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Enrico

Fenzi
Armi e bagagli
Un diario dalle Brigate Rosse
Prefazione di Emanuele Trevi
Il primo libro sulle BR profondamente diverso da tutti gli altri che sono stati poi pubblicati sullo
stesso argomento. Non un pamphlet o una confessione, ma una testimonianza dall'interno sulla stagione
del terrorismo, per rileggere a distanza di cos tanto tempo quegli avvenimenti da parte di chi li ha
vissuti, ma di particolare interesse anche per quanti ne hanno solo sentito, vagamente, parlare. I
personaggi (Moretti, Curdo, Senzani, Micaletto, Savasta) visti da vicino, colti nel privato; la vita del
clandestino scandita nel quotidiano, i luoghi (i covi, le carceri, i treni); le azioni terroristiche pi
clamorose svelate nei loro retroscena; i rapporti personali tra i vari protagonisti degli anni di piombo.
Una verit umana, prima che politica o ideologica, ma soprattutto un vero romanzo, o un romanzo vero,
scritto in maniera sapiente da un protagonista di quegli avvenimenti. E a distanza di anni dai fatti narrati
quello che alla fine risalta soprattutto il valore della scrittura,davvero notevole, quel timbro della
soggettivit, il timbro della letteratura evocati da Emanuele Trevi nella prefazione che accompagna
l'ennesima edizione del libro.

Enrico Fenzi (Verona, 1939), gi docente di Letteratura italiana all'Universit di Genova, stato
arrestato due volte (nel 1979 e nel 1981) e condannato per la sua appartenenza alle Brigate Rosse. Dopo
aver scontato dieci anni di carcere tornato agli studi letterari, pubblicando tra l'altro le edizioni
commentate del Secretum e del De ignorantia di Petrarca, il volume Saggi petrarcheschi e un libro su
Cavalcanti. A cura della Societ Dantesca Italiana sta preparando un volume che raccoglie i suoi studi su
Dante.
L'ottimo libro dell'ex brigatista genovese
Giampiero Mughini


A Isabella
Prima edizione 1987 Seconda edizione 1998
In copertina: Cesare Viel, immagine da Viaggiatori-Viaggiatrici Galleria Paolo Vitolo, Milano, 1994
info@costlan.it www.costlan.it
Copyright 2006 costlan editori s.r.l. Milano ISBN 88.7437.032.6

Cause ed effetti di Emanuele Trevi

Per introdurre Armi e bagagli di Enrico Fenzi mi sar necessario condividere almeno in parte gli stessi
rischi che l'autore ha affrontato scrivendo la sua opera. A farmi accettare questi rischi non basterebbe
nemmeno la profonda amicizia che mi lega a Enrico: l'argomento decisivo, in questi casi e di fronte a una
materia cos spinosa, non , non pu essere che il grande valore di questo libro, non a caso arrivato alla
sua terza edizione. Ma proprio intorno e in conseguenza a questa nozione di valore che iniziano i
guai. A primo impatto, infatti, potrebbe anche suscitare fastidio e addirittura ripugnanza l'elogio delle
qualit letterarie di un libro che ha per sottotitolo Un diario dalle Brigate Rosse. inutile negare che su
un discorso che abbia questo tipo di intenzione pende come una spada di Damocle l'accusa di un cinismo
sordo al male e al dolore reali evocati in Armi e bagagli. Ma questo rischio (l'accusa infamante di fare
della letteratura di fronte a tragedie reali) corso, in maniera molto pi radicale, dall'autore in prima
persona. Che al danno fatto avrebbe pure aggiunto la beffa di scriverci su un bel libro. Questa
diffidenza per la letteratura e per il fare della letteratura ha radici antiche e profonde, e pu vantare
anche, non costa nulla ammetterlo, dei buoni argomenti. Scegliendo nonostante tutto la letteratura, a
Enrico Fenzi non rimasta che la pi svantaggiosa delle scommesse: si affidato alla sua opera, le ha
delegato interamente il compito di parlare per lui. Il che significa, prima di tutto, rinunciare all'ombrello
protettivo delle proprie intenzioni. Ci difendiamo meglio con le nostre intenzioni: perch sono malleabili,
reversibili, plurali tendenzialmente inesauribili. Il vecchio proverbio ha davvero ragione: proprio
perch sono cos tante, che le intenzioni bastano a lastricare le strade dell'inferno! Continuano a darci
maggiori possibilit, anche di fronte al male compiuto. Un'opera invece un fatto singolare, e
irrimediabile. Sta l, non pu tornarsene indietro. La sua legittimit dipende solo da se stessa, dal suo
essere cos com'. Ma se deve rinunciare a proteggersi con tutto ci che non se stessa, in cambio ha
qualcosa di unico da offrire. Che la si ami o meno, non si pu negare alla letteratura una forma
particolare di potenza cognitiva, che altri generi di discorso non conoscono. Non vero, solo una
petizione ideologica dei nostri nonni, che la letteratura sappia per forza qualcosa di pi del mondo; di
certo, per, il mondo lo conosce in maniera diversa. Scrivendo Armi e bagagli, Enrico Fenzi si voluto
collocare in questa alterit. Proprio perch scrive di fatti reali, e lo fa anche con un certo scrupoloso
spirito di esattezza, ci rendiamo ben presto conto, fin dalle prime battute del discorso, che quei fatti sono
stati sottoposti a una specie di rotazione mentale, colorandosi di una luce insospettata, inedita.
Riconosciamo subito, insomma, mentre il narratore guarda il suo riflesso sul vetro di un treno notturno
che attraversa l'Italia, il timbro della soggettivit, il timbro della letteratura.
Intendiamoci su questa infida nozione di letteratura che un libro come Armi e bagagli quasi ci
costringe ad evocare. Perch un testo scritto abbia caratteristiche e prerogative inconfondibilmente
letterarie, non necessario che sia composto in maniera bizzarra, o con abbondanza di figure retoriche, o
in versi, o ancora che esprima una prospettiva sulla vita per forza fantastica o allucinata. Tutte queste e
infinite altre sono componenti importanti della scrittura letteraria, ma non ci aiutano a definire davvero
cosa sia, in profondo, la letteratura. Con una scelta che ha sicuramente a che fare sia con la gravit della
materia che con il proprio temperamento umano, semmai Fenzi ha lavorato ad attenuare e smussare ogni
superfluo orpello letterario della sua scrittura. L'eleganza, unita al fondamentale afflato razionale, della
sua prosa autobiografica non poi molto distante da quella che appare nei suoi lavori di studioso ed
interprete di fama mondiale dei nostri classici, da Dante e Petrarca a Tasso e Leopardi. Mi ricordo di
aver letto un'intervista, rilasciata quando era ancora detenuto in qualche carcere speciale, dove Fenzi
dichiarava che, se avesse scritto un romanzo, si sarebbe ispirato pi a Tolstoj che ai modelli
dell'avanguardia e la cosa non mi stupisce affatto, come non stupir i lettori di Armi e bagagli (per
inciso, ricordo anche il terribile titolo dell'intervista: Da Petrarca al mitra). E invece, come si desume
da molti punti del libro, l'attivit di studioso e quella di dirigente clandestino delle Brigate Rosse
arriveranno addirittura ad intrecciarsi, all'interno di un'esistenza sempre pi sprofondata in un senso di
assurdo. Difficilmente, del resto, chi scrive bene per inclinazione spontanea e per lunga abitudine
scriver male affrontando i nodi decisivi della sua vita. E mentre forse inutile oltre che
eccessivamente complesso definire che cos' la letteratura, e si costretti a rimanere sul vago, di sicuro
ci si avvicina di pi ad esperienze concrete e verificabili chiedendosi non pi cos', ma a cosa serve la
letteratura. A questo proposito Fenzi molto sicuro, e la sua risposta, illuminante per il lettore, arriva
proprio all'inizio del libro, al momento di accingersi ad affrontare la questione pi spinosa di tutte. la
questione del perch. Perch lo hai fatto? Perch sei diventato un terrorista? Perch hai rovinato la vita
altrui assieme alla tua stessa? Osserva sottilmente Fenzi in un altro punto dell'opera, che questa domanda
non pu che esprimere inimicizia. Se viene posta proprio perch l'altro non sa rispondere. O meglio:
pu dare risposte parziali. Risposte politiche, psicologiche, strettamente giudiziarie che possono
contenere tutte il loro grado di utilit e verit. Ma che in fin dei conti a sciogliere il nodo di quel
perch? non possono mai arrivare. Perch nessuna di queste risposte parziali, per quanto onesta, potr
mai scavalcare l'abisso tra le cause e gli effetti. Questo il punto decisivo, a mio parere. Il terrorismo
non stato solo un trauma per gli individui e le collettivit che ne hanno patito la violenza, sostiene
Fenzi, ma anche per coloro che vi hanno aderito e partecipato in prima persona. La prima conseguenza
del trauma, di ogni tipo di trauma, proprio questa: una totale rescissione dei legami che legano cause ed
effetti. Che esistano le cause -scrive Fenzi fuor di dubbio. Che esistano gli effetti altrettanto certo.
Ma che tra le une e gli altri ci sia un rapporto, beh, sarebbe azzardato dirlo. In ogni caso, occorre
inventarselo ogni volta. Si noti bene: inventarselo, scritto in forma riflessiva, dunque anche pi forte di
inventarlo, pi legato a una sfera di decisioni e fantasmi interiori, pi intimo alla soggettivit e alle sue
responsabilit... Ecco, nel frattempo, una buona definizione pragmatica del concetto cos astruso di
letteratura: l'invenzione di un rapporto possibile tra cause ed effetti, quando tutti i vecchi rapporti
appaiono infranti e ormai inutilizzabili. Per un paradosso fecondo di conseguenze, l'invenzione genera
dunque un tipo particolare di verit, che nessun altro discorso su questi argomenti potr mai generare.
L'invenzione in altre parole accetta la sfida del nemico, la sfida del suo perch? e muove d'assalto alla
zona d'ombra, tenta di colmare la voragine che si spalancata tra le cause e gli effetti. E come il fuoco
della candela rende visibile una scrittura tracciata con il succo di limone, cos l'invenzione fa apparire
qualcosa proprio l dove fino a un attimo prima non c'era davvero niente da vedere. Questo qualcosa non
possiede nessuna rilevanza storica, giuridica, politica. Non insomma fagocitabile da finalit estranee al
suo stesso manifestarsi. Qualcuno lo potr anche rifiutare come inutile, senza rendersi conto che si
tratta, semmai, di tutt'altro ordine di senso. Vorrei servirmi per chiarire questo punto di un esempio
storico pi tranquillo, perch riferito a tempi lontanissimi da noi, tali da non turbare nessuna coscienza.
Tutti a scuola abbiamo imparato che cos' la Fronda, la grande rivolta sia aristocratica che borghese che
a met del Seicento turb la Francia del vecchio Mazzarino e di un Luigi XIV ancora troppo giovane e
sotto tutela. Non si tratt certamente di terrorismo come lo intendiamo oggi, ma di sicuro in quegli anni
fu arrecato un gravissimo turbamento all'ordine pubblico e alle autorit costituite. Ci furono fazioni,
complotti, vinti e vincitori, tradimenti e rivelazioni. Bene, noi possiamo sapere tutto della Fronda,
leggendo i diari, gli epistolari, i resoconti storici, le relazioni diplomatiche del tempo. La nostra idea di
questo evento storico pu progredire e raffinarsi ad libitum, senza mai dover scomodare la letteratura e la
sua capacit di invenzione. Ovviamente, per, studiando i documenti di quel periodo non ci si pu, prima
o poi, non imbattere nelle Memorie del cardinale di Retz. Retz era un sublime gaglioffo, un libertino
impenitente, un grande artista dell'intrigo. Inoltre, non lo sapeva nemmeno lui, ma era un grande scrittore.
Acciuffato a un certo punto dagli ufficiali di Mazzarino, fu protagonista di una celebre evasione, destinata
ad essere soppiantata solo da quella di Casanova dai Piombi. Una volta preso il potere, Luigi XIV gli
risparmi la galera o peggio, ma non volle pi vederselo intorno, e lo sped a vivere nel castello di
famiglia, da qualche parte in provincia. Cosa sarebbe rimasto da fare fino alla morte al cardinale, nella
gabbia dorata delle sue ricche propriet, lontano per sempre dai salotti e dalle anticamere di Parigi? Retz
inizia a scrivere le sue memorie, indirizzate a un'anonima, giovane amica all'oscuro di tutti i retroscena
della Fronda. Non n il primo n l'ultimo uomo d'azione che, costretto all'inerzia e alla meditazione
sulla propria sconfitta, prende la penna in mano. Probabilmente non ha l'ambizione di comporre un
capolavoro che sar ricordato tra i grandi classici della letteratura francese; eppure, come dicevo, un
vero scrittore. Non ci rivela mai nulla di importante o sconosciuto sulla guerra civile di cui era stato
protagonista, molto spesso impreciso, si perde in dettagli insignificanti. Ma dopo aver letto queste
Memorie, in apparenza simili a tantissime altre opere che parlano degli stessi fatti, la nostra idea della
Fronda non sar pi la stessa. Storico inaffidabile e fazioso, Retz ci rivela un'intera antropologia
dell'intrigo, del tradimento politico, del segreto come valore d'uso e valore di scambio. Gli eventi umani
sono poliedri irregolari, e la faccia di questi poliedri illuminata dalla letteratura non assomiglia a
nessun'altra, il luogo di articolazione di un senso ulteriore, di un senso supplementare.
Tra i tanti esempi che si possono trovare in Armi e bagagli di questo modo di procedere della
letteratura, vorrei indicare una pagina che a mio parere la pi bella e toccante di un libro che di belle e
toccanti ne contiene non poche. Fenzi parla di Lucio e Valentino, che sono i nomi di battaglia dei due
militanti delle Brigate Rosse che lo accolgono nell'organizzazione e gli danno le prime istruzioni. Come
facile capire, la figura di questi due reclutatori importantissima in relazione all'identit del protagonista
e al suo tentativo di rispondere a quel perch? al quale impossibile rispondere. Bene, evocando la
vita di Lucio e Valentino, Fenzi ci ricorda che la scelta di entrare in un'organizzazione come le Brigate
Rosse non pu essere stata, per centinaia di persone di ogni condizione e cultura, un gesto puramente
razionale, l'adesione a un'ideologia, la conseguenza di una diagnosi storica. Cos come, commettendo
l'errore opposto ma simmetrico, inutile mettere tutto sul conto di un'ipotetica follia collettiva, facendo
della lotta armata una specie di sintomo psicotico. Entrambe queste spiegazioni possono contenere anche
del vero, ma peccano di astrazione. Fenzi invece, interrogandosi sul motivo per cui entrato nelle
Brigate Rosse, schizza il ritratto di questi due tragici Lucignoli, Lucio e Valentino. In tale modo, ci fa
intravedere l'ingrediente pi impalpabile, ma forse anche pi decisivo, di ogni scelta di vita: il
magnetismo che un'esistenza concreta, e solo lei, pu esercitare su un'altra esistenza. Non
l'organizzazione, il partito armato ad attrarre e infine cooptare il protagonista, ma due uomini che ne
impersonavano totalmente lo spirito, l'essenza. Cos come il protagonista, a sua volta, incarner questa
essenza e questo spirito agli occhi dei nuovi arruolati, in un fatale meccanismo di contagio dove i ruoli si
invertono presto e davvero non si sa quale il peggiore. Fenzi magistrale nel descriverci il partito
armato come uno spazio tragico tecnicamente tragico, voglio dire, perch completamente assoggettato
alla logica dello sguardo, al gioco di potere connesso al guardare e all'essere guardati. Dei brigatisti, ci
arriva da questo libro un impressionante ritratto collettivo di uomini e donne totalmente assorbiti da un
ideale di velenosa perfezione dell'io che corrode chi lo coltiva mentre conduce alla rovina chi ne
subisce il fascino. una storia terribile quella che ci racconta Enrico Fenzi. E prima di lasciare i nuovi
lettori a tu per tu con Armi e bagagli, vorrei osservare che essa tanto pi terribile quanto pi l'autore,
scegliendo la verit inventata della letteratura, non pu che farne una storia umana, integralmente umana.
Cos che il racconto di quell'errore, pur cos individuale e irripetibile, somiglia almeno un poco, ma
quanto basta per dolersene, al racconto di tutti gli errori, che purtroppo il racconto di tutti.
L'irregolare

Sovrapposizioni

La stazione di Milano, le nove e mezza di sera. M'infilo nell'atrio tenendomi addosso a una comitiva
familiare, sino alla biglietteria. Vorrei una cuccetta, ma mi sento pi sicuro in uno scompartimento
normale. Sotto quella luce velenosa s'aggirano due poliziotti, con le trasmittenti a tracolla. Non mi devo
preoccupare di loro, ma semmai degli altri: giovani con i capelli lunghi e la barba scura mal rasata, soli
o a coppie, che stanno vicini alla scala mobile; uomini di mezza et, incappottati, con le palpebre
socchiuse sugli occhi pigri e sospettosi, presso l'edicola e attorno alla cabina del telefono.
Salgo a piedi all'atrio superiore. A capo dei marciapiedi c' sempre qualcuno, fermo, che frantuma il
corso di chi va e di chi viene. Passo oltre, e piego per un marciapiede deserto, lungo una fila di vagoni
vuoti. Salgo e ridiscendo subito dall'altra parte, e sono di nuovo tra la gente, davanti al mio treno. Di
solito faccio cos solo quando arrivo, per non passare sotto il controllo di chi aspetta in fondo. Ma
stasera sono inquieto e stanco. Mi rode il pensiero che la stazione sia un punto pericoloso, per tutti noi.
Milano, Torino, Bologna, Roma... dobbiamo passare di l, non c' altro. L'Italia piccola, e dopo un po'
par di conoscere i controllori di quei soliti due o tre treni che vanno su e gi, e i soliti pendolari di lungo
corso. Del resto, Giovanni Ciucci, brigatista-controllore del compartimento di Firenze, s'imbatte ogni
tanto nei capi dell'organizzazione, in treno, e ne approfitta per consigliare sul campo le pratiche
mimetiche della clandestinit ferroviaria.
Mi siedo nell'ultimo posto libero, vicino alla porta dello scompartimento di prima classe. Apro il
giornale: per non essere guardati meglio non guardare, almeno finch il treno non si muove. Ma ho una
notte di viaggio davanti a me, e avverto la pressione di chi mi sta attorno, nello scompartimento, negli
scompartimenti vicini, nel corridoio... un'intimit forzata e strana ma non sgradevole. Con il gomito
destro sfioro ogni tanto l'impugnatura della pistola, badando che sia ben coperta dalla giacca.
Ma anche come toccare un bubbone: la peste, il colera... Sorrido a questa immagine, e mi guardo
attorno di sfuggita. Gli uomini che credo di vedere laggi, fermi, mi cercano. Questi, che passano per i
corridoi e guardano, mi cercano. E il rigonfio della pistola l a ricordarmelo. La si deve portare non
tanto per difesa, credo, perch se fosse necessario usarla sarebbe anche troppo tardi per farlo: no, non
per difesa, ma piuttosto per sentirsi in ogni momento, e specialmente in mezzo agli altri, diversi. come
andare attorno con una palla di piombo al piede: non si pu andare dove si vuole, non si pu parlare con
chi si vuole, e occorre invece seguire vie proprie, percorsi obbligati, incontri prestabiliti. Un mondo
parallelo, un organizzazione del tempo e dello spazio parallela... non neanche una palla di piombo ma
una lunga catena, legata ad altre catene. Con la pistola addosso un andare alla catena.
Il treno si muove, lentamente, ed esce dalle nere volte della stazione verso l'alta oscurit del cielo di
dicembre. Non riesco a distrarmi pi d'un istante. La diversit, ecco... si tratta di sapere quel che si .
Non le chiacchiere sull'utilit o meno della pistola, che si possono sempre tirare l dove si vuole. Quella
diversit che va cercata e cristallizzata per alcuni, e che va sfumata e quasi nascosta per altri. Sono due
modi opposti che ormai saltano fuori nelle forme e nelle occasioni pi disparate, sempre pi spesso, e
tutti ne siamo coinvolti e lacerati. E anche i legami e gli affetti pi vecchi si corrompono.
Mi stacco con fatica da questi pensieri e mi guardo intorno con attenzione. Il primo momento di
impaccio che irrigidiva i viaggiatori si sciolto nel caldo e negli odori dello scompartimento, al ritmo
monotono e pacificante del treno. Sono passate da poco le undici. Lodi, e poi Piacenza, e poi Parma...
ancora lunga. Mi alzo, per respirare l'aria fredda del corridoio.
Vorrei parlare con qualcuno. Con chi? Mi vedo riflesso sul vetro del finestrino, contro lo sfondo nero
della notte punteggiata dal veloce bagliore di qualche luce isolata. Sono io, quell'immagine trasparente e
incerta? Quell'immagine attraversata dall'invisibile fuga della campagna, dall'istantanea apparizione di
una strada, qualche casa e qualche lampione che ruotano velocissimi davanti agli occhi come le quinte di
un teatrino esploso nel vuoto attraversata dall'Italia?
Mi guardo cercando tra le postille di quel cupo riflesso qualcosa che non ho visto alla luce degli
specchi. Mi attira il mio fantasma. La mia inconsistenza, non la mia realt. Faccio una smorfia a me
stesso. Sono tentazioni notturne che non mi posso permettere.
Il dondolio del treno, le luci basse e ipnotiche, la stanchezza che comincia a formicolarmi su per le
gambe, tutto ci mi riporta fastidiosamente alla labile figura sul vetro che inghiotte ogni domanda, se ne
lascia attraversare e resta l, incerta e incancellabile con i suoi pallori e le sue ombre. Avevo sempre
avuto i baffi? No. Allora il viso era pi liscio e chiaro, un po' infantile. Un viso disposto a diventare altri
visi, a moltiplicarsi, proprio come quello in cui ora mi vedo.
Rivedo oltre il vetro, oltre il buio, Alberto Franceschini, nella mezza luce della nostra cella, nel
supercarcere di Palmi dove l'ho lasciato quasi un anno fa. La sua branda nell'angolo opposto. Di fronte
ho Bertolazzi, detto il Nero, e di fianco Curcio, il Cane. Ogni sera Alberto stende con cura un
asciugamano sopra la coperta, prima di coricarsi diritto e composto: dice che gli d il giusto rapporto
peso-calore. E ogni mattina, alle sette e mezza, serve a tutti il caff a letto. La scena chiara ma lontana,
sprofondata. Come se vedessi in fondo a un nero cunicolo quel piccolo scompartimento minacciato dal
vuoto che la cella: una capsula spaziale, una cellula di miele / di una sfera lanciata nello spazio.
Specie la notte, specie quando piove, la cella un piccolo mondo perduto che rotola via nel nulla.
Appena oltre il muro si spalancano distanze irreali, fantastiche, e l'unica geografia quella che il cuore
continuamente disegna ai suoi movimenti.
Mi inseguono da qualche tempo alcune parole che avevo isolato tra le prolisse chiacchiere del
carcere, sulla prima rapina in banca compiuta da chi aveva allora fondato le Brigate Rosse. Mi avevano
fatto capire l'emozione, la paura che attanagliava quei pochi che erano stati scelti, o che si erano scelti. Il
problema dei soldi si era rivelato troppo importante, per le case, le armi, i documenti, e avevano infine
concluso che non c'era altro modo. E l'avevano fatta: la prima di una lunga serie. Avevano scelto una
piccola banca di provincia, e avevano preparato il colpo con perfezionismo persino eccessivo. Erano
andati seri e decisi, senza guardarsi in faccia, il cuore stretto da un solo ossessivo pensiero. Non
dobbiamo fallire. Non dobbiamo fallire...
Non perch era la prima volta. Non perch il loro piccolo gruppo sarebbe stato distrutto. Non perch
quella rapina aveva per ognuno un valore anche simbolico, di rottura definitiva, di salto. Non dovevano
fallire per gli altri: per i loro padri qualcuno era operaio, qualche altro contadino, quasi tutti erano del
PCI e avevano combattuto nella Resistenza ai quali non sarebbero mai riusciti a far capire quel che
erano e quel che volevano. Per le mogli e le compagne, alle quali avevano spezzato la vita. Per gli amici
di un tempo, che non li avevano seguiti e li condannavano. Per il movimento, che mormorava e li
attaccava alle spalle... Non dovevano fallire perch non potevano ancora dimostrare nulla, e finire subito
in galera per una rapina in banca li avrebbe cancellati. Sembrano, oggi, sentimenti irrecuperabili, quasi
debolezze da adolescenti, affondate in quella stessa vaga e pungente nebbia autunnale della Bassa padana
che allora, presumibilmente, li aveva avvolti e protetti. Un'immagine vecchia: poca gente tranquilla in
piazza, una fila nera di biciclette, i piccoli ciottoli tondi e lustri del selciato. E quella paura di sbagliare,
quel pugno doloroso alla bocca dello stomaco, reale com'erano reali le cose che lasciavano.
Guardo, e penso ancora una volta che oggi diverso. Perch? Non una domanda semplice. Forse
perch non c' da dimostrare pi niente a nessuno. Esistiamo e basta. Ma questa la cosa veramente
tremenda. Esserci. Abbiamo rapinato e sequestrato e ucciso, abbiamo subito molti arresti, qualcuno di
noi stato ammazzato, siamo cresciuti di numero e godiamo persino di qualche simpatia. Allora? Allora,
non pu durare cos. un inferno. Non sono il solo che se ne accorga. Ci vorrebbe forse un'altra
decisione radicale, il coraggio di tagliare la corda alla quale ci stiamo impiccando. Quello scrupolo
verso gli altri, quella devozione, d'un tempo, non esiste pi. stata superata dai fatti, sepolta con i morti
ammazzati. Oggi non siamo pi noi a dover qualcosa agli altri, ma gli altri a noi. O si arruolano, o ci sono
contro. Non si pu fare la lotta armata se non si crede che non c' proprio altro da fare. Ma se cos,
come la si pu fare stando in mezzo a tutti quelli che non ci credono, che non la fanno? Gli operai, per
esempio... Non dobbiamo imparare pi da niente e da nessuno?
Attraverso un leggero velo di vertigine torno a rivedermi nel vetro buio del finestrino. Il treno
dondola veloce nella notte e il corridoio deserto. Mi colpisce un filo d'aria fredda. M'appoggio alla
porta dello scompartimento e muovo la testa qua e l, per togliermi di dosso la stanchezza e
l'intontimento. Nello scompartimento non riesco a vedere quasi nulla. Hanno lasciato accesa la luce blu, e
dormono abbandonati alle scosse del treno. Dall'altra parte, appena delineata controluce, distinguo una
donna, sveglia, che sembra guardare fuori con una sorta di rigida attenzione. Ha i capelli grigi, forse
bianchi. Torno al mio finestrino. Mi pare di intravedere delle chiazze chiare, forse un po' di neve. Sono
incerto se rientrare nel caldo dello scompartimento e dormire, oppure stare ancora in piedi, al fresco,
aspettando la visita di pensieri limpidi nel buio e nel silenzio della notte. Fuori le luci sono pi frequenti,
e il treno sobbalza rallentando. Sento un leggero movimento dietro di me, e mi scosto. La vecchia signora
ha fatto scorrere la porta, e cerca di afferrare la valigia, in alto, senza disturbare gli altri. M'infilo a
mezzo nello scompartimento toccandole il braccio, con un sorriso d'intesa che lei ricambia. Ha un volto
largo, segnato da tante piccole rughe, e strani occhi chiari pieni di cordialit. Esce rapidamente, ed io con
un movimento rapido tiro gi la valigia e le faccio ancora cenno, senza aprire bocca, che si avvii pure,
che l'avrei seguita verso l'uscita. La luce del corridoio la mostra pi vecchia di quel che mi era sembrato,
ma diritta e robusta. La lascio accanto alla porta mentre s'annoda sotto il mento un grande fazzoletto
azzurro, e torno nel corridoio: il treno sta entrando nella stazione di Bologna, gli orologi segnano l'una
appena passata. Apro il finestrino e mi sporgo un poco. Dal marciapiede una coppia fa un segno di saluto,
e l'uomo s'affretta alla porta della vettura, e allunga le mani per prendere la valigia: aspetta che scenda
anche lei, e le porge il braccio, per sorreggerla. Suo figlio, di sicuro, con la moglie, che se ne sta un
passo indietro, pallida nella gran sciarpa che le avvolge la testa. un po' in imbarazzo. Almeno, a me
vien fatto di immaginarla cos. La madre che va a passare le vacanze di Natale dal figlio... forse hanno
lasciato il bimbo addormentato, il tempo di correre in stazione a prendere la nonna... Sono gi spariti tutti
e tre, nel sottopassaggio. Sul marciapiede resta un brigadiere della polizia ferroviaria che va su e gi
infreddolito, sbattendo i piedi. Ho ancora pi di cinque ore di viaggio, e devo cercare di dormire. Mi
accomodo nello scompartimento, vincendo l'istantanea repulsione per l'aria viziata, e chiudo gli occhi.
Signora, lei fa la lotta armata?. Rido piano tra me. la stanchezza che mi fa dire delle cazzate.

Un rivoluzionario genovese

Non mi riesce di andare molto indietro nel tempo in un colpo solo, ma piuttosto a tappe, per rinvii
successivi.
Nel caso di Gianfranco Faina per la verit le immagini si mescolano, forse perch non sono mai
molto diverse tra loro: tra il Gianfranco che vedevo nei corridoi e nelle stanze dell'Istituto di Storia
Moderna dell'Universit di Genova, in via Balbi, e quello che si aggirava per il cortile del carcere con il
mazzo di carte in tasca, in cerca di un socio qualsiasi con il quale accovacciarsi nell'angolo per la
briscola o la scopetta. Sempre, prima e poi, l'ho visto portare in giro l'aria dinoccolata e sorniona di chi
ha in mente qualcosa d'altro: un prestigiatore miope e curioso, a caccia dell'occasione buona per tirar
fuori il coniglio dal cappello.
Nonostante la vicinanza degli Istituti il mio era quello di Letteratura Italiana si pu dire che ho
cominciato a conoscerlo solo nel '67-'68, nei momenti caldi della contestazione studentesca. Siamo
diventati amici, ma in modo particolare, come due persone che camminano insieme lungo un fosso, ma
sulle rive opposte, e opposti sono, alle loro spalle, i rispettivi territori. Nonostante tutto, il fosso non
mai stato colmato. Solo una volta, dopo anni, ci fu un'iniziativa sua, improvvisa, mentre scendevamo
insieme per via Balbi, verso piazza della Nunziata e verso il caff: Enrico, non ti sei mai fidato di me, e
ancora adesso non ti fidi... perch?. Ho detto ridendo che nessuno poteva fidarsi di lui, e ho evitato di
rispondere davvero. Ma perch non mi fidavo? (il verbo rende imperfettamente quell'essere cos vicini
eppur cos distinti, quell'andar insieme senza vera unit, quell'inquieto sorvegliarci a vicenda). Appunto,
perch aveva in testa qualcosa d'altro, che era tutto suo, e niente e nessuno poteva frenarlo dall'usare gli
altri, con disarmante spudoratezza, per inseguire quello che gli interessava. E solo tardi, a poco a poco
ma non ne sono ancora del tutto sicuro credo d'aver capito ci che gli stava a cuore, dietro lo schermo
delle parole politiche, dei progetti politici. Voleva rompere, voleva sovvertire. E spingeva questa sua
volont sin dentro i rapporti con gli altri, e considerava i gruppi che egli stesso via via fondava come
cose da distruggere: come involucri da usare e fracassare appena possibile, prima che si rapprendessero
in qualcosa di definitivo. Era il pi spontaneo e minuzioso negatore di ogni cosa che assomigliasse a un
partito, a una organizzazione, a una burocrazia, lui che veniva dal PCI... Odiava ogni etica burocratica,
ogni principio d'ordine e di gerarchia, ogni autorit che durasse nel tempo, non solo in forza
dell'ideologia che lo aveva portato a essere un comunista consiliare, ma soprattutto per un modo
d'essere, per un intimo rovello, un fastidio, un dispetto... S che ne nascevano buffe contraddizioni
pratiche: per esempio, la sua paura di essere licenziato, e i piccoli compromessi in Istituto. Ma era
stupido attaccarlo per questo, e chi l'ha fatto rimasto troppo sotto i suoi difetti e le sue qualit. Piuttosto,
mi urtava allora, confusamente, una radice di amoralit che mi pareva di avvertire in lui. Una amoralit
sottile che si nascondeva nel suo modo di guardare gli altri, di provocarli con la sua voce chioccia, di
usarli, tutti, senza scrupoli. Anche la sua morale di gruppo era assai elastica. Ogni incontro, ogni
occasione nuova, con chicchessia, cercava di volgerla ai suoi fini, dimenticando all'istante eventuali
accordi presi con altri. Tentava di combinar subito qualcosa con tutti, e in ci la sua furbizia si
trasformava nell'ingenuit pi clamorosa. Ed era in effetti, contro ogni evidenza, solo.
Le Brigate Rosse, dopo il sequestro Sossi, lo andarono a cercare, nell'inverno '75-76, con lo scopo di
fondare una colonna genovese. Si fece arruolare, da quel perfetto anarchico che era, ed ebbe a dirmi,
quando pi tardi me ne parl: Guarda, sono dei merdosi stalinisti, ma per un po' a noi tornano comodi,
perch sono forti e perch sono gli unici che facciano qualcosa di concreto. Con queste premesse, dopo
qualche mese fu cacciato dalle BR, orripilate da quel che andava loro combinando. Per conto suo, aveva
imbarcato vari studenti in una fantomatica brigata universitaria che riusc a esistere solo nella sua testa:
credo che ancora oggi ci sia a Genova qualcuno convinto di essere stato almeno per un po' brigatista,
solo perch cos gli aveva detto Gianfranco.
Devo dire almeno un'altra cosa su di lui, forse l'essenziale. C'era nella sua amoralit, nel suo
accidioso dispetto, qualcosa di cocciuto e irriducibile: una moralit, insomma, che faceva di lui, in
maniera indiscutibile, un cosiddetto uomo di sinistra. So bene cosa voglio dire, e tutti quelli che l'hanno
conosciuto lo sanno. Gianfranco ha versato i pi violenti e dissacranti sarcasmi sul PCI, sui sindacati, sul
movimento operaio e la sua storia, e sugli operai medesimi, e viveva realmente questo rapporto
d'inimicizia. Ma ci non l'ha mai portato fuori, in maniera misteriosa ma certa, dal suo patrimonio
genetico. Da questo tipo di posizioni radicali, invece, alcuni suoi giovani seguaci sono approdati a
destra, anche se una destra sofisticata e paradossale (sarei tentato di dire: da nouveaux philosophes). Per
lui, era un rischio inesistente. Ancora, Gianfranco ha fatto da padrino, in Genova, a molte novit, di cui
sapeva esaltare l'aspetto provocatorio, antiistituzionale: dal luddismo al situazionismo... stato un
precursore, tanto generoso e distratto quanto misconosciuto, di molte delle cose che hanno fatto pi tardi
l'effimera fortuna del cosiddetto movimento del '77. Eppure nulla di tutto ci l'ha veramente intaccato.
Nessuna cultura poteva modificarlo. Ha fatto un'infinit di cose estranee alla tradizione e alla cultura
della sinistra; ha fatto molte cose contro la sinistra, ma lui, personalmente, biologicamente, rimasto
tutt'intero uomo di sinistra. Dire che credeva unicamente alla lotta di classe quale che fosse poi la
classe di cui andato vanamente in cerca ancora troppo poco. Era lui stesso, nelle sue ossa, nella
sua pelle, nei suoi abiti, nella sua camminata, una natura di classe fatta persona, un irrimediabile
proletario, un vecchio rivoluzionario che Conrad avrebbe dipinto con odio e ribrezzo, in Agente segreto,
in Con gli occhi dell'Occidente. In fondo, la sua adesione alle BR ha dato forma estrema a questa
contraddizione. Che per tale solo a posteriori, nelle parole di chi prova a raccontare Gianfranco. In lui
non c'era contraddizione. Era cos, e basta. Mobilissimo eppure immobile (Tant', resta sempre uno di
Sampierdarena, dicevano i suoi malevoli colleghi), e stanco, alla fine, di tanti disperati tentativi di
inventarsi un'altra storia.
Mi ha portato al primo appuntamento con le Brigate Rosse. Annunciandomelo in modo vago, allusivo,
come s'usava allora, quando era tutto un insinuare, un far credere, un sottintendere. Effetto del sequestro
Sossi. Le Brigate Rosse l'avevano fatto da sole, nel '74, quando ancora non esisteva alcun brigatista
genovese, e senza appoggi locali. Erano venute ed erano andate via. Ma chi poteva saperlo, allora? Nei
gruppi, nel movimento doveva pur esserci qualcosa, qualcuno, ma chi? L'estrema sinistra era in preda
alla stessa ansiosa curiosit che presumibilmente regnava in Questura. Ci fu persino chi and a
controllare sopra non so quale Registro portuale se davvero Roberto Dura, il brigatista genovese che fu
poi ucciso in via Fracchia, si fosse imbarcato come marittimo, secondo quanto aveva annunciato egli
stesso prima di sparire dalla circolazione. Io ero per all'oscuro di questo lavoro. Non facevo parte di
alcun gruppo, ed ero tenuto fuori dai segreti del movimento, che aveva gi, in ogni caso, un surplus di
addetti.
Questo era appunto il clima, quando mi port all'appuntamento con un compagno di fuori, come
disse affacciandosi in fretta, ammiccante, alla porta del mio studio, in Istituto: Ripasso a prenderti
questa sera, alle sette....
Non ricordo il mese, ma alle sette, a Certosa, era buio. Siamo andati insieme sino in fondo a via
Fillak, e poi, di l dalla ferrovia del Campasso, verso la galleria degli autobus per Dinegro. Il vento
sollevava piccoli mulinelli di polvere, e il colore e il sapore del posto, tra quelle grandi e brutte case,
era quello della limatura di ferro. Ci sono poche panchine, e su una di quelle ci siamo seduti, vicino al
compagno che aspettava. Gianfranco era verboso e agitato, e i silenzi dell'altro lo innervosivano sempre
pi. Mi pare che parlasse del mio ruolo, nelle assemblee studentesche, e della mia disponibilit a seguire
e informare. Ma l'altro ascoltava distrattamente, a quel che pareva (ma ho scoperto poi che non era vero),
e si mostrava soprattutto preoccupato per la sua automobile, con la quale non se la sentiva di girare
perch non conosceva per nulla la citt. Nient'altro.
L'appuntamento successivo, dopo qualche tempo, fu ancora di sera, nella piazzetta di Bogliasco, di
fronte al mare. Ho preso il treno suburbano, come d'accordo, e ho trovato Gianfranco e l'altro davanti
alla chiesa. Gianfranco aveva l'aria stravolta: Scusa... devi aspettare un po'... Fatti un giro. Alle loro
spalle, dai piccoli portici della piazza, ho visto che stava arrivando qualcuno, qualcuno che non dovevo
vedere. Me ne sono andato gi per la discesa che porta al vecchio ponte e alla spiaggia e sono stato l
un'ora, un'ora e mezza, seduto su una panchina a guardare il mare mentre il buio aumentava. Quando
finalmente Gianfranco ricomparso, era solo: Andiamo. Ti porto a casa con la mia macchina. Non gli
domandai nulla, mentre guidava a tutta velocit per corso Europa, con una faccia che non gli avevo mai
visto. Fu lui a parlare, invece, in modo spezzato e allusivo, dapprima quasi pi per s che per me, ma poi
con una foga e una rabbia che volevano coinvolgermi, tirarmi dalla sua parte.
Aveva arruolato qualcuno senza aspettare l'approvazione dall'alto questi burocrati di merda, che
volevano dirigere tutto loro! Si era procurato alcune pistole a Milano, per conto suo da amici fidati, da
compagni! e una o due le aveva date all'organizzazione, e voleva almeno quello che gli erano costate,
e loro, invece, avevano fatto casino, e dicevano se era diventato matto, che le armi se le procuravano in
tutt'altro modo, che non era affar suo e che non avrebbe dovuto neppure azzardarsi a prendere
un'iniziativa tanto irresponsabile e pericolosa, e che doveva stare alla disciplina dell'organizzazione, e
tagliare con tutti i suoi sputtanati rapporti con tutti, capisci?! e dovrei vedere e parlare solo con quelli
che mi dicono loro...
Non ho aperto bocca. Lo guardavo con calma e ostilit: me ne sono reso conto in seguito. Poi, ci
siamo incontrati ancora qualche volta, ma da estranei. Quella sera il nostro breve cammino comune era
finito. E pu darsi che non mi abbia perdonato il silenzio con il quale lo lasciavo. Nel cortile del carcere
in cui ci siamo ritrovati anni dopo, a Palmi, stata la stessa cosa. Due battute e pochi veloci ricordi
genovesi, e poi pi nulla. Era il momento delle brigate di campo, dell'organizzazione interna, e l c'era lo
stato maggiore detenuto delle Brigate Rosse che faceva e disfaceva, e io ero tutto con loro... e lui se ne
stava per conto suo, non diceva nulla che sapesse anche lontanamente di politica, e giocava a carte. Molti
lo credevano un detenuto comune, di quelli che non volevano avere niente a che fare con i politici.
L'ho lasciato a Palmi, quando mi hanno trasferito a Genova per il processo, nella primavera dell'80.
E a Genova, due mesi dopo, ho saputo che gli era improvvisamente scoppiato un cancro fulminante ai
polmoni. I medici del carcere non ci avevano capito nulla, all'inizio, e credevano che i suoi malesseri
fossero tutta una simulazione. L'hanno trasferito a Milano, a San Vittore, e di l all'Istituto Tumori, e poi
di nuovo a San Vittore e poi all'Istituto Tumori, ormai in coma. Non tornato a San Vittore solo perch
Maria Rosa, la moglie, stava per buttarsi dal balcone dell'Istituto. A met del febbraio '81 stato portato
a casa, vicino a Pontremoli, e l morto, il giorno dopo.

Cause ed effetti

Che esistano le cause, fuor di dubbio. Che esistano gli effetti altrettanto certo. Ma che tra le une e gli
altri ci sia un rapporto, beh, sarebbe azzardato dirlo. In ogni caso, occorre inventarselo ogni volta.
Troppo spesso mi sono sentito domandare: Perch? Perch l'hai fatto? (curiosamente, mai dagli
amici). E pu darsi che questo sia pure il tema nascosto di queste pagine: un lento paziente giro attorno
alle risposte possibili. C' infatti qualcosa di fittizio nella risposta diretta, immediata, per me e, credo,
anche per altri. Con appena un poco di buona volont potrei elencare un discreto numero di cause
ragionevoli, e un numero pressoch illimitato di cause irragionevoli, dotate di altrettanta verisimiglianza
ed efficacia. Ma il castello delle spiegazioni crolla appena sento ripetere: S, va bene, ma perch?. L
dov'era appena costruito un minuzioso edificio di ragioni, con le sue fondamenta, le sue oscure cantine, i
suoi ballatoi e gradini e saloni e passaggi, ecco che torna a esserci il vuoto. Occorre ricominciare da
capo, davanti a un Perch? tutt'intero, rotondo, perfettamente nuovo.
Guardavo Gianfranco, e gli ero ostile. Avevo gi scelto le Brigate Rosse contro di lui, senza
esitazioni. Eppure, allora, delle Brigate Rosse non sapevo niente di pi di quel che poteva sapere
qualsiasi altro, nonostante l'incontro con il compagno infagottato e preoccupato per la sua automobile.
Penso, a volte, di non essere affatto diventato brigatista, ma di essermi semplicemente scoperto tale. O di
essermi creduto tale... non fa poi molta differenza. Cos, ho dato anch'io una certa forma e una certa
direzione al mio passato. Ci sono infiniti invisibili fili, l dietro, e ogni scelta presente ne accende uno, e
quello solo e proprio quello diventa il passato. Un filo di luce tra mille fili oscuri che forse
s'accenderanno, un giorno, o forse, com' di gran lunga pi probabile, non s'accenderanno mai. Ci sono
perch per qualsiasi cosa, una volta che sia accaduta, ed incessante il lavoro degli effetti che
continuamente creano, a ritroso, le loro proprie cause.
Ci sono alcuni momenti nei quali si sente con forza che si sta scegliendo il proprio passato. Io li ho
vissuti con particolare intensit nella camera di sicurezza della Questura di Milano, in via
Fatebenefratelli, nell'aprile dell''81. Ero stato rinchiuso l, dopo l'arresto, e ci sono rimasto poco pi di
un mese. Moretti, arrestato insieme a me, era invece nella caserma di polizia Sant'Ambrogio: poi ci
hanno trasferiti nel carcere di Cuneo, ancora in regime di isolamento per un altro mese. La piccola cella
era l'ultima, in fondo al corridoio, al pianterreno. Alta e stretta, senza finestre, era illuminata da una
debole lampada in alto, sempre accesa. Lo spioncino della porta era sempre chiuso. Non c'era nulla,
dentro, salvo un alto gradino di cemento, in leggera pendenza, sul quale dormire, e un uniforme strato di
sporcizia su vecchi schizzi di sangue e di vomito. Anche le due coperte nelle quali mi avvolgevo la notte
puzzavano in modo repellente. Il cesso era fuori, dall'altra parte del corridoio, e due volte al giorno,
quando sentivo i passi della guardia che si avvicinavano, battevo forte il pugno sulla porta, per farmici
portare. Quasi tutti i giorni passava il funzionario di polizia che credo avesse guidato l'arresto.
Intelligente, magro, l'aspetto un po' zingaresco, si scusava del trattamento e mi portava qualche libro
Prisco, Sartre, Jung che leggevo e rileggevo alla luce di quella lontana lampadina. Su quei libri
appoggiavo anche la pagnotta che arrivava ogni mattina: i primi giorni, invece, la mangiavo subito,
perch in quel nudo lerciume non avevo dove posarla. Parlava male dei pentiti (Ricordano tutto, anche
il colore dei calzini degli amici...), e dichiarava di ammirare la forza d'animo e la rettitudine mia e di
Moretti. A suo modo, era molto abile. Un giorno, tuttavia, and pi a fondo, e mi disse: Avete davvero
coraggio... e lei, poi, come fa a sopportare la prospettiva di morire in galera con quattro figli... a loro non
ci pensa?. Erano i giorni della Pasqua, e sentivo, attutito, il rumore incessante della pioggia. Fino
all'arresto, invece, c'era stata una limpida precoce primavera, che aveva fatto di Milano una citt in cui
era delizioso vivere. Sigillato nel mio involucro di cemento, io ero altra cosa dalla pioggia d'aprile. La
mia sorte era un'altra, sbocciata tanto tempo prima, chiss quando. Risposi il pi semplicemente
possibile che era anche per i miei figli che non potevo cambiare. Per loro, io ero tutto quel che ero stato,
e solo preservando l'immagine di me che essi avevano avrei potuto continuare a farmi riconoscere e
amare. Non era vero, naturalmente, ma funzionava: bastava solo decidere che fosse cos. Ma non era
vero. Come brigatista, ero per i figli un perfetto estraneo: avrei dovuto saperlo, e invece me ne sono
accorto tardi, con qualche stupore.
Circa nove mesi dopo, ho sentito come un'eco di quelle mie parole in un'altra bocca, quella di
Moretti. Ero ancora nel carcere di Cuneo, nel dicembre-gennaio dell''82, e dalle Brigate Rosse ero gi
stato espulso, ma non di questo che ora voglio parlare. Avevo gi rinunciato, presso la Matricola, a
comparire al processo d'Appello che ci sarebbe stato a Milano, in gennaio, per le pistole che io e Moretti
portavamo addosso al momento dell'arresto. Una mattina il detenuto che quel mese distribuiva colazioni e
pranzi, uno del terzo piano, mi sussurra, passando la ciotola del caffellatte: Mario manda a dire da
Nuoro che vorrebbe vederti, al processo. Ho avuto un moto di sorpresa. Il mio distacco dalle Brigate
Rosse era mal sopportato, e chi fosse solo in odore di future dissociazioni o pentimenti rischiava la pelle,
specie dopo che al piano di sopra, il terzo appunto, erano stati strangolati Arnone e Soldati. Giusto una
settimana prima, uscendo dalla sala-colloqui, Bruno Seghetti, il leader dei cosiddetti militaristi, mi aveva
abbracciato sorridendomi con amicizia, e mi aveva detto: Perch non ti fai trasferire su da noi?
Vorremmo discutere un po' con te.... Volentieri ho risposto ne ho voglia anch'io... Mi d subito da
fare con il maresciallo. Ma non desideravo affatto andare a farmi ammazzare tanto stupidamente, ed ero
invece concentrato nell'attesa del prossimo trasferimento a Genova, in febbraio, per un altro processo.
Allora avrei deciso che fare. Adesso, imprevisto, l'invito di Moretti, appena prima del trasferimento a
Genova... Ero preoccupato, ma ha vinto la curiosit e l'orgoglio: non avevo niente da nascondere, e non
volevo farmi prendere negli ingranaggi della paura.
Dopo aver ritirato appena in tempo la rinuncia, sono stato trasferito a Milano, a San Vittore. Il giorno
successivo arrivato Moretti da Nuoro, e siamo stati messi insieme, in una cella della sezione di
massima sicurezza.
Aveva la mano sinistra ingessata: gliel'avevano rotta le guardie, mentre tentava di riparare la testa
dalle botte. Ma questa, almeno, era riuscito a non farsela fratturare. Il mio era un gioco pericoloso, ma
ero attratto dalla possibilit di discutere, nel silenzio e nell'isolamento della cella, proprio con Moretti, e
di porre a confronto i miei pensieri con i suoi. Non so: forse volevo metterli alla prova, con il brigatista
che continuavo a stimare di pi, e che pi di altri sembrava vivere una crisi profonda.
Come me, pensava che tutto fosse finito: meglio, che le Brigate Rosse, le sue Brigate Rosse, fossero
finite. Diceva questo con calma e con disperazione, ma la passione che lo muoveva mentre analizzava gli
aspetti materiali della sconfitta si bloccava e quasi si pietrificava dinanzi alle conclusioni ultime. Tutto
quel che era successo ricavava, nelle sue parole, una particolare forma di legittimazione e quasi di
salvezza dalla sua stessa fine. Non era pi una vicenda reale fatta di colpe e illusioni, di uomini morti e
feriti, di vittime innocenti, di madri e figli e parenti e amici... era, ormai, un capitolo di storia che lui, con
altri, aveva scritto, e al quale era inchiodato per sempre. Un capitolo consegnato all'archivio della storia
della rivoluzione proletaria. E lui, Moretti, chiudeva se stesso in quell'archivio: ne diventava il custode.
Nel momento in cui denunciava la fine, senza infingimenti, cercava ancora la vittoria svuotandosi di s e
consegnandosi all'esemplarit del passato. Quando molte cose, invece, avrebbero dovuto crollare, e
nessun artificio ideologico avrebbe pi potuto legare insieme tanti frammenti, tante macerie; quando
l'unica cosa vera e viva da fare sarebbe stata quella di accettare la sconfitta, di lasciarsene invadere e di
distruggere in essa i propri miti e le proprie follie.
In lui era invece totale la fedelt a una storia che pretendeva tutta per s, perch permeata del senso
del suo agire trascorso. E poich era una storia finita, egli esisteva perch era esistito, e perch poteva
volgersi indietro e specchiarsi direttamente, senza ombre, in quello che era stato. Ma anche questa
estrema sublimazione storica del suo ruolo non era vera. L'Italia avrebbe continuato per la sua strada
senza saper nulla di Moretti. Suonava bene, per, e, di nuovo, poteva apparire persino verisimile, solo
che si decidesse di crederci. E cos forte, cos radicale era in lui questa volont, che ne ebbi per un
attimo l'immagine dell'intera vicenda della lotta armata e della mia vicenda in essa come d'un
ingorgo, d'uno stratificato accumulo di vecchie fedelt, di linguaggi e culture e sentimenti e luoghi comuni
e abitudini mentali e pratiche minacciate di morte da un mondo nuovo e incomprensibile, che si
trasformava fuori e contro di esse. Un funebre atto di fedelt al passato nel quale volevamo credere; una
volontaria violenta immersione nella sconftta per negarla nel momento stesso in cui la si subiva.
La mattina del processo rifiutammo entrambi di andare in aula. Poco pi tardi, lo vennero a prendere
perch la moglie l'aspettava in Tribunale, per il divorzio. Non vedeva n lei n il figlio da dieci anni, pi
o meno. I discorsi di quel pomeriggio, mentre stavamo stesi nelle brande, con le gambe accavallate,
furono pi personali e divaganti. Non sembrava che ci importasse pi molto delle Brigate Rosse. Mi
raccont di sua madre, maestra di pianoforte, e di suo padre, e della loro estrema povert:
Ho potuto studiare perch mia zia era portinaia, a Milano, di una famiglia di nobili, di marchesi, che
per carit mi pagavano la retta al collegio... i marchesi Casati. Lui era un guardone, faceva scopare la
moglie dagli altri e stava a vedere, ma non voleva che lei si innamorasse. finita che ha ammazzato lei e
l'amante, e si ammazzato... l'hai letto di sicuro, sui giornali. Erano ricchissimi, avevano palazzi
dappertutto, e persino un'isola, dove andavano una volta all'anno, a caccia.
Li hai mai visti? Lei era una gran bella donna....
Ho accompagnato una volta o due mia zia fuori Milano, quando andava a far le pulizie nelle loro
ville, di qua e di l... Una volta per ho visto lei, la marchesa. Avevo appena cominciato a lavorare alla
Sit-Siemens, e stavo da mia zia, nella portineria, un buco piccolissimo. Un giorno lasciano una torta per i
padroni, e l'ho portata su io. Non so come, mi ha aperto lei, ma non me la ricordo. Ricordo invece che mi
ha detto: 'Ne vuoi una fetta, caro?'. Con una voce, un tono, che ho giurato che quel caro gliel'avrei fatto
pagare, un giorno, a lei e a tutti quelli come lei.
Chiss, forse per quello che sei diventato brigatista.
Sicuro che per quello....
Pensa invece se tu fossi diventato l'amante della marchesa. Lui t'ammazzava, e oggi ne staremmo
meglio tutti.
andata cos....
Abbiamo riso, e abbiamo continuato a dire sciocchezze per un po'. Cominciava a far buio, e abbiamo
preparato il caff con la macchinetta e il fornellino che ci aveva prestato Attimonelli, dalla cella vicina.
Mentre lo stavamo bevendo, si aperto lo spioncino. Era il brigadiere, che ha detto in fretta: Moretti,
prepara la roba. Parti fra dieci minuti. Mentre riempiva il sacco, e io l'aiutavo, era a disagio, tormentato
da un pensiero, qualcosa che mi voleva dire.
Stamattina non sei voluto andare al processo, vero?.
Era una domanda assurda, non era andato neppure lui, l'avevamo deciso insieme. Sono stato zitto,
aspettando il seguito.
Ma i tuoi avvocati ti hanno difeso, no? Non hai rinunciato, non li hai revocati?.
No....
Aveva finito, e stava tirando le cinghie, e gi si sentivano arrivare le guardie nel corridoio. Mentre si
apriva la porta, mi ha dato la mano, e ha detto ancora, uscendo:
Se ti vuoi difendere, fallo pure, ma non cos. Non ti puoi fermare a met, far parlare gli avvocati e
non andare ai processi. Non serve a nulla, idiota se non vai fino in fondo. Solo, questa la strada che
porta al tradimento.

