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5) Ruolo semantico e ontologico della grammatica di un’espressione. Semantico: relativo al significato delle parole Ontologico: che riguarda la conoscenza della natura delle cose.

La grammatica di un’espressione è l’insieme delle differenti regole in uso che servono a far funzionare una lingua.[grammatica: regola d’uso di un termine. “che tipo di oggetto una cosa sia:

questo dice la grammatica] Il ruolo semantico della grammatica, per Wittgenstein, consiste nello stabilire il riferimento categoriale di un termine. Un enunciato ha senso soltanto se è chiaro a che tipo di cose un termine si riferisce, ma il collegamento tra termine sub-enunciativo e “cosa” dipende dalle modalità d’uso del suddetto termine, stabilite dalla grammatica. Nelle diverse grammatiche varia il riferimento categoriale dei temini che, perciò, diventano semanticamente diversi. Le parole con riferimento categoriale diverso sono tra loro semanticamente diverse.

RUOLO SEMANTICO DELLA GRAMMATICA

Riferimento categoriale:

Termine sub-enunciativo

RUOLO SEMANTICO DELLA GRAMMATICA Riferimento categoriale: Termine sub-enunciativo Modalità d’uso (dipendenti dalle ≠ grammatiche) Cose (referenti)
RUOLO SEMANTICO DELLA GRAMMATICA Riferimento categoriale: Termine sub-enunciativo Modalità d’uso (dipendenti dalle ≠ grammatiche) Cose (referenti)

Modalità d’uso (dipendenti dalle ≠ grammatiche)

RUOLO SEMANTICO DELLA GRAMMATICA Riferimento categoriale: Termine sub-enunciativo Modalità d’uso (dipendenti dalle ≠ grammatiche) Cose (referenti)

Cose

(referenti)

[Il significato di un’espressione non sta nel suo referente ma nell’uso che ne facciamo all’interno del linguaggio]

Il ruolo ontologico della grammatica consiste nell’individuare i criteri d’identità per gli oggetti che cadono sotto un termine di un certo tipo. Questa funzione consiste nell’individuare, attraverso le regole d’uso di una parola, le caratteristiche essenziali che appartengono ad un oggetto, in quanto ricade sotto il concetto espresso da quel termine. - il ruolo ontologico consiste nel determinare un tipo categoriale di oggetti denominati da carti termini e quindi individuare i criteri di identità e le caratteristiche essenziali di tali oggetti.

Es. (suppongo…) Se una cosa ha un tronco, rami ed (in certi periodi) foglie è un albero.

Con l’attribuzione del ruolo ontologico alla grammatica W. ripudia la tesi 7 del Tractatus (isomorfismo tra linguaggio e realtà): diviene infatti impossibili parlare di possibilità di combinazione di un oggetto indipendentemente dall’individuazione delle regole grammaticali d’uso del termine che sta per l’oggetto.

07) La nozione di gioco linguistico: gioco linguistico e forme di vita

“Comprendere una parola in una proposizione, o comprendere una proposizione all’interno di un discorso, è un po’ come comprendere la mossa in una partita.”

[riflessioni mie: ci sono diversi tipi di giochi ed ogni partita di ogni gioco è diversa. Ma ogni giuoco ha le sue regole e chi le conosce è in grado di comprendere ogni mossa di una partita. Così ci sono linguaggi diversi e diversi usi di ogni linguaggio, ma chi conosce una certa grammatica potrà capire qualsiasi uso del linguaggio che segue le regole di tale grammatica.]

La grammatica è l’insieme delle regole semantiche d’uso di un termine (ruolo semantico) | e, al tempo stesso determinazione delle caratteristiche essenziali del referente di un termine (ruolo ontologico. (v. risposta 5) Nelle Ricerche la grammatica non ha più un ancoraggio in un’indipendente struttura della realtà, è essa stessa a fissare la struttura del reale. Ma questo non vuol dire che sia frutto di una costruzione intellettuale fatta a tavolino. La grammatica consegue ai comportamenti e alle reazioni spontanee di chi fruisce il linguaggio che ha quelle regole grammaticali.

La grammatica determina il linguaggio e questo può essere visto come giuoco linguistico o forma di vita.

