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CIMOSCO E ARPIE EPISODI AGGIUNTI NEL 1532, PARALLELISMO FRA REALTA E

STORIA NELLA STORIA IL NEMICO VIENE SCONFITTO, NELLA REALTA SOLO


ALLONTANATA TEMPORANEAMENTE.
LE ARPIE ANCHE NEL 17, LE ARPIE SIMBOLRGGIANO I LUPI, I TIRANNI D’ITALIA,
RESPONSABILI DELLA SUA ROVINA
CANTO 3- DISCENDENZA ESTE, BATTAGLIA DI RAVENNA
LA DISCENDENZA FEMMINILE LA RITROVEREMI ILLUSTRATA DA MELISSA NEL
CANTO 24, VENGONO CITATE ISABELLA D’ESTA, SUA MADRE ELEONORA
D’ARAGONA (MADRE DI IPPOLITO E ALFONSO I)
Pinabello, credendo che Bradamante fosse ormai morta, si allontana dalla caverna con il cavallo di
lei.
Bradamante invece si riprende, ed ancora stordita, entra attraverso una apertura nella roccia in una
caverna molto ampia, simile ad una chiesa e con al centro un altare.
Entra nella stessa caverna anche un’altra donna, chiama Bradamante per nome, le dice di trovarsi
nella tomba del mago Merlino e che le era stata annunciata la sua venuta dallo stesso mago, la cui
voce può essere ancora ascoltata in quella caverna.
La maga Melissa conduce la donna verso il sepolcro e subito lo spirito vivo del mago si rivolge a lei
profetizzando il suo matrimonio con Ruggiero, nonostante gli interventi del mago Atlante, e quindi
la gloria a cui saranno destinati tutti i loro discendenti.
Melissa conduce quindi Bradamante nella caverna allestita a Chiesa, la pone in un cerchio ed evoca
degli spiriti per assumere le sembianza della suoi illustri eredi, dei quali intende tessere le lodi delle
loro future azioni.
Il primo di cui parla è Ruggierino, loro primo figlio, per arrivare fino al Cardinale Ippolito, che
rispetto agli altri, parole della maga, darà a tutta la loro stirpe più lustro di quanto lo splendore che il
sole dà al mondo è maggiore rispetto a quello dato dalla luna e da qualunque altra stella.
La maga Melissa interrompe quindi l’incantesimo e gli spiriti svaniscono.
Bradamante aveva però notato due spiriti che camminavano mesti e venivano quasi evitati dagli
altri. Si tratta di Ferrante e Giulio d’Este che congiurarono contro Alfonso I ed Ippolito e furono per
questo condannati.
La maga Melissa preferisce non fare alcun riferimento a loro, per non amareggiarla inutilmente e
non macchiare le così tante dolci cose di cui può gioire.
Melissa promette a Bradamante di condurla fuori dal bosco e di indirizzarla poi verso il castello di
Atlante, dove Ruggiero è tenuto prigioniero.
Durante il viaggio la maga sollecita Bradamante a correre in soccorso del suo amato e la mette in
guardia contro il suo cavallo alato, contro l’inespugnabile fortezza, ma soprattutto contro lo scudo
incantato, capace di abbagliare le persone fino a farle svenire.
Le dice che il barone Brunello ha ricevuto dal suo re Agramante un anello magico, in grado di
annullare ogni incantesimo, ed il compito di andare a salvare Ruggiero. Ma perchè l’amato non
venga a trovarsi poi in debito e riconoscente verso il re Agramante, ma lo sia invece verso
Bradamante, la maga indirizza la donna verso un ostello al quale arriverà anche il barone Brunello.
Parlando di incantesimi e di quanto vorrebbe avere avere tra le mani Atlante, dovrà convincere
Brunello a portarla con sé ed una volta arrivata al castello dovrà ucciderlo senza pietà, prima che lui
possa infilarsi in bocca l’anello e scomparire.
Le due donne si separano, Bradamante si incammina, raggiunge l’albergo e conosce Brunello. I due
stavano un giorno conversando insieme, quando un rumore forte giunge alle loro orecchie.

CAPITOLO 9- OLIMPIA, CIMOSCO E L’ARCHIBUGIO


Spinto dall’amore per Angelica, con addosso ornamenti saraceni, Orlando abbandona
l’accampamento cristiano e lascia quindi la guerra in difesa della Santa Chiesa.
Sfruttando il proprio travestimento, per tre giorni interi il paladino cerca tracce della donna amata in
tutto l’accampamento avversario. Estende poi la ricerca di villaggio in villaggio in tutta la Francia.
Arrivato un giorno sulla riva del fiume Quesnon, per attraversarlo chiede aiuto ad una ragazza al
comando di una imbarcazione. La donna in cambio del favore chiede però ad Orlando di unirsi
all’esercito che sta allestendo il re d’Irlanda, per muovere guerra agli abitanti dell’isola di Abuda, e
porre quindi fine ai loro saccheggi ed al rapimento delle donne più belle, che vengono ogni giorno
sacrificate da quel popolo ad una orca.
Orlando accetta subito, sia perché è contrario ad ogni ingiustizia, sia perché si convince subito che
anche Angelica sia stata fatta da loro prigioniera, visto che in nessuno luogo della Francia era
riuscito a trovarla.
Decide quindi di raggiungere nel minor tempo possibile quell’isola e già il giorno seguente si
imbarca.
Orlando è ormai giunto sulle coste dell’Inghilterra quando il vento cambia direzione e lo riporta
subito indietro fino ad Anversa. Qui, Orlando sbarca e viene subito accolto da un vecchio che invita
il paladino a dare il proprio aiuto ad una donna in difficoltà.
Orlando accetta subito e si lascia condurre al castello di lei.
La donna, di nome Olimpia, vestita a lutto e piena di dolore, racconta al conte Orlando la propria
storia.
Figlia del conte d’Olanda, si era innamorata del duca Bireno, che era poi dovuto andare in Spagna
per prendere parte alla guerra contro gli arabi.
Il re di Frisia, Cimosco, aveva deciso di fare sposare il proprio figlio Arbante con Olimpia, e ne
chiede quindi la mano al conte d’Olanda.
La donna, per non venire meno all’amore ed alla parola data a Bireno, risponde però di preferire la
morte, ed il re di Frisia, in tutta risposta, invade l’Olanda ed uccide in guerra tutti i familiari di
Olimpia.
Cimosco possiede infatti un’arma avveniristica, un archibugio (un’arma da fuoco), e non esiste
avversario che possa competere con lui.
Olimpia rimane imprigionata nel proprio castello.
Cimosco fa sapere che avrebbe posto fine alla guerra se lei si fosse concessa in sposa ad Arbante.
Olimpia rifiuta ancora ed i suoi sudditi, per non rischiare anche la loro vita, consegnano lei ed il suo
castello nelle mani di Cimosco.
Olimpia decide ci uccidersi, ma prima, per vendicarsi, finge di addolcirsi nei confronti di Arbante e
lo sposa. Durante la prima notte di nozze, la donna lo uccide, aiutata da un suo fedele servitore, e
scappa poi per mare con quel poco che le era rimasto.
Durante il matrimonio però Cimosco, saputo della notizia che Bireno stava giungendo per mare, si
era assentato per muovergli guerra. Il re di Frisia aveva sconfitto l’avversario e l’aveva fatto
prigioniero.
Visto il figlio morto, Cimosco uccide ogni persona che fosse vicina ad Olimpia. A Bireno pone
invece una condizione crudele: gli dà un anno di tempo per portargli la donna tanto odiata, pena la
morte.
Olimpia tenta ogni stratagemma per liberare l’uomo amato ma senza successo alcuno.
L’anno sta ormai per scadere e lei è infine disposta a consegnarsi nelle mani di Cimosco. Per essere
sicura che questo sia di parola, chiede ad Orlando di stare al suo fianco durante lo scambio e di
intervenire quindi prontamente se qualcosa dovesse andare storto.
Orlando promette subito di dare il proprio supporto ed anzi di fare di più di quanto lei gli chieda.
Orlando ed Olimpia partono per mare quello stesso giorno e giungono in Olanda. Scende solo il
paladino, la donna dovrà aspettare di aver notizia della morte di Cimosco. Giunge a Dordrecht e
trova alla porta della città una folta schiera di cavalieri; hanno avuto notizia che sta arrivando via
mare il cugino di Bireno, con al seguito un esercito.
Il paladino sfida il re di Frisia: in caso di sconfitta del cavaliere gli verrà consegnata l’assassina del
suo figlio Arbante, in caso di sconfitta del re dovrà essere invece liberato il prigioniero.
Il re è però intenzionato a fare prigioniero anche Orlando ed incarica un gruppo di uomini di
tendergli una imboscata.