Su e gi per la riviera

L'8 giugno '76 era una giornata limpida e calda. All'una e mezza gli esami andavano ormai avanti con
fatica, nell'aula al pianterreno dell'Universit, in via Balbi. Un'occhiata all'assistente: Ancora uno, e
andiamo a mangiare. La porta era aperta sull'atrio. Anche il portone sulla strada era spalancato. Non ci
siamo accorti della pausa di silenzio, fuori, nel traffico, finch non stata rotta di colpo dal sibilo
assordante di tre, quattro, cinque sirene. Qualcuno ha detto: successo qualcosa di grosso. Siamo
usciti e ci siamo accalcati sul portone e sullo stretto marciapiede, con altri due colleghi usciti dall'aula
vicina e con gli studenti. La strada, infossata tra i palazzi segnati da forti liste di luce e ombra, aveva una
strana aria vuota. Gi, da piazza della Nunziata, arrivava a tutta velocit un'automobile: una delle
portiere, dietro, era semiaperta, e ne sporgeva un uomo, in piedi, con i capelli al vento. Subito dopo ne
spunt un'altra, e anche da questa pencolava fuori un uomo che teneva un mitra ritto sulla spalla, puntato
verso il cielo.
Ci sono passate davanti, e le abbiamo seguite con lo sguardo. Cento metri avanti, su verso Principe,
la strada era bloccata, e in quel blocco le automobili precipitavano, come in un imbuto. L, il sibilo acuto
delle sirene calava in un ronzo sommesso e continuo, e molta gente era gi attorno alle automobili ferme.
Siamo andati anche noi risalendo lungo il lato sinistro della via, che si apre, dopo Palazzo Reale, nella
piccola piazzetta di San Carlo. La siepe d'auto e di persone era dieci, venti metri avanti, sul lato opposto,
a chiudere l'ingresso al largo ammattonato di salita Santa Brigida: Hanno ammazzato il Procuratore
Coco, e il poliziotto....
Ma un'altra voce diceva che i morti erano tre: c'era un ragazzo che pareva dormisse, altri cento metri
avanti, sull'automobile parcheggiata dove la via s'allarga, in vista della piazza della stazione. Era al
posto di guida, la testa appoggiata al finestrino, gli occhi chiusi: non aveva certo immaginato di poter
finire cos. N l'aveva immaginato l'altro, l'agente di scorta, che si era avviato a piedi su per la salita con
le mani occupate da borse e pacchetti, e ora giaceva a faccia in gi, a pochi passi dal cadavere del
magistrato.
Era come se dormisse, continuava a ripetere Faina, il pomeriggio, nell'aula dell'Istituto dove
dovevamo seguire insieme un seminario studentesco: Ci sono passato vicino, non si vedeva neppure la
ferita.... Era impressionato, e non diceva molto di pi: mi guardava a tratti, con imbarazzo. Era stato
cacciato dalle Brigate Rosse, e ci vedevamo pochissimo: forse voleva chiedermi qualcosa, ma era anche
impaurito, e si tratteneva. Io non avevo niente da dirgli: di nuovo, tuttavia, il mio silenzio si
contrapponeva a lui e lo escludeva da ci che neppure io sapevo ma che, in ogni caso, aveva finito di
appartenergli. Pu anche darsi che nel mio atteggiamento ci fosse una punta di rivincita nei confronti del
vecchio leader. Non saprei dirlo con certezza. Ho visto per come sia facile cedere alla sensazione di
onnipotenza e restarne intimamente deformati, quando ci si immagina parte d'uno di quei segreti che
toccano e sgomentano la vita di tutti.
Per una forma di rimozione nei confronti dell'enormit del fatto compiuto, quel pomeriggio, sotto gli
occhi degli studenti, non si parl quasi di Coco, ma del giovane autista, e della piet che suscitava.
Perch ucciderlo, quando non costituiva alcun pericolo, quando era andato a fermarsi con l'automobile
tanto avanti da non poter accorgersi di nulla? Nessuno lo sapeva, anche se ognuno andava elaborando per
conto proprio una confusa idea di geometrico e spietato perfezionismo delle Brigate Rosse, quell'idea
che tanti in seguito contribuirono ad alimentare.
E mentre si discuteva sull'uccisione del giovane, e ci si sforzava di mettersi dal punto di vista di chi
l'aveva ucciso, finivamo per dare per scontato l'omicidio stesso e, oltre l'omicidio, l'azione nel suo
complesso. La si accettava come cosa che avesse in s le sue proprie ragioni, e imponesse un suo proprio
metro di giudizio. L'uccidere diventava ineluttabile, indiscutibile, e la ricerca del perch si riduceva a
quella del come.
Questa accettazione di fondo divenne possibile, per me e per altri che pure non si sognarono mai di
diventare brigatisti, perch l'idea dell'omicidio politico era gi penetrata nelle nostre coscienze: mancava
solo che lo si vedesse realizzato con tutto il corteo delle sue motivazioni ideologiche, dopo tanti
programmi e minacce e preparativi. E, soprattutto, dopo tutti i morti ammazzati di quegli anni. La voce
lenta e un po' strascicata che cerc di me, al telefono dell'Istituto: Pronto. Ti ricordi?, pareva ribadire
questa naturale e quasi indifferente continuit tra il prima e il dopo, questa inesorabile progressione. Era
il compagno che avevo visto mesi prima a Rivarolo e poi a Bogliasco.
Ora si rifaceva vivo, di sua iniziativa, forse quando era apparso chiaro che non ero affatto un fedele
di Faina, e che non l'avevo seguito nel piccolo gruppo che egli aveva cercato di stringere attorno a s,
dopo che era stato allontanato dall'organizzazione.
Questa telefonata mi emozion. Cadeva in un momento particolare. Persino molti sinistri per bene (i
sinistri, certo, uno per uno, non la sinistra) sotto sotto gongolavano per l'uccisione di Coco. E quel che si
diceva di lui suonava spesso come un'indiretta copertura dell'omicidio: Coco insabbiatore; Coco che si
vantava pubblicamente di tutti gli ergastoli un record! che era riuscito a far infliggere durante la sua
carriera; Coco che i sardi paragonavano al mitico Bogino, ferocissimo proconsole sabaudo dei tempi
andati... L'esecrazione e l'allarme pubblici per il delitto erano naturalmente alti, ma andavano
incongruamente insieme all'idea corrente, pur se sottintesa, che in fondo lui, Coco, se l'era andata a
cercare. E se questo era l'atteggiamento prevalente, figurarsi poi la sinistra radicale, gli
extraparlamentari, il movimento! Era un gran parlare, riunirsi, ammiccare, alludere: era un gran girare a
vuoto che io detestavo. Nella mia grossolanit, trovavo la doppiezza dei compagni pi sgradevole di
quella dei benpensanti. Tutto quel compiacimento mi pareva impastato di paura, di opportunismo: una
moda dietro la quale non c'era niente, un tifo tanto sciocco quanto inutile. Contro la fatuit dell'estrema
sinistra, cominciavo a preferire la lotta armata. E mi erano infinitamente pi simpatici quei pochi,
pochissimi amici che erano profondamente angosciati dalla piega che le cose stavano prendendo, e lo
dicevano. Quanto a me, non mi ponevo il problema se essere o no d'accordo con loro. Pensavo solo che,
bene o male, quelli fossero ormai i termini della questione, quella l'unica scommessa di fronte alla quale
occorreva prendere partito, magari anche cos, a occhi chiusi... prendere o lasciare. E io, a differenza di
quelli che vedevo scambiarsi sorrisi e ammicchi su Coco, non volevo affatto lasciare.
Ci siamo rivisti a Sampierdarena. Ormai il compagno era abbastanza pratico di quelle strade, la
centoventisette rossa l'aveva parcheggiata poco distante.
La conosco bene. Ho fatto qui i cinque anni di liceo, al Mazzini, in via Cantore. E qui segnavo la
vecchia libreria Roncallo, che oggi non c' pi, in piazzetta Settembrini, sotto la ferrovia comperavo i
libri, e aspettavo mio padre, la sera, quando usciva dall'Ansaldo.
Mi guard preoccupato: Allora, da queste parti ti conoscono?. S....
Era perplesso, e mi ascoltava mentre parlavo di corsi, lezioni e studenti come di faccende strane,
probabilmente disprezzabili e pericolose. Crollava la testa e sorrideva, ma era un sorriso cocciuto. Era
pi o meno della mia statura, ma pi pesante, con le spalle spioventi, quasi tirate gi dalle grosse braccia.
Aveva qualcosa dell'orso. Buttava l, ogni tanto, qualche battuta sarcastica sui sindacati:
Hai visto? Pajetta e i sindacalisti dicono che siamo fascisti, pagati dalla CIA. Sono matti....
Continuava a sorridere, per, ed era curioso dei fatti miei. E voleva sapere della contestazione
studentesca, dei gruppi che agivano nell'Universit.
Guarda che, dentro l'Universit, per quanto ne so, i gruppi non ci sono pi. A parte quelli degli
studenti che vogliono prendere trenta all'esame senza studiare, o magari portando corsi che si fanno loro,
su argomenti liberi, di ogni genere....
Vuoi dire che possono passare l'esame di Latino o di Italiano senza studiarlo? Studiando
dell'altro?.
Pi o meno. Lo passano organizzando seminari su argomenti che scelgono loro... almeno, ci
provano.
Era sinceramente sbalordito. Ci pens un po' su, e disse, con la vecchia diffidenza dell'operaio che ha
nel sangue l'immagine dei movimenti degli studenti come movimenti di tipo nazionalista o addirittura
fascista:
Aspetta che vinciamo, e vedrai se non li mandiamo a studiare sul serio, questi buffoni!.
Era una cosa curiosa. Questa uscita, inaspettata nella sua durezza, confermava una parte del mio modo
di sentire, quello dello studioso d'ordine intimamente infastidito dal disordine e dagli aspetti pi beceri
della contestazione studentesca. In passato mi ero anche trovato nei guai, per questo. Durante
un'occupazione alla quale partecipavo attivamente, vedendo che la biblioteca e le attrezzature dell'Istituto
correvano qualche rischio, avevo chiuso tutto per bene quasi una serrata e m'ero portato via le chiavi.
E questo mi aveva messo in difficolt sia verso il direttore, sia verso gli occupanti. Ora, la mia
contraddizione era troncata di netto. Non dovevo pi sentirmi in colpa se cercavo di salvare i libri della
biblioteca e se continuavo a preferire in cuor mio un esame fatto bene a uno fatto male. Il compagno
brigatista, li davanti a me, me ne assicurava senza equivoci. Ma la conferma era tuttavia sin troppo
perentoria. Le cose erano pi complicate. L'altra parte di me, quella contestataria, si ribellava a un
giudizio cos sommario. Quando, nel '57, mi ero iscritto alla Facolt di Lettere, eravamo in tutto cinque o
sei ragazzi e una sessantina di ragazze. Ora, gli iscritti al primo anno erano pi di tremila. La vecchia
Universit era stata sommersa da questa alluvione, e sopravviveva in qualche angolo oscuro, appena
lambito dalla corrente. Per il resto, si era trasformata in una grande macchina di esami troppo facili a
cominciare dal mio che dovevano scaricare altrove, fuori, oltre l'Universit, l'ingorgo che la
minacciava.
Fermarsi agli studenti che non studiavano era ridicolo. Tanto per dirne una, con migliaia di studenti,
la Facolt non aveva aule. Bocciarli tutti era assurdo, quello che stava succedendo non era colpa loro.
Forse, era meglio promuoverli e sperare nello stesso tempo che vivessero il pi criticamente possibile
questa schizofrenica condizione... Il compagno non mi seguiva pi, aveva perso interesse all'argomento.
Eppure, con le sue domande e i suoi silenzi curiosi, era stato lui a cacciarmici.
Camminavamo intenti, un giorno, sul sentiero che porta da Sant'Apollinare alla trattoria della Relia, a
picco sul mare, sulle alture di Sori. Uno dei posti pi belli e intatti della riviera. La giornata era
splendida e laggi, sul mare, dietro l'alta sagoma della chiesa, si vedeva pulita la linea della costa, e
Genova sullo sfondo. Con enfasi, dissi:
Che paesaggio meraviglioso, non vero?.
Ma gi guardava a terra con un'aria distante, seccata:
Boh, se lo dici... sei tu l'esperto di queste cose. Io non ne so niente.
I nostri incontri, uno o due al mese, si erano spostati sulla riviera, perch non voleva che qualcuno ci
vedesse insieme. Era prudentissimo. Sbucava fuori da dove non me l'aspettavo, e credo che mi girasse un
po' attorno, prima di farsi vedere. Era sempre evasivo, e a volte non era ben chiaro di che cosa si
dovesse parlare: io gli raccontavo quel che sapevo della situazione genovese, con giudizi e commenti
molto marcati, quasi a sfidarne l'imperturbabilit, e lui taceva, e ripeteva incrollabile:
Le Brigate Rosse prendono solo, non danno nulla a nessuno.
Una volta ch'ero pi pressante del solito nel cercare di farlo parlare, nel voler chiarire meglio la
natura del nostro rapporto, si mise a canticchiare, battendo il tempo con la mano aperta:
inutile che bussi qui, non ti risponder nessuno....
Era esasperante, riusciva sempre a mettermi in minoranza e, forse proprio per questo, mi piaceva. E
pian piano imparavo ad adattarmi al suo stile, a essere in sintonia con lui.
Ma anche questa era a suo modo un'apparenza, una crosta leggera stesa sopra una realt di sangue. Le
passeggiate in riviera, i pranzi a Recco, le parole divaganti la nascondevano appena, e solo con un grosso
sforzo d'ipocrisia potevo far finta che non mi riguardasse, o mi riguardasse alla lontana, attraverso lo
schermo rassicurante di quegli incontri.
Un giorno mi aspett fuori dalla stazione di Recco. Poco lontano aveva l'automobile, la
centoventisette rossa, che guidava piano, con mille attenzioni. Volle tornare a Sori e, lasciando l'Aurelia,
s'imbuc sotto il viadotto, verso il piccolo centro. La sua stessa cautela fu la causa dell'incidente. Un
malinteso nella manovra di posteggio, e ci fu l'urto leggero contro un furgone che stava manovrando per
andarsene. Siamo scesi entrambi e, verso di noi, sceso anche il conducente del furgone. Il danno era
minimo, un fanalino di coda del furgone appena incrinato. Lo guardammo ben bene.
Non quasi niente, disse il compagno.
L'altro conferm, conciliante: Meno male, una cazzata.
Due o tre persone si erano fermate a curiosare. Una fece un commento sulla frequenza di simili
incidenti proprio l, in quel punto preciso. Il conducente stava per voltarsi e andarsene. Ma esit:
Forse meglio fare la denuncia.
Il compagno, calmo, ribatt:
Non ne vale la pena. Mi dica quanto vuole per il fanalino.
Tir subito fuori il portafoglio. Non fu un gesto indovinato. Il conducente si irrigid, si guard attorno
con aria di sfida:
meglio fare la denuncia.
Il compagno aveva una faccia ottusa, impenetrabile. Ripet:
No. Mi dica quant', e aggiustiamo subito tutto.
Mentre diceva cos, vide qualcosa dietro le mie spalle. In maniera casuale sussurr un: Tu vai pure,
al quale nessuno fece caso. Mi spostai appena un po', giusto quel che ci voleva per veder arrivare,
dall'angolo in fondo, un vigile. Cominciavo a capire.
Il compagno non parlava pi, e ascoltava distrattamente, ora. Lentamente ripose il portafoglio e
sbotton la giacca. Port la mano sul fianco, tra il golf e i pantaloni: non scopr la pistola, ma mi parve di
sentirne il peso, alla cintura, sotto le sue dita pronte.
Il vigile era arrivato. Si guard attorno e guard con aria svogliata il piccolo danno. Il silenzio del
compagno aveva contagiato tutti. Era impossibile stabilire chi avesse torto. Alz di nuovo gli occhi,
incerto. Il compagno si era spostato un poco anche lui. Ora aveva le spalle coperte, e stava immobile,
attento.
Fu il conducente a cedere. Arross, bestemmi piano, e disse a tutti e a nessuno:
Non niente. Non niente!.
Mentre saliva sul furgone e metteva in moto, il vigile disse qualcosa. Il compagno lasci ricadere il
braccio, fece un mezzo inchino cortese e sorrise. Se ne stavano andando tutti. Era finita.
Quando risal in macchina, gli vidi le piccole gocce di sudore alla radice dei capelli, sulla fronte.
Non pareva affatto scontento, nonostante la tensione. Sembrava che fosse riuscito a dimostrare qualcosa.
Guid per un poco prima di dirmi:
Vedi cosa rischi, a venire con me?. Aggiunse ancora:
Come saresti tornato a casa, se avessi dovuto ammazzare il vigile?.
Ora guardavo fuori dal finestrino la costa ligure. Stava facendo scuro. Rivedevo le fotografe dei
morti stesi sui mattoni di salita Santa Brigida, rivedevo altri cadaveri. E rivedevo il gesto noncurante la
mano che risaliva piano lungo il fianco che avrebbe scatenato, quasi per nulla, per un fanalino
incrinato, un'altra tragedia. Altri morti, altro sangue, nella cornice assurda del borgo rivierasco. Le nostre
chiacchiere erano piacevoli, tutto andava per il verso giusto. Ma era una commedia, e non sarebbe durata
molto. Fu l'ultima volta che lo vidi con l'automobile. troppo pericoloso spieg nessuno di noi deve
usarla pi. Se succede qualcosa, non ci vuol niente a scoprire che abbiamo i documenti falsi.
Cammineremo un po' di pi... ti spiace?.

Vecchi e giovani

Non abbiamo mai camminato molto, e le nostre monotone passeggiate hanno finito per limitarsi al
lungomare di Recco (Lo sai disse una volta che ci sono due o tre fascisti che vanno continuamente
avanti e indietro per il paese, e vigilano... magari guardando che non ci siano brigatisti. E la cosa lo
divertiva molto). Sempre pi rare, per, perch avevo presto esaurito la scorta delle notizie da
raccontargli, e all'Universit non succedeva pi niente da tempo.
C'era invece un coordinamento operaio autonomo, che si riuniva in un vecchio palazzo in fondo a
via San Lorenzo. Sono andato due o tre volte, senza costrutto, ma ho conosciuto l Francesco Lo Bianco,
uno dei giovani arrabbiati dell'Ansaldo Meccanico Nucleare. Scoprii che anche il compagno sapeva chi
era: me lo descrisse, un giorno, e mi incaric di portarglielo, in corso Magenta, nel giardino del bareno
che c' all'arrivo della funicolare ad acqua di Portello.
Non ho mai saputo se sono stato io o no a reclutare Lo Bianco: quando mi sono avvicinato a lui, alla
fine della riunione, e gli ho detto piano: Usciamo insieme, c' un amico che ti vuole parlare, mi ha
seguito subito quasi una cosa in stile mafioso come fosse gi informato di tutto.
Abitava saltuariamente, da solo, in due stanze di una vecchia casetta vicina al cinema-teatro Alcione,
all'inizio di via Canevari. Era il suo studio. Dipingeva grandi tele tristi e iettatorie: contadini scheletrici
e bitorzoluti, gobbi sotto il peso di zappe e badili... e interni d'osteria popolati di corpi lunghi e disperati,
abbandonati sulle sedie. A me non sembravano brutte, perch c'era dentro una cupa elegia per un mondo
contadino abitato da morti viventi, morto nella realt, morto nel ricordo lui, operaio di origine
calabrese, non dipingeva operai, n fabbriche. Parlava in modo compresso, ellittico, e non era facile
capirlo. Le parole uscivano dalle crepe d'una dura crosta di lava: dentro, bruciava. S'interruppe, una
volta, mentre stava spiegando qualcosa sul contratto dei metalmeccanici, e mi appoggi la mano sulla
spalla:
Enrico disse c' qualcosa che non potrete mai capire. Non siete stati in fabbrica... non sarete mai
feroci.
C'era enfasi, ma neppure un filo di retorica in quel che diceva, e questo fuoco che si portava dentro
segnava i suoi rapporti con gli altri, ch'egli attirava con la sua intelligenza e sconcertava con la sua
disperazione. Ma non erano cose diverse, perch la sua intelligenza era la sua disperazione.
Micaletto (sapevo ormai il nome del compagno, dopo averne riconosciuto il volto nelle fotografie che
i giornali avevano pubblicato) non era cos. La sua era una religione positiva, dispensatrice di certezze,
che ruotavano attorno a un centro altrettanto positivo e certo: l'organizzazione delle Brigate Rosse, ch'egli
sapeva totalizzare in s in maniera pressoch perfetta. E in virt di una diversissima eppur comune
devozione a questo centro, andava d'accordo con Lo Bianco anche se non erano d'accordo su nulla,
perch l'ottimismo dell'uno era l'esatto rovescio del pessimismo dell'altro. Ma, operai entrambi, avevano
la stessa sensibilit nei confronti della vita di fabbrica, la stessa immediata, quasi animale reattivit.
Ero cos abituato alla superficiale calma degli appuntamenti in riviera, che mi meravigliai quando
Micaletto mi propose di andare la mattina seguente, con lui, a distribuire volantini attorno all'Italsider di
Cornigliano. Lo fece con il suo consueto modo distaccato e sornione, ma, come al solito, era curioso:
Te la senti? Decidi liberamente, come vuoi....
Non solo me la sentivo, ma ne ero contento. Finalmente avrei fatto qualcosa di concreto e, per quanto
potevo immaginare, di abbastanza pericoloso. E cos, forse, avrei visto pi chiaro nei miei rapporti sia
con l'organizzazione che con lui, dissipando quella strana atmosfera di sospensione, quell'indefinita
cautela in cui mi pareva eravamo immersi.
La mattina dopo faceva freddo, a Sampierdarena, e tirava un vento infame. Ho guardato l'orologio: le
cinque e tre quarti. Ero all'uscita del sottopassaggio della stazione, l dove si sale per i treni del ponente,
e guardavo su e gi per la strada che corre lungo il terrapieno della ferrovia, verso la piazza, da una
parte, e verso l'Ansaldo dall'altra. Le lampade oscillavano sotto le raffiche e creavano misteriose
prospettive nel buio, e nel fracasso del vento si sentiva il pesante rumore degli autobus che arrivavano da
via Buranello e svoltavano per la piazza. Apparivano a tratti piccoli gruppi d'operai due, tre per volta
che camminavano piegati in avanti, contro il vento, con i volti affondati nelle sciarpe e nei baveri, e
con la borsa con il baracchino della colazione sotto il braccio. Passavano davanti alle luci del
sottopassaggio e sparivano in fondo, verso la fabbrica. Entravano a migliaia, cos, ma era quasi
impossibile crederci. Parevano pochissimi: degli stanchi ritardatari che rientravano a casa, nella notte.
Mi tocc il braccio dicendo:
Ehi, sveglia!.
Credevo d'essere attentissimo, e non l'avevo visto arrivare.
Su, andiamo, abbiamo un bel pezzo a piedi.
Non era meglio vederci direttamente a Cornigliano?.
Ma no, e poi non siamo soli a farci questa camminata.
Ci siamo avviati in silenzio, a testa avanti, come gli altri. In fondo alla strada abbiamo girato a destra,
verso l'incrocio che porta al ponte di Cornigliano, infilandoci in un andito oscuro, una specie di piccolo
porticato ostruito dalla massa rugginosa di alcuni cassoni metallici. Non ce lo dicevamo, ma la nostra
tensione stava crescendo. Rallentando, Micaletto sbotton il cappotto, in alto, e tir fuori un fascicolo di
volantini, non molti, forse un centinaio:
Toh, infilali sotto....
Nella fretta me ne cadde uno. Non c'era nessuno in vista, in quell'istante. Gli sussurrai:
Perch non ne lasciamo qualcuno? Anche in terra si vedono bene, e quelli dell'Ansaldo passano di
qui.
Lo raccolse e mi guard duro, accelerando il passo:
Certo che passano, cos dopo due minuti quelli del PCI e del sindacato sanno che stamattina ci sono
i nostri volantini qui in giro, e dopo tre lo sanno i guardiani, e dopo quattro tutta la vigilanza e i
carabinieri... e dopo cinque minuti giusti ci stai tu qua attorno, a distribuire gli altri!.
Ma l'Italsider grande! quando saremo l, sar lo stesso... .
Sicuro che sar lo stesso, e perci dovremo fare in fretta... .
Intanto avevamo passato il ponte sul Polcevera, il posto pi freddo di Genova. Ingobbiti, le mani in
tasca, c'erano altri che ci precedevano e ci seguivano, a distanza. Dei disgraziati come noi. Senza parere,
stavo invece attento alle automobili, ai loro fari improvvisi, al loro rallentare e al loro accelerare.
Guardavo il compagno, e sentivo, insieme a lui, il pericolo, senza sapere quale forma avrebbe potuto
assumere. Era ancora molto buio.
Gi per via San Giovanni d'Acri c'era pi movimento. E tutti aumentavano il passo e sparivano oltre
gli archivolti della ferrovia, di l dai quali cominciavamo a vedere le luci della portineria.
Tu lasciane qualcuno l sotto. Io vedo di metterli qua attorno. Fai presto, ci vediamo qui tra un
minuto.
Mi trovai da solo. Camminavo piano, guardandomi alle spalle. Il flusso degli operai era rado ma
continuo. Come s'avvicinavano, mi pareva che mi guardassero e indovinassero tutto. Mi sorpassavano,
all'ingresso del breve e oscuro tunnel, e per i pochi scalini della portineria entravano nello stanzone
occupato dalle grandi scaffalature dei cartellini che vedevo oltre i vetri appena appannati, sotto la luce
del neon. Non sapevo come fare, aspettavo... Qualche automobile manovrava nel piazzale, e le nere
sagome di chi s'avvicinava, in controluce, ritagliate contro il rapido movimento dei fari, diventavano
enormi. Un gruppetto, e poi uno solo, e poi altri due... Il momento giusto non sarebbe mai arrivato,
dovevo decidermi e basta.
Davanti alla porta, alle spalle degli ultimi entrati, ho ruttato una decina di fogli, e sono tornato
indietro, con il cuore che batteva forte. Mi pareva che ci fosse qualcosa di assurdo, di pazzesco nella
totale indifferenza e nella totale consapevolezza di quelli che mi venivano incontro, a testa bassa, con
l'aria stanca e ottusa di chi non ha voglia di accorgersi di nulla.
Sul piazzale ho voltato rapidamente verso le case, sulla destra, protetto da una fila di automobili e
camioncini. Il compagno m'aspettava pi su, impaziente.
Ci sei stato troppo. Guarda che nessuno ti bada. Svelto e tranquillo....
Ora camminavamo pi svelti, quasi di corsa. Abbiamo risalito la via e, in cima, ci siamo infilati nella
stretta strada a destra, via Muratori, quella che passa davanti al palazzo degli uffici e al circolo aziendale
e porta, dopo il cavalcavia sulla fabbrica, all'ingresso della cokeria. In fondo, c' la breve rampa che
risale al ponte sul Polcevera. Micaletto s' curvato una volta o due, lasciando a terra pochi volantini che
il vento cacciava subito qua e l, tra immondizie e cartacce. Sul cavalcavia, li abbiamo buttati di sotto, e
si sono subito allargati nell'aria e sono volati via... era una soddisfazione vederli andare cos,
dappertutto.
Gi, ci siamo ancora divisi. Stavo per lasciar cadere gli ultimi rimasti quando dalla cancellata, dalla
parte della portineria, ho visto sporgere un braccio, che mi faceva segno d'avvicinarmi. D'impulso glieli
ho allungati tutti. Era un giovane, e dietro di lui ce n'era un altro. Li ha presi, mi ha fatto un silenzioso
cenno di saluto, e tutti e due sono spariti dietro i mucchi di ferraglia, verso gli impianti. Ancora
emozionato per quel che avevo fatto, mi sono fermato un attimo, guardandomi attorno. C'erano pochi
operai che se ne venivano avanti piano, dal cavalcavia. Micaletto mi raggiunse e accenn con la testa
dall'altra parte: c'era una macchina ferma, con le mezze luci, a met della rampa per la quale dovevamo
salire per andarcene. Lampeggi due volte, fece retromarcia e si piazz in alto, all'incrocio con la strada
principale. Non capivamo.
Ci passiamo davanti?.
No... meglio di no.
Allora, torniamo indietro?.
Dove abbiamo seminato i volantini?.
Comparso anche lui da chiss dove, era vicino a noi un operaio. Basso, con il giaccone di panno
scuro, il berretto con la visiera e i paraorecchie, dimostrava cinquantanni. Ci guardava. Con un marcato
accento genovese disse: Per di l, e s'avvi per primo nel lungo nero passaggio sotto via Cornigliano,
che s'apriva alla base della rampa. Sulla testa ci opprimeva il rumore del traffico. Non sapevo dove
saremmo sbucati. Subito fuori, usciva un po' di luce dalle vetrine sporche di un bar pieno di fumo e di
gente. Ma nello slargo, quasi tutto ostruito da enormi camion, non c'era nessuno. Si ferm, e prima di
entrare nel bar accenn pi avanti, all'angolo oltre il caseggiato. Mosse la mano come per spingerci via, e
aggiunse in genovese: An, an, e lascine quet....
L, tra due alti muri, si apriva a sorpresa un passaggio male illuminato che girava attorno alla casa.
Era stretto e, voltando ancora, finiva contro una scaletta di ferro. Sotto i piedi scricchiolava una polvere
grossa, spessa, che faceva accapponare la pelle. In cima, di l dal parapetto, siamo emersi con cautela
sulla strada. Era tutto come prima. Solo, una debolissima luce grigiastra cominciava a dare rilievo alle
cose. Una gazzella dei carabinieri pass veloce, e ne seguimmo le lampeggianti luci blu che sparivano
verso Sestri. Micaletto era sempre pi silenzioso. Ma sui marciapiedi la gente sembrava gi un po'
diversa. Qualche negozio era aperto. Mi ha preso l'allegria, e la voglia di fare colazione: cappuccino e
focaccia.
Quindici giorni dopo, alle dieci di mattina, le vie del centro erano occupate dai cortei dei
metalmeccanici in sciopero, che convergevano verso piazza De Ferrari per il comizio. In via Cairoli mi
sono aggregato anch'io. Poco pi in l ho visto Lo Bianco. Ci siamo abbracciati, e abbiamo continuato la
strada insieme.
Avevo in testa, dalla mattina del volantinaggio, un po' di confusione, un po' di cose che non riuscivo a
sistemare. Il pericolo, per cominciare. Sotto certi aspetti distribuire volantini poteva essere pi
pericoloso di un'azione di ferimento, addirittura di un omicidio dopo tre minuti ti eri gi sganciato, eri
chiss dove. Ma poich nessun pericolo si era concretizzato, la faccenda era stata assurdamente facile,
quasi irrilevante.
In una nera mattina di vento avevamo lasciato dei volantini qua e l. E allora? Qualcuno li aveva
presi, ma non sapevamo cosa ne avrebbe fatto. Qualche altro ci aveva detto: Lasciateci in pace.... Nei
due casi, eravamo rimasti fuori, a vedere. Avevamo battuto il naso contro la nostra impotenza.
Lo Bianco era avvolto dalle mie domande, dalla mia voglia di parlare. Ma rispondeva in modo
curioso, quasi fosse sdoppiato, met di l dalla cancellata, con i compagni insieme ai quali scioperava, e
met di qua, con me. E la met di qua non pareva sapere molto di quella di l.
Al Meccanico stanno ristrutturando da cima a fondo, per il nucleare, e nessuno ci pu far niente...
ristrutturano e basta. Non c' niente da fare.
Dei volantini non parl affatto. Non se ne curava. L'unica cosa il sabotaggio. Spaccargli tutto.
Devono fare i conti con noi operai, e tutti lo devono sapere.
Eravamo quasi arrivati a De Ferrari. Gli occhi di tutti erano rivolti alla piazza. Ho preso Lo Bianco
sotto braccio e gli ho domandato:
Ma noi abbiamo sempre condannato il sabotaggio. Alla Lancia....
S, ma il sabotaggio della produzione, la distruzione della merce. Io dico invece dentro, sulle linee...
un sabotaggio nuovo, una cosa nuova da studiare bene, fatta da noi, per avere pi potere noi... Lo so che
non siamo tutti d'accordo, ma fra un po' in fabbrica non c' pi niente di uguale a prima, e noi l'abbiamo
in culo. O spacchiamo tutto adesso, o chiudiamo.

Si cambia

Nell'autunno del '77, a met ottobre, Micaletto s' congedato. C'erano state le vacanze: poi, un incontro
rapido e vuoto. Ci siamo visti ancora, e bruscamente eravamo a Chiavari, stavolta, nei giardini davanti
alla stazione mi ha comunicato che se ne sarebbe andato, che non l'avrei pi visto.
Ma tu, te la senti di continuare?. S.
Non sar come con me. Cambier tutto, dovrai darti da fare....
Dieci giorni dopo, a Recco, mi ha presentato al nuovo compagno, Valentino. Molto pi tardi, forse in
prigione, ho saputo il nome vero, Luca Nicolotti. Era diverso da Lucio Micaletto: magro e gesticolante
quanto l'altro era pesante e placido. Camminava con il busto piegato in avanti, a grandi passi, con aria
perennemente affaccendata, zelante. E il suo modo di parlare corrispondeva ai suoi gesti.
Non mostr molta curiosit nei miei confronti. Piuttosto, come se continuasse un colloquio cominciato
in mia assenza, si volgeva a Micaletto il quale assentiva e commentava brevemente, con distacco.
Nessuno gliel'aveva certo insegnato, a quei due, eppure sapevano mettere perfettamente in scena, con
minuziosa sincronia, davanti a me, l'importanza di quel che rappresentavano: l'organizzazione. La quale
solo ora mi si presentava per cos dire al plurale, non come individuo ma come organismo, e si faceva
forte del suo proprio mistero, che non potevo non percepire attraverso le loro allusioni e le loro
complicit. Ma a questa realt in gran parte sconosciuta mi si chiedeva ora di rimettere tutto me stesso.
Sino a quel punto non era stato cos. E se il passaggio appariva scontato, specialmente nelle parole e
negli atteggiamenti dei due che ormai disponevano con naturalezza di me, era vero invece che niente era
di per s scontato e naturale. C'era un salto, una foratura, e per motivi diversi sia io che loro facevamo
fnta di non vederlo. Questo angolo morto non era propriamente, ancora, una riserva mentale, ma avrebbe
potuto diventarlo era una sottile crepa, un'adesione non perfetta a se stessi, un vedersi agire.
Ma c'era allora una parola magica che pareva assorbire ogni problema, far tacere ogni dubbio:
clandestinit. Lucio e Valentino erano clandestini. Non avevano casa, famiglia, lavoro... abitavano le
basi, invece, vivevano braccati, mantenevano rapporti con il mondo attraverso me e altri come me. Loro
erano l'organizzazione, perch solo loro ne impersonavano totalmente lo spirito, l'essenza. E facevano
pesare questa loro qualit, in ogni rapporto. Erano regolari, e io ero irregolare. Avevo lavoro, casa,
famiglia, e a tutto questo tornavo appena staccavo dall'appuntamento. Essi no. Incontravano altri, secondo
l'ordine scritto nelle loro misteriose agendine, nei bar, davanti alle stazioni, nelle passeggiate sul mare,
nei parchi pubblici, alle fermate degli autobus, e quando avevano finito si ritiravano entro un guscio
impenetrabile e provvisorio, una pura struttura di sopravvivenza. L passavano la notte, e il mattino
seguente ricominciavano. Parlavano da una distanza infinita: avevano lasciato tutto, vedevano tutto, non
potevano sbagliare. La folle vita che facevano garantiva per loro, e io sentivo la mia, sotto i loro occhi,
come fosse sulla lastra del microscopio. Micaletto, quando ebbe i pantaloni troppo sporchi e scuciti,
entr nel primo supermercato, lasci i vecchi e usc con i nuovi. Fece lo stesso con le scarpe sfondate.
Una cosa per volta, una dietro l'altra, in linea retta, senza anse, ingorghi, spessori... la sua giornata era
cos, una strada diritta, a senso unico. Era cos anche per Valentino? Avrei giurato di s. Beveva il caff
in modo concitato, e parlava di operai e fabbriche, del sindacato e del PCI. Nonostante la stagione la
temperatura era ancora mite, ma ai tavolini del bar eravamo soli, nella brutta piazza circondata dagli
edifci color cemento costruiti in fretta nel dopoguerra. Due o tre volte sono stato per intervenire e dirgli:
Parla pi piano. Non l'ho fatto, preso non tanto dalle sue parole quanto dal loro strano effetto in quel
luogo semideserto, attraversato ogni tanto da qualche passante. Non lui doveva adattarsi, infatti, perch
era la grigia e calma giornata che gi s'adattava alle sue parole, e la piccola piazza e il porticato vuoto e
la gente che svicolava silenziosa, lasciandoci soli al centro di tutto, risucchiati attorno all'orbita rotonda
del tavolino di plastica.
Valentino parlava, e avremmo potuto benissimo essere soli al mondo, lontanissimi. Io ascoltavo, e
guardavo qua e l, di sfuggita, senza vedere niente di importante, e mi pareva inevitabile e persino giusto
che fossero loro a decidere di me. Lui intanto sfogliava un quaderno ftto d'appunti, e quel che diceva
appariva verisimile e documentato.
...l'Italsider di Cornigliano, che in crisi e deve ammodernare gli impianti. Cominceranno con la
colata continua, mettendo gli OBM al posto dei vecchi Martin-Siemens....
Spiegava come il carattere strategico del settore nucleare comportasse la militarizzazione non solo
della fabbrica, ma anche del territorio circostante, vigilato da servizi di sicurezza di tipo nuovo, niente a
che fare con i vecchi guardioni di stabilimento:
Se li lasciamo fare, il proletariato avr perso, nella fabbrica e nel quartiere. Dobbiamo rompere
questo accerchiamento, difendere almeno la speranza della rivoluzione, visto che la rivoluzione non c'
ancora....
Guardava anche lui Micaletto, ogni tanto, che stava seduto comodo, le mani intrecciate sul ventre,
attento ma pure appena impaziente, in attesa.
Parlava e io ascoltavo con attenzione. Ma una parte di me inseguiva un altro ordine di pensieri.
vero, c'era qualcosa di ridicolo e forzato in quel chiedere ogni tanto quale posto io avessi
nell'organizzazione. E sapevo gi, per conto mio, che l'avvocato Arnaldi, che un po' per volta era
diventato il difensore di fiducia di tutte le Brigate Rosse in carcere, viveva con vera sofferenza questo
stesso problema. Enrico, quelli ci sfruttano e poi non ci considerano neppure dei loro. Ma la domanda
era un'altra, che stava diventando sempre pi urgente, ineludibile: che ci sto a fare io, qui, e perch?
Guardando Lucio e Valentino che con tanta seriet e determinazione facevano il loro lavoro, non potevo
nascondermi n l'importanza anche formale dell'incontro con due clandestini con le Brigate Rosse n
la rottura traumatica, lo sconquasso che esso avrebbe provocato nella mia vita. Ero affacciato su una
voragine, mi ci stavo buttando dentro... Perch? Ma forse non era neppure questa la domanda giusta: la
risposta tanto vera quanto scontata sarebbe stata che lo facevo perch volevo combattere per un mondo
migliore, una societ diversa perch credevo nella rivoluzione... Non sarebbe stato difficile continuare...
ma no, tutto ci era vero, ma ancora generico: valeva per me e per molti altri, non per me solo, l, davanti
a quei due, pronto a seguirli lungo una strada intrisa di sangue. Perch proprio con loro? Perch in quel
modo? Perch con tanta spietatezza verso chi mi amava? Perch, prima di tutto, c'erano loro, in carne e
ossa. Non esisteva, forse, altra spiegazione. Anche l'ideale pi forte ha bisogno di incarnarsi per essere
amato, per suscitare dedizione. Lo sentivo. E sentivo soprattutto questo: che volevo essere tutt'uno con la
funzione che mi sarebbe stata assegnata. Era il mio modo di ribellarmi al ruolo dell'intellettuale? Non lo
so, probabilmente no, ma era cos. La lotta armata non l'avevo cominciata io; le Brigate Rosse non le
avevo fondate io. Questo era il punto decisivo, per me. Ed erano l, davanti a me, e mi pareva giusto e
morale deporre ogni petulanza, ogni presunzione, e accettare e condividere, semplicemente. Lucio e
Valentino non erano simboli, non erano modelli, ma persone reali, forse neppure particolarmente buone e
intelligenti, chi lo sa? ma erano reali, appunto, e segnate dal destino che si erano scelto: un destino
orribile, pieno di colpe questo l'ho avvertito, sempre ma un destino scritto con lettere di fuoco nella
storia della loro classe. Chi ero io, per distinguere l'idealista dal criminale, l'innocente dal violento, il
bene dal male, e per scegliere il meglio, e dunque per non scegliere, per ritirarmi, per lasciarli soli? Per
me era fondamentale politicamente e personalmente fondamentale accettare tutto, perch gi
l'avevano accettato loro. Tutto qui. Questa era la forma concreta, possibile, del mio essere comunista.
Ero pronto a qualsiasi cosa, se me l'avessero chiesta. Questo era il senso della mia adesione alle Brigate
Rosse e per questo non ero mai riuscito a partecipare negli anni precedenti ad alcun gruppo, da Lotta
Continua ad Avanguardia Operaia, dal Manifesto a Lotta Comunista. Non riuscivo a concepirla
diversamente. Fossi stato un operaio, avrei forse discusso di pi, avrei preteso di pi. Avrei anche avuto
molti problemi in pi. Non lo ero, e dunque dei miei problemi mi spogliavo, e deponevo le chiacchiere e
le pretese. Mi facevo sordo e muto verso tutto ci che non venisse da Lucio e Valentino, perch nel bene
e nel male ma soprattutto nel male, perch era solo l che si sarebbe potuto misurare la mia solidariet
volevo essere come loro e con loro. Glielo dovevo.
Ascoltavo, e accettavo la gelida disumanit che quelle parole annunciavano, la freddezza ostentata, il
pudore... accettavo e recitavo la mia parte, cos come Lucio e Valentino, chiusi nella loro corazza,
recitavano la loro.
Non possiamo girarci intorno. Se non riusciamo in qualche modo a mettere il PCI in crisi con la sua
base operaia e a entrare nelle grandi fabbriche, qui possiamo pure chiudere bottega e andarcene. Questo
scontro non possiamo evitarlo....
Era Micaletto che s'era intromesso. Valentino ha esitato, prima di riprendere il filo del suo lungo
discorso, come se aspettasse ancora qualcosa. Ma l'altro pareva ora concentrato sul sorso d'acqua che
stava bevendo. Quando ha posato il bicchiere si alzato pesantemente spostando indietro la sedia e
curvandosi sul tavolo, verso di noi. Mi ha sorriso e ha detto:
Devo andare. Ti dir lui il resto. Chiss se ci vedremo ancora... ciao.
C'era una nota nuova di imbarazzo nel suo saluto, un leggero disagio venato d'affetto. Siamo rimasti in
silenzio finch non scomparso dietro l'angolo. Ho capito che eravamo vicini alla fine, e che ci sarebbe
stata qualche sorpresa. Ha allontanato da s il piattino e la tazzina, ed rimasto un attimo con gli occhi
bassi. Quando li ha alzati su di me, aveva deciso.
Sei d'accordo con quel che dice Lucio?. S.
Ma tu che faresti?.
Non lo so... so per che un sacco di gente tornata con il partito, anche se magari non vuole
sentirselo dire.
Gi... lo sai che il partito, in fabbrica, sta facendo gli elenchi di quelli che potrebbero stare con noi?
Anche dei vecchi partigiani... E chi lo aiuta, chi gli d i nomi nuovi, se non quelli dei gruppi? Lo
sapevi?.
No, ma posso immaginarlo. Se vogliono far carriera nel sindacato, dovranno pure pagare qualcosa...
noi gli possiamo tornare comodi.
Non solo questo. E che cominciano ad avere paura. Tutti hanno paura di noi....
Rimase ancora un momento in silenzio. Poi continu:
Il bello che si preparano, e noi non ci siamo ancora. Hanno gi messo le reti, per prenderci appena
arriveremo. Che te ne pare?.
Ma voi che fate?.
Perch fate? Tu credi di non fare? Dobbiamo dare una bella scossa agli operai, che comincino a
stare dalla nostra parte, finalmente. Che abbiano chiaro dove sta il partito e dove stiamo noi, dove sta il
tradimento e dove la rivoluzione... .
Sono parole....
Infatti. Ma il cervello principale della ristrutturazione, all'Ansaldo, anche un pezzo grosso del PCI.
Gli spareremo alle gambe. L'inchiesta gi fatta, non te ne devi preoccupare. Gi, perch ci sarai anche
tu... l'avevi capito?.
Non proprio.
Saremo in quattro: il nucleo lo diriger io. Per ora non pensarci. Ci vediamo la prossima settimana,
e allora ne discuteremo. Intanto vedi di rilassarti e di digerire la notizia. Non lo faccio sempre, di dirlo
con tanto anticipo.
Sono andato a pagare con il cuore in gola. Non riuscivo a sentire pi nulla, e del resto non c'era pi
molto da dire. Ci siamo avviati verso il grande ponte della ferrovia, dov' la fermata delle corriere. Il
posto non m'era mai sembrato cos astratto. Ma Valentino mi guardava in modo diverso, ora, pi curioso,
quasi amichevole:
Non prendertela, su, professore. A sentir Lucio sei dei nostri, e qualcosa la devi fare anche tu, come
tutti... Un dirigente del PCI! Te l'immagini, che casino che succeder? Pensa in fabbrica, dove gli operai
stanno scioperando contro la ristrutturazione... Senti, ora dobbiamo lasciarci. Marted alle tre, al bar
Marinella, sulla passeggiata di Nervi. Va bene? Stai tranquillo, mi raccomando. Devo correre, ciao,
ciao....

Un reclutamento: Francesco Berardi

Sabato 19 novembre 1977 il quotidiano di Genova, il Secolo XIX, pubblicava in prima pagina il
grande identikit di uno dei terroristi che due sere prima avevano gravemente ferito l'ingegner Castellano,
davanti a casa sua, in via Corsica: era l'immagine d'un uomo quasi calvo, dall'apparente et di
trentacinque, quarant'anni, senza barba e baffi. Mi assomigliava moltissimo.
L'ho visto subito, esposto dal giornalaio in fondo a via Pr: ne ho comperato una copia e sono
rientrato. Attraverso i vetri delle due grandi finestre della facciata ho guardato gi, nella piazzetta aperta
tra le ferite dei vecchi palazzi del Cinquecento orlate di erbacce e di immondizie. In quel momento non
c'era nessuno, nessuno davanti all'osteria, nessuno sotto casa, nel vicolo. Avevo la pelle del viso che
bruciava, forse un po' di febbre. Non mi decidevo ad aprire il giornale, a guardarlo...
C'era mio fratello, al telefono. Con voce spaventata mi diceva di aver visto l'identikit che mi
assomigliava troppo, e d'aver nascosto il giornale, per la mamma, sai, che non lo veda... oggi a pranzo
da noi. Non sapeva nulla e non mi chiedeva nulla. N mi chiedeva nulla Isabella che rientrava, pallida,
proprio mentre mi staccavo dal telefono, con il giornale in mano. E dovevo correre via: Valentino
m'aspettava. Sono tornato gi, nel vicolo, e poi verso la piazza. Mi pareva che tutti mi guardassero, e
avevo la testa confusa. Non avevo paura, ma a ogni passo che facevo, gli occhi a terra, sulle connessioni
del selciato, sentivo che non potevo pensare a nulla perch, a ogni istante, avrebbe potuto succedermi
qualsiasi cosa. Verso la fermata dell'autobus ho incrociato un giovane collega, candido e appassionato.
Aveva anche lui il giornale sottobraccio. Mi ha fermato, parlando piano: Enrico, hai visto cosa ti hanno
combinato? una vergogna, uno scandalo... vogliono criminalizzare il movimento. Che cosa possiamo
fare?. D'impulso avrei gridato, gli avrei dato un pugno sul naso. Mi sono stretto nelle spalle, con un
tirato sorriso di complicit. L'autobus mi ha salvato.
Sono rimasto in piedi, quasi addosso al conducente, e guardavo avanti: avevo inclinato la testa contro
il braccio destro, con il quale mi aggrappavo all'alto corrimano. Cos mi sentivo al riparo. Nessuno
poteva vedermi in faccia. Era una sensazione strana: di nuovo, priva di paura, ma segnata invece dal suo
limite, dalla sua finitezza. Come se viaggiassi, sull'autobus affollato, dentro uno scafandro, o sotto una
campana di vetro. Chiuso, autosufficiente. Ero sempre stato meticoloso: qui le chiavi, l la penna, e il
taccuino, il portafoglio, il fazzoletto, gli spiccioli... e ora questa domestica e banale compiutezza definiva
una situazione nuova: uscivo di casa e avevo tutto con me me lo sentivo addosso, quel che mi serviva
ed ero pronto. A tornare come a partire. La mia vita era tutta con me, nella giacca, nelle tasche, nelle
poche cose utili che mi portavo appresso. Avevo partecipato a un ferimento, un uomo era caduto sotto i
colpi appena due sere prima, e gi muovevo me stesso nello spazio e nel tempo con astratta freddezza,
proprio come avevo visto fare a Micaletto. Come lui, portavo in giro, tra gli altri, la stessa velenosa
perfezione dell'io.
Al molo di Vernazzola, in fondo a via Chighizola, ero in anticipo. Non potevo star fermo, e sono
salito per la stradina che ridiscende, poi, verso la spiaggia di Sturla, tra alti muri e piccoli angoli segreti.
Come tante viuzze di Genova, che stanno sempre dietro qualcosa: dietro le case, dietro i giardini, dietro
il mare. Ho camminato avanti e indietro, in quel breve labirinto, per stancarmi. E ho visto allora due
ragazzi ma poco prima non c'erano, l'avrei giurato in una piccola rientranza, quasi un cortile interno,
presso un gran vaso di coccio dal quale usciva una pianta lunga e stenta. Uno, alto e magro, stava con la
faccia al muro, le spalle curve e i capelli lunghi, sfilacciati sul collo d'una giacca di panno blu. L'altro,
pi piccolo, lo guardava e gli parlava con un'aria tenera e insistente, ftto ftto, agitando in continuazione
le mani e la testa. Il magro non dava alcun segno di sentirlo: ma le sue lunghe braccia si alzarono
lentamente contro il muro, con fatica infinita, e si puntellarono alla parete, in alto, quasi a impedire
all'altissima facciata cieca della casa di rovinargli addosso, quasi ad aggrapparsi egli stesso per non
precipitare nell'incubo di quel pozzo rovesciato, con il lontano riquadro grigio del cielo l in fondo.
Pieg ancor pi le spalle, la testa buttata avanti, e lo strazio lo scosse per tutto il lungo corpo.
Vomitava. Dall'intestino, dallo stomaco, dalla pancia, dalle budella, dal cuore, dalla gola vomitava
l'anima sua a singulti violenti e dolorosi. Tremava, e il piccoletto continuava ad avvolgerlo di parole
tenere, a circondarlo di rapidi gesti senza osar di toccarlo. Andandosene, mi sono passati davanti senza
vedermi, e ho sentito l'acido odore del vomito e ho visto le lacrime negli occhi del piccoletto che
continuava a parlare e a gesticolare a niente e a nessuno. Ho mosso qualche passo nella loro direzione ma
mi sono fermato subito. Ho appoggiato anch'io la testa al muro e ho sentito il freddo della pietra, e sono
caduto gi, gi...
Sono arrivato al molo di Vernazzola spossato, con gli occhi lucidi. Valentino m'aspettava con aria
tetra. Si sarebbe dovuto parlare dell'azione compiuta, analizzandola con distacco e lucidit. Invece m'ha
detto subito: Hai visto il giornale?.
Era in difficolt, e mi guardava storto. Il problema nudo e crudo era questo: in via Corsica, due sere
prima, non c'era nessuno con quella faccia, proprio nessuno. Io ero super-truccato: parrucca scura con i
capelli lunghi, e barba e baffi neri. Era impossibile in ogni caso riconoscermi, e per di pi era buio. E lo
stesso valeva per gli altri. Da dove era venuta fuori la faccia che il Secolo XIX pubblicava? E perch
proprio quella? Che gli inquirenti sapessero qualcosa di me, e tentassero un esperimento, una
provocazione? Non ci capivo niente, e Valentino, che mi pareva imbarazzato e reticente, non m'aiutava.
La sua spiegazione era incredibile, ed era infatti evidente che lui per primo non ci credeva. L'identikit si
sarebbe riferito a un brigatista noto, uno dei fondatori, Lauro Azzolini:
Non gli assomiglia, ma volevano fare lui. Sanno che uno dei dirigenti, lo cercano dappertutto, e
qualsiasi cosa succeda ormai gliela tirano....
Sei sicuro?.
cos, non ti preoccupare, con gli identikit non hanno mai individuato nessuno. Per la gente sono
tutti uguali, e domani chi se ne ricorda pi?.
Era inutile discutere. A parte che qualcuno mi aveva riconosciuto, e bene, continuava a sembrarmi
che l'unica ipotesi possibile fosse quella di un tentativo alla cieca di polizia e carabinieri, convinti
comunque di colpire giusto. E Valentino invece la eludeva, e dava risposte vaghe, per niente convincenti.
Ma quel che mi toccava nell'intimo era che neppure lui poteva pensarla diversamente. Perch senn
sarebbe stato cos turbato e quasi irritato di vedermi? Aveva qualcosa per la testa, e non sapevo cosa:
forse aveva dei guai perch l'azione che aveva diretto era stata segnata da una serie di confusioni ed
errori? Aveva forse paura? Nella mia vicenda, questo rimasto un particolare irrisolto. Non solo per
Valentino. Non ho mai saputo, neppure in seguito, come si fosse arrivati a quell'identikit. La mia ipotesi
non ha avuto che smentite: a quella data nessuno sospettava di me, e in ogni caso un'iniziativa simile
sarebbe stata per troppi versi macchinosa e sproporzionata. Allora? Ripeto che non lo so. Forse si
trattato davvero di un caso, ma resta che questo mio piccolo personale mistero non ho mai potuto
risolvere.
Non avevamo ancora parlato veramente di nulla e gi ci lasciavamo. Siamo risaliti verso Sturla e
verso gli autobus. Lui camminava nel suo solito modo, con il busto in avanti, a passi lunghi. E io gli
tenevo dietro e pensavo: Ha fretta di liberarsi di me, ha paura... e non pu ammettere che sia cos,
altrimenti dovrebbero prendersi, lui e le Brigate Rosse, le loro responsabilit. Dovrebbero aiutarmi, se
davvero sono sospettato, farmi scappare, darmi dei soldi, i documenti... Ha paura. Ha paura. Stringevo
le labbra e camminavo dietro al compagno che non aveva niente da dirmi: La verit che di colpo gli
sono di peso, non sanno bene come metterla, con me. Scommetto che si far vedere molto meno, d'ora in
poi.
Ma era da lui cambiare, al momento dei saluti, e assumere un tono cordiale e spicciativo.
Ma ci stai ancora pensando? Piantala... non niente, vedrai.
Non ci penso, non ci penso. Ma non vedo l'ora che sia domani, che quella maledetta faccia sia
sparita dai giornali.
Il giorno dopo ho fatto lezione. A mezzogiorno sono uscito dall'aula, nell'atrio oscuro di palazzo
Raggio. C'era l'ingegner Zanelli, il marito di una collega. L'aspettava, e parlava con uno che non
conoscevo. Si sono salutati e si rivolto a me. Ci eravamo incontrati una volta o due: forse pensava che
avessi sentito le loro ultime parole. Alto e gentile, si rivolto a me con una lieve ombra di esitazione, un
nobile impaccio:
Dicevamo di Carlo... di Carlo Castellano. Lo conosco, ho sofferto molto per quello che gli
successo. terribile... per me, per altri amici, un modello, un esempio. Quello che sta facendo con
successo all'Ansaldo, darei non so cosa per poterlo fare all'Italsider... ma impossibile, ci sono troppe
resistenze, troppe incrostazioni. Finir che me ne andr... molto bravo, se l'industria di Stato si salver,
sar per persone come lui... s, io lavoro nella societ dell'Italsider che commercializza i prodotti
siderurgici, sono sempre in giro per il mondo. Sono soprattutto un esperto di tubi, lei lo sapeva?.
Scuoteva la testa, e tornava al punto:
Carlo davvero un uomo di valore, sta facendo cose importanti....
Era la testimonianza accorata e sincera di un professionista serio, e di una persona integra. Questo
riuscivo a capirlo, e mi feriva la semplice umanit delle sue parole, le pi intense, nel ricordo, che abbia
sentito pronunciare su Carlo Castellano. Ma mentre scendevo da solo per via Balbi non potevo
nascondermi che tra noi si era spalancato un abisso, e che la momentanea schizofrenica solidariet con
l'ingegnere non bastava a colmarlo. Chi c'era con me, dalla parte mia? Le Brigate Rosse, e chi altro? Ma
anche le Brigate Rosse... rivedevo Valentino irritato e sfuggente, e per riuscivo immediatamente a
cancellare la spietata doppiezza dell'organizzazione. E prendevo la via opposta. Il groppo delle mie
contraddizioni, quelle che conoscevo e quelle che non conoscevo, non faceva che incarognirmi sempre di
pi. Non avevo conosciuto e non avevo odiato l'ingegner Castellano ma ora, dopo aver appena intravisto
qualcosa di lui, la mia falsa coscienza inventava l'odio che non aveva avuto. Il male che avevo fatto mi
corrompeva, e ritorcevo sulla vittima la mia rancorosa insufficienza, il dispetto... L'azione non era pi un
teorema politico e diventava, oscuramente, un'irrazionale volont di ferire, di distruggere. Una reazione
viscerale, un modo degenerato di perpetuare il linguaggio e la morale di quella sinistra che non poteva
tollerare che si sovvertissero le sue canoniche opposizioni tra valori e disvalori, tra amici e nemici,
perch non ne uscisse sfigurato il senso della sua lotta e il suo stesso significato storico. M'incarognivo,
perch non sapevo come difendere altrimenti la mia presunzione d'onniscienza. Io e le Brigate Rosse
sapevamo tutto, capivamo tutto. La nostra pratica era la semplice estensione della nostra capacit di
comprendere il movimento delle cose, la loro direzione. Gli altri, gli ingegneri, erano delle merde, dei
traditori, dei venduti.
Ma questa fredda esaltazione non mi dava gioia: era una febbre, una malattia. E per di pi ero solo.
Come avevo previsto, gli appuntamenti diventarono pi rari, quasi che aver partecipato al ferimento
avesse segnato un punto di arrivo, oltre il quale c'era il vuoto di una lunga caduta.
Qui sei troppo conosciuto disse una volta il compagno e farti diventare clandestino difficile, per
te e per noi. Te ne rendi conto, no?.
Ed era anche vero che tra le Brigate Rosse e la gente: erano ormai troppi morti. Quando si
ammazzato, non si possono avere che strani rapporti con i complici: a tutti gli altri ci si deve nascondere.
Che serviva dunque che io incontrassi Valentino, quando non restava pi nulla che tenesse insieme la mia
vita normale con quella segreta? Le chiacchiere sull'Universit avevano perso da tempo ogni interesse; i
giovani dell'autonomia, nella scolorita versione genovese, erano paralizzati dal timore di avere un
brigatista nelle loro file e sopravvivevano con angoscia di riunione in riunione; nelle fabbriche... ecco,
che avveniva nelle fabbriche? Quello era il grande continente sconosciuto, e la meta finale di tutti i nostri
andirivieni. Con Valentino si finiva sempre l, e toccava a me starlo a sentire mentre tirava fuori i suoi
dati sulla ristrutturazione e tormentosamente cercava di mettere a fuoco un programma che gli permettesse
d'entrarci, in quel continente desiderato e irraggiungibile. Nelle sue parole l'attentato a Carlo Castellano
sembrava aver assunto un valore esemplare: Abbiamo fatto vedere a tutti come si fa a colpire il PCI,
ma di sicuro non aveva aperto alle Brigate Rosse le porte della fabbrica.
Al contrario. All'Ansaldo non c'era pi niente da fare, era terra bruciata. I giovani operai arrabbiati
di qualche anno prima erano spariti, e attraverso le parole di Valentino potevo solo cogliere la lontana
eco della disperazione di Lo Bianco, la sua feroce dedizione alla sconftta. La ristrutturazione andava
avanti, e il compagno ne parlava con rispetto, talvolta con inconsapevole ammirazione. Ascoltandolo mi
veniva in mente Faina, quando ripeteva acido che l'uomo che pi di ogni altro aveva ammirato e amato la
grande fabbrica era stato appunto Marx... C'era un fondo frustrato di positivismo ingegneresco nei
brigatisti che ho conosciuto a Genova, che li rendeva assolutamente diversi dagli altri esponenti del
movimento e li faceva seri e pedanti, adatti forse a cogliere meglio alcuni nodi della ristrutturazione in
atto, ma ciechi e sordi alla dimensione complessiva del mutamento, alla vita vera che vi correva dentro,
ai colori nuovi del dramma sociale. Sto usando la terza persona: loro, non noi. C' una ragione: su questi
punti non sono mai stato in sintonia. Non avevo niente di meglio da opporre, ma davanti ai suoi dati la
mia partecipazione perdeva quelli che Valentino avrebbe definito i caratteri di classe, e assumeva invece
una natura pi esistenziale, fondata sul disagio personale, sull'insofferenza, e persino su forme elementari
di rivalsa: Non si vive di solo pane. Ed una soddisfazione sapere che chi comanda e ruba e sfrutta oggi
ha paura, anche lui... Che non gli vada proprio tutto per il verso giusto, che paghi almeno questo, la
paura....
Non solo questo, naturalmente, perch tutte le mie idiosincrasie e tensioni andavano a stagliarsi
contro lo schermo gigantesco d'un processo di agonia e di morte: il mondo capitalistico era un dinosauro
morente che vibrava all'impazzata i suoi colpi di coda, distruggendo vite e ricchezze, minacciando guerre
e cataclismi. Lo si poteva uccidere pi in fretta? Non so ancora se questa immaginosa metafora fosse
irrimediabilmente falsa: probabilmente lo si potr dire a cose fatte, alla fine d'un percorso che sovrasta
di troppo la nostra debole percezione. Ma quando questo percorso sar compiuto, forse non ci saranno
pi uomini per raccontarlo. Intanto, deducevo da questa apocalittica campitura la necessit minuziosa e
concreta della lotta armata, ed era l'idea di questa necessit un altro di quegli inverosimili fantasmi
dei quali ci si innamora, quasi fossero persone.
Vedevo poco Valentino, e credevo di sentir crescere il sospetto attorno a me. Il 18 gennaio '78 era
ferito nel suo studio il professor Filippo Peschiera, esponente della DC genovese; il 7 aprile Felice
Schiavetti, presidente degli industriali della Liguria; il 4 maggio il funzionario dell'Italsider, Alfredo
Lamberti; il 21 giugno era ucciso Antonio Esposito, dirigente del nucleo antiterrorismo della Questura; il
7 luglio era ferito Fausto Gasparino, vicedirettore dell'Intersind. La colonna genovese aveva la sua
implacabile routine, e non sembrava particolarmente scossa da quel che avveniva fuori: soprattutto, dal
sequestro e dall'uccisione di Aldo Moro. Il chiodo era sempre lo stesso: la fabbrica e la ristrutturazione,
il PCI e il sindacato... la politica, a Genova, era per le Brigate Rosse la politica industriale. Non ero
ormai che uno spettatore, e pian piano mi ci stavo adattando. I miei studi avevano ripreso un ritmo
normale, e di nuovo sembrava che nulla dovesse mai cambiare. La mia febbre me la portavo con me, ben
sigillata, e aspettavo. Ero ai margini dell'organizzazione, ma rimanevo a disposizione, pronto a ogni
chiamata. Arriv, un giorno, ma non da Valentino. Mi telefon Arnaldi, e mi fece andare a casa sua. Era
una cosa importante, e se ne mostrava consapevole. Stavamo seduti nel salottino e la finestra era aperta
su via Palestro, in quel caldo pomeriggio di giugno. Di solito mi raccontava qualcosa sulle carceri, e io
partecipavo rassegnato a quegli incontri fervidi e vuoti. Quel giorno era diverso.
C' un operaio dell'Italsider che vuole conoscere i compagni. venuto lui a cercarmi....
Avrei voluto sapere subito tutto. Chi era? Lo conosceva? Quali porte ci avrebbe aperto?
Lo conosco un po', dai tempi di Lotta Continua e del Soccorso Rosso, ma poi l'ho perso di vista. Ti
puoi fidare, un compagno, sta a Pra. Ho conosciuto anche la figlia... una ragazza bellissima. una
famiglia tutta di comunisti.
E lavora all'Italsider?.
S, ma non ne so di pi... Senti, forse ti ricordi qualche anno fa, il '74 o il '75, mi pare, quando sui
giornali venuta fuori una storia di violenze sull'Orient-Express, donne aggredite di notte, coltelli...
queste cose le aveva denunciate una coppia di genovesi che ci si era trovata in mezzo, in vacanza: li
hanno anche intervistati, ma alla fine li hanno trattati un po' da matti, da mitomani... beh! era lui e la
moglie. E ancora adesso giura che era tutto vero.
Non me lo ricordo... ma perch ci vuole conoscere? Tu, cosa gli hai detto? cosa gli hai fatto
capire?.
Arnaldi era serio e nervoso. Adesso, di colpo, esitava. Il nome dell'operaio non l'aveva ancora fatto,
anche se mi aveva dato il modo di trovarlo da me, e questa inutile reticenza era per significativa.
Sapeva fin troppo bene, lui cos disponibile, cos ansioso di partecipare, che da quel momento un'altra
vita sarebbe stata travolta, probabilmente distrutta. E dunque soffriva per gli altri, non per s, perch
c'era nella sua natura qualcosa che aderiva intimamente ai principi dell'etica professionale: al dovere,
cio, di proteggere chi s'affidava a lui, non di rovinarlo. Lo guardavo fisso, e capivo meglio il senso di
tante nostre passate conversazioni. Per quanto riguardava la sua vita, le sue scelte personali, Arnaldi
riusciva a prendere in considerazione solo le Brigate Rosse, ma quando andava come avvocato per le
carceri i detenuti erano tutti uguali ai suoi occhi, e niente l'offendeva come le divisioni interne, le rivalit,
le discriminazioni. Non era per niente paternalista: semmai, con discrezione estrema, con burbera
timidezza da genovese, era paterno. Tutti erano da difendere allo stesso modo, da proteggere. Cosi come
ora sentiva con confusa angoscia di dover fare con l'operaio che si era affidato a lui, nel momento stesso
che me lo consegnava.
Non gli ho detto pi di tanto, non mi sembrava opportuno... che era difficile mettersi in contatto con i
compagni, ma che ci avrei provato. Ha insistito molto, ti assicuro. Mi sembra convinto... ma dovete
decidere voi. Ai compagni, digli che ha famiglia, e che non deve stare troppo bene di salute... forse non
pu far molto.
Non c' fretta, vedrai che andranno con i piedi di piombo....
Non valevano nulla, queste parole, e lo sapevamo entrambi, a fronte dell'inevitabile crudelt delle
cose. Era un'altra vita che precipitava nell'ignoto. Far previsioni era tempo perso: ci si poteva anche
ammattire.
Mi raccomando, pensateci bene. Si chiama Francesco Berardi. Quando mi dai il via, gli faccio
sapere io che ricever una telefonata... si far vivo con me fra quattro o cinque giorni.
Sono uscito con il cuore piccolo piccolo, pieno di tristi pensieri. N mi consolava l'idea che avrei
avuto qualcosa da dire, finalmente, a Valentino.
La trappola