Giuoco linguistico: è una nozione aperta. Esiste una pluralità di cose che chiamiamo giuoco linguistico:

  • - differenti modalità di uso di una stessa proposizione (descrivere, comandare, far congetture…)

  • - differenti modalità di usare parole (battezzare e poi usare successivamente il nome).

  • - Differenti tipi di informazione (numero, colore, forma…)

  • - Differenti linguaggi, nel loro complesso (es. del giuoco linguistico denotazionale del muratore v. pag 40 Voltolini).

Diversità degli usi del linguaggio = Diversità dei giuochi linguistici La diversità dei giuochi linguistici corrisponde alla diversità degli usi del linguaggio. W. classifica la diversità dei giuochi linguistici come diversità degli usi del linguaggio.

Parlare del linguaggio come insieme di (eterogenei) giuochi linguistici ne sottolinea il carattere prassiologico. Il linguaggio, inteso come l’intende W. parlando di giuochi linguistici, fa parte di un’attività, o di una forma di vita.

Forma di vita significa che un giuoco linguistico è costituito, inter alia, da determinati comportamenti che formano la base pre-linguistica del giuoco stesso oppure determinano l’applicazione delle regole simboliche che caratterizzano il giuoco. L’uso del linguaggio non è l’impiego che ne fa un soggetto disincarnato, bensì l’uso che ha luogo in un contesto di attività e consuetudini il cui carattere è eminentemente sociale .

Forma di vita: comunità con la medesima concordanza simbolica.

“Parlare un linguaggio fa parte di un’attività” (forma di vita)

  • - in senso debole significa che parlare un linguaggio non è un’operazione condotta in isolamento da un vasto spettro di comportamenti umani.

  • - In senso forte significa che è l’uso stesso del linguaggio a dover costitutivamente dipendere dall’attività umana, almeno in due aspetti essenziali:

    • a) Reazione Primitiva. Comportamenti che formano la base pre-linguistica del

giuoco. I giuochi linguistici sono articolazioni di relazioni pre-linguistiche. Es. i giuochi linguistici con i temini di sensazione e di intensione, di cui non si potrebbe parlare senza sperimentarli.

  • b) Reazione Simbolica. Comportamenti che determinano l’applicazione delle regole simboliche che caratterizzano il giuoco.

I giuochi linguistici stessi sono, nel loro essere configurazioni simboliche soggette a regole, dipendenti dalle attività che di volta in volta fissano l’applicazione di tali regole. Una nuova applicazione di una regola non è determinata da alcunché stia dietro o sotto la regola stessa (v.pg.42). Tale nuova applicazione è letterlalmente costituita dai comportamenti simbolici degli individui che seguono una regola, i quali per l’appunto la determinano così.

Senso debole:

Senso forte:

ATTIVITA’ UMANA

  • - reazioni primitive

  • - reazioni simboliche

I giuochi linguistici stessi sono, nel loro essere configurazioni simboliche soggette a regole, dipendenti dalle attività

SPETTRO DEI COMPORTAMENTI UMANI

>Uso stesso del linguaggio<

La GRAMMATICA da’ le regole al

LINGUAGGIO inteso come giouochi linguistici.

10) Significato e comprensione: la critica di Wittgenstein al mentalismo semantico e psicologico.

Wittgenstein nel Tractatus aveva abbracciato il mentalismo semantico (sulla falsariga agostiniana più che sulla scia di Locke o Hume), ma nelle Unterschungen se ne allontana con decisione.

La tesi mentalista semantica prevede che vi sia qualcosa, situato nella mente (un’esperienza vissuta conscia - MSEsperenziale) o nel cervello (un processo neurale inconscio - MSNeurofisiologico), che assegnerebbe a un termine del linguaggio il suo significato.

Mentalismo semantico:

Termine/segno linguistico –>

Mera entità mofosintattica che potrebbe avere un’infinità di significati

Entità mentale o cerebrale Immagine mentale Ha significato originariamente Intenzionalità originaria
Entità mentale o cerebrale
Immagine mentale
Ha significato originariamente
Intenzionalità originaria

-> significato/cosa rappresentata

[MSE: il significato di un termine sta nell’esperienza vissuta da un determinato soggetto mentre proferisce quel termine. V. pag 177] Wittgenstein afferma che nessuna esperienza vissuta conscia né alcun processo neurofisiologico possono essere condizioni sufficienti per l’usare una parola in un dato significato.

