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27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB ROMA

3 - 2007

La democrazia ha
bisogno dei cattolici
Santa Sede e Cina,
il miracolo dello sport

stiani in politica
Democratici e Cri-
della Repubblica Ceca
L’Europeismo prudente
sommario
PRIMO PIANO

DEMOCRATICI E CRISTIANI IN POLITICA 5


Lucio D’Ubaldo

QUALE RIFORMA ELETTORALE?


QUALE MODELLO DI DEMOCRAZIA? 9
Guido Bodrato

LO SVILUPPO DELLA DEMOCRAZIA


E LE RIFORME ISTITUZIONALI 19
Franco Marini

LA DEMOCRAZIA HA BISOGNO DEI CATTOLICI 25


Giuseppe Fioroni

LA STORIA E NOI

IL PROFETA DELL’UGUAGLIANZA 29
Luigi Bonanate

SPRAY

PASSIONI ADDIO!
I PARTITI SONO DIVENTATI S.P.A. 39
P. B.
sommario LO SPIRITO DEL TEMPO

UNA PROPOSTA INDECENTE


Corrado Corghi

LE SFIDE DEL NUOVO SECOLO


Zygmunt Barman

TRANSECONOMIA
43

47

SEGNI INQUIETANTI SUL FUTURO DEL PETROLIO 71


Marcello Colitti

IL CAPITALE CAMBIA ROTTA 75


M. C.

EUROPAMONDO

IRAQ 77

IRAQ. UNA TRAPPOLA PER TUTTI 79


Paola Brianti

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE DEL KOSOVO 81


Kamila Kowalska-Angelelli

L’EUROPEISMO PRUDENTE
DELLA REPUBBLICA CECA 83
Giuseppe Caggiati

IL TIMIDO RITORNO DELL’UNIONE EUROPEA 87


Paolo Barbi

UCRAINA, TERRA DI FRONTIERA 95


Maurizio Caggiati

LUCI E OMBRE SULLA TURCHIA IN EUROPA 103


Giuseppe Caggiati

FORSE È L’ORA DEL DISGELO 107


Pabri
sommario DIVAGAZIONI

IL DIAVOLO
Marcello Colitti

SCAFFALE

LA POLONIA, UN PAESE VICINO


111

119
Kamila Kowalska-Angelelli

In copertina: Giuseppe Caggiati, “La casa dell'infanzia”, olio su tavola


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Democratici
e Cristiani in politica

L’IMPERVIA STRADA DEI CATTOLICI VERSO LA LAICITÀ

di Lucio D’Ubaldo

I
«I cattolici vogliono anzitutto una politica onesta». Così esordiva Romolo Murri in un breve
articolo del 1° giugno 1900, parlando come leader della giovane
corrente democratico-cristiana.
Era una dichiarazione semplice e impegnativa, che indicava
nell’onestà, appunto, la categoria destinata a strappare la vita pub-
blica e istituzionale all’assedio del burocratismo e del favoritismo
delle classi dirigenti dell’epoca.
Formalmente non partiva dalla difesa dell’identità cristiana,
benché nel ritmo del suo discorso si potesse cogliere tanto orgo-
glio e tanta speranza proprio nella nascita di un partito nazionale
cattolico, uno strumento moderno, pensava Murri, di lotta politica
e, a suo dire, né reazionario né sovversivo. Oggi lo potremmo defi-
nire un partito democratico e riformatore capace, con il suo pro-
gramma, di porsi al servizio di un’Italia che cambia.
Cosa ci dice questo riferimento a un codice ideale tanto lonta-
no e al tempo stesso tanto vicino, che implica la ridefinizione e l’a-
malgama di ciò che potremmo ancora oggi identificare né più né
meno come una politica onesta?
È un quesito che può avere valore e significato solo se posto a
contatto con la profonda secolarizzazione intervenuta dal dopo-
guerra in poi nelle società dell’occidente democratico, resa ancora
più potente, negli ultimi anni, da un processo di globalizzazione
sia dell’economia, sia degli stili di vita. Per questo il riferimento a
Murri può sembrare azzardato, poiché un cambio di mentalità
epocale produce sempre uno spartiacque oltre il quale ogni even-
to si pone, almeno nella forma, in totale contrasto col passato.
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È a tutti noto come la sensibilità democratico-cristiana sia stata all’origine della laicizzazio-
ne del movimento cattolico e anche della formazione del partito
La scelta laica aconfessionale di matrice sturziana. Ma dopo la svolta del ’68 e
del movimento dopo la caduta del muro quel retaggio di idee e di valori finisce
cattolico con il configurarsi nei termini di una posizione antiquata. In un cer-
to senso è difficile ammettere persino la sussistenza di un proble-
ma attuale in ordine alla eventuale ricongiunzione dei due aggetti-
vi, quello democratico e quello cristiano, che invece potrebbero o
dovrebbero caratterizzare per noi una politica nuova. E allora si
ragiona sulla scorta dell’abbandono definitivo di ogni ancoraggio
identitario, quasi che dietro l’identità si debba nascondere obbli-
gatoriamente la rinascita di una tentazione integralista, o la prete-
sa di una autarchia filosofico-morale.
Dopo la lunga, complessa e straordinaria vicenda della Demo-
crazia Cristiana, si ricomincia inavvertitamente con il desiderio di
guardare all’essenziale, a quella sola e pervicace ambizione di
una politica onesta. Torniamo a Murri, sapendo comunque che in
questa spontanea riduzione all’essenziale, non per pigrizia ma per
virtù, c’è il segno di quella operazione intrisa di forte spiritualità
proveniente dal Concilio Vaticano II.
Se finisce la storia del partito di ispirazione cristiana, non finisce
invece la meditazione e l’iniziativa di quanti avvertono la necessità
di armonizzare nello spazio della politica il loro essere buoni demo-
cratici e buoni cristiani. È la sfida verso un modello di pensiero,
quello attuale, che si limita a registrare la percezione diffusa del
carattere antiquato di ogni storia e di ogni tradizione politica.

In passato ha preso corpo una sintesi alta, di grande livello intellettuale e politico: per tutto
il ‘900 la politica dei democratici-cristiani si è nutrita di un patrimo-
Il grande nio diffuso di idee e di suggestioni. Tendiamo facilmente, forse col-
contributo del pevolmente, a dimenticarcene. È vero, non c’è più il pericolo totali-
pensiero tario e dunque non c’è più l’esigenza dell’originale ‘terza via’ tra
cattolico del ’900 fascismo e comunismo, tra libertà di mercato e regole collettiviste,
tra individualismo e massificazione, una terza via immaginata e poi
costruita da una grande generazione di pensatori e dirigenti politi-
ci, anche se, nella furia di cancellare ogni antecedente ideologico,
può esistere il rischio della banalizzazione e dell’infantilismo al
punto che oggi ci si trova all’improvviso a discutere nuovamente di
terza via solo per il fatto che a proporne la realizzazione sono i teo-
rici del liberismo etico e i leader della new left, la nuova sinistra
mondiale, libertaria e post-socialdemocratica.
Esistono valori che non tramontano malgrado la censura dei
tempi; ci sono esperienze degne di essere rilette e attualizzate; ci
sono ragioni ancora vive e ancora integre: la difesa della persona
e l’autonomia del sociale, il profondo rispetto per le istituzioni e
delle regole democratiche, l’umanizzazione della politica e dello
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Stato, l’enfasi posta sulla partecipazione, l’idea dell’equilibrio tra


mercato e bisogni sociali, la mediazione corretta tra fede e politica,
il senso profondo, dunque, della laicità nell’impegno pubblico.
Ecco, sono tutti questi i riferimenti obbligati di una cultura poli-
tica che possiede tanti elementi capaci di generare un nuovo pro-
getto democratico e una nuova sensibilità cristiana.
La questione, allora, che abbiamo di fronte, è se venga meno
definitivamente l’esigenza di fare sintesi, cioè se basti, in altri ter-
mini, affermare di volta in volta unicamente la tutela di un interesse
o di un bisogno, se tutto debba ridursi a mimesi, a dissimulazione,
come se il cattolicesimo democratico possa esimersi dall’obbligo
di misurarsi con la regolarità della politica, ovvero con la fatica del-
l’organizzazione e con la dura legge dei rapporti di forza.
Uscire dal perimetro del partito di ispirazione cristiana non può
significare, in sostanza, abbandonarsi al sogno di una vitalità
garantita dall’attitudine e dall’amore verso la ricerca delle res
novae (la Rerum novarum di Leone XIII).
Oggi si apre, è vero, un altro orizzonte; il Partito Democratico
assume la fisionomia di un luogo aperto, è la proiezione di una
generale volontà di cambiamento senza perdite di consapevolez-
za e di coscienza critica. Potrà avere successo se creerà le condi-
zioni per una profonda intesa tra culture riformiste diverse, ma
otterrà ancora più credito se nel medio periodo avrà la forza di pro-
muovere una ricomposizione ideale e politica entro cui possa ope-
rare il contributo essenziale del cattolicesimo democratico e popo-
lare. Non è impossibile, ma non è scontato; è l’impresa che rende
onesta per noi la prospettiva di una nuova politica.
Le due morti di Hannah K.
di Renaud Meyer

Il percorso di un giovane trentenne dalle abitudini sregolate e dell’incontro con


una donna, Hannah, che lo porterà attraverso la Polonia ed Israele verso il pro-
prio centro di gravità. Hannah è una insopportabile vecchia del piano di sopra;
ruba la sua posta, posa i rifiuti davanti alla sua porta e getta l’acqua sporca sul-
le sue mattonelle. Una sera, viene aggredita, il giovane la salva e diventano ami-
ci. Durante i loro appuntamenti, Hannah racconta episodi della sua vita: il desi-
derio di diventare rabbino, il teatro di Varsavia negli anni Trenta e la sua relazio-
ne con Louis Jouvet. Gli incontri hanno termine quando Hannah viene ricovera-
ta in ospedale, nel reparto psichiatria, e muore. Nella cantina della vicina, che in
realtà si chiamava Anna, il giovane scopre dei quaderni redatti nel ghetto di Var-
savia da una certa Hannah K... Vincitore del Prix l’Èraire 2004 des Grandes Eco-
les e del Prix du premier roman de l’Université d’Artois

ALBERTO
GAFFI Via della Guglia 69 B - 00186 ROMA - Tel. 06.699.42.118
EDITORE Ufficio commerciale: Via Sebino 32 A - 00199 ROMA
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Quale riforma
elettorale?
Quale modello
di Guido Bodrato
di democrazia?
LA SITUAZIONE POLITICA IMPONE SCELTE E MODELLI
IN LINEA CON I TEMPI

L
La riforma elettorale è tornata al centro del dibattito politico anche per effetto della iniziativa
referendaria di Segni e Guzzetta, che perseguono l’obiettivo di
modificare la legge imposta da Berlusconi nella fase finale dell’ulti-
ma legislatura, ma che si propongono sopratutto di riaprire il dibat-
tito sulla Repubblica Presidenziale. In realtà l’abrogazione della leg-
ge Calderoli non cancellerebbe gli aspetti più gravi della legge che
lo stesso proponente ha definito «una porcata»: non rafforzerebbe
la governabilità, non cancellerebbe le liste bloccate che hanno per-
messo alle oligarchie di consolidare il loro dominio sulle istituzioni,
rafforzerebbe le tendenze trasformistiche che caratterizzano que-
sto ‘finto proporzionale’. E finirebbe con l’assegnare il premio di
maggioranza ad una lista che ha conquistato meno del 40 per cen-
to dei voti, con evidenti distorsioni per la vita democratica.
I partiti di Centro-sinistra non dovrebbero dimenticare che il
referendum che nel giugno del 2006 ha bocciato la proposta di
revisione costituzionale, ha detto no al ‘presidenzialismo’ eppure i
sostenitori di sinistra del nuovo referendum promosso da Segni,
nel giugno del 2006 si attendevano una vittoria di misura del ‘no’
per riaprire subito il dialogo con la destra sulle riforme istituzionali.
Il modello presidenzialista è stato rilanciato dalla vittoria di Sarkozy
nelle presidenziali francesi: il dibattito sulla riforma elettorale si è
intrecciato nuovamente con il dibattito sulla riforma della Costitu-
zione, e sempre più il decisionismo si è intrecciato con la persona-
lizzazione della politica, come se non fossero ‘presidenzialisti’
anche Chavez e Putin.
Per uscire dall’ambiguità, tutti i partiti debbono verificare se il
Parlamento è capace di riformare una legge sbagliata e di porre
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finalmente mano ad una seria riforma della politica. O se ha ragio-


ne Beppe Grillo quando sostiene che tutti i partiti sono ormai inca-
paci di guidare la società. Questo ‘detonatore’ ha svelato la debo-
lezza di una nomenclatura che sta allontanandosi dal paese reale
e ha riportato alla memoria l’amaro commento di chi a metà degli
Anni Ottanta ha scritto che «la sola alternativa concreta ai molti
partiti è il partito unico: cioè un solo enorme ladro e sfruttatore,
con a propria esclusiva disposizione i carabinieri, i tribunali e le
carceri». Anche oggi si può essere molto critici sul ‘qualunqui-
smo’, ma bisogna riconoscere che la satira di Grillo ha fatto trema-
re il Palazzo, dimostrando che la sfiducia che minaccia la politica
riguarda le istituzioni in modo più diretto di quanto le ha minaccia-
te Tangentopoli all’inizio degli Anni Novanta.

La polemica provocata dal referendum si sta incrociando con la polemica sulla durata di
un governo che i sondaggi considerano a rischio di dissoluzione e
Tra una polemica con la polemica sulla ‘spallata’ berlusconiana che dovrebbe porta-
e l’altra re allo scioglimento del Parlamento. È comunque difficile capire se
Berlusconi sia pronto ad un confronto sulla riforma elettorale o se
questa disponibilità sia destinata a naufragare al primo incidente
di percorso, poiché l’obiettivo strategico sono le elezioni anticipa-
te. Tuttavia è utile tentare un riepilogo delle proposte che da oltre
vent’anni alimentano il dibattito politico, poiché il tema della rifor-
ma elettorale sarà centrale anche nella fase costituente del Partito
Democratico, in quanto un discorso sulla qualità della democrazia
ha a che fare con l’identità di un ‘partito nuovo’ che dovrà essere
‘maggioritario’ ma anche ‘plurale’, dovrà cioè tenere insieme tradi-
zioni riformiste che si sono duramente scontrate e che ora debbo-
no ripensarsi in una prospettiva di convergenza degli ex democri-
stiani e degli ex comunisti che ‘supera’ l’esperienza che ha carat-
terizzato la strategia morotea dell’attenzione e gli anni del confron-
to e della solidarietà nazionale.

È bene ricordare che la Costituzione Repubblicana del ‘48 ha disegnato un sistema


democratico caratterizzato dalla centralità del Parlamento e dal
I punti fermi ruolo dei partiti politici. Il referendum confermativo del giugno
dela Costituzione 2006 ha ribadito la validità di questa carta costituzionale, anche se
i partiti che l’hanno scritta si sono dissolti e si sono rafforzate le
tendenze alla personalizzazione del potere, nella logica del bipola-
rismo. Ma chi ritiene che il bipolarismo sia la forma matura della
democrazia, non sa dire cosa sarebbe successo, dopo una Resi-
stenza al nazifascismo che ha avuto connotati di guerra civile,
dopo il patto di Yalta che aveva diviso il mondo tra Usa ed Urss, nel
clima di una Guerra Fredda che ha fatto parlare di ‘equilibrio del
terrore’ con riferimento al pericolo nucleare, se gli italiani avessero
dovuto scegliere se stare ‘di qua o di là’. Il sistema bipolare avreb-
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be inasprito lo scontro tra una destra post-fascista ed una sinistra


filo-sovietica; e il partito di centro attorno al quale è stata costruita
la ‘diga’ anti-comunista, avrebbe ceduto alle pressioni di chi vole-
va fare della Dc il perno di un blocco conservatore senza confini a
destra. Lo scontro politico tra l’alleanza centrista ed il fronte social-
comunista ha invece fatto emergere nel ’47 un ‘bipolarismo imper-
fetto’, temperato dalla proporzionale, evitando che lo scontro tra la
Dc di De Gasperi ed il Pci di Togliatti travolgesse l’Assemblea
Costituente e portasse alla tragica condizione in quegli anni speri-
mentata dalla Grecia.

Sin dal tempo del centrismo degasperiano, cui il voto del 18 aprile ’48 ha assegnato la
maggioranza assoluta, per evitare che la Dc spostasse il baricen-
Necessità di tro a destra per garantire la stabilità del governo, De Gasperi e
alleanze giuste Scelba si erano proposti di rafforzare la politica di centro con un
premio di maggioranza da assegnare alla coalizione che superas-
se il 50 per cento dei consensi. Rafforzando l’alleanza della Dc con
i partiti laici si contrastava la tentazione dei moderati a cercare il
sostegno dei monarchici e del Msi, entrambi in crescita nelle
regioni meridionali. Non si trattava di un ragionamento astratto:
infatti nel ’52, in occasione delle elezioni amministrative di Roma,
anche la gerarchia ecclesiastica aveva auspicato una lista anti-
comunista senza confini a destra, e questa pressione aveva
costretto De Gasperi ad opporsi personalmente a questa ipotesi.
Tuttavia nel ‘53 la riforma della proporzionale è naufragata, poiché
la sinistra ha sostenuto che si trattava di una ‘legge truffa’, proget-
tata per consolidare ‘il regime democristiano’; e dopo quel voto
Alcide De Gasperi, ‘il ricostruttore’ del Paese, ha subito il voto con-
trario del Parlamento. Ma la sua politica ha inciso profondamente
sulla esperienza democratica del paese.
L’introduzione di un ‘premio di maggioranza’ che favorisse l’al-
leanza della Dc con i partiti di centro e la stabilità dei governi a gui-
da democristiana, è rimasta per molto tempo la proposta della Dc;
la quale ha pensato anche al ‘cancellariato’ (modello tedesco),
cioè ad un sistema proporzionale con clausola di sbarramento
(contro la proliferazione dei partiti) e con la sfiducia costruttiva (per
la stabilità del governo). Questo progetto è stato avversato dai par-
titi laici (liberali, repubblicani e socialdemocratici) che temevano di
restare prigionieri della Dc, dalla destra che si proponeva di condi-
zionare il centrismo, e soprattutto dai comunisti che lo ritenevano
un artificio per rendere impossibile una ’alternativa democratica’ di
sinistra. In quella fase della politica nazionale la Guerra Fredda e la
conventio ad exludendum dalle alleanze di governo erano un vin-
colo che da solo impediva al Pci di guidare l’alternativa alla Dc.
Dopo il referendum sul divorzio, vinto nel ‘74 da uno schieramento
radical-socialista che con il sostegno dei comunisti aveva supera-
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to il 60 per cento dei consensi, gli stessi radicali che avevano gui-
dato la battaglia divorzista ‘contro la Dc’, hanno dichiarato che il
Pci era utile per battere il fronte clericale ma che con il Pci non era
possibile governare l’Italia. Quando Sorgi ha scritto su La Stampa
che la proporzionale e le correnti democristiane sono all’origine
dell’instabilità dei governi, sembra dimenticare del tutto la com-
plessità della situazione politica, ed il fatto che comunque in quegli
anni la situazione del paese non è rimasta prigioniera di quelle
straordinarie condizioni internazionali.

Nel corso della ‘seconda fase’ dell’esperienza post-fascista, cioè nella stagione dell’aper-
tura ai socialisti, che dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria
Gli obiettivi (1956) camminavano verso l’autonomia dal Pci, il sistema propor-
del sistema zionale si è diffuso anche agli enti locali, prima caratterizzati da
proporzionale leggi elettorali di impianto maggioritario. L’elezione dei consigli
comunali e provinciali con il sistema proporzionale, e poi l’adozio-
ne della proporzionale anche per i consigli regionali (1970), aveva
l’obiettivo di indebolire la formula centrista e di rendere possibili, a
seconda dei casi, alleanze con partiti di diverso orientamento al
fine di favorire una alleanza politica che non ruotasse attorno alla
sola Dc. Solo all’inizio degli Anni Novanta, quando si fa più eviden-
te il declino della Dc, il Parlamento approva una legge maggiorita-
ria per gli enti locali e decide l’elezione diretta del sindaco e del
presidente della Provincia, accompagnando questa riforma con
un forte ridimensionamento delle competenze dei consigli comu-
nali e provinciali. La riforma maggioritaria e l’elezione diretta del
sindaco consolidano la stabilità dei governi locali, ma indebolisco-
no la partecipazione ed il ruolo delle amministrazioni elettive. Non è
tutto oro ciò che luce: di questa riforma non si è fatto sin’ora un
bilancio serio, non si è fatta una completa riflessione sulla tenden-
za populista alimentata dal voto diretto e sull’intreccio che in molti
casi si è rafforzato tra le istituzioni locali e le nomenclature locali. È
comunque sempre più evidente che con il declino della democra-
zia dei partiti, che si accompagna al declino del primo centro-sini-
stra, si è avviato un dibattito che punta alla riduzione del potere dei
partiti (e della delega) e all’affermarsi di diversi modelli di ‘demo-
crazia diretta’. La sinistra pensava soprattutto all’assemblearismo,
e partendo dal dibattito sulla ‘partecipazione si svilupperanno
diverse forme di ‘democrazia dei consigli’: dalle scuole alle fabbri-
che ai quartieri delle città. Dalla ‘contestazione studentesca ed
operaia (che coinvolgerà anche i sindacati) ha prenso forza il
movimento anti-parlamentare. Eda ancora oggi la piazza svolge
un ruolo decisivo sulla strategia della sinistra. La destra ed alcuni
democristiani guardavano invece al modello gollista: hanno pun-
tato sin dagli anni ‘80 sul presidenzialismo ed hanno parlato di
‘seconda repubblica’. Il repubblicano Pacciardine ha parlato sin
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dall’inizio degli Anni Sessanta e poi ne ha parlato il liberale Sogno


all’inizio degli Anni Settanta. Si trattava di un progetto tendenzial-
mente autoritario, che si richiamava all’esperienza francese, alla
crisi della IV Repubblica. In realtà il generale De Gaulle, dopo aver
salvato Parigi dalla minaccia della destra militare, si proponeva di
rafforzare il centro e di isolare le ali estreme del Parlamento, in
polemica con una democrazia rappresentativa che si era dimostra-
ta incapace di risolvere la tragica crisi algerina.

L’avviarsi del dibattito sulla ‘terza fase’ della vita nazionale, di cui parlerà Aldo Moro e che
sarà caratterizzata dalla solidarietà nazionale e dall’ingresso dei
La ‘terza fase’ Pci nella maggioranza parlamentare (1975/79), porta in primo pia-
secondo Moro no «la riforma del regolamento di Montecitorio, che attribuisce
all’assemblea (presieduta da Ingrao) poteri che si intrecciano con
ciò che dovrebbe caratterizzare una responsabilità esclusiva del
governo. Da questo punto di vista l’assemblearismo anticipa scel-
te che faranno parlare di consociativismo». Il confronto parlamen-
tare tra maggioranza ed opposizione favorirà l’approvazione di
importanti leggi: (lo Statuto dei Lavoratori, la riforma della sanità),
ma sarà responsabile anche della crisi della finanza pubblica, del-
l’esplosione del debito pubblico. Con la politicizzazione delle lotte
sociali e la mobilitazione della piazza, finisce il collateralismo delle
Acli e della Cisl nei confronti della Dc, mentre il diffondersi dell’o-
peraismo mette in discussione il ruolo del partito della classe ope-
raia e la stessa democrazia sindacale.
Questo intreccio indebolisce la centralità del Parlamento ma
anche la distinzione dei poteri (Legislativo, Esecutivo, Giudiziario),
e provoca la ripresa (da sinistra) di un dibattito sulle riforma istitu-
zionale ed elettorale che si farà più forte dopo gli Anni di Piombo e
dopo l’assassinio di Aldo Moro, interlocutore di Enrico Berlinguer
e garante del ‘compromesso’ che avrebbe dovuto portare al supe-
ramento della conventio ad exludendum ed all’approdo alla Demo-
crazia Compiuta.
Quando il Congresso della Dc (1980) decide che «allo stato
degli atti» è impossibile il dialogo con il Pci, l’attenzione si sposta
sulla ‘grande riforma’ di Craxi e poi sulla ‘strategia referendaria’ di
Pannella e di Segni. La contorta vicenda degli Anni Ottanta si può
interpretare solo riconoscendo che diversi modelli politici sono più
funzionali alla conquista del potere che alla governabilità ed alla
trasparenza democratica. Quando Roberto Ruffilli, uno dei più
acuti politologi, ucciso dalle Br nel 1983, pochi giorni dopo essere
diventato il consulente di De Mita per le riforme istituzionali, ha
chiesto di «restituire ‘lo scettro agli elettori’ non proponeva un
sistema autoritario, in qualche modo riferibile alla democrazia
diretta, ma il ritorno alla democrazia dei partiti, nel contesto della
modernizzazione di uno stato democratico che deve permettere la
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scelta di una stabile maggioranza di governo, restando però carat-


terizzato dalla distinzione dei poteri (Legislativo, Esecutivo e Giudi-
ziario) e dalla centralità del Parlamento».
Le ipotesi di riforma che si confrontano all’inizio degli anni
segnati dal declino della Prima Repubblica, sono invece caratteriz-
zate dalla ostilità verso una democrazia dei partiti che è degenera-
ta in partitocrazia ed in occupazione del potere. Questa degenera-
zione della democrazia è stata pagata soprattutto dalla Dc, cioè
dal partito al governo da oltre quarant’anni. La Dc era in difficoltà
per il consolidarsi di una società secolarizzata che si stava lascian-
do alle spalle le ideologie, ma anche nei confronti di un cattolicesi-
mo post-conciliare sempre più rispettoso delle scelte politiche dei
credenti. «Craxi ha rimesso in campo con la ‘grande riforma’ l’idea
della Repubblica Presidenziale, ha però chiesto l’introduzione del-
la clausola del cinque per cento dei voti per accedere alla rappre-
sentanza, per quanto riguardava la legge elettorale, al fine di spin-
gere repubblicani e social-democratici a convergere sul Partito
Socialista. Craxi non ha accettato la proposta democristiana di
assegnare un premio di maggioranza alla coalizione vincente con
almeno il quaranta per cento dei voti, poiché questo sistema
avrebbe costretto i socialisti a scegliere prima del voto se schierar-
si con la Dc o con il Pci. E questa scelta avrebbe cancellato il ruolo
di ‘ago della bilancia’ su cui era fondata la strategia elettorale
socialista». A conclusione di un lungo braccio di ferro tra il Psi e la
Dc, Craxi ha imposto a De Mita ‘il patto della staffetta’, cioè l’alter-
nanza alla guida del governo al fine di conquistare più consenso
come partito di governo, per poi guidare l’alternativa di sinistra. Ed
è noto che su questa ‘guida’ è entrato in rotta di collusione con il
Pci di Berlinguer.

Queste polemiche hanno paralizzato il Parlamento, spalancando le porte ai referendum


che Mario Segni ha promosso tra il 1990 ed il 1994 prima contro le
Quando il preferenze (accusate di essere la madre di tutte le corruzioni) e poi
Parlamento si contro la proporzionale, accusata di provocare l’instabilità del
trovò ingessato governo. La polemica contro la democrazia dei partiti che ha
caratterizzato la strategia referendaria, con inevitabili accenti qua-
lunquistici, prometteva di rinnovare il regime parlamentare liberan-
dolo dal dominio dei partiti. «Ma può la democrazia sopravvivere
alla morte dei partiti e del loro ruolo di organizzatori del consenso
attorno ad un progetto politico?» La polemica referendaria è stata
favorita dalla miopia dei partiti di massa, che non hanno saputo
rispondere ai movimenti che dopo il ‘68 si proponevano un rove-
sciamento delle istituzioni tradizionali e neppure alla crescente
disaffezione dell’opinione pubblica, sempre più tentata da soluzio-
ni autoritarie, dall’anti-politica. Il tema è rimasto di attualità. Per
certi versi è cresciuto il solco che separa ‘i politici’ dalla società
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civile. In realtà il referendum promosso nel ’92 contro le preferen-


ze, accusate di essere espressione del voto di scambio e di essere
veicolo della corruzione della politica, avrebbe potuto essere evita-
to. L’Assemblea di Montecitorio aveva deciso di ridurre a due il
numero delle preferenze, impedendo così il ricorso alla ‘catena’
del voto clientelare. Questo emendamento, votato dal Parlamento,
andava incontro alla richiesta di Segni. La questione non riguarda-
va i senatori, si trattava cioè di una specie di ‘regolamento’ della
Camera dei Deputati; eppure il Senato ha insabbiato la legge fino
allo scioglimento del Parlamento, subendo le pressioni di chi vole-
va conservare un più elevato numero di preferenze. Questo insab-
biamento, che si è rivelato decisivo per l’avvenire della democrazia
rappresentativa, è stato cancellato dalla memoria della Repubbli-
ca. All’opposto, il referendum che ha ridotto al venticinque per
cento la rappresentanza assegnata con la proporzionale al Senato
e la successiva estensione alla Camera della stessa regola, si è
svolto perché il partito trasversale dei referendari ha di fatto impe-
dito al Parlamento di legiferare in coerenza con la proposta della
Commissione Bicamerale presieduta da Ciriaco De Mita e poi da
Nilde Jotti.
Nel corso di dibattiti parlamentari che nei primi Anni Novanta
sono stati caratterizzati da una sempre più aspra polemica sulla
corruzione dei partiti, Segni ha sostenuto che il referendum avreb-
be liberato i parlamentari dalla subalternità ai partiti, poiché con l’u-
ninominale i singoli parlamentari avrebbero risposto solo agli elet-
tori del loro collegio ed il Parlamento avrebbe così riacquistato la
sovranità che i partiti gli avevano sottratto. Sin da allora i referendari
pensavano all’elezione diretta del Presidente della Repubblica o
del capo del governo (cioè a quello che in seguito sarà definito il
‘sindaco d’Italia’), ma non pensavano che con il bipolarismo i parla-
mentari sarebbero stati sottoposti ad un ‘vincolo di schieramento’
ben più forte del vincolo imposto dai partiti. E non pensavano che
l’uninominale avrebbe consegnato ai vertici dei partiti il potere di
scegliere i candidati, di collocarli nei collegi sicuri, in quelli incerti,
in quelli perdenti, costringendo gli elettori ad una ratifica delle deci-
sioni assunte e gli eletti alla sudditanza nei confronti di chi li ha
designati. Si è così avviata la ‘partitocrazia senza partiti’, l’irresistibi-
le marcia delle oligarchie. Il berlusconismo esprime in modo pieno
questo modello autoritario, poiché esprime la personalizzazione
della politica ed il potere televisivo, ma questo modello ha condizio-
nato anche l’Ulivo e potrebbe condizionare il Partito Democratico.
Quasi tutti hanno compreso che quel modello elettorale con-
tiene una torsione plebiscitaria e la tentazione della ‘dittatura della
maggioranza’, giustificata dal richiamo al mandato a governare
che il premier ha ottenuto dagli elettori. È stata soprattutto la Sini-
stra a polemizzare contro la ‘deriva plebiscitaria’ della Destra, la
•16 • • • • • • • • • P R I M O P I A N O

quale con la legislatura che si è conclusa nel 2006 ha imposto una


riforma elettorale caratterizzata dalla presentazione di liste rigide
che consegnano ai vertici dei partiti il potere di scegliere chi fare
eleggere, e da un premio di maggioranza che avrebbe dovuto
garantire la stabilità del governo espresso dallo schieramento vin-
cente. Ma quella legge ha prodotto due diverse maggioranze, alla
Camera ed al Senato, ed ora tutti sembrano pronti a modificarla.

Veniamo allora alle discussioni di questa stagione. È giusto che chi vuole garantire la sta-
bilità del governo e vuole associarla ad una corretta vita parlamen-
Urgenza tare, proponga la riforma della legge elettorale in primo luogo per
della riforma risolvere le contraddizioni provocate dal diverso meccanismo
elettorale ‘maggioritario’ previsto per Senato e Camera. Tuttavia bisogna
riconoscere che i limiti di questa legge ‘oligarchica’, non sono da
attribuirsi alla proporzionale (comunque stravolta dal premio di
maggioranza) ma alla lista bloccata, e che gli aspetti peggiori della
legge sono stati avvallati dalla coalizione di Centro-sinistra, la qua-
le li ha adottati con liste costruite dalla nomenclatura che guida la
Quercia e la Margherita. In realtà la lista rigida è stata utilizzata
come l’uninominale-maggioritario. E su questo punto Grillo ha
ragione. Tuttavia le leggi elettorali condizionano ma non sostitui-
scono la politica, e sono sempre aggirabili, anche perché il com-
portamento degli elettori è imprevedibile e può differenziarsi tra
Senato e Camera. L’uninominale maggioritario, costruito per
costringere gli elettori a stare a destra od a sinistra e per rendere
irreversibile la svolta bipolare, in questi dodici anni ha costretto sia
la Destra che la Sinistra a raschiare il fondo del barile per conqui-
stare Palazzo Chigi, ha costretto a sommare voti riformisti e massi-
malisti, moderati e leghisti. Con la conseguenza di assegnare alle
ali estreme, alla sinistra radicale ed alla Lega, un potere di veto
che ha costretto uno dei sacerdoti del bipolarismo (Passigli) a par-
lare di un ‘falso bipolarismo’ ed a riconoscere che comunque la
‘democrazia dell’alternanza’ dovrebbe essere altra cosa. Non a
caso Mario Monti ha ripetutamente notato che la politica delle rifor-
me, da cui dipende la modernizzazione del paese, deve cercare la
convergenza verso il centro della destra moderata e della sinistra
riformista. Ed il club dei ‘volonterosi’ ha in seguito dimostrato che
questa critica è condivisa anche da molti bipolarismi, i quali hanno
scritto un lungo elenco di scelte strategiche che dovrebbero esse-
re affidate a decisioni bipartisan. Poi, quando si è acceso il dibatti-
to sull’identità del Partito Democratico, prima Rutelli e poi anche
Veltroni hanno parlato di un Centro-sinistra «di nuovo conio» che
dovrebbe fare alleanze coerenti con il programma del Governo
cioè, se necessario, spostando il baricentro delle alleanze elettora-
li al centro. «Se questa è la strada obbligata della governabilità e
della modernizzazione, la democrazia dell’alternanza resta in pie-
P R I M O P I A N O • • • • • • • • • • • 17•

di, ma cosa resta del bipolarismo?» Se i sondaggi dicono che gli


elettori moderati non sono disposti a votare per un partito che è
condizionato dai massimalisti, e se comunque i voti della sinistra
radicale sono determinanti per il successo della coalizione di cui è
perno il Partito Democratico, come si supera questa contraddizio-
ne? D’altra parte chi, temendo un complotto neo-centrista, sostie-
ne che non si può accettare che un partito del sei per cento (l’Udc)
condizioni le scelte del Governo, dovrebbe riconoscere che con
questo bipolarismo l’attività dei governi è comunque condizionata
da partiti che, sulla Destra e sulla Sinistra, hanno meno del sei per
cento dei voti.