L'ho aspettato come d'accordo, seduto a un tavolino all'aperto in una piazzetta della vecchia Sestri.
arrivato diritto verso di me, in maglietta e blue-jeans, su un piccolo ciclomotore. Era come me l'aveva
descritto Arnaldi: i capelli scuri e ricciuti, abbronzato e con un aspetto giovanile nonostante i
cinquantanni. Aveva appena finito il turno a Cornigliano. Esit un momento, guardando bene il giornale
che tenevo aperto sul tavolo, e poi mi si sedette davanti con un ciao molto brusco. Ho cominciato a
dire qualche parola, per presentarmi, ma il suo fare rigido e imbarazzato non giovava a nessuno dei due.
Ripet pi d'una volta:
Non so chi sei, ma io mi fido del compagno Arnaldi, se garantisce lui....
Voleva forse mostrarsi duro ed esperto, ma metteva piuttosto in risalto la sua timidezza: sembrava che
non gli riuscisse di sentir nulla di quel che cercavo di dirgli, per avviare la conversazione. Non aveva
tempo disse a un tratto l'aspettavano a casa: intanto ci eravamo conosciuti, visti in faccia, e ci
saremmo incontrati di nuovo in un'altra parte di Sestri, tre giorni dopo. Non capivo perch scappasse
cos, dopo due minuti. O meglio, c'erano troppi perch... che non volesse pi saperne? Che non gli fossi
andato bene io? Me ne sono tornato via convinto che non l'avrei pi rivisto, con l'idea di aver mancato in
qualcosa.
All'appuntamento successivo arrivato puntuale. Mi ha guidato verso l'interno, su per via Priano,
dietro il Santuario. Una discreta camminata. Ci siamo seduti ai tavoli di pietra nel giardino della trattoria
della Vaccamorta, e abbiamo ordinato caff e vino bianco. Intanto, mi aveva gi raccontato molte cose. Il
suo lavoro, per cominciare:
Ero al laminatoio, facevo il caposquadra. Mi hanno mandato anche in America, per vedere come
lavorano l.
Rispetto alla prima volta che l'avevo visto era cambiato, e la sua timidezza si era risolta in una gran
voglia di parlare. Ma le mie rare domande lo incupivano, e con nervosa volubilit cercava di nascondere
qualcosa: qualcosa che era al fondo dei suoi pensieri e che aveva voglia di dirmi. Aveva una spina nel
cuore.
No. Non sono pi al laminatoio. Ho sempre la mia qualifica... ora giro per i reparti.
A poco a poco, per frammenti, la verit era venuta fuori. Era stato male, un infarto. Poi, un principio
d'esaurimento nervoso. Nel frattempo l'avevano tolto dal laminatoio, non aveva pi responsabilit, e
ormai andava da un reparto all'altro in bicicletta, portando bolle di carico e altre scartoffie.
Una specie di fattorino. Era avvilito, e si vergognava del suo avvilimento:
Mi hanno messo da parte, come un ferro vecchio. Sono dei cani... Adesso ho anche l'ulcera.
Ma si ritraeva dai suoi guai, comprimendo la rabbia e lo sconforto. Esaltava il compagno Arnaldi,
invece, verso il quale aveva una vera e propria devozione, e le Brigate Rosse. Bisognava fare, fare...
quand' che prenderemo tutti il mitra?
Ma oltre i suoi continui scatti d'umore, la sua imprevedibile ombrosit mescolata all'ingenuit pi
clamorosa, veniva fuori una personalit calda e vivace, che mi conquistava. Sapeva anche essere
divertente:
Ma guarda te! Siamo qui, all'osteria, davanti a un bicchiere di vino bianco, a parlar male dei
padroni. Come due vecchi rincoglioniti.
Non era molto informato di quel che riguardava i piani di ristrutturazione, il rinnovo degli impianti e
le intenzioni dell'azienda sulla riduzione del personale. Pareva saperne meno di quel che ne riferivano i
giornali, e in ogni caso non ne voleva sentir parlare, tanto si trattava di una losca congiura, partecipi PCI
e sindacati, per fregare loro, gli operai. La sua sorte era, nel migliore dei casi, la sorte di tutti. Gli
piaceva restare nell'immediato, e ritrovava allora una sorta di fanciullesca esaltazione, e raccontava
bene, con gusto:
Sai, il nostro vero incontro oggi, e io avevo in mente di festeggiarlo... cos stamattina passavo in
alto, sull'altoforno, e ho visto sotto la macchina nuova dell'ingegnere, un'Alfetta. Non c'era nessuno. Ho
preso un pezzo di loppa, bello grosso e pesante, e l'ho buttato gi, proprio preciso... .. vetro del
parabrezza andato in mille pezzi, avresti dovuto vedere!.
Rideva con tutta la faccia, una faccia mediterranea, algerina, marocchina, il bianco degli occhi
iniettato di sangue. Non gli credevo ma mi piaceva lo stesso, era come se fosse tutto vero. E magari lo
era.
Ma aveva le sue improvvise cupezze, attimi d'ombra che passavano come nuvole veloci, e per
incrinavano la sua allegria, la coloravano d'irrealt. Solo un momento smorz toni e riusc a parlare con
calma, con rimpianto. La giornata era calda e sotto la pergola, all'ombra, si stava bene. Si sentiva solo un
filo d'aria tra le foglie della vite; il lento gocciolio dell'acqua nell'angolo, tra le grosse pietre verdastre
d'umidit, dove s'attorcigliava il tubo per innaffiare, e a tratti l'urto acuto dei bicchieri e delle tazzine,
attraverso la porta aperta del bar.
Si stava meglio una volta diceva. C'erano meno cose, si capisce, ma si stava meglio. Al tempo dei
nostri padri la gente era pi allegra, si voleva pi bene... si divertiva di pi. Gli operai venivano in
comitiva con le famiglie su per queste trattorie, e suonavano e cantavano e bevevano tutti insieme... le
feste erano proprio feste. Ce l'hai presenti quelle fotografie di una volta, tutti insieme, gli uomini con i
panciotti e i baffi, in venti, trenta, sotto le pergole, sulle panche con i fiaschi e i ragazzini che spuntano da
tutte le parti... era tutto un altro vivere, credimi, anche a fare l'operaio o lo scaricatore in porto.
Mi aveva colpito. Una vecchia fotografia cos, con gli sbiaditi toni di seppia, era appesa da pochi
giorni in casa mia, in cucina. Ce l'aveva regalata la Rosetta, la vecchia signorina che abitava sotto di noi
morta tre anni fa, quand'ero in carcere. Viveva sola e non si occupava che dei gatti del vicolo: ogni
tanto chiamava Isabella, che ha una certa pratica di veterinaria, per curarne qualcuno, e per aiutare le
femmine a partorire. Quella foto ce l'ho ancora, e ora me la sono messa qui davanti, sul tavolo, per
vederla meglio. Ci sono una quindicina di uomini, su tre file, tutti con cappello e panciotto. Due o tre
hanno grossi fazzoletti al collo, e uno, di lato, tiene una chitarra. Da una parte ci sono dei ragazzini che
guardano curiosi. Gli uomini della prima fila sono seduti per terra, con le ginocchia incrociate: in mezzo
a loro, seduto su un tozzo barilotto, c' l'unico che abbia il vestito chiaro. robusto, molto pi degli altri.
il solo a non avere la camicia, ma una maglietta bianca. I baffi sono rivolti in su, e lo sguardo fiero e
un po' spiritato. Le mani sono appoggiate sulle ginocchia aperte. La fotografia incollata su un largo
cartone color avorio, con un piccolo fregio dorato. Sotto di essa, in vecchio corsivo, scritto a penna:
Scommessa fatta
dal Facc.o Chetti partendosi dal ponte Morosini
al monte Figogna all'osteria detta del Calzolajo
con un terzarolo del p.o 70 ch.mi
14.4.1901
Nella foto, tra le gambe del facchino Chetti, c' un riquadro bianco che copre parte del barilotto,
forse un pezzo di carta, forse un tovagliolo. Con un inchiostro pi scuro, e in stampatello, una mano ha
scritto: Ho vinto!.
Non so bene le distanze, ma dal porto di Genova al monte Figogna, in cima al quale c' il Santuario
della Madonna della guardia, sopra Pontedecimo, il facchino s' fatto certo pi di dieci chilometri, con un
barile di settanta chili sulle spalle. Dal porto a Sampierdarena, a Certosa, a Rivarolo, a Teglia, a
Bolzaneto, e poi forse su per Murta: tutta la Val Polcevera : operaia dai moli alle fonderie alla vecchia
Ansaldo, su su fino alle ferriere Bruzzo, tutta se l' fatta con quei settanta chili al dosso. Ma non stato
lui a scrivere Ho vinto!. Era il padre della Rosetta, e aveva venticinque, ventisei anni, anche se nella
foto dimostra un po' di pi. Ed era famoso in tutta Genova per la sua forza: ma, distrutto dalla fatica, gli
era doppiato il cuore il giorno dopo aver vinto la scommessa, il 15 aprile del 1901. Dal Calendario
perpetuo, ho visto che il 14 aprile di quell'anno cadeva la prima domenica dopo Pasqua, lasciava la
Rosetta piccolissima, aveva due anni, allora: mentre il fratellino, che vive ancora oggi vecchissimo in un
ospizio, ne aveva tre. Gli ultimi tempi, finch la sorella era viva, una domenica ogni tanto si facevano
portare tutti e due in macchina da Isabella su al Santuario, in cima al monte Figogna, e mangiavano in una
delle trattorie che ci sono sul piazzale, di fianco alla chiesa. Allora, vagamente, ricordavano il padre
attraverso i racconti della madre, che fino alla fine aveva fatto la donna delle pulizie, nel quartiere di
Carignano.
Non ricordavo perfettamente, davanti a Berardi, le parole scritte, ma la storia era fresca e gliel'ho
raccontata, in modo sommario all'inizio e poi sempre pi particolareggiato, tutto preso dall'immagine
della Rosetta che veniva a portarci la fotografia e ce la spiegava.
Mi parve impressionato, ma non disse nulla. Dopo un breve silenzio, cominci a parlarmi del
nipotino. Non sapevo ancora che ne avesse uno.
Si pu dire che Massimiliano l'abbiamo allevato noi, io e mia moglie....
Tutti i giorni, verso sera, lo portava fuori, nel cortile sotto casa, e ci giocava insieme:
Neanche dovessi timbrare il cartellino. Non manco mai, e sapessi come ci tiene Max, a stare fuori
col nonno!.
Lo adorava, ma anche parlando di Max s'oscurava e cambiava discorso, alzando i toni. Allora,
ragazzi, che facciamo? Mi pare che battete un po' la fiacca, o sbaglio?. Ma poi ci tornava, senza
aspettare risposta. Quando gli ho detto che due giorni dopo ci saremmo visti a Rivarolo, davanti al
Municipio, che gli avrei presentato Valentino, uno delle bierre, un clandestino..., pareva che non mi
ascoltasse. Ma aument il suo modo concitato di tacere e di parlare, a strappi. Ora, scendendo verso
Sestri, tornava a dire a voce alta: Ragazzi, bisogna far qualcosa subito... siete un po' troppo politicanti
per i miei gusti, ci vorrebbero i partigiani... .
A Rivarolo, di nuovo, era puntualissimo. Dopo pochi minuti arriv Valentino con la sua eterna aria
affaccendata e distratta, come quei cani che non hanno mai pace e vanno intorno annusando dappertutto.
Io ero in pena per Berardi. Temevo per lui, per le sue ingenuit davanti al compagno, le sue intemperanze
verbali sempre fuori posto: nello stesso tempo mi riconoscevo nella sua ansia, nella sua nevrosi. Ma
sembrava che mi sbagliassi. Stavolta Berardi aveva un atteggiamento secco, da professionista. Molto
affidabile e discreto. Parlarono poco, si sarebbero rivisti con calma senza di me. In sostanza si trattava di
mettersi d'accordo per fargli portare dentro volantini e documenti, quando ce ne fossero stati, e perch
raccogliesse quante pi informazioni poteva sulla ristrutturazione, sull'organizzazione del lavoro, sui
capi, sui guardiani. In particolare, doveva cercare di trascrivere qualche targa importante, la macchina di
qualche dirigente. Poi, dal registro dell'ACI si poteva risalire al proprietario e al suo indirizzo, nel caso
non ci fosse nell'elenco del telefono (e, a sentire Valentino, dirigenti appena un po' importanti sull'elenco
ormai non ce n'erano pi).
Ci stavamo salutando, ed eravamo ancora seduti sul basso muricciolo che chiude sul davanti la piazza
del municipio. Poco pi in l c' un negozietto di scarpe. Il padrone, un signore grigio di mezz'et, s'
affacciato sulla porta guardandosi intorno: improvvisamente ha salutato verso di noi, con un largo
caloroso sorriso. Berardi arrossito e ha risposto imbarazzato al saluto. Poi, quasi scusandosi con noi,
ha detto:
'Non preoccupatevi... lo conoscevo bene una volta, lavorava con me. un amico.
Ma era tutto contento, e si vedeva.
Allora non lo sapevo, ma l'avrei rivisto solo dopo quindici mesi, nell'autunno del '79, nel
supercarcere di Cuneo. L'ho salutato e l'ho lasciato a Valentino. Arrivava l'estate e le vacanze. Su di me
pesava ancora quell'identikit, come una minaccia vaga ma paurosa. Facevo esami su esami, e avevo
ripreso a studiare e a scrivere. Poco per volta mi ero cos reimmerso nel mio lavoro che, nel settembre,
ho accettato volentieri l'invito a partecipare con una relazione a un convegno sulla poesia pastorale del
Rinascimento, in Francia, presso l'Universit di St.Etienne. Dopo la separazione dalla prima moglie
vedevo poco i figli e me ne facevo una colpa. Desideravo stare un po' con loro, a tu per tu, senza
intermediari. Non che avessi qualcosa di particolare da dire, tutt'altro, ma solo cos, per spartire un
pezzetto di vita quotidiana insieme. Sono partito in macchina con la pi grande, Lorenza, di dodici anni.
Da Nizza abbiamo piegato verso l'alto, asteggiando le montagne: Puget-Thniers, Entrevaux, Digne,
Sisteron, Grenoble... Dopo le tre o quattro giornate del convegno siamo tornati scendendo per la valle del
Rodano, fermandoci a Orange, dove siamo finiti in un bar pieno di legionari dall'aria enorme e cattiva, e
poi ad Avignone. Una bellissima mattina piena di vento, di buon'ora, siamo andati a Chateauneuf-du-
Pape, sino al castello, in alto, sotto un cielo incredibilmente terso e profondo. Nelle colline intorno era in
corso la vendemmia. Siamo entrati nel grande cortile di una cave: non si vedeva nessuno. Scesi dalla
macchina, ci ha presi in mezzo un vortice fischiante di vento e di polvere. Di corsa, ci siamo precipitati
verso una porticina e siamo scesi gi, sottoterra, per una scala di pietra ripida e stretta, storditi
dall'improvviso silenzio e dal lontano rombo che : era rimasto in fondo alle orecchie. Gi, dietro un
lungo banco, una ragazza sembrava aspettare solo noi. Pi in l si aprivano oscure volte, e una
modernissima macchina imbottigliatrice faceva tutto da sola. Abbiamo bevuto, e ho comperato un cartone
di tre bottiglie. Due o tre settimane dopo, a Genova, le ho portate a Valentino, che mi aveva ripescato nel
solito modo, per telefono, in Istituto, spacciandosi per uno studente. Le ha prese volentieri, ma era fuori
di s per la rabbia, tanto che non gli riusciva di dirmi le cose con ordine.
Berardi, quell'idiota, sta facendo una cazzata dietro l'altra... ci far prendere tutti.
Perch? Cosa ha combinato?.
Ma non li leggi i giornali?.
I giornali? Parlano di lui? Non ho....
Mi ha interrotto quasi gridando.
Sei diventato scemo anche tu? Il Consiglio di Fabbrica ha deciso di impegnarsi in prima persona
contro il terrorismo, cos dicono, vogliono scovarci a ogni costo e far vedere che sono loro, la classe
operaia che elimina da sola le sue mele marce... e quella di Berardi ormai una barzelletta, gli fanno una
trappola al giorno e lui ci casca sempre, se lo stanno legando come un salame.
Ma come?.
Come, come... Un delegato gli andato a dire in gran segreto che aveva l'elenco dei carabinieri
infiltrati nei reparti figurati! se lo voleva, per passarlo ai suoi amici, e lui gli saltato addosso per la
gioia e ha detto che s, certo che lo voleva, gli serviva subito... Elenchi non ne ha avuti nemmeno uno, ma
pochi giorni dopo un altro gli ha detto: 'Francesco, ma lo sai che sei proprio bravo a fare le stelle delle
Brigate Rosse sui muri? Come ci riesci?'. E lui ha tirato subito fuori la bomboletta e gliel'ha fatto vedere,
e s' vantato di averne disegnate un mucchio, anche nella vecchia fonderia.
Ma te le ha raccontate lui, queste cose?.
S, ed era anche contento, gli sembrava di portarmi delle belle notizie... quello convinto che tutti
gli operai siano dei brigatisti, e neppure s'accorge del pacco che gli stanno tirando. Gli ho detto di tutto,
ha giurato che aveva capito e che sarebbe stato pi attento... tu ci credi?.
intelligente ma ingenuo. Per la fabbrica dovrebbe conoscerla bene, dagli un po' di credito.
Imparer.
Speriamo che faccia in tempo....
Qualche sera pi tardi era il 26 ottobre verso mezzanotte il telefono di casa mia ha squillato a
lungo. Eravamo gi a letto, e dormivamo. Ho risposto io, e ho sentito dall'altra parte la voce bassa e
preoccupata di Arnaldi che mi diceva:
Enrico, sono in piazza De Ferrari. Vengo verso casa tua, posteggio davanti al giornalaio, alla
Nunziata. T'aspetto l, per fare due chiacchiere.
Mi sono vestito in fretta e sono sceso in strada. Nella piazza ho visto subito la sua Volkswagen rossa.
Era agitato e gli tremava la voce, ma questa non era di per s una novit:
Hanno arrestato Berardi.
Quando?.
Non lo so, non si sa niente, tengono ancora nascosta la notizia. Forse ieri... la cosa filtrata per caso
a Palazzo di Giustizia, e io l'ho saputa solo poco fa.
Abbiamo parlato a lungo, nella macchina ferma, rivoltando la notizia per tutti i versi, ma non c'era in
verit niente la dire. Quello che si sapeva era tutto l. Ma l'imprendibile, ipercompartimentata colonna
genovese delle Brigate Rosse era stata violata, e nessuno poteva ancora misurarne le conseguenze.
Arnaldi era affranto, vedeva nero. Io minimizzavo, e avevo l'odiosa sensazione di comportarmi con lui
come Valentino s'era comportato con me: l'importante era salvare la facciata, rispettare le forme e la
gerarchia, non far nulla che non fosse esplicitamente ordinato.
I giorni successivi i giornali raccontavano cose verisimili e prevedibili. Il postino delle BR era
stato colto sul fatto, mentre distribuiva volantini all'interno della fabbrica. Colto dai carabinieri, per,
non da qualche compagno di lavoro. Ma il compagno, o i compagni, c'entravano, perch avevano
chiamato loro i carabinieri...
Il processo s' svolto per direttissima, il 30 e il 31, dunque pochissimi giorni dopo l'arresto. Sin
troppo presto, ma allora nessuno ha fatto caso a questo particolare. Ho visto le foto di Berardi con i ferri
ai polsi, mentre si piegava a baciare la moglie, e mentre alzava i pugni chiusi, nel saluto comunista.
Contro di lui era andato a testimoniare un operaio dell'Italsider, da solo, Guido Rossa.

Guido Rossa

Berardi stato condannato a quattro anni e mezzo. L'ha difeso Arnaldi. Il Pm Di Noto ne aveva chiesti
cinque, e aveva detto, nella sua requisitoria: Io ritengo che il Berardi sia stato trascinato in un gioco pi
grande di lui. La sua ansia stata quella di poter vedere un'umanit migliore. La sua attivit era limitata,
in fondo, a un ambito marginale. Egli credeva nella contestazione delle Brigate Rosse, nella speranza che
fosse mutata questa societ....
Non ricordo di aver fatto caso, allora, a queste parole. N posso ricordare molto di Rossa. Il Secolo
XIX accennava alla sua veloce testimonianza, e a un improbabile gesto che Berardi avrebbe fatto verso
di lui, quasi a indicarlo a uno del pubblico. Ma fotografie non ce n'erano e, nel complesso, il tono era
abbastanza neutro ed evasivo. C'erano immediatamente altre cose, invece, che mi toccavano pi da
vicino.
Un mattino o due dopo il processo, dunque i primissimi giorni di novembre, scendevo le scale di
casa. Al piano di sotto la porta della Rosetta era aperta. Lei era l, nell'ingresso, e le ho fatto un cenno di
saluto. Non si era sposata e aveva fatto per tutta la vita la commessa in un famoso negozio
d'abbigliamento. Ne aveva ricavato una devozione profonda verso i signori e un senso molto rigido del
decoro personale: le sue camicette con la chiusura alta, sul collo, e la spilla d'argento a chiudere lo
scialle, e le scarpette... La porta era aperta, e rimestava in un grosso catino il cibo per i gatti. Ero appena
passato che mi sono sentito chiamare, dietro le spalle, dalla sua voce esitante: Professore,
professore.... Teneva gli occhi bassi e sembrava confusa.
Professore, ha visto che strano, le finestre di fronte alle vostre, dall'altra parte della piazzetta? Le
hanno chiuse ieri sera, c' gente dentro... chi saranno?.
Non ha aspettato che rispondessi e si subito ritirata mormorando ancora tra s, quasi per velare in
un chiacchiericcio tutto suo il senso di quello che mi aveva detto. Non sapevo che pensare. Fuori, nella
piazzetta, ho alzato gli occhi verso il vecchio palazzo. A parte l'osteria, sull'angolo di Vico Nuovo, era ed
ancora disabitato e quasi in rovina. Le grandi finestre del secondo piano me le ricordavo sfondate da
sempre, senza persiane e senza vetri, mentre pi in alto, sopra i vecchi mattoni e i grossi brandelli
d'intonaco grigio, il sistema di cornicioni e tetti e terrazze piene di ferri rugginosi e contorti sembrava
appena uscito da un bombardamento. Ma una di quelle finestre, che corrispondevano esattamente a quelle
delle due stanze migliori di casa mia, era stata chiusa con delle assi messe per traverso. Non
perfettamente, per, perch ai lati restavano alcune larghe e buie fessure. Se la Rosetta non me l'avesse
detto, non mi sarei accorto di nulla. Ma che significava? Qualcuno mi stava spiando? Subito, sono
riuscito a dimenticarmene, ma quando sono tornato dall'Universit, verso l'una, ho guardato ancora su, a
quella finestra. Dalla porta dell'osteria i soliti clienti, Giuffra, Aldo, Sempieri, e Mario, l'oste, mi
guardavano, e nel loro saluto c'era una mistura nuova di timore e di confidenza. Sul portone di casa era
ferma Isabella. Mi ha fatto segno di andare avanti, su per le scale, e non ha parlato sinch non ha sentito il
tonfo del portone che si richiudeva dietro di noi.
Qui lo sanno gi tutti... c' un mucchio di gente che ti sorveglia. Hanno preso le stanze sopra Mario,
e dicono che hanno portato delle macchine, macchine fotografiche, registratori, chi lo sa... sono tanti,
dieci, venti. Entrano dall'altra parte, dalla Nunziata, e fanno i turni.
Era ancora la Rosetta, che era nata l pi di ottantanni prima, nella casa di suo padre e di suo nonno
garibaldino, e non si era mai mossa, a raccogliere le chiacchiere che si facevano gi, nei magazzini, dal
fabbro, dal falegname, dall'Assassino, proprio sotto casa nostra, a dieci metri da via Pr (allora, alla fine
del '78, un pasto completo dal primo alla frutta costava intorno alle millecinquecento lire: pi d'una volta
mi hanno fermato dei tipi malandati per domandarmi dov'era la trattoria che costava poco... ci andavamo
anche noi, ogni tanto, a mangiare il minestrone, che era buono). Ma a me non diceva pi nulla. Confidava
tutto a Isabella: e quelli che parlavano con lei lo facevano proprio perch sapevano che sarebbe venuta a
raccontarcelo.
Detta cos, tutta la faccenda ha un sapore da vecchia commedia popolare, con le quinte delle case alte
e strette, la roba stesa tra l'una e l'altra, e la piazzetta o il campiello per palcoscenico, e i portoni e le
botteghe artigiane e l'osteria, da un lato, dove i personaggi entrano ed escono in continuazione. Beh, in
certo modo non un'immagine sbagliata. A ripensarci oggi, forse proprio questa rassicurante
dimensione da teatrino che ha attutito il colpo, quasi fosse tutta una recita, non una cosa vera. Una
commedia, non un dramma. Tanto pi che al momento non avevo molto da temere, cos radi e
inconsistenti s'erano fatti i miei rapporti con le Brigate Rosse. S che quella dimensione poteva
effettivamente apparire come l'unica reale, partecipata coralmente da persone reali.
In casa, c'eravamo messi a eliminare ogni traccia anche vagamente sospetta, in vista di probabili
perquisizioni: volantini, documenti dell'ultrasinistra, giornaletti, ritagli vari... ma avevo avuto sempre
pochissimo di questa roba, s che tutto si risolto in una gran pulizia e, finalmente, in un po' d'ordine
nelle mie cartelle e nei miei appunti di lavoro. Fuori non notavo quasi nulla. Ma non mi sforzavo troppo:
non avevo niente da nascondere, e dunque che mi seguissero pure. Ho visto una Mini Innocenti color
amaranto; altre volte mi sono ritrovato vicino una motoretta... la sorveglianza doveva per essere
efficiente e continua, e cos infatti garantiva la voce popolare che ci arrivava attraverso la Rosetta.
Ad Arnaldi ho detto poco. Non volevo n turbarlo n paralizzarlo, generoso e apprensivo com'era.
Ma non ho potuto fare a meno di accennare che probabilmente ero pedinato, e che avevo l'impressione
che anche casa mia fosse sorvegliata. S, era quasi tutta la verit, ma cos come la raccontavo sembrava
una verit scontata, forse neppure nuova. E invece non era scontata, e la sua qualit era assai diversa dal
solito. La repressione, e tutto quello che la parola importava nelle mitologie dell'estrema sinistra, non
c'entrava per nulla. Arnaldi l'ha presa cos come mi aspettavo, come una doverosa conferma che eravamo
dei rivoluzionari seri. Ma aggiunse inaspettatamente alcune parole che pi tardi ho ricordato con assoluta
precisione: Non che Berardi se la sia cantata? Non so... nessuno lo dice, nell'ambiente del Tribunale,
eppure c' qualcosa che non torna.
L'idea non era venuta a Valentino (oppure gli venuta, a lui e agli altri, ma hanno preferito far finta di
nulla?), e non era venuta a me: in ogni modo, non l'ho neppure presa in considerazione, non so poi bene
perch. Allora, nel '78, era un'ipotesi prematura e sconvolgente. Arnaldi stesso, dopo averla buttata l,
parve ritirarla, e non ne parl pi. E rimase, sino alla fine, l'avvocato di fiducia di Berardi.
Gli studi continuavano a buon ritmo: s'era aperta questa grossa bolla, nella mia vita, e io ci stavo
dentro e viaggiavo con essa. Sapevo che sarebbe scoppiata. I primi giorni del gennaio '79 sono ripartito,
questa volta insieme a Claudio, il secondo figlio, che allora frequentava la quinta elementare. Come gi
con Lorenza, cos ora desideravo stare con lui, con lui solo. Il Dipartimento di Lingue Romanze
dell'Universit di Wrzburg, in Germania, mi aveva invitato a tenere una conferenza di argomento
dantesco: avevo scelto quello di cui mi stavo occupando da tempo, le rime dottrinali. Siamo partiti la
sera, in cuccetta, per Francoforte. Mi guardavo attorno, in stazione e sul treno, per cogliere una figura, un
volto, un movimento... possibile che mi lasciassero espatriare cos? A quanto pare era possibile: almeno,
io non mi sono mai accorto di nulla. La gita stata splendida, anche per merito del paziente ed
eruditissimo professore tedesco che per una settimana ci ha fatto da guida. Bella Wrzburg e la Residenza
del principe-vescovo; belle le anse del fiume tra le tonde colline coperte di vigneti; belle le citt del
vino, contrapposte alle citt del grano (ma il nostro accompagnatore diceva, simpaticamente, citt
del trigo), e bellissima e inattesa, infine, Bamberg, la citt medioevale che i bombardamenti della
seconda guerra mondiale non hanno neppure sfiorato. Per me, c' stata la sorpresa di un emozionante
riconoscimento: da piccolo avevo sfogliato mille volte un grosso libro illustrato di storia tedesca, e ora
quelle figure erano l, vere, proprio come le conservavo nella memoria. In macchina, tentavo qualche
cauta domanda politica. Il professore rispondeva spiegandomi quanto guadagnava e in quale nuova
villetta si sarebbe trasferito, e aggiungeva sospirando: La vita piena di problemi, ma il denaro, sa?
consola di molte cose.
Le giornate tedesche erano state aperte e limpide. Tornato a Genova, mi aveva di nuovo inghiottito
l'oscurit del vicolo, la piazzetta. I miei occulti guardiani erano sempre l, al loro posto dietro la finestra
sbarrata, in attesa.
La mattina del 24 gennaio non sono andato subito all'Universit. Dovevo vedere se mi era arrivato un
libro, alla Feltrinelli. Oltre l'edicola del giornalaio ho incrociato due vecchie amiche. Avevano l'aria
imbambolata e gli occhi rossi. Una s' voltata dall'altra parte, nascondendo la faccia. L'altra riuscita a
dirmi, con voce incrinata:
Stamattina i brigatisti hanno ammazzato Rossa, l'operaio dell'Italsider....
Forse ha aggiunto ancora qualcosa, ma non l'ho ascoltata. Stavo gi tornando a casa. So di essermi
mosso con precisione. Ho riordinato la cucina, perfettamente, come se un'invisibile telecamera mi
seguisse passo passo e io dovessi recitare minuziosamente me stesso. Non era per i poliziotti appostati
fuori. Quelli, non esistevano pi. Era la prigione che mi ero costruito io, invece, la gabbia mia e solo
mia, dentro tante altre gabbie, che mi chiudeva nel ritmo di quei gesti inutili, gli unici che in quel
momento riuscissi a fare. Erano piccoli gesti rituali, certezze minime. Spostavo piccole cose, sempre pi
lentamente, con cura sempre maggiore... Improvvisamente s' aperta la porta d'ingresso. Sono sceso dalla
cucina. Isabella era ferma in mezzo alla stanza, in piedi, con le braccia abbandonate lungo il corpo, i
pugni stretti. L'ho abbracciata, ma non si mossa. rimasta rigida:
Lo sai gi?.
S, me l'ha detto Roberta poco fa, dal giornalaio.
Ha avuto un brivido di sgomento, e di colpo esplosa, battendomi i pugni sulla spalla, con
disperazione:
Stamattina li ho visti io gli operai, anche quelli che piangevano, i vecchi e i giovani. Vai, vai, sono
per la strada, stanno arrivando... vai a De Ferrari. Sono usciti tutti....
L'ho presa per un braccio.
Vieni. Andiamo insieme....
Si liberata, con decisione:
No. Adesso non vengo in nessun posto... Ma tu corri, sono tutti per strada, ti dico!.
E poich esitavo ancora, ha aggiunto fissandomi bene:
Ma cosa sta succedendo? Dimmelo, cosa? Non puoi continuare a star zitto con me, a far finta di
niente... Non puoi essere pazzo sino a questo punto....
Mi ha quasi spinto fuori. Via Cairoli l'avevo fatta tante altre volte, con i cortei dei metalmeccanici
che arrivavano dal Ponente, da Sampierdarena, da Rivarolo, da Cornigliano, da Sestri. E mi sentivo forte
delle mie posizioni estreme, contro gli obiettivi sindacali, e consideravo con distacco il contrasto tra le
grida e i fischi degli operai che sfilavano e la sostanza cauta e riflessiva del loro atteggiamento politico.
Ora tutto era rovesciato. Non ero pi io contro di loro, ma loro contro di me. Camminavo tra i piccoli
gruppi sciolti che salivano dai vicoli del centro storico e s'andavano ingrossando verso la piazza, e il
nemico ero io. Non avevo mai provato niente di simile. Mi vergognavo, e avevo paura.
In piazza, non sono riuscito ad ascoltare i discorsi degli oratori.
Credo che pochi li seguissero veramente, anche se erano discorsi non preparati, commossi: ognuno
era troppo pieno delle proprie emozioni, troppo teso e reattivo per dimenticarsi nelle parole altrui. Mi
guardavo attorno, e vedevo facce sbigottite e piene di rabbia malamente compressa. Non sapevo nulla del
morto, e non ne sapevano nulla quasi tutti quelli che erano l, ma ho visto qualche vecchio delegato di
fabbrica con le lacrime agli occhi... la rabbia era tutta contro le Brigate Rosse, ed era doppia, era per
quello che avevano fatto e per quello che non avevano fatto. Qualcosa aveva finito di spezzarsi, senza
rimedio: era finito, per molti di quegli operai, un sogno vago e tenace. La confusa, mitica speranza che le
Brigate Rosse avevano alimentato, soffiando sulla vecchia brace dell'idea rivoluzionaria, si era spenta. E
gli operai, in quella piazza, quella mattina, piangevano la morte di uno di loro, una parte viva del loro
essere, e insieme piangevano in quella morte la fine di un equivoco al quale s'erano tenuti stretti per tanto
tempo: la fine di un segreto sepolto profondamente nella loro fatica di ogni giorno, nel loro linguaggio,
nella loro cultura. C'era qualcosa che continuava a finire, per loro, e nulla che cominciava. Ma non
poteva essere che cos, e tutti parevano saperlo.

