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PRAGMATISMI (Vol. VI, cap.

6)

1871 Metaphysical Club “un po’ per ironia e sfida”, con interesse scientifico più che spirituale.
Harvard.
Personaggi: Peirce, Willliam James, Chauncey Wright, Dewey ma anche giuristi come Holmes e St.
John Green.
Segna il più importante momento della storia del pensiero filosofico americano fino alla WWII.

Riflessioni a partire da empiristi inglesi, Kant, Darwin, + un particolare concetto del filosofo
scozzese Alexander Bain: le credenze non sono fenomeni semplicemente intellettuali, ma sono
legate a tendenze ad agire.

Chauncey Wright era il pensatore di riferimento all’interno del gruppo, “maestro di boxe” (disse
Peirce) che morì precocemente ma diede stimolo a feconde riflessioni: interessi per epistemologia,
fondazione del metodo scientifico (importanza della verifica nel metodo scientifico), sostenitore
delle teorie di Darwin, viste in termini di evoluzione come manifestazione del generale principio di
utilità. Contro Spencer: l’evoluzione non è una forza operante nella realtà, nè può essere estesa
alla dimensione umana.
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All’interno del Club si sono sviluppate idee anche divergenti, difficile individuare una omogeneità
nei diversi pensatori.
Nonostante il tentativo di porre l’idea programmatica di “pragmatismo” nel 1898, il pragmatismo
si presentava come un metodo o atteggiamento mentale, non come una concezione strutturata
sistematicamente.
Quasi ogni autore parla di pragmatismo facendo attenzione a distinguerlo dal pragmatismo altrui.
James adotta l’etichetta di pragmatismo, per esempio, pur dicendo che il nome non gli va a genio,
infatti arriva ad adottare il termine “pragmaticismo”, designato anche come “empirismo radicale”.
(pur in chiave polemica, A.O.Lovejoy parla dei “13 pragmatismi”).
Dunque, il termine pragmatismo indica una certa tradizione dall’origine determinabile, ma non
può individuare una posizione unica senza ambiguità.
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PEIRCE: pragmatismo e semiotica

1839 – 1914
Dopo una carriera accademica nelle università di Harvard e John Hopkins U., compì viaggi di
ricerca in Europa. Dalle sue ricerche scientifiche nasce l’unico volume pubblicato: “Ricerche di
fotometria”.
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Vede il proprio pensiero come modifica e/o superamento della filosofia Kantiana (particolare
amore per la Critica della ragion pura). Nei suoi primi scritti originali, infatti, propone una nuova
lista di categorie: da qui pone una tesi fondamentale della propria riflessione: la necessità di
predicati fondamentali che conferiscono struttura al pensiero.
Ogni forma di conoscenza ha bisogno di riconoscere relazioni monadiche, diadiche e triadiche,
irriducibili le une alle altre => le categorie che esprimono queste strutture fondamentali sono, in
base al numero di membri della relazione, quelle di:
1. Primità: definita quindi come la cosa in sé, vista dall’esterno, che può essere percepita solo
in quanto feeling (sensazione). Essa è una Qualità, il segno, e in quanto tale è semplice:
viene concepita in quanto complessa solo il momento in cui è comparata a qualcos’altro.
2. Secondità: può essere inteso anche come ciò che viene chiamato l’Altro in psicologia: è lo
scontro con l’altro, con l’estraneo, il “tu”, che permette di conoscere se stessi (un secondo
soggetto che incontra la primità e la conosce come qualità, come la mano che incontra la
caffettiera bollente e che incontrando la primità del calore si scotta).
3. Terzità: si crea relazione solamente nel momento in cui la Primità si scontra con la
Secondità creando, quindi, infine una Terzità. Esso è inteso come la sintesi dei primi due,
ovvero il modo in cui si mette in forma la relazione tra questi e, di conseguenza, la
creazione di una sorta di reazione (mano che si scotta e si ritira in reazione).

