maruzza pensa
al marito morto che non può vedere.

Anche Mena sta pensando a qualcuno: ad Alfio che prima gli disse della sua intenzione di lasciare il paese,
perché sta perdendo il suo lavoro e pensa di andare all’Abicocca dove si sta costruendo la ferrovia. Voce
corale giudica male il pensiero di Mena, attraverso un modo di dire.

Vi è un dialogo tra Mena e la madre Maruzza: la madre interpreta male i suoi pensieri, pensa che abbia
paura che matrimonio con Brasi vada a monte, Mena risponde con parole ambigue ed è il primo momento
in cui cerca un po’ di ribellarsi (in modo indiretto). La madre non coglie, Mena non viene compresa perché
Mena è una figura scissa: ha due nomi: soprannome S. Agata (perché è protettrice delle tessitrici e lei
tesse, è modello di comportamento femminile umile e rispettoso, della perfetta donna di casa), ma
d’altra parte è Mena, che ha desideri ribelli alle regole della famiglia (Mena interiorità dimensione più
autentica).

Paragrafo 17Entra in casa padron Ntoni che si lamenta delle spese e Mena prende la parola: di nuovo
equivoco, c’è un timido tentativo di far capire il suo interesse per compare Alfio e invece padron ntoni la
definisce una vera Malavoglia che rinuncerebbe a mangiare le uova per venderle (mentre vorrebbe solo
darle lei a Alfio per vederlo). In Mena c’è un’aria di solitudine, incomprensione che deriva dal vedere la
realtà in modi diversi Verga potrebbe alludere al fatto che anche lui vede giuste le regole della famiglia che
però hanno anche un lato crudele).

Paragrafo 21Episodio dove protagonista è la comunità, sommossa del paese, viene introdotta una
nuova tassa comunale sulla pece (rende impermeabile le barche) iniziata dalla moglie del calafato compare
Turi, compare Elena detta Zuppitta (perché è zoppa). La figlia Barbara è corteggiata da Ntoni. Dice che
avrebbe riguardato il lavoro del marito, ma anche i marinai senza barche riparare poi. Così tutte le comari
iniziamo una rivolta, e dice che a Don Silvestro danno solo fastidio “le corna” perché lui voleva sposarsi
Barbara.

Paragrafo 23Il calafato è alle prese col suo lavoro. Don Franco il farmacista: unico personaggio del
paese con una idea politica, è repubblicano che appena vede il tumulto si frega le mani.

Anche gli uomini iniziano a essere contagiati dalle donne, e il farmacista di nascosto alla moglie diceva di
fare la rivoluzione. Ricchi del paese stanno chiusi in casa per paura.

La vicenda non è presa sul serio, descritta in modo comico e sarcastico, già termine rivoluzione è sarcastico
perché non ci sono motivi alti, ma nasce da una bega di paese. Appena viene fuori la possibilità di dare un
motivo politico alla rivolta allora interviene il farmacista, cerca di trasformare la rivolta in una ribellione
contro la monarchia. Oltre che comico è un episodio che ci fa capire il punto di vista politico di Verga come
si distingue da quelli francesi, lui descrive infatti l’inutilità di questa rivolta.
In altri testi Verga racconta di rivolte degli umili che però in altri testi è trattata in modo più critico: si
tratta di un episodio del mastro don Gesualdo dove si racconta degli anni del risorgimento dei moti della
Sicilia rivoluzionari degli anni 20’. Gesualdo cerca di controllarli a suo favore questi moti, perché lui non
perdi la sua robaregistro ironico, sarcastico nel descrivere una protesta che anche qui finisce nel nulla.

Inoltre anche in una novella di Novelle Rusticane, raccolta dell’83’—“Libertà”, è una novella in Sicilia che
racconta un fatto storico, ovvero di un fatto avvenuto 20 anni prima di un moto scoppiato negli anni 60’
(spedizione dei Mille) nel villaggio di Bronte dove arriva uno dei proclami dei garibaldini per invitare i
cittadini a ribellarsi al governo borbonico, quando arrivò il nuovo governo i latifondi saranno ridistribuiti ai
piccoli contadini che finalmente diventano proprietari della terra che lavorano. Ma i cittadini non
aspettano Garibaldi e iniziano la violenta rivolta, uccidendo molti nobili, notai, proprietari terrieri.

I nobili, fuggiti e uccisi, permettono la vittoria del popolo a Bronte. Ma ora non sanno cosa fare! Come
organizzare il lavoro delle terre, verga descrive in un punto i cittadini che osservano queste terre, che erano
dei nobili e ora roba loro.

Lui sottolinea che il popolo, prima unito, si disgrega perché spinti da interessi personali, si guarda in
modo competitivo all’altro. Ma quando arrivano i garibaldini, che sapevano tutto, reprimono la rivolta e
puniscono i responsabili della rivolta, che vengono fucilati e altri vengono imprigionati e processati a
Palermo.

Verga chiude la novella dicendo che tale rivoluzione alla fine non servi a nulla perché la situazione a
Bronte rimane la stessa. Alla fine riporta le parole di uno dei condannati che rivendica quelle promesse
che gli furono fatte gli promisero la “libertà”.

Il registro qui non è più, ma tragico (si parla di fatti veri), ma rimane lo sguardo critico su questo mondo
contadino che si ribella.

Infatti lui è interessato ai “vinti” della storia. Quindi agli emarginati, deboli. Ma quando vede che i deboli si
ribellano, il suo atteggiamento cambia: si fa sarcastico e se ne distacca.

Questo a causa della sua ideologia politica: lui è proprietario terriero, quindi temeva le rivolte socialiste,
questo perché lui è perché estremamente pessimista (differenza rispetto ai romanzieri francese),
pessimismo nei confronti della realtà umana, perché esiste il darwinismo sociale e tutti pensano per
sésfiducia nelle rivoluzioni e nell’atteggiamento progressista della società umana. Questo perché la
realtà non cambierà e ci sarà sempre egoismo e il più forte avrà la meglio sugli altri.

(diversamente da Zola, che invece ha fiducia nel progresso, e parla di lotte che vogliono rivendicare i
diritti sociali, specialmente nel mondo operaio).

CAPITOLO 11
Paragrafo 12 si inaugura la terza sezione del romanzo, Ntoni decide di lasciare Aci Trezza.

C’è dialogo fra il nipote e il nonno.

Padron Ntoni richiama le generazioni precedenti, Ntoni deve accontentarsi di ciò che ha e mandare avanti
le vecchie tradizioni.
La vita della famiglia presuppone che non ci siano cambiamenti, ma Ntoni non vuole questo e rivendica i
suoi sogni individuali per arrivare ad un cambiamento (il progresso lo influenza).

Rivendica il desiderio di andare in città, che aveva già conosciuto.

Ma questa voglia viene frenata dalla madre che lo fa ragionare, esprimendogli il suo dolore. Allora lui
rinuncia.

Avviene una nuova disgrazia che cambierà tutto.

paragrafo 26 Ntoni rinuncia a partire: la Longa lo convince, ma il narratore dice che ora è lei che sta per
partire, per il viaggio della morte. (allontanarsi dal paese=morte).

Cosa causa la sua morte?

