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Università di Roma La Sapienza

Facoltà di Filosofia

Corso di Laurea in Filosofia

TESI DI LAUREA

“Volontà di potenza: relazioni tra corpo reattivo in Nietzsche e singolarità


tecnologica”

Candidato: Relatore:

Sebastiano Scròfina Prof. Luciano Albanese

a.a. 2007/2008
Indice

Abstract/Introduzione pg. 4

Capitolo I: “Volontà di potenza, forze e corpo reattivo in Nietzsche” pg.5

Capitolo II: “La singolarità tecnologica“ pg.12

Capitolo III: “Società dell'abbondanza“ pg.18

Capitolo IV: “L'ultimo uomo” pg.22

Capitolo V: “L'alternativa postumana e la generazione di nuovi valori“ pg.26

Capitolo VI: “L'ultima parola“ pg.35

Capitolo VII: “Accelerando“ pg.40

Bibliografia pg.46
Introduzione/Abstract

A partire dal concetto nietzscheano di volontà di potenza si analizza in questa tesi il

valore e le possibili conseguenze della singolarità tecnologica di Kurzweil, intesa come

improvvisa esplosione dell’intelligenza e delle possibilità a disposizione dell’uomo, e come

necessaria conseguenza dello sviluppo esponenziale del progresso tecnico. Adoperando gli

strumenti di Nietzsche per analizzare un mondo post-singolarità, emerge come esso sarebbe

il mondo dell’”ultimo uomo”, di quel corpo reattivo che ha assoggettato caso e caos del

divenire fino a poter vivere un tempo indefinito, e in cui si esprime al massimo la reattività

del fenomeno umano. Se quindi il dominio tecnico sembrerebbe essere il prezzo pagato alla

possibilità dell’oltreuomo, nella seconda parte della tesi si prende in considerazione

un’alternativa. Analizzando i possibili scenari di “economie post-singolarità” si metterà in

luce come questi potrebbero essere terreno fertile per un cambiamento di segno delle forze

reattive che sono alla base del rapporto attuale tra l’uomo e l’economia stessa.

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Capitolo I

Volontà di potenza, forze e corpo reattivo in Nietzsche

"L'uomo in quanto pluralità di "volontà di potenza": ognuna con una pluralità di mezzi di

espressione e di forme" [Nietzsche, Frammenti postumi 1885-86, 1 (58)].

Friedrich Nietzsche mette ben presto al centro della sua ricerca il corpo, che userà come filo

conduttore dei suoi studi. Se l'uomo è pluralità di volontà di potenza, questo vuol dire che non

ci sarà più spazio per concetti come quello di "soggetto" o quello, più volgare, di "anima".

Queste astrazioni si basano infatti sulla presupposizione di un “continuum” che è tale solo in

apparenza, solo quando il soggetto osservatore è l'Io cosciente. Nietzsche chiarisce meglio

questo punto nella famosa nota intitolata "Morale e fisiologia":

"Noi pensiamo che sia per una conclusione prematura che la coscienza umana sia stata per

così lungo tempo considerata come lo stadio supremo dello sviluppo organico e la più

stupefacente delle cose terrestri [...]. Ciò che c'è di più stupefacente è piuttosto il corpo: non si

finisce di ammirare come il corpo umano sia divenuto possibile: come una tale riunione

prodigiosa di esseri viventi, tutti dipendenti e obbedienti ma, in un altro senso, comandanti e

agenti per volontà propria, possa vivere come tutto, crescere e sussistere per qualche tempo-:

e manifestamente questo non succede certo grazie alla coscienza! Di questo "miracolo dei

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miracoli", la coscienza non è che uno "strumento" e null'altro - nello stesso senso in cui lo

stomaco è uno strumento" [Nietzsche, Frammenti postumi 1885-86, 37 (4)].

La coscienza come organo, funzione, sintomo del corpo, è dunque da comprendersi a partire

dallo studio di quest'ultimo. Se ciò che comunemente chiamiamo "soggetto", "anima" non è

che il risultato di incontri e scontri tra "forze", si comprende ora il motivo che spinse il

filosofo ad occuparsi innanzitutto di fisiologia.

Il corpo è una pluralità fluente, come vedremo, e di questa pluralità bisognerà comprendere i

meccanismi di funzionamento.

Per poterlo fare va innanzitutto chiarito il rapporto tra il concetto di "volontà di potenza" e

quello di forza. Abbiamo già visto come l'uomo venga definito "pluralità di volontà di

potenza" e abbiamo parlato del corpo come dominio di "forze". Per capire quale differenza

corra tra le due definizioni dobbiamo segnalare quanto secondo Nietzsche il concetto di forza,

come definito nelle scienze fisiche, fosse ancora incompleto: "bisogna attribuirgli un volere

interno che io designerò col nome di "volontà di potenza" vale a dire come insaziabile

esigenza di manifestazione di potenza" [Nietzsche, Frammenti postumi, 1885, 36 (31)].

La volontà di potenza, pulsione creatrice e - in effetti - unica fonte di tutte le pulsioni, è ciò

che è in seno alla forza, e quest'ultima agirà sempre su un'altra forza.

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Tutto può essere ricondotto a forze, innanzitutto lo spazio. Prendendo le mosse dalla visione

aureiana, dove il volere unico ed infinito agisce su muscoli e nervi come su di una materia

inerte, in Nietzsche non esiste un unico volere. Al contrario esistono innumerevoli forze, tutte

- come vedremo - volenti, ma di numero finito. Comprendiamo ora perchè nella visione del

filosofo lo spazio sia considerato finito esso stesso, dal momento che coincide con la forza.

"Forza" e "spazio" non sono che due espressioni e modi di considerare la stessa

cosa"[ Nietzsche, Frammenti postumi, 1885, 36 (25)].

Non solo lo spazio ma anche il tempo - infinito - andrà ricondotto all'essenza della forza, vale

a dire alla volontà di potenza. Effettivamente, in mancanza di equilibrio generale, "la forza

non può restare immobile, il "cambiamento" appartiene alla sua essenza e con esso la

temporalità" [Franck, Nietzsche e l'ombra di Dio, pg.141].

Ogni forza porta con sè una sua prospettiva sotto la quale esprime valutazioni e dà luogo a

interpretazioni e creazioni di senso. E' in quest'ottica che - parlando dell'uomo - non si può più

far uso del filo conduttore di un "soggetto": ormai dovremo parlare di innumerevoli soggetti,

che sono forze, che si incontrano nel luogo dove nasce il senso.

Il corpo sarà dunque da considerarsi come una formazione di dominio, dove dominare

coincide con organizzare, di una determinata quantità di forze strutturate gerarchicamente.

Nel caso in cui la potenza organizzatrice non riuscisse più a dominare avrà luogo la scissione

del corpo e la nascita di un nuovo dominio.

Affermare che ogni forza porta con sé una sua prospettiva significa affermare che ogni forza

"vuole", "pensa", "sente". Queste tre attività, all'apparenza distinte, sono considerate da

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Nietzsche l'essenza dell'attività della forza nel momento in cui crea del senso.

Possiamo ora chiarire più nel dettaglio quanto accennato sulla riconducibilità delle pulsioni

alla volontà di potenza. Più precisamente la volontà di potenza - esprimendosi nella forma

della forza - dà sempre luogo a valutazioni. Il solidificarsi nel tempo di queste valutazioni

determinerà l'emergere di ciò che definiamo come pulsione.

