Sei sulla pagina 1di 96

1

2
Carlo LONGO

LA CHIESA DI SANT’ANTONIO
A CAMMARATA

V CENTENARIO DELLA FONDAZIONE


DEL CONVENTO DOMENICANO
1509-2009

Comune di Cammarata
2010

3
Veduta della chiesa di Sant’Antonio Abate e del convento domenicano
quali si presentano oggi

4
Molti sono stati gli eventi che hanno caratterizzato la storia del nostro
paese ed alcuni di essi sono stati fondamentali per l’evoluzione culturale e
spirituale della società cammaratese; fra questi, senza alcun dubbio, di note-
vole importanza è stata la fondazione del convento domenicano, della quale
ricorre il quinto centenario.
A questa istituzione p. Carlo Longo, cammaratese e preside dell’Istituto
storico domenicano – Università S. Tommaso – di Roma, per l’occasione ha
dedicato una pubblicazione che ci svela l’importante ruolo che il convento
ha svolto nella società locale, offrendo servizi come l’alfabetizzazione e l’as-
sistenza ai più bisognosi; ci fa conoscere interessanti opere d’arte e manufat-
ti, personaggi di grande cultura, apprezzati anche fuori dai nostri confini,
che ci hanno trasmesso un inestimabile patrimonio di spiritualità. Una guida
della memoria, per conoscere aspetti dell’animo dei nostri antenati e ricor-
darci delle nostre radici.
L’amministrazione comunale ha voluto patrocinare la pubblicazione di
questo volume - che verrà distribuito alla popolazione - perché tutti i citta-
dini abbiano la possibilità di attingere alla nostra storia e avere coscienza
della nostra identità.

L’Assessore alla Cultura


Alfonso Di Piazza

5
Marco Lo Cascio (?), 1596, Sant’Antonio abate, Cammarata,
Chiesa di Sant’Antonio

6
PARTE PRIMA

NOTIZIE STORICHE

I. LA CONFRATERNITA DI SANT’ANTONIO ABATE DI CAMMARATA

1. La vita di sant’Antonio

Conosciamo la vita e l’esperienza religiosa di sant’Antonio attraverso una bio-


grafia scritta attorno al 360 da un suo amico e discepolo, sant’Atanasio (295-373),
vescovo di Alessandria d’Egitto, il quale attinse a ricordi personali e a informazio-
ni provenienti da testimoni e costruì un’opera di alto valore letterario nell’intento
anche di attenuare la dirompente valenza dell’esperienza dei primi eremiti egiziani,
ostinati nel rifiuto di tutti i compromessi istituzionali tra la chiesa cristiana e l’im-
pero romano allora appena instauratisi. Era, infatti, convinzione di questa prima
generazione di asceti che, sull’esempio di Gesù, solo la solitudine permettesse alla
creatura umana di purificarsi da tutte le cattive inclinazioni e di diventare così un
uomo nuovo, ridimensionando e relegando in secondo piano la mediazione eccle-
siastica e le strutture organizzative e liturgiche che il primitivo cristianesimo si stava
allora dando1.
Secondo la narrazione di Atanasio, Antonio nacque verso il 250 da un’agiata
famiglia di agricoltori nel villaggio di Koma, oggi Qumans, in Egitto, e circa ven-
tenne rimase orfano di entrambi i genitori, con un ricco patrimonio da amministra-
re e con una sorella minore da educare. Avendo un giorno ascoltato in chiesa il
brano evangelico “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dàllo ai poveri e
avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi”, e sull’esempio di alcuni monaci che
vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, dedicandosi alla preghiera, Antonio volle
scegliere questa strada e, venduti i suoi beni e affidata la sorella con la sua parte di
eredità a una comunità di donne, si dedicò alla vita ascetica davanti alla sua casa e
poi appena al di fuori del suo paese.
Alla ricerca di uno stile di vita penitente e lontano dalle distrazioni, chiese a
Dio di essere illuminato e così vide poco lontano un eremita, che seduto lavorava
intrecciando una corda, poi smetteva, si alzava e pregava, poi di nuovo tornava a
lavorare e ancora a pregare. Gli apparve come un angelo inviatogli da Dio per sug-