Il colera (epidemia davvero avvenuta nel 67’ a Catania)Verga qui racconta di un’epidemia come fece
Manzoni, questo perché vuole sottolineare la differenza fra la sua tecnica narrativa rispetto a quella di
Manzoni: Verga ci parla del contagio della Longa che non aveva fatto caso a una persona che li prima vi
lasciò degli untori. E perché si pesava che il colera fosse trasmesso dagli untori.

La stessa spiegazione se la davano i cittadini di Manzoni, ma lui, essendo onnisciente, fa capire che erano
tutte superstizioni. Non accetta questa loro spiegazioni irrazionale. Verga invece accetta le credenze dei
cittadini, un’azione di “straniamento”, che consiste nel raccontare una vicenda da un punto di vista che è
insolito per il lettore

paragrafo 27il colera diminuirebbe le loro possibilità di fare affari. Gli stessi Malavoglia che erano solito
vendere acciughe, non potranno più farlo perché devono aspettare i santi per venderle bene. Ma in quel
momento arriva proprio il colera che impedisce tutto ciò.

paragrafo 28la Longa per reagire, va a vendere uova e pane ai forestieri sfollati. Ma doveva stare
attenta: non doveva farsi infettare. Ma prende il colera sedendosi su dei sassi, prima unti da untori i quali si
pensava trasmettessero il colera.

paragrafo 33torna di farmacista, che sarebbe uno fra i più colti del paese. Diceva che non erano gli
untori a trasmettere la malattia, ma allora lo accusano di essere lui a diffonderlo. Ma lui risponde
ribadendo che in fondo anche lui ci credeva, ma lui dice di esser nemico perché è nemico del governo, è
repubblicano (non dice di non crederci perché sono fesserie).

paragrafo 47la Longa muore e Ntoni alla fine, decide di partire e in casa inizia a prepararsi. Sta per
tradire la religione della famiglia e in quel momento diventa per la famiglia un estraneo.

CAPITOLI DALL’11 AL 15
Dal colora si arriva il 1874, muore la Longa e la Mena è responsabile della famiglia, ma perdono la
Provvidenza.

Ntoni dopo un po’ torna a Aci Trezza, sconfitto, però non vuole ricominciare quella vita di sempre e alla
fine decide di darsi al contrabbando per far fortuna.
Ma con contrabbandieri è sorpreso dal finanziere don Michele e lui cerca di reagire ferendolo. E viene
arrestato. È processato a Catania. In qualche modo ha buon avvocato che gli fa avere una condanna più
lieve, condannato a solo 5 anni di carcere.

Ma come fa a mitigare la pena? Introduce una figura che era marginale, la Lia: sorella minore. Questa,
dopo la rovina della famiglia, aveva ceduto alle avance di don Michele.

Quindi l’avvocato mette in piazza la cosa: dice che Ntoni agì per difendere l’onore di Lia. Ma lei cosi
facendo, viene svergognata davanti a tutti e per questo fugge a Catania dove fa la prostituta.

CAPITOLO 15 - ULTIMO
Emerge Alessi, uno dei fratelli che segue la filosofia di padron Ntoni, lui qui riesce a iniziare un nuovo
nucleo famigliare, sempre a nome “Malavoglia”, dopo tanto lavoro riesce a riscattare e ricomprare da zio
Crocifisso la casa del Nespolo.

Qui vi va con Nunziata, una loro vicina di casa, orfana di madre abbandonata dal padre con fratelli da
crescere. Questa figura è simile Mena, e fin dall’infanzia è legata ad Alessi che alla fine se la sposa.

Lui porta nella nuova casa anche Mena che si vede con Alfio che è tornato e a cui chiede di sposarlo, ma
lei rifiuta. Dice di esser troppo vecchia, ma in realtà lo fa perché ormai la sua famiglia è stata svergognata
da Ntoni e da Lia, se mi sposo tutti ne riparlerebbero di nuovo, svergognando anche Alfio.

Ora dovrà fare da madre ai figli del fratello.

Nel frattempo muore padron Ntoni, e alla fine fa un’ultima comparsa a Aci Trezza Ntoni uscito di
prigione.

Paragrafo 64Ntoni torna da estraneo, quale è da quando ha tradito la religione della famiglia. Proprio
per questo all’inizio Alessi non gli parla.

Gli chiedono dove volesse andare, perché capisce che tornando a casa lui ormai non può reinserirsi nella
famiglia, e nel paese.
LA LETTERATURA DELLA RESISTENZA – LA LETTERATURA NEOREALISTA
Il Neorealismo, è un movimento letterario che prede il nome da un’esperienza artistica extra letteraria,
nasce nell’ambito del cinema infatti, e in particolare da un fenomeno artistico che si diffonde poi in altre
discipline.

È un termine usato in Italia prima della 2° guerra mondiale e nasce come traduzione di un termine tedesco,
in realtà la traduzione giusta sarebbe “nuova oggettività”.

In Germania designa un nuovo cinema degli anni 20’ che si contraddistingue per un forte impronta
realistica di denuncia sociale.

Questa espressione arriva in Italia per definire per la prima volta un film, che esce nel 1943, “Ossessione“
di Luchino Visconti. Questo film è tratto da un romanzo contemporaneo statunitense, “Il postino suona
sempre due volte“ di James M. Cain, è un romanzo di impronta realista.

Come mai il film è definito neorealista? Perchè gli spettatori si accorgono che il film era diverso dagli altri,
film fascisti tra cui si distingueva il filone del cinema dei “telefoni bianchi” (commedie sentimentali, cinema
disimpegnato) e il filone del cinema detto “calligrafismo” che significa che tale cinema era molto raffinato
nelle sue premesse culturali (tratti dai grandi romanzi dell’800’ e raffinato nella messa in scena). Tuttavia
erano cinema fascisti.

“Ossessione” è diverso:

 per il modo in cui è girato: per lo più in spazi veri, ambientato nella bassa padana nel ferrarese.
 E poi per i temi affrontati: presentati in modo diverso: siamo nella bassa padana, quindi si parla di
adulterio, sesso, omicidionovità del soggetto, raccontato in modo crudamente realistico.

Negli anni della guerra esce tale definizione che verrà ripresa pochi anni dopo per designare altri film che
sono quelli realizzati o negli ultimi anni ella guerra, o nel primo dopo guerra da registi come Rossellini -
“Roma città aperta”, Vittorio De Sica – “Ladro di biciclette”.

Le caratteristiche di questo cinema vennero dichiarate apertamente da un altro personaggio Cesare


Zavattini, sceneggiatore amico di Rossellini e di De Sica. Egli disse che il cinema nacque da una necessità,
di dare voce nella maniera più fedele possibile alla realtà, la realtà drammatica italiana del secondo dopo
guerra (distrutta fisicamente e moralmente dal fascismo). Si vuole trasmettere l’attualità (infatti molti
film vengono girati quando il paese è ancora in guerra).

Cinema che ha molte novità:

 Novità per gli argomenti trattati


 Tecniche utilizzate, dettate anche dalla necessità (es. non si può girare a Cinecittà che è occupata
da profughi ecc, quindi lo si faceva nelle strade, nelle case di Roma., come dimostra il film “Roma
città aperta” dello stesso Rossellini). In spazi veri con attori in parte non professionisti tratti da
quella realtà che si vuole raccontare. Tutto ciò impressiona molto, e sono gli anni in cui il cinema
italiano riscuote più successo nella storia del cinema!
Il Neorealismo è famoso nel cinema, ma anche in letteratura: anche in questo ambito accade
qualcosa di simile.

