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FABIO VENERI

Giancorrado Barozzi, nato nel 1950, storico di formazione e dal 1986 al 2000 ha diretto l'attivit
scientifica dell'Istituto Mantovano di Storia Contemporanea. I suoi interessi primari da studioso
sono legati all'antropologia e alla storia della cultura popolare. Fin dalla fine degli anni sessanta si
origin in lui l'interesse per queste discipline andando alla ricerca dei cosiddetti folisti,
raccontatori di storie e fiabe in dialetto mantovano. Con un magnetofono a bobine inizi a
registrare le storie di queste persone, alcune delle quali erano state protagonisti dei fils nelle
stalle in campagna. Attualmente si sta occupando, per l'Archivio di Etnografia e Storia Sociale della
Regione Lombardia, di digitalizzare la sua nastroteca raccolta negli anni. Ha curato molte
pubblicazioni ed oggi direttore di una collana di saggi antropologici. Giancorrado dunque uno
straordinario collettore di cultura, spinto negli anni a conservare racconti e storie che altrimenti
sarebbero andate perdute per sempre. In questa testimonianza, ripercorriamo gli anni giovanili in
cui lo studioso ci racconta la scena creativa della fine degli anni sessanta a Mantova intrecciandola
con tanti ricordi personali imbevuti del fertile contesto sociale di quegli anni.

Giancorrado, innanzitutto ti voglio chiedere quali erano i luoghi, nella seconda met degli anni
sessanta a Mantova, dove si animava il contesto creativo cittadino dell'epoca.

E' in effetti importante, per rileggere quegli anni, considerare quali erano le occasioni e le sedi in
cui si realizzavano gli eventi. Alcuni di queste si svolgevano nei cosiddetti circoli giovanili, in cui
ci si ritrovava. Uno di questi, che anche io ho utilizzato, pur senza averne mai fatto parte, stato
l'UGM, l'Unione Goliardica Mantovana. L'UGM aveva sede nel ridotto del Teatro Sociale di Mantova.
Nel 1967 realizzai in quel luogo con alcuni amici un happening, che si chiamava Le tigri di carta.
Lo spettacolo era ispirato al film La chinoise di Jean Luc Godard. Avevamo deciso di realizzare
anche a Mantova la nostra chinoise attraverso una serie di scene e sketches di carattere politico
che durava meno di un'ora.
Con questo gruppo di giovani - che comprendeva, tra gli altri, oltre a me, Alberto Bernardelli, e
Ugo Zavanella, Anita Branzanti e Marzia Lugli - abbiamo cominciato a chiedere di rappresentare
questo il nostro spettacolo ad alcune compagnie che gestivano teatri in citt, tra cui la
Filodrammatica Campogalliani e il Teatro Minimo di Bruno Garilli. Non ci giudicarono ancora
pronti e ci rimandarono a settembre. Noi per eravamo convinti di quello che volevamo fare e
cos trovammo ospitalit presso l'UGM, che, senza farci pagare niente, ci concessero luso
temporaneo del loro salone la sala.
Un altro spazio della Mantova di allora, significativo oltretutto per la storia del beat nella nostra
citt in cui si esibirono, con vari complessi musicali, tra gli altri, Alberto Bernardelli, Alessandro
Gennari, Carlo Alberto Paterlini, era il Circolo Cittadino, da noi utilizzato pi per scopi ricreativi
che culturali o controculturali.