1 ATANASIO, Vita di Antonio, ed. G. J. M. BARTELINK, Milano 1974.

7
gerirgli la strada del lavoro e della preghiera e cominciò a seguire questo ritmo di
vita; una parte del guadagno del suo lavoro gli serviva per procurarsi il cibo e un’al-
tra parte la distribuiva ai poveri.
Dopo qualche anno di questa esperienza, cominciarono per lui durissime
prove, le famose tentazioni di sant’Antonio, per cui atterrito chiese consiglio ad altri
asceti, che gli dissero di non spaventarsi, ma di continuare ad andare avanti con
fiducia, perché Dio era con lui. Gli consigliarono, inoltre, di ritirarsi in un luogo più
solitario. Ricoperto di panni di fortuna, si rifugiò in un’antica tomba scavata nella
roccia su di una collina vicina al suo villaggio; un amico gli portava ogni tanto un
po’ di pane e per il resto si cibava di frutta ed erbe.
Qui alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni, ma
superò tutto perseverando nella fede, compiendo ogni giorno i suoi doveri, come
gli avevano insegnato i suoi maestri. Quando alla fine Cristo gli si rivelò illuminan-
dolo, gli chiese: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le
mie sofferenze?”. Si sentì rispondere: “Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua
lotta…”. Scoperto dai suoi concittadini, che, come tutti i cristiani di quei tempi,
affluivano presso gli eremiti per riceverne consiglio, aiuto e consolazione, ma nello
stesso tempo turbavano la loro solitudine, Antonio decise di trasferirsi in luogo
ancor più isolato, verso il mar Rosso.
Sulle montagne del Pispir c’era una vecchia fortezza in rovina, infestata dai
serpenti, ma dotata di una sorgente di acqua, e in una grotta all’interno di essa, a
partire dal 285, egli dimorò per vent’anni, ricevendo solo due volte all’anno del
pane che gli veniva calato dall’alto. Era solito mangiare questo pane essiccato
bagnandolo con acqua e condendolo con sale. Molte persone, che volevano dedi-
carsi alla vita eremitica, giunsero a quella fortezza e ne abbatterono i recinti e
Antonio fu così costretto a uscire dalla sua grotta e cominciò a consolare gli afflit-
ti, ottenendo dal Signore guarigioni, e a istruire nuovi discepoli. Tra questi si for-
marono due gruppi di monaci che diedero origine a due monasteri, uno ad oriente
e l’altro a occidente del grande fiume Nilo; a tutti Antonio dava ammaestramenti,
anche a personaggi di alto rango, che accorrevano a lui.
Nel 307 andò a visitarlo il giovane sant’Ilarione (292-372), che poi fondò un
monastero a Gaza in Palestina; nel 311 Antonio non esitò a lasciare il suo eremo e
a recarsi ad Alessandria, dove imperversava la persecuzione contro i cristiani, ordi-
nata dall’imperatore romano Massimino Daia († 313), per sostenere e confortare i
fratelli nella fede e desideroso egli stesso del martirio. Forse perché incuteva rispet-
to e timore reverenziale anche ai romani, non fu perseguitato; le sue uscite dall’ere-
mo si moltiplicarono per servire la comunità cristiana e sostenne con la sua influen-
te presenza l’amico vescovo di Alessandria, Atanasio, che combatteva l’eresia aria-
na, e scrisse in sua difesa anche una lettera all’imperatore Costantino.
Tornata la pace nell’impero e per sfuggire ai troppi curiosi che si recavano nel
fortilizio del mar Rosso, decise di ritirarsi in un luogo ancor più isolato, dove prese
a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento e di quanti, discepoli e visita-

8
tori, si recavano a trovarlo. Negli ultimi anni della sua lunghissima vita accolse pres-
so di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia. Morì a 106 anni, il 17
gennaio del 356 e fu sepolto in un luogo segreto.
I suoi discepoli tramandarono ai posteri la sua sapienza, una raccolta di cen-
toventi detti e di venti lettere2. Sulla sua tomba sorse il monastero di Sant’Antonio,
ancora oggi esistente ed appartenente alla chiesa d’Egitto, una chiesa autonoma, che
attualmente è governata da papa Scenuda III, dal 1971 patriarca di Alessandria e di
tutta l’Africa. Esso è ubicato in un’oasi del deserto occidentale, non distante dal mar
Rosso, a circa 40 km ad ovest della città di Zafarana e a 140 km a sud-est del Cairo.
È il più antico monastero cristiano del mondo.
Esso oggi è un villaggio autogestito con giardini, un mulino, un forno e cin-
que chiese, adornate di affreschi, i più antichi dei quali risalgono ai secoli VII e VIII,
mentre quelli più recenti al XIII secolo. Il monastero possiede anche una bibliote-
ca con oltre 1700 manoscritti antichi. La grotta dove sant’Antonio visse come ere-
mita si trova a 2 chilometri di distanza dal centro abitato, sulla montagna che lo
sovrasta, chiamata oggi al-Qalzam, a 680 metri sul livello del mare. In tempi recen-
ti scavi archeologici e restauri hanno messo in luce le celle dei monaci del IV seco-
lo, le più antiche mai trovate, mentre rimane di proposito segreta la tomba del
santo. Come tutti i monasteri egiziani esso vive un periodo di prosperità con forte
incremento del numero dei monaci che vi risiedono.