Anche qui gli scrittori avvertono quella necessità, di dare voce all’Italia di quei tempi, disperata e
orgogliosa. Anche qui le storie vengono narrate in modo molto attuale e che cerca tecniche narrative
dirette.

È un’esigenza che sentono vari scrittori: esordienti in questo clima, nati negli anni 20’ che hanno fatto
la Resistenza come Calvino e Fenoglio. Ma anche scrittori già affermati, come Pavese e Vittorini.

N.B il neorealismo letterario non è solo prosa, ma è anche poesia.

Calvino disse che “il neorealismo non è una scuola, è un’esperienza” quindi non ha una poetica unitaria:
non ci si rifà a un preciso manifesto letterario che dice cosa e come scrivere.

Gli autori interpretano la sensibilità umana, ma ognuno lo fa a modo suo. Da qui deriva la difficoltà di
definire bene i limiti e le caratteristiche del movimento. Ma ci sono tratti salienti:

 Dal punto di vista dei temi: vi sono 2 filoni principali:


1. comprende quei romanzi più direttamente legati all’esperienza di Verga e al Verismo di fine 800’,
sono quei romanzi che non parlano di guerra ecc, ma descrivono solo la vita quotidiana delle classi
popolari (come fece Verga nelle sue opere) dell’Italia contemporanea, ma non solo. Es. “La
Malora”, ambientato all’inizio del secolo.
Si rifanno però anche a esponenti del Verismo regionale, scrittori che cercano di riprendere il
metodo verista di Verga per adattarlo a realtà geografiche diverse da quelle di Verga (la Deledda lo
adatta alla Sardegna, Zena invece alla realtà ligure, genovese).
2. filone bellico: tratta il tema della guerra, della Resistenza, ma non solo. Infatti vi rientrano anche i
romanzi che trattano esperienze di prigionia o della realtà dei campi di concentramento (es. “Se
questo è un uomo” di Levi).
Ma in questo caso va fatta un’altra distinzione: vi sono molte opere di memorialistica, diari di
scrittori non professionisti che hanno fatto la Resistenza e raccontano la loro esperienza, lo fanno
senza particolari ambizioni letterarie e lo fanno con un intento celebrativo, eroico che descrive la
Resistenza. Fra queste opere vi sono i romanzi frutto invece di scrittori esordienti per lo più e
professionisti, che hanno dei modelli, raccontano con maggiori ambizioni artistiche. In questi
romanzi c’è anche uno sguardo più complesso, “critico”, pronto a non idealizzare troppo i
partigiani, e a trovare anche aspetti anche negativi della Resistenza.
Entrambi i temi vogliono avere una forte valenza di denuncia sociale, per fare si che rinasca una
nuova Italia, che dovrà fondarsi sui valori che ha ispirato la lotta partigiana. Un paese più giusto e
democratico. In ciò si distingue dal verismo, perché è una letteratura “impegnata”, “engageé”.
 La forma: si cerca uno stile meno letterario possibile, che sia diretto e immediato, colloquiale
vicino all’italiano parlato e dialettale, e qui gli scrittori si ispirano da Verga. Infatti per fare ciò
usano una sintassi molto semplificata, prevale la paratassi. Si scrive come la gente parla. Quindi
anche il lessico è colloquiale, dialettale. Queste scelte hanno finalità precise: vogliono creare una
letteratura popolare, che possa essere letta e capita da più gente possibile. Perché vogliono
denunciare e quindi la gente deve sapere ed essere educata.
 I limiti cronologici:
1. sicuramente la fase più vitale del movimento si trova dai primi anni 40’ fino ai primi anni 50’.
Poi questa spinta, urgenza si indebolisce e arriva dei cambiamenti per effetto di quello che
successo a livello politico in Italia alla fine degli anni 40’. Si risente infatti degli effetti del 18
aprile 1948, anno in cui ci furono delle elezioni per far si che la Repubblica inizi il suo cammino.
A vincere sono i democristiani a cui si opponevano le sinistre. Questo suscita una delusione.
Inoltre cambia l’atteggiamento dello stesso partito comunista: a cui gli scrittori sono molto
legati. Questo inizialmente lascia tanta libertà espressiva a questi artisti. Dal 48’, cambia: il PCI
è in crisi, infatti si entra nella guerra fredda e l’Italia sceglie il blocco occidentale. I comunisti
dicono quindi che gli scrittori che vogliono stare dalla parte del popolo (fra cui i neorealisti)
devono scrivere seguendo le indicazioni della direzione culturale del partito comunista
italiano, non c’è più libertà assoluta. Anche i neorealisti devono seguire delle regole, cosa che
prima non facevano. Ad esempio devono presentare personaggi eroici.
2. A tal punto molti prendono le distanze dal partito (ad esempio Calvino), altri invece seguono
questo programma, si tratta di scrittori di una seconda fase del neorealismo, che inizia dagli
anni 50’, meno interessante però rispetto alla prima parte.

IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO - CALVINO


Esce nel 1947, Calvino lo compone di getto nello stesso anno e rappresenta il suo esordio
letterario.

Nel 1949 egli pubblica una raccolta di racconti “Ultimo viene il corpo” dove molti racconti
riprendono la tematica partigiana, già trattata nei romanzi precedenti.

Sono le due opere della Resistenza, quindi neorealiste.

Il romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno” è ispirato all’esperienza della resistenza di Calvino che
fu partigiano in Liguria.

Visse infatti a Sanremo e ci racconta la storia dal punto di vista di Pin, il protagonista. Lui dai
caruggi di Sanremo arriva a unirsi ad una banda partigiana.

È un ragazzo orfano di madre, il padre è marinaio, e vive in quegli anni con la sorella, la Nera, che fa
la prostituta. È molto odiata perchè presta servizi anche ai tedeschi, nemici. E ciò ha conseguenze
anche su Pin, che frequenta gli adulti del paese ed in particolare coloro che frequentano una
taverna dove sono per lo più partigiani.

E per farsi notare da loro ruba la pistola di un tedesco, cliente della sorella. Pistola che vuole
portare ai partigiani che lo ignorano allora la nasconde nei sentieri dei nidi di ragno, posto che
solo lui conosce dove “fanno i nidi i ragni”.

Nel corso della storia verrà arrestato, poi incontra un capo partigiano, Lupo Rosso. Con lui evade
dal carcere e incontrano Cugino con cui riesce a unirsi a una compagnia partigiana che però è
molto improvvisata. Non fatta di eroi. La compagnia è chiamata del “Dritto”. Tra questi partigiani
c’è nè uno giovane, Pelle, con cui Pin entra in confidenza perché lui cerca un amico. Lui però si
rivela essere un traditore che dirà ai nazi fascisti dove si trova la loro compagnia.
Alla fine riescono a salvarsi e Pin corre a recuperare la pistola che però non trova perché solo
Pelle sapeva dove la teneva e probabilmente fu lui a prenderla. Pin però la ritrova tramite la
sorella.