Un suicidio

La notte del 18 maggio io e Isabella e con noi un'altra quindicina di persone siamo stati arrestati nel
corso del cosiddetto blitz genovese, voluto e attuato dagli uomini del generale Dalla Chiesa. L'arresto
scattato materialmente alla fine della seconda o terza perquisizione che avevamo subito, dopo l'omicidio
di Guido Rossa. I particolari non contano. Basti che quei mesi, dal 24 gennaio al 18 maggio, sono stati i
pi stupidi e deprimenti della mia vita. Le perquisizioni dure, certo, e la sorveglianza di colpo pi
oppressiva, e le voci sull'imminente arresto, e le paure, e il dormir fuori, in casa di amici, per due o tre
notti, magari con la scusa di violenti litigi con Isabella, e i litigi che, d'altra parte, c'erano davvero,
perch io mi comportavo ormai come una specie di kamikaze accecato, e lei mi opponeva le ragioni di un
impegno politico meno chiuso, meno allucinato, e voleva a tutti i costi quel figlio che io le negavo... Mesi
che si potrebbero raccontare, ma altrove, con altra attenzione.
Siamo stati arrestati, e io sono finito prima a Fossano, poi a Parma, dove ho passato l'estate e poi,
dalla prima settimana d'ottobre, a Cuneo. Isabella intanto passava da Pisa a Lamezia Terme a Perugia e
infine a Potenza. Quello di Parma era un normale carcere giudiziario, e c'erano detenuti di ogni tipo, da
qualche piccolo boss ai rapinatori ai borsaioli ai tossicomani ai vecchietti che chiss mai per quale
motivo stavano l.
A Cuneo ho aspettato un giorno e una notte in isolamento. Finalmente, la mattina dopo, con il sacco in
spalla, sono entrato nel lungo corridoio della sezione, al primo piano (si chiama cos, ma in realt il
pianterreno: sopra, ce ne sono altri tre). La maggioranza dei politici stava l, mi diceva il maresciallo
accompagnandomi, mi sarei trovato bene, tra amici. Io ero ancora troppo inesperto, per cogliere tutte le
allusioni, le finezze e le implicite minacce che ci sono sempre, nelle parole di un secondino di razza. Il
largo corridoio passa in mezzo alle due file di celle singole che, a Cuneo e, per quel che ho visto, solo
a Cuneo durante il giorno stanno con il blindato aperto. Mentre avanzavo, qualche detenuto che s'era
accorto del trambusto mi salutava, premendo la faccia contro le sbarre della porta-cancello. In fondo,
dietro di loro, spiccava il riquadro luminoso della finestra, e io non riuscivo a distinguerli bene, cos in
fretta, in controluce. Alla quarta, quinta cella, s' sporto un braccio, e ho sentito un:
Anche tu qua? Ciao, compagno! dal forte accento genovese. Mi sono fermato e l'ho fissato bene.
Sempre uguale, la faccia marocchina, i riccioli scuri, i denti bianchi. Era lui, Berardi. Ho avuto una breve
scossa. Ai giudici avevo sempre detto di non averlo mai conosciuto; lo stesso aveva detto lui... ma no, a
quel punto era uno scrupolo eccessivo. Quel saluto non provava niente, le guardie erano occupate solo a
farmi far presto, a strattonarmi, il maresciallo due o tre passi avanti pareva distratto. Gli ho sfiorato
velocemente la mano, e l'ho salutato: Ciao. Ciao..., mentre sentivo ancora le sue parole: Ci vediamo
fra poco, fuori, all'aria. Mi hanno sistemato quattro celle avanti, ma dalla parte opposta, verso il prato
interno e l'ala del giudiziario. Ho buttato il sacco e sono andato subito alla finestra. Lontano, sopra il
muro di cinta, spuntava netta e precisa la sagoma del Monviso. A Parma vedevo solo un muraglione
altissimo, tanto alto che non capivo come potesse star su. In confronto a quel vecchio carcere, con i suoi
pavimenti di mattoni sconnessi, gli scrostati soffitti a volta e gli antichi catenacci, questo sembrava una
clinica, sterile e funzionale. Colpiva subito la differenza tra quelle celle disordinate e zeppe di roba, con
il cesso in un angolo, in bella vista, e queste, uguali una all'altra: il tavolino di plastica fissato al muro,
uno sgabello, tre stipetti e la branda. Una porta interna dava nel piccolo vano dov'era il cesso e il lavabo.
Mi guardavo attorno, e tutto sommato non mi dispiaceva di essere solo.
Ero contento, dunque, ma pure mi sgomentava aver trovato Berardi. Come avremmo ripreso le nostre
chiacchiere? Ma le avremmo riprese, poi? Era un ricominciare daccapo, infinitamente pi diffcile,
adesso: ero curioso della sua storia, che i giornali avevano raccontato a modo loro, ma mi accorgevo,
mentre tentavo di ripercorrerla, che era impossibile riandare tanto indietro. La strada del ritorno era
sbarrata: in mezzo, ormai, c'era Rossa. Le nostre battute all'osteria, le nostre memorie, la nostra
leggerezza sciocca e piacevole, quasi dimentica di quel che ci aspettava: niente poteva resistere e
riprodursi cos com'era stato. Tutto aveva un altro colore, un altro senso, ed era uno sforzo troppo
doloroso anche il solo pensare a quel che, per poco, eravamo stati uno per l'altro.
Sono tornato anch'io verso il cancello, e ho cercato di guardar fuori. La sua cella era l in fondo, a
destra, ma riuscivo a vederla con fatica, torcendo il collo e infilando la testa nell'apertura orizzontale tra
le sbarre, quella che permette il passaggio dei piatti. Stavo cos e guardavo la lunga corsia con le liste
luminose del neon, in alto, e le tre guardie che andavano su e gi, senza fermarsi mai, e il carcere
sembrava disabitato, un enorme morto alveare. Eppure non era cos. Dietro ognuno di quei cancelli avevo
visto qualcuno. Tanti cancelli, tante sagome oscure che accennavano un saluto o stavano curve sul
tavolino, con il fornelletto e la pentola, i libri, le due o tre foto infilate nelle fessure degli stipi. Tutti
uguali e tutti diversi. E l uno, due, tre, quattro riquadri di metallo blu c'era Berardi. Con la foto di
Max l davanti, di sicuro. Non mi restava che mettere a posto i pochi indumenti, disporre i libri e le carte
sul tavolo, cos, proprio come fosse un tavolo da studio essere trasferiti, ed entrare in una cella vuota, e
cominciare ad abitarla, rende un'immagine abbastanza triste della vita e dei suoi pochi amuleti. Un gesto
brusco della guardia del magazzino che rovista con mani pesanti tra la tua roba, un: Non si pu tenere,
e scopri di quante cose si pu fare a meno, per tirare avanti.
Un'altra voce mi chiamava ansiosa, impaziente. Ho lasciato di nuovo il mucchietto delle mutande e
delle magliette e sono tornato al cancello. Dalla parte opposta rispetto a Berardi, ma pi vicino, spuntava
la faccia scavata un po' alla Woody Allen e i lunghi lisci capelli di Luigi Grasso. Avevano arrestato
anche lui, nel corso del blitz genovese. Ci conoscevamo bene, dalle prime occupazioni universitarie, nel
'67. Amico di Faina, era come lui un anarchico irriducibile e come lui nemico, ma assai pi limpido, pi
coerente, di cose quali il partito, l'organizzazione, lo stalinismo pi o meno mascherato, la centralit
operaia: un avversario delle Brigate Rosse, insomma, con le quali, infatti, non aveva mai voluto avere
rapporti, forse anche per qualcosa di pi profondo di ogni ideologia: la sua grande bont. E ora, per uno
scherzo della sorte di cui non riusciva a darsi pace, stava in galera con l'accusa di essere un brigatista.
Ma allora i giudici non erano sensibili alle distinzioni, o meglio, non ci capivano niente e allora le
cancellavano, non ci credevano. I sovversivi dovevano pur essere tutti della stessa razza e della stessa
parrocchia, il resto erano minchiate... riuscivo a ridere immaginando Luigi davanti al giudice che gli
contestava di essere un brigatista: un brigatista, lui?! non riusciva a farsi capire, e gli pareva d'impazzire,
e ricordava Kronstadt e il comunismo dei consigli e il luddismo e i situazionisti... Ed era anche lui a
Cuneo, colpevole di nulla, per quanto ne sapevo, ed era una cosa curiosa ma verissima che in quello
stesso corridoio io avessi, a sinistra, con Luigi, il movimento, e dunque le occupazioni, i cortei, le
assemblee, i sogni e gli entusiasmi, le notti spese in discussioni senza fine, i pomeriggi in casa a litigare e
a bere grandi tazze di t; e dall'altra parte, a destra, il partito armato, e dunque la politica come
professione clandestina, come agguato, come rischio, come morte. C'era Berardi e inevitabilmente, con
lui, anche Rossa. Mi hanno aperto per l'aria all'una e mezza. Dalla sezione siamo usciti a due per volta, in
uno stretto passaggio ghiaioso; dopo la perquisizione, siamo entrati nel cortile grande, a sinistra, quello
con il fondo di cemento pieno di buche e lo stretto marciapiede tutt'intorno. Sono rimasto nella piccola
parte coperta, che serve nei giorni di pioggia, per conoscere e salutare quelli che via via entravano:
Sanguineti, Attimonelli, Scalzone, Klun, Pinto, Chiorlin,
Dalla Longa: e Luigi, e Berardi. Ma la schizofrenia continuava a riprodursi, e io ero diviso tra i due e
deludevo entrambi. Ho subito irritato Luigi che voleva rovesciarmi addosso ogni piega della nostra
istruttoria e tutti i retroscena che dividevano gli extraparlamentari genovesi: non ne sapevo niente e, quel
ch'era peggio, ero ben deciso a non saperne niente. E non volevo mescolare le faccende mie con quelle,
tutt'affatto diverse, di altri.
Avevo fretta, invece, di parlare con Berardi. Durante le presentazioni e i saluti era rimasto da parte:
sempre presente, ma sempre dietro qualcuno, in seconda fila, zelante ma evasivo. I nostri sguardi
continuavano a incrociarsi. Nei cortili delle carceri si crea naturalmente il vuoto, senza bisogno di
parole, attorno ai due che devono parlare a quattr'occhi. un istinto, un odore, non so. Anche allora
successo cos. A un tratto, gli altri attorno passeggiavano indifferenti, a piccoli gruppi: noi due ci siamo
ritrovati di fronte, da soli, stato appena un attimo. Enrico, Enrico.... Non avevo ancora aperto bocca,
e mi stava addosso tenendomi forte il braccio e parlandomi in tono eccitato, senza darmi scampo. Non
capivo cosa volesse dire, mentre mi trascinava su e gi per il cortile.
Enrico, non me lo sarei mai immaginato, roba da non crederci! Tra compagni... ma possibile, dico
io, siamo tutti rivoluzionari, e i nostri nemici sono i padroni, giusto? che ci tengono in galera, e invece...
uno schifo! uno schifo!.
Spiegati meglio....
Ha abbassato ancor pi la voce. Aveva la faccia spaventata:
C' guerra, Enrico, c' guerra tra i compagni... tra le Brigate Rosse e Prima Linea.
Ero sbalordito non tanto per quello che mi diceva non riuscivo ancora a prenderlo sul serio ma
per il modo, e per la piega strana che il discorso tra noi stava prendendo, e perch quelle frasi in bocca
proprio a lui, a Berardi, suonavano recitate, inverosimili. E non capivo l'angoscia, la paura.
Tornava ad abbassare la voce, la riduceva a un soffio:
E qui guerra, ormai, un disastro....
Mi guardavo attorno, e non vedevo nulla di quel che lui mi sussurrava con spavento all'orecchio.
C'erano i vari gruppi che parlottavano qua e l; due, accoccolati in un angolo, giocavano a scacchi, e
qualche altro stava a guardare. Ero nuovo, e qualcuno ancora mi guardava, ogni tanto, e sorrideva, e poi
ripigliava a chiacchierare con il vicino...
Non mi sembra... ma poi, successo qualcosa?.
Non vedi ancora niente perch sei appena arrivato. Ma te ne accorgerai presto che come dico io.
Camminando avanti e indietro guardavo un detenuto che scherzava con altri, in fondo, verso
l'inferriata dell'intercinta. Alto, la faccia intelligente, fumava la pipa e sorrideva. Si chiamava Gianni
Maggi, e mi avevano gi velocemente accennato che era un piellino della Val di Susa, molto stimato dai
suoi compagni. Berardi se n' accorto:
S, Gianni. Ecco, vedi, lui di quelli che vorrebbe andare d'accordo ha esitato un momento, come
se gli costasse dirmelo. Sai, io con lui e con gli altri mi ci trovo bene, mi vedo con loro in refettorio,
stiamo facendo un documento....
Adesso era davvero imbarazzato, e pi mi dava spiegazioni pi diventava vago. Non mi sono potuto
tenere:
Senti un po', qui che rapporti hai con gli altri?.
Io? Buonissimi. Guarda che tutti mi vogliono bene.
Allora tu, che sei considerato un brigatista, ora stai con PL, pi o meno... cos?.
No, non proprio, non che sto con PL, capisci? Per me i compagni sono tutti uguali, non faccio
differenze... e poi, te l'ho detto, con loro mi trovo bene, sono simpatici. Con quello, invece accennava a
un tipo basso e robusto, con baffetti sottili non riesco a dire neanche due parole. Non ci capiamo
proprio, eppure dei nostri.
Va bene, ma allora dove sono le guerre che dici? Proprio tu sei l'esempio del contrario, stai con chi
ti pare e tutti ti rispettano no?.
Non era solo spaventato, adesso, ma anche diffidente. E per, a tratti, sinceramente affettuoso, con
quella rapida incostanza che gi gli conoscevo. Scuoteva il capo e ripeteva cocciuto che me ne sarei
accorto presto, come stavano veramente le cose. Volevo tirarlo a parlare del suo arresto, ma pareva che
in qualche modo avessimo finito e non desiderasse aggiungere molto a quel che sapevo o potevo
immaginare. Alzava gli occhi al cielo e allargava le braccia: Lo sappiamo, no? come vanno queste
cose... che ci vuoi fare? Quel ch' stato stato, lasciamo perdere.... Rossa non lo voleva neppur sentir
nominare: girava la testa dall'altra parte, con una faccia che voleva dire tutto e niente.
Mancava poco al rientro. L'ho lasciato e sono andato a far due parole con il ragazzo robusto, con i
baffetti, al quale Berardi aveva cupamente accennato. Era Valerio De Ponti, un clandestino milanese della
colonna Walter Alasia: l'unico brigatista dichiarato allora presente in sezione, e quindi il nostro
interlocutore, il nostro capo segreto. Io per mi proclamavo innocente, e non solo non gli dovevo nulla
ma immaginavo anche di dover usare molte cautele. Anche lui doveva pensarla cos, perch non ci fu
bisogno di stare molto a discutere.
S, Berardi un brav'uomo, ma sbatte un po' di qua e un po' di l. Ha girato gi tante carceri e si
comportato bene, ma non come uno dei nostri, un militante dell'organizzazione, voglio dire... per noi
libero di fare quello che vuole. Sai, in galera si riparte da zero, per tutti: sta a lui decidere. Noi siamo
sempre disponibili al confronto politico, lo consideriamo un contatto: non certo un regolare, ma nemmeno
un candidato... con PL, nelle carceri, in corso uno scontro di linea politica, loro sono contro i Comitati
di lotta, dicono che li egemonizziamo noi....
Berardi era proprio cascato male! Sul tipico brigatista pieno di categorie e di distinguo, e il suo
confuso bisogno di entusiasmarsi e di cercare solidariet pratica e amicizia era stato subito frustrato
dall'impersonalit e dall'efficienza burocratica di un simile uomo dell'organizzazione. Pensavo che non
poteva andare altrimenti, mentre mi riaccostavo a lui e le due ore d'aria stavano per finire. Mi aveva
visto parlare con De Ponti, ed era nervoso:
Quello non capisce niente, non umano, ti dico... gli interessa solo il suo partito, gli altri sono
merde, non vuole andare d'accordo con nessuno.
Ma ci siamo lasciati meglio di cos. Di colpo s'era rischiarato e aveva cominciato a parlarmi di Max,
il nipotino. Aveva le sue foto sopra il tavolo e le guardava ogni giorno per ore, e sognava i lunghi
pazienti giochi che per tanto tempo aveva fatto con lui, e dimenticava ogni altra cosa. Si era subito
commosso, e aveva gli occhi lustri. Siamo rientrati insieme, e davanti alla mia cella, prima di proseguire,
mi ha abbracciato con effusione, come ci fossimo rivisti solo allora. Mi pareva che tremasse.
I giorni successivi sono andati via veloci. I trasferimenti continuavano: quasi ogni giorno partiva e
arrivava qualcuno. All'aria chiacchieravo con Luigi, con Scalzone, con Enzo Fontana che mi sceneggiava
i capitoli del romanzo che aveva in mente di scrivere, e con Berardi: era vero, tutti gli si erano
affezionati e ridevano delle sue battute cos genovesi, alla Govi, o alla Beppe Grillo. Sulle sue paure
sembrava aver messo la sordina. Una mattina ci fu un po' pi di trambusto. Erano arrivati Lintrami e
Basone, che prendevano il posto di De Ponti e Cristofoli. Soprattutto Lintrami dette una scossa alla
sezione. Voleva mettere insieme un Comitato di lotta, e voleva che ci partecipassero anche quelli di PL.
All'aria, ci si sedeva in cerchio, in terra, e si discuteva. Ma non fu subito il Comitato a far discutere. In
settembre, nel cortile delle Nuove, a Torino, Salvatore Cinieri, un membro di Azione Rivoluzionaria,
l'organizzazione anarchica, era stato accoltellato a morte da Farre Figueras, un detenuto comune mezzo
siciliano e mezzo spagnolo. In quei giorni se ne riparl molto, forse perch a Torino, durante il processo
a loro carico, i militanti di Azione Rivoluzionaria, tra i quali era Gianfranco Faina, avevano esaltato la
figura dell'ucciso, e si erano scagliati contro la logica mafiosa dell'omicidio. I detenuti comuni, in genere,
sembravano stare dalla parte di Figueras, che godeva di grande reputazione di bravo ragazzo e uomo
d'onore. Nel carcere di Pianosa, la primavera precedente, era andato a monte un grosso tentativo di fuga.
Qualcuno aveva fatto la spia, e si diceva fosse un amico di Cinieri, Paghera. E si diceva pure che lo
stesso Cinieri avrebbe salvato Paghera dalla vendetta dei compagni avvertendolo del pericolo che
correva e facendolo trasferire: in questo modo lui, personalmente innocente, si era messo sullo stesso
piano del traditore... Tuttavia, secondo versioni successive, non sarebbe stato Paghera a parlare, ma un
altro, un calabrese: in galera circolano in continuazione verit segrete e minuziosissime ma del tutto
effmere, perch non rappresentano altro che la forza di chi in quel momento ha interesse a sostenerle.
Curiosamente, tutti sanno assai bene che la verit solo la legge del pi forte, ma la loro fede in essa ne
riesce, se possibile, ancora pi assoluta e intollerante.
Le Brigate Rosse si erano cacciate in questa spirale. Non c'entravano per nulla, ma si sentivano in
dovere di mettere il loro cappello su tutto quello che succedeva, e gi, un po' per convinzione, e un po'
per opportunismo, avevano cominciato a reclutare molti detenuti comuni, specie quelli considerati pi
pericolosi e determinati, e dunque ne assumevano le posizioni e il modo di ragionare. Luigi, una mattina,
quasi mi saltava addosso, stravolto, con le lacrime agli occhi:
Lo sai cosa hanno detto i tuoi amici brigatisti? cosa ha detto De Ponti? Che dietro Figueras c' il
lungo braccio dei Comitati di lotta... Bastardi! Bastardi!.
Quella frase, in realt, De Ponti non l'aveva detta: del resto, sarebbe stata una inverosimile cazzata.
Ma circolava, e Lintrami, all'aria, pontificava su quel che noi politici sprovveduti avremmo dovuto
imparare dai malavitosi, dalle loro brutali semplificazioni. Frasi e situazioni, quelle, che ho ricordato fin
troppo bene pi tardi, nel luglio dell81, nel pieno della stagione dei morti ammazzati in galera, quando
ancora Figueras, nel cortile del carcere di Cuneo, fer a coltellate Moretti e me. Allora, davanti a quello
che stava succedendo, fu proprio Moretti a dire, lui che di galera sapeva poco o niente:
Paghiamo adesso quel che non abbiamo fatto al tempo di Cinieri. Abbiamo avallato quell'omicidio
invece di condannarlo, e da allora ce ne sono stati altri, e ci hanno travolto. Non controlliamo pi
niente... abbiamo fatto nostra la logica della malavita, e abbiamo perso.
Ma questo un capitolo a venire. Allora, in quel mese di ottobre, si discuteva, e ognuno dei vecchi
esperti portava il suo presunto pezzetto di verit vera, e noi brigatisti eravamo sedotti dall'apparente
semplicit dei malavitosi. C'erano molte ragioni, per questo. Forse, nonostante l'apparenza, eravamo pi
fragili di loro. Non ne avevamo la morale concreta, frutto animale e culturale di un secolare processo di
adattamento, ma avevamo una morale ideologica, e dunque fittizia. Eravamo costretti a riconoscere nel
loro modo di essere la complessit di un prodotto sociale, quella complessit e quello spessore che
avremmo voluto possedere anche noi. E non eravamo pi cos sicuri che la nostra ideologia valesse
altrettanto, ed eravamo sedotti da altri miti.
Berardi ascoltava. Non era tra quelli che si sedevano in circolo, ma neppure tra quelli che si
facevano i fatti loro e giravano al largo. Passava e ripassava. Avanti e indietro. Diceva le sue battute, e si
guardava attorno con sospetto. A volte interrompeva malamente (Compagni, ma quand' che cacciamo
gi il muro e torniamo a casa, eh?!), altre volte s'impegnava a dire la sua. Ma non reggeva. Si vedeva
che soffriva come un cane: nei giorni in cui si parlava di Cinieri era terrorizzato, sudava. Lintrami era
arrivato da poco, e gi mi prendeva da parte per dirmi:
Berardi sta proprio male. Vedi cos'ha, tu che hai pi confidenza. In cella, dicono che sta ore intere a
guardare la fotografia del nipotino: a far cos, in galera, diventa matto chiunque. Anch'io, anche tu.
Diglielo, fagli un po' di compagnia.
Ci provavo, ma c'era il muro di questa paura che gli stravolgeva la faccia (Enrico, ormai i compagni
s'ammazzano tra di loro) e, in pi, del suo modo avventato di parlare, di nascondersi dietro le sue frasi.
A dirlo oggi, pare incredibile: nessuno di noi aveva capito nulla.
La mattina del 20 ottobre, un sabato, arrivato Arnaldi. Eravamo in cortile: hanno chiamato in
parlatorio prima lui, poi me. Quando sono tornato abbiamo ripreso a chiacchierare. Mi ha chiesto:
Novit dall'avvocato?.
No, venuto solo a dirmi che ce ne saranno presto. Fra una settimana il giudice depositer
l'istruttoria, e allora finalmente vedremo quali prove hanno contro di me. Fino a questo momento non le
hanno volute dire, un segreto, pensa te!.
Non ha detto niente, e non ho ricordi speciali al proposito. Forse, era pi calmo del solito.
La domenica non si visto all'aria, ma nessuno ci ha fatto caso. Non si visto neppure il lunedi, ma
si detto che aveva avuto un attacco d'ulcera, e che l'avevano portato all'ospedale per gli esami. Marted
mattina ricomparso. Il tempo era grigio e freddo. entrato dal cancelletto del cortile con il bavero
alzato e le mani nelle tasche del giubbotto. Si avvicinato al nostro gruppetto senza dir nulla. Abbiamo
continuato a chiacchierare, cos, con poco interesse. Sentivo uno strano odore: dolciastro, nauseabondo.
L'avevo gi sentito altre volte, mi pareva, ma non ricordavo dove. Qualcuno si allontanato per
passeggiare. Qualche altro si aggregato al gruppetto, tra questi Lintrami. stato allora che Berardi ha
tirato fuori le mani dalle tasche. Abbiamo visto subito, tutti, i polsi fasciati, le bende macchiate. L'odore
del sangue era cos forte, adesso, che ho voltato la faccia e ho chiuso per un attimo gli occhi. Non ha
detto niente, e ci ha guardato. Aveva la pelle del viso grossa e lucida, e la barba lunga. Sudava, ed era
quel fetore penetrante di sudore e sangue che dava alla testa. Ci siamo stretti attorno a lui. L'abbiamo
abbracciato, abbiamo detto:
Francesco, che ti succede?.
Ha parlato piano ma con sicurezza, senza balbettare.
Compagni, scusate, ho avuto una crisi... scusatemi, non succeder pi.
Ci ha guardato, e ha continuato:
Mia figlia venuta a colloquio sabato, e mi ha detto che aveva avuto un incidente, in macchina, e
c'era anche Max... mi ha detto che non si era fatto niente ma non l'ho creduta. Ho pianto tutta la notte,
guardavo le foto. Poi... ha alzato lentamente i polsi poi non ce l'ho pi fatta, mi sono tagliato.
riuscito a sorridere appena:
Max non si fatto male. Davvero. Mi hanno portato in ospedale e gli ho potuto telefonare. Era
allegro, stava bene e voleva che tornassi da lui... ai miei non ho detto niente Che si poteva dire? Che
ognuno di noi pensava ai propri figli, ai propri nipoti, alle facce che avevamo davanti tutti i giorni,
incollate sugli stipetti? Che quello che era successo a lui era sempre l l per succedere, a tutti, e spesso
succedeva, infatti, e solo per chiss quale miracolo la gente non si tagliava in massa, ogni giorno? Lo
capivamo bene, ma era una comprensione crudele, forse l'unica possibile, in galera. Ognuno non che lo
specchio dell'altro; ognuno vede nei casi altrui i suoi stessi rischi, i suoi stessi dolori, le sue stesse
malattie, il suo stesso destino... Goffamente, gli abbiamo fatto coraggio. Sembrava rinfrancato, e ha
passeggiato con noi, mentre venivano rievocati episodi di tagli clamorosi Matrone, per esempio, che
proprio l a Cuneo si era tagliato il dito di un piede e aveva dato alla guardia su un piatto, e poi lo
rivoleva per mangiarselo, perch gli spuntasse di nuovo. Ma lui andava in cerca della seminfermit
mentale, fors'anche della totale...
Ha aspettato con pazienza che fosse l'ora del rientro. Allora mi ha detto piano:
Enrico, vieni. Ti devo parlare.
In un angolo, da soli, mi ha preso la mano con la sua, debolissima. Mi accorgevo, di nuovo, che
sudava e tremava.
Enrico, quel che ho detto prima non vero... sono stato io a fare il tuo nome ai carabinieri. Per
questo, quando mi dai detto di Arnaldi, volevo morire.
Ora tremavo anch'io. Le guardie cominciavano a farci uscire, a due per due. Mi ha preso l'affanno, il
panico di non farcela: non so bene cosa.
Senti, non dire niente a nessuno, per carit... e giura di non fare pi cazzate, non fare niente, capito?
Giura, subito... e stai calmo, mi raccomando, stai calmo... Vieni. Vieni....
Verso l'uscita abbiamo raggiunto Lintrami. Sono bastate due parole, a lui solo. diventato pallido, e
si appoggiato al muro fulminato dal terrore che si sia visto, per un istante, come l'uomo che avrebbe
ucciso Berardi?
Berardi stava zitto, si lasciava trascinare. Le guardie chiamavano impazienti. Ci ha guardato
disperato:
Non so... domattina non venite all'aria. Con la scusa della roba da lavare andate in refettorio,
parlate... Tu, Enrico, fatti raccontare come sono andate veramente le cose, per bene... almeno questo. Poi
vedremo, ne discuteremo. Abbiamo due o tre giorni di tempo: l'importante che non faccia niente....
La mattina dopo era mercoled 24 ottobre ho chiamato presto il brigadiere e gli ho detto che sarei
andato in refettorio, a risciacquare i panni. Quando si allontanato dalla cella, ho sentito che anche
Berardi lo chiamava. Camminavo avanti e indietro in quei pochi metri, tra il muro e la branda,
aspettando. Ho ripiegato due fogli di carta e me li sono messi in tasca, con la penna, come quando andavo
a giocare a scala quaranta: volevo immedesimarmi nella parte, ma non mi pareva di riuscirci.
Nel refettorio faceva freddo, e lui era gi l, da solo. Abbiamo messo i mastelli di plastica sotto i
rubinetti e abbiamo lasciato correre l'acqua: la roba a mollo gonfiava e buttava schiuma.
Fammi vedere... adesso come stai?.
Era sempre pallido, con gli occhi infossati, molto stanco. Come me, doveva aver dormito pochissimo.
Si tirato su le maniche lungo il braccio, e mi ha fatto vedere. Era tutto bendato, fin quasi al gomito:
Lo sapevi? Chi si taglia attorno al polso uno che non vuole morire... i tagli si fanno cos, come ho
fatto io, per lungo, seguendo le vene. Ci siamo seduti. Il rumore dell'acqua corrente ci rimbombava nelle
orecchie, come fosse una cascata. Ha continuato:
Sono svenuto subito, e la guardia se n' accorta, senn addio! Mi hanno tenuto un giorno
all'ospedale... i miei non sanno niente. Sabato che faccia avr, quando vengono a colloquio? Cos faccio
schifo.
E ti hanno rimandato subito in sezione? In questo stato? Non ti hanno dato niente?.
No. Adesso il dottore mi manda delle pillole, per dormire, ma io le butto via.
Parlavamo della sua vita, e sembrava un diversivo, un argomento come un altro per non affrontare la
questione vera.
Dimmi, dai giornali non ho capito molto, come andata, quando ti hanno arrestato?.
La sua versione era molto sommaria. I carabinieri l'avevano bloccato alla fine del turno, addosso non
aveva nulla, e avevano invece trovato un solo volantino nell'armadietto. Da come la raccontava, quel
volantino poteva benissimo essere stato raccolto in giro, e avrebbe potuto cavarsela. Ma avevano saputo
approfittare al volo della sua debolezza e della sua ingenuit, e poi andavano a colpo sicuro: gli
dicevano di poterlo incriminare per un grosso attentato e insieme gli parlavano della famiglia... poche ore
dopo, nella caserma di Sampierdarena, in via Martinetti, faceva il mio nome. Questo, almeno, quello
che ho capito. Non era pi cos facile seguirlo. Di sicuro, aveva parlato fuori verbale; di sicuro aveva
mescolato mezze verit e mezze bugie per salvare se stesso, per salvare me, per accontentare gli
investigatori: i quali in questo solito patetico guazzabuglio ci si trovano sempre benissimo, addirittura
meglio che se uno dicesse la verit chiara e semplice. Ufficialmente ne era venuto fuori qualcosa che
rispecchiava quella confusione. Aveva messo la firma sotto una descrizione che mi corrispondeva ma che
non aveva fatto lui (io sarei stato solito indossare mocassini tubolari); avrebbe poi dichiarato ai
magistrati che non era assolutamente in grado di riconoscermi, avrebbe privatamente riconosciuto la mia
fotografia con un ufficiale dei carabinieri. Per la difesa, insomma, c'era spazio.
Guarda che, se come dici, se ho capito bene, ci si pu mettere rimedio. Non c' niente di
compromesso, mi pare.
Fino a quel punto era rimasto calmo, anche se i momenti e i particolari della sua mezza confessione
avevano cominciato ad accavallarsi e a confondersi, e io non sarei stato capace di ricostruirli con
chiarezza. Ma adesso stava di nuovo crollando. Di colpo, le crepe correvano e s'allargavano, e stava per
venire gi tutto. E io guardavo, impotente e spaventato.
Enrico, ho pensato... ti prego, dettami tu quel che devo dire. Faccio una ritrattazione, subito, e la
mando al giudice... .
Ho riflettuto appena un attimo.
No. No. un rimedio peggiore del male, ti rendi conto? Magari ci hanno messi insieme apposta,
sarebbe persino una prova in pi, un casino... e poi, cosa dovresti ritrattare? La descrizione di uno che
non sapresti riconoscere? Basta che non mi riconosci al processo. Lascia perdere, per carit, e
promettimi di non farla tu, da solo.
Non era convinto, e gli sono venute le lacrime agli occhi. Gli sembrava di dover fare qualcosa, di
agire. Mi guardava e insisteva. Penso ancora che la ritrattazione fosse un'inutile sciocchezza, ma vedo
meglio di allora che sarebbe forse servita ad aiutare lui, a restituirgli un minimo di iniziativa, chiss.
Abbiamo sentito gli scatti della serratura. Si aperto il cancello ed entrato un altro, un detenuto
comune, anche lui con il secchio della roba da risciacquare. Dietro le sbarre la guardia ci osservava. Ha
fatto un segno, come a dire di sbrigarci. Ho guardato l'orologio: era un'ora e mezza che eravamo l dentro.
Non me n'ero reso conto. Ma non c'era troppa fretta, potevamo tirarla ancora per venti minuti. Ho
riportato gli occhi su Berardi. Era di nuovo cambiato qualcosa. S'era afferrato con le mani al bordo del
tavolino. E diceva pianissimo, in un soffio:
Dovete uccidermi, ho disonorato le Brigate Rosse. Vi supplico, uccidetemi, uccidetemi....
L'altro ci dava la schiena. Strofinava rumorosamente le sue magliette e le sue tute sotto il getto
d'acqua fredda, e non sembrava badare a noi. Ma non si poteva esserne sicuri: Cuneo, da questo punto di
vista, sempre stato un carcere molto, molto speciale. Pi di qualsiasi altro. Ho allungato una mano
verso Berardi, ho cercato di appoggiargliela sulle spalle. Ma si ritratto, senza guardarmi, ipnotizzato
dal vuoto che gli si spalancava davanti agli occhi. Ha ripetuto ancora una volta, torcendo la bocca nello
sforzo:
Uccidetemi, vi prego... sono la vergogna delle Brigate Rosse.
Proprio cos. Aveva gli occhi persi, non scherzava. Mi sono voltato intorno. Uno scoppio, un urlo,
uno squarcio improvviso: cosa ci voleva per rompere l'incubo? per tornare con i piedi per terra? L'altro
detenuto continuava a torcere con esasperante lentezza le sue magliette, che poi buttava in un secchio
asciutto. Non potevo gridare, non potevo chiamare nessuno. Fuori, nel corridoio, intravvedevo la sagoma
della guardia che, senza parere, non ci perdeva di vista. Ho perso ogni ritegno, e a voce bassa,
velocemente, ho rovesciato su Berardi tutte le frasi fatte, tutti i luoghi comuni che mi venivano in mente,
la famiglia, vedrai che tutto si aggiuster, stai calmo, il nipotino, tutti ti vogliono bene, non darti per
vinto, nessuno ti torcer un capello, cerca di dormire, finch c' vita c' speranza... Se non la qualit, ha
fatto un certo effetto la quantit. I minuti passavano. il punto alto della crisi, con la sua intollerabile
tensione, era superato, e ora pian piano perdeva la sua allucinata fissit e tornava debole, smarrito,
distratto. E di nuovo sudava, sudava, con un odore acre e violento, quasi si liberasse di tutti i veleni. Ero
sfinito anch'io, mi sentivo male. Ricordo bene, in quella vertigine, di avergli sorriso, prendendogli la
mano, e di avergli detto:
Per i carabinieri ti perdono, te lo giuro. Ma guarda che giornate mi fai passare, accidenti a te! Mi hai
ridotto come uno straccio... la vuoi smettere? Altrimenti ti rompo la faccia.
Stavolta ha sorriso anche lui, e non si sottratto alla mia stretta, mentre con la punta delle dita della
sinistra si toccava gli angoli degli occhi, per toglierne le lacrime:
Sono un gran rompicoglioni, eh? Me l'hanno sempre detto, anche in fabbrica....
Eravamo sempre l, al punto di prima, e aspettava che concludessi qualcosa. Ma cosa, non lo sapeva
lui e non lo sapevo io.
Senti, domani parliamo con calma insieme a Lintrami. Non aver paura di niente... piuttosto, ecco, se
la prossima settimana esce sui giornali che sei stato tu a fare il mio nome, qui diventa difficile, per te, per
me, per tutti. Ma c' tempo per parlarne. Il tuo trasferimento. Non vedo altro... Oggi non fare niente,
riposa. Domani, dopo che ne avremo parlato, forse dovrai andare dal maresciallo, per farti trasferire.
Non so come, potremo chiederlo anche noi, per te. Ci penseremo, e vedrai che una soluzione si trover,
ne sono sicuro.
Questa volta pareva convinto. Annuiva, e diceva: S. S. Ho aggiunto:
Ci vediamo domattina all'aria, va bene?.
Mi ha guardato in modo curioso me ne sono dovuto ricordare, pi tardi e ha detto:
S, domattina... e poi io ai trasferimenti ci sono abituato, sai...
Appena tornato in cella mi sono buttato sulla branda. Poco pi tardi, al portapranzi che mi chiamava,
oltre le sbarre, perch gli passassi il piatto, ho fatto segno che non volevo niente. Mi sentivo lo stomaco
chiuso. Ho faticosamente cercato di dormire, e ho fatto sogni cattivi. Quando mi sono sentito chiamare di
nuovo Enrico! Enrico! -eravamo gi avanti nel pomeriggio. Ho fatto fatica a tirarmi su, ero intirizzito
e avevo mal di testa. Dal corridoio Chiorlin, il lavorante, mi diceva:
Te lo manda il tuo amico, l.
Ho bevuto d'un fiato il bicchierone pieno di roba calda (era davvero pessimo il t che ci passava
l'amministrazione) e mi sono sporto per salutare Luigi. Un giorno per uno, alle quattro e mezza, facevamo
il t, e ce lo mandavamo: era diventato un rito quotidiano che ci ricordava le ore passate insieme, a casa
mia, a Genova. Anche lui stava in pena per Berardi. Con la mano ha accennato verso la sua cella, e senza
alzare la voce ha domandato: Come sta?. Di sicuro sapeva che la mattina gli avevo parlato: queste cose
non sfuggono mai, in galera. Gli ho fatto un segno con il palmo della mano cos cos e me ne sono
tornato sulla branda. Dopo la conta delle cinque cominciavano le ore che preferivo. Le televisioni erano
spente e tutti si dedicavano ai fatti loro. Chi leggeva, chi scriveva, chi metteva la pentola sul fornelletto e
cominciava a cucinare qualcosa. C'era un sommesso ronzio, un rumore sottile di pagine voltate, di penne
che premevano sui fogli, di radioline tenute al minimo, di mestoli mossi con cura... Scalzone come al
solito batteva a macchina. Sentivo il ticchetto, l in fondo. Erano le uniche ore in cui una segreta
concorde animazione facesse vibrare l'atmosfera, in quello strano alveare. Nella cella di fronte alla mia
Malagoli un genovese, anche lui, della XII Ottobre aveva steso sul letto il cartone del suo puzzle da
cinquemila pezzi, e ci stava lavorando. Mi aveva contagiato, e me n'ero fatto portare uno anch'io. Me lo
riservavo per la calma, il silenzio della notte. Sono riuscito a leggere qualche pagina di Nostromo, anche
se ogni tanto mi appoggiavo il libro aperto sullo stomaco, e andavo via con la testa. Sono passate due
ore, o poco pi. Era quasi ora di cena.
C' stato un urlo, in corridoio, un ululato lungo e basso, finito in un rantolo. Ho buttato il libro e sono
corso al cancello, mi sono attaccato alle sbarre. Malagoli aveva fatto lo stesso e guardava spaventato,
dalla mia parte. Mi balzato davanti Chiorlin. Aveva gli occhi rovesciati e la bava alla bocca, contratta
in un singulto muto e doloroso. Dall'esterno, s' afferrato anche lui alle sbarre, mi ha toccato le mani
senza vedermi ed caduto gi. A terra ancora si contorceva, e teneva le braccia magre in alto, rigide, che
cercavano di artigliare le sbarre. Non ho fatto in tempo a piegarmi verso di lui che gi gli era sopra
Angelo Dalla Longa, l'altro lavorante della sezione. Era bianco come uno straccio e tremava sbattendo
forte i denti. S' seduto a terra, vicino a Chiorlin. Ha fatto segno di l, a destra:
Berardi s' impiccato... l'ha visto appeso, ha gridato....
L'ha gridato a mezza voce, con un suono rauco, abortito, e non ha detto altro ed rimasto l,
accoccolato addosso a Chiorlin che mugolava sempre pi piano. Malagoli mi guardava, e io guardavo
lui. La sezione era piombata di colpo in un silenzio assurdo. Ma non durato pi d'un attimo. Con
improvviso stridore di ferraglia si aperto il cancello grande, in fondo, e le guardie hanno fatto
irruzione, con il rumore dei loro passi pesanti e le urla dei brigadieri. Abbiamo allungato il collo. Si
sono ammucchiate davanti alla cella di Berardi: non si riusciva a vedere nulla. Tutto stato rapido.
Strette spalla a spalla, come giocatori di rugby, le guardie se ne sono andate di corsa cos com'erano
venute. Il brigadiere rimasto per ultimo ha chiuso il cancello della cella, ha chiuso la porta blindata tutti
quegli scatti secchi parevano tanti chiodi che la sigillassero per sempre. sparito anche lui. Nel
corridoio le guardie di turno erano raddoppiate: non pi tre ma sei, e andavano su e gi svelte, senza
fermarsi, e guardavano tutti noi ritti in piedi, in fila, schiacciati contro le sbarre dei nostri cubicoli, con
occhi spaventati e incattiviti.
Avevano trascinato Chiorlin nella sua cella, vicina a quella di Luigi, e avevano chiuso lui e Dalla
Longa prima dell'orario.
Era tornato il silenzio. Nessuno apriva bocca. Le guardie ora si tenevano al centro del largo
corridoio, erano pallide e avevano paura. Il tempo passava, cos. In una cella in fondo a sinistra qualcuno
ha bestemmiato forte, e abbiamo sentito il fracasso degli stipetti divelti. Dall'altra parte, il capoposto ha
telefonato. Poche parole lontane, incomprensibili. Io ero ancora l, attaccato alle sbarre; di fronte,
Malagoli camminava, tre passi avanti e tre passi indietro, con le mani dietro la schiena e gli occhi a terra.
Anche nella cella alla mia destra sentivo che qualcuno si muoveva, ossessivamente. Le mani facevano
forza sulle sbarre del cancello, riuscivano a imprimere loro una leggera vibrazione, una corrente che si
propagava, bruciavano sempre di pi, sempre di pi... Intravedevo di sbieco Fontana, anche lui
aggrappato alle sbarre. Lo sentivo tremare. Attimonelli, invisibile pi gi, ha gridato nel silenzio:
Cristo! Che facciamo...?.
Improvvisamente si sono aperte le porte della sezione. comparso il maresciallo, alto, robusto, con
l'uniforme della festa, perfetta, il colletto della camicia bianchissimo, i guanti di pelle nera nella mano
sinistra. Dietro, i due marescialli in seconda, e poi tutti i brigadieri e una trentina di guardie. Il
maresciallo veniva avanti piano, sicuro di s, attento. Parlava a voce alta, che tutti lo sentissero, e si
rivolgeva ai suoi uomini, e a tutti noi dietro le sbarre.
Povero Berardi, un cos brav'uomo... chiss perch l'ha fatto, mi dispiace davvero... morto, si...
Siamo stati bravi, in tre minuti, dico tre minuti, era all'ospedale di Cuneo, non un secondo di pi. Tutto
quello che potevamo fare l'abbiamo fatto... Chiss perch, dico io... aveva famiglia, gli volevano bene, lo
so perch con i suoi ho parlato, era gente per bene... Ma era inutile, queste cose le conosco per
esperienza, purtroppo... ho visto subito che aveva i pantaloni bagnati, aveva buttato un po' di sperma, e
quand' cos nessuno si salva pi... eppure in tre minuti l'abbiamo portato all'ospedale, e ora sono qui io,
tocca a me dirvi che non c' stato niente da fare... ma perch? perch? Ragazzi, fra poco arriva il
Procuratore Generale per l'inchiesta... viene subito... ma cosa gli posso dire lo? Chiamer anche voi, di
sicuro... ne sapete pi di me... L'unica restare calmi, calmi... .
Il corridoio lungo. L'ha fatto tutto, lentamente, parlando sempre, mentre i suoi lo seguivano passo
passo guardandosi intorno senza fiatare. E ha parlato ancora, da solo, tornando indietro. Un gran
maresciallo, davvero: uno che sapeva il suo mestiere. Hanno riaperto, e se ne sono andati. Quando la
porta si chiusa alle spalle dell'ultima guardia non ce l'ho pi fatta e mi sono seduto sul letto, con la testa
tra le mani. Mi pareva d'avere la sabbia negli occhi, la pelle della faccia arida, bruciata. Avrei voluto
piangere, ma non ci riuscivo.
Ho sentito ancora, dall'altra parte del corridoio: Enrico! Enrico!. Era la voce di Luigi. Dalla Longa
era davanti alla mia cella, e diceva:
Luigi vuole sapere se hai voglia di una tazza di t. Lo sta gi facendo.
Ti hanno riaperto?.
Si, per mezz'ora. Ma faccio tutto io, Chiorlin sta ancora male... stasera in terra non ci lavo, lo faremo
domani.
Vedevo dietro di lui Malagoli, nella sua cella, che riponeva il cartone del puzzle sotto il letto Ho
risposto che s, avrei bevuto volentieri il t. Anche nelle altre celle tornava un po' di movimento, e il
lavorante andava di qua e di l, portando tazzine di caff da una parte all'altra. Il turno era di nuovo
normale, di tre guardie.
Hanno chiuso il blindato prima del solito, alle nove, nove e mezza. Cominciava la notte, nella piccola
cella sigillata. Ho fatto tante piccole cose, per perdere tempo, ma non sono riuscito a scrivere. Mi sono
messo a letto tardi, e non ho chiuso occhio. Seguivo tutti i rumori che arrivavano dall'altra parte della
porta di ferro, li interpretavo, li soffrivo, e sentivo che tutti erano l, a letto, con le orecchie tese, gli
occhi aperti. Le guardie sono andate avanti e indietro per tutta la notte. Ogni mezz'ora lo spioncino
s'apriva e si richiudeva con un colpo secco, dopo che il veloce raggio della pila aveva esplorato la cella
da cima a fondo. Saranno state le due, le tre: dalla parte di Luigi uno ha gridato, a lungo, e ha rotto
qualcosa. L'ha rifatto pi volte, sino all'alba, battendo contro le sbarre i pezzi dello sgabello che aveva
fracassato. Era Chiorlin. Anche un altro ha gridato forte, dall'altra parte. I passi delle guardie non
smettevano mai. Si poteva solo soffrire, farsi del male, tagliarsi con la lametta Bic, con il coperchio della
scatoletta di tonno sottratto di nascosto al portapranzi. Si poteva battere la testa contro le sbarre, sino a
cadere per terra... oppure si poteva stare distesi nel buio, diritti e fermi, come in una bara, con gli occhi
aperti.
La mattina dopo, all'aria, nessuno ha chiesto nulla, ha fatto parole inutili. Uno per uno, tutti avevano
visto dilatate, nel buio, per la notte intera, le ragioni che avevano per ammazzarsi: Berardi ne aveva certo
condiviso qualcuna.
Lintrami ha messo gi un breve comunicato: esaltavamo la figura di Berardi, e davamo la colpa della
sua morte allo Stato, alle sue carceri e ai suoi uomini. Non l'ho conservato. Ho invece qui, davanti a me,
una lunga lettera che Luigi ha scritto a Isabella, da Cuneo, il 6 novembre. E Isabella l'ha tirata fuori
proprio adesso: non l'avevo mai vista prima. Ho letto qualcosa che non sapevo. Quella sera Berardi era
al buio. L'unica luce gli veniva dal corridoio: ...quella resa improvvisa alla chiamata del dissolvimento
maturata probabilmente nel buio e per quel buio che dovette apparirgli un segno del destino (pare che
avesse chiesto alle 18.30 che gli cambiassero la lampadina bruciata, voleva la luce, forse non voleva
ancora morire, ma lo hanno lasciato al buio...). Cos Luigi, che in quelle settimane a Berardi aveva
voluto davvero bene. Come tutti gli altri.

Palmi

Il Procuratore della Repubblica di Cuneo non venuto la sera, come aveva detto il maresciallo per i suoi
buoni motivi, ma la mattina seguente. Ha interrogato brevemente sei o sette persone. Pi che altro, erano
formalit dovute. Qualche giorno pi tardi sono stato chiamato di nuovo nell'ufficio del maresciallo.
C'era un signore alto e gentile, l'onorevole Costa, allora sottosegretario alla Giustizia, che seguiva in
particolare le questioni relative al carcere. Come le guardie mi hanno fatto entrare, ha alzato la testa da
un foglio che teneva in mano e mi ha detto:
Lei non ci creder, ma la prima volta che riesco a vedere un foglio simile. Vede... e si avvicin,
qui sono segnati tutti i trasferimenti di Berardi, ecco....
Li segnava col dito: Trani, Novara, Cuneo, Novara, ancora Cuneo... Sono rimasto sorpreso, perch
non immaginavo che avesse girato tanto, in cos poco tempo. C'era anche qualche trasferimento
brevissimo, di un giorno o due. Ha voluto sapere qualcosa sulle condizioni generali di carcerazione, e io
ho fatto una breve sparata contro il carcere speciale: in fondo, seppur con maggior vernice di civilt,
erano formalit anche queste. Ma ero turbato da quelle poche parole sui trasferimenti, e ci ripensavo con
tormento mentre percorrevo i lunghi corridoi che mi riportavano in cella. Era come avessi trovato il
collante per tante piccole sensazioni che non erano ancora andate al loro giusto posto: tante dolorose
reticenze, tante impercettibili ferite, tante improvvise oscurit che segnavano il comportamento di
Berardi, lo rendevano cos straziante ed eccessivo. I trasferimenti cos brevi vogliono dire una cosa sola,
in genere: il topo della traduzione si ferma per strada, il detenuto appoggiato per qualche ora in una
stazione dei carabinieri, e compare un ufficiale che in modo pi o meno rude, pi o meno blando, fa
proposte di collaborazione, chiede informazioni, minaccia, promette... Ne ho sentite, di storie simili, ma
ne sono capitate molte di pi di quante ne siano state raccontate, perch nessuno, quale che sia stato il suo
comportamento, ama andarlo a dire: le voci corrono e non si sa che direzione prenderanno. Credo, infine,
che Berardi sia stato tre volte prigioniero: prigioniero del carcere, prigioniero delle Brigate Rosse con le
quali condivideva il carcere, prigioniero di chi, marginalmente al carcere, intendeva continuare a
sfruttare quel suo primo cedimento, magari con la forza del ricatto e dell'intimidazione. Era preso in
mezzo, senza scampo, e da questa tenaglia che lo schiacciava e che faceva delle sue giornate un inferno e
gli aveva avvelenato la sua unica forza: l'ingenuit fiduciosa, la confidenza, la semplicit umana: da
questa tenaglia che lo uccideva, da tutti noi che da una parte e dall'altra lo stavamo uccidendo, si
liberato con la morte.
Sono rimasto nel carcere di Cuneo sino al 12 dicembre. Ricordo quelle settimane convulse e ostinate,
molto diverse dalle precedenti. Lintrami combinava qualcosa, con il suo Comitato di lotta: abbiamo
organizzato una protesta e c' stato un rapido scontro con le guardie, in refettorio. Io mi ci ero buttato a
corpo morto, rivestendomi di tutte le durezze e le schizofrenie brigatiste. Luigi non era dei nostri, e
perci lo tenevo a distanza; Scalzone non era dei nostri, e allora mi associavo alle polemiche e alle
battute pesanti nei suoi confronti... Ero diventato molto antipatico. Eppure, prima, c'erano stati alcuni
momenti pi distesi, pi cordiali. Con Luigi parlavo a lungo di Isabella, ed entrambi eravamo in pena per
lei, che a Pisa, nel corso di una protesta, aveva preso un brutto colpo alla schiena e che era finita, per
punizione, nell'orrido buco di Lamezia Terme. Poi a Perugia, per poco, e infine a Potenza, dove per mesi
e mesi stata sola, l'unica donna della sezione femminile. Luigi le scriveva; io le scrivevo, e lei scriveva
a me e a lui. Era una bella cosa, ma ora avevo rotto questa sorta di solidariet corale che aggiungeva
all'amore i colori dell'amicizia e della sollecitudine, e scrivevo, scrivevo lunghissime lettere nelle quali
rovesciavo addosso a Isabella il mio nevrotico fervore e le mie intolleranze. E il suo impegno pi chiaro,
senza steccati e immediatamente commisurato, invece, al senso comune, vero, della nostra condizione, ne
soffriva. Per fortuna c'erano anche occasioni che riuscivano a farci parlare in toni meno risentiti, piccole
pause di riposo nella tensione che, in modi diversi, ci pervadeva.
Isabella ha conservato le lettere che le scrivevo, in un grosso fascicolo che ogni tanto riprendo in
mano, con mille pudori. Riconosco con emozione i piccoli fogli che ho sempre usato la met del foglio
normale, che piegavo in due e tagliavo con cura, e ne tenevo sempre un mucchietto sul tavolino e i
caratteri piccoli della mia scrittura, fitti e ordinati come in un vecchio codice.
Ci sono tante cose, in quelle lettere, che riguardano la vita del carcere, tante che rispecchiano i
problemi e i dolori del momento. Dicevo che sono rimasto a Cuneo sino al 12 dicembre. Forse mi ero
messo troppo in luce col mio attivismo nel Comitato di lotta; forse pesava su di me la Fine di Berardi e,
dietro, le altre tragiche storie genovesi: fatto sta che quella mattina, alle sei, quando la sezione si
riempita di colpo di carabinieri in assetto di guerra per una delle tante perquisizioni generali, sono stato
portato in Matricola. Si parte hanno detto, bagaglio permesso, quasi niente. E l, mentre aspettavo,
sono arrivati Scalzone e Massimo Battini, il rapinatore protagonista della cosiddetta strage di
Querceta, allora simpatizzante delle Brigate Rosse. Ci hanno messo i ferri, ci siamo stretti nella
minuscola gabbia del topo e siamo partiti. Abbiamo capito dove eravamo diretti solo alla fine, verso
l'arrivo, dopo ventidue ore di viaggio senza soste: a Palmi, vicino a Gioia Tauro, nel nuovissimo
supercarcere che abbiamo contribuito a inaugurare. Il giorno 14, dopo aver inutilmente cercato di far
partire un telegramma, sono riuscito a fare una breve cronaca a Isabella.
...Il viaggio stato lungo, tanto pi che il 'topo' ha avuto un guasto. Siamo scesi una volta sola, per
pisciare ai bordi dell'autostrada, con cinque mitra puntati addosso e i ferri, che non ci hanno mai tolto
(tanto che Battini, che pure scoppiava, non c' riuscito, e alla fine del viaggio stava proprio male). Siamo
arrivati a Palmi alle sei del mattino del gioved. stato tremendo, ma non del tutto spiacevole: ci siamo
fatti buona compagnia (per forza! come essere in tre in una cabina telefonica), molte risate, e c' stato un
divertente tentativo congiunto, mio e di Battini, di catechizzare Oreste al credo brigatista, s'intende.
Senza alcun risultato. il pi mite e il pi cocciuto degli uomini. A Palmi, abbiamo trovato che stavano
concentrando l un mucchio di prigionieri. Hanno inaugurato il carcere portandoci gente scelta da tutte le
carceri speciali, compreso il nucleo storico delle Brigate Rosse reduce dal processo di Torino. Si
trattato di una operazione militare segreta e in grande stile, che ha coperto tutto il territorio nazionale con
un grande dispiegamento di forze. In breve. Qui ci sono settanta posti. Ieri sera eravamo in trentacinque,
perch nel pomeriggio, in elicottero (i grossi chinook) erano arrivati tutti quelli di Torino, meno
Gallinari e Nadia Mantovani, che dopo una sosta qui di poche ore ripartita per Trapani, pi altri da
Fossombrone e da Trani, tra i quali Toni Negri. Oggi sono arrivati altri elicotteri dalla Favignana, con un
altro carico scelto, e forse dalla Pianosa. Atterrano nel campo sportivo, tra nidi di mitragliatrici. Adesso
siamo circa cinquanta. Domani saremo forse al completo. Che dire? Tutti sono perplessi. Non c' mai
stata una simile concentrazione, ed strano che la notizia non sia uscita, con l'eco che merita.
Interpretazioni? Chi dice: ci affogano tutti in un colpo solo. Oppure: ci sganciano in testa una piccola
atomica, e non se ne parla pi... Insomma, battute. Vedremo (parentesi tutta mia: non troppo bello,
giuridicamente, che io sia finito qui! O no? Tu che ne pensi?). Il carcere. Il carcere quello che ci si pu
aspettare. I passeggi sono alte gabbie metalliche di fronte alle celle, e le reti, le putrelle, le sbarre
formano un intreccio cos fitto che il sole quasi non passa. Alt! Novit. Sento gridare dal piano di sopra...
arrivata l'Asinara, e Nuoro. Prima volevo dirti: manca Alunni, i fratelli De Laurentiis, Mimmo Delli
Veneri, Panizzari... beh! ora sono qui, da pochi minuti. C' ancora fermento e attesa. Domani vedremo di
capire meglio. Allora, il carcere. un gran casino, per il semplice fatto che non funziona ancora niente.
Non ci sono lavoranti; non ci sono ancora ruoli precisi tra le guardie la posta, la spesa, i giornali, gli
infermieri... tutta una gran confusione (altra voce dall'alto: saremmo al completo. Questo spero che
significhi che le cose si mettano in moto). Tutti siamo arrivati con pochissima roba, per evidenti esigenze
di controllo. Ieri ero stanchissimo, perch non avevo dormito, e perch sono stato all'aria a salutare
questo e quello e a fare le prime chiacchiere. Ho ritrovato Pinto, che era partito da Cuneo per Trani due
giorni prima di me. Ti scriver con pi calma: ora, per farlo, ho dovuto farmi dare carta, penna e
francobollo da Piancone, che pare sia l'unico fornito di tutto. Oggi, pi di ogni altra cosa stato
interessante l'incontro-scontro, nel passeggio, tra Renato Curcio e Toni Negri. Eravamo in uno dei tre
cortiletti in dieci, undici, e si parlava un po' tutti: ma molto presto, com'era inevitabile, s' fatto cerchio e,
mentre noi ci tacevamo, i due hanno cominciato a scontrarsi, molto correttamente, sin troppo. Sembrava
camminassero sulle uova. In maggior difficolt era evidentemente Negri (gli hanno fatto un bello scherzo,
a cacciarlo in questa fossa di brigatisti!), ma ha saputo mascherarlo con molta intelligenza. stata una
partita di fioretto, che io non ho potuto seguire nelle sue sfumature, tant' che se dovessi sintetizzare i
termini della discussione non mi verrebbe in mente nulla. Forse perch Negri riuscito a tenere tutto su
un piano molto accademico. In effetti non si compromesso neanche per un capello, e che di tante parole
non sia rimasto niente probabilmente proprio quello che voleva. Ma qui in una situazione difficile
davvero diabolici, al Ministero! e non affatto detto che ai colpi di fioretto non seguano le sciabolate.
Beh! non riesco a dire molto di pi perch le cose sono ancora in progress: vedremo i prossimi giorni.
Cos contribuir anch'io al fatto che Palmi dovr raddoppiare il suo ufficio postale. E mi sa che il
carcere, qui in questo paese, stia un po' per l'Italsider di Gioia Tauro. Intanto ho saputo che l'hanno fatto,
buttato gi e rifatto, e ci lavoreranno ancora per chiss quanto. Vedi? per qualcuno, finalmente, siamo una
benedizione, una manna, come da qualche parte spiegava gi Marx.
M'accorgo che in questo resoconto manca un particolare al quale sono sempre rimasto affezionato,
non so bene perch, quasi fosse stata quella la vera marca del viaggio verso Palmi. Quando siamo
partiti da Cuneo faceva freddo, ma la giornata s'annunciava limpida. Per non soffrire lungo la strada, ci
siamo tolti i giacconi prima che ci mettessero i ferri, ed srara un ottima idea. Gi verso Savona la
temperatura nella gabbia era normale e normalmente puzzolente, certo. E allora Oreste, con i suoi modi
miti e squisiti, ha pregato me e Battini di sfilargli il maglione. Con molta fatica, impacciati da ferri e
catene e dall'angustia dello spazio in cui potevamo muoverci, glielo abbiamo fatto passare sopra la testa,
e l'ha tenuto cos, ammucchiato attorno ai polsi stretti negli schiavettoni. A Genova, con altrettanta
gentilezza ci ha chiesto di sfilargli anche il maglione che aveva sotto per noi era ormai caldo.
L'abbiamo fatto, naturalmente. Ma a Sestri Levante toccato al terzo; a Levanto al quarto; a La Spezia al
quinto... e l'aria era sempre pi soffocante. A un certo punto e io e Battini eravamo ormai stremati dal
ridere abbiamo seriamente temuto che di Scalzone non rimanesse pi niente. Il cavaliere inesistente!
Gli abbiamo tolto di dosso undici o dodici maglie, di vario spessore e colore, che hanno finito per
ingolfarsi mostruosamente sulle sue braccia. Ma appena tolta l'ultima, dopo mezz'ora, in modo lento e
inesorabile abbiamo dovuto far fare alle maglie il cammino inverso, e finalmente, mentre il topo filava
nella notte, oltrepassata Lamezia, Scalzone era tornato quello di prima... Sfila e infila, abbiamo lavorato
per tutto il viaggio, e non stata, a ripensarci, un'impresa facile. Le serie ragioni di questa estrema
sensibilit alle variazioni di temperatura, Scalzone stesso ci ha spiegato che gli venivano tutte dalla
distorsione della quale soffriva alla spina dorsale, da quando i fascisti gli avevano buttato una panca
sulla schiena, dal tetto dell'Universit di Roma, mentre lui tentava d'entrarci, durante i tumulti del '68. La
scena famosa, e la si vista e rivista molte volte in televisione.