W. ritiene che non ci sia motivo per cui le immagini mentali possano essere assegnate a certe cose rappresente e non ad altre. Si dovrebbe immaginare un ulteriore livello, ancor più recondito, quale interpretazione ultima dotata dell’intenzionalità originaria.

Tuttavia così non si fa che generare le premesse di un vacuo regresso all’infinito. Da cui si esce solo smettendo di pensare che applicare un segno linguistico, o qualunque cosa “retrostante” a questo, corrisponda a interpretarlo. (v. riassunto pagina 74 del Voltolini).

Un’altra critica è che la normatività che viene richiesta all’aver significato di un’espressione non può fondarsi su entità mentali ed un tentativo di farlo porterebbe ad un regresso all’infinito (la normatività si basa su regole d’uso). (v. dopo e pag 74).

W. (come Frege) sostiene che la connessione tra significato e comprensione sia interna. Così anche il mentalista che però immagina un tramite che per W, non c’è.

La tesi del mentalismo psicologico prevede che vi sia qualcosa (esperienza vissuta o processo crebrale inconscio), che renda possibile la comprensione di un certo significato.

Mentalismo psicologico esperenziale: il comprendere è un evento mentale cosciente. Mentalismo psicologico neurofisiologico: il comprendere è un processo cerebrale inconscio.

Mentalismo psicologico:

Comprensione

Esperienza vissuta Processo crebrale inconscio
Esperienza vissuta Processo
crebrale inconscio

Dipendenza generica o specifica

Significato

Contro il MPE Wittgenstein dice che: perché qualcuno comprenda un certo significato, non solo non è necessario che egli abbia una determinata (specifica) esperienza vissuta, ma non è neanche necessario che egli abbia una qualche esperienza vissuta in generale.

Non solo chi comprende una determinata espressione può avere diverse esperienze siffatte dinanzi alla mente (es. esperienza della successione aritmetica) ma può anche non avere alcuna esperienza del genere (come nel caso che vi sia una “sensazione di comprensione” senza che ci sia una reale comprensione).

Quale che sia l’esperienza mentale da cui scaturisce la sensazione di comprensione, questa è connessa solo estrinsecamente (in modo NON essenziale), col comprendere, così come lo è un sintomo del fenomeno di cui è sintomo.

Contro il MPN nel senso di una dipendenza specifica necessaria (non si potrebbe comprendere, per es, la lettura, se un determinato evento cerebrale non accadesse nella propria testa), W. sostiene che può essere un’ipotesi, non una necessità, e che, anzi, si possa ben immaginare che l’evento di comprensione si dia senza alcun evento cerebrale inconscio.

Contro il MPN nel senso di una dipendenza generica (non si potrebbe comprendere se non accadesse un qualche evento cerebrale)… W non si sofferma, ma, arguiamo dal Zettel, era contrario.

Wittgenstein è certamente contrario alla tesi della necessità di un collegamento tra processi mentali o cerebrali e la comprensione ma è contrario anche alla tesi della sufficienza.

Tesi della sufficienza: Avere un processo cerebrale è condizione sufficiente del comprendere. Sussiste una connessione concettuale tra eventi di lettura e processi crebrali, tale che non solo di fatto, ma necessariamente, se si dà un certo processo crebrale, si dà anche un corrispondente evento ad es. di lettura.

Witt ribatte con l’esempio della lettura: non si più dire che se un certo processo cerebrale è avvenuto allora qualcuno ha letto. Il fatto che nella testa di qualcuno occorra un processo cerebrale non basta perché costui comprenda una determinata espressione della lingua.

Comprendere è uno stato non durativo e, perciò, non-psichico. All’interno degli stati non-psichici non-durativi appartiene ad un particolare tipo di capacità che possiamo aristotelicamente chiamare abilità.

Posso dire “quando è cessato il tuo dolore?” (stato psichico -> durativo) ma non “quando hai cessato di comprendere questa parola?”

Mentre le capacità sono tipicamente disposizionali (possibilità virtuale che qualcosa si manifesti), le abilità sono para- disposizionali (sono capacità che devono manifestarsi effettivamente). (v pag. 64 e 65 Voltolini)

Eventi>stati>non-psichici>non durativi>capacità>abilità (comprensione) [confronta schema pg.72]

Dunque la manifestazione della comprensione è per W condizione necessaria della comprensione. Tanto che “ogni evento di comprensione ha una manifestazione” è assunto come proposizione grammaticale (regola) che connette i concetti di comprensione e gli oggetti di comprensione.