Sono passati più di dieci anni dalla svolta del ’94 e dalla fine della Prima Repubblica. Si
sono sperimentate due bicamerali e si sono svolte tre elezioni poli-
La lunga tiche, è tempo di fare un bilancio della svolta che ha avviato la
transizione ‘transizione’. Per non tentare un bilancio della strategia referenda-
ria, i bipolaristi continuano a parlare di transizione incompiuta e
ritornano alla strategia referendaria, rischiando in questo modo di
affondare nella palude dell’anti-politica. Il referendum promosso
da Segni e Guzzetta in netto contrasto con l’orientamento certifica-
to dal referendum confermativo del 2006, non può dare la soluzio-
ne di un problema che è politico. Con l’uninominale-maggioritario
la frammentazione del Parlamento è cresciuta ed entrambi gli
schieramenti si definiscono più per ‘essere contro’ un nemico
(Berlusconi, i comunisti…) che per il programma che si propongo-
no di realizzare. Il presidente Napolitano, dopo il voto sulla politica
estera che aveva costretto Prodi a dare le dimissioni, ha consulta-
to 24 gruppi parlamentari. Quando la Prima Repubblica’ è giunta
al capolinea, il Presidente Scalfaro ha consultato nove gruppi par-
lamentari. Un bipolarismo caratterizzato dalla radicalizzazione del-
lo scontro, quando per un voto si vince tutto o si perde tutto, nau-
fraga nel trasformismo. Entrambi gli schieramenti sono alla ricerca
di un pilastro che sorregga il bipolarismo, ma è sempre più chiaro
che la formazione di partiti unici di destra o di sinistra, immaginati
come ‘partiti del presidente’, rischia di rendere più fragile la gover-
nabilità poiché spinge le ali estreme a darsi una più forte caratteriz-
zazione; di rivolgersi alla piazza; e rischia anche di aprire un dibat-
tito sulla leadership, sulla capacità del Premier di tenere insieme
coalizioni senza identità e di dare loro una reale forza di governo.
Questa riflessione si accompagna alla constatazione che in
entrambi gli schieramenti non è possibile trovare una intesa sulla
legge elettorale, e l’inciucio che potrebbe mettere insieme una
parte della Sinistra ed una parte della Destra per varare una legge
di impianto maggioritario, metterebbe a rischio l’unità delle coali-
zioni e l’esito della contesa elettorale, e quindi la conquista di
Palazzo Chigi.
•18 • • • • • • • • • P R I M O P I A N O

Da queste riflessioni deve partire la discussione sulla riforma della legge elettorale, che
sembra tornata al primo posto nell’agenda politica e che non può
Il modello non riguardare anche le ‘primarie’ del PD e la fase costituente del
tedesco nuovo partito. Per parte mia metto al primo posto il modello tede-
sco, cioè la proporzionale con uno sbarramento per l’assegnazio-
ne dei seggi al 4/5 per cento (o la proporzionale con premio di
maggioranza) e la clausola della sfiducia costruttiva; al secondo
posto il modello spagnolo (che privilegia, nell’attribuzione propor-
zionale dei seggi, i partiti che hanno una più forte concentrazione
regionale dei voti), a condizione che non si definiscano collegi elet-
torali cinicamente studiati per soffocare i partiti minori; al terzo
posto il doppio turno francese, a condizione che si tratti del model-
lo che prevede un secondo turno aperto a tutti i candidati che nel
primo turno superano la soglia del 10/12 per cento dei voti espres-
si. E ricordando che in Francia è in corso un dibattito per corregge-
re quel sistema con una importante riserva di seggi da assegnare
con la proporzionale, ogni sistema ha i suoi pregi ed i suoi difetti.
Quasi tutti cercano un equilibrio tra l’obiettivo di garantire la rappre-
sentanza delle forze in campo e quello della stabilità del governo.
Tutti riconoscono la centralità del Parlamento (anche il modello bri-
tannico) ed il ruolo dei partiti. Anche Gordon Brown, nuovo leader
del Partito Laburista, ha proposto un rafforzamento del ruolo del
Parlamento ed un ripensamento della legge elettorale britannica.
Quando sento che il ministro per le riforme, sta cercando la
convergenza delle posizioni attorno ad un modello che si riferisce
a quello della elezione dei consigli comunali, o dei consigli regio-
nali, o dei consigli provinciali, i primi due caratterizzati dalla pro-
porzionale con liste e premio di maggioranza, l’ultimo da candida-
ture di collegio e premio di maggioranza, suggerisco a Chiti due
condizioni: purché rispettino la centralità del Parlamento e non
prevedano di riferire il premio di maggioranza ad un ‘listino’ di can-
didature che gli elettori non possono che ratificare. E se dovessi
esprimere una preferenza sulla presentazione delle candidature,
consiglierei candidature uninominali di collegio, nell’ambito di cir-
coscrizioni elettorali di dimensione regionale. Come era in passato
per il Senato, come è ancora per le Province. Non liste rigide. Ed a
chi insiste su modelli elettorali che evocano il Presidenzialismo,
cioè l’idea del ‘partito del presidente’, di una politica caratterizzata
dal rapporto diretto tra il leader e l’opinione pubblica mediato della
TV, vorrei ricordare che non a caso dietro ogni Cesare c’è l’ombra
di Bruto.
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Lo sviluppo
della democrazia e
di Franco Marini
le riforme istituzionali

TRATTO DAL DISCORSO DEL PRESIDENTE DEL SENATO


FRANCO MARINI. OTTAWA - 5 SETTEMBRE 2007

Q
Quando utilizzo il termine ‘federalismo’ sono consapevole dei molteplici significati di que-
sta espressione e delle diverse forme ed esperienze di Stato che
ad essa vengono ricondotte. Federalismo e democrazia, un bino-
mio che sta mostrando una capacità espansiva sempre più inten-
sa, anche in questo nuovo secolo. Infatti, quanto più si realizza la
crescita e la maturazione della democrazia rappresentativa, tanto
più si alimentano le aspirazioni di maggiore partecipazione delle
comunità locali al governo della ‘cosa pubblica’, di maggiore valo-
rizzazione delle identità territoriali, di riconoscimento delle diverse
componenti sociali e culturali presenti, oramai, in tutte le civiltà
occidentali, ma anche in quelle di molti paesi in via di sviluppo.
La strutturazione in senso federale dello Stato costituisce uno
strumento che si sta dimostrando cruciale per la realizzazione di
queste aspirazioni di partecipazione e di maggiore responsabilità
della società. Il federalismo deve essere, infatti, in grado di con-
temperare le esigenze di coinvolgimento delle popolazioni locali
nelle decisioni pubbliche e di valorizzare il pluralismo territoriali
con migliori garanzie di equità, di solidarietà e di unità. I sistemi
federali, inoltre, avvicinando il livello della decisione politica ai cit-
tadini, devono anche contribuire a migliorare l’efficienza ammini-
strativa e a rendere insieme più trasparente e responsabile l’eser-
cizio del potere.
Tutto questo, però, a patto che chi governa abbia ben presen-
te che ogni sistema federale:
richiede la ricerca e il mantenimento, di equilibri forti, spesso
molto delicati e in continua evoluzione;
•20 • • • • • • • • • P R I M O P I A N O

comporta una chiara ripartizione di funzioni fra i diversi livelli di


governo ed esige la definizione di precise responsabilità fra questi
ultimi;
prevede una più forte coesione nazionale e uno Stato centrale,
autorevole e con funzioni chiare e indiscusse, accanto ad autono-
mie regionali e locali capaci di svolgere tutti i compiti loro affidati;
implica la necessità di sostenere costi che devono essere ridi-
stribuiti, anche attraverso effettivi meccanismi di perequazione, fra
il governo centrale e quelli locali, senza gravare eccessivamente
sui cittadini, e assicurando a tutti un trattamento omogeneo
secondo la Costituzione;
presuppone, inoltre, una vera maturità del sistema politico, a
tutti i livelli, che sappia mantenere viva la coesione sociale com-
plessiva e l’unità nazionale, pur nel riconoscimento delle autono-
mie e delle diversità.

Su tutti questi punti devo riconoscere che l’esperienza istituzionale del Canada ha matu-
rato molte cose da insegnare. Già due secoli fa Tocqueville aveva
L’esempio colto il nesso fondamentale tra federalismo e democrazia ed ave-
del Canada va evidenziato come l’assetto federale di uno stato potesse con-
trobilanciare, in modo efficace, quei fenomeni che possono porta-
re ad una degenerazione della democrazia.
Certamente il federalismo non è la panacea dei molti mali che
affliggono le democrazie contemporanee, strattonate, da una par-
te, dalla crisi di vecchie politiche sociali, da istanze autonomistiche
e localiste, da fondamentalismi religiosi e culturali, dalla mutevo-
lezza delle proprie componenti etniche, e, dall’altra, dalla competi-
zione e dalla globalizzazione delle economie e dei mercati, non-
ché dalle spinte ad equilibrare il prelievo fiscale e a rendere più
efficienti la spesa pubblica.
Tuttavia, l’insegnamento di Tocqueville credo sia ancora attua-
le e in grado di spiegare la diffusa tendenza degli stati contempo-
ranei a ricorrere a sistemi istituzionali caratterizzati dalla coesisten-
za di forti governi locali accanto a quello centrale. E qui, consenti-
temi di allargare le mie riflessioni al rapporto fra democrazia, siste-
ma politico e ruolo dello Stato.
I problemi delle democrazie contemporanee fanno emergere
con sempre più evidenza l’insoddisfazione verso gli attuali mecca-
nismi di scelte collettive e, il passo è breve, il diffuso scontento
anche verso i sistemi politici. In Italia, ad esempio, abbiamo appe-
na vissuto una stagione di forte attacco verso la politica e verso il
sistema pubblico, considerati solamente dei costi da ridurre in
modo drastico.
Lo Stato nel suo complesso viene messo in discussione fino al
rischio che, nelle teorie del cosiddetto ‘stato minimo’, si finisca per
riconoscere solamente il ‘mercato’ come principio regolatore indi-
P R I M O P I A N O • • • • • • • • • • • 21•

scusso e insoluto. Sono convinto, al contrario, e senza gettare


ombra su talune criticità che effettivamente esistono, che la fase
delicata e nuova che stanno vivendo le nostre democrazie richieda
un impegno straordinario del ‘sistema pubblico’.
Penso però ad un sistema pubblico moderno, efficiente,
rispettoso dell’autonomia del privato e del ruolo essenziale delle
imprese, capace di orientare, di accompagnare e di promuovere
la crescita civile e lo sviluppo economico. Così come sono convin-
to, e come ho avuto modo di dire in altre occasioni, che le proble-
matiche straordinariamente complesse con cui le nostre società si
confrontano devono tornare ad essere affrontate dalla politica.

Da una politica fortemente e direttamente responsabilizzata, che sappia assumersi l’onere


di decisioni concrete, delle riforme possibili, con il gradualismo
Una politica necessario. Il compito al quale siamo chiamati non è affatto facile.
responsabilizzata Un assetto istituzionale e politico con significativi poteri e funzioni
decentrati a livello locale può contribuire a migliorare il rapporto di
fiducia fra cittadini e apparati pubblici e a rafforzare la stessa legit-
timazione democratica del sistema politico.
Irrobustire i poteri regionali e locali deve anche rappresentare
l’occasione per uno snellimento significativo dello Stato centrale,
che ne rafforzi le funzioni di indirizzo, di coordinamento e di con-
trollo, lasciando invece le attività di gestione diretta, appunto, ai
poteri locali o alle organizzazioni della società. In Italia il confronto
culturale e politico è oramai da molti anni incentrato su sulla
necessità di individuare riforme istituzionali e costituzionali capace
di dare risposte più adeguate alla fase di transizione e di cambia-
mento che sta vivendo il Paese.
Le nostre Regioni, che grossomodo equivalgono alle vostre
Province, pur previste nella Costituzione Repubblicana entrata in
vigore dal 1948, sono state attuate solo nel 1970 perché vi erano
vive preoccupazioni per la disarticolazione dello Stato in un qua-
dro politico interno di forte contrasto ideologico e di ‘guerra fred-
da’ sul piano internazionale. Il clima politico culturale italiano è da
tempo mutato e molte esperienze di governo locale-regionale,
provinciale e delle città, si sono rivelate assai innovative e più ido-
nee ad affrontare i nuovi problemi dei cittadini.
Anche a seguito della modifica della parte della Costituzione
che ha rimodulato i rapporti fra Stato centrale e periferia, i tempi
sono dunque maturi per fare passi ulteriori verso un più incisivo ed
equilibrato riconoscimento dei poteri locali ed una più intensa
affermazione del principio di sussidiarietà.
Per far questo credo si debba cominciare dalla riforma del
nostro bicameralismo perfetto, dove la Camera dei Deputati e il
Senato sono entrambi eletti a suffragio universale e hanno la stes-
sa funzione legislativa. A mio avviso si dovrebbe definire la trasfor-
•22 • • • • • • • • • P R I M O P I A N O

mazione del nostro Senato nella Camera rappresentativa delle


regioni e di altre forme di governo locale. Riscontro ormai, su que-
sto importante argomento, la maturazione di un consenso diffuso
tra le forze politiche, che è anche la premessa per un serio con-
fronto parlamentare e per una decisione a larga maggioranza.
Auspico poi la conclusione del percorso di riforma del federali-
smo fiscale, in cui le responsabilità dei governi sul territorio siano
accompagnate da strumenti finanziari più idonei e congruenti con
le specificità locali, pur con la previsione di necessari meccanismi
perequativi e di solidarietà.
Credo davvero che molto possa derivare dal rafforzamento
equilibrato del nostro originale sistema di articolazione istituziona-
le che riconosce le Autonomie locali e sociali, e che si propone di
rilanciare il protagonismo delle regioni e di altre forme di governo
locale, così come di dare maggiore spazio e valore ai contributi
della società e delle sue diverse e libere organizzazioni.
Ma ogni riforma dei nostri ordinamenti potrebbe risultare solo
una decisione di ‘ingegneria istituzionale’ senza un profondo rilan-
cio della responsabilità politica, senza un rinnovamento della vita
pubblica. Guardo sempre con sospetto agli attacchi moralistici o
strumentali che vengono rivolti alla vita politica. Tuttavia, non pos-
so non convenire con l’esigenza che la politica dimostri una nuova
capacità di orientare le grandi scelte delle quali le singole comu-
nità nazionali, e tutto il mondo, hanno bisogno, con il metodo del
dialogo, del confronto, e poi, però, con la responsabilità chiara
della decisione.

In Italia, i due maggiori partiti del centro-sinistra, la Margherita e i democratici di sinistra,


hanno, da tempo, deciso di sciogliersi e di dare vita al Partito
L’impegno Democratico. È questa, anzitutto, un’esigenza di riduzione del
del nuovo Partito numero dei partiti e di semplificazione della vita politica che ha
Democratico ormai raggiunto taluni eccessi di frammentazione intollerabili e
dannosi.
Ma è, anche, una sfida di impegno moderno per una risposta
concreta ai problemi del nostro Paese e alla sua capacità di offrire
un contributo deciso nel quadro europeo ed internazionale. Il
sistema dei partiti di massa che ha fatto la Repubblica e la Costitu-
zione, che ha sostenuto scelte fondamentali di politica estera e di
alleanze internazionali, che ha accompagnato l’Italia nella sua
straordinaria crescita economica, sociale e civile, ha iniziato a
mostrare i suoi limiti fino dalla metà degli Anni Settanta. La crisi
definitiva delle grandi ideologie totalitarie che hanno caratterizzato
il Novecento apre spazi nuovi di responsabilità e di iniziativa per la
politica. Spazi che non possono essere riempiti da ciò che resta di
vecchie oligarchie partitiche, né, tantomeno, da improvvisati partiti
personali o da figure carismatiche in grado, magari, di approfittare
P R I M O P I A N O • • • • • • • • • • • 23•

delle opportunità offerte dalla società della comunicazione.


Sono oggi maturi i tempi in Italia per vedere la formazione e la
responsabilità di nuove forze politiche democratiche, aperte e par-
tecipate, con dirigenti scelti ed eletti dai cittadini, capaci d’impe-
gnarsi per risolvere i problemi comuni. Crescita collettiva equilibra-
ta e diritti individuali chiedono oggi, certamente in Italia, un nuovo
progetto di modernizzazione sociale e politica, dopo quello dega-
speriano del Dopoguerra e quello del primo Centro-sinistra. Sono
cresciute in questi anni le aspirazioni di cittadinanza democratica
di fasce sempre più vaste di cittadini che esigono una democrazia
più aperta ed efficiente. L’esistenza e l’idea del Partito Democrati-
co non sono dunque di oggi: hanno radici nel dibattito vivace, e a
volte confuso di questi anni, tra spinte di movimenti elitari e resi-
stenze di partiti vecchi solo restaurati. La nascita di questa espe-
rienza nuova non potrà avvenire dall’alto, attraverso decisioni verti-
cistiche di elite ristrette.
L’obiettivo non è dunque quello di dare vita ad un nuovo parti-
to, ma ad un partito nuovo, che non nasce dalla semplice fusione
della Margherita e dei Democratici di Sinistra, ma che può contare
sull’esperienza di collaborazione, da più di un decennio, di culture
e forze politiche socialdemocratiche, cattolico-democratiche, libe-
ral-democratiche e ambientaliste. L’ambizione di questo disegno,
voglio sottolinearlo ancora come Presidente di un ramo del nostro
Parlamento, è che un simile processo di semplificazione e di chia-
rificazione possa germogliare anche nello schieramento di Centro-
destra, contribuendo così ad una piena maturazione del nostro
sistema bipolare, e ad una maggiore capacità di governo.
La politica nel suo complesso deve offrire proposte più incisive
e stimolanti, capaci di intercettare la crescita diffusa di cittadinanza
democratica e di coinvolgerla nelle responsabilità della vita collet-
tiva e dei suoi equilibri di giustizia e libertà. Dunque, una nuova
politica che deve anzitutto rispondere a domande vere e profonde
della società e che deve esprimersi attraverso una nuova genera-
zione di politici più giovani, capaci di nuove responsabilità nella
nostra vita comune.

La nostra vita democratica dovrebbe così caratterizzarsi con un più sano ed efficace bipo-
larismo, con coalizioni capaci di sfidarsi e di competere per gover-
Verso nare e non per difendersi l’una dall’altra secondo gli schemi di un
un bipolarismo contrasto ideologico che non esiste più nella realtà delle cose.
efficace Come potete capire ho ritenuto di dover fare qualche riferi-
mento concreto ed attuale alla situazione politica del mio Paese,
non solo per offrirvi una mia riflessione, ma proprio per raccontarvi
dal vivo quello che accade, e per rinsaldare così quel sentimento
di lungo confronto e di amicizia che ha sempre distinto i nostri rap-
porti.
•24 • • • • • • • • • P R I M O P I A N O

Quel sentimento di fiducia reciproca che ha portato decine di


migliaia di italiani a scegliere il vostro Paese come luogo di lavoro
e di residenza e ad integrarsi pienamente e democraticamente in
esso. Quel sentimento che ha radici profonde non solo nella
comune origine europea, ma anche nella solida alleanza atlantica
e nella comune visione di molti grandi problemi del pianeta.
Una visione solidale dello sviluppo civile, della tutela dei diritti
umani e della diffusione della democrazia nell’area internazionale
e che ci ha portato, negli anni più recenti, a condividere, pur in for-
me diverse, l’impegno per sostenere il cammino libero e democra-
tico dell’Afghanistan.
Proprio per questi motivi, abbiamo interesse a conoscerci più
a fondo, valorizzando opportunità e complementarietà. A comin-
ciare da una maggiore sintonia tra le nostre Istituzioni parlamenta-
ri, cioè dal cuore di ogni democrazia.
P R I M O P I A N O • • • • • • • • • • • 25•

La democrazia ha
bisogno dei cattolici
di Giuseppe Fioroni

LA FORZA DELLA PARTECIPAZIONE CATTOLICA


ALLA VITA DEL PD

U
«Un politico – diceva De Gasperi – guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla
prossima generazione». È questo, credo, un buon viatico che
dovremmo tener presente nel momento in cui ci apprestiamo a
dare vita al Partito Democratico, un partito nuovo dove non dovrà
esserci spazio per le correnti ma per il confronto tra aree culturali.
Noi non abbiamo l’ambizione, come area cattolico-democratica,
di costruirci la nostra stanzetta nel PD ma abbiamo l’ambizione di
costruire una casa accogliente per tutti in cui tutti si possano sentire
contemporaneamente progettisti e costruttori. Abbiamo anche
un’ambizione in più: competere per la guida del processo di costru-
zione perché, sulla base della nostra storia e dei valori antichi decli-
nati nel cogliere i segni dei tempi, abbiamo l’opportunità di offrirci
come sale e lievito nella costruzione del nuovo soggetto politico.
La missione dei cattolici non è quella di chiudersi in un recinto.
Non dobbiamo temere il confronto ma, anzi, stimolarlo. Un partito
di cattolici, oggi, sarebbe solo arroccamento, chiusura, paura.
I cattolici hanno sempre dato un apporto fondamentale alla
società italiana e in modo particolare alla nascita, al consolida-
mento e all’allargamento della democrazia repubblicana, come
accadde quando lavorammo tutti insieme alla Carta Costituziona-
le. Vogliamo portare nel PD il nostro contributo di idee, la nostra
cultura politica, la nostra laicità che non rinuncia al valore dell’ispi-
razione religiosa ma la vive nella storia come garanzia di libertà,
metodo che si fa dialogo, ricerca, ascolto, incontro con gli altri.
Con il PD non vogliamo costruire il Grande Centro e tantome-
no inseguire inutili nostalgie. Il PD, infatti, ha vocazione maggiori-
•26 • • • • • • • • • P R I M O P I A N O

taria e resta a favore del bipolarismo, ma deve dare una casa


anche ai moderati, che spesso hanno votato Centro-destra o Cen-
tro-sinistra turandosi il naso. La nostra politica ha la cifra distintiva
della moderazione che è rispetto dell’avversario, composizione
dei conflitti attraverso la libera maturazione del convincimento,
rifiuto della violenza reale o simbolica, rifiuto dello schema amico-
nemico, relativizzazione dell’enfasi salvifica della politica.

Sono convinto che il PD sia destinato a segnare l’evoluzione della politica italiana. Stiamo
costruendo, infatti, un partito popolare che realizza la sua politica
Il rinnovamento attraverso l’impegno, la passione e la fatica di tante persone. Un
della politica partito nazionale, radicato nella varietà del territorio italiano, che
vuole dare spazio alla partecipazione dei cittadini che per la prima
volta, con le primarie di ottobre, sono chiamati ad eleggere diretta-
mente il leader di un partito e lo fanno sulla base di programmi.
Il PD è un progetto politico che deve avere la capacità di inter-
pretare valori e idee che offrano le soluzioni agli italiani per i pros-
simi decenni, al di là delle storie personali di ciascuno di noi. Il
metodo elettorale di una testa un voto è fondante per scegliere
qualunque dirigente del Partito Democratico, abolendo completa-
mente il metodo della cooptazione e delle riserve.
Ad Assisi il 2 settembre, a conclusione del convegno Cattolici,
democratici e riformatori. È il tempo nuovo, abbiamo sottoscritto
un manifesto per dare contenuti e risposte ai bisogni e ai problemi
della gente. Un manifesto che sarà anche il contributo dei cattolici
democratici alla costruzione del PD in termini di contenuti.
La politica ha la responsabilità cruciale di realizzare condizioni
che favoriscano la coesione sociale, l’aiuto reciproco, l’interscam-
bio, il mutuo riconoscimento in una società in costante e a volte
disordinato divenire. Per questo ci impegniamo a promuove una
‘società della cura’, una società che sappia non solo affrontare i
bisogni creati dalle emergenze e dalle marginalità ma anche valo-
rizzare le attitudini di ogni persona. Per fare questo il PD dovrà
riportare nell’agenda politica la dimensione sociale e partecipativa
mettendo al centro la persona, i suoi bisogni, le sue potenzialità e
la sua unicità.

La promozione di una società della cura presuppone un sistema di welfare rinnovato e


partecipato che sappia favorire nello stesso tempo la realizzazione
Le nuove sfide di progetti personali e la crescita di relazioni solidali. Questo signi-
fica pensare a un rapporto inscindibile tra sviluppo economico e
coesione sociale: solo così potremo dar vita a un welfare inclusivo
e solidale che non risponda solo sull’indispensabile terreno dei
servizi di base, ma che abbia l’ambizione di ricostruire la cultura
delle relazioni e di promuovere il rispetto della dignità e della uni-
cità di ognuno. Un welfare attivo che si realizza attraverso una poli-
P R I M O P I A N O • • • • • • • • • • • 27•

tica del territorio, che è l’ambito più pertinente per intrecciare e


valorizzare tutte le risorse, da quelle istituzionali a quelle di volon-
tariato, per costruire una rete capace di sostenere le persone e
migliorare la qualità della vita.
Il PD deve far propria e diffondere la convinzione che le odier-
ne società complesse, per non degradarsi e non sgretolarsi, han-
no bisogno di una pluralità di posizioni e punti di vista ma, soprat-
tutto, di contesti, spazi e tempi in cui queste posizioni e punti di
vista possano evolvere insieme, scambiandosi vicendevolmente le
proprie interrogazioni e le proprie conquiste.
I nostri valori e il nostro impegno, tanto nelle istituzioni quanto
nella società civile, sono ben saldi e possono diventare patrimonio
comune del Partito Democratico.
Volavano
soltanto aquiloni
di Paola Brianti
Prefazione di Renata Pisu

Pechino, inizi degli anni Settanta. La Cina si sta riaprendo lentamente al mondo
esterno, ma all’interno resta oppressa da uno spietato regime poliziesco. Sono gli
anni bui della Rivoluzione Culturale, estrema espressione di una lotta feroce tra i
dirigenti del partito che si contendono il governo del Paese. Arrivata con l’entusia-
smo di scoprire quella Cina nuova che aveva acceso gli entusiasmi di tanti intellet-
tuali occidentali, una giornalista italiana ignora le ferree leggi di un regime che, per
assicurarsi il potere assoluto, pretende di governare anche i sentimenti. Verrà a sco-
prirlo lentamente, in seguito all’incontro casuale con un giovane medico della capi-
tale cinese. Tra i due nasce un amore appassionato che, però, può esprimersi sol-
tanto attraverso poche parole e furtivi incontri in pubblico. Incapace di sopportare
una relazione che le sembra senza sbocchi, alla fine la ragazza decide di interrompe-
re anche quel sottilissimo filo di dialogo che la tiene legata all’amico e nell’ultimo
incontro lo evita ostentatamente. Ignora che all’indomani il medico sarà costretto a
partire per una località sconosciuta dello sterminato territorio cinese dove le autorità
lo hanno inviato con l’intento di punirlo e rieducarlo ai principi rivoluzionari.

ALBERTO
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L A S T O R I A E N O I • • • • • • • • • 29•

Il profeta
di Luigi Bonante
Docente di Relazioni dell’uguaglianza
Internazionali
all’Università di Torino

LA DEMOCRAZIA INTERNAZIONALE E LA PACE


COME BENE COMUNE UNIVERSALE
SECONDO JACQUES MARITAIN

J
Jacques Maritain comincia ad interessarsi relativamente tardi, attorno ai cinquant’anni di
politica e di filosofia politica. La sua opera più importante di cultura
e politica, Umanesimo integrale, è pubblicata nel 1936, anche se
letta a Santander, in Spagna, nel 1934. Precedentemente i suoi
interessi hanno riguardato la metafisica, l’arte e la filosofia della
natura. La rottura con l’Action française, gli farà comprendere però
che il filosofo non può vivere separato dal mondo, ma ha anche il
compito di riflettere sui problemi del tempo. Insomma è la rottura
con Charles Maurras con cui aveva simpatizzato, come molti catto-
lici che vedevano nella sua associazione un baluardo contro l’anti-
clericalismo, a spingerlo ad interessarsi ai problemi della città.
Tale rottura ha un enorme impatto su di lui, apre un capitolo
nuovo nella sua riflessione che gli permetterà di comprendere
appieno la dimensione della politica, anche in rapporto all’etica.
Primauté du spirituel, del 1927, è il libro clou che Maritain scrive
contro il ‘primato della politica’ di Maurras.
Il pensiero del filosofo dovrà maturare ancora nel campo della
filosofia politica, della filosofia della cultura e della filosofia della
storia, per arrivare a delineare, con Umanesimo integrale, l’«ideale
storico concreto» di una «nuova cristianità», una politica d’ispira-
zione cristiana adatta ai tempi moderni. La sua riflessione si situa,
apparentemente, ancora nell’ambito della cristianità sia pur ‘profa-
na’, ma vi sono aspetti che già caratterizzano la nuova stagione:
l’accettazione del pluralismo religioso e del pluralismo politico,
insomma il superamento dello Stato cattolico. Con L’uomo e lo
Stato del 1951, non si parla più di cristianità (anche se l’idea per-
•30 • • • • • • • • • L A S T O R I A E N O I

mane nel sottofondo), ma di democrazia, non di una democrazia


individualistico-borghese, d’ispirazione roussoviana, ma di una
democrazia pluralista, personalista e comunitaria, che per essere
tale deve essere animata da valori, ed in particolare da valori cri-
stiani, che assicurino una convivenza umana, ordinata e giusta.
Inoltre dovrà trattarsi di una democrazia non limitata ai singoli pae-
si, ma realizzata a livello mondiale perché solo così potrà essere
raggiunta la pace e il bene comune dell’umanità. L’uomo e lo Stato
è il compimento della riflessione politica di Maritain. È l’opera che
contesta l’idea della sovranità dello Stato, aprendo così il cammi-
no al pieno riconoscimento dei diritti dell’uomo (non più octroyés,
concessi dallo Stato, ma propri di ogni uomo) e alla piena demo-
crazia, sul piano interno ed internazionale in vista della pace come
bene comune universale.
Con questo intervento, in primo luogo, vorrei ricordare i
momenti principali dell’azione di Maritain relativa alle relazioni
internazionali, e, in seguito, rileggere l’ultimo capitolo di L’uomo e
lo Stato, dedicato alla mondializzazione e alla sua visione di una
società politica mondiale in vista della pace come bene comune
universale.

Andando indietro nel tempo, mi pare che bisogna arrivare al 1930 per cogliere il primo
testo esplicito sul tema. Si tratta di un articolo per il quotidiano La
I momenti Croix, del 26 dicembre, intitolato proprio L’essence de l’internalisa-
principali tion in cui si rileva che un corretto internazionalismo si costruisce a
dell’interesse partire del riconoscimento dell’identità della patria di ciascun
di Maritain popolo, a differenza di quanto afferma l’internazionalismo comuni-
per la politica sta che tende à «réduire toutes les nations à l’unité du prolétariat
internazionale mondial considéré comme le représentant de l’humanité»1. E «(le
catholique) sait que l’organisation juridique de cette communauté
des peuples est une des tâches nécessaires du temps present [...]
Il appartient aux catholiques de témoigner de l’accord nécessaire
entre le juste amour de la patrie et le juste amour du genre
humain: il leur appartient de promouvoir un sage esprit d’interna-
tionalité; il leur appartient de travailler à la réalisation de cette paix
qu’annoncèrent les anges [...] il leur appartient de collaborer aux
organisations (internationales) permanents [...] pour introduire un
esprit de coopération dans les relations politiques et économiques
entre les nations»2. Nello stesso anno, assieme ad alcuni intellet-
tuali tedeschi (Albert Einstein, Thomas Mann, ed altri), firma una
protesta contro il regime sovietico per l’esecuzione di alcuni politi-
ci ed intellettuali dopo un processo sommario3.
L’anno successivo, con un articolo su la Vie intellectuelle, del
20 gennaio, presentando la Ligue des Catholiques Français pour
la Justice et la Paix Internationale, affronta il problema del rapporto
tra pace e capitalismo: «Il est clair que pour assurer la paix d’une
L A S T O R I A E N O I • • • • • • • • • 31•

façon stable, les dispositions dont nous parlons devraient être


générales et réciproques [...] La loi de fer d’un régime économi-
que générateur de rivalités et de discordes tend de soi à pousser
les nations vers de nouveaux conflits»4.
Nel 1933, in novembre, assieme ad altri intellettuali francesi
lancia un appello a favore di personalità cattoliche tedesche per-
seguitate dopo l’avvento di Hitler al potere5.
Nel 1934 critica l’atteggiamento colonialista del governo france-
se aderendo alla petizione Pour l’Indochine pubblicata su Esprit del
1 gennaio in cui si legge: «Ayant eu connaissance de la répression
brutale qui a suivi les soulèvements d’Indochine et des odieuses
méthodes de colonisation qui les ont provoqués, nous pensons
qu’on n’étouffe pas une mystique de révolte par la force policière
ou par la corruption, mais en extirpant le mal qui l’a fait naître»6.
Nel 1935, assieme ad altri intellettuali francesi, firma il manifesto
Pour la Justice et la Paix7 contro l’invasione italiana dell’Etiopia.
Nel 1937, in seguito alla guerra civile spagnola, assieme ad
altre personalità francesi ed europee, promuove Comités pour la
paix religieuse e civile8 (tra gli esiliati spagnoli), in Francia e in
Gran Bretagna; in quest’ultimo paese con la collaborazione di don
Luigi Sturzo in esilio. Si tenterà, senza successo, una mediazione
tra gli opposti fronti, cercando di coinvolgere anche le grandi
potenze neutrali, oltre a compiere ogni sforzo per aiutare i rifugiati
in Francia. Va segnalato, in particolare, l’appello Pour le peuple
basque9 a seguito dei bombardamenti aerei di Durango e di Guer-
nica. Importante è anche la prefazione che Maritain scrive al libro
di A. Mendizábal, Aux origines d’une tragédie10 in cui contesta la
posizione franchista della ‘cruzada’ e sottolinea, invece, le ragioni
sociali e politiche che hanno condotto allo scontro.
L’atteggiamento del filosofo francese è però in contrasto con il
mondo cattolico che, in quasi tutti i paesi, appoggia la posizione
franchista ed egli sarà quindi fortemente attaccato in Europa e nel-
le due Americhe, ma non in maniera unanime. In alcuni paesi del-
l’America Latina in cui l’influsso maritainiano permaneva, la sua
difesa fu energica. Nello stesso anno terrà la relazione principale
al Congresso della Confederazione internazionale dei sindacati
cristiani, a Parigi sul tema La personne humaine en général11.
Nel 1937, in una conferenza a Parigi denunzia, con raro discer-
nimento, il problema dell’antisemitismo. Il testo sarà pubblicato
poi nel libro Les Juifs parmi les nations12, tema su cui tornerà più
volte. Nello stesso anno firma un manifesto, Devant la menace13
che è un appello alla resistenza all’indomani dell’annessione del-
l’Austria da parte della Germania. Nello stesso anno firmerà una
Note sur la situation internazionale14 relativa alla crisi dei Sudeti in
cui si chiede, tra l’altro, un controllo degli armamenti e una colla-
borazione economica tra i paesi europei.
•32 • • • • • • • • • L A S T O R I A E N O I

Nel 1939, tiene alla Sorbona un discorso al IV Congresso mon-


diale dei «Credenti per la difesa della persona» che titola Qui est
mon prochain?15, in cui sostiene la possibilità di collaborazione
tra uomini di fede religiosa e di convinzioni politiche diverse su
«principi pratici comuni» (diritti umani, ecc.) se non si pretende di
trovare un comune denominatore. È, in nuce il celebre discorso
all’UNESCO del 1947.
Negli anni 1939-40, scrive una serie di articoli in riviste diverse
sul tema della pace e della ricostruzione dei paesi europei del
dopoguerra, raccolti poi nel volume De la justice politique16. In
particolare parla di un’Europa federale in cui dovrà essere inserita
la Germania al temine del conflitto17 e, più tardi, anche di una
federazione atlantica18 che comprenda cioè anche gli Stati Uniti.
Durante la guerra si impegnerà a fondo a sostenere la resi-
stenza francese, oltre a chiarire alcuni temi politici. Tra le sue ope-
re importanti dell’epoca, si possono ricordare: Á travers le désa-
stre (1941), Les droits de l’homme et la loi naturelle (1942), Chri-
stianisme et démocratie (1943), Á travers la victoire (1945) e altri.
Sul rapporto tra religione e pace è importante il suo discorso al
Boston University Institute on Post-War Problems del 12 marzo
194419.
Nel 1947, è impegnato su due fronti per ciò che riguarda i dirit-
ti dell’uomo: quello della preparazione della Dichiarazione Univer-
sale dei Diritti dell’Uomo e quello dell’UNESCO. Il Consiglio Eco-
nomico e Sociale dell’ONU ha istituito una commissione per pre-
parare la suddetta Dichiarazione e, a questo fine, viene chiesto
all’UNESCO di consultare filosofi e scienziati di varie culture e reli-
gioni sul significato e la possibilità di un accordo sui diritti umani.
Anche Maritain viene consultato e risponde con un testo, Sur la
philosophie des droits de l’homme20 in cui afferma la possibilità di
un testo universale, basandosi però non su di un comune accordo
teorico, ma solo su un «accordo pratico comune», cioè su di un
elenco di diritti comuni a tutti, senza cercare giustificazioni teori-
che, necessariamente divergenti.
Lo stesso discorso viene ripreso e sviluppato da Maritain alla
Seconda Conferenza Generale dell’UNESCO a Città del Messico
nello stesso anno, dal titolo La voie de la paix21, dov’è presente
come capo della delegazione francese e la sua tesi viene accettata
da tutti e questa sarà la prospettiva pluralista su cui si svilupperà
l’UNESCO.
Nel 1951, pubblica un articolo, Western Civilizations and Reli-
gious Faith nella rivista Library Journal22 in cui non solo insiste sul-
l’importanza di un’ispirazione religiosa ‘temporalizzata’ per anima-
re la democrazia, ma anche che essa non può essere esportata
con la forza. Egli scrive: «La technique politique de la démocratie
peut être adoptée par les civilisations du Proche et de l’Extrême-
L A S T O R I A E N O I • • • • • • • • • 33•

Orient et se répandre de par le monde, comme les techniques


scientifiques ou industrielles, ou toute autre technique. Une telle
uniformité externe est sans signification et trompeuse; elle n’a rien
a voir avec un véritable rassemblement des hommes»23. Maritain
non può essere certamente iscritto tra i neocons statunitensi.
Nello stesso anno pubblica L’uomo e lo Stato24 che raccoglie
una serie di conferenze tenute nel 1949 all’Università di Chicago,
di cui dirò più avanti.
Ancora nello stesso anno, recensisce un libro di John Nef,
docente all’Università di Chicago, War and Human Progress,
affrontando il tema della guerra giusta. Scrive: «Les critères de la
juste guerre élaborés par les docteurs du moyen âge sont deve-
nus de plus en plus inadéquats devant les conditions de fait pré-
sentées par les guerres modernes, et finalement devant la totale
inhumanité de la guerre totale»25.
Nel 1956, scrive la prefazione all’edizione francese del libro di
Roberto Brittain, già Direttore generale della FAO, Let There Be
Bread, in cui affronta il problema della fame nel mondo: «Si les
hommes consacraient autant d’intelligence, d’efforts et d’argent à
mettre en valeur les ressources de la nature qu’à préparer les
moyens de s’entretuer, la guerre contre la faim serait gagnée». E
termina con una domanda: «est-ce que dans l’ordre de la vie politi-
que des peuples le grand changement auquel nous sommes
requis de travailler aujourd’hui n’est pas l’avènement d’une organi-
sation politique supranationale du monde?»26.

