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SERVIRE DIO O MAMMONA?

BREVE INDAGINE SUI RAPPORTI TRA ETICA RELIGIOSA E FINANZA

di Paolo Macina

LUGLIO 2009
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PROFILO DELL’AUTORE

Paolo Macina, nato a Torino il 5/5/1966, matematico, obiettore di coscienza. E’ socio del Centro
Studi Domenico Sereno Regis di Torino dall’inizio degli anni ’90, per conto del quale
approfondisce i temi relativi all’economia nonviolenta e la finanza etica. Funzionario presso una
compagnia assicurativa, per sei anni rappresentante dei soci torinesi di Banca Popolare Etica e
per tre membro del Consiglio di Indirizzo della Fondazione Culturale Etica.
Dal 2001 tiene una rubrica di economia nonviolenta sulla rivista Azione Nonviolenta fondata da
Aldo Capitini. Collabora inoltre per alcune riviste d’area nonviolenta.

Strada del Nobile 8 - 10131 Torino T. 011/66.01.456 Cell. 320/14.33.336 e.mail begitto@iol.it

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INDICE

1. INTRODUZIONE

2. FINANZA ETICA E MONDO PROTESTANTE


2.1. I riferimenti storici
2.2. La Chiesa d’Inghilterra
2.3. I Luterani
2.4. I Metodisti
2.5. I Valdesi
2.6. I Mennoniti
2.7. I Pentecostali

3. FINANZA ETICA E MONDO CATTOLICO


3.1. I riferimenti nel Vangelo e nelle encicliche papali
3.2. La Stato di Città del Vaticano
3.3. Le Diocesi e gli istituti di sostentamento del Clero
3.4. I Focolarini e l’Economia di Comunione
3.5. Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere
3.6. L’Opus Dei
3.7. Il Gruppo Abele e Libera
3.8. La Diocesi di Locri e la Comunità di Liberazione
3.9. I Salesiani

4. FINANZA ETICA E MONDO ISLAMICO


4.1. I riferimenti del Corano
4.2. Lo Zakat e le organizzazioni filantropiche
4.3. La nascita dell’AOOIFI e i supervisori islamici
4.4. Banche, fondi e obbligazioni islamiche
4.5. Il comportamento delle banche in Europa
4.6. Gli Ismailiti e l’Aga Khan
4.7. L’Autorità Palestinese

5. FINANZA ETICA E MONDO EBRAICO


5.1. I riferimenti nel Talmud e nella Torah
5.2. La Tzedakah o decima
5.3. Lo Stato Israeliano

6. FINANZA ETICA E MONDO ORTODOSSO


6.1. Il mondo ortodosso
6.2. Il Patriarcato di Mosca
6.3. Il Patriarcato di Gerusalemme
6.4. Il patriarcato Etiope
6.5. Il patriarcato Bulgaro
6.6. Il patriarcato Serbo
6.7. Il patriarcato Greco

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1 INTRODUZIONE

Cosa si intende per finanza etica? Secondo alcuni è un tentativo di riagganciare l'uso del denaro
alla realtà per riportare le relazioni sociali al centro dello scambio. Secondo altri, la finanza etica
nasce per sostenere le attività di promozione socio-ambientale. Altri ancora la immaginano
come una reale alternativa all'idea tradizionale di finanza senza tuttavia rifiutarne i meccanismi
essenziali, in modo da porre come punto di riferimento l'idea e non il patrimonio, la giusta
remunerazione dell'investimento e non la speculazione (1).
Sicuramente, l’etica è presente in ognuno di noi, solo che si presenta sotto forme diverse: ciò che
per alcuni è considerato peccaminoso o eticamente scorretto, può magari essere tollerato da altri
e viceversa. Se applicata alla gestione dei risparmi, magari quelli accumulati nel corso di un
intero periodo lavorativo, la propria morale spinge alcuni a richiedere inflessibilmente la
massima rigorosità possibile in modo da non contrastare con i propri principi; spinge altri a
richiedere i requisiti minimi per ottenere un buon profitto senza logorare troppo la coscienza.
Tra queste due interpretazioni si ritrovano, con tutte le sfumature possibili, i tentativi di
coniugare due parole che a volte sembrano inconciliabili: appunto etica e finanza.
E’ ormai unanimemente riconosciuto che l’idea di introdurre, nel mondo economico, principi
etici con il quale operare, avvenne in ambito religioso, nel ‘700 delle grandi rivoluzioni. Non
furono i laici, che pure amministravano ampi settori dell’economia, che si interrogarono
sull’impatto che le scelte potevano avere sulle persone, sull’ambiente e sulla società; non furono
neanche illuminati politici, e neppure monarchi o nobili divenuti improvvisamente sensibili alle
miserie che circondavano i loro feudi. Si dovette aspettare la rivoluzione statunitense per poter
datare la nascita della prima obiezione di coscienza nell’utilizzo dei risparmi, da parte di piccole
comunità di credenti indignate nel veder calpestati i precetti che ogni giorno leggevano nella
sacra Bibbia e proclamavano nelle funzioni religiose.
Quel che può sorprendere non è tanto il fatto che alcune persone si siano rese conto che i
principi religiosi vanno seguiti anche riguardo argomenti non direttamente collegati al vissuto
quotidiano, invece di rendere dilagante il realismo e l’ineluttabilità di certe scelte. Non può
inoltre meravigliare il fatto di trovare in tutti i testi sacri delle religioni monoteiste, e in molti
testi e tradizioni orali delle filosofie orientali, gli stessi approcci per un uso responsabile del
denaro, con regole che escludono determinati comportamenti ed altri che promuovono
atteggiamenti più virtuosi. E’ probabilmente più singolare il fatto che solamente nell’ultima
parte del secondo millennio, al dilagare delle grandi guerre che hanno flagellato il nostro
pianeta, che i credenti di ogni tradizione religiosa abbiano riflettuto sui meccanismi che le
generano, e sul come rimetterle in discussione togliendo loro le principali munizioni con le quali
vengono combattute: i capitali.
C’è una regola aurea che tutti i movimenti di ispirazione religiosa ammettono come legge dalla
quale discendono poi i comportamenti quotidiani in ogni aspetto della vita. Questa regola recita:
“fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, e non fare agli altri ciò che non vorresti loro
facessero a te”. Essa è presente nel Talmud (Shabbat, 31 a) come nei Vangeli (Luca 6:31), nella
Mahabarata induista come nel Taoismo (Il Thai-Shang, 3), nel Buddismo (Udana - Varqua,
5:18) come nel Confucianesimo (Analetti, XV, 23), nello Zoroastrismo (Dadistan-i-Dinik, 94:5)
come nella Sunna islamica. Da questo punto di vista la guerra è sicuramente il principale evento
che nessuno vorrebbe subire, e quindi da evitare di imporre se non si vuole essere ripagati con la
stessa moneta. Ma già nelle applicazioni più immediate di questa basilare affermazione sorgono
le prime sfumature nei comportamenti delle comunità religiose.
E’ nata in questi anni nel mondo anglosassone una nuova definizione: quella del faith based
investing, cioè l’investimento basato sulle opinioni religiose: una forma di investimento che
considera gli insegnamenti religiosi come guida o come parere influente per le decisioni
finanziarie. Risultano importanti in questo campo i concetti di “moralità” e “peccato”, secondo i
quali è possibile oppure inaccettabile prestare denaro ad un ente o ad un progetto. Concetti
evidentemente non economici, ma che influiscono ormai, viste le cifre coinvolte, ampi strati
dell’economia dei paesi occidentali.

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Questi fondi hanno sviluppato negli anni alcune strategie per risultare più autorevoli, visto
l’impatto comunque ridotto che riescono ad avere nel mondo finanziario tradizionale. Oltre a
privilegiare alcune aziende se risultano “morali”, oppure escluderne altre se risultano
“peccaminose” (i cosiddetti metodi di inclusione ed esclusione, che costituiscono la base della
selezione etica), tramite una valutazione trasparente dei comportamenti delle aziende in cui
investono (in gergo la comprehensive screening), essi cercano di massimizzare l’investimento
collettivo per ottenere i maggiori risultati in termini di immagine (il community investing, il
tentativo cioè di coinvolgere la maggior collettività possibile nelle scelte del fondo). Alcuni
investimenti faith based si spingono a cercare di influenzare con una presenza critica, durante le
assemblee dei soci oppure contattando il management, le aziende nelle quali hanno depositato i
fondi, per indirizzarle verso comportamenti sempre più virtuosi. E’ il fenomeno dello
sharehowner activism o shareowner advocacy.
Sicuramente, un buon metodo per valutare il grado di eticità degli strumenti finanziari etici è
quello di verificare fino a dove essi si spingono nel valutare le attività degli enti a cui prestano il
denaro, e come si comportano quando uno di essi non si comporta più secondo le loro
aspettative. Questo libro tenta di analizzare alcuni di questi comportamenti, nel tentativo di
coglierne gli aspetti essenziali tramite il confronto. Cerca inoltre di dare una dimensione al
fenomeno, in un mondo come il nostro dove la raccolta dei capitali, ed il loro utilizzo, sono
ormai più importanti del lavoro degli uomini e dei beni e delle merci da essi prodotti. Cerca
infine di far emergere alcune contraddizioni che, seppur a fin di bene, avvengono nel tentativo di
far quadrare, per così dire, il cerchio: ottenere cioè il massimo del profitto possibile per
perseguire i propri scopi, pur nel tentativo di non nuocere ai diritti degli altri.
E’ormai certa la potenzialità di cambiamento che risiede negli atti simbolici, per quanto piccoli
possano risultare: le decisioni prese da esponenti religiosi, anche se dotati di mezzi limitati,
possono avere un’eco mondiale e cambiare il corso della storia. Nelle loro mani non è solo
consegnata la spiritualità degli individui, ma spesso anche la loro condizione terrena, e lo
sviluppo di istanze etiche nelle finanze amministrate da enti religiosi conferma che tale
prerogativa è ad essi nota. Come altrettanto nota è la resistenza prodotta dal mercato dei capitali
alle ingerenze esterne, che per istinto pretendono di poter agire indisturbati, senza regole, nei
quattro angoli del mondo.
Negli ultimi anni anche i movimenti di opinione laici hanno partorito alcune risposte ad
un’economia sempre più cinica ed arida di valori: la Graemeen Bank in Bangladesh, la
Oekobank dei Verdi in Germania, oppure le Mag e Banca Etica in Italia dimostrano che la
contaminazione del pensiero è avvenuta in modo proficuo. Ciò non toglie che la maggior parte
del fenomeno è ancora presidiato dagli enti religiosi, che quindi risulteranno anche nel prossimo
futuro l’elemento trainante per lo sviluppo dell’etica in campo finanziario. L’augurio è che essi
abbiano sempre più la consapevolezza degli impatti delle loro scelte.

(1) v. Manifesto della finanza etica: www.finanza-etica.it

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2 FINANZA ETICA E MONDO PROTESTANTE

2.1 I riferimenti storici

Il riferimento per la finanza etica, sia geografico che culturale, viene storicamente posto
nell’area anglofona, Stati Uniti e Regno Unito. E’ dimostrata, infatti, una correlazione tra la
proliferazione di fondi eticamente orientati e la diffusione della religione cristiana protestante.
Nei Paesi in cui questa confessione è maggiormente diffusa l’esperienza dei fondi etici data
ormai da parecchi anni, e già nel Settecento i Quaccheri rifiutavano di investire in attività che
avessero a che fare con lo schiavismo. Ma come si narra nel capitolo ad essi dedicato, si deve ai
Mennoniti il primo esempio di rifiuto di un affare da essi non considerato etico per motivi
religiosi, nel lontano 1604. I primi veri criteri sull’utilizzo del denaro derivano dal forte dibattito
sul rapporto tra finanza e religione svoltosi negli anni ‘20 negli Stati Uniti, nazione dove la
crescita economica era travolgente e senza regole, all’interno di gruppi confessionali protestanti
particolarmente rigorosi.
Le chiese Metodiste e Quacchere, forti delle proprie convinzioni religiose, fecero pressione
affinché si trovassero strumenti e modalità di investimento che garantissero loro una certa
redditività, pur nel rispetto dei principi basilari del credo religioso cui appartenevano. E' qui
dunque che trova le proprie radici il primo vero fondo d'investimento eticamente orientato, il
Pioneer Fund, nato nell’ormai lontano 1928 a ridosso della grande crisi economica statunitense:
esso gestiva gli investimenti finanziari di alcune istituzioni religiose statunitensi, evitando di
acquisire titoli emessi da imprese operanti nella produzione di tabacco, alcool, gioco d'azzardo.
Il suo fondatore, Philip Carret, dopo essersi laureato in chimica e aver lavorato come pilota e
giornalista della rivista Barron’s, raccolse i primi 25 mila euro necessari ad aprire il fondo da
amici e parenti. Autore del libro “The art of Speculation”, come per tutti i capitani d’azienda
diventati famosi, esistono numerose leggende sul suo conto, tra le quali quella che vuole il
Carnet acquirente della azienda Neutrogena solo per aver apprezzato personalmente la qualità
del suo sapone: le azioni acquistate ad un dollaro vennero in seguito vendute alla
Johnson&Johnson a 33 dollari l’una.
I fondi di investimento eticamente orientati si svilupparono anche sull'onda delle proteste
studentesche degli anni '60 nei confronti dell'utilizzo del denaro universitario per finanziare la
guerra del Vietnam, ed episodi simili furono successivamente applicati anche in Sud Africa e nel
Cile dove la battaglia per i diritti civili della popolazione fu combattuta anche tramite gli
strumenti messi a disposizione dal sistema finanziario. La manifestazione di questo malcontento
servì a mettere in luce l'orientamento di una nutrita parte della collettività statunitense verso
modalità alternative e consapevoli di amministrare e far fruttare il proprio denaro e servì
soprattutto a palesare la crescente riprovazione morale verso finanziamenti ad imprese e Stati
ritenuti fautori di comportamenti lesivi della dignità dell'uomo e dell'ambiente. Così nel 1971
nacque il Pax World Fund, con criteri di esclusione analoghi al Pioneer, dall’idea di due pastori
metodisti di Portsmouth, nel New Hampshire.
Nel 1972 venne inaugurato il Dreyfus Third Century Fund, che aggiunse alcuni comportamenti
originali in campo economico oltre a quelli già utilizzati da Pioneer: nei primi anni di vita
dedicava un terzo delle sue risorse a finanziare piccole aziende che ottenevano buoni risultati in
settori come l’educazione, la salute o l’ambiente, mentre il resto veniva utilizzato per beneficiare
i cosiddetti best in class, cioè le aziende migliori in ogni settore per quanto riguardava l’eticità.
L’obiettivo era evidente: fare in modo che il loro esempio potesse convincere i loro diretti
concorrenti a migliorarsi.
Ancora oggi il Dreyfus ed il Pax Fund sono i principali operatori statunitensi in quest'area. Il
primo fondo etico del Regno Unito fu invece costituito nel 1984: il Friends Provident's
Stewardship Trust, iniziativa che ha ancora la leadership del mercato in termini di volumi. Una
analisi condotta dalla società Thomson Financial’s nel 2002 (5) affermava che negli Stati Uniti i
fondi religiosi erano passati dai 34 del 1999 ai 75 di quell’anno, con un corrispondente
incremento della raccolta di danaro che passava da 3,65 miliardi di dollari ai 4,42 miliardi,
surclassando la crescita di tutti gli altri settori di fondi. Oggi il fondo più consistente sul mercato
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statunitense è il Calvert Managed Growth, che amministra circa 510 miliardi di dollari, ma con
l’impetuoso incremento della raccolta, e la conseguente difficoltà a seguire condotte moralmente
ineccepibili ma economicamente penalizzanti, il quadro di riferimento nel quale operano i fondi
protestanti è profondamente cambiato.
Se si va ad analizzare nel dettaglio la strada percorsa dai fondi precursori, dalla loro nascita ai
giorni nostri, il quadro che si ottiene non è dei più lusinghieri: per esempio il Dreyfus Third
Century Fund, che ora risulta essere una partecipata della Mellon Bank da quando quest’ultima
ha acquisito la Dreyfus Corporation, negli anni ’90 ha raggiunto una dimensione degli
investimenti pari a circa 1,2 miliardi di dollari. I suoi dirigenti, probabilmente in difficoltà ad
individuare settori sempre nuovi di investimento etico, si sono convinti a ritornare ai più
permissivi criteri di esclusione etica (centrali nucleari, armamenti, pornografia, ecc.),
destinando comunque parte dell’utile di fine anno a iniziative di beneficenza. “Mi piacerebbe
includere nel paniere degli investimenti la Coca Cola e discutere con il suo management di
riciclare il vetro delle bottiglie”, disse nel ’99 il gestore del fondo, rendendo evidente il cambio di
rotta rispetto a quanto teorizzato dai fondatori (6). Questi ultimi infatti non avrebbero
probabilmente acconsentito a cuor leggero ad investire in una multinazionale da anni boicottata
da numerose associazioni di volontariato.
Comportamenti discutibili hanno contraddistinto anche il cammino degli altri precursori: il
Pioneer Fund è stato acquistato agli inizi del millennio da una società del gruppo Unicredit, che
ha confinato le scelte etiche solo ad alcune linee di investimento, mentre il Pax Fund, dopo aver
acquistato nel settembre 2006 il Citizens Fund (anch’esso ispirato a criteri di selezione etica), ha
inaspettatamente aperto la possibilità di investimento nei settori del gioco d’azzardo e degli
alcolici, nella speranza di raggiungere performance di rendimento più appetibili per gli
investitori. Il ripensamento è nato dopo che il Pax World Balance Fund, uno dei settori in cui
vengono convogliati i risparmi dei metodisti, era stato costretto a vendere il redditizio
investimento nella catena di negozi di caffè Starbucks a causa di un accordo con il produttore di
alcolici Jim Bean; mesi addietro aveva dovuto rinunciare alla sua quota in Yahoo dopo aver
scoperto gli intrecci del portale internet con il settore delle scommesse via web. I risparmiatori,
stufi dei mediocri rendimenti causati da queste repentine dismissioni, avevano richiesto in
assemblea di porre rimedio a questa situazione.
Si deve in ogni caso all’influenza della Chiesa Protestante il comportamento eticamente
orientato nelle scelte economiche di alcuni paesi. Tra questi sicuramente il caso della Norvegia,
dove i Calvinisti hanno una forte presenza, merita di essere accennato. Per gestire
adeguatamente gli imponenti flussi di denaro derivanti dalla produzione e della vendita del
petrolio al largo del Mare del Nord, il governo norvegese creò alla fine degli anni ’80 un fondo, il
Government Petroleum Fund, gestito direttamente dalla banca centrale norvegese, nel quale
investire il ricavato della compravendita e dal quale attingere annualmente non più del 4% del
rendimento reale, per finanziare le spese pubbliche. Il fondo gestisce ormai più di 215 miliardi di
euro, il 60% in obbligazioni ed il 40% in azioni, e dal 2005 si è dotato di un codice etico che
prevede l’esclusione di società che producano armi o abbiano comportamenti non socialmente
corretti.
Nonostante i proventi derivino da un’attività che produce forti impatti ambientali, con una
contraddizione che si spiega difficilmente, il fondo ha annunciato di non aver confermato gli
investimenti in Wal Mart, Finmeccanica, Honeywell, Eads, Thales e diverse altre aziende
colpevoli di condotte non moralmente corrette. Suoi emissari hanno inoltre partecipato a 2.700
assemblee societarie per orientarne eticamente le scelte, votando contro il 9% delle proposte del
management. ”Per noi la questione è se pensiamo di correre un inaccettabile rischio di
partecipare in futuro a violazioni di diritti umani”, ha affermato il direttore generale Martin
Skancke (3). E’ interessante notare che recentemente anche la compagnia di assicurazioni
italiana Generali ha deciso di utilizzare, a partire dal 2006, lo stesso criterio di selezione dei suoi
investimenti finanziari, che ammontano ormai a più di 300 miliardi di euro.

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2.2 La Chiesa d’Inghilterra

Da sempre considerata all’avanguardia nell’interpretazione delle sacre scritture e progressista


nella dottrina, la Chiesa d’Inghilterra è per influenza e dimensioni il punto di riferimento nel
variegato mondo protestante. Le pari opportunità, i diritti civili, la democrazia decisionale in
particolare sono sempre stati argomenti ben presenti nei Sinodi Generali che avvengono
annualmente nella Chiesa di Westminster, e che coinvolgono i 24 milioni di fedeli battezzati che
fanno riferimento alle 365 diocesi britanniche. Anche se le decisioni relative alla istituzione
vengono sottoposte all’approvazione del Parlamento e alla ratifica del sovrano inglese, il suo
organo legislativo, l’Assemblea Nazionale (composta dalle tre camere dei vescovi, dei preti e dei
laici) gode di totale autonomia e costituisce un buon esempio di modello decisionale
democratico.
Due presupposti guidano il comportamento dei religiosi nella vita quotidiana: il fatto che
nessuna persona è senza peccato, e quindi nessuna persona può considerarsi migliore delle
altre; e che le persone non hanno alcuna capacità di fare opere buone gradite ed accette a Dio, se
egli non fa pervenire la sua grazia (assenza di libero arbitrio). Le opere buone non possono
quindi cancellare i peccati umani, ma sono gradite a Dio ed utili per farci conoscere attraverso di
esse, così come recitano alcuni dei 39 articoli che regolano la religione Anglicana.
La Chiesa d’Inghilterra vive un progressivo abbandono dei suoi fedeli che dura ormai da
parecchi anni: dal 1970 ad oggi ha costruito circa 500 nuove chiese, perlopiù nelle aree
suburbane delle città inglesi, ma ha dovuto chiuderne ben 1.700, a mano a mano che
diminuivano i fedeli e che la manutenzione degli edifici, talvolta vecchi di secoli, diventava
insostenibile. Nel suo bilancio annuale la voce “manutenzione delle chiese” ha raggiunto ormai
la cifra di 80 milioni di sterline, dei quali solo 30 milioni circa sono coperti, a fondo perduto, dai
contributi dello stato.
Nonostante ciò, la Chiesa d’Inghilterra è l’istituzione religiosa che amministra più beni
all’interno dell’arcipelago protestante: la sua ricchezza proviene direttamente dall’epoca di
Enrico VIII, quando il re scismatico si appropriò di centinaia di migliaia di ettari che
appartenevano alla chiesa cattolica, ai suoi prelati e alla aristocrazia, e che la figlia Anna decise
di amministrare con un fondo apposito. Ancora oggi le proprietà sono ufficialmente della Regina
d’Inghilterra, che è capo della Church of England, ma vengono amministrate da un tesoriere ed
il ricavato viene gestito dal Primate, secondo i principi etici sopra menzionati.
Dopo la Crown Estate, il Ducato di Cornovaglia ed il National Trust quindi, la Chiesa Anglicana
risulta oggi, con cinquantamila ettari, il più ricco investitore inglese. “Le nostre proprietà sono
localizzate nelle aree più ambite. Possediamo centinaia di tenute agricole ma soprattutto centri
commerciali, grandi edifici, grattacieli, appartamenti, negozi, cinema, garage e teatri”, afferma
l’attuale tesoriere Andreas Whittam-Smith. Quando si reca a visitare le diocesi, in alcuni casi in
costume medievale, è ricevuto con tutti gli onori: “mi sento come un principe italiano, anche se
il mio ruolo è pro tempore” (4).
Il portafoglio azionario, obbligazionario e delle rendite da patrimonio immobiliare era valutato,
agli inizi del 2000, più di 5 miliardi di sterline (circa 7 miliardi di euro), ed è gestito secondo
rigorosi criteri etici da un comitato apposito che esclude affari con aziende che trafficano in
armi, tabacco, giochi d’azzardo, pornografia e alcool. La trasparenza viene assicurata da un
imponente relazione annuale: quella del 2005 rivela che la maggiore quota azionaria posseduta
è nella Shell (137.4 milioni di sterline), seguita da BP (136.4 milioni), HSBC (112.3 milioni),
Vodafone (92.3 milioni) e GlaxoSmithKline (92.3 milioni). Ma troviamo anche partecipazioni
nella compagnia mineraria Rio Tinto (32.6 milioni) e BHP Billiton (23.6 milioni), solitamente
escluse dalla gestione dei fondi etici a causa delle loro condotte ambientali.
L’attuale primate Rowan William non ha di che lamentarsi: il suo tesoriere ha assicurato un
rendimento medio degli investimenti nel decennio 1995-2004 del 10% (il 17% nel 2004 ed il 19%
nel 2005), in linea con i migliori fondi mondiali. Il ricavato serve soprattutto per pagare stipendi
e pensioni delle attuali sedicimila persone tra clero e dipendenti della Chiesa, che nel solo 2004
hanno richiesto più di 100 milioni di sterline. Anche in questo caso la relazione annuale precisa
puntualmente gli stipendi più alti; quindi possiamo scoprire che l’ecclesiastico più pagato è
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l’Arcivescovo di Canterbury (66.170 sterline più una pensione di 12.210), seguito da quello di
York e da quello di Londra, mentre il dipendente con il compenso più alto guadagna 130.000
sterline l’anno. In media ogni vescovo può contare su uno stipendio di circa 35.000 sterline (5).
Tra gli atti con forte rilevanza etica fece scalpore, nel novembre del 2000, la decisione del fondo
di abbandonare la partecipazione nella azienda britannica Gkn, valutata 25 milioni di euro, a
causa delle attività militari intraprese dal suo settore aerospaziale. Sulla base delle sole
indiscrezioni, il titolo si inabissò in una giornata del 3,6%. “La realtà è che questo tipo di società
non investono più in aree che avremmo definito appropriate”, dichiarò il portavoce della Chiesa
(6). Lo stesso metodo venne utilizzato nel febbraio 2006 nei confronti di Caterpillar, accusata di
aver contribuito pesantemente alla costruzione del muro israeliano nei territori palestinesi:
colpevoli di produrre gli imponenti bulldozer D-9 e D-10 tristemente famosi per le demolizioni
delle abitazioni palestinesi che si trovano lungo il perimetro previsto per l’erezione del muro (dal
1967 sono state demolite nei territori occupati da Israele 12 mila abitazioni palestinesi di cui solo
il 5% per motivi di sicurezza), i vertici della Caterpillar sono stati avvertiti del disinvestimento,
da parte della Chiesa d’Inghilterra, di 2,5 milioni di sterline in azioni solo a cose fatte (7). Le
macchine escavatrici sono state considerate alla stregua di materiale militare e, coerentemente,
oggetto di boicottaggio etico. “Sono profondamente addolorato per la disputa, ma…la
demolizione delle case palestinesi solleva questioni morali di una certa gravità ed è legittimo
respingere l'idea che la Chiesa possa trarne profitto”, ha affermato l'arcivescovo di Canterbury,
di fronte alle inutili proteste ufficiali del rabbino capo Sacks (8).

