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L’arte
di
Eros


Seduzione
e
dintorni

Roberto
Vassallo



La
seduzione
è
negli
occhi
di
chi
guarda.

Eros.


Eros
nelle
religioni
dell'antica
Grecia
è
il
dio
dell'amore.

Nelle
origini
non
era
considerata
divinità
ma
pura
forza
e
attrattiva:
per
Omero,
infatti,
rappresentava

quell'attrazione
irresistibile
che
due
persone
sentono
uno
per
l'altro
e
che
può
portarli
a
perdere
la
ragione
o

alla
distruzione.

È
per
Esiodo
che
Eros
diventa
un
dio,
ma
non
ancora
la
classica
rappresentazione
del
bambino
paffuto,
che
vola

scoccando
frecce
d'amore,
ma
una
divinità
primordiale,
antica
come
Gea
(la
Terra)
stessa.
Non
è
il
figlio

di
Afrodite,
ma
il
suo
compagno
di
ogni
momento.
L'Eros
di
Esiodo
aveva
una
potenza
enorme,
poteva
causare

danni
cui
nessuno
poteva
porre
rimedio,
né
uomini
né
dèi.

Da
questa
concezione,
in
seguito
la
figura
del
dio
temibile
si
trasformò
in
una
divinità
dell'amore
ma

ancora
Euripide
gli
riconosceva
un
grande
e
pericoloso
potere.

Il
potere
di
Eros
era
illimitato,
egli
era
l'elemento
attivo
dei
tempi
primordiali.
Per
questo
motivo
era
adorato

a
Tespi
sotto
forma
di
una
pietra
grezza.

Vi
sono
diverse
versioni
della
sua
genealogia.
A
volte
è
considerato
figlio
di
Afrodite
generato
con
Ermes,
oppure

della
dea
e
di
Ares,
il
dio
della
guerra
o,
infine,
un
figlio
di
Zeus,
concepito
con
la
figlia
Afrodite,
in
modo
tale
che

Zeus
fosse
al
contempo
padre
e
nonno
del
piccolo.
Una
tarda
leggenda
di
origine
poetica
lo
definiva
figlio

di
Iride
l'arcobaleno
e
del
vento
dell'Ovest.
Più
spesso
è
detto
figlio
di
Afrodite
e
Ares
o
divinità
primordiale.

Per
personificare
le
diverse
forme
che
possono
assumere,
gli
sono
attribuiti
a
volte
dei
fratelli,
come
Anteros.

Nelle
metamorfosi
di
Apuleio
c’è
il
racconto
che
lo
indica
come
lo
sposo
che
Psiche
che
non
avrebbe
mai
dovuto

vedere
in
volto.


Una
divinità
dunque
e
per
ironia
della
sorte,
come
preferiamo
immaginarlo,
un
bambino
capriccioso
e
potente,

più
forte
degli
stessi
dei,
soggiogati
anch’essi
dal
suo
immenso
potere;
prova
è
che
lo
stesso
Zeus
ne
rimase

sottomesso
più
volte,
anche
se
come
ammette
Ovidio,
più
che
amore
era
passione
quell’istinto
primordiale
che

attrae
il
maschio
alla
femmina
e
viceversa
e
che
non
v’è
alcun
rimedio
se
non
l’accondiscendere
al
trasporto.


Se
in
principio
era
l’istinto,
con
l’andare
del
tempo
divenne
un
gioco,
un
divertimento
alquanto
serio
che
lega

inevitabilmente
tutti
i
sessi
in
un’unica
danza,
quella
della
seduzione.


È
proprio
della
seduzione
che
credo
sia
una
vera
e
propria
forma
d’arte
che
mi
voglio
soffermare.

Come
in
guerra,
la
seduzione
ha
le
sue
strategie,
le
sue
regole,
i
suoi
tempi,
le
sue
armi
e
i
suoi
segreti,
come
in

battaglia
hai
i
suoi
vinti
e
vincitori;
la
gloria
e
l’onta,
la
vita
e
la
morte.