"Le pulsioni sono gli effetti posteriori di valutazioni conservate da molto tempo, che ora

agiscono istintivamente come un sistema di giudizi di piacere e di dolore. Dapprima

costrizione, poi abitudine, poi bisogno, poi tendenza naturale (pulsione)" [Nietzsche, Umano,

troppo umano, §99].

Così come per Nietzsche non ha senso parlare di "soggetto" o di "anima", così non avrà senso

parlare di "natura": vi è stato un momento in cui ciò che oggi è considerato naturale non lo era

ancora. Dovremo dunque analizzare la genealogia dei fenomeni per coglierne sempre la

dimensione fondamentale, ovvero quella storica.

Sulla scorta di queste definizioni di base possiamo passare ad esaminare il criterio della

ricerca nietzscheana. Riprenderemo ora la lettura di Gilles Deleuze, che con la sua opera

"Nietzsche e la filosofia" ha scritto una pagina fondamentale nell'esegesi del pensiero del

filosofo tedesco.

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Il filosofo francese mette in primo piano un criterio differenziale fondamentale per carpire

l'essenza del prospettivismo, l'arte nietzschiana di ricostruire il senso immedesimandosi nelle

differenti prospettive delle varie forze che si uniscono nel dar luogo a questo o quel

fenomeno.

Stiamo parlando dell'elemento differenziale attivo/reattivo. Le forze, che sicuramente si

distinguono tra loro su base quantitativa (si parla infatti di "quanta di forza"), hanno però

anche una fondamentale differenza qualitativa.

Sono chiamate forze attive quelle che tendono spontaneamente all'espressione della potenza,

mentre quelle reattive manifesteranno la potenza solo se eccitate da uno stimolo esterno.

"Bisogna avere un criterio, io distinguo attivo e reattivo" [Nietzsche, Frammenti postumi

1887-8, pag. 111].

Abbiamo passato in rassegna, seppur sommariamente, alcuni tra i capisaldi del pensiero di

filosofo di Röcken per poter affrontare con gli strumenti adeguati la questione del "corpo

reattivo".

Dobbiamo questa definizione al filosofo francese Didier Franck, la cui opera "Nietzsche e

l'ombra di Dio" ha ispirato l'impostazione della struttura di questa introduzione al pensiero

nietzschiano.

Per corpo reattivo si intende quella formazione di forze improntata innanzitutto al valore

dell'autoconservazione e solo in secondo luogo a quello dell'autoaccrescimento. E' la

definizione di ciò che per Nietzsche è tipicamente umano.

Alla radice di questo fenomeno vi è un originario e fondamentale atto di reazione all'unica

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immutabile verità, ovvero il continuo mutare di tutte le cose. La caoticità del divenire

pretende un determinato stato di salute per poter essere tollerata e compresa in tutta la sua

ricca complessità. In caso contrario l'organismo debole darà luogo ad una reazione allo

stimolo al fine di non soccombervi.

La forma che nell'uomo prende questa reazione è per Nietzsche quella della paura. Alla paura,

ma forse sarebbe meglio dire al sublime terrore, che gli uomini provano per il divenire si

reagisce con l'assimilazione del simile in identico.

"Una certa grossolanità dell'intelletto, una forma di stupidità è dunque all'origine della logica"

[Franck, Nietzsche e l'ombra di Dio, pag. 216].

Quest'approssimazione, l'approssimazione che darà poi luogo al concetto di "sostanza",

porterà d'altro canto vantaggi fondamentali sul piano evolutivo, dal momento che essere in

grado di assimilare l'identico per quanto riguarda gli animali ostili o il nutrimento, costituirà

un aiuto fondamentale sul piano biologico.

"Gli esseri che non vedevano con precisione avevano dei vantaggi su quelli che vedevano

tutto nel fluire" [Nietzsche, La gaia scienza, §111].

Il terrore di cui abbiamo accennato è quello di un organismo che, incapace di gestire lo

stimolo troppo complesso del divenire, si trova impossibilitato a relazionarsi col mondo

esterno, a procurarsi cibo, a sopravvivere.

Nasce così un intero apparato volto alla continua falsificazione del mondo. in opera finché

1
non si sarà creata una solida percezione di "realtà".

Nietzsche ci fa notare che ciò che percepiamo come "reale" è in effetti solo ciò che è "utile"

alla sopravvivenza di tutte le forze che compongono il nostro corpo. La volontà determina

l'illusione dei casi identici per poter sopravvivere e conquistare, ma questo non implica che la

logica coincida con la "realtà".

"Gli uomini cercano di evitare non tanto l'essere ingannati, quanto l'essere danneggiati

dall'inganno" [Nietzsche, Verità e menzogna in senso extramorale, in "La nascita della

tragedia", pg. 230].

In effetti non solo la logica, ma ogni giudizio, ogni verità, dovrà essere considerata con la

stessa cautela.

Il senso di sicurezza determinato da giudizi semplificatori come la logica o la verità, su cui

poggia la stessa tecnica nonché la civiltà democratica, è di qualità puramente reattiva, e il

corpo che incarna questi valori, definito "corpo reattivo", è l'antitesi dell'oltreuomo.

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Capitolo II

La singolarità tecnologica

La singolarità tecnologica è un ipotetico momento di progresso tecnologico senza precedenti-

tipicamente associato ad avanzamenti nella potenza di calcolo dei circuiti integrati e all'abilità

delle macchine di automigliorarsi grazie all'intelligenza artificiale.

1
(secondo Kurzweil il grafico logaritmico di 15 diverse list di cambi di paradigma per eventi

chiave nella storia umana mostra un andamento esponenziale. Fonte: Kurzweil Technologies,

Inc).

. Lo statistico I. J. Good nel 1965 parlò per primo di una "esplosione di intelligenza"

suggerendo che se le macchine sorpassassero, anche di poco, l'intelligenza umana, potrebbero

allora automigliorarsi in modi imprevisti dai loro progettatori. I primi tra questi miglioramenti

potrebbero essere poco rilevanti, ma col crescere dell'intelligenza delle macchine esse

diventerebbero più abili nell'aumentare la propria potenza, dando insomma luogo ad una

crescita esponenziale ed improvvisa dell'intelligenza.

L'autore Vernor Vinge diede poi ad un siffatto scenario il nome di "Singolarità", stabilendo

un'analogia tra la rottura delle leggi della fisica presso una singolarità gravitazionale e il

drastico cambiamento sociale che sarebbe causato da un'esplosione dell'intelligenza.

In uno dei primi usi del termine "singolarità" nel contesto del progresso tecnologico, il

matematico Ulam nel 1958 riferisce di una conversazione con il matematico John von

Neumann, riguardo all'accelerazione del cambiamento:

"Una conversazione ruotò intorno alla tema della continua accelerazione del progresso

tecnologico e dei cambiamenti nelle modalità di esistenza degli umani, che da lì impressione

di avvicinarsi a un qualche tipo di singolarità nella storia della specie, singolarità oltre la

quale gli eventi umani per come li conosciamo non potranno più continuare" .

1
Hawkins (1983) nel libro “ Mindsteps to the Cosmos” scrive che i "mindsteps", profondi e

irreversibili cambiamenti ai paradigmi delle visioni del mondo come l'invenzione della

matematica, della scrittura, del calcolatore, stanno accelerando nella loro frequenza come

quantificato nella sua "mindstep equation".

