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Memorie
di
un
guitto


Nella
polvere
di
un
placo


Roberto
Vassallo


Siamo
tutti
come
degli
attori
che
recitando
freneticamente
nell’immenso
palco
della
vita,
si

sono
scordati
chi
siano.


Io
no.

Io
sono
un
guitto,
che
vedendosi
riflesso
nello
specchio
ha
riso
di
sé
e
ha
capito
di
non

prendersi
mai
troppo
sul
serio
e
da
quel
momento
ha
ricominciato
a
vivere.


Il
guitto.

La
vita
è
un
palcoscenico.


E
noi
siamo
gli
attori.


Non
sarebbe
poi
così
sbagliato
se
per
davvero
prendessimo
la
vita
come
un
palco
e

cominciassimo
a
recitare
nel
modo
in
cui
ci
fosse
stata
affidata
una
parte
da
noi
stessi
scritta.

Se
davvero
iniziassimo
a
recitare
nella
vita
come
in
un
teatro,
daremmo
agli
altri
la
parte

migliore
di
noi.
Insito
nell’essere
umano
c’è
una
parte
chiamata
ego
che
preme
per
uscire.
Ego

è
lo
specchio,
la
parte
di
noi
cui
a
volte
ci
vergogniamo,
cui
a
qualche
volta
invece
andiamo

fieri,
ego
ci
fa
sbagliare,
ma
la
maggior
parte
ci
tira
fuori
l’orgoglio
di
essere
qualcosa
di

speciale
cui
noi
spesso
non
sappiamo
di
esserlo.



Se
interpretassimo
la
vita
con
l’impeto
con
cui
l’attore
recita
la
sua
parte
e
stimolati
dal
nostro

ego
perennemente
in
allerta,
probabilmente
molti
problemi
che
inevitabilmente
si
affacciano

durante
il
lungo
percorso
della
vita
potrebbero
essere
risolti.


L’attore
saprebbe
come
affrontarli,
come
fronteggiare,
come
reagire
e
questo
perché
recita.



Recitare
è
l’arte
di
nascondere
la
realtà,
semplificandola.
Rendere
la
quotidianità
non
più
una

cosa
noiosa,
mistificandone
le
ombre.
Come
un
pittore
dipinge
il
suo
quadro
e
a
suo
piacere

può
renderlo
luminoso
o
scuro
secondo
l’estro
del
momento,
così
come
può
cambiate
in

delicate
sfumature
i
colori
notevolmente
più
accesi,
nello
stesso
modo
chi
recita
può
fare
della

sua
vita
se
ne
ha
le
capacità
(e
queste
sono
dettate
dal
suo
ego)
un
palco,
mischiando
tra

finzione
e
realtà,
le
trame
della
sua
storia.


La
vita
è
così
breve
che
si
può
riassumerla
in
tre
atti.



Primo
atto.


Il
Proemio.


Il
proemio
è
la
parte
iniziale
di
un'opera
epica
che
funge
da
introduzione
e
che
individua
il
tema

fondamentale
su
cui
l'opera
verte.


Descrivere
la
vita
come
un
poema
epico
cui
narrarne
le
gesta
in
prima
persona
da

protagonista
è
già,
di
fatto,
una
cosa
notevole.
Tutto
dipende
dalla
qualità
della
storia
e
dalla

forza
dell’interpretazione.

La
vita
è
un
crogiuolo
di
fatti
che
si
susseguono
a
caso
e
molte
volte
come
conseguenze
di

causa
effetto,
e
quindi
per
risultato
di
ciò
l’esistenza
di
ognuno
di
noi
non
potrà
mai
dirsi

noiosa.


Non
è
la
trama
che
rende
noiosa
una
storia,
è
l’interpretazione.


Il
fiume
mai
scorre
lento,
il
suo
letto
è
tortuoso,
il
suo
percorso
è
incerto,
anche
se
la
sua
strada
è

segnata,
le
stagioni
ne
condizionano
l’andamento,
i
sassi
ne
frenano
l’impeto,
le
piogge
ne

ingrossano
le
acque
fino
a
straripare
dagli
argini.


La
fragile
imbarcazione
che
ci
porta
da
un
estremo
all’altro,
siamo
noi
e
il
modo
con
cui

traghettiamo
la
nostra
esistenza
a
guidarci
attraverso
le
avversità
della
vita.