Il Circolo Cittadino aveva sede in Corso Umberto I a Mantova, aveva tra laltro un ampio locale
salone adibito a balera per il a sala da ballo. L, nei pomeriggi, se non sbaglio al di sabato o alla di
domenica, veniva offerto uno spazio ai in cui si esibivano i complessini mantovani per suonare ai
giovani per poter ballare. Questo del Cittadino era uno spazio estremamente importante per
l'aggregazione giovanile di allora. Alcuni di questi complessi, come ad esempio i Fuggiaschi, poi
fecero molta strada anche a livello nazionale, collaborando con il cantante Don Backy, del Clan di
Celentano. Ricordo che spesso andavamo anche nello scantinato del negozio di dischi di Paterlini,
dalle parti di Piazza 80 Fanteria, per ascoltare le prove di un complessino, che si chiamava Le
Ombre, in Piazza Ottantesimo Fanteria. Ricordo inoltre l'importante influenza musicale, per questi
gruppi, di complessi professionali doltre Manica, come ad esempio gli Shadows e, in seguito,
naturalmente, i Beatles e i Rolling Stones.
Successivamente, pi avanti, stato creato un nuovo circolo giovanile a Mantova, il Gabbia Club.
Uno degli animatori di questo circolo era Alessandro Zanella, un giovane uomo politico
dichiaratamente legato all'area della destra, quindi ad un area del tutto diversa dalla nostra da
quella, di sinistra, alla quale, gi allora, mi sentivo di appartenere. Zanella aveva creato questo
spazio in cui i giovani si potevano ritrovare: vi si realizzavano scenette di cabaret, sfilate di moda,
pomeriggi danzanti.
Bisogna poi considerare anche dove erano ubicate le che in citt vi erano anche numerose altre
sale da ballo. Una di queste, che ha cambiato molti nomi, era presso l'attuale Camera di
Commercio, nei pressi di Porta Pradella, che ricordo essere stata la prima balera in citt ad avere
le luci stroboscopiche e le lampade di Wood, che facevano sembrare fosforescenti tutti gli oggetti
bianchi. Un'altra sala era presso il Dopolavoro Ferroviario, di fronte alla stazione dei treni. E poi
ricordo anche il Circolo Valentini, sopra ai Giardini Valentini. Noi frequentavamo soprattutto questi
luoghi, pi che i dancing veri e propri, come era ad esempio Il Faro della Danza a Cerese, perch
qui suonavano i nostri amici.

Oltre alla musica, un altro linguaggio creativo importante nella Mantova di quegli anni era la
poesia.

Nello stesso periodo in cui frequentavamo le sale da ballo, alcuni di noi avevano cominciato a
scrivere poesie. Dunque, un altro momento di socializzazione era dato dal ritrovarsi a casa
dell'uno o dell'altro a leggere questi componimenti. Realizzavamo anche giochetti poetici copiati
dai surrealisti francesi, come il cadavre exquis, in cui ognuno scriveva un verso di una poesia e
poi piegava il foglio e lo passava all'amico, che ne scriveva un altro e cos via. Alla fine si leggeva
quello che era l'esito ne veniva fuori, potevano essere poesie che raggiungevano i 20 versi perch i
gruppetti che formavamo erano numerosi.
Era un Con alcuni amici avevamo formato un circolo poetico che, inizialmente, non aveva un
nome. Eravamo inizialmente in tre quattro, io, Alberto Bernardelli, Paolo Sproccati e Umberto
Rossi. Poi, con un ulteriore giovane poeta, Franco Tovagliari, avevamo pubblicato una plaquette di
poesia intitolata con i nostri nomi di battesimo. Riuscimmo a vendere interamente il numero di