In “Il fissarsi della credenza” e “Come rendere chiare le nostre idee” espone tesi che fanno da
nucleo del pragmatismo: nuovo accento sul significato della ricerca e del dubbio.
Concezione vitale della scienza e del pensiero:
 Dubbio: non strumento intellettuale (come per Cartesio), ma esperienza reale che mette in
crisi le credenze e la possibilità di agire in base ad esse.
 Credenze: fondamento di ogni attività, base del pensiero e del comportamento.
 Ricerca: lotta che si compie per superare una credenza vittima del dubbio. Nella pratica ha
una componente sociale, coinvolge una comunità di ricercatori che usano il metodo
scientifico.
 Verità: capacità di una credenza di superare le verifiche e non poter più essere migliorata.
È il traguardo ideale della ricerca, l’esito di una ricerca infinita con fondi infiniti. La ricerca
dunque è sempre volta al futuro.
 Fallibilismo (antifondazionalismo): una conoscenza va ritenuta vera fin tanto che non
venga revocata in dubbio (quindi si evita una rinuncia alla saldezza delle certezze passate,
anzi, se non emergono dubbi si ha ragione di avere fiducia nelle proprie credenze, come
quelle del senso comune, anche in assenza di una giustificazione esplicita).

Peirce sottopone a esame diversi metodi di “fissare una credenza (= trovare la verità)”, ma trova
superiore il metodo scientifico, il quale richiede una ricerca collettiva: il vantaggio è la possibilità
della revisione critica delle credenze.
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Sui diversi livelli di chiarezza delle idee:

compito primario della logica è mostrare come rendere chiare le idee.


“Chiarificazione pragmatica”: teoria del significato, metodo per rendere chiare le idee astratte.
Dice che bisogna considerare quali effetti, dalla portata pratica, noi pensiamo che abbia l’oggetto
della nostra concezione. Allora la concezione che abbiamo di questi effetti saranno la nostra intera
concezione dell’oggetto.
Quindi, per Peirce la massima pragmatica consiste nell’assegnare al significato di un predicato la
concezione di un certo comportamento attribuito al soggetto del predicato. (si può anche dire che
il significato di un predicato stia nel modo in cui determina il comportamento/lo stato del soggetto
a cui si riferisce) Questa è una teoria del significato con una forte prospettiva pratica, appunto si
parla di pragmatismo.

La semiotica di Peirce va a supplire le mancanze che sente nella massima pragmatica, per arrivare
alla massima (o almeno adeguata) comprensione del significato, infatti bisogna comprendere il
funzionamento degli strumenti portatori del significato, ovvero i segni che usiamo. Le operazioni
del pensiero infatti sono una relazione tra oggetto, segno e interpretante.
Ci sono 3 tipi di segni:
 Icone: relazione per somiglianza o corrispondenza tra segno e oggetto (fotografia è il segno
di ciò che rappresenta)
 Indici: segno collegato causalmente all’oggetto (bandiera che sventola è un segno del
vento)
 Simboli: collegamento consolidato dall’abitudine (…?)

Questa sua teoria determina una visione del pensiero che funziona in maniera dialogica (il
ragionamento procede come dialogo tra parti), anche in assenza di altre persone. Contro la
possibilità di solipsismo, la semiotica di Peirce dovrebbe garantire la comunicabilità e soprattutto
la comprensione dei significati.

Operazioni del pensiero che si servono di segni:


 Deduzione
 Induzione
 Retroduzione/Abduzione: “inferenza che estende la conoscenza per via ipotetica a partire
da fatti osservati”: “il fatto sorprendente C viene osservato. Se A fosse vero, C ne sarebbe
conseguenza => c’è ragione (seppur problematica) di sospettare che A sia vero”. Peirce
individua casi emblematici negli argomenti per l’esistenza di Dio.
o La Retroduzione ha l’importante ruolo di essere il momento inziale del metodo
scientifico (cioè stimolo e ipotesi di fronte ad un evento/credenza sui cui si hanno
dubbi). [Plutone scoperto/confermato nel 1930]
Il procedere della scienza ha una struttura flessibile, queste tre operazioni del pensiero ne sono i
momenti costitutivi.

La semiotica vuole avere una funzione più ampia della logica (intesa come disciplina normativa del
ragionamento), vuole poter comprendere ogni aspetto dell’uso dell’intelligenza umana e le
componenti vitali che si sono evidenziate.