Comprensione

Comprensione Grammatica Oggetti

Grammatica

Comprensione Grammatica Oggetti

Oggetti

come concetto

“ogni evento di comprensione ha una manifestazione”

Di comprensione

Chiave ontologica

Non c’è, tuttavia, una quantità di comportamento corretto che fa da condizione sufficiente perché qualcuno comprenda una determinata espressione. (come non è detto che una uomo che ha tempo di camminare, è abbastanza forte per farlo e che ha gambe nello stato adeguato non possa far altro che camminare). Se l’esibire un comportamento di un certo tipo fosse condizione sufficiente del comprendere un’espressione, allora ogni volta che il soggetto esibisse un tale comportamento avrebbe compreso (invece non è detto che se leggo io abbia compreso come si legge… potrei anche aver finto). W. non propone alcun criterio positivo che faccia da condizione sufficiente per la comprensione (né pre i processi interni in generale).

Il significare qualcosa, in qualità di processo interno, sarà dipendente dagli effettivi comportamenti linguistici di un parlante quella lingua (caratteristica para-disposizionale v. la comprensione). Il significato di un’espressione risiede nel suo uso (modalità in cui viene impiegata), che dovrà essere un uso corretto. Un uso conforme alle regole che costituiscono la grammatica di tale espressione. Normatività del linguaggio = necessaria conformità a regole dell’uso. Aspetto normativo del significato = una parola ha un certo significato nella misura in cui è usata secondo determinate regole.

Witt ribatte con l’esempio della lettura: non si più dire che se un certo processo cerebrale

Significare qualcosa con un’espressione sgnifica usarla in maniera corretta, ossia seguendo le regole della sua grammatica, o meglio, rapportandosi a determinate applicazioni paradigmatiche di tali regole.

12) il problema del “seguire una regola” La situazione problematica non è quella in cui il soggetto si trova di fronte a un’applicazione per lui consueta della regola bensì a un’applicazione per lui nuova.

Che cosa, prima ancora che egli compia quell’applicazione, giustifica che essa sarà corretta (o scorretta)? Wittgenstein risponderà che non c’è nulla che giustifichi la correttezza o meno di un’applicazione prima che venga compiuta. Non ha senso neanche domandarselo. Ma prima di giungere a tali conclusioni, smonta le soluzioni platonica e mentalista al problema.

Il primo tentativo di soluzione è quello della formulazione della regola in termini generali (esprimibile in chiave logico-formale mediante l’opportuno inserimento delle variabili: x, y…) che dovrebbe fungere da prescrizione su come la regola vada applicata in ogni caso particolare, compresi quelli non ancora ottenuti. Alla regola sarebbe dato il modo di anticipare ciò che nella realtà non c’è ancora… come se ci fosse una realtà ideale. Ma questa concezione platonica può sollevare dei dubbi circa cosa voglia dire che esiste in una qualche regione ideale una regola che già contiene tutte le sue applicazioni.

A questo primo tentativo si affianca, come supporto, il secondo, avanzato da un ulteriore, ipotetico, interlocutore: un mentalista normativo. In tal caso si suppone che ci sia un atto mentale che colga al volo tutte le applicazioni successive di una regola espressa in termini generali. Una sorta di intuizione o di intendimento anticipatore.

Per W la capacità, supposta sia dal platonista che dal mentalista, di precorrere a volo tutte le nuove applicazionei della regola prima che siano concretamente date non c’è.

Platonista e mentalista sono interpretazionisti, in quanto ritengono che vi sia un’interpretazione decisiva ed esclusiva dell’espressione di una regola (rispettivamente una regola generale o un atto mentale).

Tuttavia… ogni applicazione di una regola in una nuova circostanza può risultare corretta se l’opportuna interpretazione interviene a mediare tra l’espressione della regola e tale applicazione. Ma, e questa è la cosa ancor meno accettabile, mediante la medesima interpretazione può anche risultare scorretta!

