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20/10/13

Menone (dialogo) - Wikipedia

Menone (dialogo)
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Il Menone un dialogo platonico incentrato sul rapporto tra la virt, che si giunge ad identificare con la conoscenza, e la teoria delle idee. Il dialogo Menone caratterizzato da una forte drammatizzazione (intesa nel senso di atto scenico) in cui i due protagonisti si muovono in una sorta di palcoscenico mettendo a parte gli ascoltatori (i lettori in questo caso) dei ragionamenti effettuati. Il Menone affronta due problemi: l'essenza della virt e l'insegnabilit della virt.
Indice

Menone
Titolo originale Altri titoli Autore 1 ed. originale Genere Sottogenere Lingua originale Personaggi Sulla virt Platone IV secolo a.C. dialogo filosofico greco antico Socrate, Menone, schiavo di Menone, Anito Serie Dialoghi platonici, VI tetralogia

1 Struttura e contenuto del Menone 1.1 Insegnabilit ed essenza della virt 1.2 La risposta di Menone: ci sono varie forme di virt 1.3 Il secondo tentativo di definire la virt: la virt sapere comandare 1.4 Terzo tentativo: la virt capacit di desiderare cose belle e sapersele procurare 1.5 Ritorno al problema originario: la virt insegnabile? 1.6 Esistono i maestri di virt? 1.7 L'entrata in scena di Anito: chi maestro di virt e chi no 1.8 Scienza e retta opinione 2 La teoria dell'anamnesi 3 L'esperimento maieutico: tentativo di dimostrazione della fondatezza della teoria dell'anamnesi 3.1 Critiche alla validit dell'esperimento maieutico 4 La critica platonica contro la teoria della conoscenza sofistica 5 Socrate una torpedine? 6 La figura di Anito nel Menone 7 Altri progetti

Struttura e contenuto del Menone


Insegnabilit ed essenza della virt
Menone apre il dialogo chiedendo a Socrate se la virt sia insegnabile. Socrate ammette che il problema molto complesso e che gli farebbe piacere ragionarci intorno insieme a Menone, per, prima di sapere se la virt sia insegnabile o meno, bisognerebbe definire l'essenza della virt.

La risposta di Menone: ci sono varie forme di virt


Menone risponde alla domanda di Socrate su cosa sia la virt affermando che la virt relativa, o meglio che la virt del comandante quella di saper comandare, che quella del soldato quella di obbedire, quella del marinaio di saper navigare e cos via. Socrate per invita l'amico a riflettere: si cercava una virt e se ne sono
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trovate tante. allora evidente che si deve operare una scrematura, ossia che debba esistere un qualcosa di comune tra queste varie virt, una forma comune a tutte. Menone arriva allora ad una definizione pi generale.

Il secondo tentativo di definire la virt: la virt sapere comandare


Menone, compreso l'errore precedente, arriva a definire la virt come la capacit di saper comandare. Socrate soddisfatto, perch Menone arrivato ad una generalizzazione pi ampia, arrivando ad un'unica forma di virt. Tuttavia Socrate mostra di essere dubbioso anche su questa definizione: quella che stata definita, infatti, solo una forma di virt, giacch certo un servo non potrebbe mai essere virtuoso se la virt consistesse proprio nel comandare gli altri uomini.

Terzo tentativo: la virt capacit di desiderare cose belle e sapersele procurare


Menone arriva allora a concepire la virt come la capacit di desiderare le cose belle, intese in senso greco, quindi anche buone e grandi, e nel sapersele procurare. Socrate convinto ora che la definizione sia pervenuta ad una perfezione ulteriore, anche se ci sono alcuni aspetti da rivedere. L'obiezione di Socrate pi difficile questa volta: egli innanzitutto rettifica il termine "bello" (, kals) in "buono/vantaggioso"; successivamente sostiene che tutti desiderano cose buone (chi desidera cose cattive commette un errore di valutazione poich ritiene che le cose cattive possono essere per lui vantaggiose), dunque la definizione di Menone si riduce alla sola capacit di sapersi procurare le cose buone. Menone si trova d'accordo. Il terzo tentativo di definizione di Menone arriva per ad una tautologia: definisce infatti una virt come il sapersi procacciare le cose belle secondo giustizia; dato che per la giustizia una parte della virt si entra in un circolo vizioso in cui si definisce il tutto con una parte di esso. Menone non sa pi proseguire.

Ritorno al problema originario: la virt insegnabile?


