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Indice

Introduzione pag. 7

Sigle e abbreviazioni 15

Un museo del Monferrato: ipotesi progettuali e indirizzi di ricer-


ca, di Lionello Archetti-Maestri 17
Le immagini di un territorio. Descrizioni del Monferrato in et
moderna, di Blythe Alice Raviola 19

Spazi interni: nuclei di potere, realt locali


e strumenti di controllo del territorio

Da Aleramo a Guglielmo il Vecchio: idee e realt nella costru-


zione degli spazi politici (secc. X-XII), di Giuseppe Banfo 47
Un principato difficile: il marchesato di Monferrato tra comunit
soggette e fedelt personali (secc. XII-XIV), di Renato Bordone 75
Strade e territori ai confini del Monferrato nella prima et moder-
na, di Marco Battistoni e Sandro Lombardini 89

Pratiche del territorio e confini militari.


Problemi di metodo e proposte di analisi

Il confine incerto. Il problema del Monferrato visto con gli occhi


di Madrid (1550-1700), di Davide Maffi 135
Tra Monferrato e Repubblica di Genova: costruzioni territoriali
nel XVII secolo, di Luca Giana 174

5
Diplomazia e controversie di confine tra la Repubblica di Genova
e il Regno di Sardegna nella prima met del Settecento: i confini
con il Monferrato, di Paolo Palumbo pag. 195
Stato nello Stato? Appunti sullincompiuta perequazione del
Monferrato a fine Settecento, di Paola Bianchi 221
Suddivisione napoleonica del territorio e risposte locali: esempi
nel Piemonte meridionale, di Valeria Pansini 256

Alcuni fondi cartografici

Cartografia militare a Casale tra la fine del Seicento e i primi anni


del Settecento, di Daniela Ferrari 273
Le carte Monferrato nel fondo cartografico dellArchivio di Stato
di Venezia, di Giovanni Caniato 283

Tra Monferrato, spazi sabaudi e Liguria:


le rappresentazioni cartografiche

Decifrazione realistica della cartografia storica: esempi dal terri-


torio degli ex-feudi imperiali, di Roberta Cevasco e Diego
Moreno 325

6
Introduzione

Gli atti che finalmente qui si pubblicano sono il frutto di energie e sugge-
stioni che, pur provenendo da ambiti e presupposti differenti, si sono ritrovate
a convergere sullinteresse crescente che, negli ultimi anni, hanno sollevato il
Monferrato, la cartografia storica e il tema dei confini. Non compito di que-
ste poche pagine offrire una rassegna che illustri gli studi inerenti i tre sogget-
ti, ma vale forse la pena tentare di chiarire come essi possano essere tenuti in-
sieme.
Lidea di dedicare un convegno alla cartografia del Monferrato nata alla
luce del progetto ancora irrealizzato ma mai accantonato di istituire un
Museo del Monferrato che, lontano da ogni compiacimento nostalgico, abbia
lo scopo di far conoscere a un pubblico pi vasto di quello degli storici, degli
eruditi o dei turisti occasionali un territorio i cui contorni e le cui dinamiche
storiche oggi sfuggono ai pi, incastonato com tra Piemonte, Lombardia e
Liguria senza che la sua antica dimensione statale venga adeguatamente ricor-
data. Quale sistema migliore, allora, dellillustrazione per immagini (cartogra-
fiche) che lo facessero comparire con pi evidenza nel novero delle formazio-
ni proto-nazionali dellItalia settentrionale di Antico Regime? Da questa do-
manda alla constatazione che le fonti fossero ricche ma ancora poco indagate,
e che fosse opportuno promuoverne una maggior conoscenza per il tramite di
un congresso che ospitasse voci e competenze variegate, il passo stato breve.
vero infatti che non mancano studi sullevoluzione del concetto geo-sto-
rico del Monferrato tra Medioevo e prima et moderna1, ma altrettanto vero
che sul problema dei confini non si ancora indagato abbastanza, se non in re-
lazione alle vicende politico-diplomatiche del ducato2. Allo stesso modo, negli

1. Mi riferisco in particolare a A.A. Settia, Monferrato. Strutture di un territorio medievale,


Torino 1983.
2. Cfr. soprattutto C. Belfanti, M. Romani, Il Monferrato. Una frontiera scomoda fra
Mantova e Torino (1536-1707), in La frontiera da Stato a nazione. Il caso Piemonte, a cura di C.
Ossola, C. Raffestin, M. Ricciardi, Roma 1987, pp. 113-145.

7
ultimissimi anni, questo spazio eterogeneo e destinato dai disegni dellImpero
ad appartenere ai duchi di Mantova per i secoli XVI e XVII ha destato linte-
resse di storici e studiosi di altre discipline: oltre a chi scrive3, si sono per
esempio soffermati sul territorio gruppi di lavoro facenti capo alla storia del-
larchitettura, con lintento di valorizzare il patrimonio di castelli che tuttora
esso offre4, o alla storia della Chiesa, attenta a esplorare le fonti, ancora poco
sfruttate, degli Archivi vescovili di Casale, Acqui e Alba e degli archivi parroc-
chiali di realt di rilievo (Nizza, Moncalvo, ecc.)5. Questo sguardo dallinter-
no, imprescindibile dopo decenni di storiografia evenemenziale, ha fatto forse
dimenticare per un attimo la dimensione complessiva del territorio, dallaspet-
to a clessidra e contornato da frontiere labili ma di straordinaria valenza per la
storia dellItalia nord-occidentale di Antico Regime: basti pensare che erano
attraversate dal cammino delle Fiandre che Geoffrey Parker ha ricomposto nel-
la sua articolata strategicit6.
Riprendere argomenti lasciati in sospeso parso dunque naturale e necessa-
rio, tanto pi che, come efficacemente ha notato il sociologo Gian Primo Cella
imbattendosi nel problema dei confini e delle sue mille possibili declinazioni,
forse il tema che mi ha incontrato, era nellaria7. Ed davvero cos: negli
stessi mesi in cui si andava imbastendo il programma dei lavori, venivano enu-
cleate anche le linee guida del progetto ministeriale su Frontiere e confini (Prin-
Miur 2003-2005) entro il quale il convegno e gli atti hanno avuto agio di inse-
rirsi per sintonia dimpostazione e condivisione degli obiettivi finali. Tra i suoi
scopi, infatti, lunit torinese aderente al biennio di ricerca ha pure lindividua-
zione e lo studio di quelle frontiere interne politiche, economiche, confes-
sionali che lanalisi degli spazi che finirono per comporre il mosaico dei do-
mini sabaudi sta facendo emergere con sempre maggior evidenza. Rientrano
appieno in questa categoria il marchesato di Saluzzo, annesso nel 1601 e ogget-
to di una nuova riscoperta storiografica8, e, senza dubbio, il Monferrato.

3. B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco. Istituzioni ed lites di un micro-stato (1536-


1708), Firenze 2003.
4. A questo filone sono ascrivibili i primi due volumi della Collana di studi sulla storia e sul
territorio del Monferrato: Monferrato. Un paesaggio di castelli, a cura di V. Comoli Mandracci,
Alessandria 2004, e Monferrato. Identit di un territorio, a cura di V. Comoli Mandracci,
Alessandria 2005.
5. SullAlbese cfr. A. Torre, Il consumo di devozioni: religione e comunit nelle campagne
dellAncien Rgime, Venezia 1995, e M. Parola, Associazioni devozionali nellAstigiano, in
Confraternite. Archivi, edifici, arredi nellAstigiano dal XVII al XX secolo, a cura di A. Torre,
Asti 1999, pp. 21-127 (con ampia attenzione alle localit monferrine oggi comprese nella
Provincia di Asti). Sono in corso di stampa, inoltre, gli Atti di un seminario di studi su La
Compagnia di Ges nel Monferrato in epoca di Antico Regime e il mancato collegio di Casale
(Casale Monferrato, 9 aprile 2005), a cura di B. Signorelli.
6. G. Parker, The Army of Flanders and the Spanish Road 1567-1659, Cambridge 1972.
7. G.P. Cella, Tracciare confini. Realt e metafore della distinzione, Bologna 2006, p. 7.
8. Cfr. Lannessione sabauda del marchesato di Saluzzo. Tra dissidenza religiosa e ortodos-
sia cattolica. Secc. XVI-XVIII, a cura di M. Fratini, Torino 2004; Ludovico I marchese di

8
Fondamentale in tale direzione si sta rivelando lapporto della cartografia:
anche in questo caso, negli ultimi anni gli studi inerenti lambito piemontese in
senso lato hanno ricevuto un impulso notevole. I lavori anticipatori di Massimo
Quaini9, Isabella Massab Ricci e Marco Carassi10 hanno consentito di rico-
struire lottica e il personale che stavano dietro alle operazioni di mappatura
del ducato con intenti doppiamente conoscitivi e militari, mentre una recente,
poderosa opera curata da Rinaldo Comba e Paola Sereno11 ha finalmente con-
ferito il giusto risalto allintensa stagione cartografica sabauda, dai primordi
cinquecenteschi ai manufatti di altissima perizia dellUfficio Topografico. Al
Settecento, infine, si rivolge specificamente il catalogo Il teatro delle terre.
Cartografia sabauda tra Alpi e pianura12, nel duplice tentativo di presentare
parte del ricchissimo materiale dellArchivio di Stato di Torino e di inquadrar-
lo nel contesto del riformismo di venturiana memoria con riflessioni sul gover-
no, sulla tecnica e, ancora una volta, sulla costruzione dei confini con gli Stati
limitrofi.
Lapparato cartografico che stato qui possibile riprodurre prester forse il
fianco a qualche critica: la cartografia che campeggia nel titolo che fu del con-
vegno ha poi poco spazio tra le pagine degli atti. E in effetti, opportuno rico-
noscere sin dora che lintento iniziale che era appunto quello di dar visibilit,
analizzandole, alle fonti cartografiche (penso per esempio alla serie Monferrato
Confini conservata nel fondo Paesi della sezione Corte dellArchivio di Stato di
Torino13) stato parzialmente disatteso. Oltre alle difficolt oggettive che ren-
dono complesso lo studio delle carte e al tempo che ancora occorrerebbe per
esplorare il materiale disponibile, non va taciuto un problema di ordine metodo-
logico che risiede nel rapporto, troppo spesso intermittente, tra discipline stori-
che e storico-geografiche.
Anche per questo il convegno, e di conseguenza gli atti, sono stati costruiti
con un occhio di riguardo al confronto: a contributi di impronta pi marcata-

Saluzzo. Un principe tra Francia e Italia (1416-1475), Atti del convegno Saluzzo, 6-8 dicembre
2003, a cura di R. Comba, Cuneo 2003, e Ludovico II marchese di Saluzzo, condottiero, uomo di
Stato e mecenate (1475-1504), Atti del convegno, Saluzzo, 10-12 dicembre 2004, a cura di R.
Comba, Cuneo 2005.
9. M. Quaini, Dalla cartografia del potere al potere della cartografia, in Carte e cartografi
in Liguria, a cura di M. Quaini, Genova 1986, pp. 7-60.
10. I. Massab Ricci, M. Carassi, Amministrazione dello spazio statale e cartografia nello
Stato sabaudo, in Cartografia e Istituzioni in et moderna, Roma 1986, 2 voll., vol. I, pp. 271-
314.
11. Rappresentare uno Stato. Carte e cartografi degli Stati sabaudi dal XVI al XVIII secolo,
a cura di R. Comba e P. Sereno, Torino-Londra-Venezia 2002, 2 voll.
12. A cura di I. Massab Ricci, G. Gentile, B.A. Raviola, Savigliano 2006.
13. La ricca serie di tipi e disegni che lo correda stata recentemente inventariata e si spera
possa confluire nel vasto progetto di riproduzione di cui si riferito nella comunicazione di I.
Massab Ricci, I fondi cartografici dellArchivio di Stato di Torino: digitalizzazione e nuove
modalit di consultazione, letta in apertura della prima sessione del convegno.

9
mente istituzionale, ma che si avvalgono volutamente di fonti eccentriche (si-
manchine, genovesi, ecc.), si alternano microanalisi volte ad approfondire di-
namiche socio-territoriali tipiche di zone scarsamente raggiunte dal controllo
del potere centrale. Dal tentativo di dialogo tra studiosi di impronta diversa
ed un peccato che non si sia potuto tenere qui conto delle comunicazioni di
Angelo Torre e di Cristina Giusso e Carlo Bertelli14 nato un libro certa-
mente composito (magari non sempre organico), che invita a riflettere su inter-
rogativi comuni, o per lo meno simili, da angolazioni differenti.
Intanto, stato privilegiato il lungo periodo, che permette di osservare le di-
namiche del territorio in corrispondenza con le sue molteplici fasi di transizio-
ne dinastica: dagli Aleramici ai Paleologo, da questi ai Gonzaga, da questi an-
cora ai Savoia fino allet napoleonica. Giuseppe Banfo, ragionando sullin-
congruenza tra Monferrato geografico e Monferrato politico a suo tempo gi
evidenziata da Settia, ripercorre le fasi di costituzione della marca aleramica e
della sua evoluzione in marchesato tra X e XII secolo. Loperato del marchese
Guglielmo V, non alieno da una certa intenzionalit e suggellato da due diplo-
mi emessi da Federico Barbarossa nellottobre del 1164, appare qui fondante
del fitto tessuto feudale della regione compresa tra Po e Tanaro e delle creden-
ziali politico-diplomatiche che esso garant al suo interno e nei rapporti con i
potentati e le citt vicini. Rapporti che durante il Basso Medioevo, come spie-
ga Renato Bordone, si estesero sino alla pianura padana consentendo a
Guglielmo VII di dar vita a una vasta seppur effimera signoria sovra-regiona-
le che includeva Milano e una buona fetta della Lombardia occidentale. I bi-
zantini Paleologo, chiamati a succedere agli eredi di Aleramo nel 1306, si tro-
varono tuttavia a governare su un dominio ancor privo di strutture coese e so-
prattutto lontano da quella compattezza territoriale che, per ragioni che storia e
cartografia ben illustrano, avrebbe fatto difetto ancora a lungo.
Ho chiamato in causa storia e cartografia non solo in riferimento agli stru-
menti delle discipline attuali, ma anche alla compenetrazione di Antico
Regime tra le due materie. Le legende di carte e disegni rimandano alla conce-
zione geo-politica che, almeno dal principio del XVI secolo, stava alla base
della classificazione di regioni e Stati in via di definizione. E dietro alle carte
erano letterature maturate in circuiti diversi umanistico, diplomatico, corti-
giano, accademico che descrivevano (e ascrivevano) una data realt territo-
riale in relazione alla sua effettiva appartenenza politica. quanto ho cercato
di cogliere con un excursus che, da Biondo Flavio a Giuseppe Maria Galanti,

14. A. Torre, Il problema della genesi dello spazio letto attraverso gli archivi privati: il caso
degli Scarampi (ma sullo stesso tema cfr. Id., Frammenti di luoghi tra Val Bormida e Valle
Belbo: la politica dello spazio tra XVII e XIX secolo, in Tra Belbo e Bormida. Luoghi e itinera-
ri di un patrimonio culturale, a cura di E. Ragusa, A. Torre, Asti 2003, pp. 1-18), e C. Giusso, C.
Bertelli, Risorse al limite: acque, terre e pietre di confine a scala ravvicinata (Giusso, Confini e
risorse tangibili: acque e energia; Bertelli, Catasti e risorse tra Monferrato, Piemonte e
Repubblica di Genova).

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passasse attraverso le sottili distorsioni di matrice sabauda e facesse da sfondo
agli interventi di ambito modernistico che costituiscono lossatura del libro.
Laffresco generale affidato a Davide Maffi, che propone una lettura di
fatti ben noti ma osservati con gli occhi di Madrid: da Cateau-Cambrsis al
tardo Seicento, con unovvia impennata negli anni delle due guerre di
Monferrato, il possedimento gonzaghesco fu al centro degli interessi europei e
fonte di viva preoccupazione per i governatori spagnoli dello Stato di Milano.
La frenesia delle trattative diplomatiche e delle manovre guerresche che lo ri-
guardarono qui appunto restituita per il tramite del poco esplorato materiale
documentario dellArchivo General de Simancas: forse non si scopre nulla di
nuovo, ma si entra nel vivo di vicende che di fatto alterarono gli equilibri
dellItalia settentrionale preannunciando gli assetti del XVIII secolo.
Al Settecento si rifanno pure i grandi quadri enucleati da Paolo Palumbo al
principio del suo contributo, attraverso i quali si penetra per nel particolare
delle controversie locali che furono il sostrato delle tensioni tra Repubblica di
Genova e Regno di Sardegna. Il confine ligure-piemontese pulsava di conflitti
che affondavano le radici nel Medioevo e che si erano radicalizzati nei primi
secoli dellet moderna e come mostra Luca Giana abbandonando la pro-
spettiva istituzionale per quella micro-storica le comunit coinvolte, con i
loro numerosi attori, coloravano gli attriti in atto di un senso di appartenenza
che poco aveva a che fare con il concetto di Stato, ma che generava piuttosto
unidentit mutevole e cangiante a seconda delle occasioni.
Il bel contributo di Marco Battistoni e Sandro Lombardini rinnova gli studi,
a dire il vero troppo pochi, su uno spazio quello del contado di Cocconato
che si presenta come unenclave capace di inventarsi unautonomia tra i due
poteri pi forti che la circondavano. Unautonomia che, come gli autori dimo-
strano con solide argomentazioni, era fondata sullo sfruttamento imprendito-
riale delle strade e dei passi di transito che contraddistinguevano il territorio
gestito dal folto consortile dei conti di Cocconato. Una diplomazia fluida ma
pienamente integrata con il sistema imperiale garant loro una lunga sopravvi-
venza prima che il contado si legasse pi saldamente al ducato sabaudo anzi-
ch al Monferrato entro i cui confini era compreso.
Il saggio di Battistoni e Lombardini trova il suo pendant, mi pare, in quello
di Paola Bianchi che sin dal titolo Stato nello Stato? lascia intravedere
unanalisi giocata sul filo della contrapposizione tra antiche autonomie ed esi-
genze di assorbimento giuridico-amministrative. Certo lepoca e lapproccio
metodologico sono diversi, ma anche qui leggibile, grazie a una fonte straor-
dinaria e sorprendentemente inedita (i resoconti dellintendente delle regie ga-
belle sabaude Pietro Antonio Canova) e allattenta valutazione della compila-
zione dei catasti di comunit poco o mal mappate, lo sforzo di resistere, attra-
verso la disobbedienza fiscale, al processo di assimilazione tentato da Torino.
La chiusura cronologica, se cos si pu dire, spetta al testo di Valeria
Pansini che ci proietta allepoca delle sperimentazioni napoleoniche in materia

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di ripartizioni amministrative. Come gi riscontrato da Maria Luisa Sturani15,
la nuova maglia dipartimentale and a sovrapporsi a una geografia gi di per s
complessa e originata da secoli di suddivisioni, accorpamenti, modificazioni.
Il Monferrato, scorporato nei dipartimenti di Marengo, Montenotte e Stura, si
ritrov una volta di pi alle prese con punti di riferimento familiari ma afferen-
ti a realt politicamente divergenti (Asti, Alba, Casale, Alessandria, Acqui,
Savona). Pi che altrove, tuttavia, lintento razionalizzatore del governo di
Parigi debitamente trasmesso al personale reclutato ad hoc tra le file delle
lites locali fin per tradursi in applicazione, giocando sulla capacit delle
singole comunit di aderire al modello per superare controversie di confine
vecchie di secoli: due esempi proposti dallautrice appariranno quanto mai
chiarificatori.
A ben guardare, poi, non pochi sono i contributi che si richiamano alla car-
tografia, esplorandone le molteplici funzionalit: oltre a quelli, test ricordati,
di Battistoni e Lombardini e della stessa Pansini, importante la proposta di
Daniela Ferrari che, con lo studio di una fonte conservata presso gli Archivi del
Genio di Vincennes, segnala nuova documentazione cartografico-militare sulla
cittadella di Casale. Analogamente, Giovanni Caniato, avvalendosi dei fondi
dellArchivio di Stato di Venezia, mostra la visione politico-diplomatica della
Repubblica nei confronti del Monferrato, a essa lontano, ma legato dai vincoli
di alleanza intessuti dai Gonzaga e dalla corrispondenza proverbialmente pun-
tuale e curiosa degli ambasciatori veneti.
Tuttaltro approccio, infine, quello di Diego Moreno e Roberta Cevasco, il
cui discorso, modellato sulle scoperte pi recenti dellecologia storica e dei
suoi intrecci con cartografia e geografia, si fonda sullesame di unarea ligure
storicamente non appartenente al Monferrato, ma territorialmente contigua. Lo
studio della copertura vegetale della zona dei feudi imperiali dei Doria e delle
modificazioni cui fu sottoposta per via dellazione umana appare un prezioso
case history, da estendere ad altre regioni boschive e da valutare sulla base di
ulteriori indagini di carattere storico: come si comportarono, per esempio, i
vassalli dellImpero poco restii a tollerare le briglie gonzaghesche, sabaude e
genovesi rispetto allutilizzo delle risorse ambientali? La stessa domanda, se-
guita da molte altre, andrebbe posta per i corpi ecclesiastici che numerosi insi-
stevano sul territorio e per i quali non disponiamo che di lavori frammentari,
episodici e qualitativamente discontinui.
Si spera, peraltro, che le lacune (inevitabili) del libro suggeriscano anche
spunti di discussione pi generali. sottesa, per esempio, a queste pagine la
questione della storia locale che tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta
del Novecento fu vista come una prima, possibile risposta al bisogno di storia

15. M.L. Sturani, Innovazioni e resistenze nella trasformazione della maglia amministrativa
piemontese durante il periodo francese (1798-1814), in Dinamiche storiche e problemi attuali
della maglia istituzionale. Saggi di geografia amministrativa, a cura di M.L. Sturani,
Alessandria 2001.

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che non proprio solo degli specialisti16 ma che corre sempre il rischio di
scivolare sulla china di ricostruzioni miopi e campanilistiche. Gli strumenti a
disposizione degli storici per evitare la trappola sono ormai molti, primo fra
tutti un buon comparativismo, anche solo a corto-medio raggio, che aiuti a non
perdere di vista aree e fenomeni simili, complementari o totalmente differenti.
Per non fare che un esempio, il fascio di strade che innervava il Monferrato
percorso da merci e da soldati presenta non poche analogie con il reticolo di
vie, legali e non, che contraddistingueva alcune aree dellarco alpino e il confi-
ne settentrionale tra Piemonte e Lombardia17.
Resta irrisolto pure il problema di scala che la recente riedizione in ita-
liano di una raccolta di saggi curata da Jacques Revel potrebbe riportare in
auge18. Qui, lo si ripete, si tentato di far convivere interpretazioni che muo-
vono da grandezze differenti ed possibile che il lettore debba pi volte cam-
biare gli occhiali per mettere a fuoco temi e attori protagonisti dei vari saggi.
anche vero, per, che la nozione di scala proviene direttamente dalla cartogra-
fia19: se, fuor di metafora, le molteplici angolazioni da cui osservato logget-
to del libro il Monferrato, con le sue strutture interne, le carte che lo rappre-
sentarono, le sue dinamiche socio-politiche serviranno a rilevare nuove sfac-
cettature (nel macro o nel micro, nello scontro o nel confronto tra le due cate-
gorie), si sar comunque raggiunto un risultato.
Un cenno, da ultimo, a una coincidenza temporale: in questanno 2006 cor-
rono i 700 anni dallinizio della dominazione dei Paleologo in Monferrato, qui
vista in filigrana dal suo affermarsi dopo gli Aleramici al suo estinguersi negli
anni Trenta del Cinquecento. In attesa di una monografia che analizzi levolu-
zione in senso statuale del loro potentato e il ruolo che la dinastia ebbe in seno
agli spazi italiani del tardo Medioevo, laugurio che unoperazione colletta-
nea come questa contribuisca a far luce su alcune caratteristiche del territorio
di cui furono signori e, di riflesso, sulla loro amministrazione in unottica
del tutto scevra da intenti celebrativi.
I ringraziamenti, doveroso e gradevole complemento di ogni Introduzione,
dovranno qui sdoppiarsi. Molti, infatti, sono stati coloro che mi hanno sostenu-

16. Alludo qui alle considerazioni di Mario Del Treppo sul valore euristico e pedagogico
della storia locale contenute nel saggio Storia come pedagogia e storia come scienza, recente-
mente riproposto nella raccolta Id., La libert della memoria. Scritti di storiografia, Roma 2006,
pp. 71-108 (in particolare pp. 89-90).
17. Cfr. in merito gli studi di M. Cavallera, Les fiefs imperiaux dans lItalie nord-occidenta-
le au XVIIIe sicle, in Les enclaves territoriales aux Temps Modernes (XVIe-XVIIIe sicles), d.
Par P. Delsalle, A. Ferrer, Besanon 2000, pp. 185-208, e Sulle tracce dei confini. Diritti, con-
suetudini e risorse in Valcuvia (secoli XV-XIX), in Il Libro della Comune di Cabiaglio in
Valcuvia. Comunit, diritti e confini, a cura di S. Contini, Gavirate 2005, pp. 23-66.
18. Giochi di scala. La microstoria alla prova dellesperienza, a cura di J. Revel, Roma
2006 (I ed. Paris 1996).
19. Cfr. in proposito le osservazioni di B. Lepetit, Il concetto di scala in storia, ivi, pp. 85-
112, in particolare pp. 98-99.

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ta nellorganizzazione dei lavori del marzo 2004 e che si sono dovuti accon-
tentare di una stretta di mano o poco pi. Lamico e collaboratore Lionello
Archetti-Maestri, direttore della sezione di Italia Nostra di Acqui Terme, si
rivelato alloccasione un coordinatore instancabile di incontri e spostamenti lo-
gistici tra le tre sedi che, senza il suo aiuto e il suo buon gusto, sarebbero stati
disagevoli. Di questo, a distanza di pi di due anni, gli sono ancora molto gra-
ta. Marco Maderna, architetto sensibile agli studi storici, ha saputo creare, con
una sapiente videoinstallazione, uno spazio avvolgente che permettesse a pub-
blico e relatori di immergersi tra le carte del Monferrato alternate a belle im-
magini del paesaggio odierno. La dott.ssa Gigliola Bianchini, direttrice della
Biblioteca del Conservatorio musicale Antonio Vivaldi di Alessandria, ha
voluto mettere a disposizione, con entusiasmo contagioso, la sua grande prepa-
razione alla riscoperta di un personaggio che meglio di chiunque altro servi-
to a incarnare lo spirito del convegno: il compositore per flauto e geografo ca-
salese Luigi Hugues. Le sue musiche, eseguite da un quartetto diretto dal mae-
stro Renato La Mantia cui mi lega con affetto unormai lontana frequenta-
zione degli studi flautistici hanno allietato una serata che si svolse nel picco-
lo caff del Grand Hotel delle Terme di Acqui e che molti dei relatori ricorda-
no ancora con piacere. Un plauso va anche agli amministratori di Acqui Terme,
Nizza Monferrato e Casale Monferrato che hanno voluto sostenere liniziativa,
confidando senza fretta nel progetto museale.
E veniamo al libro. Senza Alessandro Pastore e Gian Paolo Romagnani
questa collana non esisterebbe. A loro, dunque, va un mio cordiale ringrazia-
mento per aver accolto questi atti nellambito di un progetto editoriale ampio e
prestigioso. Giuseppe Ricuperati, con cui lavoro ormai da tempo, mi ha come
sempre incoraggiata sul terreno delle mie ricerche e, in qualit di responsabile
dellunit Cofin di Torino, ha sostenuto liniziativa contribuendo a finanziarla
sin dai primi passi. Un grazie amichevole, infine, agli autori dei vari saggi, al-
cuni dei quali pi di altri hanno atteso con pazienza che il libro vedesse la luce.
Blythe Alice Raviola

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Sigle e abbreviazioni

Add.: Additional Mss.


AGS: Archivo General de Simancas
ANP: Archives Nationales de Paris
ASAL: Archivio di Stato di Alessandria
ASAT: Archivio di Stato di Asti
ASGE: Archivio di Stato di Genova
ASMI: Archivio di Stato di Milano
ASMN: Archivio di Stato di Mantova
ASTO: Archivio di Stato di Torino
ASVE: Archivio di Stato di Venezia
AVA: Archivio Vescovile di Acqui Terme
b.: busta
BL: British Library
BRT: Biblioteca Reale di Torino
CAB: Confini per A e B
cart.: cartella
dis.: disegno
doc.: documento
E: Estado
f.: folio
fasc.: fascicolo
IGM: Istituto Geografico Militare
leg.: legajo
m.: mazzo
ms.: manoscritto
ME: Materie economiche
MGH: Monumenta Germaniae Historica
mms: manoscritti
MPRE: Materie politiche per rapporto allEstero
reg.: registro
SP: Secreterias Provinciales
t.: tomo

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Un museo del Monferrato: ipotesi progettuali
e indirizzi di ricerca
di Lionello Archetti-Maestri*

Quando nellautunno del 2002 Italia Nostra present La semina del


Monferrato Proposta per un Museo del Monferrato lintenzione dei promo-
tori fu quella di contribuire a rimuovere loblio e la confusione che circondano
lidentit storica, culturale ed anche geografica monferrina mediante listitu-
zione di un Museo del Monferrato nonch di un Centro di documentazione e
studio.
L ambizioso obiettivo consisteva, e consiste, nel proporre un modello di
museo storico che raccolga la memoria di uno stato estinto da tre secoli e della
sua societ. Se altri stati preunitari permangono nel comune sentire grazie alla
presenza di una capitale ancora ben identificabile, alla coerenza dei confini am-
ministrativi contemporanei o alle collezioni dinastiche si pensi ad esempio al
ducato estense e a quelli farnesiani tutto ci assente per il Monferrato. La
stessa nozione geografica, utilizzata soprattutto come denominazione dorigine
di prodotti agricoli (e, in specie, vinicoli), ha sovente limiti incerti e mutevoli.
Per queste ragioni, la comprensione del tessuto storico, artistico, monu-
mentale, demo-antropologico e ambientale della regione appare meritevole di
studi ulteriori e di una rielaborazione che lo restituisca a un pubblico sensibile
e attento. Vorrei riproporre in questa sede i temi del Museo illustrati allora e
che ritengo essere ancora adeguati:
1. Geografia del Monferrato: la definizione degli spazi. Cartografia storica e
contemporanea.
2. Gli Aleramici e la costruzione del Monferrato.
3. Il principato dei Paleologi: la creazione di uno stato tardomedievale.
4. Il Monferrato dei Gonzaga.
Immaginavamo il Museo come Libro, attraverso il quale il visitatore-lettore
potesse affrontare e conoscere le tematiche della storia monferrina. Per lalle-

* Italia Nostra o.n.l.u.s., sezione di Acqui Terme.

17
stimento, essendo evidente la difficolt di illustrare molti degli argomenti pro-
posti con lesposizione di oggetti tangibili, ci si dovrebbe valere sovente di te-
sti, immagini fotografiche, strumenti multimediali, riproduzioni di carte, docu-
menti e altri manufatti. Soprattutto, nelle intenzioni di Italia Nostra, il Museo
del Monferrato dovrebbe estendersi ben oltre le pareti del contenitore, costi-
tuendo la premessa ed il viatico per itinerari tematici nel territorio: una sorta di
didascalia del Monferrato.
La realizzazione di un Centro di studio e documentazione affiancherebbe il
Museo del Monferrato costituendone lofficina. Riteniamo che questa struttura
debba prefiggersi gli obiettivi di promuovere e coordinare nuove linee di ricer-
ca, sostenere attivit editoriali, organizzare convegni scientifici e mostre su
specifiche tematiche storiche. Lo strumento di lavoro primario del Centro do-
vr essere una Biblioteca la pi completa ed aggiornata possibile.
Il Museo del Monferrato, non trascurando anche finalit didattiche, vorreb-
be essere inoltre punto di riferimento per approfondimenti e nuove ricerche e
presidio per la salvaguardia del patrimonio storico, ambientale, architettonico
ed artistico del territorio.
Con la pubblicazione degli atti del convegno Cartografia del Monferrato,
che si svolse nel marzo 2004 sotto lAlto Patrocinio della Presidenza della
Repubblica, limmaginario visitatore del Museo-Libro, ai cui occhi il
Monferrato entit composita e mutevole pur nella sua lunga storia indipen-
dente appare sfuggente, potr accedere ai primi ambienti dellancora virtua-
le istituzione trasformandosi cos in un reale lettore dei significativi contributi
raccolti nellodierno volume. Di norma il catalogo segue lallestimento di una
mostra o di un museo; in questo caso lo precede e i saggi presenti costituiran-
no la preziosa base scientifica su cui procedere nel nostro proposito.
Troppi sarebbero i doverosi ringraziamenti e di sicuro incorrerei in una
qualche involontaria spiacevole omissione: a tutti coloro che hanno permesso
di conseguire questo risultato giunga quindi il nostro e mio riconoscente gra-
zie. Mi sia permesso, per di manifestare un pubblico attestato di infinita gra-
titudine allamica Blythe Alice Raviola. Lei sa il perch.

18
Le immagini di un territorio. Descrizioni
del Monferrato in et moderna
di Blythe Alice Raviola

1. Tra letteratura e osservazione: limmagine del Monferrato nel


Cinquecento
Scopo del mio intervento di fungere da cornice a quelli che sostanzieran-
no gli Atti che qui si pubblicano, senza alcuna ambizione di completezza ma
piuttosto con lauspicio che possa suggerire spunti di riflessione a quanti, car-
tografi e storici di varia formazione, si andranno a occupare del Monferrato
sotto i molteplici aspetti che sempre sottendono allo studio di uno spazio geo-
politico. Lidea di soffermarmi sulle immagini non solo visive ma descrittive
che, in numero non troppo abbondante ma nemmeno trascurabile, si sono ac-
cumulate per questo territorio in et moderna nata dalla combinazione di due
fattori: la necessit di ragionare su che cosa rappresentasse per i contempora-
nei, stranieri e non, unarea celeberrima a livello europeo per i conflitti che la
interessarono e, nel contempo, considerare la rinvigorita produzione di lavori
di cartografia storica che attestano la stringente relazione tra riproduzione fi-
gurata e riconoscibilit politico-diplomatica della zona rappresentata1.
Il discorso vale per lintera penisola italiana e per ciascuna delle formazio-
ni statali che, a partire dal Medioevo, la contraddistinsero minando la sua (ap-
parente) coesione geomorfologica. Scrive Luciano Lago in uno dei molti saggi
con cui ha contribuito al volume Imago Itali da lui curato:

1. Valga per tutti il poderoso, recente lavoro curato da L. Lago, Imago Itali. La Fabrica
dellItalia nella storia della cartografia tra Medioevo ed et moderna. Realt, immagine ed im-
maginazione dai codici di Claudio Tolomeo allAtlante di Giovanni Antonio Magini, Trieste
2002. Per le preziose indicazioni metodologiche nonch per lanalisi di spazi contigui al
Monferrato sono altres fondamentali i contributi dei volumi Carte e cartografi in Liguria, a
cura di M. Quaini, Genova 1986, e Cartografia e Istituzioni in et moderna, Atti del convegno
Genova, Imperia, Albenga, Savona, La Spezia, 3-8 novembre 1986, Roma 1987, 2 voll. Cfr. an-
che I rami incisi dellArchivio di Corte: sovrani, battaglie, architetture, topografia, a cura
dellArchivio di Stato di Torino, Torino 1981.

19
Ha osservato correttamente il Perini [1996] come, alle origini della cartografia moderna,
lItalia risulti raffigurata sempre intera, bench, a causa delle divisioni in pi Stati autono-
mi, mancasse di un centro politico ed economico che avesse specifico interesse nel far ese-
guire rilievi cartografici della penisola nel suo complesso. Il motivo ben comprensibile, se
si tiene conto che gli autori di quel periodo, imbevuti di Umanesimo, sentivano ancora for-
temente il riflesso delle carte tolemaiche nelle quali lItalia si identificava nei confini corri-
spondenti allorganizzazione amministrativa romana... Le divisioni regionali... assenti nel-
la produzione cartografica anteriore allAtlante di Giovanni Antonio Magini (1620)... si
identificano... con linteresse primario del cartografo allorch sollecitazioni culturali o, so-
prattutto, situazioni politiche e amministrative particolari intervengono a modificare il qua-
dro geografico dItalia2.

Ci si pu domandare se anche le immagini descrittive abbiano percorso


questo iter, passando da uno schema fortemente ancorato alla tradizione della
romanit allacquisizione di una progressiva consapevolezza di divisioni inter-
ne che, travalicando o riducendo i confini delle antiche province italiche, te-
nessero conto dellevoluzione di nuovi nuclei di potere. Per questo bene por-
re laccento sulle descrizioni che, vero e proprio genere letterario3, le precedet-
tero o le accompagnarono, a esse intimamente accomunate dallobiettivo di
fissare le caratteristiche di un territorio e di sottolinearne il rilievo politico.
Per quanto attiene al Monferrato, anchesso riscoperto da studi recenti nel-
la sua dimensione di anomala realt statale di Antico Regime4, le descrizioni di
matrice letteraria o diplomatica anticiparono, seppur di poco, le prime raffigu-

2. L. Lago, Limmagine dellItalia, in Imago Itali, cit, p. 122. Lo studio cui si fa riferimen-
to nella citazione di C. Perini, LItalia e le sue regioni nelle antiche carte geografiche, Verona
1996. Linteresse per la cartografia di piccole formazioni territoriali italiane pu essere testimo-
niata anche dalla giornata di studi coordinata da G. Greco su Le frontiere minori in Italia nellet
moderna, Piobino, 19 dicembre 2003 (atti in corso di stampa), concentrata sul problematico
confine tra Piombino e il Granducato di Toscana. Si dovr poi tenere conto delle ricche sugge-
stioni provenienti dallexcursus di E. Fasano Guarini su Termini, confini e frontiere nelle descri-
zioni dItalia, in Frontiere, confini: un confronto fra discipline, Atti del convegno Gargnano, 22-
23 aprile 2005, a cura di A. Pastore, in corso di stampa. Pi specificamente, sul Monferrato si
veda invece A. Capacci, Il Monferrato nella cartografia antica, in Il Monferrato: crocevia poli-
tico, economico e culturale tra Mediterraneo e Europa, a cura di G. Soldi Rondinini, Atti del
convegno Ponzone, 9-12 giugno 1998, Ponzone 2000, pp. 321-340. Sugli spazi piemontesi cfr.
G. Gentile, Dalla Carta generale de Stati di S.A.R., 1680, alla Carta corografica degli Stati
di S.M. il re di Sardegna, 1772, in I rami incisi, cit., pp. 112-132, e ora Id., La Carta corogra-
fica degli Stati di S.M. il Re di Sardegna: permanenza ed evoluzione di unimmagine, in Il tea-
tro delle terre. Cartografia sabauda fra Alpi e pianura, a cura di I. Massab Ricci, G. Gentile,
B.A. Raviola, Savigliano 2006, pp. 41-49, nonch Rappresentare uno Stato. Carte e cartografi
degli Stati sabaudi dal XVI al XVIII secolo, a cura di R. Comba e P. Sereno, Torino-Londra-
Venezia 2002, 2 voll.
3. Per il Piemonte sabaudo cfr. R. Comba, Interessi e modo di conoscenza dal XV al XVII se-
colo, in La scoperta delle Marittime. Momenti di storia e di alpinismo, a cura di R. Comba, P.
Sereno, M. Cordero, Cuneo 1984, pp. 15-23.
4. Mi limito a citare il mio Il Monferrato gonzaghesco. Istituzioni ed lites di un micro-Stato
(1536-1708), Firenze 2003, e i contributi multidisciplinari del catalogo Tra Belbo e Bormida.
Luoghi e itinerari di un patrimonio culturale, a cura di A. Torre, E. Ragusa, Asti 2003.

20
razioni cartografiche, restituendo non solo topoi cronachistici di retaggio me-
dievale5, ma anche lidea di un territorio politicamente organizzato e poten-
zialmente in crescita.
Una delle prime testimonianze in tal senso senza dubbio la Montis Ferrati
descriptio contenuta nelledizione torinese dellItalia illustrata di Biondo
Flavio (1527)6. Frutto della penna di Giorgio Merula, che se Statiellensem
nuncupavit per via delle sue origini acquesi7, gi di per s indicativa del
peso riservato a unarea che fino ad allora era stata solo rapidamente menzio-
nata nelle opere di carattere generale e sempre insieme con il Piemonte e altre
porzioni della pi vasta Lombardia. Non a caso cos ricordata nelle pagine
del Flavio sullItalia tutta:
Ad Tanarum amnem ora incipit celebris nunc Monfferratus appellata cuius fines sunt hinc
Padus, inde Appeninus, et Tanarus ipse a fonte suo ad ostia quibus fertur in Padum et supe-
riori in parte montes Moncalerio proximi ubi Pedemontium incipit Ferratensisque ora pene
Marchionibus est subdita in Italia nobilissimi qui ex Paleologis Constantinopolitanis impe-
ratoribus oriundi quinquaginta iam et centum annis eam oram possederunt8.

Rinunciando a elencare tutte le localit appartenenti al Monferrato sareb-


be stato nimis opus Flavio ne segnala comunque le principali, identifican-
dole in Bassignana e Valenza, in Pomaro, Frassineto e Casale Sancti Evasii,
quod pro etatem nostram ornatum fuit Facino Cane, Pontestura, Camino,
Gabiano, Verrua, Cassine, Acqui, Cairo, nonch San Raffaele (Cimena), la
stessa Moncalieri, Alessandria, Asti, Guarene, Monticello, Santa Vittoria,
Pollenzo, Ceva, Alba, Castellazzo e Cortemilia9. Come si pu notare, lumani-
sta fiorentino attribuiva al Monferrato geografico maggior estensione di quello
politico e anche Volaterrano, nel capitolo sulle Alpi, la Liguria e la regio su-
balpina, non pot non constatare la confusione tra Piemonte e Monferrato, es-
sendo ascitte al primo anche Alessandria, Acqui, Alba, Asti, Ceva e Pollenzo:
hos [locos] nunc esse Sabaudienses nonnulli dicunt, unde nome auspicatum.
Alii potius Monferratenses qui ad Alpes usque pertinent10.

5. Sui quali restano valide le osservazioni di A.A. Settia, Storia e geografia di un territorio,
in Id., Monferrato. Struttura di un territorio medievale, Torino 1983, pp. 55-99. Un accenno al
tema anche in C. Donati, Marchesati piemontesi fra tardo Medioevo e prima et moderna, in
Marchesati piemontesi. Monferrato, Saluzzo, Masserano (1418-1753), Milano 2000, pp. 13-33.
6. Italia illustrata. Auctoribus Blondo Flavio, R. Volaterrano, Marc. Ant. Sabellico et
Georgio Merula..., in Augusta Taurinorum, Taurinum nunc appellant, impressit Bernardinus
Sylva impensis et aere partiario Ioannini Bandi theologi, Io. Bremii et Gulielmi Ferrarii ad stu-
diosorum utilitatem, MDXXVII (se ne conserva una copia presso la Biblioteca della Provincia
di Torino, Fondo Parenti, RP, C 219).
7. Ivi, f. 234.
8. Ivi, f. 97. Sulla concezione medievale e umanistica di un Monferrato principiante nei
pressi di Moncalieri, non disdegnata da studiosi del XVIII secolo, cfr. ancora A.A. Settia, Storia
e geografia, cit., pp. 57-69.
9. Italia illustrata, cit., ff. 100-100v.
10. Ivi, f. 157v.

21
Modellata sulla falsariga delle note di Biondo Flavio, ma ben pi estesa11,
la descrizione di Merula si concentra sia sul dato fisico sia su quello storico,
offrendo il profilo di una regione quae pars est Liguriae cisAppenninum e
della quale sarebbe stato utile situm, fines, urbium praeterea et populorum
nomina... exponere12, colmando cos le lacune di numerosi geografi suoi pre-
decessori. A lui si deve, innanzitutto, unimmagine iperbolica che avrebbe avu-
to fortuna anche nei decenni successivi: posta tra il Tanaro e il Po e attraversa-
ta da campagne ubertose, hanc terram possumus Mesopotamiam appella-
re 13. Parole che avrebbero ricalcato quasi alla lettera nel 1550 Leandro
Alberti14 e nel 1588 lambasciatore veneto Francesco Contarini15 e che, seppur
non citate testualmente, avrebbero lasciato il segno sui numerosi e spesso ste-
reotipati accenni alla fertilit del territorio. Tra le localit illustri Merula citava
quelle gi ricordate da Flavio, soffermandosi poco pi a lungo su Casale16, non
trascurando altri centri come Occimiano, Moncalvo, Grazzano, Lu, Vignale,
Montemagno, Alba e Acqui, civitas a calidis aquis quae illic erumpunt appel-
lata17, e accennando allorografia della regione; tutti elementi che andavano a
precisare se non i confini, i contenuti esatti del Monferrato.
Dimpronta politico-economica invece la prima relazione di un ambascia-
tore veneto relativa al Monferrato unitamente al ducato di Mantova: a scriverla
fu, nel 1540, Bernardo Navagero con il proposito, tra gli altri, di dire quel che
pi ho potuto intendere del... stato di Monferr18. Dalle informazioni presu-
mibilmente carpite restando a Mantova e frequentando lentourage della du-

11. Ivi, ff. 220-234 bis.


12. Ivi, f. 220.
13. Ivi, f. 233.
14. L. Alberti, Descrittione di tutta Italia di F. Leandro Alberti Bolognese aggiuntavi la de-
scrittione di tutte lisole. Riproduzione anastatica delledizione 1568, Venezia, Lodovico degli
Avanzi, 2 voll., a cura di A. Prosperi, Bergamo 2003, II, p. 378: Alla sinistra vi il Tanaro, et
alla destra il Po, et pi oltra non procede. Et tanto quanto si discostano questi colli dagli antidet-
ti fiumi, tanto maggior pianura, et molto amena fra essi si ritrova, la quale addimandare si pu
Mesopotamia.
15. Possede il signor duca, oltre il ducato di Mantova, il marchesato di Monferrato, feudo
imperiale, posto, come la Mesopotamia, tra due principalissimi fiumi, Po et Tanaro, fertilissimo
et popolatissimo (Relazione di Mantova del clarissimo messer Francesco Contarini, 3 ottobre
1588, in Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, I, Ferrara-Mantova-Monferrato, a cura di
A. Segarizzi, Roma-Bari 1968, p. 82).
16. Italia illustrata, cit., f. 233: opulentum... et frequens oppidum, quod aetate nostra
Gulielmus, Theodori Paleologi abnepos, bello et armis inclitus idemque princeps pace, genero-
sus atque magnificus, in urbis dignationem transtulit et de nomine pontificis qui episcopum loco
dedit. Sul conseguimento del rango di diocesi cfr. A.A. Settia, Fare Casale cipt: prestigio
principesco e ambizioni familiari nella nascita di una diocesi tardomedievale, in Rivista di
Storia Arte Archeologia delle province di Alessandria e Asti, XCVI-XCVII (1987-1988), pp.
285-318.
17. Italia illustrata, cit., f. 234.
18. Relazioni degli ambasciatori veneti, cit., Relazione del clarissimo messer Bernardo
Navagero ritornato di ambasciatore di Mantova, 1540, pp. 51-63.

22
chessa Margherita Paleologo, Navagero ricav materia sufficiente per indivi-
duare in primo luogo lo status giuridico del marchesato (feudo imperiale); in
secondo i suoi confini (la Savoia, Saluzzo, Genova, parte de svizzeri e parte
del Stato di Milano); in terza battuta la presenza di tre citt importanti (Alba,
Casale e Acqui) e di 366 castella tra i quali Trino, Volpiano e Verolengo; in-
fine un drastico calo delle entrare locali, scese da 40.000 scudi a 18-20.000 a
causa delle guerre italiane combattute in zona19. Nel complesso, per, lo
Stato di Monferr avrebbe potuto garantire notevoli risorse ai suoi signori e
in particolare una levata di almeno 10.000 uomini in caso di emergenza.
Il geografo Leandro Alberti, recentemente riscoperto grazie alla riedizione
in anastatica della sua Descrittione di tutta Italia (1550) corredata da una ricca
introduzione di Adriano Prosperi e da alcuni saggi di storici, urbanisti e storici
della cartografia, inizia il paragrafo dedicato al Monferrato ricuperando la le-
zione di Giorgio Merula, che fece ogni forza per narrar le cose particolari des-
so. Tocc anche, per, a differenza del compagno di Biondo Flavio, lannoso
problema delletimo del toponimo, risolto con la lectio Monferace derivata
dalla ferocit dei piccioli colli che quivi si ritrovano20. Parte della Lombardia
di l da Po, il Monferrato di Alberti ancora una volta identificato, seppur con
ambigue oscillazioni 21, con unarea piuttosto vasta, comprendente anche
Saluzzo, il Canavese e Asti. Sulla scia di Flavio e Merula, tra le localit princi-
pali sono menzionate Bassignana, Valenza, Pomaro, Frassineto e Casale ma con
un supplemento di notizie storiche rispetto ai modelli originari. Ci evidente
in particolare per la capitale, ornata di sontuosi edifici, et molto popolata, per
la quale sono passate in rassegna piuttosto in dettaglio le vicende che la videro
centro importante per gli Aleramici, capoluogo per la stirpe de Paleologi, che
hanno tenuto alquanto tempo con gran pace et gloria la signoria del Monfer-
rato22, nuova eredit dei duchi di Mantova (et cos hora si sta, anche se, gi
nel 1530, ricusavano i cittadini il governo di Federico Gonzaga23). Alla de-
scrizione di Casale, patria oltre che di Facino Cane e del vescovo Bernardino
Romano, di Giorgio Cacatossico, dellordine dei Predicatori, gran teologo, fi-

19. Ivi, p. 59.


20. Ivi, II, p. 378. Unaltra soluzione proposta da Alberti che talmente fosse chiamato
Monferrato dal ferro, abbondante nelle riserve metallifere della regione. Sulla questione, dibat-
tuta anche in tempi recenti, rinvio allanalisi critica di A.A. Settia, Storia e geografia, cit., e alle
riflessioni di G. Pistarino, Il Monferrato: toponimo e territorio, Premessa a Il Monferrato: cro-
cevia politico, cit., pp. 7-14 e relativa bibliografia.
21. Alberti, Descrittione di tutta Italia, cit., II, pp. 378-379: Di questa regione cos dice
Faccio degli Uberti nel V canto del III libro Dittamondo:... e passamo Monferrato/dove l mar-
chese laro, e pro dimora/ Salutio, Canovese principato/ trovamo, e vedemo Alba et Asti/ che l
Tanaro bagna, e tocca da un lato. Sulla scarsa definizione dei confini cfr. anche il breve com-
mento di L. Giana, V. Tigrino, Lombardia di qua dal Po, Lombardia di l dal Po (Piemonte), ivi,
I, pp. 78-84.
22. Ivi, II, p. 380.
23. Ibidem.

23
losofo et ornato di lettere grece, latine, hebree et caldee nonch mio honoran-
do precettore nella dottrica teologica24, Alberti fa seguire qualche cenno circa
le principali localit adagiate sulla riva destra del Tanaro (San Salvatore, Lu,
Montemagno, Pontestura, Verrua, San Giorgio, Occimiano, Moncalvo) preci-
sando ancora il limite dellarea: questi sono i luoghi... i quali sono costretti fra
il Tanaro et il Po, et la citt dAsti, che annoverare si possono nel Monfer-
rato25. Tuttavia, potevano essere ascritti alla regione altri centri urbani e rurali
compresi tra Tanaro e Bormida: da Alessandria, pure soggetta al dominio spa-
gnolo, a Bosco; da Nizza a Felizzano, Solero e Quargnento fino alla nobile, ci-
vile, ricca Asti poche righe pi sopra esclusa dal territorio monferrino vero e
proprio 26. E ancora Alba e varie localit dellAlbese (Pollenzo, Guarene,
Monticello); la Acqui celebrata da Merula che, come si ricordato, volendo ri-
storare... lantico nome della patria, si nominava Statiliese 27; Bistagno,
Cortemilia, i feudi dei del Carretto; Mondov e Chieri e altri luoghi da tempo
soggetti alla dominazione sabauda.
Da un rapido passo del racconto pare di capire che le osservazioni del frate
agostiniano di Bologna fossero il frutto, oltre che della ripresa di pagine lette-
rarie, di unispezione compiuta personalmente nei luoghi descritti, per lo meno
nel Casalese (scendendo alla riva del Po, ove lasciai Casale, et camminando
lungo detta riva...28). Certo, il rapporto umano con il maestro Cacatossico e la
considerazione goduta dal resoconto del Merula diedero agio ad Alberti di
concentrarsi pi sul Monferrato che sul Piemonte29, contribuendo, almeno a li-
vello letterario, a tramandare limmagine di unarea fertile, punteggiata da cen-
tri urbani di un certo peso, seppur politicamente ancora frammentata a causa
dellintreccio di giurisdizioni che la contraddistingueva.
Agli stessi anni risalgono anche le prime testimonianze cartografiche che,
successive alle poche rintracciabili per il tardo Medioevo e i primi anni del
Cinquecento30, restituiscono via via pi precisamente i confini del Monferrato.

24. Ibidem. Sul Cacatossico cfr. F. Valerani, Le Accademie di Casale nei secoli XVI e XVIII,
in Rivista di Storia Arte Archeologia della provincia di Alessandria, XVII (1908), fasc. I, pp.
79-103; ivi, fasc. II, pp. 341-382, fasc. IV, pp. 517-565.
25. Alberti, Descrittione di tutta Italia, cit., p. 381.
26. Ivi, p. 382.
27. Ivi, p. 383.
28. Ivi, p. 381.
29. quanto osserva anche Luciano Lago proprio a proposito della vasta Lombardia identifi-
cata da Flavio: Il Piemonte non era stato un tempo che una modesta suddivisione; era, infatti,
scrivono concordi il cartografo Giacomo Gastaldi nel 1548 e il geografo fra Leandro Alberti nel
1550, il territorio dellantica trib ligure dei Taurini... Per Biondo Flavio il Piemonte inizia al con-
fine occidentale del Monferrato, che posto nelle alture presso Moncalieri, e termina sulle rive
della Dora Riparia, dove inizia il Canavese; ma mentre i limiti di Monferrato e Canavese sono
chiaramente indicati, quelli del Piemonte sono riconoscibili soltanto per esclusione (L. Lago, Le
pi antiche testimonianze regionali nella cartografia manoscritta, in Imago Itali, cit., p. 302).
30. Sulla Tabula Peutigeriana e altre precoci testimonianze di cartografia del Monferrato cfr.
A. Capacci, Il Monferrato nella cartografia antica, cit., pp. 325-326.

24
Va citata, innanzitutto, una carta pubblicata dal geografo piemontese Giacomo
Gastaldi nella sua riedizione della Geografia di Tolomeo del 1548, nella quale
sono delineati i contorni interni agli spazi piemontesi. Il titolo dellincisione
Piamonte, Conta de Ceva, Astesana, Marcha de Incisa, Monferr, Campagna
de la Fraschea (presso Alessandria), Valdosta, Biblascho (tra il Lys e lAlto
Sesia)31 e, sebbene limpronta tolemaica sia giudicata ancora forte dagli storici
della cartografia, vi emergono sia migliorie nel disegno del tracciato idrografi-
co sia la volont dellautore di cogliere le distinzioni regionali che, ben perce-
pite dai contemporanei, dipendevano dalleffettiva frammentariet politica del-
la zona. Tali fattori tornano con maggior evidenza nelle due successive edizio-
ni della carta, una del 1555, a Venezia, per i tipi di Matteo Pagano, laltra del
56 per quelli del trinese Gabriele Giolito de Ferraris32. La legenda di questul-
tima, ancora pi articolata33, ribadisce una volta di pi le effettive divisioni
geo-politiche del territorio rappresentato, non solo tra Stati diversi (Piemonte,
Monferrato, Repubblica di Genova, Ducato di Milano), ma anche allinterno
del Piemonte e del Ducato di Milano stessi, in un periodo in cui lAstigiano per
luno e Alessandrino, Tortonese e Novarese per laltro apparivano ancora estra-
nei allunit amministrativa che si andava creando34.
Ci non significa, tuttavia, che il marchesato di Monferrato illustrato da
Gastaldi e da altri geografi di met Cinquecento rispecchiasse lesatto territo-
rio su cui si diramava il potere ormai gonzaghesco. Come hanno notato Aldo
Settia e, pi recentemente Paola Sereno, era ancora diffuso il concetto di

31. Su questa e altre carte di Gastaldi e sullautore che, pur dichiarandosi piemontese in virt
delle sue origini, fu in realt attivo solo a Venezia cfr. G. Gentile, Dalla Carta generale de Stati
di S.A.R., cit., pp. 112-115, P. Pressenda, Le carte del Piemonte di Giacomo Gastaldi, in Imago
Itali, cit., pp. 321-326, L. Lago, La nuova cartografia dellItalia, ivi, pp. 250-251, e E. Mollo,
Lattivit di un cartografo piemontese fuori dello stato: Giacomo Gastaldi, in Rappresentare
uno Stato, cit., I, pp. 27-31.
32. Cfr. P. Pressenda, Le carte del Piemonte, cit., p. 322, 326 (fig. 316). Sulla tipografia dei
Giolito (allepoca, di fatto, oriundi monferrini) cfr. C. Testa, Stampatori e librai vercellesi nel
XVII secolo, in Seicentina. Tipografi e libri nel Piemonte del 600, a cura di W. Canavesio,
Torino 1999, pp. 193-220.
33. Opera de Jacomo Gastaldo piamontese Cosmographo in Venezia, nella quale descrit-
to la regione del Piamonte et quella di Monferra, con la maggior parte della riviera di Genoa,
et il territorio Astesano, Alexandrino, Tortonese, Novarese et la pi parte del Pavese et parte del
Milanese, con le separationi loro fatte da pontesini piccoli per maggiore cognition loro, et qui
sotto la scala di miglia per sapere la distantia che da un luoco a laltro. Ora se per alcun tem-
po si trovasse qualche errore da huomini pi periti di me in tal scientia mi rimetar al parer
loro. MDLVI (cfr. P. Pressenda, Le carte del Piemonte, cit., p. 322). Una copia della carta in
ASTO, Corte, Biblioteca Antica, Atlanti antichi, Z.III.4, I.
34. Per il caso della, citt e contado di Asti e della sua lenta e complessa assimilazione agli
spazi sabaudi cfr. P. Merlin, Il Cinquecento, in P. Merlin, C. Rosso, G. Symcox, G. Ricuperati, Il
Piemonte sabaudo. Stato e territori in et moderna, Torino 1994, pp. 3-170, in particolare pp.
59-60 e M. Marcozzi, Asti fidelissima e separata: soggezione e autonomia nel primo seco-
lo di dominio sabaudo (1531-1630), in Rivista di Storia Arte Archeologia per le province di
Alessandria e Asti, CXII.1 (2003), pp. 83-104.

25
Monferrato che gli Umanisti... si erano formati al di fuori della mutevole con-
figurazione geopolitica... attraverso le cronache medioevali come quella di
Jacopo dAcqui. insomma il Monferrato non storico n geografico, ma quel-
lo letterario definito da Flavio Biondo35, nel quale trovavano posto anche
Moncalieri, Chieri e dintorni.
A tali inesattezze va poi ad aggiungersi la vaghezza di alcune carte e de-
scrizioni coeve che, attenendosi allimpronta delle antiche suddivisioni roma-
ne, trascuravano del tutto lesistenza di tali spazi: il caso, per esempio, della
Cosmographia y geographia dello spagnolo Hieronimo Girava36(1570), il qua-
le, pur dichiarando di essersi ispirato, tra gli altri, a Biondo Flavio, Volaterrano
e Alberti, per quanto riguardava lItalia settentrionale si limitava a ripartirla in
Lombardia de aca del Po, dicha milia e in Lombardia de all del Po, dicha
Gallia Transpadana. Unica traccia dellesistenza di Piemonte e Monferrato ,
nelle pagine del Girava, la menzione delle citt di Asti e Torino per luno e di
Alba e Casal de Monferrat o Casalsanvas per laltro37. Ancor pi frettolosa
la trattazione della Longobardia o Lombardia nel pi celebre manuale di
Cosmographia sive descriptio universis orbis dei geografi e cosmografi fiam-
minghi Pietro Appiani e Gemma Frisio, edito ad Anversa nel 1584 38: qui
lItalia esaminata insieme con la Grecia, con un orientamento da Sud verso
Nord che riconduce il meridione della penisola alla sua antica appartenenza
alla Magna Grecia. Interessando ai due autori la risoluzione del calcolo delle
distanze topografiche, per la Lombardia, identificata con lintero settentrione,
non sono che citate alcune tra le citt principali (Mantova, Pavia, Verona,
Milano, Genova, Torino e Savona), con lindicazione dei relativi gradi di lon-
gitudine e latitudine39.
A maggior ragione, le carte di Gastaldi o quella pubblicata nellAtlante di
Battista Agnese del 1553, orograficamente poco precisa ma in cui i centri abi-
tati sono numerosi, soprattutto nel Monferrato, che la parte meglio disegnata
della carta40, costituiscono prove significative della visibilit che cominciava

35. P. Sereno, Tra Piemonte, Liguria e Lombardia. Dalle rappresentazioni tolemaiche del
Piemonte alle prime immagini moderne, in Imago Itali, cit., pp. 315-321. Sulla cartografia de-
gli spazi piemontesi cfr. anche Ead., Se volessi descrivere il Piemonte. Giovan Francesco
Peverone e la cartografia come arte liberale, in Rappresentare uno Stato, cit., I, pp. 33-47.
36. La cosmographia y geographia del seor Hieronimo Girava Tarragones. En la qual se
contiene la descripcion de todo el mundo, y de sus partes, y particularmente de las Indias y tier-
ra nueva, islas de Espana, y de las otras partes del mundo, con la navegacion, longitud, latitud,
grandeza y circuito de todas ellas. Con tablas e instrumentos que da a entender la distancia de
las provincias y puertos y la altura del Polo, ansi de dia como de noche, En Venetia por Iordan
Zileti y su compaero, 1570 (ASTO, Corte, Biblioteca Antica, Y. I; VIII).
37. Ivi, pp. 105, 113.
38. Cosmographia sive descriptio universis orbis Petri Apiani et Gemm Frisii mathemati-
corum insignium iam demum integritati suae restituta, Antverpi, appud Ioan Bellerum, ad in-
sign Aquil aure (ne conservata una copia in ASTO, Corte, Biblioteca Antica, Y.VII.16).
39. Ivi, p. 111.
40. P. Pressenda, Le carte del Piemonte, cit., p. 323 (fig. 315). qui, citato anche il Dissegno

26
ad assumere il Monferrato non solo come regione per riprendere il termine
gastaldiano , ma anche come entit politica autonoma. Concetto questo che,
invece, appare gi piuttosto maturo nelle coeve Relazioni degli ambasciatori
veneti.
Vincenzo Tron, inviato alla corte dei Gonzaga nel 1564, scrisse che el
duca de Mantoa era patron de do Stadi: del Stado de Mantoa... e del marchesa-
do del Monferr, feudo anchesso dellImpero41. Questultimo era altres rite-
nuto causa del grandissimo travagio42 che da circa trentanni affliggeva or-
mai la dinastia al potere. Non grande, ma contraddistinto da tre assai bone
citt (Casale, Alba e Acqui), era stato un tempo cus grasso et abondante da
poter sostentare il folto esercito imperiale di Carlo V, nel 1564 il Monferrato
appariva a Tron fortemente impoverito nelle sue risorse naturali e soprattutto
fucina perenne di controversie diplomatiche con il ducato di Savoia.
Ventiquattro anni pi tardi, Francesco Contarini ebbe invece di fronte a s un
paese risanato (suo, lo ricordiamo, il paragone con la Mesopotamia mutuato
da Merula), in cui i tre centri urbani principali fungevano da traino per leco-
nomia locale43. Il dato per noi considerevole che, in entrambe le relazioni,
pur mancando riferimenti a elementi geofisici di sorta, la coordinata prescelta
per individuare il Monferrato siano le citt di Casale, Alba e Acqui con i terri-
tori ad esse circostanti (per un totale, secondo Tron, di 350 castelli44): non
pi Asti, dunque, e tantomeno Moncalieri, Chieri, Mondov e altre localit a
pieno titolo sabaude e del tutto altre rispetto ai domini gonzagheschi.
Maggior cura si riscontra anche nella cartografia degli anni Settanta-Ottanta
del secolo: se Gerard de Jode, nel suo Atlante edito ad Anversa nel 1578, pro-
pone una raffigurazione del Piemonte e Monferrato con il titolo Pedemontanae
totius prope Itali fertilissim regionis una cum suis finimitis elegantissima de-
scriptio rifacendosi per a modelli precedenti45, tra le carte affrescate da
Egnazio Danti nella Galleria del Belvedere dei Palazzi Vaticani la quarta
esplicitamente riservata a Pedemontium et Monferratus46 e nellAtlante di

particolare del Piemonte et Monferrato e i suoi confini del casalese Fabrizio Stechi, edito a
Verona in quegli anni, gi studiato dallAlmagi e ritenuto particolarmente pregevole soprattut-
to nellapporto personale per la delineazione dei confini (ivi, p. 326).
41. Relazioni degli ambasciatori veneti, cit., Relazione di Mantova di messer Vincenzo Tron
ambasciatore straordinario al duca Guglielmo Gonzaga, 1564, pp. 65-85.
42. Ho gi, citato il celebre passo della Relazione di Tron in Il Monferrato gonzaghesco, cit.,
p. 3.
43. Relazioni degli ambasciatori veneti, cit., Relazione di Mantova del clarissimo messer
Francesco Contarini ritornato dalla straordinaria legazione al duca Vincenzo, riferita in
Senato, 3 ottobre 1588, pp. 77-85.
44. Ivi, p. 70.
45. L. Lago, LItalia negli Atlanti nordici dellOrtelio e del de Jode, in Imago Itali, cit., p.
575 (fig. 560).
46. Cfr. Id., LAtlante murale dellItalia di Egnazio Danti, ivi, pp. 583-637. Sulla carta del
Piemonte e del Monferrato, riprodotta alle pp. 590-591 (fig. 573) e in cui ritratta una scena del-

27
Mercatore (1589) la prima carta dedicata allItalia la Pedemontana regio cum
Genuensium territorio et Montisferrati marchionatu47. Senza voler dare un peso
eccessivo alle definizioni, mi sembra degno di nota il fatto che tra le tre realt
rappresentate il solo Monferrato sia abbinato a unapposizione che ne ricorda lo
status politico-giurisdizionale, mentre il Piemonte resta uno spazio geografico
che prende il nome dalla sua posizione e la Repubblica di Genova un semplice
territorio48.
Si andava cio delineando e il caso del Monferrato pare esemplare la
tendenza a identificare lo spazio geografico con quello politico e i confini na-
turali con i confini amministrativi:
Lo Stato moderno fa sua sostanzialmente lidea che le partizioni politiche, assumendo il va-
lore di spazi di governo, sono lunica forma logica di regionalizzazione... Le Relazioni uni-
versali di Giovanni Botero (1596) e lAtlante dItalia (1595-1620) di Giovanni Antonio
Magini aprono una tradizione statistico-descrittiva... con funzioni politiche o giurisdiziona-
li che durer fino allunit nazionale49.

Di pi, leggendo le Relazioni universali50 si avverte oltre alla rapidit con


cui Botero tratta dellItalia tanto pi che non Provincia al mondo pi cono-
sciuta et pi praticata dagli stranieri51 il sottile indirizzo politico impresso in
particolare alle pagine sul Piemonte. Affrontato in parallelo con il Friuli (que-
ste due provincie sono come appendici, il Piemonte di Lombardia, il Friuli del-
la Marca Trivigiana52), per Botero il Piemonte... si stende dalla Sesia sin al

la battaglia di Ceresole del 1544, Lago, ricordando unanalisi di P. Sereno, osserva che il testo
della legenda recepisce lambiguit del toponimo Monsferratus, riferito ad una regione i cui con-
fini geografici non sempre coincidono con quelli mutevoli della storia (ivi, p. 592).
47. Cfr. ancora L. Lago, La costruzione mercatoriana dellItalia, ivi, pp. 639-666, in parti-
colare p. 642. Cfr. anche Id., Le pi antiche testimonianze regionali, cit., p. 303.
48. Nella seconda edizione dellopera mercatoriana Atlas sive cosmographicae meditatio-
nes de fabrica mundi et fabricati figura, Gerardo Mercatore Rupelmundano illustrissimi ducis
Juli Clivi et Montis ecc. cosmographo auctore, Duisburgi clivorum, 1595 (consultato nella ri-
stampa anastatica Bruxelles 1964)- la legenda della carta in esame, che la terza delle tavole de-
dicata alla Lombardia, riporta invece: describuntur Pedemontana, Montisferrati marchionatus,
et Genuensis ducatus.
49. L. Lago, Le pi antiche testimonianze regionali, cit., p. 302.
50. Relationi universali di Giovanni Botero benese divise in quattro parti, arricchite di mol-
te cose rare, e memorabili, e con lulthima mano dellAuthore al serenissimo Carlo Emanuel
duca di Savoia ecc., che ho visto nelledizione stampata a Torino da Giovanni Domenico Tarino
nel 1601 (Fondazione Firpo, 211). Sullopera cfr. A. Albnico, Le Relationi universali di
Giovanni Botero e M.T. Pichetto, Le Relationi universali come fonte per la letteratura utopica,
in Botero e la Ragion di Stato, a cura di E. Baldini, Firenze 1992, rispettivamente alle pp.
167-184 e 185-200.
51. G. Botero, Relationi universali, cit., p. 62. La successione delle regioni descritte la se-
guente: Liguria, Toscana, Ombria, Sabina, Latio, Regno di Napoli, Terra di lavoro, Prencipato,
citeriore e ulteriore-Basilicata, Calabria, Terra di Otranto, Puglia, Abbruzzo, Marca dAncona,
Romagna, Lombardia-Marca Trivigiana (da Treviso a Novara), Piemonte, Friuli.
52. Ivi, p. 91.

28
Delfinato, tra lAppennino e lAlpi, compreso il marchesato di Saluzzo, sta-
to a tempi nostri unito al Piemonte, e a gli altri Stati suoi da Carlo Emanuele
duca invittissimo di Savoia; , dunque, tutto ci che soggiace a duchi di
Savoia53. Nel confronto con il Friuli, la patria di Botero risulta grandemente
superiore: cagione di questa diversit sono prima la grassezza del Piemonte e
la sterilit del Friuli, et appresso la differenza del sito perch il Piemonte giace
quasi in una valle tra lAlpi e l Monferrato, onde laria non vi cos libera et
aperta... come nel Friuli54. Per via degli elementi considerati la coesione po-
litica e lubicazione non solo il Monferrato per Botero escluso da qualun-
que commistione con gli spazi sabaudi, ma non merita nemmeno una menzio-
ne che vada al di l del mero riferimento geografico.
Non cos, per, in quegli stessi anni nel Monferrato di Vincenzo I
Gonzaga dove le operazioni per la costruzione della celeberrima cittadella di
Casale (1590)55 diedero impulso alla produzione di piante, vedute e carte di
maggior estensione che, in linea con le novit cartografiche introdotte a
Mantova e nel Mantovano dallarchitetto e ingegnere idraulico Gabriele
Bertazzolo56, furono gli strumenti per progredire nella conoscenza del territo-
rio di questo piccolo Stato italiano.

2. Dallinterno e dallestero: le descrizioni del Monferrato gonza-


ghesco dalle Relazioni degli ambasciatori veneti alla trattatistica
sabauda del Seicento
indubbio, dunque, che, con laffacciarsi del XVII secolo, alla luce del
consolidamento degli Stati nazionali, si sia sviluppata maggior sensibilit nei
confronti dellosservazione dei luoghi. Per questa ragione alcune descrizioni si
fanno geograficamente pi precise, nellintento di restituire fedelmente i con-

53. Ibidem. La definizione, celebre, stata recentemente citata anche da L. Lago, Le pi an-
tiche testimonianze, cit., p. 303. Sul caso saluzzese cfr. Lannessione sabauda del Marchesato di
Saluzzo tra dissidenza religiosa e ortodossia cattolica. Secc. XVI-XVIII, Atti del convegno Torre
Pellice-Saluzzo, 1-2 settembre 2001, a cura di M. Fratini, Torino 2004.
54. G. Botero, Relationi universali, cit., p. 94.
55. Sulla, cittadella cfr. almeno La Cittadella di Casale da fortezza del Monferrato a ba-
luardo dItalia. 1590-1612, a cura di A. Marotta, Alessandria, 1990, R. Oresko, D. Parrot, The
sovereignty of Monferrato and the, citadel of Casale as european problems in early modern
Europe, in Stefano Guazzo e Casale tra Cinque e Seicento, a cura di D. Ferrari, Roma 1997, pp.
11-86 e P. Carpeggiani, ... una fortezza quasi inespugnabile e che sar la chiave di questo sta-
to... , ivi, pp. 241-272.
56. Su Bertazzolo cfr. P. Carpeggiani, Gabriele Bertazzolo, e D. Ferrari, Gabriele
Bertazzolo. Linventario dei beni, in Il Seicento nellarte e nella cultura con riferimenti a
Mantova, Mantova 1984, rispettivamente alle pp. 112-123 e 140-147, e, per la sua attivit in
Monferrato si veda ora C. Bonardi, Gabriele Bertazzolo e la pratica agrimensoria nel
Monferrato tra Cinque e Seicento, in Rappresentare lo Stato, cit., I, pp. 125-141.

29
torni dei vari principati italiani; altre si arrichiscono di elementi dettati da cam-
biamenti sociali quali lascesa e/o la cristallizzazione dei patriziati urbani, la
proliferazione di aristocrazie feudali e, non ultimo, il peso crescente del con-
trollo delle gerarchie ecclesiastiche sul territorio, reso ben evidente dallincre-
mento di edifici di culto e confraternite. In altre ancora le due visioni si com-
penetrano, dando vita a quadri pi organici, pi particolareggiati e spesso poli-
ticamente indirizzati.
Pu essere ascritta a questultima categoria la Descrizione di tutte le citt,
terre e castelli del Monferrato compilata nel 1604 da Evandro Baronino (1556-
1616)57, forse commissionata dai Gonzaga stessi con intenti conoscitivi e co-
munque concepita per compiacere il duca Vincenzo I e la sua corte, come mo-
stra la dedica al ministro di Stato Tullio Petrozzanni. Forte della sua recente
nobilitazione, sopraggiunta con linfeudazione di una porzione di Cella e con
la promozione a conte palatino e a segretario di Stato, Baronino si accinse a
tracciare non un panorama dinsieme del ducato, ma un elenco delle localit
che lo componevano, segnalando per ciascuna lappartenenza alla giurisdizio-
ne immediata dei Gonzaga o la presenza di feudatari, lentit delle imposte pa-
gate dalla comunit e il numero di abitanti. Un memorandum fitto ma parcel-
lizzato, cos come parcellizzato appariva e ancor pi a appare al lettore con-
temporaneo il Monferrato familiare al Baronino, costellato di feudi polveriz-
zati in micro-porzioni di giurisdizione in mano a famiglie genovesi, mantova-
ne o oriunde di ascesa pi o meno fresca58. E forse non nemmeno un caso che
lautore discendesse da una famiglia di ingegneri e architetti dai percorsi ana-
loghi a quelle dei Bertazzolo e dei Samero che, come dimostra un saggio di
Claudia Bonardi59, per prime applicarono concretamente ed efficacemente
avanzate tecniche cartografiche in Monferrato, prediligendo per, rispetto a
carte e vedute dellintero Stato, tipi relativi a contese territoriali incombenti, e
dunque rappresentativi di quote minime del territorio complessivo.

57. Descrizione di tutte le, citt, terre e castelli del Monferrato compilata e scritta da
Evandro Baronino... dellinclita, citt di Casale, consignore di Cella, conte palatino, segretaro
di Stato di S.A.S... dedicata allill.mo et rev.mo mons. conte Tullio Petrozanni, protonotario apo-
stolico, primicerio di S. Andrea..., pubblicata con il titolo di Le citt, le terre ed i castelli del
Monferrato descritti nel 1604 da Evandro Baronino, a cura di G. Giorcelli, in Rivista di Storia,
Arte e Archeologia della provincia di Alessandria, XIII (1904), pp. 61-130 e ivi, XIV (1905),
pp. 219-313.
58. Oltre alla polemica introduzione di Giorcelli (ivi, pp. 61-71), sul problema dello smi-
nucciamento defeudi amplificato dalla politica di Vincenzo I Gonzaga cfr. C. Rosso, Un mi-
crocosmo padano: note sul Monferrato dallet di Guazzo allannessione sabauda, in Stefano
Guazzo, cit., pp. 103-129, e B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco, cit., pp. 279 sgg.
59. C. Bonardi, Gabriele Bertazzolo, cit., pp. 125-141. Sul padre di Evandro, Bertolino, ar-
chitetto originario del Lago Maggiore, chiamato a Casale da Guglielmo Gonzaga per riparare
lantico castello e l deceduto nel 1570 cadendo da unimpalcatura, cfr. ancora le note di
Giorcelli in Descrizione di tutte le citt, terre e castelli, cit., pp. 67-68. Sui Samero cfr. B.A.
Raviola, Il Monferrato gonzaghesco, cit., pp. 114-116.

30
Alla frammentariet delle giurisdizioni monferrine si fa esplicito riferimen-
to anche nella Relazione di Francesco Morosini del 1608:
paese fertilissimo e bellissimo, pieno dei nobilt de feudatari. E a questo proposito vo-
glio dire chil signor duca [Vincenzo I], per provedere alle sue spese, assai facile a ven-
dere e alienare delli feudi e marchesati; cosa che dispiace grandemente al principe suo fi-
gliol [Francesco], il quale si lascia liberamente intendere che vorr a tempo e luogo riveder
meglio queste vendite60.

Nellinsieme, comunque, il ducato era redditizio (con proventi di almeno


230.000 ducati allanno) e, nonostante la gelosia provocata dalla cittadella
di Casale61, godeva di una relativa stabilit diplomatica, garantita dal matrimo-
nio celebrato lo stesso anno tra Francesco Gonzaga e Margherita di Savoia.
Ottima intelligenza tra Mantova e Torino segnalava ancora nel 1612 lamba-
sciatore Pietro Gritti62 che, descrivendo il Monferrato, aggiungeva qualche
dato sui contorni geografici e sulle potenzialit politiche del territorio:
Il Stato del Monferato... maggiore di quel di Mantoa, pi pieno di castelli, di nobilt e di
feudatari, e per la fertilit e bellezza sua si pu stimar non inferiore ad alcun altro paese
dItalia. Li suoi confini sono il Piemonte, Saluzzo, Genova e parte dello Stato di Milano...
Altre volte trattarono spagnuoli di permutar la citt di Cremona e territorio con questo Stato
del Monferato... Questa permuta saria con molto vantaggio de spagnuoli, perch, se bene
niuna citt del Monferato si pu equiparar a Cremona,... tuttavia il Monferato maggior
paese e fertilissimo e abondantissimo, ha tre citt e, quello che molto pi importa, serviria
per frontiera al Stato di Milano dalla parte del marchesato di Saluzzo e del Piemonte63.

Ben altra, naturalmente, la situazione generale fotografata da Alvise


Donato nel 1614, inviato in missione straordinaria proprio in Monferrato allo
scoppio della prima guerra di successione. Nominato generale dellartiglieria
dellesercito del duca Ferdinando, come altri veneti e stranieri arruolati tra le
file delle difese gonzaghesche64, Donato avvia il suo lungo resoconto con la
descrizione di prammatica:

60. Relazioni degli ambasciatori veneti, cit., Relazione di Francesco Morosini, ritornato
ambasciatore da Mantova, presentata e letta nelleccellentissimo Senato a 21 zugno 1608, pp.
87-110 (la citazione da p. 95). Sul tentativo di apportare correttivi alla spregiudicata politica
feudale di Vincenzo I, mi permetto di rinviare ancora a B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghe-
sco, cit., pp. 279 sgg.
61. Cfr. R. Oresko, D. Parrott, The sovereignty of Monferrato, cit.
62. Relazioni degli ambasciatori veneti, cit., Relazione del clarissimo signor Pietro Gritti,
ritornato di ambasciator al duca Francesco di Mantoa lanno 1612, pp. 111-129 (la citazione
da p. 125).
63. Ivi, pp. 114-115, 117.
64. Sulla scelta di ufficiali preferibilmente stranieri (non monferrini), cfr. B.A. Raviola, Il
Monferrato gonzaghesco, cit., pp. 238 sgg. La lunga Relazione dellillustrissimo signor Alvise
Donato, ritornato di Casal di Monferrato, ove era general dellartiglierie del signor cardinal
duca di Mantoa, presentata a d 3 febbraio 1613 nelleccellentissimo collegio in Relazioni de-
gli ambasciatori veneti, cit., pp. 231-272.

31
E dunque il Monferrato, per principiar di qua, paese daria salubre, di grande amenit e
molto ricco, che per la copia e bont de frutti della terra, per labbondanza dogni altra
cosa necessaria alluso delluomo, per il vago aspetto de siti, ondeggiando tutto di piace-
volissime colline, tra quali stanno fraposte fecondissime pianure, per la comodit de fiumi
navigabili, che dogni parte lo scorrono e lo circondano, per la grande affluenza daltre ac-
que che lirrigano, per la frequente copia degli abitanti, chin numero di 244.000 diligente-
mente lo coltivano, e insomma per tutte quelle condizioni che si ricercano a far un paese fe-
lice e beato, si pu veramente egli dire felicissimo e beatissimo65.

Definirne i confini, per, era tuttaltro che semplice:


La lunghezza e circonferenza di questo Stato non si pu veramente dir quali elle si siano,
perch le citt, terre e castelli di esso, cos da una parte come dallaltra del Po, non sono tut-
te ristrette in un sol corpo. Non sono i confini del Monferrato terminati da monti, da fiumi,
da mari e da altro simil notabil segno, come dordinario pare che siano quei dellaltre pro-
vince: ma sono i luochi desso sparsi in gran parte qua e l con certa indistinta confusione
e mescolati insieme con quei del Stato di Milano, del signor duca di Savoia, della repubbli-
ca di Genova e dalcune antiche, ma ben picciole vestigie, che pur tuttavia restano, de feu-
di della Chiesa e dellimperio, estendendosi molto pi ed allargandosi di vantaggio di quel-
lo che soleva far gi lantico e vero paese cos denominato, ch quello apunto che sta ri-
stretto tra i fiumi Tanaro e Po66.

La relazione di Donato, ricordata la presenza di duecentodiciotto castelli e


delle tre citt principali, prosegue con una meticolosa rassegna sullassetto di
Casale, ch il fondamento di tutto67, e della sua cittadella, sullorganizza-
zione militare del ducato e ancora, con echi boteriani e machiavelliani, sulla
sua posizione geopolitica:
Lesser il Monferrato... paese aperto, che lo rende facilmente esposto alle invasioni, fa al-
lincontro che anco con la stessa facilit possa esser soccorso. Lesser trasposto a Stati di
tanti principi, che gli apporta ben spesso causa dinquietudine, come nella multiplicit di
confinanti avviene ad ogni Stato, suscitando dordinario le contese, lodio, linvidia, oltre
tantaltri accidenti chogni giorno nascono, lo rende daltro canto sicuro, perch, come si
sa, i Stati deboli, nelle uguali pretensioni di quei molti che vaspirano, vengono gelosa-
mente guardati da tutti non men chi propri; poich da ognuno si vogliono pi tosto in
mano dun principe di non molte forze, di cui non abbino a temere, che, col permetter che
cadino in potere daltro maggiore, lasciar accrescer quel medesimo... pernicioso alla pro-
pria sicurezza68.

introdotta anche, ed una delle prime, una minima notazione sullindole


degli abitanti, elemento che, come vedremo, sar caratteristico della trattatisti-
ca di qualche decennio successivo: la gente di bassa condizione avanti questi
turbini di guerra... col godimento di una tranquillissima pace, vi si trovava e vi-

65. Ivi, pp. 231-232.


66. Ivi, p. 232. Parte del passo ripresa anche da A.A. Settia, Storia e geografia, cit. p. 56.
67. Relazioni degli ambasciatori veneti, cit., Relazione di Alvise Donato, cit., p. 233.
68. Ivi, p. 237.

32
veva con onesta commodit69. La numerosa nobilt,... testimonio evidente
dellillustrezza del sangue, della virt, del valor e del merito di loro maggiori
si era invece infiacchita a causa della troppo lunga e languida pace70. Ora
tutti si ritrovavano alle prese con un conflitto che stava annientando le risorse
degli uni e mettendo in evidenza linfingardaggine dellozio degli altri, inca-
paci di armarsi e di prestare soccorso al proprio sovrano.
Tralasciando i ragguagli di Donato sulla guerra in corso ma ricorrendo nuo-
vamente a una relazione dambasciata, merita ancora di essere citato un passo
di quella del suo successore Giovanni da Mulla, stesa nel 161571, il quale, non
mancando di riepilogare le straordinarie caratteristiche del Monferrato (al soli-
to qualit del sito... fertilit... abondanza... amenit... numero de populi abi-
tanti... natura de sudditi72), dichiara anche di non volersi dilungare in rac-
contare le particolari dotti e rilevanti favori concessi dalla natura a quel nobi-
lissimo e fertilissimo paese, n meno il suo sito e quali siano i suoi confini,
perch ritrovandosi il tutto nelle istorie copiosamente e figurato e delineato in
carte, troppo inutil tedio apporterei73. Da Mulla, dunque, fa cenno non solo
alla tradizione bibliografica, ma anche alla produzione cartografica, ritenendo-
la evidentemente sufficiente per illustrare la morfologia del ducato gonzaghe-
sco.
A tal proposito, inevitabile soffermarsi sul gi menzionato Atlante di
Giovanni Antonio Magini, unopera che gli storici della cartografia, da
Almagi agli attuali studiosi della disciplina74, non esitano a considerare lo
spartiacque (per lo meno italiano) tra un approccio figurativo di matrice anco-
ra tolemaica e una metodologia nuova, tecnicamente pi matura per quanto
ideologicamente condizionata dal vincolo indissolubile tra controllo politico e
volont di conoscenza e rappresentazione del territorio su cui questo intendeva
estendersi.
La genesi dellAtlante di Magini, padovano, ma al servizio, si badi, del
duca di Mantova e Monferrato Vincenzo I, si colloca a fine Cinquecento; pi
precisamente le prime carte, tra le quali quella del ducato di Mantova ripresa
dal disegno di Bertazzolo, risalgono al 1597. noto, per, che proprio per la
parte relativa al Piemonte e al Monferrato, Magini apport numerose correzio-

69. Ibidem. Nessuno cenno, invece, n nelle pagine di Donato n in quelle dei suoi prede-
cessori, alla ribellione dei casalesi del quadrienno 1565-69.
70. Ivi, p. 239.
71. Ivi, Relazione dellillustrissimo signor Gioanni da Mulla ritornato di ambassator dal
cardinal duca di Mantova Ferdinando 1615, pp. 131-171.
72. Ivi, p. 135.
73. Ivi, pp. 135-136.
74. Cfr. V. Valerio, La tradizione degli atlanti italiani, in Imago Itali, cit., pp. 77-92: Al
Magini (1555-1617) si deve il grande merito di aver raccolto le migliori produzioni manoscritte
e a stampa relative alla geografia dItalia, di averle messe a confronto e di aver realizzato attra-
verso di esse il primo Atlante nazionale italiano (p. 77). Sullopera maginiana si veda poi in
particolare O. Selva, LItalia di Giovanni Antonio Magini, ivi, pp. 669-736.

33
ni negli anni 1608-1609, in seguito alla ricezione di nuovo materiale cartogra-
fico dalle corti riappacificate di Torino e Mantova. I frutti pi maturi del suo la-
voro sono quelli pubblicati nella seconda edizione della raccolta (la prima, in
latino, del 1606), fatta uscire postuma dal figlio Fabio nel 1620 con dedica a
Ferdinando Gonzaga duca di Mantova e Monferrato75. Risulta interessante, in
questa sede, confrontare lindice delle due versioni dellAtlante. Le tavole del-
la prima parte di quella del 1606 sono: 1) Italia universalis; 2) Ducatus
Pedemontanus; 3) Territorium Vercellense, Eporedi, August, ecc.; 4)
Ducatus Montis Ferrati. Nelledizione del 1620, invece, sono: 1) Italia intiera
in un foglio; 2) Piamonte et Monferrato; 3) Stato del Piemonte; 4) Signoria di
Vercelli; 5) Ducato di Monferrato76. Non pu sfuggire la doppia presenza del
Monferrato, raffigurato assieme al Piemonte e da solo come entit statale.
Laccento, secondo Orietta Selva, va posto sul
nuovo foglio del Piemonte identificabile nel documento cartografico Piemonte et
Monferrato che, a rigor di logica, come aveva manifestato lautore, doveva rimpiazzare i
due gi esistenti dello Stato del Piemonte e del Ducato di Monferrato con parte del
Piemonte. In realt ci non avvenne, in quanto il figlio Fabio le conserv tutte inserendole
nella monumentale opera77.

Ma lecito forse domandarsi se quella del figlio di Magini sia stata una
scelta dettata non dalla negligenza, dalla fretta di pubblicare o ancor pi dal
mancato rispetto della volont paterna che aveva invece invocato lorganicit
dellopera, bens dalla precisa richiesta del duca di Mantova di veder rappre-
sentato il suo secondo Stato separatamente dal ducato sabaudo con cui si era da
poco chiuso il primo conflitto di successione. O ancora, dal desiderio di Fabio
Magini di compiacere il dedicatario della pubblicazione che, come i suoi pre-
decessori, aveva agevolato il lavoro di Giovanni Antonio persuadendo altri
principi a fornirgli materiali cartografici inediti78. Lipotesi andrebbe provata
ma, oltre che suggestiva, potrebbe essere ulteriormente indicativa del potere
pi o meno implicito della cartografia, ben messo in luce, per esempio, da
Massimo Quaini in merito alle rappresentazioni figurate della Repubblica di
Genova tra Sei e Settecento79.
Un Monferrato mutilo e indebolito dalla seconda guerra di successione
quello che ebbero di fronte gli osservatori a partire dal 1631. Tra questi, meri-

75. Italia di Giovanni Antonio Magini, data in luce di Fabio suo figlio al ser.mo Ferdinando
Gonzaga duca di Mantova e di Monferrato, Bononiae, impeusis ipsius auctoris, 1620.
76. Gli indici sono pubblicati in O. Selva, LItalia di Giovanni Antonio Magini, cit., pp. 674-
675.
77. Ivi, p. 680. Le carte in questione sono qui riprodotte alle pp. 681-682 (Piemonte e
Monferrato, fig. 634) e p. 684 (Ducato del Monferrato con parte del Piemonte, fig. 639). Cfr.
anche G. Gentile, Dalla Carta generale de Stati di S.A.R., cit., p. 129.
78. Cfr. V. Valerio, La tradizione degli atlanti italiani, cit., p. 87.
79. M. Quaini, Dalla cartografia del potere al potere della cartografia, in Carte e cartogra-
fi in Liguria, cit., pp. 7-60.

34
ta una menzione speciale il saluzzese Francesco Agostino Della Chiesa, ogget-
to di ricerche recenti80 e autore di due descrizioni degli spazi sabaudi: la
Relazione dello Stato presente del Piemonte, del 163581, e la Corona Reale di
Savoia del 165582. Esponente, come ha mostrato Merlotti, di un modello sto-
riografico pi vicino alle esigenze dei patriziati locali che non a quello dinasti-
co-celebrativo promosso dalla corte di Torino, nella prima delle due opere
Della Chiesa si rivolge al lettore per spiegare la scelta del tema:
Ma che dir il mondo di questo mio pensiero di stampare una breve relazione dello stato
presente del Piemonte? Io descrivo il sito di monti, valli, citt, terre, castelli che sono in
questa patria, lorigine e il corso defiumi e torrenti che la bagnano, la qualit e la natura
delle provincie e depopoli e, quel che importa pi, accenno le pi illustri famiglie, e i per-
sonaggi pi insigni in qualunque stato o professione. Imito in qualche cosa la storia natura-
le di Plinio tra gli antichi, e le relazioni di monsignor Botero tra i moderni; ma quanto man-
ca in me lartifizio e lingegno che in loro si loda, abbonda la schiettezza e la verit che in
loro si desidera83.

Una dichiarazione dintenti (venata di falsa modestia) che pone come obiet-
tivo la volont di descrivere la corografia di un territorio senza particolari rife-
rimenti alle vicende politiche, salvo poi lasciarle trapelare attraverso la men-
zione delle casate nobili che vi possedevano feudi e diritti. Linclusione stessa
del Monferrato e non solo della porzione guadagnata dai Savoia in virt del
Trattato di Cherasco tradisce lorientamento del testo, volto allesaltazione
del potere ducale, ma anche allindividuazione di una coin aristocratica che
travalicava i confini territoriali e dava lustro a un vasto paese.
La regione interessata dalla descrizione di Della Chiesa la Gallia subalpi-
na... nominata... ora col moderno nome di Piemonte, come che sia a piedi de

80. Cfr. A. Merlotti, Le nobilt piemontesi come problema storico-politico: Francesco


Agostino Della Chiesa tra storiografia dinastica e patrizia, in Nobilt e Stato in Piemonte. I
Ferrero dOrmea, Atti del convegno, Torino-Mondov, 3-5 ottobre 2001, a cura di A. Merlotti,
Torino 2003, pp. 19-56, cui rinvio per ogni dettaglio sulla biografia intellettuale del Della
Chiesa. Si veda anche, in rapporto al Monferrato, A.A. Settia, Storia e geografia, cit., pp. 82-89.
81. Relazione dello Stato presente del Piemonte esattamente ristampata secondo ledizione
del 1635 del signor don Francesco Agostino Della Chiesa di Saluzzo protonotario apostolico,
cosmografo e consigliere di S.A.R., in Torino, per Gio. Zavatta e Gio. Domenico Gajardo, 1635,
indi nel 1777 per Onorato Derossi. Sulla riedizione di opere di storia piemontese negli anni
Settanta del Settecento mi permetto di rinviare al mio Prudenza e celebrazione. La storiografia
sul Monferrato tra Gonzaga e Savoia, in Storie dItalia. Memorie e riscritture nella storio-
grafia locale del 700, in Atti del Convegno nazionale di studi, Guastalla, 17-18 ottobre 2003, in
corso di stampa.
82. Corona reale di Savoia o sia Relatione delle provincie e titoli ad essa appartenenti, nel-
la quale brevemente descritte si vedono tutte le provincie allA. R. di Savoia spettanti, con un
succinto discorso dellorigine dei titoli di quelle, e delle loro, citt, castelli, ville, abbatie, mo-
nasteri e chiese principali, in qual tempo et occasione siano in potere di detti Ser.mi Prencipi
passate... di mons. Francesco Agostino Della Chiesa, deconti di Cervignasco, vescovo di
Saluzzo, in Cuneo, per Lorenzo e Bartolomeo Strabella, 1655.
83. F.A. Della Chiesa, Relazione del Piemonte, cit., A chi legge (p. non numerata).

35
monti situata,... comprendendosi in essa il Monferrato, che una continuatione
di monti fertili e ameni colli che restano fra il Po e il Tanaro84. Nellantichit
era stata abitata da cinque trib di Liguri gli Stazielli, i Baggieni, i Taurini, i
Salassi e i Libui alla prima delle quali dedicata la Descrizione delle citt e
luoghi principali degli Statielli con cui si apre il secondo capitolo. Lelenco del-
le localit, mutuato ancora da Flavio e da Alberti, qui arricchito da notizie sul-
le casate pi illustri: cos Acqui, pur se decaduta a causa della pestilenza del
1630 e della guerra 85, risultava rinomata anche grazie alla famiglia Della
Chiesa; Alba, patria dellimperatore romano Pertinace e ormai sabauda, poteva
vantare, tra gli altri, i Belli e i Pergamo, nobilitati in virt del servizio prestato ai
Savoia; Canelli, San Giorgio Scarampi e Calosso, attribuiti geograficamente al
Monferrato, erano da secoli retaggio dellaristocrazia astigiana. Dopo un excur-
sus su altri luoghi delle valli Tanaro e Bormida, anchessi non necessariamente
sottoposti al dominio dei duchi di Mantova, Della Chiesa tracciava anche un
profilo del tipo umano derivante dagli Stazielli:
I popoli di questa provincia, siccome soli di tutti i Liguri, che erano di qua dallAppennino,
hanno lantico nome di Liguria, che Langa corrottamente si dice, conservato; cos sono di
natura pi di tutti gli altri Piemontesi astuti, e comech siano a Genovesi confinanti, hanno
in loro molte di quelle qualit ritenute, le quali erano dagli antichi a quella nazione assi-
gnate, e alle quali ancora di presente si vedono essere inclinati: come dessere industriosi,
avidi del guadagno, sottili nel negoziare, sagaci nel contrattare, e parchi nello spendere il
loro danaro; sono per armigeri, ma pi alla milizia da piedi, che da cavallo atti, risentini e
pronti di mano. E siccome nei costumi saccostano ai Genovesi, cos nel vestire, vivere e
parlare non sono da loro molto differenti86.

Parte del Monferrato interessava anche la regione abitata dai Baggieni, oc-
cupata principalmente dal Saluzzese, dal Monregalese e da porzioni
dellAstigiano. A questa zona sono ascritti, per esempio, Alfiano, Tonco,
Calliano, Villadeati, il forte e mercantile castello di Moncalvo87, Pontestura,
Crea, Rosignano e soprattutto Casale che dal nome del suo protettore, che fu
vescovo dAsti, e Santo, di SantEustasio [sic] si dice,... piena di popolo civile,
e che fa professione di viver nobilmente; poich in essa abitano la maggior par-
te de vassalli, e gentiluomini del Monferrato, fra quali sono riputati i principa-
li gli Ardizzoni, Bazzani, Cani, Calori, Casati, Crova, Fa, Fassati, Gambera,
Grisella, Guazzi, Iberti, Langosci, Mola, Nata, Picchi, Sanazzari, Scozia, Socii,
Surdi, Valle, Valmacca; e alcuni altri, i quali s per la crudelissima peste del
1630, che per i due lunghi assedi tenuti intorno a questa citt dagli Spagnuoli,

84. Ivi, p. 1.
85. Sul declino seicentesco di Acqui cfr. B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco, cit., pp.
337 sgg.
86. F.A. Della Chiesa, Relazione, cit., p. 12.
87. Ivi, p. 36.

36
hanno ricevuto grandissimi danni, e rovine88. Anche sullindole degli abitanti
della terra dei Baggieni Della Chiesa esprimeva un giudizio: coloro che hanno
le stanze nel contado del Mondov, nella valle di Macra e nelle colline del
Monferrato e dellAstigiana sono pi degli altri destri nel correre, brevi di pa-
role, altieri danimo, faziosi, e massime quei del Mondov89. Le differenze si
facevano pi sensibili in relazione alluso della lingua italiana: in Piemonte si
scrivono tutti glinstrumenti, e gli atti giudiciali in lingua Italiana; nelle terre
per del Duca di Mantova si dettano ancora glinstrumenti in lingua Latina, sic-
come gli abitanti nelle terre che tengono i Francesi... e i popoli della valle
dOsta... usano la Francesce90; segni, questi ultimi, di arretratezza e, ancora
una volta, spie dellapproccio ideologico di Della Chiesa al tema trattato.
Ci diviene ancor pi evidente nella Corona Reale del 165591, in cui al du-
cato di Monferrato sono dedicate ben cento pagine92. I prestiti della tradizione
letteraria spiccano tutti nel bellincipit del capitolo in questione:
Quellinviluppo di monticelli che per vedersi in varie parti pieni di cocchiglie marine, si
credono da alcuni essere stati formati dallarene lasciate dallacque delluniversal diluvio
nel ritirarsi che fecero verso il mare, e che cominciando a Moncalieri su la destra del Po al-
lingi, tre miglia sopra Torino poco discosto dalla rovinata Testona, disgionti dallAlpi, e
dallApennino per mezzo de fiumi Po gi detto, e Tanaro, terminano sotto Basignana nobil
castello dello Stato di Milano... propriamente Monferrato si chiama. Era questa provincia
ne glandati secoli compresa nella Gallia Cisalpina, altrimenti detta Liguria piana, ma nel-
la diminutione dellImperio Romano, multiplicandosi i Prencipi nellItalia, ottenne il so-
pranominato nome... Contendo gli Auttori nellethimologia desso denominandolo alcuni
con Ludovico della Chiesa dalla Legione Ferrata che ivi lungamente stanti; et altri dallo
sferrarsi de cavalli, mal grado la tenacit del superficial suo terreno. Noi per applicandosi
alla fertilit de colli a tutti ben nota, Monferrato diciamo esser nomato quasi Montefe-
race93.

Ma maggior chiarezza, rispetto alle descrizioni del passato e alla stessa


Relazione del 1635, si riscontra nello sforzo di fissare i contorni del
Monferrato anche in polemica con lautorit degli umanisti:
Ha per confini verso Oriente glInsubri, o sia il Ducato di Milano, nellOccidente le cam-

88. Ivi, p. 38.


89. Ivi, p. 40. Il passo citato anche in A. Merlotti, Patriziato, nobilt civile, feudalit. Le
declinazioni del ceto dirigente monregalese fra Sei e Settecento, in Nobilt e Stato in Piemonte,
cit., pp. 83-117, p. 83.
90. F.A. Della Chiesa, Relazione, cit., p. 40. Laffermazione sulluso del latino in
Monferrato sarebbe per da sottoporre a verifica; se vero, infatti, che non mancano per lepo-
ca atti ancora rogati in tale lingua, anche vero che ci accadeva anche negli Stati sabaudi e che
in Monferrato, come altrove, il volgare era preponderante nella corrispondenza privata, nonch
nella stesura di documenti ufficiali.
91. Cfr. A. Merlotti, Le nobilt piemontesi, cit., pp. 34 sgg.
92. F.A. Della Chiesa, Corona reale, cit., pp. 144-245.
93. Ivi, pp. 144-145. Cfr. anche A.A. Settia, Storia e geografia, cit.

37
pagne del Piemonte; verso il Mezod il Tanaro, et le basse Langhe, et a Mezanotte il Po, con
il Canavese, e parte del Vercellese. Se a molti de glantichi e moderni scrittori, fra quali fan
numero il Biondo, Benvenuto, Merula, San Georgio et il Sigonio correr dietro volessimo,
converebbe confonder in questa provincia quella dellAsteggiana; ma per trovarsi questa da
quella totalmente distinta di nome e di giurisdittione, et pari dantichit,... separatamente
nella Corona nostra intrecciar le dobbiamo... Diciamo doversi hoggid intender il
Monferrato, non solamente per quella parte che (tolta lAsteggiana) tra i due sudetti fiumi e
le campagne del Piemonte sinclude, ma anche per tutti i Stati, e luoghi, che al marchese
Aleramo soggiacevano... e successori sino a giorni nostri tanto di l dal Tanaro sotto li
Apennini, nelle diocesi dAcqui e Alba, quanto di qua del Po in quelle di Torino, dIvrea e
di Vercelli hanno obedito, nellistessa maniera che detthabbiamo chiamarsi Savoia tutto
quello choltre lAlpi a nostri Serenissimi Prencipi resta sottoposto, et il Piemonte tutto ci
che di qua da monti in Italia da medesimi viene posseduto94.

Una precisazione importante riguarda la citt di Alba, gi monferrina, e da


alcuni, come Pingone, attribuita comunque al Piemonte: la verit chella
non in Monferrato, n in Piemonte, e tanto meno nel marchesato di Saluzzo,
ma bene nella Liguria, e cos capo delle Langhe95. In tal modo anche la zona
dei feudi imperiali era sottratta al recinto del ducato gonzaghesco.
La descrizione di Casale caduta in rovina ma degna di lode per alcuni as-
sedi valorosamente a giorni nostri da Francesi e cittadini contro potentissime
armate Spagnuole sostenuti96 e di altre localit del ducato si fa pi sostan-
ziosa, un poco pi attenta alla posizione geografica, al dato economico e alla
sovrabbondanza di giurisdizioni che lo costellavano, in merito alle quali non
sfugge un rimprovero allindolenza della nobilt monferrina97. Dure, ma detta-
te dalla pi viva attualit, sono poi le pagine riservate ad Acqui e a Nizza, citt
decadute malamente e tuttaltro che prossime alla rinascita. La situazione del-
la prima dipinta con toni funesti, biblici:
provocata da peccati la Divina Giustitia a spalancare le cataratte de suoi flagelli con lin-
nondatione de Saraceni nellItalia,... rest nel diluvio di quei Barbari... miseramente som-
mersa e rovinata; e quello che far non puoterono quei cani, lo fecero qualche tempo doppo
i propri cittadini, mentre (come riferisce lAlberti) perseguitandosi gluni glaltri, con sfre-
nata rabbia la ridussero a s misero stato che di lei si diceva essere stata una conca doro
piena di serpenti. Onde meraviglia non fia se detta citt nuda dornamento e povera dhabi-
tationi deplori hoggid le passate miserie, col rammemorarsi le antecendenti felicit.
Propone allaltrui compassione il proprio eccidio patito pi volte anche a giorni nostri, es-
sendosi pi duna fiata per le guerre tra Savoia e Mantova e tra Francesi e Spagnoli vedute
con le viscere lacerata, e le sue campagne rese funesti cimiteri de glamici e de nemici as-
sieme. Solo a guisa di nave da furiosa tempesta spezzata, altro dintiero non tiene chuna
particella, e dal poco lascia argomento della conquastata grandezza, cos servono dinditio

94. F.A. Della Chiesa, Corona reale, cit., pp. 146-147.


95. Ivi, p. 215.
96. Ivi, p. 149.
97. Tutti i luoghi elencati, scrive Della Chiesa, hanno gentilhuomini honorati di diversi ti-
toli, e vassalli dei Duchi di Mantova, bench da noi non conosciuti, per negligenza di costoro, i
quali pi volte richiesti, non si sono curati dinformarci dello stato loro (ivi, p. 162).

38
simile in essa citt la cattedrale, che si dice da S. Guido suo vescovo sopra unaltra pi an-
tica fondata,... il palazzo vescovale, il convento de frati francescani...,un monastero di mo-
nache; et... la vecchia abbatia di S. Pietro98.

Allelenco di questi e altri centri, compresi Chieri e Moncalieri, Della


Chiesa ribadiva la frammentariet giurisdizionale del Piemonte meridionale,
parte a duchi di Savoia... et hora come duchi di Monferrato, e parte a quelli di
Mantova, come marchesi et indi duchi dunaltra parte dellistesso
Monferrato99, non senza ingerenze di varie diocesi nelluna e nellaltra suddi-
visione.
La relativa neutralit della descrizione del Monferrato di Della Chiesa vie-
ne meno solo nelle ultime pagine, nelle quali sono ripercorse le vicende stori-
che del marchesato alla luce delle pretese dei duchi di Savoia sul territorio, ri-
tenute dallautore saluzzese tanto naturali quanto giuste100. in queste righe,
percorse da toni celebrativi, che si cela la reale importanza del capitolo test ri-
cordato: il Monferrato di Della Chiesa era s altro dal Piemonte, ma vi apparte-
neva a pieno titolo considerando la contiguit geofisica dei due Stati e soprat-
tutto le motivazioni storiche che ancora impedivano il consolidarsi del dominio
sabaudo sul potentato vicino e, per molti aspetti, affine.
Il passaggio da descrizioni di tipo prettamente geografico ad altre stretta-
mente legate alla storia politico-dinastica si fa ancor pi evidente ne La
Science de lHomme de Qualit, trattato di cosmografia, cronologia, storia e
geografia, come recita il lungo sottotitolo101, pubblicato nel 1684 da George
Ponza, geografo e membro dellAccademia Reale di Torino fondata da
Giovanna Battista di Savoia102. Appellandosi allautorit del Della Chiesa nel
demolire le leggende relative alle origini di Aleramo, Ponza sacrifica la descri-
zione delle caratteristiche geofisiche103 del piccolo Stato, cui riservato un
breve paragrafo, per concentrarsi piuttosto sulle sue complesse vicende stori-
che. Ricordati in prima battuta lintrico di diocesi che lo caratterizzavano
(Vercelli, Ivrea, Torino, Alba, Acqui) e la presenza di centri urbani importanti
(Chivasso e Moncalvo, poi surclassati da Casale), il geografo sabaudo cita
quindi in rapida sequenza la valorosa partecipazione dei discendenti di
Aleramo alle crociate, la successione a questi dei Paleologo e la morte violen-

98. Ivi, pp. 201-202. Su Nizza cfr. p. 208.


99. Ivi, p. 192.
100. Cfr. ivi, pp. 236 sgg.
101. G. Ponza, La Science de lHomme de Qualit ou lIdee generale de la Cosmographie...
suivie de lEstat Geographique, Genealogique, Historique, et Politique des Souverainetez, prin-
cipalement de lEurope, et releve des Cartes Geographiques pour lHistorie ancienne..., Turin
1684, par les Heritiers Ianelli, Imprimeurs de lAcademie Royale.
102. Sullautore e sullopera cfr. anche le indicazioni di A. Merlotti, Le nobilt piemontesi,
cit., p. 55.
103. G. Ponza, La Science de lHomme de Qualit, cit., p. 273: Le Monferrat a ainsi
nomm de la fertilit des ses collines, ne sestendoit autrefois quentre le Po, et le Taner.

39
ta dei marchesi Teodoro (mourut dune legere blessure, quil se fit luy me-
sme, voulant apprendre son escuier tranchant couper un faisan) e di
Bonifacio IV, caduto da cavallo. Lavvento dei Gonzaga, verificatosi non pas
incontestablement, offre il destro a Ponza per sottolineare le juste preten-
sions sur cet Estat manifestate dai Savoia sin dal 1533 e per ribadire, seppur
con poche e sobrie parole, che la causa era rimasta aperta, nonostante gli ac-
quisti territoriali messi a segno dalla dinastia nel 1631104. Al contrario, nelle
pagine immediatamente successive, dedicate non a caso alla citt e al ducato di
Mantova, a prevalere sono informazioni sottilmente negative e sempre di taglio
storico: i Gonzaga, suddivisi in molteplici rami, avevano potuto consolidare il
proprio potere solo grazie allacquisizione del Monferrato 105 , n, dopo
Vincenzo I, avevano saputo mantenerlo per colpa di scelte politiche avventate,
se non suicide106.

3. Dalla fine dellautonomia politica alla perdita di riconoscibilit?


Un discorso diverso va fatto per il Ducato del Monferrato descritto dal
Segretario di Stato Giacomo Giacinto Saletta in due volumi non compresa la
provincia contenuta nel Trattato di Cherasco del 1711107. Rimasta manoscritta,
lopera fu concepita, come la Descrizione di Baronino, con il proposito di fissa-
re localit per localit la situazione politico-amministrativa del Monferrato. A
differenza dellelenco del 1604, per, la raccolta del Saletta non matur in am-
bito gonzaghesco, ma fu piuttosto commissionata dagli organi centrali dello

104. Ivi, p. 274: La maison de Savoye a depuis obtenu par les armes et par traittez une par-
tie de ce quelle pretend de ce duch.
105. Ivi, p. 275: Mais comme tous les freres avoient leur petit Estat separment lun de
lautre, sans quil y eut presqu de primogeniture durant long tems, ou voit bien des comtez, mar-
quisats et mesme duchez dans un pais de 50 milles de longuer, et denviron 40 de largeur. On y
trouve les duches de Guastalle, et de Sabionette; les principautez de Bozzolo, et de Solpharin;
les marquisats de Gonzague, de Castillon de la Stivere, de Viadane; les comtes de Novellare,
Rodigo, ecc. Cest par quoy cette maison nestoit pas fort riche, avant quelle se fut accommode
du Montferrat loccasion du mariage [tra Margherita Paleologo e Federico Gonzaga], dont
nous avons parl.
106. Ivi, p. 276: Les revenus du duc de Mantoue montoient 500 mil escus aprez laquisi-
tion du Montferrat. Mais cette guerre les a fort diminuez, et laffaire de Casal va estre dune con-
sequence que ie laisse examiner aux politiques. Il riferimento alla cessione del presidio di
Casale ai francesi pattuita nel 1663 e culminata nella svendita della, cittadella di Casale del
1680.
107. ASTO, Corte, Paesi, Monferrato, Descrizione del Saletta, 2 voll. (il primo contiene le
localit dalla A alla L, il secondo quelle dalla M alla Z). Sul Saletta, celebre anche per la raccol-
ta di leggi intitolata Decreti antichi e nuovi, civili e misti del Monferrato edita nel 1675, alcune
note in C. Rosso, Un microcosmo padano, cit. e in E. Mongiano, Istituzioni e archivi del
Monferrato tra XVI e XVIII secolo, in Stefano Guazzo, cit., pp. 219-240, passim.