Come si è visto, nei suoi interventi Maritain torna spesso sull’idea che oggi sia ancor più
necessaria una società politica mondiale, solo così potranno
Verso superarsi i contrasti tra le nazioni e realizzare il bene comune del-
una democrazia l’umanità. Maritain ripete spesso nella suo opera questo concetto,
internazionale specialmente durante gli anni della guerra e del dopo-guerra. Nel
luglio 1943 in una conferenza al Schuster’s Hunter College affer-
mava: «le nazioni debbono scegliere tra la prospettiva di un caos
aggravato e senza rimedio e uno sforzo strenuo di cooperazione,
impegnato con pazienza e perseveranza verso un’organizzazione
progressiva del mondo in una comunità sopranazionale»27. E in
un discorso a Palazzo Taverna a Roma il 14 luglio 1945, intitolato
Bien commun national et bien commun international, insiste sul fat-
to che bisogna andare oltre la ricerca del bene comune nazionale
e auspica «une structure internationale capable d’assurer vraiment
la paix [...] Tout en voulant et aimant davantage, naturellement, le
bien de notre peuple et de notre pays, il nous est demandé d’ai-
mer et de vouloir aussi le bien des autres peuples et des autres
pays [...] Il n’y aura vraiment une société des nations que lorsque
les citoyens d’un pays se sentiront touchés, quoique à un moindre
degré d’intensité, par l’effort des autres pays vers l’accomplisse-
•34 • • • • • • • • • L A S T O R I A E N O I

ment de leur tâche ici-bas et vers le progrès de la vie humaine


[...]»28. Tale tesi è sviluppata nella maniera più completa nella sua
opera L’uomo e lo Stato (1951). In essa Maritain delinea «attraver-
so una filosofia della democrazia d’ispirazione personalista-comu-
nitaria [...] i fondamenti di un’organizzazione sociale, sul piano
interno e su quello internazionale, basata sul pluralismo e sul
rispetto dei diritti ‘naturali’ della persona, capace di promuovere
una pace durevole»29. Nel capitolo VII, l’ultimo, Maritain sviluppa
la sua tesi arrivando a proporre un’«Autorità mondiale» che non
significa automaticamente un governo mondiale, ma che potrem-
mo tradurre oggi con il termine di governance (anche se lui parla
esplicitamente di World Government, attenuando poi però la porta-
ta del termine). Egli rileva che la mondializzazione, spinta dalla
crescente interdipendenza economica, sta divenendo un dato di
fatto. Il problema – l’osservazione viene fatta nel 1949 – è che, scri-
ve Maritain, «une interdépendance essentiellement économique
ne peut qu’exaspérer les besoins rivaux et l’orgueil des
nations»30. Inoltre l’esistenza della bomba atomica e del suo con-
trollo rende ancor più necessario un governo dei processi di mon-
dializzazione. Come arrivare a realizzarlo?
La soluzione proposta dal filosofo parte dalla critica della
sovranità dello Stato quale potere assoluto e trascendente rispetto
al popolo, tema tipico della modernità, considerando invece lo
Stato solo come una parte del corpo politico, anche se la sua par-
te più alta, lo Stato non è una persona morale separata e trascen-
dente rispetto al corpo politico, è il suo «organo strumentale» cui
sono demandate dal popolo funzioni importanti, tra cui quella di
mantenere l’ordine nella libertà e di perseguire il progresso nella
giustizia sociale. Sia detto incidentalmente, Maritain non è auto-
maticamente a favore di meno-Stato, come molti vorrebbero oggi,
o addirittura la sua abolizione come molti (i marxisti) volevano ieri,
quanto piuttosto per uno Stato funzionante nell’ambito di uno spa-
zio più grande che è quello della mondializzazione, in cui i rapporti
tra Stati non sono ostacolati dalla sovranità illimitata di ciascuno. È
necessario quindi che i governi attuino secondo la volontà dei
popoli perché, come afferma più volte Maritain, nella società politi-
ca l’autorità va dal basso verso l’alto. «La soi-disant souveraineté
absolue des États modernes - oltre - à l’interdépendance écono-
mique de toutes les nations - scrive acutamente Maritain, sono gli
ostacoli alla pace nella - présente phase irrationnelle d’évolution
politique, où aucune organisation politique mondiale ne corre-
spond à l’unification matérielle du monde»31.
Inoltre, scrive ancora Maritain, un’intesa tra i governi non con-
durrebbe ad un’intesa duratura ma ad «un super-État absolu, ou
un État supérieur privé de corps politique [...] La poursuite, dans
l’âge moderne, d’un Super-État mondial absolu serait la poursuite
L A S T O R I A E N O I • • • • • • • • • 35•

d’un Empire démocratique multinational, qui ne serait pas meilleur


que les autres»32. Un’intesa che perduri è solo quella voluta dai
corpi politici, i popoli, resisi conto che il bene comune di tutti – ed
in particolare la pace che è il risultato della giustizia, opus justitiae
pax – è il bene comune universale33. Così Maritain respinge una
«teoria puramente governativa» dell’organizzazione mondiale e
propone, invece, una «teoria pienamente politica», centrata cioè
sulla crescita di un corpo politico mondiale, la sola che potrebbe
dar vita ad un ordine internazionale stabile, ad una democrazia
internazionale. Jean Monnet utilizzava le stesse parole nella sua
lotta per l’integrazione europea: «Nous ne coalisons pas les États,
nous unissons des hommes»34, ciò significa che tale integrazione
non si sarebbe realizzata solo attraverso le alleanze di governo,
ma soprattutto attraverso la volontà dei popoli. Tale tesi non è lon-
tana a quella di molti, da Kant in poi, che hanno indagato sul rap-
porto pace-guerra e sulle possibilità di un ‘governo universale’, ma
anche di alcuni analisti odierni i quali vedono nello sviluppo di una
società civile transnazionale (Maritain direbbe società politica per-
ché per lui l’ambito del politico include il sociale) la possibilità di
una pace nella democrazia e, alla lunga, un regolamento effettivo
degli attori sociali ed economici che agiscono nello spazio tran-
snazionale. Un’altra tesi, quella dei neocons statunitensi, per
intenderci, afferma che la pace e la democrazia possono realizzar-
si con l’’esportazione’ (anche con la forza) della democrazia nei
paesi in cui non c’è, dimenticando che l’istituzione democratica è
fragile senza la crescita di una società civile che la sostenga; che
la democrazia è debole senza un capitale sociale di fiducia, di
ideali condivisi, senza cui degenera in pura amministrazione con-
flittuale di interessi sociali contrapposti.
Maritain è cosciente delle enormi difficoltà perché tale idea
possa realizzarsi, egli è cosciente che una convivenza tra popoli
diversi dovrà essere pluralista e basata sul rispetto dei diritti uma-
ni. Egli scrive, inoltre, che «l’existence même d’une société à l’é-
chelle du monde impliquera inévitablement de profonds change-
ments dans les structures sociales et économiques de la vie natio-
nale et internationale des peuples, et une sérieuse répercussion
de ces changements sur les libres affaires de beaucoup d’indivi-
dus, qui ne sont pas les plus nombreux dans le monde, mais les
plus attachés à faire du profit»35. E non sarà la paura della guerra
atomica, afferma ancora il filosofo, a costruire una comunità politi-
ca mondiale perché «la crainte de la guerre n’est pas et n’a jamais
été la raison pour laquelle les hommes ont désiré former une
société politique»36. «Quand les hommes auront la volonté de
vivre ensemble dans une société à l’échelle du monde, ce sera
parace qu’ils auront la volonté d’accomplir une tâche commune à
l’échelle du monde»37.
•36 • • • • • • • • • L A S T O R I A E N O I

Più tardi, poco prima di morire, nella sua opera Approches


sans entraves, nel 1973, parlando delle «condizioni spirituali del
progresso e della pace» riafferma il primato dello spirituale attra-
verso un enorme sforzo di educazione e di rinnovamento culturale
e la necessità di superare la sovranità dello Stato e guardare al
bene comune dell’umanità e scrive «C’est de toute une philo-
sophie politique et une éthique politique, fondée sur la raison
éclairée par la foi, qu’il s’agit de faire, à longueur de temps, recon-
naître la vérité par les esprits»38.
NOTE

1 J. Maritain, Oeuvres Complètes, vol. IV, Éditions Universitaires Fribourg, Suisse-Éditions Saint-
Paul, Paris, p. 1144.
2 Ibidem, pp.1146-1148.
3 Ibidem, pp. 1166-1167.
4 Ibidem, p. 1169.
5 Maritain, op. cit., O. C., vol. XVI, op. cit., pp. 1168-1169.
6 Ibidem, 447-448.
7 Maritain, O.C., vol. VI, op. cit., pp. 1040-1042.
8 Ibidem, pp. 1123-1129 e pp. 1178-1190.
9 Ibidem, pp. 1130-1132.
10 Ibidem, pp. 1215-1255.
11“Notes et Documents”, n. 6, gennaio-marzo 1997.
12 Maritain, O.C., vol. XII, op. cit., pp. 481-552.
13 Maritain, O.C., vol. VI, op. cit, p. 1192.
14 Ibidem, pp. 1192-1196.
15 Maritain, O.C., vol. VIII, op. cit., pp. 279-306.
16 Maritain, O.C., vol. VII, op. cit., pp. 283-425.
17 “Commonweal”, 19 aprile 1940.
18 Messages, cfr. in particolare il messaggio dell’8 marzo 1944.
19 Maritain, Religion et paix, O.C., vol. VIII, pp. 937-957.
20 Maritain, O.C., vol. IX, op. cit., pp. 1081-1089.
21 Ibidem, pp. 143-164.
22 Ibidem, pp. 1002-1054.
23 Ibidem, p. 1051.
24 Ibidem, pp. 471-736.
25 Maritain, O.C., vol. X, op. cit., p. 1136.
26 Ibidem, pp. 1183-1186.
27 Maritain, Messages, 1941-1944, O.C., vol. VIII, op. cit. Tema ripreso in, Á travers la victoire,
Ibidem, p. 366.
28 Maritain, O.C., vol. VIII, op. cit., pp. 1109-1114.
L A S T O R I A E N O I • • • • • • • • • 37•

29 R. Papini, Problemi politici dell’ordine internazionale, in L. Bonanate e R. Papini, La


democrazia internazionale. Un’introduzione al pensiero politico di Jacques Maritain, Bologna, Il Muli-
no, 2006. pp. 80-81. Cfr. anche W.J. Schultz, Freedom For Friendship: Maritain’s Christian Personal-
ist Perspective on Global Democracy and the New World Order, e L. Dewan, o.p., Maritain on Reli-
gion in a Democratic Society: Man and the State Revisited, en “Maritain Studies”, vol. XXI, Ottawa,
Association canadienne Jacques Maritain, 2005.
30 Maritain, L’homme et l’État, O.C., vol. IX, op. cit., pp. 706.
31 Ibidem.
32 Ibidem, p. 710.
33 La posizione di Maritain è quella della dottrina sociale della Chiesa. È sufficiente citare, tra i
moltissimi testi recenti, la Pacem in terris (1963) di Giovanni XXIII che afferma “l’ordine morale stes-
so esige la costituzione di un’autorità pubblica a competenza universale” (par. 137), sino al Concilio
Vaticano II che con la costituzione Gaudium et spes (83-90) consacra lunghi passaggi alla
costruzione di una comunità internazionale in vista del bene comune universale, aggiungendo che,
a questo fine, bisogna “ordinare i rapporti economici mondiali secondo le norme di giustizia” (86, 5)
e con l’istituzione di “un’autorità pubblica universale, riconosciuta da tutti, capace di un potere effi-
cace, suscettibile di garantire a tutti la sicurezza” (82).
34 Citato in R. Mayne, The Role of Jean Monnet, “Government and Opposition”, 2, n. 3 April-
June 1967, p. 352.
35 Maritain, L’homme et l’État, O.C., vol. IX, op. cit., p. 726.
36 Ibid.
37 Ibid.
38 Maritain, O.C., vol. XIII, op. cit., p. 760.
De Gasperi
il restauratore
di Palmiro Togliatti
A cura di Fabio Silvestri

Il polemico saggio di Togliatti, apparso su “Rinascita” a cavallo fra il ’55 e il ’56 – prima
dei fatti di Ungheria – viene riproposto in versione integrale. Un testo che resta centra-
le per comprendere l’analisi delle lezioni degasperiane e togliattiane. Due portatori di
politiche fondate su ideologie diverse. Togliatti e De Gasperi, sia pure in modo simme-
trico conservatori, innovarono e trasmisero valori.
Oggi, crollate le ideologie e di fronte al rischio di un nuovo sincretismo, resta attuale il
richiamo all’importanza intrinseca della politica, intesa come studio, approfondimento,
riflessione e nutrimento dell’azione quotidiana.
Un monito per l’intera classe dirigente dove la prassi cancella la politica.

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S P R A Y • • • • • • • • • • 39•

Passioni addio!
di P. B. I partiti sono
diventati S.P.A.
«Finalmente la nuova regola fu pronta nella primavera o estate
dell’anno 1223. Inviata a Roma, dove subì ancora qualche
ritocco da parte del cardinale Ugolino, fu approvata da papa
Onorio III con la bolla datata 29 novembre 1223, “Solet annue-
re”, donde il nome di “Regula bullata”. La maggior parte delle

S
citazioni evangeliche della regola del 1221 vi erano state sop-
presse, i passaggi lirici erano stati sostituiti da formule giuridi-
che. Fu soppresso un articolo che autorizzava i frati a disubbi-
dire ai superiori indegni»*

Settembre è cominciato ad Assisi, al Lyric Theatre.


Con la fine dell’estate, noi popolari, cattolici democratici,
abbiamo rinnovato i festeggiamenti per la conclusione del lungo
fidanzamento con i Ds e ribadito il nostro appoggio a Veltroni e a
Franceschini nella corsa verso la vittoria del Partito Democratico.
L’atmosfera generale era sicuramente allegra, sia pure di allegria
moderata, ma adesso tutto è e deve essere moderato, anche le
ripetute feste di matrimonio annunciato.
I due leader del nuovo partito, si sono presentati in accordo
perfetto, assemblati nell’ormai famoso ‘ticket’, termine di cui nes-
suno ha spiegato l’origine e che d’ora in avanti sarà opportuno
non osare tradurre mai. Il ‘biglietto’ Veltroni-Franceschini suone-
rebbe infatti male, farebbe pensare a chissà cosa, magari a un
viaggio su un treno o su un autobus, ma anche così l’espressio-
ne non è felicissima perché richiama irresistibilmente al ticket sui
farmaci che nel Lazio prima c’era, adesso non c’è più, ma forse
ritornerà. E se mai dovesse tornare, come faremo a distinguerlo
dalle guide candidate a dirigere il Pd? Meglio lasciare perdere.
Organizzato dalla rivista Quarta Fase - da non confondere
con Nuova Fase, da cui direttamente discendiamo - il Convegno
è stato animato da centinaia di popolari venuti nella terra del
Santo Poverello e tanto pieni di entusiasmo e di buona volontà,
da salutare con generosi applausi quasi tutti gli interventi, anche
quelli lunghissimi, noiosissimi, praticamente insopportabili e lon-
tani dalla cultura quanto più pretendevano di esserne gli elitari
esponenti.
•40 • • • • • • • • • S P R A Y

Nella vasta platea del Lyric, siamo così stati informati dell’esi-
stenza di un ‘mercato religioso’, dove in Italia rimane leader il
cattolicesimo, quantunque insidiato da una concorrenza agguer-
rita come quella dei Testimoni di Geova, degli evangelici, degli
ortodossi, degli ebrei, dei musulmani e di tanti altri ancora che,
però, non sono ancora in grado di ridurre in maniera preoccu-
pante la quota di mercato dei cattolici, nonostante la pubblicità
faccia periodicamente oscillare l’indice di fedeltà dei credenti,
attraverso promesse di vantaggi allettanti, quali sconti sui pecca-
ti, facilitazioni sui percorsi verso il Paradiso, riduzioni nelle spese
di viaggio e soggiorno per i luoghi di culto più frequentati e via
discorrendo.
Il tema del convegno verteva sull’impegno dei cattolici in
politica, ragion per cui di religione hanno parlato un po’ tutti. E
non avrebbe potuto essere diversamente, considerata l’atmosfe-
ra mistica che aleggiava a pochi chilometri dal teatro e la neces-
sità di dimostrare che si può restare fedeli alla propria religione,
pur scegliendo il Centro-sinistra.
In omaggio alla nostra devozione politica, siamo stati edotti
sul significato del termine vacuità, vanitas vanitatum, da non
confondere con il secondo Comandamento che impone di non
nominare il nome di Dio invano e che sicuramente, e qui sta lo
scoop della relazione, è quel peccato contro lo Spirito «che non
sarà perdonato», riportato dal Vangelo di Matteo e che fino a ieri,
ha dato tanto filo da torcere a tutti i massimi teologi dell’era cri-
stiana.
Applausi, applausi e applausi. Si è applaudito tutto e tutti,
perfino quelli che si sono vantati di non essere cattolici adulti
come De Mita, al quale l’anagrafe dovrebbe impedire certe sorti-
te e perfino Carra, quando ha invocato una «religione nazionale»
di inquietante memoria.
Eh sì, aveva ragione Franceschini quando nel suo intervento
ha messo in guardia contro l’uso sconsiderato del plausometro
per verificare la popolarità e quindi la credibilità dei politici!
E però Franceschini ha detto anche che con il Partito Demo-
cratico il cuore non c’entra per niente, c’entra soltanto la ragione.
E se non c’entra il cuore, vuol dire che sono da eliminare anche i
sentimenti, le passioni, gli entusiasmi.
Inizia la nuova era dei consigli politici di amministrazione e di
conseguenza si annunciano tempi durissimi per tutti quelli che
della passione politica hanno fatto fino a ieri, la loro bandiera. È
vero che veniva distribuita la rivista Quarta Fase, con la copertina
dedicata ad Aldo Moro, in quella famosissima fotografia dove
sembra meditare con dolore sul suo partito e sulla sua stessa
vita. Ma è altrettanto vero che adesso il potere viene sbandierato
e non più coperto da quel pudico velo che le vecchie convenien-
S P R A Y • • • • • • • • • 41•

ze e la povertà della maggior parte della popolazione italiana


imponevano.
Oggi il lusso va esibito, il potere va sbandierato, le piscine
stile Hollywood prima maniera, debbono essere mostrate gene-
rosamente alle telecamere di tutti i canali.
I tempi cambiano e non c’è nostalgia in grado di fermarli.
Speriamo,però, che almeno i partiti non vadano in borsa come si
è fatto con le squadre di calcio che i tifosi amano sempre meno.
La strada si annuncia un po’ pericolosa. La gente che va
ancora a votare, lo fa perché crede ancora in qualcosa e ci va
gratuitamente.
I consigli di amministrazione delle aziende, invece, sono
tenuti da gente pagata e che alle riunioni partecipa per mestiere,
mentre il mestiere di elettore non è stato ancora inventato. È vero
che ormai i politici si sentono sempre più manager e sempre più
tendono a dimenticare gli impegni assunti con i loro elettori, tan-
to da comportarsi molto più scorrettamente dei dirigenti delle
grandi aziende che prima di prendere qualche decisione di rilie-
vo, di solito si consultano con gli azionisti di riferimento.
Adesso c’è perfino qualcuno che propone di risolvere il pro-
blema della sanità con un enorme ombrello assicurativo dimenti-
cando che quel sistema assicura le cure adeguate soltanto a chi
è ricco. Gli altri - e sono la maggioranza - si debbono rassegnare
a morire o a guadagnare più soldi.
Negli Stati Uniti, oltre 48 milioni di persone non sono in grado
di pagarsi le cure di cui necessitano perché o sono senza assicu-
razione oppure ne hanno una a basso costo che non permette
neppure una operazione di appendicite.
E in questa bella America che dovremmo prendere a model-
lo, quasi 9 milioni di bambini sono completamente privi di cure
mediche perché le loro famiglie non sono in grado di pagare i
premi richiesti dalle assicurazioni.
Ma queste sono altri argomenti e ad Assisi non se ne è parlato.
A dire il vero, nessuno sguardo è stato lanciato oltre i confini
patri, neppure verso l’Europa.
Gli altri paesi si muovono, realizzano accordi, stipulano
alleanze sempre più disinvolte e sempre più proficue. La nuova
Francia di Sarkozy abbatte e alza barriere ovunque chiami l’inte-
resse del giorno, la Spagna di Zapatero può vantarsi di avere
bruciato tutte le trappe e di essere diventata leader in Europa e
mentre il presidente Bush confida di «avere pianto sulla spalla di
Dio» ( un giorno forse riusciremo a sapere anche noi come si fa),
il suo Paese, per responsabilità sua e dei suoi improvvidi alleati
impantanati nella guerra dell’Iraq, sta subendo la più grave
disfatta morale e strategica che mai l’America abbia conosciuto
dai tempi del Vietnam.
•42 • • • • • • • • • S P R A Y

Ma le primarie si fanno in Italia e niente deve distrarre dai


problemi nazionali, neppure la questione sulla futura collocazio-
ne dei Democratici in Europa.
Meglio concentraci sulle necessità di ogni giorno e ignorare
che qui, nella sua terra, un mistico di nome Giovanni Battista
Bernardone, divenuto in seguito san Francesco e proclamato
patrono d’Italia, quasi ottocento anni fa, amava passeggiare nei
boschi cantando in francese.

* J. Le Goff - Saint François d’Assise, Gallimard, Paris, 1999; tr. It. San Francesco d’Assisi, Lat-
erza, Roma- Bari, 2000.
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 43•

Una proposta
di Corrado Gorchi
Docente, scrittore, indecente
uomo politico

IL PROBLEMA DELLA VECCHIAIA E UNA DISCUTIBILE


IDEA PER RISOLVERLO

I
In un tempo lontano per l’odierna gioventù di oggi, stretta fra droga e assenza di valori
individuali e comunitari, ho in qualche modo collaborato a liberare
lo scrittore francese Regis Debray dalle prigioni boliviane condan-
nato per aver cercato di raggiungere la guerriglia del Che.
Lo scrittore ha lasciato alle sue spalle il messaggio di Gioventù
è rivoluzione, e già nel 1990 pubblicava A domani, presidente (edi-
zione italiana di Marsilio), rileggendo De Grulle fuori dai conformi-
smi che hanno provocato il collasso dei partiti. Ma è un altro volu-
me di Debray che mi ha interessato: Fare a meno dei vecchi. Una
proposta indecente, pubblicato l’anno scorso da Marsilio.
Ho letto con l’animo di una persona anziana e che in un recen-
te passato, per qualche tempo e in via straordinaria, ha ammini-
strato un grande ospizio fiorentino.
Debray riflette da cittadino francese e da filosofo di formazione
sul dominante invecchiamento della popolazione con il conse-
guente deficit nei bilanci statali. È una catastrofe la longevità? Ed è
ipocrita la dizione melliflua di terza età?
È vero che la vecchiaia costituisce un ‘rischio’ per il cosiddetto
benessere e per il consumo, come è vero che un vecchio non ha più
posto in una società di emulazione votata alla Mobilità permanente.
Scrive Debray che è falso ripetere che l’età non fa il vecchio. Il
giovane se la cava molto meglio del vecchio in un mondo tecnolo-
gicamente globalizzato; in un mondo dove ci si reinventa ogni
giorno con la consacrazione dell’istante e del presenzialismo.
«La vecchiaia è banale e la senescenza una degenerazione»,
come affermano gli occhi degli adolescenti invaghiti di se stessi,
•44 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

eliminatori della morte dal proprio campo visivo e intrappolati dal


presente ludico e sessuale.
Di fronte alla cultura dei giovani, non esiste cultura dei vecchi,
ma solo monconi di vita associativa.
I politici si occupano della gioventù, ma con scarsa attenzione
verso la discriminazione e la solitudine della vecchiaia.
Osserva l’autore che mezzo milione di omosessuali mettono i
legislatori ai loro piedi e milioni di anziani votanti, esclusi dai cortei,
si nascondono dietro il vano delle finestre con la loro depressione.
A fronte dello stato della vecchiaia esiste una soluzione?

Debray risponde che esiste e propone la creazione della Bioland.


La dispersione dei vecchi nel paese, lo sparpagliamento degli
La soluzione ospizi esigono la formazione di un raggruppamento in un determi-
proposta nato territorio di almeno un milione di persone all’anno, attraverso
da Debray la scelta di persone vecchie e fragili, disponibili per la medicina
palliativa.
Un ghetto? No, afferma lo scrittore. Questa istituzione centra-
lizzata è una colonia conviviale e paesaggistica, con partecipazio-
ne ai lavori di campagna. Una colonia di questo tipo permettereb-
be la reintegrazione mentale del vecchio nei ritmi cosmici.
La Bioland, nell’utopia di Debray, non è un ospizio ma la fusio-
ne fra natura e misticismo. È il luogo per morire con gaiezza, allie-
tati da conferenze spirituali sul buddismo e sulla cosmologia.
Per non sprecare terreni coltivabili, lo scrittore ipotizza la cre-
mazione generale e la trasformazione dei cimiteri in parchi.
Occorre affrontare la società della conservazione lottando
contro la tirannia dei morti e contro il mondo vecchio (come i libri
fossili).
Debray è cosciente che il progetto Bioland sia in anticipo sui
tempi ma egli si augura che settori illuminati dell’opinione pubblica
riescano ad impadronirsene tempestivamente.
Due parole di commento: sulla situazione delle persone vec-
chie condivido l’analisi di Debray. Riconosco tuttavia l’attenzione
del bambino verso il vecchio e la dolcezza del vecchio verso il
bambino, come riconosco che ogni vecchio che non sia invalido,
necessita di coltivare un interesse verso qualcosa che lo sproni a
sentirsi partecipe e in qualche modo utile, oppure si senta attratto
verso nuove conoscenze e nuove esperienze culturali.
Nel grande ospizio fiorentino di Montedomini, ho incontrato
vecchi ringiovaniti con l’interesse per la pittura, per la musica,
come ho incontrato vecchi desiderosi e capaci di impartire lezioni
di piccolo artigianato ai ragazzi.
Sono convinto che occorra dare spazio alla volontà di presen-
za dei vecchi con l’aiuto di giovani volontari, come sono convinto
che ogni vecchio desideri restare e morire nel proprio ambiente.
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 45•

Spetta all’autorità politica assumere l’impegno di aiutare le


famiglie o il vecchio solo, ad assicurare alle abitazioni quanto tec-
nologicamente è di aiuto per la vita di chi è fragile.
Ma non apprezzo il progetto di Bioland perché, malgrado le
proposizioni di Debray, sarebbe pur sempre un ghetto moderno,
una totale separazione dalla società.
Si possono immaginare mura che circondano Bioland dove si
«muore in gaiezza - dopo aver vissuto il - gioioso gioco del Divino
e le facezie di una natura reincantata». Ma Bioland non può risol-
vere il problema della vecchiaia nell’Europa come idealizza
Debray che riuscirebbe soltanto a frantumare il dialogo fra genera-
zioni, ponendo un limite all’età libera con l’ultima età programmata
d’autorità.
Questo libro dissacratorio e la ‘proposta indecente’ della crea-
zione di una Bioland, è comunque utile per avviare un dibattito
civile e culturale sull’invecchiamento della popolazione e il giova-
nilismo dilagante.
I vecchi sono portatori della storia, i giovani urlatori rappresen-
tano la storia futura.
ISTITUTO INTERNAZIONALE JACQUES MARITAIN

ULTIMI VOLUMI PUBBLICATI

Giovanni Grandi (a cura di), L’idea di persona nel pensiero orientale, Rubbettino,
Soveria Mannelli, 2003.

Antonio Pavan (a cura di), Dire persona. Luoghi critici e saggi di applicazione di
un’idea, Il Mulino, Bologna, 2003.

Ramon Sugranyes De Franch, Dalla guerra di Spagna al Concilio. Memorie di un


protagonista del XX secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2003.

Piero Viotto, Jacques Maritain. Dizionario delle opere, Città Nuova, Roma, 2003.

Gabriela Häbich (a cura di), Politiche di confine nel Mediterraneo, Rubbettino,


Soveria Mannelli, 2004.

Louis Baeck, Sviluppo: cinquant’anni di teorie e di pratiche, Edizioni Scientifiche


Italiane, Napoli, 2004.
v v
Gorazd Kocijancic e Giovanni Grandi (a cura di), Oriente e Occidente, Rubbetti-
no, Soveria Mannelli, 2004.

Piero Viotto, Raïssa Maritain. Dizionario delle opere, Città Nuova Editrice,
Roma, 2005.

Vincent Aucante e Roberto Papini (a cura di), Jacques Maritain: la politica della
saggezza, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005.

Gabriela Häbich (a cura di), La pace in tempi di guerra. Culture, religioni e


democrazia nel Mediterraneo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005.

Luigi Bonanate - Roberto Papini, La democrazia internazionale. Un’introduzione


al pensiero politico di Jacques Maritain, Il Mulino, Bologna, 2006.
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 47•

Le sfide del nuovo


di Zygmunt
Barman secolo
Sociologo e docente
universitario

I VECCHI SCHEMI NON SERVONO PIÙ.


ANCHE LE API CE LO INSEGNANO

(Relazione tenuta al Convegno dei Popolari di Assisi -


settembre 2007)

I
Il XXI secolo è ancora giovane, ma dopo aver già portato molte novità promette (o forse
minaccia?) di portarne ancora altre, e con velocità crescente. Per
la maggior parte di noi la vita sembra mutare troppo rapidamente
perché sia possibile seguirne le curve e le tortuosità, non parliamo
poi di anticiparle. Pianificare le proprie mosse e rimanere fedeli a
quanto si è ideato, già sembrano imprese rischiose, mentre pro-
gettare sulla lunga distanza e pensare al futuro sembrano compor-
tamenti totalmente azzardati. Gli itinerari della vita sembra che sia-
no divisi in episodi; le connessioni tra questi episodi, per non par-
lare delle loro connessioni causali, diventano leggibili (quando va
bene) solo retrospettivamente. Le preoccupazioni e le apprensioni
riguardo ai loro esiti sono numerose (e pesanti da portare), così
come lo sono i piaceri che un mondo pieno di sorprese e una vita
caratterizzata da ‘sempre nuovi inizi’ promettono di darci.
In un contesto di questo tipo la nostra condizione è resa ancor
più confusa dalle ‘reti concettuali’ che abbiamo ereditato dal pas-
sato per comprendere le realtà più problematiche, e dal lessico
che siamo stati abituati a usare, quando riferiamo ciò che abbiamo
scoperto. Molti concetti e molte parole che servivano a questo
scopo ora si dimostrano non più adatti. Abbiamo assolutamente
bisogno di nuove categorie con le quali fissare e organizzare la
nostra esperienza, in un modo che ci consenta di percepirne la
logica e di riconoscerne il messaggio, nascosto, indecifrabile o
facilmente equivocabile.
Per rendere un po’ più chiaro il discorso su ciò di cui avremmo
bisogno per poter ridefinire gli schemi comunemente utilizzati, e
•48 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

sugli ostacoli che potremmo incontrare in questo processo, diamo


uno sguardo alla recente avventura intellettuale di un gruppo di
ricercatori della Zoological Society di Londra, che si erano recati a
Panama per studiare la vita sociale delle vespe che vivono laggiù.
Il gruppo era dotato della più avanzata tecnologia, impiegata per
tracciare e monitorare, in un arco di oltre 6. 000 ore, i movimenti di
422 vespe appartenenti a 33 diverse colonie1. Le scoperte effet-
tuate da questi scienziati hanno cancellato stereotipi vecchi di
secoli sulle usanze degli insetti sociali.
Fin da quando la nozione di ‘insetti sociali’ (comprendente api,
termiti, formiche e vespe) è stata coniata ed è entrata in uso, nes-
suno, né gli zoologi di professione né il pubblico profano ha mai
messo in dubbio l’idea che la ‘socievolezza’ di questi insetti riguar-
dasse solo i membri della colonia di appartenenza, il luogo in cui
essi sono nati e in cui portano i proventi delle loro scorribande ali-
mentari, per condividerlo con il resto della popolazione nativa del-
l’alveare.