Raymond Kurzweil (2005), informatico e autore statunitense, alle cui opere faremo

riferimento in questo scritto, definisce la singolarità come un periodo di progresso tecnologico

estremamente rapido, conseguenza necessaria - secondo l'autore - dell'andamento a lungo

termine dell'evoluzione esponenziale nello sviluppo delle tecnologie informatiche. In

particolare l'autore è noto per aver generalizzato la cosiddetta "legge di Moore" che descrive

la crescita geometrica nella complessità dei semiconduttori integrati. Kurzweil, analizzando la

storia del progresso tecnologico precedente all'invenzione dei circuiti integrati, afferma che

esso segue una crescita esponenziale invece che lineare.

Secondo l'analisi storica dell'autore infatti, una volta esaurita la capacità di evoluzione di una

determinata tecnologia, sono sempre emersi nuovi paradigmi che, dando vita a loro volta a

nuove tecnologie, hanno permesso di proseguire quell'evoluzione esponenziale seguendo

nuove strade non ancora battute. Così come è successo in passato, secondo Kurzweil anche

nei decenni a venire assisteremo ad uno sviluppo geometrico in ambito tecnologico, secondo

quella che è stata definita la "law of accelerating returns".

Secondo questo scenario, la crescita esponenziale nella potenza di calcolo, insieme con gli

avanzamenti nelle tecnologie dell'intelligenza artificiale, nano tecnologie, e manipolazione

1
genetica, cambieranno intrinsecamente la natura di chi e cosa siamo. Gli esseri umani

verranno sostituiti da macchine senzienti, o molto più probabilmente fonderanno i loro corpi

con le macchine stesse. I summenzionati autori sostengono che la singolarità sarà il momento

in cui la specie umana supera una barriera di sviluppo tecnologico e diventa definitivamente

"postumana".

Kurzweil spiega la singolarità in questo modo: "è un periodo futuro durante il quale il ritmo

del cambiamento tecnologico sarà così rapido, il suo impatto così profondo, che la vita umana

ne sarà irreversibilmente trasformata... Questa epoca trasformerà concetti sui quali ci

appoggiamo per dar senso alle nostre vite, dai nostri modelli economici al ciclo della vita

umana, fino alla morte stessa. Entro poche decadi le tecnologie basate sull'informazione

ingloberanno tutta La conoscenza umana, comprese le capacità di riconoscere pattern, quelle

di risolvere problemi, la stessa intelligenza emotiva della mente. I cambiamenti che queste

tecnologie porteranno daranno luogo ad un momento di rottura nel corso della storia umana"

(Kurzweil, La singolarità è vicina, pg. 7-9,2005). Kurzweil prevede che questa trasformazione

accadrà non oltre l'anno 2049, mentre Vinge fissa il limite al 2030.

Secondo Kurzweil la ragione per cui lo sviluppo tecnologico segue un andamento geometrico

risiede nel fatto che la tecnologia, come la biologia, è un processo evolutivo. Si vuole qui

intendere un processo nel quale vengono create continuamente delle nuove possibilità che a

loro volta vengono usate dal processo stesso per autoaccelerarsi.

1
A partire dalla sintesi del RNA assistiamo anche in ambito biologico ad un processo di

evoluzione esponenziale: così come sono stati necessari miliardi di anni per dar luogo alla

suddetta sintesi, sono serviti "solo" 10 milioni di anni per assistere alla esplosione cambriana.

Secondo lo stesso schema possiamo analizzare l'evoluzione della nostra specie. Se, per quanto

riguarda la tecnologia, basterà ricordare che furono necessarie decine di migliaia di anni per

sviluppare tecnologie come il fuoco, la ruota, utensili basati sulla pietra, è forse più

interessante evidenziare una crescita esponenziale anche dell'aspettativa di vita.

Ricordare che solo due decenni fa per sequenziare lo HIV sono stati necessari 15 anni mentre

lo stesso processo è durato solo 31 giorni nel caso del virus della SARS (nel 2003), è per

Kurzweil funzionale nel chiarire che si parla dell'intero ambito tecnologico, e non solo di

quello delle tecnologie dell'informazione. Benché non sia possibile secondo l'autore poter

predire i singoli elementi di quello che accadrà, è però possibile prevedere l'andamento del

processo. La crescente miniaturizzazione porterà le macchine all'interno del corpo

(nanotecnologie), mentre sul piano genetico è prevedibile la manipolazione al fine di

modificare quegli aspetti della fisiologia che sono stati storicamente utili sul piano evolutivo

ma che non si dimostrassero più funzionali per l'uomo moderno. Analizzando la crescita

esponenziale delle informazioni a nostra disposizione sul funzionamento del cervello umano e

la parallela evoluzione della precisione degli strumenti di analisi dello stesso, Kurzweil

prevede inoltre entro i prossimi decenni la avvenuta decostruzione della struttura e dei

meccanismi di funzionamento della mente.

1
Kelly [How does technology evolve?, TED Conference, 2006] e Healy [R. Linklater, Waking

Life, 2001] prevedono che tra il dominio della biologia e quello della tecnologia si stabilirà

un rapporto di co-evoluzione in cui macchine e vita si accelereranno vicendevolmente dando

luogo a scenari oggi imprevedibili. Kurzweil, su questo punto, è ancora più radicale:

"Non ci sarà alcuna distinzione, dopo la singolarità, tra uomo e macchina o tra realtà fisica e

virtuale" (Kurzweil, La singolarità è vicina, pag. 9) .

Appare evidente come la singolarità sia dunque un pensiero di enorme portata e dalle

innumerevoli implicazioni.

"Comprendere davvero la singolarità" afferma Kurzweil "cambia irrimediabilmente la

prospettiva che si aveva sulla vita, e in generale cambia la vita stessa" (Kurzweil, La

singolarità è vicina, pag. 7).

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Capitolo III

L'abbondanza e la generazione di nuovi valori

Secondo il fisico ed economista R. Hanson (2008), sono numerose le "singolarità" che nel

corso della storia hanno profondamente influenzato lo sviluppo economico. Come nel caso

della rivoluzione agricola e di quella industriale, secondo l'autore un'innovazione che rendesse

inutile la gran parte del lavoro umano potrebbe aumentare la crescita economica dalle 60 alle

250 volte.

Un tale mutamento nei meccanismi della produzione economica potrebbe innescare

cambiamenti radicali nelle stesse definizioni di lavoro e ricchezza. Se oggi la ricchezza è

definita dal fattore del capitale e da quello del lavoro, in una società in cui il lavoro non fosse

più necessario ai fini della produzione si troverebbe costretta a ridefinire il concetto di

ricchezza.

Stallman (GNU Manifesto - Stallman, Richard; Dr. Dobb's Journal, March 1985) e Doctorow

(Cory Doctorow, Down and out in the magic Kingdom, TOR, 2003) definiscono "economia

post-scarsità": si vuole qui delineare, in modo solo apparentemente paradossale, la possibilità

di un sistema economico di gestione e allocazione di risorse sempre sufficienti a soddisfare le

necessità percepite dagli individui, laddove il termine stesso "economia" è oggi

indissolubilmente legato all’efficiente allocazione di risorse per definizione scarse, ovvero

sempre inferiori alle necessità percepite dagli individui.


Per chiarire il fenomeno delle "economie dell'abbondanza" non possiamo prescindere

dall'analisi di De Simone (2003), la prima ad aver definito in modo esauriente gli aspetti

teorici e pratici di uno scenario che, per quanto riesce a sfuggire all'intuizione comune,

potremmo definire una "singolarità economica".