40
Stato sabaudo cui era appena stato annesso il ducato e dei quali lautore, gi al
servizio di Ferdinando Carlo Gonzaga, era divenuto membro con la prestigiosa
promozione a segretario di Stato. Piuttosto neutra nei toni e priva di unintrodu-
zione generale sul Monferrato, la serie dei luoghi descritti in ordine alfabetico si
snoda tenendo conto di alcuni elementi fondamentali: la posizione geo-corogra-
fica; la piacevolezza o la rozzezza del sito edificato; la presenza in esso di pa-
lazzi e famiglie di rilievo (feudatari compresi), nonch di chiese, conventi ed
enti religiosi; le attivit economiche su cui si basava il sostentamento della po-
polazione. Oggettiva e quasi asettica anche la lunga descrizione della citt di
Casale che, per, risulta inevitabilmente legata alla storia dei Paleologo, dei
Gonzaga, delle strutture da essi imposte e create (compresa listituzione
dellOrdine del Redentore) e delle lites locali al servizio di principi pi padani
che piemontesi.
Per il resto, diviene difficile rintracciare fonti e testi che, nel corso del
Settecento, riservino allo spazio in questione unattenzione particolare. In al-
cuni manuali di geografia tecnica di met Settecento ritornano ripartizioni ter-
ritoriali cristallizzatesi nellantichit e riprese nel XVI secolo. Tra i tanti esem-
pi possibili mi limito a segnalare quello dellAnalyse gographique de lItalie
ddie a monsieur le duc dOrlans... par le sieur dAnville, gographe ordi-
naire de Roi, edito a Parigi nel 1744, dove la penisola italiana suddivisa in
Lombardia, Italia citeriore e Italia ulteriore senza che sia ricordata alcuna re-
gione interna. Come nella Cosmographia di Appiani, della Lombardia sono ci-
tate poche citt in relazione alla loro distanza con Milano e per larea corri-
spondente al Piemonte sono solamente Torino, Vercelli e Chivasso108.
Meritano pi che una menzione, per, le dense pagine dedicate al Monferrato
da Giuseppe Maria Galanti nella sua Descrizione storica e geografica dellItalia
(1782), che Mirella Mafrici ha riproposto in edizione critica in un volume intito-
lato Scritti sullItalia moderna109. Come osserva nellIntroduzione la curatrice,
Galanti si misura con la tradizione110 intravedendo, per, in Leandro Alberti
(unico autore citato) un modello da non seguire, consono ai suoi tempi, ma non
pi alle esigenze dei contemporanei sempre pi avvezzi allesperienza del viag-
gio. Ci non esclude, comunque, qualche debito dellintellettuale molisano pur
se allievo di Genovesi e sostenuto da una vasta conoscenza della letteratura geo-

108. DAnville, Analyse gographique..., Paris, chez la veuve Estienne et fils, 1744 (in
ASTO, Corte, Biblioteca Antica, Y.VII.25), pp. 29 sgg. Il manuale aveva lo scopo di dimostrare
che, grazie a calcoli di trigonometria applicata, sarebbe stato possibile realizzare una nuova e pi
precisa carta integrale della penisola italiana.
109. G.M. Galanti, Scritti sullItalia moderna, a cura di M. Mafrici, Cava de Tirreni 2003.
Il titolo della principale opera di Galanti qui pubblicata Nuova descrizione storica e geografi-
ca dellItalia dellavvocato Giuseppe Maria Galanti, il primo tomo della quale Che contiene la
descrizione degli Stati del re di Sardegna usc a Napoli nel 1782 per i tipi della Societ letteraria
e tipografica (ivi, pp. 91 sgg.).
110. Ivi, p. 21.

41
grafica italiana ed europea nei confronti del geografo bolognese e pi in gene-
rale della cultura umanistica; debito che emerge, per esempio, nella convinzione
della superiorit dellItalia sulle altre nazioni europee per fertilit e per bellez-
za111. O ancora nellattribuzione delle regioni piemontese e monferrina allantica
divisione della Lombardia112 e, pi in dettaglio, nella scelta dei luoghi da segna-
lare, molti dei quali coincidenti con quelli citati da Merula e Alberti113.
Ma notevoli e scontate sono le differenze: innanzitutto la visione idillica
della penisola italiana nellantichit, come nota la Mafrici, lascia presto il pas-
so al severo giudizio sul Medioevo, nonch allamara constatazione di ununit
politica irrealizzabile e di uno scarto sensibile tra il Settentrione e il Regno di
Napoli di cui era suddito. Il modello descrittivo, poi, s filtrato dalla lettura
dei classici, ma anche e soprattutto dalla frequentazione dei lavori dei geografi
e degli economisti contemporanei. Ne deriva una trattazione al tempo stesso
agile e completa, in cui non sono trascurati n i dettagli storici n quelli geo-
politici dinteresse pi urgente.
Il Monferrato di Galanti, naturalmente, parte del Regno di Sardegna, sot-
toposto a unapposita Intendenza cos come il Piemonte, la Savoia e le provin-
ce di nuovo acquisto114; doveva inoltre notarsi che il regno di Sardegna ed il
principato di Piemonte sono paesi sovrani, e che i ducati di Savoja e Monfer-
rato sono feudi dellimpero germanico115.
La prima zona trattata dellantico ducato la provincia di Alba che, prima
della pace di Cherasco avvenuta nel 1631, apparteneva a duchi di Mantova
come duchi di Monferrato, ma che in realt e in tal caso il riferimento pare
essere a Della Chiesa era nella Liguria, e cos [Alba] dovrebbe essere capo
delle alte Langhe116. Anche Asti costituiva parte a s, nonostante alcune loca-
lit comprese nella sua provincia avessero fatto parte, in passato, del variegato
Monferrato; tra queste Monteu da Po, ovvero la colonia romana di Industria
gi identificata erroneamente con Casale da Alberti e altri suoi emuli117.
Al Monferrato vero e proprio, ormai identificabile con le province di
Casale e Acqui, Galanti riserv un capitolo autonomo, il V118, articolato in tre
paragrafi contenenti il primo uno svelto Ristretto storico e gli altri due la de-
scrizione dellAlto e del Basso Monferrato. Prendiamo prima in esame questi
ultimi. Dal punto di vista delle risorse economiche, lAlto Monferrato, cio la

111. Cfr. ivi, p. 106.


112. Ivi, p. 166.
113. Cfr. ivi, pp. 186 sgg.
114. Ivi, p. 133.
115. Ivi, p. 143.
116. Ivi, p. 186.
117. Ivi, p. 190. Per avvalorare linterpretazione pi recente Galanti, cita in nota la disserta-
zione intitolata Il sito dellantica, citt dIndustria, scoperto ed illustrato da Giovanni Paolo
Ricolvi ed Antonio Rivautella, Torino, 1745. Sul luogo cfr. anche A.A. Settia, Storia e geografia,
cit.
118. G. M. Galanti, Scritti sullItalia moderna, cit., pp. 239-244.

42
provincia di Acqui, confinante con quelle di Alba e Asti e con la Repubblica di
Genova, poteva contare sulla produzione di vino, legumi, tele di seta e su una
popolazione di 91.535 abitanti ripartiti tra il capoluogo, sede vescovile abita-
ta da numerosa nobilt119, e 81 comunit. Tra queste sono ricordate Ponzone,
Incisa e Nizza, gi citate da Alberti, ma anche Cremolino e Spigno, feudo im-
periale divenuto celebre per lacquisto volutone da Vittorio Amedeo II nel
1724. Il Basso Monferrato, di poco pi popoloso (94.370 ab.), confinava con la
Lomellina e, nonostante laridit di alcune sue zone, vi si producevano vino,
canapa, buoni formaggetti detti rubiole120. Di nuovo albertiana, per, la se-
lezione dei luoghi principali: da Casale, patria di Facino Cane, a Cuccaro, pre-
sunta terra natale di Colombo; da San Salvatore a Grazzano, celebre per lab-
bazia di fondazione aleramica; da Pontestura a Moncalvo, capitale prima di
Casale.
Nel primo paragrafo, invece, Galanti ripercorreva le vicende degli Alera-
mici, dei Paleologo e dei Gonzaga giungendo, ancora in bilico tra schemi con-
solidati e informazioni inedite, allannessione sabauda del 1708 e ai suoi po-
stumi:
Il Monferrato chiamato in latino Mons ferax, nome che veramente gli conviene, per esse-
re un paese pieno di monti fertilissimi. Quando questo marchesato pass sotto il dominio
della casa di Savoja, gli abitanti vollero vivere colle proprie leggi, e godere de loro antichi
privilegj. Fu loro accordato, e sono perci esenti dallimposizione personale del sale, dalle
gabelle della carne, del corame e della foglietta, ecc.: ma tutte le merci e prodotti che dal
Piemonte sintroducono nel Monferrato, e da questo nel Piemonte, sono soggetti agli stessi
dazj e gabelle, come si usa co paesi stranieri, la qual cosa cagione del poco commercio
che vi nel Monferrato121.

119. Ivi, p. 243.


120. Ivi, p. 244. Il passo riecheggia quasi alla lettera la Relazione dello stato di Piemonte di
Della Chiesa, che pure non citata: Il paese poi essendo... quasi tutto in colline, e monti dispo-
sto, non molto di frumenti copioso...; ma ove quello manca, supplisce la natura col produrre...
segle, avene, orzi, e ogni sorta di legumi, ma sopra il tutto grandissima copia di castagne; e per-
ch niente manchi ai loro bisogni, ha fatto che i colli che sono tra la Bormia e il Tanaro sono di
buonissimi vini producevoli, e i pascoli dei monti abbondanti di cos buone erbe... mandando
quei dei paese nellaltre parti gran copia di vini, lane, e di formaggi, e massime di quei piccoli
che noi rubiole diciamo, i quali fra i migliori dItalia furono da Plinio annoverati... Si trovano
anche in queste parti molte tartuffe che assai sono migliori di quelle che dalla Provenza si porta-
no. A Bagnasco buonissima carta da scrivere si fabbrica, che con grandissimo utile del suo mar-
chese per la riviera e per il Piemonte si smaltisce. Nel contado dAcqui e in altre parti si cava il
gesso per luso delle fabbriche, e in molti luoghi dellAppennino miniere di ferro (F.A. Della
Chiesa, Relazione, cit., p. 13). Galanti, in aggiunta, segnalava anche la produzione di canne per
il sostegno delle viti, utilizzate anche per la confezione di pettini e dello siroppo di canna, det-
to di Casale, ch molto in uso per lo male di gola. Oltre a ci e ai numerosi fossili, nel Basso
Monferrato si trovava pure il mecioacan, ovvero, come spiega la curatrice, la mecoacanna,
radice di alcune piante della famiglia delle convulvacee di origine americana, importata in
Europa per le sue propriet purgative.
121. G.M. Galanti, Scritti sullItalia moderna, cit., p. 241.

43
Constatazione veritiera pochissimi anni dopo anche lintendente
Giuseppe Amedeo Corte di Bonvicino, nella sua Relazione dello stato econo-
mico politico dellAsteggiana (1786)122, avrebbe descritto le due aree come
compartimenti stagni, quasi impermeabili luna ai traffici dellaltra che d da
riflettere sulleffettiva integrazione dellex ducato gonzaghesco al Regno sa-
baudo.
Sarebbe stato un percorso storico-letterario, ancor prima che cartografico,
ad accorciare le distanze e a voler presentare, in un Ottocento dalla vocazione
unitaria e in un Novecento in cui trov ancora largo spazio la retorica della sto-
riografia sabaudista, un Piemonte compatto e pronto a segnare i destini dellin-
tera penisola. Il Monferrato sarebbe cos scomparso dalle grandi rappresenta-
zioni politiche del territorio per tornare a essere una semplice regione geografi-
ca, degna di nota (e forse di rimpianto) nei soli meandri dellerudizione locale.

122. Cfr. B.A. Raviola, Il pi acurato intendente. Giuseppe Amedeo Corte di Bonvicino
(1760-1826) e la Relazione sullo stato economico politico dellAsteggiana del 1786, Prefazione
di G. Ricuperati, Torino 2004. Sul Monferrato cfr. in particolare pp. 120-121.

44
Spazi interni: nuclei di potere, realt locali
e strumenti di controllo del territorio

45
Da Aleramo a Guglielmo il Vecchio: idee e realt
nella costruzione degli spazi politici
di Giuseppe Banfo

1. Monferrato geografico e Monferrato politico


Grazie agli studi di Aldo Angelo Settia ormai appurato che in et
Medievale, almeno fino a tutto il XII secolo, il toponimo Monferrato veniva
applicato a localit ed aree situate sul vasto territorio collinare compreso tra il
corso dei fiumi Po e Tanaro, ossia quella parte del Piemonte attualmente chia-
mata Basso Monferrato o Monferrato settentrionale.
Quale fosse lorigine del termine una questione ancora incerta e dibattuta:
Settia suppone che dapprima il toponimo si riferisse soltanto ad unarea ristret-
ta nei pressi della localit di Bassignana, alla confluenza fra il Po e il Tanaro, e
che si estese poi verso occidente; altri, al contrario, sostengono originasse dal-
la collina torinese, diffondendosi in seguito verso est.
Certo che il toponimo si riferiva allora ad un concetto geografico e non
politico; ugualmente certo che ne erano esclusi tutti i territori e le localit a
sud del Tanaro, i quali invece oggi si riconoscono e dichiarano orgogliosamen-
te partecipi di una comune identit monferrina. In questarea, detta per antitesi
Alto Monferrato o Monferrato meridionale, lappartenenza monferrina emerge
con inusuale intensit nella toponomastica e nelle tradizioni culturali: non vi
festa popolare o rievocazione storico-folkloristica che non si richiami ai bei
tempi andati del marchese Aleramo e del marchesato di Monferrato.
Lelemento unificante di questa comune identit viene infatti solitamente
cercato nella marca aleramica, ossia nella grande circoscrizione pubblica go-
vernata, tra X e XI secolo, dal noto marchese Aleramo e dai suoi immediati di-
scendenti, e geograficamente collocabile, seppur con qualche incertezza, sul-
lampia area territoriale compresa tra il corso del Po e la costa ligure savone-
se1. Si tratta tuttavia di una identificazione fondamentalmente errata, poich la

1. Sulla figura di Aleramo vedi R. Merlone, Gli Aleramici. Una dinastia dalle strutture pub-
bliche ai nuovi orientamenti territoriali (secoli IX-XI), Torino 1995, in particolare alle pp. 28-58.

47
marca aleramica comprendeva certo il Monferrato, ma non si identificava n si
esauriva in esso; cos Aleramo non si defin mai marchese di Monferrato e
soltanto alcuni dei suoi numerosi eredi lo fecero, ma non prima del XII secolo.
Inoltre, come abbiamo detto, al tempo di Aleramo il toponimo non poteva cer-
to essere riferito ai territori a sud del Tanaro.
Assai pi fondato il riferimento al marchesato di Monferrato, cio alla
grande formazione territoriale di tipo signorile creata da quel ramo della stirpe
aleramica che si radic appunto sulle colline del Monferrato settentrionale.
Furono i marchesi del Monferrato che, a partire dalla met del XII secolo, su-
perarono i confini del piccolo Monferrato originario a nord del Tanaro e am-
pliarono progressivamente i loro domini fino a comprendere, nei secoli succe-
sivi, il Monferrato allargato che oggi conosciamo.
La diffusione del termine e dellidea di Monferrato fino allAcquese e
allAppenino ligure dunque un prodotto storico del Medioevo avanzato, do-
vuto in gran parte allo sviluppo politico del marchesato di Monferrato e al suo
allargamento territoriale anche su aree che in origine non erano geografica-
mente monferrine. Come giustamente afferma Settia, il toponimo segu la
dinastia dei marchesi di Monferrato, si radic sui territori da loro governati e
quindi sopravvisse anche dopo la scomparsa del marchesato2.
Nel tentare di definire, storicamente e culturalmente, i confini del
Monferrato non possiamo per ignorare leredit politica che la marca di
Aleramo lasci al marchesato. Non si tratt, bene ribadirlo, di una eredit di-
retta: non vi fu una evoluzione naturale dalla marca al marchesato, corrispon-
dente a un passaggio lineare dalla prima alla seconda struttura.
Come noto, la marca originaria si dissolse in numerosi marchesati gover-
nati da dinastie di ascendenza aleramica, in precaria convivenza e in perenne
concorrenza tra di loro e con altri poteri locali, quali piccole signorie rurali,
principati vescovili, aree monastiche immunitarie e comuni cittadini. Per affer-
marsi, il marchesato di Monferrato dovette prevalere su questa molteplicit di
forze in perenne movimento, con un percorso di costruzione dellegemonia po-
litica e di una coerente base territoriale niente affatto semplice e immediato; il
marchesato non nacque direttamente dalla marca e non ne eredit il territorio,
i confini o i poteri. Eppure tangibile la sensazione che il marchese Guglielmo
il Vecchio, nella seconda met del XII secolo, quando inizi lopera di ri-
composizione territoriale che avrebbe condotto al marchesato, conservasse il
ricordo, seppur vago e impreciso, della grande circoscrizione pubblica di
Aleramo; certo nel marchesato Guglielmo e i suoi successori non poterono ri-
produrre lampiezza territoriale o le forme di dominio della marca, ma ne as-
sunsero il predicato, lidea e la nozione di publicum che fu alla base della crea-
zione della nuova entit istituzionale.

2. Tutti i problemi sopra citati e la tradizione storiografica relativa sono esaurientemente


analizzati in A.A. Settia, Monferrato. Strutture di un territorio medievale, Torino 1983.

48
Il percorso storico del marchesato, poi ducato di Monferrato fu, lo sappia-
mo, assai travagliato e contrastato, allinterno di confini spesso labili e al-
quanto mutevoli nel tempo. La diffusione del toponimo Monferrato e liden-
tit monferrina seguirono probabilmente lo stesso incerto processo evolutivo;
la loro ricostruzione passa perci inevitabilmente attraverso la ricostruzione
degli spazi politici del potere aleramico. Come noto, si tratta di un tema mol-
to frequentato dalla storiografia, con una lunga tradizione di studi e analisi del-
le fonti che nellambito di questo contributo sarebbe estremamente difficile ri-
percorrere: mi limiter quindi a sintetizzare e, laddove necessario, sottoporre a
revisione critica i risultati di ricerche pi ampie, mie e altrui, evidenziandone i
punti maggiormente significativi.
Per quanto riguarda i primi secoli della storia aleramica, possiamo contare
su un buon numero di documenti contenenti indicazioni toponimiche o territo-
riali3, ma se cerchiamo fonti che possano fornire un quadro generale dei domi-
ni marchionali, allora il loro numero si riduce drasticamente e ci dobbiamo ac-
contentare di sole quattro pergamene. Si tratta ovviamente di documenti notis-
simi: il diploma di Ottone I ad Aleramo del 9674, i due diplomi concessi nel
1164 da Federico I Barbarossa a Guglielmo il Vecchio5 e la carta di mutuo
stipulata nel 1224 tra Federico II e il marchese Guglielmo VI6. Ciascuno di
questi documenti si colloca, non a caso, in un particolare e delicato momento
di svolta della storia della dinastia aleramica e del territorio monferrino.

2. La marca di Aleramo
Prima del 967 il marchese Aleramo risulta in possesso di una eterogenea se-
rie di beni e diritti estesi dalla pianura vercellese allAcquese. Nel 933 Ugo e
Lotario gli avevano donato la grande curtis regia di Auriola, sulla riva sinistra
del Po, nei pressi della attuale localit di Trino7; pochi anni dopo gli stessi so-

3. Per un quadro generale sulle fonti delle prime generazioni aleramiche e sugli archivi del
Monferrato vedi G. Banfo, Gli archivi dei marchesi aleramici: strategie documentarie nel
Monferrato medievale, in Monferrato. Arte e storia, 15 (2003), pp. 5-30.
4. Il diploma ha avuto numerose edizioni; ci limitiamo a citare: MGH, Diplomata regum et
imperatorum Germaniae, I, doc. 339, p. 462; R. Merlone, Gli Aleramici, cit., doc. II, p. 273.
Ledizione critica di G. Barelli, Il diploma di Ottone I ad Aleramo V del 23 marzo 967, in
Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, LV (1957), pp. 103-133 per molti versi insoddi-
sfacente: vedi in proposito G. Banfo, Gli archivi dei marchesi, cit., pp. 21-24.
5. MGH, Diplomata regum et imperatorum Germaniae, X/2, Friderici I diplomata, doc.
466, p. 376 e doc. 467, p. 377.
6. P. Cancian, La carta di mutuo di Guglielmo VI di Monferrato a favore di Federico II, in
Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, LXXXI (1983), pp. 729-749; su questo documen-
to vedi A.A. Settia, Geografia di un potere in crisi: il marchesato di Monferrato nel 1224, in
Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, LXXXIX (1991), pp. 417-443.
7. I diplomi di Ugo e di Lotario, di Berengario II e di Adalberto, a cura di L. Schiaparelli,
Roma 1924, doc. 35, p. 107; per le numerose edizioni vedi R. Merlone, Gli Aleramici, cit., p.

49
vrani avevano dato al marchese la curtis di Foro (oggi Villa del Foro, presso
Alessandria) e la localit di Barcile, mentre sulla villa di Runcum (forse Ronco
Gennaro, a ovest di Acqui Terme) gli avevano concesso omnem disctrictio-
nem omnemque publicam functionem8.
Particolarmente interessante la pergamena con cui Aleramo e i suoi figli
dotarono il monastero di S. Pietro di Grazzano, da loro stessi fondato9. Latto
risale allAgosto del 961, un momento molto difficile per Aleramo, poich
limperatore Ottone I era appena sceso in Italia e minacciava di annientare re
Berengario II, suocero del marchese10; verosimile che, di fronte alla concreta
minaccia di essere sconfitti e privati del loro potere, gli Aleramici abbiano ten-
tato di salvaguardare il patrimonio fondiario famigliare donandolo al loro mo-
nastero privato11, protetto dalla tradizionale intangibilit degli enti religiosi12.
Importante constatare che tutti i beni oggetto della donazione erano ubicati
intorno a Grazzano, tra la valle del torrente Versa e il Po, nel cuore del

177, n. 68. Il documento datato 934 e a tale anno fu attribuito dai primi editori, ma stato in
seguito correttamente riportato allanno 933: vedi G. Vernazza, Vita di Benvenuto Sangiorgio,
cavaliere gerosolimitano, in Cronica di Benvenuto Sangiorgio, cavaliere gerosolimitano, a cura
di G. Vernazza, Torino 1780, p. 39 e L. Usseglio, I Marchesi di Monferrato in Italia e in Oriente
durante i secoli XII e XIII, Casale Monferrato 1926, I, p. 11. Su questo documento G. Banfo, Gli
archivi dei marchesi, cit., pp. 17-19, dove, alla n. 87, citata anche la bibliografia relativa alla
localizzazione del toponimo.
8. Cronica di Benvenuto Sangiorgio, cit., p. 9; Monumenta Aquensia, a cura di G. B.
Moriondo, Torino 1789-1790, II, doc. 3, col. 291; I diplomi di Ugo e di Lotario, cit., doc. 53, p.
158. Vedi anche G. Banfo, Gli archivi dei marchesi, cit., p. 20, e R. Merlone, Gli Aleramici, cit.,
pp. 31 e 186 sgg. Successivamente, tra il 958 e il 961 i re Berengario e Adalberto concessero al
marchese la facolt di tenere mercati ovunque volesse sulle sue propriet: I diplomi di Ugo e di
Lotario, cit., doc. 15, p. 334; vedi anche L. Schiaparelli, Diploma di Berengario II e Adalberto
per il marchese Aleramo, in Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, XXIV (1922), pp.
337-342 e G. Banfo, Gli archivi dei marchesi, cit., p. 21.
9. Cartario dei monasteri di Grazzano, Vezzolano, Crea e Pontestura, a cura di E. Durando,
in Cartari minori, Pinerolo 1908, doc. I, p. 1; R. Merlone, Gli Aleramici, cit., doc. I, p. 273, e G.
Banfo, Gli archivi dei marchesi, cit., pp. 9 e 15.
10. V. Fumagalli, Il regno italico, Torino 1986, pp. 199 sg. Per il comportamento dellaristo-
crazia italica in tale frangente vedi C.G. Mor, Let feudale, Milano 1952, I, pp. 183 sgg.
11. Sui rapporti patrimoniali e sociali tra i monasteri privati e le famiglie dei fondatori an-
cora molto utile U. Stutz, Geschichte des Benefizialwesens von seinem Anfngen dis auf die Zelt
Alexander III, Aalen 1961 (rist. anastatica delled. 1895), da integrare con i numerosi studi di
Karl Schmid, per i quali rimando alle indicazioni di P. Guglielmotti, Esperienze di ricerca e pro-
blemi di metodo negli studi di Karl Schmid sulla nobilt medievale, in Annali dellIstituto
Storico Italo-Germanico in Trento, XIII (1987), pp. 209-269. Per unesauriente sintesi sullar-
gomento vedi G. Sergi, Laristocrazia della preghiera. Politica e scelte religiose nel medioevo
italiano, Roma 1994, pp. 8-13. Per larea piemontese vedi C. Sereno, Monasteri aristocratici su-
balpini: fondazioni funzionariali e signorili, modelli di protezione e di sfruttamento (secoli X-
XII), in Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, XCVI (1998), pp. 397-448, e XCVII
(1999), pp. 5-66.
12. Per un uso analogo delle vendite fittizie vedi G. Sergi, I confini del potere. Marche e si-
gnorie fra due regni medievali, Torino 1995, p. 27.

50
Monferrato proprio, con la significativa eccezione di Paciliano (attuale loca-
lit S. Germano), a sud di Casale13.
Dallesame dei documenti sopra citati credo si possa dedurre che il nucleo
fondamentale e originario del patrimonio aleramico si trovasse sulle colline del
Monferrato settentrionale, laddove la famiglia scelse di fondare il proprio mo-
nastero pi importante14. Intorno a questo nucleo, con donazioni episodiche
ma copiose, Ugo prima e Berengario poi arricchirono e allargarono il patrimo-
nio del loro fedele marchese: a nord e a sud del sistema collinare monferrino le
curtes regie e il districtus affidati ad Aleramo costituivano infatti un dominio
coerente e coeso con i beni gi in suo possesso.
Dopo la sconfitta di Berengario e alcuni anni di probabile emarginazione
politica, il diploma concesso da Ottone I ad Aleramo il 23 marzo del 967 coin-
cise certamente con il definitivo perdono accordato dallimperatore al marche-
se per la sua precedente militanza nellesercito berengariano15.
Ottone non poteva fare a meno della collaborazione di Aleramo e accett
quindi di confermargli, in modo implicito, il titolo marchionale e, in modo
esplicito, tutti i beni tam de hereditate parentum quam de suo adquestu pre-
cedentemente posseduti; contemporaneamente, con un passo ormai notissimo,
decise di donargli omnes illas cortes in desertis locis consistentes a flumine
Tanaro usque ad flumen Urbam et ad litus maris, cio sedici curtes situate ap-
punto tra il Bormida di Millesimo e lOrba, a sud di Acqui Terme16.
A ben guardare, le formule del diploma sembrano rispecchiare fedelmente
la struttura del dominio aleramico emerso dallanalisi dei precedenti diplomi:
Ottone I conferma infatti al marchese il patrimonio originario della famiglia
(de hereditate parentum) e i beni e diritti acquisiti da Aleramo stesso nel corso
della sua vita, grazie al rapporto privilegiato con il potere regio (de suo adque-
stu)17; a questi si aggiungono le nuove curtes, diffusamente situate nel triango-

13. Per lidentificazione dei toponimi vedi R. Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 182 sgg.
14. Ho tentato di dimostrare il ruolo privilegiato di sacrario delle prime generazioni alera-
miche ricoperto dal monastero di Grazzano in G. Banfo, Gli archivi dei marchesi, cit., anche sul-
la scorta di R. Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 47-58.
15. Vedi sopra n. 4. Credo che anche lintercessione dellimperatrice Adelaide a favore di
Aleramo sia significativa: nonostante fosse quella una funzione tradizionale per la sovrana (vedi
P. Cammarosano, Nobili e re. LItalia politica dellalto medioevo, Roma-Bari 1998, p. 264),
probabile che Adelaide, gi vedova di re Lotario, intercedesse per Aleramo proprio perch que-
sti era stato vassallo del suo defunto marito e quindi anche suo; un caso analogo si era verificato
alcuni anni prima con Adalberto Atto di Canossa: cfr. V. Fumagalli, Le origini di una grande di-
nastia feudale. Adalberto-Atto di Canossa, Tbingen 1971 e Id., Il regno italico, Torino 1986, p.
198.
16. Dego (Dego), Bangiasco (Bagnasco), Balangio, Salescedo (Saliceto), Lecesi, Salsole
(forse Sassello), Miolia (Mioglia), Pulcionem (Ponzone), Grualia (probabilmente Giusvalla)
Pruneto (Prunetto), Altesino (forse Scaletta Uzzone), Curtemilia (Cortemilia), Montoneso (for-
se Monesiglio), Nosceto (Noceto), Masionti (presso Roccaverano), Arche. Per lidentificazione
dei toponimi vedi R. Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 174-176 e 191 sgg.
17. Nonostante il diploma riporti, per completezza, un lungo elenco di comitati del Regno

51
lo formato dallOrba, dal Bormida e dallAppenino ligure, in unarea dove pro-
babilmente la propriet aleramica era stata fino a quel momento assai meno
consistente e capillare.
Se questo doveva approssimativamente essere lassetto della presenza ale-
ramica sul territorio, in che modo ci si traduceva in forme istituzionali, ai fini
della gestione del potere?
Il tema della marca aleramica, della sua estensione e funzionamento, della
sua articolazione in comitati stato in passato lungamente dibattuto e infine
criticamente affrontato da Aldo Settia. Secondo Settia tra il VI e il IX secolo
tutto il Basso Monferrato, dalla collina torinese a Valenza, sarebbe stato orga-
nizzato in una vasta iudiciaria, cio una circoscrizione pubblica di grado infe-
riore al comitato, con centro amministrativo nella localit di Castrum Turris,
presso Villadeati; allinizio del X secolo la iudiciaria Torrensis sarebbe poi sta-
ta inclusa nella grande marca anscarica di Ivrea, perdendo cos la sua indipen-
denza amministrativa18.
La marca aleramica, cos come quella arduinica e quella obertenga, nacque
intorno alla met del X secolo, probabilmente in seguito al riconoscimento, da
parte di re Ugo, di nuovi poteri di fatto esistenti allinterno della marca epore-
diese e alla successiva costruzione, o presa datto, da parte di re Berengario II
di quattro circoscrizioni marchionali pi piccole19; in effetti Aleramo ancora
designato col titolo di conte nel 94820 e porta quello di marchese una decina di
anni dopo, quando probabilmente era gi genero di Berengario II21. In questo
modo anche il territorio della ex iudiciaria Torrensis sarebbe quindi confluito,
almeno in parte, nella marca aleramica.
Nonostante Aleramo e suo padre Guglielmo portassero il titolo di comes,
non vi alcun indizio che li leghi alla iudiciaria o a qualsiasi altro distretto co-
mitale; Settia ritiene inoltre poco probabile che sia mai esistito, allora o in se-
guito, un comitato di Monferrato22.
In realt, le attestazioni della iudiciaria Torrensis o dei luoghi che, anche
dopo la sua scomparsa, venivano tradizionalmente definiti in Turresana indi-
cano, a mio avviso, che questa circoscrizione si estendeva soltanto sulla parte

italico in cui si trovano i beni confermati ad Aleramo, credo che la parte pi cospicua di essi fos-
se collocata nelle aree monferrine precedentemente individuate.
18. A.A. Settia, Iudiciaria Torrensis e Monferrato. Un problema di distrettuazione
nellItalia occidentale, in Studi medievali, 3a serie, XV (1974), pp. 967-1018, ora in Id.,
Monferrato, cit., pp. 11-53.
19. Id., Nuove marche nellItalia occidentale, necessit difensive e distrettuazione pubbli-
ca fra IX e X secolo: una rilettura, in La contessa Adelaide e la societ del secolo XI. Atti del
Convegno, Susa. 14-16 novembre 1991, Susa 1992, pp. 43-60; G. Sergi, I confini del potere, cit.,
p. 77, n. 85.
20. I diplomi di Ugo e di Lotario, cit., doc. 10, p. 274.
21. Ivi, doc. 15, p. 334.
22. A.A. Settia, Monferrato, cit., p. 41 rifiuta anche, con unanalisi critica forse troppo seve-
ra, la menzione del comitato di Monferrato contenuta nel diploma ottoniano del 967.

52
occidentale del Basso Monferrato, tra la collina torinese e il Versa, e a est di
tale torrente non si spingeva oltre Villadeati e Alfiano. Rimarrebbe dunque
escluso tutto il territorio a oriente dei torrenti Viazza, Menga e Stura, ovvero
proprio larea in cui si trovava la parte pi cospicua del patrimonio della fami-
glia aleramica e dove Aleramo scelse di fondare il monastero di Grazzano.
Questi poveri indizi non sono certo sufficienti a dimostrare lesistenza di
una circoscrizione pubblica contigua alla Torresana e, successivamente, di un
comitato di Monferrato; bisogna tuttavia ammettere che Aleramo e suo padre
Guglielmo portarono il titolo di conti e furono contemporaneamente grandi
possessori fondiari in unarea allora comunemente chiamata Monferrato e
per la quale non esistono precise menzioni di appartenenza ad altri comitati.
Se allarghiamo lo sguardo a comprendere lintera marca, la situazione ci
appare altrettanto incerta. Tra X e XI secolo, gli immediati discendenti di
Aleramo esercitavano la funzione giurisdizionale, col titolo di marchio et co-
mes, nel comitato ligure di Vado, ma contemporaneamente accettavano la pre-
senza di un conte estraneo alla famiglia nella citt di Acqui; in altre zone quali
Pulcherada (S. Mauro Torinese), Spigno e Giusvalla, enfatizzavano invece la-
spetto signorile della loro presenza, attraverso la fondazione di monasteri pri-
vati23.
Settia nega addirittura lesistenza di una marchia vera e propria: il conte
Aleramo avrebbe infatti esercitato il proprio ruolo di marchio non su una pre-
cisa circoscrizione, ma su una semplice unione provvisoria di territori, det-
tata da esigenze militari contingenti e destinata a non evolversi mai in un in-
sieme coerente o in un omogeneo distretto signorile. Il comitato di
Vado/Savona, fondamentale per la difesa a mare, sarebbe dunque stato il di-
stretto di testa della marca di Aleramo, unico sul quale i suoi discendenti po-
terono continuare a svolgere collettivamente la funzione di marchesi e conti24.
forse eccessivo attribuire lesistenza e il funzionamento della marca
esclusivamente alle capacit personali e alla figura di Aleramo: che fossero o
no stabilmente titolari di pi comitati, i primi marchesi esercitavano funzioni
di coordinamento delle forze locali e di organizzazione territoriale che rispon-
devano a precise esigenze politiche del regno, quindi la loro carica, laddove si
fosse dimostrata efficace, tendeva a perpetuarsi anche oltre la naturale esisten-
za di un singolo individuo.
A chiarire in parte la natura della marca pu contribuire nuovamente il di-
ploma di Ottone I. Non possiamo infatti pensare che la ricchissima serie di
beni donati allora ad Aleramo fosse dovuta unicamente alla benevolenza nei

23. R. Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 225-253; A. A. Settia, Laffermazione aleramica nel
secolo X: fondazioni monastiche e iniziativa militare, in Rivista di storia, arte e archeologia per
le provincie di Alessandria e Asti, C (1991), pp. 41-58.
24. Id., Nuove marche, cit., pp. 58-60; R. Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 254-265. Sui
problemi relativi alle marche del regno italico e il complesso dibattito storiografico che ne nato
cfr. G. Sergi, I confini del potere, cit., pp. 56-62.

53
suoi confronti o alla necessit di assicurarsi il suo appoggio militare: se que-
stultima motivazione poteva forse valere per Ugo, Lotario e Berengario II, nel
967 Ottone I era sicuramente in una posizione di forza rispetto al marchese.
Limperatore, dopo la confusione determinata dal periodo bellico, stava proba-
bilmente tentando di riordinare e rafforzare la struttura circoscrizionale del re-
gno e quindi aveva scelto di riallacciare i rapporti con laristocrazia funziona-
riale presente sul territorio, superando ogni precedente contrapposizione.
Potremmo allora supporre che Ottone, mentre reintegrava Aleramo nel suo
ruolo di marchio, volesse fornirgli anche gli strumenti patrimoniali per leser-
cizio della funzione pubblica; infatti fu necessario trasferire al marchese nuovi
beni fondiari, ma soltanto nel settore meridionale della marca, dove la famiglia
non era gi riccamente provvista.
Ottone I sembra perfettamente cosciente che, per lesercizio di quelle fun-
zioni di governo politico, coordinamento delle forze locali e organizzazione
del sistema di difesa che egli pretendeva da Aleramo, era assolutamente neces-
sario il possesso di una vasta base fondiaria; cos la capillarit della presenza e
la notevole estensione del patrimonio erano gi intese come elementi indispen-
sabili per un saldo controllo del territorio.
Le concessioni imperiali rifletterebbero dunque pienamente quella partico-
lare concezione allodiale del potere, tipica dei secoli centrali del Medioevo,
che da un lato permetteva agli ufficiali regi di considerare trasmissibile la loro
carica e il titolo allinterno della famiglia, dallaltra associava tali diritti e fun-
zioni pubbliche a cose visibili e ben radicate nel terreno, quali fortezze,
chiese o villaggi25.
Anche lespressione in desertis locis contenuta nel diploma potrebbero
allora essere intesa in modo particolare: le sedici curtes donate ad Aleramo
non erano forse luoghi abbandonati dagli abitanti, giacch sarebbe difficile
immaginare lo spopolamento totale di una zona cos vasta, bens semplice-
mente trascurati, cio privi di un normale ordinamento amministrativo e di
un regolare apparato giudiziario e militare, alle cui carenze si cercava di ovvia-
re proprio attraverso laffidamento al marchese.
Per Ottone I, donare questi beni ad Aleramo significava dunque inserirli
nella sua marca e insieme costruire, o almeno consolidare, la marca stessa: il
titolo di marchio rappresentava la cornice istituzionale in cui si svolgeva latti-
vit funzionariale, mentre le curtes, le villae e i mercati in possesso del mar-
chese ne erano al contempo lo strumento pratico e loggetto tangibile.
Se per accettiamo questa interpretazione del documento, basata, lo am-
metto, unicamente su congetture, ne consegue anche una diversa immagine del
potere marchionale aleramico: dovremmo cio pensare la marca come somma

25. G. Tabacco, Lallodialit del potere nel Medioevo, in Studi medievali, 3a serie, XI
(1970), pp. 565-615, ora in Id., Dai re ai signori. Forme di trasmissione del potere nel
Medioevo, Torino 2000, pp. 15-66.

54
delle aree poste sotto il controllo del marchese. Non si deve confondere questa
proposta interpretativa con quella di Settia: non stiamo parlando di una sempli-
ce unione provvisoria di territori, n della subordinazione di vari conti a un sin-
golo marchese.
La marca di Aleramo andrebbe invece intesa come larea geografica in cui
un funzionario con il titolo di marchese era in possesso di cospicui beni fon-
diari ed era perci in grado di proporsi, con il consenso legittimante del regno,
quale punto di riferimento superiore e guida militare per gli altri funzionari e
rappresentanti pubblici, nonch per i possessori privati, presenti sul medesimo
territorio26. In questo senso la marca non includeva pi comitati, n si sovraor-
dinava a pi comitati, ma coinvolgeva diversi conti in ununica azione di go-
verno locale ispirata dal marchese; allora anche possibile che il distretto di
Vado/Savona fosse effettivamente lunico in cui gli Aleramici esercitavano le
funzioni comitali in senso stretto.
La realt istituzionale che abbiamo descritto pu suscitare qualche perples-
sit: questa marca in cui la base patrimoniale tende a diventare lelemento de-
terminate per lesercizio del potere di una famiglia con titolo funzionariale ere-
ditario sembra aver ormai perso quasi tutte le sue caratteristiche circoscrizio-
nali e somiglia molto a un vero distretto signorile.
impossibile dire se questa fosse la fisionomia della marca gi nel periodo
di Berengario II; certo sotto Ottone I sembrano convivere nella circoscrizione
due situazioni territoriali di orientamento diverso: a nord del Tanaro un mag-
gior numero di beni ereditari, quindi un potere signorile di originaria ispirazio-
ne fondiaria, a sud beni di origine fiscale, quindi un ruolo marchionale che,
sebbene patrimonializzato, conservava forti connotati funzionariali.
Proprio lorigine fiscale di una notevole parte del patrimonio famigliare, il
costante collegamento col regno, lesercizio della giurisdizione su unarea
estremamente ampia rendevano la marca delle prime generazioni aleramiche
qualcosa di diverso da un precoce distretto signorile: come ci ricorda Giuseppe
Sergi, ci troviamo in una zona di transizione che sta a met del percorso dalle
marche ai marchesati27.

3. Dalla marca al marchesato


Alla fine del X secolo, dopo la morte di Aleramo, il territorio della marca
sottoposto allattacco di non meglio specificati mali homines, ma i marchesi
sono ancora in grado di agire collettivamente in iniziative di ampio respiro ter-

26. Cfr. P. Cammarosano, Nobili e re, cit., p. 273, dove si intende il titolo di marchese come
qualificazione onorifica e distintiva, ma gli si associa una reale superiorit sul territorio, do-
vuta al controllo su aggregati di castelli, villaggi e settori vasti dello spazio rurale.
27. G. Sergi, I confini del potere, cit., p. 62.

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ritoriale, come la fondazione del monastero di Spigno e il suo collegamento
con gli altri enti religiosi aleramici di Pulcherada, presso Torino, e di
Giusvalla, sullAppennino ligure28.
In questa prima fase non si pu ancora parlare di una completa e cosciente
dinastizzazione del titolo e della funzione pubblica: tra i figli di Aleramo, sol-
tanto Anselmo sembra portare il titolo di marchio, mentre a suo fratello
Oddone esso sar attribuito soltanto post mortem29. Allinizio del secolo XI in-
vece tutti i cugini della nuova generazione aleramica, figli di Anselmo e
Oddone, useranno il titolo marchionale, associato a quello comitale in territo-
rio savonese.
Si tratta tuttavia di una fase storica completamente diversa, in cui il tradi-
zionale ordinamento circoscrizionale del regno era gi stato profondamente
mutato dalla nascita di nuove realt politiche, quali i distretti vescovili: nel
caso degli Aleramici risultano evidenti il potenziamento dei vescovi di
Vercelli, Acqui e Savona allinterno dellarea di pertinenza della marca30. Di
particolare rilevanza il territorio che il vescovo Leone di Vercelli ottiene da
Ottone III nel 999, comprendente il corso del Po con le due sponde, dal torren-
te Leona (presso Casalborgone) alla plebs Martori (Monasco di Valenza), e il
districtus di S. Evasio (Casale Monferrato), evidentemente in gran parte eroso
al vecchio distretto aleramico31. Il regno aveva insomma scelto diversi stru-
menti istituzionali per il governo del territorio, che rendevano obsolete le gran-
di marche nate pi di mezzo secolo prima.

28. V. Poggi, Latto di fondazione del monastero di Spigno (4 maggio 991), in Miscellanea
di storia italiana, XXXVII, serie 3a, VI (1901), pp. 39-59; R. Merlone, Gli Aleramici, cit., doc.
III, p. 276.
29. Ivi, pp. 70-71 e G. Sergi, I confini del potere, cit., p. 49, n. 32.
30. R. Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 236-253. Per larea savonese vedi anche R. Pavoni,
Lorganizzazione del territorio nel Savonese: secoli X-XIII, in Le strutture del territorio fra
Piemonte e Liguria dal X al XVIII secolo, Atti del convegno, Carcare, 15 luglio 1990, a cura di
A. Crosetti, Cuneo 1992, pp. 65-119; per Acqui cfr. Id., Il regime politico di Acqui nei secoli X-
XIV, in Saggi e documenti, II/1 (1982).
31. MGH, Diplomata regum et imperatorum Germaniae, II/2, Ottonis III diplomata, doc.
323, p. 748. Latto, pervenutoci soltanto attraverso copie tarde, stato in passato oggetto di nu-
merose critiche che ne hanno alternativamente sostenuto o la pesante interpolazione, o la totale
falsit; la storiografia pi recente tende invece a considerarlo autentico, sebbene prodotto su un
modello presentato dallo stesso vescovo Leone alla cancelleria imperiale: per una sintesi vedi G.
Ferraris, Il cerchio magico dei privilegi imperiali per la Chiesa di Vercelli. Il diploma di
Ottone III (Roma, 7 maggio 999), in Per un millennio: da Trebledo a Casaborgone, Atti della
giornata di studi, Casalborgone, 22 maggio 1999, a cura di A.A. Cigna e A.A. Settia, Chivasso
2000, pp. 15-50, dove viene fornita anche ledizione critica del documento. Sulla figura di
Leone di Vercelli vedi H. Bloch, Beitrge zur Geschichte des Bischofs Leo von Vercelli und sei-
ner Zeit, in Neues Archiv, XXII (1897), pp. 13-136; H. Dormeier, Un vescovo in Italia alle so-
glie del mille: Leone di Vercelli episcopus imperii, servus Sancti Eusebii, in Bollettino stori-
co vercellese, a. XXVIII, 53 (1999), n. 1, pp. 37-74; G. Gandino, Orizzonti politici ed espe-
rienze culturali dei vescovi di Vercelli tra i secoli IX e XI, in Bollettino Storico-Bibliografico
Subalpino, XCVI (1998), pp. 245-263.

56
verosimilmente a causa di queste minacce allintegrit della loro circo-
scrizione che i marchesi aleramici, insieme con tutte le maggiori famiglie fun-
zionariali subalpine, aderirono allesperienza politica di re Arduino dIvrea, il
quale assicurava loro una adeguata azione antivescovile; soltanto in seguito,
dopo la sconfitta e la morte di Arduino (1015), gli Aleramici avrebbero rinun-
ciato a trasformare la marca in un compatto principato, privilegiando aree di
pi robusto radicamento patrimoniale.
Ma ancora una volta bisogna evitare di generalizzare: risulta infatti eviden-
te la differenza tra il marchese Guglielmo I, figlio di Oddone di Aleramo, che
pi a lungo ragion in termini di circoscrizione aleramica e quindi si oppose
sempre agli imperatori e ai vescovi loro alleati, e i cugini del ramo anselmiano,
i quali compresero ben presto la necessit di adattarsi alla nuova situazione po-
litica, schierandosi con il partito imperiale e costruendo nel contempo i primi
poli signorili locali, quali labbazia di Sezzadio32. Andrebbero forse attribuite a
questa azzeccata e tempestiva scelta di parte anche il ruolo privilegiato dei
marchesi di Sezzadio nel seguito imperiale33, mentre per quasi tutto il secolo
XI i discendenti di Guglielmo I sembrano ricoprire un ruolo politico margina-
le.
Letti in questa ottica deterministica, lo spregiudicato uso dei titoli mar-
chionali e la precoce valorizzazione di aree di radicamento signorile che sono
state indicate come caratteristiche della stirpe aleramica34 non dipenderebbero
da una libera scelta dei marchesi, ma dallimpossibilit di conservare lantica
dimensione circoscrizionale del loro dominio e loriginaria ispirazione funzio-
nariale del loro potere. Tuttavia, seppur costretti a questa contrazione signori-
le, i marchesi conservavano il titolo di origine pubblica e una cospicua base pa-
trimoniale, cio proprio i due elementi fondamentali di quella marca avita che
poteva quindi essere ancora considerata in qualche modo attiva ed esistente,
anche se su una estensione territoriale minore.
Infatti, alla met del secolo XI non si erano ancora delineate precise aree
geografiche di esclusiva pertinenza dei vari rami aleramici: tutte le componen-
ti della famiglia ci paiono solidali nella gestione dei rapporti con la comunit e
il vescovo di Savona35. Inoltre, nel 1055, i marchesi Ugo e Anselmo, discen-

32. Sulle differenti scelte politiche dei due rami aleramici e le vicende storiche connesse
vedi H. Bloch, Beitrge zur Geschichte, cit.; F. Cognasso, Il Piemonte nellet sveva, Torino
1968, pp. 83-90; R. Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 140 sgg.
33. R. Merlone, Nuove forme di potere nel secolo XI. Il signifer regius di stirpe marchiona-
le inquadrato nella militia regni, in Bullettino dellIstituto storico italiano per il Medio Evo,
101 (1997-98), pp. 123-159.
34. G. Sergi, I confini del potere, cit., pp. 47-55.
35. I Registri della catena del comune di Savona. Registro I, a cura di D. Puncuh e A.
Rovere, Genova 1986, doc. 33, p. 57 (1059); G. Manuel di San Giovanni, Dei marchesi del Vasto
e degli antichi monasteri di san Vittore e Costanzo e di SantAntonio nel marchesato di Saluzzo,
Torino 1858, doc. 3, p. 156 (1061), doc. 5, p. 159 (1084), doc. 6, p. 159 (1085); Pergamene me-

57
denti di Anselmo di Aleramo, erano ancora attivi nella zona di Lu e Mediliano,
a nord del Tanaro36, e contemporaneamente a Tortona37; ugualmente, ancora
allinizio del XII secolo il marchese Ardizzone, discendente di Oddone di
Aleramo, era in possesso di beni a sud di Acqui38.
Si tratta comunque di notizie isolate: la documentazione del secolo XI
particolarmente povera e frammentaria, tanto che, nonostante secoli di studi,
questa fase della storia aleramica ancora quasi del tutto sconosciuta e spesso
ci sfugge addirittura la precisa articolazione genealogica della famiglia.
Allinizio del XII secolo troviamo pi chiare attestazioni dei vari rami fa-
migliari, gi quasi del tutto assestati su ben definiti ambiti di dominio, ritaglia-
ti intorno a diversi nuclei patrimoniali un tempo appartenenti alla marca di
Aleramo; in questa fase la transizione dalla grande circoscrizione ai pi picco-
li distretti signorili ormai completata e ogni famiglia ha stabilito dei precisi
confini al proprio potere.
A sud del Tanaro, tra i fiumi Bormida e Orba i discendenti del marchese
Oberto I, figlio di Anselmo di Aleramo, avevano dato vita al ramo dei marche-
si di Sezzadio, destinato per a estinguersi, o pi probabilmente a trasferirsi al-
trove, gi nei primi anni del XII secolo39.
Sempre a sud del Tanaro, sulla destra dellOrba, nella pianura che giunge
fino al medio corso dello Scrivia, tra Tortona e Novi, si erano insediati i di-
scendenti del marchese Ugo, anchegli discendente da Anselmo di Aleramo.
Questi marchesi, proprio a partire dallinizio del XII secolo, appaiono nei do-
cumenti con il predicato antroponimico del Bosco40; in quegli stessi decenni,
in seguito alla crisi politica dei cugini di Sezzadio, i marchesi del Bosco occu-
parono parte del territorio a occidente dellOrba e un loro ramo si stabil defi-

dievali savonesi (998-1313), a cura di A. Roccatagliata, Savona 1982, I, doc. 6, p. 5 (1062); G.


Cordero di San Quintino, Osservazioni critiche sopra alcuni particolari della storia del
Piemonte e della Liguria nei secoli XI e XII, in Memorie della R. Accademia delle Scienze di
Torino, s. II, XIII (1853), pp. 1-338, docc. 7, 8, 9, 10 e 13.
36. Monumenta Aquensia, cit., I, doc. 1, col. 33; C. Turletti, Storia di Savigliano corredata
di documenti, Savigliano 1879, IV, doc. 9, p. 16. Su questarea vedi anche G. Banfo, Da San
Giovanni a Lu: le fonti scritte di et medievale, in La pieve di San Giovanni di Mediliano a Lu,
a cura di P. Demeglio, Roma 2004, pp. 161-182.
37. Le carte dellarchivio capitolare di Tortona, a cura di F. Gabotto, V. Leg, Pinerolo 1905,
doc. 21.
38. Codex Astensis qui de Malabayla communiter nuncupatur, a cura di Q. Sella, Roma
1880, III, doc. 762; F. Savio, Studi storici sul marchese Guglielmo III di Monferrato ed i suoi fi-
gli, con documenti inediti, Torino 1885, doc. II, dove sono citati due toponimi che forse possi-
bile identificare con Spigno e Castelletto Uzzone.
39. R. Merlone, La discendenza aleramica qu[e] dicitur de Seciago (secc. XI-XII). I mar-
chesi di Sezzadio, signiferi del regno italico, in Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino,
XCIX (2001), pp. 405-443; Id., Nuove forme di potere nel secolo XI, cit.
40. R. Pavoni, I marchesi del Bosco tra Genova e Alessandria, in Terre e castelli dellAlto
Monferrato tra Medioevo ed Et Moderna, Atti del convegno, Tagliolo Monferrato, 31 agosto
1996, a cura di P. Piana Toniolo, Ovada 1997, pp. 3-57.

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nitivamente a sud di Acqui, assumendo la denominazione di Ponzone41. Un
altro ramo discendente da Ugo ebbe larea ligure a oriente di Savona, fino a
Voltri, e diede origine alleffimera famiglia dei marchesi di Albissola, il cui
territorio fu poi conteso tra i marchesi di Ponzone, sostenuti dal comune di
Genova, e il marchese Enrico il Guercio di Savona42.
I discendenti dellaleramico Tete, probabilmente discendente da Anselmo
di Aleramo, e di Berta, figlia di Olderico Manfredi di Torino, detti collettiva-
mente del Vasto, si erano invece stabiliti su un esteso territorio comprenden-
te i beni aleramici occidentali e beni derivanti dalleredit dei marchesi ardui-
nici di Torino: i primi erano situati tra il Bormida di Millesimo e il Bormida di
Spigno e tra questultimo e la costa ligure, i secondi tra il Tanaro e il Belbo, a
sud di Asti, nonch nel Saluzzese, nellAlbese, intorno a Ceva e nel comitato di
Albenga43. Da questo ramo deriverebbero i marchesi di Incisa, Saluzzo, Busca,
Savona, Ceva, Clavesana, Del Carretto e Cortemilia.
Tra il Tanaro e il Po, nel Monferrato proprio, troviamo altre tre stirpi ale-
ramiche. Nella pianura orientale erano insediati i marchesi di Occimiano, di
incerta origine, ma forse discendenti del ramo di Sezzadio44; sulle colline tra il
Po e il Versa si erano invece stabiliti i probabili discendenti di Oddone di
Aleramo, nei due rami nati dai marchesi Guglielmo di Ravenna e Ardizzone.
Un figlio di Guglielmo, Rainerio, il primo aleramico a essere sicuramente at-
testato con il predicato di Monferrato45.
Un punto di connessione tra i territori dei vari rami aleramici si trovava
sul Tanaro, nella zona tra Felizzano e la confluenza del Bormida, dove prima
del 1135 esisteva ancora una comunione patrimoniale tra Rainerio di
Monferrato, Ardizzone e Bonifacio del Vasto46: si trattava probabilmente del-
larea relativa alla vecchia curtis regia di Foro che forse gli Aleramici, per po-

41. R. Pavoni, Ponzone e i suoi marchesi, in Il Monferrato: crocevia politico, economico e


culturale tra Mediterraneo e Europa, Atti del convegno, Ponzone, 9-12 giugno 1998, a cura di
G. Soldi Rondinini, Ponzone 2000, pp. 15-56.
42. R. Pavoni, Lorganizzazione del territorio nel Savonese: secoli X-XIII, in Le strutture del
territorio fra Piemonte e Liguria dal X al XVIII secolo, Atti del convegno, Carcare, 15 luglio
1990, a cura di A. Crosetti, Cuneo 1992, pp. 65-119, alle pp. 74-79; Id., Ponzone, cit. pp. 16-17.
43. R. Bordone, Il famosissimo marchese Bonifacio. Spunti per una storia delle origini
degli Aleramici detti del Vasto, in Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, LXXXI (1983),
pp. 587-602; L. Provero, Dai marchesi del Vasto ai primi marchesi di Saluzzo. Sviluppi signori-
li entro quadri pubblici (secoli XI-XII), Torino 1992.
44. Mi riprometto di dedicare a questo argomento uno studio specifico: vedi intanto G.
Banfo, Compresenze e sovrapposizioni di poteri territoriali di qualit diversa tra X e XIII: il
caso del basso Monferrato, Tesi di Dottorato di ricerca in Storia medievale, Universit degli
Studi di Torino, XI ciclo, a.a. 2000-2001, cap. X, par. 1.
45. Sulla dubbia attendibilit di precedenti attestazioni dellantroponimico vedi A. A. Settia,
Monferrato cit, pp. 42-45 e 72-73.
46. Codex Astensis, cit., III, doc. 762; F. Savio, Studi storici sul marchese Guglielmo III, cit.,
doc. II.

59
sizione geografica, ricchezza, origine fiscale o antica consuetudine patrimonia-
le, erano stati a lungo restii a smembrare47.
Dopo quasi un secolo di oscurit, Rainerio di Monferrato , tra i discenden-
ti di Oddone, il primo marchese a sembrare nuovamente inserito agli alti livel-
li dellaristocrazia europea: egli sposa infatti Gisla di Borgogna, gi vedova di
Umberto di Savoia e, soprattutto, sorella dellarcivescovo Guido di Vienne, fu-
turo papa Callisto II48. Il figlio di Rainerio, Guglielmo il Vecchio, sposa poi
Giulitta di Babemberg, figlia di Agnese di Franconia e quindi zia dellimpera-
tore Federico I Barbarossa49.
Bench Rainerio e i suoi discendenti usassero comunemente il predicato
di Monferrato, difficile dire quanta parte di questa regione fosse effettiva-
mente controllata dalla famiglia durante la prima met del XII secolo: le poche
attestazioni documentarie disponibili indicano infatti che larghe parti del terri-
torio tra il Tanaro e il Po erano allora sottoposte al dominatus di altri centri di
potere, tra i quali spiccano i vescovi di Vercelli, i vescovi di Torino, i vescovi e
il comune di Asti, nonch i conti di Biandrate e i marchesi di Occimiano.
Lambito di dominio dei primi marchesi di Monferrato sembrerebbe dunque li-
mitato alla loro vecchia curtis di Auriola e alla fascia di colline tra il torrente
Versa e la pianura di Casale, fino a Felizzano, con sporadiche e contrastate pre-
senze oltre il Tanaro, a Foro, Marengo e Novi: un Monferrato ristretto, quasi
contratto intorno agli antichi allodi e alle curtes fiscali che si erano salvate dal
disfacimento e dalla parcellizzazione della marca aleramica.
Alla met del XII secolo il concetto di marca dimostra tuttavia una sor-
prendente vitalit: nel 1156 Guglielmo il Vecchio, in una donazione al mo-
nastero di Grazzano, ricorda il marchese Aleramo definendolo primaevo ante-
cessore nostro in marchia, con una formula dal palese significato politico e
programmatico50. Sempre agli anni 1155-1156 risale un aspro contrasto per il
controllo della localit di Trino tra il marchese Guglielmo e il vescovo
Uguccione di Vercelli, conclusosi in modo incruento soltanto grazie alla me-
diazione di Federico I Barbarossa: in questo caso Guglielmo vide ricono-
sciuti i suoi antichi diritti su una parte importante delleredit aleramica, nono-

47. Larea alla confluenza tra Tanaro e Bormida, caratterizzata dalla presenza di numerose
curtes di origine fiscale, sar soggetta, nel corso del XII secolo, a contrastanti rivendicazioni da
parte dei vari esponenti aleramici o dei loro eredi politici. Vedi in proposito F. Firpo, Larea e gli
anni della genesi di Alessandria: dinamiche e interferenze politico-sociali, in Bollettino
Storico-Bibliografico Subalpino, XCII (1994), pp. 477-504; R. Pavoni, I marchesi del Bosco,
cit.; G. Banfo, Compresenze e sovrapposizioni, cit., cap. X, par. 2.
48. Su Rainerio e i suoi legami parentali vedi A. A. Settia, Santa Maria di Lucedio e liden-
tit dinastica dei marchesi di Monferrato, in Labbazia di Lucedio e lordine cistercense
nellItalia occidentale nei secoli XII e XIII, Atti del terzo congresso storico vercellese. Vercelli,
24-26 ottobre 1997, Vercelli 1999, pp. 45-68.
49. L. Usseglio, I Marchesi di Monferrato, cit., I, pp. 134 sgg.; F. Opll, Federico Barbarossa,
Genova 1994, p. 289.
50. Cartario dei monasteri di Grazzano, cit., doc. 10, p. 13.

60
stante da pi di un secolo e mezzo quello stesso territorio fosse rivendicato dal-
la Chiesa vercellese in base alle concessioni di Ottone III.
Possiamo allora constatare una particolare coincidenza tra la venuta in
Italia di Federico I, la vicenda relativa a Trino e il recupero della memoria sto-
rica del marchese Aleramo; contemporaneamente venne rinnovato anche il le-
game tra la famiglia e il monastero di Grazzano, custode della tomba del primo
marchese e delle pi antiche memorie documentarie della dinastia, ivi compre-
so il preziosissimo diploma ottoniano del 96751.
Il nuovo, quasi improvviso, interesse per il passato dinastico e per il ruolo
funzionariale di Aleramo dipendeva sicuramente dalla vasta opera di recupero
e promozione dellantica terminologia funzionariale pubblica messa in atto da
Federico Barbarossa sulla base dei ben noti principi romanistici che considera-
vano lImpero quale unica fonte originaria del potere.
Il programma politico e il sostegno militare di Federico erano certo graditi
a Guglielmo di Monferrato, poich gli avrebbero permesso di contrapporre va-
lidamente il proprio titolo marchionale di origine pubblica alle pericolose am-
bizioni dei grandi comuni padani, che erano invece soggetti istituzionali relati-
vamente recenti ed anomali. Contemporaneamente anche Federico, come gi il
suo predecessore Ottone I, considerava i marchesi aleramici, e suo zio
Guglielmo in particolare, degli insostituibili alleati nella lotta per il controllo
del regno.
In questo contesto politico troviamo due diplomi imperiali, risalenti
allOttobre del 1164, grazie ai quali Guglielmo il Vecchio ci appare in posses-
so di una impressionante quantit di beni, dislocati su un territorio vastissimo,
dal Canavese allAcquese settentrionale, fino al medio corso dello Scrivia, an-
che se con una particolare concentrazione in Monferrato52.
Si tratta della prima immagine generale e coerente dei domini marchionali
che ci sia pervenuta ed quindi impossibile proporre un confronto con qual-
siasi situazione precedente; possediamo tuttavia numerose notizie secondo cui
molte localit comprese nei suddetti diplomi erano sottoposte, fino a pochi
anni prima, a una signoria diversa da quella dei marchesi. Il marchesato di
Guglielmo, cos come descritto in questi diplomi imperiali, sarebbe insomma
molto pi grande di quello che egli aveva ereditato da suo padre.
Poco dopo la met del XII secolo, il ricorso al concetto di marchia e il re-
cupero della memoria di Aleramo coinciderebbero dunque con un significativo
allargamento dei confini del marchesato ben oltre i limiti geografici del
Monferrato, fino a comprendere parte dei territori un tempo appartenenti alla
circoscrizione aleramica. Viene naturale pensare a una piena consonanza di
idee e progetti tra Guglielmo il Vecchio e limperatore Federico: mentre il pri-

51. Per la vicenda di Trino e il significato del recupero della memoria aleramica vedi G.
Banfo, Gli archivi dei marchesi, cit., pp. 24 sgg.
52. Cfr. sopra n. 5.

61
mo nutriva la speranza di costituire una grande realt signorile, estesa quasi
quanto la marca del suo illustre antenato, il secondo, assecondando il desiderio
del fedele marchese, riaffermava lorigine imperiale dei titoli pubblici e del-
lassetto istituzionale del territorio.
In verit, i diplomi del 1164 sono testimoni assai difficili da interrogare e
limmagine del marchesato che essi ci suggeriscono potrebbe non corrisponde-
re del tutto alla situazione reale; converr dunque osservare i due documenti
pi da vicino.

4. I diplomi imperiali del 1164


I diplomi furono emessi da Federico Barbarossa il 5 ottobre 1164, nel ca-
stello di Belforte: con il primo limperatore concedeva, donava, confermava e
investiva in rectum feodum a Guglielmo il Vecchio trentanove castelli, pos-
sessi e villaggi, con il secondo corroborava, concedeva e confermava ben
cento localit, sempre indicate come possessi, castelli e villaggi.
Pur nella parziale somiglianza delle formule, i due documenti avevano un
diverso significato: il primo diploma ci appare infatti come una concessione
graziosa di Federico, che premia la fedelt del marchese per mezzo di bene-
fici feudali, anche se non immediatamente chiaro quali di questi siano do-
nati ex novo e quali siano semplicemente confermati; il secondo diploma ac-
corda invece la protezione del sovrano a beni che, secondo il documento, era-
no gi posseduti da Guglielmo, verosimilmente in forma allodiale (piena pro-
priet). Sembra ben comprensibile anche loggetto delle concessioni imperiali:
non vengono confermati soltanto i castelli o le terre che il marchese possedeva
nei singoli villaggi, bens anche il controllo ed esercizio del potere di natura
pubblica che derivava appunto dal possesso dei castelli e delle terre.
Non strano che Federico I conceda e confermi, oltre ai feudi, anche gli al-
lodi del marchese: il modello quello classico dei diplomi imperiali, in cui
ogni genere di beni e diritti, anche di origine beneficiaria, concorre a formare
la base allodiale del potere di un gruppo parentale a cui il sovrano accorda la
sua protezione. Stupisce piuttosto che in questo caso Federico sia ricorso a due
distinti diplomi, emanati simultaneamente53.
tuttavia noto che Federico, nellapplicazione pratica della sua idea di mo-
nopolio ed emanazione imperiale di ogni potere esistente sul territorio, incon-
tr notevoli resistenze sia da parte dei comuni italiani, sia da parte di alcune
potenti famiglie aristocratiche, che vedevano minacciata la loro autonomia si-

53. Vedi G. Tabacco, I rapporti tra Federico Barbarossa e laristocrazia italiana, in


Bullettino dellIstituto storico italiano per il medioevo e Archivio muratoriano, 96 (1990), pp.
61-83, a p. 71, dove si afferma che la redazione dei due diversi diplomi sarebbe senza ragione
apparente.

62
gnorile54; di fronte a tali ostilit limperatore fu spesso costretto a scendere a
patti, limitando limpeto della sua azione riformatrice. Anche i diplomi del
1164 potrebbero dunque essere interpretati come strumenti di questa accorta
politica feudale, sempre diplomaticamente in bilico tra norma giuridica e
realt operativa.
Come ha chiaramente messo in rilievo Giovanni Tabacco, di fronte alla ete-
rogeneit degli elementi costituenti il dominio di molte stirpi comitali e mar-
chionali, Federico ricorreva alternativamente o allinvestitura feudale o a una
generica tutela del patrimonio, laddove la sua palese natura allodiale rendeva
impossibile usare il mos beneficiarius, con lintento di subordinare, almeno
teoricamente, il possesso di entrambe le categorie di beni al consenso imperia-
le; nel contempo si creava per una formale distinzione tra giurisdizione di ca-
rattere pubblico, tenuta dal signore in beneficio, e beni materiali, tenuti in allo-
dio55. Con lemanazione di due diplomi diversi la cancelleria imperiale avreb-
be insomma semplicemente enfatizzato questa distinzione, forse ben chiara
nella mente dei giuristi di corte, ma certo assai meno avvertibile nella prassi
politica quotidiana.
I nostri due diplomi non sembrano infatti, nella sostanza, troppo diversi e ci
appaiono entrambi come semplici elenchi di beni sui quali limperatore rico-
nosce e conferma il controllo dei marchesi di Monferrato.
La distribuzione dei toponimi indicati nei documenti piuttosto eterogenea:
14 localit (13 allodi e 1 feudo) si trovavano nel Canavese e presso Torino, a
nord del Po e a occidente della Dora Baltea56; appena due localit sono invece
menzionate nella pianura vercellese a nord del Po57, laddove i marchesi posse-

54. Per una sintesi generale su questi temi vedi G. Tabacco, Limpero romano-germanico e
la sua crisi (secoli X-XIV), in La storia, a cura di N. Tranfaglia, M. Firpo, II, Il medioevo, 2,
Torino 1986, pp. 307-338 e la bibliografia ivi citata.
55. G. Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Torino 1979,
pp. 263 sgg.; Id., I rapporti tra Federico Barbarossa e laristocrazia, cit.; R. Bordone,
Lamministrazione del regno dItalia, in Bullettino dellIstituto Storico Italiano per il Medio
Evo, 96 (1990), pp. 133-156.
56. Chivasso, Verolengo, Lein, Borgaro Torinese, Mazz, Rocca Canavese, Rivara, Caluso,
Ciri, Settimo Torinese, Rondissone, Montanaro. Il toponimo Caselle potrebbe indicare la lo-
calit di Caselette, sulla riva sinistra della Dora Riparia, come sostiene Aldo Angelo Settia nella
tabella allegata a P. Cancian, La carta di mutuo di Guglielmo VI, cit., ma credo assai pi proba-
bile si riferisca a Caselle Torinese. Lunico luogo a sud del Po Burgari de Oirata, identifica-
to con Borgo Cornalese, presso Carignano, da A.A. Settia, Geografia di un potere in crisi cit, p.
431, n. 61; il toponimo sarebbe forse compatibile anche con Borgaretto (Burgaratus), presso
Stupinigi, ma Id., Modelli insediativi periurbani, in Storia di Torino, II, Il basso medioevo e la
prima et moderna (1280-1536) a cura di R. Comba, Torino 1997, pp. 49-94, dove tratta di que-
sta localit (pp. 54-60), coerentemente con la propria precedente identificazione non prenda in
considerazione la possibilit. altres interessante la diffusione del toponimo Oriate/Auriate
nella zona a occidente di Cuneo, dove i marchesi di Monferrato risulteranno poi detenere dei
beni: vedi in proposito G. Sergi, I confini del potere, cit., pp. 96-97.
57. Trino e Morano.

63
devano beni cospicui, in parte assegnati al monastero di S. Maria di Lucedio58.
A sud del Tanaro, nella valle Scrivia e tra questo fiume e lOrba, sono ricordate
10 localit, tutte possedute in allodio59; altri 9 allodi si trovavano tra lOrba e il
Bormida60; infine, 8 allodi erano collocati tra il Bormida e il torrente Belbo61,
mentre non troviamo alcun toponimo a ovest di questo corso dacqua.
Il maggior numero di localit in possesso dei marchesi, 58 allodi e 38 feu-
di, si trovava ovviamente nel Monferrato vero e proprio, fra il Po e il Tanaro.
Degli allodi monferrini, soltanto 4 erano posti nella pianura monferrina orien-
tale a cavallo del Po e sulla collina adiacente62, verosimilmente perch questa-
rea era dominata dai marchesi di Occimiano; ben 32 localit erano concentrate
su una larga fascia collinare che univa diagonalmente la valle del Tanaro al Po,
tra la pianura di Occimiano e la riva sinistra del torrente Versa63: evidentemen-
te questo corso dacqua rappresentava il confine tra larea dominata dal mar-
chese di Monferrato e quella del comune di Asti.
I 22 allodi rimanenti descrivevano invece un ampio arco, dalla valle del rio
Trincavenna lungo la riva destra del Po fino a Castiglione Torinese e quindi
verso sud, sul massiccio collinare che delimita a settentrione la pianura di
Chieri, oltre le alte valli Traversola e Triversa, quasi fino al corso del torrente
Versa64.

58. Per questi beni vedi R. Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 176-181; A.A. Settia, Santa
Maria di Lucedio e lidentit dinastica, cit.; F. Panero, Il monastero di S. Maria di Lucedio e le
sue grange: la formazione e la gestione del patrimonio fondiario (1123-1310), in Labbazia di
Lucedio e lordine cistercense, cit., pp. 237-260.
59. Novi Ligure, Castelletto dOrba, Frugarolo, Tagliolo Monferrato, Casaleggio Boiro,
Stazzano, Pozzolo Formigaro, Marengo; difficile lidentificazione dei toponimi Cocogle e
Rondonaria.
60. Sezzadio, Retorto, Carpeneto, Castelnuovo Bormida, Rocca Grimalda, Orsara Bormida,
Montaldo Bormida, Visone, Gamondio (Castellazzo Bormida).
61. Mombaruzzo, Montabone, Bruno, Cassine, Foro (Villa del Foro, Alessandria); si trova-
vano probabilmente in questarea anche i luoghi di Belmons e Nacavum. Il toponimo
Curtesella potrebbe essere riferito a pi di una localit: Settia, nella tabella toponimica in P.
Cancian, La carta di mutuo, cit., lo identifica alternativamente con Ottiglio (Cellu) o con
Cortiglione (Curticellam); nel testo del diploma del 1164 si trova invece tra i luoghi a sud del
Tanaro, subito prima di Foro e Gamondio, ragion per cui credo corrisponda alla curtis di Celle,
in comitatu Aquensi prope castrum Fori ricordata in una bolla pontificia del 1180: Cartario
alessandrino, I, a cura di F. Gasparolo, Torino 1928, doc. 87, p. 115.
62. Breme Lomellina, Pomaro Monferrato, Valenza, S. Salvatore Monferrato.
63. Da sud a nord: Felizzano, Portacomaro, Castagnole, Monscravarium e Bulgari (presso
Fubine), Montemagno, Lu, Grana, Calliano, Vignale, Camagna, Casorzo, Tonco, Lusengo (pres-
so Alfiano), Alfiano, Moncalvo, Ottiglio, Grafagna (Sala Monferrato), Durbecco (presso
Villadeati), Castelletto Merli, Ponzano, Malvengo (presso Casalino, sulla riva destra del torren-
te Stura), Cardalona (S. Iorio, presso Serralunga di Crea), Ozzano, Odalengo Grande,
Solonghello, Mombello, Pontestura, Moncestino, Gabiano, Camino, Rocca delle Donne; per li-
dentificazione dei toponimi vedi le indicazioni bibliografiche fornite in G. Banfo, Compresenze
e sovrapposizioni, cit., cap. V.
64. Brusasco, Quadradula (a nord di Brusasco), Cavagnolo, Lauriano, Radicata (presso S.
Sebastiano Po), Castagneto Po, S. Raffaele Cimena, Bussolino, Gassino, Castiglione Torinese,

64
Diversa la distribuzione dei feudi: 8 si collocavano sulle colline intorno a
Casale o nella vicina pianura65, altri 9 feudi al limite dellagro chierese66; sol-
tanto 3 feudi si trovavano sulle colline della val Leona e val Maggiore, in mez-
zo al gruppo occidentale degli allodi monferrini67, mentre la gran maggioranza
delle localit investite a Guglielmo (12) era concentrata sui sistemi collinari
dai quali sgorgano i torrenti Triversa, Bravie, Versa e Stura, laddove il marche-
se non aveva quasi allodi68; un ultimo gruppo di 6 feudi si trovava poco distan-
te, sul massiccio che separa la val Versa dalla valle Stura69.
Nel Basso Monferrato vigeva dunque una separazione geografica abbastan-
za netta tra zone di controllo allodiale e zone a prevalenza feudale. Gli allodi
monferrini ci permettono di identificare due settori di compatto dominio dei
marchesi che coincidono, soprattutto per quanto riguarda i beni a oriente del
Versa, con aree di antico radicamento patrimoniale della famiglia aleramica,
quindi di conseguenza anche con le aree del loro primo e pi tenace sviluppo
signorile, fino alla completa patrimonializzazione dei poteri pubblici nelle lo-
calit ivi esistenti. Al contrario, le aree in cui si riscontra una maggiore presen-
za di feudi sembrerebbero caratterizzate da una minor densit di beni oppure
da una loro pi recente acquisizione: in tali aree il dominatus dei marchesi po-
teva dunque incontrare lefficace opposizione di altri poteri locali.
Risultano infatti totalmente esclusi dal controllo marchionale i territori
prossimi a Chieri, Asti e Casale S. Evasio (Casale Monferrato), molto proba-
bilmente perch lantica condizione di municipi romani aveva lasciato in ere-
dit a questi centri una persistente tradizione di autonomia amministrativa70.

Tondelinum (presso Bardassano), Cordova, Sciolze, Vergnano (presso Cinzano), Berzano S.


Pietro, Trebea (Casalborgone), Moncucco, Mercurolium (presso Buttigliera), Castelnuovo Don
Bosco, Pino dAsti, Marmorito, Monsmaior (tra Aramengo e Cocconato); per lidentificazione
dei toponimi vedi A. A. Settia, Insediamenti abbandonati sulla collina torinese, in Archeologia
Medievale, II (1975), pp. 237-328.
65. Torcello, S. Giorgio Monferrato, Guiborronus (presso Rosignano Monferrato),
Terruggia, Sarmaza (presso Borgo S. Martino), Mirabello, Genzano (presso S. Salvatore
Monferrato). La terra dominorum de Cella potrebbe essere identificata sia con Ottiglio, attra-
verso le varianti toponimiche Villa, Vellu, Tellu indicate da A.A. Settia, Geografia di un pote-
re in crisi, cit., p. 420, n. 16, sia con il vicino Cellamonte.
66. Baldissero, Pavarolo, Marentino, Mombello Torinese, Capriglio, Maynile (Mainito, poco
a ovest di Capriglio: A.A. Settia, Insediamenti abbandonati, cit., pp. 290-291), Riva di Chieri,
Ricrosum (Ricrosio, a sud est di Riva di Chieri: ibid., pp. 326-327); il toponimo Schairanum
non pu corrispondere alla localit di Schierano, gi nominata poco prima, e dovremmo quindi
pensare ad un errore di lettura per Solairanum, che Settia colloca presso Castelvecchio di
Chieri, in territorio di Pino Torinese: op., cit., pp. 320-321.
67. S. Sebastiano Po, Rivalba, Cinzano.
68. Marcorengo, Brozolo, Tonengo, Aramengo, Cocconito, Robella, Cocconato, Schierano,
Primeglio, Passerano, Cerreto, Mairate (Piov Massaia). Gli unici allodi prossimi a questa zona
sono Pino dAsti, Marmorito e Monsmaior.
69. Murisengo, Montiglio, Cunico, Scandeluzza, Colcavagno, Rinco.
70. bene precisare che non intendo cos sostenere la vecchia teoria storiografica della per-
fetta continuit tra le circoscrizioni municipali romane e i distretti amministrativi medievali;

65
Non sarebbe quindi casuale la dislocazione di molti dei feudi marchionali pro-
prio al confine tra il territorio aleramico e queste aree di pertinenza comunale:
sembrebbero queste delle specie di zone cuscinetto, in cui i marchesi erano
riusciti a espandersi, ma non a patrimonializzare completamente i poteri pub-
blici, ovvero delle zone in cui, grazie alla interferenza politica delle vicine
citt, si era sviluppata una piccola aristocrazia locale non del tutto sottomessa
alla stirpe aleramica71.
In realt, una diffusa presenza di piccola aristocrazia locale non era esclusi-
va delle aree prossime alle citt: non raro infatti trovare, nei documenti del
XII secolo, alcuni personaggi indicati col toponimico di localit elencate tra gli
allodi nel 1164; il ruolo di tali personaggi e il contesto in cui agiscono ci per-
mettono di identificarli in molti casi come membri di famiglie eminenti che
esercitavano poteri signorili72. Ci indica che la qualifica allodiale di questi
luoghi non deve essere intesa in modo assoluto: se esistevano gruppi aristocra-

invece probabile che il tradizionale controllo politico ed economico delle citt sui loro territori
periurbani, anche oltre i limiti del districtus vescovile, sia stato un freno determinante allo svi-
luppo di stabili poteri signorili in queste aree, lasciando cos spazio alla successiva espansione
dei comuni bassomedievali: i diversi problemi connessi a questo tema sono esposti in R.
Bordone, Nascita e sviluppo delle autonomie cittadine, in La storia, a cura di N. Tranfaglia, M.
Firpo, II, Il medioevo, 2, Torino 1986, pp. 427-460; G. Sergi, Le citt come luoghi di continuit
di nozioni pubbliche del potere. Le aree delle marche di Ivrea e di Torino, in Piemonte medieva-
le. Forme del potere e della societ. Studi per Giovanni Tabacco, Torino 1985, pp. 5-27; Id., I
confini del potere, cit., pp. 311-327. Per la formazione e sviluppo del territorio di Asti vedi R.
Bordone, Citt e territorio nellalto medioevo. La societ astigiana dal dominio dei Franchi al-
laffermazione comunale, Torino 1980. Per Chieri cfr. Museo archeologico di Chieri. Contributi
alla conoscenza del territorio in et romana, s.l. (ma Torino) 1987; G. Berruto, Le origini del
comune di Chieri (995-1238), Chieri 1974; C. Terranova, Chieri medievale, Chieri 1984; G.
Sergi, Potere e territorio, cit., pp. 167-187; D. Caff, Il Libro Rosso del Comune di Chieri.
Documentazione e politica in un comune del Duecento, in Bollettino Storico-Bibliografico
Subalpino, CI (2003), pp. 373-420. Per Casale vedi A. A. Settia, Sviluppo e struttura di un bor-
go medievale: Casale Monferrato, in P. Cancian, G. Sergi, A. A. Settia, Gli statuti di Casale
Monferrato del XIV secolo, Alessandria 1978, pp. 31-91, ora in Settia, Monferrato, cit., pp. 103-
157. Per la transizione di queste citt dallet romana al Medioevo vedi C. La Rocca, Fuit civi-
tas prisco in tempore. Trasformazione dei municipia abbandonati dellItalia occidentale nel
secolo XI, in La contessa Adelaide, cit., pp. 103-140.
71. Per una situazione in parte analoga vedi S. M. Collavini, Honorabilis domus et spetio-
sissimus comitatus. Gli Aldobrandeschi da conti a principi territoriali (secoli IX-XIII),
Pisa 1998, pp. 236-237.
72. A titolo di esempio, vedi: A. A. Settia, Santa Maria di Vezzolano. Una fondazione signo-
rile nellet della riforma ecclesiastica, Torino 1975, per Radicata; B. Gramaglia, Signori e co-
munit tra Asti, Chieri e Monferrato in et comunale, in Bollettino Storico-Bibliografico
Subalpino, LXXIX (1981), pp. 413-488, per Castelnuovo; G.A. Casartelli, Ricerche su
Cavagnolo, in Rivista di storia, arte e archeologia per le provincie di Alessandria e Asti, XCI
(1982), pp. 5 sgg., per Cavagnolo; F. Firpo, Larea e gli anni della genesi di Alessandria, cit., pp.
481-483 per Foro; A.A. Settia, I visconti di Monferrato. Tradizionalismo di titoli e rinnovamen-
to di funzioni nellorganizzazione di un principato territoriale, in Bollettino Storico-
Bibliografico Subalpino, LXXXI (1983), pp. 705-727, per Valenza e Moncalvo.

66
tici che controllavano, anche solo parzialmente, dei diritti di natura pubblica,
chiaro che la patrimonializzazione di tali poteri da parte del marchese di
Monferrato non era completa.
Nel marchesato di Monferrato sarebbe insomma esistita, gi alla met del
XII secolo, una aristocrazia sommersa, ignorata e quasi negata dai diplomi
concessi da Federico Barbarossa al suo marchese, ma che nonostante tutto
emerge, con un ruolo non secondario, negli altri documenti di quel periodo.
Resta da stabilire, al di l e al di sotto della terminologia normativa usata dalla
cancelleria imperiale, quali fossero realmente i rapporti che univano tale clas-
se sociale alla famiglia aleramica e quale peso avesse la feudalit nella loro
definizione.
Unapprofondita indagine storica territoriale ha rivelato che in tutte le loca-
lit monferrine con qualifica feudale le famiglie signorili locali prestavano
di solito diversi e contemporanei omaggi vassallatici a vari centri di potere
eminenti, quali vescovi e comuni, con i quali i marchesi di Monferrato erano
dunque in forzata convivenza e in aperta concorrenza73. Ne possiamo dedurre,
pur con le necessarie cautele, che nel 1164 Guglielmo il Vecchio era riuscito a
farsi confermare come feudi le localit in cui non gli era possibile rivendicare
la giurisdizione eminente; possibile che i marchesi vi possedessero beni fon-
diari concessi in beneficio alle famiglie signorili del luogo, ma altres possi-
bile che linfluenza politica dei marchesi si esprimesse soltanto attraverso il le-
game vassallatico, personale e non esclusivo, con tali famiglie: il contenuto
feudale del rapporto sarebbe stato rappresentato dalla fedelt dovuta ai mar-
chesi. Tale rapporto vassallatico, bench spesso instabile e discontinuo, non
poteva per prescindere dalla netta differenza di valore sociale e forza militare
tra i contraenti, cosicch dobbiamo presumere che anche nelle zone a preva-
lenza feudale il potere dei marchesi di Monferrato non fosse certo trascurabile.
Al contrario, i dati disponibili sembrano confermare che nelle localit iden-
tificabili come allodi la giurisdizione fosse in possesso del marchese e che i si-
gnori locali la esercitassero perch erano suoi vassalli; in questa definizione
potevano rientrare sia signorie sviluppate intorno a beni patrimoniali aleramici
e poi affidate a vassalli, sia realt signorili autonome poi oblate ai marchesi,
ma tutte accomunate da quella particolare concezione del potere che permette-
va di considerare allodiale il dominio marchionale74.
Si trattava comunque di una distinzione tra allodi e feudi in gran parte teo-
rica: nella realt in entrambi i casi il governo locale era nelle mani delle fami-
glie aristocratiche e i loro rapporti con i marchesi si strutturavano in forme vas-
sallatico-beneficiarie molto simili. Persisteva per una fondamentale differen-
za nella qualit di tali rapporti e quindi nella loro precariet: nelle aree perife-
riche e feudali la subordinazione vassallatica agli Aleramici veniva attuata e

73. G. Banfo, Compresenze e sovrapposizioni, cit.


74. Cfr. G. Tabacco, Lallodialit del potere, cit.

67
accettata in alternativa a quella di altri poteri eminenti, e soltanto finch questi
non riuscivano a prevalere nuovamente sui marchesi; nelle aree allodiali lo-
maggio ai marchesi sembra invece una condizione indiscutibile e necessaria
per lesercizio della signoria.
In altri termini, si potrebbe concludere che nel Basso Monferrato la distin-
zione tra allodio e feudo, pesantemente sottolineata dallemanazione dei due
diversi diplomi, non dipendesse in realt dalla originaria natura allodiale o be-
neficiaria che limpero riconosceva al possesso aleramico, bens dalla diversa
intensit del dominio marchionale sulle varie localit, pressoch diretto nel
caso degli allodi, mediato, attraverso la subordinazione vassallatica delle fami-
glie signorili locali, nei feudi.
Questo schema interpretativo non pu per essere applicato anche alle aree
esterne al Monferrato: colpisce infatti la quasi totale assenza di feudi a nord del
Po e a sud del Tanaro. Poich non disponiamo di ricerche storico-territoriali si-
stematiche, per queste zone dovremo basarci soprattutto su studi parziali o su
congetture.
In Canavese, tra la Stura di Lanzo e la Dora Baltea, gli Aleramici erano gi
attivi nei primi decenni del secolo XI, quando donarono beni allabbazia di S.
Benigno di Fruttuaria75, fondata proprio in quegli anni in ambiente aristocrati-
co eporediese e subito divenuta un punto di riferimento per quella parte della-
ristocrazia italiana che si era mobilitata e coagulata intorno a re Arduino, il
quale fu poi sepolto nella stessa abbazia76. Tra i numerosi nobili filoarduinici
che dotarono labbazia insieme agli Aleramici figurava anche Ottone
Guglielmo, nipote di re Berengario II, quindi membro della famiglia dei mar-
chesi Anscarici di Ivrea77; in quegli stessi anni, in occasione di una nuova do-
nazione a Fruttuaria 78 , Ottone Guglielmo risulta in possesso di beni in

75. MGH, Diplomata regum et imperatorum Germaniae, III, Henrici II et Arduini diploma-
ta, doc. 305 p. 379, poi ripubblicato, in forma pi completa, in MGH, Diplomata regum et im-
peratorum Germaniae, IV, Conradi II diplomata, doc. 300 bis, p. 423.
76. H.H. Kaminsky, Zur Grndun von Fruttuaria durch den Abt Wilhelm von Dijon, in
Zeitschrift fr Kirchengeschichte, LXXVII (1966), pp. 238-267; N. Bulst, Untersuchungen zu
den Klosterreformen Wilhelms von Dijon (962-1031), Bonn 1973; G. Penco, Il movimento di
Fruttuaria e la riforma gregoriana, in Il monachesimo e la riforma ecclesiastica (1049-1122),
Atti della IV settimana internazionale di studio, Mendola, 23-29 agosto 1968, Milano 1971, pp.
385-395. Un elenco ragionato degli studi su Fruttuaria si trova in A. Lucioni, Note di storiogra-
fia fruttuariense a cento anni dalla pubblicazione di G. Calligaris, in Rivista di storia della
Chiesa in Italia, XLIV/2 (1990), pp. 466-487. Si veda inoltre Guglielmo da Volpiano. La per-
sona e lopera, Atti della giornata di studio, S. Benigno Canavese, 4 Ottobre 2003, a cura di A.
Lucioni, Cantalupa 2005.
77. Su Ottone Guglielmo vedi R. Poupardin, Le royaume de Bourgogne (888-1038), Paris
1907, pp. 123-124 e 220-227.
78. HPM, Chartarum, I, Torino 1836, doc. 249, col. 428; R. Poupardin, Le royaume de
Bourgogne, cit., pp. 428-429. Il documento purtroppo di dubbia antenticit: per il relativo di-
battito storiografico cfr. A.A. Settia, Santa Maria di Vezzolano, cit., pp. 130 e 150.

68
Montanaro, Verolengo e Chivasso, localit che, come abbiamo visto, compari-
ranno poi nei diplomi del 1164.
Lintenso rapporto tra gli Anscarici, re Arduino, labbazia di Fruttuaria e gli
Aleramici trova una perfetta corrispondenza, che non credo casuale, nella collo-
cazione di tutte le localit canavesane del 1164 in unarea sottoposta allin-
fluenza signorile di Fruttuaria79. Credo insomma verosimile che gli allodi del
Canavese fossero in possesso degli Aleramici da lungo tempo, grazie agli stret-
ti legami politici e parentali dei marchesi con le aristocrazie locali, ed forse
possibile che risalissero addirittura alleredit di Gisla, figlia di Berengario II e
seconda moglie di Aleramo. Un costante rapporto tra laristocrazia canavesana
e i marchesi indicato anche dalla contessa Otta, figlia di Tebaldo di Agli e
madre di Rainerio di Monferrato80; nel XIII secolo sono poi attestati stabili le-
gami vassallatici con altre famiglie signorili del Canavese, quali i conti di
Biandrate, i conti di Valperga, i conti di S. Martino, i conti di Cavagli o i domi-
ni di Lanzo e di S. Sebastiano, che tenevano in feudo i beni dei Monferrato81.
Sia gli Aleramici, sia Fruttuaria, sia le famiglie signorili locali avrebbero
dunque stabilmente posseduto quote parti di beni nelle stesse localit. Proprio
perch detenevano semplici quote, spesso minoritarie, i marchesi non avevano
mai attuato una stabile patrimonializzazione del potere signorile: il dominatus
era infatti prevalentemente detenuto dai signori locali, ai quali i marchesi pre-
ferivano infeudare le loro propriet fondiarie, ricevendone in cambio la fedelt
vassallatica ma, a quanto sembra, nessuna giurisdizione eminente.
Potremmo allora supporre che, in assenza di contenuto giurisdizionale, per
le localit del Canavese perdesse completamente di significato la distinzione
giuridica tra allodi e feudi. La cancelleria imperiale avrebbe allora semplice-
mente confermato i beni patrimoniali di Guglielmo, riconoscendone la qualit
allodiale, mentre non avrebbe trovato nessuna situazione a cui applicare la
qualifica feudale, proprio perch il rapporto vassallatico tra il marchese e i si-
gnori canavesani non aveva rilevanti esiti di natura pubblica.

79. Oltre alla bibliografia citata sopra alla n. 76, per una ricostruzione della signoria di
Fruttuaria possono essere utili: A. Dondana, Memorie storiche di Montanaro, Torino 1884; G.
Ponchia, Montanaro nella storia dellabbazia di Fruttuaria e del Piemonte, Montanaro 1971; C.
Anselmo, Le origini di Brandizzo. Dallet tardo antica al basso medioevo, Brandizzo-
Peveragno 1999; Id., Agguati e assedi. Il castello di Volpiano tra Piemonte ed Europa, Torino
2005.
80. Monumenta Aquensia, cit., I, doc. 30, col. 41; cfr. L. Usseglio, I Marchesi di Monferrato,
cit., I, pp. 120 e 144.
81. P. Cancian, La carta di mutuo, cit. Per laristocrazia canavesana, non ancora adeguata-
mente studiata, vedi A. Oreglia, Le famiglie signorili del Canavese nei secoli XII e XIII.
Prosopografia, genealogia, vicende patrimoniali e politiche dei comites et castellani
Canapicii coinvolti nelle vicende della Societas Canapicii, Torino 1990, tesi di laurea,
Universit degli Studi di Torino, Sezione di Medievistica e Paleografia. Per il complesso rappor-
to dei marchesi di Monferrato con i San Sebastiano cfr. G. Banfo, Compresenze e sovrapposi-
zioni, cit., cap. VIII.

69
Fino al XIV secolo avanzato i Monferrato non riuscirono a creare in
Canavese una stabile e omogenea area signorile intorno ai loro beni; faceva ec-
cezione la localit di Chivasso, castello strategicamente importantissimo per
lattraversamento del Po e per il controllo delle vie commerciali padane, che
gi nel XIII secolo divenne la sede principale della corte marchionale, quasi
una capitale dello Stato che si andava allora lentamente formando82.
Per molti versi analoga potrebbe essere la situazione relativa ai territori ol-
tre il Tanaro, tra il Belbo e lo Scrivia. Come abbiamo visto, nella zona pi set-
tentrionale, tra il Belbo, il Tanaro e il Bormida, si estendevano i terreni delle
antiche curtes di Foro e Ronco, in possesso degli Aleramici fin dal X secolo, di
cui il ramo di Monferrato aveva sempre conservato rilevanti quote di pro-
priet83. Poco pi a est, a destra del Bormida e dellOrba, si trovava invece il
complesso delle curtes regie di Gamondio, Orba, Marengo e Novi; secondo
Romeo Pavoni tale estesissimo territorio rimase di propriet fiscale per tutto il
secolo XI e soltanto allinizio del XII secolo i marchesi del Bosco e di
Monferrato riuscirono ad impadronirsene definitivamente84. Bisogna per ri-
cordare che gi allinizio del secolo XI Orba fu teatro delle lotte antimperiali
del marchese Guglielmo I 85 : dunque verosimile che fin da allora gli
Aleramici, in qualit di eredi delle funzioni pubbliche della marca, controllas-
sero in tutto o in parte questi beni, probabilmente in forma comunitaria tra i
vari rami, cos come avveniva per le vicine curtes detenute in allodio86.
Forse proprio il dominio eminente frazionato tra diversi rami aleramici, non
sempre in perfetta armonia, aveva favorito lautonomo sviluppo e potenzia-
mento di altre forme di potere locale, quali i signori di Foro o i comuni di
Gamondio (Castellazzo Bormida) e Marengo, nonch linterferenza di potenti
vicini, quali il vescovo e il comune di Asti. Certo che questa zona alla met
del XII secolo era ormai soggetta allinfluenza politica del comune di Genova,

82. Chivasso cominci a essere sede saltuaria dei marchesi di Monferrato nel corso del XII
secolo: F. Savio, Studi storici sul marchese Guglielmo, cit., doc. VIII, p. 162 (1178) e doc. IX, p.
164 (1182); Cartario del monastero di Rocca delle Donne, a cura di E. Durando, in Cartari mi-
nori, Pinerolo 1908, doc. 12, p. 124 (1181-1182).
83. Vedi sopra n. 46.
84. R. Pavoni, I marchesi del Bosco, cit., pp. 5-7 n. 8 e p. 18 n. 39.
85. Per la contesa tra il marchese Guglielmo e limperatore Enrico II vedi Le carte dellar-
chivio capitolare di Vercelli, I, a cura di A. Arnoldi, G. C. Faccio, F. Gabotto, G. Rocchi,
Pinerolo 1912, docc. XXXIII-XXXVII, pp. 40 sgg.; H. Bloch, Beitrge zur Geschichte, cit.; R.
Merlone, Gli Aleramici, cit., pp. 140 sgg. Su Orba vedi anche G. Pistarino, La corte dOrba dal
Regno Italico al Comune di Alessandria, in Studi medievali, s. 3a, I (1960).
86. Sono numerosi gli indizi di compropriet tra i marchesi di Monferrato e i marchesi del
Bosco. Per Gamondio e Marengo vedi I Libri Iurium della Repubblica di Genova, I/1, a cura di
A. Rovere, Genova 1992, doc. 55, p. 92. Per Novi ivi, doc. 47, p. 77; vedi anche G. Pistarino,
Dal borgo curtense di Novi alla fondazione di Alessandria citt illegale, in Novinostra,
XXXV (1995), pp. 3-10 e R. Bordone, La convenientia tra Novi, Genova e Pavia del 1135 alla
luce dei pi recenti orientamenti di storia comunale. Alcune considerazioni preliminari, in
Novitate, numero unico 1985.

70
che appoggiava la spontanea crescita dei suddetti centri di potere locale e so-
steneva la loro emancipazione dal dominio aleramico e dallo schieramento fi-
loimperiale87.
In questo contesto politico, proprio negli anni intorno al 1164, mentre
Federico Barbarossa confermava i beni di Guglielmo il Vecchio, le realt si-
gnorili e comunali della pianura del Bormida si coagularono fino a dar vita al
nuovo comune di Alessandria, che sarebbe in breve tempo diventato uno dei
pi fieri e pericolosi nemici dellimperatore e del marchese88.
La stessa situazione si pu riscontrare poco pi a sud, tra Bormida e Orba.
Nei primi anni del XII secolo il vecchio ambito signorile dei marchesi di
Sezzadio, in seguito alla probabile crisi dinastica di questo ramo e ad un ancor
poco chiaro dramma famigliare, era caduto in possesso del comune di
Gamondio 89. probabile che sia i marchesi del Bosco, sia i marchesi di
Monferrato si fossero opposti a questo pericoloso potenziamento delle forze
locali sulle terre aleramiche e quindi, forse con lapprovazione imperiale, aves-
sero tentato di sostituirsi ai Sezzadio90. Non sarebbe allora casuale la netta di-
stinzione territoriale tra il dominio dei marchesi di Ponzone, esteso tra
lAppennino e Acqui, e gli allodi in possesso di Guglielmo nel 1164, nessuno
dei quali si trovava a sud della linea ideale che unisce Acqui a Ovada.
Anche in questo caso lazione coordinata tra Genova e i comuni locali si di-
mostr irresistibile: gi nel 1135 i marchesi di Ponzone furono costretti a giura-
re il cittadinatico di Genova e a concedere al comune luso militare dei loro ca-
stelli91, mentre nel 1152 i marchesi del Bosco giurarono fedelt al comune di

87. R. Pavoni, I marchesi del Bosco, cit.; F. Panero, Signori e comunit rurali fra Orba e
Scrivia (secoli XII-XIII), in Terre e castelli dellAlto Monferrato, cit., pp. 59-67.
88. F. Bima, La fondazione di Alessandria secondo una moderna interpretazione, in Popolo
e Stato in Italia, cit., pp. 443-455; F. Opll, Divide et impera. Federico Barbarossa,
Alessandria/Cesarea, Genova e Tortona, in Il Barbarossa e i suoi alleati liguri-piemontesi, Atti
del convegno, Gavi 8 dicembre 1985, a cura di G. Bergaglio, Gavi 1987, pp. 85-97; F. Firpo,
Larea e gli anni della genesi di Alessandria, cit.; G. Pistarino, La doppia fondazione di
Alessandria (1168, 1183), in Rivista di storia, arte e archeologia per le provincie di Alessandria
e Asti, CVI (1997), pp. 5-36. I regesti e le indicazioni bibliografiche delle fonti relative alle ori-
gini alessandrine sono in Documenti alessandrini dalle origini al 1168, a cura di M.G.
Bellocchio, Alessandria 1995.
89. R. Merlone, Nuove forme di potere, cit., pp. 152-158.
90. Gi Iacopo dAcqui, nella sua spesso fantasiosa e imprecisa cronaca, ricorda come lim-
peratore, vedendo la terra dei Sezzadio sine domino, la affidasse ai marchesi di Monferrato:
Iacobi Ab Aquis, Chronicon imaginis mundi, a cura di G. Avogadro, in Historiae Patriae
Monumenta, Scriptores, III, Augustae Taurinorum 1848, col. 1412; cfr. R. Merlone, Nuove for-
me di potere, cit., p. 154. effettivamente possibile che, tra il 1135 e il 1145, gli imperatori
Lotario II o Corrado III avessero concesso in feudo a Guglielmo di Monferrato alcune localit a
sud del Tanaro, prendendo atto di una occupazione gi avvenuta: vedi F. Grf, La fondazione di
Alessandria in relazione colla storia della Lega Lombarda, Alessandria 1888, pp. 37 sgg. e R.
Pavoni, I marchesi del Bosco, cit., p. 18.
91. Id., Ponzone e i suoi marchesi, cit., p. 17.

71
Gamondio92. Dopo il 1168 lex signoria dei Sezzadio ricadde sotto il dominio di
Alessandria e sotto la pesante tutela di Genova, Milano e Pavia, cosicch i beni
di Guglielmo di Monferrato si vennero a trovare in pieno territorio nemico.
Diversamente da quanto avveniva in Canavese, a sud del Tanaro Guglielmo
il Vecchio poteva dunque vantare, oltre alla propriet allodiale dei suoi beni,
anche qualche forma di investitura pubblica, nonch il ricordo della antica
marca di Aleramo; tuttavia, il monopolio politico dei genovesi e la netta ostilit
dei comuni loro alleati gli impedivano di dar vita a efficaci rapporti feudali con
le forze signorili locali. La conferma degli allodi aleramici da parte di Federico
Barbarossa includeva certo implicitamente le rivendicazioni giurisdizionali di
Guglielmo, ma era destinata a rimanere in pratica limitata ai suoi contenuti pa-
trimoniali.

5. Un nuovo spazio politico


In sintesi, la situazione dei domini aleramici poco dopo la met del XII se-
colo, cos come ci stato possibile ricostruirla, dimostra che i diplomi del 1164
comprendevano e accomunavano realt territoriali diverse e scarsamente omo-
genee, mentre in realt era sensibilmente differente la qualit del potere eserci-
tato da Guglielmo il Vecchio allinterno o allesterno del Monferrato pro-
prio.
Non credo si possa individuare una chiaro intento mistificatorio da parte del
marchese, n una passiva condiscendenza da parte dellimperatore: Federico
Barbarossa si limit probabilmente a constatare lo stato di fatto del potere ale-
ramico, confermando puntualmente a Guglielmo ogni allodio e feudo presente
sul territorio; ne furono infatti del tutto escluse le localit stabilmente possedu-
te da altri poteri territoriali, con i quali Federico non voleva evidentemente en-
trare in contrasto.
Come ha giustamente evidenziato Giovanni Tabacco, il Barbarossa sacri-
fic spesso gli interessi delle grandi famiglie aristocratiche perch letteral-
mente dominato dal dinamismo delle citt comunali, con le quali preferiva,
quando possibile, adottare una politica di equilibrio93; nel caso del Monferrato,
strategicamente inserito tra i territori di un gran numero di potenti comuni,
ogni riconoscimento formale di funzioni giurisdizionali si sarebbe certo rivela-
to pericoloso.
Dunque, diversamente a quanto avvenne in altri casi analoghi, nei diplomi
per Guglielmo non vi alcuna presenza di definizioni circoscrizionali, quali
comitatus o marchionatus. Il lungo elenco dei beni marchionali compren-
deva certo, nelle intenzioni del Barbarossa, anche una implicita delega della

92. Id., I marchesi del Bosco, cit., pp. 20 sgg.


93. G. Tabacco, I rapporti tra Federico Barbarossa e laristocrazia, cit., pp. 69 sgg.

72
giurisdizione pubblica, ma non generale, bens luogo per luogo; Guglielmo il
Vecchio, in qualit di potere prevalente della regione, avrebbe poi gestito au-
tonomamente i propri rapporti vassallatico-beneficiari con le forze effettiva-
mente operanti sul territorio. Si andava in questo modo creando una sorta di
piramide feudale, in cui tuttavia la mancanza di una sistematicit dei raccor-
di e una prassi operativa non omogenea impedivano che si verificasse una vera
e propria delega di poteri dal vertice imperiale alla base signorile locale94; era
comunque un sistema efficace per far convergere le eterogenee autonomie si-
gnorili intorno allimpero, tramite un grande vassallo imperiale dotato di un
prestigioso titolo di origine pubblica, del carisma dinastico e della forza mili-
tare necessaria ad esercitare realmente il potere.
Questa sorta di giurisdizione pubblica informale poteva rivelarsi in parte ef-
ficace anche a sud del Tanaro: infatti, lindistinta elencazione degli allodi ale-
ramici tra il Belbo e lo Scrivia sembrava quasi cancellare, semplicemente igno-
randola, la tenace avversione di Asti, Acqui, Alessandria e Genova. I diplomi
del 1164 suggeriscono limmagine di un marchesato che superava per la prima
volta i confini geografici del Monferrato, proiettando la sua ombra sui territori
dei comuni e di altri rami aleramici, come se Federico volesse tacitamente ri-
conoscere a Guglielmo il ruolo di principale erede del suo antecessore in
marchia Aleramo95.
impossibile stabilire fino a che punto Guglielmo il Vecchio fosse co-
sciente delle potenzialit insite nei diplomi del 1164. Certo che per breve
tempo, in quegli stessi anni, egli sembra impegnato, con una intensa azione mi-
litare e giurisdizionale, nella costruzione di un nuovo spazio politico su scala
regionale. Si tratta di unentit politico-territoriale di cui ci sfuggono i precisi
contorni, soprattutto perch si rivel di scarsa efficacia e di effimera durata: il
tentativo suscit infatti immediatamente la cruenta ed efficace opposizione de-
gli altri poteri locali, che costrinsero il marchese a ridimensionare drastica-
mente i propri progetti.
I successivi rovesci militari della fazione filoimperiale e, soprattutto, la po-
litica forzatamente conciliante del Barbarossa nei confronti dei comuni padani
ridussero ulteriormente gli spazi di azione di Guglielmo, fino a condurlo a una
parziale rottura con Federico, poi sanata con qualche difficolt96. La lotta tra i

94. Id., Egemonie sociali, cit., pp. 263 sgg.; Id., Dai re ai signori, cit., pp. 97-101; G. Sergi,
Lo sviluppo signorile e linquadramento feudale, in La storia, cit., II, Il medioevo, 2, pp. 369-
393, a p. 388.
95. Vedi sopra n. 50.
96. Sulle vicende di questo periodo esiste una bibliografia amplissima; per una sintesi, rela-
tiva soprattutto alle vicende monferrine vedi P. Torelli, I patti della liberazione dellarcivescovo
Cristiano di Magonza, Arcincancelliere dellImpero, prigione dei marchesi di Monferrato, in
Miscellanea di Storia italiana, 13 (1909), pp. 5-28; L. Usseglio, I Marchesi di Monferrato,
cit., I, pp. 421-426; D. Hgermann, Beitrge zur Reichslegation Christians von Mainz in Italien,
in Quellen und Forschungen aus italienichen Archiven und Bibliotheken, 49 (1969), pp. 186-
238, alle pp. 218-237; G. Tabacco, I rapporti tra Federico Barbarossa e laristocrazia, cit., pp.

73
marchesi di Monferrato e i grandi comuni piemontesi divenne allora endemica,
con alterne vittorie e sconfitte, mai risolutive o tali da determinare significative
mutazioni territoriali97.
Tuttavia sar proprio da questa articolata stagione di lotte che scatur, attra-
verso molteplici compromessi e aggiustamenti, un marchesato sorprendente-
mente diverso da quello descritto nei diplomi del Barbarossa: infatti, nella car-
ta di mutuo concessa da Federico II nel 1224, il nipote di Guglielmo il
Vecchio, Guglielmo VI appariva in possesso di una cospicua serie di allodi e
feudi, in parte concentrati in Monferrato e in parte dislocati in varie aree del-
lodierno Piemonte98. Il documento ha avuto differenti e contrastanti interpre-
tazioni, ma innegabile che nei sei decenni intercorsi fra la stesura dei due
elenchi i marchesi di Monferrato erano riusciti a legare a s, tramite una accor-
ta politica pattizia e il vincolo vassallatico, un gran numero di famiglie signo-
rili piemontesi, estendendo cos la loro presenza, bench mediata dalle forme
feudali, su aree precedentemente non controllate: tale sicuramente il caso dei
territori tra il Belbo e il Tanaro, tra il Bormida di Spigno e il Bormida di
Millesimo, dellalta valle Tanaro, dellalta valle della Stura di Demonte o della
pianura a sud-ovest di Torino99. Certo non in tutte queste zone gli Aleramici
poterono poi sviluppare un duraturo dominio signorile, ma, laddove ci riusci-
rono, compirono in questo modo il primo passo verso la costruzione di un vero
e proprio principato.
In conclusione, un sereno giudizio storico ci costringe a constatare lenor-
me distanza tra gli ambiziosi progetti di Guglielmo il Vecchio e quanto egli
riusc effettivamente a realizzare. Tuttavia, innegabile che Guglielmo lasci
ai suoi successori una importante eredit politica: una nuova diffusione del
concetto di origine pubblica del potere e una consolidata prassi di oblazioni
feudali che permetteva di coagulare intorno alla famiglia marchionale unam-
pia rete aristocratica; contemporaneamente ne usc rafforzata lidea della su-
bordinazione delle piccole signorie locali a realt territoriali pi ampie, dotate
di una investitura giurisdizionale da parte del regno.
la somma di questi tre elementi a caratterizzare e unificare il principato
aleramico del XIII secolo; nonostante le evidenti difficolt politiche, militari
ed economiche, il marchesato di Monferrato fu infatti costruito intorno alla
preminenza di un signore dotato di un titolo pubblico fortemente carismatico e
in grado di gestire una pluralit di legami vassallatici con gruppi di potere lo-
cali, coordinati in una clientela lentamentemente avviata a trasformarsi in una
stabile aristocrazia funzionariale.

72-73; A.A. Settia, Postquam ipse marchio levavit crucem. Guglielmo V di Monferrato e il
suo ritorno in Palestina (1186), in Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino, XCVIII
(2000), pp. 451-472, alle pp. 453-459.
97. F. Cognasso, Il Piemonte nellet sveva, cit.
98. Vedi sopra n. 6.
99. Per due interpretazioni molto diverse del documento vedi A.A. Settia, Geografia di un
potere in crisi, cit. e G. Banfo, Compresenze e sovrapposizioni, cit., cap. VI, parr. 4 e 5.

74
Un principato difficile: il marchesato di Monferrato
tra comunit soggette e fedelt personali
di Renato Bordone

Un confronto anche sommario fra lordinamento istituzionale del marche-


sato di Monferrato nel medieovo e quello di et moderna non pu non far
emergere la sostanziale differenza delle sue strutture. N si tratta soltanto di un
problema di conservazione di fonti, anche se vero che per i secoli precedenti
manca quel tipo di documentazione sistematica che solo sullo scorcio del me-
dioevo comincia ad apparire, ma riguarda in realt un problema di carattere pi
universale che investe la generale trasformazione delle forme di dominazioni
medievali di tipo signorile in assetti propriamente statuali di respiro regionale
tendenti al governo ordinato di un definito territorio dipendente. In tale proces-
so di consolidamento politico la definizione del territorio riveste infatti impor-
tanza determinante e pu avvenire con maggiore o minore precocit a seconda
della situazione di partenza e dellelaborazione degli strumenti istituzionali atti
a esercitarne il governo.
Anche nella storia del caso-Monferrato sul quale, occorre dire, la storio-
grafia ha finora privilegato piuttosto altri aspetti non mancano indicatori che
mostrano lo sforzo da parte dei marchesi di elaborare, in modo consapevole o
spesso inconsapevole, un modello di governo territoriale, ispirato da sollecita-
zioni provenienti dalla feconda sperimentazione istituzionale dei loro moltepli-
ci interlocutori, dallimperatore alle citt comunali, secondo una gerarchia di
volta in volta mutevole. Fu un processo laborioso che, come avremo modo di
vedere, attravers fasi successive e diverse, legate in parte alla personalit dei
singoli marchesi e in parte al contesto politico circostante, e che cerc di ovvia-
re allo svantaggio iniziale, rispetto agli organismi comunali cittadini, di manca-
re di saldi quadri territoriali preesistenti, ma si tratt di un processo che in defi-
nitiva approd a risultati statali, l dove i comuni avevano ormai perduto il
loro ruolo politico, anche se non riusc mai a colmarne del tutto la differenza.