La possibilità che qualche ape o vespa operaia varcasse i confini tra una colonia e l’altra,
che abbandonasse l’alveare di nascita per unirsi ad un altro – l’al-
Gli assiomi veare di elezione – era vista (nei rari casi in cui la si prendeva in
discutibili esame) come un’idea assurda. Si accettava come un assioma che
i ‘nativi’ della colonia, coloro che erano nati in quel nido e ne erano
perciò i membri ‘legittimi’, avrebbero prontamente scacciato gli
intrusi, eliminandoli se questi avessero rifiutato di allontanarsi.
Come tutti gli assiomi, questa convinzione non fu mai messa
in discussione né provata. Il pensiero di seguire gli spostamenti
tra i nidi o gli alveari non venne in mente né al grande pubblico né
agli esperti. Per gli studiosi, il presupposto che gli istinti di socia-
lizzazione fossero limitati a ‘parenti e amici stretti’, in altre parole
alla comunità di nascita e dunque di appartenenza, era ‘logico’. Ai
profani, la cosa sembrava ‘ragionevole’ Ammettiamo che i mezzi
tecnici per risolvere la questione di una possibile migrazione tra i
nidi (mediante il ‘pedinamento elettronico’ di singole vespe) non
fossero disponibili, ma è anche vero che strumenti del genere
non erano stati messi a punto poiché la questione non sembrava
nemmeno meritevole di essere indagata. Al contrario, molte ener-
gie e molte risorse furono investite per scoprire come gli insetti
sociali riconoscono un estraneo fra di loro: lo distinguono a vista?
Dal suono? Dall’odore? Da lievi differenze di comportamento? La
domanda intrigante era: come riescono a fare gli insetti quello
che noi esseri umani, con tutta la nostra efficiente ed avanzata
tecnologia, siamo riusciti a realizzare solo parzialmente? In altri
termini: come riescono a mantenere ben protetti i confini della
‘comunità’ e a mantenere separati i ‘nativi’ dai ‘forestieri’ – e cioè,
‘noi’ da ‘loro’?
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 49•

Tuttavia, quello che viene considerato ‘razionale’, così come


quello che viene considerato ‘sensato’, tende a cambiare nel tem-
po. Cambia così come cambiano la condizione umana e le sfide
che essa propone. Questa condizione tende ad essere prasso-
morfica. Quello che viene considerato ‘razionale’ o ‘sensato’ pren-
de forma dalle realtà ‘esterne’ viste però attraverso il prisma delle
pratiche umane - di quello che gli esseri umani solitamente fanno,
sanno fare, sono addestrati, istruiti e inclini a fare.
I programmi di ricerca degli studiosi prendono le mosse dalle
pratiche prosaiche degli esseri umani. I problemi che si presenta-
no nella convivenza quotidiana decidono la ‘rilevanza attuale’ delle
questioni e suggeriscono le ipotesi che i programmi di ricerca ten-
tano successivamente di confermare o di confutare. Se non viene
fatto alcuno sforzo per saggiare la veridicità delle ‘convinzioni dif-
fuse’, dunque, questo non dipende dalla mancanza di strumenti di
indagine, ma dal fatto che il senso comune dell’epoca non ritiene
che tale verifica sia necessaria. La ricerca sul campo condotta dal-
la Zoological Society di Londra indica – ammesso che vi fosse il
bisogno di tale indicazione – che in questo caso la situazione è
cambiata. È accaduto qualcosa, all’interno dell’esperienza umana,
che ha messo in dubbio la ‘naturalità’ e l’universalità dei limiti
‘innati’ della socialità […]

Contrariamente a tutto ciò che si sapeva (o si credeva di sapere) da secoli, i ricercatori


londinesi a Panama hanno scoperto che un’ampia maggioranza
Versatlità delle delle vespe operaie, il 56 per cento, cambia alveare nel corso della
api operaie sua vita: e non semplicemente trasferendosi in altre comunità in
qualità di visitatori temporanei, malvisti, discriminati ed emarginati,
a volte esplicitamente perseguitati, o comunque considerati con
ostilità, ma in qualità di membri effettivi (per così dire ‘a pieno tito-
lo’) della nuova ‘comunità’ d’arrivo: esse provvedono, proprio
come le operaie indigene, a procurare il cibo, a nutrire e ad accu-
dire la nidiata locale.
L’inevitabile conclusione è stata che gli alveari studiati dal grup-
po di ricerca erano di norma costituiti da una ‘popolazione mista’;
al loro interno le vespe indigene e quelle immigrate vivevano e lavo-
ravano fianco a fianco, le une accanto alle altre; diventando quindi,
almeno dal punto di vista degli osservatori umani, tra loro indistin-
guibili, se non con l’ausilio di una ‘marchiatura elettronica’ […]
Le notizie provenienti da Panama introducono per prima cosa
uno sbalorditivo rovesciamento di prospettiva: convinzioni che
fino a non molto tempo fa erano considerate semplici constatazio-
ni del corso naturale delle cose ora, considerate retrospettivamen-
te, si riducono a una proiezione sugli insetti di preoccupazioni e
pratiche ‘umane, troppo umane’ da parte degli studiosi (benché
questo tipo di pratiche oggi sia più raro che in passato). Una volta
•50 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

che una generazione un po’ più giovane di scienziati ha portato


nella foresta panamense la sua (e la nostra) esperienza delle prati-
che di vita emergenti acquisite e assorbite nell’attuale cosmopolita
Londra, patria ‘multiculturale’ di diaspore tra loro intrecciate, essi
hanno puntualmente ‘scoperto’ che il carattere fluido dell’apparte-
nenza e la continua mescolanza di popolazioni sono la ‘norma’
anche fra gli insetti sociali; e una norma apparentemente applicata
con modalità ‘naturali’, senza l’intervento di regie commissioni,
senza frettolose proposte di legge al riguardo, senza tribunali né
campi di permanenza per coloro che chiedono asilo politico […]
In questo caso, come in molti altri, la natura prassomorfica del-
la percezione umana ha portato questi studiosi a trovare «là fuori,
nel mondo» quello che essi avevano imparato a fare ed effettiva-
mente facevano «qui, a casa loro», e ciò che tutti noi abbiamo nel-
le nostre teste, o perlomeno nel nostro inconscio, come immagine
del vero ‘stato delle cose’.
Come può essere che le cose stiano così? – si chiedevano i
ricercatori londinesi sconcertati da ciò che avevano scoperto, sulle
prime faticando a credere a fatti così diversi da quelli che i loro pro-
fessori li avevano indotti ad attendersi. Quando poi essi hanno cer-
cato una spiegazione convincente del bizzarro comportamento
delle vespe di Panama, lo hanno trovato, come si può immaginare,
nel patrimonio delle loro nozioni più familiari e consolidate. Volendo
adattare un fatto inconsueto a una visione del mondo a loro familia-
re, hanno deciso che le vespe appena arrivate, alle quali era per-
messo di stare nel nuovo alveare, «non potevano essere veramente
estranee» – estranee lo erano, senza dubbio, ma non così estranee
come altre, autenticamente estranee: «esse erano semplicemente
entrate a far parte di una comunità di vespe apparentate con loro –
loro cugine, forse […]». Questa spiegazione era tranquillizzante:
dopotutto, il diritto dei ‘parenti stretti’ di far visita e di sostare nella
casa di famiglia è comunque un diritto legato alla nascita. Ma come
si può essere certi che le vespe estranee fossero ‘parenti strette’ di
quelle autoctone? Beh, dovevano esserlo per forza, no? Altrimenti
le abitanti dell’alveare le avrebbero scacciate o le avrebbero uccise
seduta stante – C. V. D, come volevasi dimostrare.

Quello che i ricercatori di Londra evidentemente hanno dimenticato o hanno evitato di dire,
è che ci è voluto più di un secolo di duro lavoro, svolto talvolta
Gli esempi delle brandendo le spade e talaltra praticando il lavaggio del cervello,
nostre società per convincere i Prussiani, i Bavaresi, gli abitanti del Württemberg o
i Sassoni (proprio come attualmente si sta cercando di fare con gli
Ossi e i Wessi - i tedeschi dell’ex Germania Est e quelli dell’Ovest -
o con i calabresi e i lombardi) che erano tutti parenti stretti tra loro,
cugini o persino fratelli, discendenti dalla stessa razza germanica e
animati dallo stesso spirito germanico, e che per questi motivi
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 51•

dovevano comportarsi come fanno tra di loro i parenti stretti: offren-


do ospitalità, collaborando nella tutela e nell’incremento del benes-
sere comune […]. O hanno dimenticato, quei ricercatori, che nel
cammino verso il moderno Stato-nazione centralizzato, la Francia
rivoluzionaria dovette includere lo slogan della fraternité nel suo
appello rivolto ad ‘autoctoni’ di ogni tipo, ora divenuti les citoyens,
gente che fino ad allora raramente aveva guardato oltre (e ancor
più raramente attraversato) i confini della Linguadoca, del Poitou,
del Limosino, della Borgogna, della Bretagna, della Guascogna o
della Franca Contea […]. Fraternité, fratellanza: tutti i francesi sono
fratelli, perciò siete pregati di comportarvi come fratelli, di amarvi a
vicenda, di aiutarvi a vicenda, di fare della Francia nel suo comples-
so la vostra casa comune e della terra di Francia la vostra sola
patria […]. O hanno dimenticato che, dalla Rivoluzione Francese in
poi, tutti i movimenti lanciati per convertire, arruolare, allargare e
integrare popolazioni di regni e principati fino ad allora divisi e reci-
procamente sospettosi, hanno pensato bene di chiamare i loro
adepti presenti e futuri con l’appellativo fratelli e sorelle […].
Ma per farla breve: la differenza tra le ‘mappe cognitive’ delle
vecchie generazioni di entomologi, e quelle acquisite-adottate dal-
le generazioni più giovani, riflette il passaggio dalla fase di ‘costru-
zione della nazione’ nella storia degli Stati moderni alla fase ‘multi-
culturale’ nella loro storia; o, più in generale, dalla modernità ‘soli-
da’ - dedita a trincerare e fortificare il principio della sovranità terri-
toriale, esclusiva e indivisibile, e a circondare i territori sovrani con
frontiere impermeabili - alla modernità ‘liquida’, con le sue linee di
confine sfocate e altamente permeabili, con un’inarrestabile
(anche se biasimata, malvista, combattuta) relativizzazione del ter-
ritorio e un intenso traffico umano attraverso ogni tipo di frontiera.
Certo, traffico umano… che procede in entrambi i sensi, con le
frontiere che vengono attraversate da ambedue i lati. La Gran Bre-
tagna, ad esempio, è attualmente un paese di immigrazione
(anche se i vari ministri dell’Interno ci tengono sempre a mostrare
il massimo impegno nell’innalzare nuove dighe e nell’arginare gli
ingressi); ma bisogna anche tener conto del fatto che, secondo le
più recenti stime, quasi un milione e mezzo di persone nate in
Gran Bretagna vivono attualmente in Australia, quasi un milione in
Spagna, parecchie centinaia di migliaia in Nigeria, e circa 12. 000
perfino nella Corea del Nord. Lo stesso discorso si può applicare a
Francia, Germania, Polonia, Irlanda, Italia, Spagna; in una maggio-
re o minore misura esso riguarda qualsiasi territorio ‘defrontieriz-
zato’ del pianeta ad eccezione di poche superstiti enclave totalita-
rie, che ancora usano anacronistiche tecniche nello stile del
Panopticon, finalizzate più a mantenere i detenuti (i cittadini dello
Stato) ‘all’interno delle mura’ (i confini di Stato) che a tenere ‘fuori’
gli stranieri.
•52 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

La popolazione di quasi ogni paese, oggigiorno, è una collezione di diaspore. La popola-


zione di qualsiasi città di media grandezza è oggigiorno un aggre-
Una collezione gato di differenze etniche, religiose e di stili di vita, dove la linea fra
di diaspore insider e outsider non è affatto evidente, mentre per avere il diritto
di demarcare questa linea e di mantenerla intatta e inviolabile si
combattono molte scaramucce e battaglie ‘per il riconoscimento’.
La maggior parte degli stati sono ormai usciti dalla loro fase di
‘costruzione della nazione’ e dunque non sono più interessati ad
‘assimilare’ gli stranieri in arrivo (cioè, a forzarli ad abbandonare la
loro peculiare identità per ‘dissolversi’ nella massa uniforme dei
nativi); di conseguenza, gli scenari della vita contemporanea e il
filo che costituisce la trama delle singole esistenze rimarranno pro-
babilmente proteiformi, variegati e caleidoscopici per molto tem-
po, nel futuro. Per quanto ne sappiamo, questa tendenza potreb-
be anche mantenersi indefinitamente.
Noi tutti già siamo, o presto diventeremo, come le vespe di
Panama. Ma più precisamente, è stato per un caso che le vespe di
Panama hanno ‘fatto storia’ come la prima ‘entità sociale’ alla qua-
le sia stata applicata il nuovo schema cognitivo (precoce e non
ancora riconosciuto né approvato); uno schema derivato dalla
nostra recente esperienza di una convivenza umana caratterizzata
da scenari diversi, sempre mutevoli, secondo una tendenza pro-
babilmente destinata a durare in futuro. Noi sperimentiamo la
vaghezza della linea che separa l’’interno’ dall’’esterno, il ‘dentro’
dal ‘fuori’, così come la pratica quotidiana del mischiarsi e del con-
vivere con la diversità. Ciò che era stato predetto più di due secoli
fa da Immanuel Kant (e cioè, che il fatto di definire, elaborare e
mettere in pratica delle regole di mutua ospitalità sarebbe a un
certo momento divenuto una necessità per la specie umana, per il
semplice motivo che tutti noi abitiamo sulla superficie di un piane-
ta sferico) è divenuto realtà. O meglio, diviene la sfida più rilevante
del nostro tempo, una sfida che esige la risposta più urgente e
ponderata possibile.
La composizione delle oltre duecento ‘entità sovrane’ presenti
sulla mappa politica del pianeta ricorda sempre più quella dei tren-
tatré alveari studiati nella spedizione scientifica della Zoological
Society di Londra. Nel tentativo di dare un senso allo stato attuale
della nostra coabitazione planetaria come esseri umani, il prende-
re in prestito i modelli e le categorie che i ricercatori a Panama
hanno dovuto applicare per conferire un senso alle loro scoperte
potrebbe non essere un’idea malvagia. In effetti, nessuno degli
alveari studiati aveva gli strumenti per mantenere impermeabili i
propri confini, e ognuno di essi doveva accettare un continuo
rimescolamento nella sua popolazione. D’altra parte, ogni alveare
sembrava riuscire a cavarsela piuttosto bene, assorbendo i nuovi
arrivati senza conflitti e senza patire delle defaillance per la parten-
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 53•

za dei membri di lunga data. Inoltre, all’osservazione non risultava


nulla di simile a un ‘centro degli insetti’ capace di regolare il loro
traffico – né qualsiasi altra cosa che potesse esercitare questa fun-
zione. Ogni alveare doveva far fronte ai vari problemi più o meno
da solo, sebbene l’alta frequenza nel ‘turnover del personale’ vero-
similmente assicurasse che il know-how acquisito da ciascun nido
potesse (come di fatto accadeva) viaggiare liberamente e contri-
buire alla sopravvivenza di tutti gli altri alveari. Per prima cosa, i
ricercatori londinesi non sembrano aver trovato evidenze concrete
di guerre tra gli alveari. In secondo luogo, il flusso di ‘quadri’ sem-
brava poter costituire una forma di compensazione per gli eccessi
o i cali della popolazione nei singoli nidi. Infine, essi hanno intuito
che il coordinamento e la cooperazione indiretta tra gli insetti
sociali di Panama si sono realizzati, a quanto pare, senza alcuna
coercizione o propaganda; senza l’intervento di alti ufficiali o di
comandi in capo; in sostanza, senza fare riferimento a un centro
[…] E che lo ammettiamo o no, che la cosa ci rallegri o ci spaventi,
gli esseri umani sparsi fra le oltre duecento ‘entità sovrane’ note
con il nome di ‘Stati’ sono ormai in grado, almeno per un certo
tempo, di vivere senza un centro - anche se l’assenza di un centro
globale manifesto, dotato di ogni potere e di un’autorità indiscus-
sa, costituisce per i potenti e per gli arroganti una costante tenta-
zione a riempire, o a cercare di riempire, questo vuoto.
La ‘centralità’ del ‘centro’ è stata destrutturata e il nesso tra
sfere di autorità, prima intimamente connesse e collegate è stato
(forse irreparabilmente) infranto. Le concentrazioni locali di poteri
e influenze economiche, militari, intellettuali, artistiche non sono
più (se mai lo sono state) coincidenti. Le mappe del mondo, sulle
quali i colori delle entità politiche segnalano il loro ruolo e la loro
importanza nei termini – rispettivamente – dell’industria globale,
del commercio, degli investimenti, della potenza militare, delle
scoperte scientifiche e delle creazioni artistiche, non si possono
più sovrapporre. E per rendere queste mappe ancora utili in futu-
ro, dovremmo applicare i colori che usiamo con parsimonia, in
modo da poterli lavare via, poiché l’attuale posizione gerarchica di
ciascun territorio, riguardo alla sua influenza e peso, potrebbe non
durare a lungo.
Dunque, nel nostro disperato sforzo di comprendere le dina-
miche degli eventi planetari, la vecchia e tenace abitudine di ela-
borare un’immagine mentale degli equilibri del potere mondiale
ricorrendo a strumenti concettuali come centro e periferia, gerar-
chia, superiorità e inferiorità, risulta essere di impaccio piuttosto
che di aiuto, come era in passato; sembra un paraocchi, piuttosto
che una fonte di luce. Gli strumenti sviluppati e applicati nella ricer-
ca sulle vespe di Panama potrebbero essere molto più utili allo
scopo.
•54 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

Quando fu proclamato per la prima volta, nel clima eccitato della rivoluzione in Francia, lo
slogan Liberté, Egalité, Fraternité era una frase sintetica che espri-
Il messaggio meva allo stesso tempo una filosofia di vita, una dichiarazione di
della Rivoluzione intenti ed un grido di guerra. La felicità è un diritto umano, mentre
francese la ricerca della felicità è un’inclinazione umana naturale ed univer-
sale – così suonava la tacita, realistica premessa di tale filosofia di
vita; e per raggiungere la felicità, gli esseri umani devono essere
liberi, uguali e anche fratelli, poiché per i fratelli la reciproca solida-
rietà, il conforto e l’aiuto vicendevole sono diritti di nascita, non un
privilegio che debba essere guadagnato e garantito solo a tale
condizione.
Due tacite, assiomatiche (poiché considerate autoevidenti) pre-
messe sostenevano quel triplice progetto. Il programma di libertà,
uguaglianza, fraternità, implicava come un fatto scontato che fosse
dovere della collettività fornire e preservare le condizioni favorevoli
per la ricerca della felicità, così concepita. La ricerca della felicità
era una questione, un interesse, un destino ed un dovere individua-
le, doveva essere praticata individualmente, ciascun individuo
applicando ad essa le risorse di cui disponeva, ma il richiamo a
perseguire la felicità era indirizzato allo stesso modo agli individui e
alla società nel suo complesso: la possibilità che questa ricerca
ricevesse una risposta adeguata, dipendeva dalla configurazione
della ‘collettività’ – della società intesa come casa comune, interes-
se condiviso e prodotto degli sforzi di les hommes et les citoyens,
gli uomini/cittadini. L’altra premessa sottaciuta ma accettata come
assioma, era la necessità di condurre la battaglia per la felicità su
due fronti. Mentre gli individui avevano bisogno di acquisire e svi-
luppare l’arte di vivere felicemente, i poteri che dettavano le condi-
zioni per l’esercizio effettivo di quell’arte dovevano essere essi stes-
si riformati, perché divenissero alleati dei cittadini-apprendisti. La
ricerca della felicità non aveva alcuna possibilità di essere elevata
al rango di un diritto genuinamente universale, se questi poteri non
si fossero davvero interessati ai parametri di una ‘buona società’ – e
tra di essi, i più rilevanti e decisivi erano l’eguaglianza e la fraternità.
Sono queste premesse del vincolo intrinseco e infrangibile tra
la qualità della collettività e le opportunità di felicità individuale che
hanno perso, o stanno rapidamente perdendo, la loro autoeviden-
za, per l’opinione comune così come per i prodotti raffinati che gli
intellettuali ne sanno ricavare. Ed è forse per questa ragione che le
supposte condizioni della felicità individuale vengono progressiva-
mente rimosse dalla sfera sovraindividuale della Politica ‘con la P
maiuscola’ e trasferite verso la ‘politica di vita’ individuale, consi-
derata come l’ambito di iniziative essenzialmente individuali, in cui
risorse individuali vengono utilizzate principalmente (se non esclu-
sivamente) in chiave individuale. Il cambiamento riflette le mutevoli
condizioni di vita che derivano dai processi ‘liquido-moderni’ di
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 55•

deregulation e privatizzazione (e cioè, il ricorso alla ‘sussidiarietà’,


all’’esternalizzazione’, agli ‘appalti’, o qualunque altra modalità di
dismissione delle funzioni che nel passato erano state assunte ed
esercitate da istituzioni pubbliche). La formula che attualmente si
sta imponendo per indicare il (di per sé immutato) fine della ricer-
ca della felicità potrebbe essere indicata come uno spostamento
da Liberté, Egalité, Fraternité a Securité, Parité, Réseau (‘Sicurez-
za, Parità, Rete’).
Il compromesso che siamo soliti chiamare ‘civiltà’ ha compiu-
to il suo corso da quando Sigmund Freud, nel suo Das Unbeha-
gen in der Kultur (‘Il disagio della civiltà’), pubblicato nel 1929, ha
sottolineato per primo il ‘tiro alla fune’ e il ‘funambolismo’ tra due
dimensioni egualmente indispensabili e desiderate ma difficil-
mente conciliabili.
In meno di un secolo, il continuo progresso della libertà perso-
nale di espressione e di scelta ha raggiunto un punto nel quale il
prezzo di questo progresso, la perdita di sicurezza, inizia ad esse-
re considerato da un numero crescente di individui ‘liberati’ (o for-
se, affrancati a forza, senza essere stati consultati in proposito)
esorbitante – insostenibile e inaccettabile. I rischi presenti nella
individualizzazione e nella privatizzazione della ricerca della feli-
cità, insieme al graduale ma continuo smantellamento delle reti di
sicurezza e delle forme di garanzia contro la sfortuna un tempo
progettate, realizzate e mantenute dalle istituzioni pubbliche, sono
enormi, e angosciante il grado di incertezza che ne deriva. Il valore
della ‘sicurezza’ è il valore che fa oggi a gomitate con il valore del-
la ‘libertà’. Una vita permeata da un po’ più di certezza e sicurezza,
anche se il prezzo da pagare è un certo grado di liberta personale
in meno, ha acquisito un fascino particolare e potere di seduzione.
Nella costellazione attuale delle condizioni (e anche delle
aspettative) di una vita decente e piacevole, la ‘stella della parità’
brilla sempre di più, mentre quella dell’eguaglianza impallidisce.
La ‘parità’ è, con ogni evidenza, diversa dall’’eguaglianza’; o per
meglio dire, è una ‘eguaglianza’ ridotta al semplice diritto al rico-
noscimento, al diritto ‘di essere’ e ‘di essere lasciati soli’. L’idea di
distribuire la ricchezza, il benessere, gli agi e le speranze di vita, e
ancor più l’idea di spartire in modo equanime i compiti e i benefici
che la vita in comune comporta, tutto ciò sta sparendo dall’elenco
dei presupposti e degli obiettivi realistici della politica. Sempre più,
le diverse varietà delle società ‘liquido-moderne’ si adattano alla
permanenza di una diseguaglianza economica e sociale. La visio-
ne delle condizioni di una vita uniforme, universalmente condivisa
viene gradualmente rimpiazzata dall’idea di una diversificazione
senza limiti: e il diritto all’eguaglianza è rimpiazzato dal diritto ad
essere e a rimanere diversi senza che ci vengano per questo
negati dignità e rispetto.
•56 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

Mentre le disuguaglianze ‘verticali’ nell’accesso ai valori univer-


salmente approvati e agognati tendono a crescere ad un ritmo
costantemente accelerato, incontrando poca resistenza e al massi-
mo un’opposizione marginale e confusa, ecco che le differenze
‘orizzontali’ si moltiplicano, vengono celebrate a gran voce, elogia-
te e attivamente promosse dai poteri politici e commerciali, così
come dalle lobby capaci di plasmare l’immaginario collettivo. Le
guerre di riconoscimento prendono il posto delle rivoluzioni: il fine
delle lotte in corso non è più la forma del mondo che verrà, ma la
possibilità di acquisire un ruolo accettabile e accettato in quel mon-
do; non sono più in discussione le regole, ma solamente l’ammis-
sione al tavolo da gioco. Questo è ciò che la ‘parità’, l’avatar emer-
gente dell’idea di imparzialità, in definitiva implica: il riconoscimen-
to del diritto a partecipare al gioco, evitando un verdetto di esclu-
sione, o evitando che questo verdetto venga emesso in futuro.

Il problema è che la ricerca del riconoscimento è, in molti casi, lenta, aleatoria, o destinata
a essere frustrata – e fin troppo spesso con modalità crudeli, bru-
I diritti negati tali, irridenti e umilianti. «Un atto è umiliante - secondo la definizio-
ne di Dennis Smith2 - se decisamente ignora o contraddice le
rivendicazioni avanzate da particolari individui, gruppi o società
sul loro status, sul loro ruolo e sulle loro aspirazioni». La devastan-
te consapevolezza dell’umiliazione deriva dallo scontro tra l’idea
dominante di un diritto universale all’autoaffermazione e la realtà
di fatto dell’impossibilità assoluta di ottenere rispetto per il modo in
cui ciascuno ha scelto, o ha dovuto adattarsi a vivere. Il diritto
all’autorealizzazione tende ad essere rapidamente reinterpretato
come obbligo di affermarsi, ed il fallimento nella richiesta di legitti-
mità e approvazione per la condizione di vita praticata (o desidera-
ta) tende ad essere interpretato dagli altri e dagli stessi protagoni-
sti dell’insuccesso come la prova di una loro inadeguatezza; ne
consegue un senso di prigionia o di esclusione, accompagnato da
disistima e depressione, oppure un furioso desiderio di vendetta.
Umiliazione è l’esperienza che vive un gran numero di persone
alle quali «prerogative umane come la capacità di agire, la libertà,
la sicurezza e il riconoscimento sono negate - e alle quali dunque
viene - brutalmente dimostrato con parole, azioni e fatti, che loro
non possono essere ciò che ritengono di essere. L’umiliazione è
l’esperienza dell’essere ingiustamente e irragionevolmente messi
da parte, imprigionati, bloccati ed espulsi»3. Ma è, innanzitutto e
soprattutto, l’esperienza del ‘non sentirti all’altezza’, di non essere
capaci di realizzare quello che molti altri riescono ad ottenere sen-
za sforzo […] Nella lapidaria versione di Richard Rorty, «il miglior
modo per causare alle persone un dolore persistente nel tempo è
umiliarle facendo apparire le cose per loro importanti futili, obsole-
te, senza valore»4. Alla soglia del XXI secolo Dennis Smith sugge-
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 57•

risce che il risentimento che ne deriva «rende l’umiliazione ancor


più esplosiva che il semplice sfruttamento, asservimento e aliena-
zione»5.

Infine, il passaggio dalla fratellanza alla rete…


Se la ‘fratellanza’ implica una preesistente struttura che deter-
Dalla fratellanza mini e definisca a priori delle norme vincolanti di condotta, degli
alla rete atteggiamenti e delle regole di interazione, le ‘reti’ (networks) non
hanno nessuna storia alle spalle: le reti nascono nel corso dell’a-
zione, e vengono mantenute in vita (o piuttosto, vengono conti-
nuamente ricreate/resuscitate) solo grazie alle successive intera-
zioni tra i membri.
Diversamente da un gruppo o da qualsiasi altro tipo di ‘com-
plesso sociale’, la rete fa riferimento e si basa sugli individui – poi-
ché l’individuo che la tesse è il perno, la sua sola componente sta-
bile e irrinunciabile. Si presume che ogni individuo si porti dietro la
sua rete, attorno al suo corpo, come le lumache trasportano la loro
casa. Una persona ‘A’ e una persona ‘B’ possono appartenere
entrambe alla medesima rete di ‘C’, sebbene ‘A’ non appartenga
alla rete di ‘B’ né ‘B’ a quella di ‘A’ - una situazione inconcepibile
all’interno delle ‘totalità sociali’ come le nazioni, le chiese o i quar-
tieri urbani.
La più ovvia caratteristica delle reti è comunque la particolare
flessibilità del loro raggio d’azione e la straordinaria facilità con la
quale la loro conformazione può essere modificata: gli elementi
individuali possono essere aggiunti o rimossi con uno sforzo non
maggiore di quello richiesto per inserire o cancellare un numero di
telefono dalla rubrica del nostro cellulare. Legami estremamente
fragili collegano le unità di una rete, fluide come l’identità del suo
‘perno’, del suo unico creatore, proprietario e amministratore.
Attraverso le reti, l’‘appartenenza’ diviene un sedimento (tenue e
incerto) dell’identità personale. L’‘appartenenza’ viene ridotta da
‘premessa’ a ‘conseguenza’ dell’identità e segue immediatamente
e senza fornire resistenza le successive rinegoziazioni e ridefinizio-
ni dell’identità. Per lo stesso motivo, le relazioni stabilite e mante-
nute secondo il modello della rete si avvicinano all’ideale di una
‘relazione pura’: a legami elementari e non impegnativi, senza
alcuna durata prestabilita, senza vincoli e non gravati dal peso
degli impegni a lungo termine. In netta contrapposizione ai ‘gruppi
di appartenenza’, fondati sulla nascita o su una scelta, le reti offro-
no al loro proprietario/amministratore la confortante (anche se fon-
damentalmente illusoria) sensazione di un completo e sicuro con-
trollo sui loro obblighi e vincoli di fedeltà.
Il sempre più frequente ricorso alla metafora della ‘rete’ per i
termini più comunemente usati in passato nelle descrizioni delle
interazioni sociali (termini come ‘sistemi’, ‘strutture’, ‘società’ o
•58 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

‘comunità’) riflette (benché non sempre consciamente) l’idea che


le ‘totalità sociali’ abbiano dei confini incerti, rimangano in uno sta-
to fluido, siano sempre in fieri, e che raramente si possa attribuire
loro una qualche consistenza nel tempo. Suggerisce, in altre paro-
le, che le ‘totalità’ odierne, in lotta per il riconoscimento, siano più
fluide di quanto non fossero o di quanto non si pensava che fosse-
ro, quando i termini ora in declino erano stati coniati e adottati.
La più ovvia prerogativa di una rete è la formidabile flessibilità
dei suoi contenuti – la straordinaria facilità con la quale la sua
conformazione può essere, e tende ad essere, modificata. Se le
‘strutture’ tendono a comprimere e a racchiudere, a dominare,
restringere, contenere – l’idea di ‘rete’, al contrario, rimanda al gio-
co perpetuo del connettere e disconnettere. Il processo di ‘forma-
zione delle identità’ diventa essenzialmente una rinegoziazione
senza fine di reti…
Io sono dell’idea che le ‘identità’, come le ‘reti’, sussistano oggi
esclusivamente in un processo di continua rinegoziazione. La ‘for-
mazione delle identità’, o più correttamente la loro ‘ri-strutturazione’,
si trasforma in un compito a vita, mai ultimato: in nessun momento
della vita si dà un’identità ‘finale’ Rimane sempre un ulteriore compi-
to di riadattamento, poiché non smettono mai di cambiare né le con-
dizioni di vita, né le opportunità, né i pericoli. Questa congenita
‘incompiutezza’, l’inevitabile permanenza del compito dell’autoiden-
tificazione, provoca una gran quantità di tensioni e di ansia. Per que-
sto tipo di ansia, non c’è un facile rimedio. Non si dà una cura radi-
cale, perché gli sforzi per costruire la propria identità oscillano affan-
nosamente – non potrebbe essere altrimenti - tra due valori umani
egualmente centrali: la libertà e la sicurezza. Questi valori, egual-
mente indispensabili per una vita umana dignitosa, sono difficili da
conciliare, e l’equilibrio perfetto tra loro deve essere ancora trovato.
La libertà, dopotutto, si accompagna al concetto di insicurezza,
mentre la sicurezza tende ad affiancarsi al concetto di limitazioni del-
la libertà. Poiché noi patiamo sia l’incertezza che la mancanza di
libertà, è difficile che ci possiamo accontentare di qualsiasi combi-
nazione in parti diverse della sicurezza e della libertà. Quindi, invece
di un ‘progresso lineare’ verso una maggiore libertà e sicurezza,
possiamo notare che storicamente si è dato un movimento ‘a pen-
dolo’, ed è probabile che questo si realizzerà anche in futuro: prima,
con un’inclinazione estrema verso uno dei due valori, poi con un
allontanamento da esso, in direzione del secondo.

Attualmente, a quanto pare, in molte o forse nella maggior parte delle aree del pianeta, il
sentimento di incertezza prevale sul timore per la mancanza di
Le insidie libertà (anche se nessuno può dire quanto durerà questa tenden-
della paura za). In Gran Bretagna, ad esempio, un’ampia maggioranza delle
persone si dichiara disposta a rinunciare ad alcune libertà civili per
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 59•

ridurre (almeno, così si auspica) le minacce alla sicurezza. In


nome di una maggior sicurezza personale, i più sono pronti ad
accettare l’introduzione di carte d’identità, finora ostinatamente
rifiutate in Gran Bretagna in nome della libertà individuale e del
rispetto della privacy; sempre in nome della sicurezza, i più voglio-
no che le autorità statali abbiano il diritto di intercettare telefonate
private e di aprire la posta personale… E sempre per lo stesso
motivo, sventolando la bandiera con scritto «più sicurezza», il rap-
porto fra le attuali autorità politiche e gli individui loro soggetti è
modellato nel segno di un’intesa reciproca e di azioni coordinate.
Lo smembramento e la disabilitazione dei ‘centri’ tradizionali,
sovraindividuali, saldamente strutturati e potentemente ‘strutturan-
ti’, sembrano correre in parallelo con la centralità emergente di un
‘io’ rimasto orfano. Nel vuoto lasciato da autorità in ritirata e sempre
più evanescenti, ora è l’io che si sforza o che è costretto ad assu-
mere la funzione di centro della Lebenswelt (l’interpretazione priva-
tizzata/individualizzata/soggettivizzata dell’universo). È il ‘Sé’, ora,
a disporre il resto del mondo come una propria periferia, assegnan-
do alle sue parti una diversa rilevanza a seconda dei propri bisogni,
desideri, ambizioni e timori. Il compito di tenere insieme la società
(per quel che può significare ‘società’ in condizioni della modernità
liquida) viene ‘esternalizzato’, ‘appaltato’, o semplicemente rinviato
all’ambito della politica individuale della vita quotidiana. Viene dele-
gato sempre più all’iniziativa dei singoli ‘io’ connessi in rete e alle
loro iniziative e operazioni di connessione/disconnessione.
Tutto ciò non significa che la condotta ‘normale’, quotidiana
degli individui sia divenuta casuale, illogica e scoordinata. Signifi-
ca soltanto che la non casualità, la logicità e la coordinazione di
azioni intraprese individualmente può essere (e di norma è) rag-
giunta attraverso mezzi diversi dagli espedienti in auge nella
modernità solida, non più con gli stratagemmi impositivi, l’ordine
pubblico e le catene di comando – gli strumenti preferiti dalle ‘tota-
lità’ del passato, che puntavano a essere ‘maggiori della somma
delle loro parti’ e perciò erano inclini a comandare/allenare/adde-
strare le loro ‘unità umane’ a una condotta ripetitiva, routinaria,
disciplinata, saldamente regolata.

Avendo considerato tutto ciò, possiamo notare un’altra somiglianza rilevante tra il modo in
cui vivono le vespe di Panama e quello in cui viviamo noi… In una
Gli sciami e noi società liquido-moderna gli sciami tendono a rimpiazzare i gruppi
–- caratterizzati dalla presenza di leader, di una gerarchia di auto-
rità e un ordine interni. Lo sciame può fare a meno di tutte quelle
redini e stratagemmi senza i quali un gruppo non si costituirebbe
né sarebbe in grado di sopravvivere. Gli sciami non hanno biso-
gno di portarsi sulle spalle un simile kit di sopravvivenza; essi si
formano, si disperdono, si radunano nuovamente secondo le cir-
•60 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

costanze, guidati da criteri provvisori e attratti da obiettivi mutevoli


e in movimento. Il potere di seduzione di tali obiettivi mutevoli è
una regola sufficiente per coordinare i loro movimenti, rendendo
superfluo ogni comando o altro procedimento ‘dal vertice’ Di fatto,
gli sciami non hanno vertici; è solamente la direzione del loro volo
attuale che colloca alcune delle unità dello sciame - ognuna in
moto per conto proprio - nella posizione di ‘leader’ da ‘seguire’: da
seguire, di regola, non più a lungo che per la durata di un singolo
volo, o anche solo per un tratto di esso.
Gli sciami non sono squadre; ignorano il principio della divisio-
ne del lavoro. Essi non sono (a differenza dei gruppi animati da
intenzioni condivise) niente di più che ‘somme delle loro parti’, o
meglio, somme di unità che si muovono autonomamente, collega-
te solamente da una ‘solidarietà meccanica’, che si manifesta nel-
l’imitazione dei comportamenti e del movimento in una certa dire-
zione. Il modo migliore per raffigurarli è di pensare alle immagini
seriali di Warhol, che si perpetuano all’infinito senza un riferimento
a un ‘originale’, o il cui originale è stato scartato dopo l’uso e non
può più essere rintracciato. Ogni unità dello sciame riproduce i
movimenti attuati dalle altre mentre svolge da sola tutto il suo lavo-
ro, dall’inizio alla fine (nel caso degli sciami di consumatori, questo
lavoro consiste appunto nel consumare).
In uno sciame, non vi è una particolare forma di divisione del
lavoro, non vi sono specialisti - non vi sono detentori di particolari (e
preziose) abilità e risorse il cui compito sarebbe di aiutare le altre
unità, di permettere loro di ultimare ciò che vanno facendo, o di
supplire alle lacune o incapacità dei singoli. Qui, ogni unità è un fac-
totum, e abbisogna dell’intero set di strumenti e di competenze
necessari per eseguire l’intero lavoro. In uno sciame non vi è scam-
bio, né cooperazione, né complementarità - vi è solo la prossimità
fisica e la direzione grosso modo coordinata dei movimenti simulta-
nei. Nel caso degli esseri umani, di queste unità capaci di pensare e
di provare sentimenti, il carattere rassicurante del volare-in-sciame
si basa sulla fiducia nei numeri: sul fatto di credere che la direzione
del volo sia quella giusta, dal momento che uno sciame considere-
volmente ampio la segue; sul fatto di supporre che così tanti esseri
umani senzienti e pensanti non potrebbero ingannarsi, tutti quanti
insieme, nello stesso frangente. Per questa sua capacità di confor-
tare e rassicurare, lo sciame è il migliore sostituto - in fondo altret-
tanto efficiente - dell’autorità dei leader all’interno di un gruppo.