Romantico
che
sono,
m’illudo
che
l’arte
di
Eros
sia
fatta
ancora
di
queste
cose,
essendo
consapevole
che
oggidì
di

tutta
l’eredità
dei
nostri
avi
non
c’è
rimasto
più
nulla,
tutto
seppellito
sotto
cumuli
d’immondizia
e
macerie
cui

noi
siamo
i
responsabili.


La
donna
è
il
fulcro
e
l’amore,
la
leva,
capace
di
spostare
le
montagne,
prosciugare
i
mari
e
indebolire
le

tempeste.
L’uomo
il
più
delle
volte
è
l’oggetto
cui
Eros
si
serve
per
i
suoi
riti.

La
donna
è
il
culto,
la
dea
cui
sacrificare
olocausti
e
bruciare
incensi,
l’uomo
è
l’olocausto
offerto
in
oblazione
al

dio
bambino,
per
celebrare
l’amore.


Ogni
donna
è
un
mondo
a
parte,
un
universo
dove
perdersi
è
semplice
con
la
stessa
facilità
del
respiro.
Venere

non
a
caso
nacque
dalla
spuma
del
mare,
onde
in
perenne
movimento,
dove
è
il
vento
a
decretarne
la
direzione,

la
calma
o
la
bonaccia,
le
tempeste
e
maremoti;
l’acqua
che
avvolge
come
un
tenero
abbraccio,
o
che
soffoca
e

uccide
col
suo
pesante
respiro.
La
donna
è
il
mare,
immenso,
docile
e
calmo
quando
solo
le
brezze
leggere
del

mattino
disegnano
sulla
liquida
superficie
solo
le
increspature
delle
onde
o
mortalmente
pericoloso
quando
le

sue
acque
s’ingrossano,
gonfiate
del
maestrale
e
urlano
la
loro
rabbia
alle
tempeste.

Come
il
mare
cela
il
suo
immenso
tesoro
così
Venere,
nasconde
le
sue
grazie
muliebri
solo
agli
occhi
aridi
di
chi

non
sa
vedere
e
di
chi
confonde
le
lacrime
con
la
pioggia.
Dea
volubile
mai
si
concede
per
volere
altrui,
più
per

sfizio
o
voglia,
semmai
per
capriccio
o
per
vendetta
e
per
amore
sublime
s’immola.

Un
si
è
un
forse,
un
forse
è
un
no
e
un
no
è
un
no,
dalla
sue
labbra
mai
una
certezza
se
non
quella
del
dubbio,
Eros

la
educò
bene,
Amore
che
conosce
l’animo
degli
uomini
e
di
loro
si
prende
gioco,
si
diletta
a
vederli
soffrire
a

umiliarli,
a
deriderli
perché
è
nella
sua
natura
di
bambino
il
gioco
e
come
tale
quello
anche
quello
della
sua
più

grande
invenzione,
la
seduzione.


Se
la
seduzione
è
un
gioco
quindi
,
allora
se
seguiamo
le
sue
dolci
regole,
sarà
più
interessante
giocare.
Un
gioco

dove
chi
è
preda
diventa
predatore
e
viceversa,
dove
l’uomo
si
tramuta
in
donna
ed
è
lei
che
prende
le
redini;

dove
tutto
è
permesso
anche
ciò
che
non
è
lecito
e
quando
ciò
accade,
il
gioco
si
tramuta
in
guerra;
tragica,

feroce,
senza
freni
né
regole,
dove
il
solo
scopo
è
la
conquista,
il
possesso,
il
dominio
sull’altro,
ma
questo
forse

non
è
più
seduzione,
né
tanto
meno
si
potrebbe
chiamare
amore,
ciò
non
ha
più
nulla
a
che
vedere
con
le
regole

di
Eros,
qui
sono
gli
umani
che
dettano
legge
e
le
loro
crudeli
regole
sfidano
quelle
divine,
sino
a
occuparne
il

posto.