La lettera al limone
Toni Negri era molto nervoso, sempre, e il caratteristico ghigno che gli storceva la bocca non faceva che
accentuare la sua perenne concitazione. Non era facile parlargli perch non stava a sentire, interrompeva
e partiva rapidamente per conto suo. Gli si poteva tener dietro, invece, e se ne ricavava sempre qualcosa
di interessante. l'unico qua dentro che sia davvero aggiornato ripeteva spesso Franceschini e che
riesce a orecchiare subito l'ultima teoria di moda all'estero. Questa la base del potere che ha sui suoi.
I suoi seguaci almeno quelli che erano con lui, quattro o cinque si comportavano in modo curioso.
Uno per volta, in segreto, con vari ammicchi, si erano preoccupati di far sapere che loro, per carit! non
erano mai stati d'accordo con lui; che se ne dissociavano completamente, da quel che diceva o faceva.
Ma era invece evidente, palpabile, che in qualche strana maniera erano legatissimi a lui, e che
l'odiosamato maestro era a tutti loro indispensabile. Chiss cosa mai li tiene assieme cos,
commentavamo tra noi, sembra una massoneria... Io, per conto mio, avevo scoperto un'altra cosa che mi
aveva dato da pensare. Negri sembrava sapere tutto di tutti. Un giorno, all'aria, abbiamo chiacchierato a
lungo di Genova: dell'Universit e del movimento. Per quanto ne potevo capire, aveva sempre avuto
informazioni dirette e continue, sapeva benissimo cosa facevano o non facevano gli autonomi, e sapeva
da tempo di me, della mia appartenenza alle Brigate Rosse. Lo ascoltavo, e volevo credere che fosse
tutto un bluff, un abile gioco: e lui era certamente inarrivabile nel mostrar di sapere tutto e nel farlo
pesare, per accenni, insinuazioni, sfumature, reticenze calcolate. Ma con tutto ci non riuscivo a coglierlo
in fallo. I conti tornavano, e insomma la sapeva davvero lunga, anche su una citt cos defilata, nel
complesso, dalla sua influenza, e dove cos debole era sempre stata la presenza dell'autonomia.
Abbinava, con loquacit e malignit tutte venete, il gusto sfrenato del pettegolezzo accademico con quello
del pettegolezzo politico, e io lo stavo a sentire travolto e divertito. Pi che le novit della sociologia
anglosassone, pensavo, il fatto di padroneggiare questa massa di informazioni, e dunque di tenere in
mano i capi di una ftta rete di rapporti personali, che gli d tanto prestigio pratico, tanta autorevolezza.
L'ostilit nei suoi confronti stava in ogni caso montando rapidamente a livelli allarmanti, e le
opportunistiche dissociazioni dei suoi amici, che ne erano solo marginalmente sfiorati, ne costituivano
solo uno dei segnali pi evidenti. In un ambiente dominato dalla logica della rivendicazione e della
contrapposizione frontale l'innocentismo a oltranza e gli interminabili colloqui con i giudici, che ne
parevano il corollario, suscitavano mille problemi. Molti erano sbalorditi, increduli:
Ieri Negri stato dodici ore col magistrato che l'interrogava! Che cosa gli avr detto?.
E la settimana scorsa otto ore, per due giorni di fila... e ha fatto ormai migliaia di pagine di
verbale.
Di pi, ogni protesta d'innocenza aveva un significato chiarissimo e non eludibile di
contrapposizione: Non avete capito nulla. Non sono io: sono loro!. Loro-, i brigatisti, i nappisti, i
piellini... Questo tipo di contrapposizione, pi o meno esplicita, ha costituito l'asse portante di ogni presa
di posizione in difesa del cosiddetto 7 aprile, per gli anni seguenti. Una difesa che tagliava di netto tra
movimento e lotta armata, anche nelle sue espressioni minime, e condannava dunque quest'ultima, almeno
nelle intenzioni, al limbo di un'esistenza marginale ch'era meglio dimenticare al pi presto, o tutt'al pi
regalarla al settore dietrologia e complotti. L'innocenza degli uni doveva essere pagata sottobanco con
i secoli di galera tacitamente inflitti agli altri. La storia vera degli anni passati, insomma, sarebbe stata
quella scritta da chi si proclamava estraneo a tutto quello che era successo. Il che spiega sin troppo bene
perch quelle forze della sinistra che si facevano portatrici di questa bizzarra operazione chirurgica che
risecava in due la realt e la rovesciava, non abbiano mai n voluto n potuto contribuire seriamente alla
ricostruzione e all'analisi degli anni di piombo: e infatti come avrebbero potuto farlo, se a protagonisti
degli anni di piombo venivano promossi solo quelli che con il piombo garantivano di non aver avuto
niente a che fare?
Una siffatta operazione era ovviamente legittima per quanto riguardasse i diritti della difesa, cio
l'eventuale non colpevolezza personale di una serie di imputati: nel momento in cui, invece, prendeva
forma come operazione politica che implicava tagli radicali nel campo dell'ultrasinistra, e che partiva
proprio di li, da Palmi da questa concentrazione di stati maggiori (tra l'altro, c'era anche Faina, per
Azione Rivoluzionaria) non poteva sicuramente andare senza contraccolpi. E chi, dall'esterno,
pubblicamente, si chiedeva come mai Negri fosse stato buttato cosi, nella fossa dei leoni, tra i terroristi
veri, non faceva che buttare benzina sul fuoco. I brigatisti, poi, si ponevano la stessa domanda. Come
mai? Non poteva essere stata, infatti, una scelta meramente amministrativa quella che aveva messo
insieme un gruppo come quello del 7 aprile, che si proclamava in toto innocente e che da questa
innocenza partiva per una ricostruzione tutta propria degli anni '70, e l'insieme pi largo che raccoglieva
militanti delle pi grosse organizzazioni armate, che rivendicava a s ogni azione di guerriglia passata,
presente e futura, e teorizzava e cercava di praticare il processo-guerriglia. La divaricazione era troppo
forte. Ma che non fosse stata proprio questa la ragione delle direttive ministeriali? Un ricatto, una
provocazione diretta sia contro gli uni che contro gli altri? mettiamoli nei guai e vediamo che succede.
Ma allora: chi, come Negri, organizzava una cos grossa operazione di sganciamento non collaborava
forse, di fatto, con il Ministero?
Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri e i discorsi che allora facevamo tra noi. E la
tensione cresceva. I detenuti comuni che simpatizzavano per le Brigate Rosse, abituati ad andare per le
spicce, gi cominciavano a meravigliarsi di tanta tolleranza. Ci fu chi propose, in perfetta buona fede:
Se vi fa troppi problemi dargli una coltellata, ci pensiamo noi pi che volentieri.
Qualche altro tornava ad alludere a vecchie polemiche contro i politici, che non sarebbero stati
capaci di arrivare a uccidere, in carcere, per imporre le loro regole e il loro potere: avevo gi sentito
affiorare cose del genere mesi prima, a Cuneo, quando si discuteva di Cinieri. Negri, insomma, rischiava
sul serio, anche se, abbastanza sventatamente, pareva non rendersene conto. Mancava ancora, tuttavia,
l'elemento decisivo, l'occasione che avrebbe potuto far precipitare di colpo la situazione.
Io ero ormai passato dal cubicolo a un cameroncino a quattro posti, al primo piano, insieme a Curcio,
Franceschini e Bertolazzi. E fu proprio Franceschini a tornare dall'aria, un giorno, con un giornale sotto
braccio. Era una copia del quotidiano genovese Il Lavoro. Lo butt sul tavolo e disse:
Ecco qua. C' una lunga intervista di Negri. Volevano tenercela nascosta, se ne sono ben guardati dal
parlarne.
L'abbiamo letta. Si rivolgeva a quello Stato che lo teneva in carcere, e diceva pi o meno di essere,
lui, un uomo di confine, uno che guardava oltre, e che poteva, s, aver avuto rapporti con parte delle forze
che confusamente aggredivano la societ, ma solo per controllarle meglio e domarne la capacit
distruttiva, riconducendo a un ruolo paraistituzionale quell'energia sociale che per cos dire
sovrabbondava in periodi di rapide trasformazioni e di crisi, e che per sua stessa natura non poteva
trovare sfogo lungo i tradizionali canali della rappresentanza politica. Vaneggiava anche lui,
evidentemente. Ma le sue formulazioni erano a loro modo efficaci e riproducibili: non stato di sicuro
l'unico che abbia chiesto allo Stato un patentino per la sua guerra di corsa. Non ho mai pi visto
quell'articolo, e pu darsi ch'io l'abbia qui riassunto in modo inesatto: allora, per, l'abbiamo tutti
interpretato in maniera molto grossolana e perentoria. Era, semplicemente, la prova che il nemico
l'avevamo l, tra noi.
E poi aggiungeva Franceschini furibondo lo sapete cosa mi ha detto l'altro giorno? Che noi
brigatisti abbiamo tutti un cervello poco articolato!.
Il pretesto era dunque arrivato. L'aria attorno all'ignaro Negri era elettrica. Per il carcere girava una
sola parola d'ordine: lo si era finalmente scoperto; bisognava fargliela pagare. Ma a quel punto era anche
diventato chiaro che nessun brigatista voleva che una cosa simile accadesse davvero: era inaccettabile,
rischioso, incomprensibile fuori dalle mura del carcere, da quell'ambiente... era precisamente un modo di
cadere nella trappola che pensavamo fosse stata preparata. Come si sarebbe potuta giustificare una tale
enormit? E quali ripercussioni, quali conseguenze avrebbe avuto? Si era lasciato, con troppa leggerezza,
che circolassero battute e propositi tanto feroci quanto assurdi, e ora che l'eccitazione era andata troppo
oltre bisognava metterci rimedio, salvaguardando sia la sostanza interna dell'atteggiamento brigatista e la
sua pratica egemonia nel carcere, sia l'equilibrio, la razionalit, l'immagine di s. E infine, il pi normale
buon senso. Dopo tutto, a parte gli odi personali e l'intreccio dei motivi politico-ideologici che solo gli
addetti sarebbero riusciti a capire, non si poteva ammazzare uno perch voleva mettere la maggior
distanza possibile tra s e le Brigate Rosse, e perch aveva riempito, vero, pagine e pagine di verbale,
ma solo di chiacchiere innocue. Tanto pi, trattandosi di uno che nelle Brigate Rosse non c'era mai stato.
A queste ragioni se ne aggiungeva un'altra, affatto speciale, che ha qualche interesse per lo studio
della mentalit corrente dei detenuti politici e del carattere mitico-ingenuo che aveva la loro visione
della realt. A Palmi non si stava male. E nella testa dei leader delle Brigate Rosse aveva preso forma
un'idea: che quel carcere potesse diventare qualcosa che stava tra l'Universit e il Quartier generale della
lotta armata. Dunque, per garantire tutto questo, si dovevano assolutamente impedire gli omicidi. A
Palmi si studia, non si lotta!, hanno detto per anni i detenuti delle altre carceri speciali, in tono di rabbia
e di accusa, e con una punta di invidia: e il modello positivo, dove si lottava, che venne contrapposto a
Palmi fu, per molto tempo, Nuoro. C'era un detenuto comune che tutti chiamavano Bosco (ma era
d'origine slava, e il suo cognome vero era Boscovich, mi pare) che scendeva qualche volta all'aria e
cercava di parlare con questo e con quello. Nessuno gli dava retta. Mi hanno spiegato:
un morto che cammina. condannato....
Sembra che avesse strappato, un anno o due prima, la catenina d'oro dal collo di un altro detenuto
gravemente ferito (o, secondo altre versioni, l'aveva pretesa in cambio di una bottiglia d'acqua).
Quest'altro era uno dei bravi ragazzi pi conosciuti, Vincenzo Andraous, uno dei futuri uccisori di
Turatello, a Nuoro, del quale si parlato anche per la sua iscrizione al Partito Radicale. Tutti avevano
dunque il diritto-dovere di ucciderlo, e lui lo sapeva. Ma a Palmi una cosa simile non doveva succedere.
Hanno risolto il problema dicendogli:
Resta chiuso nel tuo cubicolo e non farti pi vedere, altrimenti ti ammazziamo.
L'ha fatto, e gi in cortile non s' pi visto. Ma la sua cella, al primo piano, dava sui reticolati dei
passeggi, due metri appena pi in l, e ogni tanto, senza che nessuno mostrasse di farci caso o spendesse
anche solo mezza parola, abbiamo passeggiato e chiacchierato su e gi mentre lui, chiuso, urlava per ore
e ore, in maniera bestiale, pazzo di disperazione e di paura. Molti mesi dopo stato trasferito a Novara,
e l il suo destino si compiuto: gli hanno tagliato la testa, l'hanno presa a calci e l'hanno ficcata a forza
nel cesso. Ma questo epilogo, quando me l'hanno raccontato, mi ha colpito meno di quel che mi avessero
colpito le sue urla, quando io e gli altri facevamo fnta di non sentirle, e in qualche modo non le
sentivamo davvero perch lui, ormai, era gi morto. Ma erano urla vere, che dicevano quel che
l'Universit o il Quartier generale erano veramente. Impregnavano l'aria, diventavano una cosa sola con
quei muri, con quei ferri, mentre il fiume in piena delle nostre parole politiche passava, passava, e non
lasciava traccia.
Una mattina ci siamo trovati meno numerosi del solito, al passeggio. Una quindicina. C'era anche
Negri, e c'era Franceschini. Era l'occasione buona. Hanno cominciato a discutere, di chiss cosa. Il tono
salito di colpo, e gi Negri stava nell'angolo, le spalle al muro, terreo. Franceschini lo chiudeva
puntandogli il dito addosso, e lo insultava. Freddamente, con determinazione. Ci siamo stretti attorno a
loro, per non perdere niente della rissa improvvisa, ma era una rissa strana, a senso unico. Franceschini
si muoveva come fosse sulla pedana di un piccolo palcoscenico: partiva all'assalto col braccio teso, la
bava alla bocca, e gli piantava addosso i suoi insulti come coltellate. Si ritirava, poi, di un passo o due,
gli voltava la schiena, lo guardava di traverso, sopra la spalla, senza minimamente curarsi di ascoltare
quello che l'altro gli diceva, e ripartiva implacabile all'attacco. Avanti e indietro, come una grossa
mazza, una ruspa che avesse da sbancare un monte, da tirar gi un muro... Negri era inchiodato nel suo
angolo, con la faccia di uno che sta annegando. Ribatteva affannosamente qualcosa, per s, non per gli
altri nessuno di quelli che gli puntavano gli occhi addosso lo stava a sentire. Era solo per prendere
fiato, per respirare, nel breve intervallo tra le ondate successive che lo incalzavano, che si abbattevano
su di lui.
Io t'ho capito... tutti ormai t'hanno capito: tu vuoi fare il Malher della situazione, buttarti con lo Stato,
venderti il movimento per i tuoi sporchi interessi... ma se tu sei Malher e qui Franceschini urlava, che
tutti lo sentissero, dai passeggi vicini, dalle celle, e faceva paura a vederlo ...se tu sei Malher, ti giuro, ti
giuro che io non sar Baader... e prima che mi facciano fuori ti scanno io, con le mie mani!.
Negri, insomma, era salvo. E in fondo agli occhi di Franceschini che concludeva con grandi gesti la
sua furente sceneggiata era nascosto un filo d'allegria. Tutti ora sapevano come stavano le cose, e il
carcere intero aveva avuto la sua soddisfazione, e le Brigate Rosse pi di tutti: se ne sarebbe parlato a
lungo e sarebbero fioriti aneddoti e interpretazioni varie, ma intanto il problema era stato risolto. Da
quella mattina Negri ha cominciato a scendere pochissimo all'aria, e a starsene per conto suo: l, la sua
storia e le sue faccende avevano finito di significare qualcosa. Mi pare che pi tardi egli abbia molto
insistito, anche in tribunale, sulle minacce di morte che gli sono state rivolte in quell'occasione: ma se
vero che a Palmi ha corso qualche brutto rischio, non stato certo allora, e mi pare inverosimile che non
abbia capito come quella pubblica doccia di insulti e minacce sia servita a scrollargli di dosso guai
peggiori.
Ma l'angoscia vera di quei mesi era un'altra. Non l'avrei mai sospettato. Erano passati dieci giorni dal
mio arrivo a Palmi, e ne mancavano ancora due o tre a Natale. Una mattina lo stesso Curcio mi propose
di lasciare il cubicolo e di raggiungere lui e gli altri due nel cameroncino (il piano era diviso in due: da
una parte una decina di celle singole, piuttosto buie, e dall'altra sei cameroncini a quattro posti). Non
m'aspettavo un invito simile, e ne fui contento: avrei passato le feste in compagnia, in modo pi allegro. E
dopo le tremende giornate di Cuneo ero stanco e frastornato, e l'esplosione di zelo brigatista che aveva
seguito la morte di Berardi mi si stava spegnendo dentro. Questa chiamata arrivava dunque nel momento
giusto. Mi ributtava in mezzo alle cose, ai compagni, e mi ridava un po' di carica. Sul libretto avevo
qualche soldo. Ho subito ordinato allo spesino fichi secchi, noci, datteri e del cioccolato. In Direzione
hanno tagliato quasi tutto, come al solito, e mi arrivata pochissima roba, una miseria, ma sufficiente,
insieme a quella degli altri, per un discreto Natale. In pi, passato per le celle il cappellano del
carcere, don Misiti, e ha portato a ognuno di noi un pacco di dolci tipici calabresi, sorprendentemente
buoni. Ma la novit e l'artificiale eccitazione di quei giorni non hanno mascherato a lungo il dramma che
si respirava in quella cella, con una intensit tutta particolare, e che condizionava ogni pensiero e ogni
atteggiamento. Si trattava delle Brigate Rosse. N pi n meno.
Allora, su, spiegaci....
Eravamo seduti intorno al tavolo, cio alla porta del cesso tolta dai cardini e appoggiata ai ferri di
due brande contrapposte, a far da tavolo. Mi fissavano, e volevano sapere. Volevano sapere tutto. Quello
che le Brigate Rosse erano diventate, i loro programmi, la loro organizzazione, cosa intendevano fare nei
confronti dei compagni prigionieri:
Allora, su... e non venirci a raccontare anche tu che fuori il problema pi grosso che avete quello
della casa! Ormai non sapete dire altro: le case, le case! Non riusciamo a far niente perch non abbiamo
case... siete tutti rincretiniti, l fuori?.
Era Bertolazzi, il Nero. Aveva qualcosa dello Stalin giovane, l'aria sorniona di quello che aspetta, e
pensa che prima o poi dovr ammazzare i compagni che gli stanno attorno, quando sar il momento di
fare sul serio. Gli altri due erano d'accordo con lui:
Le case... un incubo! A sentire quelli che sono arrivati in galera in questi anni sembra che noi
abbiamo fondato un'immobiliare, non un'organizzazione rivoluzionaria: ma anche come immobiliare c'
chi la sta portando al fallimento.
La verit veniva fuori senza ritegno, prima ancora che io potessi aprire bocca. Avevano fondato le
Brigate Rosse e non le capivano pi, non ne sapevano nulla, non sapevano che parte toccasse a loro,
ammesso che gliene toccasse una:
Io era Franceschini non riesco pi a considerarmi brigatista dal '76.
Lo sai che di Moro non abbiamo mai saputo niente, e che sei mesi dopo che l'hanno ammazzato
hanno chiesto a noi, a noi prigionieri, di scrivergli un documento che spiegasse perch l'avevano fatto...
loro ancora non lo sapevano! glielo abbiamo dovuto dire noi.
Lo sai che da tre anni non abbiamo avuto da fuori nemmeno un volantino?.
Odiavano Moretti. Deridevano pesantemente Micaletto, che chiamavano Minchia-Minchia:
Stiamo freschi, se uno come Minchia-Minchia di quelli che adesso comandano: ma se si
preoccupava solo della sua macchina?!.
Ci avessero messo appena un po' d'impegno, l'avessero voluto veramente fare, lo sai che
dall'Asinara un anno fa potevamo andarcene tutti? Te l'hanno mai spiegato questo?.
Il grumo dei rancori era spaventoso. Andava oltre i fatti, e viveva ormai d'una sua autonoma
ipertrofica realt. Di quella fantastica fuga in massa dall'Asinara ho sentito parlare all'infinito: era
un'irrealizzabile pazzia, una di quelle imprese minuziosamente verosimili, perfettamente circostanziate,
che mai si avvereranno. Ma ci non significava nulla. Era diventata ormai un gigantesco emblema, un
monumento all'abbandono: le Brigate Rosse se ne fottevano dei compagni in galera, li avevano mollati
alla loro sorte, era pi che probabile che i nuovi capi non volessero affatto tirar fuori i vecchi,
boicottavano sistematicamente ogni piano di evasione...
Lo sai che Mara andata a Casale, a liberare Renato, contro la volont degli altri, Moretti in testa?
Che per questo successo il finimondo, nell'organizzazione, quasi si sparavano.
Ero sorpreso, e non capivo bene. Molte cose, poi, non le sapevo. Ma mi ferivano gli insulti, i giudizi
sprezzanti, i sospetti verso i compagni, sia quelli che avevo conosciuto, come Micaletto, sia quelli che
non conoscevo ancora, come Moretti. Non pensavo che fosse una buona cosa. L'ho anche detto, con forza.
E da allora mi sono attirato i sarcasmi di Franceschini, che giocava a provocarmi. Quando hanno
arrestato Micaletto e Peci, a Torino, s' messo a saltare sul letto gridando:
Evviva! Evviva! Li mettano tutti dentro, questi caproni. Solo cos le Brigate Rosse si salveranno!.
Mi guardava e rideva, e pi mi arrabbiavo pi si divertiva:
Su, non fare quella faccia da funerale! Prendi le cose alla grande... non vorrai dar ragione a Negri,
che abbiamo un cervello poco articolato?!.
Sfotteva spesso anche Curcio, per, per i suoi atteggiamenti un po' didattici, un po' pedanti, ma ci
faceva parte del legame che li univa: erano diversi ma, per vari aspetti, complementari. E fu Curcio a
farmi un essenziale quadro della situazione. Mesi prima, mi pare in settembre, in occasione di un
processo a Firenze, il cosiddetto nucleo storico aveva fatto arrivare all'esecutivo, fuori, un documento
con il quale si dichiarava la pi totale sfiducia negli attuali dirigenti dell'organizzazione, e si chiedevano
formalmente le loro dimissioni per manifesta incapacit. Pareva che, tolti di mezzo loro, ci fossero idee e
forze in abbondanza che avrebbero fatto rifiorire le Brigate Rosse: migliaia di fazzoletti rossi alla
FIAT non aspettavano altro; interi quartieri, a Milano, si sarebbero coperti all'istante di striscioni e
bandiere con la stella a cinque punte. Era solo, come sempre, una questione di linea politica: quella
giusta, naturalmente, come spiegava nei dettagli il documento che Curcio e Franceschini andavano
componendo a quattro mani, Soggettivismo e militarismo (dove, in sostanza, soggettivisti erano quelli di
Prima Linea e delle frange armate dell'Autonomia, e militaristi quelli delle Brigate Rosse). Io invece
banalizzavo diversamente, e un po per ridere e un po' sul serio andavo dicendo che il modello di Prima
Linea era l'America non per nulla II mucchio selvaggio era il loro cult movie e quello delle Brigate
Rosse la Russia. A che punto, dunque, erano le cose? Ancora non si sapeva:
Aspettiamo la risposta da quelli di fuori. Ogni settimana buona, ormai... intanto, positivo che si
apra una fase di confronto, dopo tanto tempo. Tutta l'organizzazione dovr essere messa in grado di
discutere.
Sembrava una cosa gi fatta. E ne nasceva un preciso organigramma anche per noi che stavamo
dentro: proprio noi quattro, in quella cella, per esempio, avremmo dovuto dar forma a una sorta di centro
interno, che raccogliesse analisi e notizie dalle altre carceri e le rielaborasse per l'organizzazione
esterna. Ma come ho capito meglio solo pi tardi, di l da tante parole c'era un punto solo attorno al quale
tutto ruotava: la direzione effettiva di tutto ci che riguardava il carcere spettava ai carcerati. In qualche
modo, rovesciando la linea seguita rigidamente sino a quel momento, ci sarebbero state due Brigate
Rosse, quelle fuori e quelle dentro. E quelle dentro, per ci che le riguardava, avrebbero dovuto dirigere
quelle fuori. curiosa, a ripensarci ora, la facilit con la quale il gruppo storico detenuto a Palmi si era
convinto di vincere senza troppa fatica: non aveva che l'arma della scomunica, ma immaginava che fosse,
quest'arma, la pi potente di tutte. Quelli fuori, che non parevano in grado di capire quello che facevano e
di scrivere uno straccio di documento, non potevano che cedere. Non c'era che da aspettare la loro
risposta. E la risposta arriv.
Ci furono dei bisbigli, una sotterranea animazione. Era arrivato un libro, per posta, non so a chi n da
dove: ora ce l'aveva Franceschini, l'aveva portato in cella. Ce lo indicava con gli occhi, sul mobiletto
insieme agli altri, mentre mangiavamo:
La risposta l dentro. Ci mettiamo al lavoro stasera, dopo che ci hanno chiuso.
Erano tutti elettrizzati: stava per aprirsi, finalmente, la discussione politica tanto invocata, che
avrebbe ridato senso e fondamento a ogni cosa, e dalla quale ognuno avrebbe avuto ridefinita la propria
identit politica e organizzativa. Io non la vedevo cos bene, e mi era soprattutto estranea questa altalena
di linguaggi e di stati d'animo, dai livori e gli insulti del giorno prima alle fervide e confuse speranze del
presente.
Abbiamo cenato alle otto, come sempre, e abbiamo aspettato l'ultimo giro delle guardie che
chiudevano gli spioncini e davano due mandate in pi ai blindati. Era arrivato il momento. Ho infilato il
foglio nella piccola portatile, la Underwood che mi avevano regalato i colleghi genovesi, mentre
Franceschini e Bertolazzi accendevano il fornelletto a gas e lo mettevano al minimo. Tutto era pronto. Il
messaggio era scritto con il sugo di limone, invisibile tra una riga e l'altra del libro: si dovevano tenere
le pagine sopra la fiamma, con attenzione, e il sottile ghirigoro bruno della scrittura sarebbe ricomparso.
Nelle prime pagine non apparve nulla. Poi, sul foglio che cominciava ad accartocciarsi, un numero.
Stupidamente, ci siamo guardati. Rinviava alla pagina, di sicuro. Cos, lentamente, compitando ogni
parola, Renato ha cominciato a dettarmi quel che leggeva sui fogli tostati che gli ammucchiavano davanti,
strappati via via dal libro.
Ero preso da questa faticosa trasmigrazione e metamorfosi di segni. Fissavo le nere lettere a stampa
ormai incatenate a quelle infantili e brunastre che riempivano fittamente gli spazi e stravolgevano
misteriosamente il senso della pagina: e Renato leggeva piano, e quei segni diventavano suoni lenti e
pesanti, sillabe che ricomparivano ancora una volta diverse, dure e martellate sotto i tasti della macchina,
allineate sopra il freddo candore del foglio. Guardavo la carta arrossata dalla fiamma, gli orli neri e
corrosi, e guardavo i tasti e la loro impronta netta sul foglio bianco. Non avevo pensieri. Era una cosa
troppo bella per avere un senso.
Renato taceva. Teneva i pugni stretti, appoggiati sul tavolo, e guardava gli altri due che avevano
ancora il libro a mezz'aria. Il messaggio non era finito. Bertolazzi ha cominciato a imprecare, con odio:
Figli di puttana! Bastardi! Arriveranno qui, prima o poi... li scanniamo come capretti, uno per uno.
Pezzi di merda!.
Franceschini era rosso in faccia. Erano rosse anche le punte delle orecchie. I suoi occhi rispondevano
allo sguardo interrogativo di Renato con rabbia e preoccupazione. Era tanto serio da parer quasi
spaventato. Quasi tra s, diceva: Voglio proprio sapere chi ha scritto questa roba. Vedrai che verr fuori.
Dalle espressioni che usa deve essere uno che passa un sacco di tempo al bar... senti qui... e qui.
Il messaggio non era finito, ma avremmo potuto risparmiarci di trascriverlo tutto. Quel che voleva
dire, era gi chiaro. Era una bella bastonata in testa al nucleo storico: una bastonata storica. Diceva, in
breve: siete in carcere, godetevela e fate i carcerati; alla lotta armata ci pensiamo noi; rispetto a quel che
succede fuori voi non capite niente e contate meno di niente; tutto quel che di buono potete fare, non
romperci le scatole. Respingeva ogni accusa circa il piano di fuga dall'Asinara e chiedeva
sarcasticamente: diteci voi quanti morti dobbiamo fare ogni mattina, prima che vi prendiate il caff, per
sapervi contenti: dieci, venti, cento.... In effetti, l'accusa di far poco, cio di non ammazzare abbastanza,
era quella pi insistente, e se le Brigate Rosse, fuori, avessero dovuto dar retta agli ordini che venivano
dal carcere, avrebbero fatto vere stragi. Curiosamente, questo un particolare che non vedo mai
ricordato: eppure i futuri programmi di Giovanni Senzani, dei quali s' tanto parlato, sarebbero stati una
volta tanto esemplati sui deliri carcerari.
Io mi sentivo diviso. Mi pareva di capire non solo la rabbia e il senso di sconfitta dei fondatori delle
Brigate Rosse, ma anche il trauma, la lacerazione che si apriva profonda in loro, nel momento in cui,
come detenuti, tutto il senso delle loro esistenze presenti, tutta la loro forza sia psicologica che materiale
(quanto importante, questa, nei rapporti di galera!) stava appunto in quel cordone ombelicale che ora
pareva cos brutalmente reciso. Erano vivi dentro perch le Brigate Rosse erano vive fuori: i giornali, la
televisione, i bollettini radiofonici ascoltati con ansia sin dalle sei di mattina, tutti i giorni, lo
confermavano. Quella era la vita. Non ce n'erano altre. E quando il messaggio stato trascritto ed
andato per le celle e tutti l'hanno letto, ho visto, a Palmi, la disperazione. Ma c'era pure qualcosa in me
che dava ragione a quelli fuori. Credevo di capire anche loro, la necessaria logica della loro risposta. Mi
pareva di scoprire che l'avevo sempre saputo, che avrebbero risposto proprio cos. I pochi che avevo
conosciuto avrebbero usato le stesse parole. Non poteva essere diversamente. Avevano ragione entrambi.
Avevano torto entrambi. Oppure, pi semplicemente, sia quelli dentro che quelli fuori interpretavano con
coerenza la loro parte. Che per troppi motivi non era pi la stessa, n lo sarebbe pi stata.

A Genova

Tout se passa trs vite. Jean-Paul avait stopp. J'avais saut de la voiture l'arme la main et dj je
visais la voiture de police qui m'arrivait de face. Et ce fut le dbut d'un enfer de feu. Mes balles
atteignirent le pare-brise et la portire droite. La voiture quitta la route, se souleva pour
retomber dans le foss. Les deux policiers furent jects. Au moment o j'allais tirer la voiture
des gardes, elle stoppa et tous les gardes se jetrent dans le foss. De son cot, Jean-Paul avait
ouvert le feu sur les gardes protgeant les cltures. Les miradors nous tiraient dessus. Les balles
nous sifflaient aux oreilles de partout. Mon arme tant vide, et ne prenant pas le temps de
recharger, je la jetai sur le sol et en pris une autre. A ce moment l, une dcharge de chevrounes
fut voler en clats la vitre arnre de la voiture et les clats de verre me frapprent le visage.
M'jectant sur le cot, je me mis tirer le mirador droit. Jean-Paul tait compltement
dcouvert, tirant la hanche. Les balles traversaient la carrosserie. Une toucha... .
Era matto! matto! Che coraggio, ragazzi... assaltare in due un carcere speciale!.
L'entusiasmo lo travolgeva, continuava a interrompermi. Ero a Genova, nel carcere di Marassi, e
come tutte le sere traducevo a voce alta, un capitolo per volta, le memorie di Jacques Mesrine per Cesare
Chiti, che non sapeva il francese. Il libro dal quale ho trascritto una delle parti che lo appassionavano di
pi quello che mi ha dato lui, allora. Stavamo nelle nostre brande, ben coperti perch tenevamo la
finestra aperta, giorno e notte, e faceva ancora freddo, alla fine di aprile io dormivo con il maglione, e
un berrettino di lana tirato fin sotto le orecchie. Mi fermavo, quando inciampavo sopra parole
sconosciute. Chevrotines, per esempio. Erano i pallettoni, le cartucce a pallettoni, questo s:
Non la sapevo, questa parola... ma chvre la capra, e allora sta a vedere che si chiamano cos
perch assomigliano alle cacche di capra... Lo sai che in gergo, dalle parti di Lione, il mitra lo chiamano
la sulfateuse. E quell'arnese che i contadini portano in spalla, e pompano, per dar lo zolfo alle vigne...
come si chiama in italiano? A Marsiglia invece la peteuse, la scorreggiona....
In questo modo, la sera, riuscivamo anche a dimenticare gli scarafaggi, centinaia, migliaia di vecchi e
neri scarafaggi che uscivano da tutti i buchi e si infilavano negli stipetti, tra le lenzuola, persino nelle
tasche dei pantaloni. Scarafaggi ammattiti, che non avevano paura di nulla. Ero l, nella sordida sezione
d'isolamento di Marassi, la peggiore che abbia mai visto, dalla prima settimana d'aprile: il 14 era
cominciato il processo. Nella cella vicina ci stava Luigi con altri tre imputati differenziati o speciali:
Massimo Selis, un giovane extraparlamentare genovese che conoscevo appena, e due ragazzi dei quali
non sapevo niente, un pisano e un milanese: Marconcini e Pezzoli. Secondo l'assurda ipotesi dell'accusa,
noi tutti insieme avremmo costituito la colonna genovese delle Brigate Rosse. Noi e altri sei o sette che
erano per rimasti entro il circuito carcerario normale, e adesso stavano di l, nei grandi bracci del
giudiziario, con tutti gli altri detenuti. Pi Isabella, che era arrivata di Potenza una settimana prima di me
ed era al femminile, di fronte alla nostra sezione, in alto, oltre i cortili e le lavanderie. Dalla bocca di
lupo riuscivo a vedere qualcosa dell'edificio, ma nulla di pi. Era passato quasi un anno dalla notte del
nostro arresto. Ed erano successe molte cose, da allora, a noi e intorno a noi. Avevamo gi i permessi per
i colloquio interno: la ricordo, appoggiata al bancone, magra e pallida, molto bella, con un gran scialle
nero. Non potevamo non aspettarci un folgorante momento di felicit. E so che c' stato, ma talmente
aggrovigliato e confuse da riuscirci indecifrabile... Avevo sognato il colloquio come una vertiginosa fuga
dal presente, dal passato, dal futuro. Un altro tempo, vuoto, tutto nostro. Era un sogno impossibile che
sopravviveva tenacemente a se stesso, e continuava a contorcersi dentro di me. Nello stanzone diviso in
due dal bancone, larghissimo, eravamo soli, io, Isabella e la guardia che dall'altra estremit ci spiava
attenta. Eravamo soli, ma mai incontro fu pi gremito, pi intollerabilmente invaso. Che si parlasse o che
peggio si stesse zitti. Lentamente, Isabella mi ha chiesto qualcosa di Berardi. Con terrore mi sono
reso conto che non poteva sapere altro che quello che avevano riferito i giornali. Le mie lettere, da
sempre censurate, non le avevano detto quasi nulla. Ma era cos per ogni cosa. Non trovavamo parole in
comune, oltre il cattivo esperanto degli innamorati e quello, pessimo, dei politici. E sin dentro le celle e
il parlatorio e il cortile si respirava la stessa aria avvelenata che si respirava in Genova: non era ancora
passato un mese dal 28 marzo, quande in via Fracchia erano stati uccisi quattro brigatisti, Betassa,
Panciarelli, Dura e Anna Maria Ludman. In un colpo soleo i carabinieri avevano pareggiato i conti aperti
con Battaglin e Tosa e con Tuttobene e Casu, uccisi dalle Brigate Rosse tra il novembre '79 e il gennaio
'80.
Ero ancora a Palmi quando la televisione ha dato la notizia, e aspettavo il trasferimento a Genova.
Per giorni, sullo schermo e sui giornali abbiamo visto un volto lacerato dalle pallottole. Chi era, quel
brigatista? Non so perch: ero convinto che fosse Valentino. Tenevo stretto il mio segreto, non ne parlavo
con nessuno: era una cosa che cominciava e finiva in me, tutta mia. La notte, con gli occhi fissi sulle
geometrie delle sbarre, sulle ombre della cella illuminata dalla luce gialla dei fari e dall'intermittente
fascio di luce bianca del riflettore che girava e girava fino all'alba, non sapevo pi dov'ero e non mi
importava. A Cuneo, visitato dal fantasma di Berardi? A Palmi? Sarebbe stato diverso, se fossi stato a
Novara? a Nuoro? a Pianosa? No, non sarebbe stato diverso. Le celle di Novara, di Nuoro, di Pianosa
avrebbero potuto essere l, nel corridoio, ad aspettarmi, una dopo l'altra e forse c'erano, chiss con le
stesse sbarre, le stesse luci, le stesse brande inchiodate nel cemento. Le distanze erano irreali, fittizie: la
morte, dovunque fosse, era vicina. Di giorno, Curcio si era messo in mente di dover combattere lo
scoramento, la disperazione degli altri, e andava banfando di tremende vendette, di stragi imminenti.
Diceva, sicuro:
C' Pol-Pot a Genova: vedrete che ora ci pensa lui!.
Finch le stesse Brigate Rosse non hanno dato il nome del morto sconosciuto: Riccardo Dura, detto,
nell'organizzazione, Pol-Pot.
Ero arrivato a Genova cos, e adesso Isabella mi prendeva le mani e mi diceva commossa e decisa:
Enrico, al processo ci staranno a sentire... dobbiamo dire qualcosa, tocca a noi....
Era vero, com'era altrettanto vero che i nostri colloqui rischiavano di non appartenerci pi. E questo
ci faceva molto soffrire.
Abbiamo parlato di Arnaldi, che era subito venuto a trovarci. C'erano state alcune incomprensioni,
nei mesi precedenti, aggravate dalla lontananza. Per le sue cattive condizioni di salute non era mai venuto
n a Potenza n a Palmi. Non riuscivamo a capire cosa comportasse per lui l'essere tanto isolato dai suoi
colleghi e cos ammalato: orgoglioso com'era, reagiva isolandosi a sua volta, rifiutando ogni mediazione,
e ne nascevano contrasti e durezze che incrinavano il gi delicato equilibrio tra gli avvocati e tra gli
imputati. Era ormai certo che non ci sarebbe stato alcun collegio difensivo, e che ci saremmo presentati
all'appuntamento de processo in ordine sparso. A me non importava: mi sembrava pi che ovvio che ci
fossero posizioni e atteggiamenti diversi, e tanta paura. Altri ne erano addirittura felici. Io e Arnaldi, e
dunque anche Isabella, puzzavamo abbastanza di brigatismo per essere malvisti e tenuti ben alla larga
anche se nessuno lo diceva apertamente. Sicch alcuni imputati che non volevano affondare con noi erano
costretti a oblique manovre di sganciamento: una piccola brutta copia di quelle che Negri insegnava a
fare, complicata dal fatto che anche noi, fino a prova contraria, ci proclamavamo innocenti.
Da lontano non eravamo riusciti a prestare attenzione s queste beghe locali, dalle quali invece
Arnaldi, che le pativa su di s, si lasciava catturare. Ma ora che ce ne rendevamo meglio conto, esse
rimpicciolivano fino a sparire. E una nuvola nera ingigantiva veloce all'orizzonte. Era venuto di nuovo a
trovarmi a Marassi. Salendo la breve rampa di scale che porta alla saletta degli avvocati immaginavo di
dovei affrontare ancora una volta le sue stizzose lamentele nei confronti di altri imputati, di altri avvocati.
Invece era serio e calmo, come da tempo non riuscivo pi a ricordarlo. M ha detto subito:
Enrico, abbiamo un grosso problema, io e te. A Torino sembra che Peci stia parlando.
Chi parlava era il mio avvocato, lo stesso che pi di un anno prima aveva detto una frase simile su
Berardi. Ho avuto una stretta al cuore, per tutto quello che era gi successo. Ho chiesto:
Sei sicuro?.
No. Aspetto una conferma... ma purtroppo sembra chi sia cos.
E noi, che c'entriamo?.
Intanto pu sapere di te... gli pu aver detto qualcosa Micaletto, o altri. Che ne sappiamo? Oppure,
attraverso il carcere.
Speriamo di no... no, non credo.
Gli ho raccontato della lettera al limone: i brigatisti di Palmi avevano risposto a quelli fuori
dichiarando che avrebbero sciolto le brigate di campo, non avrebbero fatto pi nulla e avrebbero
aspettato ordini... e avevano firmato, tutti. Ma io no, perch erano in ballo questioni nelle quali non avevo
avuto parte ( una faccenda tra noi e loro, aveva detto Curcio), e perch il documento, quando fosse
stato scoperto, mi avrebbe compromesso. In attesa del processo godevo, insomma, di una certa tutela.
Ma tu piuttosto, cosa rischi?.
Rischio, rischio... a Torino, al processo, sono riuscito a parlare un attimo con Micaletto, doveva far
sapere delle cose urgenti fuori, me l'ha dette... e Peci era l anche lui, tutti e tre insieme in mezzo a una
stanzetta piena di carabinieri, prima di entrare in aula, per la direttissima. Ha sentito tutto.
Ma era tranquillo, quasi che il rischio che correva gli avesse dato un po' di pace. Non ha voluto
aggiungere altro, ma con la stessa ragionevolezza passato a parlarmi della sua salute. Sapevamo che era
cattiva, e gi ai tempi di Cuneo Luigi era preoccupatissimo per lui. Ora andava proprio male.
L'occlusione alle arterie gli dava tremendi dolori alle gambe: non poteva fare pi di dieci passi di fila,
quasi un invalido. E aveva tante altre cose che non funzionavano pi. E gli occhi:
Non voglio che tu lo dica a nessuno, ma la vista se ne va... per una questione di circolazione.
Gli ho detto, come sempre, di curarsi, ma sapevo bene che non l'avrebbe fatto. Sia perch ci volevano
molti soldi, e soprattutto perch detestava consegnarsi a un medico, sottoporsi a visite, farsi mettere le
mani, i ferri addosso. Quante volte gli avevamo detto, tutti, di andare dal dentista, di non rovinarsi e di
non soffrire cos. E non c'era mai stato niente da fare. Era pi forte di lui, da quando raccontava verso
la fine della guerra, durante un breve periodo di prigionia, alcuni tedeschi si erano esercitati sadicamente
proprio sui suoi denti. Anche solo rinnovare l'idea di una tale dipendenza, di un tale dominio fisico e
psicologico su di s, era un'insopportabile tortura. L'unica dipendenza che riconosceva e che cercava era
quella che lo legava alla moglie, amatissima, dalla quale era inseparabile. Senza di lei non poteva
vivere.
L'ho rivisto alla prima udienza del processo, luned 14 aprile. Furgoni, sirene, ferri ai polsi,
carabinieri dappertutto, fotografi, familiari e amici, e saluti col pugno chiuso ma tutto ancora con una
certa incredibile aria domestica, di parata, e un'assurda e fittizia rimozione del dramma. C' stato un
rinvio di qualche giorno. Quando siamo tornati in aula, appena gli stato possibile, mi si avvicinato
bisbigliando:
Vedi laggi quel tipo con i capelli grigi? un giornalista della Stampa, venuto apposta da Torino:
vero, Peci sta parlando. E io sono rovinato.
Non ha potuto dire di pi. Quando tornato a parlarmi in carcere, venerd, non si trattenuto molto.
Voleva soprattutto stare un po' con me: in quel momento i fili della nostra vita ci erano scappati di mano,
e potevamo solo chiacchierare e aspettare. Pareva lucido e distaccato dalle cose che in passato lo
avevano fatto soffrire, ma non perdonava alla sinistra genovese d'averlo lasciato solo. Ora, questa
solitudine riusciva a misurarla tutta. Sabato, nel primo pomeriggio abbiamo sentito alla radio che quella
stessa mattina si era ucciso, mentre i carabinieri gli perquisivano la casa dopo avergli notificato un
mandato di cattura firmato dai giudici di Torino. Aveva il porto d'armi e possedeva una pistola, una
Mauser 7,65, che portava sempre con s. Per difendersi da eventuali aggressioni fasciste, che gli erano
state ripetutamente minacciate. Ha chiesto di andare un momento in bagno, e l si cacciato la canna della
pistola in bocca, verso l'alto, e si sparato.
Due giorni dopo c' stato il funerale. Il corteo passato davanti al carcere, verso il cimitero di
Staglieno. Abbiamo sentito il rombo lontano e confuso, poi le grida, gli slogan. Isabella, da una
finestrella del lato nord, in alto, riuscita ad agitare un drappo rosso. Forse stato visto, non so. Era un
gran corteo, e per un po' se ne parlato, e forse ancora oggi lo si ricorda. Io ero molto triste. Per Arnaldi
soprattutto. In quel corteo che sfilava e che sentivamo oltre i muri quel cupo rumore della libert, per
noi chiusi l dentro, come il rumore lontano del tuono, dell'acqua per chi sta morendo di sete non mi
dava alcun conforto. Mi deprimeva, invece. Forse sbagliavo, ma lo sentivo come una farsa, una inutile
messa in scena. Era la parata di quelli che urlavano le loro parole guerrigliere dopo che da tempo
avevano abbandonato Arnaldi perch avevano intuito che con la guerriglia aveva qualcosa a che fare. Nel
gioco dei livori e delle invidie e delle paure di gruppo, nascosto nell'intimo di molti che gridavano e
alzavano il pugno chiuso c'era stato, per Arnaldi, solo odio lo sapevo bene. S'appropriavano di un
morto con il quale non avevano voluto spartire nulla.
Era solo un funerale. Ma urlavano in molti, allora, per far credere che non lo fosse. Invece era un
funerale, solo un funerale, niente altro che un funerale. Nessuno l'avrebbe ammesso: non lo permetteva la
solita ambigua cialtroneria di sinistra. La storiella del bambino che grida: Il re nudo! una delle pi
interessanti che io conosca, ed certamente censurata nel finale: quel bambino stato subito linciato
dalla folla inferocita. So che eccedevo, ch'ero in parte ingiusto, ma non ci potevo far niente. Ribollivano
dentro di me le vecchie insofferenze, i giudizi drastici che avevo dato dopo l'uccisione di Coco e della
sua scorta. Quella era una sinistra che non tolleravo, alla quale avrei persino voluto far del male,
comprometterla, inguaiarla... La sinistra funeraria, che sta ben riparata difficilissimo stanarli, uno per
uno, quelli! impossibile comprometterli, inguaiarli davvero e sbuca fuori quand' ben certa che chi le
creava imbarazzi morto, e riesce a fare le sue battaglie solo quando si tratta di dimostrare che non ha
fatto qualcosa. Per anni, dopo, ho ancora visto spuntare le sue testoline furbe, che si guardavano attorno,
che non ci fosse nulla in vista, e gonfiavano la voce e borbottavano... Avessero avuto anche il lontano
sospetto d'essere obbligati a scegliere davvero qualcosa, qualcosa che toccasse i loro affari e le loro
carriere e i loro affetti, chi sarebbe mai riuscito a vederli o a sentirli?
La clandestinit