2.3 I Luterani

I discendenti del grande filosofo riformatore protestante Martin Lutero non sono raccolti in
un’unica chiesa evangelica luterana mondiale, ma come la Chiesa Ortodossa sono organizzati in
chiese luterane nazionali o regionali. Queste sono unite mediante la stessa teologia luterana, ma
sono giuridicamente indipendenti. Sono raccolte nella Federazione Mondiale delle Chiese
Luterane che dal 1949 vede come rappresentante unico in Italia la Chiesa Evangelica Luterana
(CELI) e nei paesi a maggioranza luterana, come la Svezia, la chiesa è subordinata al potere
politico.
Secondo Lutero l'uomo è completamente immerso nel peccato e non ha alcuna possibilità di
redimersi con le sue sole forze. Solo la fede in Cristo lo può salvare. Poiché Dio ordina tutto,
l'essere e l'agire umano compresi, non vi è posto per il libero arbitrio che comprometterebbe la
meritorietà del credente. Il comportamento in campo finanziario deve quindi ispirarsi alle
regole contenute nella Bibbia e soprattutto beneficiare la comunità di riferimento.
Proprio riguardo alla possibilità di garantire un futuro sereno agli anziani luterani, nacque nel
‘900 uno dei primi fondi faith-based investing, il Thrivent Financial for Lutherans (9). Oggi è
un'organizzazione articolata in grado di offrire un'ampia gamma di prodotti finanziari, bancari e
assicurativi alle persone e alle organizzazioni di ispirazione luterana. La sua famiglia di fondi è
la più grande negli Stati Uniti, con capitali gestiti per oltre 62 miliardi di dollari alla fine del
2003. Il suo codice di condotta è decisamente blando se rapportato ad analoghi codici,
soprattutto per quanto riguarda la trasparenza degli investimenti e di chi partecipa al fondo,
proprio perché pensato soprattutto a tutelare gli interessi dei luterani che vi aderiscono.
il Lutheran Church-Missouri Synod Foundation (10) è invece un fondo che investe lasciti e
risparmi dei parrocchiani dello stato americano, ed ha anch’esso un codice di comportamento
per gli impieghi azionari. Alcuni investimenti spericolati, effettuati nel corso del 2000
dall’economo che gestiva il fondo, rischiarono di far fallire gli aderenti: spinti a versare sempre
maggiori quote allettati da promesse di rendimenti elevati, diversi parrocchiani erano arrivati a
vendere la casa di proprietà con il miraggio di raggiungere cospicue rendite vitalizie (11).
Con la stessa metodologia opera L'Interfaith Center on Corporate Responsibility (12): riunisce
negli USA più di 275 diocesi, congregazioni o Chiese protestanti e, rappresentando un attivo
totale sotto gestione di più di 110 miliardi di dollari, si può considerare un referente in materia.
Il fondo sostiene programmi di azionariato attivo con le aziende presenti nel proprio portafoglio
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al fine di migliorarne le prestazioni sociali e ambientali ed ha la particolarità di aprire l’adesione
anche a persone appartenenti ad altre religioni. In Italia Etica SGR, la società di gestione del
risparmio di Banca Popolare Etica, aderisce all’ICCR e partecipa agli annual meeting dove si
predispongono le strategie di pressione sulle società in cui si è investito.
La figura carismatica nell’ICCR è sorella Patricia Wolf, trent’anni spesi all’interno
dell’istituzione, divenuta direttore esecutivo nel 2001. “Una cosa che non è cambiata in tutti
questi anni è la motivazione; anche i valori fondamentali sono gli stessi: pace, giustizia
economica e conservazione della salute della Terra… La diversità dei componenti dell’ICCR
(cattolici, protestanti, ebrei, fondazioni, fondi pensione, ordini religiosi, ospedali per dirne
alcuni) significa che non ci possono essere accordi su qualunque argomento: per esempio
sull’aborto, per il quale esistono diversi approcci, un consenso unanime è impossibile. Ma i
membri sono d’accordo su molte più cose di quanto non siano in disaccordo: per esempio i
diritti umani sono nella nostra agenda fin dagli inizi. E io penso che l’organizzazione può dire di
essere stata efficace su questo fronte: per esempio ci è stato chiesto di monitorare il mercato
manifatturiero in Cina e Repubblica Dominicana… Noi crediamo che la corporate social
responsibility non sia la sola cosa giusta da fare” (13).
Un altro fondo che fa dell’apertura a tutte le religioni la sua principale caratteristica è il Leviticus
25:23 Alternative Fund che, a partire proprio dal nome, ha cercato di esplicitare i presupposti
per i quali viene svolta l’attività di investimento dei risparmi di un centinaio di congregazioni
religiose cristiane e cattoliche (ed una ebraica, il Jewish Fund for Justice, v. cap. 5.2) ed
altrettante banche ed istituzioni finanziarie. Recita infatti il passaggio della Bibbia: “la tua terra
non può essere venduta perché non ti appartiene: essa appartiene a Dio, e tu sei come un
forestiero a cui viene concesso di usarla" (14).
Il fondo gestisce quindi, dalla sua nascita avvenuta nel 1983, l’affitto di terreni e immobili negli
stati di New York, New Jersey e Connecticut, privilegiando i progetti ad alto impatto sociale
come istituti di cura per minori o disabili, organizzazioni no profit e case comunità. Opera
tramite l’emissione di obbligazioni a tasso nullo o ridotto, sottoscritte interamente dai soci o dai
membri associati, e cerca di razionalizzare e rendere più incisiva l’attività di shareowner
advocacy che i vari membri già sperimentavano singolarmente prima della nascita del fondo.
Sul sito sono riportati alcuni esempi di progetti finanziati o ospitati presso le strutture di
proprietà, in modo da aumentare la trasparenza. Con un capitale sociale di circa 10 milioni di
dollari ed una raccolta quasi doppia, sono state rese disponibili più di mille unità abitative, 35
centri di cura per 3000 bambini, 32 comunità e circa 150 nuovi posti di lavoro.
In Italia la CELI beneficia dell’otto per mille, che usa anche per il culto e il mantenimento di
pastore e pastori. Viene fornita la suddivisione percentuale delle risorse, ma non dove esse
vengono utilizzate: il 37% per progetti della CELI (opere sociali, culturali, evangelizzazione ecc.),
il 30% per progetti delle comunità, il 16% per sostenere i ministri di culto ed il 7% per opere
sociali (15).

2.4 I Metodisti

Il Metodismo è una dottrina cristiana fondata dal pastore anglicano John Wesley nel XVIII
secolo. L'intenzione di Wesley era originariamente quella di creare un movimento di risveglio
all'interno della Chiesa anglicana che portasse a una maggiore attenzione agli evidenti problemi
sociali della Gran Bretagna all'epoca della rivoluzione industriale; solo in seguito il metodismo
assunse i connotati di dottrina indipendente dalla matrice anglicana.
Secondo i metodisti Dio ha dato tutto (dottrina teologica) e tutti i fedeli devono dare (impegno
sociale). Si pone un collegamento indissolubile tra la salvezza ricevuta da Dio come dono
gratuito in Cristo e la salvezza, soprattutto materiale, offerta come dono riconoscente al fratello.
Fra le opere sociali create e amministrate dalla comunità metodista si contano numerose scuole,
ospedali e centri di accoglienza in moltissimi paesi del mondo (16).
Sono note le prese di posizione della Chiesa Metodista Unita, ovvero la confessione a cui
appartiene il presidente statunitense George W. Bush, contro comportamenti da essa
11
considerati immorali. Per esempio una settimana di proteste e atti di disobbedienza civile per
l'immediato ritiro delle truppe dall'Iraq e la sottoscrizione di un appello per la pace, organizzato
nel settembre del 2006, ha coinvolto 150 città statunitensi (17). Dobbiamo inoltre all’idea di due
pastori metodisti di Portsmouth, nel New Hampshire, la nascita del già citato Pax World Fund
nel 1971, primo esempio di fondo eticamente orientato.
Anche tra i metodisti, un argomento che preoccupa i fedeli è rappresentato dalla possibilità di
garantirsi una tranquillità al raggiungimento della età pensionabile. Il General Board of Pension
and Health benefits of the United Methodist (18) rappresenta il più grande fondo pensione
religioso (ha 66 mila beneficiari) e fa riferimento alla Chiesa Metodista Unita. Il suo portafoglio
di 14 miliardi di dollari è gestito secondo criteri di responsabilità sociale e si basa su tre approcci
integrati fra loro: screening, shareholder advocacy e analisi di impatto socio-ambientale. Nel
giugno 2006 ha destinato 50 milioni di dollari per un progetto di microcredito rivolto a soggetti
normalmente esclusi dal circuito creditizio a causa della loro scarsa patrimonialità.

2.5 I Valdesi

Aderenti dal 1532 al protestantesimo riformato di Calvino, i Valdesi sono da tempo considerati
all’avanguardia nelle scelte etiche in campo finanziario. Il Sinodo Valdese si è più volte espresso
per una moralizzazione della finanza e dei meccanismi che la regolano, e la gente comune ha
dimostrato in questi anni di apprezzarne l’impegno, in un modo tanto semplice e silenzioso
quanto efficace: tramite la dichiarazione dei redditi.
In Italia infatti i valdesi sono al massimo 30 mila, compresi i metodisti che dal 1979 fanno corpo
con loro. Gli iscritti veri e propri sono ancor meno, sotto i 20 mila, per la metà concentrati nelle
valli del Pellice, dell´Angrogna, del Germanasca e del Chisone, a ovest di Torino. Gli italiani che
invece decidono consapevolmente di consegnare parte delle loro tasse all’utilizzo responsabile
garantito dalla tavola Valdese è dieci volte maggiore.
La gestione dell’otto per mille della annuale dichiarazione dei redditi delle persone fisiche (i cui
meccanismi di riparto vengono illustrati nel capitolo 3.2) vede i Valdesi impegnati a sostenere
iniziative coraggiose in diverse parti del mondo. La Tavola Valdese si distingue in particolare per
la scelta di escludere le esigenze di culto ed il sostentamento del clero tra i possibili metodi di
utilizzo del gettito, in modo da farlo confluire totalmente verso iniziative di carità e di impegno
sociale. Spiega Maria Bonafede, moderatrice della Tavola Valdese: "I soldi dell' otto per mille
arrivano dalla società e vi debbono tornare. Se una Chiesa non riesce a mantenersi con le libere
offerte, è segno che Dio non vuole farla sopravvivere" (19). Solo il 6% del gettito è utilizzato per
fini pubblicitari. Sul sito internet della Chiesa inoltre, può essere visionato l’intero elenco dei
finanziamenti effettuati, in ossequio alla massima trasparenza possibile (20).
La Tavola Valdese ha così deliberato per diversi anni il sostegno alle Peace Brigades
Intenational, una organizzazione che opera nelle zone di conflitto tramite l’utilizzo di obiettori di
coscienza e personale preparato, come forza di interposizione nonviolenta; troviamo anche
progetti di produzione biologica in Sicilia; sostegno economico ai parenti dei desaparecidos
italo-argentini per venire in Italia a seguire i processi contro i generali argentini responsabili
delle sparizioni; tra le curiosità, anche un progetto per la costruzione di un pozzo ed una chiesa
in Brasile, proposto da un prete cattolico. Ma l’opera più conosciuta a livello nazionale è
sicuramente Agape, una comunità in Val Germanasca sopra Prali fondata dal pastore
nonviolento Tullio Vinay nel 1950, con lo scopo di riconciliare ex partigiani ed ex fascisti che
ancora non riuscivano a dialogare dopo la fine della Guerra Mondiale. Negli anni la comunità è
diventata il punto di riferimento di tutte le minoranze presenti nel paese, che hanno potuto
trovare lassù un luogo capace di affrontare, dal punto di vista religioso, ogni argomento di
scottante attualità.
L’impegno sociale è infine testimoniato dall’adesione alla campagna per il mantenimento e
l'applicazione della legge 185/1990 sul controllo di fabbricazione e vendita delle armi leggere,
che ha portato come naturale conseguenza alla scelta di partecipare come fondatori alla

12
costituzione di Banca Popolare Etica nel 1999. La filiale torinese della banca è ospitata presso
locali gestiti dalla comunità dietro il tempio valdese.
Una facoltà teologica a Roma, la casa editrice Claudiana, una radio locale (radio Beckwith), un
liceo linguistico a Torre Pellice, alcuni asili e un centro per disabili a Luserna San Giovanni: le
proprietà dei Valdesi sono soprattutto funzionali alle esigenze di culto e all’attenzione verso la
comunità di riferimento. Molto frequentate risultano anche le dieci foresterie, situate in luoghi
turistici, dove i religiosi ospitano a prezzi contenuti turisti e gruppi interessati a vivere
un’esperienza in luoghi spirituali. Infine, i pastori valdesi vivono solamente delle donazioni
spontanee. Lo stipendio base, uguale dalla "moderatrice" all' ultimo pastore, è di 650 euro al
mese (21).
In questi ultimi anni la Chiesa, complice una poco oculata gestione ed un interesse delle
amministrazioni a convertire in pubblico tutta la sanità, ha dovuto consegnare alla Regione
Piemonte la proprietà degli storici ospedali gestiti in Torino e nella valle Pellice per onorare
debiti accumulati negli anni con il sistema bancario (22).

2.6 I Mennoniti

Menno Simons (1496-1561), sacerdote cattolico olandese nato a Witmarsum, in Frisia, si


convertì nel 1536 all'anabattismo, emergendo come un deciso oppositore di qualunque forma di
violenza. Da Simons origina una tradizione "mennonita" rigorosamente pacifista, che si è
tradotta oggi in un impegno per la pace nel mondo.
I Mennoniti furono in seguito perseguitati e si trasferirono in massa in Crimea e nella Tauride,
invitati dalla zarina Caterina II "la Grande" . Nel 1870, però, la Russia introdusse il servizio
militare obbligatorio, incompatibile con le idee pacifiste dei mennoniti, che decisero di emigrare
in massa negli Stati Uniti, nel cui territorio avevano già stabilito colonie fin dal XVII secolo.
Cruciale per l'identità mennonita, insieme al pacifismo, è l'idea della separazione tra Chiesa e
Stato, che costituisce peraltro un'eredità più generale della Riforma radicale. La diffusione a
livello internazionale dei mennoniti consiste in circa un milione di membri, di cui 310.000 fedeli
nell'America del Nord (93.000 in Canada e 217.000 negli Stati Uniti); crescite rapide, fra i paesi
in cui la Chiesa è presente, si registrano in Africa e Indonesia (23).
Ai Mennoniti si deve il primo esempio storicamente rilevante di applicazione dell’etica religiosa
ad una questione economica. Accadde nel 1604 ad Amsterdam: in quel periodo la Dutch East
India company, un conglomerato di aziende private, acquistò una azienda di navigazione il cui
capitano era sotto processo per aver attaccato e catturato un anno prima un galeone portoghese
durante il conflitto tra le Province Unite e l’Impero spagnolo. Al termine del processo il capitano
fu assolto ed il ricavato dell’arrembaggio fu acquisito dalla Dutch East India come bottino di
guerra. Ma alcuni soci mennoniti della compagnia, indignati dall’atto di pirateria, rifiutarono la
quota di premio ad essi spettante e, non contenti, denunciarono il comportamento della
compagnia davanti al giudice (Hugo de Groot, destinato in seguito a divenire famoso per aver
fondato il diritto internazionale con un celebre trattato); la compagnia fu successivamente
assolta, ma quell’atto consegnò alla storia un comportamento destinato ad essere emulato da
diversi altri gruppi religiosi (24).
La filosofia di vita dei Mennoniti è basata sul Gelassenheit, un concetto che insegna al fedele ad
essere riservato, modesto, calmo e tranquillo; ad essere totalmente sottomesso all'autorità di
Dio; a servire e rispettare gli altri nella comunità. I fedeli pagano le tasse, ma non i fondi sanitari
e pensionistici nazionali, perché hanno dei fondi da loro gestiti per i confratelli bisognosi d'aiuto
(25).
Fondato nel 1945 dalla Mennonite Church, il Mennonite Mutual Aid (MMA), è un fondo che
raccoglie il risparmio dei membri delle chiese locali, di alcune congregazioni religiose e di 25
istituzioni (26), concedendo affitti e mutui agevolati ai partecipanti e garantendo una gestione
etica delle riserve basata su tre cardini: shareowner activism, comprehensive screening e
community investing. Dieci anni fa ha lanciato i MMA Praxis Mutual Funds, basati su una
filosofia di investimento personalizzata ai credo e ai bisogni finanziari dei singoli investitori. Nel
13
2005 il fondo ha raccolto più di 1,6 miliardi di dollari, tra piani assicurativi (330 milioni) e
finanziari, versando più di 50 milioni di dollari in beneficenza.
Oltre ai soliti settori (alcol, tabacco, pornografia, gioco d’azzardo, produzione di energia
nucleare, armi, prodotti abortivi), il fondo esclude dal suo portafoglio l’intera industria
estrattiva delle risorse naturali di Russia e Cina a causa dei suoi devastanti impatti ambientali.
Nel passato aveva venduto le azioni della Total che possedeva per testimoniare il suo disappunto
sulla condotta antisindacale e ad alto impatto ambientale tenuta dalla multinazionale petrolifera
nella Birmania, mentre alcune richieste avanzate direttamente al presidente di Wal Mart
avevano sortito l’effetto di modificare alcuni comportamenti della catena distributiva
statunitense.
Il fondo privilegia al contrario i settori relativi al commercio equo, le energie alternative e la
microfinanza, come testimonia il recente finanziamento da 250 mila dollari ad Equal Exchange,
leader nella distribuzione del caffè equosolidale. MMA Praxis da anni pubblica le sue intenzioni
di voto prima delle assemblee delle aziende in cui investe, in modo da rendere trasparente la sua
condotta ed avvertire il management di eventuali non condivisioni dell’operato; di recente ha
aderito al cartello di associazioni ICCR (v. capitolo 2.3).

2.7 I Pentecostali

Il movimento carismatico dei Pentecostali nasce in Kansas agli inizi del ‘900 grazie all’opera del
pastore battista Charles Fox Parham. Sebbene la maggior parte delle comunità pentecostali
professi una fede di tipo battista, calvinista o metodista, la grande disparità di opzioni teologiche
presenti nel movimento fa si che esso si sviluppi anche in ambito cattolico, riconoscendo
un’autorità assoluta della Sacra Scrittura nella vita del cristiano.
Il Pentecostalismo si caratterizza per il suo spontaneismo: ogni comunità locale è autonoma e
decide liberalmente sull’opportunità della propria adesione alle numerose federazioni
pentecostali (le più importanti sono “Le assemblee di Dio”). I dati della sua diffusione rivelano
che è il movimento cristiano a più alto tasso di crescita nel mondo: circa il 25% dei Cristiani nel
mondo sono oramai pentecostali o carismatici. Vi sono ben 11.000 denominazioni pentecostali o
carismatiche, e le stime parlano ormai di 400 milioni di seguaci, ponendo così il
Pentecostalismo al secondo posto al mondo tra le confessioni cristiane, dietro solo alla Chiesa
Cattolica. La più frequentata chiesa cristiana è, di conseguenza, una pentecostale: la Yoido Full
Gospel Church (dotata di traduttori simultanei in 7 lingue) in Corea del Sud con 780.000 fedeli
(dati 2003).
I Pentecostali adottano spesso uno stile di vita comunitario, contrassegnato da entusiasmo e
dalla proibizione dell’alcool e del fumo. La Bibbia è generalmente letta in prospettiva
fondamentalista, con un interesse particolare per i passi concernenti l’effusione dello Spirito e i
racconti dei miracoli. Nel nostro Continente, i Pentecostali che si occupano di finanza
eticamente orientata hanno in suor Nicole Reille la loro beniamina: nel 1983 la comunità di cui
ella faceva parte, le Petites Soeurs de l’Asssomption, si pose il problema di come garantire un
reddito alle monache anziane. “Il mio problema era questo: come riuscire a non scendere a patti
con le ingiustizie del mondo attuale e al tempo stesso investire in borsa?” (27). Fu contattata
allora la società di consulenza finanziaria Meeschaert, la quale mise a punto un fondo
obbligazionario, cui si affiancò cinque anni dopo un fondo azionario, che rispondesse alle
esigenze etiche della congregazione.
Tramite l’associazione Etica e Investimento (28) da più di vent’anni suor Reille investe, con i
due fondi, circa 40 milioni di euro in aziende che devono rispettare ben venti criteri etici. Le
aziende selezionate per esempio non devono solo stare alla larga da alcol, armi, tabacco o giochi
d’azzardo, ma “devono essere al servizio dell’uomo e del suo sviluppo, con un’attenzione
particolare ai più sfavoriti”; i loro prodotti o servizi devono avere una utilità sociale, e
possibilmente un impatto positivo con l’ambiente; i loro dipendenti devono avere responsabilità
nell’organizzazione del lavoro, possibilità di espressione in seno all’impresa ed avere adeguata
formazione.
14
Due volte l’anno l’associazione organizza incontri con i dirigenti e i sindacati di alcune delle
aziende selezionate, dopo aver consultato i dati forniti dalla Meeschaert, e se i criteri non sono
più rispettati, senza clamori ma in modo irrevocabile si informa il management dell’intenzione
di uscire dall’azionariato: “non vogliamo nuocere all’impresa: al giorno d’oggi non è facile
gestire un’azienda, ma bisogna attirare l’attenzione dei dirigenti sull’importanza che
attribuiamo, in quanto investitori, allo sviluppo durevole, a una politica che tenga conto dei
lavoratori e dei clienti. Non è un’utopia totale. E’ un vero dialogo. Se le imprese sono interessate,
è perché sanno che c’è una vera posta in gioco.” (29)
In Italia le Assemblee di Dio beneficiano dell’otto per mille garantito dalla dichiarazione dei
redditi delle persone fisiche (IRPEF). Esse si impegnano ad utilizzare le somme ricevute
(generalmente meno di un milione di euro l’anno) solamente per fini sociali ed umanitari, senza
discriminazione di religione, di lingua e di razza, con un continuo aggiornamento
sull'utilizzazione dei fondi tramite gli organi di stampa (30), ma sul loro sito non sono
disponibili informazioni sugli importi erogati. Con una intensa attività radiofonica, televisiva ed
editoriale, alcune assemblee raccolgono un’ingente quantità di fondi che destinano ad attività di
culto e beneficenza, senza particolari accorgimenti in fatto di trasparenza, democrazia nelle
scelte, impatti socio-ambientali e che a volte sono oggetto di critiche da parte dei mass-media
(31).