2 . La diffusione del suo culto

Antonio fu uno dei primi santi non martiri venerati in tutte le regioni cristia-
ne e festeggiato il giorno della sua morte, il 17 gennaio, corrispondente al 30 gen-
naio del calendario giuliano e al 22 del mese di Tobi di quello egiziano. Nel 561, in
seguito a una presunta rivelazione, sarebbe stata scoperta una tomba che si disse
essere quella che custodiva il suo corpo e i resti umani trovati in essa furono trasfe-
riti ad Alessandria nella basilica di San Giovanni. Nel corso del secolo VII, in segui-
to alla conquista araba dell’Egitto, quanto trovato in quel sepolcro, che certamente
non era quello del santo, fu trasportato a Costantinopoli. Da qui quelle presunte
reliquie nell’XI secolo raggiunsero la Francia ad opera di Jocelin de Château-Neuf,
che, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, le avrebbe ottenute in dono dal-
l’imperatore di Costantinopoli e che le fece deporre nella chiesa del villaggio di La-
Motte-Saint-Didier, chiamato oggi Saint-Antoine-l’Abbaye, presso Vienne. Qui nel
1070 il nobile Guigues de Didier fece costruire una chiesa per accoglierle degna-
mente; ad essa cominciarono ad accorrere i pellegrini, per cui nel 1088 i benedetti-
ni dell’abbazia di Montmajeur, presso Arles, vennero incaricati di assisterli religio-

2 ANTONIO IL GRANDE, Secondo il vangelo. Le venti lettere di Antonio, ed. MATTA EL-MESKIN, Bose 1999.

9
samente.
Qui, inoltre, un nobile di quella regione, certo Gaston de Valloire, dopo la
guarigione del figlio dall’ergotismo, decise di costruire un ospedale e di fondare una
confraternita per l’assistenza dei pellegrini e dei malati. Così sorse una comunità lai-
cale, formata da questi, dal figlio e da altri cinque nobili del Delfinato. Questa con-
fraternita fu approvata da papa Urbano II nel 1095 e confermata da papa Onorio
III nel 1218. Nel 1297 papa Bonifacio VIII la trasformò in ordine religioso, comu-
nemente denominato degli antoniani di Vienne.
Esso era formato da laici, soprattutto con la qualifica di infermieri, che con le
loro questue mantevano i loro ospedali, dove ospitavano i pellegrini e i viandanti e
curavano gli ammalati. Gli antoniani si specializzarono nella cura dell’ergotismo e
dell’ “herpes zoster” o fuoco di sant’Antonio, malattie ambedue dovute alle condi-
zioni di povertà della popolazione e alla loro cattiva alimentazione. Come rimedio
contro alcuni sintomi di queste e di altre malattie usavano creme emollienti confe-
zionate con il grasso di maiale, che o veniva prodotto negli allevamenti dei loro pos-
sedimenti o veniva raccolto nel corso delle loro questue, annunciate dal suono di
una campanella. Il loro abito era formato da una tunica e da un mantello neri, con
una croce egizia azzurra cucita sulla spalla sinistra3.
L’ordine antoniano, per la grande importanza sociale delle attività che svolge-
va, ebbe rapida diffusione e in quasi tutta Europa e nel bacino del Mediterraneo
sorsero ben presto ospedali, tutti intitolati a Sant’Antonio abate, gestiti dai frati
stessi o da confraternite laicali da loro fondate o ispirate. L’ospedale era un edificio
modesto, posto sulle grandi vie di comunicazione o all’ingresso delle città, e com-
prendeva una cucina con la mensa, i dormitori, una chiesa, alcuni locali di servizio
ed un giardino.
In occidente gli emblemi dell’ordine antoniano, la fiamma, simbolo del fuoco
di sant’Antonio, la croce egizia a “tau” o T, antico simbolo di vitalità dell’antica reli-
gione egiziana, il maialino e la campanella divennero, nella devozione popolare,
attributi iconografici di sant’Antonio, spesso in tempi più recenti addirittura raffi-
gurato con abito francescano e attorniato da molti animali, essendo divenuto per
estensione della primitiva protezione esercitata sui maiali protettore di tutti gli
animali.
Nell’antica iconografia cristiana, invece, sant’Antonio fu sempre raffigurato di
carnagione scura e con una lunga barba, abbigliato con una veste lunga e col capo
coperto dal copricapo monastico, che poteva assumere la forma di un velo arroto-
lato attorno alla testa, la kefiah mediorientale, a cùfia o scùfia cammaratese, o di un
basso berretto cilindrico, a scuzzètta cammaratese. Inoltre portava sempre il basto-

3 L’ordine degli Antoniani di Vienne operò fino al 1774, quando i membri del suo capitolo generale decisero
l’unione con l’ordine di San Giovanni o dei cavalieri di Malta, che si prefiggeva identici scopi assistenziali; la
fusione fu sancita nel 1776 da Pio VI. I. RUFFINO, Canonici regolari di Sant’Agostino di Sant’Antonio di Vienne in
Dizionario degli istituti di perfezione, II, Roma 1975, pp. 134-141.