Un altro treno. Stavolta il rapido Venezia-Roma. Seduto davanti a me c' Savasta. In fondo alla vettura-
pullman Nadia Ponti e Guagliardo. Fa caldo. Stamattina presto l'aria era gi afosa e pesante, lungo la
laguna, e nella corriera non si respirava. Siamo arrivati a Jesolo dopo la mezzanotte, scappando da
Treviso: nel buio della prima sera avevamo visto strane macchine intorno alla casa, e l'abbiamo
abbandonata all'istante. Non ho quasi chiuso occhio. Il treno va veloce. Addentiamo il panino comperato
in stazione e ci scambiamo poche parole, con reticente curiosit. Non ci conosciamo ancora. Mi
addormento due o tre volte, leggo il giornale. Il rempo passa. Quando manca poco a Roma, Guagliardo e
la sua compagna si alzano, ci guardano svelti e spariscono oltre la porta che d nella vettura successiva.
Un tipo alto e grosso dietro di noi li segue. In fondo fa un cenno a un altro, salito con noi a Venezia.
Savasta ha visto il movimento, preoccupato. Il tizio ricompare, si piega verso l'amico e gli sussurra
qualcosa. Sparisce di nuovo.
Savasta mi dice, piano:
Appena il treno si ferma stammi dietro, mi raccomando.
Devo fare cos per forza, non so dove siamo diretti. Adesso i minuti passano lenti. Il treno, ch'
sempre andato sparato, non arriva pi: rallenta, si ferma, riparte pianissimo, si rerma di nuovo. Oltre il
fiume, guardo le sagome degli edifici dell'EUR. Mi asciugo il sudore. Finalmente siamo in mezzo alle
case, e ad alti muraglioni rossastri. Savasta mi fa segno, si alza e va diritto verso la porta. Alla cintura
porta una grossa Browning, appena coperta dalla sahariana color sabbia. Tutti si muovono, spingono, ma
noi siamo i primi: gli salto dietro, sul marciapiede, mentre il treno si sta fermando. Sguscia di corsa tra la
gente, s'imbuca in un sottopassaggio. Torniamo su, ci sono grandi vetrate, un atrio vuoto, forse una sala
d'aspetto. Di l, la strada. La attraversiamo di corsa, e giriamo attorno a un isolato, e lo seguo con
affanno su un autobus che sta partendo. pieno di gente, non ci diciamo nulla. Mi passa sotto gli occhi
Roma, sudicia e puzzolente nel caldo di met luglio. Scendiamo dopo il Colosseo. Mi fa vedere i gatti
che calano dalle rovine, tra i cespugli, e frugano nei cartocci:
Vedi, i gatti di Roma....
Saliamo su un altro autobus che fa un lungo giro, non so in che direzione. Quando scendiamo mi dice
con allegria: Siamo alla Garbatella.
Sono viuzze tranquille che salgono e scendono: tanti alberelli e tante casette e tanti piccoli giardini e
cancelli e passaggi interni:
Va bene per scappare. Se conosci il posto ti infili qua dentro e non ti beccano pi, perch questi
cortiletti comunicano tutti uno con l'altro.
nel suo, si sente a casa. Sorride con piacere e arrossisce facilmente, e con me sollecito e persino
affettuoso scoprir presto che molto amato. Perch simpatico, perch non c' cosa che non sia
disposto a fare per l'organizzazione, e perch quasi senza volerlo, senza derivarne atteggiamenti
particolari, esercita una sorta di autorit naturale. Lo immagino un po' come la versione romana, e dunque
pi calda ed espansiva, di Micaletto: come lui, comunica il senso di una inattaccabile salute mentale.
Insomma, niente a che fare con l'immagine che ne stata data dopo, dai giornali. Andiamo di buon passo,
io con una borsa di pelle tipo valigetta del dottore, lui con una sacca di tela che gli pende dalla spalla.
Facciamo un tratto in salita e finiamo, sbuffando per il caldo e la fatica, ai confini del quartiere, su un
grosso stradone pieno di traffico. In fondo mi pare di vedere la gran ruota di un Luna-Park. Sorride, e mi
dice:
Coraggio, l'ultimo autobus, te lo giuro.
Ci restiamo poco. Ora lasciamo la via principale. Le strade sono larghe e deserte, bordate da alte
siepi. Un posto stranissimo. Mi guardo attorno, e in alto. Non sono case, non sono uffici, non sono negozi:
sono facciate. Grandi facciate piene di archi vuoti che non hanno altro scopo oltre quello di essere l,
inverosimili apparenze. Riconosco le sagome che vedevo dal treno: mi piacciono. Il caldo terribile e ci
schiaccia senza piet in quella piazza abbandonata, con le nostre assurde borse. Siamo caduti in un
quadro di De Chirico, Piazza d'Italia con brigatisti. Peggio. Soli, l in mezzo, siamo due mosche nel
piatto. Lo sfotto:
Tanti giri per finire qua... la prima volante che passa, ci saltano addosso. Ce l'abbiamo scritto in
faccia, se la d anche il poliziotto pi stupido!.
Ribatte che siamo arrivati, ma di nuovo nervoso. Adesso, sotto l'enorme facciata di un palazzo di
vetro c' un baretto con due o tre tavolini all'aperto. Pi sotto ancora c' gente, buttata attorno a un
laghetto scavalcato da un ponte: ne arriva in continuazione, dall'uscita della metropolitana, verso la fila
delle corriere suburbane che aspettano. A un tavolino ci sono Nadia Ponti e Guagliardo, che ci investono
malamente: pare che ci stiano aspettando da un'ora, e vogliono sapere perch, in stazione, siamo spariti.
Non facciamo a tempo a spiegarci che spunta Sara. L'appuntamento con lei: ci porter l dove
dobbiamo andare. Ha una faccia simpatica, ed molto abbronzata. Mi colpisce il vestito: bianco, con
ampi pantaloni chiusi alla caviglia, un po' come un'odalisca. Bianco e leggero. Sarebbe molto bello se
fosse stato indossato un minuto prima, se lei fosse scesa da una macchina di lusso, con l'aria
condizionata. Invece appassito, spiegazzato, sa di corriera, di treno, di covo... sa di quelle case di
compagni dove ogni cosa quasi quello che deve essere: i piatti sono quasi puliti, il pavimento quasi
scopato, il caff quasi buono, la biancheria quasi lavata. Questo perch i brigatisti sono notoriamente
scrupolosi e ordinati, e fanno sforzi eroici per apparire, ai vicini di pianerottolo e ai portinai, quasi
normali. Con Savasta, si fanno grandi feste. Guagliardo mi dice piano, con l'aria di compatirli:
I romani sono fatti cos, vedrai. Tra di loro si baciano, s'abbracciano, si fanno regalini, orsacchiotti,
pupazzetti, maglioni... sono cos, ma poi ci si abitua.
E parlano romano!.
A me, a cui piace il milanese, una cosa che non va gi. Come si fa a prendere sul serio un brigatista
che parla in romanesco? Che parla come Alberto Sordi? Alla ragazza non trovo altri difetti, ma questo,
nel quale trascina anche Savasta, non lo sopporto. Strascica le vocali, le calca, le deforma, come se
avesse indovinato che mi d fastidio: cos, per dispetto, per ostentazione plebea. Non lo fa sempre,
infatti. Per fortuna. Ma quei suoni antipatici ora me li sento addosso, da tutte le parti, sulla corriera
stipata sulla quale siamo saliti, tutti insieme. Ho voglia di urlare, non ne posso pi. Faccio il conto di
quante volte, in due giorni, sono salito e sceso, salito e sceso: treni, corriere, autobus... e fuori il
paesaggio fa schifo. Un'infinita lebbrosa periferia nella quale non vedo nulla su cui l'occhio possa
consolarsi. Passa veloce l'insegna di un ristorante-pizzeria: Me ce porti. Sono in piedi, sulla corriera che
sobbalza, pressato da gomiti, culi, schiene sudate: Me ce porti. Solo un dialetto simile poteva partorire
l'idea di un simile nome. E quello che se l' pensato, mi par di vederlo.
Presentazioni non se ne fanno. Per il momento, io mi chiamo Marco. Ho dormito male, su una piccola
brandina cigolante, e sono tutto indolenzito. La mattina presto arrivato da Genova Lo Bianco, con
Angela e un altro che non ho mai visto. Angela una ragazza minuta, carina, che fa l'operaia nella mensa
di un'impresa di costruzioni navali, nel porto. La conosco un po', immaginavo le sue simpatie, ma non
avrei mai creduto di trovarla qui. Ci salutiamo timidamente, siamo contenti di vederci ma stiamo sulle
nostre. L'altro un operaio dell'Italsider. Me lo dice Lo Bianco, e aggiunge che quello di portarseli dietro
un esperimento: sono giovani ma bravi, ed il momento che si facciano le ossa. Non c' molto tempo
per chiacchierare. Devono tutti ripartire in fretta. Ci si mette attorno al tavolo. Nessuno mi ha detto di
cosa si deve parlare: m'aspetto che mi chiedano qualcosa della galera, di Palmi, di Curcio e
Franceschini, delle loro posizioni... Invece no. Non capisco come, ma subito rissa. Ci sono tre
compagni di Milano, due uomini e una donna, che aggrediscono Sara capisco che la Balzerani e
Moretti. Aggrediscono loro e, curiosamente, tutte le Brigate Rosse. Sembrano convinti di esistere solo
loro, rimproverano a Sara d'essere venuta a dirigerli nei mesi passati senza sapere nulla della fabbrica e
della citt, dichiarano che non hanno bisogno di un'organizzazione isolata dalle masse operaie e sfasciata
per andare avanti. Da soli sarebbero riusciti infinitamente meglio: loro sono forti, sono in tutte le
fabbriche, sono operai tra gli operai. A me, non mi considerano nemmeno, ma ho la buffa idea che mi
mettano nel mucchio, quando dicono di non voler pi subire la direzione di un pugno di burocrati e di
intellettuali. Dei tre, uno rognoso e assillante, mentre gli altri due sono pi perfidi, specie la ragazza.
Sara e Nadia la guardano senza aprire bocca, ma si capisce che vorrebbero mangiarsela. Sta zitto Lo
Bianco, ma anche lui li guarda torvo. Sta zittissima Angela, che sembra stupita quanto me. L'altro
genovese dice qualcosa, con quel tono presuntuoso, da foca sapiente, che cos tipicamente e
inestricabilmente operaio e genovese insieme -una forma speciale del modo di essere di una speciale
aristocrazia operaia che non riesce a farsi troppo amare. Moretti borbotta distintamente: Questo stupido,
chi ce l'ha portato qui?. Ma incassa bene, e chiaramente non vuole rompere e cerca di prendere tempo.
Facciamo una sosta. Qualcuno si preoccupa di cuocere gli spaghetti. Esco dalla grande porta-finestra
e mi guardo attorno. C' un terrazzo, e una breve rampa di scale porta direttamente sulla spiaggia. A venti
metri c' il mare, una riga riga diritta a destra e a sinistra, a perdita d'occhio, piena di gente. Ce n' anche
davanti a casa nostra. A intervalli regolari passa, molto basso, un elicottero della polizia, che segue
perfettamente la linea del bagnasciuga. La casa del tipo moderno decrepito, gli spigoli di cemento sono
corrosi, slabbrati, qua e l c' qualche spunzone di ferro arrugginito, le serrande hanno perso la vernice.
A venti metri dal mare, da ogni parte, c' una fila ininterrotta di simili miserande villette, attraversata,
ogni tanto, dalle chiazze nere dei canaletti di scolo che finiscono in mare, un mare piatto e scuro che
muore sulla sabbia grossa e scura, impastata di nere alghe triturate. Mi si avvicina Sara, e dice:
Pi tardi potremmo fare il bagno. In casa ci deve essere qualche costume.
Mi chiede qualcosa sul carcere. curiosa e interessata, ma chiaro che non ha molta simpatia per
quelli del nucleo storico. Mentre rispondo, cerco con gli occhi Moretti. Capisco che la rissa di poco
prima ruota attorno a lui, al suo ruolo, alle sue responsabilit: ho apprezzato la sua calma, ma vorrei
sentire da lui stesso qual la sua posizione. E poi, ho bisogno di tirarmi su, di vedere qualcosa di meglio
di quello che ho visto e sto vedendo in questi giorni, di sentire un discorso sensato. Le Brigate Rosse non
possono essere quello che siamo noi l non solo quello, almeno. Oltre il rituale dei rancori, so che ci
deve essere una volont comune che ci riscatta... Torno a sedermi con lui al tavolo. Gli altri girano qua e
l, prendono il sole sul terrazzo. Si avvicina a noi Lo Bianco: ce l'ha a morte con i milanesi, li vorrebbe
sbattere fuori. Moretti non d'accordo:
Dobbiamo aver pazienza. Sono dei bravi ragazzi, operai che conoscono bene la fabbrica. A Milano
ci sono solo loro, non possiamo pensare di scavalcarli... prima o poi capiranno.
Sui motivi concreti, magari anche personali, della lite non vuol dire nulla. La prende alla larga,
invece:
La questione quella dell'autonomia... i compagni di Milano non riescono a capire cos', non la
vedono neppure. l'autonomia della classe, degli operai, dei giovani, che non hanno niente a che fare con
questo sistema, con questi partiti, con questi sindacati, con questa politica... La storia vera di tutti questi
anni, la nostra speranza e la nostra scommessa questa autonomia finalmente reale, combattuta, affermata
nei fatti da un intero movimento. Per noi tutto. E loro non vogliono capire, ragionano sempre in termini
politici vecchi, si vedono dentro il sistema del PCI, del sindacato. Come una parte del PCI, del
sindacato... sono ciechi. E cos non possiamo andare d'accordo.
Sull'autonomia la penso allo stesso modo. Non so ancora, invece, quanto funzioni il discorso sui
milanesi. Di sicuro la loro aggressivit, il loro livore deve avere radici in una incompatibilit profonda:
in superficie, i motivi espliciti della loro rabbia suonano alquanto pretestuosi, inadeguati. Insomma, li sto
a sentire, per tutto il pomeriggio, mentre continuano i loro attacchi, e ancora non capisco perch ce
l'abbiano tanto. Non vedo niente che non si possa aggiustare con un po' di buon senso e di buona volont.
Salvo il potere: probabilmente sono venuti sin qui convinti di prendere in mano tutta l'organizzazione, e si
ritrovano soli. La loro, in fondo, una mozione di sfiducia contro i vecchi dirigenti, del tutto analoga alla
sfiducia gi decretata un anno fa dal nucleo storico. I milanesi si richiamano infatti, pi volte, alle
posizioni dei compagni detenuti. In maniera molto maldestra, per, anche perch quelli dentro pare che
abbiano abbandonato ogni posizione di rottura, e facciano uscire appelli all'unit. A questo punto devo
intervenire io, e lo faccio schierandomi con Moretti. In modo molto duro, anche perch sera, non si
concluso nulla e la rissa va avanti a vuoto, nel fastidio generale. Da ore non si parla: si abbaia. I milanesi
mi guardano schifati, con l'aria di chi se l'aspettava, insultano ancora un po' e se ne vanno. Dicono che
sono perfettamente in grado di pensare a se stessi, e che continueranno per la loro strada.
La riunione di Tor San Lorenzo finita. Mi dicono che doveva essere una Direzione Strategica di tipo
nuovo, con un tentativo di allargamento, e invece non stata nulla. Si decide solo, in fretta, che se ne
dovr fare un'altra, in autunno. Se ne vanno tutti alla spicciolata, dopo aver preso l'impegno di dedicare i
mesi successivi alla preparazione del prossimo appuntamento. Tutte le colonne dovranno mandare
documenti scritti, discussi e approvati da ogni militante, dai quali dovr venir fuori la nuova linea. Io non
appartengo a nessuna colonna, e voglio tornare a Genova a tutti i costi. Devo dirlo a Moretti, che per
ognuno ha istruzioni particolari e segrete. Dapprincipio si oppone con forza. Dice che troppo
pericoloso: sono stato in Veneto, sono stato qui con tutti loro, non dovrei pi farmi vedere in giro, dopo la
scarcerazione ho addosso legioni di carabinieri e poliziotti. Lo convinco a fatica, e parto di corsa con Lo
Bianco. Gli altri due genovesi sono gi andati via da un paio d'ore.
A Genova, sulla collina di Apparizione, sopra Sturla, Isabella ha preso in affitto, per pochi soldi, una
casetta. L'ha fatto dieci giorni fa, mentre ero via, per portarmici al mio ritorno. Per dirmi qualcosa. Ci si
arriva a piedi, salendo per un ammattonato tra gli orti: un ingresso e una cucina al pianterreno, due
camerette sopra. Davanti c' un piccolo giardino; dietro, una grande fascia di ulivi. Attorno, ancora orti e
alberi, e altre due vecchie casette in fila. uno splendido angolo di vecchia Liguria. Dal giardino, oltre
lo schermo verde, si vede il lontano grigio luminoso dei tetti di Sturla, e il mare. Sul tavolo di pietra ho
aperto i pacchetti. Prosciutto, formaggio, un pezzo di pane, e lo yogurt. Guardo il vecchio intonaco rosa
della casa, da una parte, e il mare laggi, dall'altra. C' una gran cappa di caldo, attorno, che fa vibrare
l'aria, ma l fresco. E c' silenzio.
Isabella mi guarda, sorride, abbassa gli occhi: Enrico, vero, sono incinta.
Sposto goffamente i pacchetti, mi allungo attraverso il tavolo. Ci baciamo. Mi tiene la mano sulla
nuca. Dice, piano:
Come finir?.
Benissimo, naturalmente.
Ridiamo assieme, con gli occhi velati. Ho la testa che sembra un nido d'api ronzanti. Mille
andirivieni fruscianti, sensazioni leggere, e incroci e correnti che si formano e che si disfano veloci... un
gran solletico, un prurito di pensieri. Non un vero pensiero. Non ci riesco e non ci voglio neppure
provare. La bacio di nuovo, e restiamo un po' cos, abbracciati, sopra i cartocci aperti della colazione.
Eravamo stati scarcerati, noi e tutti gli altri, il 2 giugno, alle nove di sera. Assolti con formula piena.
Il movimento ha festeggiato, quella sera, e noi abbiamo festeggiato con due cene in collina, nei giorni
successivi. Poi, niente altro. Il documento che io, Isabella e un ragazzo di Milano imputato con noi,
Walter Pezzoli, avevamo letto in Tribunale dopo l'arresto all'avvocato Fuga quello che aveva sostituito
Arnaldi era stato esplicito. Ci eravamo schierati, moralmente e politicamente, con le Brigate Rosse.
Non c'era niente che permettesse di incriminarci in quelle frasi, ma il comunicato aveva segnato il vero
spartiacque, nell'ambiente genovese. Al confronto l'assoluzione, contestata ma formalmente ineccepibile
l'ingiustizia che assolve del generale Dalla Chiesa non valeva nulla. Se ripenso oggi, con puntiglio,
a quel mese di giugno dell80, lo vedo, dopo quelle due cene, vuoto. Attorno a me e a Isabella si era fatto
il vuoto. Qualcuno avrebbe forse amato, timidamente, con trepidazione, fregiarsi dell'amico brigatista in
galera. Non certo, con ottimi motivi, in verit, del brigatista libero. Sugli amici della sinistra non avevo
mai fatto alcun conto, n mi ero mai azzardato a parlare dei fatti miei: tuttavia quell'abbandono,
attraverso il quale partecipavamo anche del clima di paura che si era instaurato in citt dopo via
Fracchia, ci aveva colpito. Poi, le cose sono andate veloci, troppo veloci.
Bertulazzi, un giovane operaio che si era gi fatto due anni di carcere per detenzione di esplosivo, mi
ha cercato, per farmi sapere che le Brigate Rosse volevano vedermi, al pi presto. Erano i primi di
luglio, neppure un mese che eravamo usciti. Mentre mi riferiva il messaggio, a Castelletto, sembrava
emozionato.
Dimmi un po', tu te la senti di continuare?.
Non lo so. Perch me lo chiedi?.
Perch io non ce la faccio... mia moglie non sta bene, e abbiamo una bambina piccola. Ma se sto qui,
mi ritrovo presto nei guai. Voglio andar via, sai? Non so quando. Ora mantengo qualche rapporto con i
compagni, cos, ma non posso tirare troppo la corda... tu, pensi d'andarci, all'appuntamento?.
S, credo di s. Ma ti capisco.
Lo conoscevano tutti, dai tempi in cui era nel servizio d'ordine di Lotta Continua, ed era molto amato.
Anche Arnaldi stravedeva per lui. Immaginavo quanto gli pesasse quello che mi stava dicendo, con un
pudore cos reticente: tutta la sua vita passata era arrivata a quel nodo, a quella decisione, ed era
evidente che ne soffriva. Mi ha detto il luogo e l'ora dell'appuntamento davanti alla chiesa di Arenzano,
alle cinque del pomeriggio di qualche giorno dopo e ci siamo salutati con reciproco impaccio, ma
anche con un grande strano affetto. Non l'ho pi visto: so che nel settembre successivo sfuggito a un
nuovo arresto, e che poi riuscito a espatriare con la famiglia.
Ad Arenzano mi aspettavano Lo Bianco e Guagliardo, ma dei due ha parlato quasi solo il secondo. Ci
sarebbe stata, nel giro di una settimana o due, una riunione importante, nella quale avrei dovuto dare il
mio contributo per quel che riguardava le posizioni del nucleo storico. Ero disposto ad andarci?
Naturalmente, a quel punto il mio ritorno a casa avrebbe potuto diventare assai dubbio, e Guagliardo me
lo spieg con argomenti che ero in grado di conoscere e di valutare anche per conto mio. S, avrei
partecipato... Allora, noi due saremmo partiti la mattina dopo, alle sei, diretti a Treviso, per il momento.
Di l saremmo poi ripartiti, dopo qualche giorno, per il luogo della riunione.
Non serve che mi nasconda. Ero stato afferrato da un ingranaggio, ma quell'ingranaggio l'avevo scelto
io. Stavo male salendo le scale di casa, quella sera, ma sapevo bene che la mattina seguente, alle sei,
volevo partire. Quel giorno avevamo comperato una serie di pentole cinesi: in pratica, dei setacci in
bamb dove i cibi sarebbero stati cotti a vapore. Erano sul tavolo, in cucina, quando sono entrato.
Isabella mi aspettava per provarli. Non l'abbiamo fatto n allora n poi, e non so dove siano finiti. Le ho
detto subito che sarei andato via, e mentre parlavo sentivo tutta l'inaudita crudelt della cosa. Ma non ci
potevo far nulla. Mi pareva che tutto fosse in gioco. Tutto, voglio dire, quello che ero stato e quello che
ero. Per vincere alla roulette dicono che si debba raddoppiare ogni volta la posta: per me era in qualche
modo cos. In quel momento, decidevo nel merito delle mie scelte passate, del loro senso. Decidevo del
senso della morte di Berardi, di Arnaldi, dei quattro compagni di via Fracchia... Ma non solo delle loro
morti, anche di quelle di tutti gli altri, da una parte e dall'altra. Decidevo del significato dell'ideologia
che mi muoveva, della morale che mi ero data e che presumevo di servire. Era in questo modo che
affrontavo la questione, e non vedevo altre vie d'uscita. Bertulazzi aveva fatto altrimenti. Non lo
disprezzavo davvero, per questo, ma per quanto mi riguardava trovavo assurdo aver fatto tanto per poi
mancare all'appuntamento decisivo, alla verifica ultima. Come si faceva a sottrarsene, proprio un attimo
prima? Non riuscivo a concepirlo. E se ora mi fermo a ripensare a quei momenti, alla loro scansione,
risento ancora una parte importante di quello che sentivo allora. Non la parte politica o ideologica no,
quella no. Piuttosto, come chiamarla? quella che aveva a che fare con la fatalit, con il corso delle cose.
Con il destino che va secondo le sue linee di forza, che cresce e grava con il suo stesso peso, e spinge in
avanti. Quel destino o quella porzione di destino che cos potente finch non ha compiuto il suo ciclo,
non ha esaurito le sue ragioni. Era possibile fuggirne, ma sarebbe stata, appunto, una fuga. Ecco, in breve:
se mi fossi ritirato allora, a quel punto della parabola, impastato com'ero di tutto quello che ero stato per
me e per gli altri, mi sarei sentito un pagliaccio. Un buffone. Se ci pensavo, mi vedevo condannato a fare
l'eterno tifoso della lotta armata, il simpatizzante perenne, il rivoluzionario da salotto e d'accademia
segretamente frustrato... una fine grottesca. Non potevo ritirarmi perch le ragioni di quel destino le
avevo ancora ben vive dentro, ci credevo e non riuscivo a rinnegarle. Ragionavo cos. Sentivo cos. Ero
stato legato da troppi fili, l'ultimo anno. Molto pi tardi ho deciso diversamente, tra mille problemi e
affanni, ma questo particolare problema non l'ho avuto. La parabola, per quanto mi riguardava, si era
compiuta, le sue ragioni si erano spente, altre pi forti erano sopraggiunte. Vorrei essere capito, quando
dico che la mia malattia o il mio destino, ch' lo stesso ha sempre avuto un decorso naturale, una
certa logica. Nel profondo, non ci sono state interruzioni o salti immotivati, incongrui, ma una sequenza
che stata la mia e che non posso non riconoscere come tale, anche nei suoi eccessi di compiutezza, per
chiamarli cos.
Ma perch ti sei rovinato? Perch fare dopo quello che potevi fare prima, senza danni? Brigatista lo
eri gi stato, in carcere con i capi anche, e se stavi tranquillo non ci saresti pi tornato. Eri all'onore del
mondo, avresti potuto vivere di rendita, nella sinistra, per una vita intera, amministrandoti bene....
Questo, qualcuno oggi continua a ripetermelo. Bene, quello che ho fatto era gi un'anticipata risposta
a un simile programma, data con la violenza e la crudelt che erano, allora, nelle cose stesse. Sapevo,
infatti, che da quel momento avrei vissuto nel rischio continuo di essere ammazzato: poteva anche
andarmi bene, ma il conto che dovevo farmi giorno per giorno, e dentro il quale dovevano tornare tutti gli
altri conti minori, era ben questo. Nessuno poteva darmi garanzie diverse: chi poteva pi dire, per
esempio, che i carabinieri e i poliziotti arrestavano solo? E chi si porta questo chiodo in testa, e se ne fa
una ragione contro tutto e contro tutti, pu diventare facilmente egoista e crudele.
Isabella non voleva che partissi. Capiva il peso delle mie ragioni e in qualche modo le condivideva e
ne era intimamente lacerata, ma ne opponeva altre: le sue, le nostre, quelle del figlio che sarebbe nato.
Quando, sopra, ho cercato di spiegare la mia scelta, forse non ho fatto altro che tentare ancora una volta
di giustificarmi ai suoi occhi per quello che le ho inflitto, per il dolore e lo strazio di quella sera. Una
ferita, tra noi, che non si ancora rimarginata, anche se allora, nei mesi successivi, quello scontro non si
pi ripetuto, e c' stata al contrario una tenerezza, una calma sospesa fuori dallo spazio e dal tempo.
Quasi si trattasse di isolare il nostro amore, di imprigionarlo sotto vuoto e di ricordarcelo cos, salvo,
per tempi migliori.
La casa luminosa e ben disposta. Un ingresso, una cucina, due grandi camere, e i doppi servizi, con
una bella cabina-doccia. Siamo all'ultimo piano: intorno corre un grande balcone che d sul verde della
montagna, dietro, e sulle case e la costa lontana, verso Minturno. Sotto c' la ferrovia, e dall'altra parte
dei binari la stazione di Formia. Il capostazione pare che abiti sul nostro stesso piano: il suo
appartamento d sulla ferrovia, e verso il mare. Oggi sono solo. Guagliardo partito ieri, se n' tornato
in Veneto con la bozza della nuova Direzione Strategica; Moretti per i fatti suoi, chiss dove, e
Giovanni Senzani, mio cognato ha sposato mia sorella Anna nel '70 con tutta probabilit a Roma.
La settimana scorsa abbiamo lavorato sodo per cucire e amalgamare i vari contributi che hanno formato
la bozza dell'opuscolo: questa ora girer presso tutte le colonne, e infine diventer definitiva, con le
modifiche del caso, quando ci sar la prossima riunione. Pi o meno, dovrebbe essere la fine del mese.
andato tutto liscio, non ci sono state grosse divergenze. Il pi difficile stato Guagliardo. Pretendeva che
non si tenessero in alcun conto i documenti prodotti dai compagni del nucleo storico, cominciando da
soggettivismo e militarismo per finire con un grosso fascicolo, il cosiddetto documentone, frutto dei
seminari organizzati negli anni passati all'Asinara. Questo documentone ha gi un titolo, L'ape e il
comunista, e pare che i compagni se lo vogliano far stampare, in ogni caso, per conto loro. Riesco
appena a sfogliarlo: la scrittura del tipo truculento-ampolloso che gi conosco, e non mi piace affatto.
Moretti legge l'introduzione, e va in bestia quando trova vistose concessioni alla moda gi stanta del
linguaggio desiderante:
Guardate! I sogni... il comunismo diventa un sogno! Facciamo la lotta armata perch abbiamo voglia
di sognare! Si sono rincoglioniti anche loro.
Ho purtroppo una mentalit bassa, prosaica. Dovessi eccedere, lo farei nel senso opposto: ho in uggia
Radio Alice e i linguaggi trasversali, e sono dunque istintivamente d'accordo con lui. E poi, vero che
quel documentone mescola un pedestre e plumbeo determinismo stalinista con improvvise ventate di
irrazionalismo esistenziale, di anarchia desiderante. Il piano quinquennale e lo sballo. Il risultato
ridicolo e lo stile ne specchio fedele. O meglio, la mancanza di ogni stile: stile di pensiero, voglio dire.
Non che noi fuori riusciamo a fare molto meglio, per la verit. Il linguaggio e gli schemi mentali che
riusciamo a utilizzare sono scarsi e rigidi. Sono quello che sono, e li sappiamo a memoria. Il massimo
che si pu pensare di fare, tagliar via alle estremit, ridurre le note stridule e i rantoli pi cupi, e
mimare il pi possibile un tono medio, ragionativo e credibile. Ma impossibile, naturalmente. Quello
che facciamo resta abbastanza incredibile per essere ragionevole e la retorica brigatista, per quanto la si
depuri, non pu che rimanere essenzialmente tale: una retorica, appunto. Su questo nodo mi arrovello,
senza risultati. E dunque accetto di subire la retorica come un male necessario. D'altra parte, mi basta che
ci siano le cose che mi stanno a cuore, non importa in quale forma.
Credo anch'io al discorso sull'autonomia che Moretti ripete spesso. Mi pare che sia la chiave di tutto
e sopravvaluto, come molti, il peso politico di un fenomeno che invece ne avr, a conti fatti, pochissimo,
quasi niente il fenomeno e la sua nozione astratta, ipostatizzata, l'autonomia possibile. Ed curioso,
quasi una vendetta della storia, che proprio l'autonomia ci dar torto e finir di rovinarci, noi brigatisti:
ma un'altra autonomia, imprevista, che sbaraglier le nostre diagnosi apocalittiche e mander a vuoto le
attese di imminenti sconvolgimenti. Sar l'autonomia della gente che lavora e s'arrangia e addirittura
arricchisce, e quella della tecnologia, e quella del sommerso, per dirla con i giornali... l'autonomia
insomma di tutte le infinite cose che sono, prima di tutto, autonome da noi e con le quali non riusciamo ad
aver niente a che fare, a dispetto di tutte le nostre analisi. Mi capiter di pensare, in seguito, che noi
brigatisti ci siamo comportati come quel lupo che aveva sentito la mamma minacciare il bimbo che
frignava: Stai buono, senn ti d al lupo!, e s'era dunque messo ad aspettare sotto la finestra che gli
buttasse davvero il bimbo. Sembrava anche a noi che ci fossero in giro grandi rivendicazioni di
autonomia pronte a esplodere e, travisando tutto, stavamo scioccamente aspettandone i frutti, come se
proprio a noi avesse dovuto venirne qualcosa. Invece, era tutta un'altra faccenda. Non esistevano due
societ, e noi non rappresentavamo le esigenze di potere della seconda societ, come qualcuno tra noi
credeva. C'era una societ sola e chi era fuori e contro non partecipava di nessun'altra. Era fuori e contro,
e basta. E avrebbe perso. E se in un futuro pi o meno lontano tutto dovesse andare in malora per tutti,
beh! in quel caso sar un altro discorso, completamente diverso.
Il documento che abbiamo messo insieme, la DS 80, dipinge appunto questo nostro immaginarci l,
sotto ogni finestra, nelle fabbriche, nelle carceri, nei quartieri. Siamo dappertutto e come il lupo
aspettiamo a bocca aperta: tocca a noi, arrivata la nostra congiuntura. E a molti promettiamo di
prenderci cura di loro: a questo fine elaboreremo al pi presto i programmi immediati pi adatti.
Guagliardo l'unico perplesso. Ha un'idea molto difensiva, molto arroccata delle Brigate Rosse.
Osteggia queste aperture, queste attese. Le giudica pericolose, e ipotizza invece una lunga ermetica
sopravvivenza. Gli diamo tutti addosso, e sar invece profeta migliore di ogni altro: non a caso in questi
anni, mi sto accorgendo, stato lui l'ideologo dell'organizzazione, nei limiti strettissimi in cui un simile
ruolo pensabile. Ma non si contrappone mai. Non direttamente, almeno. sempre subdolo, cauteloso, e
se vuole andare da una parte si pu stare certi che per arrivarci prender ogni altra direzione possibile.
Stiamo mangiando, nella cucina dell'appartamento di Formia: io, lui, Moretti e Giovanni. Con fare
casuale tira fuori di tasca due o tre foglietti ripiegati, scritti fittamente a mano. Sospira e alza gli occhi al
cielo:
Guardate qui che guaio. C' un compagno veneto che non d'accordo con il documento, per lui
movimentista, che ne so... cos ha scritto queste paginette. Sono cazzate, ma che ci possiamo fare?
Purtroppo dobbiamo perdere del tempo, e discuterne.
Moretti interviene deciso:
Ma sono cazzate s o no?.
S....
Allora ci fidiamo di te.
Allunga le mani, prende i foglietti e li strappa, e butta i frammenti di carta dietro di s, nel sacchetto
delle immondizie. Non aggiunge altro. Giovanni sogghigna, curvo sul piatto. Guagliardo incassa senza
fiatare. Gli andata male, ma sorride, ora, ed elogia la bont dei pomodori e la freschezza della
mozzarella. E cambia discorso, con soave perfidia.
Non ci crederete, ma sapeste quanti compagni rischiano di farsi arrestare e di far arrestare gli altri
per voler mantenere a tutti i costi i loro rapporti con la famiglia, o con le loro donne... tua moglie e tuo
figlio si rivolge a Moretti non li hai pi visti, no? in tanti anni. Ma quanti credi che siano capaci di fare
lo stesso? Lo sai che in Veneto abbiamo dovuto sospenderne due o tre, per queste storie? Con noi
facevano fnta di aver tagliato, e invece continuavano a vedersi di nascosto. Anche a Roma, lo
sappiamo... Vi rendete conto? Roba da farci prendere tutti, senza neanche sapere il perch.
Io e Giovanni ci guardiamo. Questa per noi. Il mese d'agosto l'ho passato in Calabria, con Isabella,
in un posto vicino a Soverato, insieme all'avvocato Cavaliere e alla sua famiglia. Guagliardo non lo sa, e
non lo sanno nemmeno gli altri. Ho detto che sarei andato in Sicilia, in casa di un amico fidato, ma non mi
ha creduto, e sospetta la verit. Di sicuro la sospetta anche Moretti, ma fa fnta di niente e, date le
circostanze, gli va bene cos. Quanto a Giovanni, ho capito che in passato ha avuto scontri duri su questo,
visto che anche lui deve essere stato per parecchio tempo, come me, una strana specie di
semiclandestino.
Sono dei pazzi incoscienti, degli irresponsabili che non hanno ancora capito cosa vuol dire far parte
di un'organizzazione come la nostra.
Rincara la dose, non molla. Cerco di deviare il discorso.
Allora non si dovrebbero aver rapporti con nessuno che non faccia parte dell'organizzazione, con
nessuna persona normale? E i clandestini dovrebbero fare coppia solo tra loro?.
Certo! Questo sarebbe l'ideale... e poi, noi siamo diversi dagli altri, e solo tra noi possiamo capirci
davvero. Io non ci troverei nessun gusto, ormai, ad andare con una ragazza che non sia dei nostri. Mi
sembrerebbe per forza una persona mediocre, stupida... noi non ce ne potremmo accontentare, vero?
Forse non del tutto giusto, ma un po' per volta diventa inevitabile. Vedrete, vedrete anche voi se non
cos.
Ce la vuol far pagare, per poco prima. Anche a Moretti. un maledetto serpente. Ma proprio Moretti
ci aiuta:
A proposito. Hai fatto la telefonata?.
No, non ancora... domattina, senz'altro.
Cristo! Cosa aspetti? Tra dieci giorni ci dobbiamo riunire... .
Non fa fnta, arrabbiato davvero. Guagliardo borbotta qualcosa sui gettoni che non riuscito a
trovare.
I gettoni, figurarsi! che sei un imbranato, per te troppo diffcile fare un'interurbana. Ecco cos'!.
Si calma e si rivolge a noi due, ancora stizzito ma senza malevolenza, e prende via via gusto a quello
che dice, e ci fa ridere tutti:
Questo qua e indica Guagliardo non per niente nato in Tunisia: un beduino. Odia come non si
pu odiare di pi la civilt, le macchine, la citt, le fabbriche, i tram, i telefoni, le scale mobili, gli
orologi, le pentole a pressione... odia tutto l'universo civilizzato, lo fa star male, vorrebbe vederlo a
pezzi. un beduino, il suo ideale sarebbe quello di stare tutto il giorno a dormire sotto una palma, e pi
in l la donna e il mulo magari lavorano la terra, ma poca... fa il brigatista per questo! Per tornare a
dormire sotto le palme, con le mosche che gli volano intorno.
Rido, ma un ritratto perfetto. Mi sono gi accorto che la grande citt gli d un'angoscia insuperabile,
non la tollera proprio. In casa, non apre neppure le persiane, si butta in mutande sul letto sfatto e fuma.
Fuma e parla con un ironico e lento birignao, e fuma ancora e insegue i suoi sottili e tortuosi ragionamenti
che coprono le strane indecifrabili cose che ha in mente, il suo lontano invisibile pigro obiettivo di arabo
in esilio nel mondo moderno.
Nell'appartamento di Formia ora sono solo. La settimana scorsa c' stata la riunione della Direzione
Strategica a Santa Marinella, verso Civitavecchia, in una villetta sul mare simile a quella di Tor San
Lorenzo. Ma la costa, attorno, pi decente. Non ci sono state questioni, tutto andato liscio. Giovanni
ha avuto l'incarico di formare e dirigere il Fronte Carceri. Guagliardo si incaponito per un pomeriggio
intero su un passo che riguardava le fabbriche. Voleva a tutti i costi che fosse tolto un esempio preso
dall'Alfa Romeo, forse perch citare direttamente l'Alfa avrebbe significato un implicito riconoscimento
ai milanesi e al tipo di attivit che svolgono in fabbrica. I quali stavolta hanno mandato solo il pi
rognoso dei tre, Vittorio Alfieri, che sembra fare pi da osservatore che da partecipante. C'erano anche
due napoletani, nuovi. Uno dei due, alto e con una faccia molto simpatica, ha fatto un'interminabile
relazione sulla sua citt, partendo dal colera e dalla guerra delle cozze, prima avvisaglia di un generale
attacco imperialistico al proletariato napoletano. Qualcuno si addormentato. Da Genova Lo Bianco
arrivato solo. L'ho visto confabulare pi volte con Moretti. E Moretti, a riunione quasi finita, in una
pausa, mi si avvicinato e mi ha detto, sottovoce:
A Genova hanno fatto degli arresti. La cosa grave. Non ne siamo ancora sicuri, ma sembra che il
responsabile del logistico, Federico, stia parlando. Ci sono alcune cose che non si spiegano altrimenti.
Anche per questo, finita la riunione, mentre ognuno andato per le proprie destinazioni, io sono
tornato qui. Di ripartirmene anche per poco per Genova non se ne parla nemmeno, naturalmente. C' la
confusa percezione che anche altri stiano parlando: forse persino Angela, la ragazza che era con noi in
luglio. Non ho nulla da fare, se non andare ogni tanto al mercato a comperarmi un bel pesce fresco. Il
pescivendolo ormai mi conosce, e mi fa grandi feste. Ho ripreso in mano Dante: devo scrivere
un'introduzione al Convivio un vecchio contratto. Con me ho un volumetto gi appartenuto a mio
padre, con le sue note nei margini. Due volte prendo il treno, la mattina presto, e vado a Napoli, nella
biblioteca della Facolt di Lettere, per raccogliere almeno un po' di materiale e per ricavare le citazioni
da un testo corretto. Vedo l un professore che avevo conosciuto tanti anni fa, durante un congresso
leopardiano, a Recanati. Non mi riconosce n io desidero che lo faccia, e me ne sto defilato, in fondo alla
sala di lettura. buffa e triste, questa cosa di studiare Dante clandestinamente. La sera me ne torno a
Formia. Moretti si fa vedere ogni tanto, di passaggio. Aspetto di sapere da lui quale sar la mia
destinazione, e intanto non gli dico nulla della mia attivit. Forse per evitare rimproveri e accuse
d'imprudenza, o forse perch mi direbbe, semplicemente, che mi aggrappo a un'illusione, e che non sono
capace, in realt, di farla finita con il mondo che ho abbandonato e che non mi appartiene pi.
L'Esecutivo ha deciso: vado a Milano. Me lo comunica proprio Moretti, che non mi spiega, per, per
quali vie siano arrivati a questa scelta, che mi stupisce. Nell'occasione, mi consegna la pistola che d'ora
in poi dovrei sempre portare con me, come fa ogni clandestino: la piccola automatica che per tutta
l'estate ha portato lui, una Mauser 7,65.
Non ho alcuna istruzione particolare. Devo solo cercare di ricucire i rapporti con quelli della Walter
Alasia, e di convincerli a non rompere con l'organizzazione: nell'immediato, importante impedire che
la frattura, che gi esiste di fatto, diventi ufficiale e definitiva. Arrivo in citt intorno alla met di ottobre.
Ho gi trovato casa in centro, presso due candidi coniugi di mezza et che mi credono ingiustamente
perseguitato, e che sono per il momento disposti a ospitarmi senza fare tante domande. Gli incontri con i
milanesi sono subito diffcili, marcati da insuperabili ostilit: non so come trovarli, sono loro che
stabiliscono gli appuntamenti, di volta in volta, e mi fanno capire che non hanno affatto voglia di vedermi.
Dovrebbe aiutarmi Guagliardo, che va e viene in giornata dal Veneto presumo ma lui ancora meno
gradito di me. A tratti affiora il disprezzo, l'insulto: saremmo gli ispettori, i tirapiedi di Moretti, da
Milano meglio che ce ne andiamo. Di fronte abbiamo ancora Alfieri e la ragazza che ho gi visto a Tor
San Lorenzo, Pasqua Aurora Betti, e uno nuovo, giovane e pallido, con la faccia piena di punti neri,
Giorgio Adamoli nulla a che fare con l'Adamoli genovese, anche se sui giornali si sono spesso fatte
grandi confusioni. E proprio Adamoli sembra sia incaricato di incontrarmi ogni tanto, e di tenermi a
distanza, mentre io in modo ossessivo e alla fin fine patetico insisto per entrare in qualche modo nella
vita della colonna. Mi andrebbe bene qualsiasi cosa, pur di cominciare a farne parte. Ma le poche
illusioni che posso ancora avere svaniscono presto. Io e Guagliardo e tutti gli altri delle Brigate Rosse
siamo ormai considerati altra cosa da loro, e si rivela soprattutto sbagliata la nostra ipotesi, secondo la
quale oltre i dirigenti della colonna milanese ci sarebbe una base poco informata sui motivi della
rottura e forse sulla rottura medesima che vorrebbe continuare a riconoscersi nelle Brigate Rosse.
falsissimo. La colonna irraggiungibile e compatta. La mia esperienza milanese conosce cos una
divaricazione progressiva. Da una parte sono solo ed emarginato, e divento una sorta di ambasciatore che
nessuno vuole ricevere; dall'altra mi lascio catturare dalla citt, mi immedesimo in essa. Mi innamoro di
Milano.
Il 12 novembre i brigatisti dell'Alasia uccidono l'ingegner Briano, della Magneti Marelli. Io e
Guagliardo abbiamo un appuntamento con loro, pochi giorni dopo, all'incrocio tra via Tibaldi e via
Meda. Siamo entrambi in anticipo, riusciamo a scambiare qualche opinione, e capisco che neppure lui sa
che fare. Sospettiamo addirittura che, dopo quello che successo, all'appuntamento non si presenti
nessuno.
sprezzante, liquidatorio:
Hanno voluto partire a tutti i costi prima di noi, con una campagna sulle fabbriche... sono convinti
che noi non siamo in grado di far niente, di essere ormai loro l'organizzazione... hanno voluto batterci sul
tempo, per rompere da una posizione di forza: usano i morti cos, per i loro giochi. Sono dei maiali, dei
farabutti!.
Ma arrivano a sorpresa Alfieri e la Betti. Ci portano in silenzio gi per via Meda, oltre il viadotto
della ferrovia, e poi in una viuzza interna. A caso entriamo in una trattoria semivuota: ordiniamo tutti
bistecca e insalata. difficile aprire bocca. Comincia Guagliardo, piano, con cautela. Insinua che non
capisce le ragioni dell'azione, non ci sono lotte in corso alla Marelli... ma poi, quell'ingegnere, che ruolo,
che responsabilit aveva? Su questo terreno non ci vogliono scendere. Ci guardano sfrontati, e ci buttano
in faccia che ce l'avevano ben detto, che sarebbero andati avanti con i loro programmi, per conto loro.
Quale sia la razionalit intrinseca, la necessit del loro gesto, non lo vogliono dire. Va bene, sospira
Guagliardo, ma se considerano che una cosa cos grave come un omicidio resta una questione tutta
privata, interna alla colonna, e non qualcosa che investe la responsabilit dell'intera organizzazione,
allora non resta che l'espulsione. Lo dice con il suo solito tono delicato e cavilloso, ma alla parola
espulsione Alfieri impallidisce e reagisce con violenza. La ragazza scoppia in singhiozzi. incredibile,
non ci capisco pi nulla. Come potevano pensare che sarebbe andata diversamente? Non m'aspettavo una
reazione simile: la quale ed il colmo sembra proprio sincera! Chiss cosa gli passa per la testa, a
quei due... nelle lacrime della Betti c' impotenza e dispetto, ma anche autocompiacimento, esaltazione.
Recita la parte dell'eroina infelice, e questo mi disturba. Guagliardo continua a parlare. Guardatevi bene
dice dal firmare quello che avete fatto con il nome delle Brigate Rosse, ma forse inutile
ricordarvelo, non ne avete alcuna intenzione, vero? Ha colto il momento giusto per spostare la questione:
non sembra che sia pi in gioco l'espulsione, ora, ma la firma. C' uno spiraglio. Non rivendicate,
aspettate, prendiamo un po' di tempo prima di rompere... Sembrano d'accordo sull'aspettare, per il
momento non rivendicheranno niente e un omicidio non rivendicato non esiste proprio, come non
fosse morto nessuno. La politica, qualsiasi politica, tutto: la realt non ne che una occasionale
emanazione. Usciamo dalla trattoria e ci lasciamo fissando un nuovo appuntamento, dopo cinque o sei
giorni. Evidentemente Guagliardo non ha alcun mandato dall'Esecutivo, e deve prendere tempo anche lui.
tutta una storia allucinante, con quel morto ignaro sullo sfondo e noi che ci azzuffiamo su faccende di
copyright, quasi che ci fosse ancora spazio per simili manovre. Ma poi, con tutto il cinismo possibile, su
che base potremmo mai metterci d'accordo? Lo chiedo a Guagliardo, appena siamo soli, e lui divaga. Sa
che i giorni in pi non risolveranno niente e i milanesi, se potesse, li ammazzerebbe addirittura, ma ama
rispettare i tempi dell'inevitabile, lasciare che le cose si compiano. A lui basta tenersi il suo odio, e
passare la patata bollente. Non alzer un dito e la frattura ci sar perch, su questo, i milanesi sono i suoi
migliori alleati, e perch ormai proprio lui l'ha messa all'ordine del giorno, e ne ha fatto l'unica vera
questione in ballo. Io non ho alcun margine di manovra, e non si capisce bene, a questo punto, cosa ci stia
a fare.
L'appuntamento successivo non porta novit. Sento che Guagliardo dice:
Avremmo anche pensato di rivendicare noi direttamente l'azione, ma non proprio possibile. Non
siamo d'accordo, e non ne sappiamo niente....
I due milanesi fanno fnta di prenderlo sul serio, e si mostrano pi concilianti nei miei riguardi:
stanno pensando in che modo farmi partecipare alla discussione che c' nella colonna, e come mettermi in
contatto con qualcuno, affinch anch'io possa fare qualcosa... Qualcuno. Qualcosa. tutto vago, e bisogna
aspettare ancora. Ci prendiamo un'altra settimana di tempo. L'appuntamento stavolta sar in fondo alla
Ripamonti, dove c' il capolinea del tram, sotto i portici di un gran casamento nuovo. La mattina del 28
novembre, sedici giorni dopo l'omicidio dell'ingegner Briano, il direttore tecnico della Falck Manfredo
Mazzanti viene ucciso: sulla metropolitana, in mezzo alla gente, con un colpo di pistola alla testa. Vado a
prendere Guagliardo in stazione, due giorni dopo: eravamo d'accordo cos, per avere il tempo di
discutere tra noi.
Arriva, alto, un po' curvo, con la sua elegante figura da intellettuale. impenetrabile, ma io me
l'immagino sotto sotto soddisfatto della piega che hanno preso le cose. chiaro che non c' pi niente da
fare. Me lo dice subito, infatti:
I compagni sono furibondi, dicono che abbiamo avuto anche troppa pazienza, che finora ci siamo
fatti menare per il naso. Ora basta. Siamo noi che li cacciamo.
Ma non viene con me:
Ci vediamo fra due ore qui, al bar. Digli che non li vogliamo pi vedere, che l'Esecutivo li ha
espulsi dalle Brigate Rosse. E basta. Non dire niente di pi.
Non potrei dire molto di pi in ogni caso: due ore sono poche, per andare e venire. Piove e tira vento.
Il tram freddo e umido, e oltre i vetri appannati non si vede nulla. Scendo al capolinea e attraverso la
strada, cercando di evitare le pozzanghere. Come alzo la testa me lo vedo davanti, Giorgio Adamoli.
solo: hanno fatto come Guagliardo, si sono fatti rappresentare. Anche lui avr poco da riferire. Ci
guardiamo un attimo in silenzio. Attacco io, e gli dico quanto devo con il minimo possibile di parole.
Faccio anche l'atto di andarmene, ma resto l, invece, a sentir lui. Reagisce violentemente, come avevano
fatto la prima volta i suoi compagni, ma non altrettanto efficace: siamo noi due soli, eppure parla come
se un'invisibile platea o una corte di giurati ci ascoltasse, e lui dovesse convincerla delle sue ragioni.
Tenta delle accuse, esalta l'unit tra i rivoluzionari, ci richiama alle nostre responsabilit, e io intanto mi
accorgo che sono ancora nella strada, sotto la pioggia, con il vento che mi rovescia l'ombrello e le
automobili che mi inzaccherano, mentre lui pi in alto, sull'orlo del marciapiede, al limite del porticato.
Gesticola, e in nome dell'unit e della solidariet sta chiedendo delle cose, le pretende:
Ci servono settanta chili di esplosivo, dovete darceli voi... per liberare dei compagni!.
Questo troppo, e non ne posso pi, di sentirlo. Lo insulto anch'io, e allora fa un gesto con la destra,
la porta alla cintura, in basso, appena sotto l'orlo del giaccone, e grida:
Fra poco qui fischiano le pallottole!.
Proprio cos. Fra poco qui fischiano le pallottole. cos mal detto che mi viene da ridere, ma sono
anche disgustato da questi dialoghi nei quali quasi tutto quello che si dice fnto una recita d'infima
categoria. Gli rispondo che se fischiano le pallottole giusto il tempo che io me ne vada, di corsa, e che
mi auguro di non vedere mai pi lui e gli altri sciacalli come lui s, sciacalli, perch sono sicuro che
tutto il loro atteggiamento, e persino i due che hanno ammazzato, si spieghi con il fatto che essi credono
che le Brigate Rosse siano finite, impotenti. Credono di poter gi venderne la pelle, e questo mi riempie
di rabbia, e mi scopro fanatico.
Guagliardo tornato a Milano qualche giorno pi tardi. Porta con s un breve comunicato, con il
quale le Brigate Rosse rendono pubblica la frattura con la Walter Alasia e rifiutano ogni responsabilit
nei due omicidi. Ne telefono il testo io stesso a La Repubblica, da una cabina in Porta Ludovica, vicina
al bar Gattullo:
Costoro hanno messo in atto contro l'Organizzazione una inaudita provocazione, appropriandosi della
sigla delle BR come di un marchio di fabbrica per fare alcune azioni decise e compiute autonomamente.
Il fatto che costoro, pur essendo su una linea politica diversa e pur trovandosi in schiacciante minoranza,
non abbiano dato vita a una nuova organizzazione, ma abbiano scelto la strada della mistificazione...
La stessa mattina lascio questo testo, insieme all'opuscolo della DS 80, in un cestino dei rifiuti, in via
della Spiga, e avverto qualche altro giornale.
La tragedia va insieme alla commedia, le risse si mescolano ai pettegolezzi. Le voci girano, e
ingigantiscono... A forza di insistere, un giorno Alfieri mi ha detto:
Vuoi davvero discutere con i nostri militanti? Va bene, ti faremo conoscere un operaio.
Mi portano in un bar, in periferia, lui e Adamoli. Dentro, in un angolo, c' la Betti, con un tipo grande
e grosso che sembra mi voglia schiacciare. Mi scortano sino a lui, gli si siedono attorno, in cerchio, e io
gli resto di fronte. Mi siedo. Alfieri, con tono bellicoso, dice:
Ecco. Ci puoi discutere. Abbiamo mezzora di tempo.
Li guardo, mi sembrano matti. Mi scappa detto: Discutere di che? in questo modo? un'assurdit...
cos'? Vi siete degnati di portare il bambino allo zoo, a vedere le scimmie?. Adamoli balza dalla sedia
paonazzo: Gli operai sono scimmie, per te! Ti ha sentito! Ti ha sentito....
Gli altri fanno eco, c' un po' di confusione. Pi che una scimmia, ho paura che l'operaio mi diventi un
orco. Ci insultiamo come al solito, in maniere faticose e contorte. Quando me ne vado, la mezz'ora non
ancora passata. Questa stata l'unica occhiata che ho gettato sulla colonna milanese, oltre il filtro dei
capi, e non stato un successo. Da allora, girata la voce che per me gli operai erano delle scimmie. Ma
non solo per me: anche per quelli che io rappresentavo, per le Brigate Rosse in genere. Devo dire,
purtroppo, che questo era lo stile dell'Alasia, e io un po' per ingenuit e un po' per dispetto continuavo
a fornire materiali per chiacchiere di questo tipo. Allora riuscivo solo a immaginarlo. Poi, negli anni,
sono venute fuori tutte, sino a costituire il piccolo dossier dei miei sfortunati rapporti con la colonna
milanese.
Una sera ho visto rapidamente Adamoli. Aveva un basco blu, in testa. Mi ha fatto un lungo racconto,
sull'amico del cugino di un altro amico, che era riuscito a procurarglielo per tremila lire. Poi ha guardato
il mio cappello, e mi ha chiesto:
nuovo? Quanto costa?.
Gi detestavo cordialmente il poverismo di tutti loro, che manifestavano con insopportabili vezzi,
come questo del basco. Io avevo un cappello nuovo, un feltro marrone. D'istinto, per puro sfregio, ho
raddoppiato il prezzo: Duecentomila lire.
Non ha detto nulla. Ma quel cappello diventato mitico, nell'ambiente, e il suo prezzo continuato a
crescere, a crescere... curioso il modo in cui l'ho scoperto. Sono stato interrogato, molto tempo dopo,
dal giudice istruttore di Milano dottor Lombardi. Ha scorso il fascicolo che aveva davanti e tutto serio ha
detto:
Allora, lei andava in giro con un cappello carissimo.... L'ho guardato sbalordito. Ha aggiunto,
cortesemente: Abbiamo molte testimonianze su questo cappello, sa? E poi, vero che lei frequentava
abitualmente le sale da t di San Babila?.
Le sale da t! Anche l, erano in tanti a inchiodarmi. Da dove veniva questa storia? In fondo, i miei
incontri non erano stati molti, e mi sto accorgendo che, in un modo o nell'altro, stanno venendo fuori tutti.
successo, certamente, un giorno in cui ho mangiato con Alfieri e la Betti in una trattoria, forse anch'essa
nella parte finale di via Ripamonti. Avevamo speso pochissimo, avevamo mangiato male, e per strada
puzzavamo di frittura, di fogna e di chiss che altro, in maniera rivoltante. Timidamente, questa volta, e
cercando di non urtare la loro suscettibilit poveristica, ho spiegato che avevo trovato una maniera per
risparmiare: invece di fare un pranzo in trattoria e rovinarmi lo stomaco, preferivo un t e una fetta di
dolce. Stavo meglio e, sottolineavo ancora, risparmiavo... Ma non mi avevano creduto, evidentemente:
avevo fallito anche in questo. E le parole del giudice non hanno fatto che mettermi sull'avviso: in seguito
ho conosciuto almeno quattro o cinque persone, in carcere, per le quali io ero quello del cappello, o delle
sale da t. Una piccola coda polemica, e un riconoscimento. S'intende che sono sempre pi convinto che
quel poverismo, cio quella ostentazione greve e moralistica di povert che caratterizzava l'Alasia
almeno, quella che ho conosciuto io non solo fosse una forma velleitaria, tutta ideologica, ma che fosse
addirittura controproducente. Lo ispirava la sincera volont di andare verso il popolo secondo i canoni
della vecchia precettistica emme-elle, ma non ci andava affatto. Credo che il popolo, a cominciare da
quella classe operaia che anch'essi inseguivano, non volesse pi averci a che fare, n mai avrebbe potuto
considerarlo un valore. Il comunismo della miseria non allettava nessuno. E dunque marciva su di s,
inutilmente, e io, a dispetto di tanti pettegolezzi, non ero tale idolo polemico che lo potesse rianimare.
Telefono spesso a Isabella. Vado in Galleria, alla Sip, nella calca della prima sera, insieme agli
immigrati che chiamano la famiglia. A Bari, a Reggio Calabria, a Catania. Faccio la fila con loro, per i
gettoni, e ne ascolto le frasi rudimentali, gridate. Sempre le stesse Concetta sta bene? e la mamma?
Baci a Filippo... Riappendono poi il microfono, e sulla porta si fermano un attimo, e si aggiustano il
cappotto e la sciarpa e si guardano ancora una volta attorno, prima di staccarsi da riva e abbandonare il
caldo isolotto pieno di fumo e di gente e di voci, per buttarsi nel buio della citt, verso le camere d'afftto
e le pensioni, l in fondo, oltre il livido acquario della Galleria. Anch'io faccio lo stesso. Non ho fretta,
non mi spiace fare la coda. Chiamo e dico poche frasi, sempre le stesse come stai? cosa ha detto il
medico? ci sei stata? S... ti amo... richiamo fra cinque giorni, alla stessa ora. Indugio prima di uscire, e
mi stacco con sforzo, come tutti, dall'isolotto la piccola piattaforma spaziale che gira attorno alla terra
lontana. A volte la telefonata cambia, di poco, ed persino peggiore.
Enrico... ho sentito ieri di Pezzoli.
S.
Ma tu... tu te lo ricordi, a Marassi, al processo?.
S, certo.
Stava sempre zitto. Serio. Sembrava un buono....
Non sapevo niente di lui, non l'avevo pi visto... stata una sorpresa anche per me. Non me
l'immaginavo.
L'hanno ammazzato.
Lui e l'altro, appena fuori dal ristorante....
...fuori dal ristorante, s... Enrico, ho paura.
Anch'io. Ma sta tranquilla, sono al sicuro... pensa a te, invece. Non mi hai detto come stai. Tutto
bene?.
S... il dottore dice che va tutto bene.
Il vicino alza la voce. Per farsi sentire fin gi nel sud, urla. Anche lui chiede e il dottore? che dice
il dottore? la fa ricoverare? quando? S, verr gi la prossima settimana... appena posso, s, s. Non
voglio parlare di Walter Pezzoli, il ragazzo che aveva firmato con me e Isabella il documento letto al
processo di Genova, il maggio scorso. Quanto aveva? Vent'anni? Non lo so. E l'altro che i carabinieri
hanno ucciso con lui, Serafini? Ne ho gi sentito il nome, ma niente di pi. Di sera, all'uscita di una
trattoria dalle parti di viale Certosa, in questa stessa Milano in cui sono io... Non riesco a capire se
Isabella piange, dall'altra parte. La voce remota, e ora tutti parlano pi forte, e le voci si
sovrappongono e si mescolano in un'aggrovigliata Babele di dottori e mamme e mogli e sorelle e cugini
tutti sordi, malati, lontani, impegnati in strane faccende. Chiudo gli occhi, e mi sforzo.
E il pancione, come va?.
sempre pi grosso, e sentissi come si muove... Enrico!
S ... ti sento .
Fra poco Natale.
S.
Oh... no, non possibile.
Non credo, no....
Davvero ti ricordi bene di Pezzoli? Da ieri ce l'ho davanti agli occhi. Non ho dormito, stanotte....
una vita di merda, su questo non c' dubbio. E anche la morte, cos, su un marciapiede, tra le
macchine, alle dieci di sera. D'improvviso, nel buio. Quando esco mi stringo nel cappotto, contro il
freddo pungente della notte milanese. Nei bar c' poca gente. Nelle vetrine illuminate, dietro le grate,
fioriscono le prime stagnole, e festoni di carta e stelline e batuffoli di cotone: Buon Natale, Buone Feste.
Cammino piano e mi guardo attorno. A tratti abbasso gli occhi sul selciato, guardo i miei passi. Vedo
insetti e foglie imprigionati cos, in un blocco di vetro. L'attesa assurda, definitiva: Achille non
raggiunger mai la tartaruga. Un'automobile rallenta lungo il bordo dell'aiuola spartitraffico, e
faticosamente s'arrampica sul gradino di cemento. Il motore trema ancora un istante, i fari si spengono,
un'ombra armeggia attorno alle portiere. Un tonfo, e sparisce in fretta. Non pu succedere nulla, ed gi
successo tutto. Da lontano, dietro la nera barriera delle case, arriva il suono di una sirena. Il pensiero
svolta di qua e di l, come una biscia tra i sassi, e sfiora appena dove fa male. Cammino, e percepisco
con intensit i volumi oscuri della notte, le macchie di luce, i rumori... il tempo. Tanti anni fa quanti?
ho visto un film. In un bosco, un pazzo ha assassinato una vecchia a colpi d'accetta. C' anche un lago, o
un fiume, tra gli alberi. Ha preso l'accetta, poi, e con tutta la sua forza l'ha scagliata in alto e la macchina
da presa ne segue il volo tra i rami, al rallentatore, tutta la parabola, su in alto, e poi gi, gi, sino al lento
lungo zampillo dell'acqua che l'accoglie. Un lento volo tra i rami del tempo e la lama ha perso il suo
sangue quanto tempo prima sgorgato dalle ferite? Oh tempo le tue piramidi... Mormoro queste parole
a mezza voce. forse un verso? Che vuol dire? Le ho lette da qualche parte e ora le ricordo. Il tempo
delle piramidi... le piramidi del tempo. Volumetriche immagini del vuoto. La strada corre diritta, con la
riga lucida dei binari del tram in mezzo. Qualche gruppo parla e ride, e subito la porta del ristorante ne
inghiotte le voci. Entro in un portone socchiuso e salgo per lustre scale di pietra, male illuminate. Dalle
porte filtrano fessure di luce e odori, e il suono delle televisioni accese.
Ieri sera sono morti Serafini e Pezzoli. Stasera il 12 dicembre rapiscono a Roma un magistrato
addetto alle carceri, Giovanni D'Urso. stato il Fronte carceri, di sicuro: cos, dopo pi di sei mesi di
sosta, le Brigate Rosse sono di nuovo in azione. Guagliardo ripassa velocemente da Milano, sembra
soddisfatto. Mi spiega che questa volta ce la metteremo tutta, per avere un pieno successo politico. Non
lo dice, ma il tono : gliela facciamo vedere noi a quelli dell'Alasia che ci davano per spacciati, come
si fa a fare la lotta armata. Ma senza di lui, in ogni caso: lo arrestano, infatti, dieci giorni dopo, a Torino,
in un bar, insieme a Nadia Ponti. A leggere le cronache non ci si mette molto a capire che un terzo, che
sarebbe miracolosamente riuscito a scappare all'irruzione, quello che ha portato sin li i poliziotti.
quasi Natale, e per un bel po' resto solo, a Milano, senza contatti. libero, finch quelli
dell'Esecutivo, che sanno dove sono, non troveranno il modo di rifarsi vivi. Guagliardo, ancora, mi aveva
detto:
Le feste le passeremo insieme, nell'appartamento di Jesolo dove sei gi stato per una notte.
E io ero rimasto raccapricciato all'idea. Non per lui e per Nadia, ma per la melanconia greve dei
freddi giorni lagunari che ci avrebbero atteso nel condominio deserto, nel miniappartamento dentro il
quale ci saremmo chiusi. Resto solo, invece, e allora continuo i miei giri solitari per le viuzze che stanno
tra Sant'Ambrogio e il centro, in piazzetta Borromeo e in via San Maurilio, e lungo i Navigli e a Porta
Genova e, dall'altra parte, in via Cerva e attorno al Conservatorio e oltre, nella quiete dei villini verso
viale Romagna e piazzale Susa. E leggo i giornali seduto a un tavolo del nobile vinaio Provera, in corso
Magenta, oppure nella gelateria Passerini, a un passo dalle parate gastronomiche di via Spadari e
Speronati, e visito con cura il Castello, e il Poldi Pezzoli, e le mostre in Palazzo Reale le ceramiche
del Rinascimento, e gli acquerelli di Turner in via Sant'Andrea, ed entro da Parini ora non c' pi per
chiedere il prezzo di un vino francese che ha in vetrina, e me ne esco imbarazzato, a mani vuote. Lorenza
ha tredici anni, ormai, e riesco a farla venire su con Lisa, la pi piccola, che ne ha nove. Le aspetto come
d'accordo alla stazione di Pavia, in una mattina freddissima. E sono l, in fondo al marciapiede,
imbacuccate, che si tengono per mano. Lorenza ha una piccola borsa a tracolla, con dei panini: Grazia, la
mamma, aveva messo in conto che non riuscissero a incontrarmi. Prendiamo la prima corriera per
Milano, e arriviamo a mezzogiorno al Castello. In terra c' un velo di ghiaccio e neve, ma il cielo s' fatto
limpido e mette allegria. Mangiamo in una stretta e obliqua traversa di corso Garibaldi, alla Vittoria, e
s'entusiasmano per la meringa con il cioccolato. Di solito vado invece l vicino, alla Libera, in via
Palermo, e prendo il dietone, piatto unico, e un gran bicchiere di birra rossa. Poco oltre, sull'altro
marciapiede, c' l'ingresso dello sferisterio dove si gioca alla pelota basca, e si scommette: ho sempre
avuto voglia di andarci ma, chiss perch, non l'ho mai fatto. Poi passeggiamo per il centro, e andiamo
alla Pinacoteca Ambrosiana, e ci commuoviamo tutti davanti al cesto di frutta di Caravaggio. Usciamo, e
le porto di corsa al cinema, in corso Buenos Aires, al Tiffany, a vedere i Blues Brothers. Io l'ho gi visto,
in prima visione, ma ancora una novit. Le riaccompagno al treno, alla Centrale, e ci accorgiamo che i
panini sono ancora l, dimenticati nella borsetta. Lorenza la apre, li guarda e mi guarda. Sta per salire in
carrozza, mentre Lisa mi abbraccia. Mi sorride, e ha due grossi lucciconi agli angoli degli occhi, e quei
lucciconi brillano ancora mentre agitano le mani e mi mandano baci dall'alto, dietro il vetro del
finestrino, mentre il treno si stacca pian piano e le riporta via.
Il treno porta via anche Isabella. Ci incontriamo tra Natale e Capodanno: ho scelto ancora Pavia, e ci
vado con mille attenzioni. Ma lei che deve stare attenta. Da tempo pedinata, notte e giorno, e ci
sembra impossibile che non se lo immaginino, che avremmo cercato di vederci. Diversamente
dall'incontro con Lorenza e Lisa, questa una grossa imprudenza, un caso da espulsione, se si risapesse.
Ma riesce a sviare tutti partendo qualche giorno prima, e facendo un lungo giro per amici e parenti. Ha i
capelli coperti da una larga sciarpa scura e indossa un giaccone imbottito che le copre anche la pancia:
alla fine del sesto mese, e non mi sembra che possa ingrossare pi di cos. C' una nebbia fine, un vapore
freddo che ci avvolge e ci accompagna mentre camminiamo lungo il fiume, e lo vediamo distendersi in
lunghe lingue bianche sull'acqua che corre cupa. A guardarla, d i brividi. Ci fermiamo un momento, dopo
il ponte coperto Rascel e il cappotto, tu forse non puoi ricordarlo, vero? non so pi neanch'io quando
l'ho visto... Oltre il parapetto corre il fiume, e di l, una fila di case basse lungo l'argine d'erba in bilico
tra l'acqua e la nebbia, una fila dolce e melanconica di case sul fiume, uno struggente orizzonte velato e
silenzioso, oltre il nero impeto dei vortici.
Guarda che bello!.
La stringo a me:
S, ma pensa a starci, che freddo, e che umido!.
Perch? L per esempio....
Segna col dito una casetta tra le altre, la indovino a fatica: una porta che si apre sul terrapieno, tra
ciuffi d'erba nera e una finestrella, e tre belle finestre sopra, e un comignolo dal quale pare che esca un
filo di fumo, bianco come la nebbia. Tu l ci staresti benissimo, uno studio pieno di libri, e il camino
acceso... ti ci vedo.
Ma tu?.
Beh, vero, mi verrebbe una melanconia, una depressione da morire... vuoi mettere un rustico in
riviera, tra gli ulivi? Magari adesso c' il sole. A me quest'umido e questa nebbia mi ammazzano, e la
pianura poi! Non la sopporto, non potrei mai viverci.
Ne parliamo un po' e le sciocchezze che diciamo ci intiepidiscono il cuore. Guardo ancora una volta
quella remota fila di vecchie case, perfetta, troppo perfetta. La trovo inquietante, adesso. Nasconde
un'oscura minaccia, un segreto sigillato dietro le finestre chiuse che galleggiano tra i vapori dell'inverno,
un miraggio basso e lungo sull'acqua... un urlo sul fiume, tra la nebbia, e un barcone che aspetta, vuoto, e
tutte le luci sono spente, non c' nessuno... ed sempre pi freddo. S' fatto tardi, ci sembra di non poter
sopportare gli addii in stazione. In realt non sopportiamo pi nulla. In piazza ci abbracciamo forte e in
fretta, e fuggiamo uno dall'altro con assurda ostinazione. Ho addosso una rabbia micidiale, e mi ci
aggrappo per non voltarmi indietro.
Il giorno 8 febbraio vado in centro come al solito, tutte le mattine, e in piazza della Scala, all'angolo
con la Galleria, compero il giornale di Genova, Il Secolo XIX. In cronaca, un trafiletto: dice che
Isabella Ravazzi, compagna del noto professore accusato di far parte delle Brigate Rosse, ha
prematuramente dato alla luce una bambina, Marianna. Madre e figlia stanno bene. Solo il giorno dopo
riesco a dire per telefono due parole strangolate.
Moretti che mi ripesca, in gennaio. Appena in tempo, sto per cambiare casa. Dopo l'intervista
all'Espresso venuto fuori il nome di Giovanni Senzani, con prepotenza, e in coda il mio. Vedo in
televisione lui, e sento la voce di mia sorella che Marrazzo tenta inutilmente di intervistare nella sua casa
di Firenze, e vedo anche me. I miei ospiti cominciano a capire: la barba non basta pi a coprirmi, e la
normalit delle mie giornate milanesi acquista di colpo un'aria sinistra. La signora piange e mi supplica
di andarmene: il marito fragile e malato di nervi, hanno paura e non sono neppure d'accordo, e poi... poi
ha visto proprio ieri sera una macchina sotto casa, con la ricetrasmittente sul cruscotto, e tanti poliziotti
in giro, in divisa e in borghese. Naturalmente non vero, ma faccio finta di crederle e la rassicuro. Me ne
andr al pi presto, un amico mi ha presentato alla sua ragazza che vive sola, in un appartamento di via
Verga, vicino a corso Vercelli. Con lei, passo per un rappresentante di libri.
Moretti sembra contento e pensa, come tanti, che il sequestro D'Urso sia stata una delle azioni pi
riuscite di tutta la storia delle Brigate Rosse, coronata dall'intervista sull'Espresso e dalla chiusura del
braccio di massima sicurezza dell'Asinara: la prima volta che un insieme cos vario di cose si compone
in un quadro unitario, e ci sembra che la lotta armata stia finalmente per conquistare una dimensione
politica. Mi dice che i reclutamenti stanno riprendendo, che il successo ha riacceso gli entusiasmi.
convinto che persino a Milano si riuscir a fare qualcosa, e vuole impegnarcisi lui stesso, riesumando
vecchi rapporti. Non possiamo capire quello che diventer chiaro solo pi tardi: che il sequestro D'Urso
insieme l'inizio e la fine della ripresa. In realt si svolto una specie di gioco delle parti: i detenuti che
hanno fatto da cassa di risonanza all'azione sono solo una piccola parte dei brigatisti prigionieri, e le
carceri speciali pi importanti Palmi, Nuoro, Cuneo, Novara non si sono mosse. Non parliamo poi
delle carceri normali: la loro ormai tutta un'altra storia, definitivamente perduta. La larga portata
sociale dell'azione dunque una finzione, un artificiale effetto a specchio che offre un falso riscontro al
tentativo di investire con la nostra azione interi strati di classe, come recita la teoria. Di pi, non ci
accorgiamo che anche i nuovi reclutamenti sono cosa vecchia. In quegli anni la parabola di tanti piccoli
gruppi era stata spesso assai veloce, ed erano arrivati al punto inevitabile della crisi con una capacit di
tenuta molto inferiore a quella delle Brigate Rosse. S che queste, pur nelle difficolt in cui si trovano,
appaiono ancora come un punto di riferimento. Non capiamo quello che sta succedendo: il fatto, cio, che
le potenzialit di crescita che vediamo attorno a noi, nel corso di questi mesi, sono in gran parte false,
perch sono costituite da una somma di spezzoni in riflusso che aggiungono la loro debolezza alla
debolezza dell'organizzazione pi forte. Ne discutiamo, certo, ma come se fossimo aggrappati mani e
piedi a una parete di roccia: riusciamo a vedere solo quello che abbiamo davanti al naso.
Passa due o tre volte, tra gennaio e febbraio, ma sparisce in fretta. Va in cerca, senza successo, di
qualcuno dell'Alasia, per la quale si illude di trovare la via. Continua a essere convinto che sia
possibile riconquistarla prendendola alle spalle. Non ottiene niente.
Le settimane passano. Questo non venire a capo di nulla comincia a essere disperante: siamo cotti al
punto giusto. Torna ancora a Milano, infatti, e mi dice:
Devi venire con me, ci aspetta Sara, in piazza Cinque Giornate, per presentarci un compagno di
Milano, uno che ha gi fatto qualcosa, credo, con un gruppetto suo... vogliono entrare con noi, chiss che
non sia la volta buona. gi stato in galera, e sono quelli dentro che ce lo mandano e garantiscono per
lui... e anche Sara, si capisce.
Andiamo subito, e sono gi l, per strada, davanti al Motta. Ci salutiamo rapidamente, e Sara lo lascia
a noi e se ne va via per conto suo. Il ragazzo Renato magro, biondo (forse tinto?), con la mascella
molto segnata, le labbra sottili e gli occhi chiari. Ha un'aria intelligente. Camminiamo per viale
Montenero ed entriamo in un bar. Stiamo molto sulle generali e vorremmo invece capire chi lui e cosa
fa, e con chi ha rapporti. In poche parole, ci interessa la fabbrica, gli operai. Lui per fa altrettanto. Si
tiene sul vago, e vuole stare a sentir noi. Viene fuori, con un po' di fatica, che no, non ha alcun rapporto
con il mondo della fabbrica n con particolari realt sociali che ci possano interessare. Non ci sono che
due ragazzi molto giovani con lui, e in ogni caso dovremmo incontrarci tutti insieme. Ha gi in mente
dove: in casa di un amico camionista che sempre in giro per l'Italia e che gli lascia la chiave.
Quando ci rivediamo arriva con altri tre. Non due, come aveva detto. Uno giovane giovane, e
sembra spaventato, mentre gli altri due sono pi vispi: lei, Tiziana, minuta e carina, lavora come
impiegata in una casa di mode, e noto allora che veste in modo molto elegante; lui, Silvano, magro e
abbronzato, con i baffetti neri, va in giro tutto il giorno a far consegne con un camioncino. Siamo agli
antipodi dell'Alasia. Nel piccolo appartamento cominciamo a parlare seduti su due brande in quella
che sembra essere l'unica stanza oltre il cucinino. Dopo cinque minuti il pi giovane dei tre se la batte,
con molta onest:
Scusatemi, non me la sento, non voglio guai... me ne vado prima che voi andiate troppo avanti.
Sparisce prima che si abbia il tempo di dirgli qualcosa, e io guardo Moretti che si stringe nelle spalle
con aria rassegnata cominciamo bene! Ecco a cosa siamo ridotti! Ma gli altri lo ascoltano mentre
spiega le linee generali della DS 80, della quale lascia alcune copie. Si direbbero interessati, ma a tratti
mostrano di sopportare con una punta di noia quegli inevitabili preliminari. Il pi attento Renato, che
chiede qualche chiarimento ogni tanto. Ma l'occhio gli corre alla pistola che Moretti porta alla cintura, e
finisce per chiedere:
Me la fai vedere?.
Moretti annuisce, e la prende e ne fa scivolare via il caricatore e il proiettile che in canna. Mette
tutto in tasca, e gliela allunga cos, aperta e inoffensiva, dopo questa piccola esibizione di
professionalit. stato il momento pi emozionante dell'incontro. Quando ci lasciamo siamo pi o meno
al punto di prima, ma ci diamo un altro appuntamento fra quindici giorni, direttamente davanti alla casa.
Non ho pi visto Giovanni Senzani, dopo Formia. Allora era stata una grossa sorpresa: sapevo che
aveva a che fare con le Brigate Rosse, ma niente pi di questo. E nel maggio, in carcere a Genova, avevo
ricevuto in dono da lui, da Londra, un grosso volume-catalogo sull'opera di Salvador Dal, ed ero
convinto che fosse rimasto all'estero con la famiglia, al sicuro, dopo i sospetti e il fermo di polizia
dell'anno prima. Non avendo niente da fare (scrivevo la mia introduzione al Convivio clandestinamente,
nei giorni in cui rimanevo solo), l'avevo accompagnato due volte a Livorno. Non so chi vedesse, io
l'aspettavo sul lungomare, verso i bagni Pancaldi. La seconda volta mi present un giovane alto,
taciturno: Cattabiani, appena uscito dal carcere di Pianosa. Un carrarino, un apuano duro come il marmo.
Giovanni me ne parlava con reverenza:
un'avanguardia di lotta... Lo conoscono e lo rispettano tutti, dalle sue parti. Se verr con noi sar
una gran cosa, vedrai.
Venne infatti, e un anno dopo fu riconosciuto da una volante, ancora a Livorno, e ci fu una sparatoria:
riusc a fuggire rubando una motoretta e super sparando un nuovo sbarramento, e fu ucciso pochi
chilometri pi avanti da una pattuglia della polizia stradale.
Accompagnavo Giovanni partendo la mattina prestissimo da Formia, con l'ultimo buio e i primi
pendolari, e ritornando la notte, verso l'una, le due, dopo aver cambiato a Roma. Vedevo arrivare la
grigia luce dell'alba come il treno saliva verso Roma, e i campi ormai violetti e qualche branco di bufale
e i fiumicelli neri come scoli a pelo del terreno... S, proprio Terra di lavoro di Pasolini, che da allora
ogni tanto rileggo, e mi ritrovo in quel treno umido, la mattina presto, tra quella gente, e mi riperdo in
questa luce che rade, con la pioggia, d'improvviso zolle di salvia rossa, case sudice.
Ti perdi nel vecchio paradiso che qui fuori sui crinali di lava d un celeste, bench umano, viso
all'orizzonte dove nella bava grigia si perde Napoli, ai meridiani temporali, che il sereno invadono, uno
sui monti del Lazio, gi lontani, l'altro su questa terra abbandonata agli sporchi orti, ai pantani, ai villaggi
grandi come citt. Si confondono la pioggia e il sole in una gioia ch' forse conservata come una
scheggia dell'altra storia, non pi nostra in fondo al cuore di questi poveri viaggiatori:
vivi, soltanto vivi, nel calore
che fa pi grande della storia la vita.
Tu ti perdi nel paradiso interiore,
e anche la tua piet gli nemica.
Mi riperdo, ma provo anche una curiosa repulsione, come se questi versi e tutti i suoi altri versi
dicessero cose vere, e per anche false. Forse perch i poveri viaggiatori nel frattempo avevano
smesso di essere contadini ed emigranti, e cosa fossero diventati era pi difficile da dire, cos come s'era
fatto pi difficile provarne piet, o forse per quel tanto di fittizio e di viscerale che c' nel suo populismo
ricattatorio qualcosa in cui io vedo il deformato riflesso di un'altrettanto patetica mitologia proletaria,
che stata anche la mia? Non lo so... anche se resta in ogni caso da rileggere quanto Pasolini scriveva nel
'74-'75 sul tragico e lungo urlo europeo di addio alle speranze rivoluzionarie, soffocate da una
omologazione borghese che non avrebbe lasciato ai giovani che una follia pragmatica, e l'estremismo
che nasce dal conformismo e dalla nevrosi. Intanto, ogni volta, mi riperdo su quel treno e in quei campi
violetti, che sono proprio cos: Pasolini non ha inventato nulla, e ha invece scoperto l'anima di quel
paesaggio per tutti noi, inquieti e insonnoliti viaggiatori di seconda classe, all'alba, tra Napoli e Roma.
Dicevo che non ho pi visto Giovanni, da allora. Lo rivedo adesso, tra febbraio e marzo, a Bologna.
L'appuntamento me l'ha fissato Moretti, durante una delle sue rapide visite milanesi.
Gli interessa il tuo avvocato mi ha detto potrebbe diventare un contatto del Fronte carceri.
L'aspetto come d'accordo davanti all'Universit americana John Hopkins, per mezzogiorno: alla
mezza incontriamo l'avvocato Mario Cavaliere, per tutti Meo, davanti alla chiesa di Santo Stefano.
Andiamo a mangiare in un buon ristorante l vicino, sotto i portici: al tavolo di fronte al nostro sono
seduti quattro sindacalisti della FIOM genovese, li ho visti e sentiti qualche volta, ma non c' alcuna
ragione per la quale loro possano conoscere me. Meo molto esigente nella scelta del vino, da quel
grande intenditore che : un intenditore senza snobismo e petulanza, amabile quanto la sua materia. Quel
poco che ne so, lo devo a lui. I nostri discorsi sul vino sono sempre rilassati, rotondi, e occupano con
naturalezza l'intera conversazione. Ora non cos, la scelta del vino solo una battuta d'attesa, una
formalit. Meo ha gi visto Giovanni una volta, molto rapidamente a Pisa. Li ho presentati io, e tutto
rimasto nel vago. Adesso Giovanni all'attacco, vuole la sua preda, non molla. Chiede quali spazi ci
siano per una difesa tecnica dei compagni, e fa pesare il fatto che non ce ne sia in effetti alcuno. Allora
l'avvocato che ci sta a fare, se ha sangue nelle vene e ha pure lui un certo tipo di idee? Meo si difende
bene, ottiene di pensarci su, di poter addirittura abbozzare un testo scritto nel quale si considerino quali
siano, realisticamente, le possibilit tecniche di difesa per chi non si vuole difendere e invece rivendica
la propria appartenenza alle organizzazioni armate. una schermaglia che nasconde ben altro, ed chiaro
che quel documento Meo non lo scriver mai. Ma anche chiaro che non cede, che non s'arrende al
Fronte carceri, ed in aggiunta una persona tanto intelligente e tanto fine da essere mitissimo e
disponibile e curioso, ma inflessibile nel difendere la sua vaghezza esistenziale. Ci lasciamo cos, e sono
certo che per quante volte egli abbia poi rivisto Giovanni, e per quante siano state le cose che l'hanno
sfiorato, rimasto sempre cos, un caro e ironico amico, dall'imprendibile innocenza. Resto con
Giovanni deluso e sovreccitato: vede solo quello che vuole lui, si agita, trama... Mi chiede di Moretti,
che dice, che pensa, e alle mie prevedibilissime, banali risposte aggiunge commenti allusivi e vaghe
minacce:
Ah! cos, allora... gi gi, lo si capiva da un po' di tempo, ormai... ecco cos'ha in mente! Fa il
furbo... che venga a Napoli, e vedr.
Visto che gli parlo dei rapporti con l'Alasia, mi sfiora l'idea che simpatizzi, contro di noi, con i
milanesi. O che non sia d'accordo sul modo con il quale sono stati trattati, ammesso che di trattamento si
possa parlare. Cerco di capirci meglio, e gli chiedo qualcosa io, ma diventa di colpo reticente, evasivo.
Sa che sono dalla parte di Moretti, e non si sbilancia. Allude, ma non dice nulla. Certo, dirigere il Fronte
carceri gli d una grande autonomia, pu mettere il becco dappertutto, dentro tutte le colonne. Dove c' un
carcere, ha diritto di esserci anche lui, rompendo trasversalmente la compartimentazione: pare che diriga,
inoltre, la colonna napoletana, o che sia, in ogni caso, l'ispiratore della sua politica. frenetico,
superattivo, ma in un modo tutto suo, quasi che lavori per se stesso. Tant', viene fuori che ce l'ha anche
lui con l'Esecutivo, con il blocco costituito da Moretti e dai suoi fedeli che, guarda caso, sono tutti
romani: Sara, Novelli e Savasta, che ha sostituito Iannelli, arrestato mesi fa. Per Novelli, veramente,
prodigo di complimenti, ma insinua pesanti dubbi sulle capacit degli altri due, e che Savasta sia stato
cooptato cos, non la manda gi. Non lo dice, ma si capisce bene. Lo rode di non essere stato chiamato
lui, nell'Esecutivo. Non ha tutti i torti, del resto, se vero che, con il Fronte carceri, dirige anche la
colonna di Napoli: ha gi un'organizzazione per conto suo. Me ne parto perplesso. Con la sua generosit e
il suo entusiasmo ha fatto una delle cose pi utili che si siano realizzate in Italia, alla fine degli anni '60:
la famosa e supercopiata inchiesta sulle carceri minorili, che ha smosso davvero una valanga, negli anni
seguenti. Ora, sembra il diavolo nella bottiglia, frenetico dentro, pericolosissimo se riesce a uscir fuori.
La prima volta che ci rivedremo, dopo il nostro arresto, la prima cosa che Moretti mi dir, sar:
Speriamo che lo chiamino subito nell'Esecutivo, lo devono fare se sono furbi, senn lui rompe tutto.
un limpido sabato di primavera. Si sta benissimo. Alle due sono davanti alla Stazione Centrale di
Milano. Compero il giornale e mi avvio piano all'appuntamento, godendomi la passeggiata. Risalgo la
strada lungo il terrapieno della ferrovia. A un certo punto c' uno slargo triangolare con una piccola
aiuola, a destra. Oltre, appoggiato al muro, mi aspetta Moretti. Lo vedo da lontano e affretto il passo.
Al bordo esterno dell'aiuola c' un giovane seduto a gambe larghe sulla Vespa, e un altro, in piedi,
chiacchiera con lui. Hanno giubbotti di jeans, i capelli lunghi e le scarpe da ginnastica. Dall'altra parte un
gruppo di giovani fermo davanti al bar, qualcuno seduto. Chi parla, chi legge il giornale. Sono ormai a
una ventina di metri da Moretti, che non si mosso. Quei tipi non mi piacciono: senza pensarci troppo
svolto di colpo a destra, in una via deserta. Non so bene perch, e cosa pu succedere. Un attimo, e sento
dei passi dietro di me:
Ehi! ero l, non mi hai visto?.
Forse speravo che capisse, che cercasse anche lui di prendere il largo. Ma ormai siamo insieme,
fatta.
Hai visto quelli l sulla piazzetta? sono troppi, non so, non mi vanno.
Riflette un momento, si guarda attorno: Ma no... sono le due e mezza di sabato, una bella giornata!
Sono tutti l che decidono come organizzarsi il pomeriggio e la serata.
del tutto verosimile. Ma sono ancora incerto, mentre lo seguo. Torniamo indietro, andiamo proprio
verso il bar. Di fianco c' il portone della casa nella quale dobbiamo incontrare i tre ragazzi. L davanti
ce ne sono due, Tiziana e Silvano, appena arrivati. Ma le chiavi ce l'ha Renato, che ancora non c'. Ci
scherziamo su e aspettiamo un minuto o due. Moretti, si vede che appena sceso dal treno: ha il
soprabito, la sciarpa e due borse, una normale e l'altra a tracolla. I giovani del bar continuano a
muoversi. Vanno, vengono. Mi sento ancora a disagio, e sono proprio io a dire: Sentite, inutile stare
qui tutti insieme. Facciamo ancora un giro, e ritroviamoci qui davanti fra un quarto d'ora. E speriamo che
Renato arrivi.
Ci dividiamo. Prendo io la borsa di Moretti, e insieme continuiamo il giro dell'isolato. C' un tipo
che legge un giornale a fumetti, in piedi, proprio in mezzo al marciapiede, all'angolo opposto. Altri due
attraversano la strada, pi gi, e ci vengono incontro. Li incrociamo. In fondo, entriamo in un bar.
vecchio e polveroso, con grandi vetri sudici sulla strada. Non ci sono altri clienti. Mentre aspettiamo il
caff mi avvicino alla porta a vetri. Dall'altra parte posteggiato un camioncino. Dietro, uno con la
coppoletta marrone guarda verso di noi. Torno da Moretti che ha aperto la borsa e sta frugando in un
pacco di carte, e gli dico:
Guarda che ci siamo... qualcuno ci sta addosso. Non mi d soddisfazione. Tira su la testa, ha un
foglio in mano, e se lo infila in tasca. Il caff pronto. Versa lo zucchero, e dice:
Non possiamo star dietro a ogni impressione, diventeremmo matti, ti pare?.
Con l'occhio ai vetri, butto gi il caff in un colpo. Scherzo, ma non troppo:
Non sar che Renato ci ha venduti? invece di venire lui, ha mandato i poliziotti....
Alza le spalle. Usciamo e ci guardiamo attorno. Adesso tutto pare tranquillo: con le mie paure, mi
sento un po' ridicolo. Continuiamo il nostro giro. Riflette:
S. In ogni caso davvero assurdo che ce ne stiamo qui a girare per due ragazzini che non ci servono
a niente. anche pericoloso. L dietro, vedi? mi indica un isolato, a destra abitava la Besuschio, e io
ero spesso da queste parti... ai ragazzi, gli diciamo che ci prendiamo un po' di tempo. Lasciamo passare
qualche mese, e intanto vedremo se sar possibile arrivarci con uno che faccia da filtro. Che ne dici?.
Giriamo un altro angolo, e ci lasciamo alle spalle un altro bar. Siamo di nuovo nella strada dove ho
deviato, prima, e lui mi ha raggiunto. Via Cavalcanti. Mette la mano in tasca e tira fuori il foglio che gli
avevo gi visto:
Ecco, l'ultimo invito all'unit che mandano fuori quelli di Palmi. Si vede che non se la sentono
ancora di stare con i milanesi, almeno per adesso.
Me lo porge aperto. Lo scorro velocemente... due ombre mi saettano davanti, schizzate dalle
macchine posteggiate lungo il marciapiede, due ombre urlanti.
Fermi! Polizia!.
L'urlo fa tutt'uno con l'urto violento e doloroso della bocca della pistola contro il petto. E con una
gran botta alle spalle. Non faccio in tempo a muovermi. Cado di traverso, con la faccia in alto, e batto
malamente la testa: mi divincolo, istintivamente, ma come se fossi legato dentro un sacco. Mi stanno
sopra in tre o quattro. Come in sogno, intravedo pi in l la testa di Moretti, in un groviglio di braccia e
gambe. Urlano ancora, mentre mi frugano:
Ha la pistola! Ha la pistola!.
E poi:
Senzani, ti abbiamo preso... Porco! Bastardo! Ora ti spariamo in bocca!.
Mi tengono la testa schiacciata sul marciapiede e mi infilano in bocca la canna della pistola. Non
vedo pi niente, sono sommerso. La apro pi che posso. In galera i denti sono uno dei beni pi preziosi, e
io, sopra, ho la dentiera, una dentiera vecchia e fragile, e non voglio che il grosso ferro che mi arriva in
gola e sta per farmi vomitare me ne faccia saltare un pezzo. Non voglio stare per anni senza denti.
Allargo le mascelle fino a farmi male, e muovo come posso la testa per assecondarne il movimento. Non
ho altri pensieri che questo. Ma sento che la pistola trema impazzita, in bocca, e chi mi sta sopra trema,
trema forte, e in quel tremito rilascia la sua tensione, la sua paura. Risuonano altre grida, di l dai corpi
che mi schiacciano, e si ripetono con violenza:
Basta! Basta!.
Ci sono spinte, strattonamenti, bestemmie, quasi che un nuovo branco sia arrivato e mi strappi al
primo:
Basta! Via ora... via, via!.
Mi sollevano di peso e mi gettano in macchina. Ho le braccia ammanettate dietro la schiena. La strada
piena di gente che corre, di macchine con le portiere aperte, e le sirene sono al massimo. A tutta
velocit rifacciamo la strada che ho fatto a piedi, mezz'ora fa. Entriamo come schegge nel cortile della
Questura, in via Fatebenefratelli. Di corsa, mi portano di sopra. Infiliamo un corridoio, non tocco terra. A
met ci sono tre scalini che scendono: oltre, ai due lati, una fila di porte aperte. Precipitiamo gi a
capofitto, e finiamo a terra aggrovigliati e ammaccati, io e quelli che mi trascinano. Ma siamo arrivati.
Mi riprendono sotto le ascelle e mi tirano dentro un piccolo ufficio. Mi lasciano sul pavimento e mi
calano i pantaloni. Mi frugano bene dappertutto e trovano subito, nella giacca, il mazzo di chiavi, il
caricatore di riserva, l'agendina con le pagine strappate sino alla data di oggi, sabato 4 aprile. Non
dicono pi niente, uno si siede e sorride. Il peggio passato. Se non altro, sono vivo e intero. un
pensiero inevitabile. Mi rimettono in piedi e mi fotografano, alla buona. Credono ancora che io sia
Senzani, e non li contraddico.
La poltroncina scomoda e l'imbottitura di gommapiuma dei braccioli piena di buchi. Le braccia,
ammanettate dietro lo schienale, mi fanno male, e sento che i polsi mi si stanno gonfiando, dove le
manette stringono. Ho il petto schiacciato contro un lungo tavolo che occupa tutta la parete della stanza,
ricavata da uno stretto ammezzato. piena di scatoloni, di scartoffie ammucchiate in disordine, e la bassa
finestra ad arco, in fondo, che d su chiss quale cortile interno, non lascia passare neanche un po' della
luce primaverile che ho lasciato fuori. Riesco ad appoggiare la guancia sul piano del tavolo. Non sto
troppo scomodo e mi pare che le fitte dolorose che mi attraversano la testa si vadano lentamente
calmando. Cerco di non pensare a niente. Chiudo gli occhi e mi assopisco forse per mezz'ora, forse meno.
Fuori dalla porta s'indovina un brusio affaccendato, un continuo andare e venire. Ogni tanto s'affaccia
qualcuno non si fa a tempo a vedere chi sia. Getta un'occhiata dentro la stanza, quasi ad accertarsi che
sia tutto vero, e sparisce. Entra un anziano, piccolo e pelato, e sbraita:
Presto, presto, mettete i cappucci, che ora li portiamo di sotto... devono cagare sangue, questi
bastardi assassini!.
Se ne va, e il poliziotto che sta l con noi non lo guarda neppure. Sorride, invece, e si rivolge a
Moretti, ammanettato come me, nell'altro angolo della stanza:
Mario, guarda il tuo amico! Riposati anche tu, non te la prendere, doveva finire cos, no? Di, che ti
andata bene!.
Vorrebbe attaccar discorso, ma Moretti tace, gli occhi sporgenti segnati da grandi borse scure, la
schiena diritta sulla sedia. Guarda fsso in avanti, disperato. Tanto calmo e tanto disperato che non ho
cuore di guardarlo. Ha una piccola ferita sul labbro inferiore: un colpo durante la colluttazione, una botta
sul selciato. Volta la testa verso di me, ma non parla. Da fuori, sentiamo improvvisamente la voce del
giornale-radio. Poche parole: Arrestati a Milano.... Rumori, forse battimani, coprono il resto. Pare che
di l si stia brindando. Non il botto dei tappi che saltano, questo? Ora sorrido anch'io a Moretti, e mi
stringo nelle spalle. Gli dico sono le prime parole:
Festeggiano noi.
Scuote la testa, s'addolcisce un poco, forse. Ma gli occhi restano disperati. Chiss cosa stanno
vedendo. Ha sbattuto contro un muro, la sua corsa si fermata e la sua vita tutta l e non pi niente e
non ancora qualcosa, in questi attimi in cui il passato e il futuro si spalancano come precipizi senza
fondo. l, legato a questa sedia, in questa stanza. E basta. inconcepibile. Fuori, il vuoto e i moti
lontani... l'ora che passa, goccia a goccia, e rimbomba nel cervello.
Entrano altri due poliziotti, giovani, con l'aria da banditi. Si mettono davanti a Moretti:
Mario, come stai? da anni che ti cerchiamo....
Se lo guardano e se lo riguardano con curiosa ammirazione. Godono a chiamarlo: Mario, con
familiarit. Sorridono contenti:
Mario, ci hai fatto sudare, accidenti a te! Ma come hai fatto?.
Non c' rancore. Ci tengono a essere l, a salutarlo, a complimentarsi con lui e con se stessi una
faccenda di tipo sportivo. Vogliono significare che i cacciatori e la preda sono degni uno dell'altro,
peccato che sia gi finita, stata dura ma ne valeva la pena: nemici s, ma da una parte e dall'altra diversi
da tutti gli altri, dalla massa... Anche nella caserma Sant'Ambrogio, dove stato isolato un mese mi
dir poi Moretti andata cos. Per vederlo e chiacchierare con lui gli portavano un caff dietro l'altro,
lo trattavano bene, gli facevano domande:
Mario, ne avresti da raccontare, eh! Tanti anni.... Ci fanno alzare, e per una piccola scala interna ci
portano al piano di sotto, un antro piccolissimo nel quale stiamo stretti. Ci fotografano da tutte le parti e
ci prendono le impronte, su tante schede diverse, per gli archivi delle polizie di mezzo mondo. Davanti a
me, sento che dichiara le sue generalit lentamente, con precisione:
Moretti Mario, nato a Porto San Giorgio il sedici gennaio del quarantasei....
Faccio anch'io altrettanto. Stanno gi per scrivere Senzani, e si fermano stupiti. Fenzi. Fenzi chi? Si
guardano uno con l'altro, c' un po' di fermento. Uno o due escono di corsa.
Ci riportano su. Incrocio una persona robusta, con corti riccioli scuri, vestita in modo sportivo. Mi
guarda e dice, con voce dura:
Mi permetta di dirle che sono personalmente felice che vi abbiano presi. E prenderemo anche tutti
gli altri, ne stia certo.
Mi fanno aspettare cinque minuti in piedi, nella stanza lunga e stretta di prima. Moretti non c' pi. Mi
prendono e mi portano in un ufficio, proprio dall'altra parte del corridoio. Dietro il tavolo seduto il
signore che mi ha parlato poco fa. Si presenta:
Sono il giudice Spataro. Si accomodi. Ripeto il mio nome. Aggiungo che non ho nulla da
dichiarare, e che non risponder ad alcuna domanda. Non torno in quella stanza. Mi fanno scendere gi,
sino al pianterreno, e mi portano nelle camere di sicurezza. Saranno le sei, pi o meno.
In carcere