(1) Religious Mutual Funds Multiply in Numbers and Assets, www.socialfunds.com, 18/9/2002
(2) Dreyfus Premier Third Century Approaches the Third Millennium, www.socialfunds.com,
24/11/1999
(3) Il Sole/24Ore, 5/1/2007
(4) Repubblica Affari&Finanza, 10/5/2004
(5) The Guardian, 27/4/2006
(6) Il Sole/24Ore 22/11/2000
(7) Agenzia Misna, 15/3/2006
(8) Il Sole/24Ore, 18/2/2006
(9) www.thrivent.com
(10) http://lcmsfoundation.org
(11) Il Sole/24 Ore, 22/11/2000
(12) www.iccr.org
(13) Directing the Faithful Call for Corporate Social Responsibility, www.socialfunds.com,
8/11/2001
(14) www.leviticusfund.org
(15) www.elki-celi.org/it/index.php?mod=pagina&id=51&m=7
(16) http://it.wikipedia.org/wiki/Metodismo
(17) www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=24565
(18) www.gbophb.org
(19) Repubblica, 25 ottobre 2007
(20) www.chiesavaldese.org/pages/finanze/otto_mille.php
(21) Repubblica, id.
(22) www.regione.piemonte.it/piemonteinforma/diario/2006/giugno/osp.htm
(23) www.cesnur.org/religioni_italia/p/prot_radicale_02.htm
(24) Riccardo Sorrentino, Il Sole/24Ore, 5/1/2007
(25) http://migliore.blog.lastampa.it/la_migliore_della_legisla/2006/08/gli_ammaniti.html
(26) www.mmapraxis.com/mmapraxis/index.html
(27) Repubblica Affari&Finanza, 5/5/2003
(28) www.ethinvest.asso.fr
(29) Repubblica, id.
(30) www.adi-it.org; www.assembleedidio.org
(31) vedi per esempio articolo comparso su La Stampa del 26/2/2007

15
3 FINANZA ETICA E MONDO CATTOLICO

3.1 I riferimenti nel Vangelo e nelle encicliche papali

Il denaro è lo sterco del diavolo oppure il concime per la vigna del Signore? Tra queste due
posizioni il mondo cattolico si è barcamenato nei secoli, ed ancor oggi sembra non aver trovato
risposta. In quanto religione rivelata, il Cattolicesimo ha avuto modo di approfondire gli aspetti
etici nel campo dell’economia tramite il pronunciamento di vari Papi: basti pensare alle parole
di Giovanni Paolo II che aveva invitato “i cristiani che operano all’interno del settore finanziario,
ad individuare vie percorribili per attuare questo dovere di giustizia, che per essi è evidente a
motivo della loro impostazione culturale... ogni operazione in campo finanziario ed
amministrativo deve avere sempre come obiettivo quello di mai violare la dignità dell’uomo,
costruendo per questo strutture e sistemi che favoriscono la giustizia e la solidarietà per il bene
comune” (1).
Un riferimento chiaro e preciso sul comportamento che la Chiesa si aspetta dai propri fedeli in
ambito economico è sicuramente l’enciclica Centesimus Annus, pubblicata nel 1991 ad
integrazione della precedente enciclica Rerum Novarum. In essa si afferma che “Lo sviluppo non
deve essere inteso in un modo esclusivamente economico, ma in senso integralmente umano.
Non si tratta solo di elevare tutti i popoli al livello di cui godono oggi i Paesi più ricchi, ma di
costruire nel lavoro solidale una vita più degna, di far crescere effettivamente la dignità e la
creatività di ogni singola persona, la sua capacità di rispondere alla propria vocazione e, dunque,
all'appello di Dio, in essa contenuto”.
La proprietà dei beni può essere legittimamente privata, ma il suo uso deve essere orientato al
bene comune: “Se si domanda quale debba essere l'uso di tali beni, la Chiesa ... non esita a
rispondere che a questo proposito l'uomo non deve possedere i beni esterni come propri, ma
come comuni», perché «sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la legge, il giudizio di Cristo. In
questo senso si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come
metodo che assicura l'assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di
produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell'uomo”.
Qual è il giusto guadagno che può essere ricavato dalle attività economiche? “La Chiesa
riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell'azienda:
quando un'azienda produce profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati
adeguatamente impiegati ed i corrispettivi bisogni umani debitamente soddisfatti. Tuttavia, il
profitto non è l'unico indice delle condizioni dell'azienda. È possibile che i conti economici siano
in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda,
siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può
non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l'efficienza economica dell'azienda. Scopo
dell'impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa
dell'impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei
loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società. Il
profitto è un regolatore della vita dell'azienda, ma non è l'unico; ad esso va aggiunta la
considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente
essenziali per la vita dell'impresa”.
Non manca il riferimento all’etica degli investimenti: “In proposito, non posso ricordare solo il
dovere della carità, cioè il dovere di sovvenire col proprio «superfluo» e, talvolta, anche col
proprio «necessario» per dare ciò che è indispensabile alla vita del povero. Alludo al fatto che
anche la scelta di investire in un luogo piuttosto che in un altro, in un settore produttivo
piuttosto che in un altro, è sempre una scelta morale e culturale. Poste certe condizioni
economiche e di stabilità politica assolutamente imprescindibili, la decisione di investire, cioè di
offrire ad un popolo l'occasione di valorizzare il proprio lavoro, è anche determinata da un
atteggiamento di simpatia e dalla fiducia nella Provvidenza, che rivelano la qualità umana di
colui che decide”. C’è addirittura una fondazione in Vaticano che ha preso il nome dall’enciclica,
la Fondazione Centesimus Annus, di cui fanno parte trecento uomini della finanza e
dell’impresa, che una volta l’anno vengono ricevuti dal Pontefice.
16
Alcuni economisti di area cattolica si spingono ad analisi che ottengono l’avallo dei vertici
ecclesiastici. “Da Keynes in poi”, sostiene Gotti Tedeschi, “alla morale cattolica fu
definitivamente chiesto di non occuparsi più di cose economiche, lasciando agli scienziati questo
compito. Eppure questo esito non sta scritto nel destino dell’economia di mercato... Il
capitalismo nasce in casa cattolica ad esaltazione della dignità dell’uomo; nasce nell’Italia del
XIII secolo teorizzato da teologi francescani, quando il protestantesimo, cui la nota tesi di Max
Weber attribuisce la nascita dello ‘spirito del capitalismo’, era ancora di là da venire”. È il
protestantesimo, semmai, il responsabile dei suoi successivi difetti: affarismo, decisionismo,
laissez-faire, legge del più forte. Nell’Inghilterra dove decolla la rivoluzione industriale moderna
con i suoi corollari di sfruttamento, la Chiesa cattolica non c’è più. E questo spiega perché il
mondo cattolico sia progressivamente diventato diffidente e ostile nei confronti della libera
economia di mercato (2).
Tutti d’accordo sugli obiettivi, meno sui mezzi per raggiungerli: questo potrebbe essere lo slogan
per descrivere il comportamento del variegato mondo cattolico di fronte all’utilizzo del denaro.
All’estero si assiste al proliferare di fondi eticamente orientati presieduti o semplicemente
garantiti da enti religiosi: è il caso dell’Ave Maria Fund (3), famiglia di fondi creata
specificamente per quegli investitori che cercano un buon rendimento finanziario da quelle
aziende che non violano gli insegnamenti della Chiesa cattolica; oppure del Christian Brothers
Investment Services (4), che gestisce circa 3 miliardi di dollari per le organizzazioni cattoliche
che intendono unire fede e finanza attraverso la gestione responsabile del proprio patrimonio.
CBIS è risultata la prima società di gestione a livello mondiale, focalizzata sul socially
responsible investing (SRI) per il mercato istituzionale cattolico, secondo la survey Pensions &
Investments nel maggio 2004.
Analoghi criteri di selezione e screening etico troviamo nel Catholic Equity Fund (5), fondato nel
1999 a Milwaukee, che in questi anni si è specializzato anche nella pratica della shareowner
advocay, ovverosia nell’influenzare il comportamento dell’azienda attraverso un dialogo diretto
con il management ed un esercizio responsabile del diritto di voto alle assemblee. Due sono le
regole principali che vanno rispettate per essere selezionati nel portafoglio dei fondi: la vita
umana va rispettata dall’atto del concepimento, e ogni persona va trattata con dignità e giustizia.
La prima comporta l’esclusione delle aziende che non la rispettano, mentre la seconda fa
scattare le sopracitate azioni di shareowner advocacy se viene messo in discussione il
trattamento dei lavoratori, la corporate governance e la giusta retribuzione dei dirigenti. Negli
anni il fondo ha condotto battaglie, che in alcuni casi hanno avuto successo, contro Cendant,
International Paper, ExxonMobil, Occidental, YUM! Brands e Cintas (6).
Anche altre organizzazioni religiose cercano di influire direttamente sulle scelte operate dalle
aziende in cui hanno deciso di investire i loro risparmi: le Sisters of the Holy Names of Jesus
and Mary (suore dei sacri nomi di Gesù e Maria) hanno pensato nel 2003 di raccogliere un
pacchetto di azioni della Cisco, compagnia informatica statunitense, e presentarsi in assemblea
per contestare alcune scelte operate dal management nei confronti dei dipendenti. “Siamo qui
per proteggere i più vulnerabili, cioè i lavoratori meno pagati. Vogliamo conoscere la distanza
esatta tra gli stipendi più alti e quelli più bassi all’interno dell’azienda”, ha affermato la loro
portavoce in assemblea (7). Ma è sicuramente nel nostro paese che avvengono le esperienze più
originali.
Il rapporto tra enti creditizi ed enti cattolici è esplorato più in dettaglio al capitolo 3.3, mentre
nel capitolo successivo viene analizzato il comportamento della casa per antonomasia dei
cattolici, lo Stato di Città del Vaticano, e nei seguenti vengono prese ad esempio alcune realtà
che hanno preferito interpretare i precetti evangelici in prima persona, con iniziative di ampia
portata e riconoscibili dall’opinione pubblica.

3.2 Lo Stato di Città del Vaticano

Non si può partire ad analizzare il rapporto tra finanza etica e mondo cattolico se non
effettuando una panoramica sul suo ente più grande, più prestigioso e riconosciuto al mondo: lo
17
Stato di Città del Vaticano, sede del Papato e di diversi enti religiosi. Le piccole dimensioni dello
Stato non impediscono di far transitare in esso capitali enormi: diverse agenzie internazionali
segnalano Città del Vaticano all’ottavo posto tra i paesi dove si pratica il money-washing, dove
cioè il denaro proveniente da traffici illeciti viene introdotto nei circuiti finanziari dopo essere
stato ripulito di ogni traccia compromettente (gli USA sono al primo posto e l’Italia al quarto).
Ogni richiesta di rogatoria internazionale deve partire dal Ministero degli Esteri del paese
richiedente e finora nessuna rogatoria è mai stata concessa dalla Città del Vaticano, che non
aderisce ad alcun organismo internazionale di controllo antiriciclaggio. E' difficile inoltre
spiegare con esigenze pastorali la decisione del Vaticano di scorporare le Isole Cayman,
riconosciuto paradiso fiscale, dalla naturale diocesi giamaicana di Kingston, per proclamarle
"missio sui iuris" alle dirette dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam Joseph
Maida, membro del collegio dello Ior, uno degli istituti che amministra i più ingenti patrimoni
del paese.
In Vaticano gli uffici finanziari più importanti sono quattro: lo IOR, Istituto per le Opere di
Religione; l’APSA, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Governatorato
dello Stato della Città del Vaticano; la Prefettura degli Affari Economici. A capo di ciascuno di
essi c’è un cardinale.
Considerata la cassaforte del Vaticano, lo IOR, istituito da Papa Leone XIII, costituito
inizialmente con i soldi derivanti dagli espropri dei terreni romani in seguito alla costituzione
dello Stato Italiano, funziona come un fondo chiuso: i depositanti sono i dipendenti del
Vaticano, i membri della Santa Sede, gli ordini religiosi e le persone che depositano denaro
destinato, almeno in parte, a opere di beneficenza. L’Istituto per le Opere di Religione opera in
tutto il mondo da un’unica sede, situata in Vaticano nel torrione di Niccolò V addossato al
palazzo del Papa, dove risiede anche l’unico bancomat della banca. Non fa prestiti e non emette
assegni propri: il suo scopo essenziale è far fruttare i patrimoni perché siano impiegati in opere
di bene. Una parte considerevole delle rendite è devoluta al Papa.
Negli anni l’istituto è stato anche proprietario di imprese produttive, come per esempio la
società di costruzioni Vianini, ceduta sul finire degli anni ’80, quando era sull’orlo del
fallimento, all’imprenditore romano Caltagirone; oppure la casa farmaceutica Serono, ceduta
negli anni ‘50. Lo IOR prese anche una cantonata negli anni ’80 quando, regista l’arcivescovo
Paul Marcinkus, affidò i suoi capitali a due finanzieri senza scrupoli come Michele Sindona e
Roberto Calvi, che lo portarono sulla soglia del fallimento con spericolate operazioni finanziarie:
nel 1984 il cardinale Agostino Casaroli, segretario di stato dell’epoca, dovette chiudere i debiti
una volta per tutte versando 406 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario". Ora a
presiedere l’istituto c’è una commissione cardinalizia di vigilanza, con alla testa il segretario di
stato Angelo Sodano, ma il vero uomo di comando è un laico venuto dalla Lombardia, con
moglie inglese e quattro figli, il banchiere Angelo Caloia, cui Giovanni Paolo II affidò la gestione
per effettuare negli anni ’90 la necessaria opera di pulizia.
L’istituto amministra all’incirca 5 miliardi di euro e non rende pubblici i bilanci, decisione
alquanto criticata da chi vorrebbe più trasparenza nella gestione di capitali cospicui e per statuto
orientati verso il bene comune; sono comunque note le sue storiche partecipazioni in banca
Intesa, banca Lombarda e Cattolica Assicurazioni. Secondo un rapporto del 2002 del
Dipartimento del Tesoro americano inoltre, erano noti investimenti in titoli Usa per 298 milioni
di dollari: 195 in azioni ed il resto in obbligazioni. L’advisor inglese The Guthrie Group nei suoi
tabulati segnala una joint venture da 274milioni di euro tra Ior e partner Usa. Di più è
impossibile sapere. Una recente intervista del suo presidente esclude l’utilizzo di derivati e
garantisce investimenti chiari, semplici ed eticamente fondati (8). Nel 1990 la banca versava 15
miliardi di lire al Vaticano come contributo ad opere di carità, ora Caloia sostiene che “oggi sono
molti, molti di più" (9).
Il patrimonio immobiliare, costituito dai beni artistici ed architettonici, viene gestito dalla
Prefettura degli affari economici, l’organo della curia romana che controlla i bilanci dell’Apsa.
L’Amministrazione prese avvio con i Patti Lateranensi, quando l’indennizzo versato dallo Stato
italiano per chiudere la questione romana affluì nella amministrazione dei beni della Santa
Sede, che dal 1967 divenne la sezione ordinaria dell’Apsa. Attualmente l’istituto gestisce un
18
patrimonio consolidato di 700 milioni di euro ed è diretta da un segretario generale, con la
supervisione di una commissione di sette cardinali. L’Apsa è anche la banca di emissione del
Vaticano e per la sua attività in ogni parte del mondo ha il riconoscimento del Fondo monetario
internazionale. Nel 1998 l’Unione Europea, nonostante lo Stato della Città del Vaticano non
faccia parte dell’Unione Monetaria, ha autorizzato l’Apsa ad emettere ogni anno banconote per
670.000 euro, più altre emissioni per alcuni eventi straordinari, quali l’apertura di un Concilio
ecumenico o di un Anno Santo, quale quello del 2000. Il valore effettivo delle monete coniate
dall’Apsa è sensibilmente superiore a quello nominale, essendo indirizzate soprattutto ai
collezionisti: un valore che cresce a dismisura con il passare del tempo.
All’Apsa affluiscono i contributi dalle oltre 1.400 diocesi vescovili, nel 2002 poco più di 85
milioni di euro, tra cui il cosiddetto obolo di San Pietro: nel 2002 era di 53,8 milioni, nel 2005
ammontava a 59,4 milioni; nel 2007 è lievitato a 71 grazie ad un contributo di un anonimo
benefattore che ha elargito 14,3 milioni di dollari. A fronte di questi attivi troviamo le spese per
la Curia, attività istituzionali, rappresentanze pontificie e, per causa tragica, il funerale del Papa
ed il successivo conclave (7 milioni di spesa). Dalle parrocchie statunitensi arrivano 20 milioni, e
rappresentano i benefattori più generosi, seguiti da italiani e tedeschi.
Ben più consistente è il patrimonio immobiliare su cui l’Apsa può contare. Nel 2003 su circa 100
mila immobili appartenenti in Italia alla Chiesa e ad enti ecclesiastici si contavano nel campo
dell’istruzione 8.784 scuole, suddivise in 6.228 materne, 1.280 elementari, 1.136 secondarie e
135 universitarie o parauniversitarie, 5 grandi università oltre a 2.300 musei e biblioteche. Poi
4.712 centri di assistenza medica, suddivisi in 1.853 ospedali e case di cura, 10 grandi ospedali,
nonché 111 ospedali di media dimensione, 1.669 centri di «difesa della vita e della famiglia», 534
consultori familiari, 399 nidi d’infanzia, 136 ambulatori e dispensari e 111 ospedali, più 674 di
altro genere. Infine, 118 sedi vescovili, 12.314 parrocchie, quasi altrettanti oratori, 360 case
generalizie di ordini religiosi, un migliaio di conventi maschili o femminili e 504 seminari. Oltre
alla proprietà di basiliche, chiese e santuari, solo a Roma si possono contare mille immobili di
proprietà: uffici, appartamenti, negozi, palazzi di grande prestigio.
Il valore immobiliare di questi beni è difficilmente quantificabile, ma per darne un’idea è
possibile utilizzare i dati relativi ad un contenzioso aperto ormai da anni con lo Stato Italiano,
che reclama il pagamento dell’Imposta Comunale sugli Immobili (altrimenti detta ICI) per i beni
ecclesiastici non esclusivamente utilizzati a fini di culto. L’ammontare del contenzioso è
dell’ordine del miliardo di euro, e solo per gli immobili romani il comune capitolino stima un
mancato gettito di circa 20 milioni di euro l’anno (10).
A queste proprietà vanno aggiunti i valori mobiliari (valuta, azioni, obbligazioni). L’Apsa
possiede, secondo la stima del settimanale Economy, 300 milioni di euro in titoli ed “investe in
beni mobiliari non solo per sé ma anche per altri enti della curia romana” (11).
Una delle voci più consistenti gestite dalla amministrazione è quella relativa all’otto per mille
della annuale dichiarazione dei redditi dei cittadini italiani. Regolato dalla revisione del
concordato del 1984 voluto dal governo Craxi, il gettito IRPEF derivante dall’otto per mille ha
superato nel 2002 il miliardo di euro (quintuplicato dal 1990) e per legge percorre già un piano
inclinato che lo porta a beneficiare principalmente la Chiesa Cattolica. Il denaro può essere
infatti destinato tra sette opzioni: Stato, Chiesa Cattolica, Unione Chiese Cristiane Avventiste del
7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica
Luterana e Unione Comunità Ebraiche: sono da sempre escluse le comunità Islamiche e
Buddiste per le difficoltà di esprimere al loro interno un ente istituzionale che le rappresenti
tutte. Ebbene, i denari versati da chi non effettua alcuna scelta di attribuzione (cioè più del 60%
degli italiani) vengono suddivisi tra le sette opzioni in base alla scelta di chi invece ha apposto la
firma sul modulo. In pratica chi sceglie, sceglie due volte. E siccome circa l’85% di chi si
esprime, lo fa in favore della Chiesa Cattolica, questa percentuale si ribalta sul gettito totale.
Nel 2002 quindi il Vaticano ha incassato 908 milioni di euro e da quell’anno in poi il gettito
garantito è sempre stato superiore al miliardo. Il 38% di questa somma viene destinato a
stipendiare i 39.000 preti presenti nelle 26.000 parrocchie italiane; gli stipendi percepiti dal
clero variano dagli 850 euro netti al mese per un sacerdote appena ordinato, ai 1.300 netti di un
vescovo ai limiti della pensione (dati 2006). Il 26% viene poi utilizzato nell’edilizia per chiese e
19
conventi, il 13% al restauro dei beni architettonici ed il 19% a spese di carità, tra le quali sono
comprese le opere nel terzo mondo.
In genere le opere, seppur finanziate da meno di un quinto della somma disponibile, sono
meritorie e destinate effettivamente all’assistenza dei più bisognosi, ma sembrano lontani i
tempi (ottobre 2000) in cui il direttore della Caritas, don Elvio Damoli, comunicava che la CEI
aveva versato 200 milioni di lire per un progetto che vedeva coinvolti 30 obiettori di coscienza
in missione internazionale, come caschi bianchi. Tale collaborazione non ebbe più seguito negli
anni seguenti. Può sorprendere inoltre che alla voce che elenca le opere nel terzo mondo siano
stati compresi anche i 40.000 dollari donati dal Vaticano alla Croazia durante la guerra con la
Bosnia, apertamente criticati dalle opposte fazioni in lotta. Anche i tre miliardi di vecchie lire
che la CEI ha annunciato nel dicembre 2002 di destinare alle popolazioni dell’Afghanistan,
seppur “gestiti dalla Caritas italiana in collaborazione con le strutture caritative della Santa Sede
e con gli organismi internazionali che già operano nel paese” avrebbero meritato una maggiore
trasparenza nel loro impiego vista la situazione bellica venutasi a creare dopo decenni di
conflitto religioso.
L’1% del gettito, che sono pur sempre 10 milioni di euro, è utilizzato a scopi pubblicitari. La
campagna del 2002, dopo una dura protesta di numerose associazioni che vedevano
strumentalizzate le persone down in alcuni spot pubblicitari, è stata in seguito ritirata dalla
programmazione televisiva.
E’infine pubblico il bilancio del Governatorato della Santa Sede: erede del vecchio Stato
Pontificio, si occupa di territorio, sanità, sicurezza, acque, energia, poste francobolli, monete,
comunicazioni (con Radio Vaticana e L’Osservatore Romano) ed approvvigionamenti. Anche le
ville di Castel Gandolfo e i Musei Vaticani cadono sotto la sua giurisdizione, così come una
fattoria che produce frutta, verdura, olio e possiede 25 mucche da latte. Ha a suo carico circa
1.800 dipendenti e 600 pensionati. Nel 2005 ha chiuso con un attivo di 43 milioni di euro (37 in
più dell’anno precedente) grazie e speculazioni sul mercato dei cambi (21,7 milioni), cedole e
dividendi da azioni (19,1 milioni), proventi immobiliari (22,2 milioni), oboli da chiese locali
(73,9 milioni) e da istituti di vita consacrata; dopo tre anni di attivo, nel 2007 è tornato in rosso
per 9 milioni come già avvenuto nel 2003 e forse per questo i suoi amministratori hanno deciso
di tutelarsi acquistando 19 milioni di euro in oro, pari ad una tonnellata di lingotti.

3. Le Diocesi e gli istituti di sostentamento del Clero

Le varie congregazioni religiose cattoliche nel mondo possono contare su una ampia autonomia
gestionale, cui viene richiesto solamente di contribuire, secondo le possibilità, all’obolo di San
Pietro a fine anno. Molte di queste si rivolgono al tradizionale sistema bancario per la gestione
quotidiana delle risorse economiche, il quale ricambia spesso con iniziative di beneficenza.
Questo rapporto può risultare in diversi casi virtuoso, ma è distante dalle ormai condivise regole
che caratterizzano i comportamenti etici nel mondo della finanza.
La visione etica e la morale presente nel mondo cattolico hanno spinto diversi enti creditizi a
richiedere la collaborazione di personalità di spicco o di enti religiosi nella gestione delle risorse
economiche o nella devoluzione della beneficenza. Emblematica è la presenza di esponenti della
Curia locale nelle fondazioni azioniste delle maggiori banche italiane: riunite in una associazione
di categoria, l’ACRI, gli 88 enti di emanazione bancaria vantano un patrimonio complessivo che
nel 2005 era valutato 46 miliardi di euro, in costante crescita (+11% rispetto al 2004) e che
frutta proventi per 2,77 miliardi di euro all’anno (+35% rispetto all’anno precedente), derivanti
soprattutto dai dividendi delle banche di proprietà ma anche da investimenti in fondi e altre
partecipazioni azionarie.
Dovendo scegliere per legge i componenti del consiglio di indirizzo per metà tra gli enti pubblici
locali e per metà tra la società civile, ai consigli delle fondazioni è risultato naturale rivolgersi ad
enti dove i valori della persona e della famiglia sono tenuti ben presenti: le diocesi locali.
Fondazione Carige, Fondazione CR Vercelli, Cariplo, Fondazione Crt, Monte dei Paschi ed Ente
20
Cassa di Risparmio di Firenze: tra le principali fondazioni italiane, solo la Compagnia San Paolo
non ha alcun membro nominato dal mondo cattolico, ma alcune si spingono a nominarne
addirittura tre: è il caso della Fondazione Cariverona azionista di Unicredit.
Non mancano quindi gli esempi dove gli enti religiosi sono impegnati in iniziative originali o
rilevanti. Così ad esempio, per restare a quanto avviene nel nostro paese, a Brescia la locale
congregazione delle religiose e l’Istituto di sostentamento del Clero preferiscono essere azionisti
di Banca Lombarda Piemontese, mentre le diocesi di Vasto, Vicenza e Mantova, assieme al
Gruppo Abele, Acli, Agesci e Caritas preferiscono condividere la sfida di Banca Etica. In
momenti diversi ne sono divenuti soci aderendo al capitale sociale, condividendo così rischi e
benefici di una banca che ha nel suo statuto una rigorosa visione dell’etica in campo finanziario,
amministra in totale trasparenza ormai 600 milioni di euro tra raccolta diretta ed indiretta,
vuole contaminare il mercato con scelte coraggiose dove non solo vengono esclusi gli
investimenti più compromettenti, ma vengono innanzitutto privilegiati enti e progetti con forte
impatto sociale o ambientale (12).
Le diocesi di Torino, Genova, Roma e Napoli hanno invece deciso di operare nel microcredito
con i soldi del San Paolo, grazie ad una dotazione di 1,6 milioni di euro messi a disposizione
dalla Fondazione che controlla l’istituto torinese. Il danaro, equamente suddiviso tra le diocesi,
serve a costituire un fondo di garanzia per progetti a più alto rischio, ma con una valenza etica
chiara e selezionata da un apposito comitato etico. Nel malaugurato caso in cui il soggetto
finanziato non riesca ad onorare il debito, il fondo serve a coprire le perdite derivanti. Dopo due
anni di attività, delle 603 domande presentate ne sono state accolte 131 per un’erogazione
complessiva di 1.488.400 euro, così suddivise: 56 a Torino (16% del totale) per un importo pari
a 566.400 euro; 34 a Genova per un importo complessivo di 402.450 euro; 22 a Roma per un
totale di 155.050 euro; 19 a Napoli per un totale di 364.500 euro (13).
Poca fortuna hanno invece avuto le ultime iniziative dei Francescani d’Assisi, che fidandosi delle
promesse del presidente della Popolare di Lodi, Giampiero Fiorani, e del presidente di
Bankitalia Fazio fondarono Sorella Natura con lo scopo di raccogliere denaro per progetti
umanitari e iniziative volte a diffondere una corretta cultura ambientale ispirata
all’insegnamento di San Francesco d’Assisi. Le obbligazioni emesse, con poca convinzione,
dall’istituto lodigiano non vennero praticamente sottoscritte, rendendo impossibile il
finanziamento dei progetti selezionati dai religiosi. Le recenti vicende giudiziarie dei due
banchieri ha portato alcuni a consigliare i Francescani di scegliersi, per iniziative future, migliori
compagni di viaggio (14).
Come detto in precedenza, oltre all’obolo delle 1.600 diocesi, all’APSA giungono anche le
donazioni delle diverse congregazioni che riconoscono il Papa come guida spirituale: Nel 2007 i
contributi da ogni parte del mondo sono ammontati a 29,5 milioni di dollari.
Un esempio è dato dai Cavalieri di Colombo (15), storico ordine cavalleresco fondato in
Connecticut da Michael McGivney nel 1881. Per garantire pensione ed assistenza ai suoi ormai
1,6 milioni di associati, i cavalieri si sono costituiti in società di mutuo soccorso e dal 1981
amministrano un fondo, il Vicarius Christi Fund, che può contare su 47 miliardi di dollari
investiti in obbligazioni emesse da 740 aziende statunitensi e canadesi. L’agenzia di rating
Standard&Poor ha emesso per questo fondo il rating più elevato, segno di assoluta affidabilità
economica, anche se non risulta alcuna valutazione etica delle aziende selezionate. Una parte
delle entrate (che nel 2003 ammontavano a 128,5 milioni di dollari) è girata a diocesi, ordini
religiosi, seminari, scuole cattoliche e, ovviamente, al Vaticano che nel 2002, tra la rendita del
fondo del Papa, gli assegni alle nunziature apostoliche di Usa e Jugoslavia, il contributo alla
Santa Sede nella sua missione di osservatore permanente all’Onu e quello per il restauro della
facciata della basilica di san Pietro, ha ricevuto dai Cavalieri di Colombo 1,98 milioni di dollari.
Nel 2003 invece, in occasione del 25mo anniversario di pontificato, l’allora Papa Giovanni Paolo
II ha ricevuto un assegno extra di 2,5 milioni di dollari, portando così il totale delle donazioni
dell’ordine cavalleresco al vicario di Cristo oltre i 35milioni di dollari.