10
ne, con l’impugnatura a forma di T, simbolo di autonomia e autorità, e reggeva un
libro o un rotolo, segni di sapienza.
A Cammarata le raffigurazioni iconografiche esistenti, rielaborazioni di
modelli molto più antichi, si ispirano alle note originarie e il santo è raffigurato sola-
mente col T sulla spalla sinistra, il copricapo monastico a forma di scuzzètta, il basto-
ne e il libro, né c’è traccia nella devozione popolare di altre manifestazioni proprie
di tante altre località, ma introdotte in tempi recenti, quali la benedizione delle stal-
le, l’accensione dei fuochi in suo onore, la processione degli animali; ciò a dimostra-
re un culto molto antico, mantenutosi integro nelle sue caratteristiche primordiali.

3 . L’ospedale di Sant’Antonio di Cammarata

Non direttamente ad opera dei frati dell’ordine antoniano di Vienne, perché


non abbiamo documento alcuno che attesti una loro presenza a Cammarata, ma
certamente ispirandosi alle loro attività assistenziali e forse dietro suggerimento e
con il patrocinio di qualche membro di quell’ordine, sorse a Cammarata nel secolo
XIV un ospedale dedicato a Sant’Antonio abate, destinato ad accogliere viandanti
e malati e gestito da una confraternita omonima. La prima attestazione che lo
riguarda risale agli anni 1373-1374 e ci mostra un’istituzione ricca e consolidata, esi-
stente certamente da parecchi anni.
Infatti in quel periodo la curia papale, sia residente a Roma o in altre città
dell’Italia centrale, sia residente ad Avignone, in Francia, per finanziarsi a scadenza
fissa imponeva alle istituzioni ecclesiastiche più ricche delle tasse, chiamate decime,
censi, annate e in altri modi ancora, secondo la consistenza della percentuale impo-
sta sulla rendita o l’occasione in cui esse venivano pretese. Dei collettori passavano
paese per paese, riscuotevano le tasse e tenevano dei registri di entrata molto parti-
colareggiati, che sono giunti quasi tutti fino a noi e, almeno per quel che riguarda il
territorio italiano, editi integralmente.
Nei registri delle decime riscosse negli anni 1275-1280 non appare alcuna isti-
tuzione cammaratese4, mentre la riscossione degli anni 1308-1310 appare molto più
fiscale e molto più capillare ed allora il rettore di San Nicola di Cammarata, cioè il
parroco, prete Antonio de Tetis, dovette pagare un’oncia di tassa5. Dopo alcuni
decenni di silenzio documentario, altri resoconti di collette risalgono agli anni 1373-
1374, quando vengono riscossi dei censi e il parroco di Cammarata, prete Orlando,
paga otto tarì, mentre l’unica altra istituzione tassata, l’ospedale di Sant’Antonio,
paga due tarì e grana diciassette e mezzo, una tassa simile a quella che pagano chie-

4 Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Sicilia, a c. di P. SELLA (“Studi e testi”, CXII), Città del Vaticano
1944, p. 103.
5 Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Sicilia, p. 111.

