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Carmide (dialogo) - Wikipedia

Carmide (dialogo)
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Il Carmide () un dialogo platonico giovanile o aporetico, che non porta cio ad una conclusione certa, ed areteico, cio incentrato sulla virt (aret), nella sua totalit o in parte; in questo caso si concentra sulla temperanza, o saggezza (sophrosyne). Questultima nel mondo greco era intesa come una condizione di salute dellintelletto, una particolare avvedutezza, ma non era da reputarsi una saggezza puramente intellettuale: era, piuttosto, lavere il pieno controllo di s stessi e delle proprie passioni, cosa possibile a chiunque. Platone nel Fedone la definir infatti virt popolare, tale cio da poter essere presente in chiunque anche per istinto[1].
Indice 1 Cornice del dialogo 2 La ricerca di una definizione per la saggezza 3 Socrate contro Crizia 4 Crizia: saggezza conoscere se stessi 5 Esiste una scienza della scienza? 6 Conclusione 7 Note 8 Altri progetti

Carmide
Titolo originale Altri titoli Autore 1 ed. originale Genere Sottogenere Lingua originale Personaggi Sulla moderazione Platone IV secolo a.C. dialogo filosofico greco antico Socrate, Carmide, Crizia, Cherefonte Serie Dialoghi platonici, V tetralogia

Cornice del dialogo


Il dialogo, narrato in prima persona da Socrate, inizia col ritorno di questultimo ad Atene, dopo la difficile battaglia di Potidea del 432 a.C. (di cui abbiamo maggiori notizie nel Simposio). Giunto nella palestra di Taurea, egli ritrova i propri amici fidati, tra cui Crizia (uno dei trenta tiranni che nel 404 a.C. rovescer la democrazia ateniese per instaurare un regime oligarchico filospartano) e Cherefonte (a noi noto per la sua consultazione delloracolo delfico di cui si parla nellApologia di Socrate). Dopo che Socrate ha soddisfatto le curiosit degli amici al riguardo della battaglia, il discorso va spostandosi sui ragazzi cresciuti durante lassenza di Socrate. Alla domanda se ce ne sia qualcuno bello quanto sapiente, tutti si trovano concordi nellindicare in Carmide (appena sopravvenuto, col suo seguito dammiratori) il migliore dei giovani. Socrate, vedendolo, conviene al riguardo della bellezza esteriore, ma vuole verificare quella del suo animo: lo chiama perci a s, con la scusa (suggeritagli da Crizia) di essere un medico in grado di guarire i dolori di testa accusati dal giovane. Per far ci dir di aver imparato dai medici Traci luso di unerba, che va per somministrata solo insieme a un incantesimo, quello dei discorsi che infondono la saggezza: se essa non presente, a nulla serve lerba. Poich Carmide non sa se ne sia gi in possesso o se debba ricorrere allincantesimo, si presta allesame di Socrate.

La ricerca di una definizione per la saggezza

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Il filosofo inizia: se Carmide possedesse la saggezza, dovrebbe essere in grado di dire cos. La prima definizione di Carmide che la saggezza sia un agire in ogni circostanza in modo pacato. Socrate, giocando con le parole, sostituisce il senso di pacato con lentamente e procede alla confutazione: fa ammettere a Carmide come la saggezza sia una cosa bella, e domanda se non sia pi bello, ad esempio, scrivere o imparare rapidamente o lentamente; Poich il ragazzo conviene che in questi casi la lentezza non sia bella (pertanto manca del requisito fondamentale per essere saggezza), Socrate conclude che la definizione debba essere errata. La seconda definizione di Carmide che la saggezza sia una sorta di modestia, o pudore: la confutazione di Socrate qui ancora meno convincente, ma ha leffetto voluto sul ragazzo: il filosofo si limita infatti a far riconoscere al suo interlocutore come i saggi siano anche uomini buoni, e come ci che renda cattivi non sia bene, per poi citare Omero: Il pudore non bene per un uomo bisognoso. Quindi il pudore pu essere sia bene (se non si ha bisogno) che non bene (nel caso opposto). Poich la saggezza rende buoni, ed essere buoni bene, non potr essere pudore, poich esso non sempre bene. La confutazione pu essere riassunta con i seguenti passaggi: 1. 2. 3. 4. 5. Se qualcosa rende non buoni non bene; La saggezza rende sempre buoni, dunque: La saggezza sempre un bene; Il pudore talvolta un non bene; Il pudore non pu essere saggezza.