Il romanzo finisce con Pin che ritrova Cugino, con il quale finalmente sembra instaurare un
rapporto di amicizia: è l’unico adulto che riesce a capire Pin. Chiede dove fosse la sorella, Pin crede
allora che l’abbiano tradito di nuovo, ma poi sente degli spari e forse Calvino dà da intendere che
Cugino ha ammazzato la sorella.

 È un romanzo di formazione: Pin vive dall’infanzia all’adolescenza scoprendo l’amicizia, il


tradimento e anche qualcosa di politica.
 Vi è la cruenta realtà della guerra che però Calvino racconta dal punto di vista di un bambino,
quindi è un punto di vista realistico, realtà che il bambino modifica con la sua fantasia, lui spesso
trasfigura la realtà (es. il sentiero dei nidi di ragno è un luogo creato da lui, che solo lui conosce.)
questo suo mondo è minacciato dalla realtà della guerra, lo dimostra il tradimento di Pelle, che
distrugge infatti questo luogo.

Pavese utilizzerà l’aggettivo “fiabesco” per descrivere questo romanzo, che non è solo realistaè
reale con uno stile fiabesco.

Nel 1964 lui ripubblica il romanzo con una prefazione in cui lui cerca di raccontare come nacque
il suo esordio letterario. In realtà cercando di ricostruire la sua esperienza cerca anche di fare un
po’ il punto di cosa è stato il neorealismo di cui si parla ormai da molti anni.

Questo è l’unico testo teorico su cosa sia stato il neorealismo!

PREFAZIONE AL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO


Ribadisce che il neorealismo nasce da una sensibilità etica, artistica comune a tutti del clima
del secondo dopo guerra.

“Non c’è un capo scuola” dice lui, non hanno un manifesto; ognuno ha interpretato questa
esperienza drammatica a modo suo.

Riga 20: vogliono l’immediatezza di contatto fra scrittore e pubblico. Si aveva la smania di
raccontare perché si era riconquistata la libertà d’espressione.

Calvino ci dice che il romanzo nasce dalla sua esperienza, ma vi ha aggiunto cose che ha sentito
raccontare da altri perchè tali romanzi erano romanzi della tradizione orale appena nata.

Questi romanzi sono infatti definiti popolari e epica.

In che senso epica?

 Sono poemi che nascono da storie che si sono tramandate oralmente fino a quando
qualcuno non le fissò per iscritto, come fecero un Omero o un Virgilio.
 Ma lo è anche in un altro senso: se si fissano questi racconti per iscritto, questi dovevano
esprimere la cultura, i valori, le speranze dei popoli da cui erano nati (nei poemi omerici ci
sono i valori del popolo greco). Si presentano ideali collettivi.
Calvino cerca di dare un’unica definizione: ma non vi riesce.

Infine dice che loro non volevano solo raccontare quelle storie, ma “esprimerle”, parlare di loro
stessi e dei loro sentimentil’oggettività del Verismo di fine 800’ svanisce.

Calvino si chiede quali sono i modelli a cui loro si sono ispirati e quali esperienze letterarie hanno
rifiutato:

 spiega che questo neorealismo non fu “paesano” nel senso del verismo regionale, non è
legato a quegli scrittori che descrivono una realtà regionale usando il metodo verista.
L’ambientazione locale doveva dare vero somiglianza a un discorso che però voleva essere
una realtà più generale.
Dicendo ciò vuole spiegare che non volevano parlare solo delle loro realtà locali, e di
resistenza, ma usare questi aspetti per fare delle riflessioni sull’esistenza umana,
ambientate nei tempi e luoghi della resistenza.
Il loro realismo parte dalla descrizione di realtà particolari, che però vuole far
esprimere a queste descrizioni delle verità universali. In cui i modelli furono gli scrittori
americani che hanno usato la provincia americana, esattamente in questo modo

Negli anni 30’ si posano questi basi: in questo tempo gli scrittori italiani guardano alla cultura
degli USA, è un periodo in cui gli autori più tradotti sono Wittman, Poe, Melville e anche autori
contemporanei fra cui Hemingwey.

In particolare Vittorini e Pavese (che erano attivi già prima della nascita del neorealismo), si
adoperarono per la diffusione della letteratura americana in italiano, traducendo questi autori,
Vittorini traduce poe e scrive nel 41’ un’antologia, “Americana”, in cui riprende autori americani
dalle origini fino all’età contemporanea. Anche Pavese traduce “Moby Dick” di Melville.

Perché l’America come modello?

- Dal punto di vista politico essa una libera democrazia, quindi è un emblema di libertà di pensiero,
ma lo potevano essere anche altre nazioni. Quindi ci sono altre ragioni.
- È vista come terra giovane culturalmente, addirittura quasi primitiva. Significa che è una nazione
meno conservatrice dell’Europa dal punto di vista culturale, è più facile sperimentare strade nuove
in arte come in letteratura.

(VITTORINInato a Siracusa, si trasferisce poi al nord e dopo aver iniziato la scuola di ragioneria, inizia a
studiare da autodidatta autori italiani e stranieri. Cosi facendo riuscirà a diventare una figura di primo piano
nella cultura italiana.

Anche lui neorealista! È un realismo diverso, più lirico, dove quindi l’autore non si deve eclissare, ma può
far sentire le proprie emozioni, e la propria soggettività.

Fanno sentire inoltre la loro presenza attraverso un forte simbolismo, racconto di personaggi reali della
tradizione americana, ma che rimandando a altri significati. È ciò che farà anche Calvino: fa sì che tutti si
identifichino in Pin, il personaggio, ci si scopre meno pronti di fronte alla resistenza, come inferiori,
esattamente come un bambino.)
Si basano su 3 titoli, modelli:

- Malavoglia di Verga
- Conversazione in Sicilia di Vittorini
- Paesi Tuoi di Pavese

Volevano dare valore alla resistenza, scrivendo grandi romanzi, e questa per loro è una responsabilità.

Quindi Calvino dice che per non farsi impressionare da questa sfida, sceglie di parlarne con uno sguardo
laterale: non con lo sguardo di un partigiano adulto (come farà Fenoglio), ma attraverso gli occhi di un
bambino. Uno sguardo semplice, ma non influenzato dall’ideologia (politica). Un bambino infatti non vede
l’aspetto politico, ma l’agire degli uomini per dei valori ben più alti. (anche se in parte è trattato il tema
politico – attraverso per esempio la figura di Kim, ma si tratta di una piccola parte del romanzo).

Inoltre non parla di grandi eroi, come gli veniva imposto, ma di una compagnia quasi di criminali,
personaggi improvvisati. Anche chi non aveva una vera esperienza politica, si è messo in gioca per degli
ideali, quindi lui dicendo ciò si rivolge a chi iniziava a denigrare la resistenza.

“UOMINI E NO” di Vittorini


nato a Siracusa, si trasferisce poi al nord e dopo aver iniziato la scuola di ragioneria, inizia a studiare da
autodidatta autori italiani e stranieri. Cosi facendo riuscirà a diventare una figura di primo piano nella
cultura italiana.

Attivo già dagli anni 30’ aveva già pubblicato il suo romanzo più celebre nel 1939, “Uomini e no” non è
infatti il suo capolavoro ma lo è “Conversazioni in Sicilia”.