1. Fra larticolata discendenza delle stirpi marchionali che, a ragione o a


torto, individuavano in Aleramo il loro comune progenitore, un ramo si intitol

75
di Monferrato con sicurezza a partire dal 1141 con il marchese Ranieri, pa-
dre di Guglielmo il Vecchio1. Fondati dubbi e perplessit espresse nei confron-
ti di due passi appartenenti alla documentazione dellXI secolo in cui com-
paiono riferimenti alla circoscrizione impediscono infatti di supporre la preesi-
stenza di un distretto pubblico di tale nome (comitatus o marchia) riferibile al-
lordinamento pubblico postcarolingio2. cio ormai definitivamente acquisi-
to che gli Aleramici costruirono le loro signorie dinastiche senza lasciarsi
troppo determinare dalla configurazione distrettuale precedente3; e non si pu
non concordare con Aldo Settia quando afferma che il marchese Guglielmo il
Vecchio fu il vero artefice dellingrandimento e della riorganizzazione delle
sue terre, grazie soprattutto alla parentela e alla fedelt verso Federico
Barbarossa4. Del tutto sbiadita, infatti, appariva ormai la memoria territoriale
di una marca aleramica che in origine avrebbe forse compreso i comitati di
Savona e di Acqui, ancorch allinterno di questultimo si manifestassero pre-
coci concorrenze, s da far pensare al solo comitato di Savona come a un di-
stretto costiero affidato a un conte con titolo di marchese5. Anche perch nel
XII secolo loriginaria marca savonese se tale era stata si era ormai trasfor-
mata nel nuovo marchesato di Savona, detto poi del Carretto, saldamente in
mano al marchese Enrico Guercio del Vasto al quale nel 1162 il Barbarossa
confermer i beni situati in toto districtu predicte civitatis et marchie6.
Il Monferrato, dunque, non aveva mai costituito un distretto pubblico prima
del XII secolo, ma, secondo un processo diffuso e consueto, il titolo marchio-
nale della dinastia questo s gelosamente conservato e trasmesso si era tra-
sferito allincoerente dominato territoriale da essa costruito su base patrimo-
niale, in modo del tutto analogo (come natura politica se non come dimensio-
ni) a quanto era accaduto a quei numerosi domini loci che al disgregarsi degli
ordinamenti pubblici ne avevano assunto a livello locale le prerogative. Se pure
non era mai esistita una marca di Monferrato n i beni patrimoniali di tale mar-

1. R. Merlone, Gli Aleramici. Una dinastia dalle strutture pubbliche ai nuovi orientamenti
territoriali (secoli IX-XI), Torino 1995, p. 150. In un precedente documento del 1111, in realt,
compare fra i sottoscrittori un Raynerius de Monteferrato marchio, ma per tale espressione
stato opportunamente rilevato come essa indichi piuttosto la provenienza che la signoria
(A.A. Settia, Monferrato. Strutture di un territorio medievale, Torino 1983, p. 72, n. 79).
2. Ivi, pp. 42-45.
3. R. Merlone, Gli Aleramici, cit., p. 253.
4. A.A. Settia, Le famiglie viscontili di Monferrato. Tradizionalismo di titoli e rinnovamen-
to di funzioni nellorganizzazione di un principato territoriale, in Formazione e strutture dei ceti
dominanti nel medioevo: marchesi, conti e visconti nel regno italico (secc. IX-XII), Roma 1988,
p. 61.
5. Id., Nuove marche nellItalia occidentale. Necessit difensive e distrettuazione pubbli-
ca fra IX e X secolo: una rilettura, ne La contessa Adelaide e la societ del secolo XI,
Segusium, 32 (1992), p. 59.
6. L. Provero, Dai marchesi del Vasto ai primi marchesi di Saluzzo. Sviluppi signorili entro
quadri pubblici (secoli XI-XII), Torino 1992, pp. 171-172.

76
chese si collocavano allinterno delloriginaria marca affidata ad Aleramo, i
suoi discedenti erano comunque riusciti a costruire un vasto ed eterogeneo ag-
gregato di territori sottoposti allautorit del marchese. La stessa incertezza di-
strettuale, daltra parte, consentiva a questa nuova creazione la possibilit di
espansione territoriale, sicch diventava parte del marchesato ogni eventuale
incremento patrimoniale del marchese, rimodellandone di volta in volta la geo-
grafia.
Nel corso del XII secolo il massimo artefice di questa operazione fu indub-
biamente Guglielmo il Vecchio, ma si pu pensare che in tale strategia sia sta-
to aiutato dal clima politico generale venutosi a creare con il Barbarossa.
noto infatti che lo Svevo, a differenza dei suoi predecessori a malapena in
grado di amministrare lemergenza cerc di impostare la restaurazione del
regno su base feudale, dichiarando in modo inequivocabile gli ambiti della
funzione regia e il monopolio di quel potere pubblico il cui principio si era an-
dato obnubilando con laffermarsi e il diffondersi di una concezione allodiale7.
Fu certo un adattamento empirico alle situazioni contingenti, anche se il mo-
dello feudale esercit una suggestione profonda nel riordino delle circoscrizio-
ni, ma proprio nei casi in cui le dinastie riconobbero il vincolo feudale, che
contribuiva a legittimare lautorit da loro tradizionalmente esercitata, il qua-
dro territoriale che emerge dai diplomi appare del tutto stravolto rispetto allin-
quadramento distrettuale di et carolingia.
A ci si aggiunga quanto la collaborazione fra i fedeli italiani del
Barbarossa e lalta aristocrazia tedesca abbia contribuito al delinearsi anche al
di qua delle Alpi di un modello di nobilt dellimpero, sia pure non sempre rea-
lizzato e in ogni caso non presso tutte le dinastie discese da funzionari o che
comunque si fregiavano di un titolo originariamente dufficio, ma che certo su-
scit atteggiamenti imitativi in chi deteneva una qualit nobiliare e unautorit
territoriale promanante dallimpero. In Germania la classe dei principi secola-
ri si configurava, proprio in questi anni, come gruppo signorile supremo con
autonomia politica e preciso ed esclusivo vincolo feudale col re; in Italia come
principi dellimpero sono talvolta considerati dai cronisti i marchesi e i con-
ti che seguono il Barbarossa nel corso delle sue spedizioni, anche se in pochis-
simi casi vengono per collettivamente indicati come tali dai diplomi: vi tro-
viamo i marchesi di Monferrato, di Gavi, del Vasto, del Bosco, di Incisa, i
Malaspina, i conti di Biandrate, di Lavagna e i toscani Alberti, Aldobrandeschi
e Guidi8. Pochi di loro per frequentavano abitualmente la corte quando il
Barbarossa risiedeva in Germania come il marchese di Monferrato.
Guglielmo V detto il Vecchio, per di pi, del Barbarossa era zio, per aver
preso in moglie Giulita, sorella del padre di Federico, e aveva partecipato alla

7. R. Bordone, Lamministrazione del regno dItalia, in Bullettino dellIstituto Storico


Italiano per il Medio Evo, 96 (1990), pp. 133-156.
8. Id., Laristocrazia territoriale tra impero e citt, ne Le aristocrazie dai signori rurali al
patriziato, a cura di R. Bordone, Roma-Bari 2004, pp. 27-33.

77
seconda crociata fra i principes seu primiores dItalia. Non c dunque da
stupirsi se il giovane imperatore, in cerca di alleanze militari alla sua prima di-
scesa in Italia, fin dal 1155 si sia ben presto fatto convincere dallo zio a fornir-
gli lappoggio richiesto per punire Chieri e Asti. Appare subito evidente la
reciproca utilit della collaborazione fra un imperatore in cerca di riconosci-
mento nel regno dItalia e unaristocrazia territoriale come quella rappresenta-
ta dal marchese Guglielmo, quasi il solo annotava Ottone di Frisinga9 fra
i baroni italiani che era riuscito a sfuggire la sottomissione ai comuni cittadi-
ni. Anche lannalista genovese Caffaro10, che scriveva negli stessi anni, aveva
acutamente intuito il peso rilevante avuto dalla protezione imperiale nelle for-
tune di Guglielmo, osservando come il marchese antea non fuit tante laudis,
tanteque magnitudinis eo quod dominus Federicus imperator sibi multos hono-
res contulerat et villas, terras et castra ditioni et dominio eius supposuerat.
Che in precedenza il marchese vantasse infatti diritti su Chieri e soprattutto
su Asti organizzato in comune fin dallultimo decennio del secolo preceden-
te non risulta dalle fonti superstiti; secondo Ottone di Frisinga i cittadini non
avrebbero obbedito de exibenda marchioni suo iustitia11, introducendo luso
di un termine (iustitia) che lascerebbe supporre dei diritti giurisdizionali sulla
citt, diritti di norma esercitati invece dal vescovo, come accade di trovare nel
caso dei Torinesi, autorizzati da Enrico V a godere delle proprie libertates sal-
va iustitia episcopi. In realt si ha quasi limpressione che Guglielmo cerchi
di presentare la sua posizione nei confronti di Asti analoga a quella dei cugi-
ni del Carretto verso i Savonesi, dove il tasso di controllo marchionale pi
elevato e i margini di autonomia cittadina vengono contrattati dalla comunit
salva fidelitate eorum marchionum. O come nel rapporto fra i marchesi di
Ponzone e gli Acquesi, dove i cittadini parrebbero direttamente investiti in for-
ma feudale dai loro signori. Nulla di tutto questo per Asti, nonostante i mar-
chesi di Monferrato non rinuncino per tutto il XII secolo ad avanzare pretese,
come appare dalla rivendicazione del 1199 da parte di Bonifacio, figlio e suc-
cessore di Guglielmo il Vecchio, fra le altre terre, della quartam partem civi-
tatis Astensis cum iurisdictione12.

9. Ottonis Ep. Frisingensis et Ragewini Gesta Frederici, I, 14, a cura di F.J. Schmale,
Darmstadt-Berlin 1965, p. 312 (qui pene solus ex Italiae baronibus civitatum effugere potuit
imperium).
10. Annali genovesi di Caffaro e dei suoi continuatori, I, Roma 1890, p. 193.
11. Ottonis, Gesta Frederici, cit., p. 316.
12. Per un sintetico confronto fra la situazione di Savona e quella di Torino si veda R.
Bordone, Prolusione al Convegno Savona nel XII secolo e la formazione del Comune, in Atti e
memorie della Societ savonese di storia patria, n.s., XXX (1994-95). pp. 11-20; per il caso di
Acqui e dei marchesi di Ponzone: Id., Origini e composizione sociale del comune di Acqui, ne Il
tempo di San Guido vescovo e signore di Acqui, a cura di G. Sergi, G. Carit, Acqui 2003, pp.
79-92. Le pretese di Bonifacio relative alla citt di Asti nel 1199 sono contenute in Codex
Astensis qui de Malabayla communiter nuncupatur, IV, a cura di Q. Sella, P. Vayra, Romae
MDCCCLXXX, Atti della reale Accademia dei Lincei, CCLXXIII, s. II, V-VI, doc. 996, pp.
13-14.

78
Il prestigio dellacquisizione di una civitas allinterno del proprio dominio
doveva piuttosto rispondere alle aspirazioni dinastiche di Guglielmo il Vecchio
che, suggestionato dallintraprendenza istituzionale dellillustre nipote, stava
scientemente costruendo lipotesi di un principato territoriale, erede legittimo
di una circoscrizione pubblica: come non interpretare, infatti, se non nel senso
di esplicito richiamo al passato, la sua conferma al monastero di Grazzano nel
1156 si badi: lanno successivo alla prima dieta di Roncaglia di quanto era
stato donato ab Aleramo primaevo antecessore nostro in marchia seu a quoli-
bet alio antecessore nostro de eiusdem Aledrami stirpe descedente13? Settia e
Merlone concordano poi nel ritenere che proprio in questi anni sia stato tra-
scritto in forma imitativa il diploma del 967 ad Aleramo con la significativa ap-
posizione della forma sostantivata Montisferrati anzich quella aggettivale14.
Nonostante gli stretti vincoli di amicizia e di parentela, limperatore tuttavia
non appoggi fino in fondo le pretese dello zio, attenendosi a quel pragmati-
smo politico che nel bene e nel male ne avrebbe caratterizzato il comporta-
mento in Italia: nel 1159, infatti, riconobbe Chieri al vescovo di Torino, con-
fermandone linvestitura feudale al conte di Biandrate, e per quanto riguarda
Asti, scavalcando lo stesso vescovo ed eventualmente il marchese, ne confer il
distretto direttamente ai cittadini, considerandoli suoi sudditi immediati15. In
compenso a Guglielmo, illustrissimo marchioni de Monteferrato, in ricono-
scimento dei preclara merita et magnifica servitia rilasciava nel 1164 dal ca-
stello di Belforte due importanti diplomi di carattare politico-patrimoniale, as-
segnando ex novo una quarantina di castelli nellarea a settentrione di Asti, e
confermandogli tutti gli altri un centinaio che costituivano in quel momen-
to il suo dominato, ora riconosciuto a titolo feudale16.
Era certo un patrimonio imponente, in gran parte di origine allodiale, distri-
buito in maniera incoerente da Valenza allAlessandrino e fino alla collina tori-
nese e al Canavese senza concentrazioni n collegamenti amministrativi, anche
se, due secoli pi tardi, i loci sparsi verranno per comodit articolati e raggrup-
pati in aree indicate come Monferrato propriamente detto (tra Po e Tanaro), ol-
tre Bormida, oltre Tanaro, oltre Po, Canavese. Linsieme dei possessi si confi-
gura come un dominato misto, formato da comunit alle dirette dipendenze del
marchese e da vassalli militari, spesso titolari di signorie a loro volta esercitate
sugli abitanti dei luoghi concessi in feudo da Guglielmo. Si trattava, per altro
verso, di una situazione diffusa a partire dal XII secolo sia nei territori delle di-
nastie nobiliari, sia in quelli su cui si estendeva il controllo dei principali co-

13. Cartario dei monasteri di Grazzano, Vezzolano, Crea e Pontestura, a cura di E. Durando,
in Cartari minori, I, Pinerolo 1908, doc. 10, p. 14.
14. A.A. Settia, Le famiglie viscontili di Monferrato, cit., p. 61, n. 71; R. Merlone, Gli
Aleramici, cit., p. 258.
15. M.G.H., Diplomata regum et imperatorum Germaniae, X, II, Friderici I. Diplomata, a
cura di H. Appelt, Hannoverae 1979, doc. 252, pp. 50-52 (Chieri), 259, pp. 64-65 (Asti).
16. Ivi, doc. 466 e 467, pp. 376-379.

79
muni cittadini, ma era una situazione che nel marchesato sarebbe durata in
modo persistente, pur attraversando graduali modificazioni istituzionali.
Tracce di una clientela feudale che affianca il marchese nelle sue imprese mili-
tari compaiono precocemente e si infittiscono nel corso del lungo conflitto so-
stenuto contro Asti tra lultimo decennio del XII secolo e il primo del XIII, e si
tratta di una clientela articolata a pi livelli, che vanno dai modesti signori di
castelli ai consanguinei dei rami discesi da Bonifacio del Vasto, i marchesi di
Saluzzo e di Busca. I vassalli maggiori appaiono anche come i pi diretti col-
laboratori del marchese, sottoscrivono i trattati e partecipano alla curia mar-
chionis, certo il massimo organo consultivo e di governo del marchesato gi
attivo nella seconda met del XII secolo17.
E proprio allinterno della curia, accanto ai vassalli maggiori, troviamo in
certi casi personaggi accompagnati dallindicazione di visconti del marche-
se, una dizione che starebbe a indicare, secondo Settia18, funzionari nomina-
ti ad hoc di volta in volta per risolvere precisi problemi e che decadevano
non appena assolto il mandato loro affidato. Se fuor di dubbio che tale inca-
rico non poteva certo risalire allet carolingia, ma piuttosto da collegare con
il progetto di configurazione pubblica del dominato da parte di Guglielmo il
Vecchio, la loro presenza denuncia lesistenza di un embrione di burocrazia
marchionale di cui nulla sappiamo che prevedeva incarichi professionali
per funzionari amovibili nominati dal centro, senza ricorso a vincoli feudali,
per lo pi uomini di legge, espressamente ricalcati sul modello dellammini-
strazione regia. E dal centro del potere dipendeva anche, in quello scorcio di
XII secolo, il iudex universe curie marchionis con funzioni di giudice supre-
mo delegate dal marchese, mentre dovevano svolgere anche il compito di giu-
sdicenti locali i castellani inviati a governare le comunit soggette al dominio
diretto marchionale, delle quali ben poco si conosce per quel tempo.

2. Per ottenere una sistematica e articolata fotografia del Monferrato occor-


rer infatti arrivare a Guglielmo VI, nipote del Vecchio e figlio di quel
Bonifacio, condottiero della quarta crociata, troppo impegnato a rincorrere il
sogno di un trono in Oriente per occuparsi in patria del suo marchesato messo
a dura prova dallo scontro con i comuni. Proprio le disastrose conseguenze del
regno aleramico di Tessalonica, ormai senza futuro, nel 1224 costrinsero il
marchese Guglielmo a recarsi a Catania alla corte di Federico II per ottenere
un sostanzioso prestito da impiegare nel suo recupero: a garanzia delle nove-
mila marche dargento erogate dallimperatore, Guglielmo offr in pegno lin-
tera marchia di Monferrato, a questo scopo elencandone in modo dettagliato

17. La curia marchionis citata fin dal 1178, in occasione della pace fra il marchese e
la Lega lombarda (Cartario alessandrino, a cura di F. Gasparolo, III, Pinerolo 1930, doc. 471,
p. 74).
18. A.A. Settia, Le famiglie viscontili di Monferrato, cit., p. 58.

80
tutti i possedimenti che in quel frangente lo componevano19. Ne emerge un do-
minato che stato giudicato da Settia come un debole insieme di poteri di-
sparati e puntiformi distribuiti capricciosamente e senza alcuna contiguit ter-
ritoriale, tenuto insieme soltanto da una fragile rete di rapporti personali, privo
di precisi confini, di un centro di coordinamento stabile e di strutture di gover-
no articolate20. C da chiedersi se, al di l delloggettiva debolezza del per-
sonaggio e del momento attraversato poco meno di ventanni prima il mar-
chese aveva chiuso con una pesante sconfitta il conflitto, lungo e logorante,
con il comune di Asti-, quel tipo di marchesato non avesse da sempre funzio-
nato strutturalmente in quel modo intermittente, e se la potenza passata non
fosse dovuta ai personali successi militari e al prestigio di Guglielmo il
Vecchio.
In termini numerici, il quadro del 1224 presenta centoquarantasei localit e
ottantotto vassalli distribuiti su una vasta area compresa fra la Valle Stura di
Demonte, Castruzzone allo sbocco della Valle dAosta, il Tortonese e Dego, in
provincia di Savona, secondo una geografia che ricalca in gran parte lelenco
dei diplomi di Belmonte, aggiornato da acquisizioni e perdite dei decenni suc-
cessivi21. Dellinsieme dei luoghi solo trentasette per appaiono sotto il diretto
controllo marchionale e vengono infatti definiti allodiali, mentre tutti gli altri
sono tenuti in feudo dai vassalli del marchese; per la verit anche un terzo cir-
ca degli allodi (undici localit) risultano essere in quel momento ipotecati a
persone e a enti, per cui soltanto ventisei di essi costituiscono il suo reale do-
minio (anche se sei sono posseduti solo per la met) e sono per pi della met
collocati nel Monferrato propriamente detto, sulle colline alla destra del Po
come San Salvatore, Vignale, Moncalvo, Grazzano, Pontestura, Odalengo etc-
, mentre gli altri sono al solito sparsi intorno senza collegamenti.
presumibile che tali localit allodiali fossero allora governate da un
rappresentante del marchese, per lo pi definito castellano, ma in alcune si era-
no gi sviluppate anche forme di organizzazione comunitaria subordinata,
come avverr in seguito quasi ovunque. Sappiamo infatti che fin dal 1235 gli
homines di Chivasso erano stati autorizzati dal marchese a commerciare tra
loro liberamente i beni in concessione beneficiaria e che nel 1251 al comune
del luogo vengono riconosciuti statuti propri, ma occorre ricordare che proprio
nel castello di Chivasso i marchesi risiedevano di preferenza e, come risulta da
un atto del 1239, riunivano la corte22. Nelle localit soggette allautorit dei

19. Una recente edizione della fonte stata fornita da P. Cancian, La carta di mutuo di
Guglielmo VI di Monferrato a favore di Federico II. Un contributo paleografico alla toponoma-
stica piemontese, in Bollettino Storico-bibliografico Subalpino, LXXXI (1983), pp. 729-749.
20. A.A. Settia, Geografia di un potere in crisi: il marchesato di Monferrato nel 1224, in
Bollettino Storico-bibliografico Subalpino, LXXXIX (1991), p. 438.
21. Se ne veda il particolareggiato elenco con identificazione dei singoli luoghi e signori, ivi,
pp. 417-439.
22. A. Bozzola, Appunti sulla vita economica, sulle classi sociali e sullordinamento ammi-

81
vassalli pare invece perdurare una dominazione spiccatamente signorile e solo
pi tardi si svilupperanno strutture rappresentative della comunit, subordinata
comunque alle direttive dei signori. Forme di organizzazione centralistica sem-
brano continuare a mancare, al di fuori della curia itinerante, episodicamente
riunita nel castello di Chivasso o nel palacium di Moncalvo, dove continuava-
no a fare sporadiche comparse dei visconti, appunto indicati nel 1245 come
vicecomites de Montecalvo23. Daltronde, per tutta la prima met del secolo
pare perpetuarsi quella debolezza politica, avvertita gi nel 1224, n giov alle
possibilit di ripresa del marchesato lenergica progettualit di riordino delle
strutture pubbliche perseguita da Federico II: limperatore, seppur non man-
casse di rilasciare fin dal 1219 riconoscimenti poco pi che formali al dilecto
consanguineo et fideli suo, nel 1246 non esitava infatti a prefigurare, contro la
guelfa Vercelli, un capitaneato imperiale poi non realizzato che doveva
comprendere una ventina di castelli monferrini situati lungo il corso del Po, da
Chivasso a Verolengo, a Gabiano, Lu e Pontestura, affidandolo a un funziona-
rio pavese24. N va poi dimenticato che gi in precedenza, a detta di Benvenuto
di Sangiorgio, il marchese Guglielmo in seguito al prestito ricevuto aveva con-
segnato i castelli, terre e luoghi pignorati agli offiziali mandati da Federico
II che governarono il marchesato durante la sua tragica spedizione a
Tessalonica25.
Insomma, per trovare davvero i segni di una netta ripresa occorre giungere
al marchesato di Guglielmo VII, un personaggio che pare rinnovare i successi
ottenuti un secolo prima dal suo omonimo predecessore, con la spregiudicatez-
za per dei tempi nuovi: noto infatti che Guglielmo VII seppe crearsi, con
fortunate campagne militari, una vasta seppur effimera signoria sovra-regiona-
le che giunse temporaneamente a controllare fin Milano, oltre Vercelli, Novara,
Tortona, Acqui, Pavia e Como26. Proprio la dimensione extra-monferrina del
personaggio ci impedisce tuttavia di coglierne leffettiva incidenza sullorga-
nizzazione del suo marchesato originario, lasciandoci nel dubbio se di fatto
non ne abbia conservato le rudimentali strutture di ascendenza signorile-feuda-
le, tutto preso comera dalla sua avventura militare, e non si sia limitato che a
pochi interventi che prendevano atto delle trasformazioni gradatamente avve-
nute. Una concessione del 1270 al monastero di Rocca delle Donne autorizza,

nistrativo del Monferrato nei secoli XIV e XV, in Bollettino Storico-bibliografico Subalpino,
XXV (1923), pp. 219-220. Sulla sede della corte a Chivasso nel 1239 si veda la Cronica di
Benvenuto di San Giorgio, Torino 1780, p. 62.
23. A.A. Settia, Le famiglie viscontili di Monferrato, cit., p. 53.
24. Si veda al proposito R. Bordone, La Lombardia a Papia superius nellorganizzazione
territoriale di Federico II, in Societ e Storia, 88 (2000), pp. 201-215.
25. Benvenuto, Cronica, cit., p. 60.
26. A. Bozzola, Un capitano di guerra subalpino: Guglielmo VII di Monferrato (1254-
1292). Per una storia dei Comuni e delle Signorie, in Miscellanea di storia italiana, s. III, XIX
(1920).

82
per esempio, i dipendenti delle monache di sottrarsi a ogni tipo di servizio ri-
chiesto da parte alicuius comunis loci vel ville castellani vel alterius persone
de terra nostra, denunciando la presenza ormai diffusa di comuni e la conti-
nuit dellofficio dei castellani marchionali: comuni come quello di Camino,
di cui nel 1257 comparivano i consules, e castellani ai quali nello stesso anno
1270 il marchese si rivolgeva e che erano allora collocati nei castelli di
Moncalvo, di Pontestura, di Mombello e di Camino27. Una novit amministra-
tiva sembra invece costituita dalla comparsa di un vicario generale, che ha pro-
babilmente sostituito il iudex universe curie marchionis, al quale il marche-
se Guglielmo VII si rivolge nel 1287 affinch intervenga nei confronti di illi
di Cantavenna e di Gabiano che turbavano i possessi del monastero di Rocca
delle Donne28. La scelta terminologica, in questo caso, risente di analoghi
esempi che si erano andati modellando sotto la suggestione del riordino ammi-
nistrativo risalente a Federico II29.

3. Il primo vero salto di qualit nellorganizzazione del governo sembra


tuttavia avvenire solo al principio del Trecento in seguito allestinzione della
dinastia aleramica e alle complesse vicende attraversate in quel frangente dal
Monferrato. Alla prematura scomparsa senza discendenza di Giovanni, figlio
di Guglielmo VII, nel 1305, la reggenza fu assunta dal comune di Pavia, dal
marchese Manfredo IV di Saluzzo e dal conte di Lomello Filippone di
Langosco, secondo la volont espressa nel testamento di affidare totam ter-
ram suam et marchionatum in loro custodia protectione deffensione et gu-
bernatione30. Senonch il marchese di Saluzzo compariva anche fra i possibi-
li eredi, se fosse venuta meno la discendenza delle sorelle di Giovanni, a parti-
re da Iolanda, sposata allimperatore di Bisanzio; in forza di tale designazione,
Manfredo impugn il testamento, avanzando le sue pretese sul marchesato. Ma
nel frattempo Iolanda aveva accettato la successione e da Costantinopoli invia-
va in Italia il figlio Teodoro Paleologo per assumere in vece sua il governo del
marchesato. La venuta di Teodoro rispondeva a una precisa richiesta recata a
Costantinopoli dagli ambasciatori inviati dai gubernatores, ma ci che conta
qui sottolineare che la decisione in proposito era stata presa in seguito alla
consultazione del generale parlamentum vassallorum, hominum et comu-
nium locorum terre et marchionatus Montisferrati solennemente convocato a
Trino dal marchese di Saluzzo in qualit di reggente31.

27. Cartario del monastero di Rocca delle Donne, a cura di E. Durando, in Cartari minori,
cit., doc. 60, p. 181 (anno 1270, concessione alle monache); doc. 58, p. 180 (anno 1257, conso-
li di Camino); Le carte del monastero di Rocca delle Donne, a cura di F. Loddo, Torino 1929,
doc. 181, p.215 (anno1270, castellani).
28. Cartario del monastero di Rocca delle Donne, cit., doc. 68-69, pp. 1919-192
29. Sui vicariati generali federiciani: R. Bordone, La Lombardia, cit., pp. 213-215.
30. Regesto dei marchesi di Saluzzo, a cura di A. Tallone, Pinerolo 1906, doc. 729, p. 191.
31. A. Bozzola, Premessa a Parlamenti del Monferrato, Roma 1926, pp. XVI-XX.

83
la prima volta che unassemblea di questo genere compare in Monferrato,
sul modello di quanto gi avveniva nei principati limitrofi, e costituisce senza
dubbio una tappa importante nella definizione istituzionale del marchesato in
quanto riunisce insieme in funzione consultiva sia i tradizionali vassalli del
marchese sia la componente popolare articolata per collettivit comunali.
Giustamente gi Annibale Bozzola sottolineava come il nuovo istituto espri-
messe la pi matura coscienza del marchesato e attuasse in qualche modo
la collaborazione dei principali ceti sociali, e in questo senso non si pu con-
siderare come sviluppo e continuazione della originaria curia marchionis
che accoglieva soltanto i pi stretti consiglieri prescelti fra i vassalli32. Tanto
pi che il consiglio personale o aulico che riuniva proceres et consiliarii
curie continua la sua autonoma esistenza e non si fonde con il parlamento. Il
riconoscimento di poteri consultivi ai comuni frutto certo dello sviluppo po-
litico della componente non feudale, ora in grado di contrattare le proprie con-
dizioni col marchese, come gi era accaduto per i comuni di Chivasso e di
Gassino che proprio nel 1305, poco tempo prima della convocazione generale
del parlamento, avevano ottenuto dal reggente privilegi in materia finanziaria e
giudiziaria33. Ma quel primissimo parlamento, osserva ancora il Bozzola, na-
sceva da unoccasione straordinaria e soltanto con il riconosciuto governo di
Teodoro Paleologo il sistema sarebbe andato a regime con la regolare convoca-
zione dei parlamenti del 1319 e del 1320, assumendo prerogative deliberanti
soprattutto in materia di ripartizioni dei tributi che ancora nel 1307 erano state
oggetto di imposizione da parte del marchese, consilio procerum et vassallo-
rum34.
Da queste prime assemblee generali si va delineando progressivamente e
con significative oscillazioni semantiche la natura sociale e giuridica dei due
ordini in cui si articola la sudditanza del marchese: nel 1305 si sottoscrivono
da una parte i nomina vassallorum, dallaltra i nomina syndicorum et am-
baxiatorum comunium et locorum terre et marchionatus, nel 1319 e nel 1320
i nomina vassallorum et nobilium e di contro quelli dei populariorum, nel
1388 indicato come generale parlamentum fidelium vassallarum civium et
burgensium ac popularium nostrorum, successivamente si parla di consortilia
(o consortitus) e di comunitates, individuando con chiarezza le componenti
rappresentative con le quali il principe deve governare e fare i conti35.
Sono forze politiche ben pi inserite nello stato di quanto non fossero gli
ondivaghi vassalli dellet precedente o le popolazioni soggette con scarso li-
vello di organizzazione; nel proprio ambito e per il proprio ruolo hanno matu-
rato livelli di autoconsapevolezza, sono in grado di contrattare anche la loro fe-
delt in funzione degli esiti che si attendono da chi le governa. Come accadde

32. Ivi, p. XXV.


33. Regesto dei marchesi di Saluzzo, cit., doc. 160, pp. 532-536.
34. A. Bozzola, Premessa, cit., p. XVIII.
35. Parlamenti del Monferrato, cit., pp. 5, 9, 14-15, 38.

84
nel 1379, quando in seguito alla morte del marchese Secondotto, tristemente
famoso per il suo malgoverno nel castello di Moncalvo venne convocato un
parlamento dal gubernator et curator, il duca di Brunswick, per far prestare
giuramento di fedelt al nuovo marchese Giovanni III; in tale sessione proprio
il rappresentante del comune di Moncalvo propose che si dovesse prestare fe-
delt solo alla condizione che, se anche il nuovo marchese avesse minacciato i
sudditi nelle persone e negli averi, lobbligo sarebbe immediatamente decadu-
to, in quanto degno e giusto che per effetto del loro giuramento i sudditi ot-
tengano dal principe garanzie circa bonam protectionem, custodiam et defen-
sionem personarum rerum et iurium suorum e che questi non li opprima
contra debitum iustitie36. La proposta fu deliberata, condizionando il giura-
mento a un periodo di prova, cio fino al compimento dei venticinque anni del
marchese, e nella stessa sessione fu invece ricusata la cessione di Chivasso al
conte di Savoia il quanto il comune di quel luogo non vi acconsent.
Listanza legalitaria presentata dai comuni, la possibilit di dissentire da de-
cisioni politiche del vertice, la contrattazione in una parola delle regole di
governo da parte dei governati stanno certo a dimostrare il livello di partecipa-
zione raggiunto nel Trecento da parte di quei ceti popolari che per la loro
storia precedente non avevano avuto esperienze, se non indirettamente, del-
lautogoverno che aveva invece caratterizzato il vivace mondo dei comuni cit-
tadini. Un mondo a quel tempo certamente tramontato nelle manifestazioni di
piena autonomia, ma ancora in grado di imporre condizioni ai suoi nuovi si-
gnori, come quello stesso anno accadeva nella dedizione di Asti a Gian
Galeazzo Visconti patteggiata col riconoscimento da parte del principe della
gelosa conservazione di omnia statuta, consuetudines que sunt et in futurum
erunt pro bono et utili comunis et populi civitatis Ast37.
Anche il bonum e lutile del Monferrato erano perseguiti dallattivit con-
giunta del parlamento e del consilium del marchese nella difficoltosa creazione
di uno stato in fondo anomalo nel panorama lombardo-piemontese, dominato
dallorganizzazione territoriale dei comuni cittadini, e che stava faticosamente
recuperando concezione e strutture di quellimitabile modello, pur senza ri-
nunciare al sottofondo feudale del suo passato. Con mille difficolt, inevitabil-
mente, dovute alle turbolenze politiche regionali, allintrinseca debolezza eco-
nomica di un principato senza risorse commerciali, ma fondato sugli scarsi
redditi agrari soggetti al contemporaneo prelievo da parte dei feudatari nei luo-
ghi la maggioranza in cui continuavano tradizionalmente a esercitare pote-
ri signorili.
Non mancavano per centri dove pi sviluppata appare la dinamica sociale,
come a Rosignano, in origine possedimento di un consorzio nobiliare ma dove

36. Ivi, p. 23.


37. Si veda al proposito R. Bordone, Gli statuti di Asti fra sopravvivenza comunale e sotto-
missione principesca, in Signori, regimi signorili e statuti nel tardo Medioevo, a cura di R.
Dondarini, G.M. Varanini, M. Venticelli, Bologna 2004, pp. 75-82.

85
si afferma una vera societas populi, simile a quelle dei comuni cittadini, che
persegue una politica di equiparazione fiscale dei nobili che risiedono nel luo-
go e nel 1322 ne ottiene lapprovazione da parte del marchese che nel 1335 tor-
ner a intervenire per procedere giudiziariamente contro gli inadempienti38.
Teodoro Paleologo infatti appare molto attento nel perseguire il bonum e
lutile del Monferrato cercando di conferire omogeneit al principato con il
perfezionamento degli strumenti di governo giudiziari e fiscali. Fin dai primi
anni del suo regno cerc infatti di raccogliere e di sistemare le eterogenee nor-
me di diritto penale, frutto di interventi contingenti, facendo comporre dai giu-
reconsulti della sua curia un Liber nel quale sappiamo che gi nel 1308 furono
inseriti alcuni statuti de bannitis e de offendentibus, pubblicati nel parla-
mento tenuto a Chivasso39, secondo un orientamento poi seguito anche dai suoi
successori che sempre si riservarono lalta giustizia (banna contilia) e la fa-
colt di rispondere allappello da sentenze emanate anche dai tribunali dei feu-
datari. In maniera analoga, si and affermando in quegli anni, separandosi dal-
le competenze generiche della curia, una Camera o fisco, attestata nel 1335,
supremo organo di amministrazione finanziaria, in seguito diretto da un
Magister intratarum40.
Un riordino organico dellamministrazione centrale rispondeva certo a une-
sigenza imprescindibile, allindomani della guerra civile con lo zio che aveva
pregiudicato la solidariet e lintegrit del marchesato, ma la storiografia non ha
forse attribuito il giusto valore anche alla componente pi ideologicamente di
cultura politica del giovane principe bizantino che, durante una permanenza a
Costantinopoli dal 1317 al 1319, compil un trattato di Insegnamenti rivolti a
quel signore naturale che, a differenza del tiranno, avesse a cuore il buon go-
verno dei suoi sudditi41. Si tratta di unopera che, sia pure rifacendosi al De re-
gimine principum di Egidio Romano, non manca di denunciare un interesse
personale al problema e che sarebbe opportuno confrontare con il complessivo
operato di governo di Teodoro, come stato in parte fatto da Settia in relazione
agli obblighi militari imposti dal marchese e ampiamente disattesi dai sudditi42.
Lo sforzo riorganizzativo coinvolge in modo indiretto anche la definizione
territoriale del principato nel momento in cui al parlamento sono convocati do-
mini singoli, domini et homines (cio comuni signorili) e communia et homines
(cio comuni marchionali, o allodiali), provenienti da ciascuna localit del
marchesato, la cui somma ammonta complessivamente a circa centotrenta luo-
ghi, raggruppati per comodit secondo la loro distribuzione geografica come

38. A. Bozzola, Appunti sulla vita economica, cit., pp. 222-223.


39. Ivi, p. 247.
40. Ivi, p. 233.
41. C. Knowles, Les Enseignements de Thodore Palologue, London 1983.
42. A.A. Settia, Sont inobediens et refusent servir: il principe e lesercito nel Monferrato
dellet avignonese, in Piemonte medievale, forme del potere e della societ. Studi per Giovanni
Tabacco, Torino 1985, pp. 85-121.

86
si detto in precedenza , senza che tuttavia compaiano mai sotto-circoscri-
zioni amministrative affidata a un funzionario specifico, come accadeva invece
presso altre entit statali43. Vassalli e comuni costituiscono nel Trecento terra
et marchionatus Montisferrati, dove nel primo termine possibile scorgere la
dimensione territoriale e nel secondo quella politica; alla fine del secolo pre-
varr, secondo un uso diffuso anche altrove, il termine patria44, ma in en-
trambi i casi il Monferrato si presenta ancora come un complesso eterogeneo
senza raggruppamenti gerarchici n articolazione amministrativa al suo interno
e dunque senza una burocrazia intermedia fra centro e periferia preposta alla
distrettuazione sovralocale.

4. Tale limite amministrativo non sembra essere superato neppure in segui-


to, tanto meno nella prima met del Quattrocento, complice anche la disastro-
sa situazione attraversata allora dal marchesato, quasi stritolato dalle opposte e
vigorose ambizioni dei ducati di Savoia e di Milano che al tempo del marche-
se Giangiacomo portarono addirittura alloccupazione sabauda del
Monferrato, affidato da Amedeo VIII a un ducalis Montisferrati capitaneus
generalis, Ottonino di Lavigny, con competenze pressoch plenipotenziarie
sul territorio del marchese45. Ci non toglie, tuttavia, che, in parallelo, la natu-
ra del governo marchionale andasse ormai evolvendosi verso un sempre mag-
giore accentramento delle prerogative del principe, secondo un modello di cui
i Visconti fornivano un eloquente esempio, a scapito di quella pi larga parte-
cipazione, di natura in prevalenza pattizia, che aveva caratterizzato il rapporto
con i governati nel secolo precedente, come attestano loperato del parlamento
e la frequente concessione di franchigie alle comunit.
Laccentramento principesco comport anche la scelta di Casale, pervenuta
ai marchesi alla met del Trecento, come residenza stabile della corte a partire
dal terzo decennio del Quattrocento, dopo secoli di itineranza fra i castelli pi
cospicui del marchesato, da Moncalvo a Chivasso. Ma fu soprattutto con lav-
vento al governo di Guglielmo VIII Paleologo nel 1464 che il luogo fu sotto-
posto a radicali interventi urbanistici e di fortificazione, tali da giustificare un
decennio pi tardi la creazione di un vescovato che consent a Casale di ascen-
dere al rango di citt46. E di citt capitale, sede degli organi di governo, fra cui

43. Si vedano al proposito le considerazioni di G. Chittolini, Organizzazione e distretti ur-


bani nellItalia del tardo medioevo, saggio introduttivo a Lorganizzazione del territorio in
Italia e Germania: secoli XIII e XIV, a cura di G. Chittolini, D. Willoweit, Bologna 1994, pp. 7-
26, in particolare pp. 11-12.
44. Pro certis causis respicientibus statum et conservationem patrie viene convocato a
Moncalvo un parlamento il 4 gennaio 1397 (Parlamenti del Monferrato, cit., p. 44); anche nel-
ladiacente contea di Asti viene usato il termine patria per indicare lo stato territoriale (se ne
veda per esempio luso in Secundini Venturae Memoriale, a cura di C. Combetti, in Historia pa-
triae Monumenta, Scriptores, III, Torino 1848, col. 821).
45. Bozzola, Premessa a Parlamenti, cit., pp. XXVI-XXVIII.
46. Sullascesa di Casale al ruolo di citt si veda A.A. Settia, Da pieve a cattedrale: la pro-

87
il Senato che era insieme il supremo tribunale dello stato e la corte dappel-
lo, avendo assunto le competenze del vicario generale, ufficio soppresso da
Guglielmo VIII. Allo stesso marchese si deve anche un gran passo avanti
scrive il Bozzola47 verso lunificazione del diritto con il decreto del 1473 che
estendeva a tutto il territorio del Monferrato le leggi e i decreti dei marchesi e
prevedeva lintervento procedurale dei giusdicenti marchionali, abrogando tut-
te le consuetudini e le franchigie locali, giudicate ormai come abusi. evi-
dente la netta trasformazione rispetto al passato medievale e il deciso orien-
tamento verso una configurazione che si allinea con gli esiti moderni degli
altri stati regionali o territoriali48: in una prospettiva di questo genere, anche
il destino dei parlamenti appare inevitabilmente segnato. E infatti lultimo di
cui si sia conservata memoria risale al 1502 e fu convocato per deliberare sulle
richieste di alloggiamento dellle milizie di Luigi XII in transito per il
Monferrato49. Dopo di allora anche lamministrazione finanziaria fu centraliz-
zata, abolendo il ricorso alla consultazione di unassemblea che faceva valere i
propri diritti consuetudinari e che, come si visto, contrattava la ripartizione
fiscale sulla base delle franchigie che ciascuna comunit aveva ottenuto dal
principe.
Con la scomparsa dellultimo retaggio istituzionale del passato, il marche-
sato, nato come dominato signorile e mutatosi in principato regionale, si av-
viava alla sua terza e definitiva trasformazione: pur conservando ancora una
struttura territoriale medievale, diventava stato moderno.

mozione di Casale a citt, in Id., Chiese, strade e fortezze nellItalia medievale, Roma 1991,
pp. 349-389.
47. A. Bozzola, Appunti sulla vita economica, cit., p. 257.
48. Se ne vedano le caratteristiche nella recente sintesi di I. Lazzarini, LItalia degli stati ter-
ritoriali. Secoli XIII-XV, Roma-Bari 2003.
49. Parlamenti del Monferrato, cit., p. 122.

88
Strade e territori ai confini del Monferrato
nella prima et moderna
di Marco Battistoni e Sandro Lombardini

1. Introduzione*
Questo lavoro prende in esame un contenzioso che si svolse nellultimo
quarto del secolo XVI. Esso interess soprattutto tre governi che dipendevano,
in diversi modi, dallautorit imperiale: il ducato di Monferrato, il contado di
Cocconato e, in un secondo tempo, il ducato di Savoia. Nel corso del lavoro
cercheremo innanzituttto di restituire una descrizione del contenzioso attraver-
so i documenti giuridici e diplomatici che ne scaturirono. Osserveremo, in par-
ticolare, come questi vertessero in gran parte sulle vie di transito, sulle strade,
che percorrevano, intersecavano, o costeggiavano il contado di Cocconato: una
formazione territoriale minore (oggi ripartita tra le province piemontesi di Asti
e Torino), che apparteneva, allepoca, ai conti Radicati, signori di diverse pic-
cole comunit e dei loro uomini, o sudditi1.
La singola principale raccolta documentaria che abbiamo avuto a disposi-
zione si trova nel fondo Monferrato, Confini per A e B dellArchivio di Stato di

* Gli autori ringraziano il dottor Maurizio Cassetti per i consigli ricevuti, in particolare ri-
guardanti la consultazione delle collezioni dellArchivio di Stato di Asti. La stesura del testo di
Marco Battistoni per i paragrafi 1 e 2, di Sandro Lombardini per i paragrafi 3-5.
1. Altre questioni territoriali, in parte contemporanee, vertenti tra il Monferrato e il Contado
di Cocconato opposero i feudi e le comunit monferrine di Montiglio e Murisengo a quelli di
Cocconato e Robella (Contado). Anche in questi casi, il controllo delle strade costitu uno degli
oggetti principali delle contese, in particolare, per quanto riguardava un tratto della importante
direttrice Chieri-Casale: cfr. ASTO, Paesi, Monferrato, CAB, M, n. 11, 1257 a 1665, Volume di
scritture sopra le diferenze territoriali tra Montiglio, e Robella, e Cocconato spezialmente sulla
contrada di Rosengana tral primo e lultimo di detti luoghi, e sulla contrada della Mestiola tra
l secondo e lultimo; ivi, Camerale, Camera dei conti, art. 773, vol. 1, nn. 27, 28 e 29, Sentenza
proferta nella causa delli nobili di Montiglio contro quelli di Cocconato per fatto di confini (a.
1511); ASAT, Archivio Cocconito di Montiglio, m. 24 (v.s. 17), nn. 1368-1386, Serie di atti ri-
guadanti i confini di Montiglio con Robella, Murisengo, Cunico, Cocconato, Piov, Corteranzo
(aa. 1452-1736).

89
Torino2. Sebbene la tipologia dei documenti e delle procedure che li produsse-
ro ricorra frequentemente nelle dispute di antico regime in materia di confini,
proprio la classificazione archivistica del nostro materiale pu rischiare di
sviare lattenzione dalla logica peculiare della contesa, che riguard soprattut-
to lattribuzione di diritti sulle strade, pi che non una piena giurisdizione su
territori delimitati da confini. Un rischio di anacronismo dunque insito nei
criteri con i quali la documentazione storica ci stata tramandata, perch a
essa sono state applicate, in et successiva, classificazioni archivistiche estem-
poranee rispetto alle istituzioni e alle procedure che produssero i documenti.
Il problema della classificazione dei documenti disponibili si ripresenta, sia
pure con modalit diverse, nel caso della cosiddetta strada franca di
Felizzano: un controverso privilegio di libero passaggio esente cio dal pre-
lievo daziario per le merci in transito tra Basso e Alto Monferrato: tra le ter-
re, cio cosiddette a nord del fiume Tanaro e quelle giacenti a sud dello stes-
so fiume. Il transito aveva la caratteristica di attraversare il territorio alessan-
drino, allora appartenente allo Stato di Milano. Ora, molti atti relativi alla stra-
da franca, in parte coevi al contenzioso che tratteremo pi direttamente, sono
conservati nel fondo Monferrato, Materie economiche ed altre dello stesso
Archivio di Stato di Torino3. Ma se il riordino tardo settecentesco del materia-
le proveniente dagli archivi mantovani annover, come abbiamo accennato, la
prima disputa tra le materie tipicamente giurisdizionali e territoriali in quanto
contenzioso sui confini, la disputa intorno alla strada franca fu invece intesa
dagli archivisti settecenteschi come essenzialmente non giurisdizionale e non
territoriale, bens di natura fiscale in quanto riguardante lesenzione da un da-
zio.

2. ASTO, Paesi, Monferrato, CAB, P, n. 6, 1240-1673. Documenti e lettere risguardanti le


pendenze territoriali che vi furono tralli duchi di Monferrato e li signori di Passerano quande-
rano feudatari dellImpero e lacquisto che de loro feudi fu offerto dal duca Carlo Emanuele I
[dora in poi ASTO P 6]. Come numerose unit archivistiche della stessa serie, anche questa
comprende documentazione di natura cartografica, che indichiamo qui seguendo la recente
schedatura archivistica: 005910, Territorio di Astesana e Cocconato (cm. 42,5 x 30,5), c. 219;
005911, Territori di Albugnano e Cocconato (cm. 42 x 30,5), c. 223; 005919, Confini tra
Monferrato, Astigiano e contado di Cocconato (cm. 57 x 42,5), c. 336; altro tipo colorito delle
sudette terre [titolo indicato nellindice originale dellunit], non schedato, c. 377.
3. ASTO, Corte, Paesi, Monferrato, Materie Economiche ed altre, m. 6, Confini, n. 4,
Informazioni, Relazioni, Lettere, e Memorie delle Controverzie Territoriali tra il Monferrato, e
lo Stato di Milano (1573-1694); ivi, mm. 16.1-16.2, 1343 in 1706. Scritture riguardanti la stra-
da franca che dal Monferrato tende al Genovesato e le varie quistioni eccitatesi col governo di
Milano; ivi, Paesi di nuovo acquisto, Alessandrino, m. 10, Felizzano. Sulla storia della strada
franca di Felizzano cfr. B. A. Raviola, Da un Monferrato allaltro: uno snodo commerciale
nel Piemonte orientale della prima et moderna, in Strade, giurisdizioni, confini nellItalia
nord-occidentale, a cura di M. Cavallera, in corso di stampa, e G. Giorcelli, Documenti storici
del Monferrato. La strada franca di Felizzano fra lAlto ed il Basso Monferrato, in Rivista di
Storia Arte e Archeologia per la provincia di Alessandria, XXVIII (1919), fasc. IX, pp. 37-40.

90
Con il passare del tempo, lacquisizione del ducato di Monferrato e del-
lAlessandrino da parte dei Savoia (sanzionata dalla pace di Utrecht) attenu e
spogli di attualit la distinzione tra alcune, o molte, di queste tematiche. Nel
caso della strada franca si oscur quello che pure intravvediamo come un tema
centrale della politica monferrina della prima et moderna: la rivendicazione di
diritti di quasi possesso riguardanti innanzitutto le strade4. Rivendicazioni di
quasi possesso erano invocate anche da altri governi, segnatamente da quello
sabaudo, soprattutto nel rivendicare la giurisdizione delle proprie magistrature
su nuovi territori a mano mano assorbiti5. Per il Monferrato, invece, il problema
essenziale appariva quello di poter esercitare un controllo efficace delle comu-
nicazioni vuoi ai fini di collegare la propria compagine statale territorialmente
stabile, ma discontinua, divisa appunto tra Basso e Alto Monferrato, vuoi per
potervi imporre una fiscalit di tipo indiretto.
Nel commentare gli eventi, cercheremo di mettere in evidenza le caratteri-
stiche delle strade cos come emergono dalle fonti tardo cinquecentesche, una
volta svincolate, per quanto possibile, dalle classificazioni sovrapposte in et
successiva. noto come le strade dellepoca che prendiamo in esame seguisse-
ro tracciati necessariamente variabili, quando non effimeri6. Con unaccezione
diffusa, il termine stesso di strada designa nelle nostre fonti una pratica, arti-
colata lungo pi tracciati o percorsi, piuttosto che non uninfrastruttura. La

4. Sulla categoria giuridica del quasi possesso nel diritto comune cfr. L. Capogrossi
Colognesi, Appunti sulla quasi possessio iuris nellopera dei giuristi medievali, in Bullettino
dellIstituto di diritto romano, s. 3, 19 (1977), pp. 99-127 e P. Grossi, Dominia e servitutes
(Invenzioni sistematiche del diritto comune in tema di servit), in Il dominio e le cose.
Percezioni medievali e moderne dei diritti reali, Milano 1992, pp. 57-122. Per semplificare, si
pu dire che essa, risentendo di una tendenza sviluppata soprattutto in ambito canonistico, per-
metteva di diminuire la distanza fra diritti personali e reali, con conseguenze giuridiche rilevan-
ti, particolarmente in sede rivendicativa.
5. Per esempio le prerogative di giurisdizione e di quasi possesso sui feudi ecclesiastici
compresi nel corpo del contado di Asti sulla base del vicariato imperiale ottenuto nel 1562
con diploma dellimperatore Ferdinando I; cfr. ASTO, Corte, Paesi, Provincia di Asti, Feudi del-
la Chiesa dAsti, mm. 25, nn. 1, 5 e passim; 27, n. 6 e passim.
6. Nel Medioevo si constata una certa permanenza degli itinerari ma una grande mobilit
dei tracciati (G. Livet, Strade e poteri politici nei Pays dentre deux: il modello lorenese
(secc. XV-XVII), in Quaderni Storici, n. 64, a. XXII, fasc. 1, aprile 1987, pp. 81-110, p. 83).
Questa caratteristica delle strade in epoca medievale ha contribuito a ispirare il concetto di area
di strada, proposto da G. Sergi nel suo Potere e territorio lungo la strada di Francia. Da
Chambry a Torino fra X e XIII secolo, Napoli 1981 (cfr. anche, a cura dello stesso autore,
Luoghi di strada nel medioevo: fra il Po, il mare e le Alpi occidentali, Torino 1996). Sul suo per-
durare nella prima et moderna, insistono, tra gli altri, A. Giannetti, La strada dalla citt al ter-
ritorio: lorganizzazione spaziale del regno di Napoli nel Cinquecento, in Insediamenti e terri-
torio (Storia dItalia, Annali, VIII), a cura di C. De Seta, Torino 1985, pp. 243-285, in particola-
re pp. 250-251, e M.L. Sturani, Inerzie e flessibilit: organizzazione ed evoluzione della rete via-
ria sabauda nei territori di qua dai monti (1563-1796). I presupposti strutturali (sec. XVI-
XVIII), in Bollettino Storico-bibliografico Subalpino, LXXXVIII (1990), II sem., pp. 455-
512, in particolare pp. 474-476.

91
strada era infatti vista come un uso che si continua quando le condizioni lo
consentono, e si disperde in circostanze avverse. Le condizioni politiche
contavano almeno altrettanto quanto le condizioni materiali della sicurezza e
della libert dei transiti. La stessa percorribilit di una strada risultava di fatto
sospesa, quando, a causa della guerra o del passaggio di truppe, non si poteva
andar in volta con bestie per il dubbio de soldati7. Una testimonianza pro-
dotta in sede giudiziaria nel contenzioso che prendiamo in esame spiegava, per
esempio, a proposito del tracciato di strada cosiddetta del Culo Stretto, o,
pi pudicamente, di Gola Stretta, che la strada stessa:
avanti le guerre [era] continuata per quello se n inteso ma per le guerre poi si disperse che
per essere tra boschi, a causa de ladri et soldati passavano i viandanti pi su o pi gi se-
guita la pace s cominciata continuare como di prima8.

Al centro del nostro commento porremo il piccolo contado di Cocconato,


che fu non solo uno dei protagonisti politici della disputa, ma anche il suo ful-
cro stradale e territoriale. Daremo risalto ad alcuni elementi noti della sua sto-
ria, ma con unenfasi che si discosta in parte dalla storiografia esistente.
Anzich ravvisare nel contado dellepoca uno staterello9, cercheremo di por-
re laccento su quegli aspetti della sua organizzazione politica che pi risentiva-
no di un dominio di tipo signorile e che maggiormente lo differenziavano dai
due stati regionali in via di formazione a esso limitrofi: il Ducato di Monferrato
e quello di Savoia. In particolare, cercheremo di sostenere, o almeno di ricorda-
re e ribadire, che il controllo delle strade (tra cui quella di Gola Stretta), non
solo costitu una delle prerogative storicamente fondanti del contado, ma fu an-
che una delle principali risorse alla base della sua vitalit economica e politica
nellepoca da noi presa in esame.
Presteremo particolare attenzione alla congiuntura di crescente competizio-
ne politica tardo cinquecentesca, che favor in modi e con esiti diversi il con-
trollo della viabilit e e di altre risorse legate ai transiti. Mentre, da un lato, il
contado consolidava la propria legittimit di formazione signorile capace di or-
ganizzarsi integralmente come spazio franco basato sul controllo dei percor-
si, daltro lato ciascuno dei contendenti maggiori si connotava come stato in
via di formazione nel piegare luso delle strade a preoccupazioni di tipo pi ti-
picamente territoriale: preoccupazioni tendenzialmente espansionistiche nel
caso sabaudo; di coordinamento e consolidamento territoriale in quello mon-
ferrino.

7. ASTO P 6, 1583, 21 gennaio, Informazioni prese dal... delegato... della Camera Ducale
di Monferrato e del Pievanato suddetto, dalle quali consta che la strada, la quale viene dalla
Passarenga alla Gola, o sia Culo stretto, confinante con Mondonio, fosse del territorio della
Pievata e che il Montaccio fosse per la met anco della Pievata, cc. 137r-147v.
8. Ivi, doc. s. d. [ma intorno al 1580], c. 7r.
9. Gli statuti del consortile di Cocconato, a cura di M.C. Daviso di Charvensod, M.A.
Benedetto Torino 1965, p. 9.

92
chiaro che alcuni temi, diciamo cos generali, di storia politica e diplo-
matica potrebbero considerarsi quasi sufficienti per rendere ragione e, tutto
sommato, spiegare gran parte delle vicende minute che riferiremo. Il quadro
congiunturale dato dalla politica di rafforzamento della presenza imperiale in
Italia a partire dai primi decenni del Cinquecento. Da un lato, com noto, fu
una politica che mirava, nel suo complesso, a riportare e rinsaldare nelle mani
dellImpero le fonti supreme della sovranit, della legittimazione e della giuri-
sdizione. In questo senso, per esempio, non ci stupiremo se la documentazione
a nostra disposizione ci ricorder come limperatore Rodolfo II rifiutasse, in
definitiva, nel 1588, di avallare la richiesta, avanzata da Carlo Emanuele I, di
concedergli lo ius de non appellando nei confronti dei conti di Cocconato.
Cos facendo, la corte imperiale rintuzzava lambizione di piena sovranit da
parte dei Savoia, pur in presenza di una transazione stipulata, come vedre-
mo, appena due anni prima con i conti di Cocconato, con le sue clausole di ob-
bedienza e sudditanza,
Il contenzioso che avremo di fronte , dunque, un esempio, piccolo, di un
quadro generale noto. LImpero cercava di sollecitare lealt univoche ma sepa-
rate. Nei fatti, alimentava una competizione, per cos dire, costruttiva, tra vica-
ri, vassalli e signori: una competizione funzionale alla stessa supremazia impe-
riale. Soffermiamoci ancora sullanno 1588: lImpero argina le ambizioni dei
Savoia, che quellanno compivano il colpo di mano delloccupazione del
marchesato di Saluzzo, e lo facevano dopo aver chiesto a Filippo II, quattro
anni prima, il possesso del Monferrato, e dopo aver rilanciato, almeno dal
1586, un concertato sforzo diplomatico e di preparativi militari tesi alla ricon-
quista di Ginevra10.
Altro aspetto del quadro generale, altrettanto noto, che, proprio a partire
dalla seconda met degli anni Sessanta del Cinquecento, con la rivolta nei
Paesi Bassi, la Spagna e lImpero avevano rinnovato la propria attenzione alle
strade, ai percorsi, con lo scopo di aprire, e di tenere aperti, i transiti della
strada di Fiandra, ivi compresa la sua area meridionale. Non abbiamo studi
specifici, ma probabile che anche nellarea che ci interessa pi direttamente,
non diversamente da quanto avvenne nelle propaggini pi settentrionali della
strada di Fiandra, la politica imperiale, anche dietro la pressione spagnola, sor-
tisse leffetto di incoraggiare una crescente competizione tra vicari, vassalli e
altri potentati locali dipendenti dallImpero, tutti tesi ad assecondare e a gesti-
re localmente le istanze imperiali intorno alla viabilit, non senza trarne qual-
che vantaggio politico. Di qui, forse una serie di accentuate rivendicazioni di
sovranit da parte del ducato sabaudo, come anche di quello monferrino11.

10. Cfr. P. Merlin, Il Cinquecento, in P. Merlin, C. Rosso, G. Ricuperati, G. Symcox, Il


Piemonte sabaudo. Stato e territori in et moderna, Torino 1994.
11. Sulla strada di Fiandra o strada spagnola, cfr. G. Parker, The Army of Flanders and the
Spanish Road, 1567-1659. The Logistics of Spanish Victory and Defeat in the Low Countries
Wars, Cambridge 19902 [1972]. Unattestazione del passaggio di truppe spagnole dirette nelle

93
vero: gli indizi non sono univoci. Per i Savoia, ad esempio, lobbedienza
loro resa fin dal 1563 da Alfonso del Carretto, marchese di Finale e signore di
una rosa di feudi tra il Finale e lAstigiano12, poteva rappresentare una buona
premessa per conseguire il controllo (almeno indiretto) della parte pi meri-
dionale della strada di Fiandra, ma anche vero che le successive campagne
militari di Carlo Emanuele I, a cui abbiamo ora accennato, insieme con le per-
dite territoriali pi tardi sancite, nel 1601, dalla pace di Lione, ebbero leffetto
di chiudere, almeno in gran parte, il passaggio verso le Fiandre sulla direttrice
delle Alpi occidentali, del Bugey e della Franca Contea13.
Il nesso tuttavia esiste e richiederebbe di essere approfondito pi di quanto
non ci sar possibile nei limiti della documentazione che alla base del nostro
lavoro. Lestensione di giurisdizioni sovrane e uniformi, per esempio a opera
di magistrature quali le camere, con i loro prelievi daziari sulle strade, non fu
soltanto lespressione di iniziative separate e parallele da parte di stati ai loro
esordi moderni che cercavano di crearsi una base fiscale. Vi era anche un ri-
svolto giurisdizionale, cui faceva da interlocutore lImpero: attraverso i dazi e
le magistrature camerali, gli stati in via di formazione si sforzavano di costrui-
re territori dotati di compattezza, e possibilmente di continuit territoriale.
Insomma, da un lato, la ricerca di una legittimazione imperiale era favorita dal-
la creazione e dallapertura di strade e percorsi; daltro lato, laffermazione di
istanze giurisdizionali serviva a sancire in modo legittimo un controllo esclusi-
vo sulle stesse vie di transito.
Non dimenticheremo, a questo proposito, la classificazione archivistica a
cui abbiamo sopra accennato, in quanto disputa intorno ai confini. Essa servir
a richiamare la nostra attenzione al rapporto esistente, di volta in volta, tra le

Fiandre nellarea del contado di Cocconato e del Piovanato di Meirate in ASTO, Corte, Paesi,
Monferrato, CAB, V, n. 1, 1319 a 1672, cc. 350r-355r, in particolare, lettera di Gio. Jacomo
Camerino dellegato ai consiglieri consoli et huomini di Cerreto e Villa San Secondo, 11 feb-
braio 1584, c. 350r: LIllustrissimo... duca di Terranova per sua Maest chattolica Governatore
del statto di Millano et suo Capitano generale in Italia mi ha dato ordine, et dellegato chio ven-
ghi nel contado di Coccon ad alloggiare seij cento soldati spagnoli, et questo per alchuni pochi
giorni, et sin tanto, che si dar ordine, che vadano in Fiandra con il restante, cos trovandome,
nella mia comissione, et dellegatione esservi Ceretto nominato per una delle terre che sono stat-
te signallate, et alli deputati, a preparare li alloggiamenti et monitioni per che possano li soldati
con il suo dannaro vivere, et alla venuta mia, si stabillir li prezzi delle vittuaglie, cos potrano
mettere ordine a quello che sar necessario per lalloggiamento. Informato del fatto dalla co-
munit di Cerreto, il Consiglio di Stato del Monferrato, per tramite dellinviato ducale a Milano
Aurelio Pomponazzi, si affretta a puntualizzare che il luogo non fa parte del contado di
Cocconato, anche se, come lo stesso Consiglio scrive al duca, i conti vi detengono quote di giu-
risdizione: se bene li gentilhuomini di Coconato possedano la quinta parte della giurisditione di
quel luogo la riconoscono per da V.A. come fanno li signori di Montafia, et altri possessori di
detta giurisditione (ivi, lettera del 13 febbraio 1584, c. 351r).
12. Cfr. G. Tabacco, Lo stato sabaudo nel sacro romano impero, Torino 1939, pp. 91-99.
13. Cfr. G. Parker, Army of Flanders, cit., pp. 68-74.

94
strade e il territorio che percorrevano, giacch si tratt di nozioni affini, ma
non sempre identiche, n sovrapponibili. Cercheremo, pertanto, di analizzare
in quali modi potesse essere praticata dagli attori della disputa una distinzione
tra il controllo della viabilit e dei transiti e il controllo del territorio che le sin-
gole strade calcavano, o su cui insistevano. Sebbene talvolta incoraggiata,
inavvertitamente o volutamente, dagli stessi contendenti cinquecenteschi, la
conflazione di simili nozioni rischia di rendere opache oggi certe distinzioni
che furono, cos ci sembra, di tutta evidenza agli occhi dei protagonisti del
contenzioso. Di fatto, gli attori cinquecenteschi ebbero una spiccata consape-
volezza dellimportanza della viabilit, dei percorsi e dei singoli tracciati stra-
dali, nonch dei modi selettivi di controllo su ognuna di simili risorse, come
cruciali elementi di potere a s stanti, tali da giustificare senzaltro notevolissi-
mi investimenti politici, diplomatici e giudiziari.

2. Percorsi contesi
Il fallimento di una procedura giudiziaria
Nel 1578, il duca di Monferrato e i conti di Cocconato decisero di risolvere
una controversia che suppurava da tempo, ma che rischiava ora di trascendere
i limiti del semplice scambio di minacce. La materia del contendere era incen-
trata lungo i confini tra il contado di Cocconato e il Monferrato. Alle comunit
di Passerano, Capriglio e Bagnasco, comprese nel Contado, si contrapponeva-
no le comunit, appartenenti al ducato di Monferrato, di Piov, Cerreto che
formavano con Castelvero una circoscrizione nota come Piovanato di Meirate
e di Mondonio. Entrambe le parti nominarono un proprio commissario, con
ampia bala di conoscere la causa e porvi termine de jure et de amicabili
compositione14.

14. I commissari erano il senatore casalese Bernardino Morra, per la parte del Monferrato, e
Martino Calligari, avvocato fiscale del duca di Savoia a Chieri, per la parte del contado (ASTO
P 6, 1578. Procure de signori di Passerano, di Bagnasco, e di Caprilio, delle communit di
Coconato, e Caprilio, e di quelle di Pievata, Castelvecchio, e Cerreto del Pievanato di Meirata
per intervenire nanti li delegati... e concordare le loro discrepanze di confini cadenti special-
mente sulla strada di Gola stretta, cc. 68r-79r). Le procure contengono precisi riferimenti al
principio informatore della giustizia equitativa e sommaria, in particolare, nellistruzione ai
commissari di procedere, nellesame della causa, summarie sine strepitu et figura judicii. Sui
meccanismi e le funzioni della procedura sommaria, cfr. S. Cerutti, Giustizia sommaria.
Pratiche di giustizia in una societ di ancien rgime: Torino, XVIII secolo, Milano 2003.
Capriglio, Cerreto dAsti, Passerano (Passerano-Marmorito) e Piov Massaia sono oggi comuni;
Bagnasco dAsti, Castelvero dAsti e Mondonio sono frazioni, rispettivamente, dei comuni di
Montafia, Piov Massaia e Castelnuovo Don Bosco: tutte queste localit sono situate nella
Provincia di Asti.

95
Nella enunciazione stessa della lite, verbalis differentia occasione viarum
finium et territorii, compare un riferimento composito alle strade, ai confini e
al territorio. Lo incidente che aveva dato avvio alla procedura giudiziario-di-
plomatica era occorso su un tratto di strada. Un uomo di Villanova (dunque
suddito del vicino ducato di Savoia) e i suoi due figli erano stati fermati da al-
cuni traversieri del dazio di Monferrato mentre tornavano al luogo dorigine
con un carico di vino acquistato a Passerano, localit del contado. Il luogo del-
larresto era denominato, come gi abbiamo accennato, Gola Stretta: un tratto
di strada, o passo, che superava una collina situata nella regione detta del
Montaccio. In prossimit della collina erano i confini contesi fra i territori di
Passerano, Capriglio, Bagnasco, Piov, Cerreto e Mondonio.
Laccusa di parte monferrina non aver pagato la tratta foranea del
Monferrato si fondava sul presupposto che il confine tra le comunit di
Mondonio (a ovest) e di Cerreto (a est), entrambe in territorio monferrino, pas-
sasse tanto per il Montaccio quanto per Gola Stretta. Viceversa, secondo la ver-
sione avanzata dai conti di Cocconato, non solo larea percorsa dalla strada era
interamente compresa entro il territorio delle comunit di Passerano, Capriglio
e Bagnasco, e dunque esente dai dazi del Monferrato, ma i conti stessi, in
quanto responsabili della manutenzione e della sicurezza della strada, erano le-
gittimati a imporvi il pagamento di un pedaggio, che era stato introdotto fin dal
secolo XIII. A scopo puramente indicativo, orientiamo su un asse est-ovest i
flussi di transito tra domini sabaudi e Monferrato e osserviamo come essi in-
tersecassero per un tratto di qualche chilometro la porzione meridionale del
contado, il cui orientamento si sviluppava, grosso modo, lungo una dorsale
collinare in direzione sud-nord, a partire dai confini astigiani fino a raggiunge-
re, nelle sue propaggini settentrionali, il fiume Po.
Nellottobre del 1578, alla presenza e in contraddittorio dei procuratori del-
le comunit, i commissari del Monferrato e del contado visitarono i confini
contenziosi, seguendo di volta in volta i tracciati, in definitiva inconciliabili,
proposti dalla propria parte e da quella avversa15. Nei sopralluoghi non si lesi-
narono sforzi da ambedue le parti nel tentativo, sorretto da un congruo numero
di testimoni esperti dei luoghi e capaci di esporre le ragioni delle parti, di ac-
cordarsi su riferimenti topografi significativi, da utilizzare come termini o

15. ASTO, P 6, 1578, ottobre. Atti di... visita dei luoghi controversi tra l suddetto Pievanato
ed il contado di Coconato, colle deduzioni ed eccezioni delle parti in contraditorio, cc. 80r-
128v. Lepisodio dellarresto di Rolando Baronio (o Baronchio o Barontio) di Villanova riferi-
to da lui stesso alle cc. 87r-88r. Come accadeva di consueto nelle liti confinarie di antico regime,
oltre a produrre testimonianze scritte e orali dellesercizio di pratiche possessorie su regioni e
contrade contese, le parti disputarono a lungo sulla localizzazione e sullorientamento dei ter-
mini di confine rinvenuti (cfr. E. Grendi, La pratica dei confini: Mioglia contro Sassello, 1715-
1745, ora in Id., In altri termini. Etnografia e storia di una societ di antico regime, Milano
2004, pp. 133-166, e O. Raggio, Immagini e verit. Pratiche sociali, fatti giuridici e tecniche
cartografiche, in Quaderni Storici, 108, XXXVI, fasc. 3, dicembre 2001, pp. 843-876).

96
tratti capaci di qualificare tanto i percorsi quanto i rispettivi diritti di posses-
so definiti da confini. In questa sede non ci addentreremo in unanalisi partico-
lareggiata delle possibilit di rintracciare oggi i singoli punti di riferimento
geografico che furono nominati allepoca16. Rileviamo invece il fallimento de-
gli sforzi dei commissari, che si arenarono sulle secche di una duplice indeter-
minatezza. Non soltanto, infatti, risult infruttuoso il tentativo dindividuare
un insieme coerente di termini di confine, o di altri punti di riferimento utili per
certificare con ragionevole certezza i limiti territoriali, ma si rivel anche im-
possibile accordarsi su una nozione univoca e condivisa di strada dotata di
contorni precisi, intorno alla quale si potesse cio orientare e delimitare lam-
bito dei confini contesi. La strada si articolava, in realt, in una pluralit di
rami o percorsi, peraltro del tutto privi di chiari sedimi, di sponde, o di un fon-
do stabilmente carreggiabile.
Le nostre fonti ci consentono, cos come ai commissari, di riconoscere,
non senza un certo grado di approssimazione, la pluralit di tracciati e di per-
corsi che formavano la strada, o area di strada, interessata al contenzioso. Un
primo tracciato, denominato di val Passarenga, collegava Passerano a
Capriglio e a Bagnasco seguendo il corso del rio Meinia. Poco a nord dellabi-
tato di Capriglio, nei pressi della confluenza del rio Meinia con il rio Freddo,
nella zona cio del Montaccio, questo tracciato ne incrociava un secondo, det-
to di Gola Stretta. Si trattava, in effetti, di uno snodo di tracciati che, incana-
landosi attraverso il passo di Gola Stretta, proseguiva poi in direzione della
valle del rio Traversola, nel territorio (sabaudo) di Castelnuovo e di Buttigliera.
Il Montaccio, o conforzo del Montaccio, situato a ridosso di Gola Stretta,
costituiva a sua volta un secondo, ravvicinato, snodo o crocevia, dove i percor-
si orientati in senso nord-sud, e dunque tendenzialmente interni al contado di
Cocconato, sintersecavano con i flussi di transito che univano territori sabau-
di e monferrini: per esempio, questa volta con provenienza dalla direttrice del
rio Traversola, le mandrie di bestiame sabaudo condotte al grande mercato
monferrino di Moncalvo17.
Se i sopralluoghi condotti dai commissari non produssero elementi proba-
tori decisivi per la risoluzione del contenzioso in sede giudiziaria, i motivi era-
no da ricondursi in parte alla stessa congerie, ricca quanto affastellata, di infor-
mazioni che essi accumularono. Mentre si dimostr irriducibile lincongruen-
za dei saperi locali avanzati da procuratori e testimoni di parte in materia di
confini, in compenso emersero con chiarezza almeno tre elementi di carattere
pi generale. Innanzitutto, larea geografica della contesa racchiudeva una plu-
ralit di percorsi e flussi di transito, la cui complessit affiorava ora allonore
delle cronache in ragione del trascinarsi stesso del contenzioso giudiziario.

16. In generale, appare scarsa la corrispondenza tra la toponomastica minuta riportata nel-
lattuale cartografia a grande scala, o anche in quella ottocentesca, e quella presente nei docu-
menti della disputa.
17. ASTO P 6, 1583, 21 gennaio. Informazioni prese dal succennato delegato, cit., c. 142r.

97
Lopacit che copriva il groviglio di tracciati stradali e crocevia era, in parte,
una mera apparenza, giacch, in realt, la rete viaria era dotata di criteri propri,
che erano certo complicati e distinti nei singoli tracciati, ma tuttavia non im-
possibili da dirimere con la debita pazienza, e si potevano anche classificare e
ordinare secondo precisi criteri dimportanza.
Se i percorsi apparivano particolarmente fitti, articolati, o anche dilatati e
deformati rispetto a rigide sedi o sedimi viari, era perch rispondevano a una
variet di usi, di flussi merceologici e di raggi geografici dei collegamenti.
Sintravvedeva innanzitutto un ambito di scambi di portata locale, tra i quali
era possibile distinguere i porti e riporti di prodotti e raccolti agricoli prove-
nienti dai campi, di cascina in cascina, nei vicinati e tra i diversi nuclei abitati
che formavano la trama degli insediamenti, vuoi entro e tra le comunit del
contado di Cocconato, vuoi anche con le limitrofe comunit sabaude e mon-
ferrine (in parte interessate alla disputa confinaria). Il contado era anche un
emporio per esempio, stando alle dichiarazioni dei testimoni, di coppi e la-
terizi che alimentava flussi di traffico tanto al suo interno, quanto da parte di
acquirenti e mercanti forensi. Sui flussi locali sinnestavano poi i transiti di
persone e di merci, che, muovendosi talvolta per una serie di tappe intermedie,
descrivevano collegamenti di pi ampio raggio, sovralocali entro o tra i territo-
ri sabaudo e monferrino. In questo caso lattraversamento del contado rappre-
sentava una parte appena di itinerari che lo oltrepassavano.
Dirimere, dunque, il largo coagulo di tracciati e percorsi ostentatamente in-
trecciati o sovrapposti appariva unimpresa pregiudizievole ma non unimpos-
sibilit. Nel corso dei sopralluoghi e anche, come vedremo, in una successiva
fase di composizione extragiudiziaria del contenzioso, i commissari si accinse-
ro al compito di descrivere analiticamente il sistema viario complessivo grazie
anche ad alcuni tentativi di rappresentazione cartografica, separando i singoli
tracciati, individuandoli e fissandone visivamente le relative posizioni. Nelle
mappe che ci sono pervenute18, il sistema viario era rappresentato senza la pre-
tesa di semplificarne la complicatezza o di ricorrere a convenzioni grafiche
(quali per esempio una diversa larghezza dei tracciati) che potessero suggerire
una gerarchia di tracciati pi o meno importanti o significativi. A ciascun trac-
ciato fu piuttosto assegnato un nome e ne fu messa in risalto la specifica fun-
zione di collegamento tra i centri abitati dellarea, ciascuno schizzato a dise-
gno in forma di piccoli nuclei di edifici, non privi di qualche stilizzazione. Un
elemento visivo che appare significativo il contrasto tra lo sforzo di restituire
con rimarchevole attenzione le inflessioni del sistema viario, e la sostanziale
rinuncia, viceversa, a rappresentare graficamente precisi contorni territoriali e
qualsiasi chiaro tracciamento di confini19. La cartografia, non meno di altri

18. Cfr. n. 2.
19. Ritroviamo gli stessi caratteri della documentazione cartografica che accompagna gli atti
del contenzioso raccolti nel fondo Monferrato, Confini la focalizzazione sui centri abitati e
sulle strade, insieme con lassenza di linee di confine in una carta del contado di Cocconato e

98
aspetti dei sopralluoghi, sembra insomma invitare a spostare lo sguardo dal
problema della delimitazione dei confini, per orientarlo invece, quale elemen-
to cruciale, verso il sistema viario.
ipotizzabile che la cartografia, insieme agli altri risultati dei sopralluoghi,
contribuisse a provocare uno slittamento cumulativo dei presupposti stessi del-
la disputa. Il secondo elemento di chiarezza portato dallopera dei commissari
consistette, per lappunto, in uno spostamento di enfasi: dai confini dellarea
contesa, alla natura del sistema viario dellarea; con, in pi, una implicita pre-
cedenza del secondo elemento sul primo, giacch la possibilit di delimitazio-
ne dellarea e dei suoi confini esterni risultava possibile soltanto alla luce della
comprensione del sistema viario che, per cos dire, la definiva dallinterno. Da
giuridico, il problema tendeva in tal modo a farsi politico, giacch proprio il
controllo integrale e complessivo dei percorsi gravitanti sul conforzo del
Montaccio e sul Passo di Gola Stretta e non gi i singoli tracciati, o dirama-
zioni, pazientemente dipanati nel corso dei sopralluoghi si delineava come
oggetto centrale del contenzioso e, pi in particolare, come risorsa strategica
gelosamente difesa dai conti di Cocconato nella loro contrapposizione alle
pressioni daziarie del Monferrato.
Se le testimonianze raccolte dai commissari erano risultate incongrue e in-
conciliabili in materia di confini, esse erano invece cristalline nel mettere in
evidenza il ruolo dei conti come controllori dei percorsi. N i conti stessi face-
vano alcun mistero circa il possesso, o controllo, che rivendicavano sullin-
sieme della rete viaria locale: essi fornivano cos un ulteriore chiarimento alla
fallita procedura giudiziaria. Molto semplicemente, il controllo dei transiti
esercitato dai conti di Cocconato offriva a chi giungeva dalle terre dei Savoia
per esempio ai mercanti che regolarmente da Chieri si recavano a Passerano, a
Cocconato e in altre localit del contado per vendervi i loro tessuti e acquistar-
vi vino e granaglie il vantaggio di schivar di pagar la tratta foranea del
Monferrato. Gli stessi conti, per connotare la strada in loro possesso, spiega-
vano come i mercanti e ogni sorte di persone, tanto di Astesana come di
Piemonte, che raggiungevano le terre del contado per rifornirsi di vino, ges-
so, bestiame, grano et ogni altre sorte di vittuaglie, transitassero per il
Montaccio, o Gola Stretta, con il preciso scopo di non toccar niente delle fine
del Monferrato et non pagar la tratta a Mondonio n a Cerreto ove se exegis-
se20. Allo scopo di mantenere il possesso delle strade, i conti avevano comin-
ciato a fornire scorte armate a coloro che vi transitavano con le proprie merci,

di alcuni luoghi limitrofi, databile anchessa alla fine del secolo XVI, conservata in un fondo di-
verso: ASTO, Camerale, Camera dei Conti, art. 664, n. 16, Complectitur hac Corographia
Comitatum coconati et oppida sibi coherentia.
20. ASTO, P 6, 1583, 18 febbraio, Informazioni prese dal regio delegato Maggiolino, dalle
quali consta, che tanto la strada di Gola Stretta che il Montaccio sono del contado di
Cocconato, e che per detta strada si riscuotesse pria il pedaggio a favor de signori di
Passerano, cc. 163v-194v.

99
come quei mercanti di Villanova che caricavano vino a Passerano: ogni hora
che col vengono per far caricare vini al ritorno le vien data scorta di 25 et pi
huomini armati per mantenersi quel passo via facti et assicurare essi mercan-
ti21.

Il Contado di Cocconato e il controllo dei transiti


Il contado di Cocconato offriva a chi ne attraversava il territorio la pratica-
bilit di percorsi diversificati, gravitanti sulle principali direttrici di traffico tra
lAstigiano, il Chierese e il Monferrato, in alcuni casi riconducibili a epoca re-
mota. Abbiamo accennato, rispetto agli assi di transito in direzione nord-sud,
alla valle del rio Traversola, a cui possiamo aggiungere qui la cosiddetta via
della Versa, rispettivamente poco pi a ovest e poco pi a est della strada di
Gola Stretta e anchesse ai confini con il Monferrato. Per quanto riguarda i per-
corsi est-ovest, la strada di Gola Stretta trovava un suo prolungamento natura-
le in direzione della piana di Villanova e di Asti nellasse della Val Triversa, la
valle di transito dellantico comitato di Serralonga22.
La storia del contado nota, almeno a grandi linee. stata studiata sotto il
profilo della storia politica, una storia soprattutto ispirata dallalto. Vi la sto-
ria, diciamo cos, sabauda, che parte dalle origini dinastiche delle famiglie si-
gnorili fondatrici e dalle presunte origini arduiniche delle investiture dei primi
signori di Cocconato. Furono esponenti di spicco delle polemiche su questi
temi Baudi di Vesme e Gabotto tra lOttocento e i primi anni del Novecento23.
Vi , poi, la nota raccolta documentaria di statuti, curata nel 1965 da Maria
Ada Benedetto, subentrata a Maria Clotilde Daviso di Charvensod dopo che
questa ne aveva iniziato la trascrizione e ledizione24. Con respiro pi ampio,
abbiamo qualche cenno nellinquadramento di lungo periodo di Giovanni
Tabacco sulla natura, sulla persistenza e sugli sviluppi dei poteri pubblici nei
loro rapporti con la giurisdizione imperiale fino nel cuore dellet moderna, e
per unarea che comprende quelle di cui ci stiamo occupando25.

21. Ibid., c. 6v.


22. Cfr. R. Bordone, Una valle di transito nel gioco politico dellet sveva. Le trasformazio-
ni del potere e dellinsediamento nel comitato di Serralonga, Torino 1975; B.E. Gramaglia,
Signori e comunit tra Asti, Chieri e Monferrato in et comunale, Torino 1981; A.A. Settia,
Strade romane e antiche pievi fra Tanaro e Po, ora in Id., Chiese, strade e fortezze nellItalia me-
dievale, Roma 1991, pp. 167-278.
23. Cfr. F. Gabotto, Storia dellItalia Occidentale nel Medioevo, II, Torino 1911; Id., Storia
del Piemonte nella prima met del secolo XIV, Torino 1894, pp. 14, 16, 36, 39 e passim; C.
Baudi di Vesme, Edicta regum Langobardorum edita ad fidem optimorum codicum opera et stu-
dio Caroli Baudi a Vesme, Torino 1855.
24. Gli statuti, cit.
25. Tabacco, Stato sabaudo nel sacro romano impero, cit.

100
Gli aspetti della storia del contado di Cocconato su cui vorremmo attirare
lattenzione sono improntati, diciamo cos, a una relativa stabilit di lungo pe-
riodo pi che non a un ricorrente divampare di aperti conflitti interni (che pure,
come vedremo, non furono assenti), e sono il prodotto, qui sosteniamo, di un
orientamento coerente dei signori di Cocconato. un orientamento che vor-
remmo definire imprenditoriale, perch sembra avere assunto a pi riprese, e
con continuit, precise valenze strategiche. Ci sembra, in particolare, che, in
tutta la vicenda cocconatese, una risorsa critica, forse la risorsa, fossero le stra-
de e il loro controllo. Vorremmo provare a sottolineare tre elementi.
Il primo elemento che sembra, in effetti, assai verosimile che linsieme
delle prerogative esercitate dai signori di San Sebastiano (oggi San Sebastiano
da Po) e dai signori di Cocconato, anche prima di confluire, tra la fine del se-
colo XIII e gli inizi del secolo XIV, in ununica compagine signorile, ricalcas-
se o incorporasse, per cos dire, fin dalle origini, certi tracciati dellantica via-
bilit romana. un aspetto su cui ha molto insistito la ricerca erudita di primo
Novecento. Druetti, tra il 1909 e il 1913, argomentava, persuasivamente, che i
primissimi luoghi sui quali dominarono i signori di Radicata tra cui appunto
il luogo, oggi scomparso, di Radicata si estendevano dal fiume Po (compreso
un porto) allintreccio di strade che conducevano a Casalborgone e Moriondo
(Moriondo Torinese)26. A questi signori, di cui non si hanno pi notizie dopo il
1178, succedettero, assumendone il titolo comitale e il predicato, dapprima i
signori di San Sebastiano e pi tardi i signori di Cocconato27. Fatto sta che, con
gli inizi del secolo XIII, i San Sebastiano e i signori di Cocconato controllava-
no una fitta rete di domini, disseminati a largo raggio sul percorso che, attra-
verso Cunico, Remorfengo, Banengo, Cocconato, Tonengo, Treblea (oggi
Casalborgone), Castagneto, San Raffaele, Gassino e Castiglione, univa Asti
con Torino. Rifacendosi al lavoro di Barelli del 1939 sulle Vie di commercio,

26. V. Druetti, Il sito di Radicata, in Bollettino Storico-bibliografico Subalpino, a. XVIII,


(1913), pp. 363-375.
27. Il titolo di conte di Radicata, attestato per la prima volta nel 1178, non traeva origine
dalla discendenza dei signori del luogo da una famiglia di ufficiali pubblici. La sua adozione da
parte dei signori di San Sebastiano documentata dal 1232. Dal primo decennio del secolo XIV,
lo assunsero, con progressiva regolarit, i membri della casata dei signori di Cocconato (il primo
esempio del 1305). Da unassociazione giurata costituitasi tra i rami della famiglia dei signori
di San Sebastiano nacque lo hospicium (consortile) de Radicata, la cui prima attestazione sicura
risale al 1290, ma di cui vi forse gi un indizio nel 1258. Questa compagine signorile, tra la
fine del secolo XIII e gli inizi del secolo XIV, accolse, in seguito a vicende che non ci sono note,
anche i signori di Cocconato, i quali finirono con il prevalervi. Con il secolo XVI, il predicato de
Radicata assunse la forma del cognome Radicati, finendo con il sostituirsi alloriginario topo-
nimico di Cocconato. (Cfr. A.A. Settia, Santa Maria di Vezzolano. Una fondazione signorile
nellet della riforma ecclesiastica, Torino 1975, pp. 122-151, 237-244; Id., Cocconato, Guido
(Guidetto, Vieto, Guidone, Ghione) di e Cocconato, Uberto di, detto il Conte Grasso, in
Dizionario biografico degli Italiani, Roma 1982, vol. 26, pp. 533-534; 536-538).

101
Benedetto e Daviso insistono anchesse sulle possibili origini romane di que-
sto tracciato stradale, che faceva capo a Genova28.
Assai nota la convenzione che venne stipulata a Cocconato nel novembre
del 1232 tra il comune di Genova e il marchese Bonifacio di Monferrato, con-
venzione che appunto attivava questo percorso, garantendone la gestione, la
manutenzione, il controllo. In pratica, tutta la complessa attivit di gestione,
difesa, manutenzione e protezione veniva assunta dai San Sebastiano e dai si-
gnori di Cocconato, che si impegnavano verso il marchese per i luoghi di San
Sebastiano, Tonengo, Aramengo e Cocconito. Si aggiungevano, per il proprio
tratto, i signori di Montiglio29.
I signori contrassero obblighi molto specifici e ampi, riguardanti la manu-
tenzione, nonch la difesa e la protezione dei passeggeri e dei loro beni. In
cambio, acquisirono diritti esclusivi sullesazione di pedaggi lungo il loro iti-
nerario. I pedaggi sembrano qui conformi allistituto giuridico tardomedievale
del pedagium conductus. Erano una esazione che riguardava, letteralmente,
luso della strada, il fatto di percorrerla; erano direttamente legati alla fruizio-
ne della strada ed erano fissi. Presentavano alcune caratteristiche importanti: a)
non gravavano sulla popolazione locale dipendente dai signori, che ne era tipi-
camente esente, almeno fino ai fatti narrati nel presente lavoro; b) implicavano
una clausola di emenda, che vincolava collettivamente i signori a tempestivi
atti riparatori (entro un mese) per ogni eventuale danno patito lungo il percor-
so da parte di uomini e merci. I pedaggi in questo senso avevano leffetto, vo-
luto, di sostituirsi al diritto di rappresaglia o a disinnescarla; facevano della
strada un luogo di pace30.
Ora, il punto che ci sembra importante in questo contesto che proprio i pe-
daggi e le clausole a essi collegate erano stati loggetto quasi esclusivo, e mi-
nuziosamente sviluppato, della primissima compilazione statutaria attestata
del contado, quella del 1260, che stata trascritta da Benedetto e Daviso. Gli
aggiornamenti nelle tariffe si spingono addirittura forse al secolo XVIII. Fin
dalle prime liti attestate intorno ai confini, per esempio con Chieri nel tardo
Duecento, i pedaggi appaiono un oggetto centrale del contendere31. Pu darsi,
insomma, che i signori locali si collocassero sulle tracce di una parte di unan-

28. Gli statuti, cit., p. 7; cfr. G. Barelli, Le vie del commercio fra lItalia e la Francia nel
Medioevo: Specialmente per le Alpi Cozie e Marittime durante leta comunale, Asti 1906.
29. Cfr. Gli statuti, cit., pp. 7-10 (il testo della convenzione pubblicato alla n. 13). Settia
(Strade romane, cit.), ritiene tuttavia che il percorso del XIII secolo non coincidesse se non par-
zialmente con quello romano (p. 228). Banengo e Remorfengo sono oggi frazioni di Montiglio
Monferrato; Casalborgone, Castagneto Po, Castiglione Torinese, Cunico, Gassino Torinese e
San Raffaele-Cimena sono oggi comuni: le prime si trovano in Provincia di Asti, i secondi, tran-
ne Cunico (Asti), in Provincia di Torino.
30. Cfr. M.C. Daviso di Charvensod, I pedaggi nelle Alpi occidentali nel Medio Evo, Torino
1961.
31. Cfr. Gli statuti, cit., pp. 34-35, e il testo degli Ordinamenta et mandata del 5 marzo 1260,
ivi, pp. 51-54.

102
tica rete viaria romana, ma quello che abbiamo di fronte una forma molto
specifica di imprenditorialit signorile, costruita sui pedaggi.
Esempi minuti della gestione dei conti di Cocconato sono ricorrenti nella
nostra documentazione cinquecentesca. Cos, per esempio, la strada di Gola
Stretta comprendeva, in effetti, alcuni tratti carreggiabili, la cui manutenzione
era compito ripartito per tratte, definite tra le diverse comunit del Contado.
Lo acconciar strade ai tempi debiti era anzi rappresentato come atto posses-
sorio decisivo, assai pi rilevante che non pratiche rivendicative quali, per
esempio, le littanie campestri, cio le rogazioni, compiute ogni anno dagli
abitanti del piovanato di Meirate. Di fronte a queste ultime , da parte del con-
tado, si replicava infatti che non si vieta ai sacerdoti et altri che voleno far
opere pie simili a queste che non le faciano ancora tocando li terreni daltri
contigui ai luoro, et massime quando le strade sono cative32.
In pi, il contado si considerava feudo imperiale, in particolare grazie allo
statuto della viabilit. Strade pubbliche come quella di Gola Stretta erano
anche, nelle argomentazioni dei conti, vie o strade imperiali, che essi dichia-
ravano, per consuetudini imperatorie, di dover mantenere libere et franche
da ogni gabella ecetto la exactione del solito pedagio. Insieme con le comu-
nit suddite, affermavano il proprio diritto-dovere di proteggere la sicurezza e
la libert dei transiti, a beneficio di residenti e forestieri33. In questo senso, le
rogazioni degli abitanti del piovanato non facevano eccezione, n inficiavano il
possessorio rivendicato dal contado, imperniato sullassolvimento effettivo di
funzioni di cura e salvaguardia dei percorsi. La libert imperiale che i conti
rivendicavano appariva infatti lesa dallesazione di un dazio, dallombra di
unappropriazione patrimoniale da parte di un principe. Nelle trattative con il
Monferrato, signori e comunit del contado di Cocconato chiedevano ai com-
missari incaricati di risolvere la controversia di far cessare tali esazioni pro
conservatione jurium et libertatis ipsorum... comitum et Comunitatum et sin-
gulorum quorum interest et interesse poterit34.
Se, come a noi sembra, i pedaggi furono effettivamente la risorsa centrale
su cui si fondava il dominio del consortile dei conti di Cocconato, lesercizio di
questo dominio si consolidava intorno al controllo dei percorsi. Da un lato,
erano proprio i pedaggi il cespite e la prerogativa intorno a cui si era consoli-

32. ASTO P 6, Copia scripture. Hic cadunt jura exhibita per procur.es plebanatus, c. 100r.
33. Ivi, 1583, 18 febbraio, Informazioni prese dal regio delegato Maggiolino, cit., c. 166r.
Sulla classificazione funzionale e giuridica delle strade tra medioevo ed et moderna, in partico-
lare sul significato di strada pubblica cfr. M.L. Sturani, Inerzie e flessibilit, cit., pp. 461-471
e T. Szab, Comuni e politica stradale in Toscana e in Italia nel Medioevo, Bologna 1992, che
tratta in maniera approfondita del nesso fra strade e pubblici poteri.
34. ASTO P 6, 1578. Procure de signori di Passerano, di Bagnasco e di Caprilio, delle com-
munit di Coconato e Capriglio, e di quelle di Pievata, Castelvecchio e Cerreto del Pievanato di
Meirata per intervenire nanti li delegati... e concordare le loro discrepanze di confini, cadenti
specialmente sulla strada detta di Gola stretta, c. 76r.

103
dato e si affermava il dominio dei signori sui luoghi loro sottoposti, e ci gra-
zie a un elevatissimo grado di coordinamento previsto per le riscossioni, per il
convogliamento dei prelievi dai singoli luoghi e punti di esazione, e per il ver-
samento e la gestione sotto forma di una cassa comune. I pedaggi, secondo gli
statuti, dovevano pertinere ad omnes simul, dove per omnes sintendevano i
signori. Daltro lato, i pedaggi non implicavano un dominio di tipo territoriale
altrettanto capillare o, diciamo, preciso. In un certo senso, i pedaggi allop-
posto, possiamo dire, dei dazi, che pure colpivano i trasporti erano una risor-
sa, per cos dire, poco territoriale, che poteva cio accompagnarsi, come ab-
biamo visto, a quella che potremmo chiamare una notevole indeterminatezza,
o forse porosit, territoriale.
Cerchiamo di precisare. Non stiamo parlando tanto di contiguit fisica o
territoriale dei luoghi, quanto piuttosto di un limitato grado di consolidamento
territoriale. Come abbiamo accennato, il contado di Cocconato stato descrit-
to come uno staterello in miniatura35. Ribadiamo che, in effetti, i domini e le
strade dei conti di Cocconato furono s minuti (forse una cinquantina di chilo-
metri quadrati), ma tuttaltro che limitati al luogo di Cocconato, bens svilup-
pati e articolati lungo unampia dorsale collinare. vero, peraltro, che i luoghi
compresi nel contado erano tutti dotati di una continuit, o contiguit, territo-
riale.
E tuttavia, appare debole e frammentato, per esempio, lo sviluppo di terri-
tori comunitari compatti. Erano deboli le comunit e, come vedremo, appariro-
no solo sporadicamente come attrici sulla scena politica in quanto tali. Ma nep-
pure lincastellamento, che peraltro non era assente, serviva a plasmare, in
realt, lassetto territoriale. Nei singoli luoghi, anche in presenza di un castel-
lo, questo non definiva il territorio circostante, che era ricchissimo di insedia-
menti nucleati minori, di tipo che possiamo definire cantonale, anche molti
piccoli. Per, a sua volta, il frazionamento cantonale serviva a definire e inca-
nalare capillarmente i percorsi e i punti di prelievo dei pedaggi, assicurando
una sorta di controllo diffuso sulle strade. Verso lesterno, la definizione del
contorno complessivo dei domini era corrispettivamente poroso e, in parte, in-
definito. Lapparente assenza di una catastazione precisa, insieme con la pre-
senza di tenimenti signorili separati, contribuivano ulteriormente a rendere
indefiniti o indeterminati i confini esterni del contado.
Poco distante dal Montaccio, ad esempio, sorgeva, come si visto, la casci-
na o massarizio di Passarenga, di propriet di un ramo del consortile cocco-
natese, i signori di Passerano. Secondo i suoi padroni, essa si trovava nello in-
dubitato territorio del Contado; per il Monferrato, era situata nel proprio ter-
ritorio, entro le comunit del piovanato di Meirate. Impossibile addurre prove
di tipo catastale, perch non sembra che la cascina fosse registrata a catasto.
Questo vasto complesso dalle articolate funzioni produttive, le cui origini risa-

35. Cfr. Gli statuti, cit., p. 9.

104
livano probabilmente al secolo XIII36, inglobava ampi boschi e prati che si
estendevano sulle due sponde del rio Meinia. Alla cascina si fermavano mastri
luganesi, per fabbricarvi laterizi da vendere, come abbiamo accennato sopra,
nelle comunit vicine. Nelle adiacenze sorgeva, almeno dagli anni Trenta del
secolo, un mulino, anchesso di propriet dei signori, al quale si portavano a
macinare i grani anche da luoghi al di fuori del contado di Cocconato, quali, ad
esempio, Piea, feudo della Chiesa dAsti. La Passarenga costituiva, in quanto
tenimento separato, uno spazio dallopaca appartenenza territoriale. Sorta in
prossimit di un guado, era un posto di tappa e un punto di riferimento impor-
tante, a ridosso di unarea di transito diffuso tra Asti e Passerano, attraverso i
suoi boschi e praderie, dove si fanno delle strade per andare dAsti a
Passerano, nello stesso tempo adiacente ai tracciati stradali, in parte carreg-
giabili, di Gola Stretta e della Val Passarenga37.
Vediamo che cosa poteva significare questo. I conti, per esempio, reagirono
in modi che possono apparire goffi, se non provocatori, quando si tratt di de-
finire capillarmente, sul terreno, le vertenze di confine. Sembrarono talvolta
addurre prove poco perspicue. Nel contenzioso intorno ai confini nellarea del
piovanato di Meirate, si attestarono sul criterio arcaico dei risguardi di spo-
radiche pietre di confine, o termini, che sembravano proiettare ombre di do-
minio su territori dallestensione inverosimile. Daltra parte, i conti ci appaio-
no straordinariamente inefficienti nelladdurre prove di tipo catastale; forse,
quando le comunit a loro soggette disponevano di una catastazione, questa era
approssimativa, se non sporadica. Del tutto opposto latteggiamento delle co-
munit monferrine del piovanato, che, nei loro contenziosi simultanei non solo
con il contado di Cocconato, ma anche con il feudo ecclesiastico di Piea e con
i signori di Montiglio, si attenevano scrupolosamente a prove palpabili o ad atti
scritti38.

36. ASTO P 6, 1240, 5 febbraio, Copia di vendita fatta da Bonifacio marchese di


Monferrato ad Oberto Cocconato, cc. 1r-1v.
37. Ivi, Copia scripture, cit., cc. 99v-100r. La fabbricazione e la vendita di laterizi presso la
Passarenga era gi attiva intorno al 1550; una decina danni pi tardi, se ne occupava un mastro
Giulio da Lugano che stava, et faceva dellopera alla suddetta cassina di Passarenga dandone una
parte alli signori di Passerano padroni della d.a cassina (ivi, 1583, 21 gennaio, Informazioni
prese dal succennato Delegato, cit., deposizione del teste Ogerio Siccardi di Mondonio, resa di-
nanzi al causidico Lorenzo Cavazia di Casale, procuratore della Camera ducale del
Monferrato e delle comunit del piovanato di Meirate, e al delegato del duca di Mantova e
Monferrato, senatore Francesco Agnelli Suardi, Pino, 22 gennaio 1583, cc. 141r-141v). Gli uo-
mini che lavoravano presso la cascina e il mulino della Passarenga si occupavano regolarmente
della manutenzione dei fossati della vicina strada pubblica (ivi, 1578, ottobre. Atti di trasfer-
ta, cit., cc. 80r-82r). Pradarie de signori de Passerano l ove si fano delle strade dAsti per an-
dar a Passerano sono segnate sulla carta Confini tra Monferrato, Astigiano, e Contado di
Cocconato, cit.
38. Cfr. n. 32; ASTO, Corte, Paesi, Monferrato, Confini, m. 68, P 6, Acta pro differentijs
confinium inter plebanatum Meyrate et Pieam [c.15r (cop.)]. Diversi incombenti fatti dalle co-

105
Linteresse preminente dei conti di Cocconato erano insomma le strade e i
punti di prelievo sui movimenti, non il territorio in quanto tale, con i suoi con-
fini fissi. Se messi alle strette, essi produssero piuttosto quegli esempi di spu-
dorata falsificazione che furono denunciati da Gabotto39. Ci riferiamo alle in-
vestiture apocrife allegate al diploma imperiale, che, come vedremo pi avan-
ti, sar emesso in loro favore da Rodolfo II del 1585. Da un lato, senza mezzi
termini, il piovanato di Meirate vi era loro attribuito, in blocco, fin dal 1186,
con una minuziosa e ossessiva ferocia possessoria che sembra, a una lettura at-
tuale, rasentare il paradosso. Daltro lato, gli atti apocrifi inclusi nel diploma
solo in apparenza medievali, ma in realt di redazione pi o meno coeva al no-
stro contenzioso ci restituiscono bene il tessuto dei percorsi controllati dai
conti entro i propri domini. Si tratta di una trama capillare, esplicitamente an-
corata a ogni pi piccolo cantone e nucleo insediativo. Ci conferma, se ce ne
fosse bisogno, che le varianti e i diverticoli della rete viaria romana, se mai
vi furono, sarebbero stati insignificanti senza lattiva, costante e probabilmen-
te disinvolta imprenditorialit dei conti di Cocconato.
In sintesi: i conti rendevano agibili i percorsi, li gestivano e creavano attiva-
mente unarea di strada in condizioni di monopolio locale. Ne ricavano van-
taggi sia economici sia politici. Alla base, per, ed questo il terzo elemento
su cui ci soffermiamo, vi era una vicenda di tipo familiare: ossia il rapido con-
solidamento di un consortile compatto e forse agnatizio, un tendenziale
gruppo di discendenza patrilineare. Il gruppo riusc a semplificare i suoi rap-
porti interni e a compattare lungo le generazioni, come abbiamo accennato, le
casate dei signori di Radicata, San Sebastiano e Cocconato. Dai numerosi rami
del consortile si erano sviluppati dapprima tre colonnellati, o terzieri, (o
cespiti), di Brozolo, Robella e Casalborgone, che intorno alla met del seco-
lo XV diedero origine alle casate di Robella, Brozolo, Casalborgone, Ticinetto,
Passerano e Primeglio. Questo sembra essere il nucleo dei domni pi stabil-
mente e continuativamente posseduti dai conti, prescindendo dai feudi di cui
vennero via via investiti in modo pi provvisorio40.
Sono state Benedetto e Daviso a collazionare dai singoli archivi privati di
diversi rami della famiglia una ricca serie di compilazioni statutarie, pi volte
rinnovate, in particolare, tra la seconda met del secolo XIII e la seconda met
del XV, definendole il primo esempio documentato dellevoluzione di un
consortile attraverso vari secoli. Gli statuti, lo precisiamo, non furono genera-

munit del pievanato di Meirata, e dalla comunit di Pieia nella loro diferenza territoriale so-
pra certi prati espletati da Pieia in odio della pievata in soddisfazione di alcune partite dovute
per occasione della guerra. Con copia dinformazioni e lettere concernenti la violenza usata da
quelli di Pieia per difesa di dette sue pretensioni e da quelli del Pievanato per discaccciarli dal
possesso de suddetti prati (1556-1561), cc. 17-67.
39. F. Gabotto, Recensione a E. Rocca, Cenni storici, produzione e mercato a Cocconato, in
Bollettino Storico-bibliografico Subalpino, XVII (1912), p. 396.
40. Cfr. Gli statuti, cit., p. 11.

106
ti dalle comunit, bens dal consortile, lhospicium dei signori (non chiaro in-
vece se le comunit del contado abbiano formulato, o potuto formulare, statuti
propri)41.
appunto su un aspetto dellevoluzione del consortile e delle risorse sotto il
suo controllo che qui ci soffermiamo. interessante osservare come le prero-
gative corporative di questo gruppo non tendessero affatto a segmentare il fit-
tissimo intreccio giurisdizionale entro cui esso si consolid nel corso del tem-
po. Fu infatti lassenza di fissioni e fratture nel consortile ci che permise di
conservare rapporti di stretta contiguit tra luoghi adiacenti, e forse di compe-
netrazione entro i domni: per esempio, appunto, nellorganizzazione per ter-
zieri. Si trattava di un coordinamento altamente formalizzato e pi volte ag-
giornato e fissato nelle successive compilazioni statutarie, che cercarono di re-
golare preventivamente, e apparentemente con straordinario successo, disinne-
scando i rischi di conflitto, ogni potenziale tensione che potesse sorgere entro
il consortile.
Verso lesterno, vedremo come i conti di Cocconato mantenessero contatti
ad alto e altissimo livello con gli stati vicini e, soprattutto, con la corte impe-
riale. Essi sembrarono coltivare una pletora di avvocati e giurisperiti; la loro
capacit di addurre e produrre prove era impressionante, e anche, come abbia-
mo visto, talvolta spericolata. Sfondo e approdo costante dellattivismo dispie-
gato sul versante pi strettamente giuridico: la politica di aderenze e sotto-
missioni plurime e mobilissime, che si svilupp e si rinnov in un contesto di
intreccio e frammentazione giurisdizionale e insieme di compattezza del con-
sortile.
La compagine dei Radicata (poi Radicati), quale si venne configurando tra
i secoli XIV e XVI, controllava territori e prerogative, sui quali, in un primo
tempo, erano soprattutto il vescovo di Vercelli e i marchesi di Monferrato a
vantare diritti di superiorit. In particolare, nella prima met del secolo XIV, i
signori che si fregiavano del toponimico di Cocconato, ormai conti di
Radicata, apparivano saldamente schierati al fianco dei marchesi di
Monferrato, spesso in ruoli eminenti allinterno della clientela vassallatica e
della famiglia di questi ultimi: alla morte di Guglielmo VII (1296) e nella
crisi di successione nel marchesato (1305-1310); quindi durante le lotte che vi-
dero impegnati i marchesi dapprima come alleati degli Acaia, contro lo schie-
ramento guelfo piemontese (che riuniva i comuni di Asti, di Chieri e gli
Angi); in seguito, dal 1338, contro gli stessi Acaia e i Visconti. Il pi antico
documento nel quale membri del consortile si riconoscano esplicitamente vas-
salli dei marchesi di Monferrato risale al 1340. Il primitivo sostegno alla dina-
stia paleologa venne meno tuttavia di fronte alla volont di conseguire una sta-
bile affermazione di superiorit feudale sui territori in mano ai di Cocconato,

41. Cfr. ivi, pp. 32-48 e i testi pubblicati alle pp. 51-120.

107
manifestata dai nuovi principi. Nel 1355, ai conti di Cocconato, come ad altri
esponenti di robuste formazioni signorili del Piemonte meridionale, limpera-
tore Carlo IV intim di prestare il giuramento di fedelt a Giovanni di
Monferrato per tutti i feudi che riconoscevano come dipendenti dallImpero. Il
rinnovo dellinvestitura imperiale ai marchesi di Monferrato comprendeva in-
fatti pressoch tutti i luoghi sui quali si esercitava la signoria dei di Cocconato.
Sempre pi recalcitranti a piegarsi al ruolo di vassalli dei marchesi di
Monferrato, i signori del Contado cercarono protezione in meno vincolanti
rapporti di colleganza con le potenze regionali emergenti, dapprima con i
Visconti e, pi tardi, anche con i Savoia42.
Alla prima aderenza sottoscritta dai di Cocconato con i signori di Milano
nel 1369, seguirono infatti, soprattutto nel corso del secolo XV, svariate stipu-
lazioni di analogo tenore, tra le quali possiamo ricordare: il rinnovo dellade-
renza milanese con il duca Gian Galeazzo Visconti nel 1399; latto di (condi-
zionata) dedizione compiuto (dalle casate di Primeglio, Casalborgone,
Passerano e Ticineto) verso il duca Ludovico di Savoia nel 1446 e le successi-
ve aderenze, stipulate nel 1455 con Francesco Sforza, e nel 1458 ancora con il
duca sabaudo (un rinnovo giunse nel 1467) e con il duca di Milano, conte-
stualmente allo scioglimento, previsto dalle clausole della pace di Lodi (1454),
del legame vassallatico stabilito con il primo nel 1446; infine, laderenza pre-
stata nel 1499 al Trivulzio, in qualit di luogotenente del re di Francia a
Milano. Intanto, i legami vassallatici stretti nel passato con il vescovo di
Vercelli non furono del tutto obliterati, come testimoniano le investiture che
nel secolo XV confermarono a gruppi di membri del consortile il possesso di
decime e diritti di giurisdizione.
Nel secolo successivo, questo rapporto sembrerebbe essersi in parte incri-
nato: nel 1505, una sentenza di scomunica sanzion la mancata prestazione del
giuramento feudale al vescovo, mentre nel 1555, decime, redditi, luoghi e
ogni altra cosa compresa nelle antiche investiture concesse alli Conti di
Coconato, gi devoluti alla mensa vescovile, vennero reinfeudati al nipote
dellordinario in carica. Ma soprattutto con il secolo XVI crebbe la pressione
sabauda sui territori controllati dal consortile, mentre linfluenza milanese ri-
sult neutralizzata dalla crisi di successione in quel ducato: su questo fronte,
lultima alleanza, con Francesco II Sforza, venne infatti stipulata nel 1513.
Lantico legame di aderenza sarebbe stato riallacciato solo nel 1565, con
Filippo II di Spagna in quanto duca di Milano43.

42. Cfr. ivi, pp. 21-32; i contributi di A.A. Settia al Dizionario biografico, cit. supra, n. 27;
ASTO, Corte, Paesi, Monferrato, Feudi per A e B, m. 26, Investitura concessa dal marchese
Giovanni di Monferrato a Tholomeo, e Brandalisio conti di Coconato... de feudi, chessi, e loro
Antecessori hanno riconosciuto da marchesi di Monferrato in feudo retto, e gentile (25 agosto
1340); ibidem, Ordine dellImperatore Carlo IV alli conti di Coconato di prestare la fedelt al
marchese Giovanni di Monferrato per gli feudi, che riconoscevano dallImpero (1355).
43. Cfr. Gli statuti, cit., pp. 145-157 e 166-188; ASTO, Corte, Paesi, Provincia di Asti, m.

108
A queste scelte di schieramento, per cos dire flessibili, si accompagn una
netta preferenza, nella risoluzione dei conflitti allesterno per esempio sui
confini per tutte quelle soluzioni che fossero di tipo transattivo, pattizio e
consensuale, e che evitassero dunque il ricorso a giudizi formali, ordinari o
sommari, davanti alle magistrature. Ci con il duplice scopo vuoi di allontana-
re le ingerenze non desiderate di giurisdizioni concorrenti vuoi di evitare le ra-
gioni o il principio della rappresaglia.

3. Tra atti possessori e diplomazia


Verso un compromesso formale
Abbiamo lasciato irrisolta la trattativa giudiziaria avviata nel 1578 tra il
contado e il Monferrato. Non si trattava di un esito nuovo n, alla luce di una
lunga storia di controversie tra Contado e Monferrato, inaspettato. I rapporti
tra i due contendenti erano infatti ricchi di una tradizione pregressa di dispute
irrisolte intorno al problema della definizione di un territorio contornato da
confini e dei diritti di natura personale esercitati su di esso. Poco prima della
met del secolo, per esempio, lallora marchesa di Monferrato Anna
dAlenon aveva intrattenuto un teso carteggio con i conti di Cocconato intor-
no allacuirsi della contesa, gi ricorrente, che riguardava un tratto di confine
adiacente sia allarea della nostra disputa sia al piovanato di Meirate44. Il pro-
blema era nato dal sequestro, da parte dei conti, di un certo numero di buoi ap-
partenenti ad abitanti monferrini (sudditi dei signori del luogo di Montiglio)
per il mancato versamento di alcuni fitti e censi: tributi, cio, considerati

12, Cocconato 1186 in 1505, n. 6, 1399, 5 maggio, Aderenza fatta al duca di Milano Gio.
Galeazzo Visconti da Pietro di Primeglio fu Oberto del tezero di Casalborgone; ibid., n. 10,
1438 in 1499, Volume continente li seguenti Titoli: 1438, 12 novembre, Investitura concessa dal
vescovo di Vercelli; 23 giugno 1459; 30 Marzo 1471; 25. aprile 1471, altre investiture concesse
dal vescovo di Vercelli; 1499, 10 ottobre, Aderenza fatta da Ottobone di Passerano de conti
Radicati, e consignore di Coconato... a loro nome, e procuratori di tutti gli altri consignori di
detto contado di Radicati e Coconato al Luogotenente Generale e Maresciale di Francia Gio.
Giacomo Triulzio; ibid., n. 24, 1467, 12 Marzo. Aderenza fatta da Giovanni di Ticineto et Iberto
di Primeglio de signori di Coconato; ibid., m. 13, Cocconato 1506 in 1585, n. 32, 1555, 31 ago-
sto, Investitura concessa dal Vescovo di Vercelli a favore di Federico Ferrero suo nipote del ca-
stello e luogo di Coconato; ibid., n. 35, 1565, 14 aprile, Aderenza fatta dalli conti di Cocconato
al re Filippo di Spagna come duca di Milano.
44. ASTO, Paesi, Monferrato, CAB, M, n. 11 (1257-1665), Volume di scritture sopra le di-
ferenze territoriali tra Montiglio e Robella e Cocconato spezialmente sulla contrada di
Rosengana tra l primo e lultimo di detti luoghi e sulla contrada della Mestiola tra l secondo e
lultimo. CollIndice e Tipi [ASTO M 11], cc. 1-8: 1547, aprile-agosto, Copia di lettere della
marchesa Anna dAlencon di Monferrato alli sig.ri di Cocconato colle risposte di questi sulla
controversia loro colli sig.ri di Monteglio circa alcuni fondi stati aggiudicati a questi ultimi per
diffetto del pagamento de pesi.