copie saldando cos il nostro debito con la Tipografia Grassi che ci stamp a credito i volumi. A
dire il vero, e mi piace ricordarlo, questa tipografia ci accord fiducia perch gli avevamo detto che
avremmo potuto pagare tale debito solo a patto di vendere le copie. Ce le stamparono per pura
simpatia, pensando che, magari, non saremmo neppure riusciti a pagarli, il che non avvenne.
In questi anni di scuole superiori, Nel giro di un anno and incrementandosi il pubblico degli
appassionati di poesia che partecipava ai nostri readings. Il bacino di riferimento era quello dei
degli studenti che frequentavano i Licei Classico e Scientifico, delle Magistrali e dell'Itis. Creavamo
anche situazioni particolarmente suggestive, le nostre non erano solo riunioni nelle case private,
andavamo anche all'aperto, specialmente di notte, in riva al lago, alla luce della luna, a declamare
in modo molto romantico. Erano belle serate, a base di vino, di vin brul dinverno e di una lirica
in erba.
Era un Il gruppo era essenzialmente composto da maschi. D'altra parte, c' anche da dire che in
quegli anni la divisione tra i sessi era cosa piuttosto comune. Io, per esempio, tanto alle
elementari, quanto alle medie, quanto al Ginnasio sono stato in classe con soli ragazzi maschi.
Solo al primo anno di Liceo Classico un preside illuminato, Emilio Faccioli, decise di mettere
insieme maschi e femmine e creare le classi miste.
Chi partecip attivamente a questo gruppo era fu anche Antonio Moresco, che poi, nel tempo,
avrebbe sviluppato un'importante opera letteraria. Ricordo che lui aveva gi pronta all'epoca una
raccolta di poesie che si chiamava Fiches, come i gettoni per giocare alla roulette. Ce le lesse un
giorno e ci piacquero moltissimo. Lui, allora, era gi uno scrittore nato. Da queste riunioni
nacquero poi un paio di giornalini ciclostilati, in cui pubblicammo poesie e anche racconti. Si
intitolarono Un occhio in due che, da allora in poi, divenne anche il nome del nostro informale
circolo poetico. Il nome voleva indicare un'unit di visione all'interno del gruppo. In uno di questi
giornalini, ricordo che Moresco pubblic un bellissimo racconto intitolato Pisciare assieme, a
conferma della collegialit che caratterizzava il gruppo.
Con il 1969, con l'autunno caldo, abbiamo tutti quanti smesso di scrivere e abbiamo iniziato ad
impegnarci in politica. Fu una sorta di ripudio della scrittura poetica, in favore dell'impegno.
D'altra parte, una questione di fondo legata agli anni sessanta e settanta proprio l'intreccio tra
cultura e politica, che ha mobilitato sia le coscienze che la creativit della nostra generazione. Da
un punto di vista non ancora politico, ma perlomeno etico, un fatto importante fu l'alluvione di
Firenze che mobilit moltissimi giovani, anche mantovani, a sostegno della di quella citt in
difficolt. Da un punto di vista politico, fu invece il sessantotto a determinare lo spartiacque.

E arriv dunque proprio il sessantotto, l'impegno e l'attivismo anche nella tua vita.

Io, dopo il 1968, ho avuto la fortuna di conoscere un vecchio compagno anarchico qui a Mantova,
Vasco Finzi ed stata una folgorazione sulla strada di Damasco. Prima che dell'anarchia, mi
innamorai proprio della figura di questo ottantenne. Lo andavo a incontrare presso la sede del
Circolo anarchico Luigi Molinari in Via Govi, nella ubicato di fronte alla comunit israelitica. Finzi

stesso abitava presso l'ospizio israelitico di via Govi. L incontravo varie figure dellanarchismo
mantovano. Finzi ci raccontava la sua esperienza di partigiano ed emigrante ed da l che nata
anche la mia in me la passione non solo per l'anarchia ma anche per le storie di vita. Non aver mai
registrato le sue storie di vita con un magnetofono uno dei miei pi grandi rimpianti di
ricercatore studioso. Di Finzi, solo pi tardi, ai tempi in cui collaboravo con l'Istituto Mantovano di
Storia Contemporanea, sono riuscito a recuperare presso al l'Archivio Centrale dello Stato, il
fascicolo in cui l'Ovra, la polizia segreta fascista, negli anni venti e trenta, documentava i
pedinamenti nei suoi confronti. Qualcosa di pi della Qualche informazione sulla vita di Vasco
Finzi ci rimane quindi proprio attraverso questi fascicoli prodotti dalla Polizia.
Il Circolo Molinari ai quei tempi era un luogo dell'anima. C'era un piccolo cortile, un giardino pieno
di fiori, una vetreria e una scaletta che portava a due piccole sale che davano sul Rio, dove si
tenevano le nostre riunioni. A parteciparvi, con me, c'era anche, talvolta, Alessandro Gennari.