Ho trovato, da non molto, il mio personale grande vecchio, l'occulto ispiratore della lotta armata
occulto davvero, perch immagino che sia sconosciuto a buona parte di coloro che egli ha ispirato. il
Sartre della Critica della ragione dialettica: il Sartre che spiega come un'effettiva riappropriazione
della totalit sia possibile solo attraverso la prassi del gruppo rivoluzionario in azione; il Sartre che
spiega come solo possa chiamarsi vita quella che spezza con violenza l'inerzia delle strutture del
dominio, la schiavit che opprime materialmente l'uomo nel suo corpo e lo rende succube delle forze
macchinate e degli apparati antisociali; il Sartre che spiega come il rivoluzionario sia colui che vuole
cambiare il mondo che lo schiaccia, cio vuole agire mediante la materia sull'ordine della materialit e
quindi automutarsi: colui che ricerca in ogni istante un altro assetto dell'Universo con un altro statuto per
l'uomo, e in base a questo ordine nuovo definisce se stesso come l'Altro che sar: l'uomo come avvenire
dell'uomo lo schema regolatore di ogni impresa, ma il fine sempre un rifacimento dell'ordine
materiale che, di per s, render l'uomo possibile. Nel mondo presente la libera iniziativa individuale
pu variare l'attuazione della sentenza ma non superarla, e dunque costituisce la mistificazione
fondamentale: contro l'inganno borghese di una libert siffatta si erge appunto il gruppo-in-fusione
rivoluzionario. Per esso possibile il passaggio che porta dalle dialettiche individuali, che hanno creato
l'anti-umanit come regno della materialit disorganica sull'uomo, alla dialettica-cultura come
meccanismo costruito per realizzare il regno umano, attraverso un'esperienza che si totalizza
nell'impresa storica. Questa nuova struttura dell'esperienza si d come un rovesciamento del campo
pratico-inerte: vale a dire che il nerbo dell'unit pratica la libert rivelatasi come necessit della
necessit o, se si preferisce, come suo rovesciamento inflessibile. Nella misura, infatti, in cui gli
individui di un ambiente sono direttamente messi in causa, nella necessit pratico-inerte,
dall'impossibilit di vivere, la loro unit radicale (riappropriandosi di questa impossibilit medesima
come possibilit di morire umanamente, ossia dell'affermazione dell'uomo da parte della sua morte)
negazione inflessibile di tale impossibilit (Vivere lavorando o morire combattendo'); cos il gruppo si
costituisce come impossibilit radicale dell'impossibilit di vivere....
Come posso non ricordare, leggendo queste frasi, il grande striscione rosso che occupava tutta la
parete di fondo dell'Aula Magna dell'Universit, durante un'occupazione dei primi anni '70? Vi si
leggeva, in grandi caratteri bianchi: Meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine.
Ecco. Ho toccato un nervo. Almeno, credo. Per dare ragione della lotta armata in Italia si ricorsi a
spiegazioni le pi ragionevoli e circostanziate, di tipo insieme sociale, economico e politico, e alle loro
diverse velocit di movimento e alle loro combinazioni congiunturali. giusto, naturalmente. Ma anche
cos si arriva pur sempre al punto in cui ogni spiegazione deve lasciare il campo a qualcosa di radicale, a
un residuo irriducibile un residuo che proprio la sinistra stenta a riconoscere, e preferisce invece, per
evidente istinto di autodifesa, esorcizzarlo e occultarlo dietro le varie teorie del complotto che hanno
tenuto il campo in questi anni. In verit, oltre l'amplissimo limite toccato da quelle spiegazioni,
s'accampa con un suo speciale margine d'autonomia questa innegabile essenza, questa volont che il
terrorismo italiano e soprattutto quello delle Brigate Rosse ha espresso, di fare della propria azione un
modello che ricomponesse i frammenti del presente, per riappropriarsene alla luce di una totalit
integralmente attualizzata (chi non ricorda la frase di Curcio, per cui l'uccisione dell'onorevole Moro
sarebbe stata l'azione pi umana di tutte, in un mondo diviso in classi?). Il brigatista, con pi o meno di
coscienza, ha voluto impersonare l'hegeliano spirito assoluto: ha voluto cio che la sua azione
realizzasse qui e ora, nell'immediatezza delle sue determinazioni e della sua libert, il progetto e la verit
della Storia. Come a dire che l'appello di Sartre a rimettere l'uomo vivo al centro delle strutture
totalizzanti della filosofia marxista si presta bene a definire il fondo della sua follia pragmatica, nella
sua singolare mistura di esistenzialismo e di marxismo non importa affatto se bene o male intesi: io
penso abbastanza bene, in ogni caso. E non importa neppure che l'unica epifania possibile d'uno spirito
siffatto diventasse la morte: Tutto, ma non questo... creper anch'io, ma prima ne ammazzo quanti pi
posso. E alla fine qualcuno la spunter, anche per me.
Certo, questo non un pensiero che a tutta prima colpisca per dignit filosofica: l'assume tutta, per,
appena uno lo mette in pratica. Nessuno di quelli che la mattina del 10 dicembre '81 hanno strangolato nel
refettorio del carcere di Cuneo Giorgio Soldati ha probabilmente letto questa pagina di Sartre, sugli
insuperabili obblighi reciproci in cui vive la fratellanza del gruppo rivoluzionario, e sulla necessit che
sia annientato chi attenta alla sua unit e alla sua permanenza:
Il traditore non eliminato dal gruppo; non nemmeno riuscito a staccarsene da solo: resta membro
del gruppo in quanto quest'ultimo minacciato di tradimento si ricostituisce annientando il colpevole,
ossia scaricando su di lui tutta la sua violenza. Ma questa violenza di sterminio rimane rapporto di
fratellanza fra i linciatori e il linciato, nel senso che la liquidazione del traditore si fonda
sull'affermazione positiva che egli uomo del gruppo-, fino alla fine, ci si accanisce su di lui in nome
del suo stesso giuramento e del diritto che egli riconosce su di s agli altri. Inversamente, per, il
linciaggio praxis di violenza comune per i linciatori, in quanto il suo obiettivo l'annientamento del
traditore. Esso legame di fraternit risvegliato e accentuato tra i linciatori, in quanto una riattuazione
brutale del giuramento stesso, e in quanto ogni pietra scagliata, ogni colpo dato si produce come una
nuova prestazione di giuramento: chi partecipa all'esecuzione del traditore riafferma l'insuperabilit
dell'essere-di-gruppo come limite della sua libert e come sua nuova nascita, la riafferma in un sacrifcio
sanguinoso che costituisce inoltre un riconoscimento esplicito del diritto coercitivo di tutti su ciascuno e
una minaccia di ciascuno su tutti. Per di pi, nella praxis in corso (cio durante l'esecuzione), ciascuno si
sente solidale a ciascuno e a tutti nella solidariet pratica del pericolo corso e della violenza comune. Io
sono fratello di violenza per tutti i miei vicini: si sa del resto che chi rifiutasse questa fratellanza sarebbe
sospetto. In altri termini, la collera e la violenza sono in pari tempo vissute come Terrore esercitato sul
traditore e (nel caso in cui le circostanze avessero prodotto questo sentimento) come legame pratico
d'amore tra i linciatori. La violenza la forza medesima di questa reciprocit collaterale d'amore.
Il passo impressionante. Lo perch sposa l'astrattezza e il rigore dialettico alla tragedia, quasi
succhiasse il sangue alla vittima di quei colpi. Lo perch siamo al fondo di questo isolato microcosmo
che il gruppo e cogliamo i meccanismi ultimi della violenza che lo costituisce. Lo anche perch non
pu sfuggire quell'inciso di agghiacciante ipocrisia: si sa del resto che chi rifiutasse questa fratellanza
sarebbe sospetto, in base al quale non pi necessario il tradimento per giustificare il linciaggio, e il
gruppo si aliena da s, introiettando nei suoi membri il lugubre conformismo del Terrore, schiacciandoli
nei disumani ingranaggi dei giochi di potere. Lo ancora, infine, perch una fotografa dal vero, esatta
fin nei pi minuti particolari.
Giorgio Soldati era stato arrestato nella stazione di Milano: c'era stato un conflitto a fuoco, e un
poliziotto era morto. Sottoposto a un immediato e violento interrogatorio, aveva fatto alcune ammissioni:
poca roba, in ogni caso. Trasferito nel carcere di Cuneo, in isolamento, chiese e ottenne di salire in
sezione, tra i compagni dai quali voleva essere processato e giudicato per il suo momentaneo cedimento:
Voglio tornare tra voi, riconosco solo la giustizia rivoluzionaria, scriveva in una lettera che aveva fatto
arrivare, e che anch'io ho potuto leggere. E il processo ci fu, nel refettorio, e si concluse con la sentenza
di morte per strangolamento, dato che non c'era altro modo. Fate presto. Non fatemi male. Queste
sono state le sue ultime parole. Il pensiero dialettico ha vinto, e la fratellanza e l'amore si sono estesi
tanto da abbracciare insieme i linciatori e il linciato, nel momento in cui costui si riconosciuto nel
gruppo che gli si stringeva attorno, nel piccolo cesso del refettorio, per ucciderlo. Oltre il vetro sporco
dello spioncino, le guardie non si sono accorte di nulla.
Allora, tutto bene? No, se vero che davanti al corpo di Soldati, e a quello di altri uccisi come lui
Di Rocco a Trani, per esempio la realt appare come la stravolta parodia dello schema intellettuale del
filosofo, e lo schema intellettuale rende un'immagine altrettanto stravolta di una realt della quale il
filosofo solo lo sciacallo. C' un inganno mostruoso, da qualche parte. Una sintesi impossibile: e
l'abisso che divide le due immagini della rivoluzione quella consegnata al programma razionalistico e
dialettico della pagina scritta, e quella che sprofonda nella realt vissuta qui, nel tempo che il nostro
tempo non pu essere colmato.
Il 3 agosto, in una baracca fuori Roma, hanno ucciso Roberto Peci, e hanno fotografato l'attimo
dell'esecuzione. La pagina di Sartre ne preannuncia, di nuovo, il carattere pi feroce: la sua esemplarit,
in rapporto al gruppo che due mesi prima l'aveva sequestrato e che ora lo uccideva. Si trattava di una
morte statutaria, fondante. La natura del nuovo gruppo che doveva affermarsi contro il vecchio, dal quale
s'era staccato, era contenuta per intero nell'atto che la rappresentava agli occhi di tutti. Attraverso le
immagini dell'esecuzione il gruppo veniva a se stesso, e sanciva il vincolo del Terrore che avrebbe
dovuto cementarne l'unit. E dava corpo all'idea che la lotta armata stesse vincendo, perch il paese era
ormai sull'orlo della guerra civile: perch l'antagonismo sociale aveva gi riempito tutti i pori della vita
e nulla poteva impedire il collasso rivoluzionario. L'omicidio di Roberto Peci s'alimenta direttamente di
questa follia. Le fotografe scattate durante l'esecuzione sono foto a futura memoria, vogliono affiancarsi
alle immagini pi terribili delle guerre civili d'ogni tempo e d'ogni paese, quelle della guerra di Spagna,
quelle della Resistenza... E la morte del traditore, non importa se vero o presunto, scimmiotta altre
immagini, insegue altre morti. Obbedisce a uno schema. Traduce in pratica i discorsi sul linguaggio e
sulla comunicazione sociale che uscivano in quei mesi da Palmi; rifa a modo suo i caroselli contro il
fumo o sui pericoli della guida: il Terrore fatto carosello, spot pubblicitario...
Si sa quale fosse il clima nelle carceri italiane qualche anno fa, e in particolare in quell'estate
dell81. Le Brigate Rosse temevano le defezioni e s'illudevano di combatterle con ci che precisamente
le provocava. C'erano le uccisioni giustificate con supposti tradimenti (ma si trattava spesso di vendette a
lungo covate), oppure con la necessit di prevenirli, e c'era il veleno e la degradazione che una simile
pratica diffondeva. I rapporti tra le persone ne erano alterati, e il sospetto e la simulazione erano
diventati regole di vita. Meglio: di sopravvivenza. E proprio quelli che cercavano di conservare il senso
della loro passata militanza politica erano sospinti ai margini e svuotati di ogni identit e dignit dalla
spietata selezione alla rovescia che avveniva naturalmente tra i detenuti. Il gruppo esisteva solo come
minaccia, attraverso chi emergeva in esso per la sua capacit di uccidere e di far uccidere. Pochi inganni,
nella storia del terrorismo, sono stati cos profondi e vergognosi come quello che ha voluto far passare la
stagione degli accoltellamenti e degli strangolamenti come un momento di giustizia e di potere proletario.
Benazzi, Gatti, Arnone: ce ne sono state di corride, allora, nei cortili del carcere di Cuneo! E a Novara, a
Nuoro, a Trani...
La mattina del 2 luglio, alle nove, sono sceso all'aria. Ero uscito dall'isolamento da una ventina di
giorni: da sotto terra su al terzo piano. Moretti mi aveva seguito dopo una settimana. Scendevamo le
scale, tre per volta. Gi ci perquisivano con il metal-detector prima di farci entrare nel cortile: quella
mattina ci toccava il piccolo, chiuso da alte griglie e lamiere di ferro verniciate di blu scuro. L'aria era
ancora fresca, e mi sono subito messo ad andare avanti e indietro, chiacchierando con Angelino
Morlacchi. Non ho badato agli altri che arrivavano via via: saremmo stati una quindicina, come al solito.
Ero vicino all'angolo dell'ingresso quando abbiamo sentito un grido furente, rabbioso, e un rapido
tramesto di corpi. Moretti era a terra, raggomitolato su se stesso, le braccia chiuse in avanti, come quelle
dei pugili, e le gambe che scalciavano, in alto. Su di lui incombeva Farre Figueras, che urlava con la
faccia congestionata e cercava di aprirsi un varco verso il corpo, tra le gambe e le braccia che lo
respingevano. D'istinto mi sono buttato verso di loro, e Farre s' drizzato di scatto rivoltandosi contro di
me. Nella destra, che teneva bassa, all'altezza della vita, aveva un coltello lungo, appuntito, a forma di
trincetto. M' venuto addosso urlando, tirando larghi fendenti. Veniva avanti e io saltavo indietro, senza
levare gli occhi dalla punta che mi sfiorava veloce. Ho sentito una ftta sul fianco sinistro, dietro, sopra
le reni, e un'improvvisa macchia di calore. Davanti, sul ventre, la punta saettante ha tagliato la maglietta,
mi ha punto leggera sul fegato. Guardavo la lama e mi contorcevo e arretravo, a salti. Ho urtato il muro
ruvido di cemento, dietro. Ho allargato il braccio sinistro, verso la lamiera blu, mi sono abbassato sulle
ginocchia: ero chiuso nell'angolo, e la faccia gigantesca di Farre mi era ormai sopra, e il coltello, per un
attimo, non l'ho pi visto. Ho pensato: Sono morto. Un pensiero semplice, definitivo.
Non ho capito, subito. Pedrazzini aveva cercato di trattenere Farre alle spalle, ma ora correva
indietro anche lui, dall'altra parte del cortile, il tavolo da ping-pong era abbattuto a terra, per il lungo:
dietro s'accalcavano gli altri, terrorizzati. Non ho visto Moretti. Farre s' voltato, ha portato la sinistra al
collo, ha strappato via la retina con la quale Pedrazzini aveva cercato di accalappiarlo e s' guardato
attorno, curvo, il busto e le braccia avanti, il coltello che ruotava lentamente. Io ero gi oltre gli altri,
adesso, e mi premevo la mano sul fianco. Sentivo il sangue, ma non il dolore. Il tavolo del ping-pong s'
mosso in avanti, ora tutti gridavano: Addosso! Addosso!. Quelli del cortile di fronte erano schiacciati
contro la grata, uno sull'altro, gridavano anche loro, facevano grandi gesti disperati. Come mi fossero
saltati di colpo i tappi dalle orecchie, ero assordato dal frastuono che mi lacerava il cervello. Farre s'
visto troppo lontano dal cancelletto d'ingresso, in pericolo. Lentamente, continuando a ruotare il coltello
intorno a s, urlando: Sbirri! Carabinieri! Vi scanno tutti, bastardi, bastardi!, tornato indietro, s'
appoggiato al cancello. Gli altri sono rimasti fermi, a distanza. Sono passati alcuni secondi. Era tutto
finito.
C' stato ancora un attimo d'attesa, mentre tra le guardie ammassate fuori, nel camminamento tra i
cortili, correva un rapido scambio di ordini. Il brigadiere ha detto qualcosa. Farre ha preso il coltello per
la punta e l'ha passato in fretta, oltre le sbarre: il brigadiere l'ha preso e il cancello s' subito aperto, ed
uscito scomparendo dietro le divise delle guardie che lo portavano via.
Hanno preso anche me e Moretti e ci hanno portato di corsa in infermeria. Nel largo corridoio ho
rivisto davanti a me Farre Figueras che s'avviava alle celle. Ci divideva una folla di guardie. Il dottore,
un anziano signore alto e curvo, gi aspettava. Mi ha fatto sdraiare e mi ha infilato un ferro sottile nella
ferita: Speriamo che non sia arrivato al polmone ha detto allora sarebbe una brutta cosa. Non
c'era arrivato, per fortuna. Moretti aveva dei tagli profondi sugli avambracci: abbiamo visto tutti che il
pollice sinistro era come morto, gli era stato reciso il tendine. Gli ho detto: Se mi voleva davvero
ammazzare, non sarei qui.... Il brigadiere, un giovane biondo molto militaresco, ha sorriso. Era
d'accordo con me. Moretti no, invece. Mi parlava, mentre lo medicavano:
Sar, ma anch'io non ero qui se non scansavo il primo colpo... quello che gli andato male! L'ha
dato con tutta la sua forza, e la punta finita contro il ferro della grata. E anche tu, se saltavi nel verso
sbagliato, te lo saresti trovato tutto in pancia, altro che!.
Era vero. Il primo colpo era stato dato con molta forza, e Figueras era grande e grosso, un toro, con
due braccia enormi. Il coltello, ricavato da una piatta sbarra di ferro, era spesso e pesante, e aveva una
punta afflatissima che si era piegata per la violenza dell'urto. Anche questo, probabilmente, ha
contribuito a limitare i danni. Me l'ha fatto vedere il maresciallo, l'aveva sul tavolo, in ufficio, mentre
svolgeva la rapida inchiesta di rito.
Perch ce l'aveva con voi? C'erano gi stati scontri, minnacce? .
No. Non ci eravamo mai neppure rivolti la parola. Non c'era nessun motivo.
Ma non vi voleva ammazzare. Uno come lui... .
Il pomeriggio, invece di andare all'aria, ci siamo visti nel refettorio, in quattro o cinque, e abbiamo
scritto un breve comunicato: dicevamo che ad armare la mano di Figueras erano stati i carabinieri. Non
avevamo alcuna prova, naturalmente, e molti detenuti comuni, pi avanti, ci hanno duramente criticato per
quell'affermazione, che chi conosceva Figueras non riusciva a credere (Potevate dirlo solo se l'aveste
ammazzato, i morti hanno sempre torto. Ma cos no...). Ma non avevamo altra scelta. Non capivamo le
ragioni di quello che era successo, e per quante spiegazioni pi o meno esaurienti io abbia poi sentito e
ce ne sono state molte devo dire che quella veramente risolutiva non l'ho trovata mai. E fuori le Brigate
Rosse, ormai divise in varie branche, avevano in corso ben quattro sequestri contemporaneamente:
l'ingegner Sandrucci a Milano e l'ingegner Taliercio a Venezia; Roberto Peci a Roma e Ciro Cirillo a
Napoli. Che potevamo fare, in questa situazione? Lo Stato faceva sapere: Voi avete quattro ostaggi, ma
attenti! io in galera ne ho, dei vostri, molti di pi, a cominciare dal capo.... Non erano davvero tempi in
cui ci potesse apparire inverosimile. E, vero o falso che fosse, non potevamo dire se non quello che
ogni militante, fuori, aspettava di sentirsi dire e su cui sarebbe stato pronto a giurare.
Tuttavia, per strano che possa apparire, non era affatto questo il punto. Forse era vera l'opinione
comune che Figueras volesse marcare in maniera indelebile la sua distanza dai politici, e magari che
volesse essere velocemente trasferito da Cuneo, per faide tutte sue, senza avere dunque intenzione di
uccidere. Ma che importava? L'angoscia che leggevo negli occhi di Moretti andava oltre ogni possibile
perch. La cosa era avvenuta. Questo era l'incredibile. L'inaccettabile. Proprio nel cortile di un carcere
speciale, appena arrivato, il capo delle Brigate Rosse era stato accoltellato. Tutta la sommaria mitologia
di quegli anni andava in pezzi, si corrompeva. Nella polvere del cortile non era finito solo lui, ma anche
un'immagine collettiva di superiorit e privilegio, con il piccolo ma prezioso gruzzolo di gratificazioni
che ci avevano sempre aiutato a star su con il morale. Ed era avvenuto in una di quelle carceri in cui ogni
proletario prigioniero avrebbe dovuto riconoscere e idoleggiare nei brigatisti un modello da amare e da
riprodurre in se stesso: in una di quelle carceri che ci si era abituati a pensare come una sorta di basi
rosse... Che poi Figueras l'avesse fatto per ragioni tutte sue, meramente strumentali, non migliorava le
cose. Al contrario. La ragionevole banalit delle spiegazioni possibili e persino la calcolata intenzione di
non uccidere seppellivano nella contorta e disperante normalit della vita carceraria proprio quelli che
s'erano illusi di restarne fuori, pi in alto. La dissacrazione era ancora pi profonda.
Dopo l'arresto, le coltellate. Per Moretti era davvero dura. Stringeva i denti, reagiva, ma era sempre
pi sfiduciato. Dal piano di sopra gli avevano subito proposto di organizzare una rivolta, la sera stessa:
quello che bastava per occupare la sezione, sequestrare le guardie e farsi aprire sino alle celle
dell'isolamento, per uccidere Figueras. Era una proposta vera, nell'eccitazione del momento, e forse
persino realizzabile. Ma la respinse, senza esitazioni. Non capiva, non si fidava: Voglio capire, prima.
Voglio capire. Era il suo chiuso ritornello. Aggiungeva, a parte: Ho imparato a mie spese quante balle
ci abbiano raccontato sul carcere, a noi fuori... e io che ci credevo!. Quando, sei mesi dopo, a Nuoro, ha
preso un sacco di botte dalle guardie, s' convinto del tutto: Pensavo che tutte le chiacchiere sulle
brigate di campo, sui comitati di lotta, corrispondessero a qualcosa di vero, e invece no, sono tutte
stronzate, roba fnta, servono solo se decidiamo di scannarci tra di noi... la verit che siamo in mano
loro e che possono farci quello che vogliono, che non gliene frega niente a nessuno. La delusione lo
faceva esagerare, se ci si riferiva al passato, ma per il presente, in quel 1981, aveva ragione. Tanti
trascorsi momenti di lotta e di ribellione come alla Favignana, all'Asinara e tante parole, tante
febbrili esaltazioni, tanti assurdi convincimenti non avevano lasciato quasi nulla di s, oltre le furibonde
convulsioni di una crisi d'astinenza che non avrebbe pi avuto fine. La gabbia era chiusa, da tutte le parti.
E, dentro, il paesaggio era quello del greto arso di certi torrenti calabresi calcinati sotto la canicola, con
poche pozze d'acqua marcia e rugginosi relitti d'automobili bruciate e radi branchi di cani inselvatichiti
in caccia di una pecora malata o sperduta da dilaniare. Una sera, verso le undici, ho sentito trambusto in
corridoio. La cella di Gammino, di fronte alla mia, era aperta. Lui era fuori, tra le guardie. Le aveva
chiamate perch voleva buttarsi alle celle, in isolamento. Aveva paura di essere ammazzato non so da
chi e perch. Intorno, dagli spioncini aperti, altri cercavano di convincerlo a restare, gli dicevano che era
matto: con amicizia, prima, e infine con rabbia. Pareva indeciso. Soffriva. Sapeva che andare volontario
alle celle avrebbe significato farsi il resto della galera, tanta o poca che fosse, in isolamento. C'era gi
gente che se la faceva cos, per anni e anni, e le voci attorno, che uscivano da bocche invisibili dietro le
porte blindate, glielo ripetevano, spietatamente. Infine s' deciso, ha preso il brigadiere per la manica e
s' fatto portare via, a testa bassa. La sua roba l'aveva gi messa tutta nel sacco.
Non viveva pi, non dormiva.... Era quello che stava nella cella alla sua sinistra che mi diceva
cos, la faccia premuta contro lo spioncino: Il tuo t lo cacciava sempre gi per il cesso, credeva che lo
volessi avvelenare... non te l'eri mai data?. No. Non avevo mai sospettato niente di simile, e avevo
mantenuto l'abitudine, nata non so come, di mandargli una tazza di t ogni pomeriggio, verso le cinque.
Nel pentolino c'era acqua sufficiente per due, e a questo piccolo rito quotidiano, pur con uno di cui non
sapevo nulla e che non conoscevo, mi ero affezionato. Era, nella sua perfetta gratuit, una delle piccole
cose che mi tenevano compagnia, un momento della giornata; e poi mi ricordava la cara abitudine
dell'anno prima, con Luigi. Ma lui era sicuro che lo volessi avvelenare, e allora mi chiamava sorridendo,
puntuale, tutti i giorni, e mi diceva: Enrico, l'ora del t, e recitava con minuziosa applicazione la
commedia, fino in fondo, per non insospettirmi, e faceva fnta di sorseggiarlo, dietro le sbarre, e poi si
allontanava, fuori dalla mia vista, e lo buttava... mi vengono i brividi, per me e per lui, se ci ripenso.
Anche Tommaso Biamonte, una notte, s' fatto portare in isolamento, ma lo si poteva prevedere: le ultime
volte che era sceso all'aria stava contro il muro, pallido, gli occhi spiritati. Era sicuro anche lui che
qualcuno lo volesse ammazzare. Alla mattina presto c' andato invece Peppone Geraci, ma l'ha fatto da
quel vecchio coatto che era: ha mandato su una lettera, il giorno dopo, nella quale diceva che aveva
voluto abbandonare una sezione nella quale non si lottava abbastanza, ...io che sempre combattei e
combatter contro l'imperialismo. Abbiamo riso tutti. Gli mancava poco, un anno o due, e voleva uscire
a tutti i costi e qualche vecchia e nuova ruggine contro di lui c'era davvero, e non voleva correre rischi
inutili. Ma c'era poco da ridere. La settimana dopo l'accoltellamento di Claudio Gatti (l'hanno portato
fuori dal cortile per morto, ma poi s' ripreso e quando finalmente, un mese dopo, stato in grado di
partire, l'hanno trasferito al centro clinico di Pisa, e l, mezz'ora dopo essere arrivato, ha trovato uno che
l'ha ammazzato per davvero), sono stati dieci o dodici quelli che sono scoppiati, e hanno scelto
d'andarsene sotto terra. Tanti, su un totale di un'ottantina di detenuti. Non capivano pi nulla, loro e altri,
non sentivano pi nulla. Ti guardavano con gli occhi sbarrati, e gli leggevi dentro un unico ossessivo
pensiero: Questo qui mi vorr ammazzare? Devo ammazzarlo prima io?, e facevano incetta di Plagin,
per restare svegli e pronti, e impazzivano di paura... Allora, ci hanno tolto la possibilit di mescolarci
nei cortili con quelli delle altre due sezioni -era stata una notevole concessione strappata nei mesi
precedenti. In delegazione siamo andati dal maresciallo, per protestare e minacciare, ma non s'
scomposto pi di tanto:
Fate quel che volete, ma la socialit tra i piani abolita... e con l'aria che tira voi siete i primi a
essere contenti, prima di tutto una garanzia per voi se vi teniamo divisi. Sono i vostri stessi compagni
che me lo fanno sapere, cosa credete? Andate, andate....
Avevo gi visto Marianna. Isabella me l'ha portata subito, appena ho avuto l'ora mensile di colloquio
senza vetro. Era piccolissima, e l'ho tenuta un po' in braccio, piano, con la goffa trepidazione di un padre
frastornato e inesperto. Si ripeteva, moltiplicata, una situazione gi vissuta da entrambi. Eravamo, in
qualche modo, soverchiati dai nostri ruoli, inchiodati a una parte eccessiva. Il padre galeotto, la moglie e
madre di l dal bancone, e la bimba appena nata, vista la prima volta in carcere, e intorno neon e ferro e
cemento e guardie ostili e curiose dietro le lastre di vetro infrangibile, e la nostra vita che appariva un
insolubile intrico di problemi: tutti quelli che avrebbe potuto elencare qualsiasi persona di buon senso. E
per anche il senso strano che tutti questi problemi fossero pur essi irreali, per eccesso. Troppi e troppo
complicati per contare davvero. La nostra vita alla fin fine restava altra cosa. Come avremmo potuto
parlare del mio futuro di padre, mentre m'aspettavano chiss quanti anni di galera? O del futuro di
Isabella? O di quello di Marianna? Il tempo non mi apparteneva, e perci nulla mi apparteneva. Anche il
presente, quello che stava oltre i muri della sala-colloqui, oltre il muro di cinta, era irraggiungibile di
una irraggiungibilit concentrata e imminente che non lasciava granch da dire, oltre la semplice e
miracolosa evidenza del nostro essere proprio l, proprio noi... tutto era ridotto all'osso, e tutto poteva
finire, forse, con facilit estrema. Non avvenuto. Forse ci ha tenuto insieme proprio ci che allora ci
divideva e ci faceva soffrire: il silenzio e la stessa chiusa ostinazione dell'ostrica che sta attaccata allo
scoglio, nella tempesta, e ripara in s una minuscola vita tutta sua. la nostra capacit di straniamento, un
principio di distacco, persino di ironia un'imperfetta adesione all'eccesso in cui ci trovavamo immersi,
e che non riusciva a riguardarci sino in fondo. L'amore era questo, allora, ed era dunque una gran cosa,
quasi tutto. E Marianna era nuova e viva, e certamente chiudeva in s la differenza, il margine della vita
possibile, contro le sventure dell'altra, quella impossibile, che ci flagellava con le sue onde.
Tanti erano i nodi da sciogliere. Un pomeriggio d'autunno, nel refettorio del secondo piano, a Cuneo,
mi sono seduto al tavolo con Franceschini, Moretti, Semeria, Giancarlo Sanna e Domenico Giglio, detto
Micio. C'era qualche altro, ma non ricordo chi fosse. L'argomento in discussione era uno solo: io, facevo
ancora parte delle Brigate Rosse? In pi occasioni avevo detto che nei processi che mi aspettavano mi
sarei difeso normalmente, perch esisteva la possibilit che molte delle imputazioni che mi erano state
accatastate addosso al momento dell'arresto cadessero. Non avrei dunque revocato gli avvocati di
fiducia, come avevo invece fatto a Milano e come era la prassi di ogni brigatista dichiarato. Moretti
aveva riassunto per tutti il problema.
Enrico, aveva detto ti hanno arrestato con me, armato e con i documenti falsi. Sei un brigatista, e
tutti lo sanno. Perci non puoi accettare il processo, perch significherebbe accettare giudici e tribunali e
leggi e tutto il resto... insomma, sarebbe, di per s, una vera e propria forma di dissociazione.
Inevitabilmente. E del resto solo cos ti servirebbe a qualcosa difenderti, e non sei tanto stupido da non
saperlo.
Mi erano stati dati quindici giorni per pensarci sopra. Ora, tutti erano l ad aspettare la mia risposta.
Quei giorni li avevo persi. Non mi ero mai concentrato sul problema, sulla risposta che avrei dovuto
dare. Ma adesso, in maniera inaspettata e per naturale, sapevo quel che avrei detto. Ed era la cosa pi
ovvia.
Ha cominciato a parlare Moretti, in tono pacato, possibilista. Riconosceva come il cosiddetto
processo-guerriglia non funzionasse pi e come la vecchia ortodossia brigatista finisse ormai per
appiattire ogni posizione giuridica a esclusivo vantaggio del potere che si vedeva spianata la via, nei
tribunali, alle sue esecuzioni sommarie. E non era n giusto n opportuno che chi avesse una possibilit
di difesa e intendesse usarla si trovasse, per questo, fuori dall'organizzazione, magari mal visto, ridotto a
compagno di terza o quarta serie. Ma le soluzioni nuove dovevano essere il frutto di una ricerca e di un
accordo comune: il risultato di un dibattito politico, e non un'iniziativa individuale.
Avrei voluto rispondere che della questione non se ne poteva venire a capo, e che bisognava
sopportarne tutte le contraddizioni, ma non era questo ci che dovevo dire. Era un'altra cosa.
Non siamo qui per parlare di tecniche o guerriglie processuali, anche se sembra che tutto si riduca a
questo... s, finora stato cos, anche per colpa mia, ma la sostanza non sta nei problemi della difesa....
Mi pareva che tutti lo sapessero, quello che stavo per dire, e ne fossero insieme rassegnati e
sollevati. Incespicando un poco, senza guardare in faccia nessuno, ho continuato:
Insomma, la questione che io non voglio pi far parte della brigata... non me la sento pi. Se poi vi
d tanto fastidio che io mi difenda, ci posso anche rinunciare. Ma non voglio entrare nella brigata. Io non
mi difendo, va bene, ma voi mi lasciate perdere....
C' stato un momento di silenzio. Fino a quel punto io non avevo manifestato gravi divergenze nei
confronti dell'organizzazione, e le mie parole suonavano in parte inattese: inattese e immotivate, quasi
una provocazione. Ma in maniera tanto impalpabile quanto certa suonavano come le pi naturali e vere.
Era cos, non di difese e processi si trattava, ma della sostanza vera che si nascondeva in esse: io non
volevo pi essere un brigatista.
Franceschini ha detto: Me l'aspettavo... evidente che il problema questo, e Semeria ha annuito.
Moretti mi guardava torvo, con un leggero tremito nelle mani. Per lui era stata una sorpresa.
Franceschini continuava a parlare. Diceva che una cosa era essere brigatisti fuori, in libert, e
tutt'altra esserlo dentro, in galera. Cambiava tutto:
Cosa credi? la maggior parte dei nostri restano brigatisti solo di nome, sopravvivono come tali, ma
smettono di fare qualsiasi cosa, non lottano pi, fanno i carcerati e basta, leggono, scrivono a casa... in
effetti non sono pi niente... qui tutta un'altra faccenda, o ci si o non ci si , e tu non ci sei, chiaro...
qui conta di pi un Chiti o un Dongo che venti bravi compagni che non servono pi a niente... la logica
della galera, e tu invece quando scannano qualcuno ci stai male... ti capisco, non ci sei proprio....
Sentivo e non sentivo. Guardavo Semeria che continuava ad annuire e aggiungeva ogni tanto una
parola o due, per rafforzare quello che diceva l'altro, e pensavo che no, non era tanto che se lo fossero
aspettato. Piuttosto, erano contenti di arrivare a Moretti attraverso di me: era a lui che stavano dicendo
che in galera cambiava tutto, e che non era pi capo di niente. In quanto a me, sembravano contenti che mi
togliessi di mezzo, non mostravano di volermi ostacolare, tutt'altro. Ed ero colpito dal fatto che non mi
venissero rinfacciati i doveri di partito, di organizzazione, che non si entrasse nel merito dei fatti, delle
cose che succedevano. Che non fossero in discussione le Brigate Rosse, la loro politica, la loro pratica.
No. La questione era un'altra: era quello che si era o non si era. Loro lo erano, io no. La galera li aveva
svelati a se stessi, come proclamava Ognibene io non mi arrender, mai. Mi ribeller sempre, non
perch sia un brigatista, ho smesso di considerarmi tale da anni, ma perch per questa societ io sono e
sar un criminale. Il criminale assoluto. Era pi o meno quello che diceva anche Semeria, quando mi
spiegava che dai tempi del Che fare? non era pi stato scritto nulla di cos importante come le Dodici (o
tredici?) tesi sulla guerra di Giovanni Senzani. Era quello che diceva Franceschini, e avrebbe continuato
a dire in seguito, quando avrebbe lanciato la parola d'ordine: abbottizziamoci. C'era qualcosa di
tortuosamente intelligente e disperato, in tutto questo, e il libro di Abbot riuscito a ferirmi come un caso
estremo di intelligenza animale, quando poi l'ho letto.
Moretti non li guardava. Non seguiva i loro discorsi. Guardava me, invece. Improvvisamente mi ha
insultato, ha gridato:
Vigliacco! Ci lasci qui, nella merda, proprio ora... ti tiri indietro e ci lasci qui... sei un porco! un
porco!.
Era fuori di s, si controllava a fatica. Forse era il pi umano di tutti, e certamente era solo. Gli altri
l'hanno coperto con un profluvio di parole, nel loro subdolo modo mi hanno difeso: in quel momento io
rappresentavo la sua sconftta, non la loro.
Ho sentito una mano che si posava sul mio braccio. Era Micio, seduto alla mia sinistra. Ha fatto un
cenno imbarazzato e infastidito verso gli altri, voleva parlare, e voleva tutta la mia attenzione:
Enrico, pensaci bene... pensaci, non lo puoi fare... sta a sentire almeno me, lascia i discorsi politici
che non so fare e che non ci interessano, no? devi sentirlo dentro di te che non puoi fare cosi, andartene...
non per loro ma per me. S, proprio per me... tu non lo sai quanto abbiamo parlato di te, fin da quando eri
a Palmi e poi a Genova, al processo, e quando sei scappato e immaginavamo cosa stavi facendo...
sei un professore, e sei importante per noi che abbiamo conosciuto le Brigate Rosse in carcere e ci
abbiamo creduto e abbiamo creduto anche a te... tu non te lo immagini, forse, ma cos... Chiti, so che ti
scrive e ti chiama fratello mio, e ha parlato a tutti di te, ti vuole bene, per te si butterebbe nel fuoco e
anche tutti noi... ci fidiamo di te, ti abbiamo dato qualcosa di noi e non ci puoi mollare cos, adesso... se
non ti senti pi impegnato con la tua organizzazione, se non sei d'accordo, lo capisco, succede, ma con
noi sei impegnato in un altro modo, rappresenti una cosa importante... lo capisci questo? Non puoi
decidere solo per te, non sei da solo... ci siamo anche noi....
Aveva alzato la voce, s'interrompeva, era commosso. Era Micio, che aveva fatto parte di una grossa
banda di sequestratori, su nel bergamasco, e ancora il giorno prima mi diceva che impazziva dalla voglia
di tornare alle grandi sniffate di cocaina e alle puttane pi belle e pi care... era lui, che da quel gran
coatto che era cercava di toccare la corda giusta, e per dietro la sua retorica da malavitoso, dietro la sua
efficace astuzia, era sincero ha continuato a dimostrarlo in tutti gli anni seguenti, che credeva davvero a
quello che diceva. Ero commosso anch'io. Toccato. Stavo per dire: Va bene, non me ne vado, continuo a
fare il brigatista, resto con voi, e se l'avessi detto tutto sarebbe stato diverso, dopo. Franceschini ha
approfittato dell'attimo di sospensione che ha seguito le parole di Micio. Si alzato, mi ha detto: Vieni,
muoviamoci un po' , e mi ha trascinato dall'altra parte del lungo refettorio. Mi ha preso sotto braccio,
sorrideva partecipe.
Micio s che ha capito... sono d'accordo con lui, certe cose oggi non si risolvono con i soliti vecchi
discorsi politici, che lasciano il tempo che trovano... l'unico argomento che conta il suo, non vero?
l'unico che ti pu legare, che ti faccia effetto... lo so, lo so. Vedi.... Eravamo nell'angolo, lontani dagli
altri, e guardavamo oltre le sbarre, i prati e i filari degli alberi e le montagne e il Monviso, bellissimo, l
in fondo, contro il cielo freddo e pulito. Vedi, anche per me cos, perci ti capisco. dal '76, pi o
meno, che non mi sento pi brigatista, ma che importa? Prima per loro, quei quattro operai di Reggio, poi
per questi... noi veramente siamo quello che siamo per gli altri, non per noi. Sono gli altri il nostro
destino, la nostra ombra: non possiamo staccarcene, saremmo maledetti per sempre. cos, senn,
dimmi, chi ne avrebbe voglia... ti pare? Ma tu... ha cambiato tono, mi ha stretto pi forte tu puoi fare
quello che vuoi, ed meglio che ti ritiri se non te la senti, non c' niente di male, la maggior parte dei
nostri ha fatto cos, anche se non lo dice. Basta che non ti metti contro l'organizzazione, che non dici
niente, e magari che ti adegui un po' durante i processi... puoi startene tranquillo per conto tuo, te
l'assicuro... guarda, meglio se fai cos, a questo punto. Ma s....
Mi faceva male la testa, ero stanco di cercar di capire. Io volevo smetterla e Franceschini, chiss
perch, sembrava coprirmi. Ce n'era a sufficienza. Siamo tornati verso gli altri. La crisi era passata e le
cose erano gi state dette. Non occorreva aggiungere altro.
Non ho pi partecipato ad alcuna riunione. Ormai ero fuori. Allora non mi stato detto nulla, ma anni
dopo ho saputo che i giorni successivi erano partite varie comunicazioni interne, a quelli di Prima Linea,
al primo piano, e ad altre brigate di campo: Enrico Fenzi stato espulso dalle Brigate Rosse. I rapporti
personali sono rimasti, in apparenza, quelli di prima, meno che con Moretti. Non ci siamo pi rivolti la
parola, sino a quando l'ho raggiunto a Milano, nell'inverno, dopo che lui stesso mi aveva fatto sapere che
voleva incontrarmi ne ho gi parlato, del resto. Ma quella normalit era, appunto, un'apparenza. In
realt rischiavo molto. Ognibene mi avrebbe visto volentieri morto, e sono sicuro di doverlo a
Franceschini, se non successo nulla. Mi ha avvertito, anche. Andavo qualche volta a mangiare nella
loro cella, il cameroncino a quattro posti, in fondo al corridoio: gli altri due erano Dongo e Marietto
Rossi, genovesi. Un solo gesto di Franceschini per loro sarebbe bastato, allora. Ha ricordato Figueras; ha
aggiunto, rivolto agli altri, con leggerezza:
pazzesco che qualcuno possa pensare di accoltellare Enrico, no?.
Era un avvertimento e un'assicurazione, e io ho preso sul serio l'uno e l'altra. Me ne sono rimasto
tranquillo, nei mesi successivi, ma ho pure cambiato atteggiamento. Ero convinto di non dover lasciar
assolutamente nulla di nascosto, per la mia sicurezza. Tutto doveva essere alla luce del sole, e io dovevo
farmi trasparente. Ho cominciato a criticare apertamente le Brigate Rosse, e andavo a discuterne proprio
con loro, i brigatisti. Mangiavo in cella con loro e ci litigavo, e anche questo ha contribuito, credo, a
salvarmi. Al piano di sopra, invece, dove sia Seghetti che Alfieri mi hanno invitato a salire, non ci sarei
riuscito: di questo sono sicuro. Intanto, le cose si complicavano anche per gli altri. La scissione, fuori, si
era ormai consumata, e anche dentro si formavano brigate contrapposte, quelle fedeli alle vecchie Brigate
Rosse e quelle degli scissionisti, i senzaniani. Nel nostro piano questi ultimi erano in stragrande
maggioranza, e avevano in Semeria, Ognibene e Franceschini altrettanti capi entusiasti. Dall'altra parte
non c'era che Guagliardo, e con lui Galati: il loro capo naturale era Moretti, ma era un fatto curioso e
imbarazzante per tutti che proprio lui si chiamasse fuori, e rifiutasse di schierarsi con gli uni o con gli
altri. I suoi due fedeli lo stringevano, gli stavano addosso, ma inutilmente. Guagliardo, per la verit, stava
addosso anche a me, e veniva a dirmi: Enrico, ripensaci, torna con noi!. Finch un giorno non venuto
Galati nella mia cella, e mi ha fatto leggere una relazione che Guagliardo gli aveva affidato affinch la
mandasse fuori, tramite il fratello. Parlava anche di me, e me ne diceva di tutti i colori: insomma, era
sempre lui, Guagliardo, la solita lingua biforcuta. M' venuto da ridere, mi era simpatico. Galati m'ha
detto: Senti, la devo trascrivere io, lui non la vede pi, perch non la correggiamo?. Non esisteva alcun
vero motivo per farlo, ma tant', l'idea mi piaciuta. E cos abbiamo eliminato gli insulti, e mitigato le
sue espressioni. Quale testo sia per davvero uscito non lo sapremo mai, n io n Guagliardo. In
compenso, l'hanno saputo subito i carabinieri, visto che Galati gi lavorava per loro. Si viveva di
apparenze, e per sopravvivere bisognava prenderle per buone, e fermarsi l: la saggezza spesso
coincideva con la stupidit.
Ero stupido anche con Isabella. Non poteva essere diversamente. Di quello che avveniva di qua dal
vetro e assorbiva le mie energie non le dicevo nulla, e mi costava uno sforzo troppo grande il solo
tentativo di percepire ci che stava di l. Ma non era solo questione di sforzi e frustrazioni: piuttosto, ero
sempre pi sicuro di deformare tutto quello che lei cercava di porgermi, come se davvero il vetro che ci
divideva durante il colloquio settimanale scomponesse le sue parole e me le rimandasse diverse. Io le
inquinavo con la mia diffidenza e malignit di carcerato, e con il veleno stesso della situazione in cui
vivevo. Ne soffrivo come di una menomazione vergognosa, e allora non volevo sentire quasi nulla, o il
meno possibile. L'importante era salvare la pelle, e non impazzire. Saldare stupidit e furbizia, lasciare
con calma che le cose andassero da sole per il loro verso, e non distrarsi mai, per farcele andare... Era
tutto un lavoro di riduzione, di spolpamento. I nostri non erano colloqui, ma scheletri di colloqui, fossili
di colloqui, echi di colloqui... era una fatica immane, e arrivavo su, in sezione, dopo, stremato, e mi
buttavo sulla branda e per tutto quel giorno stavo come morto, vuoto come un sacco vuoto. Con Lorenza,
Claudio e Lisa, invece, era diverso. Si parlava di poche cose, le pi semplici e ovvie, senza tensioni e
spasimi. Stavano crescendo senza di me, cambiavano in fretta. Il mio passato con loro s'allontanava,
colloquio dopo colloquio, e me ne veniva una gran malinconia e un sentimento triste del tempo che me li
faceva amare ogni volta di pi. Marianna era troppo piccola, e ancora tutta sotto il segno del futuro, per
me: quel futuro che in essi trascorreva e si consumava cos velocemente. Ma era anche un sentimento che
nascondeva una sorta di esaltazione, un ritmo tutto suo del quale proprio allora avevo bisogno. Pagavo,
infatti, l'adattamento alle regole della sopravvivenza con una progressiva perdita di me stesso. Mi
aggiravo nella gabbia che con tanta ostinazione e cecit ci eravamo costruiti per anni, io e gli altri e
poco importa che fosse stata una cecit generosa, un'ostinata illusione e pativo la consapevolezza che le
grandi narrazioni della sinistra si stavano affievolendo, e che la storia non era mai stata l, pronta a
prendere un'altra direzione, a rispettare i propri impegni dinanzi ai nostri progetti e ai modi nei quali
volevamo cogliere in essa la nostra opportunit. Al sogno della rivoluzione seguiva dunque la moda
dell'apocalisse un adattamento al rifiuto d'adattarsi al tempo storico che ci aveva traditi. Se il tempo
non poteva essere il nostro tempo, sarebbe stato in ogni caso una galera, dentro o fuori, e quello del
criminale assoluto un possibile destino. Ma tutto questo mi appariva sciocco e freddo come una stella
morta quando tornavo in sezione dopo il colloquio con i ragazzi, dopo le poche cose, il normale-quasi-
nulla che ci eravamo detti con tanto reciproco affetto. Con una maggiore tensione elettrica, avveniva la
stessa cosa anche dopo i colloqui con Isabella. Assurdamente continuavo a fare con lei il brigatista. O
meglio, l'avvocato d'ufficio delle Brigate Rosse. Raccontavo poco, minimizzavo, accennavo una linea di
difesa... ma ogni volta il suo ardore, la sua rinnovata capacit di indignarsi e commuoversi mi
soverchiava. E mi ributtava davanti a quello che tutti eravamo diventati a chi pensa di parlare? non lo
immagina, come siamo ridotti? La sua intatta passione politica era peggio di mille critiche. Feriva nel
profondo, ed era lo specchio impietoso nel quale vedevo la mia alienazione.
arrivata sconvolta, un giorno di met dicembre:
Hai visto a Milano? Hanno fatto trovare un volantino sull'uccisione di Soldati, dice che l'hanno
strangolato con gioia, che stata una festa... non ne sai niente? una schifosa provocazione, una
vergogna... dovete reagire, non potete sopportare tutto! Fatevi sentire, smentite in fretta....
Una provocazione! Anche quando era venuta fuori la notizia che i compagni avevano filmato l'attimo
dell'esecuzione di Roberto Peci avevamo concluso che era una provocazione. Eravamo in pochi, allora, e
ne abbiamo discusso all'aria, nel cortile grande, e c'era qualcosa in noi che rifiutava di credere una cosa
simile. Era un muro che non potevamo valicare.
Ora, davanti a Isabella, ho detto:
S, hai ragione, non si possono tollerare queste cose... una vergogna, e vedrai che qualcuno
smentir....
So con che cuore, non con quale faccia ho detto cos. Il volantino l'avevo letto anch'io, in carcere. Era
stato scritto l, a Cuneo. Era autentico, non c'era proprio nulla da smentire.
In quei giorni la colonna veneta delle Brigate Rosse sequestrava a Verona il generale della NATO
James L. Dozier: la stessa colonna che mesi prima aveva sequestrato e ucciso l'ingegner Taliercio ed era
cos riuscita nel quasi sovrumano intento di assolvere la Montedison di Porto Marghera e di farla passare
dalla parte della ragione. Ma il cinque gennaio, a Roma, erano arrestati Di Rocco e Petrella mentre con
Senzani facevano la posta a quanto pare a Cesare Romiti, e il giorno sei gli arresti proseguivano a
Napoli e poi di nuovo a Roma, con Senzani e il suo partito-guerriglia, e il ventotto, a Padova, il generale
era liberato, e il quattro febbraio solo l gli arresti erano pi di cento, e dal primo di marzo toccava alla
colonna milanese, l'Alasia... Era la fine di quella storia. Poi ne sarebbero forse nate di peggiori, ma
diverse. Allora mi hanno trasferito a Genova, per un processo. Ho riempito il sacco grande di tutta la mia
roba. Dalla cella di fronte un calabrese tranquillo, dall'occhio lungo, mi guardava. Quando le guardie
sono venute a prendermi, e mi hanno aperto, e ho messo fuori il sacco, ha detto:
Enrico, perch vi portate tutto? Lasciate pure un po' di roba, cos quando tornate ritrovate la vostra
cella....
Ho risposto che non ero sicuro di tornare: dopo il processo chiss dove mi avrebbero mandato. Non
potevo saperlo, infatti, ma me ne partivo con il mio sacco perch avevo deciso, in ogni caso, che proprio
l non ci sarei pi tornato.
Vent'anni dopo