CAPITOLO 12- CASTELLO DI ATLANTE, SACRIPANTE, RUGGERO, BRADAMANTE,


FERRAU E ORLANDO, ANGELICA, BATTAGLIA DI RAVENNA
Mentre Orlando è in viaggio alla ricerca di Angelica, sente le urla di una donna in pericolo, sguaina
la propria spada e corre in suo aiuto.
Il paladino vede passare al galoppo un cavaliere misterioso con in braccio una donna, contro la sua
volontà, che ad Orlando sembra Angelica. Il duca si lancia al suo inseguimento con Brigliadoro e
raggiunge infine, uscito dal bosco, un vasto prato con al centro un bellissimo castello, all’interno
delle cui mura è entrato il misterioso cavaliere.
Orlando smonta da cavallo, entra nelle stanze del castello e controlla ogni piano senza riuscire a
trovare né il cavaliere né l’amata.
Incontra nel castello Ferrù, Bradimarte, re Gradasso, re Sacripante ed altri cavalieri, ognuno accusa
il padrone del palazzo di avergli rubato qualcosa di prezioso e si muove invano alla sua ricerca.
Non riuscendo a trovare quello che cercava, Orlando esce nel prato circostante ma subito vede
Angelica ad una finestra e sente le donna chiedergli aiuto. Torna nel castello e continua la ricerca; la
voce di lei proviene sempre da un luogo diverso, sempre da tutt’altra parte rispetto a quella dove si
trova lui.
Nell’inseguimento del gigante che aveva rapito Bradamante, anche Ruggiero giunge al castello nel
quale era entrato poco prima Orlando. Inizia anche lui le ricerche dell’amata in ogni stanza del
castello, anche lui senza successo, anche lui decide di uscire per continuare la ricerca altrove ma
anche lui subito viene richiamato indietro dalle grida di aiuto della persona cercata.
Sono tutti vittima del nuovo incantesimo di Atlante, che dopo il castello d’acciaio e dopo l’isola
della maga Alcina, cerca ora di tenere impegnato il proprio protetto in questo nuovo castello finché
non venga vanificato l’influsso negativo degli astri che avevano predetto la sua morte.
Il mago aveva deciso di condurre in quel posto anche tutti i valorosi cavalieri che avrebbero potuto
uccidere Ruggiero.
Angelica intanto, decisa a ritornare in India, è alla ricerca di Orlando o di Sacripante così da poter
avere adeguata guida per il proprio viaggio.
Con l’anello magico in bocca, quindi invisibile a tutti, giunge infine anche lei al castello di Atlante
e vi entra. Incontra Sacripante ed Orlando e vede come vengono ingannati dall’incantesimo con
finte immagini di lei.
Tra i due cavalieri decide di prendere Sacripante come sua guida, per il semplice motivo che ritiene
di poterlo più facilmente liquidare quando non ne avrà più bisogno. Si toglie quindi l’anello di
bocca e lo infila al dito: annulla l’incantesimo di Atlante ed appare alla vista del paladino. In quel
momento sopraggiungono però anche Orlando e Ferraù (anche questo alla ricerca di lei).
Angelica, vista la situazione, fugge dai tre amanti che prontamente riprendono i propri cavalli e la
inseguono. Lei si infila nuovamente l’anello in bocca e torna ad essere invisibile.
I tre cavalieri, stupiti (e derisi per questo) per aver visto scomparire Angelica, iniziano a litigare.
Ferrù dichiara apertamente di non portare nessun elmo perché interessato soltanto, come promesso
ad Argalia, a quello del paladino Orlando, senza averlo riconosciuto costui nel cavaliere che ha di
fronte.
Il cavaliere spagnolo, spavaldo, sostiene anche di avere già incontrato molte volte il conte e di
averlo ogni volta messo alle strette, ma non di aver voluto allora prendergli le armi.
Acceso d’ira, Orlando rivela la propria identità, si toglie l’elmo e si lancia nel combattimento con lo
spagnolo.
Il duello è crudele, ma entrambi sono stati resi invulnerabili da un incantesimo. Ferrù può essere
ferito solo all’ombelico ed Orlando solo sotto le piante dei piedi, tutto il resto dei loro corpi è più
duro del diamante e portavano quindi l’armatura solo per ornamento.
Angelica è l’unica testimone del combattimento perché Sacripante, approfittando della situazione, è
ripartito a cavallo alla ricerca di lei.
Angelica, per fare dispetto ad entrambi i rivali e curiosa della loro reazione, ruba l’elmo di Orlando
con l’intenzione di tenerlo per poco e restituirlo appena possibile.
Orlando e Ferrù si rendono conto della sparizione dell’elmo, accusano Sacripante di quel gesto e
subito corrono al suo inseguimento. Seguendo tracce diverse, Orlando rifà il percorso di Sacripante
e Ferraù invece quello di Angelica.
Angelica nel frattempo si era fermata ad una fonte per riposarsi ed aveva lasciato incustodito
l’elmo. Quando vede giungere Ferraù, riprende subito la fuga e rimette l’anello in bocca per
scomparire alla vista del cavaliere. Il pagano vede la donna sparire, la cerca inutilmente ed infine
torna alla fonte, dove può prendere l’elmo tanto desiderato e infilarselo in testa. Torna quindi
all’accampamento spagnolo presso Parigi.
Angelica è triste per aver sottratto l’elmo al conte, consegnandolo infine involontariamente allo
spagnolo Ferraù. Non è questo ciò che Orlando meritava per quanto aveva fatto per lei, e si lamenta
quindi con sé stessa.
Precedendo il suo viaggio verso l’oriente, incontrerà infine un giovane ferito mortalmente al petto.
Recuperato un altro elmo senza cimiera, Orlando procede nella propria ricerca di Angelica.
Giunge nei pressi di Parigi nel periodo in cui re Agramante è impegnato a cingere d’assedio la città
per fare cedere infine il proprio nemico. A tale scopo aveva riunito un enorme gruppo di soldati e si
apprestava in quel momento a riorganizzarlo.
Alzirdo, re di Tlemsen, capitano di una delle schiere di soldati, vedendo passare un cavaliere
dall’aspetto tanto fiero e valoroso, volle subito metterlo alla prova e si lancia a cavallo contro il
conte; finisce morto con il cuore trafitto.
Gli altri soldati, avendo assistito alla scena, circondano l’avversario misterioso ed iniziano a
colpirlo in ogni modo. Orlando estrae la propria spada, Durindana, e fa una strage di saraceni. Si
mettono subito in fuga fino a che non vede che sul campo di battaglia non è rimasta nessuna
persona viva.
Proseguendo il proprio viaggio, una notte il conte Orlando trova una grotta con l’ingresso principale
bloccato ma dalla quale, attraverso una apertura, vede uscire una luce intensa.
Pensando subito che al suo interno si trovi prigioniera Angelica, Orlando vi entra e trova così al suo
interno una giovane e bellissima ragazza, con gli ogni bagnati dalle lacrime, in compagnia di una
vecchia.
Orlando gli domanda chi sia la persona tanto crudele che le tiene imprigionate in quella caverna.
Era isabella di isabella e zerbino
CANTO 14- BATTAGLIA DI RAVENNA
Re Agramante e re Marsilio raccolgono l’esercito per riorganizzarlo.
Se i cristiani hanno perduto tutta la campagna, sono accerchiati e tenuti d’assedio a Parigi, i saraceni
hanno perduto buona parte del proprio esercito e soprattutto dei propri comandanti. Le loro vittorie
sono state ottenute a caro prezzo; la gioia della vittoria è sempre stata accompagnata dal rammarico
per le perdite subite. Si può dire altrettanto della grande vittoria ottenuta dai Francesi nella battaglia
di Ravenna, nella quale si fece tanto onore Alfonso d’Este.
Fatto passare tutto l’esercito schiera per schiera, provenienti da ogni parte del mondo ed arruolate
anche in Francia, vengono quindi assegnate nuove guide, nuovi capi, ai reparti che ne erano rimasti
sprovvisti. Non avendo capitani in numero sufficiente, ne vengono eletti di nuovi al momento.
Tra i comandanti di reparto c’è anche Brunello, scuro in volto e con il capo chino per aver perduto
la stima di re Agramante, dopo aver perso l’anello magico e rischiato per questo l’impiccagione.
Una schiera dell’esercito è guidata invece da Rodomonte, il più forte e coraggioso cavaliere
saraceno ed anche il più acerrimo nemico della fede cristiana.
Mancano infine all’appello le schiere di Norizia e Tlemsen, ad Agramante viene così raccontata la
strage compiuta dal cavaliere misterioso (Orlando), che aveva segnato anche la morte delle loro
guide.
Mandricardo, figlio di re Agricane ucciso da Orlando, valorosissimo e crudele cavaliere saraceno,
proprietario dell’armatura che mille anni prima era appartenuta ad Ettore, sentita la storia, si
propone subito, senza farne parola, di inseguire le tracce di quel cavaliere per confrontarsi con lui.
Parte immediatamente per la campagna e trova molti testimoni e molte prove delle incredibili
imprese del cavaliere, di Orlando.
Guarda con invidia i cadaveri che incontra sulla propria strada, invidia per essere giunto tardi ad un
così bel massacro.
Il Tartaro Mandricardo incontra un giorno sulla riva di un fiume un gruppo di soldati; proteggono
Doralice, figlia del re di Granata e sposa di Rodomonte. Il crudele cavaliere vuole mettere alla
prova quel gruppo di soldati, chiede di poter vedere la ragazza e li assale.
Mandricardo combatte con una lancia. Aveva infatti trovato solo l’armatura di Ettore, la spada
Durindana era stata già presa da Orlando, ed il guerriero Tartaro è intenzionato a non usare nessuna
spada finché non riuscirà ad impossessarsi di quella del paladino.
Anche con la sola lancia spezzata, il saraceno fa una strage. Alcuni soldati cercano infine di
scappare, ma Mandricardo non sopporta l’idea di lasciare superstiti: li insegue e completa la sua
opera.
Vista la bellezza di Doralice in lacrime, Mandircardo se ne innamora e come premio per la propria
vittoria diviene quindi prigioniero d’amore. Prende sul proprio cavallo la donna, saluta
benevolmente i servitori di Doralice, dicendo di prendersi ora lui cura di lei, e continua il suo
viaggio. Ora è però meno interessato a ritrovare il cavaliere misterioso e rallenta quindi
notevolmente la ricerca.
Il saraceno mente alla donna dicendo di averla sempre amata e di essere arrivato in Europa solo per
poterla rivedere. Lei prende sempre più coraggio dalle parole di lui ed inizia anche a mostrarsi
cortese e disponibile nei suoi confronti. La sera stessa si fermano ad un villaggio e sfogano la
passione.
Ripartiti il giorno dopo, incontrano poi due cavalieri ed una donna che riposano all’ombra sulla riva
di un fiume.
Tornando a Parigi, re Agramante viene a sapere che i rinforzi richiesti da Re Carlo sono ormai
giunti in Francia. Viene pertanto deciso di fare tutto il possibile per espugnare la città prima che
giunga l’aiuto, e viene preparato tutto il necessario per l’assalto.
All’interno della città di Parigi i cristiani chiedono con preghiere aiuto a Dio.
Dio incarica l’arcangelo Michele di portare Silenzio all’esercito arrivato dall’Inghilterra, per farlo
giungere all’improvviso alla città di Parigi, e Discordia nell’accampamento saraceno, così da creare
in esso liti accese e ridurne la forza.
L’arcangelo si reca presso chiese e monasteri credendo di trovare Silenzio insieme ad altre buone
qualità, trova invece Discordia, che aveva pensato di trovare nell’inferno, insieme ad altre cattive
qualità. Michele affida a Discordia il compito assegnatole e chiede quindi a lei informazioni su
Silenzio. Gli viene risposto di provare a chiedere a Frode, per lungo tempo compagna di Silenzio in
rapine ed omicidi. Gli viene risposto di andare a casa del Sonno, là troverà per certo Silenzio.
L’arcangelo lo trova e lo porta infine presso l’esercito guidato da Rinaldo che, grazie a quell’aiuto,
raggiunge in un solo giorno Parigi senza essere visto o sentito dagli avversari pagani.
Viene dato il segnale ed inizia l’assalto. All’interno della città si opera per opporsi con ogni mezzo
al nemico.
Rodomonte passa però lo sbarramento, fa strage di cristiani e libera una delle torri di difesa della
città, creando quindi una via facile di accesso per i propri compagni che conquistano così la prima
cerchia di mura.
I saraceni spinti da Rodomonte si calano dalla prima cerchia di mura per passare il fossato e cercare
di scalare anche le mure interne di difesa. Il valoroso cavaliere salta invece direttamente da una
torre all’altra e riprende a fare strage.
I cristiani intanto danno fuoco al letto di rami secchi che avevano posto tra mura e mura, facendo
morire bruciati tutti i pagani che si erano avventurati oltre la prima cerchia.

