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F. Mernissi, Islam e democrazia.

La paura della modernità, Giunti, Firenze 2002 (Lucia Re)

Solo recentemente Fatema Mernissi è diventata nota al pubblico italiano come autorevole
intellettuale schierata contro la guerra, che si è fatta interprete delle paure e delle speranze di una
parte delle società civili arabe. Fino a qualche anno fa era conosciuta per i suoi romanzi ad una
cerchia più ristretta di lettori. In Islam e democrazia, pubblicato in Italia dalla casa editrice Giunti,
l'autrice sceglie la forma del saggio per riflettere sul rapporto fra oriente ed occidente a partire
dall'interpretazione degli avvenimenti storici e dei processi culturali con i quali si è chiuso il XX
secolo. Nonostante Mernissi si discosti dalla sua vena propriamente narrativa, il libro rivela il
carattere personale, a tratti autobiografico, della riflessione dell'autrice. La forza di Fatema
Mernissi, da anni impegnata nella battaglia per i diritti e per la democrazia, e la sua passione civica
traspaiono continuamente dalle pagine di Islam e democrazia. Il libro sembra nascere dall'urgenza
di soffermarsi su alcuni drammatici avvenimenti storici e di dare voce a quanti li hanno vissuti sulla
sponda sud del Mediterraneo.

Islam e democrazia è stato scritto nel 1992, subito dopo la prima guerra del Golfo, ed è stato
pubblicato in Italia nel 2002, nell'imminenza della seconda Guerra del Golfo. Dalla prima edizione
in lingua inglese sono dunque passati ormai tredici anni e tuttavia il libro conserva un'incredibile
attualità. Fatema Mernissi sembra aver previsto gli eventi futuri e averci avvisato della minaccia
fondamentalista e della pericolosità insita nel comportamento rapace dell'occidente nei confronti dei
paesi arabi. Mernissi è una scrittrice, non una politologa. Per questo il libro presenta un carattere
molto originale e consente di reinterpretare eventi già molto discussi, considerandoli in una
prospettiva nuova, nella quale il dibattito culturale sulla frattura oriente/occidente si arricchisce di
storie e di simboli per lo più ignoti al lettore occidentale. Pazientemente, l'autrice ci conduce nel
cuore di quello che lei stessa giudica come un conflitto culturale fra il mondo arabo e l'occidente,
fra l'art. 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, che sancisce la libertà di pensiero e
di culto, e la visione islamica della umma, la comunità, unita sotto il segno dell'obbedienza che
garantisce la rahma, la pacificazione sociale e il senso di appartenenza.

Mernissi accusa l'occidente e, in particolare, l'Europa di ignorare le esigenze del mondo arabo e di
assumere un atteggiamento opportunistico, interessato soltanto allo sfruttamento delle riserve
petrolifere mediorientali. Così facendo, l'Europa che, caduto il muro di Berlino (lo hijab di Berlino
lo definisce l'autrice), aveva suscitato grandi speranze fra le popolazioni arabe, ha svilito il senso
della teoria dei diritti umani, affiancando gli Stati Uniti in una politica, incomprensibile alle
popolazioni arabe, che dichiara di portare libertà e democrazia bombardando le medine e uccidendo
civili innocenti. Questa politica conduce ad un rifiuto della Dichiarazione dei diritti dell'uomo, della
democrazia e dello Stato di diritto, come elementi estranei alla cultura musulmana.

Fatema Mernissi, attraverso un excursus nella storia e nella cultura islamica, mostra invece come la
libertà di pensiero, la partecipazione politica e la concezione individualistica che è alla base dello
Stato di diritto sono parte del patrimonio musulmano, nonostante esse siano state aspramente
combattute fin dall'inizio della storia politica islamica. Nell'individualismo, in particolare, l'Islam
avrebbe visto il fantasma dell'epoca pre-islamica, del paganesimo brutale e violento diffuso nei
territori arabi prima dell'espansione del monoteismo islamico: un'epoca rimossa e condannata,
secondo l'autrice, perché caratterizzata dal disordine e dalla devozione a feroci dee che esigevano
sacrifici umani. Alla stessa frattura con l'era pre-islamica l'autrice riconduce la limitazione
dell'immaginazione individuale che trova la sua principale espressione nella diffidenza per le arti
figurative e nel divieto religioso di riprodurre la figura umana. Secondo Mernissi la mancata
elaborazione di una cultura individualistica all'interno dell'islam sarebbe la causa dell'arretratezza
del mondo arabo e della sua incapacità di accedere al progresso scientifico e tecnologico. Certo,