Poich la questione del dialogo Menone non tanto lessenza della virt, ma l'insegnabilit della virt, Socrate decide di rispondere al quesito originario di Menone, decidendo di definire la virt in modo ipotetico come una qualit posseduta dall'anima. Il problema dell'insegnabilit della virt, posto fin dall'inizio da Menone, viene risolto da Socrate in questo modo: la virt, se insegnabile, dovr essere scienza, giacch solo la scienza insegnabile. Menone si trova difatti d'accordo con Socrate. D'altronde bisogna altres constatare che la virt un bene, affermazione che Menone non nega. Se un bene la virt avr anche le seguenti caratteristiche: sar cio utile e giovevole a coloro che la possiedono. Socrate spiega anche che tutte le cose sono buone, utili e giovevoli se sono utilizzate in modo giusto, cio secondo ragione. Ci dunque che distingue una cosa buona da una cattiva la ragionevolezza, il conoscere, il sapere. Se la virt ha tutte queste caratteristiche, ossia di essere buona, utile e giovevole, ne conseguir che la virt richiede ragionevolezza, conoscere e sapere. Ma se la virt si basa su questi tre precetti, ne risulta che scienza, e che non la si pu possedere in maniera innata, ma devessere trasmessa; allora, se pu essere trasmessa, e dunque insegnata, la virt scienza ed insegnabile.

Esistono i maestri di virt?


Il ragionamento fin qui addotto corretto per Socrate. La soluzione cos trovata incappa per in un non secondario problema: se la virt scienza, e quindi insegnabile, si dovrebbero trovare dei maestri di virt e degli scolari di virt. Solo che mentre indubbio che ci siano scolari di virt (giacch proprio Menone vorrebbe apprendere la virt) non cos chiaro se esistano anche maestri di virt. Ci sono maestri di virt? Socrate pensa di no, mentre Menone riconosce che i sofisti, che si proclamano maestri di virt, alle volte gli sembrano tali, alle volte no.

L'entrata in scena di Anito: chi maestro di virt e chi no


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A questo punto nel dialogo entra in scena Anito, che nella realt storica fu uno dei principali accusatori di Socrate. Ad Anito Socrate chiede se i sofisti sono maestri di virt. Anito, al solo sentir nominare i sofisti s'infuria, scagliandosi contro costoro poich affermano di far crescere al meglio i giovani sotto la loro tutela, quando invece non fanno che inquinarne gli animi. Anito afferma che ci sono s maestri di virt, ma non sono essi da ricercare tra le file dei sofisti. Per Anito ogni cittadino ateniese onesto e ligio alle leggi pu insegnare ai suoi figli che cosa sia la virt, poich esso stesso un cittadino virtuoso. A quest'affermazione Socrate mostra di avere seri dubbi: la risposta di Anito infatti in palese contraddizione con i fatti; neppure i grandi tra gli Ateniesi hanno saputo trasmettere la virt ai loro figli, si ponga il caso anche di grandi statisti e condottieri come Temistocle, Aristide, Pericle e Tucidide che, pur essendo senza dubbio uomini virtuosi, ebbero dei figli non alla loro altezza e che, anzi, si macchiarono di diversi peccati.

Scienza e retta opinione


Dopo la confutazione di Socrate, Anito lo ammonisce di non parlare male dei grandi cittadini di Atene e lascia la discussione che riprende tra Socrate e Menone. La questione sul se esistono maestri di virt cos portata a soluzione da Socrate: oltre che alla scienza pu risultare altrettanto efficace la giusta opinione. Questa giusta opinione una sorta di ispirazione divina con la quale l'uomo che la possiede inconsapevolmente, guida il popolo in modo retto. La giusta opinione una sorta di innato sesto senso che porta il detentore di tale bene a scegliere la strada migliore, a fare le giuste scelte. In questo senso la retta opinione non in nulla inferiore alla scienza. Tuttavia la scienza stabile, costante, mentre la retta opinione precaria giacch non si sostanzia di vera conoscenza del bene, ma di una sorta di riflesso di essa. Socrate ritiene infatti che i grandi uomini di Atene fossero virtuosi per retta opinione e non per scienza, motivo per cui non sarebbero riusciti ad insegnare la virt alla loro discendenza. Solo un possessore della vera scienza potr davvero insegnare e trasmettere la conoscenza della virt.