11
se o beneficiati che abbiano patrimoni di media consistenza6.
Questo documento ci consente di formulare qualche ipotesi non molto lon-
tana dal vero e cioè che l’ospedale fosse stato fondato nei decenni precedenti, forse
nei primi decenni del secolo XIV, che esso possedesse, oltre le strutture ricettive e
la chiesa, anche un discreto patrimonio, che esso non fosse gestito da un ordine reli-
gioso, come avrebbero potuto essere gli antoniani di Vienne, né da altri ecclesiasti-
ci, i cui nomi sarebbero apparsi annotati nel resoconto, ma da un’associazione di
laici, una confraternita, che si ispirava alle idealità antoniane e ne aveva anche assun-
to i simboli.
Infatti gli emblemi di essa, la bandiera grande per le solenni processioni, quali
quelle di Pasqua o del Crocifisso, e la bandiera piccola per le processioni minori e i
funerali, furono contrassegnate sempre dal “tau” o T bianco in campo rosso,
variando, così, i colori, rispetto al nero e blu degli antoniani, mentre il medesimo
simbolo appare sulla spalla della statua del santo e, assieme alla fiamma, nella deco-
razione della cappella, manufatti tutti realizzati in epoche più recenti, dal secolo
XVI al secolo XVIII, ma che tramandano simbologie molto più antiche, dato che
quando furono realizzate le opere che oggi possediamo esse avevano perduto signi-
ficato e sant’Antonio ormai veniva raffigurato con altri attributi iconografici.
Inoltre, la confraternita continua a vestire un abito dalla foggia molto antica,
privo di tutti i fronzoli introdottisi con la controriforma, che potrebbe derivare
direttamente dall’abito che vestivano i primi confrati. Infatti si tratta di un sempli-
ce sacco bianco, legato ai fianchi da un cingolo bianco e con visiera bianca, ricor-
do ipotetico della primitiva attività infermieristica. In tempi recenti esso in occasio-
ni più solenni è sostituito da un mantello bianco con un “tau” rosso ricamato sulla
spalla sinistra.
I locali, tenendo conto dell’orografia del territorio e reputando veritiera una
raffigurazione del secolo XVI esistente alla base dell’acquasantiera della chiesa,
erano ubicati su un pianoro, tra due dirupi, alle porte del paese, sulla strada che
immetteva nella piazza principale, il Tocco vecchio, dove si tenevano le assemblee
popolari. Questa strada era anticamente denominata “ruga Sancti Antonii”7. Il
complesso era certamente costituito da una piccola chiesa, che occupava la larghez-
za della chiesa attuale con abside a oriente, cioè verso il torrente, aveva due finestre
per lato e l’ingresso, data la configurazione del terreno, nell’angolo tra il muro late-
rale e la facciata, nello spigolo di nord-ovest. Essa era dotata di campanile posto a
mezzogiorno, cioè verso San Giovanni, mentre i locali dell’ospedale sono presumi-
bilmente da collocare negli spazi oggi occupati dalle sale della rettoria e dal sotto-
stante ampio corridoio, u currituri, che, se nel secolo XIV ospitava bestie e viandan-
ti, mentre le sale superiori erano riservate agli ammalati, fino a circa un secolo

6 “In Camerata. A presbitero Orlando archipresbitero eiusdem terre tar. VIII. Ab hospitale S. Antonii tar. II gr.
XVII1/2”. Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Sicilia, p. 149.
7 DE GREGORIO, Cammarata. Notizie sul territorio e la sua storia, Agrigento 1986, p. 73.

12
addietro continuò a svolgere le funzioni di luogo di riparo dei viaggiatori, fùnnacu,
termine arabo che traduce il latino hospitale, luogo di accoglienza e di ricovero.
L’ospedale di Sant’Antonio rese il suo servizio a cammaratesi e forestieri per
circa due secoli, finché per mancanza di adeguate rendite, venute a mancare in cir-
costanze ignote, non decadde, mentre inutilmente ci si dava da fare per reperire i
fondi necessari al suo restauro. Infatti il 6 gennaio 1493 in un’assemblea del clero
di Cammarata fu stabilito di ripristinare il vecchio ospedale e furono istituite quat-
tro commissioni per raccogliere offerte a questo fine, ma l’iniziativa non ebbe suc-
cesso e finalmente a Cammarata potè essere aperto un altro ospedale, ad opera
della compagnia dei bianchi, solamente nel 15688.

4 . La confraternita di Sant’Antonio

Chiuso l’ospedale di Sant’Antonio, continò a vivere la confraternita che lo


aveva gestito, che si prese cura ormai solamente della chiesa che rimase aperta al
culto. Anche quando, come appresso diremo, i locali di quell’istituzione caritativa
furono ceduti ai domenicani per installarvi un loro convento, i confrati rimasero
indipendenti e mantennero nella chiesa l’altare di sant’Antonio sotto il loro patro-
nato. Essa non era soggetta all’autorità dell’ordine domenicano, anche se i frati
curavano la formazione religiosa dei suoi membri, ma a quella del vescovo di
Agrigento, il quale durante le sue visite pastorali a Cammarata visitava e ispeziona-
va solamente l’altare della confraternita non avendo facoltà di visitare tutta la chie-
sa dei domenicani, in quanto esente dalla sua giurisdizione.
Da quanto detto nelle precedenti note si deduce che quella di Sant’Antonio è
tra le più antiche, se non la più antica, tra le aggregazioni laicali esistite a
Cammarata, assieme a quella dei disciplinati di Santa Domenica, attestata nel 1432,
poi forse trasformatasi nella confraternita di San Filippo di Argirò9, e a quella di San
Biagio, già esistente nel 145810. Esse, quando non avevano obblighi di servizio
sociale verso la popolazione tutta, come nel caso della gestione dell’ospedale, assi-
curavano ai propri membri, oltre la formazione religiosa, sostegno economico nelle
necessità, assistenza nelle malattie, alle loro famiglie, in caso di morte, aiuti materia-
li finché la vedova e gli orfani non fossero economicamente autosufficienti. Come
si vede una forma di assistenza, quando erano assenti nella mentalità comune quei
concetti di giustizia sociale e di sostegno statale dei più deboli oggi previsti dalla
legislazione.
La confraternita inizialmente era governata da alcuni rettori, da due a quattro,
divenuti poi un priore e due assistenti. Essa, in seguito alla legislazione statale che