Mettiamo che le regole si applichino interpretandole, qual è, in rapporto alla medesima interpretazione, l’applicazione corretta o scorretta? Bisogna distinguere tra:

Espressione della regola

Espressione dell’interpretazione

Interpretazione

Che è mero segno

 

Che è mero segno (mentale) Vedo la freccia, ma, poiché sono in un contesto nuovo,

ritengo che in tal caso si debba

Vedo la freccia e giro a destra

girare a sinistra. Questa è l’interpretazione che mi si forma nella testa:

Vedo la freccia nel nuovo contesto e mi si forma nella testa la stessa interpretazione:

Tuttavia torno indietro.

Se l’espressione dell’interpretazione non contiene l’interpretazione, ogni interpretazione sarà possibile.

Ad ogni possibile “soluzione” si trovano gli stessi problemi e per risolverli si arriva ad un vacuo regresso all’infinito.

L’errore sta nel fraintendimento del concetto di regola: seguire una regola, infatti, non significa interpretarla. Ogni pretesa interpretazione ultima in fondo non è che un mero segno, che deve ricevere il suo senso per così dire dall’esterno esattamente come l’espressione della regola che essa è supposta interpretare.

Regola

Esiste un modo non-interpretativo di concepire una regola, il quale si manifesta nell’essere le

concrete applicazioni della regola (in determinate circostanze) corrette o scorrette:

un’applicazione della regola in una nuova circostanza è posta come paradigma di correttezza per ulteriori applicazioni della regola alla stessa circostanza.

Il paradigma stesso non è corretto né scorretto.

La connessione tra regola e sue applicazioni paradigmatiche nelle differenti circostanze è interna, ossia, la regola stessa dipende per la sua esistenza dall’esistenza delle sue applicazioni paradigmatiche.

Ogni singola applicazione paradigmatica articola ciò che la regola è in sé stessa.

Porre un’applicazione della regola in una nuova circostanza come paradigma dell’applicazione in quella circostanza, equivale a istituire una nuova regola particolare che specifica il valore generale della regola di cui quell’applicazione paradigmatica è applicazione.

E’ un modo di concepire la regola non-interpretativo e prassiologico-antropologico. Infatti portare un’applicazione della regola in una nuova circostanza come paradigma di correttezza delle successive applicazioni della regola alla stessa circostanza corrisponde ad un agire che, nel suo spontaneo scaturire, caratterizza un modo dell’essere umano (come animale simbolico).

Portare un’applicazione della regola in una nuova circostanza come paradigma di correttezza delle successive applicazioni della regola alla stessa circostanza

 

è un’operazione irriflessa, naturale; un’abitudine che segue un addestramento.

Addestramento: un maestro cerca di influire, con uno strenuo addestramento, su un allievo in maniera tale che questi tratti come paradigmatica la stessa applicazione della regola che il maestro tratta come tale. La naturalità dell’applicazione dipende da quali sono i comportamenti simbolici in cui ci sentiamo a nostro agio, non da particolari costituzioni fisiche.

Wittgenstein dissolve (e non risolve) il problema di seguire una regola affrontando la nozione stessa di regola. Egli concepisce la regola in maniera non-interpretativa (al contrario delle concezioni di stampo platonico o mentalista). La sua è una concezione prassiologico-antropologica. Una regola è articolata nella sua essenza da ogni singola sua applicazione nelle diverse circostanze. L’applicazione corretta di una regola in una nuova circostanza è definita dalla coerenza con precedenti, multiple, simili applicazioni di quella regola in quella circostanza che costituiscono un’applicazione paradigmatica. In sé, tale paradigma non sarà né corretto né scorretto.

Ad ogni possibile “soluzione” si trovano gli stessi problemi e per risolverli si arriva ad un

Operare questi passaggi è un agire tipicamente umano, pensando all’uomo come animale simbolico. Applicare una regola in tal modo è un’operazione irriflessa che consegue all’abitudine (spesso influenzata da uno strenuo addestrameto v. pag. 91 -94). E’ un’operazione che risulta naturale a chi condivida certi comportamenti simbolici.

Wittgenstein divide tra applicazione paradigmatica e applicazioni ulteriori. V. pag 95

NB. L’applicazione paradigmatica non precede l’applicazione della regola stessa in tale circostanza, semplicemente è quella stessa applicazione considerata come paradigma di correttezza, e dunque non può giustificare alcunché.

· Regola

Operare questi passaggi è un agire tipicamente umano, pensando all’uomo come animale simbolico. Applicare una regola

· Circostanza

(def. ostensiva?)