CANTO 15- ESALTAZIONE CARLO V + TOPOS DELLE SCOPERTE GEOGRAFICHE


Mentre Rodomonte, giunto alle mure interne di Parigi, vede morire più di undicimila soldati, Re
Agramante muove parte dell’esercito per assaltare una porta che crede sguarnita. Troverà invece in
sua difesa un grosso numero di cristiani con a capo lo stesso re Carlo (che aveva previsto i punti dai
quali l’avversario avrebbe attaccato).
Il duca Astolfo, salvato da Melissa e giunto nel regno di Logistilla, riesce infine a partire per mare
per fare ritorno in patria. Per proteggerlo durante il viaggio, la maga lo fa accompagnare da una
forte scorta armata (guidata da Andronica e Sofrosina), gli consegna anche un libro contro gli
incantesimi e gli dona infine un corno magico, il cui orrendo suono è in grado di mettere in fuga
qualunque avversario.
Prendendo spunto da un pensiero comune a quel tempo, secondo il quale, vedendo quanto fosse
grande l’Africa, dall’oceano Atlantico non era possibile raggiungere l’oceano Indiano, Astolfo
domanda ad Andronica se qualche nave abbia mai compiuto quel viaggio. Lei risponde che in
futuro sempre più esploratori circumnavigheranno l’Africa fino a raggiungere l’India. Altri faranno
ancora di più, scoprendo nuovi mondi.
Dio vorrà rivelare quella via solo quando sarà giunto il tempo di Carlo V, con l’intenzione di porre
tutto il mondo sotto il controllo di questo giusto imperatore. Per questo la Provvidenza Divina gli
metterà anche a disposizione valorosi capitani, tra i quali Andrea Doria, che svolgerà con onore il
compito di liberare i mari dai pirati e gli aprirà la porta per arrivare alla corona di imperatore.
Giunti allo stretto di Bahrein, Astolfo approda e prosegue il proprio viaggio sulla terra. Cavalcando
lungo il Nilo sul suo cavallo Rabicano (tanto leggero nella corsa che quasi sfiorava il terreo, non si
nutriva di fieno ma solo d’aria pura) incontra un vecchio eremita su di una imbarcazione, che gli
consiglia, se ha cara la vita, di continuare il viaggio sull’altra riva del fiume, così da non incontrare
il gigante Caligorante che è solito catturare le persone con una rete nascosta sotto la sabbia,
divorarle ed adornare con le loro pelli la propria dimora.
Astolfo, tenendo più al proprio onore che alla propria vita, prosegue invece oltre alla ricerca del
gigante.
Il gigante, visto arrivare Astolfo, pensa di prendere il cavaliere alle spalle, per farlo spaventare,
scappare e quindi cadere in trappola. Il duca però ferma subito il cavallo e suona il corno magico.
Questa volta è il gigante a scappare terrorizzato ed a cadere nella rete.
Il duca Astolfo sguaina la spada per vendicare le molte vittime di Caligorante, il proprio onore lo
ferma però dall’uccidere il gigante, immobilizzato e quindi non in grado di difendersi. Il cavaliere
incatena quindi Caligorante, lo libera dalla rete divina e se lo porta dietro come trofeo da mostrare
nei paesi dove passa.
Passando dal Cairo, Astolfo viene a sapere che alla foce del Nilo vive un ladrone, di nome Orrilo,
impossibile da uccidere, e vuole quindi andare a vedere con i propri se quanto si dice sia vero.
Arrivato sul posto, il duca assiste al combattimento tra quella persona incantata ed i due figli del
cognato di Orlando, Grifone e Aquilante. Qualunque ferita o mutilazione venga inflitta al ladrone,
lui si ricompone e riprende normalmente il combattimento. Se gli viene scagliato in mare un
braccio, si tuffa e quando esce dall’acqua è nuovamente intero.
Assistevano alla scena anche due donne, le due fate che avevano nutrito i due, quando erano
giovani, dopo averli salvati da un grifone e da un’aquila che li avevano sottratti alla loro madre, ed
ora avevano spinto i due uomini a confrontarsi in duello con Orrilo.
Giunta la notte, il combattimento viene sospeso e rimandato al giorno successivo. Astolfo, che
conosce già Grifone e Aquilante, si unisce alla loro mensa.
Il duca legge nel libro contro gli incantesimi che l’unico modo per rendere Orrilo vulnerabile è di
strappargli di testa un capello fatato. Convinto dell’imminente trionfo, Astolfo si prende quindi su
di sé l’incarico di uccidere il ladrone.
Il giorno dopo, durante il combattimento, il duca decapita l’avversario e subito si impossessa della
sua testa e parte di corsa a cavallo, così da evitare che Orrilo si ricomponga. Approfittando del
vantaggio preso sul ladrone, subito corso all’inseguimento, grazie al proprio cavallo Rabicano,
Astolfo rade completamente la testa di Orrilo. Subito la testa perde vita, così come ogni altra parte
del corpo del ladrone.
Il paladino mostra subito la sua opera ai due uomini ed alle due donne, ma Grifone e Aquilante non
gioiscono per l’invidia, le due fate perché vedono ora vicino il triste destino che attende i due
fratelli in Francia, e che avevano cercato di evitare tenendoli occupati con Orrilo.
I due giovani si uniscono infatti subito a lui per combattere contro i saraceni.
I tre, con il gigante al seguito, prendono quindi la via ad oriente per poter visitare la Terra Santa.
Incontrano lì un loro amico, Sansonetto, intento a costruire un muro a protezione del monte
Calvario ed una fortezza per fronteggiare il califfo. Il duca gli fa omaggio del gigante (per sollevare
i carichi pesanti e procedere spediti nelle opere) e della rete utilizzata per catturarlo.
Giunge un cavaliere e comunica a Grifone che Orrilige, la donna da lui amata (tanto bella quanto
crudele), ha abbandonato Constantinopoli, dove lui l’aveva lasciata, per seguire un suo nuovo
amante. Il ragazzo pensa quindi di raggiungere l’amata per riprendersela.