Questo romanzo ha un protagonista autobiografico perché come Vittorini, anche lui è uomo che si è
allontano dalla sua terra, la Sicilia, e ci torna per trovare la madre.

Il romanzo ci racconta il viaggio verso questo paese e il tempo che il protagonista trascorre nel paese,
cioè un giorno. Questo ritorno alle proprie origini, in un mondo molto rurale e arretrato descritto in modo
realistico, è fatto di incontri, di conversazioni che lui ha con la madre, con alcuni viaggiatori che incontra e
altri del paese.

Il senso del libro deriva dal fatto che questi personaggi con cui parla sono figure radicate nella realtà
siciliana che simboleggiano anche qualcosa di piu profondo: le conversazioni infatti lo portano a capire che
nell’umanità ci sono:

 gli oppressori
 gli oppressi che desiderano diventare oppressori di qualcuno, per vendicarsi, ma questo è
sbagliato; gli oppressi devono unirsi fra di loro per sconfiggere gli oppressori.

Ogni personaggi simboleggia un modo di favorire questa riscossa degli oppressi contro gli oppressori (uno
da risposta cattolica, una rivoluzionaria).

È quindi un racconto di presa di coscienza della realtà politica; lo stesso Vittorini che aveva aderito al
fascismo di sinistra, ora se ne distacca, ma vi è ancora Mussolini, quindi lui deve usare delle allegorie:
tecnica che prende dagli scrittori americani
“Uomini e no” è del 1945

La storia è ambientata a Milano nel 43’, il protagonista è l’alter ego dell’autore che è il capo dei partigiani,
chiamato N2.

Non sappiamo molto di lui, ma sappiamo che è un intellettuale che si impegna nella resistenza.

Il romanzo racconta varie azioni partigiani in cui lui è coinvolto. Ma lui è anche innamorato, di Berta, che
però è sposata e non vuole lasciarlo, anche se innamorata di N2.

La prima vicenda raccontata è l’uccisone di 4 tedeschi, che decido di fucilare dei civili. Allora lui e i
compagni cercano di evitarlo riuscendovi solo in parte.

Alla fine lui decide di uccidere Cane Nero, capo dei fascisti a Milano. Ma fallisce: è identificato e deve
nascondersi cercando di fuggire da Milano. Però non lo fa: non vuole abbandonare i suoi compagni ma
nemmeno Berta.

Conclusione: arriva un giovane operaio che avverte N2 che i fascisti lo stanno per trovare, tra cui Cane
Nero, ma lui non fugge e combatte un’ultima volta e uccide Cane Nero ma muore anche lui.

Il giovane operaio parla con N2, accetta di entrare fra i partigiani e vedendo un soldato tedesco ma non ha
il coraggio di ucciderlo, e lo lascia scappare.

In cosa si distingue questo romanzo?

- Vi è realismo, ma anche un altro registro, ovvero un registro poetico: lui è spesso definito infatti un
“poeta in prosa” perché sceglie soluzioni espressive proprie della poesia più che della narrativa
realista. Il romanzo è infatti diviso in capitoli: alcuni sono scritte in corsivo (parti anti realiste –
prevale un registro lirico meditativo, perché il narratore parla in prima persona, lui stesso dialoga
con N2) e altre scritte in tondo (neorealiste, però anche nelle parti reali ci sono aspetti tipici della
poesia – es. l’episodio quando si vede una bambina fucilata dai nazi fascisti, e ci si chiede perché si
è così crudeli, alla fine qualcuno risponde, e sono proprio i morti, è la bambina morta che parla con
il vecchio. È interessante anche la riposta che i morti hanno dato: spiegano che uccidere vecchi e
bambini è il modo migliore che i lupi hanno per far paura agli uomini: questo spiega il titolo: vi sono
uomini e bestie). Lancia un messaggio: spera che la parte umano prevalga su quella bestiale

PAVESE
Romanziere e poeta, il suo esordio è con una raccolta di versi infatti.

Nel 1941 pubblica il romanzo “Paesi tuoi”, importante perché è un romanzo ambientato nelle Lange, in
Piemonte, luogo che Pavese descrive seguendo i modi dei narratori americani e come loro avevano
descritto la loro provincia americana, che è campagna.

Molti lo considerano il primo romanzo neorealista, l’inizio neorealista che precederebbe anche il
neorealismo cinematografico.

Il grande successo lo ebbe dopo la guerra, con due romanzi uno del 1948 “La casa in collina“ e uno del
1950 “ La luna e i falò”, ma nell’agosto del 1950, si suicida.
Suicidio che è dovuto al disagio esistenziale creato dalla guerra. Lui non partecipa alla guerra, combatte
ancora per l’Italia fascista. Sicuramente era di simpatie antifasciste, ma non aveva mai voluto impegnarsi.
Dirà che c’è un unico tipo di letteratura che non gli interessa, letteratura politica. La scelta di non
impegnarsi nella Resistenza la vivrà come un senso di colpa, con rimorso, sentimenti espressi in “La casa in
collina”.

Qui il tema universale è il rapporto tra intellettuale e realtà.

Il romanzo appartiene in realtà a un dittico (due racconti lunghi che stanno insieme) uniti sotto un unico
titolo “Prima che il gallo canti”, e sono “La casa in collina” e “Il carcere” esperienza degli anni 30.

Il titolo unico allude al Vangelo (Pietro che rinnega Gesù), tema del tradimento, rinnegare un impegno.
Infatti i protagonisti tradiscono i personaggi intorno a loro (es “La casa in collina” intellettuale scrittore
simpatizzante di gente che fa la resistenza, ma poi non le prende tradendo la loro fiducia).

“LA CASA IN COLLINA”


Corrado, insegnante di scienze che lavora a Torino negli anni del fascismo.

Lui durante la notte non vuole stare a Torino e come altri si rifugia nelle colline in una casa dove ha
affittato una stanza. Nella casa madre e figlia (Elvira innamorata). Frequenta l’osteria dove lavora Cate con
cui aveva avuto una relazione troncata quando era troppo impegnativa. Cate ha un figlio, Corrado detto
Dino che dal punto di vista anagrafico potrebbe essere suo figlio. Corrado rifrequenta Cate e anche il figlio
(Corrado non vuole saperlo perché lo impegnerebbe troppo), e frequenta altri giovani che vanno in questa
osteria, fino all’armistizio del 43’. Arrivano i nazisti a occupare alleati coi fascisti, così inizia resistenza. Cate
e chi frequentava l’osteria entrano nelle fila partigiane, invitano Corrado, ma lui si rifiuta. Avviene un
rastrellamento dove catturano Cate e i suoi compagni, Corrado invece evita l’arresto, ma prende Dino unico
salvato, e si rifugiano in un collegio. Dino decide di entrare tra i partigiani e Corrado invece rifiuta di nuovo.
Torna nelle Langhe e Corrado è preso dal rimorso e serie di riflessioni. Corrado non è indifferente a ciò che
succede intorno a lui, è antifascista, ma si distacca intellettualmente, resta prigioniero di quella inclinazione
che riflette piuttosto che agire. Queste riflessioni creano una barriera con Cate e i suoi compagni che invece
agiscono (poca teoria tanta pratica).

