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Tesina “Analisi delle forme compositive e

performative del jazz– Biennio 1”


“Progressive e jazz: una fusione quasi dimenticata”
1. Accenni storici:

Conosciuta anche come musica prog o prog rock, il rock progressivo è un


genere di musica rock che si è evoluto dal rock psichedelico britannico degli
anni ‘60 e diffusosi in Italia, Germania e Francia fino a metà del decennio
successivo.
Esso nacque dall’esigenza di dare alla musica rock maggiore spessore
culturale e una credibilità superiore a quella che gli era stata conferita sino ad
allora.
Il suo nome indica la progressione del rock dalle sue radici blues a un livello
di maggiore complessità e varietà armonica, melodica e compositiva, quindi
ci si inizia a distaccare dalla classica struttura “popolare” tipica della Tin Pan
Alley in favore di tecniche che si avvicinassero di più alla musica classica, a
quella colta e al jazz.
Infatti, generalmente i brani presentano lunghe suite (che potevano arrivare a
durare anche l’intera facciata di un disco LP, quindi oltre i 20 minuti).
La progressive conobbe il suo picco di popolarità nella prima metà degli anni
‘70 con l’affermazione (anche commerciale) di gruppi britannici quali Jethro
Tull, EL&P, Gentle Giant, Yes, King Crimson, Van Der Graaf Generator,
Camel, Genesis.
Questo genere andò sempre più scemando alla fine del decennio. Le cause
sono molteplici, tra cui il punk rock e il nuovo avvento della disco music, e lo
stile dei giovani richiamato dalla celebre figura di Tony Manero ne La febbre
del Sabato sera.

Durante gli anni ‘60 negli Stati Uniti ci fu uno sviluppo musicale che si
distaccò dai canoni R’n’R. Già nel ‘65 The Byrds, elettrificando le ballate di
Bob Dylan, avevano dato vita al folk rock.
Da quel punto partivano gruppi come Grateful Dead, Jefferson Airplaine e
Buffalo Sprinfield: in altre parole, si diede vita al West Coast Sound.
Dall’altra parte della costa, gli intellettuali underground newyorkesi avevano
elaborato la filosofia della “controcultura” che andava contro le regole
dell’establishment.
Il mito dell’Americany of life way, del successo e del denaro venivano ritenuti
come i mali da cui difendersi, proponendo la droga, il sesso e la creatività
artistica come rimedi per liberare il corpo e la mente dalla schiavitù
dell’alienazione. Da queste istanze nacquero gruppi come i Fugs e i Velvet
Underground.
In Inghilterra invece, il percorso artistico dei Rolling Stones, degli Who e dei
Kinks era esplicativo dello sviluppo del beat.
Ma soprattutto dei Beatles che già nel 1965 introducevano con Norwegian
Wood le sonorità di un sitar, e l’anno dopo con l’originale uso degli archi
componevano la classicheggiante Eleonor Rigby, seguito dall’illuminante
arrangiamento con trombino e flauto di Penny Lane del 1967.
I Traffic fu da molti ritenuta la band progressiva per eccellenza per la miscela
di grande classe a base di blues, jazz e folk che riuscivano a produrre.