CAPITOLO 25 – TERREMOTO E GRAN DIAVOLO, STORIA DI BRADAMANTE E


FIORDISPINA
Abbandonato il combattimento come richiesto da Doralice, Rodomonte e Mandricardo si avviano
insieme alla donna ed al nano verso Parigi, per soccorrere il loro re. Incontreranno presso un
ruscello quattro cavalieri ed una donna.
Nel frattempo anche Ruggiero, poco dopo aver gettato nel pozzo lo scudo incantato, viene raggiunto
dal messaggero inviato da re Agramante e riceve quindi la richiesta di soccorso. Decide però di
proseguire oltre, per riuscire a salvare il giovane innamorato della figlia del re Marsilio, e
condannato ad essere arso vivo, ma soprattutto per poter ritrovare l’amata Bradamante.
Giunto all’interno della piazza dove si sta svolgendo la condanna a morte e visto in faccia il
giovane, Ruggiero crede si tratti di Bradamante, tanta è la somiglianza tra il condannato e la sua
donna, caduta prigioniera nel tentativo di compiere l’impresa da sola. Il pagano sguaina la propria
spada Balisarda, costruita da Falerina per uccidere Orlando, e fa una strage di chiunque gli capiti a
tiro. La donna che l’ha condotto lì, nel frattempo libera il giovane ed i tre escono al galoppo dal
castello.
Ruggiero è ancora dubbioso circa l’identità della persona che ha salvato, solo la voce grave del
giovane ed il fatto che dice di non conoscerlo lo fanno dubitare che si tratti effettivamente della sua
amata. Alla fine il ragazzo si presenta: è Ricciardetto, fratello di Rinaldo e di Bradamante e
totalmente identico alla sorella.
Ricciardetto racconta che un giorno la sorella, ferita alla testa durante un combattimento contro
soldati saraceni, si era dovuta tagliare i capelli per curarsi la ferita. Giunta ad una fonte si era poi
sdraiata sull’erba ed era stata così vista da Fiordispina, figlia del re Marsilio, che subito, credendo
fosse un cavaliere, si innamorò di lei.
Fiordispina confessò poi il suo amore alla donna e la baciò anche. Bradamante, imbarazzata, chiarì
allora subito la propria identità per mostrare l’errore compiuto dalla figlia del re Marsilio.
Nonostante la confessione, Firodispina continuò però ad ardere d’amore per Bradamante,
disperandosi ed addolorandosi di non poter sfogare la propria passione amorosa e per il proprio
folle sentimento, a quel tempo senza precedenti.
La sera Fiordispina aveva invitato nel proprio castello Bradamante e l’aveva anche vestita da donna,
così da cercare di spegnere la propria passione, nata avendola scambiata per un uomo a causa
dell’armatura che portava. Si coricarono anche nello stesso letto ma mentre Bradamante dormiva, il
desiderio dell’altra cresceva sempre di più, pianse, sognò che la compagna cambiasse sesso e pregò
anche che ciò avvenisse. La mattina la sorella di Ricciardetto ricevette in dono dall’altra donna un
cavallo ed una sopravveste e ritornò infine a Montalbano.
Bradamante aveva raccontato subito tutta la storia ai fratelli ed alla madre. In Ricciardetto, già in
precedenza innamorato della ragazza, si riaccese subito il fuoco della passione ed il giovane decise
così di vestirsi come la sorella per fare visita a Fiordispina. Nel castello di lei gli venne tolta
l’armatura, venne vestito da donna, pettinato, invitato al banchetto ed infine a dormire nello stesso
letto della giovane.
Ricciardetto disse, con la voce camuffata e fingendosi quindi ancora Bradamante, di essere dovuto
partire in precedenza per non nuocere con la propria presenza al cuore della giovane. Per
giustificare il proprio essere uomo, il ragazzo si inventò una storia. Disse che durante il viaggio di
ritorno aveva salvato dalle grinfie di un fauno e una ninfa, che subito, in cambio del favore, gli
aveva detto di poter esaudire un suo qualunque desiderio. Il giovane aveva allora chiesto di poter
sanare la ferita d’amore di Firodispina ed era stato infine trasformato da donna in un uomo.
Passata l’incredulità della donna per quel racconto, subito i due sfogarono la loro passione amorosa
e continuarono a farlo per più di un mese, fino a quando il re non venne a sapere la verità e lo
condannò così a morte.
Ruggiero e Ricciardetto si recano nel castello di Aldighieri, cugino del ragazzo, che subito gli
comunica che i suoi fratelli, fatti prigionieri da Ferraù, stavano ora per essere venduti al loro nemico
Bertolagi, della stirpe dei Maganza. Lo scambio si doveva svolgere il giorno seguente. Ruggiero,
vedendo la loro tristezza causata dall’impossibilità di intervenire, si prende carico dell’impresa.
Il cavaliere pagano non riesce a dormire quella notte, è tormentato da un dubbio: andare a
soccorrere il proprio re senza aver salutato Bradamante o andare a Vallombrosa, dove crede di poter
ritrovare l’amata, e perdere così il proprio onore per aver abbandonato Agramante nel momento del
bisogno? Decide infine di informare con una lettera Bradamante degli avvenimenti e di ripartire per
Parigi per togliere dall’assedio il proprio re, rimandando così il battesimo ed il loro matrimonio. Si
impegna quindi, se l’assedio non viene tolto entro trenta giorni, di cercare entro quel termine un
buon espediente per allontanarsi comunque dalla battaglia.
Il giorno dopo i tre si recano al luogo dove avrebbe dovuto avvenire lo scambio ed incontrano un
cavaliere che ha come insegna una fenice.

CAPITOLO 26- L’AVARIZIA


Ruggiero, Ricciardetto ed Aldigieri, giunti al luogo dove avrebbe dovuto avvenire la vendita di
Malagigi e Viviano, incontrano un cavaliere che ha come insegna una fenice. Si tratta di Marfisa.
La donna chiede ai tre se qualcuno voglia sfidarla in duello, ma poi, saputa l’impresa che i tre
stanno per compiere, decide di unirsi a loro nella battaglia.
Arriva la schiera saracena con i due prigionieri al seguito e subito dopo la schiera dei Maganza con
il carico d’oro e di oggetti preziosi necessari al pagamento.
Appena Ricciardetto e Aldigieri vedono Bertolagi, subito si lanciano sul nemico e lo trapassano
entrambi con la lancia. Ruggiero e Marfisa li seguono e fanno una strage, senza distinguere una
schiera dall’altra; si osservano tra loro e nessuno dei due vuole essere inferiore all’altro per valore.