Puoi trasmetterci un ricordo di questa altra grande figura, prematuramente scomparsa, della
creativit della nostra citt.

S, certo, ricordo con piacere e grande simpatia questo amico. Alessandro Gennari aveva
frequentato con me le Scuole Elementari Ardig di Mantova. E gi alle elementari dimostrava di
avere grinta e personalit. Eravamo tutti molti scatenati durante le ricreazioni, dove potevamo
sfogare la compressione del esercitata su di noi dal sistema scolastico e anche sociale di quegli
anni. Poi, quando suonava la campanella, tornavamo tutti angioletti e rientravamo in classe buoni
buoni. Alessandro, per la ricreazione, era uno dei pi vivaci ed energici, gi da allora.
Negli anni sessanta suonava la chitarra in vari complessini. Lui aveva sviluppato una sua personale
visione dell'anarchia e del pensiero libertario. Era sicuramente molto distante dalle posizioni del
Partito Comunista. Ricordo una manifestazione nel 1968 tenutasi al Palazzo della Ragione a favore
della Cecoslovacchia, della Primavera di Praga, organizzata dalla Federazione Giovanile Comunista.
A tale manifestazione lui si present, provocatoriamente, con un cartello dove aveva disegnato
sopra, in simboli, falce e martello uguale svastica. Il servizio d'ordine dell'evento gli imped di
avvicinarsi all'oratore che parlava.
Altro episodio divenuto famoso quello di Gennari al Gabbia Club, dove organizz tenne una
serata di cabaret e musica. Durante la serata Sandro si soffi il naso con una bandiera tricolore. Fu
un gesto provocatorio per il quale venne denunciato per vilipendio alla bandiera. Aggiungo poi che
il mito musicale di Gennari era Fabrizio De Andr, con il quale, molti anni pi tardi, avrebbe scritto
a quattro mani il libro Un destino ridicolo, pubblicato da Einaudi.

Ed in questo clima sociale e politico caldo che ha origine La Ballata del Pinelli, uno dei brani
anarchici pi famosi del secondo novecento, ben noto in tutta la Penisola. Questa canzone nacque
a Mantova, nei giorni successivi ai tragici fatti della Questura di Milano dove mor, precipitando dal
quarto piano, l'anarchico Giuseppe Pinelli.

La Ballata del Pinelli fu scritta la sera del 20 dicembre 1969, il giorno del funerale di Giuseppe
Pinelli, nella sede del Circolo anarchico Gaetano Bresci di Mantova, che aveva sede in Via Tazzoli.
La sede disponeva di due stanze ed era ospitata in un palazzo molto vicino alla questura.
Mi ritrovai quella sera con Dado Mora, Flavio Lazzarini e Ugo Zavanella. Iniziammo ad improvvisare
le parole per una canzone di protesta. Alla fine, la melodia che fu scelta per musicare le parole fu
quella de Il feroce monarchico Bava. Conoscevamo bene questa melodia perch era tra i vinili
della collezione dei I dischi del Sole ospitati conservata presso la sede del Circolo Luigi Molinari.

Quella stessa sera, dopo averla scritta, siete andati a provarla in un circolo cittadino. In un'altra
ricostruzione dei fatti legati a quella sera, ho letto che fu il Circolo Virgilio in Vicolo Sapone tale
luogo.