2. Lo sviluppo della progressive in Italia:

All’inizio degli anni Sessanta, le produzioni discografiche in Italia era


improntate verso uno stile disimpegnato: la scoperta del ritmo (dal twist
all’hully gully allo shake) rappresentavano appieno gli umori di una società
che sulla spinta del boom economico desiderava soprattutto divertirsi.
In sostanza, il rock in Italia non si era per niente sviluppato, ma ci fu un
gruppo tra tutti, Le Stelle di Mario Schifano, nato dall’incontro di quattro
musicisti romani con il grande pittore visionario. Un connubio (che richiama
quello avvenuto a New York tra Andy Warhol e i Velvet Underground) dal
quale nacque il primo disco del rock psichedelico italiano “Dedicato a...”
(BDS, 1967).
Un disco esemplare in cui si sviluppano atmosfere surreali, distorsioni e una
lunghissima suite dal titolo Le ultime parole di Bradamante, dall’Orlando
Furioso, ospite Peter Hartman, e fine, da ascoltarsi con tv accesa senza
volume.
Lo stesso Schifano per la copertina dipinse le stelle che in quel periodo
caratterizzavano tutti i suoi lavori, e la limitatissima stampa di sole 500 copie
lo ha fatto divenire un oggetto di culto ricercatissimo dai collezionisti.
Ma furono i New Trolls, Le Orme e la Formula Tre ad avere i primi veri
riscontri di pubblico proponendo sonorità rock.
Le Orme con il singolo Milano ‘68 battevano la strada della psichedelica,
mentre gli altri due erano più indirizzati verso l’hard rock.
Intanto, nel ‘68 si faceva avanti anche la filosofia della “controcultura” e così
anche le situazioni più tradizionali vennero prese di mira dalle dimostrazioni
degli studenti: Dario Fo organizzò un contro-festival di Sanremo con canti di
rivolta contro una società che “addormenta e imbesuisce”.
Nella rivoluzione era compresa l’idea di abbattere la classica “forma
canzone”, a favore di strutture più libere e disinibite da rigide regole
convenzionali.
Cominciarono a scomparire le classiche serate che si svolgevano soprattutto
nelle balere e nei dancing, dove ai gruppi veniva imposto di far ballare gli
avventori secondo la rigida regola “tre lenti e tre veloci” per incentivare le
consumazioni al bar. Inoltre era severamente proibito avere aspirazioni
solistiche o fantasie musicali, per cui c’era un severo richiamo da parte del
gestore e addirittura, il licenziamento.
In Italia, oltre alla difficoltà nel trovare un luogo dove poter suonare la nuova
musica rock, ancora più difficile era comporla non potendo contare su una
tradizione blues.

In più utilizzare una lingua come l’italiano, diversissima dall’inglese,


significava modificare l’approccio tradizionale e sviluppare un metodo di
scrittura da adattare alle nuove esigenze metriche.
Non fu facile coniugare la melodia e la metrica italiana alla ritmica e alle
sonorità del rock, ma grazie alla coppia Mogol-Battisti si forgiò una
convincente sintesi musicale.
I primi luoghi in cui finalmente si iniziò a suonare liberamente il rock furono i
raduni e i festival che in quegli anni cominciarono a proliferare in ogni parte
d’Italia, e i giovani parteciparono in massa a queste numerose manifestazioni,
non solo per fare esperienza della musica, ma per incontrare altri giovani con
cui confrontare le proprie idee.
Il desiderio di aggregazione rappresentava la voglia dei giovani di urlare al
mondo la loro esistenza e la loro diversità rispetto ai loro padri.

3. Luis Bacalov:

Sicuramente uno dei maggiori esponenti che caratterizzò composizioni


italiane memorabili, all’interno di tutto il decennio, fu Luis Bacalov.
Direttore d’orchestra e arrangiatore di estrazione classica naturalizzato
italiano, si accostò al rock per dare vita con i New Trolls al terzo album
pubblicato in studio (Fonit/Cetra) nel 1971 “Concerto Grosso”.
Per questo lavoro Bacalov iniziò a scrivere una partitura che avesse due
caratteristiche, ovvero quello della musica Barocca settecentesca italiana, il
cui modello era in qualche modo Vivaldi, e un gruppo rock che intervenisse (a
volte brutalmente e altre in armonia), interagendo così con un mondo di due
secoli fa. Questa infatti, è la matrice dell’intero lavoro.
Il lato A dell’album presenta l’omonimo concerto grosso, suddiviso in quattro
capitoli, i cui primi tre costituiscono il concerto vero e proprio, secondo la
tipica tripartizione del concerto barocco.
• Il primo capitolo, “Allegro”, è interamente strumentale e deriva da un
brano che Bacalov aveva già usato senza arrangiamenti rock, per le
musiche del film “Cuori Solitari”.
• Il secondo capitolo, Adagio (Shadows), presenta un testo inglese
scritto dal produttore Sergio Bardotti. L’ultimo verso cita un frammento
del celebre monologo dall’Amleto di Shakespeare, riportato anche nella
copertina.
• Il terzo capitolo, Andante con moto, è per la maggior parte
strumentale, e l’unico passaggio cantato riprende la citazione
shakespeariana del movimento precedente con il quale condivide
anche il finale eseguito al clavicembalo.
• Shadows (per Jimi Hendrix), ultimo capitolo della suite, è una
rivisitazione del secondo movimento eseguita dai soli New Trolls con
un arrangiamento che rende omaggio a Jimi Hendrix, scomparso
l'anno prima. Il cantato recupera la strofa della già citata My Shadow in
the Dark per poi riproporre a più voci tutto il testo dell'Adagio. Il brano
culmina in un lungo assolo di chitarra elettrica di Nico Di Palo, eseguito
appunto nello stile di Hendrix.
Il lato B dell'album è interamente occupato da venti minuti continui di
musica incisi dai New Trolls in presa diretta e senza orchestra, la cui
sezione conclusiva consiste in un assolo di batteria di Gianni Belleno
della durata di quasi sette minuti, che sfocia poi in un breve finale.
4. I Perigeo:

Nel caso dei Perigeo non c’è un apertura del rock verso nuove forme
musicali, semplicemente, è l’antica scuola del jazz che si avvicina alla forza
espressiva del rock.
Un gruppo questo di natura prevalentemente fusion oltre che progressive,
fondato dal leader contrabbassista Giovanni Tommaso, seguito da alcuni
dei migliori elementi del jazz nazionale, tra cui Franco D’Andrea al piano,
Bruno Biriaco alla batteria, Claudio Fasoli al sax e Tony Sidney alla chitarra
(l’unico di estrazione non jazzistica): una fusione che produrrà una delle
proposte più originali della storia della musica italiana.
Da un intervista pubblicata nel libro della “Storia della musica progressive
italiana”, Tommaso racconta: “Ancora non si erano neanche formati i Weather
Report che in molti hanno insinuato fossero il nostro modello.
Per me in quel periodo, al di sopra di tutti, c’era Miles Davis che aveva fatto
degli esperimenti illuminanti, ed è a lui che devo il mio desiderio di
cambiamento.
Lee Konitz in particolare, pensava fossi andato via di testa. Lui conosceva
molto bene sia me che D’Andrea, ma ci sono voluti ben vent’anni perché lui si
ricredesse su di noi. Nel ‘73 abbiamo suanato alla prima edizione di Umbria
Jazz”.
Tra tutti, ho scelto di citare il secondo album pubblicato in studio dalla RCA
italiana nel 1973, Abbiamo tutti un blues da piangere, album premiato dalla
critica discografica nel 1973.
L’album comprende in totale sette tracce, ricche di sonorità espressive, con
scelte armoniche assolutamente inusuali per l’epoca e per il genere rock.
5. Gli Osanna:

Grazie ad un affascinante miscela di rock, jazz e folk napoletano, hanno


dimostrato come il rock progressivo poteva affrancarsi da quello
anglosassone, creando una musica originale e allo stesso tempo legata a
sonorità mediterranee, che svilupperanno soprattutto nell’album “Palepoli”
(Fonit/Cetra 1973).Con il saxofonista Elio D’Anna, si aggiunse quella sonorità
che richiamava soluzioni dal sapore jazz, in quanto l’improvvisazione aveva
sempre grossi spazi nei loro lavori.
Gli Osanna sono determinanti anche per lo sviluppo del rock nazionale, in
quanto sono stati i primi a credere nella strada della contaminazione
musicale, esplorando le sonorità napoletane e introducendo quel concetto di
etno-musicadi cui oggi si parla tantissimo. Fondamentali, inoltre, per aver
curato l’aspetto visivo durante i loro spettacoli, rappresentando teatralmente
la loro musica: quelle maschere che indossavano richiamavano sia alla
maschera pulcinelliana sia a quella pirandelliana, che ruotava intorno ai valori
dell’ipocrisia. L’utilizzo di questi simboli era un modo per raccontare la loro
musica in maniera più forte.
Essi iniziarono con alcune melodie napoletane che si intrecciano con altri
linguaggi: l’esempio è sempre riportato nell’album sopra citato, che
comprende tre brani in cui soprattutto nel primo, Oro Nero, e nel terzo sono
riportati diversi stili e cambi di tempo. L’intendo era anche quello di evitare
che la musica accompagnasse tradizionalmente il testo.
Palepoli fu anche messo in scena e rappresentato insieme a dei mimi su
regia di Antonio Neilwiller e Mario Martone, che fece il teatro d’avanguardia a
Napoli.
6. Il Canzoniere del Lazio:

Personalmente, questo è uno dei gruppi in cui mi sono imbattuta e che più mi
ha affascinata.
Sempre parte del grande filone dell’era progressive, e fondato inizialmente da
Piero Brega Il Canzoniere del Lazio nasce a Roma nel 1972 con l’intento di
operare come collettivo di ricerca e riproposta della musica di tradizione
popolare, attraverso un grande lavoro di ricerca e documentazione politica su
materiali provenienti dall’ambiente proletario e contadino, a stretto contatto
con il Nuovo Canzoniere Italiano e con lo studioso e ricercatore Alessandro
Portelli.
L’intendo del gruppo, era quello di riuscire, con strumenti anche diversi, a
dare un volto nuovo alla musica popolare.
Il disco del 1974 pubblicato dalla Intigo “Lassa sta sa creature”, include
elementi rock e jazz: basta pensare che l’organetto, come strumento portante
del ballo e di tutti i ritmi popolari, a sua volta era l’erede della zampogna. Nel
momento in cui volevano ripristinare l’apporto ormai mancante della
zampogna,hanno aggiunto due saxofoni (tra cui il grande jazzista Maurizio
Giammarco) a un violino proprio per aggiungere questi tre suoni continui che
rappresentavano proprio le tre canne della zampogna. Questo è il lavoro ed il
lato più sperimentale della band, enfatizzato ancor di più nel successivo
Spirito Bono, dove trova spazio la chitarra elettrica di Peter Kaukonen (già
collaboratore dei Jefferson Airplane) che produce anche il disco.
7. Gli Area:

Nessuna etichetta può racchiudere la band italiana che più di tutte, ha saputo
cambiare radicalmente l’approccio nei confronti della musica, soprattutto in
un Paese dove questo genere musicale non aveva alcuna radice.
Nel loro disco d’esordio “Arbeit Macht Frei” (Craps 1973), il cui titolo
riprendeva una frase scritta all’ingresso dei lager nazisti “Il lavoro rende liberi”
è evidente una sperimentazione che spazia dal rock al jazz, a quelle
elettroniche ed alle influenze etniche balcaniche.
Ne Luglio, Agosto, Settembre (nero) la voce araba introduceva dei ritmi
dispari, mentre ne L’abbattimento dello Zeppelin i suoni elettronici prendono il
sopravvento ed il canto di Demetrio sfuggiva ad ogni modello pop. A dare un
aria eterogenea a tutto l’album è il sax del belga Eddie Busnello, che per i
suoi problemi comportamentali, legati all’alcolismo, lascerà le sue memorabili
incisioni soltanto in questo primo album. Dopo anche l’uscita di Patrick Djivas
al basso, segue la formazione di Giulio Capiozzo alla batteria, Ares Tavolazzi
al basso, Paolo Tofani alla chitarra, Patrizio Fariselli tastierista.
Con l’album “Crack” (Cramps 1974), che contiene l’emblematico Gioia e
Rivoluzione, gli Area diventano il simbolo delle utopie e del desiderio di
rivoluzione che aleggiava in quelli che sono ricordati come gli “anni di
piombo”.
In “Maledetti” (Cramps 1976) prendono vita tutta una serie di collaborazioni
tra cui con il sopranista Steve Lacy.
Ultimo disco uscito postumo alla morte di Demetrio Stratos è “Tic & Tac”
(CGD/Ascolto 1980), disco interamente strumentale che ha tutti i segni
distintivi per essere descritto più che come un disco progressive, come disco
fusion. Al sax era presente uno strepitoso messaggero di questo tubo di
ottone, scomparso prematuramente 9 anni dopo: l’ineguagliabile Larry
Nocella.

8. Conclusione:
Questo lavoro di ricerca e di ascolto, a cui mi sono dedicata dai primissimi
mesi di questo anno, è nato ascoltando un brano dei fratelli Brecker dal titolo
Straphangin’. Di lì la mia curiosità di cercare qualcosa di simile a quelle
sonorità non convenzionali si è sempre fatta più strada, e così, per puro caso,
sono arrivata ad ascoltare il primo album “Milano Calibro 9” degli Osanna,
che ha dato il via alla mia voglia di conoscere, di esplorare, di capire, e
soprattutto di ascoltare qualcosa di mai udito. E l’ho fatto con l’ottica di
comprendere prima la storia della musica del mio Paese.
A differenza di come possa apparire, questo lavoro è stato di estrema
ispirazione per la composizione di un mio brano, ed è molto legato alla mia
visione della definizione “jazz”. Per me è jazz qualsiasi stile, tradizione, colore
che abbia la forza di dare vita a qualcosa, che si avvale della facoltà di
entrare in un usanza popolare, e con estrema gentilezza, portare la sua
caratteristica improvvisativa che orna ciò che è bello, rendendolo ancora più
bello.
E quando, solitamente, mi sforzo di essere più precisa o convincente sulla
definizione di jazz, mi rifaccio alla citazione più bella, e del più grande
maestro di “jazz” di tutti i tempi: “Che cos’è il jazz? Amico, se lo devi
chiedere, non lo saprai mai”.

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