21
3.4 Il movimento del Focolarini e l’Economia di Comunione

Il movimento dei Focolarini, o Opus Mariae nella versione ufficiale (16), deve il nome ai nuclei
di vita comune composti da sole donne o da soli uomini, o focolari, che con voto di castità (ma
anche le coppie sposate possono farvi parte: lui aggregandosi a un focolare maschile, lei a uno
femminile) decidono di condividere le regole stabilite dalla fondatrice, Chiara Lubich, classe
1920, tuttora vivente a Rocca di Papa. Oggi in tutto il mondo i focolarini in senso stretto sono
quasi 6 mila, distribuiti in 385 focolari femminili e in 283 maschili. Ma se si contano i militanti
il numero balza a 109.000 (dieci anni fa erano meno di 70 mila), cui si aggiungono in giro per il
mondo circa due milioni di simpatizzanti. Infine ci sono i religiosi: solo i vescovi sono 780. Si
può diventare focolarini anche rimanendo buddhisti o musulmani. La fondatrice conferma: «Di
non cristiani ne abbiamo 30.000» (17).
I focolarini hanno un´editrice, Città Nuova, presente in 27 paesi, pubblicano un periodico dello
stesso titolo ed un bimestrale di cultura, Nuova Umanità (18). Nonostante la presenza nel
movimento di due gruppi musicali, il GenRosso ed il GenVerde, Chiara Lubich predica «umiltà e
reticenza, mai mettersi in mostra». I focolarini coi voti sono tenuti a spogliarsi delle loro
ricchezze, fanno vita comune e non trattengono una sola lira di ciò che guadagnano. Anche gli
sposati devono versare il «superfluo». «Più date e più vi sarà dato», secondo gli insegnamenti
della fondatrice, dall'acquisto di un libro a una vacanza, tutto nella vita di ciascuno è vidimato e
spesato dalla comunità (19).
Nel 1991 Chiara Lubich decise di spingere ulteriormente il concetto di comunità in campo
economico e favorì la fondazione, in Brasile, della prima cittadella dell’“Economia di
comunione”: in pratica distretti di economia solidale, dove abitanti della comunità ed
imprenditori decidono di condividere le sorti delle imprese in cui sono impegnati. In particolare
i proprietari di aziende che liberamente aderiscono al progetto, decidono di mettere in
comunione i profitti dell'azienda secondo tre scopi e con pari attenzione: aiutare le persone in
difficoltà, diffondere la "cultura del dare" e dell'amore, favorire lo sviluppo dell'impresa. A
ciascuno di questi tre obiettivi viene quindi destinato un terzo dei profitti aziendali.
«Lavorare tutti insieme per un futuro sostenibile è possibile solo se considero ogni uomo mio
fratello, se tutti ci mettiamo d’accordo. È importante imparare a mettersi “nei panni dell’altro”.
Noi siamo chiamati, come imprenditori, ad offrire modelli concreti di sviluppo sostenibile, una
alternativa concreta non teorica», afferma Alberto Ferrucci (20). Così il progetto dei distretti si è
sviluppato dall’America Latina a tutti gli altri continenti. Oggi sono 735 le imprese che vi
aderiscono, di cui 241 in America e 458 in Europa, con tre poli principali dai nomi evocativi:
Spartaco in Brasile, Solidaridad in Argentina e Lionello in Italia.
Il Polo in Brasile, nei pressi della cittadella dei Focolari di Vargem Paulista (San Paolo), è oggi
una realtà, con nove aziende funzionanti, riunita in una società per azioni a capitale diffuso
composta attualmente da oltre 3000 azionisti, che ha provveduto all’acquisto di un terreno e
all’edificazione di capannoni che concede in locazione alle aziende aderenti al progetto
dell’Economia di Comunione. Il Polo Solidaridad nasce invece attorno all’utilizzo di 34 ettari di
terra. La S.p.a. UNIDESA (Unità e Sviluppo) ha il compito di creare le condizioni per
l'insediamento di aziende che diano visibilità al progetto. Il Polo segue l'indicazione "siamo
poveri ma tanti" e propone l'azionariato popolare di basso valore nominale, così tutti possono
esserne attori.
Ma è il Polo Lionello, nato nell’ottobre a Loppiano (FI) con il nome del magistrato Bonfanti che
ne fu tra i primi artefici, il fiore all’occhiello del movimento. La EdiCspa, con più di 5500 soci, ha
iniziato ad operare nell'ottobre 2006 mettendo in comune i profitti e sviluppando la cultura del
dono e dell'aiuto reciproco. Nel Polo sono ospitate 15 aziende italiane nei settori tessile,
artigianale, impiantistico e alimentare, oltre che studi professionali di consulenza fiscale e
amministrativa, servizi assicurativi, informatici, di consulenza e formazione aziendale. Una
peculiarità di questi poli è quella di sorgere nei pressi delle cittadelle del Movimento dei
Focolari, a completamento di quello che mira ad essere un esempio di una società rinnovata,
improntata alla fraternità. La cittadella di Loppiano, nata nel 1964, è la prima delle oltre 30
sorte nel mondo, e la più sviluppata. I suoi abitanti, oltre 800, provengono da 70 Paesi dei 5
22
continenti. E’ formata da case, scuole, centri d’arte, attività artigianali e agricole e accoglie ogni
anno più di 40.000 visitatori.
Per sottolineare l’interesse suscitato da questa singolare esperienza che rimanda addirittura alle
comunità dei primi cristiani, è sufficiente pensare che sono ormai oltre 240 le tesi di laurea che
hanno studiato l’Economia di comunione e Chiara Lubich, sempre in viaggio per il mondo a
propagandare il suo modello di sviluppo, ha ricevuto ultimamente la laurea honoris causa
all’università di Manila.

3.5 Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere

Comunione e Liberazione è un movimento ecclesiale il cui scopo è l’educazione cristiana matura


dei propri aderenti e la collaborazione alla missione della Chiesa in tutti gli ambiti della società
contemporanea. È nato in Italia nel 1954 quando don Luigi Giussani diede vita ad un’iniziativa
di presenza cristiana chiamata Gioventù Studentesca. La sigla attuale, Comunione e Liberazione
(CL), compare per la prima volta nel 1969, e sintetizza la convinzione che l’avvenimento
cristiano, vissuto nella comunione, è il fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo.
Attualmente Comunione e Liberazione è presente in circa settanta Paesi in tutti i continenti e gli
aderenti alla Fraternità sono circa 100 mila. Vi sono poi i Memores Domini, con voto di castità,
presenti in 30 paesi; i sacerdoti della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo; le Suore
di Carità dell’Assunzione; CL pubblica infine una rivista ufficiale del movimento (Tracce)
disponibile in undici lingue.
Una componente dell’arcipelago ciellino decise nel 1986 di coniugare i concetti contenuti nei
discorsi di Don Giussani con quelli che governano l’economia e la finanza. Nacque così la
Compagnia delle Opere (CdO), associazione di imprese che ufficialmente è riconosciuta dal
Ministero delle Finanze come "associazione sindacale" fra imprenditori di rilevanza nazionale e
dal Ministero degli Interni come “ente a carattere assistenziale ed ente morale".
Nata “per promuovere e tutelare la presenza dignitosa delle persone nel contesto sociale e il
lavoro di tutti, nonché la presenza di opere e imprese nella società, favorendo una concezione
del mercato e delle sue regole in grado di comprendere e rispettare la persona in ogni suo
aspetto, dimensione e momento della vita” (art. 1 dello statuto), la finalità statutaria della CdO è
quella di offrire alle imprese associate - che si iscrivono versando una quota annuale - servizi di
utilità per la vita delle aziende: finanziari, commerciali, fiscali, informatici. "Un criterio ideale,
un’amicizia operativa” è il motto contenuto nella presentazione del sito (22) che costituisce la
modalità d’azione che caratterizza ogni attività della CdO.
In realtà, senza false modestie, la Compagnia è molto di più: costituita ormai da circa 30.000
piccole e medie aziende e circa 1.000 organizzazioni non profit, con oltre 450.000 persone socie,
è diventata un punto di riferimento economico anche per grandi aziende come la Ittierre del
manager Tonino Perna e la Sony Italia, capace di sviluppare, con le aziende iscritte solo in
Lombardia, un giro d'affari stimato sui 4 miliardi di euro (23).
Dal punto di vista politico sono note le battaglie della CdO per far affermare il principio di
sussidiarietà (l'anteporre cioè l'iniziativa dal basso delle persone alla mano normativa dello
Stato) e la parità scolastica, mentre ogni anno ad agosto viene organizzato per Comunione e
Liberazione un meeting a Rimini che chiama ad affrontare i grandi temi della società i più noti
esponenti della politica e dell’economia nostrana ed europea.
Riguardo i rapporti con le associazioni no profit, con Confcooperative e Lega delle Cooperative
la CdO ha contribuito a fondare Obiettivo Lavoro, l'agenzia per il lavoro interinale che oggi si
colloca al terzo posto sul mercato italiano, dietro le multinazionali Adecco e Manpower. Insieme
alla Cisl, invece, i Centri di solidarietà (Cds) della Compagnia attraverso 70 sportelli lavoro, 29
circoli ricreativi, 25 banchi di solidarietà e i patronati per gli anziani, forniscono assistenza
sindacale ai lavoratori atipici. Nel Forum del III settore la Compagnia è presente con una
dialettica che la vede spesso scontrarsi con le posizioni più progressiste.
Nel novembre 2003 la CdO è entrata nel capitale sociale di Cosis Spa (Compagnia Sviluppo
Imprese Sociali), banca senza sportelli che, tramite l’emissione di obbligazioni a tasso
23
contenuto, finanza progetti eticamente orientati garantiti da un comitato etico (24), con l'intento
di supportare l'avvio, lo sviluppo ed il consolidamento di progetti imprenditoriali promossi da
imprese sociali. Sono soci di Cosis big della finanza come la Fondazione Cassa di Risparmio di
Roma, Italia Lavoro, Società Autostrade, Capitalia, Telecom e Fondazione Cassa di Risparmio di
Puglia. “Ci è sembrato giusto aderire ad una iniziativa che ha come scopo quello di sostenere
economicamente e non attraverso finanziamenti a fondo perduto, progetti di imprenditoria
sociale”, ha affermato il vicepresidente Paolo Gualaccini (25).

3.6 L’Opus Dei

Uno dei più famosi enti religiosi che coniugano quotidianamente finanza e religione, l’Opus Dei,
nacque nel 1947 in Spagna. Due anni dopo sbarcava negli Stati Uniti, dove ha attualmente la
sede principale (26).
Con i suoi 85.000 membri (35 mila in Spagna, 3 mila negli Stati Uniti, il resto in Italia e America
Latina) vincolati per statuto a non pubblicizzare l’appartenenza propria ed altrui, rappresenta lo
0,008 per cento dei cattolici nel mondo, ma in proporzione la sua influenza è decisamente più
considerevole. Si professano dell’organizzazione due cardinali, circa quaranta dei 4.500 vescovi
cattolici e più di venti membri nella curia vaticana. Ma sono i cosiddetti soprannumerari (il 70
per cento del totale), e i numerari (il 20 per cento) laici che, rispetto ai sacerdoti (i1 2,2 per
cento) sono i nomi più noti: l’ex portavoce della Santa Sede, Joaquín Navarro Valls e l’ex
governatore della Banca D’Italia Mario Fazio risultano vicini all’ente religioso, così come il
finanziere Gianmarco Roveraro, tragicamente scomparso nel corso del 2006.
I numerari conducono normale vita sociale e si recano ogni giorno sul posto di lavoro con un
duplice proposito: fare il proprio lavoro il meglio possibile per fare cosa grata a Dio e
comportarsi in maniera tale che i loro compagni possano prenderli a modello. Quest'ultimo
aspetto fa parte della missione evangelizzante che, in linea di principio, si assumono tutti i
cattolici.
Il pensiero sull’etica da applicare alla finanza è stato illustrato direttamente dalle recenti parole
di Mons. Echevarria, a capo dell’Opus Dei dopo la scomparsa del fondatore san Josemaría
Escrivá, di cui era stato stretto collaboratore. “A volte si trova ancora il vecchio pregiudizio di
ritenere la finanza ed il mercato come qualcosa di necessariamente negativo o pericoloso per un
cristiano. Ma queste realtà, se orientate al servizio degli altri e vissute con onestà, possono
diventare occasione per dar gloria al Signore. Insomma, Dio si può trovare anche a Wall Street”
(27).
Nell’intervista il prelato precisava i suoi confini etici in campo finanziario, basati sulla logica
insita nella parabola dei talenti: “La speculazione non deve essere sulle persone, di fondo ci deve
essere una forte etica. Ma anche i finanzieri devono mettere a frutto i loro talenti, lo ha detto
Gesù Cristo… Quando dico che l'etica rende più perfetto il singolo non intendo fare un discorso
individualista. Siamo tutti d'accordo che standard alti di etica professionale tornano utili anche
al bene comune. Colui che non froda i clienti, che paga le tasse, che rispetta gli accordi,
indirettamente sta sollecitando la fiducia degli altri, e in questo modo sta contribuendo al buon
funzionamento della società.” (28)
Pur amministrando ufficialmente solo la propria sede newyorkese nel quartiere di Lexington, 17
piani sulla 34° strada (nel 2006 sono stati effettuati lavori di ristrutturazione per 60 milioni di
dollari), l’Opus Dei può contare su una rete di strutture separate che governano, secondo stime
attendibili, 2,8 miliardi di dollari. Spesso gestisce dei centri che non sono di sua proprietà e altre
volte si limita a dare assistenza spirituale o a fornire professionisti a centri che, invece, non
s'identificano interamente con l'Opera. Un recente articolo pubblicato su un quotidiano a
ridosso della uscita del libro “Il codice da Vinci”, in cui l’organizzazione è spesso citata, evidenzia
l’interesse prioritario per la formazione professionale e la cura dei malati: quindici università (la
principale è Pamplona) con circa 80.000 studenti; sette ospedali con circa 1.000 medici, 1.500
infermiere e circa 300.000 pazienti; undici business school, tra le quali l'Iese di Barcellona e
l'Ipade in Messico; 36 scuole elementari e superiori (cinque delle quali negli Stati Uniti) con
24
circa 25.000 allievi, nelle quali l'Opus Dei si occupa dell'aspetto religioso; 97 scuole
professionali, con circa 13.000 studenti; 166 residenze universitarie che accolgono circa 6.000
persone, le quali non appartengono che in minima parte all'Opus Dei. A ciò si devono
aggiungere attività come Harambee, un fondo creato sulla scia della canonizzazione di Escrivá
per finanziare progetti di sviluppo in Africa, e decine di piccoli centri come quello che, da diversi
anni, funziona nel Bronx, a New York, per aiutare i giovani a studiare e arrivare all'università.
Questi centri vivono grazie al contributo di sponsor esterni (29).

3.7 Il Gruppo Abele e Libera

Nato nel 1968 sotto la spinta di un prete nato sulle Dolomiti ma trasferitosi giovane a Torino,
Don Luigi Ciotti, il Gruppo Abele (30) è stato costituito inizialmente per gestire alcune comunità
di accoglienza per tossicodipendenti con modalità orientate non solo al recupero della persona,
ma anche con il tentativo di modificare il contesto sociale dentro il quale le tossicodipendenze si
sviluppano, in modo da ridurre l’illegalità che le favoriscono.
L’attività si è quindi presto sviluppata nel campo dell’informazione, con l’apertura di una casa
editrice e di alcune riviste, e dal 1998 di un consorzio di imprese miranti soprattutto a dare una
opportunità lavorativa alle persone oggetto di esclusione sociale. Tra le attività del Gruppo
troviamo inoltre l’Oasi di Cavoretto (TO), che accoglie tutto l’anno seminari e convegni e
l’Associazione Abbazia 1515 che cura il restauro della Certosa di San Francesco ad Avigliana
(TO), per farne un centro di accoglienza, di formazione, di silenzio, di ricerca e di spiritualità.
Il Consorzio Sociale Abele Lavoro è nato per creare un centro di informazione, di orientamento e
di accompagnamento per quanti cercano lavoro e per fare incontrare imprese lavorative, aziende
e realtà artigianali con il mondo delle cooperative sociali. Aderiscono al Consorzio le
cooperative: Piero e Gianni (attività di falegnameria e realizzazione di parchi giochi); La Rosa
blu (vendita e produzione di abbigliamento); Arcobaleno (raccolta differenziata di carta); Oltre il
muro (archiviazione ottica e data entry); La Porta (ristrutturazione edile); Bonafous (vivaio).
“La priorità del profitto rispetto alla persona umana – ancor più se eretto a sistema globale –
mina la giustizia sociale, a livello locale come internazionale... L’alternativa possiamo costruirla
camminando insieme contro la criminalità eretta a sistema; e l’alternativa è giustizia e lavoro
per tutti, città sicure perché aperte e vivibili, percorsi di accoglienza coerenti con la legalità ma
in grado di esprimere il pieno rispetto dei diritti, della speranza e del futuro di tutti. (31)” .
Seguendo le parole del suo leader carismatico, l’impegno del gruppo contro le tossicodipendenze
non si limita all’accoglienza nelle case di recupero, ma cerca di andare alla radice del problema
tramite l’utilizzo della legalità. Un modo per contrastare il fenomeno mafioso che governa il
mondo dello spaccio è stato quello di combatterlo sul terreno economico, tramite l'esproprio dei
beni di proprietà dei boss. Fu così che nel 1995 fu fondata il cartello “Libera-associazioni, nomi e
numeri contro le mafie” che ormai conta più di mille associazioni iscritte. Ogni anno il cartello
organizza una carovana itinerante per l’Italia che punta a mettere al centro dell’attenzione il
pericolo mafioso tramite il racconto di chi lotta quotidianamente contro il fenomeno.
Il Gruppo Abele e Libera, di cui Don Ciotti è presidente, furono i promotori, nel 1996, di una
iniziativa di legge popolare che si concluse con la promulgazione nello stesso anno, da parte del
Parlamento, della legge 109/96 sulla restituzione alla collettività, per un uso sociale, dei
patrimoni confiscati alle mafie. Nel corso di questi anni quasi 5 mila beni sono stati confiscati
dallo Stato. Tra essi troviamo una discreta varietà edilizia: decine di alberghi, centinaia di ville,
migliaia di appartamenti e di terreni, fabbricati scolastici ed impianti sportivi, segno
inequivocabile che anche tra i mafiosi si fa strada il bisogno di diversificare gli investimenti. Di
queste confische più di mille, per un valore complessivo che supera i 500 milioni di euro, sono
state destinate a scopi sociali.
Libera ha cercato in questi anni di coniugare il recupero dei beni con scelte di valore simbolico e
la necessità di creare opportunità di lavoro che, in ambienti dove la disoccupazione crea l’humus
per il proliferare della malavita organizzata, riescano a sostenersi autonomamente dopo un aiuto
iniziale. “Si evince facilmente come la questione dei beni confiscati destinati a fini sociali,
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assuma fortissima valenza sul piano culturale, sociale ed economico e rappresenti, per le
comunità locali opportunità di crescita e conseguente, ulteriore, assunzione di responsabilità.
Essa produce “apprendimento collettivo” e genera speranza, dimostrando che il cambiamento,
anche quello più profondo, è possibile, oltre che assolutamente necessario” (32).
A Castelvetrano (TP) i 46 ettari di uliveti del capomafia Bernardo Provenzano sono stati affidati
ad una comunità di recupero per tossicodipendenti che produce l’olio extravergine “Libera”;
stessa sorte è avvenuta per i 30 ettari appartenuti a Matteo Messina Denaro, uno dei più
pericolosi latitanti di Cosa Nostra, ora affidati alle cure della Casa dei giovani di Padre Lo Bue.
Uno degli ultimi affidamenti ha riguardato la cooperativa sociale palermitana “Lavoro e non
solo”, che gestisce 27 ettari di terreno confiscati a Totò Riina con l’obiettivo di promuovere lo
sviluppo economico e la nascita di percorsi di inclusione sociale. Tramite il progetto “Liberaci
dalle spine” la cooperativa ha creato e gestisce una azienda agricola, che unisce la genuinità e la
qualità dei prodotti (coltivazione biologica e naturale) al valore sociale (inserimento lavorativo
di soggetti con disagio psichico). Nella splendida villa che Riina aveva appena finito di farsi
costruire è stato inoltre insediato l’Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura.
A luglio il frumento raccolto subisce una lavorazione artigianale in un pastificio di Corleone che
produce fusilli, spaghetti e rigatoni venduti tra gli altri dalla Coop in 50 ipermercati. Le
iniziative di Libera hanno contribuito a creare un modello-pilota esportabile in varie situazioni:
ultimamente alcuni paesi tra i più esposti alle organizzazioni mafiose come Monreale, San
Giuseppe Jato, Piana degli Albanesi e Corleone hanno creato un consorzio con l’obiettivo di dare
impulso a cinque progetti infrastrutturali, da realizzare in collaborazione con l’associazione di
Don Ciotti. Nasceranno quindi a breve due aziende agrituristiche, un centro ippico polivalente,
una cantina vinicola ed un laboratorio di piante officinali.

3.8 La Diocesi di Locri e la Comunità di Liberazione

La Calabria da anni risulta la regione meno sviluppata di tutta l’Unione Europea. Al suo interno
la Locride rappresenta, a sua volta, il territorio più problematico: disoccupazione giovanile con
punte del 75/80 per cento, mancanza di servizi adeguati, burocrazia inefficace e forte presenza
di criminalità organizzata. Il vescovo di Locri, Mons. GianCarlo Maria Bregantini, ha pensato di
dare una risposta concreta ai bisogni della sua comunità, utilizzando i meccanismi
dell’economia secondo i principi evangelici: “Le realtà socio-produttive devono dare molto
valore alla persona, all’individuo, però nello stesso modo far si che questa persona a sua volta si
innesti in un discorso più ampio. La vera antimafia è il lavoro”.
Nel 1995 il vescovo decide di seguire da vicino la trasformazione di una piccola comunità locale
in associazione, con l’obiettivo di impegnarsi contro l’esclusione sociale in modo più diretto e
coinvolgente: nasce così la Comunità di Liberazione (33), che fa dello slogan “canna da pesca
invece del pesce”, autosufficienza e non assistenzialismo, la sintesi del suo pensiero. La prima
esperienza imprenditoriale nasce con la cooperativa “Valle del Bonamico”, attiva nella
produzione di frutti di bosco, cui si aggiunge successivamente la cooperativa “L’Utopia”, che si
occupa di consulenza, accompagnamento e supporto ai disoccupati che hanno un’idea di
impresa da sviluppare, ma non i mezzi per farlo.
Ad oggi l’attività della Comunità può elencare una lunga serie di successi: l’avviamento di una
trentina di cooperative e tre società di persone, ha comportato la nascita di circa 200 posti di
lavoro ed altrettanti prestiti d’onore concessi, nei settori del turismo, dell’agricoltura, del
commercio e dei servizi. La Valle del Bonamico ha raggiunto un giro d’affari di circa 21 milioni
di euro, nonostante i frequenti attentati mafiosi subiti, ha 200 mila metri di serre ed ha aperto
una coltivazione di ortaggi biologici. I suoi frutti sono coltivati nei comuni di Africo, Bovalino,
Platì e San Luca, da sempre ad alta densità mafiosa, e si vendono da Natale a Pasqua nei mercati
italiani e tedeschi. “Per produrre - lo dicono anche gli industriali - bisogna motivare i lavoratori.
A fare un operaio, infatti, non è il denaro ma la motivazione”, afferma il vescovo (34). E i fatti
sembrano dargli ragione.

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L’attività della Diocesi di Locri ha contagiato in questi anni anche le Diocesi vicine: insieme
hanno deciso di avviare il Progetto Policoro, un'azione che vede Pastorale del Lavoro, Pastorale
Giovanile e Caritas unite insieme per aiutare i giovani disoccupati a crearsi opportunità concrete
di lavoro (35). In Calabria il Progetto Policoro ha avuto una storia di grande vivacità e di
lusinghieri risultati, dando vita a decine di iniziative imprenditoriali in quasi tutte le Diocesi
della regione.
Il coordinamento con altre realtà di impegno sociale ha infine portato alla nascita del Riace
Village, un progetto di recupero del vecchio villaggio di Riace, progressivamente abbandonato
dai suoi abitanti e risorto a livello turistico grazie all’apertura dell’albergo diffuso e di alcune
attività artigianali (36).

