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IL DECAMERON LETTO DAGLI STORICI DEL MEDIOEVO

di Giovanni Cherubini

Nel Decameron grande spazio, anzi lo spazio maggiore, è occupato dalla Nobiltà, quasi che l'opera sia destinata
in primo luogo ad un pubblico borghese e mercantile, per tale motivo il Decameron viene legittimamente
definito da Vittore Branca come “epopea mercantile”. Il sogno della vita nobile, nel significato dei bei gesti e bei
sentimenti, in tutti i suoi differenti aspetti con il quale l'autore nella sua stessa vicenda biografica era venuto a
contatto. Incontriamo la nobiltà feudale e cavalleresca e la nobiltà cittadina, sia i nobili fermi nella loro
collocazione sociale, sia quelli decaduti. Fra i nobili ben fermi troviamo sia quelli che si attengo alle norme
consone al loro status, sia i nobili che quelle norme tradiscono. Fra i nobili decaduti incontriamo sia coloro che
mantengono tutte le regole del loro stile di vita o almeno le sue apparenze, sia coloro che nel loro
comportamento quelle regole rinnegano o sono costretti a rinnegare.
Sin Dall'Introduzione nel Decameron risulta ben chiara la tremenda disuguaglianza di fronte alla peste, le
divisioni di ceto e di classe, le quali vengono talvolta evidenziate nell'opera dalla utilizzazione di coppie di opposti
come “gentile uomo” e “villano”, “povero” e “ricco”, “mercante” e “barattiere”. L'immagine della brigata dei
dieci giovani che trovano rifugio in campagna, è ben diversa da quella del popolo della città e dei contadini. Le
sette donne, sono definite “di sangue nobile” hanno molti beni terreni e anche gli altri tre loro amici non sono
di condizione sociale inferiore in quanto risultano accompagnati da un “famiglio”. Una villa sontuosa, un
maggiordomo, una servitù, un vivere raffinato quale risulta dai loro conviti fanno pensare ad un rango borghese
non mediocre e i nomi stessi dei servi, presi in prestito da Terenzio e Plauto, aggiungono un colorito fastoso, in
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mezzo a tocchi e particolari realistici. Il Boccaccio impreziosiva senza dubbio i caratteri delle campagne
fiorentine, ma non ne tradiva la realtà, infatti proprio a quei ceti contadini che popolavano quelle campagne
sono dedicate alcune delle novelle più comiche e avvincenti de Decameron, quella di Masetto da Lamporecchio,
quella di frate Cipolla, quella della Belcolore e del prete da Varlungo, quella di Ferando. Gli sfondi rusticani e di
paesaggio non si limitano tuttavia al contado fiorentino e speziano, in Toscana, sino alla Lunigiana, e fuori dalla
Toscana sino alle zone alpine occidentali, alla pineta di Ravenna, alla desolata campagna romana, alla marina
tirrenica dell'Italia meridionale, alle campagne siciliane.
Al Decameron non sono del tutte ignoti i ceti contadini più modesti, artigiani e salariati, che si sono arricchiti
grazie alla propria attività, come Cisti fornaio, che aspirano ad un comportamento signorile, oppure come un
poveruomo tedesco di Bolzano, di vita buona e 2 santa, che fa il facchino a Treviso, oppure come la coppia di
coniugi napoletani, il marito muratore e la moglie filatrice che con quanto guadagnavano dai rispettivi lavori “ la