109
come aspetti di una dipendenza di tipo personale dai conti di Cocconato, ma
legati alla coltivazione di beni fondiari compresi entro il territorio monferrino.
Il contenzioso si era acuito non tanto sulle modalit di risoluzione del se-
questro o sul pagamento del debito, ma su una questione sostanziale vale a dire
lincertezza intorno alla dipendenza, territoriale o reale, dei beni fondiari e a
quella di tipo personale derivante dai diritti che i conti rivendicavano su que-
gli stessi fondi. Anche in quelloccasione, la marchesa di Monferrato aveva ri-
chiesto un verdetto sommario, da stabilrsi iuridicamente, perch per dif-
ferentie di finagi [confini] non licito ricercar compromesso45. Anche allora,
la procedura giudiziaria si era arenata sullapparente impossibilit di dirimere
i rapporti di dipendenza personale dei coltivatori rispetto a quelli reali associa-
ti ai confini che avrebbero dovuto definire i poderi e il suolo da essi occupato.
La disputa sembr stemperarsi, nelle fonti pervenute fino a noi, in un una quie-
scenza apparentemente indisturbata.
perci interessante osservare come lo stallo giudiziario del 1578 sortisse,
al contrario, un esito di aperto scontro. Nel novembre 1582, il Monferrato at-
tu, senza preavviso, un clamoroso atto possessorio, che scardinava luso dei
percorsi stradali del Montaccio e di Gola Stretta iuxta consuetum. Una molti-
tudine di armati appartenenti alle milizie monferrine del capitano Francesco
Scozia (alcuni testimoni parlano di cinquecento uomini), insieme con un nu-
mero ugualmente numeroso di abitanti delle comunit di Cerreto e Piov mu-
niti di zappe e vanghe, irruppero sulla collina del Montaccio, guastando la
sede stradale in modo tale da renderla intransitabile a cavalli e carriaggi.
Contemporaneamente, questi uomini aprirono un tracciato alternativo attraver-
so i boschi appartenenti ai conti di Cocconato (ramo di Passerano) e gettarono
un ponte di travi e fascine attraverso il canale che portava acqua al mulino del-
la cascina Passarenga, di propriet (come abbiamo visto) degli stessi signori,
attraversandolo46. Le pretese giurisdizionali dei conti di Cocconato su quei
luoghi venivano contestate con pregnante simbolismo: infatti deviare il corso
delle strade, costruire ponti erano atti che richiamavano prerogative forti di so-
vranit. Sul terreno, un chiaro tracciato alternativo forniva ora una direttrice
viaria separata e controllata direttamente, con la forza, dal Monferrato.
Con una mossa che, a prima vista, potrebbe apparire avventata, furono gli
stessi conti di Cocconato ad appellarsi, a questo punto, a una istanza superiore
della giustizia monferrina, dolendosi presso il Senato di Casale che la comu-
nit, et huomini della Piov, et Cerreto habbino tentato di fare certa strada nuo-
va sopra il territorio proprio di Coconato, nonch supplicando il senato di
far togliere informationi sullaccaduto. Si trattava di una mossa tattica: far

45. Ivi, c. 7r.


46. Ivi, P 6, 1583, Querela data dal procuratore del contado di Cocconato, siccome la stra-
da di Gola stretta e del Montaccio stata distrutta per opera di fatto del capitano Scozia... e vi
si estrutta altra strada pi verso, e dentro il contado, fini indubbitate di Capriglio, cc. 153r-
160v.

110
certificare dalle stesse magistrature monferrine la manifesta opposizione coc-
conatese alle opere di fatto compiute dai sudditi del Monferrato esattamente
nel piovanato di Meirate, dove, come sappiamo, il frammischiarsi di dipenden-
ze reali e personali, del territorio e dei suoi abitanti, rendeva quasi inestri-
cabile lintreccio giurisdizionale. Lo scopo era neutralizzare (per quanto possi-
bile) un atto possessorio degli avversari, aprendo cos la prospettiva di addive-
nire a una soluzione non gi giudiziaria, ma bens di tipo negoziato. Nel gen-
naio 1583, tuttavia, in maniera unilaterale e in ottemperanza a precisi ordini
ducali, il Senato di Monferrato deleg il senatore Francesco Agnelli Suardi a
procedere giudizialmente contro i conti di Cocconato, che vennero perci
convocati a comparire e a produrre le loro ragioni.
I conti reagirono con una vibrata protesta presso il Senato di Casale verso
una procedura che ritenevano lesiva della loro jurisdicione, precisando di
non voler negare la competenza del Senato e dei suoi delegati da accogliere
per in veste di negoziatori, non gi di giudici. Erano insomma disposti a
monstrare amicabilmente tutte le loro ragioni al senatore Agnelli, insieme
con le prove del loro antiquissimo et continuato possesso, ma per nulla di-
sposti a riconoscere il sudetto signor senator... come giudice capace di alte-
rarli in la loro jurisdicione. Certo, i conti di Cocconato avevano pi di una
freccia al loro arco. Nellimmediato, mentre disquisivano con il Senato di
Casale, coltivavano intanto il sostegno del duca di Milano (in quel momento
Filippo II di Spagna), in nome dellantica aderenza (rinnovata, come si det-
to, nel 1565) che li legava collettivamente, in quanto consortile, alla sua perso-
na e, indirettamente, alle sue magistrature47.
Ma vuoi limprovvisa assertivit politica del Monferrato vuoi la duplice ini-
ziativa dei conti di Cocconato richiedono di essere ricondotte a sollecitazioni
complesse, in cui entravano nuovi e diversi soggetti e dimensioni del conflitto.
Soffermiamoci innanzitutto sugli eventi nel contado. Nella stessa richiesta di
un intervento milanese da parte dei conti va annoverata innanzitutto lirruzio-
ne, sulla scena locale, di un elemento nuovo e, per cos dire, di origine endoge-
na, sotto forma di una conflittualit interna al contado. Dalle nostre fonti sap-
piamo per ora che una parte non meglio precisata dei sudditi e uomini del

47. Il Senato di Milano, interpellato dal governatore dello stato, perch di ragione del feu-
do imperiale et anchora dello interesse di questo stato per la sudetta adherentia per vigor della
quale questo stato si pu prevaler della jurisditione et logho di essi Conti secondo la forma di
essa adherentia, non ritenendo di poter far tal giuditio senza sentenza et agiuto del rappre-
sentante dellautorit ducale, chiede a questultimo di delegare un giureconsulto della citt,
Ascanio Maggiolino, perch, insieme a un commissario del senato monferrino, visiti il loco in-
tenda le ragioni delle parti togli anchora opportune informatione e faccia rellatione (ASTO P6,
Copia supplicationis, 24 gennaio 1583, c. 163r; 1583, 29 gennaio, Copia di delegazione fatta
dal Re Cattolico in capo del dottor Magiolino per conoscer in queste diferenze tralli signori
Passerano suoi aderenti e l duca di Monferrato, c. 162r. Cfr. la relazione di Maggiolino, con le
testimonianze allegate, ivi, 1583, 18 febbraio, Informazioni prese dal regio delegato
Maggiolino, cit.).

111
contado, lamentando differenze con i loro signori, mostravano non pochi
tratti di una nuova coalizione politica, che si connotava per una spiccata pro-
pensione a sottoporre le loro istanze al duca di Savoia, il potente vicino che
vantava la qualit di vicario imperiale. Le fonti a noi disponibili non ci consen-
tono di analizzare a fondo, in questa sede, le valenze e la portata della minac-
cia apparentemente percepita dai conti di Cocconato in materia di giurisdizio-
ne.
E, in effetti, la cronaca di eventi interni al contado non era affatto disgiunta
da un nuovo, concreto profilarsi di interessi sabaudi, che, per di pi, assumeva-
no laspetto di aperte pressioni esercitate non soltanto sul contado, ma soprat-
tutto sullo stesso Monferrato. Proprio nellanno 1584, il duca di Savoia Carlo
Emanuele I, in parte ricalcando un copione tradizionale dei suoi predecessori e
in parte innovando, apriva a sua volta una variante tattica entro un articolato
fronte diplomatico. Da un lato, sul versante cocconatese, chiedeva a Filippo II
di esercitare la superiorit feudale sui conti, che gli ricusavano il debito
omaggio. Daltro lato, quella stessa rivendicazione appariva quasi come po-
stilla a una richiesta assai pi ambiziosa, che consisteva nellottenere conte-
stualmente un duplice riconoscimento di prerogative giurisdizionali: tanto sul
marchesato di Saluzzo, quanto sul Monferrato48.
del tutto probabile, dunque, che lombra di unincombente intervento sa-
baudo nelle differenze locali pungolo, a sua volta, di unoffensiva diploma-
tica perseguita a pi alto livello entro le gerarchie imperiali fosse la causa im-
mediata dellarrivo a Passerano di un commissario milanese, con lincarico di
raccogliere informazioni tanto sulla disputa tra il contado e il Monferrato, quan-
to sulle divergenze tra i signori e i loro sudditi. Ma, sullo sfondo, fu quasi certa-
mente la convergenza di pressioni sabaude nei confronti sia del contado sia, so-
prattutto, del Monferrato ci che spinse le parti ad addivenire con imprevista
sollecitudine a una soluzione di tipo diverso, extragiudiziale, del contenzioso lo-
cale. Di l a poco, infatti, Francesco Scozia, in stretto contatto con il Consiglio di
Stato del Monferrato e coronando lintensa opera di negoziazione informale
compiuta localmente con gli esponenti del ramo di Passerano dei conti
Radicati49 in particolare, con Ercole e Giacomo, figli di Percivalle, che in que-
gli anni rivestiva la carica di capitano del contado port a termine con succes-
so un solenne compromesso tra il contado di Cocconato e il Monferrato.

48. ASTO, Corte, Materie politiche per rapporto allestero, Negoziazioni Spagna, m. 1, n.
16, cit. in E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, Firenze 1865, III, p. 32.
49. Con i quali affermava di essere legato da rapporti di amicizia e di parentela (ASTO P
6, cc. 198r-200r, il segretario ducale Giovanni Battista Volpe Alli... Presidente et consiglieri nel
ducato di Monferrato, Corsione, 22 maggio 1583). Francesco Scozia, dei signori di Pino (oggi
comune di Pino dAsti) e Mondonio, capitano delle milizie ducali, apparteneva a una nota fami-
glia del patriziato casalese, dalla quale proveniva anche lallora Presidente del Senato di Casale
e del Consiglio di Stato del Monferrato, Bernardino Scozia (cfr. B.A. Raviola, Il Monferrato
gonzaghesco. Istituzioni ed lites di un micro-stato (1536-1708), Firenze 2003, pp. 109-111).

112
Fin dal 4 giugno del 1584 fu dunque stipulata una formale transazione o
convenzione, tra i signori di Passerano, in quanto membri del consortile dei
conti di Cocconato, e lufficio del Dacito Generale di Monferrato. Divisa in pi
capitoli, essa prevedeva innanzitutto che la strada di Gola Stretta e la strada
di val Passarenga fossero ora debitamente riconosciute come separate e di-
stinte. In pi, luna e laltra venivano ora dichiarate comuni tra i conti e il
duca di Monferrato. Il loro nuovo statuto comune riguardava, in particolare, il
tratto lungo il quale si riconosceva ora anche da parte monferrina che pro-
prio le due strade segnavano il confine fra le terre del contado e quelle del
Monferrato50. Le merci in transito avrebbero pagato il dazio o tratta foranea
del Monferrato, mentre sui conti cadeva lincombenza dimpedire ogni percor-
so alternativo con cui si cercasse di evitare questo prelievo.
Coronava laccordo una reciproca esenzione: per i conti e i loro sudditi di
Bagnasco, Capriglio, Marmorito e Passerano, dal pagamento del dazio del
Monferrato, sia pure limitatamente ai prodotti e al bestiame per uso proprio;
per i ministri, agenti e ufficiali del duca, nonch per i feudatari e uomini di
Mondonio, Pino e del piovanato di Meirate, dal pagamento del pedaggio del
contado di Cocconato. Il nuovo assetto territoriale, che distingueva e, al tem-
po stesso, conciliava i tracciati viari e listituzione di una linea di confine de-
finita dalla communione delle due strade, fu illustrato in forma cartografi-
ca51.

Strade, fiscalit e giurisdizioni in unarea imperiale


Fu dunque, verosimilmente, il profilarsi dei Savoia come nuovi, potenziali
partecipanti al gioco diplomatico e politico intorno al contado e ai confini del
Monferrato a imporre, nei fatti, i tempi accelerati del compromesso raggiunto
nel 1584, e ad accomunare i contraenti nel concorde intento di evitare i rischi
di un allargamento del contenzioso giurisdizionale. Tuttavia, ancora prima di
ricalcare una serrata cronaca politico-diplomatica che vedeva ormai linterven-
to di nuovi attori, opportuno per noi, in questa sede, soffermare lattenzione

50. La strada di val Passarenga avrebbe segnato il confine tra Bagnasco, Capriglio e
Passerano, dalla parte del contado, e Piov e Cerreto, dalla parte del Monferrato; quella di Gola
Stretta, fra Capriglio e Mondonio. Le parti stabilirono perci di piantar li termini in dette stra-
de, per dimostrar quanto si estenderanno le communione. La collocazione dei termini venne
effettuata e ratificata tra lagosto e i primi di settembre. (ASTO P 6, Lettere et capitulationi so-
pra quali si stabil poi la transattione per il passo do Gola Stretta et del Montazzo, cc. 196r-
240r, in particolare Instrumento di transattione con li signori di Passerano et Coconato, Casale,
4 giugno 1583, cc. 227r-231v).
51. Sulla cartografia disponibile, cfr. n. 2. Oltre che alle due strade comuni, identiche con-
dizioni si estendevano alle strade di Mondalforche e di Alzabecco, che da Mondonio si di-
rigevano verso il Piemonte sabaudo, compiendo la maggior parte del loro percorso nel territorio
del contado.

113
sulle risorse che laccordo tra contado e Monferrato offriva in termini di con-
solidamento degli strumenti di controllo interni, per cos dire, sulle strade e
sui territori appartenenti alle rispettive giurisdizioni.
Abbiamo accennato a come, particolarmente per il Monferrato e per il du-
cato di Savoia, la competizione intorno alla giurisdizione, alla sovranit e alla
quasi-sovranit assumesse, sia pure con modalit diverse, la forma di atti di
possesso, o di quasi-possesso, innanzitutto attraverso il prelievo fiscale. Nei li-
miti del presente lavoro, non possiamo ricostruire con esattezza quali furono,
in questo senso, gli esatti rapporti di causa ed effetto tra i rinnovati interessi
imperiali e alcuni tra gli sforzi pi ambiziosi e pervasivi di affermazione di
giurisdizioni accentrate da parte dei governanti sabaudi e monferrini. Se guar-
diamo i tempi e i ritmi di sviluppo delle magistrature interessate al prelievo
(qui ci riferiamo a tributi di tipo senzaltro indiretto, sulla circolazione delle
merci), troviamo forse un lieve anticipo sul versante sabaudo gi a opera di
Emanuele Filiberto, dopo la pace di Cateau-Cambrsis (1559), grazie allintro-
duzione o allestensione di esazioni accentrate, quali i dazi allesportazione e
allimportazione (1561-62) o la gabella sulle carni (1567).
Ma, sia pure con questi limiti, la politica messa in atto dal Monferrato nei
confronti del contado di Cocconato pu aiutarci ad apprezzare la portata din-
sieme delle innovazioni dellepoca di cui stiamo trattando in materia di strade,
delle giurisdizioni a esse corrispondenti, e dei nuovi prelievi fiscali, anche al di
l degli eventi pi incalzanti di cronaca politica. In un quadro regionale di cre-
scenti tensioni, gli anni del nostro contenzioso erano, in generale, quelli in cui
lo stato monferrino stava conseguendo un notevole rafforzamento delle sue
strutture sociopolitiche e amministrative, non ultime quelle fiscali. La capitola-
zione di Casale al dominio dei Gonzaga e lincameramento dei dazi cittadini
avevano preluso allespansione delle prerogative camerali del nuovo stato gon-
zaghesco.
Nello stesso tempo, le finanze ducali, dopo un risanamento coronato da
successo, risentirono dellenorme impegno per la costruzione della cittadella
di Casale, provocando un inasprimento del prelievo fiscale, prevalentemente di
tipo indiretto e specificamente in materia daziaria, che conobbe infatti unas-
sertiva espansione e un capillare consolidamento appunto entro gli anni
Ottanta, in particolare sulle vie di grande collegamento quali la strada franca,
sui percorsi interessati al contado di Cocconato, e ancora sulla via della
Versa52. Nelle testimonianze di tutti i protagonisti della documentazione che
abbiamo utilizzato, monferrini compresi, limposizione della tratta foranea era
giustamente percepita come una novit.
A far sorgere una questione intorno ai confini era stata, non a caso, lintro-
duzione dei dazi ducali, contemporaneamente, peraltro, a un inasprimento del

52. Cfr. B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco, cit., in particolare pp. 93-142.

114
pedaggio del contado e alla sua estensione agli uomini del piovanato di
Meirate, un tempo esentati. In precedenza sembrano volerci dire alcune voci
monferrine e la stessa complessiva cronologia documentaria non si era pre-
sentato con altrettanta urgenza il problema di stabilire lo statuto delle strade,
n della giurisdizione sui territori attraversati da quelle strade.
Nel corso della disputa, per argomentare che lo incontrastato possesso
del pedaggio sulla strada del Montaccio, rivendicato dai conti di Cocconato,
non generava legittimazione, un documento di parte monferrina aveva spie-
gato che:
Non in effetto maraviglia si detti signori [del consortile di Cocconato] senza contrasto si
sono usurpata quella via, perch prima che fosse introdotta la [tratta] foranea in Monferrato
se ben a mercanti et altri veneva estorquito per quel passo da detti signori il pedagio non
meteva conto ad alcuna persona per due quattrini, o un grosso che venesse a pagare escla-
marsi riccorrendo a Casale con spesa di duo o dun scuto al meno53.

Per le magistrature del Monferrato, insomma, non vi era stato motivo di in-
tervenire finch non erano da tutelare gli interessi della Camera ducale e degli
appaltatori del dazio. N, da parte del contado, era stata necessaria in prece-
denza una difesa armata dei confini, che si era invece manifestata, come abbia-
mo visto, dietro le pressioni dei traversieri dei dazi monferrini.
Ora, importante segnalare che la convenzione del 1584 metteva a segno,
in questo senso, per le autorit monferrine, un duplice successo: sia negli stru-
menti di prelievo fiscale sia nella costruzione di comunicazioni viarie.
Abbiamo accennato a come il ducato di Monferrato avesse il problema di ga-
rantire lintegrazione fra i diversi e discontinui territori dello stato. Anche con
questo obiettivo, la controversia con il contado era sembrata proporsi inizial-
mente lo scopo di conseguire un confine comune tra Mondonio e il piovanato
di Meirate: un mezzo per assicurare la continuit territoriale dello stato a nord
del Tanaro, il cosiddetto Basso Monferrato. Ma non su questa soluzione stret-
tamente territoriale si attestarono le autorit monferrine, per le quali si rivel
invece essenziale una preoccupazione aperta a soluzioni diverse: vale a dire il
controllo delle comunicazioni tra le varie parti dello stato, non solo tra quelle
dotate di continuit territoriale, ma anche, come abbiamo accennato, tra il
Basso Monferrato e il cosiddetto Alto Monferrato, da esso territorialmente di-
scontinuo.
La transazione del 1584 risolveva questo problema aggirando la questione
della sovranit territoriale, perch prefigurava, come abbiamo visto, una
condivisione di uso delle strade fra due giurisdizioni che si accordavano su di
un piano di parit, grazie a una communione di diritti che non ne escludeva
(con un bisticcio lessicale solo apparente) lesclusivit. Lidea sottostante era
di aprire i collegamenti discontinui tra il Basso e lAlto Monferrato a tappe di

53. ASTO P 6, c. 7r.

115
percorsi a giurisdizione imperiale (nonch ecclesiastica), nel quadro di una pi
ampia area di transiti: unarea, come ebbe a scrivere in anni di poco successivi
un consigliere al duca di Mantova e Monferrato, di terre libere imperiali o
ecclesiatiche per le quali V[ostra] A[ltezza, il Duca di Mantova,] pu anda-
re sino alla riviera senza toccare del statto di [S]avoia54.
Pu essere utile qui fare riferimento a unaltra grande arteria di viabilit, es-
senziale per la vita del ducato monferrino: la strada franca di Felizzano, a cui
abbiamo accennato sopra e su cui ritorniamo ora brevemente. Un insieme di
elementi analoghi, sia pure assortiti e risolti in modo diverso, interess quel
percorso negli stessi anni del contenzioso con Cocconato, rispetto alla cui via-
bilit la strada franca costituiva, almeno da un punto di vista geografico,
unovvia direttrice di raccordo tra le aree del dominio monferrino. Quando si
apr tra il Monferrato e lo Stato di Milano una disputa intorno alla strada fran-
ca, tre ne furono, in sostanza, i principali aspetti: 1) la natura personale o reale
della franchigia dai dazi alessandrini, ovvero se la franchigia valesse per i soli
sudditi del Monferrato, oppure per chiunque trasportasse merci dalluna allal-
tra sezione dello stato; 2) la tipologia delle merci esentate, biade, vettovaglie
in generale, compreso il sale, oppure qualsiasi prodotto; 3) la fissazione di un
percorso univoco, vincolato al passaggio per luoghi precisi, contro, in pratica,
la facolt di muoversi liberamente per lintero territorio dellAlessandrino.
In questa disputa erano i primi due elementi ad apparire particolarmente
rilevanti, a causa della folta presenza lungo questo asse di comunicazione di
mercanti e trasportatori genovesi impegnati a portare i prodotti della mari-
na in Monferrato, dove acquistavano riso e granaglie da condurre in patria.
Al riparo delle bollette che certificavano lorigine monferrina delle merci
trasportate, un simile commercio si espandeva agevolmente sul territorio cir-
costante, sfuggendo al dazio e ai regolamenti annonari. Il fatto, inoltre, che
lesenzione potesse riguardare una pluralit incontrollabile di percorsi allin-
terno dellAlessandrino, in particolare intorno al luogo di Felizzano, compor-
tava un notevole aumento delle occasioni di contrabbando, tanto pi che i ter-
ritori attraversati producevano normalmente eccedenze commerciabili di ce-
reali. Laspirazione monferrina a una pratica estensiva della franchigia si
scontrava perci con un riconoscimento di principio assai pi riservato da par-
te milanese.
Dalla seconda met del secolo XVI fino allo scorcio del secolo XVII, si ve-
rificarono, a pi riprese, ondate di arresti e sequestri ai danni dei convogli
monferrini. Il duca di Monferrato e il suo Senato ne contestavano la legittimit
non solo per via diplomatica, ma anche per via giudiziaria, con istanze al
Senato di Milano, preferito, a motivo della sua competenza in materia di giuri-

54. Ivi, Paesi, Monferrato, CAB, S, n. 3, Volume di Documenti riferibili alle controversie
territoriali tra S. Damiano da una parte, e S. Martino, Celle e Ferrere dallaltra, e qualche poco
anche la Cisterna (1480-1616), c. 250r [s.d., ma ante 1612].

116
sdizione e di confini, al tribunale del Magistrato straordinario delle entrate di
Milano, il quale, dal canto suo, rivendic sempre la propria esclusiva compe-
tenza sul contenzioso, ritenendolo di natura unicamente fiscale e interna, non
giurisdizionale e interstatuale55.
Il Monferrato chiedeva al Senato di Milano di certificare, quale possesso
antico e immemorabile una pratica del territorio che comportava la neutraliz-
zazione contestuale di importanti elementi (fisco e annona) della giurisdizione
milanese sullintero corridoio alessandrino. Era insomma la franchigia diffu-
sa, piuttosto che non lesenzione lungo un preciso itinerario, a essere indicata
nelle fonti di parte monferrina, con caratteristica equivalenza, la strada fran-
ca56.

4. Nodi di transito e spazi franchi


Forze e debolezze di un monopolio locale
Nel descrivere alcune caratteristiche storiche della viabilit ai confini del
Monferrato, abbiamo sottolineato che i percorsi e i tracciati viari pi intensa-
mente utilizzati, le aree di transito, non appaiono come dati o preesistenti se
non nei termini pi generici, ma piuttosto come oggetti di attivit specifiche di
investimento e di gestione in un ambiente competitivo. Parallelamente, abbia-
mo analizzato certe innovazioni in senso accentratore dei due stati in via di for-
mazione monferrino e sabaudo ponendole a raffronto con le vicende dei
conti di Cocconato. Abbiamo cercato, in particolare, di connotare la storia del
contado nei suoi aspetti dimpresa a diretta gestione signorile e corporativa,
che, su un lungo arco di tempo, investiva intensamente e sistematicamente nel
controllo delle strade e dei transiti. Il premio era insieme economico e politico.

55. Di fatto, entrambe le magistrature ebbero un ruolo. Il Senato intervenne soprattutto con
pareri e avvisi, cio con indirizzi interpretativi. Il Magistrato straordinario con gride e ordini alle
magistrature subordinate (il referendario di Alessandria) e agli ufficiali locali incaricati di repri-
mere il contrabbando (i commissari, il capitano dei soldati). Si pu semmai osservare nelle di-
chiarazioni senatorie un carattere pi sfumato e interlocutorio, che tendeva a risolversi in senso
restrittivo nel pi secco dettato delle disposizioni emanate dal Magistrato delle entrate. Il ricor-
so a istanze di giustizia non escluse tuttavia gli abboccamenti tra delegati del duca di Monferrato
(membri del Senato di Casale, segretari del Consiglio appositamente delegati in alternativa o
unitamente al residente mantovano a Milano) e dello Stato di Milano (perlopi esponenti del
Senato o del Magistrato straordinario), in vista di una soluzione negoziata, in alcuni casi accom-
pagnati da ricognizioni sul terreno.
56. Questa almeno era largomentazione principale che da parte monferrina si opponeva alle
allusioni milanesi allassenza di esplicite convenzioni o trattati tra i principi, questione sulla
quale peraltro si apr, per cos dire, un fronte archivistico della contesa, alla ricerca delle pi
antiche tracce del privilegio. La legittimazione del diritto attraverso luso spingeva naturalmen-
te alla produzione di testimonianze dei depositari viventi della memoria locale, gli abitanti pi
anziani e autorevoli dei luoghi interessati.

117
Poggiava, di preferenza, sul mantenimento di un basso profilo, ma dipendeva,
in fondo, dalla istanza di un rapporto diretto con lImpero.
Sappiamo bene che i conti di Cocconato non furono gli unici imprenditori
di questo tipo in area o sotto legida imperiale. Gli esempi, pi o meno riusci-
ti, si potrebbero moltiplicare. Angelo Torre ha descritto i tentativi degli
Scarampi del Cairo di avviare i propri corridoi di transito attraverso una serie
di tappe, con un temporaneo successo nel Cinquecento grazie allalleanza con
i Crivelli57. possibile che, seguendo una strategia analoga a quella dei loro
omonimi, gli Scarampi di Camino, su un arco di tempo forse pi lungo, abbia-
no visto i loro sforzi coronati da un successo pi chiaro e pi duraturo58. Torre
attribuisce in parte lo scarso successo degli Scarampi del Cairo ai pervasivi
conflitti di faida che tarparono forme di collaborazione proiettate lungo pi ge-
nerazioni. molto probabile che lorganizzazione in consortile dei conti di
Cocconato seppe, in larga misura, ovviare a questo tipo di minaccia segmenta-
ria alla cooperazione interna. Peraltro, un forte consortile dislocato tra Basso
ed Alto Monferrato, quale il marchesato degli Incisa, sembr condividere alcu-
ni dei vantaggi di quello di Cocconato, ma non si dimostr certo al riparo da la-
cerazioni interne59.
Il migliore studio sullItalia di area imperiale lungo il secolo XVI, sia pure
al di fuori della nostra zona, quello di Osvaldo Raggio sullarea di transito tra
Chiavari e la pianura padana, che coglie e descrive minutamente le condizioni
di monopolio imposte ed esercitate dai gestori stessi dei trasporti su strada in
questo caso i principali gruppi di parentela dislocati lungo i percorsi e sorret-
te dalla violenza armata. Si tratta di rapporti informali, anche se altamente or-
ganizzati, capaci di organizzare e gestire ogni aspetto specifico del passaggio
di bestie da soma, uomini e merci lungo una trama di itinerari di un particolare
corridoio di transiti, che trova un appoggio, diretto o indiretto, nelle prerogati-
ve signorili e nelle istanze giurisdizionali dei feudi imperiali dei Doria60.
Abbiamo suggerito che un monopolio locale fu anche una delle caratteristi-
che del successo dei conti di Cocconato, e vorremmo qui ribadire un aspetto
particolare di un simile monopolio. A differenza di percorsi pi lineari, da luo-
go a luogo, fu, come abbiamo visto, laspetto di nodo stradale a fornire una
risorsa specifica al contado di Cocconato. Uomini e merci vi transitavano, ma

57. A. Torre, Le terre degli Scarampi. Appunti per una lettura della Langa astigiana in et
moderna, in Tra Belbo e Bormida: Luoghi e itinerari di un patrimonio culturale, a cura di A.
Torre, E. Ragusa, Asti 2003, pp. 33-46.
58. ASTO, Corte, Paesi, Monferrato, Ducato, G.G. Saletta, Storia del Monferrato, I, p. 2a
(Calliano - Fubine), n. 2 di catena [s.d., ma 1711]: Ducato del Monferrato tra li fiumi del Po e
Tanaro e di l dal Po non compresa la Provincia contenuta nel trattato di Cherasco, I, Parte
Seconda, ff. 13-26. Cfr. anche n. 61.
59. Cfr. G. Molinari, Storia dIncisa e del gi celebre suo marchesato compilata da
Giosteffantonio Molinari e pubblicata lanno 1810, Asti 1810, 2 voll.; G. Albenga, Il marchesa-
to dIncisa dalle origini al 1514, Torino 1970.
60. O. Raggio, Faide e parentele. Lo Stato genovese visto dalla Fontanabuona, Torino 1990.

118
transitavano, tutto sommato in un crocevia di itinerari e di direttrici. Siamo in
presenza, insomma di quella stessa pluralit incontrollabile di percorsi con
cui abbiamo connotato or ora un tratto della strada franca, ma gestita, nel caso
di Cocconato, sotto ununica regia. Anche sotto questo profilo non mancano
ulteriori esempi, sia pure spesso su scala minore. Ricordiamone uno per tutti: il
tenimento signorile di Redabue degli Scarampi di Camino sul Tanaro, al croce-
via tra Alto e Basso Monferrato e le strade milanesi61.
Limportanza dei nodi di transito stata sottolineata in area imperiale, per
esempio da Livet nel caso della citt di Metz62. Ma esiste inoltre, crediamo, una
sorta di tensione tra i monopoli sui nodi e i monopoli su percorsi pi lineari, o
che tendono a esserlo. Nella seconda met del secolo XVI i conti di Cocconato
controllavano in termini che importante ribadire tutta larea di strada. Pu
essere utile precisare ancora una volta: controllavano tutta larea di strada nel
senso che controllavano tutte le diramazioni della strada. Dunque controllavano
perfettamente il transito. Forse si potrebbe parlare di una rete diversificata ed
orientata63. Daltra parte, se controllavano, appunto, la rete viaria in tutte le sue
diramazioni, abbiamo insistito sul fatto che lo stesso non poteva dirsi viceversa
per larea su cui la stessa rete viaria si trovava, nel senso che il loro controllo
non era di tipo territoriale n sullarea, n sul suo perimetro. Qui, anzi, il conta-
do frammentava, di fatto, in profondit la giurisdizione dello stato monferrino,
al Montaccio, ma anche, pi a est, lungo il piovanato di Meirate e lungo la via
della Versa, tra Montiglio e Robella. Contemporaneamente, sul versante sabau-
do, il contado deteneva il controllo sul nodo di percorsi a largo raggio tra Basso
e Alto Monferrato, in particolare attraverso le tappe ravvicinate dei feudi della
Chiesa, alternativi alla strada franca.
Ma se il controllo di nodi di transito fu un fattore di rilievo del monopolio
esercitato dal contado sui transiti, non dobbiamo dimenticare che lesclusivit
dellesazione dei pedaggi rappresentava insieme la condizione e la garanzia
del privilegio collettivo assicurato dai conti nel corso del tempo. Alla base, la
franchigia di strada, la configurazione della viabilit del contado stesso come
spazio franco, poggiava sullistituto del pedaggio come risorsa fondante.
Ora, importante a questo punto richiamare e rendere esplicita la particolare
dinamica che gravava le funzioni dei pedaggi del contado di costi politici cre-

61. Sul quale cfr. Sommario degli atti e causa vertente tr Il Contado dAllessandria contro
lillustrissimo signor conte Paolo Scarampi di Camino gentiluomo di Camera di S.S.R.M., in
Torino, nella stampa di Pietro Giuseppe Zappata Stampatore Capitolare, s. d., ma c. 1725
(ASTO, Corte, Paesi, Provincia di Alessandria, m. 32, n. 2).
62. Vedi la descrizione del Baillage dAllemagne incentrato sul nodo di Metz tra sec. XVI e
XVII, con strade trasversali, che talvolta raddoppiano o rinforzano le direttrici principali.
Forse anche nel nostro caso (in piccolo): grande densit, variet di itinerari, permanenza dei
tracciati dai tempi romani e forse anche precedenti, ma soprattutto solida gestione da parte del
potere politico [locale]: questo rappresenta il nodo stradale di Metz: cfr. G. Livet, Strade e po-
teri politici, cit., in particolare pp. 89-90.
63. Ivi, p. 82.

119
scenti. In fondo, i pedaggi del contado, la loro stessa fissit teorica, rappresen-
tavano una crescente, duplice sfida alle pressioni cumulative di tipo fiscale da
parte dei governi circostanti: da un lato, infatti, i pedaggi assicuravano a uomi-
ni e merci in transito per il contado di varcare uno spazio franco e, come tale,
protetto dalle istanze vieppi pressanti dei governi limitrofi in campo giurisdi-
zionale su strade e territorio; daltro lato, e pi in particolare, la viabilit in
franchigia assicurata dai pedaggi si contrapponeva sempre pi a un crescente
e dunque relativamente lacunoso prelievo fiscale da parte delle istituzioni ca-
merali vuoi sabaude vuoi monferrine.
Il tardo Cinquecento ci propone, in questo senso, un processo che potrem-
mo forse definire, in senso economico, di crescenti esternalit: di economie e
di diseconomie esterne allistituto economico dei pedaggi cocconatesi. Di fat-
to, nella evoluzione del contenzioso di cui ci stiamo occupando, si concretaro-
no condizioni di crescente tensione di tipo politico, non solo provenienti dal-
lesterno, ma anche, come abbiamo accennato, entro il contado stesso. Di qui,
forse, certi elementi di potenziale fragilit del contado di Cocconato nella con-
giuntura cinquecentesca. Lautonomia del contado appariva legata alla possibi-
lit di assicurare il libero transito di merci e uomini in un contesto di bassa
conflittualit politica regionale, e in virt di legami deboli istituiti dai suoi
signori con i poteri interessati a un controllo sulla moblit nellarea del
Piemonte centromeridionale (Impero, Savoia, Milano, Monferrato). Ma quella
stessa autonomia era anche alla base degli equilibri interni del contado, della
distribuzione dei rischi e dei vantaggi offerti ai diversi signori del consortile e
agli uomini delle singole terre o comunit. Era unautonomia minacciata
soprattutto dalle pressioni dei due vicini pi potenti ducato di Savoia e duca-
to di Monferrato che cercavano, pur seguendo strategie diverse, di consolida-
re ciascuno una esclusiva sfera giurisdizionale. La competizione fiscale ali-
mentava anche le tensioni interne ai singoli domini di area imperiale. Essa po-
teva compattare le singole compagini politiche locali, ma rischiava anche
come rovescio della medaglia di aprire fratture quando sabaudi e monferrini,
quasi allunisono, imposero i loro dazi e le loro gabelle.

Il moltiplicarsi degli attori in gioco


Abbiamo accennato a come, nel nostro caso, una mobilitazione popolare
o delle terre o comunit del contado, forse in chiave filosabauda e con-
tro i propri signori, affiorasse a partire dal 1584, configurandosi tendenzial-
mente come lotta di fazioni. Di l a breve, i sudditi dissidenti del contado di
Cocconato cominciano ad assumere connotati pi precisi nella nostra docu-
mentazione grazie alla loro opposizione alla convenzione siglata con il
Monferrato. Diversi uomini e terre del contado si appellarono ora apertamente
al duca di Savoia, in quanto principe viciniore e vicario perpetuo del sacro
romano Imperio et delegato dalla Maest Cesarea in tutte le cause delle... terre

120
desso contado, chiedendogli di reintegrali nel libero possesso delle ra-
gioni et via abusivamente vendute al Monferrato dai loro signori. Anche fra
questi ultimi, peraltro, laccordo raggiunto con il Monferrato sembrava semi-
nare scontento, in particolare tra quanti, quali i signori di Primeglio, si trovava-
no esclusi dallesenzione dal dazio, mentre Fabrizio di Casalborgone, che de-
teneva quote di giurisdizione su Passerano, ma era vassallo sabaudo per il suo
feudo principale, andava dicendo di voler spiantare i termini [scil.: di confine
tra il contado e il Monferrato] che furono posti ne luoghi gi contentiosi64. Il
duca di Savoia rispose aprendo, con lassistenza del Senato di Torino, un pro-
cedimento giudiziario contro i conti di Cocconato.
Ostentatamente incrinata nella sua compattezza, la compagine dei conti di
Cocconato appariva dunque minacciata dallemergere di una coalizione di si-
gnori e di loro uomini intenti a promuovere quella che si andava configurando
come fazione, o partito, che potremmo ora definire filosabaudo con maggior
certezza. La contrapposizione tra schieramenti era alimentata anche dallordi-
ne, trasmesso da Filippo II al Senato di Milano, di non frammettersi tra i conti
e il duca di Savoia: che non simpedischi in cosa veruna per i conti di Cocon
contra il signor Duca di Savoia, onde le loda senza pi contrasto accostarsi a
questo benigno prencipe, da cui havrano sempre benefitio et honore65.
Dalla Spagna giungeva insomma un segnale di libert di azione rivolto al
duca di Savoia e ai suoi sostenitori entro il contado. Se ai Savoia i conti erano
legati nel loro insieme, in quanto consortile, da una aderenza simile a quella
che avevano con il duca di Milano, sembrava che ormai Carlo Emanuele I po-
tesse avvalersi della propria autorit di vicario imperiale per incrinare o divi-
dere il consortile, con lo scopo di farsi riconoscere la superiorit feudale, il che
una parte dei conti, capifila i signori di Passerano, sembravano per intenzio-
nati a non concedere, tenendosi inanti glocchi la memoria fresca di
Casalborgone dattosi quasi in tempi presenti al fu signor duca Carlo [di
Savoia], et per ci smembrato dal cont di Coconato66.

64. ASTO P 6, 1585. Lettere del sen. Scozia e daltri co quali savvisa il Consiglio di Stato
del Monferrato circa il racorso sudetto degluomini del contado al duca di Savoja, delle premu-
re, e pratiche della medesima Altezza in Vienna per ottener il Vicariato Imperiale per quelle ter-
re, della ripugnanza ed opposizioni fatte in Torino da molti dei sig.ri di quel contado per sot-
trarsi dalla giurisdizione del Vicariato Imperiale del duca e dellacquiescienza del Re Cattolico
alladerenza che alcuni di detti sig.ri di Coconato intendevano fare allo stesso duca non ostan-
te quella da loro gi fatta al Re medesimo, cc. 248r-268r (sulla posizione assunta da Fabrizio di
Casalborgone riferisce, in particolare, la lettera di Francesco Scozia al Consiglio di Stato del
Monferrato datata Pino, 10 dicembre 1584, c. 262r); 1585, 14 gennaio, 8 febbraio-9 Marzo, co-
pie di citatorie del Senato di Torino subdelegato dal duca nella sudetta qualit di Vicario
Imperiale contro li sig.ri di Passerano per far le loro difese contro gli aggravj, di cui si dolgono
li loro sudditi, cc. 269r-269v, 272r, 283r.
65. Ibid., cc. 258r-259v, lettera di Francesco Scozia al Consiglio di Stato del Monferrato, 10
novembre 1585.
66. Ibid., lettera dello Scozia al vescovo di Casale e al Consiglio di Stato, Pino, 10 novem-
bre 1585, cc. 258r-259v.

121
Potremmo definire viceversa antisabaudo lo schieramento che, sotto le-
gida del capitano del contado, raccoglieva i membri del consortile sostenitori
della convenzione da poco stipulata con il Monferrato. Apparentemente timo-
rosi dellingerenza sabauda, essi si premuravano di ricusare la competenza del
duca di Savoia e delle sue magistrature, negando recisamente che il vicariato
imperiale sabaudo si estendesse sul contado e che il duca fosse provvisto,
come pretendeva, di una delega speciale dellimperatore a trattare il contenzio-
so sviluppatosi tra signori e sudditi. Tant che, replicando quella sorta di ri-
baltamento di fronti a cui abbiamo assistito nella rapida stipulazione della con-
venzione del 1584, questo schieramento sembr accostarsi ulteriormente al
Monferrato, chiedendone addirittura il sostegno diplomatico presso la corte
imperiale (si rec comunque di persona a Praga anche Ercole di Passerano)
per non lasciar passare alchuna espeditione di quei huomini contra di loro pri-
ma che soa Maest [imperiale] sia raguagliata delle loro raggioni et avisata di
quelle che glhuomini supplicano contra67.
Non ci possibile, nei limiti del presente lavoro, ricostruire appieno larti-
colazione del gioco diplomatico messo in atto in diverse sedi dai contendenti,
in particolare dai Savoia nel loro appoggio a uno degli schieramenti locali. Ci
limitiamo qui a osservare come, in unepoca che precede di una generazione le
guerre del Monferrato, sia opportuno evitare la tentazione anacronistica di leg-
gere nelle pressioni sabaude una strategia apertamente espansionistica in dire-
zione del Contado. Il riconoscimento del titolo di vicario imperiale al duca sa-
baudo serviva certo a legittimare loperato giurisdizionale del Senato torinese,
ma non bisogna dimenticare che lobiettivo dichiarato dello schieramento filo-
sabaudo era innanzitutto quello di reintegrare e rinsaldare la risorsa rappresen-
tata dal controllo locale dei transiti, non necessariamente quello di alimentare
entro il contado lacerazioni politiche pi profonde.
Cos pure, nella evocazione come traditore, da parte dei signori di
Passerano, della figura di Giovanni di Casalborgone, che, dattosi al Duca
Carlo di Savoia, si era macchiato di uno smembramento del contado, occor-
re ridimensionare la coloritura a fosche tinte del monito antisabaudo. A conti
fatti, la memoria fresca dellepisodio, denunciato come se fosse avvenuto
quasi in tempi recenti, devessere invece retrodatato di quasi cento trentan-
ni, poco dopo la pace di Lodi del 1454. A quellepoca, un atto spontaneo di de-
dizione dei conti Radicati ai Savoia stipulato nel 1446 era stato revocato con
una successiva convenzione firmata a Milano nel 1458. Non era mancata al-
lora, vero, come non mancher a breve distanza di tempo dallaccordo del
1584, una ribellione di una parte dei sudditi del contado contro i loro signo-
ri, ma lintervento sabaudo, favorito in quelloccasione dal ramo dei conti di

67. Ivi, 1584 e 1585. Lettere de conti di Passerano, e specialmente del conte Ercole al
Consiglio di Casale... ed altre del predetto sen. Scozia con ragguagli, che que sig.ri di
Cocconato son costanti nel pensiere di non cedere al duca di Savoja, il quale dal canto dellim-
pero non sembra sia per ispuntare lintento, cc. 260r-268r.

122
Casalborgone, si era risolto, in definitiva, in un avvicinamento di questi ultimi
ai Savoia grazie alla cessione di una quota di diritti alquanto modesta, ampia-
mente compensata, peraltro, non solo dalla rinnovata coesione del consortile
(sancita dallintroduzione della figura del capitano del contado), ma anche dal-
la investitura ai conti stessi, da parte dei marchesi del Monferrato, di una por-
zione del piovanato di Meirate, nonch di altre comunit limitrofe68.
Ci che vogliamo suggerire la possibilit che il protagonismo dimostrato
dai Savoia verso il contado a partire dal 1584 fosse dettato, almeno in parte, da
preoccupazioni di carattere difensivo, e in questo senso analoghe, almeno per
certi aspetti, a quelle di met Quattrocento, quando, come conseguenza della
stessa pace di Lodi, i Savoia si erano trovati a dover fronteggiare una vera e
propria retrocessione dei propri confini. possibile che il richiamo dei signori
di Passerano a eventi trascorsi in tempi quasi recenti, andasse inteso come
aperta minaccia ai dissidenti e ai Savoia che li appoggiavano, se vero che
rammentava condizioni politiche lontane, ma interpretabili come una prefigu-
razione della congiuntura politica corrente.
importante sottolineare, tuttavia, almeno due elementi aggiuntivi, che di-
stinguevano radicalmente gli eventi tardo cinquecenteschi da quelli di met se-
colo XV. Innanzitutto, il progressivo consolidamento in senso statuale del
Monferrato, nei cui confronti le rivendicazioni sabaude, sebbene mai sopite
dallestinzione della dinastia dei Paleologhi nel 1533, erano tuttavia in condi-
zioni di stallo sul piano sia diplomatico sia giurisdizionale. Da tempo era mor-
to Giovanni Matteo di Cocconato, il pi fedele e attivo membro filosabaudo
del consortile dei conti nei decenni centrali del secolo, che aveva svolto un ruo-
lo di primissimo piano nella diplomazia sabauda tra Francia e Impero, cercan-
do, tra laltro, con una missione a Madrid nel 1561, di contrastare la vendita
del Monferrato allora designata tra Filippo II e il duca di Mantova69. I Savoia si

68. Linserimento della casata di Casalborgone nellorbita sabauda si sarebbe definitivamen-


te consolidato in seguito a riconferme del legame vassallatico e a ulteriori alienazioni di diritti di
giurisdizione detenuti da questi signori sia, soprattutto, nel loro feudo principale di
Casalborgone, sia in altri luoghi del Contado, come Cocconato e Passerano, nei confronti dei du-
chi Filiberto II e Carlo II, avvenute tra il 1504 e il 1520: cfr., in particolare, ASTO, Corte, Paesi,
Provincia di Asti, m. 12, n. 27, 26 maggio 1504, Homaggio e fedelt prestata al duca Filiberto
di Savoia da Raynero di Casalborgone de conti di Coconato per detto feudo di Casalborgone...;
ibid., n. 30, 23 Aprile 1505, Investitura concessa dal duca Carlo di Savoia a Giovanni et
Alemano fratelli Radicati sig.ri di Casalborgone di tutto il castello e luogo di Casalborgone...;
ibid., m. 13, n. 2, Convenzione e patti seguiti tra l duca Carlo, e Giovanni et Alamano fratelli fu
Raynero de conti Radicati e Coconato e consignori di Casalborgone per riguardo dellomaggio
e fedelt; ibid., n. 9, 10 marzo 1518. Istromento di permuta, patti e Convenzioni seguite tra l
duca Carlo di Savoia et Alemano de conti di Coconato, e Radicati consignore di Casalborgone
[...]; ibid., n. 16, 1518, 27 novembre, Estratto autentico dellassignazione fatta dal duca Carlo
di Savoia a Giovanni de Conti di Cocconato duna pensione annua di ff.ni 100 s.a li redditi, et
emolumenti di Casalborgone per supplemento del prezzo della giuridizione di Cocconato; ibid.,
n. 22, 4 giugno 1520. Vendita di Giovanni di Coconato de sig.ri di Casalborgone e Passerano al
sudetto duca.

123
trovavano dunque privati di un insostituibile alleato entro il contado. Nella
congiuntura di fine secolo, il Monferrato emergeva insomma come rivale diret-
to dei Savoia. Dopo la convenzione del 1584 con il contado, gli schieramenti
allinterno di questultimo si misuravano innanzitutto nei rapporti con il
Monferrato, non gi con i Savoia. Il risorgere di dissensi entro il contado se-
gnava, in realt, una cesura rispetto allesperienza passata, sottolineando con
valenze nuove la funzione centrale del contado nella competizione politica tra
i Savoia e il Monferrato.
Ma vi un secondo elemento, di cui sarebbe impossibile esagerare limpor-
tanza, sebbene affiori a malapena tra le righe della documentazione locale. Si
tratt, ancora una volta, di una iniziativa di tipo diplomatico dei conti di
Cocconato, coltivata questa volta presso la corte e la cancelleria imperiale. Il 9
giugno 1585 limperatore Rodolfo II concesse infatti al consortile dei conti di
Cocconato un diploma che forniva non solo un nuovo, potente impulso a rista-
bilire entro il loro consortile una forte coesione corporativa, ma anche, come
vedremo, una formidabile arma di natura giurisdizionale. Ancora una volta, la
natura delle fonti a nostra disposizione non ci consente, in questa sede, di al-
largare lo sguardo allo scacchiere diplomatico pi ampio, se non per sottoli-
neare vuoi la notoriet delliniziativa (che era oggetto, tra laltro, del viaggio di
Ercole di Passarano a Praga), vuoi la probabile consapevolezza da parte sia sa-
bauda sia monferrina della incipiente novit.

5. Conclusioni: verso le guerre del Monferrato


Grazie al diploma di Rodolfo II i signori di Cocconato si facevano forti, e
non per la prima volta, della loro qualit di feudatari immediati dellimpero,
diretti fideles imperii. Tra le investiture riportate e vantate grazie al diploma,
non tutte, come si accennato, erano autentiche. Autentica era quella concessa
da Enrico VII, nel 1310, a Guido di Cocconato, che, al seguito del marchese di
Monferrato Teodoro I Paleologo, aveva accompagnato il re da Chieri a Milano.
A essa erano seguite, nel secolo successivo, quelle di Sigismondo (1413) e
Federico IV (1469), mentre le pi antiche, attribuite a Federico I (1186) e a
Federico II (1249), al pari di un privilegio di Carlo dAngi del 1280, sono
quasi sicuramente dei falsi, fabbricati probabilmente nel secolo XVI70. Il falso
diploma di Federico I, con la sua enumerazione puntigliosa e ridondante di
luoghi e diritti, serviva in particolare a rafforzare le rivendicazioni avanzate dai

69. Allattivit diplomatica svolta da Giovanni Matteo di Cocconato riserva ampia attenzio-
ne P. Merlin, Emanuele Filiberto. Un principe tra il Piemonte e lEuropa, Torino 1995; cfr. an-
che E. Stumpo, Cocconato, Giovanni Matteo, in Dizionario biografico degli Italiani, Roma
1982, vol. 26 pp. 529-531.
70. Cfr. A.A. Settia, Cocconato, Guidetto di, cit., p. 532 e Cocconato, Uberto di, cit., p. 537.

124
conti sul piovanato di Meirate e in rapporto ad altre situazioni contenziose con
il Monferrato, mentre quello attribuito a Federico II sottraeva in perpetuo i feu-
di dei conti allautorit dei vicari imperiali, precisamente quellautorit della
quale si fregiavano i duchi di Savoia.
Investiture imperiali erano gi state rinnovate, in passato, da Massimiliano
I (1512), che per mantenne anche in seguito (1518) linfeudazione dei pos-
sessi dei di Cocconato a Filiberto di Savoia decretata una prima volta nel 1503;
da Carlo V (1530). Il diploma del 1585 di Rodolfo II riproduceva, appunto,
lintera serie degli atti precedenti, autentici e falsi. Questi ultimi ebbero proba-
bilmente anche un ruolo nel promuovere la dizione contado di Cocconato
(comitatus Coconati), ancorando in tal modo la connotazione pubblicistica del
titolo comitale associato al predicato di Radicata, o Radicati, allambito terri-
toriale sul quale si esercitava allora concretamente il potere del consortile.
Lapprovazione accordata nel 1588 dallimperatore Rodolfo II al giuramento
di fedelt al quale i conti si piegarono infine verso il duca di Savoia ne restrin-
ger al tempo stesso, come gi abbiamo anticipato, la portata. Limperatore, in-
fatti, ne escluder il carattere ligio e negher di fatto al duca di Savoia, pur
riconfermandolo suo vicario, lo ius de non appellando nei confronti dei feuda-
tari imperiali, cio linappellabilit di fronte alla giustizia imperiale delle sen-
tenze emanate dalle magistrature sabaude71.
Sul filo della nostra documentazione principale, le avvisaglie di una svolta
negli equilibri locali sono percepibili gi a partire dalla primavera del 1585,
quando i reclami dei sudditi del contado si arricchiscono di una nuova protesta
contro lannunciato pagamento di un tasso fatto per servitio della Camera
Cesarea, ma cherano detti signori obligati, et non loro, contropartita per il di-
ploma imperiale appena ottenuto dai conti72. Peraltro, quando ai primi di mar-
zo un commissario e deputato sabaudo si era presentato a Passerano con il
compito di pubblicare lettere di salvaguardia, il capitano del contado, [i]n
presenza del popolo di Passerano congregato, espresse il suo diniego alla
pubblicazione, facendolo trascrivere in testimoniali di protesta73. Due mesi
pi tardi, preceduta dalla voce che i signori intendessero procedere a sequestri
contro i sudditi riottosi a contribuire al pagamento del tributo noto come
tasso imperiale, sembr prendere corpo brevemente nel contado una minac-
cia di aperta rivolta: circa trecento armati provenienti da tutte le comunit con-
versero di notte su Passerano, gridando il loro proposito di meter al basso il
castello. Di fatto si limitarono a circondarlo, finch, la mattina seguente, scor-
tato dalle milizie di Castelnuovo e di Buttigliera, comparve il collaterale sa-
baudo Aiazza, che, senza grande sforzo, sciolse la folla dei riottosi.

71. Cfr. Gli statuti, cit., pp. 124-139.


72. ASTO, Corte, Paesi, Provincia di Asti, m. 12, n. 27, 1585, 4 maggio e 1 giugno,
Informazioni... prese dal notaio Tarizzo delegato dal duca di Monferrato, c. 297r.
73. Ivi, 1585, 19 marzo, Copia di protesta fatta dalli sig.ri di Passerano di nullit dogn atto
fattosi, e che sia per farsi dal duca di Savoja e suo Senato e suoi uffiziali, cc. 284r-285r.

125
Prima di ritirarsi a Castelnuovo, accompagnato da consoli e sindaci delle
comunit del contado, il collaterale sabaudo visit le strade di cui si stava
occupando la giustizia del suo signore, con il significato di un atto possessorio
dalle modalit assai pi blande di quelle che abbiamo visto attuate a suo tempo
dalle milizie monferrine del capitano Scozia74. Pi tardi, nel mese di ottobre
1585, il duca di Savoia, con il consiglio del Senato di Torino, emetteva infi-
ne una sentenza che condannava i conti di Cocconato a restituire i passi nel
primiero stato. Dopo che lo stesso Senato ebbe respinto lappello dei conti,
dichiarandosi incompetente a intervenire in una materia riservata al giudizio
diretto del duca-vicario imperiale, sui termini di confine eretti in virt della
convenzione con il Monferrato comparvero salvaguardie, che riproducevano
o richiamavano il testo della sentenza senatoria di restitutio in integrum, non-
ch i pennoncelli con le armi imperiali, affissi dagli agenti delle comu-
nit. Formalmente perentorio, lintervento giurisdizionale sabaudo si esauri-
va, almeno per il momento, in procedure tanto solenni quanto esclusivamente
simboliche75.
Quando giunse, la ripresa di rapporti diplomatici regolari con i Savoia da
parte dei conti di Cocconato pot avvalersi di una rinnovata posizione di forza
e compattezza interna al consortile. Allinizio del 1586 i contatti tra i conti e la
corte sabauda sintensificarono, questa volta attraverso canali diplomatici di-
retti e formali. Il capitano e diversi esponenti del consortile compirono un lun-
go soggiorno a Torino, tra lusinghe e minacce, secondo quanto apprendevano
con crescente apprensione i loro corrispondenti monferrini. Entro breve, l8
febbraio 1586, i signori del contado stipularono un nuovo contratto di transa-
zione, questa volta con il duca di Savoia e di tenore apparentemente ben di-
verso dai termini paritari della convenzione del 1584 con il Monferrato, giac-
ch i conti ammettevano questa volta, per considerazioni di pubblica quiete,
un condizionato riconoscimento della superiorit sabauda.
Secondo il dettato della transazione, i luoghi di Brozolo, Passerano e
Robella venivano mantenuti nel precedente statuto di feudi immediati
dellImpero. Per essi valevano soltanto i vincoli di aderenza contratti nel pas-
sato dai conti con i duchi di Savoia e di Milano76. In relazione agli altri luo-

74. Ivi, 1585, 6 aprile. Lettera del sen. Scozia con cui ragguaglia al Consiglio di Casale, cc.
286r-287r; 1585, 4 maggio e 1 giugno, Informazioni... prese dal notaio Tarizzo, cit., cc. 290v-
305r. Sulle strade del Montaccio et Gola Stretta venne piantata una collona di legno per cia-
schedun passo con larme imperiali fatte di tolla, o sia latone, et scrittoci alcune lettere in segno
di salvaguardia (ibid., Del Consiglio a S.A. del primo di novembre 1589, cc. 360r-360v).
75. Ivi, Del Consiglio al Serenissimo duca Guglielmo, delli 6 di Novembre 1585, cc. 256r-
257r; 1588, 12 novembre, lettera del Consiglio di Stato di Torino a quel di Casale con doglian-
ze, che dai soldati della tratta di Monferrato siansi arrestati e costretti a pagar certa emenda tre
cavallanti di Primeglio passando alla Passarenga, c. 346r.
76. I rapporti di aderenza con i duchi di Milano datavano dai conventiones et pacta stipu-
lati nel 1369 con Galeazzo Visconti ed erano stati pi volte rinnovati lungo i secoli XV e XVI:
lultima volta, nel 1565, con Filippo II di Spagna (ASTO, Corte, Paesi, Provincia di Asti, m. 14,

126
ghi o terre del contado Aramengo, Capriglio, Cocconato, Cocconito,
Marmorito, Primeglio e Schierano i conti si riconoscevano invece feudatari
del duca di Savoia, mediante il giuramento di fedelt che solevano prestare a
essi serenissimi Imperatori et Romano Imperio, per essi luoghi.
Nonostante il dichiarato riconoscimento di una superiorit sabauda, gli
aspetti di sottomissione del contado risultavano compensati e sorretti da larghi
margini di manovra. In particolare, fatto della massima importanza, ogni su-
bordinazione era limitata dalla garanzia del mantenimento della peculiare or-
ganizzazione interna del contado e dalla clausola di separazione dal resto
degli stati sabaudi. I domini dei conti avrebbero dovuto infatti restare divisi et
separati... et non sotoposti al Contado dAsti governo di Vercelli, n ad altri, et
qual si vogliano stati dominij, luoghi, magistrati giudici et giurisditioni di Sua
Altezza.
Il capitano del contado e gli altri signori conservavano in tal modo preroga-
tive giurisdizionali quanto mai ampie: in particolare, il diritto di ricorrere in
appello contro le sentenze dei tribunali signorili dinanzi alla giustizia sabauda
restava limitato. Tra le regalie et clausule speciali riconosciute nel contratto,
che i conti rivendicavano sulla base delle loro investiture imperiali e delle
consuetudini imperatorie, figuravano privilegi di notevole rilievo economi-
co, come la zecca e, infallibilmente, la facolt di imporre gabelle e pedaggi77.
Il contratto ricevette lapprovazione dellimperatore Rodolfo II nel 1588, con
la precisazione che ribadiamo secondo cui il giuramento di fedelt prestato
dai conti al duca di Savoia non aveva carattere ligio e che la giustizia ducale
non godeva nel contado dello ius de non appellando alla superiore istanza im-
periale78.
fuori dubbio che il principio di una soggezione condizionata ai Savoia
contenuto nel contratto di transazione del 1586 poteva prefigurare un rischio
concreto di territorializzazione del contado. Ai Savoia esso faceva balenare
la possibilit di un sostegno per il ricupero (come feudi sabaudi) dei luoghi

Cocconato 1586 in 1713, n. 35, 1565, 14 aprile, Aderenza fatta dalli conti di Cocconato al re
Filippo di Spagna come duca di Milano a tenore di quella fatta per li detti conti al duca
Francesco Sforza sotto li 28 novembre 1458 ivi tenorizata). Quelli con i Savoia rimontavano al
1458 e avevano sostituito lomaggio vassallatico prestato da diversi membri del consortile al
duca Ludovico nel 1446; contestualmente, era stata revocata anche la dedizione allo stesso duca
fatta dagli uomini e comunit di Cocconato nel 1452: per un riepilogo di queste vicende cfr.
Gli statuti, cit., pp. 21-29, inoltre, ivi, pp. 145-157 e 166-188, il testo degli atti del 1369, 1446,
1452 e 1458.
77. Ivi, P 6, cc. 311r-321v. Cfr. il testo della transazione ivi, Corte, Paesi, Provincia di Asti,
m. 14, Cocconato 1586 in 1713, n. 1, 1586, 8 febbrajo, Transazione tra il duca Carlo Emanuele
I, Percivale Pallavicino di Passerano... e conti di Cocconato per quale detti conti si sono sotto-
messi alla fedelt verso detto duca.
78. Ivi, n. 4, 1588, 31 marzo, Transunto della confirmazione fatta dallimperator Rodolfo
della transazione passata tra l duca Carlo Emanuel I e li conti di Radicati e Coconato per il
giuramento di Fedelt.

127
usurpati. Non a caso, in quella stessa clausola i monferrini scorsero immedia-
tamente una minaccia indiretta, che rischiava di aprire il varco allincorpora-
zione da parte dei Savoia delle prerogative signorili dei conti pi orientate ver-
so il Monferrato presenti in primo luogo nella sovrapposizione di prerogati-
ve che caratterizzava la giurisdizione sul piovanato di Meirate79.
La transazione, e la successiva ratifica imperiale, rischiavano dunque di va-
nificare, nei fatti, laccordo sulle strade comuni siglato appena due anni pri-
ma tra il contado e il Monferrato. Nel luglio del 1588, prendendo possesso in
nome del suo principe dei luoghi del contado, il senatore e collaterale sabaudo
Evangelista Appiano fece sostituire la salvaguardie e le armi imperiali collo-
cate sul passo di Gola Stretta con quelle di Savoia. Accanto a questa afferma-
zione simbolica di diretto dominio, egli annunci, pi concretamente, lin-
troduzione del sistema daziario sabaudo80. Presto comparvero, infatti, sulle
strade comuni i corridori sabaudi per imporre la tratta sui traffici con il
Monferrato. In particolare, il passo di Gola Stretta si trovava ora
spesso addochiato da due o tre traversieri, fra qualli compagno un miserabile gentilhuo-
mo di Primeglio, de conti di Cocon, onde molti che dovrebbono passar liberi per le con-
ventioni con i signori di Passarano, havendo paura di esser colti, pagano la tratta in detto
luogo di Passarano81.

In quegli anni, immediatamente successivi allinvasione del Marchesato di


Saluzzo (che era risultato lobiettivo pi immediato dellampia manovra diplo-
matica sabauda del 1584), le autorit monferrine cercarono di mantenere un
difficile equilibrio tra il compimento di atti possessori sulle strade comuni, e la

79. Pi convengono come sopra che S.A. sia tenuta p.stare alli detti Conti ogni volta che ne
sar richiesto dessi ognaiuto et favore necessario et possibile per la recuperacione delli luoghi
usurpati et alienati desso contado, et che fatta la recuperatione sarano essi conti tenuti a ricono-
scerli come dellaltri sudetti dessa S.A. et successori (ivi, n. 1, 1586, 8 febbrajo, Transazione
cit). Per le reazioni monferrine cfr. ivi, 1588, 19 luglio, Ristretto di tutti glanzidetti successi
mandato dal Consiglio di Casale al duca di Mantova, cc. 334r-335v: Corre anco voce che ha-
vendo li conti predetti sottoposto al sig. duca di Savoia non solo tutte le terre che hora possedo-
no, ma anco tutte quelle che anticamente dipendevano da quel contado fra quali essendone alcu-
ne sottoposte a questo dominio gi longhissimo tempo, sia esso sig. duca di Savoia per pigliarne
il possesso, o almeno dimandarle per ragione; ivi, CAB, M, n. 11, cit., bozza di lettera (del
Consiglio di Stato del Monferrato?) al duca di Mantova, Casale, 21 maggio 1586, cc. 35r-37r:
il capitolo di essa conventione a n. XIIII nel qual si tratta di ricuperare le terre di quel contado
usurpate pare che tenda sopra alcuni luoghi chora sono posseduti da V.A. in questo deominio.
80. Ivi, P 6, lettere di Francesco Scozia al presidente del Consiglio di Stato del Monferrato
Bernardino Scozia, Pino, 10, 15 e 18 luglio 1588, e di Gaspare Rosengana a Francesco Scozia,
Piov, 18 luglio 1588, cc. 330r-333v. Il senatore torinese: Fece intendere a glhuomini delle
terre predette che la mente di S.A. che paghino il dacito di Susa per i bestiami se non che si
contentino che nel contado simponghi la foranea rimettendo al loro arbitrio luno de due partiti
su che essi hanno tolto tempo a deliberare et rispondere.
81. Ivi, 1589, settembre. Diverse lettere concernenti la difesa del passo di Gola stretta per
parte del Monferrato, cc. 356r-361r, in particolare lettera di Francesco Scozia al Consiglio di
Stato del Monferrato, Pino, 16 settembre 1589, cc. 356r-356v.

128
preoccupazione di evitare scontri armati con la gente del duca di Savoia82. Per
il Monferrato, ogni speranza di saldo controllo dei passi del contado, come
osserver amaramente lo Scozia nel 1593, sembrava perduto. Peraltro, la tratta
foranea di Savoia, a sentire i monferrini, era stata accolta con complice acquie-
scenza dai conti di Cocconato, ai quali sarebbe andata, da allora in poi, la
met dellemolumento et anco delle condane83.
Sullo scorcio degli anni Ottanta del Cinquecento, le guerre del Monferrato
che apparterranno a un nuovo secolo potevano apparire di l da venire. E
tuttavia, la suscettibilit diplomatica degli osservatori contemporanei, pronti a
cogliere con nervosismo ogni minima variazione negli equilibri locali, ci di
aiuto per cogliere i segni di mutamenti cumulativi e irreversibili che marcaro-
no lo svolgersi del nostro contenzioso (che pure fu, di per s, del tutto in-
cruento). Tra i diretti contendenti, il Monferrato a offririci lesempio pi im-
mediato degli sforzi di limitazione del danno provocato dallo scavalcamento
della convenzione del 1584. Con una sorta di paradosso, la perdita contestua-
le della sovranit sui percorsi (gi brevemente conseguita in comunione
con il contado), del controllo di importanti direttrici di comunicazione tra i
segmenti discontinui del ducato, dellefficace imposizione di dazi, e di una
giurisdizione intrecciata, ma ragionevolmente stabile, sul piovanato di
Meirate, ci offre, con lesempio monferrino, unimmagine in negativo, per
cos dire, o rovesciata, del nesso strettissimo tra viabilit, territorio, giurisdi-
zione e fiscalit che caratterizzer una ricetta di successo per il moderno ac-
centramento statale.
Una immagine pressoch speculare ci stata offerta dagli interventi del du-
cato sabaudo, a cui abbiamo assistito, sia pure in modo un po defilato, nel-
laggressiva azione diplomatica condotta su pi fronti, tesa innanzitutto alla
conquista territoriale, ma sorretta costantemente da rivendicazioni di legittima-
zione giurisdizionale e non disgiunta da ricorrenti prove di forza. Solo appa-
rentemente secondari, il controllo della viabilit e limposizione fiscale ci ap-
paiono, nellazione sabauda, soprattutto conseguenze dellespansione e del
consolidamento su basi giurisdizionali e territoriali. Sotto questo profilo, ab-
biamo assistito a una sorta di erosione dello statuto territoriale indeterminato
dei conti di Cocconato sul versante del piovanato di Meirate, ma anche, conte-
stualmente, alla rivendicazione, apparentemente efficace, di una esclusiva giu-
risdizione fiscale, sorretta da sanzioni, sullo specifico varco stradale di Gola
Stretta. Sebbene esuli dai limiti di questo lavoro, suggestivo osservare come
una politica non dissimile fosse replicata dai Savoia in una pi ampia opera di
revisione di lunghissimi tratti di confine con il Monferrato e dei beni fondiari

82. Cfr. ad esempio ivi, Copia di lettera del signor Francesco Scotia al signor Presidente del
Senato, Pino, 5 ottobre 1588, cc. 342r-342v.
83. Ivi, lettera di Francesco Scozia al Consiglio di Stato del Monferrato, Pino, 21 agosto
1593, cc. 367r-367v.

129
tassabili a essi contigui, opera che proceder ininterrotta fino allinizio delle
ostilit della prima guerra del Monferrato84.
La lunga resilienza del contado di Cocconato, forte della sua alta legittima-
zione imperiale, va parecchio al di l dei limiti cronologici di questo lavoro e
del contenzioso che abbiamo esaminato. Ci che occorre rimarcare in questa
sede , piuttosto, la lenta gravitazione dei conti e del loro consortile verso lor-
bita sabauda, un processo non certo concluso allepoca della transazione del
1586, ma che abbiamo visto avviarsi almeno dal secolo XV. Un lento e pro-
gressivo slittamento, per cos dire, non certo privo di momenti che potremmo
definire in controtendenza conferiva al contado una direzione forse non vo-
luta, ma nondimeno dotata di un orientamento.
Fissi allastro dellautorit e della legittimazione imperiale, i conti di
Cocconato coltivavano da tempo quasi immemorabile quella diplomazia flui-
da, se non spregiudicata, fatta di estrema mobilit di alleanze, aderenze e inve-
stiture, che abbiamo sopra ripercorso, tra le quali, tuttavia, si riduceva, sia pure
gradualmente, ma proporzionalmente, la presenza di quelle aree e di quei go-
verni maggiormente legati allannoso problema della successione del
Monferrato. possibile, sebbene la nostra documentazione non ci consenta di
addentrarci nella politica del consortile, che non fossero prive di peso in questo
senso le latenti rivendicazioni dei Savoia stessi, quali il diritto particolare, ri-
vendicato fin dai tempi del duca Carlo II di Savoia, molto prima dellestinzio-
ne dei Paleologhi, su quelle terre che, situate alla sinistra del Po e alla destra
del Tanaro, si volevano cedute ai Savoia per trattati formali dal marchese
Giovanni Giacomo di Monferrato negli anni 1432 e 143585.
E tuttavia, la nostra attenzione si orienta, ancora una volta, alla scelta stori-
camente reiterata dei conti di Cocconato in favore della risorsa loro offerta dal
controllo esclusivo dei pedaggi e, pi in generale, della viabilit entro la pro-
pria area di dominio. In questo senso, la transazione con i Savoia del 1586,
puntellata dai privilegi imperiali concessi e riconfermati lanno prima e due
anni pi tardi, sembrava offrire alcuni vantaggi, per cos dire, rassicuranti per-
ch conformi al patrimonio di esperienze storiche acquisite e sedimentate dal
consortile. Sebbene forse ingombrante se considerata con il senno del poi, la
transazione con i Savoia rinnovava, infatti, una tradizione antica e una direttri-
ce di percorso nota e consolidata nel tempo: la stessa, in fondo, che aveva fon-
dato le fortune del contado nel lontano 1232: da Asti, a Chieri, nonch, ora, a
Torino. Le condizioni al contorno erano chiare visto che Asti e lAstigiano
apparivano ormai saldamente in mani sabaude ed erano in quel senso prefe-
ribili, a ben vedere, rispetto alla prospettiva di appoggiare attivamente i proget-

84. Cfr., p. es., ivi, Monferrato, Materie economiche ed altre, m. 7, Confini (1574-1621), n.
14, Nota delle differenze de confini che vertono tra diverse terre del Monferrato, con quelle del
Piemonte.
85. Cfr., p. es., E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, Firenze 1861, I, cap. 3.

130
ti del ducato monferrino di assicurare i collegamenti mediante arditi corridoi di
transiti. Si aggiunga che i Savoia offrivano gli incentivi di partecipare sia al ri-
cavato della tratta sia a quello delle multe, o condanne, comminate ai froda-
tori, a cui si sommava il nuovo potere dimporre gabelle in proprio, in aggiun-
ta ai pedaggi. I controlli sabaudi erano limitati al passo di Gola Stretta, senza
apparenti vincoli frapposti ai transiti sul complesso della rete viaria. Viceversa,
la convenzione stipulata con il Monferrato nel 1584 aveva previsto clausole
che comportavano definizioni pi precise e pi restrittive tanto del territorio
quanto della viabilit: nel primo caso istituendo una chiara linea di confine
lungo la strada comune; nel secondo, sottoponendo i conti allobbligo di
proibire i transiti lungo la pluralit dei percorsi sotto il loro controllo.

131
Pratiche del territorio e confini militari.
Problemi di metodo e proposte di analisi

133
Il confine incerto. Il problema Monferrato
visto con gli occhi di Madrid (1550-1700)*
di Davide Maffi

1. Prologo: le origini
Monferrato e Spagna, Gonzaga e Asburgo: una relazione che nel bene e nel
male segn la storia della penisola italiana, e non solo, sin dai tempi delle lun-
ghe e sanguinose guerre dItalia; un intreccio che affonda le sue radici nei de-
cenni centrali della prima met del secolo XVI. Questa relazione speciale
pu essere infatti fatta risalire con assoluta certezza al periodo compreso tra la
battaglia di Pavia (1525) e il passaggio dello Stato di Milano sotto il controllo
di Carlo V (1535): anni difficili contrassegnati per i Gonzaga dalla perdita del-
la loro libert di movimento. Tradizionalmente abituati a giostrarsi tra Milano
e Venezia e gli altri stati italiani in un sottile gioco diplomatico iniziato nel cor-
so del Quattrocento, i signori di Mantova vennero catapultati in una nuova
realt dove non vi era pi possibilit di manovra al di fuori della rete di allean-
ze create dalle due grandi potenze in lotta per la supremazia. La scelta del cam-
po asburgico, sofferta, ma pressoch inevitabile dopo il trionfo ispanico nella
battaglia di Pavia, port per fortuna: le prove di fedelt dimostrate verso la
causa imperiale furono lautamente ricompensate con la concessione del titolo
ducale, ma soprattutto con la cessione da parte dello stesso Carlo V del mar-
chesato del Monferrato, occupato solo alcuni anni prima (1533) dalle truppe
imperiali dopo la morte dellultimo marchese legittimo del ramo dei Paleo-
logi1.

* Il presente lavoro stato realizzato grazie alla concessione di una beca de estancia corta
fornitami dal Centro de Estudios Hispnicos e Iberoamericanos della Fundacin Carolina nel
corso del 2003. Desidero qua ringraziare il Centro per la collaborazione e laiuto concessomi per
le ricerche presso lArchivo General de Simancas.
1. Sulla politica gonzaghesca del periodo: M.J. Rodrguez Salgado, Terracotta and Iron.
Mantuan Politics (ca. 1450 - ca. 1550), in La corte di Mantova nellet di Andrea Mantegna:
1450-1550, a cura di C. Mozzarelli, R. Oresko e L. Ventura, Roma 1997, pp. 15-57; D. Frigo,
Small States and Diplomacy: Mantua and Modena, in Politics and Diplomay in Early Modern

135
Un intreccio, quello instauratosi in quegli anni perigliosi tra le due dinastie,
destinato a durare sino al 1707 con alterne fortune, quando, in un destino co-
mune, il castello di Milano e i territori del duca di Mantova caddero nelle mani
delle forze degli Asburgo di Vienna, segnando cos contemporaneamente la
fine di una famiglia principesca italiana e del predomino spagnolo sulla peni-
sola italiana. In questo secolo e mezzo il problema Monferrato era destinato
turbare spesso i sonni della corte madrilena e dei suoi rappresentanti nel
Milanesado. Quel confine incerto, bastione fragile ad occidente dello Stato di
Milano, rappresent via via una pedina di scambio in un complesso gioco di ri-
distribuzione di territori allinterno della penisola, una minaccia diretta e co-
stante alla sicurezza stessa dei domini spagnoli nellItalia settentrionale e un
complicato affaire a livello internazionale che domin gli interessi delle can-
cellerie europee nel corso del Seicento.
Del resto sin dalle origini la decisione presa dallimperatore Carlo era ap-
parsa assai sofferta e ancora negli anni successivi a Milano si prospett lan-
nessione totale del territorio per favorire il consolidamento del potere imperia-
le in Italia2. Probabilmente il passaggio di poteri venne affrettato dalla neces-
sit affiancare allo Stato di Milano, vera e propria plazas de armas della mo-
narchia allinterno della penisola e cardine del sistema imperiale3, un vicino
innocuo. Il nuovo stato gonzaghesco, diviso in due tronconi e dipendente dalla
benevolenza dei sovrani asburgici per mantenere i vitali collegamenti e per la
sua sopravvivenza, sarebbe cos stato un antemurale sicuro per i domini pada-
ni della corona. Un vicino senza alcun dubbio preferibile ai Savoia, che aspira-

Italy. The structure of diplomatic practice, a cura di D. Frigo, Cambridge 2000, pp. 147-63; e A.
Spagnoletti, Le dinastie italiane nella prima et moderna, Bologna 2003, 22 sgg.; sulla creazio-
ne del marchesato cfr. anche B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco. Istituzioni ed lites di un
micro-stato (1536-1708), Firenze 2003, pp. 3-28. Quanto alla politica imperiale e alle vicende
nellItalia settentrionale si rimanda alla classiche opere di K. Brandi, Carlo V, Torino 1982, in
particolare pp. 205 sgg. e F. Chabod, Storia di Milano nellepoca di Carlo V, Torino 1971. Di
utile consultazione anche P. Merlin, La forza e la fede. Vita di Carlo V, Roma-Bari 2004.
2. Pensiamo in primo luogo agli anni del governo di Vespasiano Gonzaga, quando a pi ri-
prese il governatore sostenne lavvio di una politica attiva nellItalia settentrionale volta a recu-
perare Parma e Piacenza e ad ottenere la cessione del Piemonte, con la concessione in cambio ad
Emanuele Filiberto delle Fiandre, considerato baluardo indispensabile per far fronte allaggres-
sione francese: F. Chabod, Storia di Milano, cit., pp. 121 sgg. e 196-213. Per il passaggio dalla
tradizionale politica di equilibrio seguita in Italia da Ferdinando il Cattolico alla visione egemo-
nica degli Asburgo cfr. G. Galasso, La crisi italiana e il sistema politico europeo nella prima
met del XVI secolo, in Id., Dalla Libert dItalia alle preponderanze straniere, Napoli
1997, pp. 15-59.
3. Milano garantiva infatti i collegamenti tra i domini spagnoli del Mediterraneo e la
Germania e i Paesi Bassi. Inoltre la presenza della formidabile guarnigione ispano-imperiale
nella pianura Padana, non meno di 20.000 uomini nel 1536, assicurava la difesa del Regno di
Napoli, vitale per la politica mediterranea e argine allespansione ottomana: F. Chabod, Lo Stato
di Milano e limpero di Carlo V, in Id., Lo Stato e la vita reigiosa a Milano nellepoca di Carlo
V, Torino 1971, pp. 19-22. Sul dispositivo militare asburgico: R. Quatrefages, La revolucin mi-
litar moderna. El crisol espaol, Madrid 1996, p. 320.

136
vano al possesso del marchesato, e ai francesi, che proprio in quellanno ave-
vano occupato il Piemonte4. Un calcolo che non aveva portato ai risultati spe-
rati, dato che la provincia era subito apparsa facile a ghermirsi a causa della
mancanza di difese sicure, e di fatto nel corso del 1555 i francesi si erano im-
possessati con una facilit irrisoria di gran parte del Monferrato, che il duca
dAlba non era riuscito a difendere. Coi transalpini signori del Piemonte e
Monferrato, padroni di gran parte della Corsica, del Senese e insediatisi a
Valenza appariva ora addirittura plausibile una defezione del duca dallallean-
za spagnola per passare dalla parte dei francesi per potersi garantire la restitu-
zione del feudo perduto5.
Solo la vittoria conseguita dalle forze spagnole nei Paesi Bassi riusc a re-
staurare le traballanti posizioni Italiane del giovane Filippo II. Un trionfo che
permise ai Gonzaga, grazie ai buoni uffici di Ercole Strozzi, rappresentante uf-
ficiale del duca presso il sovrano spagnolo, di riottenere al tavolo delle trattati-
ve di Cateu-Cambrsis il possesso dei territori monferrini: giusto premio per la
felice scelta di campo operata nel corso dei decenni precedenti e allabilit di-
mostrata dalla diplomazia mantovana6. Il successo non era limitato alla pura e
semplice restituzione del maltolto, ma Strozzi aveva altres ottenuto da Filippo
II la garanzia che tutte le fortezze presidiate dai suoi soldati sarebbero state re-
stituite intatte ai rappresentanti di Guglielmo I. Non si trattava di una conces-
sione di poco conto, dato che il duca di Sessa, nuovo governatore di Milano,
aveva caldeggiato la demolizione delle varie piazze del Monferrato onde evita-
re, in caso di riapertura delle ostilit, che queste potessero nuovamente costi-
tuire una minaccia per la Lombardia7. Ma soprattutto occorre sottolineare

4. Lingrandimento dello stato dei Savoia avrebbe posto seri problemi strategici con la crea-
zione di una potenza superiore a quella tollerabile nellottica di una politica, che sar seguita an-
che dai successori di Carlo V, di circondare il Milanesado di vicini deboli e compiacenti: G.
Galasso, LItalia una e diversa nel sistema degli stati europei (1450-1750), in LItalia moderna
e lunit nazionale, a cura di G. Galasso e L. Mascilli Migliorini, Torino 1998, pp. 82-5. La con-
quista del marchesato sar sempre condizione preliminare ad ogni futura espansione dei duchi di
Savoia verso la Pianura Padana: C.M. Belfanti, M.A. Romani, Il Monferrato: una frontiera sco-
moda fra Mantova e Torino (1536-1707), in La frontiera da stato a nazione. Il caso Piemonte, a
cura di C. Ossola, C. Raffestin, M. Ricciardi, Roma 1987, p. 116; e P. Merlin, Il Piemonte nel si-
stema imperiale di Carlo V, in Sardegna e stati italiani nellet di Carlo V, a cura di B. Anatra e
F. Manconi, Roma 2001, pp. 265-87.
5. M.J. Rodrguez Salgado, Metamorfosi di un impero. La politica asburgica da Carlo V a
Filippo II (1551-1559), Milano 1994, pp. 206-8. Sulle decisioni dei Gonzaga, divisi tra Impero e
Francia cfr. R. Tamalio, Tra Parigi e Madrid. Strategie familiari gonzaghesche al principio del
500, in La corte di Mantova, cit., pp. 69-90.
6. Sul ruolo dellapparato diplomatico mantovano, tra i pi preparati ed efficienti dellItalia
moderna cfr. R. Quazza, La diplomazia gonzaghesca, Milano 1941, pp. 7-53 e in particolare p.
38 per la figura di Ercole Strozzi; e D. Frigo, A. Mortari, Nobilt, diplomazia e cerimoniale alla
corte di Mantova, in La corte di Mantova, cit., pp. 125-43.
7. Y aunque por el tenor de la dicha capitulacin queda en mi arbitrio y poder derribar y de-
smantelar aquellas que por nuestros ministros se avian fortificados, todava desseando compla-
zer al duque en esto, y en todo lo que ms se le ofreciere y teniendo por cierto que el mirar y

137
come da Bruxelles il sovrano asburgico avesse parimenti dato disposizioni tas-
sative ai suoi rappresentanti in Italia di difendere il duca di Mantova e i suoi in-
teressi da ogni minaccia interna ed esterna8: con questa decisione il rey pru-
dente dava infatti inizio a quel rapporto simbiontico coi Gonzaga che sarebbe
durato ininterrottamente sino agli anni Venti del secolo successivo.

2. Alla ricerca di una stabilit strategica (1559-1620)


Lequilibrio raggiunto coi trattati del 1559, che i contemporanei vedevano
pi alla stregua di una semplice tregua che non di una sistemazione definitiva,
anche in virt della rete di amicizie e di basi che i francesi erano riusciti a con-
servare soprattutto in Piemonte9, simbolizzava anche un cambio radicale nella
strategia seguita dalla Spagna nella penisola italiana. Il passaggio dei poteri da
Carlo V a Filippo II aveva infatti ridisegnato la politica iberica in questo deli-
cato settore. Si era cos passati dallinterventismo e dal controllo diretto del
territorio, auspicato dai ministri dellimperatore, ad una strategia pi morbida
basata principalmente sulla collaborazione con le dinastie italiane, ancorate
sotto legida dellorbita spagnola, col rifiuto quasi assoluto (perch in alcune
occasioni si ricorse inevitabilmente allopzione militare e alla conquista10), di
impegnarsi per conseguire nuovi ingrandimenti territoriali e facendo del man-
tenimento dello status quo la nuova dottrina da seguire11. Principio di massima

considerar mejor que nadie lo que a el le est bien he venido de buena gana en ello y ass os en-
cargo y mando que al tiempo que se le huviere de hazer la restitucin de las dichas plazas de
Monferrat que estan en mi poder vos le hagais entregar libre y desembaraadamente ass y de la
misma suerte y manera como estan agora: AGS, E, leg. 1474/272, il re al duca di Sessa, 31
maggio 1559.
8. AGS, E leg. 1474/272 doc., cit. Si veda anche a questo proposito M.J. Rodrguez Salgado,
Metamorfosi di un impero, cit., pp. 234-5.
9. I francesi, obbligati a ritirarsi dal Piemonte, conservarono il controllo di Torino, Pinerolo,
Chieri, Chivasso, Savigliano e Villanova dAsti. Una presenza compensata dal presidio asburgi-
co di Asti e Santhi, oltre allinsediamento di guarnigioni in Nizza e Villafranca, i due sbocchi al
mare dei Savoia. Solo lo scoppio delle guerre di religione in Francia port ad un progressivo di-
simpegno della presenza transalpina nel 1562, e al definitivo abbandono delle due ultime teste di
ponte di Pinerolo e Savigliano nel 1574. F. Braudel, Civilt e imperi del Mediterraneo nellet
di Filippo II, 2 voll., Torino 1976, vol. 2, p. 1012.
10. il caso di Finale, occupata nel 1571 dalle truppe spagnole per poter garantire allo Stato
di Milano uno sbocco al mare; operazione che cre non pochi problemi diplomatici alla corona
di Spagna e uno scontro anche abbastanza forte con limperatore: E. Garca Hernn, Francisco
de Borja y la pennsula itlica: una misin diplomtica desconocida, in Annali di Storia
Moderna e Contemporanea, VII (2001), pp. 88-90; e K.O. Von Aretin, Lordinamento feudale
in Italia nel XVI e XVII secolo e le sue ripercussioni sulla politica europea, in Annali
dellIstituto storico italo-germanico in Trento, IV (1978), pp. 71-3.
11. M.J. Rodrguez Salgado, Metamorfosi di un impero, cit., pp. 232-40. Sulla politica se-
guita dai vari stati italiani si vedano anche le considerazioni espresse da F. Angiolini,

138
a cui il rey prudente si sarebbe strettamente attenuto negli anni successivi, an-
che per poter far fronte alle minacce e alle sfide portate a livello internazionale
che richiedevano lapplicazione di una struttura adeguata a livello globale12.
In questo nuovo contesto Milano continu a rappresentare uno dei punti ne-
vralgici del sistema creato per la difesa imperiale; pedina sempre pi fonda-
mentale del complesso quadro geopolitico creato da Filippo II. Punto di par-
tenza del camino de Flandes e mezzo di collegamento obbligato col centro
Europa, ma anche bastione attraverso cui controllare lattivit dei vari principi
italiani e garantire la difesa di Napoli13. Pertanto alla sicurezza dello Stato ven-
nero dedicati sforzi enormi, dal mantenimento di una guarnigione poderosa,
sino allo sviluppo di una sottile rete di relazioni interstatali e interpersonali per
mezzo delle quali si garantiva alla monarchia il mantenimento delle sue vitali
posizioni14.
Lintervento deciso nel corso del 1565 per frenare la ribellione di Casale
contro il suo legittimo signore, si deve pertanto attribuire alla volont di evita-
re qualsiasi brusco cambiamento del quadro delineatosi solo pochi anni prima
e a prevenire un intervento sabaudo teso a garantire a Emanuele Filiberto il
controllo di parte del contestatissimo Monferrato15. Ma anche al timore, quasi
paranoico, delle autorit militari asburgiche di veder nuovamente i francesi in-
tervenire in Italia, approfittando della situazione in un momento particolar-
mente delicato con gran parte delle forze normalmente incaricate della difesa
dello Stato che si trovava impegnata in Corsica in appoggio alla Repubblica di
Genova16. Una paura che rester ben viva ancora negli anni successivi: quando

Diplomazia e politica nellItalia non spagnola nellet di Filippo II, in Rivista Storica
Italiana, XCII (1980), pp. 432-69.
12. Per una visione generale della complessa struttura imperiale asburgica e delle implica-
zioni della grande strategia internazionale si vedano le interessanti considerazioni espresse da G.
Parker, La gran estrategia de Felipe II, Madrid 1998. Sulla visione generale dellattivit politica
di Filippo II cfr. altres H.G. Koenigsberger, The Statecraft of Philip II, in Id., Politicians and
Virtuosi. Essays in Early Modern History, London 1986, pp. 77-96.
13. M. Rizzo, Centro spagnolo e periferia lombarda nellimpero asburgico tra Cinque e
Seicento, in Rivista Storica Italiana, CIV (1992), pp. 315-48. Sul camino de Flandes e il ruo-
lo di Milano, G. Parker, The Army of Flanders and the Spanish Road 1567-1659, Cambridge
1990, pp. 50-105.
14. M. Rizzo, A forza di denari e per buona intelligenza co prencipi. Il governo di
Milano e la Monarchia di Filippo II, in Las sociedades ibericas y el mar a finales del siglo XVI,
vol. III, El area del Mediterraneo, Madrid 1998, pp. 292-302.
15. In occasione dei moti lambasciatore mantovano aveva esplicitamente accusato il duca di
Savoia di favorire i ribelli e di fomentare la rivolta con false promesse: AGS, E leg. 1479/95,
Girolamo Negri al re, s.d. (ma 1565). Ancora negli anni successivi da Mantova arriveranno av-
visi sulle presunte manovre dei duchi di Savoia per attaccare il Monferrato anche a costo di unir-
si ai francesi: AGS, E leg. 1484/220, memoriale presentato dal duca di Mantova allimperatore,
s.d. (ma del 1577).
16. Mille dei tremila soldati di fanteria del tercio di Lombardia, incaricato di proteggere lo
Stato in tempo di pace, assieme ad un contingente di cavalleria e ad una quota fissa di truppe de-
stinate alle guarnigione ordinarie dei presidi, si trovavano infatti impegnati nellisola mediterra-

139
nel 1574 i francesi iniziarono a ritirarsi da Savigliano e Pinerolo il marchese di
Ayamonte informava la corte su un possibile piano dei transalpini per impa-
dronirsi di Alba e San Damiano per poter cos mantenere la loro pressione con-
tro lo Stato di Milano17. Pertanto, spronato dalle necessit politiche e dai rap-
porti minacciosi inviati dal governatore di Milano, favorevole anche ad occu-
pare e mantenere sotto il controllo reale la piazza di Casale18, Filippo II auto-
rizz luso della forza, ma a condizione che il duca di Mantova non si mostras-
se eccessivamente duro coi suoi vasalli onde evitare di fornire un pretesto a ter-
zi per poter intervenire19.
Appare opportuno sottolineare come tutta la successiva politica seguita nel-
la gestione dellaffaire di Casale fu dominata da prudenza e moderazione: il ri-
corso ai veterani del tercio de Lombarda veniva solo preso in considerazione
quale extrema ratio, in cui sempre si cerc in primo luogo di garantire un ac-
cordo pacifico tra il duca e i suoi sudditi con linvio di rappresentanti in fun-
zione di pacieri allinterno della citt20. Se da un lato si condannavano gli ec-
cessi dei popolani, costretti alla fine a capitolare solo dallarrivo sotto le mura
della colonna del duca di Albuquerque21; dallaltro si cerc di stemperare la
rabbia dei ducali, per evitare che, di fronte alla possibilit di una repressione
sin troppo violenta, gli esasperati casalaschi potessero ricorrere a gesti estremi,
come richiedere laiuto di potenze eretiche (chiaro riferimento agli ugonotti,
ritenuti dagli agenti spagnoli assai vicini alle posizioni dei rivoltosi e in grado
di sensibilizzare la corona di San Luigi a favore di un intervento diretto in
Italia, e ai riformati svizzeri), esigendo il rispetto dei diritti degli abitanti e
losservanza degli accordi stipulati coi ministri del re cattolico non riuscendo

nea. Togliendo le unit dislocate a Asti e Santhi al governatore non restavano molti uomini da
utilizzare come massa di manovra: AGS, E leg. 1221/51 e 58, il duca di Albuquerque al re, 7 e
22 giugno 1565. Sulla guerra di Corsica: C. Costantini, La Repubblica di Genova, Torino 1986,
pp. 55-8.
17. Il pretesto per poter occupare parte del ducato veniva fornito dalla cessione da parte del
duca di Nevers dei suoi diritti al re di Francia affinch se ne valesse contro il fratello. AGS E leg.
1239/85, il marchese di Ayamonte al re, 28 novembre 1574.
18. Y por si esto fuere V.M. me mande avisar luego lo que he de hazer en esto, y si caso que
echase al rey de Francia o al duque de Saboya de aquella ciudad si la bolvere luego al duque de
Mantua o si la tendr por V.M: AGS, E leg. 1221/29, don Gabriel de la Cueva al re, 12 marzo
1565.
19. AGS, E leg. 1221/46, don Gabriel de la Cueva al duca di Mantova, 28 maggio 1565. Per
le cause che portarono alla rivolta e ai successivi sviluppi interni si veda B.A. Raviola, Il Mon-
ferrato gonzaghesco, cit., pp. 37-69.
20. In un primo momento a Casale arriv don Francisco de Ybarra, in seguito rimpiazzato da
don Juan de Guevara: AGS, E leg. 1221/55, don Juan de Guevara al duca di Albuquerque, 11
giugno 1565
21. Questi nel giugno del 1565 era riuscito a radunare 8-900 fanti spagnoli a cui si erano ag-
giunte le forze di cavalleria leggera e pesante dello Stato, truppe con cui aveva mosso allinterno
del Monferrato per congiungersi il 17 giugno a Frassineto Monferrato con gli uomini del duca di
Mantova: AGS, E leg. 1221/58 doc., cit.

140
per a raggiungere tutti gli obiettivi prefissati22. Se si era conseguito un indub-
bio successo costringendo la citt a capitolare, non si riusc a placare le ira del
duca: tutta la politica di repressione, culminata con lesilio di parecchi notabi-
li, che invano ricorsero agli spagnoli per ottenere giustizia23, e leliminazione
dei privilegi locali, lasciarono piuttosto sconcertati e irritati i rappresentanti
della corona24.
Nonostante il desiderio e la volont di non alterare lequilibrio esistente la
speranza di poter incamerare il Monferrato in certi ambienti di corte non ven-
ne mai meno e anzi avrebbe contraddistinto la politica spagnola in Italia per al-
meno un settantennio a partire dal 1560. Infatti quando Guglielmo I, per mez-
zo del suo inviato, il nicese Gosellini25, propose a Filippo II uno scambio di
territori, il Monferrato in cambio del Cremonese26, la possibilit di poter otte-
nere la provincia venne presa assai seriamente. I motivi che spingevano il duca
a cercare questa permuta erano da ricercarsi sia nella mancanza di quelle forze
militari in grado di permettere una adeguata difesa della regione27, sia nel desi-
derio di frenare laggressiva politica di casa Savoia28. Nel suo memoriale
Gosellini ricordava la naturale ricchezza del Monferrato, la nobilt numerosa e
provata alla guerra e le possibilit offerte per la difesa del Milanesado laver
un accesso diretto al mare e al cuore stesso del Piemonte29. Ma la questione in-

22. I ribelli avevano accettato di smantellare le fortificazioni predisposte in fretta e furia


dopo linizio della rivolta e di consegnare le armi in cambio delle garanzie offerte dal governa-
tore di Milano di operare a loro favore presso Guglielmo I affinch si mostrasse clemente nei
loro confronti: AGS, E leg. 1221/58 doc., cit.
23. Y no se ha contentato con desterrarlos sino que los ha consignado como V.M. lo enten-
der ms particularmente por un memorial que me dieron los desterrados a los quales escuch
yo muy bien por haverme V.M. embiado a mandar que tenga con tenerlos gratos por el yncom-
beniente que podra resultar al servicio de V.M. de dexallos desdeados y descontentos: AGS, E
leg. 1221/102, don Gabriel de la Cueva al re, 2 settembre 1565. Le petizioni degli esiliati vengo-
no raccolte nel documento 103.
24. AGS, E leg. 1221/102 doc., cit. Sulla sopressione dei privilegi locali e le riforme intro-
dotte dai duchi di Mantova dopo la fine della ribellione, culminate con la definitiva cassazione
del consiglio cittadino di Casale: C. Mozzarelli, Lo stato gonzaghesco. Mantova dal 1382 al
1707, in L. Marini, C. Mozzarelli, G. Tocci, A. Stella, I ducati padani, Trento e Trieste, Torino
1979, pp. 440-1 e B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco, cit., pp. 71 sgg.
25. AGS E leg. 1475/16, il duca di Mantova a Filippo II, 12 aprile 1560. Lettera di presenta-
zione del segretario Gosellini.
26. Il duca di Mantova conoscendo per isperienza di che serviggio possa esser a Vostra
Maest lo Stato di Monferrato sempre che fosse in mano di lei, s per la sicurezza di quello Stato
di Milano... venuto in desiderio di contracambiare tutto lo Stato suo dil Monferrato nella citt
ed dominio intiero di Cremona: AGS, E leg. 1475/17, il duca di Mantova a Filippo II, s.d. (ma
del 1560).
27. Che per qual si voglia accidente si perdesse il Monferrato alla diffesa del qual egli si
trova non haver forze a bastanza: AGS E leg. 1475/17 doc., cit.
28. C.M. Belfanti, M.A. Romani, Il Monferrato, cit., p. 123.
29. AGS, E leg. 1475/96, Sumario de lo que ha dicho a V.M. por parte del duque de Mantua,
s.d. (ma 1560).

141
sormontabile di Cremona, ritenuta dagli spagnoli incedibile, sia per essere la
seconda citt dello Stato di Milano, capoluogo di un territorio pi ricco del
Monferrato, sia per la posizione strategica a difesa del confine orientale, unica
piazzaforte protesa verso la Serenissima, arenarono i colloqui destinati a pro-
trarsi fra interruzioni e improvvise ripartenze nei decenni successivi30.
Nei primi anni Settanta, con larrivo di don Luis de Requesens al governo
di Milano, e di fronte alle prospettive di nuove minacce piemontesi, culminate
con la richiesta da parte del duca di poter fortificare Alba e altre terre del
Monferrato, con laiuto e lassistenza degli ingegneri militari spagnoli, per po-
ter garantire la difesa della frontiera occidentale, si assistette ad una nuova ri-
presa dei colloqui31. Ma questi approcci erano destinati ancora una volta a in-
contrare la ferma opposizione del governatore di Milano nellincludere
Cremona nelle trattative32, confermando lopinione espressa nel 1567 dal duca
dAlba, quando, di fronte ad una richiesta avanzata dagli stessi casalaschi di

30. Nei primi anni di governo di Guglielmo I le rendite del Monferrato ascendevano a soli
15.000 scudi annui, ben poca cosa rispetto ai gettiti che il Cremonese era in grado di garantire
alla corona spagnola, oltre 57.000 scudi annui per la sola imposta del mensuale. Loculata am-
ministrazione dei funzionari ducali fu per in grado di accrescere in modo cospicuo le entrate,
tanto che poco prima della morte del duca queste si erano assestate attorno ai 120.000 ducati an-
nui superando ormai quelle del Cremonese: R. Oresko, D. Parrott, The Soveregnty of Monferrato
and the Citadel of Casale as European Problem in the Early Modern Europe, in Stefano Guazzo
e Casale tra Cinque e Seicento, a cura di D. Ferrari, Roma 1997, p. 22; I. Jacopetti, Le finanze
del comune di Cremona durante la dominazione spagnola, Cremona 1962, p. 16; e Belfanti e
Romani, Il Monferrato, cit., pp. 122.
31. AGS, E leg. 1235/35, Cesare Gonzaga a don Luis de Requesens, s.d. (ma del 1572). Se
la fortificazione della frontiera occidentale venne vista positivamernte dalle autorit spagnole
ben diverso appare il loro comportamento di fronte alla decisione di costruire una nuova citta-
della a Casale: nel 1588 il duca di Terranova cercher inutilmente di dissuadere Vincenzo I insi-
stendo su come fosse preferibile impegnare il denaro per migliorare le fortificazioni di Alba:
AGS E leg. 1264/15, il duca di Terranova al re, 8 aprile 1588. Sulla decisione ducale di dare il
via ai lavori cfr. P. Carpeggiani, ... Una fortezza quasi inespugnabile e che sar la chiave di
questo Stato ... , in Stefano Guazzo, cit., pp. 103-29.
32. Pero nunca sera yo de parecer que se diesse por ello [il Monferrato] la ciudad de
Cremona, siendo la primera del Estado despus de Miln, y de muy buena gente de guerra, y
muy fiel a V.M. y tambin temo que no ay otra recompensa en este estado con que el duque de
Mantua se contentase: AGS, E leg. 1236/36, Luis de Requesens al re, 2 marzo 1573. Ancora nel
corso del mese di aprile don Luis proponeva al suo sovrano di cedere parte del Cremonese con
Casalmaggiore, senza per Cremona, con una rendita in denaro, ma aggiungeva pero creo que
el duque tiene tan puestos los ojos en Cremona que ninguna otra cosa le ha de parecer bien:
AGS, E leg. 1236/68, Requesens al re, 6 aprile 1573. A questo si deve anche aggiungere la scar-
sa disponibilit dei cremonesi a divenire sudditi di Guglielmo I anche in virt di un forte cam-
panilismo che li divideva dai mantovani: G. Politi, La societ cremonese nella prima et spa-
gnola, Milano 2002, pp. 5-6. Opinone riaffermata ancora da don Sancho de Guevara alcuni anni
dopo la pretensin del duque es muy grande y de una ciudad que ninguna tiene V.M. fuera de
essos reynos de ms lealtad y amor ni de quien ms confiana pueda tener y ella y este estado
sentiria en el alma verla separada de la obediencia de V.M. siendo Miln la cabea y tener por su
corazn a Cremona: AGS, E leg. 1256/8, Sancho de Guevara al re, 13 gennaio 1582.

142
protezione e di sottomissione al re di Spagna, si era rifiutato anche solo di
prendere in considerazione lipotesi di cedere la ricca citt lombarda33.
A intorbidire la acque contribuivano poi le pretese di casa Savoia su parte
del Monferrato34: gli spagnoli non parevano affatto propensi a farsi carico di
questa diatriba che ormai si trascinava da anni, preferendo di gran lunga la-
sciare ai Gonzaga la gatta da pelare, in cambio di una serie di promesse di ap-
poggio diplomatico e militare in caso di necessit35. Politica seguita anche per
evitare di turbare le relazioni con Torino, considerate di fondamentale impor-
tanza per la sicurezza dei passi alpini e per il camino espaol36, che da sempre
si opponeva allipotesi di uno scambio37. Non per questo i pourparler vennero
interrotti, ma continuarono a strappi, e con precise istruzioni da Madrid di
mantenere il massimo riserbo e in ogni caso di non transigere sulla questione
di Cremona: se il duca voleva effettivamente cedere il Monferrato doveva ac-
contentarsi di qualcosaltro38.
Del resto, quasi contemporaneamente, erano arrivate a Madrid le proposte
del nuovo duca di Savoia, Carlo Emanuele I, che chiedeva a gran voce di poter
comprare il Monferrato e in caso di rifiuto del duca di Mantova lautorizzazio-
ne a procedere per occupare manu militari il territorio39. In cambio dellappog-
gio spagnolo offriva il libero transito nei suoi domini, vecchi e nuovi, alle for-

33. Ivi, leg. 1236/36 doc., cit. Non sono riuscito a trovare il voto originale espresso dal duca
il 27 giugno del 1567. Il parere del duca dAlba, uno dei migliori generali al servizio della mo-
narchia, destinato ad assurgere a sinistra fama con la ribellione dei Paesi Bassi, e capo di una
delle fazioni in lotta alla corte di Filippo II contrapposta al principe di Eboli, era destinato a se-
gnare ogni futuro sviluppo nelle successive trattative coi Gonzaga. Sulla figura di Fernando
lvarez de Toledo si veda W.S. Maltby, Alba, Los Angeles and London 1983. Quanto alle riva-
lit esistenti in seno alla corte di Madrid: S. Fernndez Conti, Los consejos de Estado y Guerra
de la Monarqua Hispana en tiempos de Felipe II, Valladolid 1998.
34. In merito ai diritti rivendicati dai Savoia il governatore di Milano confessava di non sa-
pere quale fondamento potessero tenere, anche se riteneva che il tutto si limitava ad una questio-
ne di denato: AGS, E leg. 1236/68 doc., cit.
35. Cos don Luis de Requesens ricevette precise istruzioni da Madrid di dare tutto il soste-
gno militare a Guglielmo I in caso di minacce allintegrit territoriale dei suoi domini del
Monferrato: AGS, E leg. 1235/120, don Luis de Requesens al re, 23 luglio 1572.
36. Per la strategia spagnola nei riguardi della Savoia e le vie di comunicazione imperiali cfr.
J.L. Cano De Gardoqui, La cuestin de Saluzzo (1588-1601), Valladolid 1962.
37. AGS E leg. 1256/217, il barone Sfondrati al re, Torino 15 gennaio 1582. Sulle istruzioni
del 1 dicembre 1583 relative al rifiuto di cedere Cremona: AGS, E leg. 1259/16, il duca di
Terranova al re, 19 gennaio 1584.
38. Cos il barone Sfondrati nel 1581, affermando che lassunto era di quella delicatezza da
ritenere opportuno non trattarlo in Milano e affidarlo a persona di stretta fiducia, quale era il
conte Pietro Antonio Lonati: AGS, E leg. 1254/168, Sfondrati a Gonzalo de Padilla, 24 dicembre
1581.
39. Que quando el duque de Manta no quisiesse dar el Monferrat con partido conveniente
el de Saboya se contentar de hazer el casamiento con que le de licencia y dissimulado permitir
que el pueda ocupar el dicho Monferrat con sus fueras (o recuperar como el dice) porque pre-
tende que es suyo de derecho: AGS E leg. 1256/73, Sancho de Padilla al re, 29 maggio 1582.

143
ze di Sua Maest Cattolica e la facolt di presidiare non solo le piazze del
Monferrato, ma anche alcune fortezze allinterno dello stesso Piemonte. La
proposta, troppo bislacca, non venne presa in considerazione, ma costrinse gli
spagnoli a una maggiore segretezza nelle loro relazioni con Mantova, per evi-
tare di ferire il suo orgoglio e di compromettere le trattative in corso per la con-
cessione del passaggio alle unit dirette verso le Fiandre40.
Con lo scoppio della prima guerra per la successione del Monferrato si
torn a parlare con insistenza di una possibilit di cessione41, dopo che a
Mantova era apparso chiaro che senza lappoggio determinante delle forze
spagnole non si poteva sperare in alcun modo di difendere adeguatamente la
regione42. Appare opportuno sottolineare come in occasione dellaggressione
piemontese il comportamento tenuto dai rappresentanti della corona non ap-
parve a tutti esente da colpe. Secondo alcuni, infatti, il marchese de la
Hinojosa, governatore del Milanesado, favor i piani sabaudi nella speranza di
poter occupare tutta la provincia, ma venne prontamente sconfessato da
Madrid43. Questa analisi, per, non appare reggere alla prova dei fatti. Appare
poco probabile che don Juan Hurtado de Mendoza, destinato al governo di
Milano nel 1611 grazie ai buoni uffici del duca di Lerma, potentissimo valido
di Filippo III, di cui era un fedele criado, e con precise istruzioni di evitare ad
ogni costo conflitti nella penisola44, potesse attuare un progetto cos comples-
so e machiavellico senza tener nella debita considerazione le valutazioni e gli
ordini dei suoi superiori45. Inoltre, anche se vero che dopo la firma della tre-
gua con le Province Unite la monarchia aveva spostato il baricentro della sua
politica verso il Mediterraneo, la strategia generale seguita in quegli anni ap-
pariva pi di contenimento e di moderazione, nello sforzo di risanare le stre-
mate finanze castigliane dissanguatesi nel corso del secolo precedente a cau-

40. Sulla politica sabuada e soprattutto sullattivismo di Carlo Emanuele I, destinato a non
portare soverchia fortuna a casa Savoia, cfr.: C. Rosso, Il Seicento, in P. Merlin, C. Rosso, G.
Symcox, G. Ricuperati, Il Piemonte Sabaudo. Stato e territori in et moderna, Torino 1994, pp.
188 sgg.; e P. Merlin, Tra guerre e tornei. La corte sabada nellet di Carlo Emanuele I, Torino
1991.
41. A dire il vero gli approcci non si erano mai interrotti e ancora nel 1610 vi era stato un ti-
mido tentativo di portare definitivamente in porto la vicenda: AGS, E leg. 1299/195, il conte di
Gelves al re, 24 dicembre 1610.
42. Se la guerra si era risolta infatti in un fallimento militare per i Savoia aveva del resto di-
mostrato lestrema debolezza dello stato gonzaghesco: A. Spagnoletti, Le dinastie italiane, cit.,
p. 60; C. Rosso, Il Seicento, cit., pp. 198 sgg. Per una sintesi precisa delle attivit militari e di-
plomatiche del conflitto cfr. A. Bombin Prez, La cuestin de Monferrato, 1613-1618, Madrid
1975.
43. Oresko e Parrott, The Soveregnty of Monferrato, cit., pp. 37-8.
44. A. Feros, El duque de Lerma. Realeza y privanza en la Espaa de Felipe III, Madrid
2002, p. 415.
45. Lapatia dimostrata nel condurre le operazioni militari e la firma della pace di Asti co-
steranno al marchese il richiamo e il biasimo della corte: ivi, cit., pp. 415-20.

144
sa delle continue guerre di Filippo II, pi che labbandonarsi a nuove avven-
ture46.
Di accordo con Carlo Emanuele si parler s, ma solo dopo la fine delle
ostilit, quando insistenti parvero le pressioni dei piemontesi, mossi dal timore
che si arrivasse ad una sistemazione tra Spagna e Mantova con la cessione de-
finitiva del Monferrato a Filippo III, per arrivare ad un compromesso con la
spartizione effettiva della regione. A partire dal dicembre 1619, quando a
Torino si inizi a sospettare dei colloqui tra le due corti, gli inviati piemontesi,
capeggiati dal principe Emanuele Filiberto, dettero il via ad una campagna di-
plomatica destinata, almeno nelle intenzioni, a stornare lattenzione spagnola
da ogni ipotesi di trattato coi Gonzaga. Nei loro memoriali veniva cos sottoli-
neata la scarsa convenienza per la corona nellarrivare ad un accordo coi rivali,
la massa dei debiti contratti dai Gonzaga nei confronti di casa Savoia, mai sal-
dati e per cui si chiedeva soddisfazione, e come un ipotetico scambio contrav-
venisse nei termini i dettami della pace di Asti47. In cambio essi si dichiarava-
no disposti ad offrire la cessione di tutte le terre poste ad oriente di una ipoteti-
ca linea tracciata tra Verrua e Cortemilia, pari ai due terzi della regione conte-
sa48. Un tentativo destinato a fallire a causa della prudenza mostrata dagli spa-
gnoli, ormai distratti dagli avvenimenti tedeschi e dalla ripresa delle ostilit
con le Province Unite49, pi propensi a ricorrere alla mediazione imperiale,
come indicato nelle clausole del trattato di Asti, e a fungere da pacieri tra le
due parti contrapposte sulla base dello status quo ante, senza lasciare nessun
guadagno territoriale ai Savoia, perch, in questo caso, si sarebbe alterato le-
quilibrio di forze con conseguenze difficilmente prevedibili50.
Se Torino premeva per ottenere compensazioni anche a Mantova si cercava
un accordo per garantire la sicurezza dello stato. Spronato dagli avvenimenti
gi pochi mesi dopo lo scoppio delle ostilit, nel novembre 1613, il duca sond

46. Nel rispetto assoluto di questa politica di appeasement si evit sino al 1615 di dare istru-
zioni per linvasione del Piemonte proprio per evitare di fornire un casus belli alla Francia: B.J.
Garca Garca, La Pax Hispanica. Poltica exterior del Duque de Lerma, Leuven 1996, p. 94.
47. Cremona veniva definita dagli stessi rappresentanti piemontesi, preoccupati delle voci di
un accordo imminente con Ferdinando Gonzaga, citt troppo eminente per essere consegnata a
cuor leggero: AGS E leg. 1927/321, Antonio Navarro al re, 7 gennaio 1620. Il legajo 1927 rac-
coglie tutta la documentazione relativa alle pretese dei Savoia sul Monferrato e i tentativi porta-
ti avanti dal principe per convincere Madrid ad accogliere il punto di vista sabaudo.
48. AGS E leg. 1927/290, La forma en que se podra partir entre S.M. y el duque de Saboya
el estado de Monferrat por via de concierto, s.d. (ma del 1621).
49. Lo scoppio della guerra dei Trentanni aveva infatti attratto lattenzione degli spagnoli,
ben decisi a sostenere il ramo viennese degli Asburgo, e nel 1621 la ripresa delle ostilit nei
Paesi Bassi aveva definitivamente fatto passare in secondo piano la questione del Monferrato: P.
Brightwell, The Spanish Origins of the Thirty Years War, in European Studies Review, IX
(1979), pp. 407-31; e J. Israel, The Dutch Republic and the Hispanic World 1606-1661, Oxford
1986, pp. 66 sgg.
50. AGS E leg. 1927/254, Relacin de lo que ha passado en lo de Monferrat, s.d. (ma del
1621).