Secondo De Simone è possibile trascendere il paradossale stato raggiunto dallo sviluppo

economico, dove sistemi ormai basati sulla produzione di conoscenza e non più di materia si

trovano però costretti a reificare la conoscenza stessa trattandola come merce, negando quindi

l'intrinseca infinitesimalità del suo costo marginale, penalizzando creatori, fruitori e

rallentando la diffusione dell'informazione nel sistema.

A questo fine sarà necessario, secondo l'autore, ridefinire la ricchezza come creatività,

recidendo quindi ogni legame con tempo e materia. Se la ricchezza non è materia, ne

consegue che essa non sia più accumulabile: viene così meno il carattere essenzialmente

reattivo del denaro, aprendo la strada a quello che De Simone disegna come "altra moneta",

un non-denaro che è flusso prima che stato, dove quindi, come nel caso del dono, ad una

maggiore capacità e forza di spendersi creativamente (e di spendere) non corrisponde

necessariamente un impoverimento.

Riprendendo le tesi del cosmologo e fisico Frank Tipler (1988), secondo cui le risorse sono

illimitate - quindi abbondanti ma, ovviamente, non infinite - sul piano fisico, nel senso che

sono sempre sufficienti per ciascuna unità vivente nel tempo della sua vita, De Simone

afferma:
"Il problema delle risorse deve essere posto su un piano culturale e non su un piano di mero

conteggio di esse data una determinata capacità di utilizzo. Questa, infatti, dipende dalle

conoscenze scientifiche, che hanno una capacità di crescita almeno pari alla crescita

dell'espansione della vita nell'universo" (De Simone).

Esempio concreto di abbondanza illimitata e pur tuttavia finita è l'energia solare: riceviamo

dal sole 3,850,000 exajoule di energia ogni anno, mentre il consumo energetico totale è

inferiore ai 440 EJ. (fonte: Wikipedia.)

Il fatto che quest'abbondanza non sia ancora accessibile dimostra la fondatezza

dell'affermazione che il problema delle risorse sia un problema "culturale", una questione non

oggettiva bensì prospettica.

Se da un lato anche Kurzweil nota come solo lo 0.3% dell'energia solare sarebbe sufficiente a

soddisfare i bisogni energetici umani previsti per il 2030, De Simone sottolinea come sia

necessario passare innanzitutto dalla ridefinizione del paradigma economico della scarsità,

che è essenzialmente incompatibile con la summenzionata abbondanza di energia, e quindi

non sarebbe - e infatti non è - in grado di relazionarvisi.

L'autore delinea un'economia dove - attraverso la ridefinizione del concetto di ricchezza e il

conseguente abbandono della riproduzione artificiale della scarsità - possa emergere

abbondanza anche di risorse limitate, ovvero misurate da un'unità di conto, come ad esempio

le informazioni oggi "protette" da proprietà intellettuale.

"Vedo quindi gli uomini liberi tornare ad alcuni dei principi più solidi e autentici della

religione e della virtù tradizionali: che l'avarizia è un vizio, l'esazione dell'usura una colpa,
l'amore per il denaro spregevole, e che chi meno s'affanna per il domani cammina veramente

sul sentiero della virtù e della profonda saggezza. Rivaluteremo di nuovo i fini sui mezzi e

preferiremo il bene all'utile. Renderemo onore a chi saprà insegnarci a cogliere l'ora e il

giorno con virtù, alla gente meravigliosa capace di trarre un piacere diretto dalle cose, i gigli

del campo che non seminano e non filano. Ma attenzione! Il momento non è ancora giunto.

Per almeno altri cent'anni dovremo fingere con noi stessi e con tutti gli altri che il giusto è

sbagliato e che lo sbagliato è giusto, perché quel che è sbagliato è utile e quel che è giusto no.

Avarizia, usura, prudenza devono essere il nostro dio ancora per un poco, perché solo questi

principi possono trarci dal cunicolo del bisogno economico alla luce del giorno. "

(J.M.Keynes, Esortazioni e profezie, pg. 282. La prima stesura del testo risale al 1930).

Come in campo economico, così in ambito medico si stanno delineando scenari di incredibile

progresso. Non stupisce quindi che si sia iniziato a discutere di "tempo di vita indefinito".

Secondo il biogerontologo Aubrey de Grey [de Grey, "Ending aging", 2007] entro pochi

decenni le scienze mediche diventeranno in grado di estendere il tempo di vita più

velocemente del suo stesso consumarsi, aprendo quindi la strada ad un tempo di vita

indefinito.
Capitolo IV

L'ultimo uomo

Come ha spiegato Franck, con l'eterno ritorno si vuole offrire un'alternativa.

Al dominio di Dio sulla carne, sul corpo che non deve volere ciò che vuole e deve

sottomettersi allo spirito, Nietzsche offre un'altra "nuova vita". Nuovo sta qui a significare

non più diverso, non più una resurrezione, ma ulteriore, identico.

Si vuole così superare metafisica e quell'estrema forma di nichilismo che è la religione

rivelata.

Nella "Genealogia della morale", e in particolar modo nella terza dissertazione sugli ideali

ascetici, Nietzsche chiarisce in modo inequivocabile come la sua analisi del fenomeno del

nichilismo, e quindi anche della scienza e della tecnica, riguardi più le origini e lo stato del

fenomeno piuttosto che le sue finalità.

In generale tutta l'arte del prospettivismo è mirata a ricostruire la genealogia di un fenomeno e

il suo senso a partire dalle forze che ne hanno determinato la nascita ed ogni successiva

reinterpretazione. D'altra parte non è in potere del genealogista pronunciarsi con certezza sul

senso che il fenomeno potrà acquistare in futuro, sul se, quando e quale forza possa volerlo

reinterpretare.

Sull'origine reattiva del fenomeno della scienza e della tecnica e sul suo nichilismo Nietzsche

si esprime chiaramente.
"Dominare il caos a partire dalla paura che esso provoca è dominare il mondo a contromondo,

in modo reattivo" [Franck, Nietzsche e l'ombra di Dio, pg. 257].

E sulla fisiologia degli scienziati:

"sia qui [nella scienza] che là [nell'ideale ascetico] un certo impoverimento della vita è il

presupposto - gli affetti divenuti freddi, il "tempo" rallentato, la dialettica al posto dell'istinto,

la gravità espressa nei volti e nei gesti" (Nietzsche, Genealogia della morale, pg.148).

"Conservarsi è mentire in piena coscienza e fare della conoscenza un imperativo della

conservazione, è insomma di fondare la conoscenza sulla paura della morte" [Franck,

Genealogia della morale, pag 245].

La logica è la struttura necessaria di un corpo organizzato per la propria conservazione, dal

momento che la sua vita corporea - segnata dalla cifra della debolezza - non può mantenersi

che al prezzo di una verità che ne eccede la misura, ovvero la verità del flusso.

"Questa "logica" questa "arte", è la nostra attività continua. Che cosa ha reso questa forza così

potente? Evidentemente il fatto che senza di essa e di fronte al miscuglio delle impressioni

nessun essere vivente potrebbe vivere [...] essi [i fisici] vogliono la regola perchè essa spoglia

il mondo dal suo carattere pauroso.”. [Nietzsche, Frammenti postumi 1885 34 (49) e 1886-7 5

(10)].