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G. Cherubini, Il Decameron letto dagli storici del medioevo, in Bullettino dell’istituto storico italiano per il
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lo vita reggevano come potevano il meglio”. Ovviamente è dal mondo del fiorentino segnato dal lusso che ci
giungono gli accenni alla filatrice che lavorava a domicilio per il lanaiolo, mentre il lanino le distribuisce la lana e
ritira il filato, oltre che descrizioni relative a i modi e luoghi di incontro segreti fra i giovani della loro condizione.
Il Boccaccio non manca di accennare anche al mondo della servitù domestica, che popola le case dei ricchi, si
danno piuttosto a favorire gli incontri segreti e gli amori dei padroni e soprattutto delle padrone con gli amanti.
Al novelliere non sfugge che con i decessi per peste i servitori sono sempre meno e hanno visto aumentare i loro
salari. Il Boccaccio ricorda anche il mondo della mendicità e dell'accattonaggio, con i poveracci della Londra che
vanno chiedendo un pasto caldo al convento Francescano di Santa Croce, agli zoppi e ai cechi che nella cattedrale
di Treviso si affollano intorno al corpo di un defunto ritenuto santo, nella speranza di ricevere la guarigione. Ne
viene dimenticato il mondo della prostituzione cittadina, a Napoli, a Palermo e Firenze, con le figure di magnaccia
come lo “scarabone” Buttafuoco di Napoli, il “tristo” a Firenze. 3
Un ampio spazio è riservato nelle novelle anche agli uomini di corte che rappresentano due epoche diverse la
decadenza dei costumi cavallereschi e della vera nobiltà.
Non sfuggono all'attenzione del Boccaccio anche i briganti di terra che fanno canagliesche imboscate contro i
viandanti, o i corsari che rendono insicura la navigazione. Questi ultimi talvolta assumono un rispettabile profilo
nel quadro di una forma di guerra quasi o del tutto lecita, rivolta contro gli infedeli e contrassegnata dal
necessario coraggio. Al Decameron non sfugge nemmeno l’albergo, il quale in una novella viene presentato con
simpatia “uno alberghetto fiorentino” nonostante la cattiva fama della categoria, i professionisti dal notaio al
giudice e al medico i quali per loro il Boccaccio esprime una generale benevolenza quasi a generale condanna di
una sapienza che mettono in vendita, o che risulta essere apparente anche dal vestiario che indossano quando
tornano dagli studi fatti a Bologna. Il caso estremo è il Notaio ser Cepperello da Prato canaglia a tal punto che
non teme di dannarsi aiutando chi nel difficile mondo4 fuori dai nostri confini lo accolse gravemente ammalato.
I medici fanno più di una volta la loro comparsa nell'opera a cominciare dalla loro impotenza contro la peste e
dai guaritori improvvisati. Una figura degna di scherno è il maestro Simone da Villa, domiciliato in via del
Cocomero con una bottega nel mercato Vecchio contro il quale si dirigono le burle di Bruno e Buffalmacco. Non
mancano tuttavia le figure positive per sapienza e gentilezza d'animo, cioè capaci di ricevere le fiamme d'amore
a dispetto dell'età avanzata come il maestro Alberto da Bologna. Fra i giudici il Pisano Riccardo da Chinzica che
si prende in moglie una bella gentildonna. La descrizione di un giudice marchigiano giunto a Firenze nelle
“famiglie” di un altro pezzente rettore consente al Boccaccio di informarci sulla grossolanità e la cattiva
immagine di cui godevano nella grande città i marchigiani che erano stati chiamati con funzioni di governo.

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Nel Decameron occupano un posto centrale i mercanti, nel senso complesso di commercianti di merci e di
denaro il Boccaccio ne delinea i modelli ideali e i comportamenti concreti che ci fa indovinare. Un bel prototipo di
retto uomo d’affari è N'Armand Civida, di chiara fede leale mercante, e Giannotto di Civignì che operava a Parigi.
Prototipo di giovani uomini d'affari ancora inesperti ed ingenui, ma poi vittoriosi grazie a un forte ingegno
sollecitato dalla necessità contro l'inganno delle belle ed esperte prostitute siciliane, nelle affascinanti e
pericolose città di Napoli e di Palermo, appaiono Andreuccio da Perugia e Salabaetto da Firenze.
Il Decameron tratta anche del ceto dei nobili e cavalieri e dei loro modelli di vita e di comportamento, vengono
nominati due appartenenti alla Provenza, che avevano castelli e vassalli, prendevano parte a tornei e giostre. Un
magnifico esempio di vita feudale è quella del Marchese di Monferrato, “uomo d'alto valore, gonfaloniere della 5
Chiesa, oltremare passato in general passaggio dà cristiani fatto con armata mano”. Un perfetto esempio di
gentiluomo è il Conte Gualtieri di Anversa definito dal Boccaccio con un corpo bellissimo, leggiadro e delicato
cavaliere. Ricciardo Minutolo era invece un giovane napoletano di nobile sangue, il cui corteggiamento a una
donna consisteva in “armeggiare “e “giostrare”.
Nelle città come Firenze che stavano vivendo un profondo mutamento sociale, il corteggiamento era frequente,
ne è un esempio lo splendido comportamento del Messer Filippo Alberighi che innamoratosi di una monna
Giovanna, una delle più belle donne di Firenze, per conquistarla consumò il suo patrimonio organizzando feste
e facendole doni. L'autore non manca di ricordare le “assai belle e laudevoli usanze” praticate in Firenze “ne'
tempi passati” ormai tutte scomparse a causa dell'avarizia cresciuta insieme alla ricchezza. Lo stile di vita nobile
tra la fine del XIII e primi anni del XIV poteva assumere anche aspetti diversi da quelli del corteggiamento
amoroso, della larghezza nello splendore, dell'armeggiare e dei conviti. La caccia era uno di questi aspetti.
“Currado Gianfigliazzi6 ...sempre nella nostra città è stato nobile cittadino, liberale e magnifico, e vita
cavalleresca tenendo, continuamente in cani e in uccello s'è dilettato”.
Localmente, com'è naturale, la vita dei gentiluomini e delle gentil-donne presentava abitudini particolari come
quelle dei giovani napoletani nella novella di Andreuccio da Perugia nelle giornate calde d'estate di andare “a
disporsi a' liti del mare e desinare e a cenarvi. Fra queste abitudini vi era anche il pellegrinaggio in Terrasanta o
ai santuari del Mezzogiorno d'Italia. Non è un caso che proprio in due città segnate dall'espansione comunale,
dai commerci e dalla battaglia quotidiana per il guadagno e per la ricchezza , cioè Pistoia e Genova, un cavaliere
dei Vergiolesi fosse “uomo molto ricco , savio e avveduto”, ma “avarissimo senza modo”, un gentiluomo dei
Grimaldi, che per la sua grande ricchezza si distingueva fra gli italiani, superava tutti per miseria e avarizia teneva
serrata la borsa , non spendeva, in contrasto con le abitudini dei genovesi, nel vestirsi nel mangiare e nel bere.