Come
un
esperto
navigante
sa
come
aggirare
un
ostacolo,
così
l’attore
sa
come
affrontare
le

ostilità
ricorrendo
alla
sua
arte.


Ci
è
stata
affidata
una
parte
e
anche
se
non
è
di
nostro
gradimento,
a
noi
sta
a
interpretare,
a

rendere
cioè
interessante
ciò
che
riteniamo
non
lo
sia
e
a
rilevare
ciò
che
pensiamo
lo
sia.


Cogliere
ogni
attimo
e
renderlo
l’unico,
perché
ciò
che
ci
contraddistingue
dagli
attori
e
che

difficilmente
avremmo
una
seconda
prova.


Buona
alla
prima.



Atto
secondo.


In
genere
nel
secondo
atto
è
concentrata
tutta
l’azione
della
storia,
il
dramma
dell’esistenza
si

consuma
con
capovolgimenti
di
fronte
di
situazioni
tragiche
a
volte
comiche,
ma
è
la
vita
e
si
va

in
diretta.



Personaggi
e
situazioni
incombono
quasi
quotidianamente.
A
volte
ci
sono
delle
pause,
dove

non
accade
quasi
nulla,
è
lì
che
attende
l’attore
nella
prova
più
dura,
l’interpretazione
di
se

stesso.


Come
nella
vestizione
di
un
clown
ove
il
trucco
lo
nasconde
per
esorcizzare
le
avversità
della

vita,
l’attore
camuffa
se
stesso
in
quello
che
non
è,
ma
vorrebbe
essere:


*La
vestizione
del
clown


I
miei
gesti
sanno
di
vecchio,

la
mia

pelle
odora
di
stantio,

fatico
a
togliere
le
ragnatele
delle
mie
rughe.


Oh!
Tristezza,
compagna
delle
mie
notti
insonni

Abbi
pietà
di
me.


Com’è
bella
la
mia
veste

tutta
luce
e
paillettes,

com’è
bella
la
mia
maschera,

tutta
d’oro
dipinta.


Oh!
Tristezza,
compagna
delle
mie
notti
insonni

Abbi
pietà
di
me.


Dolce
abito

rendimi
invincibile,


invisibile
e
immortale,

rendimi
unica
come
le
stelle
del
cielo.


Oh!
Tristezza,
mesta
compagna
delle
mie
notti
insonni

Abbi
pietà
di
me.


Indosso
la
pesante
armatura,

compagna
di
mille
battaglie,

ma
fragile
è
la
mia
difesa,
debole
sono
io,
come
una
foglia

in
balia
del
vento.


Oh!
Tristezza,
mesta
compagna
delle
mie
notti
insonni

Abbi
pietà
di
me.


Piange
il
clown
triste,

piange
la
notte,

piangono
i
bimbi
che
non
vogliono
dormire,

e
io
che
lo
vorrei
piango
il
mio
triste
destino.


Oh!
Tristezza
mesta,
compagna
delle
mie
notti
insonni

Abbi
pietà
di
me.





*
“Make
up”


Comincio
dagli
occhi
il
rimmel
e
la
matita
non
proprio
leggera,
un
fondo
tinta
pallido
e
un
rossetto
carico,
parrucca

rosso
fuoco
e
tacchi
vertiginosamente
alti,
sono
così
sexy!


Un
vestito
aderente
dal
colore
argentato
come
le
stelle
del
cielo,
unghie
da
tigre
e
passo
da
pantera,
chi
vuole
venire

con
me
stanotte?


Sono
una
puttana
da
strada…


…chi
vuoi
ch’io
sia
stanotte


Puttana
da
strada


e
ti
regalerò
il
tuo
sogno.



Mi
puoi
trovare
all'angolo
in
fondo
alla
tua
strada,
sono
all'uscita
del
cinema
e
sotto
le
tue
coperte,
dentro
i
tuoi

sogni
più
segreti,
sono
tua
madre
e
tua
sorella,
l’angelo
e
il
demone,
il
Lete
e
il
veleno,
una
dolce
compagna
o
la
tua

cagna
fedele.



Un
vestito
aderente
colore
argento
come
le
stelle
del
cielo
con
unghie
da
tigre
e
passo
da
pantera,
chi
vuole
venire

con
me
stanotte.