3.9 I Salesiani

La Società Salesiana di San Giovanni Bosco è un istituto religioso maschile di diritto pontificio
fondato a Torino il 18 dicembre 1859 da Giovanni Bosco: presbiteri, diaconi e fratelli laici (detti
coadiutori) si occupano dell'educazione e della formazione degli adolescenti, soprattutto di
quelli a rischio. Lavorano nella pastorale parrocchiale, ma anche in speciali compiti pastorali:
scuole elementari, scuole medie, scuole superiori, centri di formazione professionale, collegi-
convitti, lavoro giovanile, esercizi spirituali, pubblicistica, missioni popolari e ad gentes.
Al 31 dicembre 2005, la Società contava 16.577 religiosi (dei quali 11.053 sacerdoti) organizzati
in 1.885 case. Ha un seguito di 400 mila tra religiosi e laici e 23 famiglie religiose attive in tutto
il mondo. Ogni casa salesiana ha un proprio direttore ed un economo, e risponde direttamente
ad una ispettoria. A capo di questi ispettori troviamo l’attuale Rettor Maggior Don Pascual
Chavez. Le Figlie di Maria Ausiliatrice sono invece il corrispondente ordine monacale.
Recita un adagio popolare che i veri misteri religiosi sono tre: quanti sono gli ordini monacali
nel mondo, cosa pensano i Gesuiti e quanti soldi hanno i Salesiani. La cosa non deve stupire,
visto che proprio il fondatore, nelle lettere scritte di suo pugno negli anni 1860-70 ed indirizzate
a politici ed autorità ecclesiastiche, parla più di soldi che di direzione spirituale (37).
La congregazione Salesiana in effetti è stata protagonista di una iniziativa che ha avuto un
discreto rilievo negli ambienti finanziari: assieme agli Orionini e ai Cappuccini di Genova
avevano costituito nel 2004 una Società anonima lussemburghese avente il compito di gestire i
patrimoni accumulati da decenni di lasciti e raccolta delle donazioni. La scelta della collocazione
lussemburghese era stata giustificata dalla internazionalizzazione delle congregazioni aderenti.
Nel luglio 2007 la Fondazione Cariplo decise di aderire alla società apportando il 60% del suo
ingente patrimonio (5 miliardi di euro), portando la massa amministrata del fondo
d’investimento a 5,6 miliardi di euro. Con il suo arrivo venne scelta anche Intesa-San Paolo
come banca intermediaria. Si costituiva così uno dei più grandi fondi religiosi europei.
Don Giovanni Mazzali, insegnante ad Alassio ed economo generale della Congregazione
salesiana dal 1996, diventa successivamente presidente della Polaris Investment Spa ed in una
dichiarazione sostiene che “in Lussemburgo rispetto all’Italia ci sono interessanti vantaggi sul
fronte fiscale e c’è una maggiore duttilità ed esperienza nella gestione dei fondi” (38).
Appoggiandosi alla lussemburghese Caceis Bank (la cui sede si trova nello stesso edificio della
Polaris, in Allée Scheffer 5), don Mazzali – che è anche membro dei comitati etici della Banca
Popolare di Milano e di Eurizon Capital – gestisce il fondo Ethical global balanced, che annovera
come collaboratori i banchieri Rotschild e il Credit Agricole, e come consulente Mercer Human
Resource Consulting. Revisore dei conti è la Price Waterhouse Coopers, una delle maggiori
società mondiali di revisione di bilanci e di consulenza finanziaria che lo stesso don Mazzali da
qualche anno ha chiamato a collaborare con l’economato generale dei salesiani e che pare essere
l’ispiratrice del progetto.
Polaris Lussemburgo quindi, presieduta da don Mazzali (coadiuvato dal suo confratello
Alexandre Damians, che fa parte anche dell’equipe dell’economato generale dei salesiani), ha un
capitale sociale ripartito fra Fondazione Cariplo (48%), Direzione Generale Opere don Bosco
(39%) e Istituto Religioso della Piccola Opera della Divina Provvidenza di don Orione (13%); a
27
sua volta Polaris Lussemburgo possiede il 100% di Polaris Italia, alla cui presidenza è stato
chiamato Roberto Artoni, ex commissario Consob ed ex vicepresidente della Cariplo,
attualmente docente di Economia alla Bocconi; Artoni agli inizi del 2009 si è dimesso
polemicamente in contrasto con la scelta del controllo lussemburghese e della remunerazione di
una società consulente, la Directors Office (TdO, 335 mila euro di legal fee nel 2007) il cui
presidente, Francesco Silveri Gentiloni, è anche membro del cda di Polaris. Il suo posto è stato
preso da Francesco Cesarini, professore alla Cattolica (39).
Polaris Italia (che ha istituito il fondo di Housing sociale Abitare Sociale) punta ad avere come
principali clienti congregazioni religiose ed enti non profit e funzionerà come un normale fondo
comune di investimento: raccoglierà cioè i soldi dei clienti e li investirà al meglio per farli
fruttare. Si tratterebbe, secondo don Mazzali, di un fondo etico, dal momento che – spiega
l’economo generale – Polaris non investirà né in titoli di Stato statunitensi, ”perché Washington
riconosce la pena di morte”, né in aziende farmaceutiche che vendono prodotti ”non conformi
alla morale cattolica”, cioè profilattici, altri contraccettivi e pillole abortive. Etico quindi nel
senso di chi lo gestisce (40).
Nel 2008 sono entrati in Polaris la Cassa Geometri (con 410 milioni) e la Fondazione Cassa dei
Risparmi di Forlì, che ora detiene l'8,65% del capitale sociale (che ammonta a 2,9 milioni di
euro). La Fondazione per il Sud ha investe tra giugno e luglio dello stesso anno 310 milioni.
Direttore generale Polaris Italia SGR è Massimo Torchiana, ex segretario provinciale PRI, ex
assessore al Bilancio di Meda (MI). Nonostante la crisi che ha affossato diversi fondi di
investimento, Polaris Investments ha incrementato il suo patrimonio nel corso del 2008 di 390
milioni di euro, raggiungendo una quota di mercato dell’1,5%.

(1) Messaggio del Santo Padre ai partecipanti alla 43ª settimana sociale dei cattolici italiani,
10/11/1999
(2) Rino Cammilleri, Ettore Gotti Tedeschi, “Denaro e Paradiso. L’economia globale e il mondo
cattolico”, Piemme, Casale Monferrato, 2004
(3) www.avemariafund.com
(4) www.cbisonline.com
(5) www.catholicfund.com
(6) The Value of Transformation: The Catholic Equity Fund. www.socialfunds.com 11/8/2004
(7) Federico Rampini, Repubblica Affari&Finanza 17/11/2003
(8) Famiglia Cristiana, 42/2008
(9) Sandro Magister, L’espresso n° 25, 18/6/2004
(10) PIERLUIGI FRANZ, La Stampa 28/8/2007
(11) Antonio Landolfi, MondOperaio, Marzo-Aprile 2004
(12) www.bancaetica.com
(13) www.compagnia.torino.it/comunicazioni/pdf/MICROCREDITO_SOCIALE271005.pdf
(14) http://guide.dada.net/non_profit/interventi/2003/12/147161.shtml
(15) The Knights of Columbus, www.kofc.org
(16) www.edc-online.org
(17) Sandro Magister, L´Espresso 3/7/1997
(18) www.ecodicom.net/notiziario.php
(19) Sandro Magister, id
(20) ToscanaOggi n°41, 19/11/2006
(21) http://unimondo.oneworld.net/article/view/141635/1/2245
(22) www.cdo.it/it-IT
(23) Enrico Arosio, L’Espresso 26/5/2000
(24) www.cosis.it
(25) AGI, 11/11/2003
(26) www.opusdei.org
(27) Carlo Marroni, Il Sole/24Ore, 30/04/2006
(28) Carlo Marroni, id.
(29) Enric Gonzáles, La Repubblica 08/03/2006
28
(30) www.gruppoabele.org
(31) Don Luigi Ciotti, Torino, 25/8/2004
(32) Alfio Foti, vicepresidente di Libera, in: Ida Sconzo, Una locomotiva per il futuro, ed.
Cooperativa Editoriale Etica, Milano 2004.
(33) www.comunita.org
(34) intervista di Furio Fania, Liberazione, 16/3/2002
(35) www.progettopolicoro.it
(36) www.riacevillage.com
(37) Giovanni Bosco, Epistolario, a cura di Francesco Motto, volume III (1869-1872), Libreria
Ateneo Salesiano, Roma 1999
(38) Corriere della Sera, 10 giugno 2007
(39) IlSole/24Ore, 14 febbraio 2009
(40) Corriere della Sera, id.

29
4 FINANZA ETICA E MONDO ISLAMICO

4. I riferimenti del Corano

Come si comportano i paesi arabi di fronte al tema della finanza etica? Il tema è di stretta
attualità, a causa del sospetto imperante nell’opinione pubblica per il quale dietro ogni arabo si
celi ormai un pericoloso attentatore, e che i denari gestiti dagli enti creditizi orientali servano
solo ad acquistare esplosivi e mitragliatori.
Per gli arabi credenti nell’Islam il Corano in proposito è molto preciso: divieti sussistono nel
commercio e l’utilizzo di sostanze come alcool, tabacco, armi, carne suina, gioco d’azzardo o
pornografia (che sono considerate haram, peccatrici), che quindi devono essere messi al bando
quando si tratta di scegliere gli investimenti in cui operare; gli investimenti devono invece essere
halal, cioè conformi alla legge islamica o shari’ah. Inoltre alla sura II vv. 275-280 il Corano
recita: “Coloro che si nutrono di usura resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana… Ma
Allah ha permesso il commercio e ha proibito l’usura… O voi che credete, temete Allah e
rinunciate ai profitti dell’usura se siete credenti”. Da queste parole i praticanti evincono che è
possibile prestare soldi, ma non ricevere una remunerazione, tantomeno con strumenti
speculativi (maisir), ambigui (gharar) o, peggio ancora, ad usura (ribah).
Il divieto coranico della ribah è stato aggirato qualche decennio fa con l’introduzione, da parte di
alcune scuole coraniche, dei concetti di mudaraba, o compartecipazione ai rischi e ai benefici
dell’attività finanziaria (in gergo economico, capital financing) e musharaka (o partnership). In
parole povere, i denari prestati in attività in cui il risparmiatore condivide gli stessi rischi e gli
stessi guadagni del finanziato, possono rendere degli utili che non sono considerati speculativi.
Un'altra possibilità viene concessa dagli investimenti murabaha, ovverosia tramite
l’intermediazione della banca che acquista per conto del soggetto finanziato il bene che esso
avrebbe voluto acquistare con il denaro ricevuto in prestito, e glielo rivende a rate ad un prezzo
più alto concordato tra le parti. Esistono inoltre i contratti d’affitto ijara, in base ai quali la
banca acquista un bene per conto del cliente ed in seguito lo affitta a rate prefissate (in gergo
economico è l’equivalente del leasing), e le assicurazioni takaful, mutue garanzie fornite da un
gruppo di persone a fronte di un rischio legato alla vita o al bene di un’altra persona.
Valeva la pena ideare tali contorsioni teoriche per trovare escamotage alle chiare parole
coraniche? Per i gestori di grandi patrimoni la risposta è sicuramente positiva, visto che già nel
2001 gli asset delle istituzioni finanziarie islamiche era valutato 230 miliardi di dollari, in
costante crescita fin dai primi anni ’70 a causa dell’effetto combinato del boom petrolifero e
dell’espansione del pan-islamismo; nel 2004 le stime parlavano già di 800 miliardi di dollari,
mentre a fine 2006 si parlava di 1.000 miliardi (1). Le compagnie aeree degli Emirati, della Siria
e del Brunei acquistano ormai da tempo i loro vettori con la formula della ijara (2).
Il primo esempio di finanza islamica si ebbe nel 1974, quando l’Organizzazione della Conferenza
Islamica creò la Banca Islamica di Sviluppo, con sede a Jedda, che si basava sui principi islamici
ed il vicendevole aiuto tra gli stati aderenti: l’Arabia Saudita ne deteneva il 25%. L’anno
successivo nacque la prima banca privata islamica, la Dubai Islamic Bank, e qualche anno dopo
fu la volta della associazione internazionale delle banche islamiche, della Banca Araba per lo
sviluppo, della Dar al Mal al Islami e della Al Baraka. Nel 1979 il Pakistan decretò
l’islamizzazione completa del settore bancario, con conseguente prelievo automatico dai conti
correnti dello Zakat (v. cap. 4.2) e l’eliminazione dei rendimenti, seguito nel 1983 da Sudan e
Iran. Ora le banche islamiche censite sono 267 distribuite in 39 paesi, ma soprattutto
concentrate nel Golfo Persico, in Pakistan, Sudan, Malesia e Indonesia; e le banche occidentali,
come vedremo, non sono state a guardare.

30
4.2 Lo Zakat e le organizzazioni filantropiche

Lo zakat è la tassa generalizzata sulla ricchezza, con aliquota del 2,5%, che grava sulla proprietà
dei beni dei credenti islamici, non sfruttati per fini produttivi. Essa rappresenta, assieme al filtro
islamico e alla proibizione della ribah, il terzo pilastro dell’economia islamica.
Letteralmente zakat significa “purificazione” ed il suo pagamento viene considerato dagli
islamici essenziale perché purifica la ricchezza dalla sua malefica tendenza ad accumularsi nelle
mani di pochi. La Shari’ah riconduce l’istituzione di questa tassa al credo fondamentale che
tutto appartiene a Dio e quindi parte dei beni posseduti va devoluta alla comunità per far fronte
alle esigenze di tutti i membri. E’ quindi essenzialmente un sistema di redistribuzione della
ricchezza che dovrebbe arginare i fenomeni della povertà.
Lo zakat viene calcolato solo su determinati redditi, come ad esempio sui possedimenti di oro ed
argento, nonché di bestiame o sui prodotti agricoli di prima necessità. In quest’ultimo caso il
termine utilizzato, Uchur, ossia il “dare immediatamente dopo la raccolta della mietitura”, rende
bene l’idea sulla tempistica del prelievo (3).
Oggi le banche islamiche prevedono un fondo speciale per la raccolta dello zakat, il quale viene
in genere utilizzato per l’erogazione di mutui particolari. Esistono poi diversi enti privati che
raccolgono, anche via internet, l’ammontare annuo a seconda del reddito, mettendo a
disposizione un calcolatore che viene quotidianamente aggiornato con le ultime quotazioni
dell’oro: esiste infatti una soglia minima di reddito, pari a 87,48 grammi d’oro ovvero al suo
equivalente in contanti, entro la quale lo zakat non è dovuto (4).
Si stima che le Ong e gli enti di beneficenza islamici abbiano elargito, in un periodo che va dal
1975 al 2002, circa 70 miliardi di dollari in tutto il mondo islamico (5). La massa più imponente
è garantita dagli enti di beneficenza vicini all'élite politica e religiosa saudita wahabita: la Lega
Mondiale dei Musulmani e l’Assistenza Islamica Internazionale. Oggi in Arabia Saudita i
membri della famiglia reale sono 6000, con un reddito superiore ai 600 miliardi di dollari; solo
il loro zakat è quindi all’incirca pari a 15 miliardi di dollari, ed è distribuito alle 241
organizzazioni caritatevoli saudite e alle altre in giro per il mondo secondo la discrezionalità del
Ministero delle Finanze (6).
La Lega Musulmana mondiale, fondata il 18 maggio 1962 alla Mecca, è retta da un Comitato
composto di 21 intellettuali islamici; si prefigge gli obiettivi di far conoscere gli insegnamenti
dell'Islam, difendere la causa dell'Islam in modo da salvaguardare gli interessi e le aspirazioni
dei musulmani e risolvere i loro problemi se sono in difficoltà. Proprio quest’ultimo obiettivo ha
portato la Lega nel corso degli anni a finanziare un gran numero di programmi di assistenza
economica nei Paesi dove vivono i musulmani meno abbienti, soprattutto nei settori della
sanità, dell'agricoltura, della riforestazione e dello sviluppo delle piccole imprese. Per tali motivi
la Lega è diventata membro con status di Osservatore presso il Consiglio economico e sociale
delle Nazioni Unite, dell'UNICEF, dell'UNESCO e dell’UNIDO. Attualmente è stata avviata la
procedura per ottenere lo status di Osservatore anche presso la FAO.
Nel 1997 la Lega ha optato per aprire in Italia un'associazione autonoma, registrata come ente
morale non a fini di lucro. Presidente della "Lega Musulmana Mondiale - Italia" è il Segretario
generale della Lega a Mecca, S.E. Abdallah bin Salih al Obeid, ma tutti gli altri membri sono
italiani. Dalla metà degli anni '90 la Lega Mondiale dei Musulmani conta un'ottantina di sedi in
tutto il mondo, l'Assistenza Islamica Internazionale almeno 90.
Anche l’Assistenza Islamica Internazionale (International Islamic Relief), fondata nel 1978 in
seguito ad una decisione adottata dal Consiglio Costituente della Lega Musulmana Mondiale, e
con approvazione reale del 1979, lavora per alleviare la sofferenza dei musulmani bisognosi nel
mondo. Ha sede a Jedda, in Arabia Saudita, e raccoglie denaro tra istituzioni, filantropi, governi,
uomini d’affari e gente comune che aderisce allo zakat. Gli ospedali ed i centri sociali aperti,
soprattutto in zone dove sono avvenute calamità naturali, si occupano di assistenza ai malati,
agli orfani e ai poveri in modo da favorire quell’auto-mutuo aiuto che è anche contenuto nel
nome dell’associazione.
Sebbene si definiscano fondazioni private, gli istituti di carità saudita non sono enti benefici nel
senso occidentale del termine. La Lega Mondiale dei Musulmani e l'Assistenza Islamica
31
Internazionale sono entrambe sotto il controllo del Gran Mufti saudita, massima autorità
religiosa del Paese, vengono finanziate dal governo e dai membri della famiglia reale e operano
attraverso gli uffici per gli affari islamici delle ambasciate saudite. L'attuale segretario generale
della Lega Mondiale dei Musulmani, Abdullah Al-Turki, è stato a lungo ministro per gli affari
islamici. "La Lega Mondiale dei Musulmani è un'organizzazione governativa", si legge negli atti
di un processo del '99 in cui depone il direttore della sede canadese dell'Assistenza Islamica
Internazionale, nata da una costola della Lega. "In altre parole, io lavoro per il governo
dell'Arabia Saudita", precisava il direttore (7).
Nonostante molte elargizioni vadano a sostegno di degni progetti e giuste cause, ultimamente
alcune investigazioni internazionali hanno dimostrato che l’Assistenza Islamica aveva usato
parte di questi denari per finanziare sei campi d'addestramento militare in Afghanistan di
sconosciuti integralisti molto vicini ai talebani. Secondo i servizi segreti pachistani, già durante
la Jihad contro l’invasione sovietica in Afghanistan, l’ammontare annuo dello zakat saudita a
favore dei talebani era di un miliardo di dollari. Ma la situazione si è inasprita in seguito ai
recenti attentati islamici alle ambasciate statunitensi in Africa e, soprattutto, dopo l’attentato
alle Torri Gemelle di New York.
Nel '99 in India fu arrestato Sayed Abu Nasir, membro storico dell'Assistenza Islamica
Internazionale, con l'accusa di essere implicato negli attentati alle ambasciate statunitensi.
L'uomo rivelò che l'organizzazione supportava decine di campi d'addestramento in Pakistan e
Afghanistan. Un'altra triste scoperta riguardò la Fondazione saudita al Haramain, una delle più
prestigiose del Paese che, attraverso le proprie sedi sparse in tutto il mondo effettua donazioni
per 60 milioni di dollari l'anno. Gli investigatori della CIA giunsero alla conclusione che in
almeno dieci Paesi (primi fra tutti Indonesia, Pakistan e Somalia) il denaro andava a gruppi
terroristi. In Cecenia, i russi sospettano già da tempo che al Haramain abbia fornito aiuti per
almeno un milione di dollari ai ribelli contribuendo, tra l'altro, all'acquisto di 500 pezzi di
armamento pesante dai talebani. Alla fine degli anni ’90 infine venne messa fuorilegge la World
Assembly of Muslim Youth (WAMY), dopo che il governo filippino riuscì a dimostrare che
l’organizzazione, guidata dal cognato di Osama bin Laden, aveva concesso finanziamenti
all’insurrezione islamica locale. Tuttora la WAMY ha la sua sede principale ad Alessandria, in
Virginia, ed è operativa in 34 paesi.

4.3 La nascita dell’AOOIFI e i supervisori islamici

La dimensione globale del sistema finanziario islamico consiste oggi in circa 270 istituzioni con
un totale di oltre 200 miliardi di dollari di fondi gestiti, una capitalizzazione degli istituti
superiore ai 7 miliardi di dollari e un tasso di crescita annuale del 15% con previsioni di
incremento analogo nei prossimi anni. Una società di consulenza internazionale, la A.T.
Kearney, ha stimato che nei prossimi anni il settore richiederà la formazione di almeno 30 mila
banchieri islamici negli stati del Golfo Persico.
Per regolamentare l’ormai caotico sviluppo di banche e fondi di osservanza islamica, è stato
istituito nel 1991 un trattato, che per il mondo arabo è l’equivalente dell’occidentale trattato di
Basilea per la vigilanza bancaria per le banche convenzionali: l’Accounting and Auditing
Organization for Islamic Financial Institutions (AAOIFI), con sede a Bahrain; è composto da 71
membri che sono banche islamiche, banche convenzionali con sezioni deputate alla finanza
islamica, società internazionali di revisione di 17 paesi ed ha il compito di determinare e vigilare
sugli standard islamici che gli enti creditizi devono avere per potersi considerare halal (8). Ma le
istituzioni finanziarie islamiche che hanno contribuito, in qualità di soci fondatori, alla nascita
dell’organizzazione dopo un percorso durato tre anni e che ne dettano ancora oggi le linee guida
sono la Islamic Development Bank, Dallah Al Baraka, il gruppo Faysal (Dar Al Maal Al Islami),
Al Rajhi Banking & Investment Corporation ed il ministero delle finanze del Kuwait.
Per dare un idea di quanto il fenomeno della finanza islamica sia in continua espansione, può
essere utile sapere che l’assemblea generale dell’associazione (9) ha recentemente ampliato da
15 a 20 i membri del Comitato scientifico a causa dell’estendersi del lavoro di certificazione, che
32
ormai include le finanze di paesi come Bahrain, Sudan, Giordania, Malesia, Qatar, Arabia
Saudita, Dubai e Libano; anche la Siria ha espresso la volontà di aderire agli standard richiesti
dal trattato. L’istituto organizza frequentatissimi seminari e convegni in tutto il mondo arabo
per propagandare il suo programma di certificazione (il Certified Islamic Public Accountant,
CIPA) che dovrà preparare i supervisori del futuro.
La mancanza di certificatori ufficiali qualificati comincia ad essere un motivo di rallentamento
del fenomeno di espansione della finanza islamica: all’aumentare dei fondi che si rivolgono alla
clientela musulmana, non ha corrisposto un analogo aumento dei tecnici che, economicamente
ma soprattutto religiosamente, sappiano valutare la correttezza del comportamento negli
investimenti. La banca dati che contiene gli attuali certificatori riconosciuti dall’Islamic Finance
Information Service (IFIS) di Londra, elenca solamente 187 esperti che devono risultare
sufficienti a certificare tutti gli attuali istituti islamici del pianeta. L’Islamic Finance Syariah
Supervisory Database conferma che ormai il parere di alcuni di essi, come lo sceicco Nizam
Yaquby del Bahrain, presente nei comitati di supervisione di quasi 40 enti finanziari, è
essenziale per il corretto andamento dell’economia del mondo arabo. Anche il siriano Abdul
Sattar Abu Ghuddah, con presenze in 29 enti, oppure lo sceicco Sheikh Yusuf DeLorenzo, con
passaporto statunitense e la poltrona assicurata in 25 comitati, hanno ormai un peso influente
nella geopolitica finanziaria.
Inizialmente le consulenze degli esperti di morale islamica erano prestate a titolo gratuito, ma la
complessità della materia e l’aumento del numero di fondi da valutare ha portato alcuni esperti
a richiedere il pagamento di qualche gettone di presenza, suscitando alcune critiche riguardo un
possibile conflitto di interessi. La figura più nota tra i certificatori rimane comunque quella dello
sceicco Hussein Hamid Hassan, che già nel 1975 contribuì alla nascita della Banca Islamica di
Sviluppo, prima banca islamica al mondo. Egiziano, laureatosi alla Facoltà di Sharia della Al
Azhar University del Cairo nel 1965 e successivamente in legge all’Università di New York,
divenne professore di Sharia alla facoltà di Legge ed Economia del Cairo dal 1970 al 2002. Sotto
questa veste partecipò alla costituzione di diverse istituzioni finanziarie nel mondo arabo e
musulmano, dal Pakistan al Kazakhstan, dall’Arabia Saudita al Kyrgyzstan. Attualmente risulta
membro dello sharia board della Dubai Islamic Bank, della Emirates Islamic Bank, della
National Bank of Sharjah, della Islamic Development Bank, della Dubai Islamic Insurance ma
soprattutto dell’AAOIFI. E’ autore di 21 libri e 400 articoli su legge islamica, economia islamica
e studi sociali e durante una recente intervista ebbe a dire: “E pensare che la gente diceva che
era un’idea assurda, come aprire una distilleria islamica di whisky”.
Grazie alla nascita dell’AAOIFI e del conseguente movimento culturale ad esso riconducibile, la
dottrina economica è stata profondamente analizzata in questi anni da autorevoli studiosi
islamici. In particolare è da segnalare la costituzione dell’International Institute Of Islamic
Business & Finance (10) la cui rivista, l’International Journal of Islamic Financial Services, da
tempo cerca di coniugare le rigide leggi dell’economia tradizionale con la altrettanto rigide leggi
coraniche, in uno sforzo che comunque è meritevole di considerazione.