8 DE GREGORIO, Cammarata, 1986, p. 162.


9 DE GREGORIO, Cammarata, 1986, p. 429-430.
10 DE GREGORIO, Cammarata, 1986, p. 439.

13
iniziò a controllare nel secolo XVIII le aggregazioni di laici, fu giuridicamente rico-
nosciuta nel 1746. I confrati erano gelosi della loro autonomia e formavano un
corpo socialmente compatto che manifestava il proprio potere nelle pubbliche pro-
cessioni e lo esercitava nelle forme di solidarietà interna. Con i domenicani ebbero
rapporti di collaborazione e qualche momento di tensione fu appianato con delle
transazioni, come quelle stipulate nel 1618 o nel 177011.
Dal fatto che i confrati di Sant’Antonio abbiano assunto, in epoca imprecisa-
bile, l’altare e le devozioni della confraternita del Santo Nome, sottoposta alla giu-
risdizione dell’ordine domenicano e fondata a Cammarata nel 161012, si desume
che probabilmente in un certo momento i domenicani vollero assimilarla a quest’ul-
tima e così avere di essa pieno controllo, ma sembra che l’iniziativa fallì. Però i
Ntunisi aggregarono alla propria quell’altra istituzione e cominciarono a solennizza-
re le feste peculiari di essa, quella del Santo Nome al primo gennaio, u Bamminu dâ
strina, la cui statua portavano in processione quando ogni confraternita portava
l’immagine del proprio santo titolare, e quella del Crocifisso, la prima domenica di
maggio, che orgogliosamente denominarono come segno dell’avvenuta annessione
di quell’altra confraternita u Crucifissu di Sant’Antuoni.
Essa esiste ancora oggi, tra le poche rimaste in vita a Cammarata, ed è soprav-
vissuta a una distorta mentalità clericale che ha pianificato la distruzione di tutte le
aggregazioni religiose laicali che non poteva socialmente ed economicamente con-
trollare, pur solennemente affermando il contrario in pomposi documenti ufficiali.
I suoi statuti furono una prima volta rinnovati ed approvati dall’assemblea della
confraternita il 20 gennaio 1907 e confermati dal vescovo di Agrigento,
Bartolomeo Lagumina, il 23 marzo 190713. Il 7 aprile seguente i confrati si riuniro-
no in chiesa, all’altare di sant’Antonio, e, in base alle nuove norme, elessero priore
Salvatore Tuzzolino e assistenti Salvatore Lipari e Nicolò Consiglio e conferirono
tutti gli altri incarichi previsti. Si noti che sopravvisse fino ad allora la carica di infer-
miere conferita a due confrati14.
Quelli attualmente in vigore furono redatti il 7 ottobre 1980 ed approvati dal
vescovo Luigi Bommarito il 22 marzo 1981 ed integrati con le norme generali
emesse dal vescovo Carmelo Ferraro il 1 gennaio 1997 per le confraternite della
diocesi di Agrigento15. Oggi essa conta una trentina di membri; priore è il prof.
Salvatore Tuzzolino, assistenti sono Giuseppe Consiglio e Giuseppe Arcieri, men-
tre Paolo Di Marco funge da cassiere.

11 DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 435-436.


12 FR. NICOTRA, Dizionario illustrato dei comuni siciliani, I, Palermo 1907, p. 960. C. LONGO, Una bolla per una confra-
ternita del Nome di Dio (1582) in “Archivum fratrum Praedicatorum”, LXVI(1996), pp. 329-350.
13 Copia di essi nell’archivio della confraternita di Sant’Antonio.
14 DE GREGORIO, Cammarata, 2006, p. 404.
15 Testi originali nell’archivio della confraternita di Sant’Antonio.

14
La grotta di sant’Antonio ancora oggi meta di pellegrinaggi

Il monastero di Sant’Antonio

15
L’ingresso alla parte interna del monastero

L’interno del monastero

16
Gli affreschi in una delle antiche chiese

La basilica di Saint-Antoine-l'Abbaye

17
Frate antoniano Immagine devozionale cammaratese
del secolo XIX

Immagine di sant'Antonio
Immagine di sant'Antonio di tradizione bizantina di tradizione copta

18
La bandiera grande
della confraternita

Confrati che fanno la catena umana durante la processione del Crocifisso e indossano l'antica divisa

19
Confrati che indossano la cappa bianca
con T rosso

Scultore siciliano, sec. XVI, base dell'acquasantiera:


san Domenico che tiene in mano un modellino di chie-
sa che potrebbe richiamarsi alla chiesa cinquecente-
sca di Sant'Antonio