Ovunque i legami interumani, sia quelli ereditati che quelli intessuti nel corso di interazioni
personali, perdono le loro precedenti protezioni istituzionali, le
Fragilità quali ora vengono viste sempre più come vincoli frustranti e insop-
dei legami umani portabili della libertà di scelta e di autoaffermazione degli individui.
Liberati dal loro inquadramento istituzionale (ora censurato e dete-
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 61•

stato come fosse una ‘gabbia’ o una ‘prigione’), i legami diventano


vaghi, sottili, fragili e nella maggior parte dei casi hanno vita breve.
In una notevole sintesi delle esperienze di vita più comuni della
nostra società individualizzata, François de Singly6 elenca i dilem-
mi che oggigiorno tendono a gettare in uno stato di acuta, irrime-
diabile incertezza e di continua esitazione ogni apprendista dell’ar-
te di vivere. Gli scopi della vita non possono che oscillare tra obiet-
tivi reciprocamente incompatibili, o perfino completamente oppo-
sti, come per esempio l’aggregarsi e il chiamarsi fuori, l’imitazione
e l’invenzione, la routine e la spontaneità – tutti questi opposti
sono esemplificazioni o derivati di una ‘meta-opposizione’, di una
contraddizione di fondo nella quale la vita individuale è iscritta e
alla quale non può sottrarsi: l’opposizione tra sicurezza e libertà –
entrambe ardentemente desiderate, ma terribilmente difficili da
conciliare e concretamente non perseguibili in egual misura, nello
stesso momento.
Si suppone che il prodotto della creazione del sé, il processo
operato dall’arte della vita sia l’’identità’ del creatore. Date le con-
traddizioni che la creazione del sé si sforza invano di risolvere, e
l’interazione tra un mondo sempre mutevole e le ugualmente
instabili autodefinizioni degli individui che tentano di stare al passo
di condizioni di vita mutevoli, l’identità non può in nessun caso
essere intimamente coerente, né può in alcun momento dare a
pensare di aver conseguito una sua completezza senza lasciare
spazio (né l’impulso) a ulteriori miglioramenti. L’identità è costan-
temente in statu nascendi, ciascuna delle forme che assume pati-
sce delle contraddizioni interne più o meno acute, ciascuna in
misura maggiore o minore risulta insoddisfacente e suscettibile di
mutamento, ciascuna è affetta da una mancanza di fiducia in se
stessa, una fiducia che potrebbe venire solo da un’aspettativa che
coprisse l’intero arco dell’esistenza.
Come suggerisce Claude Dubar7 ‘l’identità non è che un risul-
tato nello stesso tempo stabile e provvisorio, individuale e colletti-
vo, soggettivo e oggettivo, biografico e strutturale, di differenti pro-
cessi di socializzazione che simultaneamente formano gli individui
e producono le istituzioni’. Potremmo osservare che la stessa
‘socializzazione’, contrariamente a un’opinione universalmente
condivisa fino a poco tempo fa e ancora frequentemente sostenu-
ta, non è un processo unidirezionale, ma il prodotto complesso e
instabile di una continua interazione tra il desiderio di libertà indivi-
duale nella creazione del sé e l’altrettanto forte aspirazione alla
sicurezza, che solo il sigillo dell’approvazione sociale, impresso
da una comunità (o da più comunità) di riferimento può offrire. La
tensione fra i due momenti raramente si allenta e quasi mai svani-
sce del tutto. E François de Singly8 suggerisce correttamente che
nello studiare le identità odierne le metafore delle ‘radici’ e dello
•62 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

‘sradicamento’ (e aggiungerei, per affinità, il tropo dell’’esclusio-


ne’), immagini che implicano una visione drastica dell’emancipa-
zione dell’individuo dalla tutela della comunità di nascita nonché il
carattere compiuto e irrevocabile di tale atto, dovrebbero essere
abbandonate e rimpiazzate dai tropi del gettare e del levare le
ancore.

In realtà, diversamente che nei casi dello ‘sradicamento’ e dell’’esclusione’, non c’è nulla
di irrevocabile, o anche solo di decisivo, nel gettare l’ancora. Se le
Fenomeni radici sono state strappate dal terreno in cui erano cresciute, è
migratori probabile che secchino e muoiano: l’eventualità (molto improbabi-
le) che rinascano avrà del miracoloso. Le ancore, invece, vengono
issate sperando che possano essere gettate nuovamente altrove:
e di fatto, esse possono essere gettate con uguale facilità in molti
porti di sbarco, distanti tra loro. Inoltre, le radici definiscono e
determinano anzitempo la forma delle piante che da loro cresce-
ranno, escludendo la possibilità di altre forme; le ancore invece
sono solo un attrezzo ausiliario di un’imbarcazione in movimento,
e non determinano le qualità della nave, né la quantità di risorse di
cui essa dispone. Le fasi temporali che separano il gettare l’ancora
dall’issarla di nuovo costituiscono degli episodi nella traiettoria
della nave. La scelta del porto nel quale l’ancora sarà gettata la
prossima volta sarà con ogni probabilità determinata dal tipo di
carico che la nave trasporta: un porto che va bene per un certo
tipo di cargo può essere completamente inadatto per un altro.
Tutto sommato, la metafora delle ancore coglie quello che la
metafora dello ‘sradicamento’ trascura o non esprime: l’intreccio
di continuità e discontinuità nella storia di tutte, o perlomeno di un
numero crescente di identità contemporanee. Proprio come le
navi che gettano l’ancora successivamente o in modo intermitten-
te in vari porti di sbarco, allo stesso modo agli ‘io’, nelle ‘comunità
di riferimento’ nelle quali cercano di essere ammessi durante la
loro continua ricerca di un riconoscimento e di una conferma, ven-
gono controllate e approvate le credenziali ad ogni fermata; cia-
scuna ‘comunità di riferimento’ determina le sue richieste per il
tipo di documenti che devono essere presentati. Il libro di bordo
della nave e/o la testimonianza del capitano, molto frequentemen-
te, sono il tipo di documenti da cui dipende questa approvazione,
e a ogni fermata successiva il passato personale (accresciuto dal-
le registrazioni delle fermate precedenti) viene riesaminato e nuo-
vamente valutato.
Paradossalmente, l’emancipazione del sé e la sua effettiva
autoaffermazione hanno bisogno di comunità assertive ed esigen-
ti. L’autoaffermazione è vista come un diafano parto dell’immagi-
nazione; se viene messa alla prova, è destinata a essere sconfitta,
e per questo motivo è screditata come se fosse un sintomo di auti-
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 63•

smo o un caso di autosuggestione. E quale vantaggio comporte-


rebbe tutto l’impegno profuso per l’autorealizzazione, dal punto di
vista della posizione, della fiducia e della capacità di agire indivi-
duali, se la conferma del proprio valore - scopo e momento con-
clusivo del processo – non avvenisse? Ma una conferma capace
di completare il lavoro dell’autocreazione può essere offerta solo
da un’autorità: una comunità nella quale sia importante essere
ammessi proprio perché essa ha il potere di rifiutare l’ammissio-
ne… Una richiesta di appartenenza è, quindi, un’estensione natu-
rale, un correlato logico dell’autocostituzione. ‘L’appartenenza’,
come Jean-Claude Kaufmann suggerisce9, è oggi ‘utilizzata pri-
mariamente come una risorsa dell’ego’. Egli ci mette in guardia
contro l’idea che le ‘collettività di appartenenza’ siano necessaria-
mente ‘comunità di integrazione’. È meglio concepirle, egli indica,
come un necessario accompagnamento del progresso dell’indivi-
dualizzazione; potremmo dire, come una serie di stazioni o di
locande che marcano la traiettorie dell’ego impegnato a formarsi e
a ri-formarsi.

La ‘comunità di integrazione’ è un concetto che abbiamo ereditato dall’ormai trascorsa


era ‘panottica’ della ‘modernità solida’: si riferisce allo sforzo orga-
La comunità nizzato di fortificare i confini che erano soliti separare il ‘dentro’ dal
di integrazione ‘fuori’, mantenendo all’interno i reclusi, ovvero impedendo agli
estranei di entrare e al tempo stesso ai membri di infrangere le
norme per sfuggire alla morsa della routine. Si riferisce al rafforza-
mento di una condotta uniforme e monotona, determinata nel tem-
po e nello spazio. Il concetto della ‘comunità di integrazione’ si
collega a una serie di restrizioni imposte al movimento e al muta-
mento: tale comunità era essenzialmente una forza conservatrice
(conservava, stabilizzava, imponeva una routine e controllava).
Era di casa in un contesto rigidamente amministrato, strettamente
controllato e presidiato – ma non lo è più nel mondo liquido-
moderno, con il suo culto della velocità e dell’accelerazione, della
novità e del cambiamento al fine di cambiare.
Oggi, gli strumenti panottici ereditati nella loro forma tradizio-
nale dalla passata ‘modernità solida’ sono impiegati principalmen-
te nella ‘periferia sociale’: per impedire agli esclusi di rientrare nel
flusso principale, riservato ai membri bona fide della società dei
consumi e per mantenere i reietti lontani da comportamenti perico-
losi. Altrove, ciò che è ingannevolmente simile nella forma agli
strumenti panottici ortodossi (e spesso è scambiato per un’altra
versione dell’orwelliano ‘Grande Fratello’, quel comandante supre-
mo di un carcere) è stato riadibito ad ‘escludere e a mantenere
fuori’, invece che a imprigionare e a mantenere dentro o ‘in linea’.
Esso controlla i movimenti di outsider malvisti e indesiderati per
mantenerli al di fuori, cosi che gli insider non siano disturbati né
•64 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

corrotti e possano stare in linea senza il bisogno di impiegare gli


strumenti di sorveglianza, presidio e costrizione.
Le ‘totalità’ sovraindividuali alle quali gli individui della ‘corren-
te dominante’ possono offrire la loro lealtà in qualche fase del loro
itinerario di vita, per cambiare poi idea alla fermata successiva o a
quella successiva ancora, non sono affatto ‘comunità di integra-
zione’: non controllano il traffico umano ai loro margini, non regi-
strano coloro che attraversano i confini nelle due direzioni, e sono
a stento consapevoli delle decisioni individuali di ‘entrare a far par-
te’ o ‘lasciare’ Nemmeno gestiscono degli uffici che possano
seriamente essere impiegati in tutto quel monitorare, registrare,
controllare. Più che integrare coloro che al momento ‘vi apparten-
gono’, queste entità vengono integrate (anche se in modo piutto-
sto blando e facilmente ritrattabili) dalle offerte individuali di lealtà;
e cioè, dal momento in cui le offerte iniziano ad affluire, e finché
non inizia una diserzione di massa.
C’è un’altra differenza originaria tra i punti di riferimento dello
stile contemporaneo di ‘appartenenza’ e le convenzionali ‘comu-
nità di integrazione’ Per citare ancora una volta Kaufmann, «una
gran parte del processo di identificazione si nutre del rifiuto dell’Al-
tro»10. Non vi è accesso a un gruppo, e non può esservi, senza
un’azione simultanea con cui ci si mantiene a distanza da qualcun
altro, ci si separa e allontana da lui. Scegliere un gruppo come luo-
go di appartenenza fa sì che altri gruppi siano considerati estranei,
e un territorio potenzialmente ostile. ‘Io sono P’ significa sempre
(almeno implicitamente, ma spesso esplicitamente) che ‘certa-
mente non sono Q, R, S eccetera’. L’’appartenenza’ è un lato della
medaglia, mentre l’altro lato consiste nella separazione e nella
contrapposizione e tutto questo fin troppo spesso evolve in risenti-
mento, antagonismo e conflitto aperto. L’identificazione di un
avversario è un elemento indispensabile di identificazione con
l’’entità di appartenenza’ e, mediante quest’ultima, anche di autoi-
dentificazione. L’identificazione del nemico inteso come un’incar-
nazione del male, contro il quale la comunità ‘integra’, chiarisce gli
scopi della vita e il mondo all’interno del quale la vita viene vissuta.
Quello che si è detto sopra si applica a tutti i casi di apparte-
nenza, accesso e offerta di lealtà. Ma nel corso dell’era moderna,
con il passaggio dalla ‘costruzione dell’identità’, nella sua fase
‘solida’, all’attuale e sempre incompiuto processo di identificazio-
ne nella contemporaneità ‘liquida’, questa caratteristica universale
subisce delle modificazioni significative.
Forse la modificazione più rilevante è lo svanire delle ambizioni
monopolistiche dell’‘entità di appartenenza’. Come detto prima, i
referenti dell’‘appartenenza’, diversamente dalle canoniche
‘comunità di integrazione’, non hanno strumenti per monitorare
l‘intensità della dedizione dei loro ‘membri’: né sono interessati a
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 65•

richiedere e a promuovere l’assoluta obbedienza e la totale lealtà


dei membri. Non sono gelosi alla maniera delle divinità monoteisti-
che. Nell’interpretazione della modernità liquida contemporanea,
l’‘appartenenza’ a un’entità può essere ripartita e praticata simulta-
neamente con l’appartenenza ad altre identità quasi in ogni com-
binazione, senza necessariamente provocare condanne o misure
repressive di qualsiasi tipo. Di conseguenza, i legami tendono a
perdere molta dell’intensità che avevano in passato. In gran parte
la loro veemenza e il loro vigore, esattamente come la combattività
partigiana di coloro che vivono questi legami, sono di regola atte-
nuati da obbedienze parallele. Raramente le ‘appartenenze’ coin-
volgono l’‘essere intero’, dal momento che ogni persona in qual-
siasi momento della sua vita è coinvolta, per così dire, in ‘apparte-
nenze multiple’. Essere fedeli solo con una parte di sé, o fedeli à la
carte (cioè selezionando fra le richieste dell’‘appartenenza’) non è
più considerato una forma di slealtà, per non dire di tradimento.

Da qui, l’attuale rivalutazione sul piano culturale del fenomeno dell’‘ibridismo’ (e cioè la
combinazione di tratti derivanti da razze differenti e separate),
Elogio delle come una virtù e un segno di distinzione piuttosto che come un
contaminazioni vizio e un sintomo sia di inferiorità culturale che di riprovevole
déracinement e déclassement (secondo un’opinione diffusa in un
recente passato). Nella scala emergente della superiorità culturale
e del prestigio sociale, gli ibridi tendono ad occupare posizioni
elevate e la manifestazione del proprio ‘carattere ibrido’ diventa il
primo veicolo della mobilità socio-culturale verso l’alto. D’altronde,
l’essere condannati per sempre a uno e a un solo sistema, immu-
tabile e confinato in se stesso, di valori e di modelli comportamen-
tali, è sempre più visto come un segno di inferiorità o povertà
socio-culturale. Le ‘comunità di integrazione’ vecchio stile, gelose
e monopolizzatrici, sono state messe ai margini e si trovano perlo-
più, o forse esclusivamente, ai gradini più bassi della scala socio-
culturale.
Per gli intenditori e gli apprendisti della vita come una forma
d’arte, questo nuovo scenario apre prospettive senza precedenti.
La libertà di auto-creazione non ha mai raggiunto prima un livello
così emozionante - elettrizzante, sicuramente, ma allo stesso tem-
po spaventoso… Ci sono indizi convincenti che, in misura cre-
scente, i malesseri psicologici del presente derivino dalla sovrab-
bondanza e non dalla penuria di scelte. Mai in passato il bisogno
di punti di orientamento e di guida era stato sentito in modo così
forte e doloroso come ora; e mai come prima i punti di orienta-
mento stabili e le guide fidate sono stati così pochi a fronte di un
bisogno così intenso e diffuso.
Siamo chiari: c’è un’irritante penuria di punti di orientamento
stabili e affidabili, di guide fidate. Questa penuria (paradossalmen-
•66 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

te, ma in modo nient’affatto accidentale) coincide con una prolife-


razione di suggestioni allettanti e di seducenti offerte di orienta-
mento, con un’ondata di manuali per imparare a vivere e folle sem-
pre più numerose di ‘consulenti’. Questa circostanza, comunque,
rende ancor più confuso il compito di vagliare tra la folta schiera di
proposte illusorie, ingannevoli o truffaldine, per vedere se vi sia un
punto di orientamento in grado di mantenere ciò che promette.

La condizione umana emergente fa presagire un grado di emancipazione mai visto prima


dalle limitazioni - da una necessità sperimentata come coercizione
La grande e contro la quale ci si risentiva e ci si ribellava. Questo tipo di
emancipazione emancipazione tende ad essere vissuta come una riconciliazione,
o perlomeno un armistizio, tra i principi che ciò che Sigmund
Freud definiva ‘principio di piacere’ e ‘principio di realtà’, e quindi
viene vista come la fine di un conflitto epocale che, nella visione di
Freud, rendeva la civiltà un focolaio di insoddisfazione.
Tutto ciò non significa comunque che questa mutata condizio-
ne umana sia stata risanata dalle privazioni che erano endemiche
nelle sue forme precedenti. Significa solo che le privazioni sono ora
di un diverso tipo, che esse vengono sperimentate in un modo
diverso e che sfuggono alle reti cognitive tessute per cogliere la
natura delle vecchie privazioni: per questa ragione, devono essere
analizzate e considerate in una nuova ottica. Lo scopo della nuova
rete cognitiva dovrebbe essere quello di cogliere i modi in cui la
condizione umana attuale potrebbe essere migliorata e resa più
invitante e ospitale per una vita ‘buona’ ( o ‘migliore’); e, in secondo
luogo, questa nuova rete dovrebbe cogliere la gamma di possibilità
con le quali gli uomini e le donne contemporanei si devono con-
frontare se aspirano a una simile condizione di vita. Questi due
compiti, intimamente connessi, erano nel passato la missione e la
vocazione degli intellettuali. La grande domanda, quindi, è se sia
plausibile che questa missione debba essere svolta ancora una vol-
ta dalle ‘classi acculturate’ (knowledge classes) del nostro tempo.
Si sarebbe portati a dire che le previsioni nell’immediato o per
il prossimo futuro non siano incoraggianti… Il ‘patto storico’ tra gli
intellettuali e la gente sembra oggi un episodio del passato colle-
gato alla prima fase ‘solida’ della modernità - l’era dell’intenso sfor-
zo di costruzione della Nazione e dell’autorità dello Stato moder-
no. Tale patto era anche collegato al fatto che sia le classi accultu-
rate che le classi lavoratrici condividevano lo stesso spazio, com-
preso entro i limiti della sovranità territoriale dell’emergente Stato-
nazione; era collegato a un periodo nel quale entrambe queste
classi rimanevano per ogni aspetto, dal punto di vista pratico, gle-
bae adscriptae. Queste condizioni comunque non sono più pre-
senti. Le ‘classi acculturate’ (compresi gli intellettuali) abitano
sempre più nel cyberspazio, emancipandosi progressivamente
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 67•

dai condizionamenti e dalle popolazioni locali. Un nuovo incontro


e un nuovo ricongiungimento, questa volta su scala planetaria,
sembra che al momento non sia ancora avvenuto; e un nuovo
incontro di questo tipo deve (e può solamente) avvenire a livello
planetario, globale.
In realtà, il processo di globalizzazione sembra ora inevitabile
e irreversibile. Il punto di non ritorno è stato raggiunto - e superato.
Non si può tornare indietro. Le nostre interconnessioni e la nostra
interdipendenza sono già globali. Qualsiasi cosa accada in un
posto, influenza la vita e le possibilità di vita delle persone in tutti
gli altri luoghi. Il calcolo dei passi da intraprendere in ogni singolo
luogo deve valutare come reagiranno le persone dislocate altrove.
Nessun territorio sovrano, per quanto esteso, popoloso e ricco di
risorse, può proteggere da solo il suo benessere, la sua sicurezza,
la sua prosperità a lungo termine, il suo stile di vita o l’incolumità
dei suoi abitanti. La nostra dipendenza reciproca è a livello plane-
tario e quindi noi siamo già, e rimarremo per un tempo indefinito,
oggettivamente responsabili gli uni degli altri. Sono però pochi (se
davvero ve ne sono) i segnali che tutti noi, chiamati a condividere il
pianeta, siamo davvero soggettivamente disposti a farci carico di
questa responsabilità oggettiva nei confronti di tutti i nostri simili.
Al momento, le classi acculturate (e al loro interno molti intel-
lettuali) sembrano sistemarsi nello ‘spazio di flusso’ planetario (per
usare un’espressione di Manuel Castells) e quindi a mantenersi
distanti dalla ‘gente’, rimasta alle loro spalle nello ‘spazio fisico’.
Ma che cosa possiamo immaginare, circa un futuro più distante?
Per così dire, sulla lunga distanza?
A Marx, come Theodor Adorno suggeriva, il mondo sembrava
pronto a trasformarsi ‘di lì a poco’ in un paradiso. Il mondo sem-
brava pronto a un’istantanea inversione di marcia, ‘dal momento
che si dava nell’immediato la possibilità di cambiarne l’assetto
‘dalle fondamenta al tetto’’11. Le cose non stanno più così, se mai
lo sono state solo per testardaggine si può accettare ancora que-
sta tesi così come Marx l’aveva formulata. La possibilità di una
scorciatoia per un mondo più adatto agli esseri umani è andata
perduta. Si direbbe piuttosto che tra questo mondo presente e
quell’altro mondo, ospitale per l’umanità e user friendly, non è
rimasto alcun ponte, reale o presunto. Non ci sono neppure più
delle folle desiderose di fuggire tumultuosamente per l’intera lun-
ghezza del ponte, se tale ponte fosse progettato, né dei veicoli in
grado di condurre coloro che lo desiderassero sull’altra sponda
sani e salvi. Nessuno può essere sicuro di come un ponte utilizza-
bile potrebbe essere progettato e dove potrebbero essere colloca-
te le sue estremità, lungo le rive, per facilitare il traffico. Si potrebbe
concludere che tutte queste possibilità non sono immediatamente
presenti.
•68 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

Un tempo agli intellettuali che le progettavano riusciva facile


tracciare mappe di Utopia intesa come il modello di una ‘buona
società’ che accompagnarono la nascita dell’epoca moderna; i
disegnatori di queste mappe riempivano semplicemente gli spazi
vuoti o ridipingevano le parti deteriori dello spazio pubblico la cui
presenza era, a buona ragione, considerata scontata e non costi-
tuiva un problema. La ricerca della felicità fu intesa come ricerca di
una ‘buona società’. Le immagini di una vita buona erano automa-
ticamente pubbliche e sociali, poiché il significato di ‘sociale’ e
‘pubblico’ non era messo in dubbio - non era ancora, come è poi
divenuto ai nostri giorni, l’argomento contestato ‘per definizione’,
sulla scia del coup d’êtat neoliberista operato da Reagan e dalla
Thatcher. Nelle epoche passate, non si poneva la questione di chi
dovesse realizzare il programma o presiedere al processo: poteva
essere un singolo despota o una repubblica, un re o un popolo,
ma chiunque fosse, il posto di un’ ‘autorità pubblica’ capace di
agire effettivamente non era mai vuoto. L’uno o l’altro soggetto
occupavano stabilmente quel posto, attendendo solo in apparen-
za un’illuminazione o un segnale per agire. Non c’è da stupirsi che
questa utopia pubblica o sociale sia stata la prima vittima del
drammatico cambiamento sopravvenuto ai giorni nostri nella sfera
pubblica.
Come ogni altra cosa un tempo stabilmente compresa in quel-
la sfera, i modelli di una ‘vita buona’ sono diventati ora selvaggina
e preda per guardaboschi e cacciatori solitari; una delle molte
spoglie prodotte dalla ‘deregulation’, ‘privatizzazione’ o ‘individua-
lizzazione’ - dalla conquista e annessione del pubblico da parte
del privato. La grande visione sociale è stata ripartita in una molti-
tudine di bagagli personali, sorprendentemente simili ma decisa-
mente non complementari. Ciascuno è fatto su misura per l’appa-
gamento del consumatore – inteso, come tutte le gioie legate al
consumo, nel senso di un godimento sommamente individuale,
solitario, anche quando avviene in compagnia.

Può lo spazio pubblico essere reso ancora una volta un luogo di impegno durevole piutto-
sto che di incontri casuali e fugaci? Uno spazio di dialogo, discus-
Nuove sione, confronto e accordo? Sì e no. Se ciò che si intende per
responsabilità ‘spazio pubblico’ è la sfera pubblica disposta attorno a noi, al cui
politiche servizio si pongono le istituzioni rappresentative dello Stato-nazio-
ne (come è avvenuto per la maggior parte della storia moderna) -
la risposta probabilmente è ‘no’. Quella particolare varietà di pal-
coscenico pubblico è stata spogliata della maggior parte dei suoi
vecchi strumenti, quelli che le permettevano di ospitare i drammi
allora rappresentati. Tali palcoscenici pubblici, costruiti originaria-
mente per gli scopi politici dello Stato-nazione, rimangono testar-
damente locali - mentre il dramma contemporaneo si estende
L O S P I R I T O D E L T E M P O • • • • • • • • • 69•

all’intera umanità, ed è palesemente globale. La risposta ‘sì’, per


essere credibile, richiede un nuovo spazio pubblico globale: una
politica autenticamente planetaria (che va distinta dall’attuale ‘poli-
tica internazionale) e un palcoscenico planetario idoneo. E richie-
de una responsabilità veramente planetaria: il riconoscimento del
fatto che tutti noi che abitiamo il pianeta dipendiamo l’uno dall’al-
tro per il nostro presente e il nostro futuro, che nulla di quello che
facciamo o non facciamo è irrilevante per il destino di qualsiasi
altra persona, e che nessuno di noi può più cercare e trovare una
protezione individuale dalle tempeste che si originano in qualsiasi
parte del globo.
La logica della responsabilità planetaria mira, almeno in linea
di principio, ad affrontare a bruciapelo i problemi che emergono a
livello globale - al loro stesso livello. Essa deriva dall’assunto che
autentiche e durature soluzioni ai problemi di portata planetaria si
possano trovare e possano procedere solamente attraverso la
rinegoziazione e la riforma della rete delle interdipendenze e inter-
connessioni globali. Invece di puntare a limitare localmente i danni
e a ricavare qualche beneficio occasionale dai movimenti capric-
ciosi e aleatori delle forze economiche globali, essa vorrebbe per-
seguire un nuovo tipo di contesto globale, in cui gli itinerari delle
iniziative economiche in qualsiasi parte del mondo non siano più
fluttuanti e ispirati solo a profitti momentanei, senza prestare atten-
zione alle loro implicazioni e ‘danni collaterali’, senza attribuire
importanza alle dimensioni sociali dei rapporti tra costi e benefici.
In breve, questa logica mira, per citare Habermas12, a sviluppare
«una politica che possa stare al passo con i mercati globali». Noi
sentiamo, supponiamo, immaginiamo che cosa si dovrebbe fare.
Ma non possiamo sapere con quale modalità e forma questo alla
fine si realizzerà. Possiamo essere certi che questa forma non
risulterà familiare. Sarà diversa da tutto ciò cui eravamo abituati.
Pochi mesi fa, a Praga, ho partecipato ai festeggiamenti per il
settantesimo compleanno di Vaclav Havel, uno degli intellettuali
più attivi e influenti del secolo scorso. Come ha potuto Havel
lasciare un’orma così significativa nel mondo che abitiamo? Di lui
si ricorda un’affermazione, «La speranza non è un pronostico». In
realtà la speranza ha poco, se non nulla, a che fare con la statisti-
ca, con ‘tendenze’ calcolate con pedanteria e con i mutevoli ‘son-
daggi del giorno’. Di regola, la speranza si protende oltre l’oggi e
l’indomani (e, per la stupore di gran parte dei politici, anche oltre le
prossime elezioni!) – e questa è la ragione per la quale molti politi-
ci navigati non vogliono saperne nulla. Havel, che quasi da solo è
riuscito a rovesciare una delle più sinistre caserme nel campo
sovietico-comunista, non aveva bombardieri, portaerei, missili o
marines – nessuna di quelle armi che (come ci viene continuamen-
te detto) decidono il corso della storia. Egli aveva solo tre armi: la
•70 • • • • • • • • • L O S P I R I T O D E L T E M P O

speranza, il coraggio e la testardaggine. Sono armi primitive, non


comportano alcuna tecnologia sofisticata. E sono le armi più
comuni, più diffuse: tutti noi ne disponiamo, perlomeno dai tempi
del Paleolitico. È solo che le usiamo troppo raramente […]
E questa è la ragione per la quale io credo che i necrologi sul
conto degli intellettuali siano grossolanamente esagerati […] È
anche la ragione per cui credo che la frattura tra le loro e le nostre
preoccupazioni sarà ricomposta, che il loro dialogo con l’espe-
rienza quotidiana continuerà e che essi sapranno ancora com-
prendere l’evoluzione della condizione umana, con tutti i rischi e le
opportunità che essa presenta per la nostra comune umanità.

NOTE

1 Vedi quanto riportato il 25 gennaio 2007 da Richard Jones, in ‘Why insects get such a buzz
out of socializing’, http://www. guardian. co. uk/g2/story/0,, 1997821, 00. htm/
2 Vedi Dennis Smith, Globalization: The Hidden Agenda, Polity Press 2006, p. 38.
3 Ibid., p. 37.
4 Richard Rorty, Contingency, Irony and Solidarity, Cambridge UP 1989, p. 89.
5 Dennis Smith, op. cit., p. 37.
6 François de Singly, Les uns avec les autres: Quand individualisme crée du lien, Armand Colin
2003, pp. 108-9
7 Vedi Claude Dubar, La Socialisation: Construction des identities sociales et professioneles, A.
Colin 1991, p. 113.
8 Les uns avec les autres, p. 108
9 Si veda Jean-Claude Kaufmann, L’invention de soi: Une théorie d’identité, Hachette 2004, p. 214.
10 Ibid., pp. 212-3.
11 Theodor W. Adorno, Critical Models: Interventions and catchwords, trans. by Henry W. Pick-
ford,
12 Jürgen Habermas, The Postnational Constellation: Political Essays, transl. by Max Pensky,
Polity Press 2001, p. 109.
T R A N S E C O N O M I A • • • • • • • • • • • 71•

Segni inquietanti
sul futuro del petrolio
di Marcello Colitti

MA IL VECCHIO BARILE SEMBRA ANCORA


INSOSTITUIBILE

C
Ci sono in ogni campo delle attività umane, momenti in cui gli indici di controllo assumo-
no andamenti contraddittori, o sono oscurati da fenomeni che non
si erano verificati in precedenza. Quando gli indicatori ‘ballano’, e
sembrano oscillare senza una spiegazione plausibile, vuol dire
che il fenomeni che stiamo osservando stanno cambiando, che
entrano in campo forze che portano ad un mutamento, forse molto
profondo.
Nel caso del petrolio, la straordinaria volatilità del suo prezzo
sembra proprio indicare un inizio di discontinuità, anche perché le
spiegazioni che vengono proposte non sono né stabili né convin-
centi, se giudicate con il metro che si era soliti usare.
Una periodizzazione dell’andamento del prezzo del petrolio
con dei periodi di 10 -15 anni, indica che agli inizi degli Anni Set-
tanta, l’OPEC assunse il controllo del prezzo, e lo tenne alto. Essa
soffrì del calo della domanda e della concorrenza del greggio non
OPEC, e il suo prezzo crollò quando l’Arabia Saudita non riuscì più
fare il producer of last resort, quello che assorbe tutte le riduzioni
di produzione dell’intero gruppo.
Nel 1985, con il controshock, iniziò un periodo incerto, in cui il
prezzo rimase molto volatile, ma si mantenne a livelli piuttosto bas-
si, con andamenti altalenanti. L’OPEC recuperò posizioni, ma il
non OPEC si sviluppò in modo abbastanza soddisfacente, fino a
quando il sistema non entrò in tensione, a causa di un miscuglio di
cause politiche e industriali.
Il prezzo allora schizzò verso l’alto, e mantenne i livelli raggiun-
ti, con una forte tendenza a crescere ulteriormente.
•72 • • • • • • • • • T R A N S E C O N O M I A