4.4 Banche, fondi e obbligazioni islamiche

A partire dai presupposti etici presenti nel Corano, sono sorte in questi anni diverse forme di
investimento per agevolare gli osservanti musulmani e far dormire loro sonni tranquilli. Ma non
solo: ci sono Stati mediorientali particolarmente attivi nell’applicazione della Sharia all’intero
panorama finanziario. Il primo pensiero va naturalmente all’Arabia Saudita, dove integralismo e
capitali per far decollare iniziative d’avanguardia non mancano di certo.
La banca islamica più famosa del mondo, la Al Rajhi Bank, di proprietà della ricca famiglia Al
Rajhi (presidente è lo sceicco Abdulrahaman Salah Al Rajhi, tre rampolli sono presenti nella
classifica di Forbes dei più ricchi del mondo), ha sede legale a Riad ma interessi in tutto il
mondo. Deve l’inizio del suo travolgente sviluppo alla pratica del money transfer per gli
immigrati che giungono alla ricerca di lavoro in Arabia Saudita e che mantengono con i loro
risparmi migliaia di famiglie sparse in giro per il mondo. Dopo aver tentato di convincere
inutilmente Bankitalia a concederle l’autorizzazione ad operare in Italia secondo i principi del
33
Corano, la banca si è presa la rivincita acquistando 330 immobili di proprietà dell’Enel (e che
sono ancora da essa affittati) per la non trascurabile cifra di 600 milioni di euro. In questo modo
potrà assicurare ai suoi clienti una rendita derivante dall’affitto degli immobili, secondo il
precetto della ijara (11).
Altri paesi hanno seguito l’esempio del ricco paese mediorientale. Uno di questi è il Bangladesh,
secondo paese al mondo per presenza di musulmani. La banca eticamente orientata più famosa
del pianeta, nata in un paese a maggioranza islamica e che, pur essendo di estrazione laica, ha
beneficiato di alcuni aspetti religiosi nelle sue attività di distribuzione del risparmio è
sicuramente la Graemen Bank del premio Nobel Muhammad Yunus, con sede a Dacca (12). Con
piccoli prestiti dell’ordine di pochi dollari, rivolti perlopiù a donne, la banca ha permesso a
centinaia di migliaia di persone sparse nei 36 mila villaggi del paese di affrancarsi dalla miseria,
riuscendo a trovare la consapevolezza per prendere in mano il proprio destino. Ora è diffusa in
57 paesi del mondo ed ha ampliato il suo raggio d’azione ai prestiti per la casa, all’itticoltura e
alle società telefoniche.
In Bangladesh esistono una cinquantina di banche, alcune nazionalizzate, altre private o
straniere. Di queste solo cinque, riunite nella Bangladesh Islamic Bankers Association (BIBA) e
seguite a livello spirituale dalla Islamic Economics Research Bureau (IERB), operano come
banche islamiche, e sono la Islami Bank Bangladesh Limited, la Al-Baraka Bank Bangladesh
Limited, la Al-Arafah Islami Bank Limited, la Social Investment Bank Limited e la Faysal
Islamic Bank of Bahrain. Altre due, la Prime Bank Limited e la Dhaka Bank Limited, hanno
aperto alcune linee di investimento halal. Nonostante il paese sia nato nel 1971 dalla scissione di
un paese a forte identità musulmana come il Pakistan, si dovette attendere il 1983 per assistere
alla nascita della prima banca islamica locale, ed arrivare agli anni ’90 per vedere la nascita di
un movimento che portò alla costituzione delle altre. La Banca Centrale possiede il 5% di
ognuna di esse; permette loro di mantenere una liquidità pari al 10% dei depositi, contro il 20%
richiesto alle banche convenzionali, facilitando in questo modo la rapidità dei loro investimenti;
ma va sottolineato che la situazione finanziaria alla fine degli anni ’90 non risultava delle più
rosee: nel 1997 la percentuale di prestiti di difficile esigibilità (la cosiddette sofferenze) era
aumentata al 20%, dal 18% dell’anno precedente, contro un 5% medio delle banche
convenzionali occidentali (13), pur in un contesto economico molto difficile. Non esiste infine un
comitato centrale che monitori il rispetto delle condizioni richieste dal Corano.
Un caso che merita un particolare accenno è quello della Islami Bank Bangladesh Limited
(IBBL), nata il 30 marzo 1983 come una delle prime Interest-Free Financial Institution (non
riconosce interessi ai depositi dei sottoscrittori) del Sudest asiatico grazie all’apporto di capitali
provenienti da istituzioni e banche islamiche di Giordania, Qatar, Bahrain, Dubai, Arabia
Saudita e Kuwait e alla imponente presenza dell’Islamic Development Bank con il 64% del
capitale iniziale. La banca potè contare sull’aiuto di due eminenti personalità dell’economia
saudita come Fouad Abdul Hameed Al-Khateeb e Ahmed Salah Jamjoom, che curarono i
rapporti con il mondo arabo per garantire la copertura necessaria alla partenza. Uno dei
principali obiettivi della banca fu quello di sostenere lo sviluppo del welfare di un paese appena
nato e con gravi problemi di indigenza della sua popolazione, rivolgendosi soprattutto alle fasce
più povere per consentire loro la possibilità di migliorare gli standard di vita (14).
Oltre a prelevare direttamente lo zakat dai conti correnti ed applicare il sistema del Profit or
Loss Sharing (PLS) negli investimenti, la IBBL utilizza gli strumenti finanziari consentiti dal
precetto della Murabaha (secondo il quale nel 1997 investiva più della metà della raccolta) e dal
Bai-Muajjal (strumento molto simile, dove veniva investito nel 1997 il 18% dei depositi), ed
eroga servizi come le altre banche convenzionali. Con questi semplici meccanismi (vige il divieto
assoluto di utilizzare derivati e strumenti affini) la raccolta di denaro è stata impetuosa fin dalla
nascita e continua tuttora ad esprimere percentuali di aumento superiori alle banche
convenzionali. E’ attualmente quotata alle borse di Dacca e Chittagong e lo Sharia Council che
sovrintende alla “purificazione delle attività finanziarie” è composto da 10 membri.
Un altro paese a maggioranza musulmana, dove la Costituzione stabilisce che l’Islam è la
religione nazionale e le banche hanno deciso di intraprendere il cammino della sharia, è la
Malesia. Se nel 1983 soltanto una banca locale si ispirava ai principi dettati da Maometto, nel
34
2000 quasi tutte e 22 le banche domestiche convenzionali presenti nel paese prevedevano linee
di investimento halal (15). Ma le attività bancarie islamiche offerte dalla Bank Islam Malaysia
Berhad (BIMB), nonostante incrementi annui di raccolta da più di un decennio a doppia cifra,
non rappresentano ancora una percentuale rilevante nel vigoroso panorama finanziario malese.
La BIMB iniziò ad operare come banca interest free nel 1993, quando la Banca Centrale Malese
aveva già approvato ben 21 tipi di prodotti finanziari islamici. L’anno successivo venne
inaugurato e implementato nel sistema finanziario malese l’Islamic money market, per
consentire il trading interbancario tra banche islamiche, affrancandole in questo modo
dall’utilizzare il mercato tradizionale considerato impuro: nasceva in questo modo il primo
mercato monetario islamico del mondo.
La Malesia è anche nota per aver lanciato per prima e aver reso famosi gli Shari’ah bond, o
obbligazioni islamiche (sukuk). Oltre ad essere supervisionati da uno Shari’ah board o consiglio
di saggi che valuta l’eticità degli stati e delle compagnie emittenti, questi particolari fondi
islamici obbligazionari aggirano il divieto all’usura investendo in immobili o mutui per
l’acquisto della casa e trasformando i rendimenti in canoni d’affitto; condizioni analoghe
vengono rispettate con i fondi azionari islamici. In paesi dove il mercato domestico dei capitali
non è sufficiente a garantire il pieno sviluppo delle attività economiche, riuscire ad attrarre
capitali dall’estero, garantendo condizioni etiche che in altri stati non sono presenti, può essere
un fattore determinante per il futuro del sistema produttivo. Le prime obbligazioni islamiche
collocate da banche private, la Islamic Banking Divisions, la Islamic Unit Trusts e la Pilgrimage
Fund Board, risalgono al 1992 e raccolsero in un quinquennio più di 5 miliardi di dollari (16). La
Malesia fu invece il primo stato a lanciare, nel 2002, un bond islamico denominato in dollari;
nel 2001 è toccato al Bahrain, seguito da Qatar, Arabia Saudita e Indonesia (17).
Con questa modalità la banca di Singapore stima una raccolta di 30 miliardi di dollari, e
un’istituzione come il Dow Jones ha creato nel 1999 un indice finanziario per comparare i
risultati dei numerosi fondi islamici: è il Dow Jones Islamic Market Index, a sua volta suddiviso
in numerosi sotto-indici: c’è l’Islamic Market Technology Index, quello per le compagnie
islamiche quotate a New York, quello per le quotate canadesi, quello per le aziende londinesi e
così via. L’Enel ha fatto il suo ingresso il 18 dicembre 2006 nel famoso Dow Jones Islamic
Market Europe Titans 25, in compagnia di BP, Total, GlaxoSmithKline, Vodafone, Novartis,
Roche, Sanofi-Aventis, Nokia e Astrazeneca (18). I soli fondi azionari censiti a fine 2003 erano
108, per una raccolta di 3,3 miliardi di dollari.
Anche l’Iran negli anni scorsi ha usato questo strumento per finanziare opere pubbliche: per
esempio, i certificati musharakah sono serviti alla municipalità di Teheran per finanziare il
progetto di sviluppo del distretto di Navab, a sudovest della città, e sono trattabili al Tehran
Stock Exchange. In Turchia infine i musharakah bonds hanno permesso la costruzione di un
ponte ad Istanbul per un valore di 200 milioni di dollari (19).

4.5 Il comportamento delle banche in Europa

Sull’onda del successo ottenuto nei paesi mediorientali, la finanza islamica è approdata anche in
Europa. In Inghilterra è nata nel 1995 la Islamic Bank of Britain, che investe direttamente nel
capitale di rischio delle aziende finanziate, in modo che banca e cliente dividano i profitti (o le
perdite) delle attività; di conseguenza i risparmiatori, condividendo lo stesso rischio, non sono
perseguibili agli occhi della legge islamica. Il suo fondatore, Michael Hanlon, con un passato alla
Barclays Bank, ha scelto Birmingham come sede legale, città che ospita una delle più vaste
comunità islamiche d’Europa, ed ha potuto godere di aiuti economici per il suo progetto
provenienti da Abu Dhabi, Qatar (la famiglia dell’emiro è coinvolta direttamente), Arabia
Saudita e Bahrain. Tutti gli investimenti sono passati al setaccio da un comitato di tre saggi
studiosi dell’interpretazione della legge islamica (20).
La Gran Bretagna è anche il paese che per primo ha interpretato il pronunciamento
dell’Accademia di diritto islamico di Jedda, secondo il quale i fondi pensione sono compatibili
con il principio di condivisione del profitto e delle perdite (mudaraba). Nel maggio 1996
35
nasceva il fondo Flemings Oasis, mentre la Islamic Investment Bank Unit, sussidiaria a Londra
della United Bank of Kuwait, lanciava nel 2000 un’ampia gamma di fondi in dollari, e nel 2004
era la volta della Hsbc a lanciare il proprio fondo pensione. Tra le banche d’investimento, la
prima ad istituire al suo interno un dipartimento per gli investimenti in Medioriente con un
Sharia Advisor è stata Kleinwort Benson.
E’ infine da segnalare il comportamento del consorzio, guidato dalla banca di investimento
WestLb, che ha acquisito, nel marzo 2007, la famosa marca di automobili di lusso inglese Aston
Martin: essendo presenti nel consorzio due fondi kuwaitiani, l’Investment Dar e l’Adeem
Investment, gli acquirenti si sono impegnati ad acquisire la casa automobilistica in modo da non
far ricorso all’usura. I fondi islamici hanno quindi creato una società che ha emesso
un’obbligazione (dall’importo pari a 700 milioni di euro) di molto superiore a quanto necessario
per l’acquisizione (336 milioni), ed ha affittato all’acquirente “virtuale” (il consorzio) la Aston
Martin in modo da ripagare capitale ed interessi dell’obbligazione sukuk. In questo modo alla
scadenza dell’obbligazione, il consorzio avrà rimborsato il debito, e quindi acquisito
definitivamente l’azienda, senza pagare interessi.
Anche in Germania, dove risiede un notevole bacino di immigrati di origine araba, alcuni enti
hanno pensato bene di sfruttare le enormi potenzialità di questo mercato: già nel 2002 la
Commerzbank si rivolgeva ai rispettosi dei precetti coranici proponendo il fondo di
investimento AlSukoor (21), mentre nel 2003 il Land Saxony-Anhalt ha lanciato la prima
obbligazione islamica europea. La Deutsche Bank invece, ha preferito la strada della joint
venture con l’Oxford Islamic Finance per fondare la Dar Al Istithmar (22), ente creditizio con
sede a Londra che ha lo scopo di offrire tutti gli strumenti finanziari islamici rispondenti ai
dettami della Sha’ria. L’istituto scelto per l’accordo è una diretta emanazione del famoso Oxford
Centre for Islamic Studies con base all’Università di Oxford, considerato un riferimento
mondiale in materia di interpretazione delle leggi coraniche. Ai clienti di Dar Al Istithmar viene
chiesta la compilazione di un questionario per valutare il grado di coinvolgimento etico che essi
vogliono raggiungere (secondo il kitchen model: in pratica, ogni cliente si cucina il piatto
finanziario che preferisce), dopodichè il piano di investimento viene sottoposto ad una
valutazione del comitato interno di supervisione. In questi anni con i soldi raccolti la Dar Al
Istithmar ha contribuito a finanziare, tra le altre cose, la costruzione della Safa Tower nella città
santa di Makkah (la Mecca).
In Italia non si nota ancora un particolare fermento per questo particolare settore: la Banca
Agricola Mantovana ha stipulato nel 2002 una convenzione con il Centro Islamico Italiano, che
prevede condizioni di favore alla clientela di religione islamica, mentre la Cassa di Risparmio di
Fabriano trasforma gli interessi attivi sui depositi in banca della clientela musulmana in buoni
pasto. Ma la condotta della Banca d’Italia che, da diverso tempo, nonostante il pressing di
diverse banche d’investimento, rifiuta di introdurre nel nostro mercato i fondi di diritto
islamico, ha finora impedito lo sbarco di istituzioni estere nel nostro paese.

4.6 Gli ismailiti e l’Aga Khan

I musulmani ismailiti sono 16 milioni sparsi in 25 paesi e rappresentano un ramo dell´Islam


sciita. Oggi sono presenti soprattutto in Pakistan e in Afghanistan settentrionale, in India, in
Arabia Saudita, in Siria, a Zanzibar e sulla costa orientale dell´Africa. In Occidente hanno nuclei
consistenti a Londra e in Canada, mentre il loro quartier generale è ad Aiglemont, a Nord di
Parigi.
I musulmani ismailiti nel mondo si dividono in due rami principali: i Musta´li e i Nizar. Mentre
i primi, residenti soprattutto in Arabia Saudita, dal 1976 riconoscono lo sheik Hussein della
famiglia yemenita dei Makrami come guida spirituale, i secondi sono i più numerosi (circa 15
milioni) e riconoscono come loro Imam, 49.mo discendente di Ali, il genero di Maometto, il
principe Karim Aga Khan.
La dottrina ismailita distingue nel Corano il senso letterale, o zahir, dalla verità nascosta, o batin
e riconosce all´Imam la funzione di interpretare e trasmettere ai seguaci il senso profondo delle
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scritture rivelate. I valori determinanti della loro comune eredità risalente ad Alì sono: il
principio di equilibrio tra la shari´a, ossia l´aspetto esterno della fede, e la sua essenza
spirituale, esoterica; un´incrollabile fede in Dio, abbinata alla fiducia nelle capacità dell
´intelletto umano e nel libero arbitrio; soprattutto il rispetto per la dignità della persona umana.
Tutti questi valori si traducono nell´etica della tolleranza e della benevolenza nei confronti della
pluralità del genere umano, che viene considerata un segno di grazia e benevolenza divina (23).
La figura carismatica intorno al quale si raccolgono i fedeli è una persona ben nota in Italia per i
suoi investimenti ed il suo tenore di vita: il principe e manager Aga Khan, assurto al trono nel
1957 all’età di vent’anni, vive in Svizzera dove presiede il centro nevralgico del suo impero, ma
l’Aga Khan Development Network (24) è a Parigi. Con un patrimonio personale stimato in una
decina di miliardi di dollari, il contributo di associazioni internazionali e le erogazioni dei suoi
seguaci, che versano il 12,5% dei loro profitti, il principe ismailita ha sviluppato le attività della
società in due tronconi: gli investimenti e la beneficenza, in cui il primo è sostenitore del
secondo.
Nonostante le attività finanziarie della AKDN siano coperte dal più stretto riserbo, spesso
occupano spazio sui principali quotidiani economici. Si sa quindi che nel 2004 il suo giro d’affari
ammontava a circa 1,36 miliardi di dollari e generava profitti per 325 milioni, grazie alla
proprietà di 90 aziende in 10 paesi. L’elenco spazia dalla seconda banca pakistana, la Habib
Bank Ltd alle fattorie in Kenia; dall’Hotel Serena di Kabul, dove una stanza costa 250 dollari a
notte, alle quote azionarie in due aziende automobilistiche statunitensi, la Mayfield Toyota Ltd.
e la T&T Honda Ltd.; dal 51% della principale compagnia di telefonia mobile afghana, la Roshan,
ai quotidiani kenioti del Nation Media Group Ltd, alle partecipazioni italiane (25).
Proprio queste ultime hanno avuto negli scorsi decenni vasta eco nel nostro paese: amico intimo
della famiglia Agnelli, l’Aga Khan acquistò nel 1958, per 25 mila dollari dai pastori locali, ben 50
mila ettari di terreno selvaggio in Sardegna, trasformandoli in quella Costa Smeralda
stigmatizzata dalle cronache mondane. Investì il ricavato della vendita in un progetto di
sviluppo negli hotels con la Ciga proprietaria del Danieli di Venezia e del Maurice di Parigi, ma
l’operazione fallì, costringendolo a vendere tutto agli statunitensi della Sheraton. Ora la sua
compagnia aerea con base a Cagliari, la Meridiana, ha acquistato il 30% dell’operatore Eurofly
divenendo di fatto la prima compagnia privata in Italia (26).
Le condizioni lavorative nelle aziende di proprietà dell’AKDN sono più favorevoli della media:
per esempio in Kenia i 20 mila agricoltori dipendenti della controllata Frigoken Ltd ricevono
dalla azienda semi e fertilizzanti, con la promessa di acquisto del raccolto a prezzi tre volte
superiori a quelli di mercato. L’azienda si occupa inoltre del trasporto dei prodotti nelle piazze
europee. In Afghanistan inoltre, dove per tradizione culturale le donne portano il burqa e sono
escluse dall’economia familiare, la compagnia telefonica Roshan propone loro di diventare
venditrici di carte telefoniche prepagate per la clientela femminile, dando così loro un ruolo ed
una dignità lavorativa (27)
Il ricavato delle attività finanziarie è servito in questi anni per ampliare la rete di scuole ed
ospedali fondata dal nonno: ora il network comprende 325 scuole, due università (a Karachi e a
Kabul), 11 ospedali e 195 cliniche sparse in 30 paesi, dal Tajikistan all’Uganda. I progetti di
espansione parlano di 17 nuove università, dall’Afghanistan al Mozambico, ma non mancano i
progetti di più ampio respiro.
Uno dei maggiori successi dalla fondazione è certamente quello ottenuto nell’alta valle
dell’Hunza in Pakistan, dove un milione di ismailiti e la millenaria fortezza di Karimabad
ricordano la presenza dell’Islam venuto della Persia fin da tempi remoti. Intorno al recupero
della fortezza, avvenuta con il contributo della Banca Mondiale tra il 1983 ed il 1995, e con il
finanziamento di alcune opere pubbliche come strade di montagna e canali d’irrigazione, è stato
attuato un audace programma di sviluppo rurale che, grazie a microcrediti per un importo di 3,5
miliardi di euro ai quali hanno acceduto il 75% delle famiglie presenti nel territorio, ha portato
alla nascita di 1.650 organizzazioni di villaggio e 600 organizzazioni di donne che si interessano
delle più svariate attività economiche (28).
In Afghanistan invece il Focus Humanitarian Assistance, il braccio dell´AKDN per i soccorsi d
´emergenza, ha erogato 380 milioni di dollari dalla caduta del regime talebano, avvenuta nel
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dicembre 2001, al 2004, utilizzati per la costruzione di tre ponti, dodici istituti di cura, 26 scuole
e la ristrutturazione del mausoleo del re Timur Shah di Kabul. Più di seimila progetti di
microcredito hanno permesso la formazione di commercianti, agricoltori, infermieri e dottori.
“Lo spirito che ci muove è quello dei principi etici dell´Islam, che insistono sul diritto di ciascun
individuo di interpretare la propria fede senza costrizioni: rispetto per la vita; compassione e
condivisione; responsabilità personale e responsabilità sociale per un bene più grande; uso del
sapere a beneficio di tutti; buon governo”, ha affermato l´Aga Khan (29).
Il principe ha messo a disposizione le risorse della sua nuova Università dell´Asia Centrale, con
sede principale nella cittadina tagika di Khorog, situata a 3.000 metri d'altitudine proprio sul
confine con l´Afghanistan e con sedi distaccate in Kirghisistan e Kazakistan. L´Uca, che per
statuto è aconfessionale e interculturale, è stata la prima università al mondo nata per formare
specialisti in sviluppo delle società montane, preparati a lavorare sul campo tra le popolazioni
locali.
Nonostante gli sforzi compiuti, la condotta dell’Aga Khan è criticata dalla parte del mondo arabo
più radicale. I numerosi divorzi e la sua passione per i cavalli da corsa, uniti allo stile di vita che
viene condotto nelle sue proprietà situate nei paesi arabi (nei suoi hotel è permesso bere alcolici
e giocare d’azzardo, mentre le donne non sono tenute a portare il velo) hanno portato nel
passato anche a subire attentati dimostrativi. Numerose istituzioni occidentali invece vedono nel
suo modo di divulgare l’Islam un mezzo per contrastare l’integralismo religioso, e sono disposte
a finanziare parte delle attività garantite dalla solidità economica del loro leader.
Tra il 1999 ed il 2004 quindi, USAID finanziò con 35 milioni di dollari alcuni progetti sanitari
dell’AKDN in Asia ed Africa. Nel 2003 toccò all’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo donare 4,5
milioni di dollari per programmi di sviluppo scolastico coordinati dall’università di Karachi.
Nello stesso anno la Banca Mondiale finanziò con un assegno di 7 milioni di dollari la
costruzione dell’Hotel Serena di Kabul, cui si aggiunsero i 5 milioni ciascuno dei governi
olandese e norvegese. Nel 2004 fu direttamente il governo statunitense che assicurò gran parte
dei 71 milioni di dollari necessari allo sviluppo di progetti educativi e sanitari in aree rurali
coordinate dalla Aga Khan Foundation. Nell’aprile 2005 infine, l’Asian Development Bank,
proprietà di alcuni governi asiatici, finanziò con 35 milioni di dollari il gruppo telefonico
Roshan.
Ora uno dei progetti più importanti dell’Aga Khan's Industrial Promotion Services riguarda la
costruzione di una diga in Uganda da 500 milioni di dollari, con relativa centrale idroelettrica,
in partnership con una società appartenente al fondo statunitense Blackstone, il più grande del
mondo, a dimostrazione dell’ambizione che pervade i progetti del principe ismailita.

4.7 L’Autorità Palestinese

La finanza araba laica invece, pur immersa in un contesto religioso così incombente, come si
comporta? Un esempio in proposito viene dall’Autorità Palestinese, che da anni dipende
economicamente dai denari rastrellati presso il mondo arabo, ma che ha sempre conservato,
dall’inizio dell’Intifada, una patente di indipendenza dai movimenti religiosi più intransigenti.
Le finanze dell’Autorità vengono amministrate tramite il Palestine Investment Fund, fondato
ufficialmente il 14 agosto 2002 dall’allora ministro delle finanze Salam Fayyad, un passato da
funzionario del Fondo Monetario Internazionale. Il direttore generale risponde direttamente
all’attuale presidente Abu Mazen e la sua sede è all’interno della famosa sede del governo, la
Muqata, a Ramallah. La provenienza dei denari è stata garantita negli anni da istituzioni
internazionali e paesi amici, nonchè dalla cosiddetta solidarietà del popolo arabo. Il fondo
amministra circa 790 milioni di dollari (dati 2005) con investimenti in 79 imprese commerciali,
soprattutto nella regione, per un valore degli investimenti quasi doppio grazie alle rivalutazioni
di alcuni asset presenti nel portafoglio.
Il fondo serve soprattutto per garantire parte del bisogno corrente dell’Autorità per far
funzionare la macchina governativa, il cui deficit è pari a circa 100 milioni al mese: solo per
pagare gli stipendi del settore pubblico servono 115 milioni e 125 ne servono per i fondi di
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disoccupazione e sicurezza sociale. Recita lo statuto: “il fondo è entità legale separata il cui scopo
è acquisire/investire e vendere/disporre di investimenti portafoglio, investimenti liquidi e
temporanei che promuovano la crescita economica e lo sviluppo delle infrastrutture in
Palestina” (30).
Gli attuali investimenti del fondo sono certificati dalla Ernst&Young di Amman, e sono noti il
10% dell’egiziana Orascom, l’operatore cellulare che in Italia possiede Wind; il 35% di Palestine
Cellular Comunication; una joint venture con l’inglese Reading per l’esplorazione del gas
naturale al largo della striscia di Gaza e la proprietà del cementificio Cement Co, che in Gaza
opera in regime di monopolio. Ma il grosso degli investimenti resta un mistero.
Quel che si sa ormai è come il patrimonio della comunità palestinese è stato gestito, con altre
denominazioni, nei decenni precedenti, quando a controllarlo era direttamente Yasser Arafat. Si
sa che già nel momento migliore, prima dell’invasione israeliana del Libano nel 1982, il leader
poteva contare su 900 milioni di dollari, che comprendevano anche linee aeree nella Guinea
Bissau, piantagioni di caffè nello Zimbabwe e fondi europei; che nel 1994, dopo gli accordi di
Oslo, si lanciò in acquisti negli Stati Uniti, arrivando a controllare un’azienda per il commercio
elettronico in Virginia, un’impresa di computer a New York e una quota del famoso bowling al
Village di Manhattan; che nel 2001, a causa del crollo della New Economy, perse quasi 20
milioni di dollari al Nasdaq. Questo incidente aprì la porta ad una gestione più trasparente delle
attività, con l’aiuto di Standard&Poor’s, l’arrivo alla direzione generale di un palestinese già
funzionario della Banca Mondiale, Mohammed Mustafa e addirittura l’apertura di un sito
internet (31).
Le finanze del fragile governo palestinese hanno obbligato i responsabili del fondo ad impegnare
gran parte delle partecipazioni per coprire un debito da 500 milioni di dollari con la comunità
internazionale. Le ultime elezioni politiche, che hanno consegnato il potere nelle mani di
Hamas, scompaginano i piani dell’Olp e degli statunitensi, che non si fidano del gruppo
integralista. Hamas reclama la gestione del tesoro di famiglia, ma l’Autorità sembra restia a
concederla. La sola idea che un militante possa appropriarsi di una somma così ingente farebbe
perdere i sonni a più di un capo di governo.