Pavese si auto analizza in maniera spietata, cosa che raramente gli scrittori fanno. La barriera nasce anche
dalla differenza sociale, Corrado è borghese e può permettersi di affittare una stanza, mentre racconta che
molti vanno in collina, ma dormono all’aperto. Questa sua scelta è quindi anche un vizio sociale. Corrado ha
consapevolezza del suo limite (si nasconde dalla vita). Lui dice che infondo la guerra lui l’ha aspettata tutta
la vita perché gli consente di isolarsi e nascondersi dagli impegni. 

FENOGLIO
Nasce ad Alba negli anni 20’, poi viene mandato a Roma arruolato. Nel 43’ rientra nelle Langhe e si
unisce ai partigiani. Dopo la guerra vivrà ad Alba, prende un’azienda vinicola locale.

Appassionato di letteratura inglese (lui scriveva sempre prima in inglese le sue opere e poi traduce in
italiano), ne è un esempio il celebre “Il partigiano Johnny” (metà italiano metà inglese).
Il suo esordio arriva dopo, nel 1952 con “I 23 giorni della città di Alba”, raccolta di storie partigiane.
Con quest’opera si fa notare (anche critiche di non aver celebrato la resistenza come avrebbe dovuto).
Inizia poi a progettare un romanzo dedicato agli anni della guerra (ci lavora da metà anni 50 fino al
1963 quando muore), che doveva comprendere due romanzi.

Gli viene offerto un contratto editoriale con Garzanti che gli fa pressione, così pubblica solo la prima parte,
dove Johnny viene ucciso, “Primavera di bellezze”, seconda parte nel 68’ “Il partigiano Johnny”, dopo la
sua morte.

“LA MALORA”
Nel 1954 Einaudi pubblica il suo primo romanzo “La Malora”, non di argomento partigiano, e forse il
meno noto; suscita indifferenza o perplessità (per es. di Vittorini che lo definisce opera che si pone sulla
scia del verismo regionale di fine 800, ma era l’esatto contrario di quello che Fenoglio voleva fare, vuole
presentare anche verità universali infatti).

TRAMA

Dove? nelle Langhe

Quando? in un periodo imprecisato, sicuramente a inizio 1900

Protagonista: un giovane contadino delle Langhe, Agostino.

Sostanzialmente si racconta la malora che colpisce la sua famiglia, ovvero la mala sorte. “Malora” è
un’espressione usata nelle Langhe e che Fenoglio usa con 3 sensi:

1. Intende le sfortune della famiglia Braida


2. La dura vita della realtà sociale descritta nel romanzo, ovvero il mondo contadino nelle Langhe,
una terra dura da lavorare e avara nel dare frutti
3. La malora storica, cioè una malora che da sempre ha colpito nella storia le classi marginali, ovvero
coloro che pagavano il prezzo per una società fondata solo su interessi economici

La famiglia dei Braida, è una famiglia che vive in un piccolo podere nelle alte Langhe, a San Benedetto
(N.B le Langhe sono divise in 2 parti, alte langhe, che stanno nell’odierna provincia di Cuneo al confine con
la Liguria e basse langhe andare nelle basse langhe da schiavo è infatti una discesa, un avvicinamento
agli inferi).

È una famiglia molto unita, padre, madre e 3 figli:

1. Agostino
2. Stefano il piu grande
3. Emilio che è il più piccolo.

La famiglia ad un certo punto affronta difficoltà economiche (1° manifestazione di malora): hanno dei
debiti e il lavoro della terra non gli basta più, inoltre il maggiore Stefano deve mollare la famiglia per
fare il servizio militare. Egli è un personaggio che riprende Ntoni dei Malavoglia, per quanto non abbia
la centralità che Ntoni ha nei Malavoglia. Ma lui lo descrive come giovane sfaticato che andando a fare
il servizio militare e conoscendo la città si disinnamora della vita contadina.
All’inizio vi è una famiglia unita che poi si disgrega: iniziando da Stefano, ma poi anche con Emilio che
deve partire. Lo mandano a studiare da prete ad Alba. Questa decisione serve ai Braida per liberarsi i un
debito: uno infatti lo avevano con la maestra del paese di San benedetto dove loro vivono. Lei dice che i
soldi a lei non servono e che si potevano sdebitare automaticamente, se ma in cambio Emilio fosse
mandato a studiare da prete.

Per la famiglia è un duplice vantaggio: si liberano di un debito e di una bocca da sfamare. Svantaggio però
per lui che vive la partenza come un sacrificio che lui fa in silenzio, lo fa per il bene della famiglia.

Allo stesso modo fa Agostino, che viene assunto come bracciante in una cascina in bassa langa, detto il
Pavaglione, che è amministrato da un mezzadro (forma di contratto usato nel mondo contadino: un
terreno ha un proprietario che affida il lavoro della terra a un mezzadro, e i due alla fine si spartiscono i
guadagni dati dal lavoro della terra) di nome Tobia, che lavora per un ricco farmacista di Alba, vero
proprietario dei terreni. Uomo rude e avido, fa vivere tutti in povertà, perché vuole guadagnare il piu
possibile per comprare un podere tutto suo.

La vita è molto dura al podere: Agostino è solo un servo e deve sopportare dure condizioni di lavoro, il
fatto che si mangia poco (= anche i figli di Tobia sono nella stessa condizione).

Passa il primo anno al Pavaglione, che visita anche il fratello Emilio. Ad ogni visita Agostino trova il fratello
sempre più in peggiori condizioni di salute (infatti incontrerà la tisi che lo farà morire)

C’è un suo primo ritorno a casa quando muore il padre, cadendo in un pozzo. Spera di poter rimanere,
perché la vita al Pavaglione gli pesa: non per il duro lavoro, ma gli dà fastidio doversi massacrare per
procurare la famiglia di altri, mentre la sua è in difficoltà.

Ma non è possibile, e deve tornare al Pavaglione e qui ha 2 possibilità di lasciare il podere date da:

1. Un altro bracciante che viene assunto, Mario, potrebbe prendere il suo posto e lasciar partire
Agostino e fargli trovare fortuna altrove. Ma lui rifiuta. Questo perché partire = allontanarsi dalla
sua famiglia e soprattutto dalla sua terra (è fedele alla famiglia e alla sua terra).
2. Poco dopo, ha un'altra occasione: Tobia è sposato con una donna anche lei trattata male, che si
ammala, e Tobia deve assumere un aiutante, Fede. Essa finalmente sembra dare speranza al
ragazzo: i due si innamorano e iniziano a pensare ad una vita insieme. Ma la malora li affligge: la
ragazza, di umili origini, deve sposarsi con un ricco, per volontà dei genitori. E allora deve
accettare in silenzio; infatti lascia il podere e Agostino.

Ora c’è finalmente la buona sorte: al paese san Benedetto torna Stefano dal servizio militare e viene
assunto come garzone in un negozio di parenti ad Alba, e in famiglia si ha bisogno di qualcuno che lavori
le terre di famiglia. Quindi Agostino torna nel suo paese.

Si tratta per lui di un momento di estrema gioia: nonostante le difficoltà economiche, è contento, perché
può aiutare il fratello ammalato gravemente. Finalmente lui si è liberato dalla schiavitù del lavoro altrui.
Osservazioni:

1.