La
seduzione
ha
un
nome,
un
colore
e
un
sapore.


Il
nome
è
quello
di
tutte
le
donne,
il
colore
è
il
rosso
della
passione
che
brucia,
che
fonde,
che
lascia
profondi

solchi
nelle
carni
e
nell’anima,
che
divampa
in
un
attimo
e
in
un
niente
si
spegne,
ha
il
sapore
quello
dolce
del

peccato,
del
desiderio
finalmente
appagato,
di
un
frutto
acerbo
rubato
in
un
altro
giardino
e
l’amarezza
della
fine,

della
brace
che
rimane
quando
tutto
si
spegne
e
il
fumo
ancora
caldo
a
ricordare
ciò
che
poco
prima
è
stato.


Se
la
passione
durasse
in
eterno,
non
potremmo
godere
di
quei
rari
momenti
che
solo
l’amore
nel
culmine
dei
suoi

riti
ci
omaggia.


I
cinque
sensi.


L’arte
di
Eros
è
un
regalo
per
gli
esseri
umani,
perché
ne
glorifica
i
sensi,
quale
dunque
altre
divinità
potrebbero

donare
tanto?

Amore
nella
sua
magnanimità
ci
concede
di
lodarlo
con
ciò
che
a
noi
è
più
caro,
il
nostro
corpo
nello
slancio

amoroso.


La
vista.


Qual
più
bel
dono
è
la
visione
della
bellezza,
l’occhio
attento
scruta,
gusta,
decanta
né
più
né
meno
come
il
saggio

oste
degusta
il
suo
nettare
ben
conscio
di
ciò
che
andrà
ad
assaggiare.
Beati
dunque
siano
gli
occhi
che
mai
sazi

della
grazia,
mai
pasci
dell’eleganza,
ricercano
la
seduzione
del
movimento.


Lo
sguardo.


Lo
sguardo
è
la
chiave
dell’anima,
la
porta
degli
inferi,
il
fragile
giunco
che
traghetta
il
pensiero
all’azione,
son

tutte
le
parole,
è
l’amore
che
invita,
un
banchetto,
l’anticamera
della
memoria,
la
carta
a
carbone
dei
pensieri,
il

ieri
che
ritorna.


Lo
sguardo
seduce
ed
è
sedotto,
beata
la
veste
leggera
che
sfiora
la
sottile
caviglia
o
la
calza
velata
che
sfacciata

carezza
con
voluttà
la
gamba
snella,
lo
stretto
corsetto
che
esalta
come
frutta
che
aspetta
solo
d’esser
colta,
i
seni

turgidi
di
giovani
ninfe.
Beato
sia
dunque
lo
sguardo,
capace
di
mille
parole
e
mille
pensieri,
pungente
e
tagliente

come
una
spada
e
caldo
avvolgente
come
il
sole
d’estate.
In
mille
occhi
scorsi
solo
il
tuo
sguardo
innocente
come

il
bacio
di
un
bimbo
e
velenoso
come
il
morso
di
uno
scorpione,
ma,
invece
il
suo
veleno
è
dolce
e
quasi
mai
porta

alla
morte,
semmai
dà
l’oblio
e
la
vertigine
di
un
momento
senza
fine.

Lo
sguardo
spoglia,
impertinente
come
bimbo
viziato
che
per
scherzo
s’intrufola
sotto
una
gonna
per
vedere
cosa

c’è
sotto.
Lo
sguardo
indaga
nei
meandri
dell’anima
che
si
mostra
nuda
perché
senza
più
difese,

lo
sguardo

inibisce
oppure
libera,
sottomette
o
esalta,
lo
sguardo
desidera
e
detesta,
ama
e
odia,
guarda
ma
non
vede.

La
bellezza
è
fatta
per
essere
ammirata
e
la
seduzione
ha
nella
vista
la
sua
arma
più
potente.