La fase che stiamo attraversando, inizia con questa spinta al rialzo dei prezzi.
I commentatori, in un primo tempo, la spiegarono con il mer-
Il nuovo periodo cato dei futuri, che riflette le aspettative di chi vi partecipa.
Ma ora altri fenomeni sembrano insinuarsi nel quadro e vengo-
no usati per spiegare, se non per giustificare, il prezzo in aumento.
La forte volatilità verso l’alto del prezzo è agli inizi giustificata
con l’andamento della produzione di greggio, dovuto ai problemi
in Nigeria ed in qualche altro paese, poi come conseguenza delle
tensioni sul mercato statunitense dei prodotti, ed in particolare del-
la benzina.
Le oscillazioni, anche di lieve entità, della capacità di raffina-
zione disponibile negli Stati Uniti, già visibilmente insoddisfacente,
oltre al volume delle scorte di prodotti, non solo hanno ripetuta-
mente spinto in alto il prezzo del greggio, ma hanno anche creato
un sistema di approvvigionamento via mare dall’emisfero orientale
a quello occidentale simile a quello in vigore, ma in senso contra-
rio, agli albori dell’età del petrolio.
Questo andamento sembra aver creato una certa apprensione
fra i produttori di greggio.
I sauditi cercano di confortare il consumatore con una previ-
sione al ribasso, che però si basa soprattutto su argomenti relativi
alla produzione di greggio, che non sembrano avere più tanta
capacità esplicativa nella nuova situazione.
«Di petrolio greggio è disponibile una quantità sufficiente e
nessuno rimarrà a secco», sostiene come sempre l’ARAMCO.
Intanto, sauditi e kuwaitiani stanno investendo in raffinazione,
stanno cioè ripercorrendo una linea di sviluppo presa tanti anni fa
e poi rapidamente abbandonata, in considerazione del fatto che il
trasporto del greggio costa molto meno di quello dei prodotti.
Fino ad ora, le avventure downstream dei paesi produttori era-
no sembrate sempre un poco incerte. Anche il Venezuela, che ha
in passato ha investito pesantemente sul mercato americano, oggi
si dice pronto ad abbandonarlo per essere libero di vendere il pro-
prio greggio dove si guadagnano tanto non più dollari, quanto più
proficue alleanze politiche.
Da parte libica, voci sempre più insistenti danno come fatto
compiuto la vendita della Tamoil, una azienda ben piazzata, con
una buona rete di distribuzione in Italia.
Solo la compagnia del Kuwait, dopo una lunga fase di assesta-
mento, sembra essere presente in Europa con l’intenzione di
restarci.
Oggi, i progetti di nuove raffinerie dei paesi produttori vanno
avanti un po’ a sbalzi, anche perché sono molto grandi e molto
costosi. Eppure, e nonostante le difficoltà, continuano ad andare
avanti. Molti produttori probabilmente si rendono conto che se il
mercato oggi è fatto dalla benzina, è però il venditore della benzina
T R A N S E C O N O M I A • • • • • • • • • 73•

che alla fine detta il prezzo di tutto il barile. In questa ottica, non è
neanche necessario avere una rete di distribuzione. Bastano le navi.
Il compito di sviluppare la capacità di raffinazione, sembrereb-
be spettare proprio alle compagnie petrolifere americane dato che
proprio la raffinazione è il collo di bottiglia che influenza il mercato
non solo della benzina, ma di tutto il barile.
Il motivo per cui questa opportunità viene trascurata, dipende,
secondo i diretti interessati, dal fatto che un impianto nuovo che
obbedisse completamente alle regole contro l’inquinamento del-
l’aria e dell’acqua sarebbe troppo costoso. Ma un’affermazione
del genere, se fosse vera, starebbe ad indicare che l’industria
petrolifera è destinata a finire anche prima della fine del greggio,
perché incompatibile con le esigenze economiche del pianeta.
Mentre il mercato dei raffinati in America è in continuo sviluppo
e quelli dell’India e della Cina continuano ad aumentare, il mercato
europeo e quello giapponese restano praticamente stabili.
Gli europei usano macchine piccole e prediligono il gasolio,
mentre tutti gli usi termici del petrolio sono stati assorbiti dal gas
naturale, la cui domanda è ancora in forte aumento.
La cosa più strana è che per gli europei i prezzi del petrolio
risultano i meno cari, perché pagato in dollari, moneta in continua
discesa rispetto all’Euro o alla Sterlina.
Molti osservatori, esaminando questo quadro, concludono
che sono visibili i segni dell’inizio della fine dell’epoca del petrolio.
Sembrano così pensare che un prezzo stabilmente e seria-
mente in aumento da qui in avanti avrà prima o poi un effetto
deprimente sulla domanda, dato che la storia ci dimostra come,
presto o tardi, l’elasticità della domanda sul prezzo sia destinata a
farsi sentire. Ma non si domandano se il prezzo alto sia il frutto di
un capriccio, o di una situazione transitoria.
In realtà, resta alto perché la mano invisibile del mercato prefi-
gura il momento in cui il greggio non convenzionale sarà necessa-
rio per coprire la domanda, con costi molto superiori a quelli dei
giacimenti oggi in sfruttamento.
Questa ipotesi sarebbe valida anche per spiegare la volontà di
non investire in nuovi impianti di raffinazione. Il petrolio non finirà
certo all’improvviso, sostengono. Si andrà piuttosto incontro ad un
lungo periodo di prezzi alti e di riduzione della domanda, anche a
causa della crescente inclusione di carburanti non petroliferi, fino
a quando domanda ed offerta non arriveranno ad estinguersi più o
meno contemporaneamente.
Un fenomeno di tale portata non può avvenire in nessun altro
modo, data la sua importanza e il livello degli interessi in gioco.
Queste previsioni non sembrano affatto preoccupare le com-
pagnie petrolifere. Prezzi alti significano profitti alti, corsi del titolo
e dividendi sufficienti a scoraggiare qualsiasi tentativo di scalata in
•74 • • • • • • • • • T R A N S E C O N O M I A

borsa. E poiché la scarsità di raffinerie ne sembra la causa princi-


pale, sarebbe assurdo cancellarla con investimenti imprudenti.
Finora abbiamo parlato solo del prezzo.
Va considerato, però, almeno un altro fenomeno di non trascu-
rabile rilievo.
L’opinione pubblica è sempre più preoccupata dell’ecologia
dell’intero pianeta, e sembra lentamente persuadersi del fatto che
l’uso del petrolio, residuo di una tecnologia superata, nata due
secoli fa, sarà presto superato.
Quale possa essere la tecnologia che dovrebbe sostituire il
petrolio non è ancora chiaro.
Si sta cercando infatti una fonte non solo poco costosa, ma
anche assolutamente innocua per l’impatto ambientale, fattori che
possono combinarsi con estrema difficoltà.
T R A N S E C O N O M I A • • • • • • • • • 75•

Il capitale cambia
di M.C.
rotta

I SORPRENDENTI RISULTATI DELLE ULTIME INDAGINI


DELL’IFI

S
Sono usciti di recente i dati di previsione dei flussi di capitali privati verso i paesi cosiddetti
emergenti, quelli che un tempo si chiamavano sottosviluppati, o
addirittura paesi poveri.
I dati misurano in miliardi di dollari l’afflusso di capitali privati
verso paesi che stanno uscendo dalla povertà soprattutto grazie a
questi capitali privati che vi affluiscono da tutto il mondo. The Insti-
tute for International Finance li pubblica con un breve commento,
sottolineando che di previsioni, ma mettendo contemporanea-
mente in luce l’importanza delle cifre.
Anche se il totale dei flussi di capitale privato avrà una leggera
riduzione nel 2007 rispetto al 2006, l’afflusso complessivo sarà pur
sempre di 545 miliardi di dollari, che arriveranno ai paesi emergen-
ti dell’America Latina, dell’Europa, dell’Africa e Medio Oriente, e
dell’Asia-Pacifico. Questa cifra è formata per 236 miliardi dagli
investimenti nel capitale di imprese, divisi in investimenti diretti e di
portafoglio, e da tutti gli altri flussi di creditori privati, banche o
imprese, pari a 309 miliardi. L’investimento diretto vero e proprio
verso tutti i paesi considerati, cioè l’afflusso diretto di capitale di
rischio, e’ salito di 26 miliardi di dollari fino a 194 miliardi, mentre
gli investimenti di portafoglio, cioè l’acquisto di azioni di imprese
già esistenti, sono leggermente calati, dato il corso altissimo delle
azioni sulle borse di quei paesi.
Questi dati mostrano una grande novità, relativa alla ripartizio-
ne geografica dei flussi finanziari. È la prima volta che i paesi
emergenti europei (cioè i paesi dell’Est Europeo, molti dei quali
sono entrati o stanno entrando nell’Unione Europea) superano i
•76 • • • • • • • • • T R A N S E C O N O M I A

paesi dell’Estremo Oriente. All’Europa ‘emergente’ si rivolgerà nel


2007 il 43% dei flussi finanziari privati, mentre l’Estremo, Cina com-
presa, che l’anno scorso ne aveva avuto il 46%, e’ sceso al 41%.
Un’altra conferma che l’operazione europea di allargamento ad
Est è stata un grosso successo, ed è la strada per sviluppare rapi-
damente le economie di quei paesi, e quindi di tutta l’Europa. L’A-
frica rimane invece l’area di minor interesse, con meno del 6% del
totale, mentre l’America Latina sale nel 2007 al 10% contro il 7%
del 2006.
I dati rivestono una grande importanza anche in considerazio-
ne di un altro fattore fondamentale per l’economia mondiale. Stan-
no infatti ad indicare che la crisi finanziaria dovuta allo scoppio del-
la bolla edilizia negli Stati Uniti ed in Europa non danneggerà nel
2007 i paesi emergenti, che anzi beneficeranno di un flusso rile-
vante di capitali a sostegno del loro processo di sviluppo.
È questo il grande aspetto positivo della globalizzazione, che
sta facendo uscire dalla povertà paesi un tempo del tutto emargi-
nati, e lancia nello stesso tempo una forte sfida nel confronto di
quei paesi che, come l’Europa, ricchi già sono.
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • • • 77•

Iraq

Sono passati quasi vent’anni, era il 1988,


quando a Fao osservammo stupiti lunghe file di palme decapitate,
altere e silenziose, immobili nel vento dell’Eufrate,
le cime bruciate dalle bombe piovute dal cielo.
I soldati cantavano vittoria e chiedevano pace,
che importa se vera vittoria o irreparabile sconfitta,
cantavano vittoria e pensavano a casa.
Non era né vittoria né pace.
Oggi a Bagdad un bambino senza più braccia
cammina attonito tra mattoni anneriti e vetri spezzati.
Ieri sua madre cantava la nenia lenta del Tigri,
oggi non ha più madre, né casa né mani.
È arrivata l’America, viva la democrazia.
Non si può pregare.
Se preghi in una moschea bruciano la moschea
se preghi in una chiesa sei un crociato traditore.
Il fiume non rasserena.
I mongoli un tempo lo tinsero con l’inchiostro dei libri
strappati alla biblioteca, orgoglio di Bagdad.
Altri oggi lo colorano di sangue ogni mattina.
Il fiume non vuole più vedere, cieco di orrore,
anche per lui pensare è dolore insopportabile.
Il Tigri vorrebbe morire.
Le bombe continuano a cadere, le strade scoppiano di fuoco,
se cerchi lavoro ti uccidono,
se comperi un pezzo di pane ti uccidono,
se hai l’ardire di recarti al mercato, ti uccidono.
Le macchine scoppiano e diventano spade roventi,
i bambini non sognano, non dormono, non aspettano niente.
La pace è parola sconosciuta.
Chi è rimasto vivo si rassegna al destino,
domani sarà morto anche lui.
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 79•

Iraq. Una trappola


per tutti
di Paola Brianti

NELLA ‘TERRA DEI DUE


FIUMI’, IL FUTURO
È SCOMPARSO

R
«Realisticamente parlando, per l’Iraq non si può azzardare alcuna possibilità di soluzio-
ne». Il verdetto è pronunciato da un diplomatico di altissimo rango
che ha chiesto l’anonimato. È un verdetto senza appello e ancora
nessuno è in grado di azzardare il più modesto dei progetti.
Una Nazione è stata distrutta, un Paese è stato sterminato e
ancora si spendono forze e risorse per gonfiare una campagna di
propaganda alla quale nessuno riesce più a prestare attenzione.
Quando fu chiaro a tutto il mondo che la presenza di armi di
distruzione di massa era una delle bugie più colossali mai inventa-
te in un paese democratico, quando fu evidente che il terrorismo
che oggi dilania l’Iraq è arrivato dopo l’invasione americana ed era
prima inesistente, quando soprattutto nessuno poteva più ignora-
re che fra tutti i paesi arabi l’Iraq era quello che meno si poteva
accusare di connivenza con Al Qaida, sono state avanzate le con-
getture più macchinose per dare una spiegazione alla sciagurata
avventura americana. Si è pensato al petrolio, ma i pozzi non fun-
zionano in stato di guerra ed era facilmente prevedibile che la
mancata produzione del greggio avrebbe avuto come prima,
immediata conseguenza la salita dei prezzi del barile.
Le ragioni dell’iniziativa americana, ammesso che ne esista
una credibile, possono essere molteplici e forse presto qualche
stralcio di verità si farà strada. Forse.
Quello che ora pare certo, è che i profeti della giustezza dell’in-
vasione, i grandi propagandisti della necessità della guerra, di
fronte alla disfatta, si sono fatti silenziosi. Ma la tragedia dell’Iraq
grava non solo sulla coscienza di tutto l’Occidente, ma anche sulla
•80 • • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

sua intera economia. Il prezzo complessivo dell’avventura irache-


na non è ancora stato calcolato, ma seppure altissimo sia in
moneta, sia in perdite di vite umane e in sofferenze di ogni tipo,
certamente è ancora ridotto rispetto a quello che si rivelerà in un
prossimo futuro e che nessuno osa ancora calcolare.
Ma la violenza più spietata si sta abbattendo sulla popolazio-
ne. I morti non si contano e le famiglie che fuggono dall’inferno di
casa loro, spesso non hanno altra risorsa per vivere che i proventi
della prostituzione delle ragazze
«La sola cosa che ora si può fare - continua il diplomatico - è di
aiutare i profughi iracheni. Dal Paese, sono usciti circa quattro
milioni e la maggior parte ha trovato rifugio in Giordania, in Siria, in
Kurdistan. Hanno bisogno di tutto, mancano di tutto, ma quel che
è peggio è che quasi nessuno ne parla».
Il diplomatico non commenta questo silenzio colpevole, il suo
ruolo non glielo permette. Ma è evidente che l’indifferenza che cir-
conda il dramma dei profughi iracheni è uno dei tanti sistemi che
l’Occidente adotta per sfuggire al responsabilità che si aggravano
ogni giorno di più, perché ogni giorno masse di disperati cerano
rifugio alla morte e troppo spesso non riescono neppure a trovarlo.
Siria e Giordania, dopo avere accolto le prime masse di disere-
dati, ora esigono il visto d’ingresso. La provincia autonoma del
Kurdistan accoglie soltanto chi può pagare tremila dollari al mese
per l’affitto di uno scantinato.
I cristiani che non sono riusciti a fuggire, sono stati in gran par-
te uccisi. Gli intellettuali sono stati sterminati. Il buio avvolge l’Iraq.
Il tentativo degli americani di cercare una collaborazione con i
notabili locali - tentativo modesto in verità, dopo tutti i proclami sul-
l’avvento della democrazia - è fallito al suo sorgere. Il leader sanni-
ta Abdul Sattar Buzaigh al-Rishawi, uno dei capi più autorevoli del-
la provincia di Anbar, è stato assassinato con la sua scorta esatta-
mente dieci giorni dopo avere stretto la mano del presidente Bush.
Il messaggio è chiaro. Ogni tipo di collaborazione con le forze
occupanti, è punito con la morte.
Oggi, dopo quasi cinque anni dalla caduta di Bagdad, il Gover-
no iracheno non è in grado di governare il Paese, mentre gli ameri-
cani non sono in grado di trovare una via decorosa per uscirne.
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 81•

Niente di nuovo
sul fronte del Kosovo
di Kamila
Kowalska-
Angelelli IL PAESE È VITTIMA DEL DISACCORDO DEI GRANDI
Giornalista e ricerca-
trice universitaria

L
La vicenda del conflitto per il Kosovo, sin dal suo inizio nel marzo del 1999, ha consumato
verosimilmente più inchiostro che qualsiasi altro avvenimento nella
storia della geopolitica recente. Sulle diverse sfumature di questa
‘guerra in difesa dei diritti umani’, unica nel suo genere, sono stati
scritti numerosi articoli, saggi, reportage e libri.
Le vicissitudini dei profughi kosovari venivano seguite quotidiana-
mente in prima serata dall’audience del villaggio globale su tutti i più
importanti canali dei mass media mondiali. Non poteva, quindi, sem-
brare illegittima la domanda, postasi da molti interlocutori, de ‘il per-
ché’ di questo enorme interesse dei grandi poteri verso una provincia,
apparentemente come tante altre. La risposta, scontata già allora e
ripropostasi di recente, porta alla conclusione che il Kosovo non è
affatto un territorio qualsiasi. Al contrario, pur essendo di dimensioni
piuttosto insignificanti, sembra che oggi, ancora più che ieri, possa
scomporre perfino il gigantesco puzzle che, con tanta fatica, stanno
mettendo insieme i potenti del Vecchio Continente. Sembrerebbe sin-
golare includere Pristina nell’ottica del processo di allargamento del-
l’Unione Europea, eppure sarebbe del tutto ragionevole.
Di fatto, dal punto di vista di Bruxelles, di fronte ai mutamenti di
genere politico, economico e strategico che interessano da diversi
anni i paesi dell’ex-Jugoslavia, la questione kosovara può compro-
mettere l’attuale immagine della Penisola che si vuole orientare
uniformemente, e della sua spontanea volontà, verso l’Europa
comune. Per far sì che questo non accada, e che i Balcani, così diffi-
cilmente conquistati, non uscissero dall’orbita dell’Unione, la Comu-
nità ha già espressamente annunciato che Albania, Bosnia-Erzego-
•82 • • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

vina, Montenegro, Serbia e infine anche il Kosovo sono considerati


potenziali candidati all’ampliamento. Questa direzione della politica
è stata, inoltre, riconfermata dalla Slovenia, che sarà alla guida della
famiglia europea nel primo semestre del 2008. Come ha tenuto a
precisare il ministro degli Esteri sloveno, Dimitrij Rupel, «Ljubliana
ritiene prioritario aiutare i Paesi usciti dalla disintegrazione della
Jugoslavia ad avvicinarsi il più possibile all’UE».
La rilevanza strategica del Kosovo non è, tuttavia, soltanto una
questione del Vecchio Continente. Lo si è percepito nel corso del
1999 e tale impressione non può sfuggire nemmeno oggi. Lo dimo-
strano, inoltre, le divergenze di posizioni fra i membri della Trojka,
ovvero gli USA, l’UE e la Russia che in veste di mediatori sono stati
incaricati di trovare una via di uscita per un felice, ma soprattutto sta-
bile, futuro del Kosovo. Il problema è che i tre grandi in questione
non riescono a raggiungere nessun accordo ormai da anni.
Il fatto, del resto, non può sorprendere, dal momento che ognu-
no rimane estremamente fermo sulle proprie posizioni, senza la
minima volontà di cedere ad un compromesso accettabile. Pren-
dendo in considerazione anche i diretti interessati, e quindi gli alba-
nesi ed i serbi che vivono nella provincia kosovara, lo scenario sem-
bra ancora più grottesco. Fra le cinque parti vi sono almeno altret-
tante soluzioni da considerare, dove l’Albania assieme agli Stati Uni-
ti optano per una più o meno ampia indipendenza. La Serbia con il
supporto della vecchia alleata Russia non prende minimamente in
considerazione neanche l’idea della separazione, mente l’Unione
Europea, appesantita visibilmente dalla numerosità dei suoi mem-
bri, non riesce a pronunciarsi con una voce unica.

Come finirà questa partita di poker internazionale, è abbastanza difficile da prevedere. Così
come, forse, nessuno si aspettava, che la risoluzione n. 1244 del Con-
Amare previsioni siglio di Sicurezza dell’ONU, entrata in vigore nel giugno del 1999, per
introdurre in Kosovo il personale civile e forze di sicurezza «per un
periodo iniziale di 12 mesi» in realtà sarebbe rimasta valida per molto
di più. Una cosa è certa: indietro non si può sicuramente tornare. Il
problema principale è, però, che non c’è nemmeno il consenso inter-
nazionale per andare avanti e ciascuno dei mediatori e diretti interes-
sati ritiene di essere in pericolo se le altre proposte vengano accolte.
L’Unione Europea teme che la separazione del Kosovo costituisca un
precedente per i Paesi Baschi, la Russia lo teme per la Cecenia. La
Serbia infine paventa il pericolo dell’influenza americana e del patto
Nato nelle proprie vicinanze. Gli USA tengono a sottolineare, invece,
come l’indipendenza del Kosovo sia stata programmata già nel giu-
gno del 1999. Per ora, apparentemente, la decisione definitiva deve
arrivare durante una conferenza a New York a fine settembre del
2007, ma alla luce dei fatti del passato è davvero difficile crederci.
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 83•

L’europeismo
di Giuseppe
Caggiati prudente della
Repubblica Ceca
PAURE E TITUBANZE DOPO IL LUNGO INVERNO

S
Sono passati ormai quattro anni da quando, a metà luglio del 2003 la Repubblica Ceca
con un referendum approvava, con il 77% dei consensi, il suo
ingresso nella Unione Europea.
La conseguenza è stata l’adesione della Repubblica Ceca, il
primo maggio del 2004 alla UE. Questo è stato il primo passo di
un cammino che prevede alcune tappe fondamentali per l’integra-
zione di questo Paese con l’Europa tra cui va ricordato che fra il
dicembre e il marzo del 2008 la Cekia aderirà pienamente all’area
di Shengen, rimuovendo gli attuali confini doganali e di frontiera
tuttora esistenti. Infine il primo semestre del 2009 vedrà la presi-
denza della Repubblica Ceca nel Consiglio dell’Unione Europea.
La stessa data prevedeva l’ingresso di questo Paese nell’area del-
l’euro, ma per il momento l’abolizione della corona che era stata
decisa per il 2012, secondo le ultime dichiarazioni del primo mini-
stro Mirek Topolanek, è stata rinviata a data da stabilirsi.
La prudenza se non addirittura la reticenza con la quale il
governo ceco tratta il tema della moneta unica, fa da sfondo alle
preoccupazioni di un’economia che nonostante la sua crescita
piuttosto sostenuta non è ancora in grado di allinearsi ancora pie-
namente con l’Europa monetaria e ancor prima con quella econo-
mica. La crescita del pil nel 2007 si aggirerà intorno al 6%, ma in
controtendenza è il deficit sul pil che attualmente viaggia intorno al
4%, mentre per il 2010 l’obiettivo è di portarlo al 2,5%.
La preoccupazione che l’euro trascini l’economia ceca in una
spirale inflativa o che comunque accentui la sperequazione tra
costo della vita e potere d’acquisto dei salari risulta, fra gli argo-
•84 • • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

menti degli euroscettici, quello di maggior rilievo. Se il tasso di


inflazione per il 2006 si è posto intorno al 2,4%, mentre per l’anno
corrente è previsto intorno al 2,6%, per il 2008 la crescita dei prezzi
è prevista intorno al 3%. Il tasso di disoccupazione nel triennio
considerato passerebbe dall’8,13% al 7,1%. Se il salario medio si
aggira intorno alle 20.000 corone mensili, circa 700 euro, le pen-
sioni hanno una media di circa 300 euro al mese. In questo conte-
sto si può ben capire che, se anche le distanze rispetto agli anni
passati, in termini di reddito con il resto d’Europa si sono accorcia-
te, il cammino da intraprendere è ancora lungo.

L’euroscetticismo che ha caratterizzato le politiche Gran Bretagna con Olanda e Polonia e


Repubblica Ceca, trova buona parte delle sue spiegazioni nella
Avanti adagio, difficoltà di rispettare in tempi rapidi le regole economiche che l’U-
con scettiscimo nione impone. Si aggiunge anche un problema di rappresentati-
vità che la Polonia dei gemelli Kajinsky ha ben stigmatizzato con il
rifiuto di una Costituzione europea e la proposta di una rappresen-
tanza parlamentare europea che rispetti la ‘regola della radice
quadrata’ un paese cioè con 36 milioni di abitanti avrà sei europar-
lamentari, mentre uno con 81 milioni ne avrà nove. L’entusiasmo
iniziale che tanto aveva caratterizzato l’ingresso dei paesi dell’Est
in Europa, sembra, una volta assicurati i vantaggi economici di un
mercato unico, tradursi attualmente in un atteggiamento sostan-
zialmente tiepido. Si assiste ad un fenomeno di regionalizzazione
dei parlamenti europei che i nuovi stati aderenti promuovono inco-
raggiando come compromesso una sorta di duplicazione delle
istituzioni di governo, da un lato quelle nazionali, dall’altro quelle
soprannazionali che appartengono alla UE.
Le democrazie degli ex paesi comunisti sono, per alcuni
aspetti giovani e un po’ fragili, per altri sicuramente inesperte.
Spesso ondeggiano fra il populismo e una reinterpretazione del
neoliberismo.
Il caso della Cekia, è quello di un paese di recente costituzione
politica sia in senso lato che specifico. È nata infatti come Ceco-
slovacchia dalle ceneri dell’Impero Austro-ungarico, dopo la Prima
Guerra Mondiale con il congresso di Versailles, da democrazia ric-
ca e forte è stata distrutta prima dai tedeschi e poi dal comunismo.
Alla fine nel 1993 si è scissa dalla Slovacchia dando vita ad un
nuovo stato ancora, la Repubblica Ceca. Gli Anni Novanta caratte-
rizzati da sacrifici e da politiche economiche di stampo liberale
sono stati governati da Vaclav Klaus, in carica dal 2003 poi da
Zeman ?pidla, e attualmente dal premier Mirek Topolanek. Vaclav
Havel è stato il primo Presidente della Repubblica, mentre l’attuale
è Vaclav Klaus.
La situazione politica della Repubblica Ceca ha subito una
fase di paralisi in seguito alle ultime elezioni dello scorso anno che
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 85•

anno visto una sostanziale parità di risultati fra gli opposti schiera-
menti. È solamente dal gennaio di questo anno che, attraverso la
partecipazione di due deputati socialisti, si è sbloccata la situazio-
ne di stallo ed è stato eletto premier Topolanek. La sua elezione a
premier, ha dato un notevole contributo al miglioramento delle
relazioni della Cekia con gli Stati Uniti, fino alla accettazione del
progetto di scudo spaziale rispolverato da Washington.

L’atteggiamento conservatore e prudente nei confronti del processo di unificazione del-


l’Europa da parte della Cekia è dovuto probabilmente anche ad un
Un clima senso di insicurezza che in generale, assieme anche alla Polonia
di insicurezza questo Paese ha sviluppato nei confronti delle influenze soprana-
zionali a cui i paesi in passato sono stati sottoposti. Ciò è anche
indice della mancanza di esperienza nella conduzione di una poli-
tica estera autonoma o comunque pienamente nazionale. L’ac-
centuarsi dell’euroscetticismo a cui recentemente ha assistito la
Repubblica Ceca deve far riflettere comunque sull’assenza di un
rapporto più coinvolgente e diretto che in generale ancora manca
fra i paesi all’interno della UE. Per arrivare meglio a meccanismi di
maggioranza qualificata nei processi decisionali politici dell’Unio-
ne, occorre probabilmente, ancora prima della giusta approvazio-
ne di una costituzione, una maggiore partecipazione ed un mag-
giore dialogo fra i cittadini di tutti i paesi dell’Unione Europea.
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 87•

Il timido ritorno
di Paolo Barbi dell’Unione Europea

IL ‘VERTICE’ DELLA MERKEL


HA RISVEGLIATO L’EUROPA

C
Cruciale e decisivo si è rivelato il Consiglio europeo di Berlino del giugno scorso. Come si
é concluso? Si potrebbe dire che è andato meglio di quanto si
temeva, ma peggio - molto peggio - di quanto si sperava. Certo
non all’altezza di quanto era necessario dopo che un altro più
positivo ‘vertice’ a Laeken (sempre in Belgio) nel dicembre del
2001 aveva deciso di convocare non la solita Conferenza Intergo-
vernativa (CIG) ma un’eccezionale Assemblea, la Convenzione,
costituita non solo dai rappresentanti dei governi ma anche da
quelli del Parlamento Europeo (PE) e dei Parlamenti Nazionali,
oltre che della Commissione Europea (CE), col compito di elabo-
rare un ‘Progetto di Costituzione’; e soprattutto dopo che a Roma
nell’ottobre 2004 tutti i Capi di governo, adottando quel Progetto,
avevano firmato solennemente il «Trattato che istituisce una Costi-
tuzione europea»
Il compito del Vertice era peraltro difficilissimo, per non dire
sostanzialmente impossibile. A quella firma, infatti, non erano
seguite le necessarie ratifiche che, invece, erano state bloccate
dall’esito negativo dei referendum francese e olandese del maggio
2005. Era iniziata allora la più grande crisi dell’Unione, che rischia-
va di minare tutta la costruzione unitaria europea e che si cercò di
fronteggiare concordando una ‘pausa di riflessione’ per far matu-
rare una soluzione di rilancio del progetto unitario. Ma, nonostante
gli apporti culturali del milieu europeista e le pressioni politiche dei
maggiori leader, non ne maturò alcuna costruttiva e percorribile. E
non lo si poteva fare, perché si trattava di conciliare due posizioni
inconciliabili: da una parte l’esplicita volontà di non rinunciare alla
•88 • • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

Costituzione (peraltro già ratificata da Italia, Germania, Spagna,


Belgio, Lussemburgo ed alcuni dei nuovi stati ammessi) e dall’al-
tra la altrettanto ferma ed esplicita volontà di quelli che non l’ave-
vano ratificata (Francia e Olanda) o che - pur avendola firmata -
non intendevano neppure avviare il procedimento di ratifica (l’In-
ghilterra di Blair, cui si aggiunse la Polonia dei gemelli Kajinsky).
Fu, dunque, ben presto evidente che si sarebbe dovuto ripie-
gare temporaneamente - ma certamente per un lungo periodo - su
un ‘nuovo trattato’ che riuscisse a salvare almeno quelle riforme
istituzionali che erano state codificate nel Progetto di Costituzione
e che si ritenevano assolutamente indispensabili per la gestione
democratica ed efficace di un’UE che da 15 era passata a 25
membri.

A complicare il dibattito nella ‘pausa di riflessione’ e a rallentarne le conclusioni (fino a far-


lo durare due anni!) si aggiungevano le elezioni polacche che, nel
Le riflessioni 2006, avevano portato al potere gli antieuropeisti di Kajinsky, e
di Sarkozy sulla quelle francesi che si sarebbero svolte solo nella primavera 2007.
‘nuova Europa’ Sarkozy, quand’era ancora Ministro degli Interni e solo l’aspi-
rante alla candidatura presidenziale, l’otto settembre parlando a
Bruxelles in un convegno organizzato dalla Fondazione Schuman
aveva esposto la sua ‘riflessione sull’Europa’, frutto di un’ap-
profondita ponderazione con la collaborazione di due autentici ed
esperti europeisti: Michel Barnier (ex commissario europeo) e
Allain Lamassoure (parlamentare europeo), ambedue attivi mem-
bri del PPE. Già in quella occasione Sarkozy sintetizzò in alcuni
‘punti importanti’ quello che doveva essere la «nuova visione fran-
cese dell’Europa del futuro». A cominciare dalla constatazione che
la Costituzione non entrerà mai in vigore: «è duro dirlo, è ingiusto
per quelli che l’hanno ratificata, ma è la realtà». Eppure – ricono-
sceva – «l’Europa ha bisogno di una legge fondamentale perché
deve avere una dimensione politica: lo stato del mondo ha reso
l’Europa necessaria». Ma così com’è essa non è in grado di adem-
piere alla sua missione. Non basta il mercato comune, c’è bisogno
dell’Europa politica, dell’Europa-potenza, dell’Europa saldamente
integrata.
Se questo programma non può essere realizzato con una
Costituzione, nell’integrazione si dovrà concordare rapidamente la
proposta di un ‘micro-trattato’ che adotti le innovazioni istituzionali
fondamentali del Progetto bloccato e approvi le decisioni del Con-
siglio con la ‘doppia maggioranza’ (degli Stati e delle popolazioni),
l’istituzione di un ministro degli esteri europeo, la presidenza stabi-
le ed efficiente (non semestrale, ma di due anni e mezzo), l’elezio-
ne del Presidente della CE da parte del PE, il controllo della sussi-
diarietà, la semplificazione della procedura per le ‘cooperazioni
rafforzate’. Mini-trattato da elaborare e negoziare subito, durante la
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 89•

presidenza tedesca (prima metà del 2007) e ratificare entro il 2008


sotto la presidenza francese.
Il secondo punto indica la riforma della CE secondo la vecchia
proposta degli europeisti francesi: invece dell’attuale sistema di
designazione di un commissario da parte di ciascuno Stato - che
lo rende pletorico e non ne garantisce né l’efficienza né la legitti-
mità democratica – si dovrà affidare al Presidente della CE la
responsabilità di decidere sulla sua composizione non in relazione
agli Stati, ma in funzione delle esigenze operative e dei rapporti
delle forze politiche. Naturalmente sarà necessaria l’approvazione
del PE e del Consiglio.
Si dovrà poi eliminare il sistema paralizzante delle decisioni del
Consiglio all’unanimità, generalizzando le decisioni a maggioran-
za qualificata e l’opting out di chi non volesse accettarle, come è
già avvenuto, per esempio, per l’Euro.
Si dovrà, inoltre, definire i confini dell’Europa, stabilendo quali
paesi sono europei e quali no, ma prevedendo per i ‘vicini non
europei’ (asiatici - quindi anche la Turchia - e mediterranei) forme
di ‘partnership privilegiate’ con possibilità di partecipazione a talu-
ne politiche comunitarie.
Ma Sarkozy preannunziava anche la volontà della Francia di
modernizzare il finanziamento dell’UE superando il sistema dei
‘contributi nazionali’ con quello delle ‘risorse proprie’. Si poponeva
inoltre di modernizzare la vita politica in Europa, proponendo che
le liste nazionali dello stesso colore politico possano affiliarsi fra di
loro, presentando un comune programma per le elezioni europee
e un unico candidato alla presidenza della CE.

Queste ‘riflessioni sull’Europa’ di Sarkozy suscitarono molto interesse perché, pur seppel-
lendo definitivamente la Costituzione, lasciavano intravedere l’in-
I progetti tenzione di rilanciare l’integrazione europea adottando alcune del-
e l’impagno le riforme istituzionali essenziali in essa contenute. Ed effettiva-
della Merkel mente furono, nel complesso, quelle le posizioni su cui si dovette-
ro ridurre ed attestare il dibattito dei mesi successivi e le decisioni
del Vertice di giugno.
Infatti la presidenza tedesca non poté andare oltre, nonostante
le forti e ambiziose proclamazione della Markel, nonostante la sua
attivissima opera di tessitura iniziata con il suo insediamento ai pri-
mi di gennaio 2007 e nonostante le insistenti sollecitazioni dei
maggiori leader europei: da Napolitano e Prodi, a Zapatero, a
Verhofstat, a Junker, a Karamanlis oltre che dai leader di alcuni dei
piccoli Stati recentemente aggregati (Slovenia, Ungheria, Marta,
Cipro). Sia attraverso l’annuncio (già a dicembre 2006) del suo
Ministro degli esteri Steinmeier, sia nei suoi primi interventi alla CE
e al PE (all’inizio di gennaio 2007) la Markel aveva dichiarato espli-
citamente che «la Presidenza tedesca poneva la Costituzione al
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centro del suo programma» tenendo conto anzitutto del fatto che
diciotto Stati (su ventisette) la avevano già ratificata, ma anche del-
l’impossibilità di ottenere la ratifica degli altri nove, ed in particola-
re di quelli che l’avevano bocciata con un referendum. Di conse-
guenza, «il processo costituzionale poteva esser rilanciato solo
adottando nel più breve tempo possibile le riforme istituzionali
necessarie per governare un’Unione allargata a 27».
Perciò la Merkel - accogliendo già l’indicazione di Sarkozy -
intendeva chiedere che si concordasse di varare tali riforme con
un Trattato da definire entro il 2007 e ratificare nel 2008, prima del-
le elezioni europee del 2009. La presidenza tedesca riuscì ad otte-
nere questa calendarizzazione impegnativa nel Vertice (Punto 11
delle Conclusioni). Ma, se è prevedibile che sarà rispettata nella
sua prima fase, resta molto incerto che si riesca a far rispettare
anche il tempo delle ratifiche (e se saranno attuate tutte... La spa-
da di Damocle dell’unanimità incombe sempre!).
Dunque fin dall’inizio dei negoziati - pur non rinunciando al
‘processo costituzionale’ perché «più che in passato l’Europa ha
bisogno di una legge fondamentale che la costituisca in una Unio-
ne politica stabile ed irreversibile e la mette in condizione di parla-
re con una voce sola, in modo che gli Stati membri possono agire
tutti insieme» - si dovette constatare realisticamente che, per ora,
di Costituzione non si poteva neppur parlare. Si affermò peraltro
che non ci si doveva accontentare solo di un ‘mini-trattato’, ma
che si doveva mirare ad un ‘Nuovo Trattato’ che contenesse una
‘mini-costituzione’ costituita dalle più importanti innovazioni istitu-
zionali. Su questo piano che si svolse l’abile e tenace opera di
honest broker (come aveva preannunziato Steinmeier) cioè di
mediatore capace di far convergere in un compromesso accettabi-
le posizioni contrastanti e spesso tenacemente irrigidite.

Si riuscì in questo modo a far accettare il mandato ad una CIG - da convocare subito, entro
luglio - di definire il testo di un ‘Trattato di riforma’ che, accogliendo
Mandato alla CIG le proposte della Convenzione Giscard, unificasse i Trattati che
per un Trattato avevano istituito la CEE (Roma ‘57) e l‘UE (Maastricht ’91 e Amster-
di riforma dam ’97) e ne fondando i ‘tre pilastri’, come chiedeva insistente-
mente il PE. Ma nel mandato tale fusione è delineata in forma ambi-
gua, evidente effetto del difficile compromesso perché intende
superare e unire i precedenti Trattati, ma cancella il termine «comu-
nità» che caratterizzava quello della CEE e lo ribattezza col nome di
«Trattato sul funzionamento dell’Unione» (alla quale, peraltro, viene
attribuita la personalità giuridica): chiara espressione della volontà
degli antieuropeisti di rimuovere ogni possibile interpretazione
‘comunitaria’, sovrastatale, e di ridurre, invece, l‘Unione a sistema
di intese intergovernative (Punto 2 delle ‘Progetto di mandato alla
CIG’ – Allegato I - delle Conclusioni del Vertice).
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 91•

Intenzione anticomunitaria ribadita ed esplicitata anche nel


Punto 3 in cui si precisa che il Trattato «non avrà carattere costitu-
zionale - e che pertanto - la terminologia utilizzata in tutto il testo
dovrà cancellare il termine ‘costituzione’, non parlare mai di ‘leggi’
e ‘leggi quadro’ - come era stato, invece, proposto dalla Conven-
zione - ma ancora soltanto di ‘regolamenti’ e ‘direttive’; e che il
Ministro degli Esteri sarà semplicemente l’‘Alto Rappresentante
dell’Unione per gli affari esterni».
Si teme, evidentemente, che l’UE diventi il ‘Superstato’ delle
caricature polemiche antieuropeiste.
Se a questo si aggiunge che nello stesso Punto 3 si decide
che nel nuovo testo non si dovrà fare «alcun riferimento ai simboli
dell’UE quali la bandiera, l’inno o il motto», si deve constatare che,
per poter salvare le innovazioni istituzionali necessarie alla gestio-
ne dell’Unione allargata, è stato necessario oscurare lo spirito
comunitario, federalista, che era stato abbastanza bene impresso
nel Progetto della Convenzione.