Rapporto coi Malavoglia: vi sono delle analogie di trama:

- Stefano = Ntoni entrambi lasciano il loro paese e non sono devoti al lavoro
- Agostino = Alessi che torna alla casa del nespolo come agostino torna a casa
- Il padre = padron Ntoni egli aveva il desiderio di abbandonare il lavoro dei campi per acquistare
una censa (ovvero una tabaccheria), ma non vi riesce e da qui iniziano le difficoltà economiche e è
come se il padre con questo suo desiderio scrivesse il suo destino: l’affare non va a buon fine, inizia
di nuovo a lavorare nelle terre, ma ormai gli manca la voglia e il cadere in un pozzo nasce da una
disattenzione con cui considera il lavoro. Allo stesso modo aveva fatto padron Ntoni comprando il
carico dei lupini, ma nonostante il suo desiderio di entrare nel mondo del commercio, l’affare non
va a buon fine e ciò segna il loro destino. (si sono lasciati trasportare dalla bramosia del tempo)
- (Tobia = mastro don Gesualdoavidi, che pensano solo alla “roba”).

Tecniche narrative: analogie e differenze coi Malavoglia:

- Uso di espressioni del dialetto piemontese


- Vicende narrate da voce narrante che ha un punto di vista interno, ovvero quello dei contadini
delle langhe = nei Malavoglia dove la storia è filtrata dagli occhi dei cittadini di Aci Trezza
- Differenza: Fenoglio non sceglie un narratore corale: è il protagonista stesso che ci racconta tutta
la storia. Il romanzo è infatti un lungo flash back: che inizia quando è tornato ormai a casa.
2. Fatti non sono raccontati in ordine cronologico, ma secondo l’importanza che gli dà Agostino: a
volte i fatti sono collegati, altre volte non vi è un nesso cronologico o logico fra gli eventi narrati.
Vi sono anche delle anticipazioni: il romanzo si apre con il ritorno di Agostino a casa dopo il
funerale del padre a cui era molto legato, perché questo evento è molto più importante, rispetto al
suo percorso di formazione. Ci dice della morte del padre, delle loro difficoltà economiche, della
partenza dei fratelli e poi parla dell’esperienza ad Alba, e alla fine torna alla morte del padre
raccontata ora in modo dettagliato.
3. Il senso del racconto: lo vediamo da qualcosa che lui racconta ad un amico: lui spiega che con tale
storia vuole raccontare la parabola dell’uomo che fu cacciato dall’eden. L’eden è rappresentato
dalla casa di famiglia, dove Agostino vive infanzia e adolescenza. Nonostante la vita li sia dura, è
considerato un eden perché ci sono anche elementi che permettono di resistere alla malora: gli
affetti famigliari (prima delle varie partenze) e il poter lavorare la propria terra. Quando deve
partire, viene cacciato dalla sua famiglia per andare a lavorare la terra di altri. Questa uscita
dall’eden segna per lui l’inizio di un percorso di formazione: infatti la malora è un romanzo di
formazione:
- La prima lezione che impara è la dura legge del bisogno economico: chi è povero non può
realizzare le proprie aspirazione (a partire da quelle più semplici, come lo stare con la propria
famiglia).
- Poi impara la durezza del lavoro, ma anche la gratitudine che ne proviene.
- Poi attraverso Tobia, lui conosce l’avidità, la bramosia di cambiare la propria condizione.
- Capisce la cattiveria degli uomini soprattutto in relazione alle gerarchie sociali: lui stesso è schiavo
di Tobia e conosce l’umiliazione. MA impara anche che lo stesso Tobia deve sottostare al suo
padrone.
- Ci sono anche le sirene tentatrici: es. Mario che vuole farlo andare via da Alba.
Davanti a tutte queste esperienze lui rimane sempre fedele alla sua famiglia e alla sua terra, è tutto
ciò che gli importa (un po’ meno quando incontra Fede).
4. Il romanzo è circolare: alla fine il premio di Agostino è il suo ritorno a casa. San Benedetto è il
nome del paese e dimostra la gratitudine che dà al protagonista, quindi la scelta del nome del
paese non è casuale.

“UNA QUESTIONE PRIVATA”


Il progetto per il romanzo è scritto dopo la Malora, in cui riprende il tema partigiano. E scrive su questo
tema un “libro grosso” come lui stesso dice, che racconti la storia dell’Italia degli anni della 2° guerra
mondiale.

Il primo romanzo ha il titolo di “La primavera di bellezza” che prevede un protagonista di nome Johnny.
Questo romanzo doveva essere diviso in 2 parti:

1. Johnny lascia le Langhe e va a Roma, poi nel 43’ torna delle Langhe e entra nei partigiani
(pubblicato 1959 quando Fenoglio deve dare qualcosa a Garzanti e decide di dargli la prima parte
del romanzo su Johnny, che lui fa concludere con la sua morte).
2. E la seconda (che viene pubblicata postuma, nel 1968).

Inizia a comporre il romanzo in inglese per poi ritradurlo in italiano.

Inizia a lavorarvi negli anni 50’ quando il tema della resistenza non era molto affrontato dagli scrittori,
perché il grande successo fu prima. Questo perché si esaurisce la prima fase più vitale del neorealismo (a
causa della vincita della DC e il fatto che ora i comunisti impongono delle regole agli scrittori).

Ma lui deicide comunque di affrontare il tema, volendo sfidare questi canoni culturali che il PCI cercava di
imporre. Essi volevano infatti romanzi caratterizzati da una coralità di personaggi, quindi ci si concentra
sulle imprese id tanti, per mostrare come la resistenza per prima volta ha fatto si che uomini e donne si
unissero per combattere una guerra comune, per mostrare quindi che si devono abbattere le gerarchie
culturali (principio su cui si doveva basare la futura Italia).

Ma lui sceglie sempre un protagonista individuale, ci descrive la resistenza come un’esperienza


individuale, non collettiva.

Tuttavia, siccome in questa prima parte del romanzo Fenoglio parlò poco di resistenza, deve ora
scrivere un’altra parte del romanzo, ma non continua quel progetto in cui parla di un quadro generale
della resistenza, ma sceglie di iniziare un nuovo romanzo. 

Quindi dice che ce ne parlerà in modo diverso: non parlando di Johnny, ma ci parlerà di una storia molto
più compatta ambientata nell’estate 44’, ci parla di un solo pezzo della resistenza e userà un intreccio
romanzesco: non mette al centro un solo personaggio, ma un triangolo amoroso.

Quindi la 2° parte del romanzo di Johnny la lascia perdere, anche se sarà pubblicata dopo la sua morte,
col titolo “il partigiano Johnny”, nel 1968.
TRAMA

Dove e quando? La vicenda prende come sfondo la guerra di resistenza nelle Langhe.

Chi? Il protagonista è un giovane partigiano ventenne, militante nelle formazioni badogliane, con il nome
di battaglia di Milton.