Tema centrale del pragmatismo: il pensiero e la conoscenza possono essere compresi


propriamente solo nella loro connessione con la prassi vitale di cui sono parte.
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WILLIAM JAMES ed il suo pragmatismo

1842 – 1910
studi di medicina, cattedra di anatomia e fisiologia, infine filosofia ad Harvard.
Definisce la sua filosofia “empirismo radicale”, dedica la sua opera matura “Pragmatismo” a John
Stuart Mill, che per primo gli aveva insegnato “l’apertura pragmatica della mente”.
Le sue riflessioni partono dall’aspetto psicologico, persino fisiologico. Per esempio, capitolo
importante dei suoi “Principi di Psicologia” (opera ponderosa in 12 volumi), è quello sul “flusso di
pensiero”: usa questa espressione in contrasto con l’empirismo classico (Locke, Hume) che vuole
scomporre la coscienza in elementi individuali.
Per James, la coscienza è più un processo vitale, un flusso con ritmi fisiologici.

In “La volontà di credere” (1897) James affronta, come Peirce, il tema della credenza, ma sotto
uno sguardo diverso: non la sua funzione nel ragionamento logico-scientifico, ma la credenza
nell’ambito del pensiero quotidiano: le credenze non solo sono valide nei casi in cui esse aiutano a
realizzare un qualche obiettivo pratico, ma sono valide anche per ragioni di ordine emotivo,
sentimentale, come nell’ambito della fede religiosa, quando aiutino ad acquisire l’evidenza
(emotiva) che sostenga la fede. Le ragioni di cuore hanno un ruolo legittimo.

“Le varietà dell’esperienza religiosa”: uno studio sulla natura umana, che opera tramite
esperienza, non speculazione astratta (il razionalismo tradizionale condurrebbe solo a mostruosità
metafisiche). La fede religiosa è vista come un elemento naturale, che nasce dai desideri e dalle
speranze dell’uomo.
Fenomenologia delle forme di esperienza religiosa, indagando le diverse forme ed esperienze
religiose.

Sulla morale dice che la presenza di Dio non è necessaria, anzi è irrilevante, perché gli uomini non
sarebbero in grado di conoscere i comandi che ne vengono. La morale nasce necessariamente
dalla vita senziente, l’etica è vita che regola vita.
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1907: “Pragmatismo”: esposizione programmatica del pragmatismo (di cui era considerato al
tempo principale esponente). Dà una definizione più generale di quella data da Peirce:
“se non si può rintracciare alcuna differenza pratica, allora le alternative significano praticamente
la stessa cosa, e ogni disputa è vana”.

Il pragmatismo è innanzitutto un atteggiamento mentale che spinge a guardare non i principi e le


categorie, ma i risultati, i fatti.
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Nell’ultima fase della sua produzione approfondisce l’empirismo radicale: ogni discussione
filosofica deve essere definita in termini ricavati dall’esperienza. Sviluppa la nozione di “esperienza
pura”, un “immediato flusso della vita” che è movimento ininterrotto, realtà e coscienza insieme.
La differenza tra l’empirismo tradizionale e quello di James è che il primo si focalizza su momenti
individuali dell’esperienza, definendo le parti costitutive e le unità sensoriali; L’empirismo radicale
invece si focalizza sulla continuità dell’esperienza e i nessi che legano le esperienze, essi stessi
esperienze.
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PRAGMATISTI EUROPEI
James, a differenza di Peirce, creò esposizioni efficaci del pragmatismo, che gli consentirono di
diffondere la propria versione di questo nuovo orientamento teorico.

Questo valse per Ferdinand C. S. Schiller, professore ad Oxford, oppositore dell’idealismo (al
tempo orientamento filosofico principale nella cultura britannica). Schiller sviluppò il pragmatismo
in senso antropocentrico, arrivando ad adottare una modifica del motto di Protagora (l’uomo è
misura di tutte le cose): “la personalità è il valore supremo e la chiave per significato della realtà”.
Il nucleo della teoria dunque è l’uomo e la sua capacità creatrice che incide sulla realtà.

In Italia Giovanni Papini fu la figura più in vista del movimento, affascinato dal pragmatismo per il
suo carattere antifilosofico, in contrapposizione con la filosofia tradizionale.
La filosofia di Papini si fondava sull’aspetto plastico della realtà, connessa con la capacità creativa
dell’uomo; in più era una filosofia dell’azione di carattere irrazionalistico e volontaristico con
spunti di Bergson e Nietzsche. Fu portavoce di una forma di pragmatismo “mistico” o persino
“magico”.
Sempre in Italia, Vailati e Calderoni furono pragmatisti, ma più ispirati a Peirce, con interessi di
tipio scientifico e logico (entrambi morirono precocemente e la corrente si sviluppò poco).
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DEWEY e l’affermazione del pragmatismo

1859 – 1952
Diede nuovo prestigio al movimento pragmatista grazie ad una ampia produzione, reputazione di
intellettuale, voce influente della cultura americana. Il pragmatismo diviene elemento distintivo e
importante della società statunitense.

