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dipingere non è quel recitare se stesso come pittore, che è proprio dei dilettanti,

ma imposessarsi della pittura prelevandola dalla tradizione e gettandola sulla


tela. Culturalmente, l'immagine non è dotata di alcun significato prima della sua
produzione; essa è solo quell'articolazione che necessaria all'espandersi del corpo
e della mente sulla tela. "Vediamo cosa succede", vediamo "cosa ne fa" la pittura.
Non si tratta di una verifica, perché non si sa di che cosa si parla e neppure che
cos'è in gioco: la pittura non si è ancora rivelata. Per rivelarsi essa ha bisogno
che entri in gioco ciò che la fa essere: l'ipocrisia, la sensazione
dell'ipocrisia. È su questa sensazione che lavoro.
Nulla è più sciocco e patetico della presunzione di spiegare a chi guarda il
retroscena culturale e tecnico di un'immagine, come se la parte del pittore, fosse
un'azione meccanica da compiere o un codice da declinare meccanicamente. Un pittore
agisce dal preconscio quindi per metafore: nel produrre dà due cose e non una, o
meglio, "dà una cosa per un'altra"; il pittore è allora letteralmente l'ipocrita e,
nel momento in cui si sta chiedendo cosa sia meglio fare o non fare, non parla di
pittura ma sta parlando d'altro.
Al messaggio, al significato di un gesto o di un'immagine, si giunge percorrendo
una strada abusiva, confondendo, ma in maniera rigorosa, il reale con
l'immaginario. Che cosa sta dicendo un pittore al pittore? L'ipocrisia del pittore
viene prima del pittore, perché la vita non l'immagine, è ipocrisia e la pittura ne
è solo la rivelazione. Dunque ciò che è meno necessario, per creare un'immagine
secondo "realtà", è andare a caccia della sua verità storica, materiale, culturale;
più necessario è che il pittore, gettato dentro un sistema culturale relativo, in
un dato schema di rapporto, parli attraverso le convenzioni di quella cultura e di
quello schema: è necessario, cioè, che l'istituzione dell'ipocrisia sia reale
ipocrisia.
La voglia non più rinviabile di avere a che fare con una tradizione non passa ma
che invece resta come presenza spettrale e carnale ad un tempo, che ti tocca e ti
riguarda da tutte le parti, di cui trovi i segni ovunque ti giri e in cui adesso
vuoi mettere finalmente le mani: sbagliando, azzardando, provando. Risbagliando,
azzardando, riprovando.

C'è stato qualcosa in me, ad un punto, come una variazione, come uno slittamento o
una frattura, come un momento (ecco, un momento) per cui la persona, il pittore e
l'uomo mi sono diventati groviglio di compresenza e di coincidenza: è da questo
slittamento, da questo momento, che comprendere chi ha fatto cosa e perché, mi è
diventato impossibile.
Era della persona, del pittore o dell'uomo ad esempio quel respiro profondo che mi
ha gonfiato la cassa toracica a tenere un pennello, stringendolo fra le dita come
fosse qualcosa di decisivo, qualcosa di crudele e prezioso? Chi accarezzava la
superficie della tela, chi aveva necessità di mescolare il colore, chi inclinava
la testa, di sbieco, guardando quello che stava facendo, e di chi era la fatica che
il corpo mostrava, suo malgrado, quando sulla sedia come si sta al confine della
scena del mondo mentre qualcun altro prende sul viso la luce?

Il fondo non lo tocchi quando ti racconti menzogne, frottole, bugie utili per
rimanere in piedi, seguitare ad esistere, alzarti dal letto anche stamani
Il fondo lo tocchi quando queste menzogne - con cui inganni gli altri e te stesso -
finiscono, quando non ne hai più, quando davanti con rigorosa fragilità non ti
resta che la verità.

(Ecco, io non la so questa cosa, e non la so dire a parole. Riesco solo a pensarla
confusamente).Che senso ha? Io non so rispondere, come spesso mi capita. Davvero.
E tuttavia, ad esempio.

Con buona pace delle belle dichiarazioni sul "ricambio generazionale",


"l'investimento sugli artisti del territorio", "il rischio artistico" e "i nuovi
artisti", "la nuova pittura", "la formazione di un nuovo pubblico".