La
vista
è
la
prima
a
essere
soprafatta
e
l’immagine
della
prima
volta
è
quella
che
rimane
impressa.


Ancora
mi
è
impressa
la
preghiera
di
un
vecchio,
che
su
una
sedia
a
rotelle,
la
voce
tremula,
gli
arti
oramai

inermi,
secco
e
rattrappito,
minuscolo
e
deforme
ancora
pregava
e
glorificava
Iddio
perché
gli
conservasse

l’unica
cosa
che
aveva
di
sano,
la
vista.


…io
sono
la
croce
che
Tu
porti
ogni
giorno,


mi
trascini
ancora
tra
sudore
e
sangue,


pesante
ogni
passo
di
più,

e
per
render
il
peso
ancor
più
gréve,

hanno
appesantito
questo
corpo
inutile,

gli
hanno
strappato
la
lingua,
cosicché
non
possa
gridare
il
tuo
dolore,

gli
hanno
mozzato
le
mani
in
modo
che
non
possa
più
aggrapparsi
a
te,

lo
hanno
azzoppato
affinché
non
possa
aiutarti
a
portare
la
tua
pesante
zavorra.

Io
sono
il
tuo
peso
Signore
che
neanche
ha
il
coraggio
di
chiederti
di
farlo
morire.

Perché,
una
cosa
ho
ancora
da
domandare.


Ti
prego,
lascia
che
i
miei
occhi
possano
ancora
godere
della
bellezza,

e
piangere

e
glorificare
il
tuo
nome.

Lascia
che
l’ultima
cosa
che
vedano
questi
occhi
prima
di
chiudersi
per
sempre,


sia
il
sorriso
di
una
giovane
donna
e
solo
allora
saprò
che
il
paradiso
esiste
davvero.


L’olfatto.


Di
quante
delicate
fragranze
e
di
quanti
soavi
aromi
si
veste
la
seduzione,
anche
gli
odori
diventano
profumi
a

che
è
soggetto
ai
fumi
di
Eros.
Gocce
di
cristalli
di
neve
infondono
effluvi
e
come
l’assenzio
danno
vertigine.

L’oppio
letale
che
s’inala
quando
la
pelle
si
veste
del
profumo
della
passione,
è
paragonabile
solo
all’oblio
che

l’amore
stesso
da
al
culmine
di
sé.
La
seduzione
si
veste
di
profumi
e
gioca
a
nascondino
con
i
sensi,
a
volte

istigando,
e
a
volte
celando
tra
suoi
ingredienti
i
desideri
degli
dei.


Dei
gelosi,
così
possessivi
che
lo
stesso
Giove
si
mutò
in
varie
forme
per
sedurre
le
donne
mortali,
così
belle
e

seducenti
che
lo
stesso
demonio
salì
dagli
inferi
per
esserne
soggiogato.
Questa
mistura
di
divino
e
demoniaco

qui
l’essere
femminile
si
avvolge,
è
così
seducente
che
gli
dei
e
lo
stesso
demonio
non
ebbero
le
capacità
di

crearne
di
migliori.


Satana
fin
dall’inizio
fu
sottomesso
al
fascino
di
Eva,
tanto
da
sedurla,
così
tanto
da
sfidare
lo
stesso
Dio
e
cadere

in
quel
peccato
mortale
che
è
la
passione
che
brucia
più
delle
fiamme
degli
inferi.

Il
cibo
non
è
mai
abbastanza
per
chi
ha
fame
e
la
sete
cresce
più
si
beve,
se
alla
tavola
di
Eros
è
lo
stesso
dio
che

prepara
gli
ingredienti,
sapiente
cuoco,
sopraffino
oste,
direttore
eccelso
di
quel
gioco
che
dalla
tavola
imbandita

porta
ad
adagiarsi
sui
morbidi
cuscini
che
la
passione
complice
ha
già
preparato.


L’udito.