Spiccato interesse etico-sociale.

Interessi verso il pensiero hegeliano, ricerca di un tentativo di spiegare le dimensioni


dell’esperienza umana con un metodo olistico.
Filosofia dell’esperienza:
Dice che l’esperienza non è soggettiva, privata, ma è il complesso delle nostre interazioni con
l’ambiente che ci circonda. Persino la mente e la soggettività sono funzioni che emergono
dall’esperienza così intesa.
Tutta la riflessione di Dewey è improntata al ricondurre ogni aspetto della vita umana alla
dimensione dell’esperienza così intesa.

Riprendendo esplicitamente Peirce, dice che il primo momento dinamico fondamentale


dell’esperienza è l’indagine, la ricerca, che assume anche qua carattere collettivo; e anche qui il
compito della ricerca è giungere ad “asserzioni giustificate”, fallibili ma da prendere
ragionevolmente e giustificatamente per vere.
Rispetto a Peirce, però, torna a farsi sentire il concetto di ambiente: alla conclusione dell’indagine
noi fissiamo non una “credenza” (Peirce), ma una “situazione”
 “Situazione”: termine tecnico che indica non una semplice verità, ma un insieme di stati
mentali e condizioni ambientali: il processo dell’arrivo alla situazione è quel processo di
adattamento che corrisponde all’adattamento secondo Darwin. Prospettiva evolutiva.
“L’influenza del darwinismo sulla filosofia”: dice che con la teoria di Darwin è tramontata la
possibilità di concepire la realtà in maniera statica.

Etica: favorevole all’utilitarismo, escludendo però la nozione di un fine ultimo dell’agire; gli
obiettivi i valori dell’agire razionali devono essere concepiti come interni all’esperienza. L’unico
fine dell’attività morale è il processo di crescita stesso (poter compiere ulteriori esperienze e
progredire).
Le regole morali più valide sono soluzioni a specifici problemi della vita morale che si sono rivelate
efficaci nell’esperienza. La riflessione morale non può condurre alla scoperta di valori di per sé
validi, deve condurre invece alla costruzione di essi tramite la ricerca pratica.

Politica: la democrazia è la forma di governo che la società deve assumere per garantire il pieno
svolgersi delle pratiche di indagine e comunicazione. Riconosciuta la necessità vitale
dell’interazione tra individui, egli critica l’individualismo atomico del liberalismo classico, puntando
invece su un individualismo dove ogni individuo è sì importante, ma formato dall’ambiente in cui si
trova (che sì deve assumere la forma democratica per essere il meglio efficace).

Pedagogia (sui problemi dell’educazione): a favore di una pedagogia attiva, in cui si pongono i
bambini di fronte a problemi per sviluppare le capacità di risolverli. Valori fondamentali: il giudizio
critico e la capacità di ricerca.

“Arte come esperienza”: esposizione di una estetica pragmatista.


La produzione artistica, come le altre attività umane, nasce dall’interazione della creatura con
l’ambiente.
L’opera d’arte è un momento dell’esperienza ed è costituita non solo dall’atto creativo, ma anche
da quello valutativo del suo pubblico: anche la recezione è un’attività, non è passiva; allo stesso
modo vuol dire che l’opera d’arte non deve essere isolata, ma in continuità con l’ambiente, il
contesto più ampio.
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SVILUPPI DEL PRAGMATISMO

Dopo la WWII e la morte di Dewey si venne ad affermare un indirizzo teorico avverso al


pragmatismo: la filosofia analitica (che proseguì sulla base del neopositivismo logico).

Tra i successivi pragmatisti:


Herbert Mead, seguace e collega di Dewey. Scuola di Chicago.
Tenne conto dell’evoluzionismo di Darwin e della filosofia dell’esperienza di Dewey, sviluppandole
in senso biologico: l’indagine è vista come interazione tra un organismo e l’ambiente circostante.
La comunità ha un ruolo centrale: le azioni con cui gli organismi umani interagiscono con
l’ambiente sono anzitutto atti sociali. Il sé individuale si costruisce con l’interazione sociale.
Importanza del linguaggio: studio in chiave evoluzionistica di come il linguaggio si sia evoluto da
gesti al linguaggio strutturato (e le conseguenze per la comunità).