Sia i Maganza che i saraceni gridano al tradimento ed iniziano anche a combattere tra loro. Alla fine
riescono a rimanere in vita solo quelli che si sono allontanati velocemente a cavallo.
Terminata la battaglia, i due prigionieri vengono liberati e Marfisa si toglie l’elmo così che tutti
possono ora vedere che si tratta di una donna.
Viene allestito un banchetto presso una delle quattro fonti di Merlino presenti in Francia, dove il
mago aveva fatto rappresentare, con delle statue, avvenimenti che ancora dovevano accedere.
Presso la fonte, raggiunta in quella occasione, era rappresentata una bestia mostruosa (l’avarizia),
che dopo aver fatto strage in ogni luogo della terra, viene ferita da un cavaliere con una corona
d’alloro (Francesco I di Francia), tre giovani (Massimiliano d’Austria, Carlo V ed Enrico VII
d’Inghilterra) ed un leone (Leone X), ed infine uccisa con l’aiuto delle nobili genti, anche se poche,
giunte per combatterla. I cavalieri vorrebbero conoscere meglio la storia ed i personaggi
rappresentati e Malagigi racconta quindi loro gli avvenimenti.
L’orribile bestia (l’avarizia) era uscita dall’inferno al tempo in cui cominciarono ad essere delimitati
i possedimenti terrieri. All’inizio aveva arrecato danno solo alla bassa plebe, con il passare degli
anni aveva però accresciuto il proprio potere e la propria crudeltà, ed aveva così iniziato a compiere
stragi in ogni luogo. Il cavaliere, i tre giovani ed il leone, ascoltate le grida di aiuto del mondo, si
erano infine scontrati con il mostro e l’avevano ucciso.
Malagigi racconta poi in particolare le imprese compiute da Francesco I di Francia e passa
successivamente in rassegna gli altri nobili personaggi giunti per combattere contro la bestia.
Stavano tutti rilassati presso la fonte, quando giunge presso loro Ippalca, la donna incaricata da
Bradamante di raggiungere ed informare Ruggiero degli avvenimenti, ma alla quale poi Rodomonte
aveva sottratto Frontino, il cavallo dello stesso Ruggiero. La donna riconosce Ricciardetto e subito
gli racconta gli avvenimenti, mascherando però il vero motivo della sua missione.
Appena sente la storia, Ruggiero salta in piedi e chiede ed ottiene di essere condotto da Ippalca
presso il saraceno che le aveva rubato il cavallo. Una volta soli, Ippalca racconta al cavaliere di
Bradamante e di Rodomonte. Quest’ultimo sta però nel frattempo andando a Parigi lungo un’altra
via e Ruggiero non riesce così ad incontrarlo.
Alla fonte Marfisa è stata convinta dagli altri uomini ad indossare i pregiati vestiti ed i gioielli che
sarebbero dovuti servire come contropartita per la cessione di Malagigi e Viviano.
Giungono alla fonte anche Mandricardo, Rodomonte, Doralice ed il loro seguito. Mandricardo, vista
la bellezza di Marfisa, decide subito di offrirla a Rodomonte in cambio di Doralice, e sfida quindi i
cavalieri presenti. Viviano, Malagigi, Aldighieri e Ricciardetto vengono sconfitti uno dopo l’altro
dal forte pagano che, non vedendo intorno altri sfidanti, crede infine di aver ora il diritto di fare sua
la donna.
Marfisa in risposta si rimette l’armatura, monta a cavallo e lo sfida in duello. Le lancie vanno in
mille pezzi al primo scontro e subito gli sfidanti impugnano le spade. Le armature di Mandricardo e
Marfisa sono però entrambe invulnerabili per incantesimo e nessun colpo riesce pertanto a scalfirle.
Rodomonte interviene infine per sospendere la contesa ricordando a Mandricardo l’impegno preso
verso re Agramante; invita quindi anche Marfisa a partecipare all’impresa (posticipando il duello
appena interrotto) e lei subito accetta.
Dopo aver cercato invano Rodomonte, Ruggiero consegna ad Ippalca la lettera scritta per
Bradamante, manda la donna a Montalbano dalla amata e fa quindi ritorno verso la fonte seguendo
le tracce lasciate dal saraceno. Ritrovato Rodomonte, in sella a Frontino, Ruggiero sfida subito a
duello il pagano che però si rifiuta di combattere sempre a causa dell’impegno preso verso re
Agramante. Ruggiero si mostra disposto a rimandare il combattimento, ma solo a patto di riavere
subito il proprio destriero.
Mentre i due cavalieri sono impegnati a litigare, arriva Mandricardo, subito si infuria vedendo che
Ruggiero porta sullo scudo la stessa sua insegna, l’aquila troiana, e sfida quindi a duello il cavaliere.
Entrambi impugnano la spada e sono pronti a combattere, Rodomonte e Marfisa si intromettono
però subito e cercano di calmare gli animi. Mandircardo è però ormai acceso d’ira e minaccia
contemporaneamente Rodomonte e Ruggiero. Anche Rodomonte inizia a rispondere alle
provocazione ed alla fine rimane solo Marfisa a tentare di calmare la situazione.
Ruggiero colpisce Rodomonte, Mandircardo colpisce Ruggiero alla testa e lo stesso fa poco dopo
anche Rodomonte, facendogli perdere la spada Balisarda e le redini del cavallo, che subito scappa,
con in sella il cavaliere, inseguito tra Rodomonte. Mentre Marfisa colpisce Mandricardo, Viviano
consegna la sua spada a Ruggiero, che subito si lancia nuovamente contro Rodomonte.
Inizia un feroce combattimento tra Rodomonte e Ruggiero ed anche tra Marfisa e Mandricardo.
Dopo aver stordito Rodomonte con i duri colpi portati a segno, Ruggiero interviene in aiuto di
Marfisa, caduta da cavallo.
Superbia e Discordia tornano a questo punto al monastero dal quale erano partite, convinte di aver
pienamento assolto al loro compito.
Nel frattempo Rodomonte si riprende e indirizza la propria ira contro Ricciardetto. Malagigi
interviene però appena in tempo facendo sì che un demone prenda possesso del cavallo di Doralice,
facendolo scappare con in sella la donna urlante. Rodomonte corre subito in soccorso della donna
amata; Mandricardo fa altrettanto e subito abbandona il combattimento.
Marfisa e Ruggiero, non avendo cavalli adeguati per inseguire Frontino (cavalcato da Rodomonte) e
Brigliadoro (cavalcato da Mandricardo), non possono fare altro che recarsi all’accampamento
pagano presso Parigi con l’intenzione di incontrare nuovamente là i loro avversari.