Quale
musica
più
dolce
sono
le
parole
degli
innamorati,
quale
suono
più
soave
sono
i
giuramenti
di
chi
si
ama,

quale
armonia
più
seducente
gli
ansimi
della
passione.



Labbra
che
si
cercano,
sospiri
che
nascono
e
muoiono
l’attimo
di
un
batter
di
ciglia,
lo
stesso
cuore
detta
il
ritmo

delle
danze
d’amore
perché
l’amore
è
musica
e
i
corpi
sono
gli
strumenti
musicali,
sensibili
al
tatto,
leggeri
e

malleabili,
flessuosi
come
giunchi
al
vento
e
il
dolce
suono
dei
miagolii
d’amore
è
quasi
paragonabile
alla
musica

delle
stelle
che
dall’alto
intonano
i
loro
canti
celesti.

L’amore
si
agghinda
con
il
suo
abito
più
bello,
fatto
di
parole
e
promesse,
di
dolci
bisbigli
e
teneri
baci
e
come
in

un
crescendo
la
musica
sale
d’intensità
per
finire
in
un
tripudio,
glorificazione
di
Eros
che
solo
gli
umani
sanno

fare.



Il
tatto.


Le
mani
sono
state
create
per
toccare,
per
carezzare,
per
afferrare
e
cogliere,
solo
la
cupidigia
dell’uomo
ha

voluto
che
imparassero
anche
a
rubare
e
picchiare
e
fare
del
male.

Le
dita
che
seguono
un
dolce
profilo
e
si
fermano
sulle
sue
labbra
umide,
quel
dolce
calore
che
prosegue

scendendo
verso
il
basso
dove
la
pelle
più
sensibile
freme
a
mano
a
mano
che
le
dita
ansiose
proseguono
il
loro

cammino.



Il
tatto
è
lo
scettro
del
possesso,
la
tenerezza
è
il
suo
manto
e
tu
come
una
regina
ti
lasci
vestire
di
carezze
e

spogliare
col
tatto,
lasci
che
le
mani
dicano
più
delle
parole,
e
le
parole
si
tramutino
in
gemiti.
Descriverti
potrei

solo
con
le
mani,
disegnare
il
tuo
corpo
mille
volte
e
mille
volte,
scoprire
particolari
nuovi.
Tu
ancora
oggi
terra

inesplorata,
che
piano
piano
apri
il
tuo
immenso
tesoro,
che
Eros
sapiente
alchimista
ha
celato
in
te
per
fare
di
te

l’unica
tra
tutte.

E
sia,
che
le
labbra
si
schiudano
come
rose
in
primavera
e
lascino
il
loro
nettare
evaporare
al
sole,
labbra
che
si

congiungono
in
una
sola
e
mischiando
il
miele
e
il
fiele,
in
quell’unico
gusto
che
dà
il
sapore
all’amore.


Il
gusto.


Che
sapore
ha
un
bacio.

Dolce
e
appiccicoso
come
quello
di
un
bimbo,
oppure
umido
e
caldo
come
quello
di
un’amante,
o
ancora
freddo
e

distaccato,
qualunque
gusto
o
forma
abbia
un
bacio
è
il
segno
più
vicino
all’amore
che
c’è
dato
di
esprimere.

Il
bacio
dunque
come
antipasto
dell’amore,
un
timbro
momentaneo
di
appartenenza,
un
afrodisiaco,
un
cibo
di

cui
mai
si
è
sazi,
baci
come
le
ciliegie,
uno
tira
l’altro,
ma
se
il
bacio
accende
l’istinto,
che
ne
sarà
del
banchetto?


L’amore
è
un
invito,
la
passione
è
il
banchetto,
la
seduzione
è
l’aperitivo.


Come
il
buon
vino,
la
seduzione
dà
alla
testa
se
consumata
in
fretta,
come
a
un
convivio
ogni
piatto
ha
il
suo
vino.