(Concordanza simbolica con i membri della comunità*)

Molteplici applicazioni della regola nella circostanza (potrebbero essere collegate ad un addestramento)

Abitudine
Abitudine
Applicazione paradigmatica
Applicazione
paradigmatica

Applicazioni ulteriori

Operare questi passaggi è un agire tipicamente umano, pensando all’uomo come animale simbolico. Applicare una regola
   
 

+ altre applicazioni paradigmatiche in altre circostanze

*in quella circostanza tutti i soggetti di una comunità convergono nel concepire una certa applicazione della regola e non altre come l’applicazione corretta (nb. è una coincidenza di reazioni simboliche spontanee).

12) L’argomento del linguaggio privato. Sensazioni e Linguaggio.

Per Wittgenstein il linguaggio privato non esiste. Infatti perché si possa pervenire ad una applicazione paradigmatica di una regola linguistica è necessario che ci sia una coincidenza di reazioni simboliche spontanee in una comunità. E’ necessaria un’effettiva intersoggettività linguistica. Il che, ovviamente, comporta la presenza di più di un individuo. Per quanto riguarda il numero massimo di appartenenti alla comunità, ebbene, Witt sostiene che la comunità il cui accordo fa da presupposto alla significazione PUO’ (ma non necessarimente DEVE) estendersi tanto quanto la specie umana..

1 < comunità il cui accordo fa da presupposto alla significazione ≤ UMANITA’

La mera intersoggettività è condizione necessaria e sufficiente all’attività di seguire le regole.

Tuttavia una comunità i cui membri reagiscano naturalmente (e non secondo un ragionamento - come potrebbe fare un matematico creativo) in modo diverso da come reagiamo tutti noi nella medesiama circostanza (un comportamento “anormale”) costituirebbe un’altra forma di vita e non saremmo in grado di capirci. (<< se un leone potesse parlare noi non potremmo capirlo >>).

Wittgenstein si concentra in particolare sul caso delle sensazioni, in rapporto alle quali è particolarmente facile cadere nell’errore di parlare di linguaggio privato.

W. si prodiga nello sciogliere due tesi, che considera equivalenti:

1)

Per riferirsi alle proprie sensazioni si potrebbe inventare inventare un linguaggio che solo il suo fruitore può capire.

2)

Il significato delle parole del linguaggio ordinario riguardanti le sensazioni sarebbe in realtà privato, nel senso che ognuno attribuisce un differente significato, comprensibile a lui solo, al comune termine di sensazione del linguaggio ordinario. PS: privatismo semantico: il significato di ogni termine del linguaggio è privato.

Nota: W è maggiormente interessato a smentire la tesi n.2 in quanto rischierebbe di far da sostegno al MSE. Infatti:

se il significato di un termine sta nell’esperienza vissuta da un determinato soggetto mentre proferisce quel termine, allora nella misura in cui quest’esperienza è accessibile solo a costui, tale significato sarà privato. Così, se almeno gli ordinari termini di sensazione hanno davvero un significato privato, nel loro caso MSE è valido (e allora perché non immaginarsi che lo sia anche con gli altri termini del linguaggio?)

W. deve smontare due indipendenti assunzioni da cui deriverebbe l’idea di un linguaggio privato delle sensazioni:

1- STSR: la specifica dottrina semantica secondo cui il Significato dei Termini di Sensazione equivale al loro Riferimento (la sensazione stessa). (v. Russel)

non è erronea, ma vacua finché non sappiamo qual è la grammatica dei termini di sensazione.

2- PE: la tesi epistemica del privatismo epistemologico, secondo la quale gli stati mentali (tanto qualitativi quanto intenzionali) sono cognitivamente accessibili solo al loro soggetto. (v. Russel e Carnap).

Posto che il significato dei termini di sensazione, coincide col loro riferimento, le sensazioni medesime cioè, e posto altresì che tali sensazioni sono accessibili solo a chi le prova, ne segue che il significato dei termini di sensazione è privato.

è una concezione fourviante, che occorre dissolvere mediante l’opportuna analisi grammaticale dei termini in essa coinvolti.

2. Significare qualcosa con un’espressione non è svincolabile da un aspetto normativo: un segno ha significato solo se vi è un uso corretto versus uno scorretto del medesimo. Inoltre bisogna usare il termine davvero in modo corretto, non basta presumere che lo sia.