(1) Repubblica Affari&Finanza, 13/11/2006


(2) Il Sole/24Ore, 1/9/2004
(3) Fatima Edouhabi, www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=13836
(4) www.islamic-relief.it
(5) IlSole24Ore, 3/8/2005
(6) Loretta Napoletani, La Stampa 6/1/2007
(7) D Repubblica, 17/01/2004
(8) Stefano M. Masullo, Convegno 'Fare impresa per gli stranieri in Italia', 28/06/2005
(9) www.aaoifi.com
(10) http://islamic-finance.net
(11) Il Sole/24Ore Plus, 3/3/2007
(12) v. Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano 1998
(13) International Journal of Islamic Financial Services Vol. 1 N° 3
(14) International Journal of Islamic Financial Services Vol. 1 N° 4
(15) International Journal of Islamic Financial Services Vol. 2 N° 4
(16) International Journal of Islamic Financial Services Vol. 1 N° 2
(17) L’Espresso, 18/1/2007
(18) L’Espresso, id.
(19) International Journal of Islamic Financial Services Vol. 3 N° 1
(20) L’Espresso, 2/9/2004
(21) Maurizio Mistri, Il Sole/24Ore, 9/2/2002
(22) www.daralistithmar.com
(23) Azim Nanji, direttore dell´Institute of Ismaili Studies, Londra, www.iis.ac.uk
(24) www.akdn.org
(25) News Explorer 24/11/05 www.despardes.com/NewsExplorer/112405-aga-khan.html
39
(26) Repubblica 27/12/2006
(27) News Explorer, id.
(28) Sandro Magister, L’Espresso 24/10/2001
(29) Sandro Magister, L’Espresso 23/1/2002
(30) Il Sole/24 Ore, 1/4/2006
(31) www.pa-inv-fund.com

40
5 FINANZA ETICA E MONDO EBRAICO

5.1 I riferimenti nel Talmud e nella Torah

Da sempre indicati nell’opinione comune come i migliori interpreti del settore, i finanzieri di
origine ebraica hanno riempito la letteratura di leggende ed aneddoti. Ma sono numerosi i
passaggi sia biblici che rabbinici che insistono sull’elemento etico che deve governare il mondo
del denaro e dell’economia in generale: “La carità, l’assistenza verso i bisognosi, condizioni di
armonia e di giustizia sono fattori fondamentali per un corretto e giusto funzionamento della
società", afferma il rabbino Alberto Piattelli, invitato ad esporre la posizione dell’Ebraismo sul
tema della finanza etica, il quale però aggiunge che "l’esercizio delle attività economico-bancarie
costituisce un importante elemento della società moderna che, tuttavia, non trova un riscontro
completo e soddisfacente in quelle che sono le pratiche religiose dell’ebraismo” (1).
Nel Qoelet la frase “il denaro risponde a tutto” può anche essere tradotta in “il denaro umilia
tutto”. Da questa duplice lettura gli ebrei evincono che la sperequazione economica esistente
serve per mettere alla prova il ricco, che può comportarsi in modo virtuoso oppure spregevole a
seconda che utilizzi il denaro come mezzo o come fine (2).
Moni Ovadia aggiunge che “nell'ebraismo il problema dell'uguaglianza è posto nei termini di
pari dignità, non è un problema di uguaglianza economica... Per la Torah, ciò che non è
eticamente riprovevole è permesso, ma compito dell'ebreo è praticare la giustizia. Nel quadro di
questa prospettiva - centralità della vita, centralità dell'uomo, santità del comportamento,
uguaglianza di tutti gli esseri umani, intesa come pari dignità - il danaro non è di per sé
criminoso e criminale; se no bisognerebbe attribuire al danaro un potere divino o demoniaco
che sia, e questo per l'ebraismo è inaccettabile” (3).
Ovadia cerca di dare anche una motivazione pratica all’attaccamento al denaro che l’opinione
comune imputa al mondo ebraico: “Il danaro è qualcosa che ha una natura perversa per molti
aspetti, ma anche, per molti aspetti, straordinaria: primo, è circolante per sua natura profonda,
è legato al movimento; non ha molto rispetto per i confini, a differenza della terra;
conseguentemente gli ebrei, che non potevano possedere terra, non potevano svolgere altre
attività stabili, stanziali; erano costretti all'esilio ed erano diventati esuli per natura, si trovavano
a loro agio a cavallo dei confini - parlo ovviamente dell'ebreo diasporico, di 2000 anni dell'ebreo
nella diaspora. È naturale che il denaro rappresentasse una risorsa ideale per questo tipo di
condizione; allora, con l'andare del tempo, si costituisce, detto fra virgolette, un cosiddetto
"talento"”.

5.2 La Tzedakah o decima

Più che sull’etica nella finanza, la religione ebraica insiste sulla beneficenza (tzedakah), termine
che deriva dal radicale tzade – daleth – kof che evoca le idee di giustizia e di rettitudine come le
esprime il versetto biblico Tzedek Tzedek Tirdof (la giustizia, la giustizia tu cercherai –
Deuteronomio 16:20). Il testo contiene l’invito ad un comportamento etico in seno alla famiglia
come nella società, nel campo degli affari, della politica e della giustizia. Il concetto di Tzedakah
come atto di carità è una estensione dell’idea originale di giustizia e di equità. Per questo spesso
si traduce il termine Tzedakah con carità.
Secondo gli standard ortodossi (la Halakhah), un ebreo praticante deve aiutare ogni persona che
si trovi nel bisogno, ebreo o non ebreo. Essere momentaneamente aiutato e preso in carico è un
diritto inalienabile, perchè non mancherà mai nel paese chi ha bisogno; “per questo ti ordino
questo: apri la mano al tuo fratello, ai tuoi poveri del tuo paese” (Deuteronomio 15:11). L’idea
che sta alla base di questo concetto è che la terra nella sua totalità appartiene a Dio (Salmo
24:1). Poichè tutto appartiene a Dio, gli uomini sono solo i gestori dei suoi doni, ed è un dovere
– si tratta quindi di una Mitzvah – dividere con gli altri ciò che pensiamo sia nostro. Questa idea
è ricordata nel Levitico (19:9-10).

41
Secondo Maimonide poi, vi sono otto gradi nell’azione di giustizia sociale (Matnot Aniyim 10:7-
14): dare di malavoglia; dare poco ma di buon grado; dare su richiesta; dare prima che venga
chiesto; dare senza conoscere l’identità di colui che riceve quando chi riceve conosce l’identità
del suo benefattore; dare conoscendo l’identità di chi riceve quando chi riceve non conosce
l’identità del suo benefattore; dare senza conoscere l’identità di chi riceve e chi riceve non
conosce quella del suo benefattore; dare senza conoscere l’identità di chi riceve per aiutarlo ad
acquisire la sua indipendenza. Se si appartiene al grado più alto, si compie maggiormente la
volontà del Signore.
La Tzedakah ha fortunatamente sostituito negli anni la pratica dei sacrifici animali nella vita
ebraica. Ma come già sottolineato riguardo all’analogo Zakat islamico, la beneficenza è cosa
diversa dalla finanza etica anche se comunque orientata al bene per il prossimo: un uomo che
non dà la decima del suo danaro ai poveri è detto "malvagio", anche se altrettanto importante
dovrebbe essere la garanzia che la moneta prestatagli non sia usata per fini “malvagi”.
Diverse sono le istituzioni internazionali che si occupano di raccogliere e distribuire la
Tzedakah, che non dovrebbe mai essere inferiore al 10% del reddito annuo. Esiste anche un sito
internet molto curato che aiuta ad orientarsi tra esse e a capirne le motivazioni religiose (4). Ne
segnaliamo quattro tra le più conosciute.
L’associazione Tzedakah Inc. (5) fu una delle prime a sperimentare la raccolta della decima via
internet nel lontano 1998, ed il suo sito è tuttora visitato da circa 75 mila contatti all’anno.
Finanzia un centinaio di organizzazioni umanitarie e fondazioni di vario tipo, i cui profili
possono essere consultati via internet ma il sito istituzionale non riporta l’importo annuo totale
degli investimenti.
Lo Tzedakah Fund (6) venne fondato nel 1981 a Millburn nei pressi di New York da Danny
Siegel, che in seguito ad un viaggio in Israele volle prendersi cura di alcuni ospedali infantili. In
questi anni di attività il fondo ha distribuito quasi 10 milioni di dollari; ha supportato diverse
associazioni di volontariato presenti in Libano durante il conflitto del 2006 ed alcuni progetti di
ricostruzione resisi necessari dopo il passaggio dell’uragano Katrina in Mississippi. Nel report
2005 troviamo finanziamenti per supporti psicologici alle vittime della guerra Israelo-
Palestinese, ricoveri per animali, centri medici e corsi di cucina Kosher.
Il New Israeli Fund (7) nasce nel 1979 tra gli ebrei della diaspora statunitense, canadese ed
europea. In questi anni ha finanziato con più di 200 milioni di dollari circa 800 associazioni che
si occupano di diritti civili e umani, giustizia sociale, ambiente e pluralismo religioso. Il suo
report annuale è molto accurato e precisa tutti i donatori e tutti i soggetti beneficiati, tra i quali
troviamo anche gruppi che si occupano di diritti civili di gay e lesbiche, tematica solitamente
assente tra quelle trattate dai faith based investing.
Il Jewish Fund for Justice (8) infine, nato nel 1984, ha raggiunto la disponibilità di quasi 17
milioni di dollari di asset; è una fondazione pubblica che dopo aver acquisito nel 2006 lo Sheva
Fund che aveva finalità analoghe, presenta alcune caratteristiche originali rispetto ai precedenti.
Innanzitutto ha un comitato di circa 50 rabbini che, in qualità di advisors, sovrintendono sul
comportamento dell’ente; poi riserva una cospicua parte dei fondi (4,4 milioni di dollari, è il
progetto Tzedec) ad attività di prestiti che, erogati a tasso d’interesse nullo, rappresentano un
fondo di garanzia finalizzato ad aiutare lo sviluppo di piccole istituzioni comunitarie; ancora, per
rispettare anche il precetto del tikkun olam (riparazione del mondo), finanzia progetti per
combattere la povertà alla radice (785 mila dollari solo nel 2006) e anche l’organizzazione di
matrimoni religiosi per chi non può permettersi di spendere cifre elevate. Il report annuale
elenca minuziosamente donatori (anche per importo donato) e soggetti beneficiati. Una parte
degli investimenti è infine dedicata al Leviticus 25:23 Alternative Fund (v. 2.3).
In Italia possiamo annoverare tra gli esempi di destinazione etica della beneficenza anche la
gestione dell’otto per mille, per la quale la Comunità Ebraica italiana ha ricevuto, nel 2004, 4,5
milioni di euro (contro i 1000 destinati alla Chiesa Cattolica). Circa il 10% è speso in pubblicità,
il 28% direttamente nell’UCEI (Unione comunità ebraiche italiane), il 43% in attività culturali
ed educative, il 12% va in attività sociali tra le quali troviamo gli aiuti per il terremoto di San
Giuliano e per lo Tsunami. La piccola comunità ebraica italiana (25/30.000 persone) trova poi
nella fondazione Rodolfo De Benedetti (9) uno strumento che ha lo scopo di promuovere la
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ricerca applicata, finalizzata alle scelte di politica economica nella riforma dei sistemi
pensionistici, nelle cause della disoccupazione europea e nella dinamica della povertà e delle
disuguaglianze.

5.3 Lo Stato Israeliano

In guerra fin dalla nascita nel 1948, lo Stato di Israele ha permeato in questi anni la sua
esistenza di una forte valenza religiosa, intrecciando così ogni aspetto della sua vita e dei suoi
atti con riferimenti alle sacre scritture. Basti pensare all’istituto matrimoniale, per il quale la
legislazione dello Stato opera un semplice rinvio al rito religioso ebraico, facendo quindi
dipendere la possibilità di sposarsi dal giudizio del rabbino; questi può opporsi al matrimonio di
un cittadino israeliano in qualunque paese del mondo esso avvenga, se in contrasto con gli
standard ortodossi che in genere non prevedono unioni religiose miste o civili.
Non ha fatto eccezione l’organizzazione finanziaria dello Stato, spesso al servizio di quanto i
leader religiosi sostengono essere utile all’affermazione dei loro ideali. Il punto centrale di
questa strategia è il Fondo Nazionale Ebraico (Keren Kayemeth Leisrael), fondato nel 1901 al
Congresso sionista di Basilea. Fino al 1948 il Fondo ha avuto come principale obiettivo quello di
comprare in Palestina la terra degli arabi con i soldi raccolti dalla diaspora: oggi è ancora
proprietario del 17% della terra coltivabile, che dà in affitto, seguendo le leggi bibliche, per un
periodo di 49 anni. Fino a qualche anno fa era fortemente criticato dall’opinione pubblica per
l’esclusione, più o meno inconsapevole, delle persone non ebree dall’utilizzo delle sue terre. Nel
’97 ha avuto entrate in bilancio per 878 milioni di shekel, di cui il 75% viene dagli affitti ed il
resto da donazioni (10).
Sulle sue terre sono nati gli esperimenti più interessanti di partecipazione collettiva all’economia
nascente dello stato d’Israele: i kibbutzim e i moshavim. Il kibbutz, forma estrema del concetto
socialista di cooperativa, è basato sul semplice principio che “tutto è di tutti, niente è di
qualcuno” e si è rivelato la risposta migliore alle sfide di una terra piccola ed arida, di una
popolazione poco numerosa e di un ambiente ostile. Dopo la rivoluzione russa, molti ebrei di
quel paese presero coscienza della necessità di una identità nazionale che correggesse le
deviazioni sociali dovute alla diaspora e alla storica divisione geografica del popolo ebraico. Il
comunista russo Ber Borochov sviluppò una teoria secondo la quale gli ebrei dovevano invertire
la piramide sociale e recuperare i ruoli di operai e contadini ridimensionando il peso di
intellettuali e banchieri nella comunità ebraica. La proletarizzazione del popolo ebraico e il
ritorno alla terra dovevano avvenire in Israele con la benedizione di Stalin.
Secondo la mentalità socialista nel periodo drammatico del secondo dopoguerra, il kibbutz
cercava di dare anche una alternativa al modello classico di famiglia. La shoah aveva lasciato
una macabra eredità: ebrei superstiti e perseguitati rimasti senza famiglia, bambini orfani, ebrei
che avevano perso del tutto la fede in Dio dopo l’inferno della Seconda guerra mondiale. La
caratteristica tipica del kibbutz era che all’interno del villaggio non circolava denaro. Il singolo
non si doveva preoccupare di problemi economici, di pagamenti o di tasse. La segreteria
concentrava tutti i conti della comunità e ne era completamente responsabile. In origine
ovviamente il kibbutz era poverissimo e la vita austera. La comunità riusciva ad economizzare
tutto.
Nei primi kibbutz troviamo l’idealizzazione della campagna e del lavoro agricolo tipico del
populismo; l’idea del collettivo propria del socialismo; la necessità di costruire la Nazione
ebraica come unica soluzione possibile all’antisemitismo propagandata dal sionismo; la libertà
spirituale e l’autodeterminazione. Fra i componenti delle nuove comunità troviamo tutte
caratteristiche che derivano da queste teorie: profonda solidarietà, massima uguaglianza,
collaborazione, autogestione, desiderio di costruire qualcosa di nuovo, originale, rimanendo a
stretto contatto con la terra, rendendola produttiva con il proprio lavoro manuale, vivendo dei
suoi prodotti. Come una grande famiglia il kibbutz giunge a provvedere alle esigenze di tutti i

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membri, dal cibo all’alloggio, dai capi di vestiario all’istruzione, dalla sanità agli svaghi,
contribuendo con questa nuova forma di socialità a far nascere una nuova nazione, Israele.
Il moshav è invece una forma più soft di cooperazione, organizzato con gli stessi criteri collettivi
ma dove ogni famiglia è responsabile della gestione della propria fattoria e dispone liberamente
degli utili. Soltanto il 3% della popolazione israeliana vive nei kibbutzim ma da essi proviene il
50% della produzione agricola del paese e l’8% della produzione industriale.
Dopo la costituzione dello stato d’Israele, il Fondo Nazionale Ebraico ha avuto il compito di
governare la più importante risorsa del paese: quella idrica. Allargare e approfondire il letto dei
torrenti, costruire argini rafforzati, piantare alberi, imbrigliare l’acqua nei bacini per alimentare
le falde, preparare i terreni agricoli, sostenere gli esperimenti tecnologici per nuove sementi e
nuovi metodi di irrigazione: questi i nuovi settori di intervento del Fondo, che hanno portato
alla recente costruzione di una serie di dighe sul fiume Besor, realizzazione di un sogno del
padre della patria Ben Gurion (11).
Parallelamente al Fondo Nazionale Ebraico esiste un altro fenomeno internazionale, governato
soprattutto dall’American Israel Pubblic Affaire Committee (12), che raccoglie e convoglia
annualmente imponenti masse di danaro destinate anche queste al consolidamento del
sionismo, l’obiettivo cioè di allargare i confini di Israele e permettere il ritorno in patria degli
ebrei della diaspora sparsi per il mondo. La gestione del fondo (c’è chi parla di un budget annuo
di 20 milioni di dollari) è assolutamente top secret, anche se è noto che parte del denaro viene
utilizzato per attività di lobby all’interno dell’ONU, del governo e del parlamento statunitense.
In campo privato invece, curiosamente l’enorme massa di danaro gestita da finanzieri di origine
ebraica (anche se non necessariamente religiosi, pensiamo ai banchieri George Soros,
Rockfeller, Edmond Safra, Michel David Weill, oppure agli Oppenheimer dei diamanti De
Beers) non ha trovato enti creditizi disposti a convogliare il risparmio verso attività eticamente
orientate come accade per esempio nei fondi islamici o protestanti. Chi decidesse di investire i
risparmi nella borsa israeliana, che per dimensioni non ha nulla da invidiare alle rispettive borse
dei paesi occidentali, troverebbe un’offerta fortemente sbilanciata verso le tecnologie, l’industria
farmaceutica e le costruzioni edilizie, che non sempre garantiscono un adeguato rispetto
dell’etica contenuta nei libri sacri ebraici. L’economia è poi fortemente influenzata dalla
presenza di 18 famiglie autorevoli in grado di mobilitare ingenti quantità di capitale.
Anche il coinvolgimento nella guerra israelo-palestinese, che pure ha dato origine al fenomeno
dei refusnik (coloro cioè che rifiutano il servizio militare per non prendere parte al conflitto),
non ha prodotto un movimento che si occupasse di evitare il finanziamento di aziende coinvolte
nel traffico o nella produzione di armi, come è invece avvenuto in Italia con l’obiezione alle spese
militari e la nascita delle Mutue Auto Gestione (MAG). Lo stato ebraico è uno dei maggiori
produttori di armi, e le aziende coinvolte sono diverse, ma probabilmente il significato difensivo
che viene loro attribuito (“la nostra è una guerra di difesa”) è più forte, nell’opinione dei
risparmiatori, di quanto le stesse armi possono combinare in giro per il mondo per effetto delle
triangolazioni.

(1) Convegno “Città globale, città solidale: Sussidiarietà, finanza, multietnicità”, Museo del
Corso, Roma 22/10/2002.
(2) Intervista al rabbino Alberto Someck, Torino, 6/11/2006.
(3) Golem l’indispensabile n°5, giugno 2001
(4) www.tzedaka.org
(5) www.just-tzedakah.org
(6) www.ziv.org
(7) www.nif.org
(8) www.jfjustice.org, www.jewishjustice.org
(9) www.frdb.org
(10) Alberto Negri, Il Sole/24 Ore 5/4/1998
(11) Alberto Negri, id.
(12) www.aipac.org
44
6 FINANZA ETICA E MONDO ORTODOSSO

6.1 Il mondo ortodosso

Il mondo ortodosso è composto da singoli patriarcati, indipendenti tra loro (autocefalia) dal
punto di vista amministrativo e retti ognuno da un patriarca. Attualmente sono riconosciute
quindici chiese suddivise nei patriarcati di Alessandria, Antiochia, Belgrado, Bucarest, Bulgaria,
Costantinopoli, Georgia, Gerusalemme e Mosca, negli arcivescovadi maggiori di Cipro,
Finlandia e Grecia e le metropolie di Albania, Cecoslovacchia e Polonia. Il totale dei cristiani
ortodossi supera i 130 milioni di fedeli.
Le chiese ortodosse si staccarono da Roma con lo scisma del 1054: l'alienazione e la separazione
finale della chiesa di Chiesa Greca e quella Romana hanno attraversato molti secoli dall'800 al
1054. La crepa tra le due chiese era dovuta ai cambiamenti di cultura che avevano attraversato
l'oriente e l'occidente; le richieste del papa di essere il capo supremo di tutta la chiesa e non solo
il vescovo di Roma non furono accette dalla controparte orientale.
Le principali differenze con il credo cattolico non intaccano i principi fondamentali della fede,
ma riguardano questioni dottrinali e di clero: sono il riconoscimento del pontefice (che gli
ortodossi ritengono scismatico rispetto alla giusta fede), la struttura collegiale dell'autorità
decisionale (il sinodo dei vescovi), la natura non indissolubile del matrimonio, una diversa
concezione della Trinità, il non riconoscimento dei dogmi cattolici formulati dopo il 1054
(Immacolata Concezione, infallibilità del papa, l'assunzione di Maria) ed il sacerdozio
celibatario (i sacerdoti ortodossi possono avere moglie ma solo prima di venire ordinati o in caso
di vedovanza). Si può quindi pensare che l’approccio etico alla finanza poggi sugli stessi
argomenti che abbiamo trovato nel mondo cattolico.
A differenza della Chiesa di Roma, in Oriente i patriarcati ortodossi hanno un legame con i
rispettivi governi nazionali che risale al modello “cesaro-papista” tipico dell’impero bizantino
che è rimasto in vigore anche dopo l’avvento del dominio musulmano.

6.2 Il Patriarcato di Mosca

La Chiesa ortodossa più importante è certamente quella di Mosca, retta dal patriarca Alessio II,
che risulta essere anche la più grande ed influente organizzazione religiosa nella Russia
postsovietica. Dopo aver ottenuto dallo stato russo la restituzione gratuita di una parte dei
terreni che furono sequestrati dai bolscevichi di Lenin durante la rivoluzione del 1917, la Chiesa
ha conosciuto una vera e propria espansione, che ha visto aumentare a 50 mila i componenti del
clero, raccolti in 23 mila parrocchie e 650 monasteri sparsi in 136 diocesi (alla fine degli anni ’80
le parrocchie erano poco più di 6.800 e le diocesi 67). Di pari passo sono aumentati i fedeli (solo
in Russia risultano più di 100 milioni), le università (sono tre, più cinque accademie) e i
seminari, che risultano ora 77 (1). Lo sviluppo religioso è testimoniato anche dal recente
acquisto dello storico complesso della Tichelkerk di Amsterdam, una chiesa con attiguo
monastero che apparteneva alla Conferenza Episcopale Olandese ed era gestito dai Cappuccini,
per 1,5 milioni di euro. Nei piani della Chiesa il sito dovrebbe diventare il più importante centro
ortodosso al di fuori della Russia.
La crescita economica delle attività collegate ai riti religiosi ha goduto in questi anni, oltre che
dell’espansione sopra descritta, anche del risveglio del gigante sovietico, tornato con Vladimir
Putin a svolgere il ruolo di superpotenza. Più volte il presidente russo è intervenuto per ribadire
la centralità del ruolo di Alessio II nella federazione, confermando la tendenza da anni in atto
presso il mondo politico locale. Cominciò il presidente del Parlamento nel 1995, autorizzando il
patriarcato ad importare dall’Italia, senza pagare le tasse, 200 tonnellate di carne di pollo, per
rivenderle nei mercati russi. Poi fu il presidente Boris Eltsin a concedere il permesso di
importare tabacco ed alcol in quantità illimitata, senza obbligo di tassazione (2).
Dopo una serie di interventi critici comparsi sulla stampa, la Chiesa ortodossa pensò di
cambiare settore merceologico: nel 1996 il Cremlino propose al patriarcato di costituire una
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società di import-export, la MES, alla quale regalò 5 milioni di barili di petrolio esentasse. Nel
giro di pochi anni la società divenne uno dei principali attori petroliferi russi con un giro di
affari pari a due miliardi di dollari, in grado di offrire già nel 1997 all’IRI ben un miliardo di
dollari per acquistare il 13% del capitale della Banca di Roma, iniziativa poi bloccata dalla Banca
d’Italia (3).
Lo sviluppo economico della Chiesa russa è gestito tramite una finanziaria, la Solfrino, un
conglomerato di fabbriche, aziende e compagnie finanziarie utilizzate per gestire ogni singolo
aspetto della vita religiosa: dalle aziende artigianali specializzate nella produzione di ceri votivi,
icone e altri oggetti sacri, alla casa editrice che pubblica i testi religiosi; dal canale televisivo per
trasmettere i riti, alla compagnia aerea Avianika che trasporta i vertici della Chiesa ortodossa
attraverso gli 8 mila chilometri dell’ex Unione Sovietica; dalla azienda agricola Btratskaja
trapesa che produce il vin santo in Crimea, alla compagnia Luding che la distribuisce; non
mancano poi i formaggi, prodotti dalla società Nika, e le acque minerali, imbottigliate dalla
società Santa Sorgente. Nel corso degli anni la diversificazione degli investimenti ha portato la
Solfrino a diventare azionista della fabbrica lituana di automobili Avtotor, della Reghion che
pesca granchi nella Kamchatka ma soprattutto di alcuni istituti di credito: oltre a controllare la
piccola banca Peresvet, sono note partecipazioni nella Old Bank, nella Aleksandr Bank, nella
Russkij Zemelnij Bank e alcune altre (4).
Il gruppo Solfrino partecipa per il 20% al budget ufficiale della Chiesa Ortodossa russa. Il 50%
delle entrate proviene dalle donazioni dei fedeli, il 5% dalle diocesi, il 10% dalle chiese di Mosca
ed il restante 15% dagli alberghi posseduti nelle varie zone di culto (5). Ma è il recente boom
edilizio vissuto dalla Russia a suscitare gli interessi economici della Chiesa, presentando le più
attraenti possibilità di sviluppo: per coordinare la realizzazione di alberghi e business center
nelle regioni di Tver (sulla strada tra Mosca e San Pietroburgo) e di Vladimir (meta di turisti da
tutto il mondo), è stato creato un fondo di investimento apposito il cui presidente è Evghenij
Parkhaev, amministratore delegato di Solfrino. E nel centro storico di Mosca è stato lanciato nel
2005 un progetto da 30 milioni di dollari che prevede la costruzione di dieci centri commerciali
a fianco di altrettante chiese, nei quali oltre ai supermercati verranno ospitati palestre, bar e
ristoranti (6).