20
I locali della rettoria, probabile sede dell'ospedale trecentesco di Sant'Antonio

Antonio La Bella, sec. XVIII, U Crucifissu di Sant'Antuoni in una stampa devozio-


U Bamminu dâ strina nale del secolo XIX

21
II. IL CONVENTO DOMENICANO E LA CHIESA DI SANT’ANTONIO

1 . I primi domenicani a Cammarata

San Domenico, un canonico spagnolo, nato a Caleruega attorno al 1170 e


morto a Bologna il 6 agosto 1221, durante i suoi molti viaggi per l’Europa si accor-
se del degrado religioso in cui versavano molte regioni di essa a causa dell’ignoran-
za di gerarchie ecclesiastiche e fedeli e progettò un’organizzazione religiosa che si
dedicasse allo studio e alla promozione dei centri di studio, all’educazione cristiana
dei fedeli ed all’evangelizzazione dei molti popoli ancora pagani che esistevano
anche in regioni europee. Questo suo progetto, al quale aderirono ben presto
molti professori e studenti delle università, nel 1216 divenne l’ordine dei frati
Predicatori, comunemente in seguito chiamato, dal nome del fondatore, ordine dei
domenicani.
Esso dalle sue sedi dove era nato, Tolosa, Bologna, Parigi, si diffuse con molta
celerità in molte città europee e del bacino del Mediterraneo. In Sicilia i primi
domenicani arrivarono forse mentre ancora viveva san Domenico, attorno al 1221,
e si stabilirono a Messina, città di vitale importanza per gli spostamenti marittimi
verso l’Oriente, e poi nei decenni seguenti a Piazza Armerina, Augusta, Palermo,
fino a insediarsi in tutte le principali città isolane1. Essi qui, come del resto dovun-
que arrivassero, si dedicarono subito alla predicazione e all’educazione cristiana del
popolo, anche con l’aiuto di gruppi di laici da loro guidati - terziari, membri di con-
fraternite -, e supplirono alle croniche inefficienze delle gerarchie ecclesiastiche, e
furono chiamati sin dalla metà del secolo XIII anche a governare molte diocesi sici-
liane.
Nell’attuale provincia di Agrigento era sorto agli inizi del secolo XIV un con-
vento nel capoluogo, al quale si affiancarono nel 1490 quello di Bivona e, quindi,
quello di Cammarata. Tutti gli altri conventi che costellarono la provincia sarebbe-
ro sorti nei decenni seguenti, a Villafranca nel 1530, a Sciacca nel 1533, a Santo

1 C. LONGO, La fondazione del convento domenicano di Augusta in La fiaccola, Augusta 1992, pp. 8-21.

22
Stefano Quisquina nel 1550 e a Raffadali nel 1574. Poi nel secolo XVII sarebbero
stati fondati quelli di Naro nel 1610, di Canicattì nel 1613 e, infine, di Licata nel
1618. A Cammarata, anche se certamente i domenicani risiedettero occasionalmen-
te già in epoche antecedenti a motivo di soggiorni di predicazione, la prima presen-
za documentata di un frate dell’ordine dei Predicatori risale ai primi decenni del
secolo XV, quando fr. Andrea d’Amoroso divenne titolare del beneficio annesso
alla chiesa di Santa Maria, presso il quale nel 1428 si progettava già di fondare il con-
vento dei francescani osservanti. Effettuata questa fondazione si spezzò quel tenue
legame che univa Cammarata ai domenicani e bisognerà attendere poco meno di un
cinquantennio per usufruire in paese del ministero di quei frati, anche se nel frat-
tempo cammaratesi erano entrati in conventi di città vicine, soprattutto a San
Domenico di Palermo2.
Attorno al 1470 i frati ritornarono in paese per volontà di Giovanni Francesco
Abatellis, conte di Cammarata dal 1466 al 1485, e del figlio e successore, Antonio
Abatellis, che detenne il medesimo titolo dal 1485 al 1503. Questi avendo il patro-
nato della parrocchia di San Nicola, cedettero con assenso papale quel pingue bene-
ficio ai domenicani, i quali si installarono nei locali attigui alla matrice e per circa un
trentennio governarono spiritualmente il paese. Sappiamo che nel 1472 la carica di
arciprete di Cammarata era occupata da fr. Nicola, chiamato Schifanu, e che nel
1489 era arciprete lo stesso fr. Nicola, chiamato ora o de Schifana o de Rifuna3. Egli
era coadiuvato da altri confratelli, che si erano organizzati in comunità vivendo nei
locali parrocchiali e svolgendo il ministero al posto dell’arciprete, presumibilmente
spesso assente perché al seguito del conte. Vissero in locali difficilmente adattabili
alla vita conventuale ed era questo l’antico convento di cui gli scrittori seicenteschi
conoscevano l’esistenza, ma sul quale non sapevano fornire specifiche informazio-
ni, né sapevano dove avesse avuto la sua sede. Fr. Nicola morì probabilmente alla
fine del secolo, ma non sappiamo se gli successe nella carica qualche altro suo con-
fratello.
Dopo la morte del conte Antonio Abatellis, del quale era probabilmente con-
fessore il domenicano fr. Girolamo da Cammarata, uno tra i tanti domenicani che
assistettero alla stesura del suo testamento il 22 maggio 1503, l’arcipretura di
Cammarata fu concessa al cardinale Pietro Svaglia, o Silvaghes o Isvales, nativo di
Messina, arcivescovo di Reggio Calabria dal 1497 al 1506, che la ottenne forse alla
sua rinuncia all’arcivescovato, fatta il 24 luglio 1506, e la mantenne fino alla morte