Leggero
è
frizzante
è
il
vino
che
ci
accompagna
nei
virtuosismi
della
seduzione.
Di
gusto
fresco
e
vivo
questo

vino
giovane
è
adatto
a
rompere
il
ghiaccio,
la
sua
vivacità
mantiene
nel
tempo
il
gusto
fiorente
e
l’armonia
della

sua
effervescenza,
da
gustare
con
questo
nettare
sono
i
baci
e
le
timide
carezze,
prima
che
irrompa
Eros
sapiente

alchimista.
Equilibrato,
armonico,
suadente,
è
il
vino
che
accompagna
i
primi
piatti,
che
solo
la
fantasia
degli

amanti
sa
rendere
gustosi
e
piccanti,
miscele
di
aromi
orientali
svegliano
i
sensi,
nell’attesa
che
Cupido
dio
di

quest’arte
prepara
il
giusto
finale.
Con
le
carni
il
rosso
corposo
che
non
copre
i
gusti
bensì
li
valorizza,
o
un

bianco
fresco
a
esaltar
il
gusto
del
pescato,
così
una
mescita
rotonda
e
morbida
prepara
al
gran
finale.

L’esplosione
dei
sensi
quando
Eros
serve
in
calici
dorati
il
suo
nettare
più
prezioso
lasciando
ogni
inibizione,
lui

gran
maestro
dirige
le
danze
e
i
danzatori
guidati
dall’oblio
si
fondono
in
un
unico
essere
quel
dio
primordiale

creatore
di
tutte
le
cose
che
qui
sulla
terra
i
vecchi
romantici
come
me
chiamano
ancora
amore.


Eros,
padrone
del
genere
umano,
ama
sottomettere
tutti
i
suoi
schiavi
e
tutti
noi
volenti
o
nolenti
siamo
a
lui

succubi.


Egli
si
diverte
a
vederci
soffrire,
siamo
assetati
e
lui
ci
offre
da
bere
ma,
hai
noi!
Quel
vino
è
un
veleno
che
infetta

il
nostro
sangue
e
lentamente
come
una
droga
ci
intorpidisce,
ci
annulla
e
anche
se
siamo
capaci
in
un
impeto
di

scuotere
la
terra
e
il
mare,
alla
fine
siamo
sempre
a
lui
sottomessi.
Bramosi
ancora
di
un
sorso
che
ci
renda

ciechi,
sordi
al
mondo,
assuefatti
dalla
passione,
vorremmo
bere
ancora
e
ancora,
sete
che
non
si
placa,
sete
che

arde
e
brucia,
sete
che
uccide.


Quante
cose
avremmo
da
apprendere
da
quel
giovane
dio
con
le
frecce,
se
la
sua
età
non
fosse
così
predisposta
al

divertimento,
ma
forse
proprio
qui
sta
la
chiave.

La
seduzione
è
un
gioco,
dove
non
vi
sono
regole
perché
un
dio
infante
ha
visto
che
solo
gli
adulti
hanno
norme

assurde
da
seguire,
l’amore
è
divino
e
non
ha
bisogno
di
regole,
Dio
ama
senza
chiedersi
il
perché
e
senza
avere

nulla
in
cambio,
siamo
dunque
meglio
noi?


La
seduzione
dolce
è
un
gioco
e
che
dunque
s’inizi
a
giocare.

Il
gioco.


Il
gioco
è
l’elisir
di
lunga
vita
dell’amore.

Non
a
caso
Eros
è
un
dio
bambino
ed
è
questa
la
sua
forza.

L’essere
umano
resta
per
la
maggior
parte
un
bimbo
anche
quando
cresce,
il
non
potere
agire
come
tale
lo

inibisce
nelle
sue
azioni,
lo
limita
a
un
comportamento
più
consono
alla
sua
età,
in
pratica
gli
toglie
la
parte
più

bella
della
vita,
l’unica
cosa
che
può
farlo
tornare
indietro
alla
spensieratezza
della
gioventù,
il
gioco.