1)

Un privatista epistemologico vorrebbe che un soggetto possa coniare un linguaggio che solo lui possa comprendere per riferirsi alle proprie sensazioni. Basterebbe concentrarsi su una particolare sensazione e decidere di chiamare quella cosa lì in un certo modo, ad esempio “S”. Da questo tipo di definizione ostensiva trarrebbe l’applicazione paradigmatica in conformità alla quale seguirebbero le successive applicazioni paradigmatiche, confrontate ad essa tramite il ricordo.

Definizione ostensiva
Definizione ostensiva

=> applicazione paradigmatica => ricordo della prima

applicazione paradigmatica => successive applicazioni paradigmatiche.

Il problema è all’origine: per definire un termine ostensivamente occorre che il posto grammaticale di tale termine, la categoria linguistica che fissa il tipo di entità cui quel termine si riferisce, sia già dato nel linguaggio.

Per coniare un nuovo termine di sensazione occorrerebbe poterlo considerare come “termine per una sensazione”, ma perché questo sia possibile esso dovrebbe conformarsi alla grammatica del termine sensazione . Ma questo non avviene. (v. dopo) D’altra parte un analogo problema si riproporrebbe per inserire il nuovo termine in una qualsiasi categoria del linguaggio ordinario (“S” non può essere neppure “qualcosa che lui ha”).

Aspetto normativo: poter essere detto corretto o scorretto. Uso corretto di una parola: conforme all’applicazione paradigmatica del suo impiego. Grammatica: segna il posto che un termine occupa nel linguaggio ordinario.

Dunque non è possibile inventare un linguaggio privato per i termini di sensazione. W ha smontato la tesi n.1.

La confutazione della possibilità di un linguaggio privato delle sensazioni vale per Wittgenstein come confutazione paradigmatica della possibilità di un linguaggio privato qualsiasi.

Grammatica dei termini di sensazione

Per asserire qualcosa di rilevante sul significato di un termine di sensazione dobbiamo considerare il

posto nel linguaggio ordinario di un tale termine (la sua grammatica).

La grammatica dei termini di sensazione ci dice che solo mediante il collegamento tra una sensazione e la sua esibizione nel comportamento dell’individuo che la prova il relativo termine di sensazione avrà il significato pubblico che ha.

Sensazione

Sensazione Esibizione Significato pubblico

Esibizione

Sensazione Esibizione Significato pubblico

Significato pubblico

(per gli stati qualitativi vale una

 
 

volta per tutte)

Dolore

Dolore Dolore
Dolore Dolore
 

Dolore

La grammatica ci illustra la categoria ontologica dei termini fissando i criteri di identità che li accomunano. Così avviene anche per i termini di sensazione.

Perché ci sia - accada - uno stato qualitativo (tra cui le sensazioni) occorre che in passato (nel periodo di apprendimento del termine per tale sensazione) questo stesso soggetto abbia esibito in qualche modo l’evento corrispondente che provava allora.

C’è questa differenza, dunque, tra stati intenzionali e stati qualitativi: ogni evento intenzionale richiede per la sua esistenza di essere effettivamente manifestato ogni volta. Per gli stati qualitativi basta che vengano manifestati anche una sola volta.

Per coniare un nuovo termine di sensazione occorrerebbe poterlo considerare come “termine per una sensazione”, ma

Le condizioni necessarie per riconoscere una sensazione sono due:

  • - la passata esibizione del comportamento relativo

alla sensazione

  • - la dipendenza dal portatore della sensazione.

Per coniare un nuovo termine di sensazione occorrerebbe poterlo considerare come “termine per una sensazione”, ma

Per quanto ruguarda il secondo punto, la dipendenza dal portatore della sensazione, diventa chiaro prendendo atto dell’impossibilità grammaticale di avere sensazioni altrui. E’ un’impossibilità concettuale. Un altro non può avere le mie sensazioni.

Criterio di identità:

Significato

Tutte le volte che io reagisco così o cosà ad una certa sensazione (come mi è capitato in passato) sto provando…

…dolore, gioia, piacere…

Processi interni:

  • - Stati intenzionali (comprendere, credere,

Stati-processi non-psichici e non-

attendere, sperare)

durativi

 
  • - Stati qualitativi (sensazioni)

Stati-processi psichici e durativi

  • - Stati istantanei (forse il pensare)

Stati-processi non-psichici e non durativi