145
la corte spagnola per vedere se vi erano possibilit di procedere nel tanto ago-
gnato scambio, ma a Madrid si era assai poco convinti delle reali intenzioni di
Ferdinando Gonzaga. Per il Consiglio di Stato la mossa apparve motivata dal-
le preoccupazioni dei mantovani, che si erano mossi solo perch incalzati dal-
la minaccia rappresentata dalle forze sabaude, ma una volta cessato il pericolo
sarebbe venuto meno anche il desiderio di dare vita alla permuta51. Gravavano
poi come un macigno, e allontanavano la possibilit di un accordo, anche i so-
spetti relativi alla propensione del duca verso la Francia e la Serenissima, dato
che non appariva plausibile privarsi di Cremona, richiesta a gran voce come
unica contropartita, solo bastione sul confine orientale che poteva garantire la
sicurezza dello Stato proprio in caso di conflitto con la Repubblica di
Venezia52. Loccasione, per, appariva del resto troppo ghiotta per lasciarla ca-
dere e nel 1616 il duca dellInfantado appariva propenso ad accettare uno
scambio parziale di territori, in modo da garantire migliori collegamenti col
mare e per tenere a freno il duca di Savoia, ma non si concretizz nulla53.
Solo con la fine delle ostilit ripresero serrate le negoziazioni, ancora una
volta per iniziativa dei mantovani, ma con esponenti di spicco della corte ma-
drilena pronti ad avvalare il tentativo. Come il marchese di Bedmar, strenuo
promotore di uno scambio per assicurare in modo definitivo la pace e la sicu-
rezza dello Stato di Milano 54, e il duca di Feria, nuovo governatore del
Milanesado, consapevole che solo tenendo in pugno le fortezze di Alba, Trino,
Volpiano e Moncalvo si sarebbe avuto in mano non solo il tanto agognato
sbocco al mare, ma anche i destini del Piemonte55. Restava per sempre aperto

51. AGS E leg. 1902/189, Razones que conduyen ser de grandisimo servicio a S.M. el trocar
el Monferrato en la forma que agora propone el duque de Mantua, Alonso de Vargas, Madrid 27
novembre 1613.
52. Con la cessione di Cremona in caso di alleanza tra Mantova e Venezia si sarebbero spa-
lancate le porte dello Stato ad uninvasione. Ancora nel 1616 il nuovo governatore di Milano,
Pedro de lvarez de Toledo y Ossorio, marchese di Villafranca, dopo le rinnovate offerte dei
mantovani, rappresentate dalla missione a Madrid di Giovanni Gonzaga, si dichiarava contrario
alla cessione a causa di questi sospetti, preferendo di gran lunga compensare il duca con
Sabbioneta e una cospicua somma di denaro: AGS E leg. 1910/138, il marchese di Villafranca al
re, 14 giugno 1616. I documenti relativi alla missione Gonzaga si trovano in AGS E leg.
1927/190 e 191, carte del Consiglio di Stato del 15 marzo 1616.
53. AGS E leg. 1927/191 doc., cit. Per uno scambio parziale si dichiar anche il governatore
di Milano, a patto di ottenere quelle piazze che avrebbero garantito un controllo del Piemonte
minacciando direttamente Torino: AGS E leg. 1927/195, consulta del Consiglio di Stato, 13 giu-
gno 1616.
54. Siendo cierto quel el duque de Mantua no tiene oy fueras ni otros requisitos necessa-
rios para conservar seguro el Monferrat que es la raiz de las alteraciones de Italia y que no pare-
ce que ay otra forma de atazarlas sin ruydo que tener V.M. aquel Estado con ttulo justo no de-
biendose dudar de que el duque de Saboya no desistir jams de sus intentos de ocuparlo sino
viendolo en poder de V.M.: AGS, E leg. 1922/118, il marchese di Bedmar al re, 6 agosto 1619.
55. AGS, E leg. 1927/197, consulta del Consiglio di Stato, 9 febbraio 1619. A favore dello
scambio giocava anche la ricchezza del territorio che avrebbe permesso di mantenere una guar-
nigione poderosa senza costi aggiuntivi per lo Stato di Milano.

146
il nodo delle compensazioni da offrire al duca di Mantova; esclusa Cremona,
ritenuta, come gi sottolineato pi volte, troppo importante, si parl via via di
assegnare quale compenso la Sardegna, o la citt dellAquila col suo territorio,
parte dei feudi dei rami minori della famiglia Gonzaga (Sabbioneta,
Castiglione delle Stiviere, Bozzolo, Correggio), i territori del Lodigiano e del
Cremonese, senza i due capoluoghi, con un conguaglio in denaro, sino ad arri-
vare allofferta del regno del Portogallo in cambio della cessione di tutti i feu-
di italiani56. Una girandole di proposte e controproposte che proseguirono pra-
ticamente sino alla morte del cardinale Ferdinando, e probabilmente, come af-
fermato da alcuni autori57, sino al 1630, ma, come durante tutte le trattative
portate avanti nei decenni precedenti, senza raggiungere nessun risultato con-
creto. Il tanto bramato baratto, che aveva tenuto sul chi vive la diplomazia spa-
gnola, era stato forse veramente nulla pi di un artificio diplomatico, nulla pi
che unillusione al solo scopo di arginare laggressiva politica sabauda in quel-
la guerra fredda fra le due famiglie principesche iniziata proprio allindomani
della pace di Cateau Cambrsis58.

3. Merce di scambio (1631-1660)59


La fine della seconda guerra di successione per il Monferrato, stabilita dai
trattati di Ratisbona e Cherasco, apparve subito ai pi come una semplice tre-
gua tra le due grandi monarchie occidentali: un momento di stallo per meglio
preparare linevitabile duello finale60. Durante questo preludio il Monferrato, e

56. Ivi leg. 1927/243, En lo que se podra dar al duque de Mantua por el Monferrat, s.d. (ma
del luglio 1619); C.M. Belfanti, M.A. Romani, Il Monferrato, cit., pp. 137-9.
57. Ivi, p. 123. Non corrisponde al vero, invece, laffermazione dei due autori secondo cui
dopo questa data non vi sarebbero pi stati approcci, per tentare uno scambio di territori, tra la
monarchia e i duchi di Mantova.
58. Ibidem e R. Quazza, La diplomazia, cit., p. 39.
59. In questa sede si deciso di non trattare le questioni relative alla seconda guerra di suc-
cessione per il Monferrato. Questo a causa sia della distruzione della gran massa del carteggio
fra i governatori di Milano e la corte (la sezione Estado Miln dellArchivo General de Simancas
si arresta al 1621 e riprende a partire dal 1631), sia per la presenza di un cospicua bibliografia in
materia sulla politica del conte duca di Olivares. Qua mi limiter a segnalare, fra tutti, i lavori di
J.H. Elliott, The Count Duke of Olivares. The Statesman in an Age of Decline, New Haven and
London 1986, pp. 337 sgg.; e R.A. Stradling, Prelude to Disaster: The Precipitation of the War
of the Mantuan Succession, 1627-29, in Id., Spains Struggle for Europe 1598-1668, London
1994, pp. 51-68. Utile, sebbene oramai datato, si presenta anche il saggio di M. Frnandez lva-
rez, Don Gnzalo Frnandez de Crdoba y la guerra de sucesin de Mantua y Monferrato
(1627-29), Madrid 1955. Sulla politica seguita dalla Francia di Richelieu nella gestione della
crisi si rimanda allarticolo di D. Parrott, The Mantuan Succession, 1627-31: A Soveregnty
Dispute in Early Modern Europe, in English Historical Review, CXII (1997), pp. 21-65.
60. Sulla preparazione iberica al futuro conflitto si rimanda a R.A. Stradling, Olivares an the
Origins of Franco-Spanish War, 1627-35, in Id., The Struggle for Europe, cit., pp. 95-120. La si-

147
in particolare la posizione di Casale, continu a disturbare i sonni del conte
duca di Olivares e di tutti i vertici militari asburgici: la presenza di una robusta
guarnigione francese allinterno della piazza, in chiaro spregio delle risoluzio-
ni del trattato, lasciava pericolosamente esposto il fianco dello Stato ad una ag-
gressione da parte nemica in caso di riapertura delle ostilit61.
Limportanza della piazza, chiaramente dimostrata nel corso degli assedi
patiti negli anni immediatamente precedenti, aveva del resto spinto Filippo IV
a ricercare ogni mezzo, sia dal punto di vista militare, sia da quello diplomati-
co, per assicurarsene in controllo, quale tassello fondamentale della politica di-
fensiva della monarchia al fine di poter ristabilire lo status quo ante. Una stra-
tegia che non contemplava alcun ingrandimento territoriale, ma semmai era
destinata a ristabilire il prestigio, e lautorit, della corona con lespulsione dei
francesi dallItalia; unazione che prevedeva anche il recupero da parte del
duca di Savoia della non meno vitale posizione di Pinerolo, e che avrebbe im-
pegnato la diplomazia spagnola negli anni successivi62. Pertanto, nel periodo
immediatamente precedente la firma del trattato, il sovrano invi istruzioni al
marchese di Santa Cruz, comandante delle forze spagnole in Italia, relative ad
una eventuale presa di sorpresa della fortezza. Un attacco che doveva essere
condotto, per il rispetto della legalit, da parte delle truppe imperiali, che si sa-
rebbero mosse per agire contro un feudatario ribelle ai voleri di Vienna63, e con
le forze reali impegnate solo come esercito ausiliario, ma il probabile rifiuto,
ventilato dal marchese, dei generali di Ferdinando II nel lasciarsi coinvolgere
nellimpresa port al fallimento del progetto64.

tuazione francese viene sintetizzata da R. Bonney, Frances war by diversion, in The Thirty
YearsWar, a cura di G. Parker, New York 1987, pp. 144-53. Un inquadramento strategico gene-
rale della situazione europa nel periodo precedente il 1635 viene dato da D. Parrott, The causes
of the Franco-Spanish war of 1635-1659, in The Origins of War in Early Modern Europe, a cura
di J. Black, Edimburgh 1987, pp. 72-111.
61. Su questo punto, la presenza di una guarnigione francese in Casale, il duca di Feria, go-
vernatore del Milanesado, invio reiterate proteste al nunzio pontificio, Giulio Mazzarino, richie-
dendo il rispetto del trattato: AGS, E leg. 3336/322 e 323, il duca di Feria, lettere del 6 e 1 otto-
bre 1631 al re e al gran cancelliere di Milano.
62. Ancora nel 1634 i due grandi obiettivi della politica spagnola in Italia venivano indicati
nella restituzione di Casale e Pinerolo ai legittimi signori: AGS, E leg. 3834/102, il conte de la
Roca al re, da Venezia, 14 gennaio 1634.
63. Nel 1629 Carlo di Gonzaga Nevers era stato infatti privato dei suoi beni feudali in virt
dellattacco lanciato contro il Cremonese. Un atto di guerra che Vienna aveva interpretato come
unaperta ribellione contro leditto di sequestro del Monferrato firmato dallimperatore e che
avrebbe portato allintervento diretto delle truppe imperiali in Italia: D. Parrott, A prince sou-
verain and the French Crown: Charles de Nevers, 1580-1637, in Royal and Republican
Sovereignty in Early Modern Europe, a cura di R. Oresko, G.C. Gibbs, H.M. Scott, Cambridge
1997, pp. 184-5.
64. Si yo tuviera ordn de V.M. facilmente huviera ocupado este ibierno esta plaza por sur-
presa pero los alemanes no binieran en hazerlo estando pendiente el tratado de paz: AGS, E leg.
3336/87, il marchese di Santa Cruz al re, 7 marzo 1631. Secondo il marchese la guarnigione di

148
Lidea di prendere di sorpresa o per tradimento Casale del resto sarebbe
riapparsa ancora negli anni immediatamente successivi, per porre di fronte al
fatto compiuto i francesi e il duca di Mantova, ormai ritenuto nulla pi di una
pedina nella mani di Richelieu65. Nel 1633 il duca di Feria parve riuscire nel-
lintento di stabilire solide relazioni con Monsieur de Toiras, generale coman-
dante delle forze francesi in Italia potenzialmente ostile al gran cardinale, per
arrivare, se non direttamente alla consegna delle due fortezze nelle mani delle
forze spagnole, alla nomina di governatori vicini alle posizioni di monsieur
primo passo verso una ribellione diretta contro il potente primo ministro di
Luigi XIII66. Limprovviso richiamo in Francia di Toiras, ormai caduto in di-
sgrazia e sospettato di simpatie verso la fazione di Gastone di Orlans, stronc
per sul nascere ogni possibile sviluppo della situazione67.
Non meno importanti apparvero le trattative intavolate nei primi mesi del
1631 col duca di Savoia, per diretta iniziativa dello stesso, relative ad una spar-
tizione a tre del Monferrato che avrebbe dovuto interessare non solo il duca e
la Spagna, ma anche il duca di Guastalla che avrebbe ricevuto Casale e
Pontestura oltre alla successione al ducato di Mantova al posto del poco affida-
bile Carlo di Nevers68. Il progetto prevedeva la completa rinuncia da parte del
nuovo duca di Mantova sulle terre perse in virt del trattato di Ratisbona in
cambio del pagamento di 800.000 ducati da parte delle casse piemontesi; la
cessione di gran parte del Monferrato allo Stato di Milano, per poter permette-
re cos lapertura di una via di comunicazione diretta e sicura con Finale, dan-
do Correggio e alcune terre del Cremonese a titolo di ricompensa69. Non sap-
piamo quanto liniziativa di Vittorio Amedeo I fosse volta effettivamente a ga-
rantirsi lappoggio ispanico per ridefinire una volta per tutta il problema dei
suoi confini orientali, o se fosse solo una mossa destinata a gettare fumo negli

Casale era ridotta allo stremo e gli 800 monferrini che rinforzavano il contingente francese veni-
vano giudicati soldati di scarso valore.
65. Nel 1632 di fronte alla eventualit ventilata da Madrid della cessione, almeno tempora-
nea, da parte del duca di Mantova di due piazze del Monferrato per meglio garantire le linee di
comunicazione con Finale, il duca di Feria fece notare come tale ipotesi fosse del tutto fuori luo-
go visto che i francesi erano i signori incontrastati del territorio: AGS, E leg. 3830/114, il duca
di Feria al re, 24 gennaio 1632. Di fatto lo stesso Consiglio di Stato, dopo aver preso in esame le
obiezioni del duca, decise di lasciar cadere il tutto: AGS, E leg. 3830/27 e 106, consulte del
Consiglio di Stato, 5 febbraio e 6 aprile 1632.
66. AGS, E leg. 3446/58, il re al duca di Feria, 21 marzo 1633.
67. Sul richiamo di Jean de Caylan de Saint Bonnet, maresciallo di Toiras, si veda D. Parrott,
Richelieus Army. War, Government and Society in France, 1624-1642, Cambridge 2001, p. 485.
68. Discurriendo el seor Duque de Saboya en las inquietudes presentes vino a dezir que en
Italia siempre abria causas de disensiones y guerras si no se tomava alguna forma con el
Monferrato porque hazia los confines tan desyguales que pareca que se meta en el centro de los
estados circumbecinos solo para desunirlos que ava pensado que este estado se poda repartir
entre V.M. el mismo seor duque y el de Guastala dando ygual recompensa y ms provechosa al
duque de Nibers: AGS, E leg. 3829/85, Martn de Axpe al re, da Cherasco, 31 gennaio 1631.
69. AGS, E leg. 3829/85, cit.

149
occhi dellambasciatore spagnolo a Torino proprio nel momento in cui stava
legandosi sempre pi al carro francese trattando la cessione definitiva di
Pinerolo alla Francia. Del resto anche gli stessi spagnoli, pur continuando a
mantenere nei mesi successivi una serie di contatti serrati col duca, dubitavano
della sua buona fede e ritenevano che non si sarebbe mai impegnato seriamen-
te in un progetto del genere che avrebbe previsto lespulsione manu militari
della guarnigione francese da Casale70. Inoltre lacquisizione di gran parte del
Monferrato, senza dare un compenso adeguato al suo legittimo signore, era in
palese contraddizione con gli obiettivi strategici generali della corona, volta a
tranquillizzare i principati italiani e alla difesa dellordine costituito. Questo
comportamento ambiguo del duca di Savoia, stretto tra le due grandi potenze
in lotta, sarebbe proseguito ancora nel corso degli anni successivi, e le trattati-
ve con la Spagna, ad onta dellalleanza francese e della guerra in atto, sarebbe-
ro continuate praticamente sino alla sua morte nel 163771.
La riapertura delle ostilit con la Francia nel 1635 port inevitabilmente an-
cora una volta il Monferrato ad essere la posta in gioco del conflitto in Italia e
pedina di scambio nella grande partita diplomatica destinata a durare sino alla
pace dei Pirenei. La presenza del presidio francese in Casale rendeva automa-
ticamente il paese un bersaglio per le forze dei governatori di Milano e la stes-
sa cittadella un bubbone da eliminare ai fianchi dello schieramento difensivo
occidentale del paese. Incuneata fra il quadrilatero meridionale, costituito
dalle piazzeforti di Valenza, Alessandria, Tortona e Mortara72, permetteva in-
fatti alle colonne nemiche di penetrare nel cuore del territorio lombardo lan-
ciando devastanti incursioni. Senza contare che il controllo del territorio, i
francesi mantenevano infatti altri presidi a Nizza Monferrato, ad Acqui e in al-
tre localit del ducato, dava loro la facolt di tagliare la vitale linea di comuni-
cazione con Finale, fondamentale per la prosecuzione dello sforzo bellico in
quanto vi sbarcavano i rinforzi in arrivo dalla Spagna e dal Regno di Napoli,
scardinando lintero sistema strategico asburgico nella penisola.
La posizione del duca di Mantova in questi primi anni di guerra appariva
pertanto assai delicata. Dopo la firma di un formale trattato di alleanza con la

70. Questo era almeno il parere del marchese di Santa Cruz, AGS, E leg. 3336/87 doc., cit.
Lo stesso don Martn al momento dellinvio della sua relazione sulle aperture avanzate dal duca
aveva preferito evitare ogni commento forse perch sospettoso delle reali intenzioni dello stesso:
ivi, leg. 3829/85 doc., cit.
71. Nel maggio 1635, quando gi i tamburi di guerra avevano ripreso a rullare in Italia,
Vittorio Amedeo aveva riallacciato una relazione diretta coi rappresentanti della corona in Italia
tramite i buoni uffici dellagostiniano Antonio Valente e, in un secondo momento, di Ippolito
Pallavicino. Il duca, a parole, si dichiarava disposto a ritornare sotto la protezione di Filippo IV,
ma richiedeva lassistenza dei governatori di Milano per difendere i suoi confini occidentali e la
garanzia di poter mantenere la parte di Monferrato occupata dopo il 1629: AGS, E leg. 3345/48,
Francisco de Melo al re, 5 marzo 1637.
72. C. Duffy, Siege Warfare. The Fortress in the Early Modern World 1494-1660, London
1996, p. 125.

150
Francia a Rivoli in luglio, lega a cui aderirono anche i duchi di Savoia, Parma
e Modena73, si trovava costretto a permettere agli ingombranti partner lutiliz-
zo del Monferrato quale base per gli attacchi contro il Milanesado. A dispetto
degli impegni presi Carlo di Nevers non volle mai entrare in guerra diretta-
mente contro la monarchia, memore probabilmente delle pesanti devastazioni
subite dal Mantovano solo pochi anni prima, e cerc sino alla morte di mante-
nere aperto un canale privilegiato coi rappresentanti della corona giocando una
difficile partita su due piani74. Un tentativo che non riusc a impedire la siste-
matica devastazione del Monferrato da parte dei due eserciti in lotta.
Per gli spagnoli, passati i primi momenti di incertezza e una volta ottenuta
la resa del duca di Parma nel febbraio 1637, diveniva strategicamente fonda-
mentale assicurarsi il controllo delle vie di collegamento attraverso il
Monferrato, e di fatto nel corso dellestate il marchese di Legans, capitano ge-
nerale delle forze spagnole in Italia, lanci una serie di devastanti assalti con-
tro le posizioni francesi nella regione. In rapida successione si assicur cos il
controllo di Acqui, Nizza Monferrato, Ponzone, Agliano sgominando le truppe
di Vittorio Amedeo a Rocca dArazzo e imponendo sul territorio la presenza di
un robusto contingente iberico75. Ma al di l dei successi conseguiti, che di fat-
to per non riuscirono a sloggiare il presidio nemico da Casale, fu senza ombra
di dubbio la morte del duca di Mantova il 24 settembre di quellanno ad aprire
nuove prospettive nel panorama politico locale.
Infatti, se il duca aveva cercato timidamente di avvicinare le sue posizioni a
quelle spagnole, la reggente Maria Gonzaga mostrava dei sentimenti cos for-
temente antifrancesi da portarla decisamente ad abbracciare la possibilit di un
alleanza con la corona, nel tentativo di eliminare quella che considerava, a tut-
ti gli effetti, loccupazione francese di parte del Monferrato, e nella speranza di
poter riottenere, grazie allausilio delle armi spagnole, i territori perduti con la
pace di Ratisbona76. Nel corso degli abboccamenti coi diplomatici spagnoli,
avviati in segreto gi nel 1636 per mezzo dellagente gonzaghesco a Venezia,

73. Dopo il riuscito colpo di mano del duca di Rohan in Valtellina nel marzo di quellanno il
cardinale di Richelieu aveva dato vita ad una fruttuosa offensiva diplomatica destinata ad isola-
re le posizioni spagnole nellItalia settentrionale: R. Quazza, Preponderanza spagnola (1559-
1700), Milano 1950, pp. 482-3. Per unanalisi sommaria della politica del cardinale si veda al-
tres H. Weber, LItalie du Nord dans la politique de Richelieu, in Genova e Francia al crocevia
dellEuropa (1624-1642), a cura di M.G. Bottero Palumbo, Genova 1989, pp. 29-58.
74. Gi nellagosto del 1635 il duca si dichiarava fedele vassallo del re cattolico, lamentan-
do per come la presenza delle guarnigioni francesi nei suoi territori gli avessero di fatto inibito
ogni capacit di manovra: AGS E leg. 3837/179 e 201, lettere del conte de la Roca e del cardi-
nale Albornoz, rispettivamente del 18 agosto e 4 settembre 1635.
75. AGS, E leg. 3345/111, il marchese di Legans al re, 3 agosto 1637 e ivi, leg. 3346/128,
Legans al re, 11 febbraio 1638. Sullo scontro di Rocca dArazzo: BL Add. mss. 14.009, La ver-
dad de lo sucedido en el socorro de la Roca de Arasso, s.d. (Alessandria 1637).
76. G. Coniglio, I Gonzaga, Milano 1967, pp. 439 sgg. e R. Oresko, D. Parrott, The
Sovereignty of Monferrato, cit., pp. 59 sgg.

151
la duchessa aveva richiesto esplicitamente la protezione di Filippo IV e la rein-
tegrazione dei confini del Monferrato. Concessioni che essi sembravano pro-
pensi a concedere in cambio del libero transito per le loro forze e della cessio-
ne di alcune piazze per meglio garantire il passaggio verso Finale77. Ma solo
dopo la morte del duca si pot assistere ad una brusca accelerazione nei con-
tatti fra le due parti. Accelerazione imputabile in primo luogo al desiderio dei
mantovani di poter ottenere la protezione delle armi spagnole e un solido so-
stegno a Vienna per le loro rivendicazioni nella speranza di poter riottenere
quanto loro estorto dal duca di Savoia, ma anche dal desiderio di Madrid di po-
ter chiudere favorevolmente una situazione che si stava ormai trascinando da
un decennio con pesanti ripercussioni per le posizioni imperiali in Italia78. Coi
trattati del 21 marzo e 8 aprile 1638 la Spagna si impegn formalmente per
mezzo del suo rappresentante, don Diego de Saavedra y Fajardo, a difendere i
territori gonzagheschi (compreso il ducato di Nevers), a restituire al duca le
fortezze di Casale e Trino una volta strappate al nemico in cambio della pro-
messa di questi di fornire ogni appoggio alle forze della monarchia e del libe-
ro transito attraverso i suoi stati79.
Una vittoria diplomatica che non diede per i risultati sperati: Casale resta-
va saldamente in mano francese e i complotti orditi al suo interno per conse-
gnare la citt alle forze del marchese di Legans vennero prontamente sventati
dal suo governatore80. Quanto a Trino, conquistata dopo un sanguinoso assalto
dai tercios di sua maest, non venne restituita alla duchessa ma saldamente
presidiata dalle forze reali e loccupazione del Monferrato, costretto a dare al-
loggio a un nutrito nerbo di truppe straniere, avrebbe reso assai tesi nel corso
degli anni successivi le relazioni tra Mantova e il governatore di Milano81. A

77. AGS, E leg. 3838/113, il conte de la Roca alla duchessa di Mantova, s.d. (ma del maggio
1636). Sulla restituzione delle terre del Monferrato in cambio della fortificazione di alcuni pun-
ti strategici: ivi, leg. 3839/46, Francisco de Melo al re, 12 gennaio 1637. Sulla segretezza da
mantenersi nel corso dei contatti con la duchessa ivi leg. 3839/16, il conte de la Roca al marche-
se di Legans, 22 novembre 1636.
78. Ivi, leg. 3840/7, il conte de la Roca al re, 19 dicembre 1637; ivi, leg. 3840/50, il conte de
la Roca alla duchessa di Mantova, 19 dicembre 1637.
79. M. Fraga Iribarne, Don Diego de Saavedra y Fajardo y la diplomacia de su poca,
Madrid 1998, pp. 208-10. Copia dei trattati si trovano in AGS, E leg. 3347/251 e 252. Secondo i
termini dellaccordo del 21 marzo solo dopo la presa di Trino da parte delle forze spagnole la
duchessa avrebbe annunciato la sua intenzione di abbandonare il partito francese. Capitolo che
venne cancellato nella redazione successiva, quando Maria si impegn a consegnare Casale no-
nostante non fosse stata intrapresa alcuna azione contro la fortezza.
80. R. Oresko, D. Parrott, The Sovereignty of Monferrato, cit., p. 66.
81. Solo nel corso dellautunno del 1640 il marchese di Legans riusc a raggiungere un ac-
cordo col vescovo di Acqui per lalloggiamento di 1200 soldati spagnoli da mantenersi a spese
della regione nei quartieri di Nizza, Bubbio e Ponzone. Nei capitoli del trattato, che riguardava-
no anche il sostentamento dei presidi sul territori e lesazione di una serie di contribuzioni mili-
tari, si garantiva altres alla duchessa di poter continuare a riscuotere i tributi nei territori con-
trollati dalle forze spagnole: AGS, E leg. 3354/106, aggiustamento raggiunto tra labate di Santa

152
peggiorare questi rapporti, di sicuro non idilliaci, contribu poi la decisione
presa nel corso del 1641 di dar luogo alla demolizione di gran parte delle forti-
ficazioni ducali in Monferrato ormai ritenute strategicamente inutili e un peso
insopportabile per le esangui risorse dellesercito di Lombardia, costretto a
provvedere ad una serie di guarnigioni isolate. Moncalvo venne spianata nel
novembre 1641 nonostante le forti rimostranze dei monferrini e la mancata au-
torizzazione della duchessa, e solo la perdita di gran parte del territorio a cau-
sa delloffensiva francese imped al governatore di Milano di proseguire nello
smantellamento di altri borghi fortificati nel corso dellanno successivo82.
Ma al di l dellandamento delle operazioni militari questo avvicinamento
tra le due corti serv anche a ridare fiato alle speranze di Madrid di poter porta-
re in porto quello scambio a lungo progettato nel corso dei decenni precedenti.
Il 28 marzo 1638 Filippo IV chiedeva infatti ai suoi rappresentanti in Italia un
parere sulle possibilit reali di uno scambio tra il Cremonese e il Monferrato
che a suo dire sarebbe servito a ridare sicurezza e pace allItalia83. La risposta
di Francisco de Melo non si fece attendere: gi il 2 aprile ribadiva la necessit
di dare avvio alle trattative coi mantovani, ribadendo quanto gi affermato da
tanti suoi illustri predecessori nel corso del secolo precedente sullimportanza
del possesso della regione per la difesa di Milano84. In cambio si proponeva di
dare alla duchessa del denaro contante o, nella peggiore delle ipotesi parte del
Cremonese, mantenendo, per, il controllo di Cremona e Sabbioneta. Anche il
marchese di Legans parve entusiasta allidea, soprattutto per poter finalmente
eliminare il problema di Casale che tanto inquietava i suoi sonni85. Un proget-
to che non arriv in porto, sia per via della tenace resistenza della duchessa,

Anastasia e il vescovo di Acqui, s.d. (allegato alla lettera del Legans del 17 novembre 1640).
Gli screzi tra le autorit spagnole e i monferrini per a quanto pare continuarono visto che solo
nellagosto 1641 il conte di Sirvela, succeduto al marchese di Legans al governo dello Stato,
decise di eliminare gli alloggiamenti arbitrari cui erano sottoposte le comunit della provincia
per tornare alle contribuzioni fisse decise nel corso dellanno precedente: ivi, leg. 3354/306,
consulta del Consiglio di Stato, 20 dicembre 1641.
82. AGS, E leg. 3355/9 e 46, Sirvela al re, 9 ottobre e 19 novembre 1641; ivi, leg. 3356/9,
consulta del Consiglio di Stato, 4 luglio 1642. Nizza, la principale base delle forze asburgiche in
Monferrato capitol nel settembre 1642, entro la fine dellestate del 1643 gli spagnoli erano sta-
ti praticamente ricacciati fuori dal teritorio sotto la spinta della poderosa offensiva francese.
Sulla resa di Nizza: ivi, leg. 3357/134, Sirvela al re, 9 settembre 1642.
83. Seria el medio de conseguir la pz en Italia que la seora princesa nos intregue la plaza
de Casal: ivi, leg. 3346/164, de Melo al re, 2 aprile 1638 (riporta la frase originale del sovrano).
84. Porque el Monferrato es pas fuerte tiene plazas que se pueden acomodar a la cara del
enemigo, servir de antemural al Estado de Miln, y el duque de Saboya mirar como procede
teniendo adentro del Piamonte las plazas del Monferrato aseguranos el paso a la marina y nos fa-
cilita ms la dependencia de Genoveses: ivi, leg. 3346/164 doc., cit.
85. Y la esperiencia ha mostrado que solo la plaza de Casal ha sido desde que se fortific la
que ha metido las disenciones y rebueltas de Italia y que nunca se ha podido salir con ella: ivi,
leg. 3347/255, il marchese di Legans, 4 maggio 1638. Il marchese proponeva di cedere alla du-
chessa solo una piccola parte del territorio di Cremona: quello di Casalmaggiore.

153
che non voleva arrivare alla cessione di parte cos preponderante delleredit
del figlio; sia per le preoccupazioni di parte dellestablishment spagnolo di
provocare unalterazione nellequilibrio italiano compromettendo la posizione
della monarchia agli occhi degli altri principati italiani avvicinandoli pericolo-
samente alla Francia. Del resto il brusco cambiamento della situazione interna-
zionale avrebbe di l a poco portato ad un radicale ripensamento della politica
spagnola nella penisola.
A partire dal 1640 la grave crisi che invest il cuore stesso della monarchia
rese infatti la situazione nellItalia settentrionale del tutto secondaria nellotti-
ca dei vertici madrileni86. Le ribellioni di Catalogna e di Portogallo, la presen-
za di una minaccia diretta al cuore stesso della Castiglia, la necessit di mante-
nere un poderoso esercito nelle Fiandre, costrinsero ad una politica di disimpe-
gno sempre pi marcato nel territorio italiano sino a giungere alle imbarazzan-
ti dichiarazioni di impotenza del 1643, quando il Consiglio di Stato, sic et sim-
pliciter, ventil la possibilit di affidare ai soli sudditi italiani la difesa delle
posizioni imperiali in Lombardia per poter lasciar libere le risorse della
Spagna per limpiego su fronti ritenuti pi pregnanti quali erano per lappunto
le Fiandre e la Catalogna87.
Del resto le avvisaglie di un cambiamento radicale della situazione si erano
gi intraviste nel corso della poco fortunata campagna del 1640. Infatti, dopo
la serie di vittorie conseguite negli anni 1638-3988, questa si era conclusa con
una serie di concenti disfatte anche in Piemonte: Casale assediata per la terza
volta in poco pi di un decennio era stata soccorsa con successo dai francesi
che avevano sconfitto pesantemente gli uomini del marchese di Legans89; un
disastro che aveva portato alla successiva perdita di Torino in settembre. Il ri-
dimensionamento dellapparato militare asburgico nel settore, conseguenza
non solo delle perdite subite nel corso della campagna, ma anche, e soprattut-
to, della nuova politica di concentrazione delle risorse su altri fronti, impose un

86. J.H. Elliott, The Count-Duke of Olivares, cit., p. 567. Sulla visione della politica spa-
gnola nella crisi degli anni Quaranta si rinvia a quanto descritto nelle pagine di R.A. Stradling,
Europa y el declive de la estructura imperial espaola 1580-1720, Madrid 1992, pp. 157 sgg;
Id., Philip IV and the Government of Spain, 1621-1665, Cambridge 1988.
87. AGS, E leg. 3848/154, consulta del Consiglio di Stato, 23 ottobre 1643. Sulle rivolte di
Catalogna e Portogallo e loro influsso sulla politica spagnola: J.H. Elliott, La rebelin de los ca-
talanes. Un estudio sobre la decadencia de Espaa, Madrid 1998 e Id., The Spanish Monarchy
and the Kingdom of Portugal 1580-1640, in Conquest and Coalescence, a cura di M.
Greengrass, London 1991, pp. 48-67.
88. Nel 1638 gli spagnoli avevano espugnato Breme e Vercelli, e nel 1639 loffensiva guida-
ta dal marchese di Legans aveva portato alla conquista di tutto il Piemonte orientale e della
stessa citt di Torino. Sullonda dei successi militari spagnoli in Piemonte era scoppiata la guer-
ra civile tra la reggente Maria Cristina di Borbone, sostenuta dai francesi, e i principi Tommaso
e Maurizio di Savoia, appoggiati dalla Spagna; un conflitto destinato a durare sino al 1642 in-
sanguinando il paese: C. Rosso, Il Seicento, cit., pp. 236 sgg.
89. Una relazione dettagliata dello scontro avvenuto il 29 aprile 1640 sotto le mura di Casale
si pu trovare in AGS, E leg. 3352/131, il marchese di Legans al re, 3 maggio 1640.

154
drastico cambiamento degli obiettivi da seguirsi90. Pertanto, quando nellestate
del 1641 madama reale parve disposta ad arrivare ad un accomodamento con la
Spagna per una tregua nella penisola, il conte di Siruela, nuovo governatore del
Milanesado, fu ben felice di avviare una serie di colloqui coi plenipotenziari
nemici91.
Liniziativa di arrivare ad una pace separata nel settore non appariva del tut-
to nuova: anche nel corso degli anni precedenti i francesi, quando si erano tro-
vati in palesi difficolt, avevano tentato di arrivare ad un accomodamento, otte-
nendo anche un parziale successo nellestate del 1639 con la firma di una tre-
gua temporanea in Piemonte. Ma in linea di massima questi approcci non ave-
vano dato i risultati sperati vista la forte opposizione del conte duca di
Olivares, ben deciso a non dare tregua al nemico e a proseguire ad ogni costo
le operazioni militari92. La novit era rappresentata dal fatto che adesso anche
gli spagnoli apparivano propensi ad una neutralizzazione della regione e nelle
trattative il Monferrato avrebbe giocato un ruolo non secondario per poter arri-
vare ad un accordo soddisfacente. Per il valido la pace in Italia equivaleva alla
possibilit di richiamare verso la penisola iberica quei veterani ora impegnati
in Lombardia, ma non per questo era disposto ad accettare condizioni ritenute
troppo gravose e disonorevoli, pertanto doveva essere ben chiaro a tutti che pri-
ma ancora di dare il via ai colloqui si sarebbero dovuti rispettare alcune richie-
ste volte a garantire la conservacin y reputacin della monarchia93. In pri-
mo luogo la cittadella di Casale doveva essere demolita94, infatti la mera resti-

90. La forza dellesercito di Lombardia era infatti passata dai circa 35.000 uomini dellotto-
bre 1640 a poco pi di 22.000 nel giugno successivo; cifre che rendono chiaramente lidea delle
difficolt in cui si trovavano i vertici militari asburgici costretti a far fronte ad innumerevoli im-
pegni. Sulla struttura e composizione dellesercito spagnolo di Lombardia in questi anni mi sia
consentito di far rifermento a D. Maffi, Milano in armi. Guerra, esercito, societ e finanze nella
Lombardia seicentesca (1635-1660), in corso di stampa.
91. AGS, E leg. 3354/268, il conte di Sirvela al re, 6 settembre 1641. Gi nellagosto del
1641 per Sirvela si era dimostrato ben disposto ad accogliere le proposte della duchessa di
Savoia e aveva dato lavvio ad una serie di incontri preliminari.
92. Ivi, leg. 3350/126, consulta del Consiglio di Stato, 2 settembre 1639. Ben diverso il com-
portamento del cardinale di Richelieu che cerc di ampliare ad altri fronti la tregua locale otte-
nuta in Italia: G. Parker, Europa en crisis 1598-1648, Madrid 1986, p. 315.
93. La difesa della reputazione e la conservazione del patrimonio della monarchia appariva-
no due punti fermi in tutta lattivit politica di don Gaspar de Guzmn e il fondamento di gran
parte della strategia spagnola sin dallet di Filippo II. Un eventuale perdita di parte del patri-
monio, o della reputazione, nellottica dei ministri spagnoli avrebbe avuto conseguenze incalco-
labili tali da mettere in discussione la sopravvivenza stessa dellintera struttura imperiale: J.H.
Elliott, El conde-duque de Olivares y la herencia de Felipe II, Valladolid 1977.
94. Tendria esto por motivo convenientisimo de la pz de Italia, y por fruto copiosisimo de
la guerra que se ha hecho en ella, porque cessava todo el riesgo del Estado de Miln y el escan-
dalo de este siglo con el principal motivo de estar S.M. armada en aquella provincia: AGS, E
leg. 3354/261, voto del conte duca di Olivares, s.d. (ottobre 1641). Lidea di demolire la citta-
della non era del tutto nuova; poco prima dellinizio del fallimentare assedio del 1640 il mar-
chese di Legans aveva cercato di convincere la duchessa di Mantova sulla necessit di spianare

155
tuzione al duca di Mantova non veniva ritenuta ipotesi accettabile, visto che
questi non era stato in grado di mantenerla ed essa avrebbe significato rinnova-
re gli errori commessi nei trattati di Ratisbona e Cherasco95. Secondariamente
il Piemonte doveva essere neutralizzato col divieto di potersi alleare con una
delle due parti in lotta e gli spagnoli avrebbero dovuto conservare Vercelli se i
francesi avessero insistito per poter mantenere il controllo di Pinerolo96.
In merito alle proposte avanzate poi dalla duchessa di Savoia di poter far
accasare il figlio con la figlia del duca di Mantova, la diplomazia spagnola mo-
strava tutte le sue preoccupazioni perch tale legame avrebbe potuto accresce-
re il potere dei Savoia sul Monferrato. Olivares non si fidava di madama reale,
ritenendola francese sino al midollo, mentre il giovane duca veniva considera-
to nulla pi di un docile strumento nelle mani dei francesi. Ma il tentativo spa-
gnolo di poter trattare da posizioni di forza non ebbe seguito: rinfrancati dai
successi ottenuti a Cuneo e dalla presa di Monaco i franco-piemontesi lascia-
rono cadere le trattative97. La possibilit di sanare lulcera italiana e limitare i
teatri di guerra in cui si trovava coinvolta la monarqua svanirono rapidamente
come un sogno di mezza estate.
Con lo Stato di Milano sottoposto ad una pressione ormai massiccia delle
armi nemiche nel corso degli anni successivi il problema monferrino sembr
giocare un ruolo secondario nelle scelte strategiche e decisionali madrilene98.
Non che la collocazione del ducato in un nuovo assetto generale della penisola
fosse stata del tutto dimenticata, lo dimostrano i colloqui fra i plenipotenziari

le fortificazioni di Casale in modo che non costituissero pi un pericolo per lo Stato di Milano.
Proposte che non vennero prese in considerazione dalla corte di Mantova: ivi, leg. 3353/44 e 46,
Legans al re, 6 aprile 1640.
95. Olivares era anche contrario a consegnare la piazza ad una guarnigione che avrebbe do-
vuto giurare fedelt al pontefice: AGS, E leg. 3354/261 doc., cit.
96. Per giustificare questa spartizione del Piemonte si faceva espresso riferimento alle clau-
sole della pace di Cateau-Cambrsis: ibidem.
97. Cuneo, difesa da una guarnigione spagnola e da elementi del partito principista, si era ar-
resa dopo un lungo assedio: ivi, leg. 3355/61 e 62, Sirvela al re e al conte duca di Olivares, 12 e
19 ottobre 1641. Sulle fasi dellassedio si veda anche P. Bianchi, A. Merlotti, Cuneo in et mo-
derna. Citt e Stato nel Piemonte dantico regime, Milano 2002, pp. 164-75. Monaco si conse-
gn ai francesi per il tradimento del suo legittimo principe che pass dallalleanza spagnola alla
protezione francese. A riguardo si veda A. Spagnoletti, Principi italiani e Spagna nellet ba-
rocca, Milano 1996, pp. 60-3.
98. Nel 1642 cadde Tortona, riconquistata dagli spagnoli nel corso del 1643, nel 1645 fu la
volta di Vigevano, ripresa nellinverno del 1646, nel 1647 e 1648 Cremona venne assediata due
volte infruttuosamente dalle forze del duca di Modena. In questi anni il Monferrato venne inte-
ressato solo parzialmente dallandamento delle operazioni militari, e particolarmente nel 1646 e
1647 quando il connestabile di Castiglia lanci una serie di incursioni in profondit con lo sco-
po di eliminare gran parte dei punti fortificati nelle mani dei francesi. Cos nel corso del 1646
vennero prese Acqui e Ponzone e le loro fortificazioni vennero immediatamente smantellate, nel
corso dellanno successivo fu la volta di Nizza che sub la stessa sorte: AGS, E leg. 3362/48, il
connestabile di Castiglia al re, 20 agosto 1646 e ivi, leg. 3364/37, don Dionisio de Guzmn al re,
31 marzo 1647.

156
spagnoli e francesi al tavolo delle trattative di pace a Mnster, quando a pi ri-
prese tra il 1645 e il 1646 si cerc di arrivare ad un accordo globale fra le due
potenze, ma sicuramente alcuni dei punti pi spinosi erano stati decisamente
accantonati in attesa di tempi migliori99. Un quadro destinato a mutare rapida-
mente con lo scoppio della Fronda in Francia, cui fece da contrappeso un rapi-
do recupero delle armi ispaniche sui diversi teatri di operazione e che port ad
una politica marcatamente pi aggressiva anche nella penisola italiana100.
Sin dallottobre del 1648, alla notizia dello scoppio dei primi torbidi in
Francia, parecchi stati italiani avevano infatti cercato di riavvicinarsi alla coro-
na di Spagna101, che approfitt della situazione per cercare di volgere definiti-
vamente a suo vantaggio la situazione strategica in Italia. Nel giro di pochi
mesi il marchese di Caracena, governatore e capitano generale di Milano, riu-
sc a strappare importanti concessioni al duca di Parma e costrinse il duca di
Modena alla pace sotto pena della devastazione e distruzione dei suoi stati, or-
mai abbandonati al loro destino dallalleato francese. Ma particolarmente si-
gnificative apparivano pure le aperture di negoziati avviati nel corso del 1649
con Mantova e Torino, entrambi giocati sul futuro del Monferrato e destinati a
protrarsi per due anni, dimostrando la diversit di obiettivi perseguiti dal go-
vernatore di Milano e dalla corte di Madrid. Infatti se questi appariva pi pro-
penso a intavolare serie discussioni con la corte mantovana, che si mostrava
ben disposta ad aiutare gli spagnoli a scacciare la guarnigione francese da
Casale in cambio della restituzione dei territori persi nel 1629 e dellassistenza
presso la corte di Vienna per veder soddisfatte le proprie aspirazioni dinasti-
che102; il Consiglio di Stato, invece, premeva per lavvio di trattative con la
Savoia per poter arrivare allespulsione definitiva della Francia dalla penisola
garantendo alla duchessa il possesso delle province conquistate col trattato di
Ratisbona e confermate dalla pace di Mnster. Una politica che chiaramente

99. Nel 1645 i francesi apparivano del tutto decisi a conservare Casale e Trino (per il duca di
Savoia), mentre gli spagnoli erano poco propensi a siffatte concessioni; tuttal pi apparivano di-
sposti a consentire ai transalpini il possesso di Pinerolo in cambio della cessione di Vercelli. Nel
corso dellanno successivo Casale e il Monferrato rappresentano ancora lo scoglio per arrivare
allaccordo definitivo in Italia: se da un lato i francesi appaiono disposti a consentire agli spa-
gnoli di conservare Vercelli richiedono per s il possesso della piazza che i delegati asburgici
vorrebbero invece vedere smantellata: M. Fraga Iribarne, Don Diego de Savvedra, cit., pp. 419,
451-2 e 456-7.
100. Un rapido sguardo sullevoluzione politico-strategica verificatasi a partire dal 1648 vie-
ne offerta da J.I. Israel, Spain ant Europe from the Peace of Mnster to the Peace of the
Pyrenees, 1648-59, in Id., Conflicts of Empires. Spain, the Low Countries and the Struggle for
World Supremacy 1585-1713, London 1997, pp. 104-44: e da J. Stoye, El despliegue de Europa
1648-1688, Madrid 1991, pp. 113-41.
101. Parecchi stati italiani furono infatti colti completamente di sorpresa dalle capacit di re-
sistenza e recupero della Monarchia e iniziarono una seria politica di riavvicinamento: G.
Galasso, LItalia spagnola alla met del secolo XVII, in Caldern de la Barca y la Espaa del
Barroco, a cura di J. Alcal-Zamora e E. Belenguer, Madrid 2001, vol. I, pp. 875-88.
102. AGS. E leg. 3367/33, il marchese di Caracena al re, 15 dicembre 1649.

157
andava contro ogni interesse dei Gonzaga e che faceva del Monferrato la pedi-
na di scambio per arrivare ad un accordo103.
Coi piemontesi le trattative apparvero difficili sin dai primi momenti, anche
per la distanza delle posizioni dei due contendenti, e appare probabile pensare
che in realt lunico scopo della diplomazia sabauda fosse semplicemente
quello di prendere tempo e di strappare al marchese di Caracena un accordo
sulla neutralit del Piemonte, selvaggiamente devastato e percorso in lungo e
in largo dalla soldatesca spagnola104. Per concedere la neutralizzazione del ter-
ritorio gli spagnoli pretendevano per la riconsegna delle piazze di Casale,
Pinerolo e Torino ai loro legittimi signori, mentre la duchessa voleva solo tirar-
si fuori dal conflitto, mantenendo inalterato il controllo transalpino sulle vie di
accesso alla pianura padana, senza essere obbligata a pagar pegno (la consegna
di Vercelli a Madrid) in caso di mancato ritiro delle truppe di Luigi XIV105.
Disgustato dal prolungarsi dei colloqui il governatore, gi nel luglio del 1651,
aveva ritenuto necessario informare la corte sulla loro inutilit, essendo mani-
festo che lunico scopo di Madama Reale, assecondata in ci dai francesi, era
semplicemente quello di vendere fumo per presentarsi come campionessa del-
la pace di fronte ai vari principi italiani. Limpressione che ella non avesse al-
cuna intenzione di intavolare serie discussioni segn la fine dei negoziati, che
si trascinarono stancamente ancora per alcuni mesi106.
Gli approcci coi mantovani erano destinati a rivelarsi ben pi fruttuosi, an-
che se i timori della duchessa di Mantova di essere avvelenata, dopo che un
complotto ordito per consegnare la citt di Casale era stato sventato dai france-
si, sembrarono sul punto di far morire sul nascere le speranza spagnole di chiu-
dere favorevolmente la partita107. Nonostante questo intoppo, la posizione filo-
spagnola di gran parte della corte gonzaghesca lasciava per presagire la pos-

103. I piemontesi in cambio di un possibile aiuto richiedevano infatti la conferma del pos-
sesso del Canavese e dei territori del Monferrato strappati ai Gonzaga: ivi, leg. 3367/131,
Caracena al re, 27 marzo 1650.
104. Nel 1649 venne presa Biella, ma fu subito abbandonata una volta smantellate le fortifi-
cazioni. Nel 1650 gli spagnoli ritornarono a Biella e occuparono il forte di San Pietro ad Asti nel
tentativo di prendere di sorpresa la citt, ma si ritirarono subito senza lasciarvi nessun presidio.
Da ultimo nel 1651 lavanzata imperiosa del Caracena si spinse sino a Chieri e Moncalieri esau-
rendosi subito a causa della scarsit di mezzi, insufficienti per dare lassalto ad una piazza delle
dimensioni di Torino. Un successivo scontro a Buttigliera dAsti coi franco-piemontesi risult
parimenti inconcludente: AGS, E leg. 3605/72 e 251, don Diego de Laura al re, 10 e 13 ottobre
1650; ivi, leg. 3606/108, il marchese di Los Balbases al re, 14 luglio 1651.
105. Ad ogni richiesta degli spagnoli il conte Buronzo, inviato della duchessa, prendeva tem-
po con la scusa di dover contattare Torino. In seguito ritornava con controproposte o con rispo-
ste evasive che non soddisfacevano affatto le autorit spagnole. Un resoconto pressoch giorna-
liero delle consultazioni protrattesi fra il 1649 e i primi mesi del 1652 tra il conte di Buronzo e i
rappresentanti del governatore di Milano, il conte Maserati e Ignazio Gorani, si trova nei legg.
3366, 3367 e 3368 del fondo Estado dellAGS.
106. Ivi, leg. 3368/151, Caracena al re, 8 luglio 1651.
107. Ivi, leg. 3367/33, doc., cit.

158
sibilit di un accordo a breve termine, su cui il governatore di Milano continu
ad insistere presso Madrid. Di fatto il 5 settembre 1651 si giunse alla formale
alleanza tra le due potenze che prevedeva la restituzione di Casale, una volta
espulsa la guarnigione transalpina, il mantenimento di un presidio di mercena-
ri svizzeri o tedeschi al soldo del duca, ma pagati col denaro del re di Spagna,
la riconsegna di Trino, di Alba e del suo territorio con la promessa di non trat-
tare la pace con la Francia se questa non avesse restituito i territori di Nevers e
Rethel al duca (che si pensava sarebbero stati prontamente occupati da
Mazzarino non appena questi si fosse dichiarato per Filippo IV)108.
A nostro avviso a giocare un ruolo determinante nella stipulazione del trat-
tato con Mantova non fu solamente il discredito in cui erano cadute le armi
francesi, ma anche, e soprattutto, le preoccupazioni della duchessa di perdere
definitivamente ogni speranza di poter recuperare i territori monferrini in caso
di successo nei negoziati ispano-piemontesi, sui cui progressi era tenuta al cor-
rente da parte degli stessi spagnoli, nonch di vedersi privare del sostegno dei
rappresentanti iberici presso la corte imperiale nel tentativo di ottenere linve-
stitura su tutto il Monferrato109.
Questo trattato, preludio alla presa di Trino e di Casale nel corso della for-
tunata campagna del 1652110, non ricevette per quelle calorose accoglienze
che il marchese di Caracena si era atteso da parte della corte di Madrid, anzi,
pesanti furono le critiche al suo operato. Innanzitutto gli si faceva carico di
aver concesso al duca di Mantova troppe garanzie che ledevano lautorit e il
prestigio della corona, di non aver mantenuto nella cittadella di Casale una
guarnigione spagnola almeno sino alla fine del conflitto111, ritenendola preda

108. Tra le altre clausole in seguito sottoscritte si prevedeva di assegnare al duca un com-
penso in caso di mancata restituzione da parte di Luigi XIV dei suoi beni francesi. Inoltre si ga-
rantiva lappoggio dellesercito spagnolo nel caso volesse procedere a inglobare i ducati di
Luzzara, Reggiolo e Guastalla nei suoi domini: ivi, leg. 3691/106, al governatore di Milano,
Madrid 19 dicembre 1652.
109. Il conte di Lumiares nei suoi colloqui con Eleonora Gonzaga aveva infatti pi volte ac-
cennato al fatto che una volta arrivati ad un accordo col duca di Savoia, Filippo IV non avrebbe
pi potuto dare nessun aiuto a Carlo II. Riguardo allinvestitura ducale ancora nellottobre del
1650 il conte aveva ricevuto istruzioni da Madrid affinch prestasse tutta la sua assistenza ai di-
plomatici gonzagheschi ma una volta arrivati allaccordo coi piemontesi difficilmente la corte di
Madrid avrebbe continuato ad insistere con que las prorogas habrian sido superfluas y vergon-
zosas el haverlas pedido: AGS, E leg. 2356 sin foliar, il conte di Lumiares al re, Vienna 5 otto-
bre 1650. Le preoccupazioni di parte gonzaghesca sulle istanze presentate a Vienna dai Savoia
per il possesso del Monferrato continuarono ancora negli anni successivi e parecchie furono le
sollecitazioni inviate a Madrid affinch si prestasse la dovuta attenzione alla minaccia: ivi, leg.
3553/162, il marchese de la Fuente al re, Venezia, 4 settembre 1654.
110. Trino si era arresa nel giro di quattro settimane, Casale si consegn al vincitore il 22 otto-
bre 1652. Sullimpresa di Casale e il ruolo giocato dal marchese di Caracena si veda: G.
Signorotto, Il marchese di Caracena al governo di Milano, in Cheiron, 17-18 (1992), pp. 153-6.
111. Le giustificazioni avanzate dal marchese per giustificare la restituzione di Casale, la
mancanza di forze e il timore di provocare lo sdegno dei principi italiani, vennero accolte con

159
importante per le future trattative di pace, e di essersi impegnato a fornire al
duca il denaro e i mezzi necessari per poter rifornire ed armare la piazza oltre
che a pagare il suo presidio112. Il tutto solo in cambio della promessa da parte
del duca di non permettere ai francesi in futuro luso dei suoi territori e delle
sue piazze per attaccare Milano. Parola che valeva ben poco visti i sospetti cir-
colanti su Carlo II, ritenuto, oltre che un debosciato, potenzialmente vicino alle
posizioni francesi, col nemico che avrebbe cos potuto ancora una volta torna-
re a prendere possesso della citt riproponendo la problematica situazione de-
gli anni precedenti113. Inoltre a Madrid parvero del tutto fuori luogo le clauso-
le relative alla restituzione di Trino, piazza strappata al nemico dalle sole forze
reali, Alba e il Canavese, ancora in mani nemiche, e il voler affidare al duca
tutte le rendite dei territori appena liberati mentre la real hacienda doveva
provvedere a coprire tutte le spese dei presidi114. Pertanto il re, dopo aver
espresso tutto il suo biasimo, invit il marchese a riprendere le operazioni e a
riconquistare la piazza per porvi un presidio spagnolo115.

malcelato sarcasmo e la ritirata ritenuta pi segno di debolezza che non di forza agli occhi dei
potentati della penisola. Se effettivamente il governatore non era in grado di provvedere alla di-
fesa della piazza avrebbe dovuto procedere alla sua demolizione: AGS, E leg. 3691/106 doc., cit.
112. Considerare ac que todo lo tratado ya ajustado redunde en util del duque de Mantua,
pus dems de haver recuperado plazas tan importantes, y con ellas casi todo el Monferrato,
quedo yo obligado a pagarle con anticipacin las guarniciones de la ciudad, castillo y ciudadela
de Casal. Proveerlas, municionarlas y repararlas a mi costa, gastos que mi real hacienda en ese
estado no tiene capacidad para ellos: ivi, leg. 3691/106 doc., cit. Particolarmente incresciosa
appariva ancora nel 1656, oltre allaver provveduto a lasciare tutta lartiglieria strappata al ne-
mico al duca e linvio di ingegneri militari lombardi per il riassetto delle fortificazioni, la ces-
sione dei territori conquistati del Monferrato, che se mantenuti almeno sino alla fine delle osti-
lit, avrebbero permesso di alloggiare un gran numero di truppe dando cos sollievo agli strema-
ti sudditi lombardi: ivi, leg. 3679/126, consulta del Consiglio di Stato, 14 luglio 1656.
113. I sospetti dei vertici politici madrileni trovarono conferma nel 1655 quando il duca
riannod i suoi rapporti con la Francia, alla luce del rinnovato interesse di Mazzarino per una
politica di intervento pi decisa nella penisola volta a scalzare definitivamente il sistema spa-
gnolo sulla scia dei tentativi portati avanti, senza peraltro conseguire successo alcuno, nel cor-
so degli anni Quaranta. Alleanza che si raffredd a seguito del disastro di Pavia quando il corpo
di spedizione del duca di Modena era stato rovinosamente battuto: B. Cialdea, Gli stati italiani e
la pace dei Pirenei. Saggio sulla diplomazia seicentesca, Milano 1961, pp. 63-4 e 97 sgg. Sulla
politica mazzariniana nei confronti dellItalia cfr. G. Dethan, La politique italienne de Mazarin,
in La France et lItalie au temps de Mazarin, a cura di J. Serroy, Grenoble 1986, pp. 27-32.
114. Pazzesche venivano definite le clausole relative alla concessione di una ricompensa per
il duca in caso di sequestro dei suoi beni di Rethel e Nevers, e contro il decoro della corona ap-
parivano poi le promesse di aiuto contro i piccoli ducati padani appartenenti ai rami minori del-
la famiglia Gonzaga, che si erano sempre mostrati fedeli al re di Spagna: AGS, E leg. 3691/106
doc., cit. Lo stesso duca di Guastalla protester vigorosamente contro i termini del trattato pres-
so la corte imperiale suscitando le preoccupazioni di Madrid, timorosa di veder alterare lequili-
brio italiano e in pi occasioni Filippo IV dovette dare disposizioni al governatore di Milano af-
finch non venissero presi provvedimenti ai danni del duca che rimaneva a tutti gli effetti un pro-
teg della corona: ivi, leg. 2361 sin foliar, il segretario Pedro Coloma, Madrid 5 febbraio 1653;
ivi, leg. 3691/108, Caracena, 8 febbraio 1653.
115. Ivi, leg. 3691/106 doc., cit.

160
Gli ordini non furono posti in esecuzione sia per essersi gi ritirato leserci-
to nei quartieri invernali allinterno del territorio lombardo, sia per il maltem-
po che ormai imperversava rendendo di fatto impossibile lattuazione di un se-
condo assedio in una stagione particolarmente poco opportuna per le operazio-
ni militari116. Del resto lo stesso Filippo IV fece repentinamente marcia indie-
tro. Infatti, considerando che una rinnovata azione militare avrebbe gravemen-
te nuociuto allimmagine di una monarchia desiderosa della pace e le avrebbe
definitivamente alienato le simpatie dei principi italiani, prefer annullare le
precedenti disposizioni e accettare, almeno per il momento, lo status quo117. Il
gesto non cancellava le diffidenze esistenti sulle reali intenzioni di Carlo II, e
la fine della Fronda in Francia con la ripresa offensiva del nemico apriva nuovi
e inquietanti scenari. Di fronte al possibile voltafaccia del duca il marchese di
Caracena nel corso del 1654 richiese esplicitamente lautorizzazione a proce-
dere per occupare Casale e le altre piazze del Monferrato; il permesso venne
accordato a patto che la manovra non esponesse a rischi inutili lo Stato di
Milano e che Casale venisse immediatamente smantellata118.
I sospetti e i dissapori esistenti erano destinati ad essere posti nuovamente
in risalto durante le trattative del 1657, quando, con lennesimo colpo di scena,
Carlo II si riaccost al partito asburgico, spronato dallintervento dellesercito
imperiale in Italia avvenuto nel corso dellautunno precedente119. Lingresso in
campo di Vienna era del resto gi stato caldamente sollecitato nel corso degli
anni precedenti per assicurare una maggiore sicurezza ai traballanti confini del
Milanesado. Se gli spagnoli avevano richiesto linvio a partire dal 1655 di un
poderoso corpo di spedizione per poter punire la baldanza del duca di

116. Inoltre era chiarmente impossibile prendere la piazza di sorpresa vista la complessit
delle sue fortificazioni. Per il marchese di Los Balbases appariva pi opportuno comprare i ca-
pitani delle compagnie di fanteria ducali in modo che questi aprissero in caso di necessit le por-
te alle forze reali: ivi, leg. 3370/51, Los Balbases al re, 18 marzo 1653.
117. Beninteso il governatore avrebbe dovuto vigilare sul mantenimento degli impegni da
parte del duca e in caso di minaccia francese era autorizzato ad introdurre un presidio spagnolo
in Casale. Quanto a Trino erano ribaditi gli ordini relativi al suo mantenimento: ivi, leg.
3691/108 doc., cit. Il trattato di alleanza venne formalmente ratificato solo nel novembre 1653 e
solo per non screditare il ministro del re che lo aveva firmato: ivi, leg. 3679/127, consulta del
Consiglio di Stato, 10 aprile 1657.
118. Ivi, leg. 3460/87, il re al Caracena, 13 aprile 1654. Nel corso della campagna estiva il
governatore prefer non mettere in esecuzione gli ordini, ma, al fine di sventare ogni possibile
minaccia francese, provvide a far entrare 2 reggimenti di mercenari tedeschi allinterno delle
fortificazioni di Casale: ivi, leg. 2363 sin foliar, Caracena al marchese di Castel Rodrigo, 12 no-
vembre 1654.
119. Il corpo di spedizione al comando del barone di Enkevort doveva ristabilire il prestigio
e lautorit dellImpero nella penisola, gravemente scosso dallattacco portato dal duca di
Modena ad un feudo imperiale, quale era per lappunto il ducato di Milano. Vienna approffitt
della presenza sul territorio padano delle sue unit per recuperare gradatamente il controllo sui
feudi anteriormente occupati o sottomessi dagli spagnoli: S. Pugliese, Le prime strette
dellAustria in Italia, Milano 1932, pp. 146 sgg.; e K.O. Von Aretin, Lordinamento feudale, cit.,
pp. 83-4.

161
Modena120, da Mantova le richieste di soccorso si erano fatte particolarmente
accorate gi nel corso del 1654, quando di fronte alla pressione francese, la du-
chessa madre, timorosa di vedere il figlio riavvicinarsi a Mazzarino, aveva ri-
volto un accorato appello allimperatrice Eleonora affinch perorasse la causa
del duca presso limperatore suo marito perch si facesse carico della difesa di
Casale e del Monferrato121. Richieste di aiuto che non poterono in alcun modo
essere soddisfatte vista limpossibilit per limperatore di intervenire in Italia
senza venir meno ai dettami del trattato di Westfalia122.
Ancora una volta le trattative col duca furono portate avanti direttamente
dal governatore di Milano, il conte di Fuensaldaa, e il trattato firmato il 21
marzo del 1657, cui il duca aveva aderito in cambio del titolo di generalissimo
delle forze imperiali in Italia, era stato concluso senza aspettare lapprovazio-
ne definitiva del sovrano123. E come nella precedente occasione il Consiglio di
Stato non perse occasione per criticare in tutti i modi le trattative insistendo
sullinaffidabilit del principe, di cui aveva dato ampie prove nel corso degli
anni precedenti124, la sua pessima reputazione e il disprezzo di cui era circon-
dato presso gli altri principi italiani, e i termini definitivi erano stati giudicati
ancora pi sconvenienti rispetto alle vecchie capitolazioni del marchese di
Caracena tanto che si suggeriva al sovrano di inviare una severa reprimenda al

120. AGS, E leg. 2365 sin foliar, lettere del marchese di Castel Rodrigo, ambasciatore a
Vienna, 13 luglio e 4 agosto 1655.
121. La duchessa Maria in particolare richiedeva linvio di almeno 2000 fanti e 500 caval-
leggeri con cui poter assicurare unadeguata difesa della piazza monferrina che doveva essere
pagati interamente dalla corona spagnola pues quando los espaoles gastan tanto con Cond y
Lorena, bien podrian subministrar los medios para hacer este servicio de bajo del nombre de
V.M. para tener en freno el duque, pus servirian tambin para el Estado de Miln: AGS, E leg.
2363 sin foliar, la duchessa Maria alla figlia Eleonora, 31 ottobre 1654. Eleonora Gonzaga era
destinata a giocare un ruolo predominante nel favorire e sostenere la penetrazione imperiale in
Italia al tempo di Leopoldo I: K.O. Von Aretin, Das Alte Reich 1648-1806, I, Fderalitische oder
hierarchische Ordnung (1648-1680), Stuttgart 1993, p. 113.
122. AGS, E leg. 2363 sin foliar, Castel Rodrigo al re, Vienna 16 dicembre 1654. Lunica
concessione che era disposto ad effettuare Ferdinando III era di consentire alle autorit spa-
gnole di reclutare i soldati richiesti dalla duchessa a patto che Madrid si fosse fatta carico di tut-
te le spese: ivi, leg. 2363 sin foliar, consulta del Consiglio di Stato, 22 aprile 1655. Sulla com-
plessa situazione generale dellImpero nel secondo Seicento cfr. F.L. Carsten, LImpero dopo
la guerra dei Trentanni, in Storia del Mondo Moderno, V, La supremazia della Francia 1648-
1688, a cura di F.L. Carsten, Milano 1982, pp. 549-82; per la politica degli Asburgo di Vienna
nei confronti dellImpero tesa a ricostruire la sua autorit dopo la pace del 1648 si veda R.J.W.
Evans, Felix Austria. Lascesa della monarchia absburgica 1550/1700, Bologna 1981, pp. 357
sgg.
123. AGS, E leg. 3679/127 doc., cit.
124. Il duca di San Lucar, in modo particolare, ricord come in occasione del recente asse-
dio di Valenza (1656) il duca di Mantova avesse rifornito lesercito francese con quelle stesse
armi e munizioni che sua maest, in virt del trattato ratificato nel 1653, aveva provveduto ad
ammassare a Casale: ivi, leg. 3679/127 doc., cit.

162
governatore per il suo operato125. Del resto lo stesso duca appariva poco pro-
penso a rispettare i termini dellaccordo da lui firmato e gi nel mese di aprile
aveva cercato di riaprire i negoziati con la Francia: prime avvisaglie della futu-
ra dichiarazione di neutralit del giugno 1658126.

4. Nuovi orizzonti, vecchie minacce (1660-1700)


La pace dei Pirenei, conclusa dopo una lunga trattativa effettuata alle spalle
degli alleati italiani, segn il ritorno in Italia allo status quo ante e il fallimen-
to della politica Mazzariniana, dato che la Spagna conserv le sue posizioni e
riusc ad uscire dal conflitto in una posizione molto pi solida allinterno della
penisola di quanto generalmente si creda127. Milano rest, ed era destinata a re-
starlo sino alla fine della presenza ispanica in Italia, il baluardo della corona e,
assieme alle Fiandre e alla Catalogna, il perno del sistema difensivo su cui
poggiava lintera monarchia impegnata in una strategia di contenimento contro
la politica aggressiva di Luigi XIV128. Inutile aggiungere che il Monferrato, e

125. In particolare il conte di Oate lamentava come in un solo attimo il conte di


Fuensaldaa avesse smantellato la prudente politica seguita da tanti anni in Italia por ser tan
notorio el cuydado que por tantos aos y hedades ha tenido esta corona de no dar mano, ni juri-
sdicin imperial a los prncipes de Italia: ivi, leg. 3679/127 doc., cit. Particolarmente onerose
sembravano le clausole che prevedevano il versamento di un sussidio di 80.000 scudi annui per
il mantenimento della gente di guerra nel Monferrato, la restituzione di Trino al duca (con lera-
rio milanese che avrebbe dovuto continuare a farsi carico delle spese di mantenimento della
piazza), la pretesa che nel corso delle trattative di pace la monarchia avrebbe dovuto farsi carico
di ottenere le terre del Monferrato illegittimamente occupate dal duca di Savoia e lassurda ri-
chiesta di dover consegnare al duca tutte le piazze strappate al nemico nel corso della campagna:
ivi, leg. 3679/144, consulta del Consiglio di Stato, 24 febbraio 1658.
126. Ivi, leg. 3374/77, Fuensaldaa al re, 21 aprile 1657 e leg. 3375/77, Fuensaldaa al re,
20 giugno 1658. Dal punto di vista strategico la posizione del duca di Mantova in questa fase fi-
nale della guerra rivestiva scarsa importanza: le sue forze erano risibili e scarsamente fedeli e sia
i francesi, sia gli spagnoli si contentarono delle garanzie offerte relative alla semineutralizzazio-
ne della piazza di Casale: B. Cialdea, Gli stati italiani, cit., p. 182.
127. G. Galasso, LItalia una e diversa, cit., pp. 213-22. Per una succinta relazione delle trat-
tative di pace cfr. M. Frnandez lvarez, El fracaso de la hegemona espaola en Europa (guer-
ra y diplomacia en la poca de Felipe IV), in Historia de Espaa Ramn Menndez Pidal, vol.
XXV, La Espaa de Felipe IV. El gobierno de la Monarqua, la crisis de 1640 y el fracaso de la
hegemona europea, Madrid 1990, pp. 772-87.
128. Manca uno studio accurato sulla situazione politico-strategica della Monarchia negli
anni di regno di Carlo II (1665-1700), come pure una ricerca accurata sulla Lombardia di fine
secolo. Un quadro dinsieme viene offerto da H. Kamen, Espaa en la Europa de Luis XIV, in
Historia de Espaa Ramn Menndez Pidal, vol. XXVIII, La transicin del siglo XVII al XVIII.
Entre la decadencia y la reconstruccin, Madrid 1996, pp. 215 sgg. e da C. Storrs, La perviven-
cia de la monarqua espaola bajo el reinado de Carlos II (1665-1700), in Manuscrits, 21
(2003), pp. 39-61. Per quel che riguarda lapparato militare asburgico in Milano Id., The Army of
Lombardy and the Resilience of Spanish Power in Italy in the Reign of Carlos II (1665-1700), in
War in History, IV (1997), pp. 371-97, e V (1998), pp. 1-21.

163
in particolare la difesa e il possesso della piazza di Casale, rappresentava anco-
ra una volta il point faible dello schieramento difensivo dello Stato di Milano.
La prosecuzione dei problemi legati alla mancata risoluzione delle dispute tra
il duca di Mantova e quello di Savoia129, con la conseguente persistenza di
quello stato di conflittualit latente continuamente denunciata dai rappresen-
tanti mantovani e dai governatori di Milano130, il mai sopito forte interesse
francese nei riguardi della cittadella di Casale, lasciavano infatti aperti inquie-
tanti scenari per la corte di Madrid che cerc in ogni modo di garantirsi lami-
cizia di Carlo II Gonzaga e in seguito del suo erede, lo scialbo Ferdinando
Carlo (1665-1707), per poter contare sulla neutralizzazione della fortezza131.
Ma se la Spagna rincorreva lamicizia dei Gonzaga anche a Mantova, in
quel primo dopoguerra, vi era la necessit di mantenere ottime relazioni con
Madrid: il desiderio di recuperare i territori persi in virt degli accordi di
Ratisbona e la salvaguardia delle frontiere di fronte allinsorgere di nuove mi-
nacce portate da Torino, spinsero gi nel novembre del 1659 il duca a richiede-
re protezione delle armi reali e lappoggio dei delegati spagnoli per poter co-
stringere il duca di Savoia ad accettare di aprire un nuovo negoziato sulla que-
stione del Monferrato132. Linviato ducale, Giovanni Paolo Zaccaria, pur di ot-
tenere quanto caldeggiato dal suo signore, aveva cercato in ogni modo di con-
vincere la Junta de Estado della pericolosit della situazione peninsulare se si
fossero lasciate nelle mani dei Savoia quelle terre, con Casale alla merc dei
francesi, vista la notoria aderenza delle posizioni piemontesi con quelle di
Parigi, e lo stesso Stato di Milano nuovamente alla portata dellaggressione ne-
mica133. Ma non era riuscito ad ottenere nessuna garanzia, a parte alcune vaghe
promesse, da una monarchia ormai intenzionata a seguire una politica pruden-

129. Durante le trattative di pace il problema dei confini del Monferrato era stato solo sfio-
rato e la soluzione delle vertenze erano state rimesse ad una futura conferenza plenaria che si sa-
rebbe dovuta tenere in Italia e che di fatto non ebbe mai luogo: AGS, E leg. 3689/5, consulta del-
la Junta de Estado, 12 aprile 1660.
130. Come nel 1676 quando, a seguito di una disputa sorta tra gli abitanti di Motta de Conti
e Villanova Monferrato sfociata in unincursione in territorio piemontese da parte dei monferri-
ni, si assistette ad un concentramento di truppe in Vercelli, preludio, secondo le voci pi allarmi-
stiche, di una futura invasione della regione e di un pericoloso allargamento del conflitto con
lintervento della Francia: ivi, leg. 3389/220, il principe di Ligne al re, 11 settembre 1676.
131. Nel maggio del 1660 Filippo IV diede cos disposizioni precise al duca di San Lucar af-
finch la pensione di 4000 ducati mensili per il mantenimento della guarnigione di Casale do-
vesse essere ancora versata al duca nonostante la fine delle ostilit: ivi, leg. 3691/155, il re al San
Lucar, 16 maggio 1660.
132. Ivi, leg. 3689/4, il duca di Mantova a Filippo IV, 26 novembre 1659. Alla missiva si al-
legavano le credenziali e le lettere di presentazione del nuovo ambasciatore gonzaghesco:
Giovanni Paolo Zaccaria. Ivi, leg. 3689/1-3.
133. A quien es de tanta conveniencia [allo Stato di Milano] el contrapesso de las fueras
de Savoya y Mantua, principalmente posseyendo el primero a Verceli y Trin, cassi a las puertas
de Cassal y es obligado por la venta de Pinarol a adherir a Francia: ivi, leg. 3689/5, consulta
della Junta de Estado, 12 aprile 1660. La relazione originale di Zaccaria si trova al doc. 6.

164
te, ora che si trovava del tutto impegnata nella dura lotta per la riconquista del
Portogallo134.
Speranze che del resto erano destinate a naufragare ben presto, quando nel
corso dellanno successivo, dopo le reiterate nuove insistenze del diplomatico
mantovano col duca di Medina de las Torres, la Junta de Estado, per la prima
volta, si espresse chiaramente sullimpossibilit di riottenere la restituzione di
Trino e della necessit, per il bene della pace in Italia, di chiudere definitiva-
mente tutta la faccenda135. Il duca di Mantova si sarebbe dovuto accontentare
di ricevere un risarcimento in denaro, vista limpossibilit di ottenere dai fran-
cesi la restituzione di Pinerolo, unica chiave possibile per convincere, o sperar-
lo almeno, il duca di Savoia a rendere Trino136. Del resto, come ammetteranno
gli stessi vertici politici spagnoli, la corona aveva su questo assunto le mani le-
gate: in virt dellarticolo 94 della pace dei Pirenei il mancato accordo tra il
duca di Savoia e quello di Mantova avrebbe lasciato via libera a Luigi XIV per
sostenere la piena osservanza del trattato di Cherasco con tutta la sua autorit e
la forza delle armi. Pertanto per la stessa sicurezza delle province italiane pa-
reva opportuno spingere il duca di Mantova alla ricerca di un accomodamento
onde evitare di lasciare anche il solo minimo pretesto a Parigi per un interven-
to armato137. Madrid guardava sempre con preoccupazione ad un rinnovo delle
ostilit con la Francia, un punto debole di cui gli inviati mantovani seppero ap-
profittare per poter richiedere nuove sovvenzioni, o il pagamento puntuale del-
la pensione promessa, per poter rifornire e rinforzare adeguatamente il
Monferrato onde evitare che si presentasse come una preda facile a ghermirsi
in caso di un repentino attacco138.

134. La Junta de Estado si limit a prendere nota delle lagnanze dellambasciatore e promi-
se in linea di massima di prendere le difese del duca di Mantova nel corso delle future trattative
col duca di Savoia per la soluzione dei problemi di confine: ivi, leg. 3689/5 doc., cit. La guerra
col Portogallo sarebbe durata sino al 1668 e avrebbe assorbito ogni sforzo della diplomazia spa-
gnola. Sulla questione: R. Valladares, La rebelin de Portugal 1640-1680. Guerra, conflicto y
poderes en la Monarqua hispnica, Valladolid 1998, pp. 171 sgg.
135. Y lo mucho que esencialmente conviene para la quietud de Italia ajustar estas diferen-
cias pus de lo contrario podrian resultar tales accidentes entre los dos duques, que producesen
disturbios, y novedades muy perjudiciales; parece que para salir de una vez de este negocio es el
nico medio tomar determinacin sobre el: AGS E leg. 3689/36, consulta della Junta de
Estado, 29 agosto 1661. Le relazioni degli abboccamenti avuti tra il duca di Medina e linviato
mantovano si trovano ai docc. 37-41.
136. He de ser en dinero y no en tierras, ni en la restitucin de la plaza de Trin, porque esto
tiene la imposibilidad que se ha reconocido, no solo por parte del Duque de Saboya, por conser-
var a Trin, sino por la del Rey Christianisimo, por mantener a Pinarol: ivi, leg. 3689/36 doc., cit.
137. Posizione ribadita nel 1664, dopo linvestitura concessa da parte del Collegio Elettorale
Imperiale delle terre del Monferrato contese tra i due principi a favore del duca di Savoia, quan-
do ancora si consigli Carlo II di trattare dando disposizioni contemporaneamente al Ponce de
Len, governatore di Milano, di vegliare sulla situazione: ivi, leg. 3689/56, consulta del
Consiglio di Stato, 5 agosto 1664.
138. Nel 1664, di fronte a nuove minacce, lambasciatore mantovano present un memoria-
le con cui richiedeva laumento del sussidio da 50.000 a 100.000 scudi annui e il pagamento dei

165
In questo quadro poco incoraggiante si inser, per lultima volta, il tentativo
portato avanti per procedere ad uno scambio di territori. Liniziativa, ancora
una volta partita dalla sponda mantovana, era per guardata con scetticismo da
parte delle stesse autorit milanesi: il governatore, don Luis Ponce de Len,
era del parere che si trattasse solo di un sotterfugio per poter ottenere il pronto
pagamento dei sussidi previsti dal trattato e non rappresentava una opzione
credibile139. Pur tuttavia assieme alla lettera partiva un lungo memoriale in cui
si mettevano in luce i possibili vantaggi, ma soprattutto gli svantaggi, di uno
scambio del Monferrato in cambio del Cremonese140. Se da un lato infatti ve-
nivano ribadite le vecchie teorie secondo le quali il possesso di Casale avrebbe
completato il sistema difensivo occidentale del Milanesado (imperniato sulle
fortificazioni di Alessandria, Tortona, Valenza, Mortara e Novara), a cui si ag-
giungeva la necessit di sottrarre il territorio al duca di Mantova, della cui pa-
rola vi era ben poco da sperare, per cui scarse erano le possibilit di mantenere
stabilmente unalleanza con lui, e che non appariva in grado di difendere i suoi
stati. Dallaltro queste erano ormai controbilanciate dalle opinioni negative,
soprattutto alla luce delle amputazioni territoriali del Monferrato, che si era vi-
sto privare di piazze strategicamente importanti come Trino e Alba, e per il co-
sto eccessivo che avrebbe comportato il mantenimento diretto della regione141.
Dulcis in fundo i monferrini venivano indicati come potenzialmente favorevoli
alla Francia e il loro genio poco si confaceva con quello spagnolo a differen-
za dei cremonesi la cui fedelt era stata ripetutamente dimostrata in guerra.
La decisione presa di evitare di dare seguito alle trattative appariva per
motivata pi da considerazioni strategiche generali; ovvero evitare di provoca-
re inutili turbamenti sulla scena italiana, considerati come inevitabili se si fos-
se dato il via ad una operazione di siffatto tenore, ed era dettata dalla linea pru-
denziale ormai seguita dalla corona nella sua politica estera. La cronica man-
canza di mezzi finanziari, indispensabili per poter mantenere un apparato mili-
tare sufficiente a garantire lintegrit territoriale della monarchia di fronte al-

crediti maturati negli anni precedenti, stimato in 160.000 ducati (cifr per ritoccata verso il ri-
basso dal Ponce, che riconosceva un debito di soli 100.000 ducati). Nella petizione si ricordava
come il denaro ricevuto nel corso dellultima guerra, e in particolare i 30.000 scudi versati dal
marchese di Caracena, era stato tutto impegnato per fortificare adeguatamente Casale e come
questa piazza fosse di fondamentale importanza per la difesa di Milano: ivi, leg. 3680/86 e 89,
memoriali dellambasciatore mantovano, 3 gennaio 1664 e leg. 3680/88, consulta del Consiglio
di Stato, 13 febbraio 1664.
139. Ivi, SP leg. 1847/114, don Luis Ponce de Len al re, 16 giugno 1663.
140. Ivi, SP leg. 1847/113, Consideraciones de una y otra parte sobre si es o deja de ser
conveniencia del Rey Nuestro Seor en el Estado de Miln permutar el Cremons por el
Monferrato, s.d. (ma del 1663).
141. Il controllo indireto, per via del versamento delle pensioni al duca di Mantova appariva
senza ombra di dubbio assai pi conveniente dal punto di vista finanziario, anche se si ricono-
scevano le difficolt nellonorare puntualmente i versamenti pattuiti. Inoltre Cremona e il suo
territorio apparivano ben pi ricche di un Monferrato completamente devastato dagli oltre
trentanni di guerra: ivi, E leg. 1847/113.

166
laggressiva politica francese, imponeva lassoluto rispetto dellequilibrio in-
ternazionale e la ricerca di un sistema di alleanze, necessario per porre un fre-
no allespansionismo di Luigi XIV e per garantire lintegrit del sistema spa-
gnolo142.
In Italia si era pertanto deciso di gestire tutte le situazioni di potenziale pe-
ricolo ricorrendo da una parte allappoggio imperiale, spingendo il ramo vien-
nese degli Asburgo verso una maggiore partecipazione degli affari peninsulari,
modificando la dottrina seguita sino allora che era stata piuttosto quella di evi-
tare interferenze da parte imperiale in territori sotto diretto controllo spagnolo
o che facevano parte dellarea di interessi della monarchia143. Dallaltro facen-
do leva sulla tradizionale politica volta a blandire le lites italiane con la con-
cessione di pensioni, mercedes e incarichi di prestigio, in modo da creare una
vera e propria rete clientelare al servizio della corona, i cui membri apparivano
interessati al mantenimento dello status quo nel timore di perdere una serie di
privilegi o la possibilit di poterne conseguire dei nuovi, anche se la comparsa
di nuovi attori sul proscenio italiano, quali erano per lappunto la Francia e
lImpero, stava pericolosamente incrinando il monopolio spagnolo nella con-
cessione degli onori144. Il Monferrato non avrebbe di certo costituito una ecce-
zione nel contesto operativo tracciato da Madrid.
Lintervento imperiale in Monferrato, che come abbiamo visto era gi stato
sollecitato ampiamente nel corso del conflitto contro la Francia, venne richie-
sto ancora negli anni immediatamente successi la firma della pace dei Pirenei,
e sarebbe rimasto una costante sino alla fine del secolo, anche se non sempre
col successo sperato. Questo a causa sia delle opposizioni e delle remore del
duca di Mantova, come nel 1664, quando una proposta dellimperatrice
Eleonora tesa ad inviare truppe tedesche nella cittadella di Casale venne elusa
da Carlo II145; sia delle titubanze di Vienna, poco propensa ad impegnarsi di-
rettamente anche in Italia quando doveva gi far fronte alle minacce francesi
sul Reno e alla rinnovata aggressivit turca nei Balcani146. Solo nel 1682, di

142. La soppravvivenza dei domini europei dopo il 1665 sarebbe quindi dovuta in massima
parte allinteresse internazionale teso ad evitare che territori strategici fondamentali cadessero
nelle mani della potenza egemone francese: J.A. Snchez Beln, Las relaciones internacionales
de la Monarqua Hispnica durante la regenca de doa Mariana de Austria, in Studia
Historica. Historia Moderna, 20 (1999), pp. 138-41; C. Gmez-Centurin, La sucesin a la
Monarqua de Espaa y los conflictos internacionales durante la menor edad de Carlos II
(1665-1679), in Caldern de la Barca, cit., I, pp. 807-10. Sulla difficile situazione finanziaria
della Spagna nella seconda met del Seicento e limpossibilit nel poter far fronte a tutti gli im-
pegni sul continente cfr. H. Kamen, Spain in the Later Seventeenth Century 1665-1700, London
1980, pp. 357-75; M. Artola, LHacienda del Antiguo Rgimen, Madrid 1982, pp. 209 sgg. e C.
Sanz Ayn, Los banqueros de Carlos II, Valladolid 1988, passim.
143. K.O. Von Aretin, LOrdinamento feudale, cit., passim.
144. Su questa politica si vedano le considerazioni espresse da A. Spagnoletti, Principi ita-
liani, cit., pp. 229 sgg.
145. AGS E leg. 3680/99, don Luis Ponce de Len al re, 2 febbraio 1664.
146. Come durante le trattative portate avanti dal marchese di Falces con le autorit impe-

167
fronte allacquisizione della piazza da parte francese, Leopoldo I parve deciso
allinvio di 3000 soldati per sostenere le traballanti posizioni spagnole nella
pianura padana147.
Pi fortunata la politica asburgica tesa a sensibilizzare le lites mantovane
col versamento di congrue ricompense e la creazione di un servizio di informa-
zioni nel cuore stesso dei vertici dello stato gonzaghesco. Sin dal Cinquecento
parecchie delle famiglie monferrine e mantovane erano state inserite a pieno ti-
tolo nella rete clientelare dei governatori di Milano, basti pensare al ruolo dei
rami cadetti dei Gonzaga, come quello dei duchi di Guastalla, o a personaggi,
tanto per citarne uno, come Vincenzo Gonzaga, generale e uomo politico distin-
tosi durante i regni di Filippo IV e Carlo II, e, tra i monferrini, alle famiglie dei
marchesi Natta e dei conti Langosco148. Strategia perseguita attivamente anche
durante il secondo Seicento, poich, a detta degli stessi rappresentanti spagnoli,
col pagamento di congrue pensioni si poteva garantire adeguatamente la rete di
protezione e sicurezza dello Stato di Milano149, e indubbiamente favorita dalla
presenza di innumerevoli fazioni presso la corte gonzaghesca e dallo scarso in-
teresse del duca nel curare gli affari di stato150. In rapida successione vennero
cos inseriti nei libri paga del governatore di Milano i nomi del conte
Mattioli151, del marchese Ottavio Cavriani e del figlio Francesco152, del conte

riali nel 1679 per sostituire la guarnigione ducale di Casale con un reggimento tedesco: ivi, leg.
3395/238, consulta del Consiglio di Stato, 5 giugno 1679. Pi attiva si dimostrava invece la cor-
te di Vienna nel cercare di creare una rete di amicizie e di clientele a Mantova per essere pronta-
mente informata su eventuali tentativi francesi di comprare la fiducia della corte gonzaghesca:
ivi, leg. 3386/142, consulta del Consiglio di Stato, 26 agosto 1675. Sui problemi strategici
dellImpero, costretto a seguire una politica di guerra su due fronti: M. Hochedlinger, Austrias
Wars of Emergence 1683-1793, London 2003, pp. 57-75.
147. AGS E leg. 3468/48, il re al conte di Melgar, 23 aprile 1682. Intervento che venne va-
nificato dalla successiva invasione turca.
148. I marchesi Pietro Francesco e Arrigo Natta nel corso del Cinquecento prestarono servizio
nellesercito di Fiandra, ma anche altri nobili monferrini si distinsero in quegli anni al servizio del-
la Spagna: P. Merlin, Una nobilt di frontiera: la feudalit monferrina e il sovrano gonzaghesco tra
Cinque e Seicento, in Stefano Guazzo, cit., pp. 92-5. Ancora negli anni della guerra dei Trentanni
il marchese Ettore Natta si offr di reclutare un tercio di 1000 soldati per servire sotto le bandiere
del re cattolico (1640) e il conte Carlo Langosco milit nelle file della fanteria spagnola.
149. Nada es ms conveniente a la conservacin de una Monarqua, que tener ganados mi-
nistros de los principes no solo confinantes, sino los ms apartados, pus aunque es gasto se
gana mucho en escusar una guerra: AGS E leg. 3389/203, consulta del Consiglio di Stato, 24
settembre 1676, voto di don Pedro de Aragn.
150. Por la poca aplicacin del duque, que no se govierna por ningun ministro fijamente,
sino qe se deja llevar de muchos hombres muy vajos y de mala vida que le conducen y acom-
paan a sus divertimientos: ibidem, voto del duca di Osuna.
151. Anche se sul conte i giudizi della corte erano tuttaltro che lusinghieri dato che era de-
finito come genio reboltoso y poco veridico: ivi, leg. 3690/41, consulta del Consiglio di Stato,
17 aprile 1679. Opinione conferrmata dal giudizio del marchese di Villagarca, ambasciatore a
Venezia, che lo giudicava del tutto inattendibile: ivi, leg. 3690/31, Villagarca al re, Venezia 4
marzo 1679.
152. Al marchese Cavriani venne concessa una pensione e il figlio ottenne il comando di una

168
Romualdo Vialardi e del fratello Carlo Maria153, tutti personaggi di spicco
dellentourage ducale. A cui si aggiungeva la presenza di un congruo corpo di
informatori allinterno della stessa Casale facenti capo a padre Ludovico
Mozzoni. Una doppia rete di controllo che permise nel corso del 1676 di inter-
cettare gran parte della corrispondenza dei residenti mantovani in citt e di al-
cuni nobili casalaschi, fra cui spiccavano i nomi del conte Lelio Ardizzoni, di
Giacomo Natta e del conte Elio Florimondi, con agenti francesi e, risultato an-
cora pi notevole, smascherare i tentativi del duca Ferdinando Carlo di vendere
Casale, grazie soprattutto alle informazioni passate al conte di Melgar dal conte
Mattioli154.
La possibilit di un accordo per la cessione di Casale aveva destato stupore
a Madrid e in un primo momento incredulit: non si pensava, nonostante la
fama di bugiardo e gaudente che lo circondava, che il duca si potesse spingere
a tanto. Ma nel marzo 1679 appariva ormai chiaro agli agenti asburgici come
effettivamente sua grazia stesse trattando direttamente con Luigi XIV in cam-
bio del versamento di una considerevole somma di denaro, con cui poter pla-
care la sua sete di piaceri, giustificando il suo venir meno alla parola data col
mancato versamento della pensione promessagli in virt dei trattati sottoscritti
tra le due potenze155. Nella primavera del 1679 sino agli inizi dellanno suc-
cessivo varie opzioni vennero studiate per scongiurare il pericolo. Via via ven-

compagnia di cavalleria nello Stato di Milano: ivi, leg. 3690/164, il conte di Melgar al re, 5 ot-
tobre 1680.
153. Ai due venne concessa una pensione annua di 200 doppie di Spagna: ivi, leg. 3690/156,
Melgar al re, 7 settembre 1680. I contatti coi fratelli Vialardi erano iniziati gi alcuni anni prima,
ma forti erano le diffidenze degli spagnoli nei riguardi delle loro vere intenzioni, dato che il prin-
cipe di Ligne sospettava facessero il doppio gioco ricevendo doni anche dai francesi: ivi, leg.
3389/203 e B.A. Raviola, Il Monferrato, cit., p. 416.
154. AGS, E leg. 3690/44, Melgar al re, 12 marzo 1679. Sospetti in merito alle intenzioni del
duca di cedere Casale ai francesi erano per gi stati avanzati nel corso dellanno precedente dal
principe di Ligne, allora governatore del Milanesado: ivi, leg. 3690/30, Villagarca al re, Venezia
18 febbraio 1679. Il conte Mattioli pag caro la sua delazione visto che venne catturato e impri-
gionato dai francesi: G. Spini, LItalia dalla pace di Vestfalia alla guerra della Lega di Augusta,
in Storia del Mondo Moderno, V, La supremazia, cit., pp. 600-1.
155. AGS, E leg. 3690/31 doc., cit. A onor del vero mai la Spagna era stata in grado di ono-
rare completamente i suoi impegni. Se i 10.000 scudi dovuti dallo Stato di Milano erano rego-
larmente pagati, anche perch siffatta somma era stata inserita nei bilanci ordinari a partire dal
1673 (ivi, leg. 3384/10, consulta del Consiglio di Stato, 4 febbraio 1673), ben diversa appariva la
situazione delle somme dovute dai Regni di Napoli e Sicilia. I vicer di Napoli solo a prezzo di
indicibili sacrifici, visti i concomitanti impegni legati allo sviluppo della guerra di Messina, era-
no riusciti ad inviare parte del dovuto (192.632 ducati fra il 1672 e il 1680 a conto dei 27.500 du-
cati annui di pensione); quelli di Sicilia mai avevano onorato i loro impegni, pari a 15.000 scudi
annui, a causa del crescente deficit di bilancio e poi dello scoppio della guerra messinese e nel
1677 il duca di Mantova poteva vantare un credito complessivo di 106.872 scudi: ivi, leg.
3307/206, relazione sulle pensioni dovute al duca di Mantova, 8 novembre 1680 e ivi, leg.
3391/147, consulta del Consiglio di Stato, 7 dicembre 1677. Sulle difficolt create allHacienda
napoletana e siciliana a causa della rivolta e poi della guerra di Messina cfr. L.A. Ribot Garca,
La Monarqua de Espaa y la guerra de Mesina (1674-1678), Madrid 2002, pp. 323-410.

169
ne proposto linvio di unit dellesercito di Lombardia per presidiare il territo-
rio, rigettata perch troppo rischiosa e foriera di gravi conseguenze, tra cui sca-
tenare quel conflitto con la Francia che si cercava di evitare156; lintervento di-
retto dellesercito imperiale o di unit tedesche e spagnole sotto lusbergo del-
lautorit della corte cesarea al comando del commissario imperiale che avreb-
be dovuto prendere in consegna la citt a nome di Leopoldo I157; e, alfine, la
sospensione del versamento dellindennit, lunico tra gli espedienti studiati
che alla fine venne posto effettivamente in pratica158.
Lopposizione spagnola, anche se apparve confusa, titubante e abbastanza
blanda, quasi paralizzata dal timore di dover fronteggiare da sola laggressivit
francese, non si voleva infatti prendere nessuna decisione di intervento senza
lappoggio o la copertura dellImpero, e questo perch memori delle esperien-
ze maturate nel corso delle trattative di pace a Nimega, quando la monarchia si
era vista progressivamente abbandonare dagli alleati159, riusc ugualmente ad
allontanare momentaneamente la minaccia, anche se non ad eliminarla del tut-
to. Nel 1681, infatti, dopo la firma di un vantaggioso accordo economico, in
cui ebbe una parte rilevante anche il marchese Cavriani, che dimostrava cos
che per denaro si poteva tradire pi di una volta, lentrata degli uomini del cri-
stianissimo in Casale, avvenuto quasi contemporaneamente alloccupazione di
Strasburgo, altro obiettivo principe della strategia francese in Europa, rompeva
il delicato equilibrio costruito e mantenuto per un ventennio dalla diplomazia
spagnola e minacciava direttamente la stabilit dellintera penisola160. A parti-
re da quella data tutto linteresse della corona venne attirato dalla necessit di
provvedere adeguatamente alla difesa di Milano, alla neutralizzazione di
Casale e al recupero del prestigio perduto161.

156. Porque dems de ser contrario al dictamen que ha hecho el consejo siempre que esto
(quando se consiguiere) seria el medio de atraer ms promptamente la guerra a Italia, y de poner
en recelo a todos los prncipes de ella, lo tiene V.M. aprobado y prevenido en las ordenes man-
dando que en caso de haverse de poner algun refuerzo de tropas se solicitase fueren las del seor
emperador: AGS E leg. 3690/75, consulta del Consiglio di Stato, 18 maggio 1679.
157. Ivi, leg. 3690/45, consulta del Consiglio di Stato, 23 aprile 1679; leg. 3690/103, con-
sulta del Consiglio di Stato, 14 luglio 1679; leg. 3690/133, consulta del Consiglio di Stato, 8
giugno 1680.
158. Ivi, leg. 3690/94, il marchese di Los Velez, Napoli 23 giugno 1679. Accusa ricevuta
istruzioni del 14 aprile con ordine sospensione ogni pagamento a favore del duca di Mantova.
159. A. Serrano De Haro, Espaa y la Paz de Nimega, in Hispania, LII (1992), pp. 559-84.
160. AGS E leg. 3400/157, Melgar al re, 4 ottobre 1681. Nella lettera pesante erano le accu-
se al marchese Cavriani, reo di non aver informato la corona delle trattative nonostante le laute
mercedi da lui incassate. Per la strategia generale e per gli obiettivi di guerra seguiti da Luigi
XIV in quegli anni cfr. J.A. Lynn, A quest for glory: The formation of strategy under Louis XIV,
1661-1715, in The Making of Strategy. Rulers, States, and War, a cura di W. Murray, G.
McKnox, A. Bernstein, Cambridge 1994, pp. 178-204 e J. Black, From Louis XIV to Napoleon.
the Fate of a Great Power, London 1999, pp. 33-61. Per le relazioni Francia-Italia nel secondo
Seicento G. Galasso, LItalia una e diversa, cit., pp. 223-43.
161. Infatti mai la corona aveva toccato un punto cos basso nella considerazione dei princi-
pi dItalia: C. Storrs, The Army, cit., p. 381

170
Alla notizia dellingresso dei cavalleggeri nemici nella citt immediata-
mente il conte di Melgar dette il via ad una serie di preparativi difensivi, con
larruolamento di 3000 fanti lombardi, la richiesta di denaro e le pressioni sul
marchese di Borgomanero, ambasciatore a Vienna, affinch sollecitasse lim-
peratore nel concedere le leve di truppe richieste162. Nel corso degli anni
Ottanta la guarnigione del Milanesado venne rinforzata considerevolmente,
passando dai poco pi di 14.000 soldati del settembre 1681 ai circa 19.000 del
1682-83, per salire ad oltre 22.000 nel dicembre 1684, quando forti sembrava-
no le minacce per lintegrit dello Stato a causa delle nuova guerra con la
Francia per il controllo del Lussemburgo163. Nello stesso tempo si inizi una
severa politica nei confronti del duca di Mantova, ormai palesemente scredita-
to e ritenuto pericoloso, che doveva portare allisolamento dello stesso allin-
terno del sistema degli stati italiani e allo smantellamento della fortezza di
Guastalla164. Nemmeno lo scoppio della guerra della Lega di Augusta serv a
modificare lorientamento strategico: leliminazione della presenza francese e
la neutralizzazione del Monferrato restavano i cardini della politica seguita
nello scacchiere italiano165. Se nei primi anni di guerra le difficolt incontrate
sulla frontiera occidentale del Piemonte e le divisioni in campo alleato impedi-
rono lavvio di una seria operazione militare contro Casale (non per contro il
Monferrato che veniva percorso in lungo e in largo dalla soldatesca imperia-
le166), larrivo del marchese di Legans a Milano port ad un rinnovato interes-
se e alla decisione di porre definitivamente in stato di blocco la citt, preludio
ad un vero e proprio assedio destinato ad aver luogo nellestate del 1695167.

162. AGS E leg. 3400/71, Melgar al re, 1 novembre 1681. Buona parte dei documenti con-
servati nel lagajo 3400 descrivono le preoccupazioni dei vertici militari spagnoli per un possibi-
le assalto alle posizioni iberiche in Italia e i preparativi approntati per la difesa.
163. A questo proposito al conte di Melgar vennero date istruzioni di non attaccare Casale e
il Monferrato, onde evitare che il duca potesse schierarsi apertamente dalla parte dei francesi
esponendo pericolosamente lo Stato ad una invasione del nemico. Il conte era per autorizzato a
rispondere con tutti i mezzi a sua disposizione, compreso quindi unattacco diretto, in caso di
aggressione nemica: ivi, leg. 3405/17, consulta del Consiglio di Stato, 8 febbraio 1684. Minacce
che non si tramutarono in realt con la guarnigione francese che non effettu nessuna incursio-
ne in territorio lombardo.
164. Guastalla venne presa e demolita nel 1689, nel corso degli anni successivi la pressione
spagnola contro Ferdinando Carlo non venne meno con una serie di incursioni in territorio man-
tovano: C. Storrs, The Army, cit., pp. 381-2
165. Gi nel 1689 le istruzioni inviate al conte di Fuensalida indicavano come obiettivo prio-
ritario la fine della presenza francese nel Monferrato: AGS E leg. 3475/1, il re al Fuensalida, 10
giugno 1689.
166. A partire dal 1691 infatti il contingente dellesercito imperiale al comando del principe
Eugenio aveva iniziato ad occupare vari borghi del Monferrato e ad esigere i contributi dallog-
giamento: ivi, leg. 3414/132, consulta del Consiglio di Stato, 20 marzo 1691.
167. Ivi, leg. 3418/57, il Legans al re, 9 febbraio 1693. Sulla figura del marchese, indicato
come militare di provata esperienza e che godeva dellassoluto rispetto degli alleati, in primis
del principe Eugenio si veda C. Storrs, La pervivencia, cit., p. 46. Per la cronaca delle operazio-
ni militari sostenute durante la guerra nel teatro italiano J.A. Lynn, The Wars of Louis XIV,
London 1999, pp. 210 sgg.

171
Si sempre guardato allimpresa di Casale come ad un colpo da maestro del-
la diplomazia piemontese, che, timorosa di veder subentrare gli imperiali al po-
sto dei francesi nel controllo del Monferrato, riusc, giocando contemporanea-
mente su due tavoli diversi, a concludere accordi separati con la Francia e con gli
alleati ottenendo le garanzie necessarie per la neutralizzazione della regione e la
demolizione della cittadella con tutte le fortificazioni di Casale al termine di un
assedio da operetta168. Non si intende qua sottostimare la portata del trionfo del
duca di Savoia, che in un solo colpo otteneva da un lato la sicurezza del suo con-
fine orientale, dallaltro, proprio grazie ai colloqui avviati poco prima dellinizio
della campagna, riusciva a dare il via alla manovra di avvicinamento alla Francia
destinato a portarlo alla firma di un vero e proprio trattato di alleanza lanno suc-
cessivo, ma sottolineare come questa ricostruzione non tenga assolutamente con-
to degli altri attori in gioco e si basa su alcuni errori di valutazione.
Il primo si fonda sulla convinzione che la decisione di operare contro il ca-
poluogo monferrino fosse stata presa unilateralmente dalla corte di Vienna169,
in realt fu il marchese di Legans nel gennaio 1694 a far presente per primo la
necessit di una risoluta operazione offensiva che doveva portare alla conqui-
sta della piazza170. Una posizione che venne accettata e fatta sua dal Consiglio
di Stato, ben deciso a sfruttare ogni possibilit per eliminare definitivamente la
piaga infetta nel costato dello Stato di Milano171: fu cos la pressione esercita-
ta da Madrid, per mezzo dal suo ambasciatore, il marchese di Borgomanero, a
convincere Leopoldo I ad aderire al progetto172. Lassedio del 1695 nacque
pertanto come unoperazione voluta fortemente ad ogni costo dagli spagnoli,
portata avanti soprattutto dagli sforzi del governatore del Milanesado e con-
dotta a termine in modo determinante dallesercito di sua maest cattolica173.
Il secondo di considerare la demolizione della fortezza come unidea unica
ed esclusiva di Vittorio Amedeo II. Lidea di procedere alleliminazione del
problema ricorrendo al completo smantellamento era invece un vecchio pro-

168. G. Symcox, Vittorio Amedeo II lassolutismo sabaudo, Torino 1986, pp. 149-51 e Id.,
Let di Vittorio Amedeo II, in Il Piemonte Sabaudo, cit., pp. 308-10. Sulla politica seguita da
Vittorio Amedeo II cfr. altres C. Storrs, War, Diplomacy and the Rise of Savoy, 1690-1720,
Cambridge 1999.
169. G. Symcox, Vittorio Amedeo II, cit., p. 149.
170. AGS, E leg. 3419/44, Legans al re, 25 gennaio 1694.
171. Casal ha sido siempre la piedra del escandalo de Italia; y particularmente del Estado
de Miln, que con Casal tomaron franceses a Mortara, a Valencia, y pusieron sitio a Alexandria
con que con aquella plaza tienen amenazado todo el estado y el plat pays, y ass es V.M. el ms
interesado en esta operacin, para no quedar sugetos a los accidentes passados: ivi, leg.
3419/43, consulta del Consiglio di Stato, 22 febbraio 1694, voto del marchese di Los Balbases.
172. Por lo qual estimo preciso el tenerse a la de Casal una de las plazas de mayor reputa-
cin en el Mundo, y que haviendo causado tantos escandalos y ruinas a Italia, har glorioso su
conquista, ser decoro a las banderas Austriacas, y de gloria al duque de Savoya: ivi, leg.
3419/158, Borgomanero allimperatore, s.d. (ma maggio 1694).
173. Dei 22.000 soldati impegnati nellassedio ben 14.000 appartenevano infatti allesercito
di Lombardia: C. Storrs, The Army, cit., pp. 382-3.

172
getto spagnolo che affondava le sue radici, come abbiamo gi avuto modo di
sottolineare, agli anni Quaranta e Cinquanta e venne ripreso in considerazione
gi nei primi mesi di guerra. Nel 1690 vi furono alcuni abboccamenti tra rap-
presentanti spagnoli e delegati del duca di Mantova per portare alla cessione e
relativo spianamento dei baluardi di Casale da parte dei francesi, ritenuta da
loro stessi inutile ai fini strategici perch ormai isolata in mezzo al territorio
nemico e troppo dispendiosa per essere efficacemente mantenuta174, ma il pro-
getto non ebbe seguito a causa dei dubbi delle autorit spagnole sulla sincerit
e bont del piano175. Madrid non abbandon per questo le speranze di poter ve-
dere abbattuti i bastioni cittadini: il gi citato piano presentato dal marchese di
Legans agli inizi del 1694 prevedeva esplicitamente di poter radere al suolo le
mura e venne fatto suo dal Consiglio di Stato che ne fece la base di ogni tratta-
tiva portata avanti con limperatore, e lo stesso duca di Savoia176.
A dimostrazione di come questo progetto fosse stato portato avanti con de-
terminazione, e non fosse unicamente dovuto ai voleri del duca di Savoia, ba-
ster ricordare che ancora dopo la fine della guerra a Madrid si continuer a ri-
tenere fondamentale la neutralizzazione del territorio; tanto che nel corso del
1698 venne rifiutato al duca di Mantova il permesso di poter ricostruire alme-
no in parte le difese di Casale177. La preoccupazione di vedere ancora una vol-
ta il Monferrato ridotto a base operativa per attaccare il Milanesado restava
ben viva e la monarchia cercava di cautelarsi in ogni modo: ultimi sussulti di
una strategia seguita per un secolo e mezzo destinata a mutare definitivamente
col volgere del secolo.

174. A preoccupare i comandi francesi erano soprattutto le forti diserzioni fra le truppe del-
la guarnigione e labbandono da parte di molti ufficiali dei loro reparti per fare ritorno in
Francia: G. Rowlands, The Dynastic State and the Army under Louis XIV. Royal Service and
Private Interest, 1661-1701, Cambridge 2002, p. 256.
175. Gli spagnoli sospettavano di una mossa ad effetto creata ad hoc dagli avversari e preferi-
rono evitare di prendere contatti diretti: AGS E leg. 3441/61, consulta del Consiglio di Stato, 2
aprile 1690 e leg. 3441/62, il conte di Fuensalida al re, 11 marzo 1690. Le voci sulla disponibilit
dei francesi di consegnare la piazza non vennero meno neanche negli anni successivi come dimo-
stra una relazione inviata dal marchese di Borgomanero: que haviendo ayer venido a verme el
embiado de Mantua, y no haviendo yo podido por menos de quexarme que su amo con la venta de
Casal haia sido la causa de todas las desgracias de Italia, me respondo si el blocus que se havia
empezado se hubiese continuado ya se hubiera rendido aquella plaza, y creo que si franceses, pu-
dieron con su reputacin, librarse de aquel empeo lo hicieran de buena gana (ivi leg. 3419/158).
176. Ivi, leg. 3419/43 e 44 doc., cit.
177. Se le ha respondido negandole totalmente el levantar un palmo de terreno por los in-
convenientes tan notorios que el mismo no podr negar: ivi, leg. 3474/169, il re al principe di
Vaudemont, 2 ottobre 1698. Anche la pretensione dei ducali di vedersi restituire i cannoni presi
a Casale venne sdegnosamente respinta.

173
Tra Monferrato e Repubblica di Genova:
costruzioni territoriali nel XVII secolo
di Luca Giana

1. In questo breve lavoro mi propongo di esaminare alcuni episodi che de-


scrivono lattivit dei rappresentanti, formali e informali, della Repubblica di
Genova sul territorio di Ovada e su alcune zone situate in unarea compresa tra
lentroterra finalese e i feudi imperiali del Piemonte meridionale confinanti
con il Monferrato nel XVII secolo. Lobiettivo individuare i modi di costru-
zione del territorio sia da parte della Repubblica, sia da parte delle istituzioni
confinanti: Monferrato e Feudi Imperiali. A Ovada non c una corte e neppu-
re un feudatario ma solamente una Comunit, un capitano e un podest.
Quindi, le relazioni tra istituzioni, e pi generalmente tra soggetti in grado di
esprimere giurisdizione, non possono essere lette con le stesse categorie di
analisi classiche di corte, comunit o signoria.
Partir quindi dallesame di alcune azioni concrete che definiscono il pote-
re territoriale di alcune istituzioni ad Ovada, poi prender in esame alcuni con-
flitti giurisdizionali con il Monferrato per individuare quale sia il linguaggio
condiviso attraverso il quale viene determinata la legittimazione del potere1.
Situata a nord di Genova sul versante settentrionale dellAppennino, Ovada
un importante snodo commerciale ed un luogo militare strategico2. Alla fine
del XVI secolo il territorio ovadese caratterizzato dalla presenza di un pulvi-
scolo di contrade, gruppi di cascine, piccoli borghi, sparsi. Oltre ad essere un

1. E. Grendi, La pratica dei confini. Mioglia contro Sassello, 1725-1745, in Quaderni sto-
rici, 63 (1986), pp. 811-845; e Id., Il disegno e la coscienza sociale dello spazio: dalle carte ar-
chivistiche genovesi, in Studi in memoria di Teofilo Ossian De Negri, 3 (1986), pp. 14-33 e O.
Raggio, Immagini e verit. Pratiche sociali, fatti giuridici e tecniche cartografiche, in
Quaderni storici, 108 (2001), pp. 843-876.
2. Ad Ovada, secondo le fonti fiscali genovesi, sono presenti complessivamente 5415 abi-
tanti nel 1607, cos distribuiti: 2240 anime nel Borgo murato, 289 fuori dello stesso, 1110 a
Rossiglione Superiore, 1056 a Rossiglione Inferiore, 719 a Montecalvo. La stesso ordine di
grandezza con lievi variazioni offerto dalle relazioni parrocchiali che censiscono, tra il 1638 e
il 1700, circa cinquemila persone: AVA, Parrocchie, Ovada, m. 2, cart. 1, fasc. 1, Relazioni par-
rocchiali 1638-1959.