Dalla cella d'isolamento mi hanno portato su, e mi hanno fatto entrare in un piccolo ufficio. Seduto dietro
la scrivania mi aspettava un uomo di mezza et. Aveva alcuni fascicoli aperti davanti a s, ha detto: Si
accomodi e mi ha guardato in silenzio. Ha abbassato gli occhi sui fogli, li ha spostati un poco, ha
sospirato ed tornato a guardarmi. Non si decideva. Poi, tutto d'un fiato, con voce uguale, come versasse
qualcosa in uno stampo:
Devo interrogarla a proposito delle dichiarazioni rese a verbale da Ali Aga il quale ha indicato in
lei la persona che un mese prima dell'attentato al papa, in un incontro a Ginevra, gli ha fornito il
passaporto falso e la pistola.
Ha indicato in lei la persona.... Non ho capito subito.
E quando ho capito, ho avuto paura. Mi sono alzato, e ho sentito la mia voce che diceva: Lei
matto... siete tutti matti... cosa state combinando?.
Non so cos'altro avrei potuto aggiungere. Non riuscivo a pensare con ordine, e ne ero paralizzato, e
alla paura si stava velocemente mescolando l'umiliazione e la rabbia. Ma il giudice non mi ha lasciato
andare avanti, ha alzato le mani: Si calmi! Si calmi! La capisco... stia tranquillo, una formalit... di
questa questione lei non sentir mai pi parlare, glielo assicuro!.
Mi stava dicendo che l'interrogatorio, appena cominciato, era gi finito. Mi sono seduto di nuovo, ho
firmato due righe di verbale con le quali dichiaravo ch'erano tutte fandonie, e mi hanno riportato in
isolamento. Non mi pare che tutta la faccenda sia durata pi di dieci minuti.
Perch oggi, mettendomi a scrivere queste pagine ( il 15 gennaio del '98: piove forte, fuori), m'
venuto in mente di cominciare proprio da un episodio che allora, dopo dieci minuti, stato davvero
sepolto e dimenticato? Potrei dire che non lo so, che da qualche parte occorreva pure cominciare, e
sarebbe la verit. Ma gi non pi cos vero. Addirittura, a pensarci bene, non so neppure se riesco a
correre dietro a tutti i motivi che via via vado trovando. Anche troppi.
Intanto, l'episodio rende l'idea di quello che succedeva allora a me, ma immagino anche a molti
altri. Stavo nel buio di una lurida cella di sicurezza: una settimana, un mese, due mesi... e poi di colpo,
ogni tanto, mi tiravano su, alla luce, mi chiamavano gentilmente professore e volevano sapere se la
scuola di lingue Hyperion di Parigi era una dpndance del KGB, se l'onorevole Mancini era un
capomafia, se era stato Arafat in persona a dare le armi alle Brigate Rosse, quali erano i pezzi grossi
della politica che avevano appaltato alle Brigate Rosse il rapimento e l'omicidio dell'onorevole Moro.
Per un po', il tempo di dire e ridire che non ne sapevo nulla, mi ritrovavo tra le alte sfere e i grandi
intrighi: poi, mi riportavano gi...
Poi c', naturalmente, il senso concreto dell'episodio, che presumibilmente esiste anche se io non ho
mai saputo quale fosse. Il mio nome non se l' certo inventato Aga: se ha messo a verbale quella cosa,
perch qualcuno gli ha detto di farlo. E se lui ha avuto i suoi motivi per obbedire, quel qualcuno ha avuto
i suoi per ordinare. Tutto sommato, la spiegazione forse assai semplice. Uno dei doveri istituzionali di
un buon servizio produrre verit: non una o due, ma tante e diverse tra loro, possibilmente una per ogni
circostanza, una per ogni necessit. Che un brigatista come me con le mie caratteristiche, anche d'et,
voglio dire avesse fornito armi e documenti ad Aga, era da questo punto di vista un'ottima verit:
avrebbe potuto essere giocata per dimostrare che le Brigate Rosse lavoravano per i servizi dell'Est, e che
di l, dall'Est, l'attentato al papa era partito... Non era affatto male, insomma, come idea. Solo, non
servita, perch le cose sono poi andate da un'altra parte e altre verit, allora, saranno state tirate fuori dai
cassetti, a corroborare il nuovo corso. E quel giudice gentile dunque arrivato sino a me a cose fatte, per
mettere il timbro finale su una pratica gi morta. E me l'ha detto.
Di nuovo, il discorso ha molte piste aperte davanti a s. Tuttavia, torno alla domanda iniziale, e per
la cambio un po': perch solo ora, perch non prima? Perch non ho avuto l'occasione per farlo, e poi per
pigrizia e distrazione, per dimenticanza... Sbito, per, una ragione precisa del mio silenzio c' stata. La
ricordo bene, e penso persino che valga ancora. Non ho detto nulla perch solitamente questo speciale
tipo di bugie ha successo, e se sono pochi quelli che lavorano a costruirle, sono invece molti quelli che
decidono di crederci: cos, basta solo che siano dette, una volta sola, e il gioco fatto e non ci sono pi
smentite possibili, perch entrano definitivamente nel gran minestrone delle cose che si sanno e che in
un articolo di giornale faranno sempre la loro figura (me li sono immaginati, allora, quegli articoli: del
resto, si sa bene che uno spezzone d'indagine, poi misteriosamente scomparso, riguardava i discussi
rapporti tra le Brigate Rosse e Ali Aga..., eccetera eccetera). Offrono infatti un vantaggio enorme: non
affondano mai e non arrivano mai a terra, ma galleggiano cos, indefinitivamente, ed dunque roba di
tutti, utilizzabile da tutti e per tutti gli scopi, res nullius non gravate da alcun vincolo, garantite dalla loro
stessa irrealt. Vere, insomma, perch irreali.
Ma allora, di nuovo, perch? Ecco, per un motivo che va oltre eventuali calcoli d'opportunit, e che
sta nascosto in quanto ho accennato sopra. Non posso non pensare, a volte: se quell'accusa fosse andata
avanti? Se fosse diventata vera? Se ne fossi stato travolto? Il caso, o, che lo stesso, l'infinita serie delle
cose che erano e sono fuori dalla mia portata ha dunque deciso ogni cosa? E se le verit sono prodotti
come gli altri, prodotti in concorrenza tra loro, e la realt non esiste, e tutto diverso solo perch
uguale, e una cosa vale l'altra, allora che resta della mia storia e di me stesso? Un catalogo di
meccanismi, un incrocio di possibilit... se la realt non esiste, perch mai dovrei esistere io?
Mi guardo attorno, parlo e sento di altri che hanno vissuto le mie stesse esperienze, e cosa ne ricavo?
La pura e semplice ideologia rivoluzionaria di allora non regge pi, ed addirittura diventata ridicola a
fronte dell'alluvione delle infinite e diverse verit che l'hanno sommersa: eppure, qualcuno ancora vi si
aggrappa proprio per non perdere se stesso e morire in questa alluvione. Dall'altra parte, la resa a tutte
le verit, a quelle vere come a quelle false che diventano vere, equivale alla consegna di se stessi
all'irrealt, al dissolvimento... e poich non c' dubbio che questa appaia una scelta assai pi intelligente
della precedente, c' chi la fa propria. Pu darsi che cos io non faccia che ricamare sulla solita
dicotomia, variamente disposta attorno ai poli della semplicit e del cinismo, della fede e del disincanto,
dove entrambi i termini dell'opposizione valgono per difetto, soffrono della perdita dell'altro. Pu darsi.
Ma il punto che, vent'anni dopo, non posso tornare a ripensare alla mia vicenda senza almeno
domandarmi cosa resta del senso che dovrebbe tenerla insieme: cosa resta del suo senso e di me stesso,
infine, quando ogni cosa non mai quella ma un'altra, e sembra che avrebbe potuto essere in qualsiasi
altro modo. Sembra... ma non proprio cos. Per quanto il vertiginoso assalto dell'irrealt sia inevitabile
e spesso addirittura benefico, c' sempre, al centro del vortice, qualcosa che sta l, fermo, e l'occhio pu
anche perdersi tutt'attorno, ma le mani hanno dove tenere la presa. Certo, quell'accusa avrebbe anche
potuto inghiottirmi, ma una cosa semplice e per fondamentale non potevo smettere di saperla: l'accusa
era falsa, e io sapevo e so che non ho mai conosciuto n tanto meno ho dato qualcosa ad Ali Aga.
Nessuna mal digerita vertigine esistenziale pu farmelo dimenticare. Proprio come il fatto che Luigi era
innocente...
Di nuovo, non ricordo l'epoca esatta, e del resto non importante. Luigi, l'amico arrestato con me,
Isabella e altri, nel '79, e poi assolto, come tutti (di lui ho gi parlato: era a Cuneo anche lui, quando
Berardi si ucciso), stato arrestato una seconda volta, per un breve periodo, credo un mese, pi o
meno, nell''82 o nell''83. Non potevo leggere i giornali o guardare la televisione, allora, perch ero in
isolamento nella sezione speciale del carcere di Marassi, ma, non so come, la notizia era filtrata. Nulla
pi di questo, tuttavia: non sapevo in quali circostanze, per quali accuse... Pochi giorni dopo, sono stato
portato a Torino, e cos ho saputo.
Nella stanza, eravamo in quattro: il giudice Caselli e il giudice Miletto, seduti di lato; io e Sanfilippo
seduti uno di fronte all'altro. Sanfilippo era un malavitoso siciliano alto e snello, gi condannato per aver
ammazzato qualcuno su commissione proprio a Genova. E nel carcere di Genova, sempre nella sezione
speciale, l'avevamo conosciuto sia io che Luigi, al tempo del nostro comune processo, e l l'avevamo
lasciato quando ci avevano messo fuori. La questione, ora, era diabolicamente semplice: Sanfilippo
accusava Luigi di essere il killer della colonna genovese delle Brigate Rosse, dall'uccisione del giudice
Coco in avanti. E come faceva, Sanfilippo, a sapere una cosa simile? Semplice: glielo avrei confidato io,
in quei mesi della primavera '80. Ecco dunque perch eravamo l. Era un confronto. Potevo io, Enrico
Fenzi, confermare l'accusa?
Ero tranquillo, all'inizio, e persino divertito. Ne stavo passando tante, in quel periodo, che al
paragone mi aveva colpito il lato assurdo della faccenda. Non potevo che sorridere rievocando i passati
furori di Luigi quando lo si sospettava semplice brigatista: adesso era addirittura diventato il killer delle
Brigate Rosse! E immaginavo cosa si pensasse a Genova, tra chi avesse mantenuto un minimo di buon
senso. Quanto a Sanfilippo, che dire? Lo ricordavo, s, cos come ricordavo tanti altri: due parole durante
l'ora d'aria, forse una cena o due in comune, punteggiata dalle risate di quel simpatico gigante che era
Rossano Cochis, della banda Vallanzasca... Niente di pi. Ero tranquillo, perch, per parte mia, tutto era
gi risolto, e non poteva essere diversamente per gli altri. Con leggerezza, ho detto che Sanfilippo
mentiva, e che era pazzesco tanto il pensare a Luigi come killer delle Brigate Rosse, quanto il credere
che io avessi potuto confidare a qualcuno una cosa simile, e proprio a Sanfilippo, poi!
Non ci ho messo molto a capire quanto fosse sciocco il mio atteggiamento liquidatorio. Con stupore,
prima, poi con disperazione, ho visto come per i giudici ci fosse poco da ridere. Erano attaccati al loro
osso come mastini, e questo altro non era che il loro mestiere, che in ogni caso facevano benissimo. Ma
ci appunto rendeva reale l'incredibile: sulla base dei loro dati il teorema Sanfilippo stava in piedi,
eccome. Io, cosa potevo opporre? che loro non conoscevano Luigi? che io sapevo che era innocente? Ma
come facevo a spiegarlo? Come si fa a spiegare il gusto delle fragole a chi non le ha mai assaggiate? Il
vecchio proverbio stava diventando un incubo. Come potevo anche semplicemente dire quello che
sapevo? E poi, Luigi non aveva fatto nulla, e come si fa a provare il nulla? Mi guardavano, e non mi
credevano, e ci era pi che sufficiente ad annichilire la mia verit, a privarla della parola: la parola di
Sanfilippo, quella era un fatto, e pesava infinitamente pi di un'infinita montagna di non-fatti; l'accusa era
un fatto e la difesa non lo era, e l'unica verit in cui rischiavo di precipitare era che non avevo nulla da
dire. L'iniziale superficialit era diventata angoscia, e i miei no sempre pi incrinati, sempre pi sordi,
non urtavano solo contro gli sguardi freddi e attenti dei giudici, ma erano ridicolizzati, cancellati dalla
strepitosa recita di Sanfilippo.
Il quale, dopo un'iniziale timidezza, si era trasformato in un istrione appassionato e convincente.
Giurava, invocava, gesticolava: Enrico, tu lo sai che dico la verit... Enrico, guardami negli occhi.... E
accumulava particolari esatti e insignificanti: abbiamo mangiato le lasagne al forno di Cochis, non te lo
ricordi? e c'era freddo, in cella, e la televisione non funzionava bene... Sapeva tutto, ricordava tutto,
ricostruiva tutto con la lucidit di un pazzo. E come la sua passione e la sua veemenza aumentavano e mi
incalzavano, io non potevo fare a meno di ritrarmi, di chiudermi entro una corazza di ottusa monotonia:
Non vero... non vero.... E come lui volgeva continuamente gli occhi da me ai giudici quasi fosse sul
palco d'un teatro, anch'io, ma in modo rigido e silenzioso, li guardavo, ogni tanto, e mi sentivo lontano e
sconftto, e pensavo: Credono a lui, non a me..., e mi sembrava che non potesse essere altrimenti, che
anch'io avrei creduto a lui... e per continuavo: Non vero... non vero....
durato ore, il confronto. Sempre uguale, sempre peggio. Ma dopo ore, Sanfilippo crollato di
colpo, senza preavviso, vinto dall'intollerabile realismo della recita, trascinato a fondo dal suo stesso
slancio. Enrico, ti supplico, anche se non vero dammi una mano... aiutami... perch t'importa pi di
Luigi che di me... ti prego, ti prego... io ho l'ergastolo, e solo se a questi gli do un politico posso uscire.
E piangeva, ora, e vedeva il suo sogno andare in pezzi. Caselli e Miletto si sono guardati: io ho guardato
loro e ho visto il loro sguardo. Non ho detto assolutamente nulla. Il confronto durato ancora poche
battute, quelle necessarie per chiudere.
Pochi giorni dopo Luigi tornato libero. La sua storia giudiziaria stata ancora lunga, ma debbo
aggiungere, per la cronaca, che alla fine, qualche anno fa, stato definitivamente assolto da qualsiasi
imputazione, e ha ricevuto un indennizzo per il carcere ingiustamente sofferto.
Mi fermo. Non ho ripreso a scrivere queste pagine per aggiungere altri episodi (del resto, ce ne
sarebbero ancora troppi, e sicuramente di maggior effetto), e se ho ricordato questi due, solo per
l'affinit che li lega e il motivo che suggeriscono. In maniera diversa, nell'uno e nell'altro ho percepito in
maniera diretta, fsica, quale casuale intreccio di circostanze possa volta a volta deviare il corso di una
vicenda personale verso esiti imprevedibili, e questo il punto delicato come possa accadere che una
simile percezione indebolisca il senso della realt, a cominciare dalla propria. Quando ho detto che,
durante il confronto con Sanfilippo, dopo ore di sceneggiata, trovavo pi convincente lui di me, ho inteso
anche questo: che non si pu smettere di credere a quello che si sa, ma che insieme si pu subire la
tentazione di non credere pi a se stessi. Come un lasciarsi andare, un dissolversi... la realt un delirio,
e tutto pu essere, e il sapere e il credere possono non coincidere, e dunque anche solo il difendersi si
trasforma in una fatica inutile e disumana. Questo rischio l'ho intravvisto, e m' sembrato cos di capire
qualcosa che forse non avrei altrimenti immaginato, qualcosa che ha a che fare, per esempio, con
l'angosciante complessit psicologica di tanti crolli e autoaccuse, quasi sempre false, che hanno riempito
le cronache dei processi staliniani. E anche se l'episodio non stato granch, me ne sono dovuto spesso
ricordare, in quegli anni, quando non era facile tenersi stretti al proprio io, non farselo scappare via.
All'esterno troppe cose mi sommergevano, ogni giorno nuove, e mi trascinavano qua e l, e
trasformavano la mia storia in un labirinto. All'interno le cose non andavano meglio, perch era ben un
processo di dissolvimento interiore quello che affrontavo staccandomi non tanto da un'ideologia quanto
dalla passione che aveva bruciato la mia vita: la passione che mi aveva portato nelle Brigate Rosse. Ora,
ci sono dei momenti in cui non appartenere pi a se stessi, n dentro n fuori, permette di guardarsi
meglio, ma ne deve poi seguire una ricomposizione, prima che tutto questo si trasformi in una malattia
mortale.
La ricomposizione: non facile, e non esistono ricette. Solo una cosa, mi sembra d'aver capito,
davvero decisiva: il silenzio. Non che occorra per forza tacere, questo no. Piuttosto, bene sapere che l,
al centro delle parole, tutte le parole che si possono e magari anche bene che si dicano, c' da difendere
quella zona di silenzio nella quale batte il cuore muto del discorso. Questa non affatto una teoria, ma
solo un'osservazione empirica. banale ma vero e sperimentalmente dimostrabile come sia molto
diffcile rispondere in maniera soddisfacente per me e altri come me -a chi ancora oggi, vent'anni dopo,
continua a chiedere: Perch?, e di fatto intende chiedere: Chi sei?, e in maniera spesso inconscia,
vaghissima, vorrebbe magari significare: Sei qualcuno?. Anche perch, si badi, la domanda di solito
viene rivolta proprio a chi non pu rispondere, e non a chi sarebbe invece pronto a farlo. Non, cio, al
cosiddetto irriducibile, in immobile adorazione dei suoi perch, i quali non solo stanno sempre l, bene
in vista per chi li voglia sentire, ma soprattutto sono forniti di valore generale, e dovrebbero essere
sempre buoni per spiegare le azioni passate tanto di chi ancora ci crede quanto di chi ci ha creduto un
tempo e ora non ci crede pi. Eppure no: a lui non lo si chiede, e si pretende invece una risposta da chi si
sa bene che la chiave di tale risposta l'ha gettata via per sempre (e non importa affatto quanto gli sia
costato farlo), e anche se volesse non saprebbe pi ritrovarla. E se s'impegnasse tuttavia a rispondere, si
sa dunque altrettanto bene che cadrebbe in una penosa contraddizione, visto che non potrebbe che ripetere
tali e quali le ragioni di allora, quelle stesse dell'irriducibile alle quali egli per non crede pi e che
dunque riferir indebolite, minate dalla sua stessa attuale falsa coscienza rispetto a esse, e addirittura
finir per riferirle sottolineandone passo passo l'inconsistenza, la fallacia, e insomma distruggendole
nell'atto stesso con il quale le porta alla luce. Con una contraddizione essenziale, dirompente eccola, la
ragione, che per, vedete? non affatto tale... Ma allora, e con sempre maggior forza: Perch?. Perch
quelle azioni sono pur state compiute, non vero? La sproporzione non pu che crescere, e su questa
strada la distruzione sistematica delle proprie ragioni via via che le si mettono in mostra equivale alla
distruzione di se stessi, perch il nesso tra quello che si fatto e le ragioni per le quali lo si fatto ne
riesce disarticolato, e sono i pazzi che agiscono senza motivo, i pazzi pericolosi... Credo possa nascere
di qui, allora, lo zelo autoaccusatorio, il desiderio di non essere se stessi ma altri: di essere quello che fa
le domande, per esempio, e la voglia di compiacerlo, di prevenirlo, di annullarsi in lui. In lui che per
parte sua non demorde e pretende la sua rivincita e insiste: Perch?... Perch?. All'inizio del capitolo
Cause ed effetti, sopra, m'era capitato di osservare che nessun amico, mai, mi ha chiesto: Perch?: ora
ho forse pi chiaro che non una domanda da amico. Da nemico, piuttosto, com' del resto giusto e
normale che sia.
Ho volutamente esagerato, ma non troppo. E ho visto una rappresentazione perfetta di quanto ho
cercato di dire in un bel film del 1995, La seconda volta, di Mimmo Calopresti, con Nanni Moretti e
Valeria Bruni Tedeschi. A Torino, il professor Sajevo (Moretti) incrocia la terrorista che dodici anni
prima gli ha sparato un colpo in testa. Si chiama Lisa Venturi, ed in semilibert: lavora in un ufficio, di
giorno, e torna in carcere la sera. Lei non lo riconosce, e ci, se possibile, aumenta in lui il desiderio di
capire, di sapere... e il confronto ci sar, ma non porter a nulla, da una parte e dall'altra. Il blocco che
divide i due personaggi non neppure scalftto, e si ripropone, invece, nella sua insuperabile durezza. Le
possibilit di lettura sono varie. La mia non meno legittima di altre. Lei chiaramente lontana da ci
che stata e ha fatto: sconta la sua pena in silenzio, e non vuole altro. Lui vuole strapparle un perch.
Vuole... cosa vuole, in effetti? La prima volta, lei ha cercato di distruggere lui; ora le parti sono
capovolte, ed lui che pi o meno inconsciamente vuole distruggere lei. Solo, la sua arma non la
pistola, ma il suo: Perch?. E lei per non si fa distruggere, e oppone il silenzio. Che avrebbe dovuto
dire? Sparandoti in testa ho sparato a uno dei cervelli della ristrutturazione industriale, ho sparato
all'intelligenza dei padroni, ho sparato al servo del capitale, ho sparato al peggior nemico della classe
operaia, quello che la sfrutta non con la brutalit diretta dei rapporti di forza ma con l'apparato sofisticato
e inestricabile dell'organizzazione del lavoro, dell'organizzazione della vita? Questo avrebbe dovuto dire
al mite intellettuale, professore universitario di sociologia del lavoro all'Universit seduto dinanzi a lei,
con quel viso sofferente e i pezzi di piombo ancora nel cervello? Proprio questo avrebbe dovuto dire,
che in ogni caso pi o meno cos gi era stato scritto nel volantino di rivendicazione che di sicuro allora
ha seguito l'attentato, e che magari il professore ancora conserva tra le sue carte? E dirlo con la foga e la
convinzione adeguati all'atto, s da spiegarlo davvero, da renderlo di nuovo necessario? Avrebbe dovuto
sparargli di nuovo, per spiegare perch aveva sparato? Non pu, evidentemente, e per non pu neppure
involgarire e negare se stessa sino al punto di dire quelle cose terribili senza alcuna convinzione e
addirittura staccandole da s, e rifiutandone la follia e marcando con plateale pessimo gusto la propria
attuale condizione di redenta, di illuminata. Non pu che tacere, dunque, e invocare il suo diritto alla
pena, e tornare al carcere come a un rifugio. E il professor Sajevo capisce, alla fine, che non ne caver
nulla: non otterr di poter disprezzare chi gli ha sparato, e potr solo odiare, se vorr o non potr farne a
meno. Per annientare la nemica, il Perch? questa volta non funziona: per annientarla, la seconda volta
dovrebbe semplicemente essere lui a sparare a lei.
La mia lettura forse tendenziosa. Ripeto per che legittima, e me lo conferma lo stesso regista,
Calopresti, rispondendo alle critiche mosse al film da Erri De Luca (il dibattito tra i due nel numero 5
MicroMega del 1995). Il quale De Luca accusa il film di essere del tutto squilibrato perch al
sovraccarico delle accuse non corrisponde un altrettale spazio concesso alla difesa: vittima, insomma,
sarebbe ora proprio la ragazza, alla quale stata tolta la parola azzerando il peso delle sue ragioni (De
Luca: Quella non mica la ragazza della Uno bianca. Quella ragazza faceva parte di una generazione
comunista. Dove si vede questo?). Curiosamente, a me sembra vero il contrario, e cio che il silenzio
della ragazza sia stato, nel film, l'unico modo reale concesso al regista per salvaguardarne le ragioni, e,
di pi, che quello stesso silenzio sia la condizione e lo strumento attraverso il quale la ragazza attua la
propria ricomposizione e riesce a definirsi, nel presente, come persona: persona sofferente, tormentata,
infelice sin che si vuole, insomma, ma soprattutto integra. Solo lo spessore, il senso del suo silenzio
poteva permettere di rappresentare questo dato elementare, indispensabile per non trascinare nel fango
tutto l'inscenato dramma della seconda volta, e questo mi pare appunto il merito che Calopresti
rivendica con chiarezza: Lei non ha bisogno delle parole. Il mio problema era di non fare di lei un
personaggio che doveva dare delle spiegazioni. Quel personaggio silenzioso, ha la forza del silenzio
rispetto a lui (...) Certo, le parole sono sbilanciate. Da una parte c' l'uomo, che usa le parole in maniera
forte, decisa; dall'altra c' una donna che gli oppone il pudore, la timidezza, il silenzio. Un modo di
esprimersi che per me non negativo, anzi positivo e forte rispetto alla parola di lui. E ancora: Non
affatto vero che lei esca demolita dal confronto. Io vedo in quel mutismo una forza, non una debolezza.
Quando l'ho scritto, questo film, ho passato giorni a togliere parole, a togliere spiegazioni dalla bocca di
lei..., eccetera. Quello che io aggiungo di mio, infine, solo il pensiero che quel silenzio non valga solo
per lei, Lisa Venturi, ma per tutti noi che, come lei, sentiamo con strazio che non solo non c' rimedio a
ci ch' stato fatto, ma che il male compiuto ridicolizza le pretese delle parole, quando ci si trovi a
pronunziarle davanti a chi di quel male stato vittima. E neppure conta la pena inflitta dalle leggi,
emblema di un impossibile risarcimento. Per questo (non penso affatto di avere ragione, cerco solo di
spiegare) non ho mai domandato perdono: mi sarebbe sembrato un tentativo indebito, un tentativo che non
mi compete, che in forma insidiosa prolunga l'effetto della violenza passata imponendo di fatto una
situazione morale di obbligo, di scelta, proprio a chi, a suo tempo, non stato certo interpellato, se
sceglieva o meno di essere la nostra vittima. Non ha avuto scelta, allora, e di nuovo non ne ha avuta poi,
perch si dimentica troppo facilmente che la vittima obbligata ad accettare che il risarcimento sociale
il carcere per il colpevole valga anche come risarcimento suo personale, come guarigione della sua
intima ferita. Ma non cos, anche se in qualsiasi societ civile non pu essere che cos, e mi sottraggo
dunque all'idea di far di nuovo sanguinare la piaga e di sottolineare l'incommensurabilit dei due piani,
chiedendo perdono proprio a chi di fatto gi l'ha civilmente e laicamente concesso, rinunciando alla
vendetta e onorando il patto che lo lega alla societ in cui vive.
Questo margine che molte volte occorre lasciare alla personale dimensione del silenzio, proprio
perch le parole conservino meglio il loro significato, non ha a che fare con l'altra questione che in
passato stata spesso evocata, e che potremmo definire come la politica del silenzio. Essa riguardava
alcune condizioni generali che avrebbero permesso o meno ad alcuni brigatisti di dire la loro, e cio di
portare il loro contributo di verit alla complessiva ricostruzione di quegli anni, e alla vicenda che pi di
ogni altra torna ogni tanto come irrisolta alla cronaca, quella che riguarda il sequestro e l'uccisione
dell'onorevole Moro. Ora, questo aspetto mi sembra largamente esaurito: della vicenda Moro mi pare si
sappia quanto ragionevolmente si pu pensare di sapere; i brigatisti coinvolti, a cominciare da Moretti,
hanno detto tutto quello che a loro toccava di dire, e i ricorrenti polveroni che vengono ancora sollevati
sull'argomento hanno sempre pi il carattere di pretestuosi tentativi di intorbidare le acque per strane e
per lo pi incomprensibili faide che sembrano ancora dividere il mondo politico e gudiziario. Insomma,
ormai ben possibile fare la storia della lotta armata in Italia: certo, si potranno sempre analizzare meglio
le cose e riflettere e arricchire di nuovi particolari il quadro complessivo, ma gli elementi ci sono tutti, e
il pallone di tutti i pretesi misteri in realt scoppiato da un pezzo, anche se qualcuno ogni tanto s'affanna
a gonfiarlo di nuovo.
C' invece un aspetto laterale della questione, ma forse pi attuale, che mi interessa, e riguarda
piuttosto il diffuso desiderio che le Brigate Rosse si ritraggano, spariscano, si rendano invisibili... c'
come una gran voglia, insomma, che esse scompaiano proprio da ci che, poco o tanto che sia, le
riguarda. E per raggiungere lo scopo sempre un buon sistema quello di negarne l'autonomia, di
scavalcarle. In una recente trasmissione televisiva dedicata al caso Moro, un vecchio ed elegante signore,
in apertura, ha dichiarato: Allora, pensavo che le Brigate Rosse fossero al servizio degli americani;
oggi lo penso ancora, ma penso anche che invece avrebbero potuto essere al servizio dei russi. Allegria!
Una frase del genere spiega perfettamente quello che intendo: riassume come meglio non si potrebbe,
nella sua stessa assurdit, quell'ansia di rimozione, di aggiramento... le Brigate Rosse, insomma, non sono
mai esistite! Onde, di nuovo, il tornare a gonfiare i palloncini bucati dei tanti misteri... So bene che,
vicino a quella, c' stata una eccellente trasmissione dedicata da Zavoli allo stesso argomento, dove
erano in primo piano le voci di Moretti, della Braghetti e di altri, ma l'impressione mia che non sia
affatto Zavoli a fare tendenza, come s'usa dire (del resto, ricordo bene come la sua trasmissione La notte
della repubblica fosse stata elogiata da qualche giornale importante solo dopo ch'era finita!). Come
mai?
Non ho risposte pronte. Indubbiamente, tanta insistenza sui supposti misteri del caso Moro anche un
sistema per regolare vecchi conti, per parlare d'altro ( stata tirata in ballo, in spregio a ogni senso del
ridicolo, anche la 'ndrangheta calabrese!), e in ci dura tenace la vischiosit delle vecchie posizioni del
PCI. Ma c' probabilmente anche qualcosa di diverso, meno legato a ideologie e schieramenti, e pi
invece alle singole persone. I brigatisti hanno o non hanno parlato, ma di l da tutto costituiscono un
gruppo definito: un gruppo, o un'organizzazione, che ha perduto e che con un atteggiamento di notevole
seriet e responsabilit ha fatto e sta facendo i suoi anni di galera. Dall'altra parte non in alcun caso
una critica, ma una semplice constatazione di fatto una gran parte della sinistra di movimento che si
considera figlia ed erede del '68 sta altrove: nelle radio, alla televisione, nei giornali, nelle professioni
intellettuali in genere e in qualche caso anche in Parlamento: l dove brigatisti proprio non ce ne sono.
Ora, mi sembra che per molte di queste persone sia irresistibile la tentazione di ripercorrere la loro
storia, a partire appunto dal '68, con un misto di rancore e frustrazione: come sarebbe stata altrimenti
lineare e significativa, quella storia, e quanto avrebbe potuto essere importante e addirittura decisiva e
innervata nella storia pi ampia del nostro paese se, a rovinare tutto, non fossero arrivate proprio loro, le
Brigate Rosse! Come non tentare, allora, di immaginare una storia diversa, la 'vera storia del movimento',
senza il tormentone ricattatorio e stravolgente della lotta armata!? Si veda, di questi tempi, il ricorrente
tentativo di gonfiare oltre il credibile l'importanza del cosiddetto movimento del '77, il cui livello non
potr invece essere troppo innalzato senza una patente violenza alla verit storica: ora, questo
rigonfiamento cos'altro se non il tentativo, rispettabile pur se vano, di rifare una storia dell'estrema
sinistra senza le Brigate Rosse e la lotta armata? di ritrovare un'estrema sinistra buona da contrapporre
alla cattiva, che ha rovinato tutto?
I tentativi in questo senso non sono certo nuovi, a cominciare dai vecchi discorsi sull'imbuto tragico
in cui il movimento s'era andato infilando, allora, e gi c' stato qualcosa di molto preciso. La chiave
interpretativa di un libro importante e interessante come Gli invisibili, di Nanni Balestrini, del 1987, sta
tutta in questa contrapposizione, per la quale visibili e in qualche modo analoghi sono lo Stato e le
Brigate Rosse, mentre 'invisibili' sono loro, i giovani del movimento, che pure sono i soli a esprimere e
vivere veri valori alternativi la vera morale e la vera libert. Ma appunto, sono costretti a farlo da
invisibili, schiacciati come sono da uno scontro tra apparati contrapposti che non li riguarda
minimamente. Significativa non dunque la rivolta nel carcere di Trani, descritta come il trionfo, prima,
della militaresca organizzazione brigatista e poi dell'efficienza dei corpi speciali dei carabinieri, ma
semmai la domestica, gioiosa e intimamente eversiva fuga dal Cantinone dei ragazzi del movimento
milanese. La vera storia del movimento sarebbe dunque precisamente quella che lo scontro armato ha
occultato, ha represso, ha sviato nelle decrepite forme di una politica ossessionata dal potere, che
avrebbe visto, paradossalmente, le Brigate Rosse e lo Stato dalla stessa parte, contro la vitale e libera
spontaneit anarchica di quei giovani, espropriati della loro rivoluzione.
Il punto importante, perch, vent'anni dopo, forse il primo che si presenti alla riflessione e chieda
una soluzione: c' un bivio, a questo punto, e con ipotesi diverse si prenderanno strade diverse e si
scriveranno o semplicemente si ricorderanno storie diverse. Ed prima di tutto importante sul piano
personale, perch quello che pi immediatamente implica un giudizio di valore sul passato intimamente
commisurato al senso che allora abbiamo voluto dare alle nostre scelte, radicato nei termini concreti
della nostra esperienza esistenziale. Dir dunque la mia, nell'inevitabile forma di un bilancio, e cercher
di farlo nella maniera pi breve e chiara possibile. Lo schema appena esposto senz'altro suggestivo, e
per qualche parte pu persino essere vero: meglio, per qualcuno pu essere stato effettivamente cos. Per
qualche parte, per qualcuno...: nella sostanza, tuttavia, le cose sono state affatto diverse, e quel discorso
risponde piuttosto al desiderio di trovare una soluzione di comodo intorno alla quale ci possa essere un
largo accordo, in nome di una rilettura parziale e consolatoria del passato. Del resto, proprio perch
uno schema falso non riuscito ad affermarsi, ed ricorrentemente arrivato a un passo dal successo, e
poi ricaduto su di s. Il fatto che non si pu fare un buco pi piccolo dove gi se n' fatto uno pi
grande, e dunque nessuna storia del movimento e tanto meno di quello del '77 in realt possibile, nella
coscienza di tutti, direi, se si pretendesse di passare sotto silenzio o di mettere tra parentesi quella che,
piaccia o meno, stata l'espressione pi radicale e conseguente che i movimenti nati a partire dal '68
hanno finito per assumere: quella della lotta armata.
Naturalmente non basta dirlo: occorre qualcosa di pi. Ed con qualcosa di pi, appunto, che vorrei
chiudere queste breve appendice a un libro scritto, allora, di getto. Perch sono cos convinto che sia
sbagliato ogni tentativo, pi o meno dignitoso, pi o meno mascherato, di espellere le Brigate Rosse dal
filo principale della storia dei movimenti degli anni '70? Per una residua forma di orgoglio? Per la
perdurante illusione di avere, s, sbagliato e perduto, ma di aver tuttavia conservato in ci una certa
grandezza, un certo significato? Non sono in grado di escludere che ci siano, in me, anche sentimenti di
questo tipo: se cos fosse, chiedo che mi siano perdonati o quanto meno capiti, visto che a essi ho
sacrificato gran parte della vita. Presumo, tuttavia, che il mio giudizio non mascheri un mero riflesso di
carattere psicologico, non sia l'estrema proiezione del desiderio. Torno a quanto dicevo una decina di
pagine fa: molte cose possono apparire incerte, molte prospettive annebbiate e insicure, ma, se lo si
cerca, un punto fermo c' sempre.
Per cominciare, oggi, a cose fatte, un elemento chiaro e inconfutabile sotto i nostri occhi: il
decennio di lotta armata, in Italia, fa parte a pieno titolo dell'assai pi complessa vicenda attraverso la
quale abbiamo visto chiudersi nel mondo tanto l'utopico modello teorico-politico quanto l'effettuale
realt del comunismo. Fatte tutte le differenze e le proporzioni che si vorranno fare, resta che la sconftta
delle Brigate Rosse ha avuto, qui da noi, lo stesso valore e lo stesso senso che avr anni dopo,
emblematicamente, il crollo del muro di Berlino. Non solo: per le sue caratteristiche l'esperienza italiana
stata per molti aspetti un'esperienza centrale, perch in essa gli elementi della tradizione comunista
sono arrivati al loro capolinea, si sono sommati e sono bruciati sino in fondo, senza residui, con l'astratta
purezza di un esperimento da laboratorio. Gi questa considerazione basta di per s a fare giustizia
dell'ipotesi opposta, quella cio di una sostanziale estraneit della lotta armata rispetto al corso vero e
profondo che ha animato il movimento: vero invece che stata proprio la lotta armata che ha colto,
interpretato e vissuto radicalmente, sino alle sue estreme conseguenze, quello che era il fenomeno reale
che su grande scala si stava compiendo e che la sovradeterminava. Tant' che, quando nei primi anni dell'
'80 stata sconftta e il campo tornato libero, nel deserto della speranza comunista non sono tornati a
fiorire liberi i movimenti, ma quello che ne rimaneva, perduto l'ossigeno che li teneva in vita, semmai
affogato senza lasciare apprezzabili tracce di s nelle lente spire del decennio socialista o craxiano,
come lo si voglia chiamare.
Questa considerazione ne comporta sbito un'altra, che per amore di chiarezza vorrei esprimere in
forma forse paradossale e provocatoria. Il grande partito italiano della tradizione comunista, il PCI, ha
avuto, allora, la grande fortuna (ma una fortuna, certo, che egli stesso si era preparata da lontano, con i
suoi meriti storici) di vedere che una parte di s prendeva consistenza oggettiva, e cresceva e si staccava
quasi spontaneamente dal suo stesso corpo, e gli si contrapponeva... vedeva, insomma, che tutto ci di cui
di l a poco avrebbe dovuto liberarsi in forma dichiarata e ufficiale gi se ne andava per conto suo, nella
realt, s che ha potuto combattere non gi una lacerante guerra intestina, ma una guerra che appariva
condotta contro un nemico esterno: ha avuto perci nella lotta armata la sua grande occasione e l'ha
saputa cogliere, in pieno, e proprio in questa guerra contro quel se stesso che non era e non voleva pi
essere s' conquistata la possibilit, pi tardi, di consacrare la propria trasformazione pagando solo il
modico prezzo di qualche lacrima, nelle sezioni emiliane o toscane. N poteva in effetti pagare molto di
pi, dopo essere riuscito a schierare per intero le sue forze contro il terrorismo, in difesa dello stato
democratico.
La lotta armata, e segnatamente quella pi consapevole e organizzata, quella delle Brigate Rosse, s'
dunque posta nel nome dell'utopia, della novit, del futuro, ed esprimeva invece le convulsioni finali di
qualcosa che stava morendo: era la crudele messa in scena della sua stessa morte. Era una fine, non un
principio. Oggi, questo mi sembra il punto fondamentale. E se mi si domanda come mai questa fine volle
essere cos tragica e piena di sangue l'incolpevole sangue di tante vittime, e quello di tanti compagni:
anche quelli che in un modo o nell'altro hanno attraversato la mia vita riesco solo a rispondere che era
la natura stessa di quelle convulsioni a volerlo, e che la storia dell'utopia e della realt del comunismo
potesse semplicemente finire cos, con una mozione congressuale e qualche lacrimuccia in sezione,
sciocco pensarlo. La fine non poteva che trascinare con s il peso del lontano inizio, e il peso terribile
dei suoi mille ramificati svolgimenti e dei suoi atroci sviluppi... La brevit obbliga in qualche modo alla
retorica. meglio dunque ch'io torni a me, ed ecco che non trovo nulla di retorico se guardo indietro e
cerco di rappresentarmi, oggi, quale fosse il significato concreto di quella parola: comunismo. Mio
padre, intanto: non me ne ha mai voluto parlare, e solo pochi giorni prima di morire, nel '68, mi ha
mostrato una vecchia tessera del PCI clandestino, d'anteguerra: era iscritto, ed stato pi o meno tre anni
in carcere, negli anni '30, e poi al confino, e per questo ha avuto subito un posto di lavoro, nel '45,
all'Ansaldo di Genova. E poi, negli anni '50, nel piccolo paese dell'Appennino ligure dove abitavamo, le
povere feste dell'Unit (suonavano i pochi dischi a 78 giri che portavamo noi e pochi altri), e, nella
Genova operaia di Rivarolo e Sampierdarena, i grandi scioperi... Un mattino soprattutto nitido nel
ricordo. Era il luglio del '60: c'era il governo Tambroni, e Genova era paralizzata dallo sciopero
generale. Mio padre non si alzato: mi sono alzato io, invece, alle sei, e tutto solo, muovendomi
silenzioso per la cucina, mi sono fatto il caff. Mi sono affacciato alla porta della camera, e ho detto:
Ciao. Io vado.... Mi ha risposto: Stai attento, e nient'altro. Dovevo fare quasi due chilometri a piedi,
per arrivare alla stazione: di solito, insieme a tutti quelli, studenti e operai, che come me prendevano il
treno per scendere in citt. Quella mattina, per, eravamo pochissimi, e ci guardavamo in silenzio. In
stazione, sul marciapiede, ci si poteva contare. Avevamo tutti la stessa meta, e nessuno parlava. Qualche
ora pi tardi, il mio contributo ai famosi moti di Genova stato quasi nullo: ho fatto mucchio con altri,
con altri sono scappato sotto le cariche della Celere, e ho avuto per due giorni gli occhi gonfi per i
lacrimogeni. Ma il silenzio irreale di quella limpida e calda mattina di luglio, aspettando il treno, quando
tutto era sospeso: non si andava a scuola, non si andava in fabbrica, eppure si era l, e si andava, chiamati
da qualcosa a cui non ci si poteva sottrarre... quell'attesa non la posso dimenticare.
Era una fine, non un principio, e in qualche oscura e contorta maniera questa consapevolezza deve
aver agito, e aggiunto un sovrappi di assurda determinazione, di cruda follia. Ma non eravamo solo noi
brigatisti a credere nel moribondo fantasma del comunismo. Dall'altra parte anche altri ci credevano,
evidentemente, visto che hanno messo bombe e provocato stragi per fermarlo. Se non fosse tragico uno
dei pi tragici paradossi di questa pazza e crudele storia d'Italia potrebbe apparire grottesco che a
credere al comunismo fossero rimaste le Brigate Rosse e i servizi segreti, e che da una parte e dall'altra
ci si trasformasse in assassini, chi per favorire e chi per combattere qualcosa che invece aveva gi finito
d'esistere. In ogni caso, penso che la data ufficiale d'inizio della lotta armata sia il 12 dicembre 1969, il
giorno in cui esplosa la bomba di piazza Fontana, a Milano. Questo non vuol essere un alibi per quanto
successo poi: da quel giorno, dal momento in cui quello diventato l'orizzonte ultimo dello scontro,
ognuno ha fatto in piena responsabilit le sue scelte. Al proposito, ho un modesto personale aneddoto da
raccontare.
Quando sono stato arrestato la prima volta, con Isabella, nel maggio del '79, i carabinieri hanno
trovato una pistola nascosta nel camino della nostra casa di campagna, e proprio su quell'arma si retta
allora l'accusa di appartenenza a banda armata. La pistola non era affatto nostra, n l'avevamo messa l:
con ogni evidenza, ce l'avevano messa quelli stessi che poi l'hanno trovata. La cosa stata fatta in ogni
caso in maniera cos maldestra che prima il giudice di Chiavari, nel processo per direttissima, e poi
quello di Genova, un anno dopo, ci hanno assolti, il che di per s gi la dice lunga sulla questione. Ma
non questo il punto: negli anni successivi, per accenni o per battute, sia io che Isabella abbiamo molte
volte verificato come fosse noto e addirittura scontato che quella pistola fosse stata nascosta in casa
nostra proprio per incastrarci. Recentemente, avendo subito un furto, Isabella ha avuto occasione di
parlare con alcuni carabinieri che ricordavano le nostre passate vicende. Polemicamente tornato fuori il
discorso della pistola, e proprio uno dei carabinieri ha detto allora una frase che mi ha colpito non certo
per la sua particolare novit, ma perch appariva cos intimamente connessa con la nostra vicenda
personale: Ma signora, cosa pretende? Allora, contro il comunismo c'era l'ordine di fare qualsiasi
cosa. Qualsiasi cosa: dal minimo episodio della pistola messa in casa mia, e del quale per la verit non
ho mai pensato di dovermi troppo lamentare, su su allo stupro di Franca Rame, per arrivare sino alle
bombe nelle banche, nelle stazioni, nelle piazze e sui treni... Qualsiasi cosa davvero, visto che ho letto
tanto tempo fa, su OP, il giornale di Pecorelli, un articolo del generale Miceli, allora capo dei servizi
segreti, che teorizzava come si dovesse ricorrere all'aiuto della mafia per sconfiggere le Brigate Rosse
(in parte, qualcosa del genere stato poi tentato con Cutolo). La cosa mi torna in mente oggi, quando
leggo che il giudice Colombo ha ricordato i patti tra la mafia e gli americani, al tempo dello sbarco in
Sicilia: trovo infatti che lo schema del giudice potrebbe utilmente essere aggiornato proprio con
quell'articolo che, non fosse che per la firma che portava, non nasceva evidentemente dal nulla.
Al fondo di questo discorso sta forse la possibile spiegazione di una contraddizione. Da una parte,
infatti, per molte ragioni si tende a dimenticare il fatto che le Brigate Rosse sono nate tra le file della
sinistra, mentre, dall'altro, solo cos si spiega non solo il relativo consenso che per un certo tempo hanno
avuto, ma, in particolare, si spiega perch mai la risposta ai movimenti del '68 sia stata cos diversa in
Francia e in Italia. Non si tratta solo, infatti, della diversa solidit e intelligenza delle rispettive
borghesie, come molti hanno ormai detto, ma del fatto che in Francia il movimento si presentava assai pi
libero da ipoteche di schieramento e da prospettive di potere politico, e insomma non era possibile
percepire quei giovani innanzi tutto come comunisti, s che la risposta riusc facilmente a essere
altrettanto libera e efficacemente calibrata sul merito dei problemi. In Italia no, perch il movimento si
sempre e da subito presentato come comunista e addirittura come l'incarnazione ideologica e pratica
del vero comunismo, s che non ha mai contato nulla la sostanza materiale dei problemi sollevati, e molto
invece la natura politica dello scontro, rispetto al quale la nostra classe dirigente non poteva pensare di
perdere o concedere alcunch. Questo, per dire che la cosiddetta politica della fermezza non stata
applicata solo verso le Brigate Rosse e a proposito del caso Moro, ma stata sempre quella seguita nei
confronti di un movimento al quale in verit non mai stato concesso nulla, sin da principio, e che
nell'imbuto della lotta armata ha trovato l'esito pi coerente alle proprie premesse.
Ora quella storia finita, e noi sappiamo che abbiamo giocato la vita degli altri e la nostra in una
corsa a esaurimento. Proprio per questo oggi le categorie della politica non sono pi sufficienti a dare
ragione di quanto accaduto, perch spiegano moltissimo, vero, ma poi anch'esse s'esauriscono e ci
abbandonano. La sconfitta anche questo: ritrovarsi con alibi scaduti, con giustificazioni morte dinanzi a
ci che stato una volta per sempre, e che, proprio perch finito, non pu pi essere modificato,
interpretato in modi nuovi, condotto in direzioni diverse. Mi capitato pi volte di sostenere che, nella
storia della sinistra, la forma pi tipica dell'autocritica condotta secondo i canoni di un materialismo
dialettico che la forma stessa della presunzione recita pi o meno cos: Abbiamo avuto torto, e gli altri
hanno avuto ragione. Ma allora, date quelle circostanze, noi abbiamo avuto ragione ad aver torto, e gli
altri hanno avuto torto ad avere ragione . Ebbene, ora, a partita chiusa, anche questa estrema forma di
autogiustificazione impraticabile, perch troppo deboli o inesistenti sono i fili che tengono assieme
l'allora e l'ora. E se un filo c', e per caso vale qualcosa, esso sta solo nella dimensione personale
dell'esperienza vissuta, e nel prezzo pagato: che non solo quello della galera, ma quello degli affetti,
della famiglia, del lavoro... della vita, anche, in molti casi. Si dir giustamente che quasi nulla, o in
ogni caso non molto, dinanzi al sangue volutamente versato: poco o tanto, tuttavia quello che , e serva
almeno a difendere i contorni di un principio di identit che, fin che resiste, non pu fare a meno di
esistere.



Finito di stampare nel mese di marzo 2006 da Lito Terrazzi Firenze per conto di di costlan editori
S.r.l., Milano. Fotocomposto da Punto Editoriale, Genova

8,80
ISBN 88-7437-032-6
www.costlan.it