Ma anche nel settore in cui soprattutto si verifica se un’Unione é veramente politica, quello
della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) - nel quale,
I limiti oltretutto, l’opinione pubblica di tutti i Paesi membri (compresi
e la debolezza inglesi e scandinavia, secondo i rilievi dell’Eurobarometro) si
della PESC attende un’azione unitaria dell’Europa - le pur significative innova-
zioni dell’‘Alto Rappresentante’ e del ‘Servizio per l’azione esterna’
sono gravemente inficiate dalle forti limitazioni dettagliatamente
fissate dal Punto 8 del Mandato. Infatti la assoluta sovranità dei
singoli stati viene pesantemente ribadita con la precisazione che
«le disposizioni riguardanti la PESC non incidono sulla base giuri-
dica, sulla responsabilità e sui poteri esistenti in ciascuno Stato
membro per quanto riguarda la formulazione e la conduzione del-
la sua politica estera, il suo servizio diplomatico, le relazioni con i
paesi terzi e le partecipazione alle organizzazioni internazionali,
compresa l’appartenenza al Consiglio di sicurezza dell’ONU». Si
ribadisce inoltre che «le disposizioni relative alla PESD (Politica
Estera e di Sicurezza Europea) non conferiscono nuovi poteri alla
CE di proporre decisioni - come, invece, la Costituzione mirava a
fare con l’inserimento del Ministro degli Esteri nella CE quale suo
Vicepresidente e con un forte, autonomo ‘servizio per l’azione
esterna’ – né accrescono il ruolo del PE.
Nel Punto 8 si ripete solennemente ciò che era stato deciso
già a Maastricht: «La competenza dell’Unione in materia di PESD
riguarda tutti i settori della politica estera e tutte le questioni relati-
ve alla sicurezza dell’Unione, compresa la definizione progressiva
di una politica di difesa comune, che può condurre ad una difesa
comune» - la PESC, ben lungi dal diventare una autentica «politica
comune», rimane al livello di ricerca di ‘intese fra i governi’ ed è
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soggetta a procedure specifiche: e cioè essa «è definita e attuata


dal Consiglio Europeo e dal Consiglio dei Ministri degli Esteri, deli-
berando all’unanimità. È esclusa l’adozione di atti legislativi e la
Corte di Giustizia non ha competenze alcune in questo settore»

Come e quando si potrà avere una vera politica estera comune con questi strumenti e con
queste procedure?
Ci sarà una vera Forse uno stimolo potrà venire dal significativo progresso che
Europa? è stato compiuto nel delicatissimo settore della difesa, nel quale
peraltro la gelosia delle sovranità nazionali è fortissima. Infatti è
stata confermata la creazione delle cosiddette ‘cooperazioni strut-
turate permanenti’, come erano state stipulate - su indicazione del-
la Convenzione - nella CIG di Napoli nel novembre 2003. Tali «coo-
perazioni strutturate» hanno una portata politica anche maggiore
di quella delle altre «cooperazioni rafforzate», perché forniscono la
base giuridica per la formazione di strutture militari comuni e per-
manenti e quindi per una strettissima collaborazione militare,
aprendo la via per una «area europea della difesa», ovviamente
destinata ad avere un grande peso nella PESC.
Un altro passo significativo è stato compiuto con l’accettazio-
ne dell’inserimento nel sistema comunitario del Primo Pilastro di
Maastricht della politica per la Giustizia e gli Affari Interni (la GAI,
che finora costituiva il Terzo Pilastro, intergovernativo). Cosa
importante perché riguarda una politica che - insieme a quella del-
la difesa - è diventata indispensabile per fronteggiare unitariamen-
te e con efficacia la grande sfida di questi ultimi tempi: il terrorismo
interno e internazionale (oltre che l’espansione internazionale del-
la criminalità organizzata).
Ma questo passo è interessante anche dal punto di vista istitu-
zionale perché si prevede esplicitamente – art. 2, com. d delle
Modifiche al Trattato CEE - che «almeno un terzo degli Stati mem-
bri possa instaurare una cooperazione rafforzata sulla base di un
progetto di Regolamento che la CE e il Consiglio non riescano ad
adottare con la normale procedura».
L’inserimento integrale nel nuovo Trattato delle disposizioni
sulle «cooperazioni rafforzate» stipulate nell’art. I-44 del Progetto
di Costituzione, con la precisazione che «il numero minimo di Stati
membri per avviarle sarà pari a 9 - Punto 14 delle Modifiche al Trat-
tato dell’Unione -», apre un piccolo ma utile spiraglio istituzionale
alla speranza di progresso verso la piena integrazione politica del-
l’UE. Rende infatti realizzabile quella Europa a due velocità - che
ormai sembra inevitabile - all’interno delle regole generali dell’U-
nione e senza provocare lo smembramento del sistema definito
dai Trattati.
Quello che è stato già fatto negli anni scorsi con l’espediente
dell’opting out (che ha permesso la creazione dell’Euro affidata ad
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 93•

un’organismo tipicamente federale quale la BCE), o col Protocollo


sociale da cui si tenne fuori la conservatrice Thatcher, per poi
accettare il laburista Blair, o con l’Area Schengen che ha istituzio-
nalizzato e allargato gli accordi fra alcuni Stati, ora si potrà fare
non più con espedienti occasionali ma con procedure esplicita-
mente previste e definite dal Trattato.
L’Europa a due velocità nell’ambito del sistema politico-istitu-
zionale codificato dal nuovo Trattato sarà, verosimilmente, la via
pratica per realizzare il ‘sogno’ dell’integrazione politica europea
nei prossimi decenni. E non sarà altro che il riconoscimento for-
male di due modi inconciliabili di concepire la nuova Europa: l’in-
tegrazione comunitaria (con sovranità compartecipate) o la coo-
perazione governativa (fra sovranità statali assolute). Con le «coo-
perazioni rafforzate», le politiche comuni e gli opting out, si cer-
cherà di rendere possibile la loro convivenza. Ma le difficoltà
saranno tante - Blair ha voluto porre un vincolo giuridico alla Carta
dei Valori firmata da lui stesso già nel 2007 - da accentuare le ‘due
velocità’, nonostante le incognite di vario tipo, specialmente nelle
relazioni esterne.

Le decisioni del Vertice di giugno, dunque, non hanno certamente rimosso il pericolo di
ridurre l’UE al ‘libero mercato’ voluto dagli inglesi, né la minaccia
Bloccato il letale al progetto politico comunitario, federalistico, concepito e
‘grande passo’ si avviato dai padri fondatori 50 anni fa. Ma ne ha preservato e alme-
torna ai ‘piccoli no parzialmente migliorato le strutture istituzionali che sono state
passi’ lentamente – con tanti ‘piccoli passi’ - ma coerentemente costruite
in mezzo secolo. Dopo la lunga crisi del 2005-2006 si può dire che
nel 2007 la illuminata e realistica Presidenza Merkel ha riaperto la
strada verso l’integrazione europea con la tempestiva convocazio-
ne di una CIG, la quale non dovrebbe incontrare molte difficoltà
nella stesura formale del testo di un Trattato ‘rettificativo’ già detta-
gliatamente formulato nel mandato che le viene affidata. Testo che
non sarà certamente semplificato, ma ancor più complicato e di
difficile lettura di quanto non lo fosse il tanto vituperato testo della
Costituzione del 2004.
Quindi della protagonista del Vertice di giugno non si può dire
che sia riuscita a ‘rilanciare la Costituzione’ - come i 18 Stati delle
ratifiche avevano chiesto (anche con una riunione straordinaria a
Madrid) e come lei stessa nelle prime dichiarazioni si era proposto
- né a vincere le tenacissime resistenze degli inglesi. Ma si deve
riconoscerle il merito di avere fatto uscire l’UE dalla pericolosa crisi
determinata dal fallimento del ‘grande passo’ della Costituzione e
di avere riavviato il processo di integrazione con l’ormai obbligato
metodo dei ‘piccoli passi’.
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 95•

Ucraina,
di Maurizio
Caggiati terra di frontiera

DESIDERIO D’EUROPA, DIPENDENZA


ENERGETICA DALA RUSSIA

U
Ucraina significa terra di frontiera. Nel tardo Medioevo gran parte del suo territorio formò il pri-
mo importante Stato slavo-orientale, precursore della Russia. Era,
dunque, una terra tutt’altro che periferica. Poi decadde, a causa di
vicini più forti che la invasero: lituani, polacchi, poi russi. Divenne così
un territorio periferico, le cui vaste distese della steppa separavano
gli stati europei che si andavano organizzando dalle orde turco-tarta-
re. È allora che inizia il suo ruolo di frontiera contesa.
L’identità nazionale è stata messa a dura prova già in passato
dalla presenza di forze disgreganti al proprio interno. Se ne osserva-
no tuttora le conseguenze.
L’Ucraina è un Paese etnicamente eterogeneo, come del resto
sono quasi tutti i Paesi nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. I
russi sono assai numerosi e molti di più i ‘russofoni’.
Spinte autonomistiche non mancano: in alcune frange periferi-
che occidentali, come la Transcarpazia o nella regione orientale del
Donbass, il bacino del fiume Donec, la regione più industrializzata
del Paese. Ragioni di contiguità geografica si sono abbinate ad un
poderoso processo di industrializzazione durante il passato regime
sovietico, con conseguenti flussi migratori di popolazioni russe. In
quest’area prevale l’idea russocentrica dell’inesistenza della nazione
ucraina che è sempre stata considerata una parte della Russia, anzi
la chiamavano la ‘Piccola Russia’.
Non va sottovalutata la presenza tartara nella penisola di Crimea,
ora Repubblica Autonoma, regione regalata all’Ucraina da Krushev.
L’identità nazionale ucraina è percepita in modo integrale in Gali-
zia, regione occidentale con capitale Leopoli, area a lungo contesa
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con il regno di Polonia e l’impero austro-ungarico. Qui il movimento


antirusso è stato sempre più incisivo che nelle altre parti del Paese.
Articolata anche la presenza di confessioni religiose diverse,
spesso in conflitto, come le tre Chiese ortodosse: una dipendente
dal Patriarcato di Kiev, una seconda dal Patriarcato di Mosca, la terza
autocefala. Anche la presenza minoritaria ma radicata degli Uniati,
cattolici di rito orientale, è un fattore che ostacola ulteriormente l’inte-
grazione. Una divisione diventata esplicita in modo evidente in occa-
sione delle elezioni presidenziali del 2004, quando il Paese si è lette-
ralmente spaccato in due a sostegno dei due candidati: il filo-occi-
dentale Yushenko ed il filo-russo Yanukovich.
Se l’Ucraina è stata ed è tuttora una terra di frontiera, essa è
anche la terra dove si è formata la singolare comunità dei cosacchi:
contadini e soldati al tempo stesso, uomini di frontiera un po’ simili ai
pionieri nordamericani. I cosacchi hanno svolto un ruolo considere-
vole nella formazione della nazione ucraina, difendendo con determi-
nazione le libertà e le autonomie locali.
Con i suoi 600.000 chilometri quadrati di superficie, l’Ucraina è la
terza repubblica più estesa tra tutte quelle nate dalla dissoluzione
dell’Unione Sovietica, il più vasto degli stati europei, ad esclusione
della Federazione Russa. Con oltre 50 milioni di abitanti si attesta in
quinta posizione per ampiezza demografica fra gli stati europei,
escludendo la Russia. La sua sconfinata pianura, ricca delle fertili
‘terre nere’, ne ha fatto per lungo tempo il ‘granaio d’Europa’. Cereali,
patate, barbabietola da zucchero, allevamenti zootecnici consentono
di esportare prodotti agricoli e trasformati. Il sottosuolo fornisce car-
bone, manganese ed uranio. La presenza di un’industria siderurgica
ancora poderosa - anche se con impianti obsoleti - le conferisce un
posto di rilievo fra gli Stati dell’Est Europa. Strategica risulta la sua
posizione geografica, stretta tra il vecchio continente e la regione
orientale europea, visto che l’Ucraina ha uno sbocco sul Mar Nero a
Sud e confina con la Russia a Est, la Bielorussia a Nord e con Polo-
nia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Moldova ad Ovest.
Lo Stato, nato dalla frammentazione dell’Urss, potrebbe avere le
carte in regola per crescere e diventare, in un futuro vicino, uno degli
Stati più interessanti a livello commerciale e produttivo. Potenzial-
mente l’Ucraina potrebbe svolgere un ruolo centrale nello sviluppo
dei corridoi transeuropei. In particolare il Corridoio V, quello che
darebbe al Nord-Est italiano uno sbocco privilegiato verso Oriente.

L’Ucraina potrebbe diventare uno dei Paesi della nuova Europa a più intenso sviluppo. Nel
2005 e 2006 il Prodotto Interno Lordo è cresciuto rispettivamente del
Una grande 12% e del 7%, mentre il reddito pro-capite è aumentato nel 2006 del
potenzialità 28% ed i consumi delle famiglie del 32%. La crescita dell’export di
beni e servizi, unita ad un continuo flusso di rimesse di valuta da par-
te delle comunità ucraine affermatisi all’estero, hanno consentito di
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 97•

registrare dei surplus nel saldo delle partite correnti in questi ultimi
anni. Pur partendo da livelli bassi, risulta in continuo incremento il
flusso degli investimenti diretti dall’estero. Notevole il consolidamen-
to delle riserve conseguito dalla Banca Centrale. Il processo di priva-
tizzazione si è accelerato solo a partire dalla fine degli Anni Novanta
dello scorso secolo. I settori a più forte sviluppo sono: commercio,
trasporti, edilizia.
L’Italia rappresenta un partner privilegiato per questo Paese.
Figura infatti al quarto posto come cliente ed al quinto come fornito-
re. Prospettive interessanti per gli investimenti diretti delle aziende
riguardano l’industria del legname, la meccanica leggera, il turismo,
le Public Utilities ed i progetti infrastrutturali. Essendo un grande pro-
duttore di derrate agricole il Paese necessita di macchinari per la
movimentazione terra, macchine per l’imballaggio e tutte le apparec-
chiature legate alla cosiddetta catena del freddo: da quelle aziendali
alla trasportistica frigorifera.
Tra i problemi posti dall’eredità sovietica c’è anche quello, di
grande rilevanza strategica, di un apparato militare costituito da armi
nucleari e dalla consistente Flotta del Mar Nero. Una presenza a volte
ingombrante, ma che non può essere certo ignorata.
Al momento dell’indipendenza (agosto 1991) non poche speran-
ze si erano create nel Paese circa il ruolo strategico – sia da un punto
di vista politico che economico - che l’Ucraina avrebbe potuto assu-
mere: considerando la base territoriale, il peso demografico, le risor-
se produttive, l’apparato militare, la posizione geopolitica tra Est ed
Ovest in Europa.
La disillusione è stata totale.
In breve tempo è emersa nettamente la contraddizione di un’e-
conomia imperniata su di un’industria pesante, forte consumatrice di
energia, in un Paese povero di gas e di petrolio. Va sottolineato, inol-
tre, che la produzione di energia elettrica dipende da centrali nucleari
fortemente obsolete. Chernobyl insegna.
La dipendenza dalla Federazione Russa per gli approvvigiona-
menti energetici (petrolio, gas naturale, uranio arricchito) ha minato
la stessa sovranità della neonata Ucraina: nei primi dieci anni ha
accumulato un ingente debito estero con Mosca.
La dissoluzione dell’URSS ha causato, inoltre, il crollo del più
importante mercato di sbocco dell’industria nazionale, obsoleta e
legata a comparti pesanti come la siderurgia.
In un quadro di totale disorganizzazione dei circuiti produttivi e
di rifornimento, la transizione al mercato ha comportato deboli pas-
si avanti. L’iniziativa privata si è affermata principalmente nel com-
mercio al dettaglio e nell’artigianato. Nel credito e nel commercio
estero hanno continuato ad operare le vecchie oligarchie statali
che frappongono forti ostacoli alla libera concorrenza degli opera-
tori stranieri.
•98 • • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

La B.E.R.S. (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) è


l’istituto di credito multilaterale creato all’indomani del crollo del Muro
di Berlino per pilotare le economie ex-comuniste verso l’ampia area
del mercato concorrenziale dell’Unione Europea: risulta il più impor-
tante investitore estero in Ucraina.
Sta collaborando con il Governo di Kiev per creare opportunità
d’investimento nel Paese, favorendo l’apertura dell’economia e cer-
cando di contrastare la corruzione.
L’Ucraina ambisce a inserirsi nell’Unione Europea. Questa politica
d’avvicinamento deve superare i forti ritardi strutturali e la diffidenza
del grande vicino, la Federazione Russa. Non va sottovalutato il ruolo
cruciale che Kiev può giocare nelle infrastrutture e nei trasporti (ferro-
gomma e gasdotti), come anello di passaggio fra il potente vicino e
l’area sviluppata comunitaria. Mosca guarda con una certa preoccu-
pazione agli eventi che si susseguono in Ucraina: spinge affinché sia
garantita la sicurezza del transito del gas naturale che dalla Russia e
dalle Repubbliche dell’Asia Centrale viene esportato nei Paesi dell’Eu-
ropa comunitaria attraverso il complesso sistema dei gasdotti ucraini.
Non va dimenticato un fatto: fino ad oggi l’80% del gas inviato ai paesi
europei dalla Russia passa attraverso il canale ucraino. Il bilancio dei
primi quindici anni d’indipendenza appare piuttosto deludente. L’U-
craina non ha conseguito l’obiettivo di ridurre la propria dipendenza
energetica da Mosca. Inoltre, si è acuito lo squilibrio economico strut-
turale tra l’area orientale del Paese - con popolazione in maggioranza
russofona, in cui si concentrano le produzioni dell’industria pesante
ed in cui il 20% della popolazione ucraina produce il 65% del Pil - ed il
resto del Paese, nettamente più arretrato.

La ‘guerra del gas’ scoppiata nell’inverno 2005-06 tra Russia e Ucraina ha portato alla ribalta
la duplice dipendenza che lega i due maggiori Paesi slavi: quella
La geopolitica energetica dell’Ucraina e quella geografica della Federazione Russa,
del gas la quale, a causa dei vincoli degli orizzonti marittimi, è obbligata a far
transitare in territorio ucraino i gasdotti provenienti dai giacimenti
degli Urali e della Siberia Occidentale e diretti verso i consumatori
dell’Unione Europea. Da una parte l’Ucraina, fortissimo consumatore
(batte la Germania) di energia a basso prezzo, dall’altra la Russia,
principale produttore mondiale di una risorsa energetica chiave. Un
braccio di ferro che è durato parecchie settimane. Di fronte alla
richiesta di forte rialzo del prezzo (dagli iniziali 50 dollari per 1.000
metri cubi si è passati alla pesante tariffa di 230 dollari, la stessa prati-
cata nei confronti dei clienti europei) avanzata da Gazprom, minac-
ciando un taglio delle forniture, Kiev si è rivalsa, prelevando 1 milione
di metri cubi al giorno delle forniture dirette verso i Paesi dell’Unione
Europea, che dipendono per il 24% dal gas russo, quasi interamente
instradato verso Ovest attraverso le pipe-lines ucraine. Sono seguiti
momenti di tensione che hanno messo in allarme i clienti europei:
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • • 99•

Polonia, Ungheria, Cekia, Germania, Austria, Italia. Questi Paesi si


sono trovati di fronte ad un ricatto energetico in uno degli inverni più
rigidi degli ultimi 20 anni, con scorte strategiche di gas in grado di
coprire il fabbisogno interno di sole poche settimane, nonostante i
Paesi dell’Unione Europea godano di fonti di approvvigionamento
diversificate: Algeria, Libia, Olanda, Norvegia e Regno Unito. L’accor-
do è stato poi trovato (gennaio 2006) sulla base di un contratto quin-
quennale con prezzi diversificati, in base alla provenienza della fonte
energetica: 230 dollari per 1.000 metri cubi per il gas russo e di 95
dollari per quello proveniente dal Turkmenistan e Kirghizistan.

La ‘guerra del gas’ fra Russia e Ucraina ha comunque reso evidente la strategia differenziata
con cui Mosca intende usare l’arma energetica in quella che fu l’area
La strategia d’influenza sovietica. Nel rinnovo dei contratti di fornitura sono stati
diversificata stabiliti livelli diversi di prezzo: la Bielorussia è passata dai 47 dollari
della Russa per l’acquisto di 1.000 metri cubi di gas agli attuali 190; la Polonia da
120 a 190; i Paesi Baltici da 80 a 120; la Moldavia da 80 a 160, tranne
la Transdnestria che rimarrà ancorata ai 60 dollari; le tre Repubbliche
caucasiche – Georgia, Armenia, Azerbaigian - da 60 a 110. La filo-
occidentale Turchia continuerà a pagare 100 dollari il gas trasportato
lungo il gasdotto sottomarino Bleu Stream, che attraversa il Mar Nero.
Dopo il voto, nel marzo del 2006, si è assistito ad una lunga para-
lisi politica con quattro mesi senza formazione di governo.
Se dalle urne fosse uscito un risultato netto, la parte sconfitta
avrebbe con ogni probabilità accettato il nuovo assetto parlamenta-
re. L’affermazione del Partito delle Regioni del filo-russo Yanukovich
come prima forza, seguito dai tre partiti del raggruppamento arancio-
ne (Nostra Ucraina di Yuschenko, Blocco di Julia Timoshenko ed i
socialisti di Alexander Moroz) ha tracciato, invece, un quadro di
sostanziale paralisi. È cresciuto il rischio che la spaccatura parlamen-
tare trovi riflesso su quella territoriale, riproponendo la divisione fra
ucraini occidentali europeisti e orientali russofili.
Il Paese è attraversato da una profonda frattura che disegna l’a-
rea d’influenza della Russia nella parte Est del Paese, mentre le
regioni ad Ovest aspirano ad una rapida adesione all’Unione Euro-
pea. Un Paese gestito a mezzo servizio non offre garanzie di poter
fronteggiare la minacciata crisi energetica invernale. Il Presidente
Romano Prodi ha avvertito ripetutamente che i depositi di gas ucraini
sono per metà vuoti e ciò rappresenta una minaccia per le forniture
dei Paesi europei comunitari, tra cui l’Italia. Kiev getta acqua sul fuo-
co indicando di aver raggiunto una nuova intesa con la Russia sul
patto del gas. Senza però rivelare che la variabile non ancora definita
è il Turkmenistan, che vuole alzare il grezzo del gas venduto alla Rus-
sia e che questa invia all’Ucraina: E se Gazprom pagherà di più,
girerà l’aumento su Kiev. La crisi energetica è tutt’altro che risolta.
Nessun rappresentante politico è in grado di sottoscrivere a Kiev
•100 • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

impegni a lungo termine nel braccio di ferro energetico che si trasci-


na da tempo con Mosca.

Il Presidente della Repubblica Viktor Yuschenko, dopo aver constatato per ben cinque mesi
l’impossibilità di metter d’accordo i leader dei partiti della coalizione
Filorussi arancione, è stato costretto a scegliere come primo ministro il grande
al governo a Kiev rivale Yanukovich. Un esecutivo a pieno titolo, che offre migliori lega-
mi con Mosca, fortemente intenzionato a garantire la sicurezza ener-
getica europea e che dovrebbe scongiurare un’altra crisi del gas.
Il compromesso è diventato possibile dopo che il premier incari-
cato Yanukovich ha accettato di firmare una dichiarazione favorevole
alla politica d’integrazione dell’Ucraina in Europa, alle riforme struttu-
rali di mercato, all’ingresso immediato nell’organizzazione mondiale
del commercio, ad una cooperazione più intensa con la NATO. D’al-
tra parte i legami molto stretti tra il premier Yanukovich, il Cremlino e
la comunità degli affari russa dovrebbero escludere una nuova crisi
del gas. Pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo governo a Kiev,
Gazprom assicurava il pieno rispetto delle intese sui rifornimenti di
gas all’Ucraina. Questo avveniva nell’ambito dei colloqui fra il neo-
premier Yanukovich ed il Capo del Governo russo Mikhail Fradkov.
Riesplode la crisi in Ucraina nell’aprile di quest’anno. Dopo mesi
di braccio di ferro con il Governo del premier filo-russo Viktor Yanuko-
vich, il Presidente della Repubblica Viktor Yuschenko firma un decre-
to per lo scioglimento della Rada, il Parlamento ucraino e per la con-
vocazione di nuove elezioni legislative fissate per la fine di maggio.
L’offensiva del premier negli ultimi mesi era stata quella di conso-
lidare sempre più la maggioranza parlamentare, strumentalizzando i
dissidi sorti all’interno della coalizione arancione e raggiungere una
quota di consensi parlamentari così ampia da poter così bypassare
gli eventuali veti del Presidente e procedere verso alcuni cambia-
menti fondamentali della Costituzione ucraina che riducessero i
poteri presidenziali. Le ultime settimane di maggio hanno fatto pen-
sare al peggio. Lo showdown fra il Capo del Governo e il Presidente
della Repubblica aveva coinvolto anche parti della polizia e delle for-
ze speciali: lo spettro della guerra civile era imminente.
La contestuale azione di convincimento a favore di un accordo
sulla data delle elezioni svolta dalla Russia da una parte e dall’Unione
Europea dall’altra, ha permesso di giungere ai primi di giugno ad un
compromesso, accettato dalle due parti e siglato anche dal leader
dell’opposizione parlamentare, l’ex-premier Julia Timoshenko: le ele-
zioni parlamentari si terranno alla fine di settembre. La miccia è stata
disinnescata. Ma i sondaggi indicano una maggioranza favorevole al
capo del Governo. Il consolidamento del regime parlamentare a sca-
pito di quello presidenziale è solo rimandato.
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • 101•

ITALIA UCRAINA

Superficie (Kmq) 301.000 600.000

Popolazione 57,8 mln 50,5 mln

Urbanizzazione (%) 68 67

Capitale Roma Kiev


Agglomerato urbano 3.350.000 ab. 2.700.000 ab.

Unità monetaria Euro Hryvnia


(6,8 Uah x 1 euro)

PIL 1.260 mld Euro 241 mld Euro


(a parità di potere di acquisto)

Pro Capite 22.000 Euro 4.125 Euro


(a parità di potere di acquisto)

Inflazione (%) 2 7,9

Origine PIL (%)


- Agricoltura 2 23
- Industria 29 41
- Servizi 69 35

Commercio
- Export 225 mld Euro 19 mld Euro
(metalli, prodotti agricoli)
- Import 221 mld Euro 34 mld Euro
(carburanti, macchinari)
Principali clienti/fornitori:
Russia, Germania, Italia,
Turchia e Turkmenistan

Disoccupazione (%) 6,4 8,5

Spese (% PIL)
- Militari 2 2,7
- Sanitaria 8,4 5,7
- Istruzione 4,7 5,4
- Medici (x 1.000 ab.) 4,2 3
- Matrimoni 4,5 5,7
- Divorzi 0,8 3,4
- TV color (x 100 fam.) 96 77
- Abb. Cellulari (x 100 ab.) 110 30
- Computer (x 100 ab.) 32 3
•102 • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (B.E.R.S.) ha approvato nel 2006


otto progetti in alcuni Paesi dell’Europa Centrale e Orientale
Fondi Bear a (Ucraina, Romania, Albania, Macedonia) riguardanti società con-
imprese italiane trollate da gruppi industriali italiani. L’investimento complessivo
ammonta a quasi 200 milioni di Euro. Nella stessa area di riferi-
mento le società italiane risultano attive, acquisendo diverse com-
messe pubbliche.

Tra le comunità straniere in Italia quella ucraina è di recente immigrazione, emersa con il
processo di regolarizzazione in atto. I cittadini provenienti dall’U-
Ucraini craina superano le 100.000 presenze, in gran parte imputabile alla
d’Italia componente femminile, impegnata soprattutto nell’assistenza
degli anziani.
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • 103•

Luci e ombre sulla


di Giuseppe
Caggiati Turchia in Europa

L
MA IL FUTURO SARÀ EUROTURCO

Le polemiche seguite alla elezione di Abdullah Gul, undicesimo presidente della Repub-
blica Turca, hanno riacceso i riflettori sul difficile cammino che il
Paese di Ataturk ha intrapreso per entrare in Europa.
L’inserimento della Turchia nel Vecchio Continente è estrema-
mente complesso e presenta problemi di non facile soluzione, da
quello economico, a quello politico e religioso, a quello militare.
Quest’ultimo aspetto infatti ha legato indissolubilmente l’Occiden-
te alla Turchia, attraverso la sua appartenenza alla Alleanza Atlanti-
ca. Alcune tra le posizioni più intransigenti nel rifiutare l’ingresso
della Turchia in Europa come, della Francia e dell’Olanda, per cita-
re i casi più noti, riflettono il difficile rapporto di alcuni paesi euro-
pei nei confronti delle minoranze straniere musulmane presenti al
loro interno.
La stessa Germania di Angela Merkel che vanta una comunità
turca e curda di 2, 3 milioni di persone, si è mostrata tiepida se
non contraria all’inserimento della Turchia nella UE, limitandosi a
proporre un accordo per una area commerciale privilegiata tra
Germania e Turchia.
La UE nell’intento di coinvolgere al suo interno il paese della
Mezzaluna, come per altri paesi di recente ingresso, non nascon-
de l’obiettivo di regolamentare in maniera più efficace i flussi
migratori che dalla Turchia si diffondono in Europa. Per questo
motivo, uno sviluppo più monitorato e controllato della politica e
della economia turca, potrebbero garantire in prospettiva un con-
tenimento e una regolamentazione, se non il ritorno, di una parte
consistente della popolazione turca emigrata.
•104 • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

È indubbio che la candidatura della Turchia alla UE stia determinando una interessante
quanto sana dialettica politica in questo Paese, anche se le possi-
In positivo bili ingerenze della componente musulmana potrebbero rallentar-
risveglio politico ne il processo di democratizzazione.
La Turchia vanta una popolazione di 70 milioni di persone ed
una crescita economica stimata intorno al 5% annuo a partire dal
2001 Nel 2006 ha sfiorato addirittura il 6%. Si tratta del migliore
risultato degli ultimi anni nell’area OCSE. L’interesse geopolitico
ed economico che suscita la Turchia nei confronti dell’Europa, è di
grande rilievo, costituendo un punto di osservazione e di controllo
privilegiato non solo verso il Medio Oriente, ma anche verso il Cau-
caso ed i Balcani.
La Turchia è membro della Nato dell’ONU e dell’OSCE.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si aprono prospettive di un
suo ruolo più attivo, attraverso il Vecchio Continente, nei confronti
dell’area medio-orientale. La storia recente della Turchia, a partire
dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale, al quale peraltro non par-
tecipò, è profondamente legata all’Europa e più in generale all’Oc-
cidente, anche se con forti limitazioni ed a volte battute d’arresto.
Nel 1951 la Turchia entra a far parte della Nato, dove ha rico-
perto un ruolo centrale nella strategia di contenimento dell’influen-
za sovietica, grazie anche ad un esercito che convenzionalmente
era secondo solo agli Stati Uniti. L’esercito turco si è proclamato
sostenitore della laicità dello Stato e della custodia dei principi
repubblicani di Mustafa Kemal Atatürk, il padre fondatore della Tur-
chia. Questo ruolo di controllo, a volte estremamente pressante,
ha comportato tre colpi di stato, nel 1960, nel 1971 e nel 1980.
Nella seconda metà degli Anni Novanta, l’esercito è arrivato a
sciogliere, attraverso il cosiddetto Colpo di Stato post moderno, il
partito islamico allora al governo.
La Turchia è stata caratterizzata, fin dalla sua fondazione da
profondi contrasti fra le sue vocazioni democratiche e laiche e
quelle più autoritarie e fondamentaliste. Fin dalla sua nascita nel
1923, si costituisce come Repubblica parlamentare dotata di un
sistema elettorale a suffragio universale, ma fino agli Anni Cin-
quanta il sistema politico ammette l’esistenza di un solo partito. La
Costituzione del 1982 assegna il potere legislativo unicamente alla
Grande Assemblea Nazionale Turca, la TBMM che con 550 depu-
tati viene rinnovata ogni cinque anni. Il sistema elettorale è propor-
zionale con uno sbarramento del 10%. Il Presidente della Repub-
blica è eletto ogni sette anni ed ha ampi poteri di controllo sul
potere esecutivo del governo e su quello legislativo del Parlamen-
to. A controbilanciare gli organi descritti la costituzione turca pre-
vede pure un organo di controllo l’MGK, il Consiglio di Sicurezza
Nazionale, che non è un organo direttamente politico, ma può, per
questioni di rilevanza nazionale, inviare raccomandazioni con
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • 105•

valore prescrittivo agli organi costituzionali del Paese. L’MGK è


composto tradizionalmente da membri collegati più o meno diret-
tamente alle forze armate. Infine il Direttorato sugli Affari Religiosi
si occupa di materie inerenti al culto. Fu istituito da Kemal in fun-
zione anticomunista, ma fu anche lo strumento di espulsione dei
cristiani ortodossi che furono inviati con accordi in Grecia, ed è
anche la ragione dell’attuale omogeneità della comunità religiosa
musulmana che è pari al 98% della popolazione turca. In questo
modo l’elezione di Gul, ex ministro degli Esteri, a Presidente della
Repubblica, va contestualizzata sia per quanto concerne la sua
appartenenza islamica che per la difficile evoluzione politico-eco-
nomica a cui la UE lo chiama. Se da un lato la sua azione ha mira-
to a legittimare l’attuale primo Ministro Recep Tayyip Erdogan del
partito islamico moderato Giustizia e Sviluppo, allorché fu nel 2002
premier per pochi mesi, non va dimenticata la sua formazione
come economista specializzato in Gran Bretagna e che come
ministro degli Esteri è stato un fautore convinto dell’adesione della
Turchia alla UE.

Il cammino europeo della Turchia dura da oltre quaranta anni.