CANTO 33- SACCO DI ROMA


Terminata la cena nel castello di Tristano, Bradamante rimane nel grande salone ad ammirare i
dipinti che ne rivestono le mura. Le pitture era state fatte realizzare con un incantesimo da Merlino
per rappresentare scene future, per rappresentare in particolare le guerre che in futuro verranno
sostenute dai francesi.
Il padrone del castello racconta che il re francese Fieramonte, passato il Reno ed occupata la Gallia,
fu anche intenzionato a conquistare tutta l’Italia, visto il declino dell’impero romano, e per fare ciò
chiese a re Artù di allearsi con lui. Artù, consultatosi con Merlino, capace di prevedere il futuro,
fece però conoscere a Fieramonte il pericolo a cui andava incontro nel voler compiere
quell’impresa. Merlino annunciò anche tutte le sconfitte e le sciagure alle quali sarebbero andati
incontro i futuri re di Francia una volta oltrepassate le Alpi per muovere guerra in Italia. Re
Fieramonte non solo abbandonò l’impresa, ma fece anche fare quei dipinti così da avvertire i suoi
successori del pericolo previsto da Merlino e mostrare loro gli onori derivanti al contrario dall’aver
preso le difese dell’Italia.
Il signore del castello mostra quindi in dettaglio i singoli avvenimenti rappresentati.
Bradamante va infine a coricarsi e, addormentata, riceve in sogno la visita di Ruggiero che le
rinnova la propria promessa d’amore. La donna si risveglia in lacrime, crede che sia vero solo ciò
che la tormenta da sveglia; vorrebbe perciò dormire in eterno, fosse anche grazie alla morte.
Rimessasi in viaggio, incontra ancora la messaggera, di nome Ullania, insieme al suo seguito ed ai
tre cavalieri sconfitti in duello la sera prima. Questi tre, per vendicarsi dell’umiliazione e della notte
passata al freddo ed a stomaco vuoto, sfidano nuovamente Bradamante e finisco nuovamente a
terra. Ullania, infierisce sui tre re dicendo loro che a sconfiggerli è stata una donna e che quindi
potevano anche scordarsi di sfidare Orlando, Rinaldo o altri cavalieri di Francia. I tre, per purificarsi
dall’umiliazione, si spogliano quindi delle armi ed abbandonano i propri cavalli, decidendo di
rimanere così per un anno intero, per poi cercare di riconquistare armi e cavalli combattendo.
Bradamante riprende infine il proprio viaggio verso Parigi e, giunta alla città, ritrova Rinaldo e re
Carlo, e viene a sapere da loro della sconfitta subita da re Agramante.
Torniamo a parlare della sfida tra re Gradasso e Rinaldo per il possesso della spada Durindana e di
Baiardo. I due cavalieri, giunti presso la fonte, impugnano subito la spada e danno inizio ad un
feroce combattimento. Il pagano sferra colpi pesanti ma Rinaldo è veloce a schivare la spada
Durindana; il cristiano porta invece a segno molti colpi, ma non può nulla la sua spada contro la
corazza diamantata ed incantata di re Gradasso.
Devono entrambi abbandonare il duello quando vedono che il cavallo Baiardo è stato assalito da un
mostro alato (probabilmente frutto di un nuovo incantesimo di Malagigi per cercare di interrompere
il duello, ma la verità non si saprà mai). Il cavallo riesce a mettersi in salvo in un bosco e quindi in
una grotta.
I due guerrieri decidono di rimandare la loro sfida per riuscire a recuperare il destriero oggetto del
loro contendere, con il patto che chi lo trova lo debba riportare alla fonte e rimettere quindi di
nuovo in premio. Gradasso sale in groppa al proprio destriero e corre all’inseguimento di Baiardo.
Rinaldo prosegue invece a piedi e, non riuscendo a trovare la giusta via, torna poi presso la fonte ed
infine, non vedendo tornare neanche il rivale, all’accampamento cristiano.
Re Gradasso riesce invece a ritrovare il cavallo Baiardo, non è però intenzionato a rispettare il patto
fatto con lo sfidante cristiano, raggiunge pertanto re Agramante ad Arles e da qui si imbarca per
raggiungere l’India.
Tornando ora a parlare delle avventure di Astolfo: il cavaliere, in sella all’ippogrifo, dopo aver
esplorato in lungo ed in largo la Francia a la Spagna, ed essere poi passato in Africa, raggiunge
infine l’Etiopia, sulla sponda cristiana del Nilo.
Astolfo fa visita al re d’Etiopia Senapo e lo trova tormentato dalle arpie. I mostri alati giungevano a
saccheggiare il suo palazzo ogni volta che veniva allestito un banchetto.
Le arpie erano state mandate da Dio per punirlo per aver voluto, quando era giovane, muovere il
proprio esercito verso la sorgente del Nilo, verso i monti della Luna, sede del paradiso terrestre, per
assoggettare i suoi abitanti. Il re d’Etiopia venne in quell’occasione anche reso cieco da Dio.
Come termine per la punizione, venne predetta a Senapo la venuta dal cielo di un cavaliere in sella
ad una cavallo alato, Astolfo viene quindi ora accolto come un salvatore.
Su indicazione del cavaliere cristiano, viene allestito un bacchetto per fare da esca alle sette arpie e,
appena queste giungono, Astolfo tenta di ferirle con la spada senza però riuscire nel suo intento.
Viene fatto preparare un secondo banchetto, viene chiesto a tutti gli abitanti del castello di tapparsi
le orecchie, Astolfo monta in sella all’ippogrifo e, questa volta, non appena vede arrivare i mostri dà
subito fiato al suo corno incantato facendoli scappare terrorizzati.
Le arpie, inseguite dal cavaliere, che non smette di suonare il corno, raggiungono il monte della
Luna e si infilano subito nella grotta che porta fino agli abissi dell’Inferno.