Milton è innamorato di Fulvia, una bella ragazza torinese di buona famiglia, sfollata per qualche tempo ad
Alba, prima dell'armistizio del settembre 1943, dove Milton l'aveva conosciuta. Diversi mesi dopo la sua
partenza, con la guerra partigiana in pieno svolgimento, Milton spinto dalla nostalgia fa ritorno alla villa
dove erano soliti passare le loro serate. Qui incontra la guardiana della villa, che lo conosceva fin da quel
periodo, e le chiede il permesso di visitare quei luoghi per lui così cari e densi di ricordi. Durante la visita
alla villa, l'anziana guardiana accenna a una relazione tra Fulvia e Giorgio, migliore amico di Milton, e suo
compagno partigiano.

Milton, quasi incredulo, vuole trovare Giorgio e chiedergli la verità sulla relazione.

Si mette così in viaggio verso il reggimento in cui si trovava Giorgio, ma non lo trova. Poco dopo arriva la
notizia che è stato catturato dai fascisti. Milton va alla ricerca di un prigioniero nemico da scambiare con
Giorgio prima che questi venga giustiziato e solo dopo giorni di vagare fra le colline nebbiose riceve
un'informazione da una vecchia, nei pressi della città in cui è tenuto Giorgio: un sottufficiale nemico ha
intrecciato una relazione con una donna che abita lì vicino, e spesso in diversi momenti della giornata si
reca da questa per fare l'amore. Milton riesce a catturarlo per scambiarlo con Giorgio, ma questo
impaurito tenta la fuga in un momento di distrazione del partigiano, che è costretto a sparargli.

Quando ormai ogni speranza di liberare l'amico è perduta e con esso anche la verità sull'amore di Fulvia,
Milton ritorna nella villa in collina per chiedere alla vecchia guardiana tutta la verità sulle scappatelle
notturne di Fulvia, ma viene sorpreso dai fascisti e si mette in fuga, inseguito da questi che gli scaricano
colpi di mitraglia addosso. Milton, probabilmente ferito e spossato, giungerà dopo una folle corsa nei
pressi di un bosco e crollerà a terra, ma non si sa se è morto o cade salvo per lo strazio della corsa.

Il finale del libro ha suscitato molte discussioni fra la critica, in quanto l'autore non è chiaro
sull'inseguimento di Milton e sulla sua condizione, e ciò ha fatto pensare ad un romanzo incompiuto,
essendo stato, fra l'altro, ritrovato dopo la morte dello scrittore e pubblicato postumo: non viene, ad
esempio, scritto che il partigiano è colpito dai proiettili nemici, né che muore alla fine, dopo esser caduto a
terra. Non viene menzionata la presenza di sangue e, nel caso in cui l'autore avesse deciso di concludere il
romanzo con la morte del protagonista, questa morte è possibile che sia avvenuta per la spossatezza e il
dolore per il tradimento ricevuto da Fulvia, più che per le ferite del nemico.

Riflessioni:

- Importante è la “questione privata del personaggio” per cui si inizia la ricerca di una verità. Infatti
all’inizio con Johnny lui voleva raccontare quanti più fatti possibili del 40-45, per dare un affresco
storico del tempo. Questa prospettiva cambia totalmente qui: la Grande Storia della resistenza
Fenoglio sceglie di raccontarne solo i particolari che incrociano la storia di Milton, che ci fanno
capire la sua storia. Quindi rispetto al primo progetto cambia la materia trattata. Questa scelta la
fece perché il primo progetto era troppo vicino alla prima fase della letteratura della resistenza, in
cui le opere non erano molto elaborate dal punto di vista letterario: qui esce fuori un intreccio
romanzesco, basato su un triangolo amoroso (che riprende da “Cime Tempestose” di E. Broenti).
- Sa però che deve inserire anche la grande storia, senno verrà accusato di non aver celebrato la
fase della resistenza: decide di farlo collegando queste pagine storiche alla vicenda di Milton (es.
nel capitolo 12 – in tutto il romanzo ci è sempre stato Milton, qui no. Infatti il capitolo racconta di
due giovanissime staffette partigiane, Riccio e Bellini. Sono catturati dai fascisti che decidono di
fucilarle. Quindi nel capitolo ci sono scene anche molto crude: ma cosa centra con la storia di
Milton? Vi è un collegamento: i fascisti decidono di fucilarli per rappresaglia: per il fascista ucciso
da Milton.
Ma vi è qualcosa di più: infatti nella scena lui vuole mostrare la resistenza in un’ottica
problematica: sono fucilate per colpa di un’azione compiuta da Milton, che cercava di salvare un
amico per scoprire una verità. Da una azione mossa da un intento nobile si crea un dramma = la
resistenza è stata anche questo: una guerra in cui anche da azioni eroiche nascevano tragedie.
Questo aspetto torna anche in altre scene: ad esempio quando si parla dei partigiani che
uccidono un fascista = problema: i partigiani non erano solo vittime, ma anche carnefici come i
fascisti.
Come unisce quindi questi due episodi (il fatto che descrive il momento di rappresaglia dei fascisti e
il l’uccisone di fascisti da parte di partigiani), voleva cosi sminuire la resistenza? No, ma vuole dire
che la superiorità morale dei partigiani deve stare anche nel coraggio di ammettere le loro colpe,
errori, di assumersi la responsabilità di tutto ciò che è successo. (ad esempio delle stragi nate da
azioni eroiche degli stessi partigiani). In questo loro sono per Fenoglio superiori ai fascisti!
Questa è una condizione anche degli esseri umani: da azioni nobile, giuste, possiamo anche creare
situazioni spiacevoli e negative.
- Calvino stesso cita l’opera nella prefazione del “Sentiero dei nidi di ragno” e la presenta, dopo
averla letta, come il romanzo che tutti gli scrittori della resistenza avrebbero dovuto scrivere. In
particolare fa un paragone con “L’orlando furioso” di Ariosto: entrambi sono basati “su una grande
tensione dove ci sono follie amorose e cavallereschi inseguimenti”. Calvino riconosce a Fenoglio il
merito di aver scritto un’opera emblematica che descrive la resistenza senza rinunciare al filtro
della letteratura instaurando delle somiglianze con l’Orlando. Ci sono infatti paragoni:
1. Ad esempio, l’intreccio fra armi e amori
2. Il fatto che Milton ricorda Orlando perché è distratto come lui, e si allontana dalla guerra che
dovrebbe combattere per seguire una donna, per seguire una sua “questione privata”.
3. Inoltre, il fatto che Fenoglio ci descrive questa sua ricerca come una ricerca ossessiva: Milton si
dimentica dei suoi doveri partigiani: Orlando diventava folle, lui cieco. Infatti non vede piu il
mondo esterno, perché attratto dal desiderio di verità. Ma allo stesso tempo ci mostra
l’immaturità del personaggio: seguire tentazioni personali può provocare risvolti importanti nel
conflitto, come dimostra l’uccisone dei due giovani partigiani, avvenuta per colpa sua.
4. Calvino vuole sottolineare infine che questa ricerca di Milton, come quello di Orlando vuole
essere un’allegoria che va oltre al contesto storico: un’allegoria della vita umana basata sulla
ricerca di qualcosa che può rendere l’uomo felice, qui, più propriamente alla ricerca non di
felicità, ma di una verità assoluta.
Ancor auna volta viene mostrato come si parti dalla resistenza per esplicare valori piu generali!