Non lo ricordo con esattezza, ma molto probabile. Noi facevamo all'epoca dei blitz in questi
circoli di sinistra. C'era allora il Virgilio e poi c'era la terza sezione del Partito Comunista, il Circolo
Salardi. Noi ogni tanto andavamo in questi circoli per buttare il sasso in piccionaia, animavamo e
creavamo un po' di scompiglio tra un bianchino e una briscola. Ricordo che una sera con l'amico
Ottavio Franceschini in cui andammo in uno di questi circoli a leggere i manifesti del dadaismo di
Tristan Tzara avvolti in una bandiera rossa. La scampammo bella perch qualcuno ci scambi per
dei contestatori provocatori, per fortuna altri compagni ci presero in simpatia salvandoci dal
linciaggio. L'intenzione nostra era quella, da un lato, di portare elementi nuovi, di rottura, per di
portarla di metterli in circolazione l dove trovavamo operai, meccanici, quindi insomma la base
proletaria del PCI, c'era in noi, insomma, l'intenzione di continuare a dialogare e sentirci parte
della sinistra. Erano esperimenti di innovazione e tradizione che convivevano: la bandiera rossa e il
dadaismo, i fatti di Milano e la ballata del cantastorie e della recuperata dalla tradizione del
movimento operaio: era tutto un intreccio, improvvisato e allora inconsapevole, che per avveniva
in quella forma.
La diffusione della Ballata del Pinelli si realizz perch la portammo nelle sedi universitarie, a
Milano Lazzarini frequentava la Cattolica, io la Statale, Zavanella invece studiava a Trento e questo
permise una rapida trasmissione della canzone negli ambienti universitari. Poi il testo fu
pubblicato anche su Lotta Continua, divenne molto popolare e qualcuno ci fece pure dei dischi
come ad esempio Joe Fallisi.
La canzone sinserisce nel contesto di un lavoro di controinformazione che, come anarchici
mantovani, avevamo fatto organizzato rispetto ai fatti della Strage di Piazza Fontana e anche della
morte di Pinelli. Tutti in quei giorni sostenevano che i responsabili della Strage fossero gli
anarchici. Noi, partendo da una pregiudiziale di natura ideologica, ovviamente senza nessuna
nostra personale investigazione, ritenevamo che non aveva nessun senso per un anarchico
compiere un gesto simile. Ci impegnammo dunque in una grande opera di controinformazione in
quel periodo, con bandiere rosse e nere, dazebao e volantini per poter dire la nostra.

Per concludere questa ricognizione creativa negli anni sessanta, ci puoi dire qualcosa di quel
Circolo Arci Virgilio allora da poco aperto che aveva sede in Vicolo Sapone.

L'Arci Virgilio aveva un ampio cortile. Oltre questo cortile, c'era la sede vera e propria. Frequentavo
quel circolo con Zavanella e Lazzarini perch con loro realizzavo quello che allora chiamavamo un
lavoro politico legato alla diffusione delle idee anarchiche nel quartiere di San Gervasio.
Bussavamo alle varie porte e con loro chi ci apriva intavolavamo dei dibattiti estemporanei. Spesso
ad ascoltarci erano i perditempo, quelli che avevamo meno cose da fare. Ci eravamo comunque
radicati in quella zona cittadina e avevamo creato anche una certa audience. Lo stesso facemmo a
Te Brunetti, altro quartiere popolare di Mantova. Scambiavamo pareri, magari con vecchi comunisti
o persone anziane che avevano fatto la Resistenza.
I circoli allora erano essenzialmente delle osterie dove si giocava a carte e si beveva un bianchino.
In alcuni si giocava anche a scacchi. C'era vita da bar, per ogni tanto l dentro succedeva
qualcosa dinsolito. Magari potevano essere le nostre provocazioni, oppure qualche compagno
cantava si metteva a cantare delle canzoni politiche. Si parlava molto, soprattutto con i vecchi
compagni, e quindi alla fine possiamo dire che fu una scuola di dialettica politica anche per noi
pivelli. Era l che si sentiva il polso della situazione della base del PCI.
Frequentavo il circolo durante gli anni dei miei studi universitari, ricordo tuttavia una mia presenza
assidua in questo e altri circoli il sabato e la domenica quando tornavo a casa da Milano. Capitava
dunque che si andasse a trovare, anche con le proprie morose, al pomeriggio il gi citato Vasco
Finzi. Poi, dopocena, quando le ragazze non uscivano, per via del coprifuoco imposto dai loro
genitori, ci ritrovavamo in questi circoli a passare la serata tra uomini.