La teoria dell'anamnesi
Uno dei punti fondamentali del Menone costituito dall'esposizione della teoria della anamnesi, ribadita in altri dialoghi da Platone e portata al suo massimo compimento nel Fedone. Si visto come Menone, dopo il terzo tentativo di definire la virt, si arrenda ammettendo di non essere capace a definirla in modo corretto. Menone, a questo punto, aveva obiettato, alla maniera dei Sofisti, che inutile ricercare una cosa che non si conosce giacch, quand'anche la si sia trovata, non conoscendola, non la si riconoscerebbe come la soluzione del problema posto. Socrate obietta a questa conclusione di stampo gorgiano, definendo la sua teoria della conoscenza: lanima immortale e quando il corpo che la possiede muore, essa va nell'Ade, da dove fa ritorno trascorso un certo lasso di tempo, tornando in un altro corpo. In questo lasso di tempo l'anima ha conosciuto tutto, e quando prende posto in un altro corpo, non fa altro che dimenticare tutto. Questa conoscenza, per, latente in lei, e per risvegliare questa conoscenza l'uomo deve fare della sua vita una costante ricerca del sapere perduto, ma che pu essere ritrovato in ogni momento. L'anima dev'essere sollecitata a ricordare, per portare nuovamente alla luce i concetti appresi un tempo. Per comprendere pienamente il pensiero platonico bisogna distinguere il contenuto dei dialoghi dal messaggio che vogliono trasmettere. Platone far del mito che da sempre si era posto in contrapposizione alla filosofia un uso razionale attribuendo ad esso il compito di venire in aiuto al puro logos che pur percependo e facendosi portatore di verit non riesce a trasmetterla; il mito si presenter come una storia che presa senza il messaggio non specifica nulla ma colui che considera il messaggio che riporta al suo interno prima della storia dal valore fittizio capisce la sua essenza. Entrando nel vivo del problema quando Platone spiega come riportato sopra come la conoscenza sia un'anamnesi vuole in realt mettere in evidenza come l'anima prescinde dal corpo in quanto l'io pensante ed inoltre vuole dividere la realt in due piani del reale: quello senibile e mutevole dal quale non si ricava la conoscenza in quanto essendo mutevole non riporta una verit e un piano intelligibile e di puro pensiero nel quale e del quale l'anima in quanto io pensante immersa. Detto questo risulta quasi scontato il fatto che l'uomo non potendo ricavare in alcun modo la verit dall'esperienza sensibile fa uso dell'anima che il
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pensare dell'uomo, per questo l'uomo ricava da s medesimo la verit questo per Platone un ricordare. La dialettica, forma dialogica del discorso sar il mezzo per "ricordare" inoltre la dottrina spiega come l'anima entra in un altro corpo alla fine della vita questo di sicuro di gusto pitagorico ma Platone vuole trasmettere come l'anima accostata al saper pensare data a tutti ed inoltre al fine di perseguire il senso del dialogo che il mezzo per arrivare alle idee Platone espone ci.

L'esperimento maieutico: tentativo di dimostrazione della fondatezza della teoria dell'anamnesi


Un passo cruciale del Menone lesperimento maieutico fatto da Socrate per dimostrare al dubbioso Menone lesattezza della sua teoria dell'anamnesi. Viene interrogato uno schiavo di Menone che, per sua stessa ammissione, ignora i fondamenti della geometria. Socrate disegna sul terreno un quadrato di 2 piedi per lato e chiede allo schiavo di trovare la misura del lato del quadrato che abbia area doppia rispetto a quello disegnato. Se il quadrato disegnato ha lato uguale a 2 piedi, allora ha area uguale a 4 piedi. Quanto misurer il lato del quadrato di area uguale a 8 piedi? Senza pensarci il ragazzo sostiene che il quadrato da ricercare avr il lato di 4 piedi, esattamente il doppio del lato del quadrato di partenza. Sempre e solo interrogando lo schiavo, Socrate lo fa ragionare che il quadrato con lato di 4 piedi avr area uguale a 16 piedi, non certo a 8 piedi. Il ragazzo arriva allora a pensare che il lato del quadrato da cercare debba essere di misura intermedia tra i due piedi del lato del primo quadrato e i 4 piedi del lato del secondo. Per lo schiavo la soluzione che il lato deve misurare 3 piedi. Ancora una volta per, sotto lincessante interrogatorio di Socrate, arriva a notare che larea del quadrato di 3 piedi di 9 piedi, e non di 8, come si doveva trovare. Socrate dichiara che lesperimento sta comunque riuscendo: lo schiavo, dapprima cos sicuro di s, sta ora cominciando a rendersi conto di non sapere la misura del lato da trovare; a tale consapevolezza egli giunto da solo, senza aiuti esterni. Socrate torna ad interrogare lo schiavo sul problema e disegna sul terreno 4 quadrati uguali a quello di partenza, uno a fianco allaltro cos che formino un quadrato di lato 4 piedi e di area 16 piedi. Il ragazzo riconosce che il quadrato di partenza la quarta parte del quadrato cos ottenuto. A questo punto riconosce anche che il quadrato ottenuto tracciando una delle 2 diagonali di ciascun quadrato da 2 piedi quello cercato, ossia quello che ha area uguale a 8 piedi. Socrate si dimostra soddisfatto ribadendo a Menone che lo schiavo giunto a questa conclusione da solo, ha solo avuto bisogno di qualcuno che lo aiutasse a ricordare la conoscenza che gi lanima aveva dentro di lui.

