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Comunicare con la fiaba

Tra narrazione e drammatizzazione

Probabilmente le fiabe non sono mai passate di moda, ma è certo che negli ultimi
anni esse sono un argomento particolarmente al centro dell’attenzione.
Dalla riflessione sui testi di chi ha dedicato studi attenti alla fiaba è emerso che essa
ha molte virtù. La maggiore è quella di potersi trasformare e rinnovare nello spazio,
nel tempo, nei contesti, in una continua metamorfosi che la rende immortale. Nella
sua essenza la fiaba è un materiale basico, ricchissimo e malleabile.
Quella tradizionale, antica, orale, esprimeva in maniera particolarmente evidente le
proprie strutture. Era scarna, immediata e diretta. Tuttavia, ritengo che la fiaba viva
altrettanto nelle sue forme moderne, nei suoi adattamenti televisivi e cinematografici,
nelle fiabe nuove e nei lunghi romanzi. In alcune forme, certo, diventa più confusa e
dunque meno efficace. Potrebbe addirittura diventare negativa. Dipende da chi vi sta
dietro, chi la libera nel mondo. Dipende da cosa si vuol comunicare con essa, qual è
la sovrastruttura che le si impone. Essa porterà sempre e comunque il paradigma
narrativo (o gli archetipi) e questa forza potrà essere variamente sfruttata.
Chiunque, oggigiorno, può arrivare a riconoscere alla fiaba che essa diverte, piace ai
bambini, ne stuzzica l’immaginazione. Molti, tuttavia, non colgono l’importanza di
questo, perché siamo abituati a pensare che la realtà sia l’unica cosa che conta e le
storie per bambini restino storie per bambini. Eppure Vygotskij dimostra, con grande
semplicità, come senza immaginazione non ci sarebbe cultura. Ogni evoluzione
rispetto allo stato delle cose sarebbe impossibile.
Meno intuitivamente, la fiaba indica la strada per la vita, aiuta nella costruzione del
sé, dà un senso agli eventi, ci offre punti di vista alternativi, rende accettabile
l’imprevisto e il cambiamento, può avvicinare le persone ed anche le culture, appaga
il bisogno di comunicazione, di riconoscimento, di manifestazione delle tensioni
represse.

1
Oggi il suo valore è più legato a processi interiori che sociali e, in generale, la sua
funzione sociale si è decisamente ridotta a causa dei nuovi modi di fruizione. Sono
spariti quegli affascinanti momenti di comunione della comunità che si avevano in
occasione della performance di un narratore (o di una narratrice). Alcuni anziani
ancora le ricordano con contagiosa nostalgia. Adesso le comunità sono esplose verso
l’esterno per poi trovare nuove forme frammentate di aggregazione. La cultura orale è
quasi sparita. Persino i bambini sono cambiati. Hanno perso la capacità di ascoltare,
di entusiasmarsi per cose semplici. Le condizioni non sono mutate solo in male, però
sembra che si sia perso qualcosa di importante. Sembra che sia diventato difficile
dedicarsi alla conoscenza di sé e degli altri, liberare l’immaginazione, stringere dei
veri rapporti.
La comunicazione è una delle doti che maggiormente caratterizza l’essere umano,
che vi vive immerso pur non accorgendosene. Come ricorda Bruner e sottolinea Milly
Buonanno, “viviamo immersi in una densa trama di storie”1. La narrativa è una
“forma quintessenziale”2 della comunicazione. Le fiabe sono il fondamento di tutta la
narrativa. Privare l’uomo delle fiabe significherebbe sottrargli una pietra fondante del
suo essere uomo. Con tutta probabilità avremo sempre bisogno delle pratiche di
rielaborazione della realtà offerteci dalla fiaba. Oggi molti si sono accorti di ciò e si
ripromettono di utilizzare le antiche narrazioni per recuperare l’immaginario
collettivo e/o per crearne uno fatto di modelli più attuali.
Appurato l’indissolubile legame di fiaba e comunicazione, ci si può ricordare di come
quest’ultima non sia soltanto verbale. Le antiche performance di narrazione
comprendevano gesti, espressioni e intonazioni. La comunicazione non-verbale,
trascurata dalla vita moderna, è, insieme alla fiaba, un retaggio che andrebbe
recuperato.
I laboratori teatrali dell’associazione Vieniteloracconto si collocano qui, tra
narrazione e drammatizzazione, tra comunicazione verbale e non-verbale.

1
Buonanno M. (a cura di), Realtà multiple. Concetti e audience della fiction TV, Liguori Editore, Napoli 2004, p. 10.
2
Ibidem, p. 8.

2
La fiaba viene usata per comunicare valori positivi, creare esperienze divertenti ed al
contempo formative, creare rapporto e favorire la presa di coscienza individuale.
Ormai anche il teatro per e di bambini ha una certa storia. È una storia importante che
talvolta si allontana dalla fiaba, rifiutando copioni e trame precise (ma non è fiaba, in
un certo modo, anche quella inventata dai bambini nel momento del gioco?), talvolta
invece se ne avvale massicciamente, facendone uno dei propri punti di forza (come fa
l’associazione Vieniteloracconto).
Il successo del lavoro al Teatro Moderno è dimostrato dalla continuità negli anni
(venticinque), dal riconoscimento del Comune e dei Servizi Sociali e, soprattutto,
dall’entusiasmo dei bambini che vengono e tornano e tornano ancora e da grandi
continuano a conservarne un ricordo positivo.
Quando si parla di fiaba si pensa ad un pubblico infantile. Questo non è un male, dato
che è da bambini che si forma la maggior parte dell’immaginario e nutrire di fiabe un
bambino significa fornirgli degli strumenti che gli rimarranno come patrimonio
imperituro.
Il bisogno di fiabe continua, tuttavia, ad essere presente nell’adulto. Lo vediamo
nell’interesse dedicato ai convegni sul tema e nella diffusa passione per i prodotti di
fiction (racconti di invenzione/immaginazione in generale ed in particolare, per
l’accezione italiana del termine, televisivi)3. Perciò è importante per tutti tornare a
leggere, raccontare, recitare, giocare, ascoltare le fiabe.
Come scrive Pietro Clemente, “non è tanto questione di continuità, di eredità pure, di
revival o di tradizioni inventate: è che il presente ha bisogno di questa risorsa del
mondo precedente, che non costa, non inquina ed è strategica per la ricchezza dei
rapporti umani, sociali e generazionali”4.

3
Per un approfondimento sul tema cfr. Buonanno M. (a cura di), Realtà Multiple, op cit.
4
Clemente P., L’undicesima glossa, in Ongini V. (a cura di ), Chi vuole fiabe, chi vuole?, Idest, Campi Bisenzio 2002,
p. 163.