174
luogo di transito tra la Riviera e la pianura anche unarea connotata dagli in-
vestimenti locali nelle attivit legate alla lavorazione del ferro3.
Utilizzer in gran parte gli aggregati documentari riguardanti contese e
conflitti perch attraverso questo genere di fonti che possibile individuare
quali fossero le azioni concrete fatte dai protagonisti delle vicende per identifi-
carne il valore giurisdizionale. Le azioni individuate nei processi costruiscono
una grammatica della contesa molto significativa per individuare lattivit e
le relazioni delle istituzioni presenti sul territorio4. Prender in esame in primo
luogo le carte dellarchivio del Capitanato di Ovada, conservate nellArchivio
di Stato di Alessandria, per individuare le modalit di relazione tra istituzioni e
di legittimazione del loro potere territoriale.
Tale modo di costruire relazioni messo a confronto con un intervento a
protezione del transito su una strada ritenuta franca che passa nel Monferrato e
nei feudi imperiali nellentroterra di Savona tra Finale e Cairo. Il confronto tra
le modalit di intervento della Repubblica ad Ovada con quelle nel Monferrato
utile per capire se lattivit delle istituzioni ad Ovada rappresenta un model-
lo politico diffuso nellarea comune a giurisdizioni molto differenti come
Monferrato e Repubblica di Genova o se invece piuttosto una dialettica tra
giurisdizioni presenti su unarea appenninica5.

2. Osservare come agisce sul territorio unistituzione permette di compren-


dere le logiche attorno alle quali si strutturano le relazioni con i gruppi sociali
locali. Una volta individuata la strategia di costruzione delle relazioni tra isti-
tuzione e gruppi sociali possibile poi confrontare questo modello con altri
casi fuori del dominio, per esempio con il Monferrato. Lattenzione sar posta
al tipo di procedura usata e allanalisi di un processo che mi permetta di de-
scrivere i dati relativi agli spazi in cui si muovono gli attori delle vicende.
Analizzer quindi in primo luogo la procedura processuale per capire quali lo-

3. Su questo argomento, cfr. E. Baraldi, Cultura tecnica e tradizione familiare. La


Notificazione sopra i negozi de ferramenti e delle ferriere di Domenico Gaetano Pizzorno,
padrone di ferriere a Rossiglione nel XVIII secolo, in Quaderni del Centro di studio per la sto-
ria della tecnica, 10 (1984); M. Calegari, Il basso fuoco alla genovese: insediamento, tecnica,
fortuna (sec. XIII-XVIII), in Quaderni del Centro di studio per la storia della tecnica 1 (1977)
e Id., Origini, insediamento, inerzia tecnologica nelle ricerche sulla siderurgia ligure dantico
regime, in Quaderni storici, 66 (1981), pp. 228-304.
4. E. Grendi, La pratica dei confini, Cartografia e disegno locale. La coscienza sociale del-
lo spazio, in Id., Lettere orbe. Anonimato e poteri nel Seicento genovese, Palermo 1986, pp. 135-
162, Id., Introduzione alla storia moderna della Repubblica di Genova, Genova 1976 e Id.,
Storia di una storia locale. Lesperienza ligure 1792-1992, Venezia 1996, p. 17 sgg. Cfr. inoltre
A. Torre, La produzione storica dei luoghi, in Quaderni Storici, 110 (2002), p. 445.
5. Con prospettive molto differenti, perch non intendo rintracciare un substrato culturale
che possa spiegare lattivit delle istituzioni, il mio tentativo consiste nellidentifcare modalit
di comportamento delle istituzioni legate ad un territorio dato; il riferimento proviene E.P.
Thompson, Whigs e cacciatori. Potenti e ribelli nellInghilterra del XVIII secolo, Firenze
1989.

175
giche guidino il capitano e quali siano i temi di maggior interesse per il tribu-
nale.
Il capitanato di Ovada viene istituito nel 16646 ed diviso in due sezioni
principali: una criminale e una civile7. Mi occuper in questo lavoro della par-
te criminale8. Il primo elemento che differenzia i due tipi di tribunale riguarda
le tipologie di reati giudicati: da un lato reati violenti con presenza di ferite
ius sanguinis, dallaltra i reati civili. Il civile nell ottanta per cento dei casi
tratta reati legati al credito. Nel restante venti per cento giudica furti o piccole
liti sulle attestazioni di propriet.
Il tribunale criminale presieduto fino al 1664 da un podest e successiva-
mente da un capitano eletto direttamente dal Consiglio degli Anziani della
Repubblica. Le persone che ricoprono la carica sono generalmente nobili pro-
venienti dalle casate genovesi. I pretori che giudicano le cause civili invece
provengono dal dominio genovese; sono riscontrabili diverse attestazioni di
pretori sassellini, varazzini, gaviesi, ma la maggior parte sembrerebbe essere
locale.
La caratteristica principale del tribunale criminale quella di giudicare
quasi esclusivamente persone che provengono o abitano fuori dalle mura di
Ovada, mentre in quello civile compaiono, in modo decisamente pi consi-
stente, anche gli ovadesi9. Territorialmente il capitanato comprendeva i terri-
tori di Ovada e dei due Rossiglioni (Superiore e Inferiore)10. Lattivit di que-
sto tribunale si pu, in modo molto sintetico, riassumere in questo modo: il
tribunale interviene in diversi luoghi del capitanato. Le trascrizioni dei notai
riportano con elevatissima precisione e ricchezza di toponimi i luoghi in cui
vengono fatti gli interventi del tribunale. In questo modo viene continuamen-
te ribadita, in modo fattuale sul territorio, la pertinenza territoriale dellistitu-
zione.

6. ASGE, Archivio Segreto, Confinium, 70, doc. 45, Rappresentazione per erigere la
Podesteria di Ovada in Capitanato. Il 13 giugno 1664 venne resa esecutiva lapprovazione del-
la Giunta Confini del 20 settembre 1661. La Giunta Confini era allora composta da Gian Matteo
Durazzo, Nicol Serra e Giacomo Spinola.
7. Il fondo diviso in Diversorum (78 pezzi, 1563-1794), Criminalium (112 pezzi, 1583-
1801), Civilium (36 pezzi, due pezzi del XVI e con cont. 1617-1794 pi altri 5 pezzi tra XVIII e
XIX sec. ), Varie (28 pezzi di cui effettivi rimasti solo 7, due pezzi dal 1547-1558, due pezzi dal
1769-1804, e una miscellanea XVI-XVIII, infine un pezzo con titolo liste elettorali 1848). La
sezione Diversorum assomiglia molto, per temi e procedure descritte, a quella civile.
8. In questa sede non presenter i risultati della ricerca in corso sulla parte civile del fondo
che rimando ad unaltra occasione.
9. Secondo Bitossi la promozione a Capitanato suggerisce che Genova abbia un progetto di
controllo dellarea pi stabile effettuato da un membro della sua nobilt. In teoria sembra evi-
dente, ma in pratica questo controllo non per niente chiaro. C. Bitossi, Il Governo dei
Magnifici. Patriziato e politica a Genova fra Cinque e Seicento, Genova 1990, pp. 139-164.
10. Nelle carte del tribunale criminale (in circa 350 processi analizzati nellarco cronologico
del XVII secolo) il maggior numero di citati proviene proprio da Rossiglione Superiore.

176
Se da un lato scontato che un tribunale per produrre fatti11 sia particolar-
mente attento alla localizzazione degli eventi, soprattutto in ancien rgime,
dallaltro valorizzando questo aspetto possibile leggere le logiche di inter-
vento sul territorio dellistituzione e osservare quindi quale progetto attivi sul-
larea. Altrimenti tutti i casi descritti nelle carte del tribunale appaiono solo
come un disordine sociale a cui listituzione cerca di porre rimedio.
Mi soffermo ad esaminare un caso assunto come modello12 che descrive i
modi con cui listituzione opera sul territorio.

3. Non descrivo le procedure utilizzate nel tribunale di Ovada per analizza-


re invece a fondo un caso paradigmatico che spiega nel dettaglio sia il modo in
cui opera il tribunale, sia il modo in cui il giusdicente entra in relazione con i
gruppi informali che prendono parte al processo.
Lunica caratteristica comune a tutti i processi istruiti nel tribunale di Ovada
nel XVII secolo di utilizzare una procedura simile a quella sommaria. In
realt per non si tratta precisamente di procedura sommaria perch i testimo-
ni e gli imputati sono interrogati e affrontano il contraddittorio. Anche se negli
atti, trascritti dai notai, non si ha notizia della presenza di avvocati. Gli Statuti
di Ovada concessi dalla Repubblica di Genova contengono una dettagliatissi-
ma procedura sia criminale che civile che per disattesa dai giusdicenti. La
procedura utilizzata concretamente molto pi semplice di quella descritta da-
gli Statuti e tutte le scelte procedurali sono a discrezione del giusdicente.
Il processo, che riguarda un episodio di furto ai danni della vedova
Pizzorno, permette non solo di leggere la procedura di istruzione dei processi
da parte del capitano ma soprattutto di identificare in modo chiaro in che modo
listituzione costruisca relazioni sul territorio per attestare il suo potere.
Passando allesame dettagliato del processo, possibile riscontrare, ovvia-
mente in modo indiziario, le logiche che muovono questo tribunale13. Il reato
contestato presso il capitano di Ovada un furto ai danni di Caterina Minella,
vedova Pizzorno. La donna era stata aggredita nella notte da un gruppo di per-
sone armate (nel processo sono indicati fino a nove partecipanti al furto), e co-
stretta a rivelare il nascondiglio in cui custodiva i suoi soldi. Il bottino ammon-
ta a circa ottomila lire. Il furto avvenuto in questo modo: uno dei ladri si na-
scosto, con laiuto di alcuni complici, nel torchio delluva e ha aspettato il ca-
lare della notte. Quindi ha aperto la porta agli altri complici che sono cos en-
trati in casa della vedova.

11. Fatti: storie dellevidenza empirica, a cura di S. Cerutti, G. Pomata, numero monografi-
co di Quaderni storici, 108 (2001).
12. Tra i circa 1000 processi criminali esaminati relativi al XVII secolo, questo processo mi
sembra quello che descrive meglio lattivit dellistituzione perch riassume in se moltissimi
elementi presenti, in modo frammentario, in molti altri processi.
13. Il processo inizia nel 1672 e finisce nel 1673, la carica di capitano ha valenza annuale.
Nel 1672 il capitano Antonio Poggi mentre nel 1673 Giovan Battista Di Negro. La sentenza
viene firmata da G.B. Di Negro.

177
Il processo, istruito il 28 maggio 1672, si conclude il 17 maggio 1673, gli
interrogatori e i confronti probatori sono concentrati tra la fine di giugno e la
fine di luglio. Tra il 30 luglio, data dellultimo interrogatorio, e la sentenza, 17
maggio 1673, gli imputati sono convocati presso il giudice solo una volta alla
fine di gennaio.
Le persone coinvolte nel processo, tra imputati e testimoni, sono quarantot-
to, tutte abitanti nel borgo di Ovada o nelle immediate vicinanze14.
Il processo viene celebrato due anni dopo il furto, mentre solitamente gli al-
tri processi sono istruiti immediatamente. Due anni prima era in effetti stato at-
tivato un procedimento penale nel quale era stato condannato Tagliolino di
Carpineto il quale era stato ucciso prima dellarresto. Questo episodio docu-
mentato dalla deposizione di uno degli imputati, Giacomo Pitto. Successiva-
mente erano stati accusati, ma poi scagionati, Vincenzo Gaviglia e i suoi figli15.
Il nuovo processo istruito nel retro del Convento dei Padri Cappuccini, il
convento serve anche da prigione in alternativa a quella pi umida del Castello
ove vengono detenuti gli imputati che non sono in grado di pagare la carcera-
zione presso i cappuccini.
Il capitano di Ovada presiede, come giudice, e sceglie i testimoni e la pro-
cedura; il podest coordina e raccoglie le testimonianze, il notaio Nicol
Odicino compila gli atti. Il processo si apre in modo anomalo in seguito ad una
denuncia di Giacomo Pitto e Antonio Odicino contro Gaspare Pellegrino.
Non si tratta di una vera e propria denuncia perch i due non espongono quere-
la spontaneamente ma sono invitati dal capitano a presentarsi e a riferire quel-
lo che sanno sul furto subito dalla vedova Pizzorno. Il processo si apre dunque
per pubblica voce e fama, vedremo in seguito quale famiglia alimenta queste
voci nella piazza di Ovada. Il processo viene riaperto quindi o su pressioni del-
la vedova Pizzorno o per ragioni che riguardano gruppi contrapposti allinter-
no della citt. Le voci sul furto e sui suoi mandanti circolano nella piazza di
Ovada palesando inimicizie tra famiglie e faide16.

14. Si tratta di: Gaspare Pellegrino, Pantalino Bernardo, Giovanni Garrone, Alessandro
Costa, Antonio Odicino, Giacomo Pitto, Giovanni Piino, Pietro Piino, Alberto il servitore degli
ebrei di Acqui, Paolo Camillo, Giorgio Polardo, Antonio Masucco, Caterina Turini, Pietro
Ruffino, Agostino Rossi, Pietro Rossi, Caterina Minella, Giulio Mentano, Maria Prasca,
Giacinto Ghersi, Marieta Ghersi, Giorgio Mainero, Bernardina Gaviglia, il capitano Cervelara,
Caterina Montano, Maria Braco, Ruffino Dauli, Augusta Rossi, Carlo Lanzavecchia, Marieta
Carpi, Gio Batta Biscione, Carpina Mainero, Maria Molinari, Carlo Bironio, Marco Antonio
Grosso, Giorgio Pollaiolo, Giacomo Bono, Giovanni Mirolio, Ambrogio Pagliuzzo, Igina
Cabella, Paolino Carpasio, Bestagneto Calegaro, Michele Baloso, Paolo Camillo Mainero,
Francesco Massa, Pietro Versari, Alberto Rossi, il padre di S. Domenico Marenco (questultimo
viene citato da Gaspare Pellegrino chiamandolo come testimone per provare lattivit a delin-
quere di Pantalino Bernardo).
15. Questa informazione proviene dallinterrogatorio di Marco Antonio Grosso (7 luglio
1672), un parente dei Gaviglia.
16. Per esempio in questo caso Pizzorno contro Cervelara, Rossi contro Turini.

178
Analizzer i temi del processo seguendo la struttura degli interrogatori e ri-
spettando la loro cronologia. Odicino era il capo della polizia al tempo del fur-
to, mentre non si sa molto di Giacomo Pitto. Si sa solo che un mulattiere e
che da quindici anni trasporta grano tra il Monferrato e la Repubblica di
Genova. Dopo le prime testimonianze vengono arrestati due imputati: Gaspare
Pellegrino e Pantalino Bernardo. Gaspare Pellegrino un personaggio noto,
infatti un oste con trascorsi di banditismo, e risulta essere condannato pi vol-
te dal pretore per debiti; compare anche come testimone in altri processi17.
Ufficialmente ha unosteria nel luogo di Ovada18 frequentata a suo dire solo da
stranieri19. Sostiene di non avere clienti ovadesi per scagionarsi dallaccusa di
avere organizzato il delitto insieme agli altri imputati proprio durante una cena
servita nella sua osteria. Questa affermazione contrasta per con quanto ri-
scontrato sia nelle testimonianze stesse di Pellegrino sia in altri processi20.
Nel caso di Ovada le osterie, o meglio nella fattispecie le cascine osterie,
sono la frontiera, non solo politica ma anche relazionale tra diversi gruppi di
persone21. In questo caso losteria allinterno del paese, ed il punto di os-
servazione per definire i luoghi in cui avvengono i reati e i luoghi in cui si tro-
vano le persone in grado di attestare i fatti in luoghi lontani dal paese. Occorre
precisare che i fatti raccontati nelle osterie sono ad opera di persone che abita-
no nel capitanato nelle cascine sparse nei boschi. Una delle peculiarit delle

17. Per quanto riguarda le condanne nel foro criminale conservato un procedimento contro
Pellegrino, cfr. ASAL, Capitanato di Ovada, Criminalium, reg. 94, 19 maggio 1667. In quelloc-
casione Pellegrino viene arrestato nella sua osteria e condotto in carcere. Viene condannato a pa-
gare una multa di uno scudo dargento per un debito che aveva contratto con il capitano alcuni
mesi prima. Il debito con il capitano riguarda una sentenza del foro civile probabilmente si rife-
risce alla condanna per un debito non onorato con Pizzorno (il marito della vedova), cfr. ivi,
Capitanato di Ovada, Civilium, reg. 10 (1672-73) e reg. 9 (1659-1660).
18. Losteria di Pellegrino si trova nella casa detta dei cappuccini, vicino al convento, nel
centro del borgo, a pochi passi dalla piazza di Ovada. Losteria viene descritta nel processo del
1667 perch il luogo in cui viene arrestato Gaspare Pellegrino. ASAL, Capitanato di Ovada,
Criminalium, reg. 94.
19. Quando il capitano chiede a Pellegrino chi frequenta la sua osteria risponde (interroga-
torio 29 maggio 1672): Del luogo di Ovada non ne vengono e ve ne sogliono venire del luogo
di Bergamasca, della villa del Casale, lOrsera, Castel novo, Quaranti, Strevi, Morzasco, Acqui,
Zechone, Cassinelle, e ne vengono di tutto il Monferrato e Piemonte. Riporto il discorso diret-
to che si legge nelle fonti: Quali sono quelli di Acqui che frequentano la sua osteria? Ve ne
vengono due ebrei che conducono tre o quattro con loro e un famiglio, il sig. Alberto, di cui non
so il cognome, Giovanni Piino e Pietro Piino suo fratello che sono quasi stati in mia casa due
anni come si potr vedere dal mio libro a venti soldi il giorno per ognuno. Nelle altre testi-
monianze compaiono invece molti ovadesi nellosteria di Pellegrino, in contrasto con la sua de-
posizione.
20. Cfr. per esempio ASAL, Capitanato di Ovada, Criminalium, regg. 81, 94, 95, 96.
21. Mi pare interessante notare limportanza data da Boyer e Nissembauw alle voci circo-
lanti nelle osterie e alle logiche che legano queste alla vita economica locale. P. Boyer, S.
Nissembauw, La citt indemoniata, Salem e le orgini sociali di una caccia alle streghe, Torino
1986, pp. 104-105.

179
osterie di Ovada proprio quella di ospitare persone locali, oltre ovviamente al
gioco dazzardo che una pratica sociale in grado di strutturare amicizie e ini-
micizie. Sono poche le attestazioni di stranieri e, quando presenti, vengono in-
dicate quasi sempre le famiglie di origine e il luogo di provenienza. Quindi i
pochi stranieri sono conosciuti. Anche i mulattieri, sebbene stranieri perch
provenienti da altri stati, sono residenti generalmente a pochi chilometri di di-
stanza, e anche loro sono ben conosciuti. dunque una clientela locale che fre-
quenta questi luoghi e sono questi personaggi i protagonisti delle vicende.
Pellegrino, nei processi civili in cui viene condannato, aveva contratto alcuni
debiti con Pizzorno, il marito della vedova22. Lo scontro tra i due, e linsisten-
za delle accuse contro Pellegrino, sono quindi da ricondurre a questa vicenda.
Alcune testimonianze che compaiono successivamente accusano inoltre
Gaspare Pellegrino di essere a capo di un gruppo di banditi del Monferrato,
che rifugiatisi nella sua osteria, sono alle sue dipendenze. Lattivit dei malvi-
venti consiste nel razziare i mulattieri in transito, soprattutto nella zona deno-
minata Pianca de Caulin23. Loste Pellegrino quindi inserito in una rete di
relazione fatta di briganti ex monferrini, mulattieri e giocatori di carte.
Il reato viene concepito, come abbiamo gi accennato, una sera proprio nel-
losteria di Pellegrino, in quella occasione Pantalino Bernardo, Giovanni
Garrone, Alessandro Costa e Antonio Odicino guidati proprio da Pellegrino,
che li incita con frasi di giustizia sociale del tipo chi ha tutti li denari e chi non
ne ha alcuno24, organizzano le modalit del furto e la spartizione del botti-
no25.
Dopo i primi interrogatori viene chiamata a deporre Caterina26, moglie di
Giovan Battista Turini in questa lunga deposizione compaiono moltissimi ele-
menti interessanti perch descrive in modo puntuale lambiente in cui si sono
divulgate le informazioni sul furto. Caterina sostiene che il medico, Agostino
Rossi, le ha confessato di conoscere tutti i ladri che erano presenti nella casa a
rubare. Quindi denuncia, nonostante lavessero minacciata, Agostino Rossi e
suo padre27. I Rossi erano cugini di Caterina e, in caso lei li avesse citati come
testimoni, le avevano promesso ritorsioni: da amici saressimo divenuti inimi-
ci. I Rossi, secondo Caterina, erano gli autori della divulgazione di informa-

22. ASAL, Capitanato di Ovada, Civilium, reg. 9 (1959-60) e 10 (1672-73).


23. Alessandro Costa, interrogato sulla fama di Pellegrino (29 maggio 1672), dichiara che
Pellegrino cerc di coinvolgerlo nel furto ma che non volle partecipare; dichiara inoltre che due
banditi Monferrini da forca si accompagnano notte e giorno con Pellegrino e sono da lui assol-
dati.
24. Come affermato nella deposizione di Ambrogio Pagliuzzo.
25. Questo attestato dalle deposizioni di Giovanni Garrone (anche lui presente alla cena e
arrestato e condannato per aver partecipato al furto), Pantalino Bernardo e di Antonio Grosso. Vi
sono altre voci simili al racconto di Garrone ma riportano di aver avuto le informazioni proprio
da lui.
26. Interrogatorio maggio 1672, p. 30.
27. Ibidem.

180
zioni preziose sui ladri della vedova. Sono loro gli autori di quelle pubbliche
voci che circolano nella piazza e che avevano permesso lapertura del nuovo
processo.
Possiamo leggere un breve interrogatorio di Agostino Rossi, depositato po-
che settimane dopo quello di Caterina, ma la sua dichiarazione sorprendente.
Racconta infatti che, insieme al suo collega Simone, chirurgo del feudo impe-
riale di Campo Freddo28, aveva svolto alcune indagini nella piazza di Ovada
senza per scoprire nulla di certo29. Linterrogatorio di Rossi rivela che la sua
posizione sociale, nei confronti del capitano, diversa da quella degli altri te-
stimoni, appare piuttosto come un collaboratore o un protetto. Di fatto il suo
interrogatorio non aggiunge nulla allinchiesta e il capitano non insiste per
avere ulteriori informazioni.
La deposizione precedente di Caterina quindi strategica, si pu supporre
che racconti la rottura con i suoi parenti Rossi solo per rendere pi credibili e
forti le sue dichiarazioni, soprattutto quelle che fornisce dopo aver raccontato
lincontro con suo cugino Rossi. Citare Rossi che un collaboratore del capi-
tano attribuisce credito alla deposizione. Oltre ai cugini, Caterina fornisce in-
fatti una lista di possibili testimoni sicuramente informati sui fatti e insinua
unimportante argomentazione: sostiene che il furto sia da imputare a inimici-
zie tra parenti. In effetti, nelleconomia del processo, ha un ruolo sostanziale
perch sposta lindagine su un piano differente: da quello dellosteria, quindi
legato ai banditi, a quello dello scontro sociale di faida tra famiglie. Lo dimo-
stra il seguito della sua testimonianza. Caterina chiama in causa due ragazzine,
di dieci e dodici anni30, che sono in grado di fornire una quantit di informa-
zioni sorprendenti tutte raccolte dalle dicerie della strada e della scuola che
frequentavano presso Caterina Minella, la vedova Pizzorno. Sostiene inoltre
che Maria Prasca, la prima ragazzina, conosce i fatti relativi al furto in quanto
alcuni suoi parenti sarebbero coinvolti. Compare in questa deposizione unac-
cusa molto importante che non viene per accolta dal tribunale: il mandante
del furto indicato nel cognato della vedova il capitano Cervelara. In seguito
quindi alla deposizione articolata di Caterina vengono convocate undici perso-
ne delle quali solo cinque vengono interrogate31. Questo gruppo di testimoni

28. Oggi il luogo si chiama Campo Ligure ed situato tra Ovada e Genova sul versante nord
degli Appennini, a nord del passo del Turchino.
29. Interrogatorio 28 giugno 1672.
30. Maria Prasca e Maria Ghersi rispettivamente di dieci e dodici anni.
31. Il capitano invia un mandato di citazione ai Prasca e ad altre persone che gravitano tra le
conoscenze dei Prasca e quelle di Caterina Turini, ove compaiono le ragazzine e molte altre don-
ne di Ovada. In particolare si tratta di: Maria Caterina Minella, Caterina Montano, Maria figlia di
Braco, la figlia di Giacinto Ghersi, Bernardina Gavilia, la moglie di Aurono Abbale (detto Ruffino
Dauli), Augusta Rossi, la figlia di Carlo Lanzavecchia, Marieta moglie di Pietro Carpi, Gio. Batta
Bisciona, Carpina moglie di Giorgio Mainero e Maria moglie di Lazzaro Molinari. Non con-
servato linterrogatorio di tutte queste persone ma solo di Marieta, moglie di Pietro Carpi, Maria
Caterina Minella, Maria, figlia di Giacinto Ghersi, Bernardina Gavilia e Caterina Montano.

181
fornisce unindicazione importante che il capitano non ritiene fondata: tutta la
vicenda legata a tensioni interne tra le famiglie coinvolte e in particolare al-
linimicizia tra i Pizzorno e i Cervelara, loro parenti. Laccusa contro il capita-
no Cervelara, proviene esplicitamente dalla ragazzina di dieci anni, Maria, fi-
glia di Prasca, mentre gli altri testimoni forniscono testimonianze pi indirette.
Lattenzione della Curia di Ovada si sposta quindi dal gruppo dellosteria alla
famiglia Prasca.
Il fatto che le accuse pi importanti siano affidate alla ragazzina fa pensare
che il gruppo dei Turini, Rossi, Prasca sia intenzionato a comporre uno scontro
con i nemici dei Pizzorno legati ai Cervelara. La deposizione della ragazzina
fornisce due vantaggi: da un lato per la sua giovane et ritenuta senza malizia
e quindi teoricamente al di fuori dello scontro. Una volta che gli indizi dello
scontro tra gruppi sembrano delinearsi in modo chiaro, con il procedere nelli-
struzione del processo, il capitano sembra ritornare sui suoi passi e preferire
lindagine sul gruppo dellosteria. Si rifiuta di addentrarsi nelle questioni stret-
tamente faziose degli ovadesi.
Altri quattro testimoni riportano informazioni non particolarmente interes-
santi per il capitano o forse che il capitano non vuole cogliere32. I testimoni no-
minano nuovamente con le stesse accuse la famiglia Rossi, gi incontrata nel-
linterrogatorio di Caterina Turini. In riferimento alle voci della piazza si deli-
neano quindi gruppi di persone o famiglie, in questo caso, che agiscono sul
processo dallesterno in modo non formale. Costruire voci nella piazza uno
strumento strategico con effetti importanti. Questo modo informale di agire se
non ha un significato per listituzione capitanato, lo ha per la societ che vive e
si riconosce nella piazza del paese.
Lultimo tentativo di indicare al capitano che il furto stato concepito tra le
fazioni di parenti esistenti in Ovada proviene dallinterrogatorio di Marieta
Carpi. La donna sessantacinquenne accusa chiaramente, come la ragazzina, il
cognato della vedova, il capitano Cervelara, di essere il mandante del furto, ma
anche questa esplicita informazione non viene accolta dal capitano.
Il capitano il 7 luglio invita la vedova Pizzorno (Caterina Minella) a deporre:
dopo aver ripetuto sostanzialmente le accuse contro i carcerati, riprende il tema
del gruppo dellosteria, fa il nome di alcune persone che tenteranno di distogliere
lattenzione del capitano dagli ovadesi e di spostarle su presunti banditi stranieri33.

32. I testimoni sono: Igina, moglie di Cabella, Caterina, moglie di Giulio Montano, Paolino
Carpasio, Bernardino Maccari. Tutti questi testimoni hanno ventanni, mentre quelli del gruppo
di Antonio Grosso e Caterina Turini hanno tra i cinquanta e i sessanta anni. Sembrerebbe che i
giovani accusino gli ovadesi mentre i vecchi cerchino di scagionarli. Le fonti a disposizione non
permettono riflessioni pi profonde in proposito.
33. Gioved 7 luglio 1672. In base alla deposizione di Caterina Minella vengono indicati i
seguenti testimoni: Bernardina Gaviglia, Cabella, Carlo Lanzavecchia (un servo della vedova),
Manarina e Manarino detto Capoitus, Giorgio Mainero, Marieta (madre di Lazzarino Molinari)
e infine Marco Antonio Grosso.

182
Tra i testimoni proposti compare Marco Antonio Grosso34. Grosso, oltre a
Pellegrino, accusa Bacciarino di Cremolino, morto dopo il furto in circostanze
misteriose, e Donato, sbirro di Roccagrimalda bandito dal territorio della
Serenissima. Donato, secondo Grosso, sarebbe disposto a rivelare i nomi dei la-
dri in cambio di un salvacondotto per poter rientrare nella Repubblica.
Queste informazioni sono importanti perch spostano le accuse da un piano
locale ad uno extralocale, loperazione tentata da Grosso quella di scagiona-
re gli ovadesi coinvolti e riversare le accuse sopra persone esterne. Il progetto
spalleggiato anche dalla deposizione di Giovanni Mirolio, uno dei testimoni
chiamati in causa da Grosso35.
Linterrogatorio di Grosso coinvolge altre persone: Giorgio Pollaiolo,
Giovanni Mirolio e Giacomo Bono che vengono citati pro Curia informazio-
ne. Tranne Giacomo Bono che aggiunge un elemento di accusa contro
Pellegrino, gli altri forniscono una testimonianza congruente a quella di
Antonio Grosso36. Bono e Grosso infatti hanno ulteriori interessi: sono preoc-
cupati di scagionare il loro amico Giovanni Garrone senza per riuscire nel
proposito. A parte le accuse di banditismo contro Pellegrino, non ci sono pro-
ve convincenti contro gli altri imputati. Loperazione che viene scelta dal capi-
tano quindi quella di indagare sulle relazioni tra i vari imputati in modo da
stabilire in che modo si conoscevano e in che modo potevano aver organizzato
il furto.

4. Prima di concludere gli interrogatori, il capitano mette a confronto diretto


tutti i gli imputati carcerati: Gaspare Pellegrino, Giovanni Garrone, Alessandro
Costa, Antonio Odicino. Il primo interrogatorio viene raccolto dopo che gli im-
putati sono stati sottoposti alla tortura della corda. Lunico che promette di pa-
gare cinquanta scudi e si sottrae alla tortura Gaspare Pellegrino.
Il 15 luglio vengono nuovamente interrogati: gli viene chiesto di conferma-
re o smentire le loro deposizioni iniziali. Tutti si dichiarano innocenti, in parti-
colare Pellegrino racconta altri episodi differenti da quello del furto per co-
struire un suo alibi. Lalibi di Pellegrino fragile perch sostiene di essere sta-

34. Antonio Grosso compare come chirurgo nel processo contro Gaspare Pellegrino istruito
il 19 maggio 1667. Nella sua perizia medica accusa Pellegrino di aver ferito gravemente un ser-
vo del barigello con colpi di spada. Cfr. ASAL, Capitanato di Ovada, Criminalium, reg. 94, 19
maggio 1667.
35. Mirolio e Grosso, interrogati tra il 7 e l8 luglio, sostengono che Giovanni Garrone di
Ovada, accusato insieme a Pellegrino, non complice del furto perch un tale Costa, presente
nellosteria di Pellegrino la sera che lo organizzarono, attesta di non averlo visto. Di fatto questa
testimonianza provoca larresto e la condanna anche di Costa come complice del gruppo dello-
steria.
36. Bono racconta di aver visto Pellegrino, in compagnia di due banditi monferrini, masche-
rarsi e derubare, nel luogo detto al Garino, alcuni mercanti monferrini. Lattivit di banditismo
di Pellegrino attestata velatamente anche da altri, Bono per lunico a fornire prove esplicite

183
to nella sua osteria a giocare a carte37. Odicino invece prova la sua innocenza
accusando Pantalino di averlo minacciato, mentre si recava a far legna nel bo-
sco, di non rivelare quanto aveva ascoltato nellosteria di Pellegrino. Le calun-
nie contro di lui sono dovute al fatto che il suo mestiere di birro odiato da
tutti e sta subendo una ritorsione che non merita. Sostiene infine, per scagio-
narsi dalle accuse, che se fosse stato colpevole sarebbe fuggito e non si sareb-
be fatto prendere.
Garrone invece ripete, senza aggiungere elementi diversi, le accuse contro
Pellegrino e Odicino ma soprattutto si accanisce contro Pellegrino. Il 21 luglio
viene riascoltato questultimo il quale si ritiene innocente e cerca di delegitti-
mare i testimoni che hanno deposto contro di lui. Racconta uno stupro e un fur-
to di cui i colpevoli sono Ambrogio Pagliuzzo e Pantalino Bernardo. Per quan-
to riguarda invece le accuse contro di lui mosse da Giorgio Pollaiolo e Antonio
Grosso, sostiene: sono miei inimici, e gi altre volte mi fecero dare una que-
rela di uno stupro di cui sono stato assolto. Il tentativo di Pellegrino di scredi-
tare i testimoni vano. per sostanziale questo interrogatorio perch legitti-
ma il modo di leggere le testimonianze del processo in modo complesso. Se le
testimonianze sono strategiche e nascondono relazioni che le carte non descri-
vono palesemente devono essere lette in modo indiziario per capire, se possi-
bile, quali siano i rapporti tra procedura, scelte del capitano, relazioni persona-
li, istituzionali, familiari o di gruppi informali. Queste informazioni sono pre-
ziose anche per il capitano per poter costruire e conoscere reti di relazione lo-
cali.
Infine gli imputati vengono torturati tutti nella stessa stanza e messi a con-
fronto tutti insieme. Il risultato una serie di accuse gli uni contro gli altri sen-
za che si formino delle coalizioni. Tra il 24 e il 29 luglio vengono di nuovo tor-
turati singolarmente gli imputati e tutti sostengono di non avere relazioni gli
uni con gli altri.
Odicino, Costa e Garrone sono inviati in carceri pi salubri mentre
Pellegrino resta nelle umide carceri del castello. Il 30 gennaio agli imputati
permessa unultima replica prima della sentenza. Questa replica non viene re-
gistrata negli atti. Il processo viene poi inviato alla rota criminale di Genova e
il 17 marzo 1673 giunge ad Ovada il responso del pretore Sebastiano de Mari
e degli auditori Orazio Tortone e Felice Panciono.
Oltre agli imputati citati fino a questo momento negli atti della sentenza fi-
nale compare anche Giorgio Pollaiolo, questi era accusato di aver partecipato
al furto e di aver ricevuto come compenso cinquanta doppie38. Il giorno dopo
Gaspare Pellegrino, Alessandro Costa e Giovanni Saccone sono condannati ad

37. Pellegrino indica tre giochi abitualmente praticati nelle osterie della zona: biribissi, ca-
rabraghe e primiera, i suoi compagni di gioco sono due persone uno, proveniente da Morano, e
laltro dal Monferrato di cui non ricorda i nomi.
38. Interrogatorio 8 luglio 1672. Giorgio Pollaiolo sostiene che con Pellegrino e gli altri ave-
va deciso che Odicino doveva nascondersi nel torchio di Pizzorno.

184
una multa pecuniaria di cento scudi. Solo Pantalino Bernardo non ha fideius-
sore e deve pagare la multa con la confisca di tutti i suoi beni fino allassolvi-
mento del debito39.

5. Il capitano, in quanto rappresentante del Senato genovese in loco, dovreb-


be rappresentare listituzione extralocale in grado di esprimere quella pacifica-
zione, arbitrata dalle autorit esterne, che spesso unesigenza comune di
gruppi che vivono faccia a faccia o dei loro vicini40. Nel caso qui proposto, il
capitano dimostra una spiccata ritrosia a intromettersi, soprattutto come arbitro,
nelle faide locali tra famiglie o gruppi informali41. Per alcuni aspetti la forma di
governo della Repubblica, attraverso la lettura di questo tipo di fonti, sembra
condurre verso un modello politico indiretto42. Questa situazione certamen-
te leggibile anche per i casi ovadesi ma con alcune differenze sostanziali. Il ca-
pitano, nellistruzione dei processi, segue le indicazioni dei testimoni anche
quando si addentra allinterno delle descrizioni delle dinamiche tra gruppi con-
trapposti, ma non prende posizione in merito. Non si limita ad osservare e capi-
re, ma compie unazione a mio avviso politicamente importantissima tipica del-
la sua funzione: fornisce un diverso significato ai disordini pubblici denunciati
nel tribunale attribuendo, o sminuendo, il valore delle azioni contestate. Il capi-
tano usa in modo politico la sua facolt di attribuire giurisdizione alle azioni e,
in questo senso, la sua attivit estremamente locale e arbitraria.
Ci che chiaro in questo processo, ed anche negli altri, che il tribunale
crea relazioni e, sulla base di azioni concrete e di indagini che tessono legami
tra i gruppi sociali locali e il giusdicente, costruisce il potere dellistituzione. Il
potere di unistituzione sul territorio quindi una costruzione: il capitano co-
struisce relazioni di questo tipo in tutto il dominio attraverso moltissimi casi
dislocati su tutto il territorio. Non distribuisce una giustizia teorica ed etica ma
costruisce il suo potere attraverso la costruzione della giustizia funzionale ai
suoi scopi.
Credo che si possa assumere questo tipo di intervento come un modello di
attivit di una istituzione che riconosce, legittima, produce giurisdizione con
logiche non sempre evidenti e fondate su episodi solo apparentemente insigni-
ficanti. Leggere con questa premessa altri tipi di conflitti permette di verificare

39. Garantisce come fideiussore per Gaspare Pellegrino, Angelo Alberto Rossi, per
Alessandro Costa, Gio. Batta Repetto di Giovanni, per Antonio Odicino, Raimondo Dolermo e
per Giorgio Pollaiolo, Santino Marenco e Giovan Battista, suo fratello. Il notaio che registra
queste sentenze Nicol Odicino.
40. O. Raggio, Faide e parentele. Lo stato genovese visto dalla Fontanabuona, Torino 1990,
p. 25.
41. Questo contrasta con i compiti affidati ai giusdicenti genovesi dal Senato che normal-
mente sono deputati a svolgere proprio la funzione arbitrale in modo esplicito. Cfr. R. Savelli,
Potere e giustizia. Documenti per la storia della rota Criminale a Genova alla fine del 500, in
Materiali per una storia della cultura giuridica, V (1975), pp. 33-66.
42. O. Raggio, Faide e parentele cit., soprattutto p. 23.

185
se questo modo di costruire legittimit diffuso e costituisce una grammatica
del potere.

6. Se confrontiamo il modo in cui listituzione del capitano di Ovada inter-


viene sul territorio con altri tipi di intervento per esempio quelli relativi ai da-
zieri del Monferrato, possiamo identificare alcune somiglianze che descrivono
perch gli archivi conservino tracce, in queste aree, di unelevata conflittualit.
Vedremo come i dazieri monferrini per legittimare la loro attivit di esazione
costruiscano, attraverso lo scontro con i mulattieri, la legittimit del loro pote-
re. La categoria monferrini o uomini del Monferrato in questo caso uti-
lizzata per esprimere la facolt di esigere il dazio sulle strade. Esigere il dazio
un azione che esprime giurisdizione, pertanto le testimonianze degli scontri
tra dazieri monferrini e mulattieri diventano episodi importanti per le magi-
strature che si occupano di conflitti giurisdizionali.
Gli aggregati documentari conservati nellArchivio di Stato di Genova, fon-
do Archivio Segreto Confinium, permettono di osservare larea di transito tra
Monferrato e Repubblica di Genova. Si tratta di una documentazione compo-
sta da fonti giuridiche (processi) e epistolari tra la Giunta Confini, il governa-
tore di Savona, i sindaci della Comunit di Cairo e altri personaggi quali mu-
lattieri e podest delle zone limitrofe.
Larea che intendo analizzare attraverso questi aggregati documentari chia-
mata la strada franca di Ferrania o delle Chiaggie43. Si tratta quindi di un
percorso che si snoda tra Savona e i mercati del Piemonte meridionale, attraver-
sa parte del territorio di Albissola, giunge in prossimit di un importante valico,
il passo delle Carchere (oggi Carcare), e, evitandone loneroso dazio, attraver-
sa il feudo imperiale e monferrino di Cairo e raggiunge le localit fieristiche del
Piemonte meridionale: Canelli, Nizza, Asti, Carmagnola, Acqui, Alessandria, at-
traversando la rete viaria dei feudi imperiali (Spigno e Roccaverano).
Il conflitto per stabilire se la strada franca o sottoposta al dazio di
Carcare mette a confronto tre istituzioni statali: la Repubblica di Genova, il
Monferrato e lImpero. La Repubblica di Genova, negli anni Settanta del XVII
secolo, molto interessata al controllo di questarea per linteresse strategico e
commerciale che il finalese e il suo entroterra rivestono nella politica della
Repubblica. La risorsa in gioco il transito del sale e il conseguente approvvi-
gionamento del Monferrato e del Piemonte meridionale. La via di transito che
si snoda tra la Riviera e lAppennino, attraverso Carcare percorsa da diverse
carovane di muli che trasportano ogni altra eterogenea mercanzia che possa es-
sere distribuita dai porti ai paesi dellentroterra e viceversa44.

43. Cfr. ASGE, Finanze 2446. Il cartografo Zerbino nel 1715 descrive cos la strada: Dal
Ponte della Volta, principia la strada franca delle Carcare, quale conduce alle Chiappe nel Bosco
della Camera Eccellentissima e da quello si viene nella strada maestra di Cadibona. Dalla strada
di Montenotte e da detta della Ciappe, li corridori della Carcare, hanno sempre scosso il dazio.
44. ASGE, Archivio Segreto, Confinium 83, lettera 10 gennaio 1676 da Cairo, Gio. Batta

186
7. I protagonisti principali delle vicende oggetto di questa analisi sono i
mulattieri savonesi, spesso identificati come genovesi perch usano questa
strada anche in un modo giurisdizionale: talvolta i finalesi, dazieri delle
Carchere, arrestano i mulattieri sulla strada franca e i processi vengono
quindi istruiti per definire gli ambiti di pertinenza giurisdizionali.
A partire quindi da casi concreti e da singole azioni, si affrontano nei tribu-
nali casi generalizzanti sulle prerogative e sulla legittimit del potere. Luso
giurisdizionale delle strade quindi dipende dalla decifrazione, nel linguaggio
del tribunale, dellazione avvenuta in un luogo preciso. Queste fonti permetto-
no, quindi, di decifrare le azioni descritte nei documenti prodotti dai tribunali
per ricostruire i modi attraverso i quali gli attori delle vicende vantano diritti o
prerogative45.
Entrando nel caso specifico, si pu esemplificare questo uso delle strade at-
traverso il caso della strada franca di Ferrania. Luso da parte dei mulattieri sa-
vonesi di questa strada, nel 1675, danneggia notevolmente il dazio delle
Carchere perch il transito deviato dal luogo in cui si esige il dazio su un
percorso quasi parallelo ritenuto esente. Nonostante diversi interventi monfer-
rini per interdire luso della strada franca e ripristinare il transito attraverso il
valico di Carcare, i tentativi sono tutti fallimentari e il dazio subisce ingenti
perdite provocando un deprezzamento della concessione dappalto.
Carcare parte del dominio del marchesato di Finale e attraverso il valico
si raggiunge il territorio indiviso del feudo imperiale e monferrino di Cairo. Il
contenzioso quindi verte sul confine tra Cairo e Finale. Loperazioni degli uo-
mini che si definiscono monferrini consiste nel fermare i mulattieri con atti
violenti depredandoli per invogliarli ad abbandonare i percorsi che permetto-
no di evitare i luoghi in cui si paga il dazio. Il dazio del Monferrato viene isti-
tuito con pi forza nel 1536, quando il marchesato del Monferrato passa ai
Gonzaga di Mantova, per uniformare e rendere pi redditizia lesazione fisca-
le sul territorio. I monferrini sono coloro che comprano prerogative dal
Monferrato, ossia acquistano lappalto dellesazione del dazio, su un territo-
rio monferrino e, per far rendere tale impresa, devono saper produrre atti le-
gittimi che gli permettano di poter rivendicare lesazione del dazio. Una volta
che gli atti dei dazieri vengono topografati, localizzati, e ritenuti legittimi
sono riconosciute le prerogative non solo degli appaltatori del dazio ma anche
del Monferrato. In questa area la situazione molto complessa perch occor-
re dimostrare non solo di avere la facolt di esigere il dazio ma anche che nel
luogo in cui si esige hanno valore peculiari prerogative rivendicate: si tratta di
un territorio su cui non facile stabilire se ci si trova su una porzione impe-
riale o monferrina.

Perrando. Perrando sostiene che da questo luogo si conducono pi di trentamila mine di grano,
oltre legname, vini, carbone e altre merci....
45. E. Grendi, La pratica dei confini cit..

187
Il feudo di Cairo il luogo in cui transita la strada franca, un feudo impe-
riale ma non solo indiviso tra i fratelli ma anche indiviso a livello giurisdi-
zionale. Per un quarto appartiene allImpero e per tre quarti al Monferrato.
La lettera di uno scrittore anonimo, inviata da Milano alla Giunta Confini di
Genova, oltre a descrivere le controversie giurisdizionali tra finalesi (spagnoli
fino al 1712), monferrini, imperiali e genovesi sulla legittimit della strada
franca46, fornisce alcune indicazioni su come i mulattieri, i commercianti di
sale e altre merci, usano approvvigionarsi nei magazzini posti sul territorio di
Cairo. Cairo da lungo tempo ha un accordo con i savonesi, quindi con la
Repubblica, in cui si stabilisce che: gli abitanti del feudo di Cairo si fanno ca-
rico del mantenimento e della difesa della strada franca, nonostante siano esen-
ti dal dazio delle Carchere, e quindi favoriscono il commercio genovese. Gli
interessi degli abitanti di Cairo sono garantiti dal traffico di merci che produce
un mercato permanente estremamente vivace. Il problema era far transitare le
merci provenienti dalla Riviera nei mercati del feudo.
La complessit giurisdizionale dellarea allorigine del privilegio delle-
senzione: c un conflitto interno a Cairo tra la Comunit, rappresentata in
questo caso dal podest che ha relazioni stabili con i genovesi, e i marchesi
Scarampi che sembrano invece filoimperiali e poco inclini a favorire i mercan-
ti genovesi. La situazione giurisdizionale anche pi intricata: gli stessi mar-
chesi Scarampi, i tre fratelli Pietro, Maurizio e Antonio, sono in conflitto tra
loro47. Pietro il pi anziano, capitano di fanteria a Finale, quando Finale do-
minio della corona spagnola, mentre Maurizio risiede a Cairo con titolo di feu-
datario imperiale48.
In ragione di questa particolarit, gli abitanti di Cairo si ritengono tutti
esenti dalle imposte monferrine compresa quella sul dazio. Gi nel 1580 era
stato inviato un ingegnere monferrino da Milano per dividere il feudo e far pa-
gare il dazio del Monferrato, ma senza successo alcuno49. La divisione era ap-

46. ASGE, Archivio Segreto, Confinium 83, lettera del 21 agosto 1675: Questa strada altre
volte da signori spagnoli fu bandita, come che essi hanno nel Cairo lalto dominio , e poi il mag-
giore negotio il sale che da Savona conducono per detta strada al Cairo dove lo vendono... di
modo che nelle Carcare non si fa pi mercato, et nel Finale non traghettano forestieri, ne vanno
per sale provvedendosi al Cairo, dove lhanno a buon mercato e avanzano due giorni di cammi-
no.
47. Ivi, 12 gennaio 1676, lettera del governatore di Savona: Questi Scarampi si mostrano
poco ardenti in difendere detti loro sudditi e giurisdizione con passione di quei popoli.
48. Non si hanno pi notizie di Maurizio Scarampi a partire dagli anni settanta salvo qualche
sporadico documento che ne attesta lattivit in altri domini pi a nord tra Canelli, Cortemilia e
Spigno. Maurizio Scarampi compare nella relazione dellAlbizzi sul quietismo in Italia. A tal
proposito cfr. M. Petrocchi, Il quietismo italiano nel Seicento, Roma 1948 e L. Giana, Pratiche
e ambiti giurisdizionali: analisi del Quietismo a Spigno nel XVII secolo, tesi di laurea,
Universit degli Studi di Genova, 1999.
49. ASMI, Feudi Imperiali, m. 92. Un primo tentativo fallimentare di stabilire quale sia la
parte inerente il territorio monferrino e quello imperiale risale al 1573. Nel 1580, lo stesso com-

188
parsa subito complessa e pericolosa e troppo destabilizzante per la zona. Di
fatto il Monferrato aveva rinunciato allesazione del dazio in tutta larea del
Piemonte meridionale ove si estendeva la sua giurisdizione ma non del tutto.
Infatti una volta che il dazio veniva appaltato chi ne riceveva il contratto esige-
va il dazio in ragione dellappartenenza al Monferrato e quindi riproponeva
continuamente il conflitto giurisdizionale che cos si perpetuava. Il sistema sta-
tale in vigore in quelle zone, fino al XVII secolo, non sembra certo basato sul-
lesazione fiscale: la difficolt ad esigere una qualsiasi forma di esazione, per il
continuo affidarsi a presunte o consolidate consuetudini imperiali nellarea, si
riscontra ancora nelle relazioni degli intendenti provinciali dei Savoia di met
Settecento50.

8. La situazione giurisdizionale in cui deve operare la Repubblica quindi


complessa e dipende da fattori locali quali la forza del daziere di Carcare che
finalese. Tale complessit, e tale pluralit di modi di comporre il contenzioso
giurisdizionale favorevole per le pratiche di spostamento e di trasporto delle
merci. La Repubblica di Genova possiede una rete di informatori locali fedeli
in luoghi nevralgici che le permettono di anticipare e di decifrare le strategie
locali. Nella documentazione considerata si tratta sostanzialmente di tre perso-
ne: il podest Perrando di Cairo, ritiratosi a Sassello, che controlla e fornisce
relazioni dettagliate sulla valle Erro, in particolare si occupa dei feudi di
Spigno e Mioglia; il sindaco, Seghino, ufficiale della comunit di Cairo che
opera nel feudo imperiale e garantisce un collegamento con le famiglie affe-
renti alla comunit, e un sacerdote, Carlo Scarampi, di Cortemilia che le forni-
sce informazioni sui feudi imperiali e sui feudatari tra Cortemilia, Spigno e
Cairo. La rete di relazioni fuori dal dominio per non si esaurisce con questi
nomi, occorre citare ancora gli Invrea, nella persona di Lelio Invrea, che opera
alla corte di Milano e che in quegli anni ottiene, attraverso ladozione degli
Asinari-Del Carretto, il marchesato di Spigno e un avvocato, un tale Pietro
Bonico, che segue le cause filogenovesi riguardanti Cairo, discusse nel tribu-
nale della Camera di Milano. Questa piccola rete di informatori notevolmen-
te ampliata in occasione di processi in cui i mulattieri coinvolti, nel conflitto
con i dazieri del Monferrato o con i dazieri delle Carchere, richiedono lin-
tervento del tribunale genovese.
Osserviamo ora che tipo di azioni pratica la Repubblica allinterno e alle-
sterno del suo dominio per salvaguardare le sue prerogative nellarea.

pito viene affidato allingegnere Clarici ma anche la sua missione fallisce, rimane comunque
una dettagliata relazione sul feudo.
50. In particolare cfr. ASTO, Corte, Paesi, Monferrato, Materie economiche e feudali, m. 19
e Materie economiche per categorie, perequazione Monferrato, m. 1 daddizione; ivi, I
Archiviazione, Tributi del Monferrato, m.1 e II Archiviazione, capo 79, nn. 4-6; in BRT, Storia
Patria 341, Relazione della Provincia di Acqui (Alto Monferrato) dellintendente conte Traffano,
1753.

189
Innanzitutto mi pare che si preoccupi di avere una conoscenza puntuale della-
rea come si deduce dallinsistenza, negli epistolari conservati, sulla denomina-
zione dei luoghi, sulla descrizione fisica delle strade e sulle relazioni politiche
locali non solo istituzionali ma anche informali51. Il problema che sta a cuore
alla Repubblica la costruzione di una rete viaria stabile che garantisca costi di
percorrenza minimi e favorisca il transito delle merci per il dominio attraverso
le giurisdizioni imperiali perch esenti da dazi. Fino al 1675 la soluzione era
stata la sopra menzionata strada franca passante per labbazia di Ferrania.
Labbazia saldamente in mano agli Scarampi che incoraggiano e proteggono
questo tipo di transito. Labbazia stessa ha una parte destinata a magazzino per
le merci in transito52. Quando il livello del conflitto tra mulattieri e dazieri sul-
la strada di Ferrania si esaspera al punto che il transito per quel luogo diventa
troppo dispendioso e pericoloso, la Repubblica progetta nuovi percorsi. In at-
tesa di concludere laspirato acquisto di Finale, che terminer nei primi decen-
ni del XVIII secolo, il Senato genovese propone la costruzione di una nuova
strada. Quella di Ferrania infatti diventata molto pericolosa per i continui at-
tacchi contro i mulattieri eseguiti dai dazieri monferrini che avevano come
obiettivo proprio quello di scoraggiare il transito attraverso quel percorso.
ovvio che lintento dei dazieri non quello di scoraggiare il mercato ma piut-
tosto di deviarlo sulla strada che attraversa Carcare per sottoporlo a dazio.
Non possibile quantificare quanto transitasse dalla strada franca di
Ferrania ma, in relazione al dazio delle Carchere, che si trova a poche centi-
naia di metri, possibile stimare limportanza del valico. Il podest Perrando,
nella lettera del 2 settembre 1675 inviata alla Giunta Confini, sostiene che il
dazio delle Carchere veniva affittato per 10.400 lire annue. In unaltra lette-
ra di poco posteriore veniva stimato un valore di 11.000. Essendo scaduto il
contratto di locazione che durava sei anni, il contratto era stato rinnovato per
15.000 lire con la garanzia per che sarebbe stata vietata la strada franca di
Ferrania da parte dei monferrini. Gli spagnoli e congiuntamente il Monferrato
avevano bandito la strada di Ferrania per ovvi motivi di convenienza visto che
era attestato, dai libri contabili dei dazieri, a noi purtroppo non pervenuti, un
traffico stimato dal podest Perrando in pi di trentamila mine di grano, oltre
le panne, vini, carbone e altre merci53. Passando da Carcare ogni somata
pagava 20 soldi. Ogni settimana sono attestate almeno un centinaio di soma-
te54. Una sovratassa sul sale proveniente dai domini genovesi veniva applica-

51. Cfr. la corrispondenza del podest Perrando tra il 1675 e il 1676, quella del governatore
di Savona tra il 1649 e il 1684 e linchiesta sulla viabilit del ponente ligure del 1676 in ASGE,
Archivio Segreto, Confinium dal 59 al 90.
52. Lo si deduce da un processo in cui alcuni mulattieri, arrestati dai dazieri di Carcare, so-
stengono di avere parte della merce immagazzinata a Ferrania. ASMI, Feudi Imperiali 272, pro-
cesso 2 giugno 1647 contro Giovanni Toffetti.
53. ASGE, Archivio Segreto, Confinium 83, lettera 2 settembre 1675.
54. Ivi, lettera 10 gennaio 1676 da Cairo, G. B. Perrando: Da questo luogo si conducono
pi di trentamila mine di grano, oltre legname, vini, carbone e altre merci senza essere soggetti

190
ta come misura protezionistica a favore del mercato del sale finalese esente da
tale maggiorazione. Proprio la tariffa speciale del dazio applicata ai genovesi
sembra essere allorigine delle scelte dei percorsi dei mulattieri55.
La politica genovese ha una strategia di scontro con il Monferrato che si
basa soprattutto sulluso dei tribunali. I tribunali genovesi, la Giunta Confini e
i capitanati locali del dominio si occupano di una grande quantit di piccoli
episodi. Questo lavoro dei tribunali serve soprattutto per accertare e certificare
diritti in luoghi precisi (come per esempio su piccole porzioni di strade) men-
tre lo scontro fisico lasciato in gestione ai mulattieri e non alle forze militari
della Repubblica. Ci che la Repubblica costruisce con questo tipo di interven-
to una topografia dei diritti: sancisce sul territorio, attraverso le sentenze,
alcuni precedenti utili per rivendicare anche nei tribunali sovralocali la legitti-
mit del transito oppure lestensione della giurisdizione.
Questo modo di procedere particolarmente chiaro nella corrispondenza
intrattenuta tra il Senato genovese e il governatore di Savona. Il governatore di
Savona propone al Senato una strada alternativa per non danneggiare i mercati
genovesi. Il percorso alternativo parte da Savona ed Albissola e sale, lungo la
valle del torrente Sansobbia, verso il passo del Giovo fino a Mioglia e a Spigno
(questi ultimi due sono feudi imperiali). Nuovamente il problema del transito e
del dazio del Monferrato si pone nelle aree confinanti e di difficile determina-
zione soprattutto nel luogo chiamato Monte Ursaro56.
Sempre attraverso la corrispondenza con il podest Perrando si ha notizia
delle azioni che riguardano lo scontro sulla strada alternativa a quella di
Ferrania. Perrando sostiene che sia una strada pi disagevole, meno veloce, e
anche meno difendibile ma altrettanto economica57. La preoccupazione di
Perrando che la Repubblica non voglia difendere la nuova strada identificata
e che nuovamente unintensa attivit dei dazieri monferrini e i finalesi riesca a
intralciare i mulattieri genovesi, questa volta, ovviamente, non pi a Ferrania
ma a Spigno, nei pressi di Monte Orsaro. Le parole di Perrando descrivono il
tratto di strada in questione: la strada che da Spigno si dirige a codesto domi-
nio chiamata strada franca per qual strada da Savoia si conducono ogni sorta
di mercanzie: bestiami, grani, vini senza esser soggette a pagamento dalcun
dacio, olio e sale senza pagare similmente alcun dacio. Resta questa strada si-
tuata tra Spigno e Mioglia, feudi imperiali, e il stato di Monferrato.

a pagare il datio alle Carcare e allAltare feudo monferrino e confinante con cotesto Serenissimo
dominio... Non posso rappresentare... il sforzo che fanno quei di Finale per levar via questa stra-
da di Ferrania.
55. Non affronter in questo breve saggio la lunga e complessa vicenda del mercato del sale
nel dominio della Repubblica.
56. ASMI, Feudi Imperiali, mazzi 419, 420, 421, 425, 641, 642, 643, 650 e ASGE, Archivio
Segreto, Confinium, 97 e 106 e ASTO, Corte, Paesi per A e B, Pareto, m. 4. Cfr. anche L. Giana,
Intrecci giurisdizionali nel bosco di Monte Orsaro tra Piemonte e Liguria nel XVII secolo, in
Atti del Seminario di studi Boschi e Confini, Sauris, 15 e 16 ottobre 2004, in corso di stampa.
57. ASGE, Archivio Segreto, Confinium 83, lettera del Perrando, 7 maggio 1675.

191
La strada passava attraverso il feudo imperiale di Mioglia a pochissime mi-
glia dal passo del Giovo, un agevole valico a ridosso di Savona nel territorio di
Albissola. Come ricorda Perrando, il percorso noto e lo sono anche i metodi
di dissuasione dei monferrini:
Molti anni or sono furono fatti dalli corridori di Monferrato (non con fondamento di giusti-
zia ma bens per politica di stato a fine di levar detta strada) molti attentati con haver preso
bestiami carichi di mercanzie che passavano in detta strada franca, ma poich fu fatto in
quei tempo il ricorso a Casale furono rilasciati pure non potendo li Monferrini tollerar det-
ta strada come quella che porta loro gran danno mentre in quella passano senza esser a loro
soggetti dazi, ne avendo essi forma di levarli da mezzo che con far in essa attentati contro i
viandanti, hanno in questa estate prossima passata fatti pigliar alcuni bestiami con mercan-
zie, per qualcosa intimati i passeggeri per non esser soggetti a disputarla, tralasciano di pas-
sargli, cosa che a poco a poco tralasciandosi si verr a perdere e resteranno detti Monferrini
in levar detta strada sia per proibire che per questa non si traghetti il sale che per essa si
conduceva nei feudi imperiali che nel stato anche di Savoia a fine di obbligarli a prendere
le bollette a grano, cosa che riuscir pregiudizio delle gabelle del sale di Varazze, Celle,
Albissola e Savona.

Due elementi desunti dalla lettera di Perrando permettono di compiere alcu-


ne osservazioni sulluso delle strade e sulle implicazioni sociali locali: a) per
costruire una strada vantaggiosa e per goderne i privilegi occorre praticarla, b)
ogni percorso ha un uso in base alle contingenze storiche. La storia della strada
uno dei punti centrali per poterne usufruire: una strada viene abbandonata
quando se ne trova una pi vantaggiosa. Perrando scrive che la strada era gi
stata usata in passato ma poi era stata inutilizzata perch quella di Ferrania era
pi favorevole. Come nel caso di Ferrania evidente che le contingenze stori-
che (un esacerbamento degli attacchi dei dazieri, per esempio, o lo scontro tra
fazioni locali come nel casi di Mioglia e Pareto58), i cambiamenti del comporta-
mento dei gruppi sociali locali sono in grado di modificare il transito. Occorre
precisare che Perrando quando scrive i monferrini ha in mente gli uomini di
Pareto che sono i dazieri del Monte Orsaro che da lungo tempo sono in lite con
gli uomini di Mioglia per il controllo della strada59. Gli uomini di Pareto non
sono unistituzione monferrina, sono un gruppo di famiglie che si riconosce
monferrino nel confronto con gli uomini di Mioglia o con i genovesi in transito.
Un altro elemento importante la reiterazione dellazione: riconoscere che
in passato cerano state delle contestazioni sulluso della strada, da un lato
mette in guardia i genovesi dalle difficolt di praticare il percorso, ma dallal-
tro lato attesta che le pretese prerogative di esenzione affondano in un passato
s conteso ma che anche in grado di certificarne le pretese: dove c un con-
tenzioso aperto entrambe le parti possono continuare a rivendicare le proprie
prerogative.

58. ASMI, Feudi Imperiali, m. 645. Processo contro gli uomini di Pareto in seguito a conti-
nui sconfinamenti a danno degli abitanti del feudo imperiale di Mioglia.
59. Cfr. Ivi, Spigno, Mioglia e Cairo, mm. 641, 642, 643, e 92.

192
Occorre infine precisare che quando Perrando fa riferimento a generali po-
teri sovralocali (monferrini, imperiali, genovesi) non si riferisce ad una discus-
sione politica teorica ma richiama episodi concreti e politiche di uso del terri-
torio ben localizzate. Le frequenti attestazioni degli scontri sulle strade avven-
gono tra piccoli gruppi e nella grande maggioranza dei casi si tratta di conflitti
che coinvolgono le borgate e i villaggi disseminati lungo la strada.
Seguire le vicende che descrivono le contese in cui sono coinvolti i mulat-
tieri permette di osservare come pu funzionare un sistema di gestione del
transito in cui gli scontri tra sfrosadori e dazieri avviene allinterno di logi-
che che si rifanno in modo molto esplicito al diritto. Dalla documentazione
esaminata, il contrabbando non descritto come un disordine sociale ma piut-
tosto come un conflitto giurisdizionale. In questottica il confronto tra
Monferrato e Repubblica non astratto ma rimanda a precise azioni, preroga-
tive e concrete possibilit di accesso alle risorse.

9. Il territorio sul quale si svolgono le vicende cosparso di piccoli insedia-


menti; questo territorio presuppone quindi la presenza di gruppi informali ag-
gregati in modi differenti, la comunit e la parrocchia non sono le uniche isti-
tuzioni di riferimento per i locali, ma piuttosto le contrade e le cappelle cam-
pestri; quindi la parentela e il vicinato sono i modelli di aggregazione nella-
rea60. Le istituzioni genovesi si relazionano, oltre che con il consiglio della co-
munit, anche con questi gruppi informali.
Lanalisi delle azioni discusse nel tribunale del capitano genovese suggeri-
sce che il suo compito consiste nellattribuire un valore alle azioni locali con-
flittuali. Vengono cos create modalit di lettura dei conflitti che sono in grado
di modificare le relazioni tra istituzioni e gruppi sociali. Questa attivit non si
esaurisce nellarbitrato ma in vere e proprie trasformazioni dei conflitti: per
esempio, alcuni vengono abbandonati ed altri invece sostenuti. il caso del
processo contro la vedova Pizzorno in cui il capitano, in un primo tempo, inda-
ga sui gruppi contrapposti allinterno di Ovada e successivamente opta per una
risoluzione del conflitto che non entri nel merito delle tensioni tra gruppi. Il ca-
pitano non si pone solo come arbitro ma come gestore dei conflitti.
Lintervento della Repubblica nella gestione del transito per le strade fran-
che dei feudi imperiali del Piemonte meridionale si configura come una politi-
ca del conflitto, del disordine, necessario per permettere che alcune azioni, il
transito esente da dazio per esempio, esprimano un diritto riconosciuto nel
tempo61. La posta in gioco in questo caso laccesso ai mercati.

60. Questo tipo di aggregazioni sono comunque fluide e contingenti; sulla fluidit dei lega-
mi parentali, cfr. G. Levi, Leredit immateriale, Torino 1985, cap. II.
61. Sulle forme di costruzione del territorio nellarea dei feudi imperiali del Piemonte meri-
dionale, cfr. L. Giana, Frammenti di luoghi tra Val Bormida e Valle Belbo, la politica dello spa-
zio tra XVII e XIX secolo, in Tra Belbo e Bormida. Luoghi e itinerari di un patrimonio cultura-
le, a cura di A. Torre, E. Ragusa, Asti 2003, pp. 1-18.

193
Il confronto questa volta con giurisdizioni quali il Monferrato o lImpero
diventa un conflitto su prerogative molto concrete costruite e difese attraverso
una grandissima serie di piccoli episodi. Tutti questi piccoli episodi di scontro
sui confini o sulle strade descrivono prerogative giurisdizionali importanti che
definiscono cosa sia sullAppennino per i protagonisti delle vicende il
Monferrato, lImpero, la Repubblica. Solo se questi episodi vengono letti
come i fatti che costruiscono e legittimano il potere territoriale delle istituzioni
possibile interpretare un apparente disordine sociale endemico come strate-
gie condivise di costruzione del territorio. chiaro: non tutti gli episodi sono
premeditati, ma luso che ne viene fatto nei tribunali, la trascrizione degli epi-
sodi, la memoria delle azioni parte della costruzione delle serie di fatti neces-
sari a legittimare le prerogative giurisdizionali.

194
Diplomazia e controversie di confine tra la
Repubblica di Genova e il Regno di Sardegna
nella prima met del Settecento:
i confini con il Monferrato
di Paolo Palumbo

1. Il regno di Sardegna e la Repubblica di Genova dopo la pace di


Utrecht
Alla luce dei grandi mutamenti determinati dalla guerra di Successione spa-
gnola negli Stati italiani, evidente che i vantaggi pi cospicui erano stati rag-
giunti dal Piemonte sabaudo. A conti fatti, nonostante le ambiguit e le insicu-
rezze da lui manifestate nel corso della guerra, il duca Vittorio Amedeo II ave-
va ottenuto la tanto desiderata dignit regia ed esteso notevolmente il proprio
dominio1.
Negli anni antecedenti al conflitto, Vittorio Amedeo II aveva dimostrato
gi qualche insofferenza rispetto al trattato che lo legava ai franco-spagnoli,
cosa che lo indusse presto ad abbandonare la lega antiasburgica a favore del-
limperatore Leopoldo I. A partire dal febbraio del 1702 il duca di Savoia
aveva di fatto avviato trattative segrete con gli inviati imperiali chiedendo,
come compenso per la sua entrata in guerra al fianco degli Asburgo, il
Monferrato e il Milanese, eccetto Mantova e Cremona che sarebbero rimaste
allImpero. Le sue richieste, giudicate troppo onerose dai ministri imperiali,
non furono accettate e solo grazie allintercessione degli ambasciatori inglesi
e olandesi, nel novembre del 1703, il duca sabaudo riusc ad ottenere quanto
chiesto. LImperatore accondiscese cos a cedere il Monferrato,
lAlessandrino, Valenza, la Lomellina, la Val Sesia e il dominio sui feudi del-
le Langhe.

1. Per quanto concerne la posizione politica dellItalia nei primi anni del Settecento si veda:
G. Quazza, Il problema italiano e lequilibrio europeo, 1720-1738, Torino 1965; Id., LItalia e
lEuropa durante le guerre di successione (1700-1748), in Storia dItalia, a cura di N. Valeri,
Torino 1965; Id., La decadenza italiana nella storia europea. Saggi sul Sei Settecento, Torino
1971. Unottima sintesi degli avvenimenti italiani dopo Utrecht quella di D. Carpanetto, G.
Ricuperati, LItalia del Settecento. Crisi, trasformazioni, lumi, Roma-Bari 1998, cap. X, pp.
175-195.

195
Dopo il difficile assedio di Torino del 1706, lanno seguente Vittorio
Amedeo II ristabiliva la situazione a suo vantaggio battendo le forze francesi
del generale Vendme, riconquistando Torino, Nizza e Susa2. Pochi anni dopo
moriva precocemente limperatore Giuseppe I succeduto, nel 1705, al padre
Leopoldo I; dunque la corona imperiale passava al fratello, larciduca Carlo,
impegnato in Spagna contro Filippo V. Con lelezione al soglio imperiale del-
larciduca Carlo dAsburgo si smorzarono le tensioni tra i belligeranti i quali,
dopo anni di estenuante conflitto, pervennero ad un accordo.
Il 2 gennaio 1712 il duca Vittorio Amedeo di Savoia consegnava una bozza
distruzioni per i suoi rappresentanti ad Utrecht nella quale rammentava di non
tralasciare di ottenere lo intero stato di Milano o, in ordine decrescente, quan-
to di qua dallAdda, o almeno ci che si trova di qua dal Ticino e dal Lago
Maggiore, compreso il Tortonese e il marchesato di Finale, perch ci sia possi-
bile creare un equilibrio in Italia contro la preponderanza della Casa
dAustria3. Nel 1713, dopo un anno di lunghi negoziati, la pace fu salutata dai
piemontesi con manifestazioni di giubilo: Vittorio Amedeo II otteneva il domi-
nio del Monferrato, di Alessandria, Valenza e della Lomellina, gli venivano re-
stituite Nizza e Savoia, ma principalmente coronava il suo sogno acquistando
il Regno di Sicilia e la conseguente attribuzione della dignit regia4. Il sovrano
sabaudo non ebbe nemmeno il tempo di instaurare il suo dominio sullisola si-
ciliana che il re di Spagna Filippo V, convinse le potenze firmatarie del trattato
di Utrecht a cambiare le clausole del trattato consegnado la Sicilia allAustria,
mentre Vittorio Amedeo II riceveva, suo malgrado, la Sardegna, sicuramente
pi povera ma pi vicina e governabile5.

2. Punto di riferimento storiografico sulle operazioni militari in Piemonte durante la guerra


di successione spagnola sono: Le campagne di guerra in Piemonte (1703-1708) e lassedio di
Torino (1706), a cura di C. Contessa, 10 voll., Torino 1907-1913 e Vittorio Amedeo II e la cam-
pagna del 1708 per la conquista del confine alpino, a cura di E. Pognisi, Roma 1935.
3. D. Carutti, Storia della diplomazia della Corte di Savoia (dal 1494 al 1773), Roma 1875-
1880, III, p. 404 (cit. da G. Symcox, Vittorio Amedeo II. Lassolutismo sabaudo 1675-1730,
Torino 2003, p. 217).
4. Le ragioni che portarono lInghilterra ad una stretta alleanza con il ducato di Savoia erano
soprattutto di natura commerciale. Ci che pi preoccupava la corte inglese era la conquista au-
striaca della Lombardia che avrebbe portato gli Asburgo vicino Genova. A questo si sommava il
problema della successione in Toscana e la rivendicazione feudale di Carlo VI che avrebbe mi-
nacciato seriamente anche Livorno. Si veda a questo proposito: C. Contessa, Lalleanza di
Vittorio Amedeo II duca di Savoia colla casa dAustria e colle potenze marittime durante il se-
condo periodo della guerra in Italia per la successione di Spagna (1703-1707), Torino 1908;
Id., Aspirazioni commerciali intrecciate ed alleanze politiche della Casa di Savoia
collInghilterra nei secoli XVII-XVIII, Torino 1914. Importante anche il saggio di F. Venturi, Il
Piemonte dei primi decenni del Settecento nelle relazioni dei diplomatici inglesi, in Bollettino
Storico-bibliografico Subalpino, LIV (1956).
5. Sul breve periodo di dominazione sabauda in Sicilia si legga: Il Regno di Vittorio Amedeo
II di Savoia in Sicilia dallanno 1713 al 1719, a cura di V.E. Stellardi, Torino 1862; I. La Lumia,
La Sicilia sotto Vittorio Amedeo di Savoia, in Archivio Storico Italiano, s. III, XIX, XX, XXI

196
Nonostante le afflizioni provocate dalla guerra e le finanze statali quasi al
limite, Vittorio Amedeo II usciva dalla guerra vincitore: consolidava e raffor-
zava i propri domini, ma soprattutto guadagnava un notevole peso diplomatico
e militare in ogni futura trattativa che avrebbe riguardato i destini della peniso-
la6. In questo frangente il re di Sardegna diede libero sfogo a tutte le sue ambi-
zioni e, grazie ad una politica estera attenta ed opportunista, riusc a trarre sem-
pre vantaggio dalle incertezze e dai disaccordi altrui7. Ad assecondare le mire
espansionistiche del re furono chiamati uomini del calibro del conte Pietro
Mellarde, di Ignazio Solaro della Moretta marchese del Borgo e del marchese
Ferrero dOrmea: ministri abili e capaci che diventarono i veri artefici dei suc-
cessi della politica sabauda8.
Per molti aspetti il sovrano sabaudo anticip gli indirizzi che sarebbero sta-
ti seguiti, a partire dalla met del secolo, dai cosiddetti principi illuminati.
Geloso difensore dei propri diritti giurisdizionali e di sovrano assoluto,
Vittorio Amedeo II non esit ad entrare in conflitto con il clero e con la nobilt
limitandone decisamente le prerogative. Con un nuovo codice di leggi intro-
dusse una prima distinzione tra la giurisdizione civile e quella militare e me-
diante la compilazione di un catasto diede principio alla perequazione dellim-
posta fondiaria, rimpinguando cos le casse statali9. Un apparato fiscale rinno-
vato, un buon esercito, unefficace diplomazia e un gruppo dirigente motivato
da un sovrano ambizioso e riformista faceva del regno di Sardegna un esempio

(1874-1875); Rapporti diplomatici tra Filippo V e Vittorio Amedeo II di Savoia nella cessione
del Regno di Sicilia 1717-1720, a cura di C.A. Garufi, Palermo1914.
6. Nel 1710 il governo aveva compilato un provvisorio bilancio delle perdite subite su cui
appoggiare le richieste dindennizzo avanzate nella conferenza di pace... Unanalisi dei danni
provincia per provincia mostra che le conseguenze pi brutali della guerra si erano avute nelle
province di Torino, Vercelli, Asti e Ivrea, mentre quelle meridionali, che non erano mai state oc-
cupate dai francesi, risultavano relativamente indenni. Ovunque, tuttavia, la guerra aveva provo-
cato devastazioni e fatto crollare il commercio e lagricoltura: G. Symcox, Vittorio Amedeo II,
cit., pp. 223-224. Per un pi dettagliato rapporto sui danni subiti dal Piemonte dopo la guerra di
successione spagnola rimando a P. Rege di Donato, Stato generale dei danni patiti dal Piemonte
nella guerra di successione di Spagna dallottobre 1703 a tutto il 1710, in Le campagne di guer-
ra in Piemonte cit., X; G. Prato, Il costo della guerra di successione spagnola e le spese pubbli-
che in Piemonte (1703-1708), Torino 1907.
7. Sul Vittorio Amedeo II e la sua politica estera cfr. D. Carutti, Storia di Vittorio Amedeo II,
Torino 1897 (III ed.); Id., Storia della diplomazia della Corte di Savoia (dal 1494 al 1773),
Roma 1875-1880, III; A. Baraudon, La maison de Savoie et la Triple alliance (1713-1722), Paris
1896; Direttive della politica estera sabauda da Vittorio Amedeo II a Carlo Emanuele III, a cura
di R. Moscati, Milano 1941; A. Tallone, Vittorio Amedeo II e la quadruplice alleanza, Torino
1914; G. Symcox, Vittorio Amedeo II. Lassolutismo sabaudo 1675-1730, Torino 1989.
8. Sul Ferrero dOrmea e sulle vicende della sua famiglia cfr., Nobilt e stato in Piemonte. I
Ferrero dOrmea, Atti del convegno, Torino-Mondov, 3-5 ottobre 2001, a cura di A. Merlotti,
Torino 2003.
9. Il riformismo di Vittorio Amedeo II ampiamente illustrato nel volume di G. Quazza, Le
riforme in Piemonte nella prima met del Settecento, Modena 1957.

197
unico in Italia, giustificando cos la preminenza che esso acquist sopra ogni
altro Stato della penisola italiana.
Questa superiorit appariva evidente in particolar modo se confrontata con
la situazione della vicina Repubblica di Genova. Nel Settecento la Repubblica
di Genova, economicamente ancora prospera, sul piano della politica estera at-
traversava un periodo difficile10. Franco Venturi, in Utopia e riforma nellillu-
minismo, ha tracciato un profilo illuminante delle repubbliche aristocratiche
nel Settecento: Il loro neutralismo, il loro conservatorismo, il loro tentativo di
sottrarsi al mondo del conflitti politici per rifugiarsi tutte in quello dei traffici
commerciali e bancari, il loro rifiutare la spada per puntar tutto sul denaro, la
loro volont di mantenere delle costituzioni che parevano del tutto inadatte a
sostenere lurto delle monarchie sembrava destinarle ad una sicura sconfit-
ta11. Il sistema di governo della citt-stato era destinato a soccombere di fron-
te alle pressioni esercitate da forme statuali dotate di un apparato legislativo
pi flessibile e di un esecutivo pi risoluto nel prendere decisioni.
Genova continuava a fondare la sua politica sulla consapevolezza di esse-
re ancora una piazza finanziaria di primordine, ma soprattutto di godere di
una posizione geografica strategicamente importante rispetto agli approdi
marittimi e alle linee di comunicazione verso i domini asburgici12. Il princi-
pale limite della Repubblica consisteva nellestrema macchinosit del suo ap-
parato governativo e nella scarsa voglia di governare della suo ceto dirigen-
te13. Le famiglie nobili genovesi, oramai disabituate ai gravosi impegni della
politica e dellamministrazione, rifiutavano qualunque responsabilit e il
crescente fastidio per le cariche pubbliche... si rivelava particolarmente dan-
noso nella politica estera, poich diventava sempre pi difficile trovare patri-
zi disposti ad assumersi lonere di rappresentare allestero la Repubblica14.
Venuto meno lappoggio spagnolo, il governo genovese si convinse che il mi-
glior atteggiamento diplomatico era quello di restare il pi possibile fuori di
un gioco, nel quale alle potenze minori sembrava non esser riservata altra

10. Per la situazione internazionale allinizio del nuovo secolo si veda L. Garibbo, La neu-
tralit della Repubblica di Genova. Saggio sulla condizione dei piccoli stati nellEuropa del
Settecento, Milano 1972.
11. Cfr. F. Venturi, Utopia e riforma nellilluminismo, Torino 2001, p. 34.
12. Sulla politica neutrale di Genova vedi: L. Garibbo, La neutralit della Repubblica di
Genova, cit. Un capitolo interessante sulla politica estera della Repubblica di Genova si trova in
C. Bitossi, La Repubblica vecchia. Patriziato e governo a Genova nel secondo Settecento,
Roma 1995, pp. 421-456.
13. Sul sistema politico e il funzionamento del governo della Repubblica cfr. G.Forcheri,
Doge, governatori procuratori consigli e magistrati della Repubblica di Genova, Genova 1968;
G. Assereto, Dallamministrazione patrizia allamministrazione moderna:Genova, in
Lamministrazione nella storia moderna, Milano 1985, n. 1, pp. 95-159; C. Bitossi, Personale e
strutture dellamministrazione della terraferma genovese nel 700, in Cartografia e Istituzioni
in et moderna, Roma 1985, I, pp. 203-224.
14. G. Quazza, Il problema italiano, cit., p. 71.

198
funzione che quella di oggetti passivi nelle intese tra dispotismi concorren-
ti15.
La Repubblica doveva quindi limitarsi a perseguire obiettivi circoscritti, in
particolar modo rivolti ad un pi sicuro e omogeneo controllo dei domini di
terraferma, vale a dire dellarco della riviera ligure e degli sbocchi delle vie di
comunicazione tra la pianura padana e il mare16. Ma anche su questo punto
lapparato di governo della Repubblica mostr la sua inadeguatezza. La rinun-
cia di Genova a governare con mano ferma i propri domini di terraferma port
a conseguenze negative soprattutto nellentroterra, dove lintreccio dinteressi
privati allinterno delle comunit e la presenza dei feudi imperiali determina-
rono una situazione caotica e talora ingovernabile17. Nonostante lattivit svol-
ta dalla Giunta dei Confini, le direttive che dal centro dovevano arrivare alla
periferia si arenavano in lunghe e inutili discussioni o, peggio ancora, erano sa-
botate dagli stessi patrizi 18. Si cre cos un pericoloso scollamento tra la
Dominante e il suo dominio che lasci libero spazio alle iniziative locali, ma
soprattutto consent al vicino re di Sardegna di far valere i suoi diritti ogni
qualvolta si presentava una contesa territoriale ai confini tra i due Stati.
A dispetto del poco credito che la Repubblica godeva presso le corti estere,
nel 1713 la diplomazia genovese otteneva unimportante vittoria sul vicino re-
gno sabaudo procurandosi dallimperatore Carlo VI la cessione dei diritti sopra
il marchesato di Finale19. Nonostante il re di Sardegna avesse avanzato unof-

15. Cfr. C. Costantini, La Repubblica di Genova nellet moderna, Torino 1978, p. 420.
16. C. Bitossi, La Repubblica vecchia, cit., p. 423.
17. Per un quadro pi preciso sullamministrazione dei domini di terraferma della Repub-
blica cfr. E. Grendi, Introduzione alla storia moderna della Repubblica di Genova, Genova
1973; G. Felloni, Le circoscrizioni territoriali civili ed ecclesiastiche nella Repubblica di
Genova alla fine del secolo XVIII, in Rivista storica italiana, LXXXIV (1972), pp. 1067-1101
ora in Id., Scritti di storia economica, Genova 1999, pp. 897-936; G. Assereto,
Lamministrazione del dominio di terraferma, in Le metamorfosi della Repubblica. Saggi di sto-
ria genovese tra il XIV e il XIX secolo, Savona 1999, pp. 9-76;
18. Nel 1587 era nata la Giunta dei Confini, la prima delle giunte permanenti in seno alle-
secutivo. Aveva come primo compito quello di mettere ordine e provvedere alla conservazione
del territorio e dei confini della Repubblica, inoltre svolgeva spesso le funzioni di un vero e pro-
prio ministero degli esteri. I capitoli 6 e 7 dellatto distituzione della Giunta recitavano: 6.
Avranno finalmente cura di tutte le liti, e differenze di confine, che la Repubblica abbia con cui
si voglia, ovvero in le quali la Repubblica in qualsivoglia modo possa avere interesse, usque ta-
men ad sententiam exclusive. 7. Averanno anco pensiero dinvigilare in tutte quelle provigioni,
ordini e diligenze, che possono essere utili alla conservazione del territorio e giurisdizione della
Repubblica e suoi confini (C. Bitossi, La Repubblica vecchia, cit., p. 28); lo stesso tema
viene inoltre affrontato da G. Assereto, Comunit soggette e poteri centrali, in Le metamorfosi
della Repubblica, cit., pp. 77-96.
19. Sulla questione del Finale rimando ai saggi di A. Tallone, Diritti e pretese sul marchesa-
to di Finale al principio del secolo XVIII, in Bollettino Storico-bibliografico Subalpino, I,
(1896); Id., La vendita del marchesato di Finale nel 1713 e la diplomazia genovese, in
Bollettino Storico Bibliografico Subalpino, II, (1897); G. Assereto, G. Bongiovanni, Sotto il
felice e dolce dominio della Serenissima Repubblica. Lacquisto del Finale da parte di Genova
e la Distinta relazione di Filippo Cattaneo De Marini, Genova 2003.

199
ferta pi cospicua, il 20 agosto 1713 il marchesato di Finale veniva venduto,
per 1.800.000 pezzi genovesi alla Repubblica20. A far propendere limperatore
a favore dellofferta genovese fu certamente laffronto subito dai suoi inviati
nel corso delle trattative di Utrecht a causa della tanto discussa cessione della
Sicilia al duca di Savoia21. Fu cos che i diplomatici liguri, approfittando del-
lattrito venuto a crearsi tra Carlo VI e Vittorio Amedeo, riuscirono finalmen-
te ad ottenere quel lembo di terra che da tanti secoli agognavano, e per il quale
ultimamente avevano rischiato di andar contro a varie potenze che erano piut-
tosto inclinate a favore del duca di Savoia22.

2. La prima perequazione dei confini: i preliminari del 1729


Larbitrato francese del 1673 rappresentava uno spartiacque nella storia
delle vertenze di confine tra Genova e Torino. Da quel momento i sovrani sa-
baudi decisero di ricorrere alluso della forza militare soltanto come mezzo
estremo, mutando i loro propositi bellicosi in una non meno insistita lotta di-
plomatica; questa svolta favor comunque il dialogo tra i due Stati che, proprio
allinizio del XVIII secolo, fecero i primi passi per giungere ad una pacifica
perequazione dei loro confini.
Le liti di confine, che sino al XVII secolo avevano avuto un carattere preva-
lentemente locale o addirittura privato, assunsero nel secolo successivo rile-
vanza pubblica. Alle rivendicazioni dei privati e delle comunit si assommaro-
no dunque quelle statali, avanzate mediante la riesumazione di antiche pretese
di famiglia o attraverso lesibizione di opinabili diplomi imperiali risalenti al-
let medioevale. Il vero motivo di questo cambiamento va ricercato nel pro-
gressivo irrigidimento del concetto di frontiera corrispondente, soprattutto nel
caso piemontese, al definitivo imporsi della struttura statale moderna nellam-
bito delle autonomie locali.

20. A. Tallone, La Repubblica di Genova e la vendita del Finale, cit., p. 164.


21. LInghilterra favor insistentemente il Piemonte affinch questo ottenesse il dominio del-
la Sicilia a dispetto di quanto desiderava Carlo VI. I motivi di questo interessamento erano pre-
valentemente di natura economica: Il problema della comunicazione che rendeva tanto difficili
i rapporti ed i traffici con lisola lontana doveva essere risolto dagli inglesi con un vero e proprio
monopolio a vantaggio della Gran Bretagna. Si trattava insomma, come si visto, di far del
Piemonte un altro Portogallo, il quale, com noto, stava diventando, nei primi anni del
Settecento, un pi o meno larvato protettorato dellInghilterra, basato economicamente sul mo-
nopolio britannico... Vittorio Amedeo II era stato aiutato durante tutta la guerra da sussidi ingle-
si... Diventato re di Sicilia egli poteva essere considerato... un re of our own making. E soprat-
tutto, era povero e non sarebbe stato in grado di creare le necessarie comunicazioni marittime
con i suoi nuovi domini. Fornendogliele, lInghilterra avrebbe avuto in mano lo strumento per la
sua penetrazione economica in Piemonte (F. Venturi, Il Piemonte dei primi decenni del
Settecento, cit., pp. 234-235).
22. A. Tallone, La Repubblica di Genova e la vendita del Finale, cit., p. 165.

200
Sono occorsi alcuni disgustosi incidenti sul riflesso che i rispettivi popoli non si intendono
in quella buona armonia, che sta cos a cuore al serenissimo governo che non ha mancato
per sua parte di dar gli ordini pi opportuni a questeffetto. Per levare per simili occasioni
propone nuovamente la Repubblica di aprire un trattato amicabile tanto per ragione de i
detti nuovi incidenti che per tutti gli altri in questione23.

Cos recitava il preambolo della lettera distruzioni che il governo genovese


invi al ministro Giambattista De Mari24 nel febbraio del 1729; un chiaro se-
gno di pace e di buoni propositi per giungere finalmente ad una pacifica pere-
quazione dei confini tra la Repubblica e il sovrano sabaudo.
La maggior parte delle vertenze riguardava alcune localit di confine nel
Monferrato, nel principato dOneglia, nel contado di Nizza ed infine nel mar-
chesato di Dolceacqua25. Il 6 giugno 1728 il marchese del Borgo consegnava
una nota al Governo genovese nella quale erano elencati tutti glincidenti ori-
ginati dai sudditi genovesi a danno di quelli di Sua Maest26. In effetti, a parti-
re dal 1725, si verificarono numerosi piccoli incidenti di confine che preoccu-
parono sia il re di Sardegna sia la Repubblica: ad esempio nel 1725 seguirono
violenti scontri tra pastori nelle Viozene, amozioni di termini divisori tra le co-
munit di Bagnasco e Massimino e di Ponzone Monferrato con Sassello, il 12

23. Lettera dei Serenissimi Collegi al ministro Giambattista De Mari del 30 gennaio 1729
(ASGE, Archivio Segreto, 2490 B, Lettere ministri Torino 1729-1731).
24. Giambattista De Mari nacque a Genova da Francesco e da Livia Centurione il 12 agosto
1686 e fu ascritto alla nobilt il 26 novembre 1711. Ricevette il primo incarico diplomatico nel
1716 come inviato straordinario a Parigi, mentre vi risiedeva come ambasciatore Nicol
Durazzo e dove, gi dal 1704, era segretario incaricato labilissimo Giambattista Sorba. Il gio-
vane De Mari aveva ricevuto dal governo due incarichi specifici: perfezionare lacquisto geno-
vese dalla Francia di due galee che erano state del duca di Tursi e chiarire episodi di contrab-
bando e controllo su navi francesi nel porto di Genova. De Mari fu nominato in seguito inviato
straordinario a Torino nel settembre 1727 (ma ebbe la prima udienza il 28 aprile 1728).
Nominato poi incaricato daffari il 22 settembre 1730, vi rimase fino al 2 luglio 1731; vi ritorn
quindi, come ministro, nellottobre 1731 e vi rimase ininterrottamente fino all11 dicembre
1737. Dopo lesperienza torinese fu inviato in Corsica fino al 1740 quando lasci lincarico al
marchese Domenico Maria Spinola. Dopo una missione a Madrid durante il 1747, De Mari chie-
se di essere richiamato. Mor a Reggio Emilia nel 1781 (cfr. la voce di M. Cavanna Ciappina in
Dizionario Biografico degli italiani, Roma 1990, vol. 38, pp. 493-496).
25. Le principali controversie di confine oggetto della trattativa del 1729 furono: Lerma e
Casaleggio con Polcevera, Belforte con Rossiglione, Belforte con Ovada, Molare con
Rossiglione e Ovada, Pareto e Pontinvrea con la Stella, Ponzone con Sassello, Ponzone e
Cassinelle con Sassello per la badia del Tiglieto, Ponzone con Sassello per il ristabilimento dei
termini contenuti in un lodo del 1609, Pigna con Castelfranco per il monte Gordale, Pigna e
Buggio con Triora e Castelfranco, Carpasio con Glori, San Bartolomeo e Larzeno con Muzio e
Calderara, Apricale con Baiardo, Dolceacqua con Camporosso, Bagnasco con Massimino
(ASGE, Archivio Segreto, 2493 A, Lettere ministri Torino 1734 in 1736). SullOvadese si veda
il contributo di L. Giana in questo volume; per Pigna e Castelfranco cfr. M. Cassioli, Ai confini
occidentali della Liguria. Castel Vittorio dal medioevo alla Resistenza, Imperia 2006.
26. ASGE, Archivio Segreto, 205, Controversie per confini con lo Stato di Piemonte che ca-
dono sotto la mediazione della Francia (1726 in 1736).

201
luglio 1725 alcuni uomini di Triora devastarono i campi seminati di Pigna e
Buggio27.
Il 27 febbraio 1729 il Minor Consiglio deliber ufficialmente lavvio delle
trattative con il re di Sardegna nominando responsabile dei colloqui Giambat-
tista De Mari, gi a Torino in qualit di ministro, e il consultore Antonio Maria
Bottini28. Nove mesi dopo, la corte di Torino nomin i suoi commissari: un ri-
tardo quasi certamente dovuto ai vari accertamenti avviati dal re riguardo la le-
gittimit di talune pretese. Il 17 ottobre 1729 Vittorio Amedeo II invi al conte
Giovanni Giacomo Fontana29, suo ministro di stato e primo segretario della
guerra e allavvocato generale conte Orazio Vittorio Sclarandi Spada, la nomi-
na e le istruzioni per avviare la trattativa con glinviati genovesi30.
Le vertenze sulle quali i commissari liguri e piemontesi dovevano confron-
tarsi riguardavano due differenti tipologie di violazione. Per prima cosa dove-
vano essere giudicate le antiche vertenze gi esistenti tra le comunit genove-
si e quelle del Monferrato, del Piemonte, del contado di Nizza e del principa-
to dOneglia; in secondo luogo lattenzione doveva essere rivolta alle questio-
ni pi recenti relative ad alcune infrazioni territoriali commesse da ambo le
parti31.
Contrariamente a quanto stabilito dal Minor Consiglio per i suoi inviati,
Vittorio Amedeo non escluse dalle sue direttive la possibilit di trattare anche

27. ASTO Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, m. 3, Confini.


28. ASGE, Archivio Segreto, 2711, Istruzioni a ministri 1582-1798.
29. Giovanni Giacomo Fontana marchese di Cravanzana, nato a Mondov il 7 aprile del
1673, fu uno degli uomini scelti da Vittorio Amedeo II per riformare lo Stato e la sua ammini-
strazione. Nel 1709 fu nominato primo contadore dellUfficio generale del soldo ove si occupa-
va degli acquisti e delle forniture per le truppe sabaude. Nel 1728 lasci lincarico e fu nomina-
to primo segretario per la guerra, e due anni dopo ministro di stato, carica che mantenne fino al
1742 quando fu privato della Segretaria. Cfr. C. Morandini, Lanti-Ormea. Il marchese Fontana
di Cravanzana e limpresa al servizio dello Stato, in Nobilt e Stato in Piemonte, cit., pp. 427-
456.
30. ASTO, Corte, MPRE, Negoziazioni con Genova, m. 1, Confini, reg. 3: 1729 in 1732.
Registro dellIstruzione, e lettere di S.M. e del Ministro... Fontana e conte Sclarandi commissa-
ri deputati per la trattativa delladequamento de confini colla Repubblica di Genova stati effet-
tivamente terminati colla Convenzione delli 3 maggio 1735.
31. Ibidem. Altri incidenti scoppiarono nel febbraio del 1727 quando due particolari di
Ovada, insieme al messo di Rossiglione si portarono alla cascina di Antonio Rosca nel territorio
di Belforte Monferrato ed hanno proceduto ad atti esecutivi in odio di Giovanni Brusone mas-
saro di detta Cassina. Il 19 marzo 1728 il messo di Rivarolo accompagnato da quattro o cinque
altri genovesi si inoltr nel territorio di Casaleggio affiggendo proclami contro il vice intenden-
te piemontese Sicco. I contadini della comunit di Stella si portavano giornalmente a devastare i
boschi e il territorio di PontInvrea. Gli abitanti genovesi delle Capanne di Marcarolo si erano
con armi portati nella contrada del Pero e Moncalero confinanti con Casaleggio Monferrato ru-
bando tutte le fogliate degli abitanti di Casaleggio. Nel giungo del 1724 mentre i comunisti
di Lerma Monferrato raccoglievano lerba, trenta genovesi armati di fucile li attaccarono obbli-
gandoli a ritirarsi. Ho qui elencato alcuni fatti occorsi nel Monferrato ma ve ne sarebbero altri
nel contado di Nizza e in Piemonte.

202
le controversie che cadevano sotto larbitrato francese del 167332. Nelle istru-
zioni consegnate ai due commissari, infatti il re lasci intendere la possibilit
di esaminare in un secondo tempo la delicata questione di Ormea e delle
Viozene.
Prima di avanzare nuove proposte, per, la corte torinese doveva verificare
quali fossero le vere intenzioni della Repubblica di Genova e riconoscere gli
andamenti, e della forma pi, o meno cavillosa, et ostinata di negoziare del
marchese De Mari le vere intenzioni della Sua Repubblica, e quale probabilit
vi pu essere di riuscire, n nella terminazione33. Era chiaro che, qualora le
trattative fossero fallite, Vittorio Amedeo II voleva assolutamente svincolarsi
da ogni responsabilit mettendo cos in cattiva luce la Repubblica di Genova
agli occhi delle potenze straniere e in particolare della vicina Francia.
Successivamente a queste considerazioni di carattere politico, Vittorio
Amedeo pass ad esaminare la questione da un punto di vista pratico istruendo
i suoi ministri su come doveva essere condotta la trattativa. Per prima cosa la-
pertura ufficiale delle trattative doveva essere fatta a Torino rispettando un pro-
tocollo ben preciso. Il re consegn al Fontana e allavvocato Sclarandi Spada
unautorizzazione nella quale concedeva loro la plenipotenza per le trattative
con Genova34. Al momento dellincontro i deputati torinesi dovevano esigere
analogo documento dal marchese De Mari osservando che sia concepito nel-
la stessa forma ampia, et indefinita, comil nostro, e con titoli, che ci sono do-
vuti, cio di Maest, e quando non fosse tale farete instanza, che se ne procuri-
no un altro, e non passerete pi avanti nella trattativa, senza prima rendercene
conto35.
Dopo lavvenuta accettazione dei rispettivi pieni poteri il discorso avrebbe
dovuto spostarsi sui luoghi controversi. Di ciascuna vertenza i deputati regi do-
vevano portare con s un breve foglio riassuntivo nel quale erano delineati i

32. Poco tempo dopo la dettatura delle istruzioni per Giambattista De Mari il Minor
Consiglio comunic a Torino, con una lettera del 29 marzo 1729, che avrebbe autorizzato i suoi
inviati a trattare anche le questioni che cadevano sotto la mediazione francese del 1673: che i
medesimi potranno anche intendersi dello stato, in cui rimasto il convenuto con la Francia, ad
effetto di poter dare daccordo i passi opportuni allintiero adempimento, che non fosse ancora
seguito (ASGE, Giunta dei Confini, 80).
33. Il re nutriva qualche dubbio sulle reali intenzioni dei genovesi di risolvere le vertenze
confinarie. La diffidenza condisse il re a istruire il suoi commissari che in caso di poca since-
rit della Repubblica, e di suo allontanamento delle cose giuste, e ragionevoli, possa comparire
il suo torto, e possino restare sempre pi giustificate quelle misure ulteriori, che stimassero di
prendere (ASTO, Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, Confini, m. 1, fasc. 3).
34. Pienpotere di Sua Maest alli Conti Fontana, e Sclarandi Spada per trattare, e conveni-
re amichevolmente con il ministro, o ministri nominati dalla Repubblica di Genova, muniti de-
guale e sufficiente potere e facolt le vertenze insorte da qualche tempo tra gli Stati della Maest
Sua; e quelli della medesima Repubblica, e che sono indipendenti dal laudo della Francia del-
lanno 1673, e far e firmare gli atti e tutto ci chi al predetto effetto sar necessario, et opportu-
no, da Venaria, 17 ottobre 1729 (ibidem).
35. Ibidem.

203
punti salienti. Inoltre, il re ottenne il permesso della Repubblica di oltrepassa-
re, senza alcun timore, i confini al fine di agevolare il lavoro dei commissari e
deglingegneri cartografi36.
Vittorio Amedeo chiudeva infine le sue istruzioni con alcune raccomanda-
zioni di carattere generale:
Per altro quando anche, o non stimaste onon riusciste in detti progetti punto a punto, non la-
scerete perci di proseguire la trattazione per chiarire, et assodare la vera sussistenza delle
cose, e de fatti, conche si potr poi infine fare un progetto generale, che comprenda il tutto.
La situazione, in cui vi trovate dessere sempre portata di farci prevenire la relazione di
quello, chander succedendo, quandanche vi trovaste in giro, vi deve rendere tanto pi
esatti nelladempirlo, et havrete anche campo daspettare le nostre intenzioni, salvo che
succedesse cosa, che non ammettesse dilazione, il che non vediamo probabile. Le confe-
renze devono tenersi in casa Vostra, ma in progresso non havrete difficolt di tenerne di
quando in quando nella casa dove sar alloggiato il marchese De Mari, massime quando
havrete a portargli qualche instanza, qualche risposta. Ove per occoresse firmare unita-
mente qualche scrittura, dovrete sempre avere il primo luogo, i deputati della Repubblica
dovendo firmare doppo di Voi nella stessa linea. Dovete tenere un protocollo fedele, ed
esatto di tutte le conferenze, e di tutti gli atti, che si faranno e generalmente di tutta la serie
del Vostro negoziato. Avrete attenzione chil marchese De Mari trovi n nostri Stati tutte
quelle commodit, che si potranno havere37.

Le istruzioni del re sardo relativamente al luogo delle trattative e alla con-


cessione della plenipotenza aglinviati, suscitarono alcune perplessit in seno
ai Collegi. Il 25 ottobre 1729 il governo inviava una lettera al De Mari nella
quale esprimeva molti dubbi circa la riuscita di questi incontri. In primo luogo
il governo genovese obiettava riguardo la sede prescelta per i colloqui prelimi-
nari38. Perch proprio a Torino? Non sarebbe stato meglio eleggere un luogo
terzo in modo da evitare pressioni ambientali ai deputati genovesi? In se-
conda battuta i Collegi mossero qualche critica circa la concessione di pleni-
potenza ad un ministro, pratica non usuale nel governo Repubblicano. I dubbi
sulla licenza dei pieni poteri ai deputati offriva al governo genovese loccasio-
ne per ricordare al marchese del Borgo che veramente ne trattati, ove si dan-
no plenipotenze si solito anche scegliere i luoghi terzi farle, e che ben puon
vedere quei ministri, quali ne parlerete, la differenza tra plenipotenza e pleni-
potenza, in vista desser una parte sempre allorecchio del suo principe, e po-
terne avere gli oracoli da un momento allaltro, e laltra [Genova] lontana da
non poterne egualmente operare con la soddisfazione, che suo principe sia pri-
ma inteso di ci che opera39.

36. Quando le cognizioni che shavranno a prendere o le istanze del marchese De Mari per
le prove chhavr a fare portassero dentrare nel dominio della Repubblica, non havrete diffi-
colt di farlo, e di trattenervici sino a che ve ne sar bisogno (ibidem).
37. Ibidem.
38. Lettera del governo a De Mari del 25 ottobre 1729 (ASGE, Archivio Segreto, 2490 B,
Lettere ministri Torino 1729-1731).
39. Ibidem.

204
La corte di Torino, al fine di evitare un prematuro scioglimento delle tratta-
tive rimetteva una cordiale, ma ferma replica al governo genovese. La sede di
Torino era stata scelta principalmente perch il conte Fontana, ricoprendo lin-
carico di primo segretario della guerra, non avrebbe potuto allontanarsi dalla
capitale. In secondo luogo la sede torinese facilitava lo stesso De Mari il quale,
trovandosi gi sul posto, avrebbe evitato dispendiosi e lunghi spostamenti. Per
quanto concerneva le obiezioni mosse dai Collegi sulla concessione della ple-
nipotenza ai propri portavoce, gli archivisti di corte sabaudi raccolsero nume-
rosi documenti nei quali dimostravano che in epoche precedenti la Repubblica
aveva gi concesso senza alcun intoppo simili poteri ai suoi ministri40.
Il primo incontro tra le due delegazioni avvenne il 20 ottobre 1729. Il mar-
chese De Mari consegn al marchese Fontana una lettera nella quale il Minor
Consiglio lo autorizzava a discorrere e concertare sopra ogni questione con
la corte torinese41. La formula adottata dal governo genovese non soddisfaceva
per le aspettative del conte Fontana, il quale rimand il colloquio richiedendo
un documento identico a quello rilasciatogli dalla sua Segreteria. Finalmente,
dopo varie esitazioni, il 9 dicembre 1729 il Minor Consiglio decideva di con-
cedere la plenipotenza al marchese De Mari. Il governo aveva infatti intuito il
pericolo che correva se la trattativa fosse caduta a causa di inutili cavilli proce-
durali. Nella comunicazione recapitata a De Mari i patrizi genovesi ribadirono
subito le loro buone intenzioni nei confronti del sovrano, desiderando noi [il
governo] veramente ed efficacemente di dare tutta la mano che si renda pro-
ficuo cotesto vostro trattato affine di levare i torbidi, et inquietudini de rispet-
tivi popoli42. Una volta consegnate le plenipotenze e accettate le condizioni

40. Secondo i documenti prodotti dagli archivisti di corte, gi in diverse occasioni la


Repubblica di Genova aveva concesso delle plenipotenze a dei suoi inviati. Era il caso del tratta-
to di lega offensiva e difensiva del 7 novembre 1381 stretto tra il duca Amedeo di Savoia e la
Repubblica per la reciproca difesa contro la Lombardia: vedendosi in quel trattato che li mini-
stri del conte di Savoia furono provvisti per convenire dun mandato speciale rogato da un nota-
ro pubblico per parte del suddetto conte, e che allincontro li ministri di detta Repubblica furono
anche provvisti di simil mandato speciale parimente contenuto in un instrumento pubblico.
Successivi furono le plenipotenze rilasciate il 23 maggio 1509 nel trattato di pace tra il duca
Carlo III e la Repubblica di Genova... circa le differenze della Turbia... Il 7 giugno 1631 si ri-
mette anche una copia del pienpotere della Repubblica di Genova a Giovan Francesco
Lomellino ambasciatore di Genova in Spagna in ordine del negozio di Zuccarello. Infine gli ar-
chivisti torinesi citarono la ratifica della pace del 1673 e le copie del trattato di cessione del mar-
chesato di Finale del 1713 nei quali in entrambi i casi i ministri genovesi avevano ottenuto ple-
nipotenze (1729, 17 ottobre, Istruzione e Pienpotere originale di S.M. alli signori marchese
Fontana e conte Sclarandi commissari deputati per trattare ladequamento de Confini colla
Repubblica di Genova..., ASTO Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, Confini, m. 1, reg. 2).
41. Ivi, m. 2, Confini.
42. Il governo comunic a De Mari la plenipotenza e anche lintenzione di allargare logget-
to della trattativa a tutte le controversie, comprese quelle che cadevano sotto la mediazione del-
la Francia: siamo concorsi, come gi vi avvisammo, allampliazione del trattato alle altre prati-
che espresse da cotesti deputati, anche in circostanza di non aver noi informazione positiva di
esse, e a darvi una plenipotenza conchiudere insolita, e straordinaria nel nostro sistema di go-

205
preliminari, non rimaneva che eleggere glingegneri cartografi per iniziare al
pi presto le misurazioni topografiche nei luoghi oggetto delle dispute.

3. Il lavoro sul campo: commissari e ingegneri topografi nel


Monferrato: 1730-1734
Lo stesso anno in cui la Repubblica e il regno di Sardegna eleggevano i ri-
spettivi deputati, il capitano ingegnere Gaetano Lorenzo Tallone43 e lingegne-
re di Sua Maest maggiore Willencourt44 ricevevano lincarico di procedere ai
primi rilevamenti per formare i tipi dei terreni contesi.
Nel luglio del 1730 i due cartografi, accompagnati da alcuni commissari e da
uno sparuto seguito di aiutanti, partirono alla volta di Lerma, nel Monferrato,
luogo prescelto per cominciare le prime valutazioni morfologiche del terreno.
Una volta giunti a destinazione gli ingegneri cominciavano il complesso lavoro
di tracciamento del suolo per il quale era sovente richiesto lausilio di alcuni
indicanti o informanti, vale a dire persone del luogo che volontariamente
aiutavano glingegneri a riconoscere i termini divisori tra paese e paese45. Il la-
voro di Tallone e Willencourt non poteva prescindere dallaiuto di questi perso-
naggi: verificare laccordo tra le nuove e le vecchie descrizioni dei confini pote-

verno, onde ci lusinghiamo, che questa prova di condiscendenza debba avere gran forza presso
cotesta Corte vieppi credere alla sincerit, con cui venimmo a proporre il detto trattato ami-
cabile. Lettera a De Mari, 9 dicembre 1729 (ASGE, Archivio Segreto, 2490 B, Lettere ministri
Torino 1729-1731).
43. A partire dal 1690 nel ruolo degli stipendiati [dellesercito della Repubblica di
Genova] fu compreso in pianta stabile un ingegnere (il primo fu il bresciano Giovanni
Bassignani), talvolta coadiuvato da un sotto ingegnere. Altri ingegneri militari cumulavano
questa qualifica con altri incarichi (i cartografi Panfilio e Matteo Vinzoni erano iscritti nel ruolo
come stipendiati per le milizie di Levanto) oppure non erano neppure compresi nel ruolo,
lavorando alle dipendenze della Giunta dei Confini o di altri Magistrati. Solo nel 1756 Flobert
propose listituzione di un vero corpo deglingegneri, con una propria struttura gerarchica... ma
ebbe solo unattuazione parziale. Cfr. P. Giacomone Piana-R. Dellepiane, Militarium, Genova
2004, p. 73. Sulla cartografia in Liguria in et moderna cfr. P. Pescarmona, Note e documenti sul
corpo degli ingegneri militari a Genova a met del Settecento, in Studi in memoria di teofilo
Ossian De Negri,Genova 1986, III; L.C. Forti, Fortificazioni e ingegneri militari in Liguria
(1684-1814), Genova 1992; M. Quaini, Per la storia della cartografia a Genova e in Liguria.
Formazione e ruolo deglingegneri-geografi nella vita della Repubblica (1656-1717), in Atti
della Societ Ligure di Storia Patria, 98 (1984), pp. 217-266.
44. Nel regno di Sardegna la qualifica di ingegnere militare assunse un carattere ufficiale
solo nel primo ventennio del Settecento. Cfr. I. Massab Ricci, M. Carassi, Amministrazione
dello spazio statale e cartografia nello spazio sabaudo, in Cartografia e Istituzioni in et mo-
derna, cit., I, pp. 282-283. Si vedano inoltre di C. Brayda, L. Coli, D. Sesia, Lattivit degli
Ingegneri e architetti del Sei e Settecento in Piemonte, in Atti e Rassegna Tecnica della Societ
Ingegneri e Architetti di Torino, 3 (1963); E. Mongiano, La delimitazione dei confini dello
Stato: attivit diplomatica e produzione cartografica nei territori sabaudi (1713-1798), in
Studi Piemontesi, XX, n. 1 (1991).
45. Cfr. E. Grendi, La pratica dei confini fra comunit e stati, cit., p. 139.

206
va infatti essere problematico, cos come era difficoltosa lindividuazione dei
vecchi termini divisori, frequentemente rimossi di soppiatto dai contadini46.
Oltre a questo, per verificare la veridicit delle testimonianze locali, i cartografi
trascorrevano molto tempo negli archivi parrocchiali alla ricerca di documenti,
carte e vecchie mappe che confermassero o confutassero la parola dei villani li-
guri o piemontesi47. Come veniva effettuata una rilevazione topografica48?
L8 luglio 1731 i commissari genovesi stilarono una Proposizione di rego-
lamento da osservarsi fra rispettivi ingegneri nella levata dei piani che forma-
no il soggetto della trattativa amicabile49. Il progetto, approvato poco dopo la
sua presentazione, prescriveva a Tallone e Willencourt di essere oltremodo
scrupolosi nella misurazione del terreno. Essi dovevano prendere nota non solo
dei nomi delle regioni ma anche dei monti, ritani, strade ed altro che vi si tro-
vassero in tal sito50. Nella redazione del tipo dovevano poi distinguere le pro-
priet private da quelle comunali indicando se in quei luoghi eran solite pa-
garsi per essi taglie, come anche ove subiscansi li carrichi personali da coloro,
che fossero attuali abitanti in detti siti51. Ogni ingegnere doveva misurare i siti
per proprio conto confrontando successivamente i dati raccolti con la contro-
parte in modo da evitare inutili contestazioni52.

46. Un caso esemplare quanto accadde tra Sassello e Ponzone nel 1730. Tra le varie contro-
versie che opponevano i due paesi, una riguardava proprio lamozione di termini divisori: Delle
tre controversie promosse per parte di Ponzone con Sassello, alla prima che riguarda la pretesa
ammozione, trasporto, e altra innovazione de termini divisori de due finaggi, si risponde per par-
te di Sassello: che niente meglio si pu accertare la verit sovra di questa, se non per loculare lo-
cale ricognizione e confronto con listessa terminazione, che in contrario si allega del 1609 fatta
dal conte Carretto delegato Cesareo, e dal senatore Crova delegato del duca di Mantova...E ci sa-
rebbe a farsi mediante la concorde diputazione per ambe le parti di persone savie, e pratiche qua-
li assieme potessero, e dovessero ristabilire ne rispettivi luoghi quei termini che ritrovassero
mancanti, smossi, trasportati, o in altro modo variati dallo stato prescritto nella predetta termina-
zione del 1609 (Relazione del Magnifico Consultore Galea nelle pratiche per Sassello con
Ponzone, ASGE, Giunta dei Confini, 79, Adeguamento de confini tra la Repubblica di Genova e
S.M. il Re di Sardegna, Monferrato, Ponzone con Sassello 1729 in 1736).
47. La lettura immaginaria dei confini che seguiva segni naturali raccordati da termini fisi-
ci di pi pietre disposte in modo da indicarne lorientamento, era resa confusa dalla pi o meno
volontaria babele toponomica: una rocca, un bosco, un torrente potevano essere diversamente
nominati dalle comunit confinanti (E. Grendi, La pratica dei confini, cit., p. 139).
48. Sulle complesse tecniche di misurazione e la loro evoluzione cfr. C. Maccagni,
Evoluzione delle procedure di rilevamento: fondamenti matematici e strumentazione, in
Cartografia e Istituzioni, cit., 1, pp. 45-57.
49. ASTO, Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, Confini, m. 1, reg. 1, 1727 in 1737, Fogli
originali rimessi da Commissari Genovesi in occasione della trattativa per ladequamento de
confini.
50. Ibidem.
51. Ibidem.
52. Al punto 4 veniva specificato che nel caso che per alcuna apparenza o misura non con-
venissero glingegneri fra di loro non dovr frapporsi alcuna difficolt alluso di quelle osserva-
zioni o isperimenti propri della loro professione che da alcuno di essi proposti per accertare,
come devesi, la verit (ibidem).