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I cambiamenti di condizione sociale e di status sono presenti nel Decameron un esempio ne è Musciatto Franzesi
, il ravellese Landolfo Rufolo rovinato dal naufragio della sua nave ma di nuovo arricchito grazie alla guerra
contro i Turchi. La decadenza dei gentiluomini, principalmente come per il caso di Federigo degli Alberighi 7, era
una conseguenza delle eccessive spese ma in altri casi, vedi quello del messer Tebaldo dei Lamberti o degli
Agolanti morti ricchissimi, ma i tre figli trovatosi fra le mani quella fortuna la sperperarono in breve. Questi
ultimi per poter riacquistare la ricchezza perduta e la dignità sociale, ricorrono al momentaneo prestito presso
usurai, ma la situazione è solo momentanea in quanto una volta iniziato lo sperpero la decadenza è in agguato.
In questo intreccio di storie e situazioni che non sappiamo quanto siano reali o fantasia dello scrittore, troviamo
anche il desiderio del ricco mercante di trovare una moglie nobile, magari una nobiltà non più solida. Così fede
il ricchissimo mercante Arriguccio Berlinghieri, il quale prese per moglie “una giovane gentil donna male a lui
convenientesi”. In una seconda novella il Boccaccio ci mostra anche cosa poteva succedere se la moglie ricca e
nobile sposata con il lanaiolo, sensibile solo al suo lavoro, pur non negandosi ai suoi abbracci cercasse
soddisfazione presso qualcun'altro che le paresse degno del suo status sociale. 8
Ritornando per un momento al mondo rurale devo sottolineare che è difficilmente documentabile attraverso
fonti dirette e abbiamo bisogno della ricerca delle fonti variegate per emergere dal silenzio della storia. 9
Vi è una vera miniera di “Studi sul Boccaccio” ricordo ad esempio Franco Cardini come presentatore dell'ultima
edizione del “Boccaccio medievale”di Branca e come autore del Saggio “Il Decameron: alle radici ( o nella
preistoria) dell'orientalismo?”. Possiamo poi nominare Carmelo Trasselli che dal 1953 al 1955 scrisse saggi
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dedicate a “Le novelle siciliane del Decameron” e al “Decameron come fonte storica” oltre che un lavoro
“Sugli europei in Armenia: a proposito di un privilegio trecentesco e di una novella del Boccaccio”, mentre Paolo
Gasparinetti, scrivendo su “La via degli Abruzzi” e “L'attività commerciale di Aquila e Sulmona nei secoli XIII-XV”,
sostenne che il Boccaccio l'avrebbe percorsa nel 1324 e nel 1362 e che la diffusione del Decameron sarebbe
proprio avvenuta verso sud per questa via, secondo la documentazione raccolta dal Branca. Giovanni Cecchini
dedicò a Ghino di Tacco, protagonista della terza novella della decima giornata del Decameron un suo saggio.
A tutti è nota la novella di Andruccio da Perugia commentata nelle pagine di Benedetto Croce. Non è pure
mancato chi ha scritto “Echi e reminiscenze di vita e storia napoletana nel Decameron” di Gasparini, Napoli 1975.