Eros
ci
dona
quest’opportunità.

Riscoprire
la
bellezza
della
vita
con
semplici
gesti,
assaporare
tutti
i
momenti
con
la
stessa
intensità,
curiosare,

usare
tutti
i
cinque
sensi
come
se
li
scoprissimo
per
la
prima
volta.
Essere
come
bambini
curiosi
che
si
affacciano

indiscreti
al
mondo.

In
fondo
anche
conoscersi
è
un
gioco,
dove
noi
stessi
siamo
gli
strumenti
e,
le
nostre
azioni,
parole,
pensieri
sono

come
i
dadi,
da
cui
non
sempre
si
può
prevedere
la
somma
che
ne
uscirà.



Venere
è
lo
specchio
di
ogni
donna,
perché
in
ognuna
di
loro
si
rispecchia
la
sua
bellezza,
la
sua
grazia,
la
sua

dolcezza.
Non
v’è
donna
un’uguale
all’altra
perché
di
ognuna
v’è
una
sola,
un
unico
esemplare.

Non
esiste
la
bruttezza,
né
la
sgarbatezza,
tutto
a
loro
sia
concesso
anche
il
rifiuto
che
se
giunto
dalle
loro
labbra

è
dolce
come
il
miele
di
castagne.

All’uomo
non
piaccia
la
facile
conquista,
piuttosto
l’addentrarsi
nel
fitto
bosco,
facendosi
strada
nella
folta

vegetazione,
laddove
trappole
nascoste
dalla
natura
selvaggia
sono
sempre
in
agguato
e
dove
non
sempre
si

percepisce
il
pericolo
come
tale.

Alla
donna
cui
piace
ancora
specchiarsi
nella
luna,
le
parole
portate
dal
vento
siano
un
dolce
richiamo,
e
quando

una
mano
le
carezzerà
il
volto,
si
destino
dal
loro
torpore
perché
sappiano
che
non
stanno
più
sognando.

Il
corpo
ha
un
suo
linguaggio,
anche
l’ignorante
lo
percepisce,
ma
chi
è
cieco
nell’anima
si
perderà
nel
buio
da
lui

stesso
creato
e
vagherà
in
cerca
di
ciò
che
ha
per
sempre
perduto.


La
seduzione
è
decantata
da
Ovidio
nell’arte
di
amare,
si
parla
d’amore
sin
dall’inizio
dei
tempi,
Dio
stesso
è

amore,
Gesù
s’immolò
per
amore,
il
potente
si
rende
schiavo
per
amore
e
viceversa,
per
amore
è
stato
creato
il

mondo,
è
l’uomo
che
generò
l’odio.

Lasciate
dunque
o
donne,
che
gli
uomini
tentino
almeno
di
sedurvi,
lasciatevi
affascinare
da
chi
ha
fatto
di
voi
la

loro
musa.
Arrendetevi
agli
sguardi
fuggevoli,
alle
dolci
parole,
alla
poesia
di
un
momento
irripetibile,

arrendetevi
all’amore.

E
voi
uomini,
lasciate
che
la
dolcezza
vi
riempia
il
cuore
e
l’anima,
noi
non
siamo
stati
creati
per
la
guerra,
ma
per

amare
e
a
elevare
a
divinità
le
nostre
compagne,
abbiamo
solo
poco
tempo
non
sprechiamolo
in
stupidaggini

senza
senso.

Glorifichiamo
Eros
e
la
sua
arte,
finché
possiamo,
fino
a
che
l’ultimo
alito
di
vita
lo
consenta,
amiamo
e
lasciamo

che
ci
amino
con
la
stessa
intensità
e
se
questo
sia
peccato,
non
sta’
a
noi
giudicarlo,
sarà
solo
un
peccato
non

farlo.


“Frui
vita
et
utamur
aetate”.
(godersi
la
vita
con
la
freschezza
dell'età)