207
Misurare lestensione di una propriet privata o comunale poteva rilevarsi
unoperazione molto pericolosa: la presenza di cartografi, militari e notabili in-
viati dal governo era percepita dagli abitanti della comunit come unintrusio-
ne nei loro affari. Cos, malgrado le trattative del 1730 si svolgessero in forma
ufficiale, i cartografi dovettero spesso ricorrere a dei travestimenti cos da ren-
dere pi discreta la loro presenza. Ad esempio, il 27 luglio 1730, il capitano
Gaetano Lorenzo Tallone durante un rilevamento ai piani dellIsorella e a
Pizzo di Gallo, fu costretto a nascondersi dagli abitanti della vicina Tagliolo:
Il giorno poi del scorso luned ad effetto di presentare le cognizioni necessarie per la diffe-
renza vertente fra Rossiglione, e Belforte in compagnia di detto capitan ingegnere [Tallone]
mi portai sul luogo controverso, e siccome buona parte de siti pretesi da Rossiglione sono
in hoggi pacificamente posseduti dagli uomini di Tagliolo, cos essendo necessario inol-
trarsi in quel territorio procurai di ci eseguire con la minore apparenza, non avendo meco
altra scorta che di dieci, in dodici uomini, che distribuiti sotto finta di caccia, su le pi emi-
nenti venute, potessero avvisarci allora quando avessero scoperta gente di Tagliolo alla no-
stra volta53.

evidente che la presenza di Tallone e del suo seguito aveva acceso lani-
mosit dei proprietari di Tagliolo i quali organizzarono ronde armate e turni di
guardia ai limiti dei loro poderi54.
Nellautunno 1730 lingegnere Willencourt aveva ormai ultimato i rilievi di
Lerma, Casaleggio e Polcevera. Non rimaneva che sottoporli allesame dei
commissari genovesi i quali, dopo aver attentamente esaminate le carte, mos-
sero subito le prime obbiezioni a proposito di due termini divisori, a loro avvi-
so non regolari55. Le opposizioni di De Mari e Bottini rischiavano di causare
un pesante ritardo al prosieguo delle operazioni ed inoltre, con lavvicinarsi
della stagione invernale non sarebbe stato pi possibile continuare le misura-
zioni. Era forse una subdola azione per ostacolare il regolare svolgimento del-
le trattative?
Il 13 ottobre lavvocato Sclarandi Spada e il conte Fontana indirizzarono
una lettera al marchese Ignazio Solaro del Borgo dove esprimevano il loro di-
sappunto a proposito dei comportamento dei genovesi:
Essendosi destinata la cedente settimana per discorrere sovra le pendenze de confini con
questo Stato di Monferrato, in vista di riconoscere pi apertamente le dispositioni de si-

53. Lettera anonima indirizzata alla Giunta dei Confini il 27 luglio 1730 (ASGE, Giunta dei
Confini, 77, Adeguamento de confini tra la Repubblica e S.M. il Re di Sardegna, Monferrato,
Belforte con Ovada 1729 in 1736).
54. Lettera del 27 luglio 1730 di Carlo Pezenete: devo dirle, che questi paesani continua-
mente, giorno e notte, fanno la loro guardia ne boschi, a confini. Oltre a questo fu consigliato
a Tallone di tenersi lontano dalla zona se non voleva prendersi qualche archibuggiata (ibi-
dem).
55. Lettera del Fontana al re da Belforte, 15 settembre 1730, ASTO, Corte, MPRE,
Negoziazioni, Genova, m. 2, Confini, fasc. 1.

208
gnori genovesi alla terminazione desse, lunica loro mira di portar in longo questi affari,
ma non gi di terminarli56.

I rappresentanti genovesi si dichiaravano contrari non solo alla sottoscrizio-


ne dei tipi inerenti a Lerma e Casaleggio, ma anche a quelli di Belforte, Ovada
e Rossiglione superiore. De Mari e Bottini motivarono il loro rifiuto adducen-
do sospette irregolarit di ordine procedurale poich, non essendo presenti al
momento della rilevazione del terreno, dubitavano della buona fede dei pie-
montesi57. Mentre i delegati dei due Stati si rimbeccavano, a Torino accadeva
qualcosa di realmente importante.
Il 3 settembre 1730 Vittorio Amedeo II abdicava a favore del figlio Carlo
Emanuele. La notizia turb anche il conte Fontana, giacch temeva che il nuo-
vo sovrano non avrebbe seguito le direttive del padre procrastinando i progetti
di perequazione con la Repubblica genovese. Viceversa i deputati genovesi si
auguravano che questo cambio al vertice della monarchia sabauda avrebbe
concesso un po di respiro alle frenetiche negoziazioni in corso.
Le angosce del conte Fontana e di Sclarandi Spada furono immediatamente
smentite, il 6 settembre 1730, da una missiva firmata dal nuovo re Carlo
Emanuele III:
Havendo il re mio signore e padre voluta eseguire la grande magnanima risolutione gi da
qualche tempo stabilita di rinunciar alla corona e a tutti li suoi domini, fu la medesima ef-
fettuata la domenica scorsa colla stipulazione dellatto di detta rinuncia, e luned egli par-
tito per portarsi al castello di Ciamberi, ove ha determinato di fare il suo soggiorno, e con
una vita particolare, e quieto pensare unicamente agli interessi dellanima. Habbiamo dun-
que assonto il Governo, e ve ne habbiamo voluto tenere intesi, con dirvi, chessendo mente
nostra, che continuiate al proseguimento dellincombenza appoggiatavi per i noti affari di
Genova, circa i quali siamo ne i stessi principi del re mio padre, vi confermiamo perci tut-
ti gli ordini, e le istruzioni che havete da lui58.

Carlo Emanuele III confermava dunque lincarico al conte Fontana e allav-


vocato Sclarandi Spada rispettando cos le volont del padre. Nella lettera il re
metteva in guardia i suoi deputati sul fatto che i genovesi avrebbero sperato di
trarre qualche vantaggio da questo improvviso cambiamento e che non men-
dicassero da questo avvenimento un pretesto per sospenderle [le trattative],
con dire che non siete voi, et il conte Sclarandi autorizzati da noi59.

56. Fontana al marchese del Borgo, da Pontinvrea, 13 ottobre 1730. (ibidem).


57. Le trattative nel Monferrato si interruppero anche a causa di un incidente occorso tra la
comunit di Stella e quella di Pontinvrea. Il 21 ottobre 1730 il conte Fontana comunic al re che
avrebbe dovuto recarsi in tutta fretta a Pontinvrea giacch continuando i Stellardi a devastare i
boschi spettanti al feudo di Pontinvrea... ed minacciare li particolari desso, che possedono ca-
stagnetti da quella parte a non dover raccogliere i frutti in essi pendenti, ebbero perci li mede-
simi raccorso a noi perch se glapportasse qualche riparo (Fontana al re da Bagnasco, 21 otto-
bre 1730, ibidem).
58. Carlo Emanuele III al Fontana e a Sclarandi da Rivoli, 6 settembre 1730 (ivi, m. 1., fasc. 3).
59. Ibidem.

209
Pochi giorni dopo il re invi unaltra lettera al conte Fontana, lamentandosi
della lentezza con la quale procedevano i lavori. Anche il re intu cha la colpa
era da imputarsi ai genovesi i quali, con il loro comportamento ambiguo, sem-
brava volessero procrastinare di proposito la conclusione del trattato. Lidea
iniziale presentata daglinviati liguri di esaminare singolarmente ogni singola
controversia pensava il re era sicuramente buona, ma poteva causare inuti-
li lungaggini, facendo naufragare del tutto il progetto di perequazione60.
Il 25 febbraio 1731 il conte Fontana inviava al sovrano una lunga relazione
nella quale illustrava quali fossero, a suo parere, i veri motivi che determinava-
no continui incidenti ai confini tra il Monferrato e il Genovesato61. Secondo
lopinione espressa dal conte tra le diverse cause dincidenti una era dovuta al
fatto che numerosi patrizi genovesi acquisivano beni e terreni allinterno dello
stato sabaudo concentrando le loro spese proprio nel Monferrato62. Questa po-
litica espansionistica era altres favorita dalla presenza nelle terre monferri-
ne di varie famiglie nobili genovesi le quali, malgrado fossero soggette alla
giurisdizione piemontese, avevano per principale obietto lingrandimento

60. Il re al Fontana da Rivoli, 13 settembre 1730: Ci preme veder chiaro in questi affari e
nelle vere intenzioni della Repubblica per prendere poscia quelle determinazioni, che stimeremo
pi opportune coheremtemente alle nostre ragioni. Se la proposizione di finire in questa campa-
gna colle nostre convenienze tutte le pendenze del Monferrato; siccome queste sono le pi nu-
merose, e le pi essenziali, cos vi si potrebbe dare la mano. Ma essendo probabile che questa
idea per parte de genovesi sia artificiosa, cos quando continuo n i loro affrettati, et irragione-
voli diffugij, direte francamente, che non vogliamo pi restarvi esposti, e che anzi vogliamo as-
solutamente uscire in una forma, o nellaltra da questi affari. Che per terminarli di buon accordo,
uno dei mezzi pi necessari si di profittare della buona stagione...Ma che quando persistino a
voler lasciar correre la buona stagione, e con questarte, o altra consimile lasciar questaffare
della visita, e de tipi imperfetto, per rimandare lultimazione ad un altranno tenete ordine di
continuare voi soli le visite, et i tipi, e rendercene un giusto conto ad effetto che in vista delle no-
stre ragioni, possiamo prendere, come faremo quelle misure, che stimeremo proprie, ed infatti vi
lasciamo in libert di proseguire voi soli le dette visite e tipi (ibidem).
61. Relazione che il conte Fontana umiglia a S.M... alloccasione della visita dal medesimo
fatta unitamente al conte et avvocato generale Sclarandi per le pendenze vertenti a causa de
confini con la Repubblica di Genova, ivi, m. 2, Confini, reg. 3, Registro Lettere concernente le
pendenze co genovesi per fatto di confini, 30 maggio 1729-8 dicembre 1731.
62. I principali patrizi genovesi titolari di feudi nel Monferrato e quindi vassalli del re di
Sardegna erano: Stefano Emanuele Cattaneo per Belforte; Luca Ottavio Ristori per Casaleggio;
Domenico Grillo, Filippo Gentile per Cassinelle; Maria Brigida Spinola Gentile per Cassinelle e
Molare; Vittoria Spinola Grillo per Lerma; Filippo Lerra per Mornese; Caterina Imperiale
Leriana Pallavicino per Monbaruzzo, Quaranti e Casalotto; Giovanni Battista e Pietro Luca
Spinola per Trisobbio; Giacinto Spinola per Prasco; Francesco Vittorio Gandolfi per Ricaldone;
Giuseppe Maria Serra per Strevi; Giovanni Battista Centurione e Carlo suo primogenito per
Morsasco; Domenico e Antonio Giovanni Stefano, Francesco ed Angelo Oberti dei signori da
Passano per Occimiano. ASTO, Corte, MPRE, Negoziazioni con Genova, m. 6, fasc. 16, 1733.
25 ottobre, Istruzione di S.M. al cavaglier Castelli per rissiedere in Genova allinterno della
quale vi una Nota de cavalieri genovesi vassalli di S.M. Altre notizie sono reperibili in F.
Guasco, Dizionario feudale degli antichi stati Sardi e della Lombardia (dallepoca carolingia ai
giorni nostri 774-1909), Pinerolo 1911.

210
della loro Repubblica63. A quali rimedi poteva ricorrere il re per eliminare
queste pericolose enclaves genovesi nel suo territorio?
Il conte Fontana richiam lattenzione del sovrano su alcuni articoli delle
Regie Costituzioni i quali prevedevano che nessun forestiero potesse acquista-
re beni o terreni che fossero in vicinanza di due miglia verso i confini, sotto
pena della confiscatione dessi64. Come se non bastasse veniva proibito agli
abitanti delle terre liminari di vendere, affittare o dare in pegno delle propriet
a qualsivoglia forestiero, pena una multa di venticinque scudi doro. Bench la
legge fosse chiara, i metodi per eluderla erano molti, occorreva dunque che le
comunit di confine tornassero ad essere il primo baluardo di difesa contro
linfiltrazione genovese in Piemonte65. Per rendere questo possibile ciascuna
comunit doveva in primo luogo rinnovare i propri catasti descrivendo accura-
tamente ogni bene e le loro coherenze, con che saccerterebbe in ogni tempo
la pertinenza, e quantit de beni spettanti ad ognuno, e si toglierebbe ogni pe-
ricolo di maggior pregiudicio in avvenire66. La mancata conoscenza del pro-
prio territorio rappresentava infatti il maggior pericolo per una comunit di
confine; non sapere dove si trovavano i propri limiti territoriali causava frain-
tendimenti e lasciava mano libera ad appropriazioni indebite.
Per aiutare le comunit era quindi auspicabile inviare dei geometri pie-
montesi che in oggi sono in buon numero nel paese, e quali servendosi della ta-
vola pretoriana hanno tutta la facilit nel levare le mappe, de quali ne risulta la
figura, quantit, e qualit de beni ad ognuno spettanti67. Le proposte avanza-
te dal conte Fontana non avevano nulla di nuovo; egli stesso non manc di ri-
cordare a Carlo Emanuele III come le cose andassero meglio quando le comu-
nit erano obbligate a visitare annualmente i loro confini e a trasmettere gli
atti dellispezione agli uffici delle intendenze o alla prefettura della provin-
cia68. Tale pratica venne malauguratamente interrotta poich le intendenze ces-

63. Registro Lettere concernente le pendenze co genovesi per fatto di confini, cit., ASTO,
Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, m. 2, Confini, reg. 3.
64. Nel gennaio del 1620 Ferdinando Gonzaga duca del Monferrato eman una legge simile
con la quale fu proibito a sudditi il vendere, dare in dote, donare, o in altra forma allienare tra
vivi, o per ultima volont sorte alcuna di beni immobili concentrici o confinitimi di detto stato,
n disporre dalcun censo, od annuo reddito, o dellusufrutto dessi beni, ne cedere o trasferire
raggione alcuna a forastieri non abitanti, non sudditi sotto pena della perdita de beni, e raggioni
contratate, applicabili ipso jure al fisco, proibendo altres a forestieri dacquistare o succedere al
possesso de beni nel Monferrato tutti coloro, quali non abitano n abiteranno in esso (ibidem).
Sul provvedimento cfr. B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco. Istituzioni ed lites di un mi-
cro-Stato (1536-1708), Firenze 2003, p. 281.
65. La prima legge di questo tipo per la Repubblica di Genova fu varata appena nel 1752.
66. ASTO, Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, m. 2, Confini, reg. 3.
67. Ibidem.
68. Sarebbe pure opportuno obbligare le communit finitime di ripigigliare la pratica che
gi alcune di quelle del Monferrato avevano di procedere in cadaun anno alla visita di detti con-
fini, per riconoscere se sij seguita variazione de termini in pregiudicio della sovrana giurisdi-
zione (ibidem).

211
sarono di indennizzare con un piccolo esborso di denaro il lavoro svolto da-
gli agrimensori e di conseguenza pochi erano li particolari de luoghi quali
siino pratici de loro confini, per esserli a causa suddetta mancata loccasion
dandarli a riconoscere con danno pubblico, quale si render sempre maggiore
ogni qual volta non si apporti sufficiente rimedio69. Gli accorgimenti ai quali
rimandava il conte Fontana risalivano al progetto di perequazione fiscale av-
viato da Vittorio Amedeo II nei primi anni del suo regno. Nel 1716 gli inten-
denti provinciali ricevevano lincarico di riferire il valore di ciascun appezza-
mento di terra presente nei loro distretti e di assumere diversi agrimensori per
procedere alla misurazione di ogni palmo di terreno70. Il progetto amedeano
sub in seguito numerose battute darresto causate dalla guerra e dalle forti
pressioni politiche esercitate dalla nobilt locale71.
Il secondo rimedio proposto dal conte Fontana era il riacquisto dei feudi ce-
duti ai genovesi, da attuarsi tramite un congruo indennizzo a favore dei pro-
prietari. Lesborso di denaro sarebbe stato molto gravoso, ci nondimeno il re
sarebbe rientrato in possesso di importanti fette di territorio confinario. Tale
operazione non era per di facile esecuzione anche perch i vassalli genovesi
non avrebbero ceduto facilmente i loro possedimenti monferrini per la sempli-
ce ragione che la maggior parte di detti vassalli antepongono i vantaggi della
Repubblica a quelli del signore diretto del feudo [il re di Sardegna]72. Il se-
questro forzoso dei feudi era da escludersi poich avrebbe causato incidenti se
non addirittura una guerra; lunica cosa che il sovrano poteva fare era quella di
esigere dai vassalli liguri la presentazione dei titoli primordiali di possesso.
Da questi titoli i giuristi di sua maest potevano conoscere il vero stato, e na-
tura de feudi medesimi, ed inci che possino i vassalli avere ecceduto, anzi si
crede che col mezzo dessi alcune delle pendenze per fatto de confini potesse-
ro pi facilmente venir liquidate in vantaggio della sovrana giurisdizione73.

69. La relazione del conte Fontana suggerisce una riflessione su quanto accadeva nella vici-
na Repubblica di Genova; non abbiamo infatti alcuna relazione o prescrizione del governo su
questa materia. Edoardo Grendi non ha dubbi circa la conoscenza che i contadini liguri avevano
del proprio territorio e afferma che essi avevano piena consapevolezza del rapporto fra territorio
e sovranit. Coloro che pi conoscevano i confini appartenevano a gruppi specifici come mulat-
tieri e pastori, ma anche legnaioli e carbonai (E. Grendi, La pratica dei confini, cit., p. 138).
70. Le istruzioni su come procedere al rilevamento del terreno si trovano in ASTO, Corte,
MPRE, Negoziazioni, Genova, m. 2, Confini, reg. 3, Istruzione al giudice, podest o sindaci del-
la comunit di... per procedere alla visita de confini e termini che servono di divisione con le
comunit e terre dalieno dominio ad essa confinanti.
71. Leditto di perequazione fu firmato da Carlo Emanuele III il 5 maggio 1731. Cfr. G.
Symcox, Let di Vittorio Amedeo II, in P. Merlin, C. Rosso, G. Symcox, G. Ricuperati, Il
Piemonte sabaudo. Stato e territori in et moderna, Torino 1994, pp. 406-407; A. Merlotti,
Lenigma della nobilt. Stato e ceti dirigenti nel Piemonte del Settecento, Firenze 2000, pp. 74,
192-199.
72. ASTO, Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, m. 2, Confni, reg. 3.
73. Ibidem.

212
Alcune comunit della Repubblica e del regno sardo godevano di antiche
concessioni relative alluso comune di boschi per tagliare la legna e di campi
per pascolare il bestiame74. Secondo il rapporto del conte Fontana alcuni sud-
diti genovesi invalidavano dolosamente tali consuetudini, sfruttando oltremodo
i terreni e imponendo gabelle e dazi sul passaggio di uomini e bestie75. A que-
sti torti si aggiungeva la legge secondo la quale agli abitanti delle comunit li-
guri limitrofe a quelle del regno era concesso il libero porto darmi per difen-
dere i confini del proprio territorio. Questa consuetudine, non in uso sul suolo
regio, preoccupava i sudditi piemontesi i quali da tempo reclamavano a gran
voce un eguale autorizzazione, cos da potersi difendere ad armi pari dalle
scorribande genovesi76.
Un altro problema turbava il ministro: alcuni ricchi proprietari della
Repubblica concedevano prestiti in denaro ai contadini del vicino Monferrato.
Al momento di estinguere il debito i poveri contadini piemontesi non erano di
rado in grado di sborsare il denaro dovuto, e dunque ai genovesi non restava
che rifarsi sulle loro propriet assicurandosi facilmente cospicui appezzamenti
di terreno della provincia monferrina. A ci si aggiungeva lannosa questione
relativa alla fornitura del sale alle comunit del Monferrato e delle Langhe che,
ogni qual volta si verificavano incidenti tra i due Stati, diventava sempre pi
problematica77.

74. Ad esempio la controversie che vedeva opposte Ponzone e Sassello oppure Pareto e
Pontinvrea con la comunit della Stella per il reciproco uso di fare legna e pascolare gli animali.
Sino al tempo dalli ultimi disturbi scorsi nellautunno del 1728, stato sempre pacifico il pro-
miscuo uso dei pascoli senza alcun reciproco aggravio, solo che i Stellardi ne volevano pernot-
tare col loro bestiame sul territorio di Ponte e Pareto, venivano secondo il consueto obbligati a
fare la consegna de loro greggi con ritirarne il giustificato, che loro si consentiva senza alcuna
spesa, e come che spesse volte solevano trattenersi pi mesi a detti pascoli, erano parimente ob-
bligati a pagare il datio della ritrazione per li formaggi, e lane fabbricate e tagliate nel territorio
di Monferrato, quando volevano condurle nel loro paese, come anche per li allievi loro nati in
detto territorio, pagamento, che non sembra ponto contrato alla conventione gi mentovata
(ASGE, Archivio Segreto, 2493 A, Lettere ministri Torino 1734-1736, reg. 1, Lettere scritte ai
Serenissimi Collegi dal signor inviato De Mari in Torino dalli 9 genaro sino a 25 settembre
1734, Relazione dei Magnifici Consultori).
75. Li genovesi non osservano per la loro parte quelle concessioni ne capi che sono van-
taggiosi a sudditi di S.M., come appunto accade alla Briga, contado di Nizza, li particolari di
quale vengono obbligati al pagamento del dacito andando con loro bestiami a Triora, tutto che
alla mente della convenzione delli 28 giugno 1435, ne sijno espressamente dichiarati esenti; il
simile praticando Ventimiglia e Camporosso con li sudditi del marchesato di Dolceacqua
(ASTO, Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, Confini, m. 2, reg. 3).
76. Anche in questo caso il conte Fontana si rifaceva ad una legge gi esistente. Il 2 ottobre
1663 il duca del Monferrato Carlo II concesse ai suoi sudditi la libert di portare armi acci po-
tessero invigilare, e non permettessero pregiudicio di sorte alcuna alla sovrana autorit, et a con-
fini, commandando perci che li sudditi de rispettivi luoghi si prestassero la mano gluni con
glaltri, per impedire tutte le violenze, et attentati che potessero a loro danno essere commessi
(ibidem).
77. Ne tempi del governo di Mantova le gabelle del Monferrato prendevano il sale da ge-

213
Al 22 settembre 1731 le aree del Monferrato che restavano da rilevare era-
no tre: Molare con Rossiglione inferiore, labbazia di Tiglieto e Ponzone con
Sassello78.
Linsigne abbazia di Santa Maria del Tiglieto, fondata dai monaci cister-
censi e dipendente dalla diocesi dAcqui, era circondata da vasti appezzamen-
ti di terreno. Il papa Innocenzo X nel XVII secolo aveva conferito il titolo di
abate al cardinale Lorenzo Raggi, reputato pi adatto a risollevare le sorti del-
la badia. Probabilmente le floride condizioni economiche di Lorenzo Raggi
costituivano una sicura garanzia per il papa. Il cardinale Lorenzo si impegn,
al momento della nomina, ad apportare migliorie immediate allabbazia di
Tiglieto e a tutte le sue dipendenze.
Il 24 gennaio 1648, con lemissione di un breve apostolico, Lorenzo otten-
ne il permesso di cedere il possedimento in enfiteusi perpetua alla propria fa-
miglia: come noto lenfiteusi consisteva nella concessione di un fondo con
lobbligo di migliorarlo e di pagare un canone annuo in denaro o derrate. Nel
caso di Tiglieto il canone annuo stabilito era in denaro e nel 1652 fu ufficial-
mente investito della carica di enfiteuta Giovan Battista Raggi, fratello del car-
dinale Lorenzo. Da questo momento la famiglia genovese Raggi, poi Salvago-
Raggi, entrata regolarmente in possesso dellabbazia e delle sue dipendenze, si
sarebbe interessata con spirito imprenditoriale allintero complesso, miglio-
rando la situazione non solo di Badia, ma anche del territorio circostante, con
indubbi vantaggi per la popolazione della zona e la sua economia.
Al suo interno labbazia possedeva unefficiente struttura economica gesti-
ta dai monaci e quaranta allincirca fra cassine et alberghi79, una ferrera, ed
un mulino80. Ma non era tutto. Oltre ai beni allinterno dellabbazia i monaci
del Tiglieto estendevano i loro averi anche nelle comunit vicine: ad esempio
possedevano ai confini con Sassello e Rossiglione, di pertinenza della
Repubblica e nel territorio di Ponzone una chiesa con cassine et edifici, una

novesi per il bisogno de sudditi di quello stato, e le veniva somministrato nel luogo dAlbissola
genovese, da dove si conduceva per la scala di Pontinvrea, Acqui e Nizza rispetto alla quantit
necessaria per lalto Monferrato. Presentemente detto sale si provedebens da Genova, ma tran-
sita per le scale del genovesato sino a Novi, indi conducendo a magazzini dAlessandria se ne
provede da medemi lalto Monferrato, e sarebbe di qualche sparimo alle gabelle, e di molto van-
taggio sudditi del medemo, quando il transito di detto sale si ripigliasse per le scale del mede-
mo Monferrato, mentre il prezzo delle condotte resterebbe nel paese e li sudditi sarebbero occu-
pati con vantaggio, da che si diminuirebbe in qualche parte il sfroso, e la levata di sale di gabel-
la riuscirebbe pi facile, atteso massime laugumento che lIntendenza generale desse ha dato
nellanno scorso dipendentemente dalle consegne quali ha fatto in ultimo luogo procedere
(ibidem). Sulle scale di Albisola e Pontinvrea cfr. B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco,
cit., p. 270.
78. Lettera del Fontana al marchese del Borgo 22 settembre 1731, ivi, pacco 1.
79. Costruzione analoga a quella che i liguri chiamavano tecci ossia ricoveri per lessica-
zione e la conservazione delle derrate.
80. ASGE, Archivio Segreto, 2493 A, Lettere da Torino 1734-1736.

214
ferrera, lalbergo di Corma con castagnetti..., lalbergo del Groppo, di
Castelletto, allOrbicella lalbergo di Soglia, lalbergo della Cassinazza con
castagnetti, campi, prati fino a Cassinelle e Molare dove labate aveva altri
castagneti, mulini, e terre coltivabili81. Vista la notevole ricchezza a disposizio-
ne, le due delegazioni si impegnarono in unaffannosa ricerca dei titoli neces-
sari per comprovare la giurisdizione su questo cospicuo patrimonio fondiario,
ma durante lestate del 1732 i deputati della Repubblica e quelli di Torino fu-
rono costretti a sospendere provvisoriamente la trattativa sullabbazia di
Tiglieto poich nessuno dei due contendenti era riuscito a mettere insieme un
numero sufficiente di documenti utili alla conferma del possesso82.
Nel complesso, esclusa la controversia su Tiglieto, le trattative procedevano
abbastanza bene e, a parte qualche screzio tra i due ingegneri, la maggior parte
dei tipi fu sottoscritta senza difficolt e i deputati raggiunsero un accordo su
buona parte delle vertenze. Nel 1735, dopo diversi rallentamenti provocati per
lo pi dalle cattive condizioni climatiche, i deputati genovesi e torinesi termi-
narono tutte le visite ai luoghi contesi. Si giunse persino ad una decisione ri-
guardo labbazia di Tiglieto, sebbene rimanessero ancora molti dubbi circa
lautenticit dei documenti presentati dal conte Fontana e dal marchese De
Mari.
Pochi mesi prima che i delegati apponessero la firma sul trattato, il ministro
genovese inviava una lettera ai Serenissimi Collegi nella quale dava un breve
rendiconto di come erano andate le trattative sino a quel momento. De Mari ac-
cusava i deputati piemontesi di eccessiva intransigenza, in particolar modo ri-
guardo la questione del Tiglieto e sopra altre questioni di poco conto. Per di
pi, nei colloqui preliminari intercorsi tra lui e Fontana, si era detto a chiare
parole che lobiettivo era quello di stabilire divisione de confini, che secondo
la natura del paese eternassero la concordia senza tanto badare a siti di poco ri-
lievo83.
Le decisioni prese riguardo labbazia di Tiglieto poggiavano su prove al-
quanto traballanti. Secondo i rapporti trasmessi dal consultore Bottini labba-
zia cadeva senza dubbio sotto la giurisdizione di Sassello e i pochi documen-
ti presentati dai piemontesi non potevano provare il contrario. Malgrado la
corte di Torino e gli stessi Magnifici Consultori prospettassero uninevitabile
sospensione degli incontri, De Mari supplic il governo di non abbandonare il
tavolo delle negoziazioni giacch non era n utile, n prudente lasciare il

81. ASTO, Corte, MPRE, Negoziazioni, Genova, Confini, m. 3, Informazione del Segratario
dello Stato Giacomo Giacinto Saletta sopra linsigne Abbatia di Santa Maria del Tiglietto
Giurisdizione del Monferrato. Sullabbazia cfr. B. A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco, cit.,
pp. 390-395.
82. Lettera dei plenipotenziari genovesi del 24 giugno 1732 (ivi, Negoziazioni, Genova,
Confini, m. 1).
83. De Mari ai Serenissimi Collegi, 3 marzo 1735. (ASGE, Archivio Segreto, 2493 A,
Lettere ministri Torino 1734 in 1736, reg. 3).

215
campo aperto a nuovi impegni, e nuove dispendiose trattative con questa cor-
te84.
Riguardo a Tiglieto, poi, non vi era pi ragione di litigare poich il conte
Fontana e lavvocato Sclarandi Spada avevano avuto modo di compensarsi al-
trove con la cessione di diversi siti pi o meno importanti85.

3. La firma del trattato di perequazione: 3 maggio 1735


Nonostante alcuni punti controversi rimanessero ancora incerti, in linea di
massima i delegati sabaudi e genovesi trovarono un accordo su buona parte
delle contese confinarie. Il 3 maggio il marchese De Mari, lavvocato Antonio
Bottini, il Fontana divenuto da poco marchese di Cravanzana e lavvocato
generale Sclarandi Spada posero la firma e i rispettivi sigilli sul primo trattato
di perequazione dei confini tra la Repubblica di Genova e il regno di Sardegna.
Furono cos risolte sulla carta le vertenze fra Lerma e Casaleggio, tra Belforte,
Rossiglione e Ovada, fra Molare, Ovada e Rossiglione, tra Ponzone e
Cassinelle con Sassello, tra Pigna e Castelfranco, tra Pigna e Buggio con
Triora e Castelfranco, tra S. Bartolomeo e Larzeno con Muzio e Calderara, tra
Apricale e Baiardo, tra Dolceacqua e Camporosso, ed infine tra Bagnasco e
Massimino86.

84. Che se pure questo ministero desse luogo a proporre una sospensione per detti due siti,
come subordinatamente propongono i Magnifici Consultori, metto in considerazione due cose,
se sia utile prudenziale e politico lasciare aperto il campo a nuovi impegni, e nuove dispendiose
trattative con questa corte per due siti di niuna conseguenza e poca estensione; secondo se sia
umanamente sperabile, che questo ministero voglia lasciare solamente in sospetto due siti quel-
lo massime del Sassello, e nello stesso tempo cedere tutte le ragioni sopra lAbbazia del Tiglieto,
sopra cui hanno preteso fondarne lappropriamento. Torno a ripetere che o conviene crederli
poco attenti o converrebbe ripigliare la trattativa, e li esami con patrocinare la certezza indubita-
ta detta dipendenza del Tiglieto dal Sassello e far credere, che le loro pretese ragioni non hanno
il minimo peso, o almeno far constare, che si sono sufficientemente compensati altrove, e a trat-
tative pi non vi luogo (ibidem).
85. Secondo il parere degli inviati sabaudi per il possesso dei tenimenti dellabbazia del
Tiglieto sarebbe stato necessario lassenso imperiale. In effetti il ministro De Mari esort il go-
verno a chiedere il permesso allimperatore in modo da togliere ogni dubbio sulle pretese della
comunit di Sassello: Posto che VV. SS. Serenissime mi obbligano a dire il mio sentimento
soggiungo che non solamente essendo di necessit, ma essendo anche puramente di convenien-
za lassenso imperiale io inchinerei a desiderarlo e mi pare nello stesso tempo, che possa ulti-
marsi laccettazione del progetto (ibidem).
86. ASGE, Archivio Segreto, 196, Giunta dei Confini, 1735-1738, Scritture concernenti la-
deguamento dei confini con al corte di Torino per mezzo de rispettivi plenipotenziari dellinfra-
scritti paesi. Allinterno del trattato sono inoltre riportate tutte le date in cui sono stati sotto-
scritti i tipi dai due ingegneri topografi. A questo proposito cfr. E. Marengo, Carte corografiche
e topografiche manoscritte della Liguria e delle immediate adiacenze conservate nellArchivio
di Stato di Genova, Genova, 1931; C. Barlettaro, O. Garbarino, La Raccolta cartografica
dellArchivio di Stato di Genova, Genova 1986.

216
Dopo aver stabilito nei minimi dettagli le partizioni geografiche tra luogo e
luogo, le rimanenti clausole del trattato richiamavano lattenzione su questioni
di carattere pi generale. Il quindicesimo capitolo, ad esempio, tutelava i pos-
sedimenti dei privati i quali non dovevano subire alcuna variazione rispetto alle
decisioni pattuite nel trattato di perequazione87. Larticolo successivo riguarda-
va le modalit con cui dovevano essere sistemati i nuovi termini divisori: ogni
membro della comunit doveva collaborare con lingegnere a piantare e sta-
bilire termini alti, e visibili, o di pietra viva, o fabbricati di calce e mattoni ne
siti, che saranno giudicati pi opportuni allaccerto de limiti come sopra con-
venuti a quelleffetto88. Inoltre larticolo stabiliva lelezione di due notai per
autenticare le varie copie dei tipi redatti dagli ingegneri89.
Un capitolo molto importante considerava le indennit dovute in seguito
alle varie devastazioni seguite tra le comunit confinanti, avvenute prima della
sottoscrizione del trattato. Il capitolo diciassettesimo prescriveva cos una sor-
ta di sanatoria:
sintendano cassati, e aboliti ogni e qualunque processi, e sentenze per detti motivi seguite,
sieno e sintendano da una parte, e dallaltra vicendevolmente compensati, e rimessi ogni e
qualunque danni, e rapprese sofferte, come anche compensata e rimessa ogni, e qualunque
pretensione di vicendevole rifaccimento, in modo tale che li sudditi delluno e dellaltro
stato restino vicendevolmente liberi da ogni pena, e debito, e nel stato, e libert in cui era-
no prima che seguissero detti attentati90.

Nel luglio dello stesso anno i due governi autorizzavano linizio della
piantagione dei termini per lesecuzione della convenzione passata tra Sua
Maest il Re di Sardegna e la Repubblica di Genova91. Furono cos eletti nuo-
vi commissari e ingegneri da inviare nelle diverse localit di confine e vennero
redatte delle rinnovate istruzioni92. Il 3 luglio 1735 i Collegi consegnavano agli

87. Decimoquinto. Resta convenuto che le divisioni dei limiti come sovra rispettivamente
stabilite, e lassegnazione dei tenimenti fatta in seguito a luoghi delluno e dellaltro sia, e sin-
tenda senza pregiudizio del dominio privato de particolari possidenti ben ne territori che forma-
vano il soggetto delle rispettive pendenze (ASGE, Archivio Segreto,196).
88. Le operazioni di piantazione e di sistemazione definitiva dei confini avrebbero dovuto
essere eseguite entro il novembre del 1735 (ibidem).
89. Dovr pure da rispettivi notari che saranno nominati da detti rispettivi signori commis-
sari plenipotenziari dopo seguite le suddette ratificanze, farsi atto duplicato della fissazione de
siti di detti termini, e di ciascun di loro quale, quanto alle distanze e loghi di loro rispettiva ubi-
cazione, potr essere relativo al disegno, e nota che faranno glingegneri in detti tipi, quali do-
vranno sottoscrivervi da ciascheduno di detti ingegneri, e notari con doversene, immediatamen-
te ci seguito consegnar uno degli originali alluno e laltro de suddetti notari come sopra depu-
tati (ibidem).
90. Ibidem.
91. Ibidem.
92. Per il regno di Sardegna furono eletti: per il Monferrato il capitano ingegnere Ginto e il
notaio Stefano Garrino di Ponzone; per il contado di Nizza e principati di Piemonte e Oneglia
lingegnere Garella e il notaio Bottone di Pigna. La Repubblica elesse i capitani ingegneri

217
ingegneri Tallone e Carbonara e al notaio Cartagenova una lettera contenente
alcune raccomandazioni:
Dovrete altres avere tutta lattenzione a che lesecuzione della Vostra incombenza riesca
con tutta armonia, e quiete ancora de popoli, perci sar proprio della Vostra diligenza, e
destrezza il cooperarvi con far apprendere a medesimi, et quei particolari, che fra essi
hanno maggiore credito, e che possan avere maggiore interesse, quanto sia dovuto, e profi-
cuo lessersi tolte le controversie fra confinanti, e posti in stato di dover vivere con la do-
vuta quiete, e buona armonia, et essere con ci esentati dalli disturbi, che seco apportano le
controversie93.

Nel preambolo appariva evidente che il governo genovese nutriva qualche


dubbio sul fatto che le comunit accettassero di buon grado le suddivisioni sta-
bilite nel trattato. In effetti, nonostante gli abitanti dei luoghi avessero contri-
buito alla redazione dei tipi, la stessa cosa non poteva dirsi per le decisioni pre-
se in ambito diplomatico; i giochi politici e le varie convenienze determinaro-
no infatti alcuni compromessi non sempre convenienti per i contadini o i pro-
prietari.
Per non vanificare gli sforzi compiuti per chiudere un trattato cos impor-
tante, bisognava convincere gli abitanti delle localit confinarie che la pere-
quazione del 3 maggio poteva recare solo vantaggi: era perci opportuno co-
municar loro, e render palesi li capitoli 14, 15 e 17 della detta convenzione,
quali riguardano il non restar pregiudicato il dominio privato de particolari; il
non poter essere molestati per il pagamento delle taglie o altri aggravi decorsi
per lo passato, siccome nemmeno per li danni, e rapprese rispettive seguite per
lo passato, e per ci abboliti qualunque processi94.
I principali timori palesati dalle comunit locali riguardavano la conserva-
zione delle propriet poste al di fuori delle linee di confine e la possibile perdi-
ta delle comunaglie. Come abbiamo visto la propriet privata fu tutelata da
tre articoli del trattato (14, 15 e 17), dove veniva ordinato ai commissari di ri-

Tallone e Carbonara e il notaio Antonio Maria Cartagenova (lettera dei Serenissimi Collegi del 7
luglio 1735, ASGE, Giunta dei Confini, 79, Adeguamento de confini tra la Repubblica e S.M. il
Re di Sardegna, Monferrato, Ponzone con Sassello, 1729-1736).
93. Ibidem.
94. Alcuni paragrafi della lettera dei Serenissimi Collegi erano dedicati alle spese e alla
conduzione dei materiali necessari per la delimitazione dei confini: Sar pure di Vostra atten-
zione di dare preventivamente le notizie per la provvista di materiali ne luoghi, dove di mano in
mano dovrete portarvi, con specificare la quantit, e qualit, de materiali, et il luogo dovra do-
vranno essere condotti, e preparati, mentre restano i rispettivi giusdicenti di Sassello, Triora,
Pieve, Ventimiglia provvisti de dovuti ordini per eseguire a tenore di quanto saranno da Voi av-
visati. Avrete in vista la maggior pubblica economia, e quel che di voi ha lincombenza di so-
vrintendere alle spese, aver lattenzione di avvisare, quando aver necessit di essere provve-
duto di contante, con mandare il conto delle spese sin ora fatte; e per il caso, che non avesse
tempo di far prevenire un tale avviso, far provvedersi da altro dalli detti giusdicenti quella
somma, che sar necessaria, sino a tanto che possono essere aglistessi giusdicenti pervenuti li
nostri ordini (ibidem).

218
spettare e non modificare lo status quo ante al 1735. Rispetto alle comunaglie
il discorso si faceva pi complesso, giacch al momento della sistemazione dei
termini divisori fu inevitabile che qualche comunit perdesse fette di terra o
privilegi legati ad esse, senza contare poi che molti di questi suoli comuni era-
no talora la fonte principale delle liti95.
Complessivamente il trattato siglato nel 1735 rappresentava una novit im-
portante sia nella gestione politica dei confini sia nei rapporti tra centro e peri-
feria dei due Stati. Per la prima volta la Repubblica di Genova interferiva in
modo significativo nelle amministrazioni e consuetudini locali. Era un fatto in-
consueto che la Dominante mandasse inviati straordinari per intromettersi in
questioni fino al quel momento lasciate a discrezione dei privati o alle decisio-
ni di sindaci, consoli e giusdicenti locali96. Uninvasione che, sebbene non fos-
se sempre gradita, dimostrava quanto il governo genovese fosse lungi dallo-
perare per la sparizione o per il superamento delle forze locali, finendo spesso
per legittimarle, o per farsi strumentalizzare da esse97. Attraverso linvio di
geografi e commissari il governo genovese ribadiva di fatto il suo ruolo di sem-
plice mediatore presentando se stesso, i propri organi e i propri delegati come
tutori, garanti e arbitri al di sopra delle parti98.
Quando nel 1729 i Magnifici avevano proposto al re di Sardegna la trattati-
va amichevole per la perequazione dei confini sapevano che, in base alle
questioni da affrontare, non avrebbero corso alcun rischio riguardo lintegrit
territoriale della Repubblica. Dal canto suo Vittorio Amedeo II aveva accon-
sentito ai desideri del governo genovese con la segreta speranza di giungere, in
un secondo tempo, a discutere delle ben pi importanti vertenze rimaste sospe-
se dopo la pace del 1673. Su questo punto i patrizi genovesi dimostrarono
qualche riluttanza: Viozene, Pieve, Pornassio e altre localit alpine del ponente

95. Fu il caso della controversia tra Ponzone, Sassello e Pareto con Stella. Lart. 6 del tratta-
to del 1735 cancell di fatto luso comune di pascoli e boschi e tutte le rispettive convenzioni e
immunit risalenti al 4 giugno 1257 e confermate poi nel 1406 e 1598 (ivi, Archivio Segreto,
196, Giunta dei Confini).
96. Per le comunit era usuale risolvere i problemi tra di loro ed un esempio quanto accad-
de tra la comunit di Sassello e quella di Ponzone il 18 settembre 1729, poco tempo prima che il
governo inviasse i suoi rappresentanti. Prima dellarrivo dei commissari infatti, alcuni membri
eletti dalle due comunit decisero di risolvere fra di loro la questione dei confini. Il rappresen-
tante della comunit di Ponzone, Angelo Viazzi e il capitano di Sassello, Giacomo Perrando si
incontrarono privatamente, il giorno di Pentecoste, per trattare e fissare precisamente il giorno
della ripiantazione dei termini fra questi nostri [Sassellini], e codesti loro confini comunali, se-
condo il concerto amichevole stato discorso e concluso di dicembre lanno prossimo passato
qual ripiantazione allora non segu per lorridezza dei tempi (1729, 18 settembre, Copia di let-
tera della comunit di Sassello Stato Genovese e quella di Ponzone sovra lamichevole ripianta-
mento de termini ne rispettivi loro confini, ASTO, Corte, Paesi, Monferrato, Provincia dAcqui,
m. 27).
97. G. Assereto, Comunit soggette e poteri centrali, cit., p. 93.
98. Ibidem, p. 88.

219
ligure erano punti strategici troppo rilevanti e dunque non potevano essere
equiparati a questioni di pi facile risoluzione come quelle del Monferrato.
In ogni caso, se vediamo la questione da un punto di vista meramente di-
plomatico, il trattato del 1735 fu un completo successo, soprattutto se raffron-
tato con quanto era acaduto a Saint-Germain-en-Laye nel 1673. Questa volta i
diplomatici dei due Stati dimostrarono meno severit del previsto, mantenendo
ferma la convinzione che un aggiustamento dei confini era una cosa inderoga-
bile oltre che auspicabile. Ci nondimeno i toni usati dai rappresentanti geno-
vesi e piemontesi e alcune direttive provenienti dai governi non nascosero mai
un sentimento di diffidenza reciproca molto difficile da cancellare. E le contro-
versie di confine tra la Repubblica e il Regno di Sardegna, specie alle estremit
orientale e occidentale, si sarebbero protratte per tutto il XVIII secolo.

220
Stato nello Stato? Appunti sullincompiuta
perequazione del Monferrato a fine Settecento
di Paola Bianchi

1. Le premesse: i lavori di perequazione dagli anni Novanta del


Seicento agli anni Settanta del Settecento
Altri contributi di questo volume mostrano come la rappresentazione del
Monferrato abbia conosciuto, nel corso dellet moderna, diversi criteri di de-
finizione, fondati a lungo su un concetto regionale indipendente da una stretta
connotazione politica. Lincontro fra tradizione dotta e approccio empirico alla
geografia e alla cartografia aveva prodotto, fino a tutto il Seicento, descrizioni
dei territori italiani che prescindevano da unit di misura modellate sullo Stato.
Il riferimento restava, piuttosto, a unidea di regione che poteva essere legata
tanto a caratteristiche naturali quanto a eredit storiche, a peculiarit etniche, a
ruoli egemoni esercitati da alcuni centri urbani1. La lunga fortuna dellAtlante
di Giovanni Antonio Magini (1620), dedicato al duca di Mantova e Monfer-
rato, aveva costituito, in tal senso, uno dei migliori esempi e certamente il la-
voro di sintesi sulle rappresentazioni descrittive e cartografiche degli spazi ita-
liani destinato a rimanere insuperato sino allinizio del secolo XVIII. Magini,
stato osservato, chiudeva unepoca e ne apriva una nuova, in cui le preoccu-
pazioni politiche di delimitazione dei confini esterni e interni degli Stati avreb-
bero condizionato molti dei pi ambiziosi progetti di riforma2.
I lavori di catastazione settecenteschi funzionarono, da questo punto di vi-
sta, come un autentico moltiplicatore nella trasformazione dellapparato sta-
tale3 e come un indispensabile strumento di conoscenza del territorio. La

1. M. Quaini, LItalia dei cartografi, in Storia dItalia, vol. VI, Atlante, Torino 1976, pp. 5-
24. Cfr. inoltre, in questo volume, il saggio di Blythe Alice Raviola.
2. L. Lago, La memoria rappresentata, in Descrittione di tutta Italia di F. Leandro Alberti
bolognese, aggiuntavi la Descrittione di tutte lisole, riproduzione anastatica delledizione 1568
(Venezia, Lodovico degli Avanzi), Bergamo 2003, 2 voll., I, p. 51.
3. Cfr. F. Venturi, Settecento riformatore, I, Da Muratori a Beccaria (1730-1764), Torino
1969, pp. 432-442; la citazione da p. 437.

221
compilazione dei catasti ebbe infatti ripercussioni che andarono ben al di l dei
risultati tecnici, costituendo la via principale per operare lo scioglimento di
complicati e confusi rapporti di propriet dantico regime, condizione per la
creazione di un pi intraprendente mercato terriero e per lapplicazione di
principi pi proporzionali alle imposte grazie alla riduzione delle esenzioni.
Per quanto il modello di Stato assoluto continuasse a ispirarsi in larga misura
ai dettami del protezionismo, lo sforzo per una maggiore unificazione e un pi
serrato controllo politico del territorio contribu da ultimo a mettere in discus-
sione antichi vincoli e barriere doganali interne, incidendo talvolta sensibil-
mente sul tessuto economico oltre che amministrativo.
Lesempio classico quello del catasto milanese, che fu completato nel
1759, dieci anni dopo linsediamento di una Giunta presieduta da Pompeo
Neri, il noto funzionario toscano prestato al governo di Maria Teresa4. Fra il
1740 e il 1772 il Regno di Napoli, sotto Carlo di Borbone, realizz il catasto
onciario (dallantica moneta di conto, loncia, su cui era calcolato il gettito del-
le imposte), mentre in Sicilia il processo di riforma del sistema fiscale attraver-
so la catastazione si scontr con lopposizione del Parlamento, che rivendicava
lantica prerogativa di approvazione dei tributi chiesti dal sovrano. Si tratta di
vicende note, entro le quali il caso sabaudo si era inserito piuttosto precoce-
mente, avviando sin dalla fine del Seicento un disegno di misurazione e censi-
mento che, interrotto dalla guerra, fu ripreso nel corso del Settecento anche nei
territori di recente annessione. Ispirate a criteri tradizionali, le prime operazio-
ni di catastazione avevano continuato a basarsi sui contingenti dimposta per
comunit, calcolando ancora gli oneri feudali ed ecclesiastici che gravavano
sulle propriet5.
Sulle ultime fasi settecentesche si sa invece assai meno; per approfondirne
la conoscenza occorrerebbe analizzare sistematicamente la documentazione
prodotta dagli organi competenti e dagli esecutori materiali. Gli stessi dibattiti
sulla scelta delle regole per la prosecuzione dei lavori restano consegnati a fon-
ti per lo pi intonse, che risultano tanto pi interessanti se le si lega alle lunghe
ed estenuanti discussioni sullinterpretazione di quellarticolo del trattato di
Utrecht che aveva mirato a far coincidere i confini dello Stato con una vagheg-
giata frontiera naturale6. Le tappe della perequazione costituirono una pro-

4. Sulle conseguenze economiche nelle terre lombarde dopo la realizzazione del catasto te-
resiano e sulle interpretazioni che ne furono offerte, a partire dalle note tesi di Cattaneo, cfr. L.
Faccini, Cabrei e catasti tra i secoli XVI e XIX, Larea lombarda, in Storia dItalia, VI, cit., pp.
520-534.
5. G. Quazza, Le riforme in Piemonte nella prima met del Settecento, Modena 1957 (ed.
anast. Cavallermaggiore 1992), p. 162 e sgg.
6. Su questo tema mi permetto di rinviare a P. Bianchi, Il potere e la frontiera nello Stato sa-
baudo. Alcune riflessioni sugli spazi alpini nel Settecento, Societ e storia, n. 96 (2002), pp.
221-239. Sullincompiuta pacificazione politica tra domini dei Savoia e Lombardia asburgica a
seguito dellannessione delle ultime province di nuovo acquisto cfr. inoltre Ead., Concordia di-
scors. Ragioni e debolezze dellalleanza austro-piemontese contro la Grande Nation, Rivista

222
gressiva assimilazione dei confini interni, ma anche una presa datto di alcune
disomogeneit ineliminabili fra territorio e territorio, come dimostrano bene
gli ostacoli che si frapposero allo svolgimento dei lavori di misurazione in
Monferrato. Le operazioni in Monferrato erano state, del resto, avviate con un
certo ritardo.
Annesse in due tempi diversi (dopo la pace di Cherasco del 1631 e nel
1703, ma con investitura a partire dal 1708), le terre monferrine erano state
solo in parte, e cio nel cosiddetto Monferrato antico, misurate in concomitan-
za col censimento dei territori del Piemonte, mentre il Monferrato nuovo (le
province di Acqui e Casale), passato ai Savoia prima dellinizio della perequa-
zione delle province piemontesi, era rimasto escluso da questa fase dei rileva-
menti7. I criteri delle misurazioni erano stati definiti a fine Seicento, senza che
si fosse previsto di rimetterli in discussione a operazione in corso. La lunga e
complessa impresa aveva seguito, in sostanza, percorsi che non si possono ri-
condurre unicamente alla maggiore o minore antichit dellannessione ai do-
mini sabaudi. Dal Nizzardo si era passati al Piemonte, al Ducato di Savoia,
quindi alle province denominate di nuovo acquisto, che nel caso
dellAlessandrino, della Lomellina e della Val Sesia erano state cedute ai
Savoia praticamente contemporaneamente alle terre acquesi e casalesi gi gon-
zaghesche8. Nel linguaggio amministrativo, daltro canto, il Monferrato nuo-
vo continuava a essere tenuto distinto dalle province di nuovo acquisto, per
ragioni che si possono evincere anche dalla ricostruzione della lunga gestazio-
ne della sua perequazione. In sintesi, ecco quanto era stato compiuto preceden-
temente, dagli anni Novanta del Seicento agli anni Settanta del Settecento. La
bibliografia esistente pu colmare quanto riassumer qui a premessa del di-
scorso sul Monferrato9.

Napoleonica. Revue Napolonienne. Napoleonic Review, I (2000), n. 1-2, Immaginario napo-


leonico e luoghi della memoria, pp. 177-191.
7. Sullo sviluppo del tessuto provinciale nei domini sabaudi e sulle intersezioni, non prive di
conflittualit, fra cariche giuridiche, amministrative e militari, cfr. A. Merlotti, La provincia cu-
neese nel Settecento, in Storia di Cuneo e del suo territorio. 1198-1799, a cura di R. Comba,
Savigliano 2002, pp. 485-504; Id., Le armi e le leggi: governatori, prefetti e gestione dellor-
dine pubblico nel Piemonte del primo Settecento, in Corpi armati e ordine pubblico in Italia
(XVI-XIX sec.), a cura di L. Antonielli e C. Donati, Soveria Mannelli 2003, pp. 111-139.
8. Nel 1738 si sarebbero aggiunte le nuove province di Novara e Tortona, e nel 1748 quelle
dellAlto Novarese, di Vigevano, dellOltrep pavese e di Voghera.
9. Gli studi su questi temi non vantano, a tuttoggi, una ricchissima serie di titoli. Oltre alle
gi citate pagine di Guido Quazza, e al vecchio F. Dindo, Il primo catasto geometrico-particel-
lare, Legnago 1904, cfr. L. Einaudi, La finanza sabauda allaprirsi del sec. XVIII e durante la
guerra di successione spagnola, Torino 1908; G. Prato, La vita economica in Piemonte a mezzo
il secolo XVIII, Torino 1908 (ed. anast. Torino 1966); I. Massab Ricci, Perequazione e catasto
in Piemonte nel secolo XVIII, in Citt e propriet immobiliare in Italia negli ultimi due secoli,
Milano 1981. Le indagini pi recenti e puntuali restano D. Borioli, M. Ferraris, A. Premoli, La
perequazione dei tributi nel Piemonte sabaudo e la realizzazione della riforma fiscale nella pri-
ma met del XVIII secolo, Bollettino storico-bibliografico subalpino, 1985, fasc. 1, pp. 131-

223
I lavori, come dicevo, erano partiti dal contado di Nizza nel 1697-98, dopo
la fine della guerra della Lega dAugusta, sotto la direzione del generale delle
Finanze Giovanni Battista Gropello e il diretto controllo, a livello locale, del-
lintendente Pierre Mellarde. Il contado di Nizza aveva rappresentato una sor-
ta di prova generale per lattuazione di unimpresa che, fin dal 1698, sarebbe
stata trasferita in alcune zone del Piemonte meridionale. Cuneo e Mondov
erano state interessate dai primi editti di perequazione dopo quelli dedicati al
Nizzardo, e tra 1708 e 1711, con diverse interruzioni dovute alla guerra di suc-
cessione spagnola, le misurazioni erano state estese alle altre province pie-
montesi. Allestimo delle zone fondiarie (1698-1711) erano seguiti diversi ac-
certamenti tecnici (1711-anni Venti) e infine lelaborazione delleditto del
1731. Le varie indagini in Piemonte, coordinate dallAzienda delle Finanze,
erano state inizialmente seguite da Carlo Francesco Vincenzo Ferrero
dOrmea10 e successivamente, dopo che Ormea era stato inviato ambasciatore
alla corte di Roma, da Francesco Antonio Verani11 e Giuseppe De Gregory12. A
rallentare la chiusura delle operazioni era stato il difficile nodo dei privilegi ec-
clesiastici e feudali, un tema sul quale si sarebbero incagliate tutte le successi-
ve fasi della perequazione. Il concordato del 1727 aveva preparato la chiusura
di questa prima stagione, che avrebbe assistito, tra il 1729 e il 1732, alla con-
vocazione di alcuni congressi volti a redistribuire gli oneri fiscali. Riunite nel
tasso ordinario tutte le precedenti imposte fondiarie (lantico tasso, il sussidio
militare, i censi, i focaggi) ed eliminati alcuni tributi minori, nuovi oneri gra-
vavano ora sui beni allodiali, su quelli feudali abusivi, feudali di nuova leg-
ge, infeudati nel 1706 (ma destinati a essere riscattati), sui beni ecclesiastici

211; M. Biamino, LAzienda delle Finanze dello Stato sabaudo nel XVIII secolo, tesi di laurea
in Storia moderna, Universit di Torino, rel. prof. G. Ricuperati, a.a. 1987-88, 2 voll., in parti-
colare I, p. 306 e sgg. (sulla perequazione a Nizza, in Piemonte e in Savoia), II, p. 593 e sgg.
(sulla perequazione delle province di nuovo acquisto); A. Merlotti, Il silenzio e il servizio. Le
Epoche principali della vita di Vincenzo Sebastiano Beraudo di Pralormo, Torino 2003, pp.
57 sgg. I decreti cui far riferimento qui di seguito sono pubblicati in F.A. Duboin, Raccolta per
ordine di materie delle leggi cio editti, patenti, manifesti ecc emanate negli Stati di terrafer-
ma sino l8 dicembre 1798 dai sovrani della Real Casa di Savoia..., Torino, 1818-1869, 29
voll., XXII, t. XX. Per un profilo del paesaggio agrario in Piemonte nel corso dei lavori di mi-
surazione fra Sei e Settecento e per un confronto con altre esperienze di catastazione negli anti-
chi Stati italiani si vedano L. Scaraffia, P. Sereno, Cabrei e catasti tra i secoli XVI e XIX, Larea
piemontese, in Storia dItalia, VI, cit., pp. 506-520; P. Sereno, Questioni di etnogeografia,
Torino 1992.
10. Allora generale delle Finanze (1717-30). La pi approfondita e aggiornata ricerca sul
ruolo svolto dal ministro e sul contesto storico e familiare in cui si colloc la vicenda dei suoi
antenati e dei suoi successori rappresentata dagli atti del convegno Nobilt e Stato in Piemonte.
I Ferrero dOrmea, a cura di A. Merlotti, Torino 2003, pp. 323-344.
11. Gi intendente nel Faucigny (in Savoia) e a Pinerolo, primo ufficiale delle Finanze, in-
tendente generale dartiglieria e intendente della provincia di Biella, era allora controllore gene-
rale delle Finanze.
12. Da prefetto di Ivrea era stato nominato primo ufficiale delle Finanze.

224
pervenuti alla Chiesa dopo il 1620, su quelli ecclesiastici anteriori al 1620 (gi
assoggettati al vecchio tasso), infine sui beni comuni che producevano reddito.
Ne erano invece stati esclusi: gli antichi beni ecclesiastici e feudali, i beni co-
muni privi di reddito e i beni improduttivi.
Nel 1733 la perequazione del Piemonte era stata pressoch ultimata, e la ca-
tastazione della Savoia gi incominciata. La perequazione nei territori savoiar-
di era volta in particolare a introdurre un freno alle autonomie dei primi due or-
dini: il clero, che restava profondamente influenzato dalla tradizione gallicana
di autonomia da Roma, e la nobilt, che manteneva, come forse solo in
Sardegna nei domini sabaudi, un forte potere locale.
Mentre in Piemonte era stato evidente il controllo centrale da parte
dellAzienda delle Finanze, in Savoia, dove le operazioni durarono un decen-
nio (1728-1738), la figura cardine fu rappresentata dallintendente generale
(dapprima Lodovico Lovera, quindi Antonio Petitti di Roreto e Gaspare
Bonaudo di Monteu)13, col quale collaborarono i vari intendenti provinciali a
lui subordinati, il procuratore generale di Sua Maest Carlo Luigi Caissotti,
lAzienda delle Finanze e lavvocato generale Ludovico Dani. Come in
Piemonte, anche in Savoia i calcoli degli agrimensori e gli estimi che ad essi
seguirono portarono alla definizione di un unico nuovo tributo (la taglia), che
riuniva quattro precedenti tipi di imposte (taglia ordinaria, deniers des utenci-
les, deniers de la decime e deniers des levs extraordinaires).
In queste prime fasi erano del resto stati affinati gli strumenti dindagine sul
piano tecnico. Le regole di fine Seicento per lesecuzione delle misure erano
state allincirca le seguenti: separare i terreni in masse di coltura o regioni
annotando per ciascuna di esse lestensione, dividere i beni per specie (campi,
prati, vigne e boschi) senza indicarne i proprietari, elencare le terre ecclesiasti-
che, feudali e immuni collesplicitazione dei proprietari, dedicare particolare
attenzione ai beni non catastati, alle case e ai pascoli, di cui occorreva sapere se
fossero stati precedentemente registrati o meno, valutare la qualit dei gerbidi
(terreni incolti, ma non sterili), escludere dalla misurazione strade e pietraie. I
dati, raccolti in periodi differenti, avevano mantenuto uneterogeneit di fondo
che non consente come gi faceva notare Prato di fornire indicazioni suffi-
cientemente attendibili sulla situazione della propriet e della conduzione agri-
cola14. Sino ai primi decenni del Settecento, la misurazione era stata resa tecni-
camente semplice attraverso il solo esame delle masse di coltura, senza che ci
si fosse posti il problema di analizzare pi accuratamente lidentit dei pro-
prietari allodiali. La misura generale non aveva costituito cio, sino ad allora,

13. Posto a capo dei vari intendenti provinciali, lintendente generale era stato previsto per
una zona di confine come la Savoia, per ununit territoriale storica come il Monferrato e per
due territori di recente acquisto, il Novarese e lAlessandrino.
14. G. Prato, La vita economica in Piemonte, cit., p. 120. Si vedano comunque le tabelle
pubblicate in L. Einaudi, La finanza sabauda, cit., pp. 428-429; G. Prato, La vita economica,
cit., pp. 196-197.

225
un vero e proprio catasto, bens un mero strumento di chiarezza equitativa in
materia fiscale15, a dispetto di quanto si sosteneva in passato assegnando allo
Stato sabaudo un primato italiano che studi pi recenti hanno invece messo
puntualmente in discussione16.
Un elemento di svolta era stato rappresentato dallintroduzione delluso si-
stematico delle mappe. Ma si tratt di una decisione successiva alleditto del 5
maggio 1731, che diede il via a rilevazioni catastali di tipo propriamente geo-
metrico-figurativo, destinate a proseguire nei decenni a venire.
In alcune delle province sul fronte orientale, quelle annesse al Piemonte
dopo la guerra di successione polacca e austriaca (Novarese, e Tortonese,
Vigevanasco, Oltrep pavese e Vogherese), la perequazione si era innestata in
un disegno di rilevamento gi avviato. A partire dal 1718 il governo austriaco
aveva infatti proceduto a lavori preliminari di misurazione e catastazione, che
sarebbero stati dichiarati conclusi, per le terre passate al Piemonte, dopo il trat-
tato di Worms (1743)17. Da quella data i funzionari piemontesi avevano ricevu-
to i numerosi ricorsi presentati alle autorit asburgiche dai proprietari che con-
testavano le rilevazioni gi eseguite, e intorno al 1750 il governo sabaudo ave-
va avviato le operazioni per proseguire nei propri progetti di catastazione.
Dopo lannessione, in queste province il sistema fiscale aveva mantenuto
caratteri distinti rispetto a quelli in vigore in Piemonte, in particolare una mag-
giore frammentazione delle imposte e delle procedure di riscossione. Per que-
ste ragioni un regio biglietto del 2 aprile 1752 aveva riunito un congresso, in-
caricandolo di discutere le questioni da affrontare in sede di perequazione. A
presiedere la commissione era stato scelto il presidente del Senato, il conte
Caissotti, a cui erano stati affiancati magistrati della Camera dei conti e del
Senato di Piemonte oltre ai funzionari pi alti in grado dellAzienda delle
Finanze. Si trattava dei maggiori responsabili fiscali e finanziari e dei presi-
denti delle due pi autorevoli magistrature dello Stato, cui era stato demandato
il compito di raccogliere le mappe eseguite durante il censimento dello Stato di
Milano, presentando inoltre periodici rapporti sui progetti di nuove rilevazioni
da predisporre con la collaborazione degli intendenti e degli amministratori lo-
cali. Per oltre cinque anni, tuttavia, nessuna iniziativa concreta aveva preso
corpo, ma solo una serie di discussioni teoriche. Catalogato il materiale prove-
niente da Milano ed esaminati i problemi riguardanti lo stato del catasto di al-
cune province come Alessandria, Valenza e la Lomellina, nel 1758 era stato
dato infine il via alle rilevazioni con la comunicazione agli intendenti delle re-

15. I. Massab Ricci, Perequazione e catasto, cit., p. 137.


16. Sostenitore dellidea del primato fu in particolare, allinizio del secolo scorso, Francesco
Dindo, in Il primo catasto geometrico-particellare, cit., dove si attribuivano in realt ai rileva-
menti tardo-secenteschi caratteristiche che la perequazione sabauda avrebbe avuto solo a partire
dagli anni Trenta del Settecento.
17. Interessante documentazione sugli strascichi lasciati aperti da questo trattato si trovano
in ASTO, Corte, Negoziazioni, Austria, m. 16.

226
gole da seguirsi per la rettifica delle mappe, che risalivano al 1723 e che dove-
vano dunque essere aggiornate col nome dei possessori dei vari fondi. Sotto il
controllo degli intendenti erano state organizzate squadre di misuratori subor-
dinate a geometri e indicanti, e cio a uomini esperti della morfologia dei
luoghi18. Per la definizione degli estimi si era fatto tesoro dei metodi gi speri-
mentati durante le rilevazioni nelle province piemontesi e savoiarde; nessuna
discussione sulla scelta dei criteri era infatti stata avviata come nel caso delle
precedenti campagne di catastazione. Non cos si sarebbe verificato nel corso
delle operazioni in Monferrato.
Rispetto alla perequazione in Piemonte e in Savoia, nelle province di nuovo
acquisto era piuttosto cambiata la direzione dei lavori, che aveva assegnato
maggior autonomia a due organi creati ad hoc. Un regio biglietto del 1 ottobre
1758 aveva nominato un Ufficio del censimento con funzioni tecniche di tra-
smissione delle direttive a livello locale e una Giunta o Delegazione consulti-
va, organismo che aveva il compito di deliberare e autorizzare le operazioni
dellUfficio del censimento. La composizione dellUfficio e della Giunta, che
avevano finito col sostituire di fatto lAzienda delle Finanze, priva di titolare (il
generale delle finanze) dal 1755 al 1775, sarebbe col tempo mutata, cooptan-
do, accanto a esponenti del Senato, funzionari che avevano acquisito una pre-
cisa esperienza in campo fiscale19. Un ruolo ancora importante avevano conti-
nuato a svolgere gli intendenti, che dipendevano formalmente sia dallAzienda
delle Finanze sia dalla Segreteria degli Interni, ma che, nellambito delle ope-
razioni di perequazione, dovevano rendere conto in particolare allUfficio del
censimento. Insediatasi fin dallottobre 1758, la Giunta consultiva aveva deci-
so di far partire i lavori dai territori dellAlessandrino, del Valenzano e della
Lomellina. Gli ordini sarebbero risultati esecutivi dal marzo 1759 attraverso
linvio delle disposizioni regie ai singoli intendenti generali. I rilevamenti era-
no iniziati dalla Lomellina, che era stata divisa in otto dipartimenti, diretti da
quattro ispettori. Ogni ispettore, responsabile di due dipartimenti, era stato po-
sto a capo di quattro estimatori che dovevano censire i diversi tipi di coltura,

18. Su queste figure professionali cfr. L. Palmucci, Tanto per servizio del Principe che per
lutile del pubblico. Misuratori, estimatori e cartografi-agrimensori, in Professioni non togate
nel Piemonte dantico regime, a cura di D. Balani e D. Carpanetto, Torino 2003, pp. 111-135.
19. Pi ristretto di quello della Giunta, lorganico dellUfficio, vero motore dei lavori, era
stato inizialmente composto da tre soli funzionari: Jean-Joseph Foncet de Montailleur, Vincenzo
Sebastiano Beraudo di Pralormo e Giuseppe Antonio Petitti di Roreto. DallUfficio dipendevano
tutti gli intendenti delle province di nuovo acquisto. Per breve tempo la carica di sovrintendente
allUfficio del censimento spett al barone savoiardo Foncet de Montailleurs (1707-1783), gi
consigliere nel Consiglio dei memoriali e inserito nella Giunta per i confini con Ginevra, dove
era stato inviato nel 1754 come commissario incaricato di far eseguire il trattato stipulato fra la
Repubblica e lo Stato sabaudo. Cfr. E. Mongiano, La delimitazione dei confini dello Stato: atti-
vit diplomatica e produzione cartografica nei territori sabaudi (1713-1798), Studi piemonte-
si XX (1991), n. 1 pp. 45-56, in particolare p. 49. Sullattivit a Ginevra di Foncet si veda lam-
pia documentazione in ASTO, Corte, Genve, cat. I, mm. 39-42.

227
procedendo al calcolo dei redditi annui; nella classificazione era considerata
determinante la qualit dei prodotti, ma soprattutto la natura del territorio, che
acquistava valore in misura della disponibilit o meno di unadeguata irriga-
zione. Nel 1761, ultimate le misurazioni in Lomellina, erano incominciate
quelle nellAlessandrino e nel Valenzano, che furono portate a termine nel
1763.
Restava tuttavia aperta la questione delle immunit, in particolare di quelle
ecclesiastiche, per la definizione delle cui prerogative era stata inizialmente
concepita lidea di stringere un concordato con Roma, come era stato fatto dal-
le autorit asburgiche in occasione della perequazione delle terre lombarde
(1757)20. Scartata infine tale ipotesi, la Giunta e lUfficio si erano trovati a do-
ver esaminare i vari ricorsi presentati dal clero. Gli accordi fra Santa Sede e
Austria garantivano esenzioni ai beni ecclesiastici acquisiti prima del 1575; i
beni pervenuti alla Chiesa dopo quella data si sarebbero invece dovuti tassare
come i beni allodiali. Il problema di pi difficile soluzione era, in ogni caso,
quello rappresentato dalle contestazioni riguardanti le immunit dei cosiddetti
livelli: i canoni a cui erano soggetti molti privati nei confronti degli eccle-
siastici. Nelle province di nuovo acquisto sopravvivevano infatti forme di pri-
vilegio indipendenti dalla natura feudale o ecclesiastica delle terre, legati a
consorzi di proprietari spesso rappresentati dalle oligarchie cittadine.
Nel luglio 1767 erano giunti a compimento i lavori di verifica sui beni ap-
partenenti alla Chiesa e sui feudi immuni in Lomellina; i risultati confluirono
nel regio biglietto del 5 agosto 1767. Lo stesso anno, i regi biglietti del 2 set-
tembre e del 21 dicembre avevano ratificato le operazioni condotte a termine
nelle province di Novara, Vigevano e Valdossola. Nel 1768 era stata la volta
della chiusura dei lavori di censimento delle immunit nelle province di
Alessandria (24 agosto), dellOltrep pavese e di Voghera (5 settembre), com-
presi i piccoli territori smembrati nel 1766 dal Piacentino. Rallentata da queste
spinose dispute, la riforma tributaria era cos stata avviata solo allinizio degli
anni Settanta, quando le precedenti imposte fondiarie erano state unificate in
un nuovo tributo ordinario, ad eccezione del censo del sale, lantica imposta
introdotta nello Stato di Milano nel 1435.
Leditto di perequazione era stato promulgato il 15 settembre 1775, lo stes-
so anno in cui la nomina di Ascanio Botton di Castellamonte a generale delle
Finanze aveva posto fine alla lunga vacanza di vertice a capo dellAzienda, la
quale aveva riconosciuto limmunit ai padri di dodici figli e il diritto dei tito-
lari di beni feudali a pagare il tasso (imposta fondiaria) solo su 2/3 dellestimo.
Lunico tributo personale che era stato mantenuto era quello di una lira per per-
sona maggiore di sette anni, da pagarsi a favore delle comunit. Ai commer-
cianti, a differenza di quanto era stato imposto dalle autorit asburgiche, non si

20. Cfr. il regio biglietto del 19 agosto 1761, in F.A. Duboin, Raccolta, cit., XXII, t. XX, p.
722 e sgg.

228
chiedeva infine pi il versamento del mercimonio (imposta proporzionale al
volume del commercio), ma del cotizzo (tassa personale, che poteva variare a
seconda della residenza in borghi, villaggi o citt).

2. Lavvio della perequazione in Monferrato e il progetto di Pietro


Antonio Canova
Allaprirsi degli anni Ottanta, una volta conclusi i lavori del Congresso che
era stato stabilito nel settembre 1775 per lesecuzione delleditto di perequa-
zione nelle province di nuovo acquisto, e una volta decretato il censimento del-
le terre nel Ducato dAosta (1783)21, Vittorio Amedeo III avviava il riordino
catastale del Monferrato, che era rimasto, insieme con i feudi delle Langhe,
lunica zona dei domini di terraferma per la quale non fosse stato ancora con-
cepito un provvedimento del genere. Come per il censimento delle province di
nuovo acquisto, il sovrano istitu una Giunta, composta da membri del Senato,
della Camera dei Conti e dellAzienda delle Finanze, e un Ufficio pi ristretto,
in cui risultarono nominati uomini che avevano gi vissuto lesperienza della
precedente fase di perequazione. A dirigere lUfficio fu posto Vincenzo
Sebastiano Beraudo di Pralormo, gi incluso nella commissione per il censi-
mento delle province di nuovo acquisto nel 1752 e nellUfficio del censimento
nel 1758. Accanto a lui erano lavvocato Domenico Carlevaris, intendente di
Acqui dal 1760 al 1773, e lavvocato Giovan Paolo Pansoia, gi impiegato
presso i Regi archivi. DallUfficio dipendevano lintendente generale del
Monferrato e lintendente di Acqui: rispettivamente lavvocato Pietro Antonio
Canova e Perpetuo Lorenzo Cristiani22. Collaboratore del grande ministro
Giambattista Bogino presso la Segreteria di Stato alla guerra, nel 1781 Canova
tornava sulla scena dopo aver subito il forzato allontanamento che aveva colpi-
to il gruppo dei boginiani allindomani dellascesa al trono di Vittorio Amedeo

21. ASTO, Corte, ME, Perequazione del Ducato dAosta, m. 1 e m. 1 di seconda addizione
(1767-1790); F.A. Duboin, Raccolta, cit., XXII, t. XX, p. 866-946. Dal 1767 era stato creato un
Ufficio per la perequazione del ducato, a capo del quale era stato posto, in veste di direttore, il
conte Giuseppe Antonio Petitti (1729-95), figlio di Antonio ( 1737). Si tratta di una fase della
perequazione alla quale, come per quella monferrina, non mi risulta siano stati dedicati studi
specifici, ma di cui andrebbero analizzati i ricorsi delle comunit, che continuarono a protrarsi
dopo leditto del 1783 intersecandosi con i problemi aperti dal censimento del Monferrato.
22. Copia di due regi viglietti indirizzati al primo presidente conte Peiretti ed al presidente
conte Pralormo di stabilimento della Giunta consultiva e dellUffizio di direzione per la pere-
quazione del Monferrato, 20 novembre 1781, ASTO, Corte, ME, Perequazione del Monferrato,
m. 1 di I addizione, fasc. 3. La Giunta era composta dal primo presidente del Senato Peiretti, dal
primo presidente della Camera dei Conti Beltramo di Mezzenile, dal controllore generale delle
Finanze Derossi di Tonengo, dal generale delle Finanze Fontana di Cravanzana, dal conte
Pralormo, dal presidente del Consiglio di Commercio Petitti di Roreto, dallavvocato generale
del Senato Avogadro, dal procuratore generale della Camera dei Conti Adami.

229
III23. Quanto a Cristiani, si trattava del figlio di Beltrame, il governatore di
Milano che era stato artefice, con Bogino, della definizione dei nuovi confini
fra Stato sabaudo e terre lombarde dopo la fine della guerra di successione au-
striaca24. Per ragioni che restano da indagare, Perpetuo Lorenzo Cristiani era
entrato al servizio sabaudo diventando prefetto di Susa (1770) e di Saluzzo
(1772), quindi appunto intendente di Acqui (1773), carica che avrebbe mante-
nuto sino al 1785, quando sarebbe stato trasferito a Nizza come intendente ge-
nerale.
Il censimento del Monferrato aveva dunque coinvolto alcuni funzionari che
avevano conosciuto, pi o meno direttamente, quel clima di buon governo bo-
giniano che era stato duramente osteggiato nei primi anni del regno di
Vittorio Amedeo III25. Un caso a parte era quello di Beraudo di Pralormo, i cui
rapporti con Bogino non erano mai risultati distesi, e che del resto pot seguire
solo per breve tempo le operazioni di rilevamento, morendo nel marzo 178326.
In sintonia con gli insegnamenti boginiani e attratto fin dalla nomina a inten-
dente generale dalla possibilit di intervenire in una riforma che avrebbe potu-
to incidere sensibilmente sulleliminazione di profonde fratture interne allo
Stato era invece Pietro Antonio Canova, il quale, nel marzo 1782, due anni pri-
ma di passare ad altro incarico27, present al sovrano una memoria a cui vale la
pena dedicare una certa attenzione. Si tratta, infatti, di un documento ricco non
solo di puntuali commenti sulla situazione in Monferrato, ma di precise consi-
derazioni propositive. La memoria, di cui si conservano due esemplari in
Archivio di Stato di Torino e una copia in Biblioteca Reale, doveva aver richie-
sto un certo periodo per la stesura, visto che per completarla erano state conce-
pite alcune tabelle, frutto di ricerche su precedenti fonti archivistiche28.

23. Su Canova si vedano G. Ricuperati, Lo Stato sabaudo nel Settecento. Dal trionfo delle
burocrazie alla crisi dantico regime, Torino 2001, pp. 202-206, 208-212, 223, 249, 385; A.
Merlotti, Lenigma delle nobilt, cit., pp. 74, 165-166, 191-192, 196.
24. Sui contatti fra Beltrame Cristiani e Bogino cfr. F. Venturi, Settecento riformatore, cit., I
pp. 415, 469; G. Ricuperati, Lo Stato sabaudo, cit., pp. 92-99, 101, 150. Su Cristiani si veda
inoltre la voce di S. Zaninelli in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 31, Roma 1985, pp. 7-
9.
25. Sul concetto di buon governo boginiano rinvio a G. Ricuperati, Lo Stato sabaudo, cit.,
pp. 89-153.
26. A. Merlotti, Il silenzio e il servizio, cit.
27. Richiamato a Torino nel 1784, Canova assunse successivamente la carica di intendente
generale dartiglieria. Nel gennaio 1790 fu nominato, infine, intendente delle regie gabelle.
28. Sia il ms. in BRT (St. Patria 908) sia i due in ASTO (Corte, ME, Perequazione del
Monferrato, m. 1 di I add., fasc. 1) sono privi di titolo. Il testo che si trova in BRT proviene dal-
le carte raccolte da Gian Francesco Galeani Napione presso lUfficio della perequazione del
Monferrato; nei Regi Archivi di corte la memoria fu retirata li 9.XII.1790, dopo la morte del-
lintendente generale Canova. Lesemplare in BRT, in versione definitiva e privo di correzioni,
datato 19 marzo 1782, mentre quelli in ASTO sono uno con correzioni a margine probabil-
mente autografe, laltro in copia (che include le correzioni presenti nel primo testo) e datato 22
marzo 1782. In queste pagine citer da questultima copia, in ff. non num. Il testo in BRT, che

230
Canova partiva dal fatto che, fino al dicembre 1781, la Giunta per la pere-
quazione del Monferrato non si era ancora pronunciata sul criterio da seguire
nei lavori di rilevazione. Il dubbio era se procedere secondo il metodo gi adot-
tato dalle autorit asburgiche in territorio lombardo, oppure secondo quello ap-
plicato dal governo sabaudo in Piemonte o nelle province di nuovo acquisto.
LUfficio per la perequazione propendeva per la terza soluzione:
[LUfficio della perequazione] ha esplorato in primo luogo se abbiansi a perequare le due
provincie di quel Ducato [Acqui e Casale] con unito conto di ripartizione tra ambe oppur
separato e qual genere di perequazione abbiasi a presciegliere e cos la provinciale consi-
stente nel semplice riparto del tributo fra le due provincie di Casale ed Acqui affidando po-
scia la distribuzione delle quote comunitative agli stessi pubblici29 sotto linspezione degli
intendenti e sostanzialmente come si pratic nello Stato di Milano... Oppure se debbansi di-
riggere le operazioni allaccertamento bens delle superficie [sic] territoriali e divisione de
terreni specie col successivo registro fissando a proporzione del medesimo ad ogni pubbli-
co il proprio contingente del carico per quindi lasciare ad ognuno dessi la libert di deve-
nire con loro maggior commodo alla misura generale e compilazione de catasti pella indi-
vidual applicazione del registro ad ogni gleba sotto lispezione de rispettivi intendenti pre-
figendo peraltro le opportune istruzioni onde il tutto segua con uniformit di principi e pa-
riforme modalit e sostanzialmente come fu praticato pel Piemonte. O finalmente se pi
convenga abbracciare il sistema (a cui lUfficio per li riflessi esposti nella rimostranza in-
clina) tenutosi pel censimento delle provincie smembrate dallo Stato di Milano, ove il ri-
parto comunitativo venne in conseguenza di contemporanee, perimetrali e paritarie misure
dogni gleba e dindividual applicazione delle stime colla pur contemporanea formazione
di catasti... Rispetto alla scelta del pi conveniente fra li tre generi di perequazione
dallUfficio indicati, prescindendo dal primo come inefficace allottenimento della giusti-
zia distributiva che forma loggetto delle intenzioni di V.M., vi riconosciamo diretto alla
maggior perfezione quello praticatosi per le provincie ultimamente censite et descritto in
terzo luogo.

Di fronte a queste differenti opzioni, tre erano i temi che Canova si propo-
neva di affrontare: la misurazione dei terreni, la registrazione dellestimo, la ri-
partizione dei tributi.
Nel Casalese o Basso Monferrato il censimento delle terre partiva da una
documentazione scarsa e poco aggiornata. Diverse comunit, come si vedr
pi avanti, disponevano di calcoli compiuti nellultimo secolo, ma alcune do-
vevano risalire a dati del Seicento, privi del corredo di mappe e con catasti e
libri di trasporto molto confusi ed inesatti. Il resto dei comuni era del tutto

reca in appendice tre tabelle mancanti nei due mss. in ASTO (Descrizione di tutte le citt e terre
del Monferrato colla nota delle anime e moggia de beni levata dalloriginale fatto nellanno
1603 dal signor Aurelio Tartaglione ragionato; Tasso della cittadella che pagano le comunit
ogni anno; Comparto sovra lo stato di Monferrato... per mantenimento della soldatesca nelle
case erme; altro comparto per prezzo delli mobili ed utensili per soldati), gi stata segnala-
ta in S. Tessiore, Latifondo e grandi affitti: un parere di Gian Francesco Galeani Napione del
1793, Annali della Fondazione Luigi Einaudi, XXXI (1997), p. 365, e in A. Merlotti,
Lenigma delle nobilt, cit., pp. 74, 192.
29. Le amministrazioni comunali locali.

231
sprovvisto di censimento, possedendo unicamente catasti e libri formati per
via di semplici consegnamenti o notificanze de possessori. Alcune comunit
contavano su fondi economici sufficienti per intraprendere ex novo le misura-
zioni, mentre altre vi avrebbero potuto far fronte solo dopo la vendita di parte
dei propri beni comunali. Nella maggioranza dei casi, tuttavia, Canova ritene-
va che si dovesse ricorrere a tassazioni annue. Lintendente rifletteva, piutto-
sto, se fosse meglio adottare il metodo impiegato in Piemonte (e cio proporsi
la misura dellintero territorio) oppure quello usato nella perequazione delle
province di nuovo acquisto gi lombarde (partire dal censimento dei beni di
ogni singolo proprietario), propendendo per il secondo caso anche per ragioni
di morfologia del terreno.
Attenendosi per la perequazione alla sola misura ed estimo generale di ciascun territorio di-
viso nelle sue cattegorie e valbe30, lasciando poi che ogni pubblico proceda col tempo ed
agio alla misura parziaria colla formazione della mappa, libri figurati e catasto, la spesa
crescer notabilmente per la necessit di ripetere nella seconda misura alcune delle opera-
zioni della prima e per la quasi duplicazione di tutte le avarie dipendenti dallesecuzione
delle misure. Pu meritar considerazione la circostanza che, trattandosi di misura per la
massima parte in collina, le spese crescono dassai e restringendosi anche al generale del
territorio e delle diverse regioni e valbe non si potr prescindere da molte di quelle opera-
zioni che esigge la parziaria e individuale de fondi per non esporsi al pericolo dequivoci e
sbagli essenziali e difficilmente riparabili a differenza de territori di pianura, dove tanto
pi spedita, facile ed accertata pu riuscire.

Una delle questioni pi spinose, che inducevano comunque a partire da mi-


surazioni parziali, era quella della definizione dei beni ecclesiastici con relati-
ve immunit.
Sebbene colleditto del 1728 siasi stabilita una regia delegazione per la liquidazione de
beni ecclesiastici..., non credo per che in fatto questi siano stati in ogni parte almeno sot-
toposti a carichi, risultando dalle risposte ai quesiti e dai causati... che una quantit mag-
giore di beni ecclesiastici gode realmente ancora limmunit... Gli attuali possessori alle-
gando di non ritenere quantit maggiore di quella stata loro passata dalla Regia
Delegazione, non vi sarebbe altro mezzo di verificarlo che quello della misura parziaria.
Fra glimmuni ecclesiastici ve ne ha una quantit considerevole di posseduti in enfiteusi da
particolari... E per questi anche indispensabile riesce la misura parziaria collestimo rispet-
tivo per poterne fissare sotto le occorrenti deduzioni il giusto loro contributo. I possessori
de beni immuni hanno altres fatte delle permute di parte dessi con altri collettabili anche
in territorio diverso senza averne fatto seguire il trasporto per continuare a godere dellim-
munit che avrebbono perduta, circostanze che senza la misura parziaria possono restar
sempre in oscuro colla continuazione dun possesso desenzione che sarebbe abusiva.

Per eseguire le misurazioni, le Finanze avrebbero dovuto anticipare le spe-


se, facendosi successivamente rimborsare dalle varie amministrazioni locali.
Le previsioni di Canova erano piuttosto ottimistiche: cos facendo, nel volge-

30. O regioni.

232
re di pochi anni si sarebbe potuta concludere, secondo lui, lintera opera e le
Finanze avrebbero potuto essere rimborsate in tempi ragionevoli mediante le
annue imposizioni. Molti problemi, daltro canto, restavano insoluti a par-
tire dalla scelta di quali territori dovessero far eseguire o far ricalcolare le mi-
sure.
Se oltre quelli che vi hanno fatto procedere in questi ultimi anni con le massime e direzio-
ni portate dal moderno regolamento delle misure generali, che sono assai pochi, possano la-
sciarsi sussistere le altre anteriori e massimamente quelle eseguitesi dopo il 1730, in cui
seguita la liquidazione dei beni immuni. Se le misure fatte senza mappa esiggano riforma...
Se nelle misure generali aversi possa riguardo alle particolari fatte giudicialmente da pos-
sessori... Se questi debbano ci nonostante concorrere colla totalit del rimanente registro
alle spese della misura generale ovvero solo in parte ed in qual proporzione massimamente
nel caso di sussistenza ed esattezza delle loro misure particolari. Se i beni ecclesiastici e
feudali immuni o convenzionati debbano anche concorrere alle spese della misura in tutto
od almeno in parte proporzionata allinteresse che vi hanno nellaccertamento de propri
possedimenti e nelle occasioni dimposte straordinarie, per cui dovessero come gli altri es-
sere cottizzati come accadde per le contribuzioni dellultima passata guerra. Se fin di que-
stanno non debba cominciarsi limposizione non meno per le spese generali della pere-
quazione come per quelle della misura de territori che ne sono mancanti... Per fine se per
lesecuzione delle misure meglio convenga la via dimpresa generale ovvero quella di par-
ticolari convenzioni da farsi da ogni pubblico sotto le direzioni ed approvazione de rispet-
tivi intendenti con tutte le massime e cautele portate dal moderno regolamento e dalle ulte-
riori istruzioni dellUfficio generale di perequazione.

Uno scoglio di non secondaria importanza era costituito dalle dispute mai
sanate sulla definizione dei confini fra comunit e comunit, allinterno delle
singole province e fra una provincia e laltra. Prima che si procedesse alle mi-
surazioni, Canova proponeva, per esempio, di stabilire qualche sistema per la
larghezza che aver debbono le strade s reali che pubbliche e communi, in
quanto proprio le vie di comunicazione subivano regolarmente usurpazioni
per parte dei possessori dei fondi attigui, risultando col tempo sempre pi ri-
dotte. Si trattava, allora, di ridisegnare la stessa rete viaria facendola coincide-
re con i confini terrieri delle varie propriet, mettendo in vendita il sito delle
vecchie strade, che avrebbero potuto essere proficuamente incorporate nei beni
dei singoli proprietari.
Quanto alla valutazione delle terre, in poche il riparto de pubblici cari-
chi era stato calcolato in moggi o in giornate. In quasi tutte lunit di misura
adottata era stata la lira o soldo di registro. Mancava, dunque, un criterio
univoco.
Anche nelle pi recenti misure stato applicato a rispettivi terreni lestimo antico, il qua-
le, non avendo n fissa base n uniformit di principi non sembra poter prestare alcun fon-
damento alle operazioni della perequazione. Qualunque siasi la massima che adottare si vo-
glia per la fissazione dei nuovi estimi sembra che riuscir debba indifferente semprecch sia
uguale ed uniforme in tutta la provincia, mentre non trattandosi che di perequar il tributo e
di stabilirne un pi giusto e proporzionato riparto si otterr sempre questo fine da qualun-

233
que principio, con cui si regoli lestimo de beni su cui deve cadere purch sia tra di questi
in giusta proporzion comparativa. E per il caso dimposizioni straordinarie pare che non
possa esservi base pi giusta che quella delle ordinarie non solo tra territorio e territorio,
ma anche tra provincia e provincia. La diversa qualit de terreni renderebbe inoltre forse
troppo difficile e mal sicura la proporzione comparativa tra provincia e provincia e massi-
mamente tra quelle del Monferrato e del Piemonte o de Paesi di nuovo acquisto. Non po-
che sono le particolari avvertenze da aversi nella fissazione dei nuovi estimi non meno per
attenersi alla sola attitudine natural de terreni senza riguardo alla maggiore o minore col-
tura per non punire ingiustamente e con esempio di pessima conseguenza lindustria de
possessori che per avere il conveniente riguardo alla lontananza delle terre dallabitato e
dalle case rispettive di campagna, come anche dalle capitali o luoghi ne quali pu agevol-
mente trovarsi lesito de frutti eccedenti i bisogni degli abitanti. Poich se dallun canto la
distanza delle consuete abitazioni rende pi costosa la coltura e per la perdita del tempo e
per la maggiore spesa de trasporti de frutti alle medesime, dallaltra le condotte che si fan-
no da luoghi pi lontani diminuiscono sempre il prodotto degli stessi frutti. Nella qual cosa
pu anche meritare speciale riflesso la qualit del crasso fango e delle incommode e spesso
anche impraticabili strade del Monferrato che accrescono di tanto le spese delle condotte.

La ricerca di uniformit nellestimo mirava alla ridefinizione dei carichi fi-


scali, terzo e ultimo nodo toccato da Canova, non meno delicato dei preceden-
ti. In Monferrato sopravvivevano quattro tipi di tributi la composizione ordi-
naria, meglio nota come ordinario, il tasso di cittadella, il tasso delle caserme e
gli accordi , la cui classificazione risultava, agli occhi del funzionario sabau-
do (che ne tentava una ricostruzione storica), tuttaltro che semplice.
Se lordinario sia un tributo ovvero un semplice dritto di feudo incorporato alla Camera31
ella quistione antica e tuttora pendente. Non meno oscura ed incerta appare lorigine di
questo censo, il quale non universale, trovandosi nel Basso Monferrato oltre la citt di
Casale molte terre non soggette al pagamento di esso. Altri hanno gi trattato di questa ma-
teria; a me non riuscito di ricavar sopra luogo per la mancanza de documenti notizie tali
che possano portarvi maggiore luce. Non per improbabile che tutti gli ordinari che si pa-
gano non siano della stessa natura e che taluno dessi possa aver avuto principio da dritti
feudali ridotti per composizione in unannua somma verso il feudo sotto tal titolo. Per mas-
sima parte per sembra potersi riguardare come tributo e vha chi crede doversene ripetere
il principio dallo stabilimento delle milizie del Ducato, che leggesi nella Storia del
Monferrato del Benvenuto San Giorgio32 allanno 1320 qualora vennero incaricati i pubbli-
ci della somministranza degli uomini a piedi ed a cavallo e della provvista dellarmamento
e loro manutenzione secondo il riparto ivi espresso. Circa il principio del 1400 supponesi
seguito in Mantova colle comunit un contratto per la riduzion in denaro di ci che contri-
buivano in uomini ed in mobili o generi per la milizia, onde abbia avuto origine lordinario
sotto titolo di composizione ordinaria. Comunque la cosa siasi, sembra che lesempio di ci
che si praticato per le altre terre dellantico Monferrato, che trovavansi nelle medesime
circostanze allorch vennero per la pace di Cherasco e posteriormente sotto il reale domi-

31. Loriginaria Camera ducale, sulle cui competenze nel periodo gonzaghesco cfr. B.A.
Raviola, Il Monferrato gonzaghesco. Istituzioni ed lites di un micro-Stato (1536-1708), Firenze
2003, pp. 93-102.
32. Membro di una delle principali famiglie feudali monferrine, si tratta dellautore della
Cronica di Monferrato (1521).

234
nio, potrebbe fornire la base alla determinazione del punto anche rispetto al nuovo
Monferrato.

Canova non trovava ragioni plausibili perch altri, al di fuori della citt di
Casale, potesse sostenere di aver ottenuto lesenzione dalla composizione ordi-
naria. Casale ne aveva avuto il riconoscimento, ricordava lintendente, nellot-
tobre 1569, al termine, in realt, di una rivolta sventata dal governo gonzaghe-
sco, che era costata al patriziato urbano un duro colpo alle proprie autono-
mie33. Quanto al tasso della cittadella, Canova informava che esso era stato im-
posto nel 1599 come tributo a tempo determinato (per la durata di 18 anni) e
che era stato trasformato poi, dal 1624, in un onere perpetuo. Il tasso delle ca-
serme era stato invece introdotto dal duca Ferdinando Gonzaga nel 1620 al
fine di sgravare i sudditi dagli incommodi e dispendi dellalloggio e tratteni-
mento delle truppe nelle proprie case, con una tipica conversione in un tribu-
to venale di un vero e proprio obbligo personale.
Fu allora stabilito che i soldati dovessero in lavvenire vivere del loro soldo in case erme
senzalcun aggravio de popoli, mediante la somministrazione degli utensili e delle solite
razioni di legna, oglio, aceto e sale che costumavasi di loro corrispondere. La sommini-
stranza tanto degli utensili quanto delle sudette razioni fu data in appalto a Bernardo
Ferrari, ma per supplire alla formazione del primo fondo di dotazione di detti utensili ven-
ne allora imposta una somma da pagarsi per una volta tanto e per la successivit delle pre-
dette razioni. Ne fu pure ad ogni comunit imposta unaltra da pagarsi danno in anno a
quartieri e questa quella che continua a corrispondersi sotto nome di caserme.

Anche a proposito del tasso delle caserme, scriveva Canova, era probabile
che Casale fosse sfuggita a una riscossione regolare nel periodo precedente al
1725, a dispetto di quanto era stato fissato nelleditto del 1620. Occorreva cer-
care pezze giustificative a Mantova o nei Regi Archivi di Torino.
Non si sa... se detta citt effettivamente concorre in qualche parte al pagamento delle caser-
me, poich, essendo stato soppresso il di lei corpo damministrazione circa lanno 150034,
e quindi nella forma attuale ristabilito ed eretto nel 172535, trovasi nel causato di quellan-

33. ... Con instromento del primo ottobre 1569, di cui sunisce copia, avendo ceduti al prin-
cipe i cospicui redditi suoi, fra gli altri correspettivi concordatisi leggesi quello dellesenzione dal
censo ordinario e da tutti i futuri imposti che non riguardino luniversalit dello Stato: cos
Canova nel marzo 1782. Il riferimento era alle conseguenze della ribellione anti-gonzaghesca del
1567. In quelloccasione, dopo avere scoperto e bloccato la cospirazione, Guglielmo I Gonzaga
aveva decretato la soppressione del Consiglio comunale, vedendosi cedere dai rappresentanti del-
la citt, fino ad allora gelosi difensori delle proprie prerogative, la giurisdizione su Casale e inoltre
tutti i beni, i dazi, i pedaggi, i mulini e gli altri redditi goduti precedentemente dalla municipalit
casalese. Su queste vicende cfr. R. Quazza, Emanuele Filiberto di Savoia e Guglielmo Gonzaga
(1559-1580), estratto dagli Atti e memorie della Regia Accademia virgiliana di Mantova, XXI
(1928); Id., Il Monferrato nei centosessantanni di dominio gonzaghesco, Convivium, IV
(1932), n. 3, pp. 375-403; B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco, cit., pp. 53-69.
34. Nel 1569.
35. A. Merlotti, Lenigma delle nobilt, cit., pp. 112-121.

235
no imposta in massa la somma che doveva pagare in Tesoreria relativamente ad ordine al-
lora dato alla citt dallintendente, il quale sar stato probabilmente univoco a quello che-
gli avr avuto dallUfficio delle Regie Finanze.

Quarto e ultimo tipo di tributi, gli accordi consistevano in una tassa pagata
solo da alcune comunit, il cui mantenimento o meno, commentava Canova,
dipendeva da ci che sarebbe stato deciso a proposito delle gabelle: dicesi in-
trodotto un tal pagamento e convenuto in principio dagli Ebrei, cherano anti-
camente gli appaltatori de dazi e gabelle del Monferrato, e che la Camera du-
cale abbia in progresso continuato ad esigerlo sullo stesso piede.
Per uniformare il gettito fiscale, continuava lintendente sabaudo, bisogna-
va adeguare il valore degli scudi (unit di misura con cui erano stati da sempre
calcolati lordinario e i tassi della cittadella e delle caserme) e delle doppie (an-
tica unit di misura degli accordi) a quello attuale della moneta in circolazione.
Le due province di Acqui e di Casale avrebbero inoltre dovuto rispondere a
nuovi carichi per le spese dellUfficio dIntendenza, per i costi dellammini-
strazione della giustizia e per il mantenimento delle scuole.
Rispetto al primo, le due provincie del Monferrato ne pagano gi una parte, ma siccome
non eravi anticamente che unIntendenza per ambe, stata poi divisa in due, conviene che
ciascuna supplisca non solo allo stipendio del proprio intendente, ma anche a quello del se-
gretario ed alle spese dellUfficio secondo lo stabilimento che ne verr fatto, coerente al si-
stema fissato per le altre provincie. Per li riflessi di ragione non meno che dello stabilito per
le altre provincie, il Monferrato dovrebbe anche supplire alle spese di giustizia e delle scuo-
le che sono ordinate a suo precipuo vantaggio.

Considerato un capitolo a s il problema dei beni feudali, che richiedeva


una soluzione rapida, in quanto preliminare al definitivo nuovo riparto de tri-
buti (in rapporto massimamente a quei territori, scriveva Canova, di cui i
feudatari pretendono dessere investiti del diretto dominio e dei diritti di cadu-
cit, laudemi, terze vendite e simili), era a proposito della situazione dei dazi
e delle gabelle che lautore arrivava a formulare lidea che il Monferrato, ben-
ch annesso ai domini sabaudi da lunga data, fosse rimasto in fondo uno Stato
straniero.
Il Monferrato, quantunque sin dal principio del secolo entrato nel novero delle provincie
che formano il felicissimo dominio di questa Real Casa, tuttavia considerato ancor oggi
nella materia di gabelle come se fosse Stato estero, sussistendo le medesime sia per lintro-
duzione come per lestrazione de generi e delle merci sullo stesso piede in cui trovavansi
allorch quelle due provincie dipendevano dai duchi di Monferrato e poscia di Mantova.
Oltre lincongruenza e la deformit che nasce da una tale esistenza di Stato in Stato e dal-
limpedimento della libera communicazione tra il Monferrato e le altre parti del Real
Dominio, la quale per pi o meno perfetta si ravvisa fra tutte le rimanenti provincie, gravi
conseguenze risultano a danno del commercio e dellagricoltura di quel Paese. Non solo i
dritti che si pagano per luscita de generi dal Monferrato, ma le cautele che si sono dovute
addottare per prevenire gli sfrosi riescono sommamente gravose e per le spese e per gli in-
commodi e per il pericolo di cadere ad ogni passo in contravvenzione nel quale trovansi

236
quegli abitanti. Queste cautele medesime esiggono la manutenzione dun numero grande
dimpiegati che assorbisce parte anche considerevole del prodotto delle stesse gabelle, la
quale perci si paga da sudditi senza positivo reale vantaggio delle Finanze.

Quali gabelle abolire in tutto o in parte, quali sostituire, e con quali mezzi
compensare la sospensione di alcuni dazi: erano questi gli interrogativi posti
dallintendente, che invitava allapplicazione in Monferrato delle norme in vi-
gore nelle altre province piemontesi. Su un elemento Canova non nutriva dub-
bi: lopportunit di abolire la gabella del vino.
I vini di tutta la costiera del Monferrato situata verso il Piemonte, non potendo altrove aver
esito, saranno sempre introdotti in esso sia che sussista o venga soppressa la gabella, con la
sola differenza che il proprietario ne ricava effettivamente tanto di meno quanto limpor-
tare della gabella cui soggetto il suo vino. Che anzi il contrabbando che ne segue e che,
per la facilit di commetterlo da chi trovasi ai confini, malgrado tutte le praticate cautele e
talora forsanche per collusione co postieri massimamente locali, non possibile dimpe-
dire affatto rende per aventura allo stato delle cose di miglior condizione coloro cui riesce
di farlo impunemente.

Il vino rappresentava un bene di consumo diffuso; per questa ragione libe-


ralizzare i commerci interni avrebbe potuto avere una positiva ricaduta sulla
diminuzione dei prezzi e sulla crescita del mercato: in Torino la consumazio-
ne del vino cresce come la popolazione giornalmente e cos anche in tutto il
Piemonte, e qualora il libero concorso dei vini del Monferrato apportasse sul
generale de prezzi, che corrono sempre pi alti su questa piazza, un qualche
ribasso, potrebbe anchessere cosa non discordante dalle viste di buon gover-
no.
Eliminate vecchie gabelle come quella sul vino, Canova suggeriva infine
semplicemente di sostituirne alcune secondo il sistema in vigore nelle provin-
ce del Piemonte. Se il nuovo Monferrato, a differenza di quanto si era verifica-
to nelle terre annesse nel 1631, non avesse scelto di restare legato agli antichi
vincoli daziari, si sarebbe potuta accelerare non di poco la riforma.
Che se... non si fossero que pubblici, o per meglio dire la citt di Casale, che sola dicesi
aver per tutti data risposta, decisi per la continuazione delle cose nello Stato in cui erano
sotto gli antichi loro principi, avrebbe sin allora il re accordata a quelle provincie quellin-
tiera uniformit di trattamento colle altre suddite che ora venendosi allideato cambiamen-
to si propone e richiama.

3. Le prime istruzioni e il faticoso procedere dei rilevamenti


Fin qui le riflessioni dellintendente Canova, che a meno di due mesi di di-
stanza avrebbero spinto al riordino della documentazione sui comuni monfer-
rini a disposizione dellUfficio e della Giunta di perequazione. Nel maggio
1782 i risultati di tale ricognizione erano gi stati distinti in cinque gruppi, a

237
seconda della data in cui nelle singole comunit, sia nellAlto che nel Basso
Monferrato, erano state effettuate le ultime misurazioni36.
Nel primo gruppo erano compresi i centri che erano stati censiti dopo il
1730, le cui misurazioni erano considerate regolari.
Basso Monferrato (provincia di Casale)

Comunit Anno della misura

Altavilla 1765
Bozzole 1760
Castagnole 1766
Castelletto Merli 1775
Cerrina 1769
Grana 1760
Grazzano 1781
Moncalvo 1765
Moncestino 1754
Montalero 1778
Montemagno 1770
Penango 1775
Rosingo 1771
Sala 1770
Salabue 1772
Viarigi 1756
Villa San Secondo 1763

Alto Monferrato (provincia di Acqui)

Comuni Anno della misura

Castelnuovo Bormida 1770


Calamandrana 1780
Cossano 1769
Morsasco 1766
Vaglio 1767

Nel secondo i comuni i cui terreni erano in corso di misurazione o erano


stati misurati recentemente, ma col corredo di mappe e catasti non utilizzabili
a causa di errori o di mancanza di autenticazione dei documenti.

36. Rimostranza dellUffizio della perequazione del Monferrato alla Giunta per esplorare il
sistema da tenersi a riguardo della misura de terreni, 10 maggio 1782, ASTO, Corte, ME,
Perequazione del Monferrato, m. 1 non inv. Cfr. anche F.A. Duboin, Raccolta, cit., XXII, t. XX,
pp. 948-50.

238
Basso Monferrato

Comunit Anno della misura

Gabiano 1780
Giarole 1776
Pomaro 1772
Vignale 1765

Alto Monferrato (misurazione in corso)

Bistagno
Casaleggio
Castelletto dOrba
Incisa
Lerma
Ponzone
Silvano
San Giorgio
Vesime37

Nel terzo gruppo rientravano le comunit misurate dopo il 1730 e fornite di


catasto, ma sprovviste di mappe.
Basso Monferrato

Comunit Anno della misura

Balzola 1765
Camagna 1746
Cella 1738
Colcavagno 1741
Conzano 1743
Cunico 1767
Murisengo 1739
Olivola 1738
Quarti 1740
Rosignano 1773
Scandeluzza 1744

37. A questi comuni si sarebbero potuti aggiungere Acqui e Strevi, la cui misurazione era
stata eseguita rispettivamente nel 1733 e nel 1760; per la misura, tuttavia, il geometra aveva usa-
to un trabucco diverso da quello utilizzato nel resto del Monferrato. Una volta convertite le mi-
sure alla stessa unit con la quale si stavano censendo le nove comunit elencate, tutte e undici
avrebbero potuto rientrare nel primo gruppo.

239
Alto Monferrato

Comunit Anno della misura

Bergamasco 1733
Corticelle 1759
Cagna 1738
Cartosio 1758
Cremolino 1738
Dego 1752
Fontanile 1742
Moasca 1751
Molare 1765
Nizza 1731
Pareto 1758
Ponti 1731

Nel quarto i comuni censiti prima del 1730 e privi di mappe.


Basso Monferrato

Comunit Anno della misura

Alfiano 1724
Brusaschetto 1682
Camino 1710
Casorzo 1698
Castel San Pietro 1690
Castelvero 1701
Cereseto 1718
Cerro 1696
Cortanze 1719
Frassinello 1726
Montiglio 1715
Morano 1718
Moransengo 1719
Occimiano 1610
Odalengo Piccolo 1728
Piov 1703
Pontestura 1670
San Salvatore 1680

240
Alto Monferrato

Comunit Anno della misura

Cassinasco 1711
Castelnuovo Belbo 1725
Mombaruzzo 1720
Maranzana 1722
Montaldo 1725
Rivalta 1654
Ricaldone 1726
Rocchetta Belbo38 1722

Infine il quinto gruppo, formato da comuni che non erano stati misurati n
mappati, e che erano muniti solo di antichi catasti inutilizzabili.

Basso Monferrato

Casale Ottiglio
Borgo San Martino Ozzano
Calliano Ponzano
Castelcebro Rinco
Castelletto Scazzoso San Giorgio
Castellino Serralunga
Cerretto Solonghello
Coniolo Terruggia
Corsione Tonco
Cuccaro Ticinetto
Frassineto Treville
Fubine Valmacca
Lazzarone Varengo
Lu Villadeati
Mirabello Villarmiroglio
Mombello Villanova
Odalengo Grande

38. In questa categoria si sarebbe potrebbe potuta aggiungere la comunit di Orsara, che era
stata misurata molti anni addietro da un geometra inesperto, e che solo nel 1781 aveva potuto
raccogliere da un secondo misuratore le carte lasciate dal primo, che per risultavano in gran
parte inesatte.

241
Alto Monferrato

Altare Giusvalla
Alice Melazzo
Belforte Mallare
Bubbio Mango
Bruno Monastero
Carpeneto Montabone
Capriata Morbello
Cassinelle Piana
Castelrocchero Prasco
Castelvero Quaranti
Carentino Roccavignale
Castelletto dErro Rocchetta Palafea
Castelletto Molina Sessame
Castiglion Tinella Terzo
Cavatore Trisobbio
Grognardo

Nel maggio 1782 lintendenza di Casale controllava 83 comuni, mentre da


quella di Acqui ne sarebbero dovuti dipendere 85, numero da cui si dovevano
per sottrarre i luoghi che facevano capo al marchesato di Spigno (Spigno,
Malvicino, Megrana, Montalto, Rocchetta, Serole) e i feudi imperiali (Bisio,
Francavilla, Mioglia, Mornese, Montaldeo, Montechiaro, Rocca Grimalda,
Tagliolo, Tassarolo)39. N gli uni n gli altri erano allora soggetti ad alcun tri-
buto ordinario riscosso dal governo sabaudo, quantunque si sappia scrive-
vano i funzionari dellUfficio della perequazione che questi luoghi erano ne-
gli andati tempi considerati o come parte dellantica marca di Monferrato o
come uniti al Ducato di Milano40. Nonostante ci fossero appigli per mettere in
discussione tale situazione41, Vittorio Amedeo III aveva stabilito che lUfficio

39. Dagli anni Venti agli anni Ottanta, la provincia di Acqui aveva subito diverse ridefinizio-
ni. Nel 1723 comprendeva 77 comunit e territori. Nel 1749, dopo le nuove annessioni, i co-
muni della stessa provincia erano diventati 86, ma nel 1750 Carrosio era stato smembrato e uni-
to alla provincia di Alessandria. Nel 1767 si era aggiunto Tassarolo e nel 1776 era stato infine se-
parato San Cristoforo, che fu aggregato alla provincia di Alessandria. Sui feudi imperiali cfr. A.
Torre, Faide, fazioni e partiti ovvero la ridefinizione della politica nei feudi imperiali delle
Langhe tra Sei e Settecento, in Quaderni storici, n. 63 (1986), pp. 775-810.
40. ASTO, Corte, ME, Perequazione del Monferrato, m. 1 non inv., Rimostranza dellUffizio
della perequazione del Monferrato, cit.
41. I funzionari sabaudi avevano la prova, per esempio, che nel 1723 Mornese fosse stato di-
chiarato comune della provincia di Acqui a tutti gli effetti, e inoltre nel 1707 il principe Eugenio
di Savoia, allora governatore di Milano, aveva incluso Roccagrimalda e Montaldeo nei domini
del Milanese, non tra i feudi imperiali. Sulle rivendicazioni sabaude su queste terre cfr. Tabelle

242
del censimento prescindesse per il momento da ulteriori controversie, occu-
pandosi, in Alto Monferrato, in tutto di 77 comunit. Nel Casalese restavano
51 comuni da censire, per un costo che si calcolava di 171.713 lire;
nellAcquese 40, per un costo che si prevedeva di 135.174 lire42.
Preso atto di questi elementi poco confortanti e constatato che sarebbe sta-
to necessario far trascorrere ancora tempo prima che si valutassero gli oneri a
carico del clero, la Giunta insisteva sul ruolo chiave che avrebbero dovuto ri-
vestire gli intendenti per far concorrere indistintamente quei beni che notoria-
mente godono dellabusiva immunit43. Le incertezze continuavano a sussi-
stere sulle propriet della Chiesa e su taluni beni feudali, fra cui vi erano, per
esempio, terreni immuni che non erano soggetti a tasse ordinarie, ma che gi
concorrevano ai tributi straordinari. Era il caso dei dodici castelli feudali ag-
gregati per le imposizioni straordinarie alla citt di Casale: Baldesco, Uviglie,
Castel Lignana, Castel Motta, Castel Grana, Castel Urbecco, Castel Velli,
Cascina Vellana, Montiglio e San Soluto, Monromeo, Rocca delle donne e
Torre dIsola. Su Rocca delle donne, un feudo di cui era titolare il monastero di
Santa Maria Maddalena di Casale (in buona parte esente da carichi ordinari
perch direttamente dipendente dalle monache, ma per unaltra parte ceduto in
enfiteusi o occupato illegittimamente da privati che non pagavano alcun cano-
ne e godevano limmunit da qualunque tassa), gi nel lontano 1729 linten-
dente generale Antonio Petitti aveva compiuto unindagine, risalendo a docu-
menti del XII secolo che attestavano la donazione sottoscritta da Guglielmo,
marchese di Monferrato, a favore delle francescane. Le cose erano tuttavia nel
frattempo molto cambiate:

dellIntendenza di Acqui pel censimento della provincia escluse le terre delle Langhe sedicenti
imperiali, ASTO, Finanze, II Archiviazione, capo 26, reg. 18 bis.
42. LInstruzione alle citt e comunit per devenir alla misura generale del territorio, ridu-
zione dallibramento, formazione di cadastro e libro de trasporti (s.d., ma 1782 ca., ivi, Corte,
ME, Perequazione del Monferrato, m. 1 non inv.), fissava che le misure dovessero essere esegui-
te con lo squadro o con la tavola pretoriana, ma di preferenza con questultima, strumento pi
facile, pi preciso e pi economico. A ogni misurazione doveva corrispondere il disegno di una
mappa, da inserire nel catasto, e gli appezzamenti dovevano essere distinti in: prati o campi, que-
sti in alteni o prati, e cos via. Fra i terreni da misurare erano compresi anche i beni feudali ed ec-
clesiastici riconosciuti dacquisto anteriore al 1620, e inoltre quelli enfiteotici rimasti immuni.
43. Sentimento della Giunta della perequazione del Monferrato sovra la rimostranza
dellUffizio delli 10 maggio 1782, ASTO, Corte, ME, Perequazione del Monferrato, m. 1 non
inv. Un regio biglietto del giugno 1782 non scioglieva ancora le riserve a proposito dei beni ec-
clesiastici: Rispetto al punto eccitatosi se debbano alle spese suddette per la misura e per le al-
tre operazioni della perequazione concorrere insieme colli beni allodiali anche i feudali e quelli
posseduti dagli ecclesiastici, mentre ci riserviamo di spiegarvi le sovrane nostre intenzioni sul
sentimento che sarete per rassegnarci a riguardo de beni ecclesiastici, approviamo che per ora le
annuali imposizioni suddette vengano ripartite sullallodiale e sul feudale a norma del sin qui
praticatosi in quel ducato ne casi di straordinarie imposizioni, Copia di regio viglietto dap-
provazione del sentimento della Giunta delli 19 suddetto in dipendenza della rimostranza
dellUfficio delli 10 del precedente maggio (25 giugno 1782), ibidem; cfr. anche F.A. Duboin,
XXII, t. XX, pp. 957-960.