"Dominare il caos a partire dalla paura che esso provoca è dominare il mondo a contromondo,

premierin modo reattivo [...] la signoria tecnica del mondo è fondata su e contro la paura"

[Franck, Nietzsche e l'ombra di Dio, pg. 256-7].


Se quindi sulla genealogia del nichilismo non c'è molto da aggiungere, resta da capire quale

sia la prospettiva futura dello stesso.

Prima di poter rispondere a questa domanda dobbiamo prendere in esame le figure che si

interpongono tra quella del nichilismo negativo, l'uomo sotto la legge di Dio, e l'oltreuomo.

Se da un lato "l'uomo più brutto" è l'uomo reattivo che prende il posto di Dio, assassino di Dio

e immagine del nichilismo reattivo, l'"ultimo uomo" invece "è l'ultimo prodotto del divenire

reattivo, l'ultima specie in cui l'uomo reattivo, stanco di volere, si conserva" (Deleuze,

Nietzsche e la filosofia, pg. 261). Il nichilismo è ora negativo, e per lui comandare e ubbidire

sono divenuti penosi: la volontà di potenza si è fatta volontà di eguaglianza. Ormai

"determinato a restare allo stato di superscimmia" [Nietzsche, Frammenti postumi 1882-3, 4

(163)] i valori che lo regolano sono esclusivamente conservativi, e saranno incarnati quindi da

un corpo in cui le forze tendono al parificarsi, a un perfezionamento che è annullamento della

differenza. L'ultimo uomo "vuole far sopravvivere la sua schiatta, quella dei pidocchi della

terra, a qualunque costo" (Masini, " Un pensiero danzante", da “Introduzione a così parlò

Zarathustra”).

A minacciare il percorso di Zarathustra vi sono però anche il nano, spirito di gravità che non

comprende l'eterno ritorno, e l'uomo superiore, che "invece di rovesciare i valori si limita a

scambiarli tra loro mantenendo il punto di vista nichilistico da cui derivano" (Deleuze,

Nietzsche e la filosofia, pg. 255). Questi è l'uomo che non sa "ridere, giocare, danzare" dove

"ridere è affermare la vita" e il molteplice, "giocare è affermare il caso", e "danzare è

affermare il divenire" (Deleuze, Nietzsche e la filosofia, pg. 255).

Infine sarà compito dell'uomo che vuole perire aprire la strada all'avvento dell'oltreuomo.

Secondo Deleuze infatti "attraverso l'ultimo uomo, ma al di là di esso, il nichilismo trova il


suo compimento nell'uomo che vuole perire" (Deleuze, Nietzsche e la filosofia, pag. 262).

E' chiaro quindi che se "la possibilità del superuomo è dunque il prezzo pagato al dominio

tecnico-democratico del mondo" [Franck, Nietzsche e l'ombra di Dio, pg. 258] allora la

singolarità rappresenta l'immagine stessa del declino dell'uomo fino al suo stadio terminale,

un corpo totalmente reattivo che - indefinitamente nel tempo - si conserva per conservarsi.
Capitolo V

Il postumano e la generazione di nuovi valori

"L'uomo preferisce piuttosto volere il nulla che non volere" (Nietzsche, Genealogia della

morale, pg.157.)

In questo senso appare comprensibile l'apparente paradosso che Nietzsche esprime

affermando che il nichilismo è comunque una fase dell'accrescimento della potenza. La

volontà del nulla è quindi pur sempre una manifestazione della volontà di potenza.

Se il nichilismo è solo una parentesi nella storia della volontà che sempre si accresce, della

vita che vuole più vita, allora potrebbe essere lo stesso nichilismo a determinare, a lungo

termine, il proprio autoannullamento.

"Per Nietzsche è la stessa moralità che si ribella alla morale, è lo stesso nichilismo di chi ha

posto la trascendenza nell'aldilà, vale a dire nel nulla, a radicalizzarsi fino a chiudere, con la

morte di Dio, il varco di quella trascendenza." (Masini, " Un pensiero danzante", da

“Introduzione a così parlò Zarathustra”).

L'argomentazione di Masini sul nichilismo della morale può essere estesa al nichilismo della

tecnica.
Vogliamo allora affermare che la prospettiva della singolarità potrebbe acquistare sensi oggi

non facilmente prevedibili. Nuove forze potrebbero appropriarsene, reinterpretandola, dando

vita ad una prospettiva dall'impatto comparabile - se non assimilabile - a quello del "pensiero

dei pensieri", l'eterno ritorno.

Una resurrezione terrena che non deriva il suo senso dalla proiezione dell'istante sullo

schermo dell'eternità, come invece avviene col pensiero dell'eterno ritorno.

Escludendo che uno scenario come quello dipinto dai teorici della singolarità possa non avere

né effetti né ricadute alcune sul piano culturale - per non dire metafisico - siamo allora

costretti ad analizzare quali potrebbero essere questi cambiamenti. Abbiamo già visto che

l'interpretazione nietzschiana chiarisce come si stia procedendo nella direzione dell'ultimo

uomo.

Ma se la singolarità dovesse generare un aumento esponenziale delle possibilità possiamo

allora ipotizzare che l'uomo si troverà di fronte ad una ricchezza di scelte pari - o addirittura

superiore - alle sue stesse necessità percepite. Nuove intelligenze al servizio dell'uomo in

campo medico, economico, sociale potrebbero ridefinire gli stessi concetti di salute, ricchezza

e relazioni per come li abbiamo finora conosciuti.


Bisogna allora rivolgere lo sguardo ad un possibile scenario in cui la quantità di tempo di vita

a disposizione aumenta più velocemente dello scorrere del tempo, in cui l'intelligenza

artificiale rende sempre più inutile il lavoro umano, in cui nuove e più intelligenti forme di

relazione e aggregazione sociale emergono dall'uso delle tecnologie.

Ad uno scenario del genere, senza precedenti nella storia dell'uomo, potrebbe seguire

l'emergere di un particolare gruppo umano che inizi a dare nuovo senso alla salute, alla vita, al

lavoro, alle relazioni. Se una selezione del genere avesse luogo, si darebbe l'inizio di un

processo di reinterpretazione dei vecchi valori, una sorta di "resurrezione terrena" riservata a

coloro che abbiano sufficiente forza e freschezza di energie per poter creare una tale

prospettiva.

Una prospettiva in cui a cambiare è il segno reattivo delle forze nel bisogno: non essendoci

più alcuna necessità a cui reagire esse possono riacquistare il loro segno attivo, e proiettarsi

verso la generazione di nuove - creative, festose - esperienze della vita, della morte, del

tempo.

"Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria

delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l' hai vissuta, dovrai viverla

ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma

ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande

cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così

pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso.
L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di

polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha

parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la

tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo

potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda

per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?»

graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la

vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo

suggello?" (Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n. 341).

Il "pensiero dei pensieri" si configura come "peso più grande" per l'uomo, e come criterio

selettivo per ciò che dovrà superare l'uomo. La finalità, come spiega Deleuze, è quella

dell'autodistruzione delle forze reattive che, rivolgendosi contro sè stesse, si vanno ad

annientare.

"Le forze reattive devono il loro trionfo alla volontà del nulla; ma, una volta ottenutolo, essere

rompono l'alleanza con la volontà del nulla perché vogliono far valere i propri valori da sole"

(Deleuze, "Nietzsche e la filosofia", pg. 260).


Ci troviamo dunque di fronte - come detto - ad un autoannullamento delle forze reattive.