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F. Mernissi, Islam e democrazia. La paura della modernità, Giunti, Firenze 2002 (Lucia Re)

l'autrice non manca di riferirsi ai danni prodotti dal colonialismo e alle attuali logiche di
sfruttamento che segnano i rapporti fra occidente e mondo arabo e tuttavia queste dinamiche
rimangono sullo sfondo, oscurate dall'urgenza di un mutamento culturale del mondo islamico che lo
liberi dalla scelta obbligata fra tradizione autoctona e modernità occidentale.

Molte tesi del libro sono condivisibili e la lettura è utile soprattutto al lettore europeo abituato dalla
tradizione orientalista a guardare al mondo arabo o come ad un mondo violento, spaventoso e
nemico, o come ad un mondo bizzarro, pieno di colori e tradizioni curiose. Tuttavia, il carattere del
libro, a metà strada fra saggistica e narrativa, condanna alla superficialità la riflessione di Fatema
Mernissi. L'occidente è presentato come il luogo della democrazia compiuta e dei diritti, dove
ognuno (dice Mernissi) trova il modo di realizzare i propri talenti. L'occidente è un Eden, dove
regnano individualismo ed eguaglianza e dove sembrano non esistere povertà e disoccupazione.
L'occidente gode del progresso scientifico e tecnologico, cui Mernissi guarda come a una panacea
giungendo a suggerire che i paesi arabi cessino di importare armi e costruiscano proprie industrie
militari in grado di incentivare la ricerca scientifica e tecnologica. L'occidente detta il calendario e
l'ora al mondo islamico, che invece dovrebbe conservare il proprio sistema di misurazione del
tempo, ma rimane per Mernissi il riferimento continuo a cui guardare. I paesi arabi si specchiano
nell'occidente, vi vedono il rimosso della propria cultura e se ne spaventano. Il mondo islamico
appare attraversato da paure e incapace di confrontarsi con l'occidente trionfante. Si ha
l'impressione che l'autrice riproponga una versione soft del conflitto culturale fra oriente e
occidente, una visione secondo la quale il mondo arabo deve ancora compiere quelle tappe di
evoluzione verso la secolarizzazione e la diffusione di una cultura individualista che l'occidente ha
già compiuto alcuni secoli fa. La storia dell'Islam appare come una storia bloccata, non tanto dalla
violenza coloniale, quanto dalla stessa cultura musulmana, incapace di ascoltare la pluralità di voci
che la compongono.

Nell'orizzonte della globalizzazione nel quale siamo immersi, Fatema Mernissi finisce per non
considerarci tutti parte di una stessa storia. Quella di un occidente brillante e invincibile e di un
Islam ripiegato su se stesso è un'immagine che non convince. La crisi sembra piuttosto, a noi che
stiamo sulla sponda nord del Mediterraneo, attraversare i due mondi, ammesso che questa
distinzione dicotomica abbia un senso. La cultura individualistica decantata dall'autrice ha dei
limiti, così come ha dei limiti la concezione occidentale dei bisogni e delle aspettative degli
individui, bisogni e aspettative che spesso sono al centro di strategie produttive e commerciali, ma
per lo più sono svuotati dall'interno in società come le nostre, nelle quali le preferenze individuali
sono spesso ridotte a scelte coatte di uno dei beni offerti dal mercato.

Con questo non intendo sostenere che si debba indulgere ad una visione orientalistica e mitica dei
legami comunitari che costringono le donne dietro i veli. Intendo solo porre l'esigenza di una
maggiore problematizzazione della cultura occidentale e dello scientismo tecnologico da cui
provengono tanto le meraviglie della rete telematica, quanto gli orrori dei missili intelligenti. Oggi
avremmo forse bisogno sulle due sponde del Mediterraneo di una riflessione più complessa e più
colta, meno incline a schematismi, che ci aiuti, di qua come di là, ad affrontare la globalizzazione e
la crisi culturale e politica che tutti attraversiamo.