Clarence Irving Lewis, studia sotto James e Royce. Scuola di Harvard.


“Pragmatismo concettuale”: più vicino a Peirce. Interessi di logica simbolica, fu tra i primi a
discutere i “Principia mathematica” di Russell. Ispirazione per pensatori successivi e rilevante per il
confronto con lo sviluppo delal filosofia analitica e altre posizioni che si ispireranno al
pragmatismo…
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RORTY: il pragmatismo e il superamento della filosofia

“Svolta linguistica”: approccio filosofico incentrato sull’analisi delle strutture e forme del
linguaggio.

Centrale il confronto con la filosofia analitica:


Rorty dice che la filosofia analitica non portava a nuovi risultati, addirittura la filosofia
professionale non ha senso perché non è possibile giungere ad alcun risultato intellettuale che
determini un progresso verso gli obiettivi degli esseri umani da cui ha avuto origine lo stesso
interesse filosofico. Propugna il superamento della filosofia.
La filosofia dovrebbe riconoscere i propri limiti costitutivi, evidenziati da una storia di fallimenti, e
accettare che gli obiettivi siano ricercati con altri mezzi.
Possibili sviluppi della filosofia:
 Filosofia vista come la religione: una malattia culturale che sarà guarita in una società post-
filosofica.

“La filosofia e lo specchio della natura” (1979): tesi secondo cui la conoscenza non può essere
concepita come rappresentazione adeguata.
“Conseguenze del pragmatismo”: incentrato sul concetto di verità secondo il pragmatismo: la
nozione stessa di verità dovrebbe condurre all’abbandono del tentativo di riferirsi ad una realtà
oggettiva delle cose, non è necessario elaborare una teoria filosofica sulla verità…
[concezione (pragmatistica) della verità come costruzione umana, connessa a determinate
pratiche sociali di giustificazione e di controllo e quindi a determinati valori. Non esiste una verità
oggettiva di tipo platonico, cioè esistente al di sopra e indipendentemente dagli uomini. Vero è ciò
che una determinata comunità, sulla base di determinate regole di controllo e di verifica, crede, in
maniera argomentata, che sia tale. Il punto decisivo dell'opera di Rorty, scrive Aldo G. Gargani,
risiede " proprio nel rovesciamento teorico che egli opera quando, in luogo di una legittimazione
degli enunciati in rapporto diretto e estensivo ai loro referenti "là fuori", indipendenti dai nostri
sistemi simbolici, [ ] propone invece un nuovo modo di guardare ai nostri discorsi, che non devono
essere legittimati rispetto ai princìpi o fondamenti già predisposti, ma in relazione a ciò che
riteniamo migliore, più utile, più bello da fare e da pensare nell'ambito di una comunità [ ] di valori
condivisi e partecipati ". Prospettiva che viene ribadita e radicalizzata nel terzo volume dei
Philosophical Papers, in cui Rorty afferma che soltanto "sbarazzandosi" delle teorie tradizionali
della verità, la filosofia riesce ad assolvere meglio alla sua funzione culturale ed esistenziale].
Avversario del realismo.

L’intellettuale proposto da Rorty è l’”ironico liberale”, “individuo che guarda a viso aperto la
contingenza delle sue credenze, dei suoi desideri più fondamentali”.