Come abbiamo già visto, la sorgente prima da cui queste forze reattive scaturiscono è la

paura.

L'eterno ritorno si configura dunque come antidoto a quella degenerazione scaturita dalla

reazione della paura. Ma, è questa la domanda, si può ipotizzare un'altra strada - imprevista -

un percorso alternativo a quello del pensiero - nonché criterio selettivo - dell'eterno ritorno, un

percorso che portasse, per via traversa, ad un luogo simile?

Rispondere affermativamente equivarrebbe ad aprirsi alla possibilità che l'esponenziale

progresso del nichilismo sotto forma di scienza e tecnica possa aprire delle nuove possibilità

nel riscatto delle forze attive della vita oggi assoggettate alla volontà del nulla.

Entrato nella logica dell’”esaurimento” Nietzsche non ammise che, toccata la meta della sua

propria negatività, la storia potesse trovare in se stessa la forza della rinascita. Nel criticare il

positivismo si fece, per così dire, ultra positivista ed infranse lo strumento del quale si era

servito per distruggere.

Se il prospettivismo ci insegna a rivolgere sempre un secondo sguardo a ciò che si presenta

come "oggettivo", e che poi si rivela essere solo un punto di vista più condiviso di altri, allora

affermiamo che il progresso tecnico possa non essere "oggettivamente" ininfluente sul
possibile riscatto dell'uomo, che possa non essere "oggettivamente" definito solo dalla sua

origine e attuale natura di "décadence".

Mettendo al centro dell'analisi i corpi, i soggetti, le loro singolarità e le loro prospettive ci

apriamo alla possibilità di vedere un nuovo senso emergere dall'espansione della tecnica.

Se, come abbiamo affermato, all'origine delle forze reattive vi è la paura, la genealogia di

quest'ultima è sicuramente da ricercarsi nell'ambito del bisogno, "reale" o percepito, a fronte

del quale un meccanismo di autodifesa del corpo entra in azione per garantirne la

sopravvivenza e sussistenza.

Nel caso dell'uomo, animale tra i meno deboli e meno robusti, cui "è preclusa una lotta per

l'esistenza da combattersi con le corna o con gli aspri morsi degli animali feroci" (Nietzsche,

Verità e menzogna, pag.228), questa reazione preserva la prosecuzione della specie

dall'annientamento. In extremis viene quindi garantita, salvata, quella volontà di vita, seppure

in una forma ora qualitativamente degenerata.

"In un angolo remoto dell'universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari c'era

una volta un astro, su cui animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più

tracotante e più menzognero della "storia del mondo": ma tutto ciò durò soltanto 1 minuto.
Dopo pochi respiri della natura, la stella si irrigidì e gli animali intelligenti dovettero morire. -

Qualcuno potrebbe inventare una favola di questo genere, ma non riuscirebbe tuttavia a

illustrare sufficientemente quanto misero, spettrale, fugace, privo di scopo e arbitrario sia il

comportamento dell'intelletto umano entro la natura." (F. Nietzsche, Su verità e menzogna in

senso extramorale, in "La nascita della tragedia").

Se escludiamo però che questo "minuto più tracotante" sia stato solo un "errore", allora

l'interpretazione che classifica come "privo di scopo" l'emergere della coscienza può aprirsi a

reinterpretazioni nuove, creative, dove emerga come anche questo momento così "spettrale"

possa aver ricoperto un ruolo essenziale nel disegno dell'accrescimento verso un'ulteriore

potenza.

Dal punto di vista evolutivo si è rivelato infatti essenziale per la nostra specie riuscire a

gestire gli stimoli del divenire operando una semplificazione del mondo tanto costosa sul

piano della futura degenerazione dell'uomo quanto essenziale su quello della sua

sopravvivenza.

Se dalla scarsità è emerso il senso biologico di una reazione come quella della coscienza,

allora possiamo affermare che il cambiamento di segno della scarsità, ovvero l'abbondanza,

possa dare inizio ad un processo di selezione delle forze in cui l'Io inizi gradualmente ad

allentare la sua presa soffocante sul corpo.


Un corollario di questa affermazione è che il feticismo delle merci e la compulsione

all'accumulazione, che ebbero un loro senso evolutivo quando in gioco vi era la

sopravvivenza dell'individuo, smettano di averlo in uno scenario di "economia

dell'abbondanza". La selezione che a quel punto entra in gioco è tra chi ha la forza per dare un

nuovo senso creativo alla ricchezza materiale, e chi - incapace di uscire dal pantano della

reazione al bisogno in cui era stato fino a quel momento immerso - resta soffocato dalla

libertà della nuova prospettiva.

Non c'è più bisogno di rispondere ad una carenza di cibo, di tempo, di amore: possono allora

iniziare ad emergere nuovi valori, nuovi sensi, nuove relazioni con le suddette istanze, e con

la vita e la morte in generale.

La paura e il suo frutto avvelenato della coscienza iniziano gradualmente a perdere il

significato che avevano avuto: hanno ormai assolto al compito che gli era proprio, e invece di

servire l'evoluzione della specie avevano, per un "momento", iniziato a minacciarla.

Potrebbe dunque essere la stessa volontà di vita a sbarazzarsene, nella forma di nuove,

fortunate singolarità che, venute alla luce in un mondo dove la morte è nota solo come scelta

attiva, e non come momento passivo, la interpretino fin dall'inizio come parte integrante della

festa della vita?


Se oggi uno scenario del genere non è facilmente prevedibile, questo non vuol dire che sia da

escludersi a priori l'emergere di uomini dalla tale abbondanza e freschezza di energie.

Se quindi il percorso verso l'oltreuomo è irto di illusioni e tranelli, possiamo d'altra parte

affermare quanto le summenzionate figure rappresentino dei modelli, delle configurazioni di

forze, piuttosto che degli individui in quanto tali. Se la disposizione, lo stato di salute di un

corpo, dipende dalla configurazione delle forze che lo compongono, dobbiamo altresì notare

che questa configurazione sarà determinata da rapporti intra-corporei (le relazioni che le forze

intrattengono tra loro) e da rapporti delle stesse con l'ambiente esterno.

Non si può parlare di uomo senza definire il mondo che lo circonda, ed è per questo che -

ribaltando per un attimo la prospettiva - possiamo vedere stavolta nelle circostanze esterne

una possibile occasione di liberazione delle forze verso il corpo attivo.


Capitolo VI

L'ultima parola

Occorre ora chiarire una possibile incoerenza interna al pensiero di Nietzsche. Esso, basato

sulla coppia concettuale di volontà di potenza ed eterno ritorno, fa riferimento ad una

dimensione temporale infinita coniugata con una dimensione spaziale invece finita. La visione

del tempo in questo caso è, sebbene ciclica, di tipo prettamente newtoniano, dal momento che

il tempo scorre in modo uniforme, scandito da una "clessidra", figura cui fanno riferimento sia

il filosofo tedesco sia lo scienziato inglese. Se da un lato il tempo nietzschiano è un tempo

assoluto che scorre all'infinito, lo spazio è definito molto chiaramente così: « La misura della

forza del cosmo è determinata, non è “infinita”: guardiamoci da questi eccessi del concetto!