Inizia nel 1963, allorché per la prima volta venne ad essa asso-
Il lungo cammino ciata ponendola allo stesso tempo come membro del Consiglio
verso l’Europa d’Europa. Dal 1996 è entrata a far parte dell’unione doganale
europea.
Dal 1999, anno in cui il Consiglio Europeo di Helsinky ha pre-
sentato ufficialmente la candidatura della Turchia per la sua ade-
sione alla UE, i vari governi turchi che si sono succeduti, hanno
cercato in tutti i modi possibili di creare quelle condizioni politico
economiche che erano ritenute necessarie per entrare a far parte
della Unione Europea. Nel 2005 sono stati avviati ufficialmente i
negoziati per l’adesione della Turchia alla UE. I problemi che anco-
ra dividono la Turchia dall’Europa riguardano per lo più l’aquis
comunitario, cioè l’accettazione senza riserve dei principi e dell’in-
sieme dei diritti e degli obblighi giuridici e degli obiettivi politici che
accomunano e vincolano gli stati membri dell’Unione Europea.
La questione della parte settentrionale di Cipro occupata dal-
l’esercito turco dal 1974 è stata oggetto di negoziati lunghi e fati-
cosi che non hanno ancora trovato un esito positivo, anche a cau-
sa delle lotte e degli antagonismi religiosi fra la comunità greca di
religione ortodossa e quella turca di religione mussulmana. Irrisol-
ta rimane poi la questione curda che non ha mai trovato una sua
collocazione politica, ma sempre stata confinata nella sfera del ter-
rorismo. Il problema del popolo curdo che comprende una popo-
lazione di oltre i venti milioni di persone sparse fra la Turchia, la
Siria l’Iraq e l’Iran, coinvolge pesantemente la Turchia poiché al
suo interno più di undici milioni di questa etnia non vedono ricono-
•106 • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

sciuti i propri diritti civili, politici e linguistici. Ora, come da più parti
è stato auspicato, attraverso l’europeizzazione della Penisola Ana-
tolica il problema sarebbe di più facile soluzione. Tuttavia occorre
aggiungere che nonostante la tradizionale politica di esclusione
delle minoranze linguistiche e religiose dalla vita civile del Paese,
ultimamente i governi turchi hanno preso l’impegno di rispettare
l’utilizzo di lingue diverse dal turco e di professare tre religioni dif-
ferenti rispetto a quella ufficiale mussulmana. A fare da freno ai
negoziati da anni vi è poi il contenzioso sul riconoscimento del
genocidio degli armeni che la Turchia ancora non vuole riconosce-
re e questo rappresenta un punto di forte frizione con la Francia.
D’altra parte, per contrastare le tentazioni inclini al fondamen-
talismo islamico, come ha sottolineato recentemente il ministro
degli Esteri Massimo D’Alema: «La migliore risposta a una guerra
di religione sarebbe avere nell’UE la Turchia». Se infatti attraverso
sforzi più intensi si riuscisse a collocare con maggiore sicurezza e
stabilità il percorso di ingresso della Turchia nella UE, l’Europa si
doterebbe di uno strumento di dissuasione nei confronti del fonda-
mentalismo. Si potrebbe così offrire l’esempio di come anche un
paese con radici islamiche possa contribuire alla crescita ed al
rafforzamento dell’Europa.
L’Europa ha forse qualche difficoltà nel rivendicare in maniera
omogenea le proprie radici cristiane. Ma certo sarebbe di grande
giovamento tentare il recupero delle radici culturali e giuridiche
che hanno dato vita allo ius romano e soprattutto meditare sulle
sorti del ‘pio’ eroe dell’Eneide, fuggiasco da Troia e arrivato nei
pressi di Roma, per volontà divina…
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • 107•

Forse
di Pabri
è l’ora del disgelo

UN SOFFIO
DI SPERANZA
PER I RAPPORTI
TRA CINA
E SANTA SEDE

I
Il 21 settembre, due mesi dopo la lettera del Papa ai cattolici di tutta la Cina, è stato ordi-
nato il nuovo vescovo di Pechino.
Mons. Li Shan succede a Michele Fu Tieshan, morto il 20 apri-
le scorso, già presidente della Associazione Patriottica e conside-
rato uno dei prelati più intransigenti nel rifiuto della riconciliazione
con la S.Sede, nonostante la situazione della Cina oggi induca alla
massima prudenza su ogni valutazione che riguardi la coscienza
dei religiosi. A Fu Tieshan fu infatti negato dalle autorità governati-
ve il permesso di recarsi a Roma per ottenere la nomina dal Papa,
nonostante le sue ripetute richieste.
La divisione tra i cattolici ‘patriottici’ e quelli cosiddetti ‘uder
ground’ o ‘clandestini’ costituisce dopo la linea del governo di
Pechino, uno degli ostacoli più difficili da superare per la normaliz-
zazione dei rapporti con i Vaticano. Un’inchiesta condotta anni fa
da un gruppo di ricercatori irlandesi, denunciava addirittura una
sorta di acuta acrimonia degli uni contro gli altri, i patriottici rivendi-
cando la loro lealtà alla nazione, i ‘clandestini’ ricordando la loro
disponibilità al martirio e le persecuzioni subite a causa della loro
fedeltà a Roma che li priva anche dei benefici materiali e delle
risorse finanziarie di cui invece l’Associazione patriottica dispone.
Le diatribe vanno avanti da decenni e non si sono mai acquie-
tate, neppure dopo il martirio subito da entrambi negli anni della
Rivoluzione Culturale che non perdeva tempo a fare certe disquisi-
zioni, affratellando tutti nella stessa condanna.
Non a caso la lunga e storica lettera di Benedetto XVI rivolta «ai
vescovi, ai presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici della
•108 • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

Chiesa Cattolica nella Repubblica Popolare Cinese - avverte - l’ur-


genza di confermare nella fede i cattolici cinesi e di favorire la loro
unità con i mezzi che sono propri della Chiesa».

«La complessità dei problemi è enorme - osserva Mons. Loris Capovilla dalla sua sede di
Sotto Il Monte Giovanni XXIII - e certamente la distanza non aiuta a
Il dialogo risolverli. È necessaria una grande disponibilità di spirito, ricordan-
non è spento do che il Cristo ci ha dato sì la missione di divulgare il Vangelo
ovunque, ma senza dimenticare che il Vangelo è, appunto, la
‘buona novella’, da portare sempre e comunque con grande
umiltà e serenità.»
«Non posso dimenticare - continua Mons. Capovilla - le parole
di François Mauriac, alla vigilia del Concilio Vaticano II: “Ho sem-
pre atteso una parola di fiducia ed ora vedo un Papa, Giovanni
XXIII, che fa sentire la sua umanità in mezzo agli altri uomini,
aprendo una strada che richiederà forse millenni per essere intera-
mente percorsa, ma che ormai è davanti a noi. Il cammino è inizia-
to, il processo è irreversibile”».
La fiducia di Mons. Capovilla nell’avvio di nuove relazioni tra il
governo di Pechino e la S. Sede è anche confortata dal prossimo
grande appuntamento delle Olimpiadi, interpretata come una
grande opportunità di confronto e di dialogo.
Non a caso le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cina furo-
no anticipate dalla storica partita di ping pong tra le squadre dei
rispettivi paesi, con una gara spettacolare che è diventata ormai
leggenda.
La Pira sosteneva che certi eventi della storia debbano venire
interpretati come ‘segni’. Ma la Pira era un profeta e sicuramente
vedeva molto più lontano di quanto non sia concesso ai comuni
mortali. È certo, però, che in questi ultimi tempi si è assistito ad
una concatenazione di fatti che indicano una situazione nuova.
Forse il periodo della stagnazione è arrivato alla sua conclusione.
Per la prima volta dal 1951 ad oggi, un Papa dichiara ufficial-
mente lecita la concelebrazione tra sacerdoti ‘clandestini’ e sacer-
doti ‘patriottici’, implicitamente abrogando la scomunica dei catto-
lici governativi. Non solo, ma «anche i fedeli laici, che sono animati
da un sincero amore per Cristo e per la Chiesa, non debbono esi-
tare a partecipare all’Eucaristia, celebrata da vescovi e da sacer-
doti che sono in piena comunione con il Successore di Pietro e
sono riconosciuti dalle Autorità civili. Lo stesso vale per tutti i
sacramenti».
E per togliere ogni ombra di dubbio, l’ordinazione dei Vescovi
consacrati senza il mandato pontificio ma nel rispetto del rito cat-
tolico, «è illegittima ma valida, così come sono valide le ordinazioni
sacerdotali da loro conferite e sono validi anche i sacramenti
amministrati da tali vescovi e sacerdoti».
E U R O P A M O N D O • • • • • • • • 109•

«L’importante è lasciare il seme - osserva Mons. Capovilla - il


resto verrà da sé».
L’ordinazione di mons. Li Shan è avvenuta con l’approvazione
del Papa, mentre l’Associazione patriottica sostiene di non saper-
ne niente, pur ammettendo che «la notizia, se confermata, sareb-
be positiva».
Non è la prima volta che un vescovo viene ordinato con l’ap-
provazione congiunta della S.Sede e delle autorità cinesi. Al
vescovo di Liaoning, mons. Paolo Pei Junmin, che ha presenziato
alla cerimonia di consacrazione del Vescovo di Pechino, fu riserva-
ta la stessa procedura, suscitando speranze che poi, a breve ter-
mine, andarono deluse. L’anno scorso, infatti, il governo di Pechi-
no procedette alla nomina di tre vescovi, evitando di consultare,
sia pure informalmente, la segreteria di Stato. Ma allora ancora
bruciava la decisione presa da Papa Giovanni Paolo II di procla-
mare santi più di venti missionari cattolici uccisi in Cina, proprio
alla vigilia del primo di ottobre, giorno della festa nazionale della
repubblica cinese.
I missionari avevano dichiarato ufficialmente il loro sostegno a
Chang Kai Shek e la decisione di elevarli agli onori degli altari pro-
prio in quella ricorrenza, fu recepita dal governo di Pechino come
un affronto.
In quel periodo, ogni speranza di riconciliazione sembrò spen-
ta e il governo cinese esercitò il suo pugno di ferro in maniera
ancora più pesante contro la comunità cattolica legata a Roma.
Ma la lettera di Benedetto XVI ha aperto una nuova fase nei
rapporti Cina-Vaticano.
Agli inizi di settembre, è stato ordinato vescovo coadiutore del-
la diocesi di Guizhou, nella Cina del Sud, mons. Paolo Xiao
Zejiang, di soli 40 anni, con l’approvazione della S.Sede. Cattolici
clandestini e cattolici patriottici si riunirono, allora, per presentare
le loro congratulazioni congiunte, manifestando forse per la prima
volta in maniera tanto esplicita, una chiara volontà di riappacifica-
zione, al di là di ogni rivendicazione espressa dai responsabili del-
la ‘Associazione dei patriottici’.

Da oggi, il nuovo vescovo Li Shan, pastore della capitale, eserciterà la sua influenza
anche sul resto dei cattolici cinesi, oltre 15 milioni, di cui 5 ‘patriot-
Il nuovo vescovo tici’ e circa 10 ‘clandestini’.
di Pechino Fonti anonime del Vaticano considerano l’evento ‘un buon
passo’, mentre la folla che si accalcava sul sagrato della cattedrale
dell’Immacolata Concezione, ‘Nan Tang’, a Pechino, dimostrava in
modo inequivocabile la vitalità di tutti i fedeli cattolici in Cina, sen-
za distinzione di appartenenza o di schieramenti.
Mons. Li Shan, parroco della chiesa di San Giuseppe di Pechi-
no, costruita vicina alla tomba di Matteo Maria Ricci, era stato
•110 • • • • • • • • E U R O P A M O N D O

nominato vescovo della capitale dal governo cinese, il 18 luglio,


senza l’approvazione della S.Sede. Faceva però parte di una lista
di candidati al soglio vescovile già stilata con l’assenso di Roma e
questo accordo preliminare ha indubbiamente facilitato l’approva-
zione papale, mentre la mossa a sorpresa del governo dell’estate
scorsa, è servita a salvare l’orgoglio di Pechino ed a rassicurare i
‘patriottici’.
Il giovane presule, originario della capitale cinese, ha sempre
dimostrato una grande equidistanza tra le opposte spinte della
‘clandestinità’ e del ‘patriottismo’, guadagnandosi una grande
popolarità tra i fedeli di tutta la provincia e, traguardo fino a ieri rite-
nuto impossibile, la stima e della S.Sede e del governo cinese.
Sulla spalle di uno dei vescovi più giovani del mondo, oggi
grava la responsabilità di facilitare una intesa che molti diplomatici
hanno già da tempo cominciato a preparare con silenziosa
pazienza, ma nella quale fino a ieri ancora in pochissimi osavano
credere.
Lo sport, ancora una volta e secondo le sue più autentiche tra-
dizioni, diventerà messaggero di pace e di fratellanza fra gli uomini
di tutto il mondo e lo straordinario evento mondiale delle Olimpiadi
renderà a Mons. Li Shan più lieve una missione che fino a pochi
mesi fa sembrava chimera.

Corsi e ricorsi
(A proposito di esami, di lauree e di diplomi)

Era governatore di Castelnuovo, il dott. Luigi Cavallina, oriun-


do bolognese, il cui padre esercitava in Russia la chirurgia, della
quale non ben si potrebbe dire se fosse più esperto che di legge’.
Della qual scienza, come di altre, solevasi acquistar la laurea
in Cesena e in non poche altre altre città privilegiate, per piccola
mercede (perfin due prosciutti), secondo che occorreva per
risposta imparata a quesiti mandati a casa, e tante volte colla
risposta.

Tratto da La Romagna dal 1796 al 1828 di Domenico Antonio


Farini - Ediz. Società Editrice Dante Alighieri - Roma, 1899.
D I V A G A Z I O N I • • • • • • • • • 111•

Il diavolo
di Marcello Colitti

L
L’individuo ha un cappottino marrone con un colletto di velluto nero, un po’ demodé, un po’
sdrucito.
«Che bello, vero?» ripete facendo un largo gesto della mano verso il
Foro Romano.
«Bello davvero» risponde il signore col cappello. «Anche se piove, è
bello lo stesso. È una cosa unica».
«Non le piace la pioggia? La vogliamo far smettere?»
Il signore col capello sorride. «Vuol far smettere la pioggia? E perché?
Un po’ di pioggia fa bene».
«Come lei vuole». L’individuo col cappottino marrone sembra deluso.
«Se le va bene così…»
Il signore col cappello lo guarda, non commenta.
«Mi scusi se attacco bottone così, anche se non la conosco… volevo
comunicare la mia commozione di questo colpo d’occhio».
«Non importa. Ha fatto bene. Ci possiamo sempre presentare» e ten-
de la mano.
«Non mi dica il suo nome, lo so già» dice l’individuo col cappottino.
Nomina non sunt res». Si stringono la mano.
«Lei sa il mio nome? E parla latino. Lei chi è?»
«Io sono il Diavolo».
Il signore col cappello sorride.
«Ma davvero. E perché è il Diavolo?»
«Come, perché. Sono il diavolo e basta, non c’è un perché!»
«Beh, un perché c’è sempre. Io ad esempio, sono un uomo perché mi
ha partorito mia madre, fecondata da mio padre… Lei ha genitori?»
«No. Io non sono stato creato. Io sono il Diavolo, esisto e basta».
«Non si stupirà, spero, se mi troverà un poco scettico. E anche se lei
fosse il Diavolo, l’avrebbe pur sempre creato qualcuno, no?»
«Ma allora lei crede alle balle dei preti! Che il Diavolo è un angelo
•112 • • • • • • • • D I V A G A Z I O N I

caduto… pietose bugie, caro signore. Guardi, non piove più. Ha


visto?»
«Non piove più, e allora? Che cosa sono le pietose bugie?»
«Per salvare la reputazione a dio, no? Sono preti, del partito di dio,
devono guadagnarsi da vivere, no? Ma sono sicuro che lei non ci cre-
de!»
«No, ma non credo neanche al Diavolo, se lei non s’offende».
«Non m’offendo, si figuri. Ma lei ha mai pensato a questo povero dio,
che prima crea gli angeli, i quali subito lo tradiscono, proprio quello
che portava la luce, il migliore, e lui li butta giù dalla nuvola, come pio-
vesse! e dove li butta, non si sa proprio. E poi si riposa, e crea l’uomo,
e, zac, di nuovo quello si rivolta, mangia la mela e lui un’altra volta…
ma via! Questo infallibile, infinitamente sapiente, il massimo, il creato-
re di tutte le cose… che figura ci fa?»
«Devo ammettere che è una storia poco credibile. Lei ne ha una diver-
sa?»
«Ma certo! Non è una storia, è la pura verità. Lei sa, dio, poveretto, ha
buone intenzioni, credo, è un buon tipo, un po’ pasticcione… non
gliene va bene una….Io e lui siamo due facce d’una medaglia. Io
sono quello che non sbaglia, che mette le cose… lei si è occupato di
astronomia, vero?»
«Sì, da giovane».
«E allora mi spieghi…la gravitazione universale… un capolavoro,
vero? Tutto attira tutto, e quindi tutto deve tornare a uno… cioè al nul-
la! Se non ci fossi stato io, a creare il suo contrario… i suoi colleghi
adesso la chiamano dark energy, energia scura, lo sa? Senza di quel-
la l’Universo sarebbe una palla sola, e addio Foro Romano, addio a
tutto… Sarebbe il nulla».
«È vero che l’universo… dicono che si allarghi ancora… e allora per-
ché…»
«Perché ci ho pensato io a mettere un rimedio, altrimenti quello là ne
faceva una delle sue …»
«Una delle sue?»
«Come quando mandò suo figlio sulla terra, senza dir niente a me,
naturalmente, che io avrei fatto meglio… L’ho saputo tardi, e ho tenta-
to di evitare… ma quel povero figlio non ha voluto. Gli ho offerto tut-
to… niente da fare. E così è finita proprio male, poveretto…»
«L’ha saputo tardi? E come mai?»
«Perché lui lo teneva nascosto, io ero distratto in altre cose… sa, nes-
suno è perfetto.»
«Neanche lei, il Diavolo?»
«Meno che mai. Io sono solo eterno. Eterno, quello sì…»
«Cioè, non creato».
«Esatto. Lei capisce al volo».
«E come lo spiega?»
«Come spiego che cosa?»
D I V A G A Z I O N I • • • • • • • • • 113•

«Che lei esista… e che esista quell’altro pasticcione lassù, completo


di figlio…»
«Beh, qualcosa deve pur esistere, altrimenti ci sarebbe il non esistere,
che è un concetto assurdo».
«Già, il nulla assoluto. Spiegare che qualcosa esiste è assurdo. Se
non esistesse, non ci sarebbe proprio nulla da spiegare, e nessuno
per farlo».
«Appunto, bravo. Dunque io esisto, e cerco di rimediare, di spingere
gli uomini a fare, ad occuparsi…»
«Dicono che lei li spinga al male».
«Lei cita sempre i preti».
«Sempre per fare l’avvocato del…» il signore col cappello arrossisce.
«Mi scusi, dovrei dire l’avvocato di Dio!»
L’individuo col cappotto marrone scoppia in una gran risata.
«Questa è buona davvero! Ma lo sa che lei è spiritoso?»
«Mi scusi, ma se lei, che è eterno, perché ride?»
«Perché, non dovrei?»
«Beh, dicevano i Greci, gli dei possono solo sorridere, perché non
muoiono…»
«…e infatti morirono, più o meno…»
«Insomma, lei ride».
«Il riso è la contraddizione, ciò che non si può risolvere, e perciò non
resta che ridere… Dio non ride di certo, è troppo serio… se ridesse un
poco le cose andrebbero forse meglio…»
«Secondo lei vanno male?»
«No, per fortuna, perché gli uomini fanno ciò che dice loro la natura,
seguono il principio di sopravvivenza…»
«e per questo fanno un bel po’ di guerre e cosette simili…»
Beh, problemi ce ne sono sempre, su qualunque scala. Anche se non
ci fossero uomini, problemi ci sarebbero lo stesso».
«Ci sareste solo lei e Dio, o mi sbaglio?»
«Ho il sospetto che lei si sbagli».
«Perché, lei pensa che non ci sarebbe neanche Dio?
«Ma è proprio sicuro che quel pasticcione là esista?»
«Se esiste lei, deve esistere anche lui, altrimenti torniamo al punto di
prima, che non esiste neanche lei»
«Giusto. Le do ragione. Ma io sono la forza vitale, la forza del cosmo,
la natura…»
«e quell’altro cos’è?»
«Ma, non so proprio. Pensavo che fosse un principio d’ordine, di
armonia. Avrei fatto volentieri la parte del disordinato, di quello che fa
casino, che butta per aria le carte di un gioco noioso… ma ho l’im-
pressione che non sia così… il famoso principio di ordine dov’è? Non
c’è. Neanche la gravitazione universale… i quanti, li conosce lei, i
quanti?»
«La fisica quantistica, dice?»
•114 • • • • • • • • D I V A G A Z I O N I

«Sì. La mia creazione più sofisticata, caro signore. Me ne vanto


ancora».
«Mi dica, quando l’ha inventata?»
«Signor mio, io sono eterno, per me il tempo non c’è».
«Ma se vive, se esiste, avrà un prima e un dopo, no?»
«Prima i pantaloni e poi le scarpe, dice?»
«Proprio così! Adesso è lei che mi fa ridere! Chiedevo se ha fatto i
quanti prima o dopo la scoperta di Newton, quello della mela…»
«Veramente quello della mela, il più famoso, era il mio amico Adamo!”
«No, io dico Newton, lo scienziato».
«Se non ricordo male l’ho fatto dopo».
«Lo supponevo. L’uomo insegue, e lei porta sempre tutto più avan-
ti…»
«Certo. Così l’uomo sopravvive. Altrimenti, se sa già tutto, e si annoia,
non si dà più da fare e allora è la fine».
«Già, può anche aver ragione. E Adamo era un suo amico?»
«Tutti gli uomini sono miei amici».
«Anche le donne?»
«Certo. Una gran differenza non c’è…»
«Lo dice lei!»
«Beh, io, sa, certe cose… sono tipiche dell’uomo… e io…»
«Ma lei adesso è un uomo, con quel cappottino un po’ sdruscito…»
«Non le piace. vero?»
«No».
«Non volevo dare nell’occhio, sa com’è…»
«Ma scegliendo una cosa così demodé… si faccia consigliare da una
donna, la prossima volta!»
«Ma, sa … io… le donne…»
«Lei non era quello del sabba, con le vecchie streghe, le orge, i voli
con la scopa…»
«Caro signore, la facevo più …informato. Non penserà mica che io…»
«Facevo per dire, per ricordarle che per tanti secoli lei ha avuto una
pessima fama».
«Si figuri se io vado in giro con delle vecchie streghe… io sono ben
conscio della bellezza, glielo dicevo prima…»
L’uomo col cappello dà un’altra occhiata al Foro Romano.
«Ha ricominciato a piovere» borbotta.
L’individuo col cappottino non c’è più.Lo vede entrare, non ha più il
cappottino marrone, ha un bel Burberry, di quelli imbottiti di cammel-
lo, ed ha anche un cappello. Entra come distratto, guardandosi attor-
no, come se non vedesse.
Il signore seduto gli fa un cenno con la mano, l’individuo si volta, il suo
viso s’illumina. Viene verso di lui, gli tende la mano, il signore si alza,
gli fa segno di sedersi vicino a lui.
«Che sorpresa» fa l’individuo «è un vero piacere!»
«Che sia una sorpresa ho qualche dubbio, ma è un piacere anche per
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me. Piove anche oggi… no, non voglio che smetta. Lasci piovere».
«Come vuole» La cosa lo disturba come la prima volta.
«Posso offrirle qualcosa? Io ho bevuto un caffè, è proprio buono, lo
fanno bene qui».
L’individuo accetta con un gesto. «Sa, ho pensato - dice sorridendo -
al dialogo dell’altra volta, lei parlava delle donne…»
«Lo so che non è un argomento nuovo… non sapevo che a lei non
interessassero…»
«A me interessa tutto».
«Ricordavo il Faust…»
«Non mi parli di quel buffone!»
«Un buffone?»
«Della peggior specie!»
«Davvero?»
«Ma non si ricorda? Quel tedesco là l’ha scritto in tutte lettere, pove-
retto…»
«Ma che dice! Il Faust?»
«Mi scusi, non vorrei insistere… le posso rinfrescare la memoria?»
«Mi fa un favore».
Allora, quello sta lì nel suo studio, pieno di roba, che sembra una sce-
nografia di Walt Disney disegnata da Durer, e vuole sapere tutto… e
io, zac, quello vuole capire i quanti, chissà cosa fa… e cosa mi chie-
de? Di portarsi a letto una donna, una donna qualunque! C’era biso-
gno del diavolo, dico?»
«Capisco. Non ci avevo pensato».
«Poi la cosa si complica, e lui la tratta da cane, roba da chiodi! Un vero
mascalzone, senza gusto, né stile. Non c’è proprio da stupirsi che si
sia convertito… un vero buffone!»
«E poi si è salvato, come si dice…»
«Beh, certo, quello là pur di farmi un dispetto, fa di tutto, anche le cose
più basse…»
«Mi scusi, ma la storia dell’anima… lei aveva comperato un’anima…»
«E che anima! Di un frustrato di provincia! Cosa voleva che me ne
facessi… cosa vuole che me ne faccia, in generale… se comprassi
anime sarei già fallito! Non basterebbe tutto l’oro che c’è sulla terra. È
vero che, come dicono gli economisti, l’offerta sarebbe così grande,
così superiore alla domanda che il mercato farebbe un prezzo negati-
vo, mi dovrebbero dare qualcosa per tenerle… magari per comprare
degli armadi…»
Il signore col cappello ride. Arriva il caffè, l’individuo lo beve.
«Buono davvero. Voi italiani fate un caffè davvero unico, se uno ci si
abitua, l’altro caffè non gli piace più…» riappoggia la tazza sul piattino.
«Lo sa che a Praga fanno vedere ai turisti la casa di Faust? Dicono che
fosse un praghese, che si chiamava Stasny, che vuol dire appunto
Fausto… c’è un bel buco nel tetto, da cui è scappato il diavolo quan-
do Stasny è morto… manco fossi un pallone aerostatico…! Ma le
•116 • • • • • • • • D I V A G A Z I O N I

pare?» Il signore ride ancor più forte. «Un pallone! Questa è buona!
Un buco nel tetto che ci piove dentro…» guarda fuori dalla vetrata.
Non piove più.
«Facciamo due passi?»
Si alzano, escono nella mattina fredda.
«Io vengo qui la mattina della domenica, a fare due passi… è molto
bello qui, ci sono tanti alberi…»
«A lei piacciono gli alberi?»
«Tanto».
«Vuole che gliene faccia crescere uno qui davanti, tutto d’un colpo?»
«Per carità! Cosa fa adesso? Si mette a far miracoli? Non mi pare
serio».
L’individuo lo guarda.
«Non le pare serio? Che vuol dire?»
«Vuol dire che gli alberi devono crescere pian piano, come vuole la
natura, se no non sono alberi, ma scherzi di natura, come dicono al
mio paese…»
«Scherzi di natura… È giusto. Hanno ragione al suo paese. Lei ha una
conversazione molto interessante».
«Anche lei. Non avevo mai pensato al Faust in quel modo…» il signo-
re col cappello guarda con piacere il panorama di alberi che li circon-
da, e si volta verso di lui. L’individuo col Burberry non c’è più.
Ma lo riincontro, dico lo riincontro perché l’uomo con il cappello sono
io, nessuno porta più il cappello, ormai, in città. Lo ritrovo sul Lungote-
vere dove sta come Planchet, sputando nel fiume.
Gli rivolgo la parola, sembra sorpreso. Nega di star sputando.
«Planchet sputava per vedere i circoletti che faceva nell’acqua, se non
ricordo male. Qui l’acqua è troppo lontana, i circoletti non si vedono,
non ci sarebbe nessun gusto».
Ha ancora il Burberry, e anche un ombrello, ma non piove.
«Vedo che ha un ombrello. Pioverà?»
«Non so. Cosa dice il giornale?»
«Perché, Lei non può far piovere, o smettere di piovere?»
«Beh, beh, non è certo il caso di abusarne, se no quello là…»
«Quello la?»
«Mi capisce vero?»
«Sì, la capisco ma mi viene una domanda, a cui ho pensato spesso,
dopo i nostri incontri. Lei è il Diavolo, vero? Lei così ha detto»
«Sì, sono il Diavolo. Non ho la coda, né il piede caprino, né le corna,
lei capisce, anche se siamo quasi a Carnevale…»
«Capisco. Mi può spiegare una cosa? Lei è il nemico di Dio, vero? E
Dio è onnipotente, no? E allora, come mai questa guerra non finisce
mai? Perché non vince? O deve finire col Giudizio Universale? Ma
anche dopo di quello, ci vorrà ben qualcuno che guardi coloro che
sono rimasti all’Inferno…»
«All’Inferno? Lei crede all’Inferno?»
D I V A G A Z I O N I • • • • • • • • • 117•

«Io no, ma tutti ne parlano…»


«L’hanno inventato i fiorentini, quel bel tomo del vostro Dante… di fan-
tasia ce n’aveva, quello lì!»
«Ma cosa dice. L’ha inventato Dante? Prima non c’era?»
«Lei dice di non essere religioso, ma forse ha letto il testo dei cattolici,
il Vangelo?”
«Sì, l’ho letto».
«Vi ha trovato traccia di quella bella costruzione, tutta gironi, salite e
discese, che sembra la Torre di Babele, e mura, rupi, laghi gelati,
eccetera?»
«No».
«Infatti, non c’è. È roba da poeti… quel Milton, poi, fortuna che non lo
legge quasi più nessuno… Certo i preti ci sono saltati sopra, perché fa
paura!»
«Lasciamo stare l’Inferno. Chiedo scusa, ho deviato il discorso. Tor-
niamo al problema della sua vittoria o di quella di Dio»
«Ma, senta, io posso solo ragionare con le cose che dice lei, altrimenti
non mi capirebbe… vero? Allora le dico…non so… con gli uomini si
parla poco di metafisica, parlano tutti solo di soldi o di calcio… Dico
che io nel creato ho un alleato potentissimo, il più potente».
«E chi è?»
«Lei»
«Io?»
«Sì, lei, il rappresentante, in questo momento, della razza umana»
«L’uomo?»
«Sì, l’uomo, che è di necessità il nemico di Dio, qualunque ne sia la
versione, Zeus, Javeh… eccetera… nemico mica per cattiveria, dico,
ma per il semplice fatto di esistere…»
«Mi scusi, mi deve scusare, l’ho persa. Per il semplice fatto di esiste-
re… che vuol dire?»
«Vuol dire che Dio è, o dovrebbe essere, qui parliamo dei massimi
principi, poi la realtà... È, dico, il guardiano della totalità, quello che
deve far funzionare tutto, far girare i pianeti, far cadere le foglie, ecce-
tera. L’uomo è invece un uomo, uno solo, che, per esempio, preferi-
rebbe che le foglie non cadessero, ma Dio le fa cadere… l’uomo, il
particolare, si fa largo a gomitate, mentre Dio presidia tutto il baracco-
ne, l’universale… mi segue? Dio ha creato o almeno così si dice, la
forza di gravità, e l’uomo cade e si fa male… mi par logico che prote-
sti, non le pare? Quello è uno, il singolo, e combatte contro tutto.
Sembra debole, ma è in realtà potentissimo, tanto che di quello che è
stato creato, o si dice che sia stato creato, c’è rimasto ben poco, ci
sono fabbriche, strade, ponti… come questo. Però piove e l’uomo si
bagna e protesta. Mi pare logico, no?»
«Mi scusi, mi pare un po’… azzardato».
«I Greci… non erano mica scemi, quelli là, la storia di Prometeo, se la
ricorda? Il fuoco… la mela… è sempre la stessa storia. L’uomo si bat-
•118 • • • • • • • • D I V A G A Z I O N I

te per vivere bene, e quando Dio gli ricorda la sua potenza, l’universa-
le, cioè che piove e lui si bagna, o cade per terra, quello s’arrabbia…
Mi pare logico».
«Secondo Lei, quindi, la lotta non è fra il bene e il male, ma fra l’uomo
e Dio. E lei tiene per l’uomo…»
«Le pare una novità? Si ricorda quel toscano, qui da voi, Satana, Sata-
na o ribellione, e quant’altro… L’aveva già detto. Lei l’ha letto?»
«Sì»
«O forza vindice della ragione? che poi era un treno… Carducci ado-
rava i treni… si ricorda dei cipressi?»
«Sì, certo. E in questa guerra, l’uomo, microscopico, sperduto nell’U-
niverso dopo il Big Bang, lotta da solo contro tutto…»
«Contro tutto quel po’ po’ di roba, sì. Niente male, no? Coraggioso, il
giovanotto!»
«Sì, ma l’uomo muore, dura poco…»
«…ma intanto finché è vivo ne fa degli altri… non è poi così debole. Sa
imparare e con il mio aiuto chissà dove andrà. Diamogli tempo, è da
poco che sta qui, crescerà».
«Quindi lei è amico del progresso, delle macchine, della velocità, delle
esplorazioni spaziali…»
«Sono amico dell’uomo, io. Lei lo chiama progresso, ma lei capisce,
io sono eterno e le parole che implicano il tempo le trovo ostiche … mi
scusi, nessuno è perfetto».
«Me lo dice sempre, questo».
«Perché io dico la verità, o perlomeno quello che credo che sia la
verità».
«Ma l’uomo, è piccolo, indifeso, ha paura della morte…»
«Sì, ha paura della morte. Morto lui, non c’è più niente, si capisce che
ne ha paura! E i preti ci hanno costruito sopra, e gli uomini vivono
ancor più nella paura… ma per fortuna, finché sono vivi si comporta-
no come se fossero immortali… ci ho messo uno zampino anch’io, e
quindi ognuno continua a fare cose come se dovesse, lui solo, l’uni-
co, durare millenni».
«Guardi che la medicina sta distruggendo quest’ignoranza, quest’i-
dea di non sapere quando…»
«È vero. Ma anche se lo sa, spera sempre di non morire, no? e allo-
ra…”
«Sarà anche vero. Ma rimane pur sempre un punto oscuro. Lei non mi
ha spiegato il bene e il male…»
«Sa, io di filosofia morale… non sono ferratissimo. Il bene è ciò che è
bene per l’uomo».
«Basta così?»
«Le pare poco? Mi scusi, ma qui comincia a piovere, e lei non vuole
mai che io la faccia smettere…»
Guardo in alto. Piove forte. L’uomo col Burberry non c’è più.
S C A F F A L E • • • • • • • • 119•

La Polonia,
un paese vicino
di Kamila
Kowalska- “LA POLONIA TRA IDENTITÀ
Angelelli NAZIONALE E APPARTENENZA
EUROPEA”, LITHOS EDITRICE
2007, PAGG.591, EURO 18,00

Pl. it, Rassegna italiana


di argomenti polacchi.
Coordinatore Luigi Marinelli

L
Primo numero, 2007

La Polonia tra identità nazionale e appartenenza europea è il titolo del primo volume di una
rassegna annuale, che vuole proporre al lettore italiano una rifles-
sione eclettica su questo Paese che da ‘lontano’ è divenuto recen-
temente e, a pieno titolo, ‘vicino’. È una pubblicazione del tutto
singolare, curata «da chi in Polonia si è occupato della cultura ita-
liana» e da chi, invece, in Italia ha abbracciato la questione polac-
ca, nell’assoluta molteplicità dei rispettivi aspetti e tematiche.
Da una base simile, il risultato finale non poteva essere che un
mosaico assai stimolante per chi sente la curiosità di approfondire
la conoscenza di questo Paese «dell’Europa rapita», definizione
usata da Milan Kundera e richiamata dagli ideatori del volume, che
sebbene riconosciuto a livello politico come ‘pienamente’ europeo
solo il 1 maggio del 2004, in realtà lo è stato da sempre.
Il tema chiave della rassegna è quello «dell’unità nella diver-
sità», e come propongono gli autori, anche «dell’apprezzamento
di ciò che è differente». In questa ottica, nelle varie parti del libro, si
passa dai discorsi sugli aspetti storici, sulla geopolitica, sui rap-
porti fra Polonia e Italia per soffermarsi successivamente sulle
tematiche della cultura più o meno odierna, percepita, però, nel
modo maggiormente ampio possibile. Si analizzano quindi la let-
teratura, l’arte della traduzione, lo stile e la lingua, la musica, il
cinema, la pittura, la fotografia, la società, i luoghi, gli eventi e tan-
to altro. Un accenno particolare va, anche con una forte convinzio-
ne, ad un capitolo peculiare dal titolo Cercasi editore, dove vengo-
no presentati i libri polacchi che gli autori del volume vorrebbero
vedere tradotti in lingua italiana.
•120 • • • • • • • • S C A F F A L E

Può spaventare, a prima vista, una pubblicazione di circa 600


pagine, che si presenta come una specie di sola introduzione alle
tematiche della cosiddetta ‘polonità’. Ciò nonostante, in maniera
considerevole grazie al suo approccio così tanto multidisciplinare,
il primo numero di Pl. it ne esce salvo. Anzi, il soffio del nuovo ven-
to, ma questa volta, come vogliono gli autori, non dall’Est, ma pro-
prio dal cuore del Vecchio Continente, riesce bene a incuriosire il
lettore italiano sulle tematiche della Polonia di ieri e di oggi, diver-
sa, ma nel contempo così vicina al Bel Paese e all’intera Europa.
La pubblicazione, uscita nell’anno della morte di Ryszard
Kapuscinski, «cittadino polacco e del mondo», come viene definito
da chi ha contribuito alla nascita di questo esperimento letterario,
è un tributo dedicato specificamente alla persona del grande
reporter. Ma non è l’unico dei polacchi-simbolo le cui storie e lavori
compaiono nel volume; è, infatti, un insieme di nomi dal più alto
scaffale della cultura universale. Per menzionarne soltanto qualcu-
no, Milosz, Wajda, Kieslowski, Szymborska e Herling-Grudzinski.