Sono
una
puttana
da
strada,


chi
vuoi
ch’io
sia
stanotte?


Puttana
da
strada


e
ti
regalerò
il
sogno.


Comincio
dagli
occhi,
il
rimmel
e
matita
non
proprio
leggera,
un
fondo
tinta
pallido
e
un
rossetto
carico,
parrucca

platinata
e
tacchi
alti,
sono
così
sexy.


*Poesie
tratte
dalla
pièce
teatrale
“La
signora
di
notte”.


A
volte
ci
mascheriamo
solo
per
scendere
a
compromessi,
come
una
“signora
di
notte”
fa
nei

confronti
dei
suoi
“clienti”
e
in
questo
frangente
la
maschera
che
usiamo
esageratamente

grottesca
ci
serve
per
nasconderci
prima
di
tutto
da
noi
stessi.



È
in
questo
secondo
atto
che
tutta
la
forza
interpretativa
fa
si
che
il
nostro
spettacolo
riesca
o

no,
siamo
noi
volenti
o
nolenti
che
guidiamo
lo
spettatore
nei
meandri
delle
vicende,
ed
è
la

nostra
maschera
che
diverte
o
annoia,
affascina
o
disgusta,
vince
o
perde.

Siamo
noi
protagonisti
sempre
e
comunque
nel
bene
o
nel
male,
siamo
noi
che
ci
mettiamo
la

faccia,
anche
se
il
copione
è
stato
scritto
da
qualcun
altro.


È
in
quest’atto
che
poniamo
le
basi
per
la
fine
del
dramma
o,
il
buon
termine
della
storia,
è
qui

che
se
vogliamo,
possiamo
interrompere
di
colpo
lo
spettacolo
e
comunque
mai
nessuno
si

accorgerà
che
lo
spettacolo
sia
davvero
finito.

La
maschera
e
il
trucco,
la
finzione
e
la
realtà
da
sempre
come
il
giorno
e
la
notte,
uno
insegue

l’altro
senza
mai
congiungersi.
Così
fa
l’uomo‐attore
che
ha
capito
che
non
v’è
distinzione
tra

simulazione
e
verità.


“Mischia
le
carte
la
chiromante,
il
fato
deciderà
il
tuo
destino,
ma
tu
già
sai
che
vi
sarà
una
fine,

inganna
la
morte
e
vivrai
in
eterno”.

L’inganno.


Recitare
è
un
inganno,
raggirare
la
vita
per
imbrogliare
la
morte,
così
corriamo
verso
i
nostri

sogni
sempre
guidati
da
ego
senza
mai
raggiungerli
ed
è
per
questo,
che
l’uomo
inganna
se

stesso.

L’essere
umano
ha
si
raggiunto
la
luna
ma
non
può
dirla
di
sua
proprietà,
così
per
i
suoi
sogni

che
non
dureranno
in
eterno
e
che
svaniranno
quando
le
pesanti
tende
di
velluto
rosso

separeranno
l’attore
dal
proscenio
per
sempre.


Quando
la
maschera
diventerà
pesante
e
il
trucco
comincerà
a
sciogliersi
e
vedremo
cadere
a

pezzi
i
nostri
abiti
di
scena;
mentre
più
nessuno
né
riderà
né
piangerà
dei
nostri
monologhi
e

vedremo
le
luci
affievolirsi
e
solo
le
poltrone
vuote
saranno
i
nostri
unici
spettatori,

capiremmo
che
l’inganno
è
finito
ma
continueremo
a
mentire
anche
se
solo
a
noi
stessi.


Terzo
atto.


Nel
terzo
atto
si
ha
normalmente
l’epilogo
di
tutta
la
vicenda
narrata
in
precedenza,
a
volte
la

storia
termina
con
un
colpo
di
scena
inaspettato,
ma
il
più
delle
volte
la
fine
è
come
l’inizio,

noioso
e
scialbo.

A
fare
la
differenza
siamo
ancora
noi
attori,
nostro
malgrado.

“Quello
che
facciamo
in
vita
riecheggia
per
l’eternità”,
gridava
il
generale
Maximus
mentre

spronava
i
suoi
legionari
alla
battaglia.