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Vittore Branca e la sua rivista furono anche sensibili nel comunicare ciò che si pensava intorno al Boccaccio nel
mondo comunista. Il Decameron vi conquistava, comprensibilmente, una grande simpatia. Nel 1954 si dette
notizia che nell'Unione Sovietica in un “Bollettino delle relazioni culturali dell'Urss” una traduzione completa del
Decameron era giunta alla settima edizione con 260.000 copie, e che vi erano traduzioni in molte altre lingue
come l'Ucraino, Armeno Georgiano, che erano state infine presentate anche tesi all'università di Mosca. Nel
1964 si dette notizia di un periodico ungherese di Arte e realtà storica nelle opere di Giovanni Boccaccio, come
nella Russia Sovietica o in Cina il Boccaccio11 conquistava agli inizi degli anni cinquanta molte simpatie e veniva
tradotto e letto. Dalla Francia tra il 1975 e il 1976 scrisse anche P. Renucci che sottolineava il ruolo della città
urbana e dell’” irresistible essor” della civiltà urbana nel Decameron, ai problemi del feudalesimo e del comune,
al ruolo della fortuna analizzando le novelle.
Fra gli storici che hanno utilizzato le novelle del Decameron ricordiamo le pagine scritte da Rosa Maria Dentici
Buccellato sulla Sicilia. L'isola appare come un vero e proprio mito, una terra affascinante e remota, “l'isola delle
molte avventure”: un'isola nella quale, probabilmente, il Boccaccio non mise mai piede, ma della quale sentì
parlare dai mercanti nel porto di Napoli e alla corte degli Angiò che ne segnavano la conquista e della quale lesse
molte cose negli amanti scrittori dell'età classica. 12 Aggiungo anche il nome di Massimo Montanari. Egli, in uno
dei suoi scritti dedicati alla storia dell'alimentazione (La fame e l'abbondanza. Storia dell'alimentazione in
Europa), ha intitolato un paragrafo all'abbondanza dei poveri dove non si dimentica Calandrino e l'immagine
favolosa del paese di Bengodi che gli fa balenare agli occhi Maso del saggio che ben ne conosceva la semplicità.
Da questa novella possiamo percepire il desiderio popolare del mangiar bene e molto, cioè l'abitudine dei più
poveri alla fame. Maso descrive dunque “una contrada che si chiama Bengodi, nella quale si legano le vigne con
le salcicce e avevasi un'oca a denaio e un papero giunta; e eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano
grattugiato, sopra il quale stavan genti che niuna altra cosa facevano che far maccheroni e raviuoli e cuocergli
in brodo di cappone, e poi gli gittavan quindi giù, e che ne pigliava più se n'aveva; e ivi presso correva un fiumicel
di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi dentro gocciola d'aqua”.
Con il nuovo secolo l'uso delle novelle da parte di storici si è ampliato. Alberto Grohmann se ne è servito per
dare un'idea dei mercanti e della morale cristiana, della fiera e del mercato come possibili luoghi del raggiro e
dell'inganno, per descrivere aspetti tecnici della mercatura, per mostrare l'aspirazione dei mercanti ad una
scalata sociale per descriverli di fronte ai pericoli e agli imprevisti.
Paolo Nanni, fra le cui competenze figura anche la storia delle campagne mostra invece interesse verso la Valle
delle Donne, da cui identifica la valletta presso villa Schifanoia a San Domenico di Fiesole. Si tratta di una
descrizione del paesaggio agrario, in questo caso fiesolano, molto precisa per alcuni aspetti, quali sistemazioni

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collinari a gradoni o il riferimento alle coltivazioni, difficilmente reperibili da altre fonti. Al tempo stesso riflette
una particolare percezione della campagna intorno a Firenze: la cui cura della sua rappresentazione ci mostra
una campagna che partecipa alla bellezza della città e del suo decoro.13
L'autrice e studiosa Gabriella Piccinni, ha utilizzato le novelle del Decameron, non solo queste, per sbilanciarsi
intelligentemente per descrivere i corpi di donne e di uomini in viaggio. L'autrice descrive, con larghezza i segni
particolare, la corporatura e il volto che il frate incaricato registrava per lasciare un segno sicuro dell'identità
delle persone. Concludiamo riportando alcune righe della Piccinni sul Boccaccio “...tuttavia devo costatare che
Giovanni Boccaccio, fine letterato ma anche un uomo che proveniva dal mondo della 14 mercatura e viaggiatore,
utilizzava lo stesso codice di riconoscimento di un padrone di schiavi, di un capitano militare che pagava il soldo
o mutilava i suoi soldati o di fronte un frate addetto ad accogliere i pellegrini e ad amministrare i loro denari,
che tutti, all'interno di un approccio all'individuo che alla fine del Medioevo si era fatto più diretto, attingevano
ad un bagaglio culturale comune, chiamando a testimoni strumenti di riconoscimento sicuramente diffusi e
popolari.”

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