CANTO 34- LUNA MOMUS E SOMNIUM


Giunto ai piedi dei monti della Luna, all’ingresso della caverna che conduce all’Inferno, dove si
erano rifugiate le arpie, Astolfo decide di avventurarsi per i gironi infernali ed entra quindi
nell’apertura. Il fumo nero e sgradevole che ne riempie l’aria, diviene però via via più denso man
mano che si procede verso il basso, finché il cavaliere è costretto a fermarsi.
Astolfo incontro un’anima che gli racconta la propria storia. Il suo nome è Lidia, figlia del re di
Lidia, ed è condannata a stare in quel fumo per non essersi dimostrata riconoscente verso il suo
amante. L’anima dannata racconta la sua storia. CFR NASTAGIO DEGLI ONESTI
In vita era stata tanto bella quanto altezzosa ed aveva fatto innamorare di se Alceste, il cavaliere più
valoroso del suo tempo. Il ragazzo si mise per amore al servizio del re di Lidia, e con le proprie
imprese gli consentì innumerevoli conquiste.
Alceste chiese un giorno la mano di Lidia, ma il re, intenzionato ad ottenere un ben più vantaggioso
matrimonio (Alceste aveva solo il valore dalla sua parte e non ricchezze), gli rispose con un rifiuto.
Il cavaliere, acceso d’ira per l’ingratitudine, lasciò la corte per offrire le proprie armi al re di
Armenia, acerrimo nemico del padre della ragazza, convincendolo quindi a muovere guerra alla
Lidia.
Nel giro di un anno al re di Lidia rimase il possesso del suo solo castello e decise così di mandare la
figlia a trattare la resa con Alceste. La ragazza, accortasi del potere che aveva nei confronti del
cavaliere (si presentò pallido e tremante come se fosse lui lo sconfitto), riuscì invece ad ottenere
molto di più. Lo fece subito sentire in colpa per i danni causati al padre quando, gli disse, avrebbe
potuto più facilmente ottenere lo stesso risultato (averla in sposa) con modi più gentili. Gli disse
infatti che prima di allora non avrebbe trovato alcun ostacolo in lei, ma dopo quello che era
successo, non voleva ora più amarlo, preferiva piuttosto la morte.
Alceste si lanciò ai piedi della ragazza chiedendo perdono, lei glielo promise a patto di fare
riconquistare al padre tutto ciò che gli era stato sottratto in quella guerra.
Tornato dal re di Armenia, il cavaliere lo pregò di ridare al re di Lidia il suo regno. La risposta
negativa accese subito d’ira il giovane che uccise sul posto il re di Armenia ed in meno di un mese
ridiede il regno al padre della amata a proprie spese, e conquistò anche buona parte delle terre
confinanti.
La ragazza ed il re decisero poi di fare morire Alceste e, Lidia con la scusa di voler avere prova del
suo valore, cominciò ad assegnargli imprese pericolosissime. Il cavaliere riuscì però sempre
vincitore e la ragazza decise infine di seguire un’altra via: approfittando della sua totale ubbidienza,
gli fece perdere ogni amico, e dichiarandogli poi apertamente il proprio odio nei suoi confronti, lo
allontanò infine dalla corte. La sofferenza per quel trattamento fece ammalare e quindi morire
Alceste.
Gli occhi di Lidia vengono ora fatti lacrimare da quel fumo denso, per punirla dell’ingratitudine
mostrata verso chi l’amava.
Terminato il racconto di Lidia, Astolfo tenta di proseguire oltre per incontrare altre anime; il denso
fumo diviene però insopportabile ed il cavaliere è costretto a tornare all’aperto.
Chiusa con massi e tronchi l’apertura della caverna, così da impedire alle arpie di uscire
nuovamente, e dopo essersi lavato con l’acqua di una fonte, il cavaliere sale in sella all’ippogrifo ed
inizia l’ascesa del monte.
Raggiunta la cima della montagna, Astolfo rimane incantato dalla bellezza del paesaggio, il
paradiso terrestre, che non ha eguali sulla terra. In mezzo ad una splendida pianura sorge un ricco,
bellissimo e luminosissimo palazzo, dal cui vestibolo esce un vecchio, che accoglie Astolfo
dicendogli che è per volontà di Dio che ha potuto raggiungere quel posto; gli anticipa quindi che lo
scopo di quel suo viaggio è mostrargli come essere d’aiuto a re Carlo e quindi alla Santa Chiesa.
Il vecchio è san Giovanni, il discepolo di Cristo, salito al cielo con il proprio corpo quando era
ancora in vita.
Il mattino dopo san Giovanni racconta ad Astolfo gli avvenimenti accaduti in Francia, soprattutto
per quanto riguarda il paladino Orlando. Il conte aveva infatti ricevuto il dono dell’invulnerabilità
da Dio per stare in difesa dei cristiani, ma, reso cieco e violento per amore di una donna pagana,
aveva mancato al proprio compito, e, per punizione, era stato poi privato della ragione da Dio.
Per volontà divina, la follia di Orlando deve avere termine dopo tre mesi; ad Astolfo spetta il
compito di fare rinsavire il cavaliere utilizzando la medicina che dovranno prelevare sulla Luna.
Non appena la luna compare in cielo, il cavaliere e l’evangelista si sistemano su di un carro trainato
da quattro cavalli rosso fuoco ed iniziano così il loro viaggio.
Giunti sulla Luna, san Giovanni conduce Astolfo in una valle dove viene raccolto tutto ciò che sulla
terra è stato smarrito: non solo regni e ricchezze, ma anche fama, preghiere e promesse fatte a Dio,
lacrime e sospiri degli amanti…
Astolfo vede infine un monte costituito da ampolle contenenti il senno, in forma di liquido, perso
sulla terra. Le ampolle hanno volume diverso tra loro ed ognuna riporta il nome del suo
proprietario. L’ampolla contenente il senno di Orlando è la più grande di tutte ed è quindi facile da
individuare. Astolfo ritrova anche quella contenente il proprio di senno e quelle contenenti il senno
di persone insospettabili.
Il cavaliere si porta al naso la sua ampolla e torna così nuovamente in possesso di ciò che aveva
smarrito. Vivrà a lungo come un uomo saggio, prima di perdere ancora una volta il proprio senno.
Dopo che il cavaliere ha prelevato l’ampolla del conte Orlando, l’evangelista Giovanni lo conduce
in un palazzo pieno di batuffoli di lino, seta, cotone… In una stanza vede una donna intenta ad
ottenere da ogni batuffolo un filo che poi avvolge su di un aspo per formare una matassa. Un’altra
donna separa le matasse brutte da quelle belle.
Sono le parche ed hanno il compito di tessere la vita di ogni mortale. Tanto più lungo è il filo e
tanto più lunga sarà la vita degli uomini. I filati più belli verranno utilizzati per tessere l’ornamento
del paradiso, quelli più brutti per fare i legacci dei dannati nell’inferno.
Un vecchio, il Tempo, porta via senza riposo le piastrine che accompagnano le matasse con incisi i
nomi delle persone loro proprietarie.