Socrate contro Crizia


Carmide riporta quindi una definizione di saggezza appresa da Crizia. Essa consiste nel fare ognuno le proprie cose. Socrate contesta la frase chiedendo se, agli occhi del ragazzo, chi compia unabilit manuale (come tessere la stoffa) stia o meno facendo qualcosa; allovvia conferma ricevuta, giocando sullambiguit del genitivo greco proprie (pu essere inteso sia come di propriet sia come di propria competenza), Socrate fa notare come sarebbe mal amministrata una citt immaginaria dove ognuno produca da s le cose di cui ha bisogno, come mantelli e scarpe. Poich la saggezza bene, essa non pu essere farsi da soli le proprie cose. Dato che il significato palesemente assurdo, Socrate ritiene che la frase fosse un enigma, e sia necessario capire cosa significhi fare le proprie cose. Interviene quindi Crizia in difesa della propria definizione: solo perch il ragazzo non sa spiegare la definizione, non vuol dire che questa non sia giusta. Socrate incalza Crizia: possono essere saggi anche coloro che non producono solo le proprie cose, come la donna che tesse il suo vestito e quello del marito? Per Crizia niente lo impedisce: un conto il produrre, un altro il fare. Egli si legittima citando quindi Esiodo, per il quale lopera non mai fonte di vergogna; secondo lui anche il poeta probabilmente distingueva tra il produrre e il fare, o operare: il produrre pu, infatti, essere disdicevole se non si accompagna al bello, come nel caso dei pescivendoli e dei lavoratori dei bordelli, mentre loperare in s un agire in maniera bella e vantaggiosa. Pertanto, la saggezza un operare bene, o fare le cose buone. Secondo Socrate, per, questo comporta che si possa essere saggi senza sapere di esserlo: il medico che riporta la salute in un ammalato produce cose vantaggiose per s come per colui che guarisce. Eppure il medico pu agire vantaggiosamente anche senza saperlo, ad esempio somministrando il farmaco sbagliato (provocando quindi la morte) ad un uomo la cui vita non sarebbe stata degna di essere vissuta (lo stesso esempio si ritrova nel Lachete[2]), sebbene glielavesse somministrato con lintento di salvarlo. Avendo prodotto qualcosa di vantaggioso senza volerlo, il medico sarebbe pertanto stato saggio operando cosa bella e vantaggiosa senza averne coscienza. Conservando questa definizione cadrebbe quindi il requisito accettato da tutti, vale a dire che chi sia in possesso della saggezza debba saperlo.
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Crizia: saggezza conoscere se stessi


Crizia preferisce ritrattare la sua conclusione ed ammettere lerrore piuttosto che accettare una simile conclusione, cio che si possa essere saggi senza saperlo, senza perci conoscere se stessi. Il conoscere se stessi (gnothi seauton, la celeberrima frase iscritta sul tempio dApollo a Delfi) diventa anzi la nuova definizione della saggezza che Crizia dar a Socrate. Crizia prover anche a risolvere lenigma del conosci te stesso: esso non era un consiglio, quanto un saluto. Nellantica Grecia il saluto pi classico era sii lieto. Poich secondo Crizia conoscere s stesso equivale allessere saggio, il conosci te stesso poteva essere tradotto come sii saggio. Socrate inizia la confutazione della definizione: se la saggezza conoscere qualcosa deve essere una scienza. Pertanto conoscere se stessi si pu tradurre come scienza di se stessi. Come la scienza medica produce la salute, e la scienza dellarchitettura abitazioni, la saggezza in quanto scienza dovrebbe produrre qualcosa. Crizia, interrogato su cosa essa produca, rifiuta di rispondere. Secondo lui, la saggezza un tipo di scienza diversa da quelle pratiche, e pertanto non pu dare un prodotto definito, come la scienza del calcolo o della geometria non danno un prodotto simile a quello che la casa per la scienza dellarchitettura. Ma incalza Socrate della scienza del calcolo quantomeno sappiamo dire di cosa si occupi: essa si occupa del pari e del dispari, del loro valore numerico. La saggezza come scienza di che si occupa? Crizia rifugge la confutazione affermando che la saggezza sia la sola scienza che si occupi di s stessa e delle altre scienze, pertanto non sia paragonabile a nientaltro. Secondo Socrate, per, poich la scienza una conoscenza, dovr esserlo anche di una non conoscenza, ovvero dovr riguardare anche lignoranza. Questo punto controverso si pu intendere: 1. grazie alla scienza della medicina che il medico sa quando gli possibile curare un malato e quando sa di non saperlo fare, oppure; 2. grazie alla scienza della medicina che il medico sa riconoscere chi non ne in possesso.