243
Il predetto signor intendente generale Canova asserisce che in quel territorio abitano di pre-
sente quaranta circa famiglie di detti particolari, i quali n fanno corpo di comunit n tro-
vansi per lamministrazione aggregati ad alcun altro pubblico, e godendosi in comune alcu-
ni boschi col prodotto di essi suppliscono da s medesimi alle spese locali loro occorrenti
senza averne mai renduto alcun conto allUffizio dIntendenza, non ostantecch sia loro ci
sempre stato prescritto44.

Di questi terreni, come di due altre cascine appartenenti alle stesse mona-
che (la Mazone del Cantone di Quazzolo a Castelletto Merli e la Maran-
zana a Pontestura, su cui le religiose accampavano diritti dimmunit feuda-
le), non si conosceva lesatta estensione; dunque premeva ordinarne la misura.
Nel 1785 la perequazione stava procedendo, ma pi a rilento ad Acqui che
non nel Casalese45. Le immunit erano state praticamente revocate dalla deci-
sione che i possessori di beni ecclesiastici e feudali dovessero concorrere come
gli altri alle spese dei lavori; ma occorreva regolamentarne la pratica46.

4. La sfida ai privilegi nei piani di Gian Francesco Galeani Napione


Chi a questo punto spese con maggior energia il proprio impegno nel cercar
di dirimere le questioni che gi Canova aveva segnalato fra le pi urgenti fu
Gian Francesco Galeani Napione, figura poliedrica e complessa, il cui profilo
di studioso di materie economiche e demografiche toccava proprio in quegli
anni la fase pi matura e intraprendente. Di Galeani Napione noto il contri-
buto di primo piano alla preparazione degli editti del 1797 contro la grande af-
fittanza e per labolizione dei diritti feudali, traguardi ideali di una politica di
riforme che il funzionario sabaudo aveva caldeggiato a partire almeno dalla

44. Rappresentanza dellUffizio della perequazione del Monferrato alleccellentissima


Giunta intorno al metodo da osservarsi per le misure territoriali ed ai mezzi onde supplire alla
spesa per quelle necessaria, come pure sul concorso dei beni per la medesima tanto in generale
quanto per lo scioglimento di alcune quistioni eccitatesi in tale proposito relativamente ad al-
cuni particolari territori e tenimenti s del basso che dellalto Monferrato, 31 dicembre 1784,
ivi, pp. 951-953 e in ASTO, Corte, ME, Perequazione del Monferrato, m. 1 non inv.
45. Rappresentanza dellUffizio della perequazione del Monferrato per dimostrare la neces-
sit di tale operazione nellalto Monferrato, 25 gennaio 1785, ibidem.
46. Siamo assicurati essersi gi tal concorso ottenuto senza richiamo nelloccorrenza di
particolari misure di territori fattesi recentemente nellAlto Monferrato come anche perch non
pochi sono i territori nel Basso Monferrato in cui li beni ecclesiastici immuni concorrono per la
giusta loro quota al pagamento dellordinario, Sentimento della Giunta dei 27 luglio 1786 sul-
le rappresentanze dellUffizio di perequazione del Monferrato dei 31 dicembre 1784 e 25 gen-
naio 1785, ivi. [Vi diciamo daver approvato che] le imposizioni... debbano essere indistinta-
mente anche ripartite sovra i beni ecclesiastici immuni da misurarsi in ciaschedun territorio col-
lavvertenza per che per le operazioni della misura debbano tali beni contribuire per ragione
destensione di superficie, vale a dire in proporzione del numero di giornate o moggia, ma per
quelle spese che riguardano la provincia in generale se ne prosegua il ripartimento giusta la nor-

244
fine degli anni Settanta occupandosi di censimenti della popolazione e di indu-
stria serica, e successivamente di problemi agrari e del disavanzo pubblico47.
Entrato nel 1776, ventottenne, nellAzienda delle Finanze, nel 1779
Galeani Napione aveva raggiunto il grado di intendente quando stava riemer-
gendo il gruppo boginiano che era stato emarginato nei primi anni del regno
di Vittorio Amedeo III. Nel 1782 diventava intendente di Susa e alla fine del
1785 intendente di Saluzzo. Due anni dopo, nel luglio 1787, rientrava a
Torino in veste di sovrintendente dellUfficio della perequazione dellAlto e
Basso Monferrato e di direttore del censimento48. Fu nel corso di questo in-
carico (che avrebbe abbandonato solo nellautunno del 1796 venendo nomi-
nato consigliere di Stato e regio archivista) che il funzionario, cresciuto negli
ambienti delle intendenze, si trov a operare nella famosa inchiesta sulle
grandi affittanze organizzata dalla Segreteria degli Interni nel novembre
179249, cimentandosi pi volte col progetto dellabolizione dei diritti e delle
prerogative feudali, un tema che la storiografia ha certamente approfondito,
senza per soffermarsi a sufficienza sulla concomitanza dei lavori di rileva-
mento catastale in Monferrato. In occasione di essi, infatti, Galeani Napione
non solo raccolse presso lUfficio della perequazione una ricca documenta-
zione (come emerge dalle note a margine di varie carte legate a tale impresa
oggi depositate negli archivi torinesi), studiando fra laltro con molta atten-
zione la relazione stesa da Canova nel 1782, ma stese di proprio pugno osser-
vazioni e commenti destinati allUfficio e alla Giunta del censimento, che

ma osservata pel tributo cui serve di base lallibramento, ossia il risultato della stima de beni,
copia del regio biglietto dell8 agosto 1786, ivi.
47. Accanto alle vecchie biografie di L. Martini, Vita del conte Gian Francesco Napione,
Torino 1836, e di L. Fusani, Gian Francesco Galeani Napione di Cocconato-Passerano. Vita e
opere, Torino 1907, in cui si dava scarso peso alla produzione economica di Napione, si veda A.
Fossati, Il pensiero economico del conte G.F. Galeani Napione (1748-1830), Torino 1936, stu-
dio tuttora utile dal punto di vista documentario, ma reticente sulle diverse posizioni di Napione
prima e dopo gli anni delloccupazione francese. Sugli aspetti progressivi delle sue opere eco-
nomiche e politiche, negli anni precedenti linstaurazione del Governo provvisorio repubblica-
no, ha giustamente insistito G. Ricuperati, Lo Stato sabaudo, cit., in particolare pp. 388-93, 401-
403. Sulla stessa linea interpretativa cfr. G.P. Romagnani, Prospero Balbo intellettuale e uomo di
Stato (1762-1837), Torino 1988-1990, 2 voll., passim; P. Bianchi, Introduzione, in G.F. Galeani
Napione, Del modo di riordinare la Regia Universit degli Studi, a cura di P. Bianchi, Torino
1993, pp. 1-43. Per una puntuale ricostruzione del contesto storico e intellettuale in cui oper
Galeani Napione negli anni del censimento del Monferrato segnalo il ricco articolo di Stella
Tessiore Latifondo e grandi affitti, cit. Sullabolizione dei diritti feudali e sul contributo offerto
in tal senso da Galeani Napione cfr. infine A. Merlotti, Lenigma delle nobilt, cit., pp. 239-255.
48. ASTO, Patenti Controllo Finanze, 1787, reg. 71, ff. 139-140.
49. G. Prato, Levoluzione agricola nel secolo XVIII e le cause economiche dei moti del
1792-98 in Piemonte, Torino 1909; F. Catalano, Il problema delle affittanze nella seconda met
del Settecento in uninchiesta piemontese del 1793, Annali Feltrinelli, 1959, pp. 429-482; G.
Ricuperati, Lo Stato sabaudo, cit., pp. 287-288.

245
confluirono in parte solo dopo la sua morte col resto dei documenti ufficia-
li50.
Il passaggio di consegne dai piani elaborati allinizio degli anni Ottanta da
Pietro Antonio Canova ai disegni non meno ambiziosi del nuovo sovrinten-
dente dellUfficio della perequazione testimoniato da uno scritto rimasto
sottotraccia, datato 30 novembre 1787: una Rimostranza del signor conte
Galeani Napione di Cocconato alla Giunta intorno aglostacoli che sincon-
trano nel proseguimento della perequazione del Monferrato ed in specie delle
territoriali misure e circa il modo di superarli, che mi sembra interessante re-
stituire analiticamente51. In queste pagine, al di l degli elementi progettuali,
possibile cogliere lo stato delle operazioni di misurazione ad alcuni anni dal
loro inizio.
Lesordio della memoria costituiva una presa datto delle difficolt inevita-
bili nellaffrontare un qualsiasi progetto di perequazione volto a promuovere
unampia e duratura riforma del sistema fiscale.
Che tra le molte operazioni di finanze e di Stato una delle pi difficili, scabrose e compli-
cate sia quella della perequazione de carichi tra diversi pubblici e provincie non vi pu es-
sere dubbio nessuno. Se non altro nulla il dimostra pi palesemente quanto il non essersi si-
nora potuto fissare una norma stabile e certa per le due basi indispensabili di una operazio-
ne cos fatta, vale a dire per le misure e per gli estimi dei terreni.

Le questioni alle quali Canova aveva tentato di offrire una risposta erano
ancora sostanzialmente aperte, e Galeani Napione cercava anchegli la spiega-
zione da un punto di vista storico.
Diversi e di diversa natura sono i carichi stati da prima sui terreni imposti. Incerte ne furo-
no le basi, di alcuni antica ed oscura ne lorigine, altri si sono introdotti a seconda de bi-
sogni de sovrani antichi del Monferrato e segnatamente dai duchi di Mantova talvolta
astretti da necessit premurosa senza che si avesse n il tempo n il modo n forse la vo-
lont di addossarli con giusta base e di ripartirli equitativamente tra i contribuenti. Altri
hanno cangiata natura insensibilmente in tempo di appalti, e le convenzioni seguite colli
appaltatori... han servito di regola e di base al tributo.

Il funzionario sabaudo era peraltro convinto che occorresse intervenire sul


presente ponendo fine innanzitutto alla consuetudine di dar peso a troppi ricor-
si presentati dai privati: non dagli strati sociali pi bassi, che sentivano il cari-
co dei tributi ma non lo sapevano esprimere, ma dai potenti, che scaricano il
peso sui deboli.

50. il caso di diversi dei fascicoli oggi in ASTO, Corte, ME, Perequazione del Monferrato,
che furono retirati dagli eredi della fu S.E. il conte Galeani Napione di Cocconato.
51. Della memoria esiste una copia ivi, m. 1 di I add., fasc. 2, ff. non num., da cui citer qui
di seguito. Il testo, ignorato dai vecchi biografi di Galeani Napione, mi risulta non pi che se-
gnalato in S. Tessiore, Latifondo e grandi affitti, cit., p. 365, dove per si rinvia a un altro esem-
plare, conservato in ASTO, Finanze, II Archiviazione, capo 26, reg. 22.

246
I ricorsi si presentano... per lordinario da quelli cui torna a profitto il difettoso sistema, e
questi ben sanno ravvisar i vantaggi che da essi ne vengono, n mancano di spedienti per
inorpellar le cose e, mentre tengono nascosti i veri motivi che li fanno agire sotto colorati
pretesti, tentano in tutti i modi di incagliare le operazioni.

Uno degli errori da evitare era quello di mantenere parzialmente valide an-
tiche e imprecise stime dei terreni, perch era molto pi soggetto a sbagli do-
gni maniera ed a variazioni, epperci pi sovente bisognevole di rinnovazione,
lestimo che non la misura. Il regolamento per le misurazioni non era stato di
fatto pi esaminato dal 1775, mentre un regio biglietto dell8 agosto 1786 era
risultato troppo generico nellordinare allUfficio della perequazione la stesura
di un progetto per due nuovi provvedimenti da sottoporre alla Giunta. Queste
norme avrebbero potuto arginare il numero spropositato di ricorsi che stavano
frenando i lavori, ma intanto Galeani Napione proponeva di tornare a quanto
Canova aveva gi suggerito nel 178252.
Riuscirebbe allora sperabile lo eseguire quanto avea progettato il signor intendente genera-
le Canova sin dallanno 1782, di portare in tre anni al suo termine le misure e di fissare le-
stimo a tutti i beni della provincia, cominciando, per ci che riguarda agli estimi, da quelli
de territori dove trovansi gi compite le misure e progredendo successivamente agli altri a
seconda che verrebbono ultimati, colla quale speditezza considerabilissimo sarebbe pure il
vantaggio che le Regie Finanze verebbono a conseguire come ognun vede, poich nel men-
tre che si terminerebbe loperazione delle misure e degli estimi, lUfficio potrebbe occu-
parsi nel fissare quale sarebbe il giusto carico da imporsi e verrebbono pi sollecitamente a
godere di quegli aumenti che secondo ogni apparenza dovranno risultare al tributo.

Le comunit continuavano a dichiarare di non avere il denaro sufficiente


per finanziare le misurazioni, cosa che, come si visto, erano tenute a fare per
disposizione del governo; nello stesso tempo mancavano i censimenti di diver-
se terre e occorreva aggiornare dati vecchi e poco chiari. La soluzione che
Napione caldeggiava era che le stesse comunit provvedessero ad alienare al-
cuni loro beni.
Prescindendo dalluso che si farebbe in questa guisa del prodotto dellalienazione de beni
stabili appartenenti ai pubblici, sarebbe vantaggiosissima la vendita di essi alle comunit
venditrici, atteso che non si annullano gi n si tolgono dalluso delluman genere cos fat-
ti beni col venderli, che anzi cosa evidente che il prodotto totale di essi se da prima erano
gerbidi sar infinitamente maggiore di quello che il sia attualmente, rimanendo gerbidi
come sono in qualunque specie di coltura vengano da nuovi acquistatori ridotti di campi,
prati e vadasi dicendo. Essendo poi detti beni comunitativi imboschiti, saranno sempre sen-
za paragone meglio guardati da particolari che non dal pubblico, poich cosa a tutti pale-
se che, non ostante i guardaboschi, frequentissime sono le devastazioni, tagliamenti furtivi

52. Quando Galeani Napione scriveva lintendente generale di Casale era Derossi di
Tonengo. Per un quadro sui ricorsi presentati alle autorit sabaude si veda Convocati e rappre-
sentanze di diversi particolari e feudatari relativamente alla misura del Monferrato (1781-
1789), ASTO, Finanze, II Archiviazione, capo 26, reg. 16.

247
ed intempestivi de boschi comunali con partecipazione e per opera talvolta de guardabo-
schi medesimi53. Soltanto linteresse privato quello che possa por freno a disordini, onde
convien studiar di medesimarlo collinteresse pubblico. Per questo oggetto assai pi illu-
minato e vigilante locchio del particolare che non una amministrazione segnatamente
come sono la maggior parte composta di persone rurali e di un segretario indolente o ac-
corto bens, ma di rado per vantaggio del pubblico cui serve.

A parlare era qui il convinto sostenitore delle dottrine fisiocratiche e il fine


conoscitore delle lezioni cameralistiche, nonch lo studioso dei classici inglesi
(da Locke a Smith a Hume), dai quali aveva mutuato lidea della necessit di
una pi equa ripartizione delle ricchezze e delle propriet.
I poveri non chiedono altro se non se che sia loro permesso di dissodare e ridurre a coltura
alcun pezzo di terreni cos fatto, mediante il pagamento di taglie e di qualche annualit
eziandio; ed il fatto sta che i pi ricchi sono sempre quelli che traggono senza paragone
maggior profitto tanto da pascoli che da boschi comunitativi, onde ben chiaro il motivo
per cui si oppongono alla vendita di essi, dappoich ne godono quasi privatamente, senza
alcun correspettivo.

Strenuo oppositore del permanere di patrimoni fondiari inalienabili e indi-


visibili a fianco, com noto, di figure come Vasco, Balbo, Priocca, Vernazza,
Donaudi delle Mallere, Sauli dIgliano , Galeani Napione coglieva loccasio-
ne per criticare pesantemente anche linadeguatezza degli amministratori loca-
li. La documentazione che gli era stata trasmessa sullAcquese dal precedente
intendente Cristiani gli forniva diversi spunti su come incentivare le alienazio-
ni dei terreni boschivi a favore di uno sviluppo economico integrato: a un tem-
po agricolo e manifatturiero54.
LUfficio si procurata lesatta relazione de boschi della provincia dAcqui stesa sin dal
1783 dal gi intendente di quella provincia signor conte Cristiani. Quindi, colla scorta degli
ordinati contenenti le notizie preliminari alla ordinata perequazione cui erano devenuti i
pubblici di quella provincia nel 1782 in seguito a circolare di quellufficio dIntendenza, si
sono formate le annesse tabelle dimostrative55... Sul generale [queste tabelle] devono con-
tenere per minor numero di giornate di boschi di quello che realmente vi abbia, e ci non
tanto per mancanza di misure e di notizie accertate dal canto degli amministratori e segre-
tari, come per essersi sempre consegnato di meno per timore della perequazione. Lo lascia
anche supporre di tratto in tratto la relazione precitata del signor intendente conte
Cristiani... Colla alienazione de beni comunitativi e segnatamente de boschi avrebbe quel-
la provincia il modo di ricavar abbondantemente le somme necessarie per le misure territo-
riali e per quelle altre operazioni le quali, mentre servir debbono di base per la perequazio-

53. Sulla polemica di Galeani Napione contro gli usi collettivi delle zone boschive, a favore
dellintroduzione di piccole propriet di coltivatori, cfr. A. Fossati, Il pensiero economico, cit.,
pp. 120-121, 126-128.
54. Successore di Cristiani, era allora intendente di Acqui il cavalier Ghilini.
55. Quattro Stati dedicati alle gabelle spettanti ai pubblici dellAlto Monferrato secondo i
convocati dellanno 1782 e alle comunit dellAlto Monferrato che possedevano o meno bo-
schi con o senza reddito.

248
ne de carichi, gioveranno pure alla riordinazione de catasti e per conseguente al vantaggio
diretto di que pubblici. La convenienza di alienare piuttosto che di affittare i boschi comu-
nitativi di quella provincia stata riconosciuta dal prenominato signor intendente conte
Cristiani, parlando in specie dei boschi appartenenti alla citt dAcqui, dove accenna che
gli affittavoli sono i primi devastatori delle selve comunitative, attesoch o sulla incertezza
di proseguire nellaffittamento o perch hanno risolto di non essere pi affittavoli, conce-
dono il pascolo per trarne qualche corrispettivo, anche dove il bosco pu soffrirne56. Che
sovrabbondi la legna sul totale di quella provincia si raccoglie ad ogni tratto di quella rela-
zione e dal proporre che si fa in essa di stabilire due manifatture, una di ferro al Dego e lal-
tra di maiolica a Spigno... E se importante la conservazione de boschi ed il trovar modo
di moltiplicarne il prodotto in ogni paese, rilevantissimo oggetto si questo nel
Monferrato, sia perch alcuna parte di esso patisce difetto di legna sia per la considerazio-
ne che se, mediante lo stabilimento di fornaci di vetri grossi, si potessero avere bottiglie di
buona qualit ed a buon mercato, si potrebbe allora per avventura, massime colla facilit
che apprestano le buone strade, procurar di fare maggior smercio ed anche fuori Stato de
vini, principal reddito di questa contrada.

Anche in diverse terre imperiali dellAlto Monferrato Galeani Napione


avrebbe voluto spingere allalienazione di alcuni boschi comunitativi, al fine
di destinare altro denaro alle misure territoriali di que pubblici che abbiso-
gnano per questo effetto di fondi.
Nella provincia di Casale, pi ricca di quella di Acqui, per la perequazione
erano state messe in bilancio sino ad allora 60.000 lire e dal 1783 erano stati
nominati due misuratori per disposizione dellintendente generale Canova.
Gli amministratori avevano per fatto il possibile per intralciare lavvio dei
lavori.
In dette lire 60.000 entra il calcolo della misura della citt di Casale, per la quale si pre-
sentato sin dallanno 1783 un partito di due valenti misuratori stato trasmesso dal signor in-
tendente generale Canova allUfficio, a tenore di cui la citt, mediante il pagamento annuo
di lire 2.000 e le altre spese di trabuccanti, alloggio, somministranze, potrebbe in tre anni
avere la sua misura compita senza bisogno di alcuna anticipata n lobbligo di contrarre al-
tro debito gravoso. E rispetto a detta citt non sicuramente la spesa che trattenga lammi-
nistrazione dal por mano ad opera cos fatta, poich di buon grado si assume carichi molto
maggiori, ma bens lavversione che si ha parimenti alla perequazione ordinata.

La vendita di beni comuni avrebbe potuto costituire, anche in questo caso,


secondo Galeani Napione, il mezzo per superare colpevoli e dannose inerzie.
Sul tema delle gabelle, lautore riprendeva quasi letteralmente la memoria
di Canova, auspicando la rapida riduzione dei balzelli che continuavano a so-
pravvivere allinterno dello Stato. Dal 1782 al 1787 il coordinamento fra
Azienda delle Finanze, Giunta e Ufficio per il censimento non aveva infatti an-

56. Sullaffittanza e gli squilibri sociali diffusi nella seconda met del Settecento cfr. G.
Levi, Gli aritmetici politici e la demografia piemontese negli ultimi anni del Settecento, Rivista
storica italiana, LXXXVI (1974), pp. 201-65. Sullinteresse di Galeani Napione per questi temi
cfr. S. Tessiore, Latifondo e grandi affitti, cit.

249
cora realizzato alcuno spoglio di tutti i prodotti dogni ramo di gabella che
potesse consentire sollecite decisioni esecutive in materia.
Qualora riuscisse di conciliare linteresse delle Regie Finanze colla libert del commercio
nel Monferrato ne seguirebbono molti buoni effetti, e prima di tutto renderebbe loperazio-
ne della perequazione gradita ad ogni ordine di persone, mentre non si pu negare che sia
al presente riguardata dalla maggior parte sotto un odioso aspetto.

Con Canova Galeani Napione concordava a proposito dellopportunit di


estendere il sistema delle gabelle vigente in Piemonte anche al Monferrato.
Misure e pesi restavano diversi, ma in ci egli non vedeva un ostacolo insor-
montabile.
Ragguagliate che fossero le une alle altre esse misure e pesi e fissata una etichetta57, si po-
trebbono lasciar sussistere provvisionalmente quelle cui il popolo gi avvezzo...
Terminate le misure e tutte le altre operazioni della perequazione, si avrebbe poi campo,
volendo intraprendere una cos ardua ed importante riforma, di mettere in ordine ogni cosa.

La parte conclusiva della memoria era dedicata ancora a una forte polemica
contro i ricorsi avanzati dai Consigli delle comunit locali, palesemente in ma-
lafede secondo il funzionario sabaudo, e contro quelli giunti da un paio di si-
gnori feudali: il marchese Carlo Girolamo Falletti di Barolo, che chiedeva che
i feudi di San Soluto e Cassinelonghe fossero aggregati, nelle operazioni di mi-
surazione, al territorio di Pontestura, richiesta che fu accolta, e il marchese
Giulio Raggio, che pretendeva invece che labbazia di Santa Maria del
Tiglieto, di cui godeva i redditi, potesse evitare di contribuire alle spese di ca-
tastazione58. Galeani Napione non nutriva dubbi che fosse massima giustissi-
ma obbligare gli attuali possessori di beni ecclesiastici (quale era il marchese
Raggio) a condividere i costi delle misurazioni, essendo la perequazione un
obiettivo politico di primaria importanza:
La voce perequazione di sua natura non significa mai n pu significare accrescimento o
diminuzione dei tributi, ma bens giusto, imparziale e ben regolato riparto.

Il sovrano aveva gi disposto, col regio biglietto dell8 agosto 1786, che
agli oneri per le misurazioni dovessero partecipare anche i possessori di beni
immuni e allodiali59; ma il fatto che laggiornamento degli estimi fosse ancora
in corso non aiutava ad applicare con serenit alcuna norma, in particolare sui
terreni ecclesiastici ceduti in enfiteusi a laici. Pragmaticamente, in assenza di
misure compiute, Galeani Napione escludeva che si potessero applicare i me-

57. Un parametro, denominatore comune.


58. Sulla serie di contrasti giurisdizionali e di confine legati alla storia dellabbazia cister-
cense, dovuti alla sua delicata posizione geografica cfr. B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghe-
sco, cit., pp. 390-396, e il contributo di P. Palumbo in questo volume. Sulla famiglia genovese
dei Raggio, cui era stata ceduta per titolo di locazione perpetua cfr. infra.
59. Cfr. supra, n. 46.

250
todi gi usati nelle perequazioni del Piemonte e delle province di nuovo acqui-
sto smembrate dal Milanese:
Sembra pertanto che per questo capo adottarsi possa la pratica tenuta dallUfficio generale
delle Regie Finanze in altre provincie per que territori dove inesatte erano o mancanti af-
fatto le misure, irregolari le mappe ed i catasti, n eravi allibramento fissato a beni eccle-
siastici. Onde, partendo da quanto attualmente da ciascuna comunit si corrisponde in tota-
le per ragione de carichi regi imposti sui terreni e da ciascun contribuente in ragion di re-
gistro, si potr procedere al conto del contributo di ciascun possessore di beni enfiteotici e
di ciascun padrone diretto che riscuota canoni.

Limportante era che il contributo in denaro di chi possedeva o usufruiva di


beni gi dichiarati immuni non risultasse semplicemente in sollievo delle ri-
spettive comunit nel territorio delle quali trovansi detti beni, ma prima di tut-
to a vantaggio delle Regie Finanze.

5. La tentazione ai compromessi alla vigilia della crisi dello Stato


La fermezza con cui Galeani Napione aveva sviluppato le tesi di Canova
convinsero il governo a proseguire sulla strada di una riorganizzazione genera-
le dei dazi in Monferrato. Unita alla memoria del 1787 infatti la copia del re-
gio biglietto del 19 febbraio 1788 con cui Galeani Napione veniva incaricato di
preparare le notizie preliminari che dovranno servire di base allesame di
questa riforma. Come sovrintendente dellUfficio della perequazione, nel
gennaio 1790 egli fu poi chiamato a partecipare a una Giunta sullamministra-
zione dei pubblici, che dallagosto 1793 fin collassorbire le competenze
dellUfficio della perequazione del Monferrato60.
Che alle soglie degli anni Novanta Galeani Napione (a dispetto della piega
conservatrice che avrebbe invece via via assunto la sua attivit pubblica e in-
tellettuale a partire dal periodo delloccupazione francese e in particolare dopo
la Restaurazione) perseguisse con non minore impegno i piani economici ela-
borati nel decennio precedente evidente, al di l dei suoi scritti pi studiati,
da un Progetto di un nuovo regolamento per le misure territoriali e riforma de
catasti che egli sottoscrisse il 26 ottobre 179161. Astraendo dal caso monferri-
no, ma facendo anche tesoro di tutti i nodi che era stato spinto ad approfondire

60. S. Tessiore, Latifondo e grandi affitti, cit., p. 365. Sulla crisi del regolamento dei pub-
blici (1773-1775) e sul progetto di riforma delle amministrazioni comunali elaborato da
Galeani Napione nel 1790 cfr. A. Merlotti, Lenigma delle nobilt, cit., pp. 167-179, 191-203.
61. BRT, Storia patria 872. Il manoscritto era conosciuto gi da L. Fusani, Gian Francesco
Galeani Napione, cit., p. 58, dove lo si indicava in una nota. Antonio Fossati (Il pensiero econo-
mico, cit., pp. 105, 112) sostenne che questo progetto fosse stato anticipato da un Promemoria
dellUfficio della perequazione di Monferrato (3 agosto 1788), di cui per non offriva la collo-
cazione. Le basi per una riflessione generale sulla riforma dei catasti erano gi state tuttavia cer-
tamente poste con solidit nella memoria del 1787.

251
grazie alla nomina a sovrintendente del censimento, lautore elaborava qui
qualcosa di pi che una semplice riflessione sulle modalit di esecuzione degli
estimi e dei catasti, stendendo di fatto una sorta di filosofia della politica della
perequazione: giustificandone cio i motivi, descrivendone le procedure giuri-
diche, soffermandosi sul tipo di utilit pubblica e privata su cui essa si fonda-
va, individuando infine i limiti dei metodi di rilevamento del passato.
Nei primi anni Novanta il censimento in Monferrato era stato intanto svolto
solo in minima parte, bloccato dalle dispute sulle questioni delle immunit. Le
carte darchivio, che richiederebbero unindagine assai pi approfondita di
quanto non abbia tentato di compiere in questo contributo, si fermano agli anni
1792-93, allincirca in coincidenza con lentrata in guerra dello Stato sabaudo
contro la Francia62. Uno degli episodi in cui le autorit sabaude si trovarono in-
vischiate era stato quel ricorso presentato dal marchese Giulio Raggio verso il
quale Galeani Napione aveva mostrato una chiara posizione giurisdizionalista.
Dietro la vicenda stava, in realt, unannosa controversia, che aveva coin-
volto anche la Santa Sede. Permutando parte dei beni dellabbazia, i Raggio
avevano stipulato nel corso degli anni alcuni contratti daffitto, che avevano
portato i locatari a ritenersi a un certo punto esenti da qualunque taglia imposta
dai Savoia63. Non ammettendo tali ragioni, il fisco sabaudo era giunto ad accu-
sare il marchese Giulio Raggio, erede dei compratori dei beni di Tiglieto, dan-
do il via a una contesa destinata a intersecarsi con le delicate fasi della pere-
quazione. In un Promemoria indirizzato al ministro degli Esteri Perrone, il
nunzio apostolico abate Emidio Ziucci aveva sostenuto che limmunit eccle-
siastica sui beni dellabbazia, esenti da contribuzioni ordinarie allo Stato e
concessi al momento in enfiteusi al marchese Raggio, implicasse lesclusione
dal coinvolgimento in qualsiasi operazione di misura dei terreni. Dalla
Segreteria degli Esteri la domanda era stata passata al conte Corte primo se-
gretario agli Interni, da dove era finita in Senato, venendo sottoposta al giudi-
zio del primo presidente Peiretti. Ostentando buoni servigi verso il re, per cer-
car di disinnescare il conflitto giurisdizionale, il marchese Raggio si era da ul-
timo offerto di far misurare per proprio conto il territorio di Tiglieto, ma lof-
ferta era stata rifiutata, perch la misurazione non poteva essere condotta pri-
vatamente, dovendosi servire di misuratori pubblici procurati dalle comunit.
Controfirmando i resoconti di queste discussioni, Galeani Napione aveva pro-
posto che per coordinare i geometri pratici fossero nominati il capitano de-
gli ingegneri cavalier Lovera, i capitani dartiglieria Zino e Dana dUsseglio e
larchitetto regio Carlo Andrea Rana, mentre la Giunta sottolineava che la mi-

62. Qualche strascico amministrativo di natura contabile documentata da Registro dichia-


razioni per gli stipendi degli impiegati nellUfficio della perequazione dellAlto e Basso
Monferrato (1782-1795), ASTO, Finanze, II Archiviazione, capo 26, reg. 30. Per seguire le vi-
cende della perequazione fino ai primi anni Novanta segnalo ivi i regg. 15, 18, 21-24, 27-29, 31
bis.
63. B.A. Raviola, Il Monferrato gonzaghesco, cit., p. 395.

252
surazione avrebbe dovuto risultare utile anche a chi allora possedeva i beni in
enfiteusi, che avrebbe avuto cos modo di conoscerne leffettiva entit:
La manutenzione ed il miglior essere de beni dellabbazia direttamente riguardano spese
che cader devono a carico del possessore e non mai sotto pretesto dellimmunit ecclesia-
stica a carico del registro de territori dove detti beni si ritrovano. Di fatti in tal caso quelle
comunit non si avvederebbono esser detti beni di natura ecclesiastica per lavvantaggio
che rechino come recavano nella loro primiera instituzione a quelle popolazioni, ma li rico-
noscerebbero soltanto per tali dal danno e pregiudicio che ne verrebbero a provare64.
Compiuta unennesima indagine tra il maggio 1788 e il luglio 1789, la
Giunta aveva appurato che il marchese Raggio godeva dei beni di Tiglieto se-
condo un regolare contratto di enfiteusi65. Per questa ragione egli doveva ver-
sare un canone che era stato fissato in 30 scudi di Genova nellinstromento
firmato il 14 giugno 1652 tra casa Raggio e il cardinale della stessa famiglia,
allora abate commendatario dellabbazia. Ora le Regie Finanze, essendo lab-
bazia compresa nei domini sabaudi, pretendevano di ricevere una quota del
tributo: come a dire che il marchese avrebbe dovuto pagare in quanto titolare
di un contratto di enfiteusi, non gi come detentore in proprio di un bene ec-
clesiastico, al quale era stata riconosciuta dai Savoia lesenzione dallobbligo
del pagamento di due terzi del tasso. Ci, ribadiva la Giunta, non poteva dar al-
cun fondamento alle pretese del marchese Raggi ed alle replicate rappresen-
tanze del ministro pontificio dirette ad ottenere di essere esentato dal concorso
al pagamento delle spese per le misure territoriali. Dallintervento di Ziucci al
momento in cui la Giunta scriveva era stato pubblicato il gi citato regio bi-
glietto del 1786, che aveva sancito la decisione del sovrano di far partecipare
anche i beni ecclesiastici immuni alle spese per la misurazione66. Leventuale
esenzione concessa al marchese, dichiarava la Giunta nel 1789, non avrebbe
potuto che ricadere a svantaggio delle comunit dove si trovavano le terre del-
labbazia, ingenerando pericolose tensioni sociali e invitando altri livellari o
enfiteuti a chiedere la stessa esenzione. Alla fine, per, gli stessi membri della
Giunta67, per mettere a tacere lopposizione di Roma, lasciarono aperta la pos-
sibilit che le Regie Finanze concedessero ad personam di supplire alle spese
delle misure dei detti beni spettanti allabbazia del Tiglieto per quella tangente
che dovrebbe esser a carico di detto marchese Raggi, e ci per quanto riflette
tutte quelle operazioni cui si posto mano dopo intrapresa la perequazione del

64. Rappresentanza dellUffizio della perequazione del Monferrato alleccellentissima


Giunta in cui si riferisce un promemoria del ministro della Santa Sede presso questa Real Corte
diretto ad ottenere lesenzione dal concorso alle spese delle misure territoriali in favor de beni
gi spettanti allabazia di Santa Maria del Tiglietto, 12 maggio 1788, ASTO, Corte, ME,
Perequazione del Monferrato, m. 1 non inv.; altra copia ivi, m. 1 di I add., fasc. 1.
65. Sentimento della Giunta della perequazione del Monferrato sulla rappresentanza
dUffizio dei 12 maggio 1788, 3 luglio 1789, ivi, m. 1 non inv.
66. Cfr. n. 46.
67. Il documento era firmato da Peiretti, Beltramo, Adami, Petitti, Ferri, Canova, Berzetti,
Favrat.

253
Ducato di Monferrato. Un regio biglietto del 24 luglio 1789 accoglieva infine
tale proposta, arrivando a un compromesso che incrinava di fatto la determina-
zione dichiarata fino a poco tempo prima68.
Altro intralcio in una fase poco pi avanzata della perequazione era stata la
richiesta avanzata nel maggio 1792 dai mercanti casalesi per ottenere uno sgra-
vio fiscale o quanto meno una condivisione degli attuali tributi straordinari
(cresciuti anche in occasione della costruzione della nuova strada militare nel
territorio del Casalese) con la comunit del ghetto ebraico. La crisi dei traffici
e la concorrenza del gruppo ebraico, cresciuta progressivamente dalla met del
Seicento, avevano ridotto, stando a questa domanda, da una quarantina a soli
otto i soggetti cattolici che rappresentavano il ceto mercantile della citt mon-
ferrina69. La nuova ripartizione dei tributi che avrebbe dovuto scaturire natu-
ralmente dai lavori del censimento era, del resto, ancora molto incerta.
Non essendo ancora state stabilite le massime per determinare la natura dei diversi carichi
del Monferrato (il che esser dee una delle operazioni della perequazione), non possono a
meno dinsorgere dubbiet nel cercar di adattare alle comunit di quelle provincie la for-
mola di causato prescritta osservarsi in tutte le provincie dellantico Piemonte... La diffi-
colt consiste principalmente nel determinare se il fumante, carico personale, vario e varia-
mente ripartito nei pubblici del Monferrato, essendovene anche alcuno come la citt di
Casale che ne va esente, debba considerarsi come della stessa natura del cotizzo personale,
sospeso in vigore delle succennate providenze. Il fondamento del dubbio si che, oltre al
impiegarsi parte del prodotto del fumante, sebben con varia proporzione, nelle diverse co-
munit per far fronte ad una determinata quantit delle spese locali, n pi n meno di quel-
lo che simpiegasse in Piemonte il ricavato da cotizzi personali, se ne destina anche qual-
che porzione per supplire in parte al pagamento de camerali e segnatamente a quello della
imposizione per le caserme.

Cos si leggeva in un Progetto di formola di causato per le provincie del


Monferrato70 del 1793, anonimo, ma forse opera di Galeani Napione. Istituito
nel 1620 dal duca Ferdinando di Mantova come tributo in denaro che sostituis-
se lobbligo di garantire lalloggio alle soldatesche, il fumante aveva cambiato
col tempo la sua natura diventando un vero tasso reale71. In sintonia con lin-

68. ASTO, Corte, ME, Perequazione del Monferrato, m. 1 non inv.; Sentimento della Giunta
consultiva della perequazione del Monferrato sulla rappresentanza dellUffizio delli 12 maggio
1788 circa le istanze fatte dalla corte di Roma al fine di ottenere a favore del marchese Raggi
lesenzione dal concorso nel pagamento delle spese delle misure territoriali per li beni gi spet-
tanti allabazia di Santa Maria del Tiglieto posti in diversi territori del Monferrato, 3 luglio
1789, Con copia delle sovrane determinazioni spiegate nel regio biglietto indirizzato alla
Giunta li 24 detto, ivi, m. 1 di I add., fasc. 6.
69. Rappresentanza dellUfficio della perequazione del Monferrato intorno alla dimanda
della classe dei mercanti della citt di Casale di venir sollevati da una parte del tasso del mer-
cimonio, 28 maggio 1792, ivi, fasc. 7.
70. Ivi, fasc. 8.
71. Cfr. la lettera dellintendente Capriata allegata alla memoria, datata Acqui, 15 maggio
1792.

254
tendente generale Capriata, che aveva sostituito lormai scomparso Canova,
raccogliendo notizie su questo tipo di tassa, lautore ne proponeva ora laboli-
zione, perch si trattava sostanzialmente di unimposizione non omogenea, de-
stinata inoltre a gravare soprattutto sui pi poveri.
Lesser questo un carico fluttuante, che varia da luogo a luogo, da un anno ad un altro, lar-
bitrio che non pu a meno di richiedere per fissarlo e la disparit che, lasciandolo sussiste-
re anche soltanto in parte, introdurrebbe tra le provincie dellantico Piemonte e quelle del
Monferrato oltre alla difficolt di regolarlo e di ripartirlo pare che sieno altrettanti motivi
che persuadano a sospenderlo per intero... Lesenzione dal contribuire col mezzo del fu-
mante alle caserme una esenzione da un carico personale, compensata specialmente in
tempo di guerra coi servigi personali della classe pi numerosa e pi ristretta di facolt.

Labolizione del fumante sarebbe corrisposta alla sospensione del cotizzo


personale gi compiuta in Piemonte. Lo scenario era ormai, daltro canto,
come lasciava trasparire lautore del Progetto, quello di guerra, e gli attori
principali non erano pi i misuratori e i geometri coordinati dai funzionari in-
caricati di sovrintendere alla perequazione, bens gli eserciti tornati in stato di
battaglia.

255
Suddivisione napoleonica del territorio e risposte
locali: esempi nel Piemonte meridionale
di Valeria Pansini

Premessa
Questo testo si propone di analizzare, accordando unattenzione particolare
alle fonti cartografiche, le modalit dellapplicazione di una riforma territoria-
le. Allintero territorio piemontese, e successivamente anche a quello ligure,
viene applicata la divisione in dipartimenti, innovazione della Francia rivolu-
zionaria1, gi nel 1799, tre anni prima delleffettiva annessione. Il Piemonte
ancora nominalmente indipendente diviso in quattro dipartimenti: Eridano,
con capoluogo Torino, Sesia con capoluogo Vercelli, Stura, con Mondov, e
Tanaro, intorno ad Alessandria2. La vera riforma comincia per nel 1801,
quando alla divisione in dipartimenti, modificata3, corrisponde linizio dellap-
plicazione della maglia amministrativa, che divide i dipartimenti in circondari
(arrondissements) e i circondari in cantoni, costituiti da un numero non prede-
finito di comuni, ma con una popolazione minima di 5000 persone; il capoluo-
go di dipartimento sede di prefettura, quello di circondario di una sottopre-
fettura. Nel 1805, con la riunione della Liguria allimpero francese, e la crea-
zione dei dipartimenti liguri di Montenotte, Genova, e Appennini, la distribu-
zione amministrativa dei territori piemontesi viene ancora una volta modifica-
ta, per rimanere stabile poi fino alla Restaurazione. Il dipartimento del Tanaro

1. Per ogni informazione sulla riforma in Francia e la sua applicazione, vedi M.-V. Ozouf-
Marignier, La formation des dpartements. La reprsentation du territoire franais la fin du
18e sicle, Paris 1992 (2e dition).
2. Vedi M.L. Sturani, Innovazioni e resistenze nella trasformazione della maglia ammini-
strativa piemontese durante il periodo francese (1798-1814), in Dinamiche storiche e problemi
attuali della maglia istituzionale. Saggi di geografia amministrativa, a cura di M.L. Sturani,
Alessandria 2001.
3. Nel 1801 il dipartimento Eridano diventa quello del Po, viene creato il dipartimento della
Dora, con capoluogo Ivrea, e quello di Marengo, con capoluogo Alessandria: il capoluogo del
Tanaro diventa Asti, e Cuneo quello della Stura.

256
viene soppresso, e i tre circondari di cui era costituito vengono ridistribuiti: il
circondario di Asti passa al dipartimento di Marengo, Acqui a Montenotte,
Alba a Stura. I territori monferrini si trovano cos divisi essenzialmente in due
dipartimenti, Montenotte e Marengo, e tre circondari: Acqui sotto Montenotte,
il cui capoluogo Savona, Asti e Casale sotto Marengo, dipendenti quindi da
Alessandria.
A livello delle suddivisioni territoriali, cambiano nettamente le dimensioni
dellunit di riferimento, il dipartimento, pi grande della provincia sabauda.
Minori sono invece i cambiamenti per quanto riguarda le interdipendenze co-
munali: le zone di influenza e di autorit dei comuni restano relativamente co-
stanti. Le dipendenze stabilite sono talvolta rifiutate: il caso di piccoli comu-
ni che chiedono di essere capoluogo di cantone, ma anche di Asti e Casale, che
contestano la posizione predominante di Alessandria. Questi casi di contesta-
zione, produttori di fonti, rivelano due tendenze, contrarie e complementari: da
una parte si chiede che siano ripristinate situazioni stabilite, che la riforma ha
voluto sovvertire; dallaltra, si cerca di approfittare della nuova amministrazio-
ne per sanare le antiche ingiustizie, o per conquistare, complice il cambiamen-
to, una migliore posizione.
Se questa nuova divisione ripercorre in gran parte limiti precedenti, la nuo-
va maglia amministrativa capillare, e al servizio di un sistema che ambisce
controllare in maniera altamente centralizzata un vastissimo territorio, quello
dellimpero francese. Il Piemonte , delle zone non francesi annesse, quella in
cui la maglia amministrativa napoleonica ha avuto pi tempo e modo di agire,
estendersi, e costituire, per alcuni anni, una reale e attiva amministrazione.
Lobiettivo di questo testo quello di creare un punto di vista sullinterazione
tra la realt locale e le istanze chiamate ad applicare questa riforma ammini-
strativa e territoriale. Lo sguardo parziale, perch parziale la documenta-
zione consultata: seguendo le vicende della riforma attraverso fonti esclusiva-
mente parigine, questa ricerca riproduce lo sguardo dellamministrazione cen-
trale, del Ministero dellInterno, dai cui archivi provengono le fonti consultate.
In queste fonti sono inclusi i documenti cartografici, che appaiono, se si eccet-
tuano alcune carte riassuntive di non grande qualit, sempre nellambito di
contestazioni territoriali. Carte e mappe sono qui usate essenzialmente come
fonti, e non come oggetto primario della ricerca: il loro ruolo fondamentale
non solo per ragioni di chiarezza esplicativa, e di possibilit di comprensione
per lo storico dei termini delle contestazioni, ma perch costituiscono la mate-
rializzazione del processo per cui comunit locali e amministrazione francese
sono chiamate a usare lo stesso linguaggio. I comuni producono carte per ren-
dere visibili e insieme appoggiare le loro rivendicazioni, e sanno di dover usa-
re, per questo, i principi guida della riforma, piegati a sostegno delle diverse
argomentazioni, ma comunque ineludibili.
Ci proponiamo di presentare, attraverso una serie di esempi rivelatori di ap-
plicazione delle normative, le maggiori innovazioni apportate dalla riforma,

257
articolate in tre punti: il primo affronta la questione del personale amministra-
tivo, essenziale per leffettiva realizzazione della rete capillare necessaria al
funzionamento dellamministrazione. Il secondo punto riguarda la questione
fondamentale della regolarizzazione del territorio e dei limiti, necessit per
lamministrazione francese centrale, rompicapo per gli amministratori locali,
fonte di conflitti tra le comunit. Le regolarizzazioni e le divisioni a livello
cantonale e circondariale modellano zone di influenza e interdipendenze che
saranno oggetto della terza parte di questo testo.

1. Personale amministrativo: come trovarlo, come controllarlo


Prima ancora delle difficolt di regolarizzazione del territorio, e dei contra-
sti tra i comuni, simpone, allattenzione degli amministratori e a quella della
nostra ricerca, lenorme problema del personale amministrativo. La ricerca di
personale giudiziario causa, almeno in Piemonte, di minori problemi: un nu-
mero sufficiente di notabili e di figli di notabili, gi attivi sotto il governo sa-
baudo, ha la preparazione necessaria per assumere le cariche di giudice, o per-
sonale dei tribunali. La buona retribuzione assicurata dal governo francese ag-
giunge alla preparazione la motivazione. Le nomine di alti funzionari ammini-
strativi, come i prefetti, e in maniera minore i sottoprefetti, seguono altre vie,
che non possiamo qui considerare4. Ma la scelta di personale atto a partecipare
ai consigli di circondario, di cantone, e soprattutto ad essere sindaco e vicesin-
daco degli innumerevoli comuni piemontesi, pone difficolt evidenti, che le
norme strette sullincompatibilit delle funzioni non possono che amplificare:
Aucun citoyen ne peut exercer une autorit charge de la surveillancedes fonctions quil
remplit dans une autre qualit. De ce principe il sensuit que dans tout les cas o les attri-
butions dun fonctionnaire se trouvent directement ou indirectement soumises aux attribu-
tions dun autre fonctionnaire, il existe surveillance de la place de celui-ci5.

Chi fa parte di un consiglio di cantone non pu quindi fare parte di un con-


siglio comunale, n tantomeno essere sindaco. Soprattutto a livello comunale e
cantonale, il mantenimento di questa norma6 fa s che la domanda di personale

4. Ci limitiamo a rilevare come anche a livello degli alti funzionari, il governo francese ab-
bia difficolt a nominare personale piemontese politicamente sicuro. Riscontri di questa affer-
mazione possono essere trovati in G. Vaccarino, Annexionnistes et autonomistes pimontais sous
le Directoire et le Consulat, in Cahiers dHistoire, 1971, t. 16 (3,4), pp. 307-324.
5. Nessun cittadino pu esercitare unautorit di sorveglianza sulle funzioni da lui assicu-
rate in altra qualit. Da ci segue che in tutti i casi in cui le competenze di un funzionario si tro-
vino sottomesse alle competenze di un altro funzionario, esiste sorveglianza da parte di que-
stultimo. In Rapport du bureau nominations et personnels au ministre de lIntrieur, Juin
1807, ANP, F1b 76.
6. Possiamo considerare lesistenza allepoca di questa norma rigida e di difficile applica-
zione come un segno della giovent e dellambizione della nuova macchina amministrativa: se

258
alfabetizzato superi nettamente la disponibilit. Nel Piemonte meridionale, la
situazione varia secondo i circondari: in quello di Acqui, dipartimento di
Montenotte, e ad Alessandria, la situazione buona, e sembra possibile trova-
re uomini capaci e alfabetizzati per assumere le funzioni di sindaco; ma nel re-
sto del dipartimento di Marengo le difficolt sono maggiori. Il problema dei
sindaci capaci, legato soprattutto allalfabetizzazione, un problema di tutta la
Francia, che spinge regolarmente a pensare a riunioni di comuni, o a soluzioni
che permettano di evitarle mantenendo il normale svolgimento del lavoro am-
ministrativo:
Peut-tre le Ministre jugera-t-il quil convient de faire tenir les registres des actes de nais-
sance, mariage et dcs par le maire ou adjoint de la commune la plus voisine moyennant
une lgre rtribution pour lindemniser du transport ; ou denvoyer sur les lieux un citoyen
nomm commissaire doffice, qui exercerait ces fonctions moyennant salaire7

Nessuna di queste due soluzioni, onerose finanziariamente, pare essere sta-


ta applicata, in Francia o in Piemonte. La tendenza del Ministero dellInterno,
in contrasto in questo con il Ministero delle Finanze, quella di diminuire il
pi possibile le riunioni di comuni, che allontanano i cittadini dallamministra-
zione.
La grande necessit di personale la principale difficolt di applicazione
della riforma territoriale che consideriamo, e insieme la sua maggior forza:
grazie alla capillarit della maglia, che d responsabilit dipendenti dal gover-
no centrale a chi prima si poneva piuttosto come interlocutore diretto di questo
governo, che la riforma riesce a cambiare radicalmente il tessuto amministrati-
vo francese, e a causare in Piemonte conseguenze durature. Certamente, come
vedremo, i sindaci, e persino i prefetti, seguono spesso pi rigorosamente le
obbedienze locali che non la fedelt pur giurata al governo centrale.
Nellarticolazione tra il loro ruolo di rappresentanti delle comunit locali e
quello di braccio del potere centrale si gioca la possibilit del cambiamento e il
successo della riforma. A livello del Ministero dellInterno, limportanza della
questione chiara, e la riluttanza a operare riunioni di comuni, riducendo cos
la capillarit che la forza della riforma, ne una prova. La situazione dei sin-
daci del resto strettamente seguita, e i prefetti devono inviare regolarmente al
Ministero liste complete degli amministratori attivi, con giudizi e commenti
sulle loro capacit a mantenere lincarico. Queste liste regolari, stabilite per di-
partimenti, offrono una fonte preziosa sulla situazione e sulla sua evoluzione:

la volont di cambiamento radicale non pi quella dei primi anni della Rivoluzione, quella di
costruzione di una macchina amministrativa nuova e di funzionamento ideale ancora presente
e forte.
7. Il Ministro potr forse considerare lipotesi di far tenere i registri di nascite, matrimoni e
morti dal sindaco o vicesindaco del comune pi vicino, attribuendogli una piccola retribuzione
per compensare le spese di viaggio, oppure quella di inviare un commissario dufficio salariato.
Bureau administratif de Sane et Loire, observations au ministre [s.d.], ANP, F1b 76.

259
le liste corrispondenti ai rinnovi quinquennali obbligatori dei sindaci, operati
nel 1807 e nel 1812, mostrano una situazione in netto miglioramento, soprat-
tutto nel dipartimento di Marengo8. Nel 1812 la maggior parte dei sindaci da
sostituire lo sono per ragioni che denotano una normalizzazione: et, o malat-
tia. La presenza dei preti nelle cariche amministrative, soluzione di emergenza
invisa al governo centrale, quasi sparita.
I commenti nei rapporti del 1807, o precedenti, evidenziavano una casistica
di problemi, oltre allanalfabetismo: incompatibilit di cariche, biasimo, inaffi-
dabilit politica, esplicita o suggerita, dimissioni. Alcuni esempi, significativi e
ricorrenti, tratti dal rapporto di novembre 1807 per Marengo9: manque des
moyens ncessaires, sa conduite nest pas digne de la confiance publique,
on le remplace avec un sujet beaucoup plus intelligent, indolent et insubor-
donn, il ne se donne aucun soin de faire arrter les brigands qui existent
dans sa commune, il a donn sa dmission, ne sachant ni lire ni crire,
turbulent et dangereux, homme absolument nul10. La motivazione finan-
ziaria molto frequente: la carica di sindaco non retribuita, e chi la occupa
deve detenere per altre vie le risorse che gli permettano di dedicarsi allammi-
nistrazione. Oltre ai commenti che mettono direttamente in causa loperato di
alcuni sindaci in materia di repressione del brigantaggio, luso di aggettivi
come turbolento, o insubordinato, permette di indovinare ragioni politi-
che per i commenti negativi.
Il controllo dei sindaci piemontesi e del loro operato sembra particolarmen-
te difficile, e la grande quantit di richieste di processi penali depositata presso
il ministero dellInterno ne una testimonianza. Un sindaco non pu infatti es-
sere processato senza un permesso esplicito del ministro dellInterno: questa
norma, che evidenzia ancora una volta il ruolo centrale di questa carica per
lamministrazione francese, responsabile per la produzione di fonti dettaglia-
te e di particolare interesse. il prefetto che costituisce il dossier di richiesta di
processo, ma non sempre il prefetto a desiderarlo: spesso gli alti funzionari
difendono i sindaci; vero per alcuni casi di concussione (molti sindaci sono
accusati di aver preso soldi per iscrivere matrimoni e nascite nei registri civili),
ma anche talvolta in quelli, numerosissimi, di reati presunti in materia di co-
scrizione. Pochi sembrano essere i processi autorizzati, ancora meno quelli che
vedono sindaci condannati. Eppure i documenti riguardanti la coscrizione met-
tono in luce una rete complicata, un vero e proprio traffico di persone, in cui
refrattari e riformati ricevono certificati di residenza o patenti per potersi ripre-

8. I documenti in questione sono conservati in ANP, F1b II, srie dpartementale: Marengo
1, 2, 3, 4, e Montenotte 1, 2, 3, 4.
9. ANP, F1b II Marengo 1.
10. Manca dei mezzi finanziari necessari, la sua condotta indegna della pubblica fidu-
cia, lo si sostituisce con un soggetto ben pi intelligente, indolente e insubordinato, non
fa nulla per arrestare i briganti presenti nel comune, ha dato le dimissioni, non sa n legge-
re n scrivere, turbolento e pericoloso, uomo di nessun valore.

260
sentare alla leva al posto di qualcun altro, per poi scappare nuovamente. In pra-
tica, varie accuse di refrattariet alla leva vengono accumulate su una stessa
persona, che viene per questo pagata dalle famiglie dei coscritti sostituiti, spes-
so tramite il sindaco. I reati di cui i sindaci sono accusati sono quindi sostitu-
zioni di persone, produzione di falsi certificati di residenza o di atti di nascita
di persone inesistenti (documenti che servono a creare identit fantasma per-
ch i gi refrattari possano assumerle per sostituire coscritti del villaggio), di
passaporti falsi con indicazione dellobbligo di coscrizione gi ottemperato.
Senza realmente difendere i sindaci, i prefetti sottolineano spesso il ruolo ac-
cessorio e forzato che questi si trovano a dover assumere, allinterno di una
rete di traffico che trascende ampiamente le loro responsabilit. Se alcuni sin-
daci sembrano essere tra chi controlla e trae vantaggi dalla rete, molti si trove-
rebbero a pagare, in caso di processo, le responsabilit di altri.
Pi complicata da difendere appare la posizione di vari soggetti accusati di
sostegno diretto a briganti e disertori. Nellottobre del 1807 un rapporto al mi-
nistro del prefetto di Marengo accusa i sindaci di Revigliasco e Vaglierano:
Dans la soire du 7 aot dernier, 22 conscrits fuyards ont pass sur le territoire des com-
munes de Revigliasco et de Vaglierano; ils ont soup lauberge dans cette dernire
commune et y sont rests pendant 2 heures. Aucunes msures nont t prises pour leur ar-
restation. Le maire de Revigliasco prtend quil na pas t instruit temps du passage de
ces dserteurs, celui de Vaglierano sexcuse sur son absence11.

impossibile, si afferma in questo rapporto, che ventidue disertori arrivino


in un villaggio senza che lo si sappia. I sindaci sono stati sospesi dal prefetto,
ma il ministero che li deve destituire. interessante notare la poca fiducia dei
funzionari amministrativi nelle possibilit della via giudiziaria: inutile pro-
cessare questi sindaci, dice il rapporto, perch la loro assoluzione quasi sicu-
ra. Troviamo traccia di un episodio simile accaduto nel maggio del 1806, che
riguarda due complici del famoso brigante Maino della Spinetta, rifugiatisi a
Priocca, dove avrebbero soggiornato quattro giorni. Questa volta il secondo
segretario del governo piemontese che con lettera diretta al ministro dellinter-
no, Champagny, accusa i funzionari locali, sindaco, vicesindaco, e commissa-
rio di polizia, di aver dato avviso troppo tardi perch si potesse intervenire:
plusieurs plaintes de la mme nature sont faites dans divers tribunaux du
Pimont12.

11. La sera del 7 Agosto, 22 disertori sono passati nei territori dei comuni di Revigliasco e
Vaglierano...; hanno cenato alla locanda di Vaglierano e vi sono rimasti due ore. Nessuna misu-
ra stata presa per arrestarli. Il sindaco di Revigliasco pretende di non essere stato avvisato in
tempo del passaggio di questi disertori, e quello di Vaglierano si giustifica affermando che era
assente, ANP, F1b II Marengo 4.
12. Numerose denunce dello stesso genere vengono sporte nei tribunali piemontesi, ANP,
F1a 558.

261
Le motivazioni dei sindaci che proteggono i briganti non sono neanche di-
scusse, ma lo la loro tecnica: limitandosi ad avvisare in ritardo del passag-
gio di briganti e disertori, i sindaci si proteggono da eventuali accuse. Non pos-
sono essere processati, e quandanche lo fossero sarebbero assolti, come affer-
ma il rapporto sullepisodio di Vaglierano. I loro superiori possono al limite ac-
cusarli di negligenza, eventualmente sospenderli, ma difficilmente il ministro
dellInterno, cosciente della situazione, li destituir definitivamente: la destitu-
zione uneventualit che non fa certo paura ai diretti interessati, e leventuale
nuovo sindaco, ammesso che una persona atta ad assumere questa carica e de-
siderosa di farlo esista nel comune in questione, ripercorrerebbe molto proba-
bilmente le orme del predecessore, agendo secondo gli stessi principi e grazie
agli stessi stratagemmi.
Sarebbe certo eccessivo dire che i sindaci piemontesi tengono in scacco
lamministrazione francese, ma indubbio che in tutto lImpero le difficolt
nel reclutamento del personale amministrativo di basso livello pongono al mi-
nistero dellInterno e agli alti funzionari gravi problemi di controllo. Esiste una
sorta di dipendenza nei confronti dei sindaci perch gli strumenti coercitivi
sono estremamente limitati. Le possibilit di rendere le cariche obbligatorie13,
vista la mancanza di volont di assumere quelle non retribuite, o di imporre al
personale negligente pene pecuniarie, vista linutilit della minaccia di destitu-
zione, erano state precedentemente considerate, e accantonate:
dailleurs les difficults presque insurmontables quon prouve dans toute la Rpublique
pour rcomposer des administrations... saccrotraient infailliblement en proportions des
peines qui pseraient sur la ngligence ou lindocilit14.

Lapplicazione della riforma rivela le sue imperfezioni: in una situazione


politica difficile come quella piemontese, in un territorio annesso solo recente-
mente, il reclutamento dei sindaci, gi complicato in Francia dalla poca dispo-
nibilit di individui capaci, solleva problemi inerenti al controllo sociale. Sar
la dura repressione del brigantaggio a rendere meno pressanti, questioni che
amministrativamente non migliorano durante gli anni dellannessione del
Piemonte alla Francia. Dal punto di vista del personale dellamministrazione
comunale la riforma territoriale si dimostra difficile da applicare in paese
ostile, o comunque in un territorio nel quale sopravvivono forti opposizioni
al governo centrale. La capillarit della rete pu essere unarma a doppio taglio
se gli strumenti coercitivi sono limitati, e se le comunit locali imparano a ser-
virsene, scoprendo i margini di manovra lasciati dalla nuova struttura ammini-
strativa. Lesercizio del potere governativo incontra qui una difficolt, che non

13. Vedi Extrait des registres des dlibrations des consuls de la Rpublique, 23 messidoro
anno VIII, ANP, F1b 76.
14. Le difficolt quasi insormontabili in tutta la Repubblica per comporre amministrazioni
aumenterebbero certamente in proporzione alle pene su negligenza e indocilit, Rapport au mi-
nistre, 27 piovoso anno III, ANP, F1b 76.

262
causata da un insuccesso nellapplicazione della riforma (la rete viene co-
struita, ed funzionante), ma da una debolezza inerente alla riforma stessa,
resa evidente in un territorio che non n politicamente n socialmente sotto
controllo.

2. La regolarizzazione del territorio: i principi e la loro applicazione


La divisione in dipartimenti si basa su principi di regolarizzazione dei limi-
ti territoriali, prima fra tutti la contiguit e continuit del territorio sottomesso
a una determinata amministrazione. Leliminazione delle enclavi una conse-
guenza diretta di questa esigenza, considerata come irrinunciabile per permet-
tere a unamministrazione centralizzata di esercitare il suo potere uniforme-
mente sul territorio. La preferenza per i confini naturali un mezzo al servizio
della regolarizzazione. Se i principi sono relativamente chiari, la loro applica-
zione complessa: le comunit locali, in Francia come nei dipartimenti riuniti
in et imperiale, interiorizzano efficacemente i principi guida, e operano le
scelte necessarie per sostenere le loro rivendicazioni con argomenti consacrati
come validi dalla stessa amministrazione centrale15.
Gli argomenti costruiti sui principi base e utilizzati negli innumerevoli con-
flitti in territorio francese sono ricorrenti sin dal 1790. La divisione piemonte-
se, e soprattutto la sua reale attuazione, si inseriscono tuttavia in un momento
particolare, contraddistinto dalla coesistenza di leggi chiaramente contraddit-
torie, e marcato dalla discussione sulla realizzazione del catasto.
Le leggi di riferimento per la divisione del territorio a livello di amministra-
zione comunale sono tre: marzo 1790, dicembre 1790, messidoro anno VII (lu-
glio 1799). La prima stabilisce che ogni territorio appartiene al comune che lo
ha fino ad allora amministrato; le altre due leggi, e in particolare quella di mes-
sidoro anno VII, affermano che i terreni completamente in enclave rispondono
dal punto di vista fiscale allamministrazione del comune che li circonda. Gli
innumerevoli conflitti che approdano negli uffici del ministero dellInterno na-
scono dalla contraddizione inerente a queste leggi, e allo spazio aperto alle
possibilit di argomentazione che cos si apre. Lannessione del Piemonte au-
menta la quantit gi insostenibile di conflitti: ridurne il numero , sotto il
Consolato, lesigenza primaria dellamministrazione centrale in materia di
riforma territoriale. La linea scelta dal ministero dellInterno nelle discussioni
preliminari del catasto segue questa direzione: sopportare unimperfetta rego-
larizzazione delle divisioni territoriali, per semplificare la gestione dei conflit-
ti. Il Ministero delle Finanze invece a favore delladozione sistematica dei li-
miti naturali, o in assenza di questi, del tracciato di linee rette con segnali posti
a spese dei comuni: la regolarizzazione e la razionalizzazione vengono presen-

15. Vedi i numerosi esempi in M.-V. Ozouf-Marignier, La formation des dpartements, cit.

263
tate come esigenze prioritarie; il miglioramento delle condizioni di realizza-
zione del catasto lo scopo ricercato, a tutti i costi. Il Conseil dtat adotter
una posizione pi vicina a quella del Ministero dellInterno, e rifiuter, nel feb-
braio 1806, il progetto di decreto delle Finanze:
Le Conseil dtat,... considrant que tout changement dans les dlimitations, qui naurait
pour objet que de rendre les limites plus rgulires sur les plans, daprs la dmande des
agens du cadastre, produirait de nombreuses contestations et une grande inquitude, dans
lespoir datteindre une perfection chimrique, et de procurer des avantages incertains;
que les lignes droites, plus commodes aux arpenteurs, auraient linconvenient de couper les
proprits et de changer les habitudes et les rapports des administrs, est davis, 1. que le
projet de dcret prsent par le Ministre ne peut etre adopt16.

La linea del Ministero dellInterno, pi aperta alla considerazione dei casi


particolari, fortemente contraria a una regolarizzazione a tutti i costi, quindi
la linea vincente. La principale preoccupazione dellamministrazione, per
quello che riguarda le delimitazioni del territorio, in Piemonte come nel resto
dellImpero, , allepoca, permettere la realizzazione di un catasto, senza au-
mentare il numero di conflitti in atto, e se possibile riducendolo. nei termini
di questa ambizione, solo apparentemente limitata, che lapplicazione della
riforma territoriale in Piemonte deve essere valutata. Il 1806 lanno dellapi-
ce della parabola napoleonica: dopo Austerlitz niente sembra poter resistere
alla Francia imperiale. Le attivit di governo e di amministrazione, pensate su
scala imperiale, non seguono scelte di urgenza, ma si inseriscono in una pro-
spettiva di lunga durata. La linea del Ministero dellInterno non deve essere
letta come rinunciataria, ma bens come volta a permettere una reale ammini-
strazione, evitando la radicalizzazione dei contrasti con le comunit locali. Se
in materia di riforme territoriali e modifiche delle delimitazioni ogni decisione
deve essere presa direttamente dallImperatore, la consultazione delle comu-
nit, e in particolare dei consigli comunali, costante, e presentata come ne-
cessaria. Per poter essere realmente applicata, la riforma non pu essere pura-
mente imposta dallalto. La capacit decisionale certo concentrata allapice
della piramide, ma i differenti livelli sono chiamati a cooperare al processo.
I principi restano regolatori, anche se non ciecamente applicati.
Leliminazione delle enclavi e il principio della contiguit territoriale costitui-
scono unesigenza primaria, ma i processi sono lenti, e anche la regolarizzazio-
ne cos fortemente auspicata sembra essere in molti casi indefinitamente ri-
mandata. Il caso dei comuni di Castellino e Igliano (fig. 7) ne un esempio. La

16. Il Consiglio di Stato, considerando che ogni cambiamento nelle delimitazioni avente
come unico scopo quello di rendere le linee nelle carte pi regolari, come chiedono gli agenti del
catasto, causerebbe numerose contestazioni e grande inquietudine, ricercando una chimerica
perfezione e incerti vantaggi; che le linee rette, pi comode per il rilievo, avrebbero linconve-
niente di separare le propriet e cambiare le abitudini e i rapporti stabiliti degli amministrati, di
avviso che il progetto di decreto presentato dal Ministro non possa essere adottato, Conseil
dtat. Extrait du registre des dlibrations. Sance du 1er Fvrier 1806, ANP, F2 I 444.

264
carta, realizzata dallingegnere del catasto Capel, databile al 1813. Le irrego-
larit dei territori amministrati da Castellino e Igliano, evidenti nella rappresen-
tazione, vengono sanate solo nel 1813, per esigenze contributive. La regolariz-
zazione elimina le enclavi, attribuendone lamministrazione, secondo la regola,
al comune il cui territorio le circonda. Il limite non pi una linea spezzata, ir-
regolare, che segue pi o meno il tracciato della strada per Castellino, ma un
tracciato netto, pi adatto e comodo per il catasto, che segue i corsi dacqua, e
la strada per un breve tratto (fig. 8: la linea rossa, segmentata, lantico limite,
la gialla pi spessa, il nuovo, proposto e adottato). La regolarizzazione rigo-
rosa, ma apparentemente non conflittuale: i comuni interessati e lamministra-
zione dipartimentale concordano con gli scopi e i modi dellattuazione17.
Per lo stesso anno 1813 disponiamo di un esempio di segno opposto (fig. 9):
a una divisione estremamente irregolare del territorio, regolarizzata senza pro-
blemi apparenti e secondo i principi della riforma, risponde un tracciato gi re-
golarizzato e coincidente con un confine naturale, apparentemente incontesta-
bile, intorno al quale si apre un conflitto non solo tra due comuni, ma tra due
dipartimenti. Niella Tanaro, a Sud, parte del dipartimento della Stura; Cigli,
a Nord, di quello di Montenotte. La parcella A, amministrata da Cigli dal
1806, appartiene a proprietari di Niella. su questa base che il sindaco di
Niella, appoggiato dal prefetto, ne richiede, senza successo, lamministrazio-
ne. I prefetti intervengono come parti in causa nel conflitto per la definizione
di questo limite, e se quello di Montenotte pu basarsi sulla semplice applica-
zione dei principi della riforma, il prefetto della Stura deve provare con largo-
mentazione che lantico limite, che segue il canale del mulino di Cigli, pi
adatto del Tanaro a dividere due comuni e due dipartimenti:
Considrant que le cours du fleuve Tanarotant sujet des frquens changemens, ne peut
tre considr comme une limite invariable. Que le canal du moulin dit de Cigli qui existe
depuis plus de 400 ans sans avoir prouv aucun changement parat pouvoir tre con-
sidr comme une limite fixe18.

Per la riforma territoriale, il valore del confine naturale dato dal suo esse-
re invariabile, e dal suo costituire un ostacolo alle comunicazioni tale da giu-
stificare la divisione amministrativa. Il prefetto della Stura usa questo principio
per sostenere la sua argomentazione: il canale del mulino un confine natura-
le pi affidabile del Tanaro. Poco importa che sia un artefatto, limportante
che non sia variabile. interessante constatare come largomento della pro-
priet privata, reale ragione della domanda di Niella, e quello dei limiti usati
dallamministrazione precedente, non siano usati dal prefetto, che preferisce

17. Dossier Castellino Igliano, ANP, F2 I 863.


18. Considerando che il corso del fiume Tanaro soggetto a frequenti cambiamenti, non
pu essere considerato come un limite invariabile; che il canale del mulino detto di Cigli che
esiste da pi di 400 anni pu essere considerato come un limite fisso, lettera del prefetto della
Stura, 9 luglio 1813, ANP, F2 I 863.

265
aderire pienamente ai principi enunciati dalla riforma. Anche nelle questioni di
dipendenze tra comuni, come vedremo, largomento della propriet privata, e
della necessit di far coincidere amministrazione e possesso, spesso lasciato
da parte, e se sottende la maggior parte delle richieste, non pare essere consi-
derato pienamente legittimo per largomentazione sulle suddivisioni ammini-
strative. Il direttore delle contributions directes del dipartimento di Montenotte
rassicura e chiarisce a questo proposito:
quoique on doit accorder que le territoire en question lui appartienne [a Niella] il est ce-
pendant vrai que toutes les convenances exigent quil soit runi au territoire de Cigli, sans
cependant que cette runion puisse apporter le moindre prjudice au droit de proprit dont
y jouit la commune de Niella19.

La regolarizzazione dei confini pi utile che non la coincidenza tra pro-


priet e amministrazione. Le richieste dei comuni si adattano a questa esigen-
za, e si appoggiano sui principi espliciti della riforma, anche quando questa
scelta complica largomentazione pi che semplificarla.

4. Relazioni tra comuni: gerarchie e zone di influenza


Le riunioni di comuni sono invise alle comunit locali, che vogliono natural-
mente conservare la loro autonomia, ma anche, in genere, agli alti funzionari,
che lamentano lallontanamento dei cittadini dallamministrazione che le riu-
nioni hanno tendenza a causare. La documentazione evidenzia sia unopposi-
zione sistematica alle proposte di accorpamento (praticamente tutti i comuni in-
teressati si oppongono), sia una frequente apertura alle richieste locali da parte
dellamministrazione centrale. Se le comunit locali sono in grado di provvede-
re alle spese amministrative necessarie al mantenimento della sede comunale, le
domande hanno forti possibilit di arrivare a buon fine. Anche in questo caso
possibile notare come una migliore governabilit sia lo scopo dellapplicazione
della riforma territoriale. Questa impressione certamente sottolineata dal ruo-
lo centrale assunto nelle questioni di accorpamento dai prefetti, spesso pi in-
clini a favorire la buona amministrazione locale che non lapplicazione rigorosa
dei principi. I loro pareri, obbligatori in materia di accorpamenti di comuni, si
dimostrano, in assenza di opposizioni rilevanti, quasi sempre decisivi. La riso-
luzione delle questioni territoriali certo, come normale nellamministrazione
napoleonica, fortemente centralizzata (ogni decisione riservata
allImperatore), ma la concentrazione estrema delle possibilit decisionali d in
realt ai pareri consultivi degli alti funzionari un peso determinante.

19. Bench si debba riconoscere che il territorio in questione appartiene [a Niella], ogni
esigenza indica che deve essere unito al comune di Cigli, senza che questo rechi pregiudizio al
diritto di propriet del comune di Niella, Rapport du directeur des Contributions directes du
dpartement de Montenotte, 21 luglio 1813, ibidem.

266
Sono quindi in realt i prefetti a definire quali riunioni siano necessarie, e
quali possano essere evitate, sulla base delle quattro variabili da considerare:
numero di abitanti; grado di istruzione di questi, e quindi capacit di assicura-
re le funzioni amministrative; risorse finanziarie disponibili per pagare le spe-
se di gestione del comune; distanze dagli altri centri abitati. La prima variabile
determinante, ma le decisioni sembrano essere prese caso per caso:
Cornegliasca pu rifiutarsi di deliberare la riunione a Carezzano Superiore, ma
non ha speranze di riuscire a restare comune, avendo solo 77 abitanti20. Il co-
mune di Montale, che di abitanti ne ha 117, pu invece mantenere la sua auto-
nomia, perch ha dimostrato di poter far fronte alle spese e alle necessit am-
ministrative21.
Pi interessante delle possibilit dei singoli comuni di mantenersi autonomi
la mappa delle zone di influenza che si disegna nella documentazione, e che
apparentemente usata e riconosciuta dalle autorit. Le interdipendenze tra
comuni sono lette, considerate, e la loro direzione sottolineata: Bavantore
deve essere unita a Malvino; gli abitanti di Bavantore non contestano linevita-
bile riunione, ma chiedono di poter essere sede centrale del nuovo comune cos
formato. Il prefetto d parere contrario, adducendo due motivazioni: a
Bavantore non ci sono cittadini atti allamministrazione, e gli abitanti di
Malvino non si recano mai a Bavantore, mentre vero il contrario. La sede del
comune deve essere il centro abitato attorno al quale gi gravitano gli altri,
spesso per ragioni commerciali. Il legame tra i due comuni sancito dalla riu-
nione, la direzionalit della dipendenza dalle abitudini acquisite. tra laltro in
questi termini, di abitudini consacrate degli abitanti, che il riferimento al-
lamministrazione passata, altrimenti non pienamente legittimo nellargomen-
tazione, pu essere utilizzato. sulla base delle abitudini acquisite che Perletto
chiede e ottiene di non essere riunito a Castellania, ma a Carezzano Inferiore,
dove gli abitanti di Perletto devono gi regolarmente recarsi22. Su una scala di-
versa, ma per le stesse ragioni e sulla base dello stesso principio guida della
riforma, Villamiroglio, circondario di Casale, chiede e ottiene di far parte del
cantone di Gabiano, e non pi di quello di Montiglio:
Cette dernire commune [Gabiano] nest qu deux milles de Villamiroglio, tandis quelle
est loigne de cinq milles de Montiglio, laquelle elle appartient prsent. Dans les jours
dhiver les justiciables sont contraints de coucher Montiglio, et cest pour eux une occa-
sion de dpenses et de perte de tems. Leur justice de paix tant plus rapproche, ils se trou-
vent aux heures daudience, et reviennent le soir dans leur maison23.

20. Runion de plusieurs petites communes. Gnes 1810, ANP, F2 I 856.


21. Ibidem.
22. Ibidem.
23. Gabiano a sole due miglia da Villamiroglio, mentre Montiglio, da cui Villamiroglio
dipende attualmente, a cinque miglia. In inverno i cittadini sono obbligati a pernottare a
Montiglio, e questo gli causa spese e perdita di tempo. Se la sede del giudice di pace pi vici-
na, possono trovarsi sul posto allora delludienza, e tornare la sera a casa loro, lettera di

267
Le sedi dei giudici di pace sono i capoluoghi di cantone: le divisioni giudi-
ziarie ricoprono le amministrative. La possibilit di fare in giornata il viaggio
per andare e tornare dal luogo del tribunale nei principi originari della divi-
sione dipartimentale, e risponde allesigenza di avvicinare i cittadini allammi-
nistrazione. Le richieste sembrano per essere accolte solo quando non ri-
schiano di causare pericolose reazioni a catena. La domanda dei comuni del
cantone di Castelnuovo dAsti di essere riuniti in quanto cantone non pi al di-
partimento di Marengo, ma a quello del Po, vista la vicinanza e il commercio
quotidiano con Torino, appare solidamente basata24. Ma il parere del prefetto
di Marengo inappellabile: Cocconato ancora pi lontano di Castelnuovo da
Asti, Villanova ancora pi vicina a Torino, Canelli vicina ad Acqui, donc,
les convnances de proximit appliques la question prsente feraient natre
une foule de rclamations25.
Le ragioni sono reali, ma i principi non sono applicabili in questo caso: in
causa la governabilit dellintero dipartimento. Il reclamo di Castelnuovo an-
tico, veniva fatto anche al tempo del re di Sardegna, ricorda il prefetto, e nean-
che allora veniva accolto. La conservazione della struttura precedente lannes-
sione auspicabile e realizzata in situazioni particolarmente delicate, dove il
cambiamento rischia di aprire troppi conflitti.
I riferimenti al passato, le interdipendenze economiche, e le ragioni di pro-
priet sono le ingombranti presenze, il pi possibile taciute, che occupano lo
spazio ridisegnato dalla riforma territoriale. Abbiamo gi sottolineato, trattan-
do della questione del limite tra Cigli e Niella Tanaro, la loro legittimit rela-
tiva: sono le vere ragioni delle richieste delle comunit, e spesso delle risposte
che queste richieste ottengono, ma si nascondono dietro reinterpretazioni ri-
cercate dei principi guida della riforma. il fatto che le ragioni economiche e
di propriet non siano prioritarie, almeno a livello di principi, che fragilizza la
posizione di Casale e del dipartimento di Marengo nellaffare di Morano,
Villanova, Balzola e Terranova. Nel 1810 Vercelli chiede la riunione di questi
comuni, sulla riva sinistra del Po, al suo circondario, e quindi al dipartimento
della Sesia, in modo che il Po possa essere il limite tra Sesia e Marengo. Il de-
putato allorigine della richiesta ha in mano tutte le armi migliori: Villanova
lontana da Alessandria, capoluogo del dipartimento di Marengo, e separata dal
Po; a dieci leghe da Alessandria, e a tre da Vercelli.
Si lancien gouvernement na pas en son tems chang les limites des Provinces de Verceil
et de Casale, la raison est parce que Villanova faisait partie du bas Monferrat, o les contri-

Menou, amministratore generale del Piemonte, a Chaptal, ministro dellInterno, 1 termidoro


anno XI, ANP, F2 I 859.
24. Petizione di Castelnuovo dAsti, 14 brumaio anno XIV, ANP, F2 I 859.
25. Le ragioni di prossimit applicate alla presente questione farebbero nascere una gran
quantit di reclami e richieste, lettera del prefetto di Marengo al ministro dellInterno, 14 gen-
naio 1806, ibidem.

268
butions taient plus fortes et diffrentes de celles du Pimont,... lequel obstacle de finance
nexiste plus prsent26.

I comuni considerati sono gi riuniti alla diocesi di Vercelli, e dovrebbero,


secondo la delibera del consiglio di dipartimento, dipendere anche dallammi-
nistrazione civile della Sesia. Casale, principale perdente di questa trasforma-
zione, ha come argomenti la ricchezza di relazioni stabilita con i comuni di
Morano, Villanova e Balzola, e con Terranova, che addirittura sua frazione, e
diventerebbe comune autonomo sotto il dipartimento della Sesia. Queste rela-
zioni sono soprattutto economiche, e di propriet: anche Villanova, come gli
altri comuni direttamente interessati, radicalmente contraria, perch tutti i
grandi proprietari di Villanova sono residenti a Casale. Il prefetto di Marengo
si schiera risolutamente contro questa operazione, che toglie al suo diparti-
mento 7000 abitanti, e ottime terre. Ma laddove gli interessi di due dipartimen-
ti entrano in contrasto, il vantaggio di avere dalla propria parte i principi guida
della riforma territoriale, le distanze dalle sedi di tribunale, e i confini naturali,
si rivela decisivo.
Per dodici anni, dal 1802 al 1814, al Piemonte stata applicata, nelle sue
divisioni e nel suo sistema amministrativo, la riforma territoriale dipartimenta-
le gi attiva in Francia. Questapplicazione da considerarsi fallita? Certa-
mente no: in Piemonte, a differenza di altre regioni dItalia in cui stata appli-
cata la divisione in dipartimenti, la macchina amministrativa napoleonica ha
avuto tempo di installarsi, applicare, verificare, e modificare il proprio funzio-
namento. Nei criteri di scelta del personale amministrativo, le fonti evidenzia-
no una reale evoluzione dallannessione agli ultimi anni del periodo francese.
Inoltre, i principi guida della divisione territoriale, coincidenti o meno con
quelli della divisione sabauda del 1749, hanno un ruolo forte, e regolatore: i
principi della riforma, contiguit, continuit, distanze, dipendenze, confini na-
turali, sono lunico argomento completamente legittimo, lunico argomento
completamente accettato. Le comunit locali ne sono coscienti, e li usano nel
loro interesse. Il riferimento al passato, agli usi antichi, utile per costruire
unimmagine fedele della realt precedente lannessione, ma non giustifica
mai la direzione del cambiamento: solo i principi guida della divisione diparti-
mentale sono validi e utilizzati a questo fine. Linteriorizzazione e luso da par-
te degli attori locali dello spirito della riforma un segno fondamentale del
successo di questa.
Certamente quando parliamo di successo della riforma non vogliamo rife-
rirci alla realizzazione completa e lineare di tutti gli obiettivi. Le difficolt, po-
litiche in particolare, sono, come noto, enormi, e abbiamo in questo testo solo

26. Se il precedente governo non ha modificato i limiti delle province di Vercelli e Casale,
perch Villanova faceva parte del Basso Monferrato, dove le tasse erano maggiori e diverse dal
resto del Piemonte... questo ostacolo finanziario non esiste pi, lettera al ministro dellInterno,
30 marzo 1810, ANP, F2 I 847.

269
sfiorato la questione, a proposito del personale amministrativo e del suo diffi-
cile controllo. La necessit di rottura rispetto allantico sistema per molto
spesso sopravvalutata, e la diagnosi di fallimento viene dalla constatazione,
chiara, che questa rottura radicale non si effettivamente verificata. Al mo-
mento dellannessione del Piemonte, e ancor pi negli anni successivi, quando
la macchina amministrativa comincia ad essere realmente operante, non si
pi nel momento del rinnovamento radicale rivoluzionario: la razionalizzazio-
ne ha perso il suo lato utopico, e sussiste soprattutto come supporto alla gover-
nabilit. Non il cambiamento a tutti i costi ad essere valorizzato, ma il fatto di
creare le possibilit per controllare e governare efficacemente il territorio.
Razionalizzazione, governabilit, e capillarit della rete amministrativa sono i
binari dellapplicazione della riforma, e il sistema diventa effettivamente capil-
lare in breve tempo. Certo, il numero dei comuni non diminuisce sensibilmen-
te, la regolarizzazione dei limiti ancora da effettuare al momento del proget-
to di catasto, e i sindaci, perno auspicato del controllo sulle collettivit locali,
sono essi stessi difficilmente controllabili. Ma la nuova divisione, con le sue
esigenze e le sue assemblee rappresentative, e la gestione dei conflitti che le
propria, costituisce e fonda per dodici anni il tessuto amministrativo piemonte-
se, e in quanto tale, non pu essere considerata n come fallita, n come inin-
fluente.

270
Alcuni fondi cartografici

271
Cartografia militare a Casale tra Sei e Settecento*
di Daniela Ferrari

Oggetto di questo breve intervento una serie di oltre 50 mappe e disegni


riguardanti le fortificazioni di Casale Monferrato, redatti tra il 1682 e il 1704,
arbitrariamente rilegati insieme a formare un volume conservato a Parigi, pres-
so gli archivi del Genio militare di Vincennes1; il fondo pressoch inedito,
bench ampiamente segnalato da Andrea Barghini nel 19902.
La storia delle fortificazioni di Casale risale alla met del Trecento, quando
il marchese Giovanni II eresse il primo castello paleologo, riaffermando cos la
propria autorit feudale sul borgo; il castello, ampliato e rinnovato dal marche-
se Guglielmo VIII e completato dal fratello Bonifacio V (1483-1494), divenne
il nucleo originario attorno al quale si svilupp successivamente la fortezza
nelle forme attuali a noi pervenute3.
Nuovi lavori prendono impulso nella seconda met del Cinquecento sotto i
Gonzaga, diventati signori di Casale a seguito del matrimonio celebrato nel
1531 tra il duca Federico e Margherita Paleologo, ultima discendente della fa-
miglia. Il possesso di Casale, enclave gonzaghesca nel ducato sabaudo, sem-
pre stato per i Gonzaga di difficile gestione, e non solo per leccentricit geo-
grafica; la rivolta dei casalesi contro il duca Guglielmo Gonzaga, capeggiata da

* Per la revisione del testo desidero ringraziare Lino Vittorio Bozzetto, qualificato autore di
varie opere di architettura militare, sempre prodigo di preziosi consigli.
1. Archives du Gnie, Vincennes (Paris), Ministre de la Dfense, Service Historique de
lArme de Terre, Paris, Comit Technique du Gnie, ms. 33a, Mmoires sur Casale. Per altre
indicazioni archivistiche si veda lAppendice.
2. A. Barghini, La piazzaforte contesa, in La Cittadella di Casale da fortezza del Monferrato
a baluardo dItalia, a cura di A. Marotta, Alessandria 1990, pp. 85-97; lautore firma inoltre un
repertorio di Schede iconografiche elencando 227 mappe e disegni riguardanti Casale
Monferrato, compresi quelli del manoscritto di Vincennes, dei quali tuttavia non sono riportate
le immagini, cfr. ibidem, pp. 151-162.
3. Sullargomento si veda Il castello di Casale Monferrato, Atti del Convegno, Casale
Monferrato, 1-3 ottobre 1993, Casale Monferrato 1995 (rist. 2001), pp. 61-87, e il recente studio Il
castello di Casale Monferrato. Dalla storia al progetto di restauro, a cura di V. Comoli Mandracci,
Alessandria 2003 (con un ricco apparato di schede iconografiche e unampia bibliografia).

273
Olivero Capello nel 1565, aveva dimostrato che la popolazione monferrina sa-
rebbe stata sempre avversa a quei lontani signori. La storia di Casale tra Cinque
e Seicento travalica del resto i limiti delle vicende locali, per entrare a far parte
di una dimensione politica ormai europea, allinterno della quale Francia e
Spagna si contendevano il territorio italiano; il caso Monferrato, al centro di un
lunghissimo dibattito nella politica e nella diplomazia non soltanto gonzaghe-
sca e sabauda, diventa emlematico assurgendo a ruolo di frontiera europea4.
Le fortificazioni del Monferrato, e di Casale in particolare, furono motivo
costante dei rapporti tra i Gonzaga e i pi insigni architetti militari dellepoca.
Fino ad allora Casale aveva potuto contare su una difesa di tipo tardo medieva-
le, con cortine intervallate da torri; nel 1568 Guglielmo Gonzaga affida un pro-
getto di intervento a Giorgio Palearo Fratino, ingegnere militare al servizio
della Spagna, allora attivo in Lombardia; larchitetto monferrino Bernardino
Imonerio, detto Faciotto (o Facciotto), firma a sua volta un progetto per la tra-
sformazione del castello in una cittadella5; un ruolo di supporto, probabilmen-
te di direttore di cantiere, ha avuto inoltre lingegnere mantovano Lorenzo
Bertazzolo, autore di tre piante del castello, databili intorno al 1575, che ne co-
stituiscono la prima rappresentazione globale6.
Vincenzo I Gonzaga riprende loperazione iniziata dal padre, che aveva tra-
sformato il castello in fortezza, trasferendo il nucleo difensivo nellopera nuova
della cittadella7; mentre la scelta precedente, orientata sostanzialmente intorno
al castello, era allantica, con lui prevale la scelta di una tattica militare nuova
fondata sulle cittadelle che diventa espressione di un programma strategico-
territoriale8. Cos tra il 1590 e il 1595 prende corpo la cittadella esagonale, do-
cumento rilevantissimo nel quadro dellarchitettura militare e delle concezioni
urbanistiche, ritenuta uno dei pi temuti ordigni strategici dellEuropa del
Seicento, definita un enunciato urbanistico in se stessa9, realizzata su proget-
to di Germanico Savorgnan, architetto e ingegnere militare veneto al servizio
dei Gonzaga, e completata dal gi citato Bernardino Faciotto, affiancato a sua
volta dallingegnere Sebastiano Sorina10; ulteriori lavori sono portati avanti nel

4. C.M. Belfanti, M.A. Romani, Il Monferrato: una frontiera scomoda fra Mantova e Torino
(1536-1707), in La frontiera da stato a nazione. Il caso Piemonte, a cura di C. Ossola, C.
Raffestin, M. Ricciardi, Roma 1987, pp. 113-145. Cfr. anche B.A. Raviola, Il Monferrato gon-
zaghesco. Istituzioni ed lites di un micro-stato (1536-1708), Firenze 2003.
5. C. Bonardi, La cittadella dei Gonzaga. 1590-1612, in La cittadella di Casale, cit., p. 74;
per lattivit di Bernardino Faciotto al servizio dei Gonzaga cfr. P. Carpeggiani, Bernardino
Facciotto. Progetti cinquecenteschi per Mantova e il Palazzo Ducale, Milano 1994.
6. I tre disegni, conservati presso lASTO, sono pubblicati in Il castello di Casale
Monferrato, cit., pp. 81 e 101.
7. Per la costruzione della cittadella cfr. C. Bonardi, La cittadella dei Gonzaga, cit., in La
cittadella di Casale, cit., pp. 73-83.
8. Cfr. V. Comoli Mandracci, Un rango europeo, in La cittadella di Casale, cit., p. 12.
9. E. Marani, Unanticipazione di Palmanova (La cittadella di Casale Monferrato), in
Civilt Mantovana, n. 26, 1971, pp. 89-100, p. 91.
10. P. Carpeggiani, una fortezza quasi inespugnabile e che sar la chiave di questo sta-

274
primo decennio del Seicento da altri valenti architetti al servizio dei Gonzaga,
come il toscano Antonio Lupicini e il mantovano Gabriele Bertazzolo11.
La piazzaforte di Casale per tutto il Seicento riveste un ruolo fondamentale
nellequilibrio politico europeo e diventa campo di intervento diretto nei mo-
menti di rottura di questo equilibrio, subisce infatti una serie di assedi nel 1628,
1630, 1640, 1652, 1695, tanto da essere definita gi allepoca fortezza procla-
mata fatale12. Limpatto delle vicende sulla comunit trova eco nelle testimo-
nianze cronachistiche coeve, come gli Annali di Giovanni Battista Vassallo13.
Frammentarie tuttavia sono le notizie sui lavori eseguiti nel corso del secolo; al-
lingegnere Gaspare Beretta, milanese al servizio dellesercito spagnolo, spetta
un progetto di potenziamento delle fortificazioni: nel 1667 si stava lavorando
alla strada coperta e alle fortificazioni verso la collina, tallone di Achille del si-
stema difensivo urbano14. Alla morte di Carlo II Gonzaga Nevers, larciduches-
sa Isabella Clara manifesta preoccupazione per il cattivo stato della piazzaforte,
ma scarse sono le notizie circa gli interventi realizzati sotto la sua reggenza; nel
primo decennio di governo del duca Ferdinando Carlo (1671-1680) non si regi-
strano lavori significativi, tuttavia al 1672 risale un progetto di garritte, da collo-
care sulle torri e sui rivellini del castello, firmato dallingegnere Antonio Leni15.
Lultimo duca di Mantova, Ferdinando Carlo, del ramo dei Gonzaga di
Nevers, che governa dal 1665 al 1707, manifesta lintenzione di cedere Casale
con la sua cittadella; alla Francia gi dal 1677 lagente mantovano a Parigi,
Ercole Mattioli, inizia le trattative che si concludono lanno seguente con un
trattato segreto, sulla base del quale il duca di Mantova avrebbe assunto il co-
mando simbolico delle truppe francesi in Italia, ricevendo la cospicua somma
di centomila scudi, mentre Luigi XIV avrebbe introdotto una guarnigione a
Casale. Loccupazione, rimandata per il sospetto che i Savoia e la Spagna aves-
sero subodorato il trattato segreto, avviene effettivamente nel 1681, quando il
generale Nicolas Catinat assume ufficialmente il comando della piazzaforte. Il
re di Francia si garantisce cos un migliore controllo sugli stati sabaudi: con
Casale la Francia riesce a incunearsi nella valle Padana, ribadendo il vassallag-
gio francese dei Savoia e in particolare si avvicina a Milano, in previsione del-
la crisi finale della monarchia spagnola16.

to, in Stefano Guazzo e Casale tra Cinque e Seicento, a cura di D. Ferrari, Roma 1997, pp.
241-270, p. 264. Cfr. anche E. Marani, Unanticipazione di Palmanova, cit., passim.
11. C. Bonardi, La cittadella dei Gonzaga, cit., p. 78.
12. Cfr. V. Comoli Mandracci, Un rango europeo, cit. p. 14.
13. G.B. Vassallo, Annali che contengono diversi avvenimenti in Casale Monferrato et al-
trove (1613-1695), a cura di A. Galassi, B.A. Raviola, R. Sarzi, con Introduzione di C.
Mozzarelli, Mantova 2004, passim.
14. A. Perin, Il castello di Casale Monferrato sotto i Gonzaga Nevers (1652-1705). Note e
alcuni disegni inediti, in Il castello di Casale Monferrato, cit., pp. 146-147.
15. Ivi, p. 148; i disegni, pubblicati a p. 147, sono conservati presso lASMN (Archivio
Gonzaga, b. 91, c. 121 recto e verso).
16. A.M. Serralunga Bardazza, Ricerche documentarie sulla Cittadella di Casale
Monferrato, Torino 1985, passim.

275
Dopo la pace di Nimega (1678), Casale rientra nel quadro di un vasto pro-
gramma di consolidamento del sistema strategico e difensivo dei territori di
confine della Francia. Negli stessi anni molte piazze francesi vengono comple-
tamente ristrutturate secondo le pi moderne tecniche fortificatorie con la su-
pervisione del celebre architetto e ingegnere militare Sbastien Le Preste, sei-
gneur de Vauban, nominato commissario generale delle fortificazioni nel
167817, il quale nel 1682 redige un articolato e complesso progetto di restauro
che investe la citt, la cittadella e il castello di Casale18.
Le mappe e i disegni rilegati, insieme alle relazioni progettuali, nel volume
conservato presso gli archivi del Genio militare di Vincennes, meriterebbero di
essere pubblicati integralmente, per poter ricostruire nel dettaglio lavanza-
mento dei lavori progettati da Vauban dal 1682 fino al 1695, quando la citta-
della fu completamente smantellata, e successivamente furono eseguiti altri la-
vori, fino al 1704, sotto la direzione degli ingegneri Lozire DAstier19 ed
Esprit20, per ripristinare le fortificazioni e completare la chiusura della piazza,
la cui cinta difensiva era rimasta aperta.
In attesa di unadeguata riproduzione del fondo cartografico, propongo una
campionatura di immagini esemplificative, la cui resa, peraltro, modesta resa,
ma funzionale a una documentabilit di massima.
A una lunga relazione introduttiva, che illustra le condizioni della fortez-
za21, allegata una mappetta che riassume schematicamente limpianto della
piazzaforte articolato nella cittadella esagonale, saldamente ancorata alla cinta
magistrale (il progetto cinquecenteco di Germanico Savorgnan aveva affronta-
to anche il problema dellaggancio della cittadella con la cinta fortificata urba-
na mediante poderose muraglie, le cosiddette ali22).
Lo schema fortificato meglio visibile nella planimetria che riporta anche
limpianto urbano allinterno delle opere fortificate (fig. 10); la cinta magistra-

17. Per la figura di Vauban (1633-1707), uno dei massimi architetti militari di et moderna,
cfr. A. Blanchard, Dictionnaire des Ingegnieurs militaires, 1691-1791, Montpellier 1981, pp.
471-473, e la ricca bibliografia riportata da A. Fara, Il sistema e la citt. Architettura fortificata
dellEuropa moderna dai trattati alle realizzazioni, 1494-1794, Genova 1988, p. 219.
18. Projet de rfections plus necessaires aux fortifications de la Ville, Citadelle et Chteau
de Casal, Vincennes (Paris), Archives du Gnie, Places Etrangres, Casal, n. 3, 23 febbraio
1682.
19. Paul Franois dAstier (1663-1730), signore di Lozires dAstier, ingegnere ordinario
assegnato a Casale, partecip alle campagne dItalia del 1702-1706, fu direttore delle fortifica-
zioni dellalta Provenza (A. Blanchard, Dictionnaire des Ingegnieurs militaires, cit., p. 22).
20. Ingegnere capo di molte opere di citt fortificate del nord della Francia, N. Esprit fu as-
segnato a Cond nel 1683 e mor nel 1697 durante lassedio di Barcellona (A. Blanchard,
Dictionnaire des Ingegnieurs militaires, cit., p. 267).
21. La relazione, attribuita a Vauban da mano archivistica, consta di 104 pagine e porta il ti-
tolo Projet des refections les plus necessaires aux fortification de la ville, citadelle et chteau de
Casal. Situation de ces places en gnral et ltat o elles sont presentement; il lungo docu-
mento articolato in una serie di paragrafi elencati in appendice.
22. Qualche cenno in C. Bonardi, La cittadella dei Gonzaga, cit., p. 75.

276
le intervallata da opere fortificate di rinforzo, prime fra tutte il castello, che
ne costituisce il punto di maggior difesa lungo la linea del Po. Essa era stata
rinforzata da nuovi bastioni nei primi decenni del Seicento23, costituendo una
seconda linea difensiva soprattutto per la parte della citt non direttamente pro-
tetta dalla linea del fiume. Le opere fortificatorie realizzate dai Gonzaga non
furono immuni da critiche; in particolare una relazione dellingegnere Antonio
Leni, redatta nel 1668, rileva difetti in tutto il sistema fortificato, a esclusione
del tratto di mura presso il castello, perch protetto dal Po.
Il progetto di Vauban insiste in particolare sulla cittadella, troppo vicina alla
collina e perci facile bersaglio dei tiri delle artiglierie, e sul tratto della cinta ur-
bana bastionata non protetta dal corso del fiume; esso si concretizza sostanzial-
mente in una revisione critica e in un rafforzamento generale dellintera piazza.
Saldo nella convinzione che una fortezza non debba essere concepita per
resistere a oltranza o per respingere il nemico, bens per sfiancare gli assalitori
in attesa dei soccorsi, Vauban propone lampliamento del perimetro difensivo
in modo da costringere il nemico a moltiplicare il numero dei soldati in pro-
porzioni infinitamente superiori rispetto al numero dei difensori. Per la strate-
gia militare risulta pi vantaggioso ingrandire le piazze con opere esterne,
come mezzelune, opere a corno, forti staccati, senza dovere per contro aumen-
tare la guarnigione24.
Tra le opere iniziate su progetto di Vauban un disegno del 1683 illustra le gal-
lerie di mina che si stanno costruendo in uno dei bastioni esterni della cittadella,
verso la campagna (fig. 11); colori diversi indicano le parti di lavoro realizzate e
quelle da completare. In particolare il disegno consente di comprendere la com-
plessit del sistema fortificato della cittadella: il bastione presenta una tripla di-
fesa: la linea esterna, costituita dalle facce, una intermedia e un trinceramento
interno alla gola dove erano sistemate le cannoniere; visibile inoltre il com-
plesso reticolo delle gallerie di mina principali che si intersecano su quote diver-
se: esse si dipartono dalla gola del bastione, verso i fianchi e si ricongiungono in
corrispondenza del saliente. A questo reticolo si innesta una serie di cunicoli a
raggiera, dai quali minatori allenati erano in grado di verificare leventuale avvi-
cinamento del nemico; in caso di abbandono dellopera i cunicoli venivano mi-
nati. Sono inoltre evidenziate le traiettorie dei tiri di infilata dalle cortine, a pro-
tezione dei fianchi del bastione, che si dipartono in prossimit dei rampari pian-
tumati. Allinterno della cittadella esisteva un circuito esagonale di gallerie di
comunicazione, affiancato a quota inferiore da un collettore di raccolta e di sgo-
lo delle acque (acqueduc), che sbucava con un braccio rettilineo allesterno
delle cortina; alla base della scarpata in muratura era posto uno steccato in legno
concepito come ulteriore mezzo di difesa per ostacolare laccesso al nemico.
Lisola formata da un braccio del Po difesa da due lunette, esterne alla
cinta magistrale, di fronte al castello (cfr. fig. 10). I disegni evidenziano i det-

23. A. Barghini, La piazzaforte contesa, cit., p. 89.


24. Ivi, p. 91.

277
tagli riferiti agli apparati di fondazione del tipo a zatterone, di scuola vene-
ta, che consistevano in sistemi di ripartizione dei carichi del terreno, basati su
intelaiature lignee, generalmente di larice o di castagno, sulle quali veniva di-
sposto un robusto assito che sosteneva la muratura (fig. 12). Anche in questo
caso era stata collocata, come ulteriore ostacolo, una recinzione lignea che fa-
ceva sistema con la sponda del fiume.
Un disegno illustra la sezione della gola della seconda lunetta posta sulli-
sola di fronte al castello e la sezione del ponte sul fronte di gola (fig. 13).
Ritornano i dettagli della palificazione di sostegno del muro di gola, a testimo-
nianza della complessit delle opere fortificate, che richiedevano competenze
integrate e specialistiche di ingegneria militare e idraulica, oltre che civile.
Altri disegni riguardano le planimetrie di una polveriera progettata per uno
dei bastioni della cittadella, rivolta verso linterno della citt; evidentemente si
pensava che la polveriera sarebbe stata maggiormente esposta allattacco ne-
mico se collocata verso laperta campagna (del resto le strategie militari del-
lepoca non tenevano in gran conto la sicurezza e lincolumit della popolazio-
ne). Nella pianta del piano terreno si segnala un sistema di prese daria e sfia-
tatoi, con i condotti che si aprivano e si richiudevano intorno a un pilastrino; in
questo modo era garantito il ricircolo dellaria, mentre sarebbe stato pressoch
impossibile introdurre eventuali oggetti incendiari, in quanto laccesso non era
diretto; anche la recinzione di sicurezza in muratura era concepita per evitare
intrusioni. La massiccia muratura, illustrata in alzato frontale e laterale (fig.
14), era sostenuta da contrafforti esterni per sostenere la spinta della volta del-
ledificio, sicuramente a prova di bomba.
Una mappetta con due bandelle mobili riferita alle fortificazioni dellaltra
isola formata da un ramo del Po a sud della citt, dove esisteva una ridotta, in
origine quadrata (cfr. fig. 10); si prevede ora la costruzione di una ridotta pi
grande, rettangolare, rivestita con cammino coperto, secondo il progetto gene-
rale di Vauban del 1691, e successivamente di unopera a corno vera e propria.
Lingegnere Esprit propone di costruire nel 1692, al posto del precedente ri-
dotto progettato da Vauban, unopera a corno oltre il Po, con funzione di testa
di ponte per rinforzare le difese oltre il fiume, in quanto nel 1682 era stato co-
struito un ponte in barche sul ramo principale che, sostituendo il precedente
ponte volante provvisorio, rappresentava un punto nevralgico da difendere.
Lopera a corno ulteriormente fortificata da una seconda ridotta coperta
(con una struttura definita hangard), costruita sul fronte di gola, munita di
una palizzata di contenimento per resistere alle crescite del fiume (fig. 15).
Per quanto riguarda le strutture logistiche della piazza, un progetto del
1691, questa volta firmato dallingegnere Paul Franois dAstier, seigneur de
Lozires dAstier, che segue i lavori del progetto vaubaniano per Casale negli
anni 1691-1704, prevede di trasformare la caserma di San Carlo (fig. 16), col-
locata tra due bastioni della cittadella, nella parte settentrionale, innalzandola
di un piano (il colore chiaro indica le parti da costruire); in questo caso abbia-
mo testimonianza di un episodio architettonico scomparso.

278
Dopo la guerra del 1690 contro Luigi XIV, Vittorio Amedeo II di Savoia
riapre un canale diplomtico con la Francia, grazie anche alla mediazione papa-
le, mentre lImpero individua nella presa di Casale il principale obiettivo degli
eserciti alleati. Vittorio Amedeo II intensifica le trattative segrete con la
Francia e per impedire agli imperiali di occupare la fortezza monferrina, pro-
pone che la guarnigione francese si arrenda dopo un breve assedio, a condizio-
ne che le fortificazioni vengano smantellate e che la citt venga restituita al
duca di Mantova, suo legittimo proprietario. Il 25 giugno 1695 ha cos inizio
lassedio di Casale simulato perch concordato da parte delle truppe di
Vittorio Amedeo II di Savoia, che riconquista la citt per restituirla al duca di
Mantova, suo alleato; la piazzaforte si arrende il 9 luglio e lo smantellamento
delle fortificazioni ha subito inizio, nonostante le opposizioni fortissime degli
alleati e soprattutto del comandante generale delle truppe imperiali, Eugenio di
Savoia, ben consapevole che essa costituiva un punto strategico indispensabile
per i contingenti austriaci e tedeschi nella pianura padana.
Le operazioni di smantellamento interessano il castello nellala occidenta-
le, in modo da renderlo completamente sguarnito della parte pi vulnerabile
(vengono capitozzate la torre di nord-ovest e quella di sud-est, fino allaltezza
del secondo piano, e vengono demolite le due mezzelune verso la campa-
gna)25; gli interventi si concentrano poi sulla cittadella radendola al suolo. La
poderosa macchina da guerra, che per circa un secolo aveva costituito il ful-
cro strategico fondamentale della pianura padana, oggetto dei maggiori inte-
ressi da parte di Luigi XIV, delle truppe spagnole e imperiali e dello stesso
duca di Savoia26, resa cos inerme.
Le cronache dellepoca, o di poco posteriori come quella di Federigo
Amadei del 1754, danno resoconti puntuali anche da parte mantovana: in co-
mune adunque furono e da francesi rasate le fortificazioni interiori, e da col-
legati le esteriori; poscia a forza di mine fu fatta saltare in aria la cittadella, fab-
bricata con tanta spesa nel 1590 dal fu duca Vincenzio. In questo diroccamen-
to non andarono illesi per consenso li baloardi del vecchio castello di Casale,
tal che quella citt rimase quasi affatto inerme. Dur il lavoriero di queste de-
molizioni fin verso la met di settembre27.
Nellagosto 1695 i lavori sono in pieno svolgimento, come si deduce anche
dalle annotazioni poste sui disegni pervenuti, ci danno un resoconto quasi gior-
nalistico degli avvenimenti, come nel caso del Plan du razement de Casal en
ltat quil est present (fig. 17) datato 15 agosto 1695, che indica la cortina
della porta interna alla citt saltata ieri (courtine de la porte qui saut
hier); la cortina del castello che si sta minando (demy courtine du chteau
que nous travaillons miner); le mezzelune sullisola del Po, che stanno sal-

25. A. Milanese, Le strutture difensive del castello. Le origini, in Il castello di Casale


Monferrato, cit., p. 176.
26. A. Barghini, La piazzaforte contesa, cit., p. 94.
27. F. Amadei, Cronaca universale della citt di Mantova, a cura di G. Amadei, Mantova
1957, IV, p. 134.

279
tando incessantemente (demy lunes de lisle auxquelles les mineurs de son
Altesse Royalle sont attachs et qui sautent incessamment); le polveriere in-
terne alla cittadella che si cominciano a minare (magazins poudre que
lon commence miner).
Nellarco di poco pi di due mesi la citadella, che aveva costituito il fulcro
dellintero progetto vaubaniano, viene cos spianata insieme a buona parte dei
bastioni della cinta urbana, lasciando soltanto la muraglia che circonda la citt
che servir per la chiusura, secondo quanto previsto dai capitoli della resa.
La cinta magistrale era infatti rimasta aperta nel tratto al quale era precedente-
mente agganciata la cittadella.
La situazione si capovolge rapidamente poco meno di un anno dopo, quando
i francesi tornano a Casale e si pongono immediatamente il problema del ripri-
stino e del riuso del castello e delle fortificazioni della piazzaforte28. Si comin-
cia a pensare a una nuova chiusura delle mura e i lavori per la fermture per
i quali si prevede il completo riutilizzo dei materiali di risulta delle precedenti
demolizioni sono affidati al direttore delle fortificazioni, ingegnere Esprit.
I disegni dimostrano come i problemi della chiusura della citt si protrag-
gano fino al 1704. Alcune planimetrie, con bandelle mobili, illustrano la situa-
zione precedente alle demolizioni e il progetto di chiusura della cinta magi-
strale per recuperare e rinforzare il tratto rimasto scoperto dopo labbattimento
della cittadella. Esprit propone due alternative: una pi semplice e meno costo-
sa che prevede la costruzione di tre bastioni e una seconda soluzione pi com-
plessa che, oltre ai bastioni, prevede una grandiosa opera a corno.
Per quanto riguarda il castello se ne progetta il ripristino totale: come gi detto,
due delle quattro rondelle erano state capitozzate, mentre due mezzelune erano
state spianate, ma si prevedeva di ripristinarne le fondazioni nel giro di pochi gior-
ni. La direzione dei lavori affidata allingegnere Lozires dAstier, che conosce-
va molto bene la situazione di Casale, avendo coordinato fin dal 1691 vari inter-
venti per la realizzazione del progetto di Vauban. Una serie di disegni firmati da
Lozires dAstier nel 1703, riguarda gli interventi da eseguire, secondo un proget-
to corretto da Vauban, per il ripristino delle due torri del castello; i lavori tuttavia
procedono a rilento e sono realizzati soltanto parzialmente, dopo alterne vicende e
contrasti tra lingegnere miltare e il maresciallo in capo de Rocherand29. Alla con-
clusione delle guerre di successione spagnola, sancita dal trattato di Utrecht
(1713), che assegna il Monferrato a Vittorio Amedeo di Savoia, tocca ai nuovi go-
vernanti affrontare successivi interventi di ristrutturazione della piazzaforte; si
apre co