>> (Nietzsche, Frammenti postumi, 1881-1882, 11[316]) D'altronde la fisica relativistica, da

Einstein in poi, ha assimilato la dimensione temporale a quelle spaziali nel concetto di

"spaziotempo". Emerge quindi una contraddizione: lo spaziotempo nietzschiano è finito o

infinito? A questa domanda probabilmente non vi è risposta, come per ogni domanda che -

violando i principi del prospettivismo - presupponga una risposta oggettiva. Se questo è vero,

allora anche la dottrina della volontà di potenza andrà sottoposta a critica. Qual'è il vero

futuro dell'uomo? Il futuro che ci attende dopo la singolarità è davvero quello del nichilismo,

dai "nuovi padroni della Terra" klossowskiani fino all''"ultimo uomo"? E' lo Zarathustra la

vera Bibbia dell'avvenire?


Le conquiste di fisica quantistica, neuroscienze e biologia ci dicono che a tali domande non

può esservi risposta, per lo stesso motivo per cui secondo Nietzsche stesso non esiste verità

che non sia che "esercito di metafore". In ambito fisico fu Heisenberg ad esporre per primo il

principio di indeterminazione: in generale, qualunque coppia di grandezze osservabili

generiche, che non siano nella relazione di essere compatibili, non si potranno misurare

simultaneamente, se non a prezzo di indeterminazioni l'una tanto più grande quant'è più

piccola l'altra. L'implicazione di questa indeterminazione è che il successivo atto di osservare

e misurare il fenomeno influirà sui risultati stessi, come nel caso del collasso della funzione

d'onda, fenomeno della fisica quantistica nel quale l'osservazione determina un collasso di una

possibile serie di stati in un unico stato.

Come risulta chiaro nel caso del "gatto di Schroedinger", se il paradosso della meccanica

quantistica sembra essere che l'osservazione influenzi il corso degli eventi, allora la non-

osservazione determina una sovrapposizione di eventi come quella di un gatto

contemporaneamente vivo e morto.

Nell'ambito delle neuroscienze e dello studio della mente Paul Watzlawick e la scuola di Palo

Alto sono arrivati a conclusioni simili. Chiarendo la struttura prettamente autoreferenziale del

cervello [P. Watzlwick, La realtà inventata, 2006] la scuola cosiddetta "costruttivista" ha

dimostrato come la percezione di realtà sia sempre e solo una mappa che è solo in minima

parte determinata dagli stimoli esterni, ma è disegnata prevalentemente dalla mente stessa in

un processo a "loop". Come in fisica, anche nelle neuroscienze si è giunti a dover mettere in

discussione il concetto di realtà oggettiva. In perfetta coerenza con il prospettivismo, esse ci

dicono ormai chiaramente che non esiste "oggettività", e che osservare e percepire sono atti

creativi e non passivi come vorrebbe l'intuizione.


Anche alla luce della teoria del "doppio legame" di Skinner, secondo la quale la costruzione di

una mappa mentale della realtà è improntata innanzitutto al criterio di coerenza interna, si

comprende quale distorsione ottica determini il tentativo di conciliare il prospettivismo con un

già determinato futuro dell'uomo.

Ricordando che le attività del nostro cervello che ci rendono così diversi dalle altre specie

animali, come il linguaggio o la coscienza, sono svolte dalla neo-corteccia la cui funzione

principale è la memoria, possiamo affermare che percepiamo attraverso un processo

mnemonico: noi siamo ciò che ricordiamo di essere, ma sopratutto agiamo secondo quello che

è coerente con ciò che è già nella nostra memoria.

Se analizziamo l'idea di uomo che la medicina occidentale ha rispecchiato e continua a

rispecchiare troveremo che il DNA è sempre stato interpretato come tassello fondamentale

nella visione determinista, meccanicista e morale della medicina: esso non è in fondo altro che

la veste scientifica del concetto puramente teologico della predestinazione.

Ecco perché aprendo la scatola della medicina riusciamo a vedere con tanta chiarezza come

quello che pensiamo dell'uomo stia per avvicinarsi ad un punto di rottura che il biologo

cellulare Bruce H. Lipton ha sintetizzato nella sua opera "La biologia delle credenze" [La

biologia delle credenze, 2006] dove spiega come l'uomo non sia la semplice manifestazione

del proprio DNA determinato al momento del concepimento. Al contrario il DNA è soggetto a

modifiche all'interno dell'organismo in risposta al mondo esterno, che però per definizione

non è mai percepito "oggettivamente" in quanto tale. Il DNA è quindi soggetto a modifiche in

risposta alla nostra rappresentazione della realtà come flusso di feedback, alla nostra

percezione.
Se ci troviamo di fronte ad un'evoluzione di tipo "frattale" dove quello che funziona in grande

viene replicato in piccolo, allora l'evoluzione darwiniana, vista come un macro-processo dove

il valore del singolo individuo svaniva nella dimensione di milioni di anni, continua in

piccolo, fino a rientrare all'interno dell'individuo. L'evoluzione della specie è quindi la somma

dell'evoluzione dei singoli individui, e l'evoluzione dell'individuo è a sua volta la somma

dell'evoluzione delle sue cellule che rispondono alle interpretazioni del feedback esterno

all'individuo e quindi alla percezione che ha contribuito a creare.

Ciò che modella l'individuo, dalle sue cellule all'evoluzione della sua specie, è il "punto

d'unione" nel quale sceglie di assemblare la sua percezione di realtà esterna. Se abbandoniamo

ogni prospettiva deterministica possiamo affermare che sarà la configurazione della

percezione di ciascuno a determinare se, quando e quanto le forze reattive possano cambiare

di segno ed esprimersi creativamente.

Pensare che il futuro del nichilismo, e quindi il futuro dell'uomo, siano già scritti nell'essenza

stessa del nichilismo è incompatibile con ciò che, grazie a fisica, neuroscienze e biologia,

stiamo scoprendo del mondo. Se quindi il futuro del nichilismo dipinto da Nietzsche è solo

una possibilità, una probabilità, e non una necessità, allora è lecito immaginare che tra gli

"ultimi uomini" possa emergere una nuova singolarità non prevista. Ad un ambiente esterno

in cui si amplia a dismisura la gamma delle possibilità, il corpo potrebbe rispondere anche sul

piano biologico e fisiologico. I nuovi valori potrebbero prendere forma nella carne di

"postumani" le cui forze, liberate dalla morsa della scarsità (di tempo, di materia, di amore),

inizino a dar luogo ad una graduale resurrezione terrena.


Capitolo VII

Accelerando

"Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell'aria, un'incomprensibile apocalisse

imminente; e, ovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari. Vedi menti raffinate

scrutare l'arrivo dell'invasione con gli occhi fissi nell'orizzonte della televisione. Professori

capaci, dalle loro cattedre, misurano nei silenzi dei loro allievi le rovine che si è lasciato

dietro il passaggio di un'orda che, in effetti, nessuno però è riuscito a vedere. E intorno a quel

che si scrive o si immagina aleggia lo sguardo smarrito di esegeti che, sgomenti, raccontano

una terra saccheggiata da predatori senza cultura. " (Alessandro Baricco: - I barbari. Saggio

sulla mutazione, 2006)

Baricco disegna i due scenari: la società che abbiamo conosciuto, quella in cui si predilige la

fatica, la conoscenza nel dettaglio, il viaggio "verticale" in profondità alla ricerca del senso, e

la nuova barbarie, che si muove invece in "orizzontale" saltando con velocità da un'esperienza

all'altra e trovando il significato nel ritmo piuttosto che nel contenuto.