Esiste una scienza della scienza?


Poich per la saggezza conoscenza di s stessi, oltre che delle altre scienze, dovrebbe essere anche conoscenza dellignoranza di s stessi. Si viene perci a creare un paradosso irrisolvibile secondo cui il saggio ha un sapere che gli consente di riconoscere di non aver sapere. Socrate porta lesempio di una quantit: se essa maggiore di unaltra, questaltra sar inevitabilmente minore; ma se le propriet della prima quantit in questione potessero essere riflesse solo su di essa, se cio fosse maggiore solo di s stessa, dovrebbe essere anche minore di s stessa, altrimenti non esisterebbe qualcosa di cui essa sia maggiore. E come per le quantit, cos per altre doti, come la vista: se essa vedesse solo se stessa e le altre viste, e non il mondo, si dovrebbe assumere che la vista abbia delle propriet visibili, come il colore. Crizia invitato a dimostrare in che modo tutto questo sia possibile, e nel caso lo fosse, come possa essere vantaggioso, giacch s dato per scontato che la saggezza sia vantaggiosa. Per amor di discussione, Socrate concede a Crizia lesistenza di una scienza della scienza, in modo da farlo uscire dal silenzio in cui era sprofondato. Rimarr per da spiegare come il possesso di una scienza simile possa far conoscere maggiormente se stessi: come scienza della scienza, infatti, potr permettere di capire solo se qualcosa sia scienza o non lo sia, e non cosa si sappia. Per sapere cosa una persona sa, ad esempio se sa cosa sano o cosa non lo , avr bisogno della scienza che si occupa di quelloggetto, in questo caso la salute, e quindi della medicina. Con la scienza della scienza saprebbe solo se sa o se non sa, ma non cosa sa. Se la saggezza fosse consapevolezza di cosa di sa e cosa non si sa, e consapevolezza di chi sa e chi non sa, sarebbe indubbiamente molto utile. Ma una volta concluso che riconoscere queste cose possibile solo grazie alle altre scienze particolari, la saggezza cos intesa si rivela nulla pi di una scatola vuota, senza alcuna
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importanza. Socrate suggerisce che se proprio la saggezza deve essere definita come scienza della scienza, forse con questo termine si pu semplicemente intendere conoscenza dei processi conoscitivi, ovvero capacit di apprendere pi in fretta.

Conclusione
Socrate si lascia andare ora ad una propria riflessione, ispirata dalla terza definizione di saggezza di Carmide: ovvero quella secondo cui la saggezza (che procura la felicit, bene ricordarlo) consiste nel fare ognuno il proprio compito, vivendo secondo la scienza che gli propria. Crizia viene costretto ad ammettere che la produzione delle scarpe, ad esempio, una scienza; eppure possederla non d felicit, e cos accade anche per altre. Quando gli viene chiesto quale scienza, in definitiva, procuri la felicit, Crizia arriva alla conclusione che la sola effettivamente in grado di farlo sia la scienza del bene e del male. La scienza del bene e del male non migliora le altre scienze in s, ma migliora le nostre capacit di operare bene in queste, procurandoci vantaggio. Stranamente Socrate non l'adotta come definizione di saggezza, ma continua a muovere dalla definizione di Crizia scienza delle scienze. Il dialogo si chiude nello sconforto generale: la saggezza trovata non apporta nessun vantaggio alla vita, pertanto ovvio che i tre siano ben lontani dalla soluzione. Crizia prescrive a Carmide di frequentare Socrate, per migliorare se stesso, e qui il dialogo si chiude con unironia tetra per chi legge col senno di poi: Socrate chiede a Carmide se gli far violenza, intendendo se egli voglia diventare suo discepolo anche contro la volont di Socrate. Carmide risponde che cos sar, poich Crizia ad ordinarlo. facile cogliere lironia, se si pensa che durante il regime dei trenta tiranni proprio Crizia ordiner a Socrate di uccidere un democratico, e che la morte di Socrate sar originata proprio dal suo rapporto col futuro tiranno.

Note
1. ^ Phaed. 82b. 2. ^ Lach. 195d.

Altri progetti
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Categorie: Opere letterarie in greco antico Opere letterarie del IV secolo a.C. Dialoghi platonici | [altre] Questa pagina stata modificata per l'ultima volta il 18 set 2013 alle 16:32. Il testo disponibile secondo la licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo; possono applicarsi condizioni ulteriori. Vedi le Condizioni d'uso per i dettagli. Wikipedia un marchio registrato della Wikimedia Foundation, Inc.

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