Critiche alla validit dell'esperimento maieutico


Che l'esperimento maieutico tratto dalla geometria possa rappresentare una prova della tesi che conoscere non altro che il ricordo di un sapere pre-acquisito presta il fianco a diverse critiche. La prima di esse concerne lo status epistemico dell'oggetto di conoscenza; se, infatti, sembra si possa affermare che i principi della geometria valgono a priori, e quindi non siano acquisiti per via empirica, lo stesso non pu dirsi dei concetti morali (come la virt), che sono invece tratti dall'esperienza. Pertanto, in quest'ultimo caso non possibile affermare che la virt pu essere oggetto di scoperta, considerato che possibile scoprire qualcosa solo se si ha una qualche conoscenza (innata) della medesima, che viene risvegliata mediante il processo anamnestico. La seconda difficolt concerne la modalit di conduzione dell'esperimento maieutico. Un dato non trascurabile , ad esempio, il fatto che Socrate conosce le risposte delle domande che pone, quindi ponendole nel giusto ordine potrebbe in qualche modo suggerire le risposte al suo interlocutore. Come si visto, in effetti, allorch Socrate disegna un altro quadrato avente un lato di 2 piedi a fianco al quadrato iniziale, il giovane schiavo fornisce una risposta sbagliata dicendo che essa misura 8 piedi quadrati, il che deriva da una rozza associazione con la risposta precedente (un quadrato avente lati di due piedi misura una superficie di quattro piedi (quadrati), cio del doppio del lato, uno avente i lati di 4 piedi misurer una superficie quadrata del doppio del lato, cio 8). Questo significa che lo schiavo di Menone non ha una conoscenza innata della regola che governa il calcolo della superficie del quadrato.
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La critica platonica contro la teoria della conoscenza sofistica


La dottrina dellanamnesi cos espressa da Socrate/Platone unulteriore critica mossa nei confronti della teoria della conoscenza predicata dai Sofisti. La teoria della conoscenza dei Sofisti induce gli uomini alla pigrizia attorno alla ricerca del vero, mentre la teoria dellanamnesi li rende recettivi ed attivi nel cercare la verit dentro loro stessi.

Socrate una torpedine?


Un gustoso intermezzo del Menone si ha quando Menone accusa Socrate di essere una specie di torpedine, che intorpidisce chi la tocca. Menone afferma di avere tenuto molti discorsi intorno alla virt e alla sua natura, ma che adesso, opportunamente interrogato e confutato da Socrate, non sappia pi che cosa rispondere, ammaliato dallarte con cui Socrate prosegue per domande e opportune precisazione. Sta proprio qui uno dei pi alti tributi che Platone consacra al suo maestro Socrate: la capacit di mettere costantemente in dubbio le conoscenze dei suoi interlocutori al fine di farli giungere ad una pi profonda verit che non sia quella cos superficiale che ostentavano prima.

La figura di Anito nel Menone


Un ultimo punto dinteresse del Menone consiste nella breve comparsa di Anito, responsabile di aver condannato Socrate. Nel dialogo in questione Anito mostra infatti, oltre che ad unassoluta ignoranza intorno a problemi filosofici, anche una presa di posizione ingiustificata nei confronti dei Sofisti. Egli, infatti, non ne conosce minimamente le teorie, eppure le critica aspramente. In pi, allobiezione di Socrate attorno alla sua teoria sullinsegnabilit della virt, Anito monta su tutte le furie minacciando Socrate di stare attento ad infangare il nome dei grandi di Atene, altrimenti potrebbe avere dei guai in futuro. Risulta ovvio il riferimento alla futura condanna di Socrate accusato di spacciarsi per un sapiente, proprio alla maniera dei Sofisti, affermazione che Socrate ha sempre rifiutato.

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