CANTO 46- ESORTATIO PERSONAGGI ILLUSTRI E POTENTI, QUESTIONE DELLA


LINGUA, CORTI PADANE VS CENTRO-SUD
La maga Melissa, che ha sempre a cuore la sorte di Ruggiero e Bradamante e per questo si tiene
sempre informata delle loro avventure, vede che il cavaliere si è inoltrato all’interno di un fitto
bosco ed è deciso a morire di fame. Decide quindi di intervenire subito in suo aiuto.
La donna va incontro a Leone, partito alla ricerca del cavaliere misterioso, e lo convince a seguirla
per portare aiuto al miglior cavaliere di tutti i tempi, prima che sia troppo tardi e muoia.
La maga ed il giovane ritrovano in poco tempo Ruggiero. L’uomo è stremato dal digiuno, continua
a piangere e a dolersi per la sua sorte. Leone gli si avvicina e convince il cavaliere a esporgli la
ragione del suo dolore, dicendogli che c’è una soluzione per ogni problema e che farà di tutto per
aiutarlo. Il cavaliere rivela così al figlio dell’imperatore di essere Ruggiero, gli racconta quindi la
sua storia e conclude chiedendogli di essere contento per la sua morte, dal momento che è l’unico
modo in cui la promessa di matrimonio tra lui e Bradamante può essere annullata.
Ascoltata la confessione dell’amico, Leone rimane come impietrito. Il futuro imperatore non vuole
essere da meno di Ruggiero per cortesia, tanto vuole bene al cavaliere, gli comunica quindi subito
che la sua identità non può cambiare il sentimento che prova per lui e dichiara infine la propria
intenzione a rinunciare a Bradamante in suo favore. Leone rimprovera anche molto Ruggiero di
aver preferito la morte al suo aiuto.
L’insistenza del giovane piega infine la volontà di Ruggiero, che abbandona così ogni proposito
suicida.
Melissa ristora il cavaliere con cibo e vino. Leone recupera il destriero Frontino ed aiuta Ruggiero a
risalire in sella. Si mettono infine tutti insieme in viaggio per tornare a Parigi.
A Parigi Ruggiero troverà ad aspettarlo una ambasciata bulgara, giunta in Francia per incoronarlo re
e consegnargli il dominio dei loro territori.
Ruggiero, nascondendo la propria identità, si presenta al cospetto di Carlo Magno con le stesse
insegne e la stessa sopraveste che aveva tenuto durante il combattimento contro Bradamante. Leone
lo presenta quindi al re come colui che ha pieno diritto, stando a quanto dichiarava il bando, di
ricevere per moglie la donna. Il giovane dichiara infine che quel cavaliere misterioso è disposto a
sostenere con la spada ogni suo diritto acquisito.
Marfisa, in assenza del fratello, si prende carico dell’impresa e, mossa dall’ira, è anche pronta a
passare subito dalle parole ai fatti. Leone non esita però oltre e toglie l’elmo al cavaliere misterioso,
rivelandone così l’identità.
Riconosciuto Ruggiero, tutti corrono subito ad abbracciarlo.
Leone racconta le vicende del cavaliere, infine si rivolge ad Amone e non solo riesce a fargli
cambiare opinione, ma anche a fargli chiedere perdono a Ruggiero, pregandolo di accettarlo come
padre e suocero.
Saputa la notizia, Bradamante rischia quasi di morire per l’improvvisa gioia.
Gli ambasciatori bulgari si gettano ai piedi di Ruggiero, lo pregano di diventare il loro nuovo re e
quindi di correre subito in loro aiuto contro l’imperatore Costantino. Il cavaliere accetta la corona;
Leone, dal canto suo, si dichiara amico del popolo bulgaro e garantisce anche che nessuna guerra
verrà più mossa contro loro dal suo esercito.
Le nozze vengono organizzate dallo stesso re Carlo e sono maestose. Giungono signori ed
ambasciate da ogni parte del mondo per festeggiare gli sposi.
La maga Melissa si occupa di allestire la stanza matrimoniale e, sfruttando i suoi poteri magici, si
impossessa del padiglione dell’imperatore Costantino, togliendoglielo di fatto da sopra la testa, e lo
fa quindi trasportare a Parigi da alcuni demoni.
Cassandra, capace di prevedere il futuro, aveva ricamato quel padiglione duemila anni prima e
l’aveva dato poi in dono al fratello Ettore. Cassandra aveva ritratto sul tessuto tutta la vita del
cardinale Ippolito d’Este, discendente del fratello Ettore.
Guardano tutti con ammirazione le immagini ritratte sul padiglione, sebbene nessuno le comprenda,
a parte Bradamante, istruita da Melissa nella tomba di Merlino, e Ruggiero, istruito dal mago
Atlante in giovane età.
L’ultimo giorno dei festeggiamenti, nel momento del banchetto, dalla campagna si vede arrivare a
cavallo un cavaliere vestito completamente di nero. Si tratta di Rodomonte. Il feroce guerriero,
dopo che Bradamante gli aveva tolto le armi, aveva vissuto come un eremita per un anno, un mese
ed un giorno, e terminata la sua punizione, subito si era poi riarmato ed avviato verso Parigi.
Rodomonte sfida Ruggiero a duello, dicendogli di voler dimostrare con le armi, di fronte a tutti, la
sua infedeltà verso Agramante. Il cavaliere cristiano accetta subito la sfida dicendo di essere
disposto a combattere contro chiunque lo chiami traditore.
Ruggiero indossa la corazza di Ettore e si mette al fianco la sua famosa spada Balisarda. La
battaglia ha inizio.
Al primo scontro le lance vanno in mille pezzi ed i cavalli finiscono a terra. I cavalieri fanno
rialzare i destrieri, impugnano le spade e subito tornano a combattere.
Il guerriero pagano non ha indosso la sua corazza realizzata con scaglie invulnerabili di drago,
avendola lasciata appesa al monumento funebre in onore di Zerbino ed Isabella. In ogni caso,
nessuna armatura incantata avrebbe potuto resistere alla spada Balisarda e Ruggiero riesce così in
poco tempo a ferire in più punti l’avversario.
Rodomonte si accende d’ira, lancia lo scudo, impugna la propria spada con entrambe le mani e la
scaglia con tutta la sua forza sulla testa dell’avversario. Ruggiero rimane stordito dal colpo ed il
pagano ne approfitta per portare a segno anche un secondo ed un terzo colpo. Le spada di
Rodomonte va infine in mille pezzi.
Il guerriero pagano rimane disarmato ma non per questo si ferma, afferra per il collo il cristiano e lo
butta a terra. Ruggiero subito si rialza e torna a ferire l’avversario con la spada per poi farlo cadere
da cavallo.
Rodomonte riesce infine a scagliarsi sull’avversario, ma è indebolito dalle ferite e Ruggiero è
troppo abile nel combattimento corpo a corpo. Il valoroso cavaliere cristiano riesce infine a
immobilizzare a terra l’avversario, tenendogli un pugnale puntato contro gli occhi.
Ruggiero chiede all’avversario di arrendersi. Il pagano, che teme di più il disonore della morte, non
smette però di dibattersi, finché riesce a liberare un braccio e ad afferrare il proprio pugnale con
l’intenzione di ferire il cristiano.
Ruggiero non esita oltre ed uccide Rodomonte.

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