La sua società utopica è una società di solidarietà tra gli uomini, non una società che ricerchi
l’oggettività, la quale impone solo criteri normativi estrinseci alla dimensione umana, legata a una
presunta natura indipendente degli oggetti.
Il primo teorico del flusso di coscienza può essere individuato nello
psicologo e filosofo francese Victor Egger (1848-1909), collega di Henri
Bergson, professore di Marcel Proust alla Sorbona, e in corrispondenza
epistolare con William James proprio negli anni in cui questi
scrive The Principles of Psychology. Victor Egger è autore di La parole
intérieure. Essai de psychologie descriptive, del 1881, testo nel quale viene sistematicamente
trattata questa tematica secondo una prospettiva di psicologia filosofica che già all'epoca
suscitò un nutrito dibattito.
Questo sotto-genere si sviluppa ulteriormente dopo le pubblicazioni di Sigmund
Freud sulla psicoanalisi (Freud conosceva bene il libro di Egger), la quale propone i primi seri
studi sull'inconscio. Il primo esempio nella letteratura è l'opera di Edouard Dujardin "Les
lauriers sont coupés" apparso nel 1887 in quattro numeri successivi della Revue Indipéndant.
Lo stesso Joyce, trent'anni più tardi, confiderà a Valery Larbaud di aver appreso la tecnica del
monologo interiore dalla lettura del romanzo di Dujardin. Tra monologo interiore e Flusso di
coscienza dovrebbero del resto essere fatte delle distinzioni. In narratologia, diversamente
dall'uso più frequente della locuzione, il monologo interiore è inteso come una voce narrativa
che svolge pensieri senza sintagmi di legamento e senza interlocutore come tra sé e sé, un
discorso che comprende memorie, emozioni, zigzagando tra un tema e l'altro, mentre il Flusso
di Coscienza risulta più ancorato all'esperienza narrativa joyciana, che del resto combina
talvolta il monologo interiore al flusso di coscienza. Quest'ultimo tuttavia, secondo la
suddivisione proposta da S. Chatman si differenzia dal monologo per la casualità del discorso
mentale e perché vi compaiono sensazioni e oggetti legati alla sfera sensoriale (una pubblicità
intravista durante una passeggiata, una sensazione di freddo, un ricordo appena accenato e
subito scomparso). Va inoltre detto che anche altri autori prima di Joyce fecero ricorso a un
monologo libero, associativo: sono Dorothy Richardson e May Sinclair [2], ma la sua notorietà
si deve allo scrittore James Joyce. Influenzato dalle pubblicazioni di Freud, nel 1906 Joyce
realizza la raccolta di racconti Gente di Dublino (Dubliners), nel quale si fondono realtà e
mente, coscienza e inconscio: per fare ciò, utilizza la tecnica del monologo interiore diretto
(direct interior monologue, in inglese), derivante dalla teoria del flusso di coscienza, per la
prima volta nella storia della letteratura. Questa nuova poetica viene poi amplificata dallo
stesso Joyce nella sua più celebre opera, Ulisse: viene di fatto eliminata ogni barriera tra la
percezione reale delle cose e la rielaborazione mentale. La tecnica è portata alle estreme
conseguenze in una delle sue ultime opere, Finnegans Wake, in cui la narrazione si svolge
interamente all'interno di un sogno del protagonista: vengono abolite le normali norme della
grammatica e dell'ortografia. Sparisce la punteggiatura, le parole si fondono tra loro cercando
di riprodurre il confuso linguaggio onirico, ma riuscendo così assai oscure.
Altri scrittori che hanno usato questa tecnica sono Virginia Woolf, Thomas Stearns Eliot, Jack
Kerouac e William Faulkner; in Italia ne hanno dato prova i romanzieri Luigi Pirandello, Dante
Virgili, Guido Piovene, Giuseppe Berto e Italo Svevo.
La BBC, dal 1969 al 1974, mandava in onda una commedia strutturata tipo flusso di
coscienza, Il circo volante dei Monty Python.

Svevo e Joyce, il flusso di coscienza[modifica | modifica wikitesto]


Il romanzo Ulysses di James Joyce (pubblicato nel 1922) fu scritto in gran parte a Trieste, la
città di Italo Svevo. L'amicizia tra Joyce e Svevo fu certamente molto importante, in quanto
contribuì a far maturare in Svevo una fiducia nelle proprie forze intellettuali e nella validità
delle proprie opere, tuttavia non si può dire che nella narrativa di Svevo vi siano delle precise
influenze joyciane. Molti sono soliti accostare il flusso di coscienza dell'Ulisse di Joyce a La
coscienza di Zeno, ma una critica più recente ha messo in evidenza come in realtà non vi sia
alcun punto di contatto tra le due tecniche narrative; tanto più che
nella Coscienza l'espediente letterario della narrazione consiste nella scrittura delle memorie
del protagonista Zeno Cosini da sottoporre allo psicanalista Dottor S., il che preclude da
principio la forma del flusso di coscienza, tanto che il tema della scrittura e organizzazione dei
suoi appunti è più volte affrontato dallo stesso narratore-Zeno. L'unico rapporto tra La
coscienza di Zeno e l'Ulisse sta nella generale visione del mondo dell'avanguardia
novecentesca.