L'autore si muove tra alcuni dei villaggi saccheggiati da questi nuovi nomadi e approda a

quella che considera la culla della loro civiltà: Google. Google con le sue logiche rappresenta

infatti nella sua forma più pura l'ideale della navigazione, del surfing orizzontale tra diverse

esperienze che, collegate l'una con l'altra attraverso collegamenti di senso, costruiscono un
significato complessivo dinamico. Google è poi il garante di una conoscenza che risponde ad

un unico criterio, l'algoritmo noto come Google Page Rank.

Se uno tsunami sta per abbattersi sulla cultura, esso potrebbe spazzar via chiunque provi a

prenderlo di petto, ad usare vecchi strumenti, a cercare di "capire". Potrebbe essere un

momento di selezione da cui emergerebbe solo chi, facendo della cultura oggetto di gioco,

sapesse sempre mantenere un equilibrio senza mai inciampare.

Se ci è permessa una metafora, la serietà uccide innanzitutto il surfista che, anche solo per un

attimo, si irrigidisce nel momento più spaventoso del cavalcare l'onda. Al contrario è il saper

giocare col ritmo che lo tiene in piedi, e che lo spinge in avanti senza dover faticare.

I primi, veri, "barbari" sono allora i bambini. Se chiamiamo "guardare" il fissare l'attenzione e

l'irrigidirsi sullo stimolo cercando di fissare il divenire, allora i bambini "vedono" una realtà

diversa, quella del flusso continuo del tutto che sempre muta.

Il loro "intervallo di attenzione", ovvero il tempo in cui ci si può concentrare senza distrarsi, è

ordini di grandezza inferiore a quello degli adulti. L'uomo, nell'era di Internet, è stato

sommerso di stimoli, ed è stato quindi forzato a restringere l'intervallo di attenzione per poter

far fronte alla loro esponenzialmente crescente quantità. L'uomo, nell'era della rete, sta

ritornando bambino.
Se, come è stato attribuito al filosofo, architetto e inventore statunitense Buckminster Fuller,

"non si cambiano le cose combattendo la realtà esistente ma costruendo un nuovo modello che

rende obsoleto il modello esistente", allora la chiave alla comunicazione efficace è nella

seduzione.

Infatti se "comandare è forse ipnotizzare" [Franck, Nietzsche e l'ombra di Dio], allora

ipnotizzare è comandare: è questa la conclusione a cui giunge Zarathustra dopo il primo

ingresso nel villaggio: non si può comunicare agli uomini parlandogli, bisogna sedurli.

Ma abbiamo visto che il futuro sarà guidato da macchine, e quindi per scrivere il futuro

bisognerà guidare le macchine. Dal momento che esse sono essenzialmente informazione,

diventare artisti di questa informazione, poeti di algoritmi, sarà la chiave di accesso alla

fucina delle seduzioni più grandi.

Se la cultura sta morendo, allora la tecnologia sta solo nascendo. Proponiamo qui un nuovo

gusto, un nuovo stile per essere "uomini della conoscenza". Se dietro l'angolo del tempo ci sta

attendendo un'immane catastrofe o la nascita di qualcosa di straordinariamente nuovo, allora

accelerare l'evoluzione tecnologica può diventare una nuova via di conoscenza.

Oggi l'uomo della conoscenza ha l'occasione di cavalcare il tempo. E' possibile salire sul

podio dell'evoluzione è guidare l'orchestra ad un "accelerando" verso le estreme conseguenze:

aumentare la densità del tempo, cambiare così la propria storia personale e quindi anche
quella collettiva.

Se l'ultimo uomo non è che un'ombra di sé stesso, è anche ombra del suo contrario che

necessariamente porterà con sé. Sarà solo tra gli ultimi uomini, tra questi "barbari", che

potrebbe, potrà, dovrà nascere il "primo fanciullo". E se queste figure non rappresentano

individui particolari, ma sono solo metafore, tappe di un processo, allora questo processo è

già in pieno corso, e questo fanciullo sta per arrivare.

Zarathustra parlò agli uomini per simboli. Ma presto essi saranno sordi anche ai simboli e si

potrà parlar loro solo per algoritmi. Il cavallo tempo, o meglio la puledra tecnologia, aspetta

un destriero giovane, forte, in grado di guidarla verso il senso invece che verso il nulla.

Per farlo dovrà onorare, rendere fertile, aumentare, far sbocciare la sua natura, ovvero la

natura dell'accelerazione. Per troppo tempo gli uomini della conoscenza la hanno svilita e

punita, non sono riusciti a sedurla e fecondarla. Per troppo tempo la hanno ignorata, derisa,

temuta. Insomma, per troppo tempo non sono riusciti a capirla.

Ora è possibile questo incontro. La tecnologia è donna, e come tale ama solo i guerrieri. Che

il tempo non ci abbia dato ancora occasione di vederli, questi guerrieri, combattere sulla scena

del mondo è solo perché il processo è ancora nella sua fase embrionale. La tecnologia è
donna: sarà vostra per sempre se saprete conquistarla per primi.

Lei sa solo, può solo, deve solo essere un mezzo: è terra fertile che freme e spasima per quei

pionieri che le sapranno dare un senso, che avranno forza e freschezza per fecondarla.

"La natura ha gettato via la chiave, e guai alla fatale curiosità che una volta riesca a guardare

attraverso una fessura dalla cella della coscienza, in fuori e in basso, e che un giorno abbia il

presentimento che l'uomo sta sospeso nei suoi sogni su qualcosa di spietato, avido, insaziabile

e, per così dire, sul dorso di una tigre." (Nietzsche, Su verità e menzogna in senso

extramorale, pag.229).

La tecnologia è un ponte attraversato il quale potremmo ritrovare quella "chiave" gettata via

dalla "natura". Questo ponte è in realtà uno specchio, in cui non riproduciamo altro che le

nostre potenzialità latenti nell'abisso dell'inconscio, e in cui vedremo finalmente riflesso quel

sonno in cui siamo caduti.

Vedendoci riflessi e dormienti potremmo allora destarci da questo sogno e scoprire che non

siamo solo sognatori, che non siamo solo Io coscienti.

Scoprire che la "tigre" non è altro che il dominio delle nostre potenzialità pronte ad

esprimersi, le nostre forze che aspettano di manifestarsi, le volontà di vita del nostro corpo, la

nostra - infinitamente saggia - volontà di potenza.

"Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un

primo moto, un sacro dire di sì. Sì, per il giuoco della creazione, fratelli, occorre un sacro dire

di sì: ora lo spirito vuole la sua volontà, il perduto per il mondo conquista per sé il suo
mondo." (Nietzsche, Delle tre metamorfosi, Così parlò Zarathustra.)

Accelerare il ritmo di quel sogno che chiamiamo esser desti, portare alle estreme conseguenze

quello stato di ipnosi che chiamiamo serietà, cavalcare la prigionia che chiamiamo tempo di

vita, diventare direttori d'orchestra della sinfonia dell'evoluzione sapendo che, rinchiusi in

quell'autoreferenziale "esercito di metafore" che chiamiamo realtà, tutto può diventare reale.

Se il mondo che siamo costretti ad accettare è falso, e nulla è vero, allora tutto è possibile"

(dal film “Waking Life” di Richard Linklater, 2001.)

Se tutto è possibile, allora è possibile anche accelerare la ruota del tempo, e veder sorgere

l'alba di un nuovo corpo e di una nuova percezione. Una nuova coscienza che, per gioco,

aprirà la scatola dell'infinito e scoprirà di averlo appena creato.


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