6.3 Il Patriarcato di Gerusalemme

Il patriarcato ortodosso di Gerusalemme fu istituito dal Concilio di Calcedonia nel 451,


ritagliandone il territorio dal preesistente patriarcato di Antiochia. Al pari di Costantinopoli,
Alessandria e Antiochia, Gerusalemme si distanziò progressivamente dalla cristianità latina,
fino alla rottura del 1054 allorché lo scisma si consumò con la reciproca scomunica tra Roma e
Bisanzio. Il Patriarca è assistito da un Santo Sinodo di diciotto membri nominati dal patriarca
stesso, ed è eletto tra i membri di una confraternita monastica, la Fratellanza del Santo
Sepolcro, istituita nel XVI secolo, che attualmente conta circa novanta religiosi di origine greca e
quattro palestinesi. Sia la sua destituzione che la sua nomina esigono l’approvazione dello Stato
di Israele, del Regno di Giordania e dell’Autorità Palestinese.
In Terra Santa la Chiesa greco-ortodossa conta circa 65.000 fedeli, di cui 45.000 in Israele e
20.000 a Gerusalemme e nei Territori palestinesi. Poco più di duecento sono greci, tutti gli altri
sono arabi. In queste cifre non sono compresi gli ortodossi di origine russa immigrati in Israele
come ebrei.
Sebbene il valore delle sue proprietà non sia paragonabile a quello delle altre Chiese, il
patriarcato greco ortodosso di Gerusalemme è uno dei maggiori proprietari terrieri della Terra
Santa. Possiede gran parte della Città Vecchia: fuori delle mura è suo, ad esempio, il terreno su
cui sorge il palazzo della Knesset, il parlamento israeliano. La proprietà della casa in cui,
secondo una tradizione, Gesù Cristo e i suoi discepoli celebrarono la Pasqua nell'anno della
crocifissione risale addirittura al 1200 quando Sava, arcivescovo diventato poi santo, compratala
da un musulmano, la donò stabilmente alla Chiesa ortodossa di Gerusalemme.

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Proprio questo aspetto, in una zona dove la conquista di ogni singola particella di terreno può
costituire disputa religiosa e, a volte, bellica, ha portato alcune volte il Patriarcato al centro
dell’attenzione mondiale. Se vogliamo estendere i concetti di finanza etica anche all’uso che si
effettua delle proprietà immobiliari o terriere di cui si dispone, non c’è dubbio che le ultime
azioni del Patriarcato di Gerusalemme hanno avuto una forte valenza simbolica
Il penultimo patriarca, Ireneos, fu eletto il 13 agosto 2001. Ma il governo israeliano, che già
aveva preventivamente posto il veto sulla sua candidatura, aspettò fino al marzo 2004, dopo
lunghe trattative segrete, prima di riconoscere la sua nomina. Nel marzo del 2005 si diffuse la
voce che egli aveva venduto ad ebrei un complesso di edifici nella Città Vecchia di proprietà del
patriarcato, e questo gli valse l’accusa di essere passato al servizio di interessi israeliani. La
rivolta contro di lui esplose e portò alla sua destituzione, votata dal sinodo il 7 maggio 2005 (7).
Quando la prima pagina di un noto quotidiano israeliano titolò “Piazza Omar Bin Khattab è
nostra!” (8), accadde il putiferio. Nei mesi che seguirono si apprese che il New Imperial Hotel,
storico palazzo situato nel quartiere cristiano della città vecchia di Gerusalemme, da sempre
luogo simbolo dei cristiani palestinesi, ed il Petra, entrambi vicini alla Porta di Jaffa, erano stati
venduti ad una società israeliana nominata Richards Investment Corp. dall’amministratore del
Patriarca Greco Ortodosso di Gerusalemme, avvalendosi di una procura concessa dallo stesso
Patriarca, per una cifra sconosciuta ma stimata in 130 milioni di dollari. Non era la prima volta
che un fatto del genere accadeva: agli inizi del ’90 il patriarcato aveva venduto l’Ospedale di San
Giovanni, vicino alla Chiesa del santo Sepolcro, ad un gruppo di finanzieri vicino all’allora
ministro israeliano David Levy (9).

6.4 Il Patriarcato Etiope

La Sacra Bibbia narra che un eunuco etiope, che si trovava a Gerusalemme per propositi di
culto, importò la Cristianità in Etiopia nel I secolo d.C. (Atti 8,29). Ma la fondazione del
Vescovato e l'amministrazione dei Sacramenti ebbero inizio nel IV secolo d.C., quando
Frumenzio fu nominato primo vescovo d'Etiopia da Atanasio, Patriarca d'Alessandria.
Da quel momento la vita religiosa etiope è dominata dalla Chiesa Ortodossa. Dopo secoli di
influenza da parte della Chiesa Ortodossa di Alessandria d’Egitto, grazie all’impegno diretto
dell’imperatore Hailè Selassiè (che regnò dal 1930 al 1974) che la nominò religione di stato, fu
raggiunto nel 1948 un accordo con il Patriarcato Copto per raggiungere l’indipendenza
(autocefalia) e la conseguente nomina di patriarca e vescovi indipendenti.
La Chiesa Etiope (10) è un esempio di dipendenza stretta con il governo nazionale: nonostante i
numerosi cambi di potere avvenuti nell’ultimo secolo, tutti i patriarchi giurano fedeltà al potere
costituito. Nel luglio 1976 il governo nominò addirittura un patriarca, Abuna Takla Haymanot I,
mentre il patriarca precedente era ancora in vita, contravvenendo al diritto canonico; a seguito
del crollo del governo comunista nel 1991, il patriarca Merkorios, eletto nel 1988, fu accusato di
collaborazionismo con il regime di Menghistu e si dimise dalle sue funzioni di Patriarca.
Succedette al suo posto l’attuale patriarca di Addis Abeba, Abuna Paulos. La proclamazione di
indipendenza da parte dell’Eritrea nel 1993, e la conseguente guerra sanguinosa che imperversò
dal 1998 al 2000, diede occasione ai vescovi eritrei di autoproclamarsi chiesa autocefala con la
costituzione di un Sinodo indipendente (11).
Nella Chiesa Ortodossa Tawahedo (cioè divenuto uno, intendendo con questo termine l’unione
delle due nature di Cristo in un’unica natura composita) etiope si mischiano credenze
tradizionali africane con il richiamo a spiriti e demoni, e spesso i riti religiosi danno luogo a
danze, astrologia e divinazione; è praticata la circoncisione, è rispettato il Sabato come giorno
festivo al pari della Domenica, il mercoledì e venerdi sono giorni di digiuno, i fedeli non
mangiano carne, prodotti a base di latte e a volte neanche il pesce. La Chiesa ortodossa etiope è
tra i membri fondatori del Consiglio mondiale delle Chiese, ma probabilmente l’evento che più
ha contribuito a far conoscere nel mondo questo ramo dell’ortodossia copta fu la conversione del
cantante Bob Marley, simbolo della musica reggae, battezzato poche ore prima di morire l’11

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maggio 1981 con il nome di Bernard Selassié. Questo è anche il motivo per cui è molto diffusa
anche in Giamaica.
La Chiesa ha 32 diocesi in tutto il Paese, anche se la rivoluzione marxista del 1974 portata avanti
dal colonnello Menghistu e dovuta in parte anche alle proteste della gente di fronte
all’arricchimento della chiesa e di un piccolo numero di persone, portò alla nazionalizzazione
della maggior parte delle terre in mano ai religiosi. In aggiunta, possiede anche diocesi in
Gerusalemme, in Africa, ai Caraibi e nell'America Latina, negli Stati Uniti, in Canada, in Europa
(a Roma il ritrovo è presso la Chiesa di S. Maria di Monte Zion) ed in Australia, dove vi sono
comunità ortodosse etiopiche in ciascuna delle capitali dei vari stati. Le tre parrocchie esistenti
in Gran Bretagna sono guidate dal Vescovo Berhanu Beserat che è anche a capo della Chiesa
Ortodossa Etiopica in Europa.
I fedeli etiopi sono circa 40.000.000 e complessivamente ci sono oltre 100.000 ortodossi
etiopici nell'emisfero occidentale, compreso un numero significativo di convertiti nell’India
dell’ovest. Il clero, composto da 400.000 ecclesiastici (erano 250 mila nel 1988), possiede circa
300.000 monasteri e Chiese (l’ortodossia etiope è caratterizzata da una forte tradizione
monastica), oltre ad una facoltà ortodossa etiopica di teologia, il Trinity College, che ha
funzionato come componente dell'Università di Addis Abeba fino a quando nel 1974 il governo
ne ordinò la chiusura. Nello stesso anno la Chiesa Etiopica fondò ad Addis Abeba l’Università
teologica San Paolo per la formazione dei candidati al sacerdozio.
Il possesso di monasteri in Gerusalemme (per esempio il monastero Deir-El-Sultan, reclamato
da tempo dalla Chiesa Ortodossa d’Alessandria) e la gestione di alcuni sacrari all’interno e
intorno all’imponente complesso del Santo Sepolcro, risalgono alle antiche relazioni storiche che
esistevano ai tempi dell'Antico Testamento, soprattutto durante il regno della Regina di Saba e
di Re Salomone. Alla Chiesa Etiope viene inoltre attribuita la segreta custodia, pare nella chiesa
di Santa Maria di Sion ad Axun (12), della famosa Arca dell’alleanza citata nella Bibbia, una
cassa in legno di acacia rivestita d’oro e riccamente decorata, la cui costruzione fu ordinata da
Dio a Mosè. Considerata il segno visibile della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, in essa
erano conservate le Tavole dei dieci comandamenti, che Mosè aveva ricevuto sul monte Sinai, il
bastone di Aronne e un recipiente con la manna, il cibo divino miracolosamente inviato da Dio
agli ebrei nel deserto, in modo da salvarli dalla morte per fame.

6.5 Il Patriarcato Bulgaro

Il cristianesimo è entrato in Bulgaria fin dai primi secoli: il suo primo sinodo è stato convocato a
Sardica (oggi Sofia) nel 343. I bulgari che professano la fede cristiano-ortodossa sono circa 6
milioni e mezzo e corrispondono all’80% della popolazione nazionale. Verso la metà del 1997, la
Chiesa Ortodossa Bulgara (13) aveva 11 diocesi nel paese e due fuori del territorio nazionale con
2600 parrocchie, servite da 1500 preti. Vi erano inoltre 120 monasteri con complessivi 2000
monaci e monache. Delle due diocesi fuori del territorio nazionale, una è guidata dal metropolita
di America, Canada ed Australia, con nove parrocchie negli Stati Uniti, due in Canada e due in
Australia, mentre l’altra fa parte della Chiesa Ortodossa negli Stati Uniti e ha 14 parrocchie in
Stati Uniti e due in Canada. Oggi ci sono seminari ortodossi bulgari in Plovdiv ed in Sofia, vi è
una facoltà di teologia all’Università di Sofia come pure all’Università di S. Cirilo e Metodio in
Veliko Tarnovo. Nuove facoltà di teologia sono state fondate dopo la caduta del comunismo.
La storia della chiesa ortodossa in Bulgaria negli ultimi anni è stata segnata da liti, scandali e
una forte politicizzazione del clero. Il Patriarca Maxim, capo della Chiesa ortodossa, è ancora
chiamato “il Patriarca comunista”. Subito dopo i cambiamenti nel 1989, una parte degli
ecclesiastici guidati da tre metropoliti mostrarono un forte dissenso nei confronti delle azioni
del Santo Sinodo da lui guidato e diedero origine ad uno scisma “alternativo” grazie all’appoggio
politico nel governo di destra Filip Dimitrov e del sindaco di Sofia Stefan Sofianski: proprio per
questo motivo i secessionisti hanno avuto particolare successo nella capitale.

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Il governo attuale di Simeone Coburgo Gotha, come anche il Presidente della Repubblica, ha
mostrato invece preferenze per il Sinodo “canonico” e apertamente non appoggia il Sinodo
“alternativo”. Alla fine del 2002 è stata promulgata la legge sul culto religioso con il
riconoscimento di un'unica chiesa ortodossa in Bulgaria ed il Patriarca Maxim è stato
riconosciuto come l’unico Capo della chiesa ortodossa Bulgara. La legge ha dato alla Chiesa
Ortodossa Bulgara lo status di persona giuridica, mentre tutte le altre religioni devono ricevere
tale status dalla Corte.
La divisione all’interno della Chiesa Ortodossa Bulgara si è approfondita nel 2005 a causa
dell’azione di polizia su larga scala messa in atto, nell’intero paese, il 21 e 22 luglio contro i
sacerdoti “riformisti”. Un procuratore ha dato ordine alla polizia di garantire l’accesso nelle
chiese riformiste ai conservatori del Santo Sinodo. Su richiesta di questi ultimi, i poliziotti
hanno cacciato i preti “riformisti” dalle chiese, dai monasteri e dai luoghi di culto. La polizia ha
chiuso 250 chiese, monasteri e luoghi sacri, 18 dei quali a Sofia. Questi edifici sono stati
utilizzati dai preti del Sinodo “alternativo”, i quali accusano l’ultranovantenne Patriarca Maxim
di essere al servizio del precedente regime comunista.
Una delle cause della scissione sembra essere l’enorme patrimonio della chiesa. Molti media
bulgari riferiscono che il sacerdote Kamen Barakov del Sinodo “alternativo” è già stato in
passato condannato per appropriazione indebita. Gli scissionisti possiedono circa 30 chiese e
ricevono rendite da 220 proprietà e case, afferma Ivan Zhelev, capo del Dipartimento delle
Religioni. Secondo il quotidiano “Monitor” del 28 luglio 2005, due anni fa gli esperti hanno
calcolato che la sola rendita annuale delle proprietà terriere della chiesa ammonta a 500.000
dollari. I beni della Chiesa Ortodossa Bulgara superano i 150 milioni di dollari, secondo il dott.
Stefan Popov del Dipartimento di Filosofia dell’Accademia delle Scienze bulgara.
In base alle regole della Chiesa Ortodossa Bulgara, ai religiosi è vietato occuparsi di affari e di
politica ma, in realtà, il Sinodo “alternativo” è diventato un’impresa commerciale. I media
hanno svelato che il sacerdote Kamen Barakov è direttamente coinvolto nelle attività di molte
ditte commerciali come Evrokredo Ltd., Evrotrans Ltd, Octopus Ltd., Alfa, ABV group,
Vininvest. Il quarantenne Patriarca Inokentiy non è a capo solo del Sinodo “alternativo” ma,
assieme ad alcuni ufficiali di alto rango, anche di molte imprese commerciali ed organizzazioni,
nelle quali figura con il suo nome di battesimo: Ivan Petrov. Il patriarca è anche membro del
consiglio d’amministrazione della compagnia Agromitropol-99 e socio di Arena tours Ltd. e
Satcom Ltd. I scissionisti ribattono affermando che La Chiesa Ortodossa Bulgara ha un milione
di dollari in banca, ma per i poveri ci sono solo pochi pasti caldi (14).

6.6 Il Patriarcato Serbo

La Serbia non è che l’esempio più estremo di come le società post-comuniste nei paesi ortodossi
si siano, in una certa misura, rimodellate su una rinnovata sinergia di identità religiosa e
identità nazionale, agevolata dalla particolare struttura “nazionale-autocefala” delle Chiese
cristiano ortodosse. Secondo il vecchio testo costituzionale, la Chiesa serbo-ortodossa (15) era
“Chiesa di Stato” della Repubblica Serba di Bosnia, mentre le altre comunità religiose venivano
messe in secondo piano. Nonostante una successiva sentenza contraria della Corte
Costituzionale, la Chiesa serbo-ortodossa mantiene l’atteggiamento di arbitro in tutta una serie
di questioni sociali, in materia civile e religiosa, in uno stretto connubio con tutti gli oppositori
del Tribunale dell’Aja (16).
Il Santo Sinodo dei Vescovi, formato dal Patriarca e da quattro Vescovi, governa la Chiesa nella
quotidianità. C’è un Istituto Teologico in Belgrado, fondato nel 1921, quattro seminari ed una
scuola di preparazione per monaci. Quindici pubblicazioni religiose sono sponsorizzate dal
Patriarcato e da altre diocesi. Vi sono inoltre 73 parrocchie o missioni negli USA, 20 in Canada e
22 comunità in Gran Bretagna.
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Nonostante la feroce guerra che ha disgregato l’ex Jugoslavia, la Chiesa ortodossa serba sembra
essere in condizioni di relativo benessere economico. Il processo di restituzione dei beni
nazionalizzati da Tito è a buon punto. Inoltre il Santo Sinodo nel 2002 ha pensato di legiferare
per se stesso e sostituirsi allo Stato, proprio su questioni che riguardano globalmente il
patrimonio della Chiesa. Dall’aprile di quell’anno, infatti, la Chiesa ha deciso di farsi titolare di
un diritto assoluto ed esclusivo di proprietà su tutti i simboli, i nomi e le immagini sacre, sui
monasteri e le chiese, i beni culturali e artistici che ricadono nell’ambito dei suoi possedimenti,
negando così la legge statale sui beni culturali, secondo la quale l’autorizzazione all’utilizzo per
fini commerciali di nomi e immagini e cose è di esclusiva competenza del Ministero (17).
Il connubio tra la Chiesa serbo-ortodossa e l’idea di Grande Serbia, già in passato detonatore di
tanti conflitti, continua a ripercuotersi nei rapporti con il Montenegro e la Macedonia. La Chiesa
ortodosso-montenegrina, dopo aver perduto la sua plurisecolare indipendenza per decreto di re
Aleksandar nel 1921, è risorta orgogliosamente nel 1993, in virtù di un contro-decreto del
Parlamento nazionale di Montenegro. Ma ovviamente questo fatto non viene riconosciuto dalla
chiesa serba e da gran parte del mondo ortodosso. La Chiesa ortodossa macedone (18) nasce
invece dal nulla, nel lontano 1965, col pieno benestare dell’élite titina, ma anche questa risulta
illegittima agli occhi della Chiesa serbo-ortodossa che non riconosce l’esistenza di una Chiesa
autocefala. Così anche la Chiesa ortodossa greca, in occasione dei funerali del suo patriarca
Hristodullos nel gennaio 2008, ha chiesto ed ottenuto dal Ministero degli Affari Esteri greco la
negazione del visto alla delegazione Macedone, allineandosi in questo modo ai suoi cugini
balcanici.
In Kosovo infine, il famoso e plurisecolare monastero di Decani, inserito nel 2004 nella lista del
patrimonio mondiale dell'Unesco e di enorme valore per il popolo serbo, ha guidato negli ultimi
anni una protesta nei confronti del patriarca di Belgrado Artemije, cui si attribuisce il possesso
di proprietà personali in Belgrado, quali la libreria “Atos” e la azienda edile “Rade Neimar” (19).
Proprio quest’ultima soprattutto costituisce elemento di critica nei confronti del prelato: la
ricostruzione dei luoghi di culto kosovari distrutti dalla guerra che è scoppiata nel 2004 è infatti
un affare su cui molti hanno posto interesse.

6.7 Il Patriarcato Greco

I fedeli della Chiesa Ortodossa di Grecia Sono all'incirca 10 milioni. La Chiesa, che non è
membro del Consiglio Mondiale delle Chiese, ha proclamato la propria autonomia nel 1833, è
stata riconosciuta come chiesa nazionale indipendente dal patriarcato di Costantinopoli nel
1850 ed è diventata chiesa di stato nel 1864. Il capo della chiesa greca è l'Arcivescovo di Atene.
Le isole del Dodecaneso, passate alla Grecia nel 1912-13 e il monastero del monte Átos, sono
invece ancora sotto la giurisdizione del patriarca di Costantinopoli.
Le diocesi ortodosse in Grecia sono piccole. Ve ne sono 80 in Grecia, 8 a Creta e 4 nelle isole del
Dodecanneso che è sotto la giurisdizione del Patriarca Ecumenico. Il monachesimo, che era in
costante decadenza dal dicianovessimo secolo, ha avuto recentemente una ripresa. Nel 1986
c’erano 2.000 monaci ortodossi e 2.000 monache nella chiesa di Grecia. La repubblica
monastica del Monte Athos, benchè sia in Grecia, è sotto la giurisdizione del Patriarca
Ecumenico. La Chiesa Ortodossa Greca è coinvolta nell’attività filantropica, non soltanto con
dichiarazioni pubbliche sulla giustizia sociale, ma anche avendo cura di orfanotrofi, case per
anziani e ospedali. L’erudizione teologica è centrata su due facoltà teologiche erette nelle
Università di Atene e di Tessalonica. Ci sono anche altri seminari per la formazione dei preti. Il
suo patrimonio immobiliare è stato stimato da un quotidiano greco in circa 7 miliardi di dollari
(20)
La Chiesa greca è alla base della nazione ellenica, elemento di unità nazionale di un popolo la cui
religiosità è per tradizione molto elevata (il 98% dei greci è cristiano ortodosso). La naturalezza
con cui il cristianesimo ortodosso è componente essenziale della cultura individuale e
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comunitaria determina, ad esempio sul versante del sistema politico, la adesione ai suoi valori di
quasi tutti i partiti. Circa il 60% degli elettori del partito Nuova Democrazia si sono dichiarati
credenti praticanti, contro quasi il 40% di quelli del Pasok. Nella precedente legislatura, quando
era al governo il Pasok, l'arcivescovato ha espresso la propria contrarietà alla eliminazione della
dicitura obbligatoria della confessione religiosa sulla carta di identità.
Anche la Chiesa Greca deve affrontare le richieste di indipendenza da parte di alcuni suoi
arcivescovadi, principalmente quello albanese e quello di Istanbul.
La chiesa è stata travolta nel corso del 2005 da una serie di scandali che ne hanno minato alla
base la credibilità tra la gente. Agli inizi dell’anno fu arrestato l’Archimandrita Yossakis,
colpevole di traffico clandestino di Icone Sacre, opere d’arte di inestimabile valore storico e
spirituale. Si scoprì in seguito che lo stesso Yossakis si era impadronito di elevate somme di
denaro provenienti da donazioni di fedeli, in particolar modo di nazionalità americana (21).
Quell’episodio fu solo l’incipit di una serie di rivelazioni che travolsero l’intera gerarchia della
Chiesa greca, a partire dal Patriarca dell’Attica Panteleimonas che aveva accumulato un
patrimonio personale di milioni di euro; una serie di intercettazioni telefoniche rivelarono
rapporti ambigui che intercorrevano tra alcuni membri dell’alto clero; un sostenitore
dell’arcivescovo di Atene Christodoulos (morto nel 2008), infine, tal Apostolos Vavilis, dopo
essere stato arrestato a Bologna, è stato condannato dalla giustizia italiana a sette anni di
carcere per episodi di corruzione, favoreggiamento della prostituzione e traffico di droga che
hanno coinvolto anche le cariche ecclesiastiche elleniche. Vavilis è anche accusato di aver
partecipato ai movimenti che hanno causato il crollo delle finanziarie piramidali albanesi, e alla
guerra civile nel 1996 e durante il 1997, in collaborazione con l'ufficiale militare greco Jani
Traindafilaki, e tramite un'associazione no-profit, con il nome “La Grande Grecia” (22).

(1) v. www.mospat.ru
(2) Il Sole/24 Ore, 30/10/2005
(3) Il Sole/24 Ore, 21/10/1997
(4) Il Sole/24 Ore, 30/10/2005
(5) Fonte: Rpz
(6) Il Sole/24 Ore, 30/10/2005
(7) Sandro Magister, L’Espresso 26/7/2005
(8) Ma’ariv, 18/3/2005
(9) The Indipendent, 10/5/2005
(10) www.ethiopianorthodox.org
(11) www.tewahdo.com
(12) Gaetano Stellacci, La Gazzetta del Mezzogiorno, 11 maggio 2008
(13) http://bulgarian.orthodox-church.org
(14) Tanya Mangalakova, Osservatorio sui Balcani, 11/8/2004
(15) www.spc.yu
(16) Lorenzo Guglielmi, 22/5/2004, inchiesta congiunta condotta dai quotidiani “Feral Tribune”
(Spalato, 5/2/2004), “Monitor” (Podgorica, 6/2/2004), “Vreme” (Belgrado, 22/1/2004)
(17) Lorenzo Guglielmi, id.
(18) www.poa-info.org/index.php?l=en
(19) Tatjana Lazarević, Osservatorio sui Balcani, 29/8/2008
(20) Antonio Ferrari, Corriere della Sera, 24/4/2005
(21) Carlo Brevi , Luogo Comune, 11/4/2005
(22) Alketa Alibali, Rinascita Balcanica, 1/4/2008

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