Nel
terzo
atto
vi
si
trovano
le
frasi
fatte,
le
azioni
mai
compiute,
quello
che
doveva
essere
e
che

non
è
stato,
i
posti
mai
visitati,
i
rimpianti
e
i
rimorsi,
gli
amori
perduti
e
quelli
sognati,
il
gusto

amaro
della
fine.


Il
resoconto
di
una
vita
lungo
un
monologo
fatto
di
troppi
dolori,
dove
nessuno
è
disposto
più

ad
ascoltare.


La
morte
entra
come
una
regina,
protagonista
rimasta
nella
penombra
che
adesso
vuole

recitare
la
sua
parte
e
come
potrebbe
essere
il
contrario
se
solo
adesso
ci
rendiamo
conto
che

per
tutta
l’esistenza
e
senza
accorgersene
mai
siamo
stati
i
personaggi
principali.



Abbiamo
simulato,
mistificato,
ingannato,
siamo
saliti
al
cielo
aggrappandoci
alle
nuvole,
ci

siamo
crogiolati
al
sole
come
libellule,
ci
siamo
raccontati
storie
incredibili
col
solo
scopo
di

sorprenderci,
abbiamo
distorto
i
colori
della
realtà
con
le
nostre
parole,
in
qualche
modo
e
per

qualche
tempo
ci
siamo
pure
sentiti
vivi
e
amati.


La
morte
ci
siederà
di
fronte
e
comincerà
a
sua
il
suo
lungo
monologo.



Già
si
spengono
le
luci
e
anche
l’ultimo
spettatore
se
ne
va.



Cala
il
sipario
e
tutto
finisce,
solo
la
polvere
del
palco
è
eterna
perché
molti
l’hanno
già
calcata

prima
di
noi
e
tanti
vi
hanno
lasciato
le
loro
impronte.



Anche
la
morte
però
vorrà
il
suo
pegno.


La
nostra
qualità
di
attori
si
misura
da
come
sappiamo
rappresentare
la
sofferenza
in
tutte
le

sue
sfumature,
lei
non
transige
inganni.


…il
sangue
che
cola
dalle
mie
ferite
si
mischia
al
trucco
pesante
del
guitto
che
sono,
le
mie

movenze
goffe
sono
rese
ancora
più
impacciate
dal
dolore
che
provo,
la
mia
voce
gracchia
come

un
grammofono
rotto.

Ecco
il
clown!
Grida
la
gente.

Ridete,
applaudite,
gridate!

Guardate
la
sua
goffa
danza,
le
sue
buffe
movenze,
una
bizzarra
ballerina
interpreterà
la
morte

del
cigno,
ridete
dunque
di
questa
pantomima.


E
mentre
l’improbabile
danzatrice
crollerà
al
suolo
esangue
e
la
morte
avrà
finalmente
avuto
il

suo
tributo.
Il
palco
invece
esigerà
sangue
ancora,
perché
mai
sazio
di
tale
spettacolo
e
vorrà

goderne
ancora
così
da
esorcizzare
una
volta
di
più
quel
macabro
gioco
al
massacro
che
è
la

vita.

Conclusione.


L’immedesimazione
in
ciò
che
si
vorrebbe
essere
è
l’essenza
di
tutto
ciò.
Recitare
non
è
poi

altro
che
la
trasposizione
della
realtà
su
un
palco,
dove
chi
guarda
si
compiace
nel
vedere
ciò

che
accade
a
chi
recita.

Perché
dunque
non
spostare
il
teatro
nella
vita
reale,
facendo
di
ciò
tutta
una
finzione,

atteggiandosi,
mistificando
all’inverosimile
la
realtà
per
renderla
almeno
per
una
volta
come

piace
a
noi.


Nessuno
ci
sarà
che
ci
farà
da
suggeritore,
dovremmo
fare
di
tutto,
dalle
luci
all’audio,
dai

costumi
ai
trucchi,
impareremo
a
memoria
la
nostra
parte
e
sennò
improvviseremo,
vedremo

la
nostra
ombra
allungarsi
a
dismisura
fino
a
toccare
le
volte
celesti,
udiremo
la
nostra
voce

negli
echi
delle
nevi
sempiterne
e
saremo
immortali.

Quello
che
facciamo
in
vita,
resta
come
un’ombra
solo
fino
a
che
le
prime
luci
dell’alba
la

dissolvono,
il
resto
è
solo
dettaglio.