2 Quando non altrimenti specificato tutte le notizie sul convento domenicano di Cammarata sono tratte da C.
LONGO, Il convento di S. Antonio a Cammarata (1509-1866) e il suo “Necrologio” in “Archivum fratrum
Praedicatorum”, LVII(1987), pp. 145-220 e da C. LONGO, I domenicani a Cammarata (1509-1913), Roma 1988.
3 La carica è attestata da alcuni documenti vaticani. Infatti il 9 luglio 1472 il conte rivolse una supplica a papa
Sisto IV (1471-1484) perché a fr. Nicola Schifanu, circa sessantenne, fosse confermato il beneficio che già
deteneva da circa tre anni. Archivio segreto vaticano, Reg. suppl., 681, f. 234v. Ancora il 20 ottobre 1489 fr.
Nicola indirizzava due suppliche a papa Innocenzo VIII (1484-1492), qualificandosi in una “fr. Nicolaus de
Schifana” e in un’altra “fr. Nicolaus de Rifuna”, ma sempre come “rector archipresbyter nuncupatus parochia-
lis ecclesie Sancti Nicolai terre Camerate”. Archivio segreto vaticano, Reg. suppl., 910, ff. 173v-174r. 184.

23
avvenuta a Cesena il 22 settembre 15114. Si trattava evidentemente di un semplice
commendatario, che svolgeva incarichi di governo o diplomatici al servizio della
curia romana lontano dalla Sicilia, ma che riscuoteva quelle pingui rendite, pur non
risiedendo mai in paese ed esercitando le sue funzioni tramite dei vicari da lui retri-
buiti.
Nel frattempo, però, era giunto a Cammarata un altro domenicano, fr.
Giacomo di Siracusa, autorizzato il 20 dicembre 1505 a svolgere il suo ministero in
un luogo di culto non appartenente al suo ordine e non meglio qualificato nei docu-
menti, ma facilmente identificabile per le vicende successive con la chiesa di
Sant’Antonio. Certamente incoraggiato da Federico Abatellis, conte di Cammarata
dal 1503 al 1525, dopo aver preso tutti i contatti necessari ed aver avuto tutte le
autorizzazioni previste dalla legge, riuscì finalmente a dare forma stabile al proget-
to che i suoi confratelli accarezzavano da diversi decenni, quello di fondare un con-
vento a Cammarata.

2 . 27 novembre 1509

Il 27 novembre 1509 presso il notaio Antonino Conforto di Cammarata fu


rogato l’atto con il quale i locali dell’antico ospedale di Sant’Antonio, compresa la
chiesa, furono ceduti a fr. Giacomo perché vi fondasse un convento del suo ordi-
ne. Dato il fallimento delle iniziative di restauro del decennio precedente, egli rice-
vette un edificio fatiscente da riattivare per potervi ospitare una comunità, la quale
doveva anche poter contare su introiti certi per potersi mantenere. L’atto notarile
era stato preceduto dall’istanza formale redatta dal procuratore del conte, don
Girolamo Africano da Napoli, dall’assenso del vicario generale della diocesi di
Agrigento, l’arcidiacono don Giovanni di Guglielmo, e dall’autorizzazione del pro-
vinciale dei domenicani di Sicilia, fr. Tommaso di San Salvatore, eletto qualche mese
appresso vescovo di Minori in Campania.
Vennero in aiuto di fr. Giacomo, da quel momento impegnato nella struttura-
zione del nuovo convento, sia la generosità dei cammaratesi sia quella del conte
Federico Abatellis, il quale dai proventi del feudo, quindi dai beni spettanti a lui per-
sonalmente, assicurò ogni anno ai frati “cantara setti di carne [ma da leggere: grano],
uno cantaro di oglio, una butte di vino, uno cantaro di caso, uno crasto per la santa
Pasca et uno porco la festa di Natale”.
I lavori procedettero velocemente, altri frati erano arrivati in aiuto di fr.
Giacomo, le risorse necessarie non mancavano, per cui un anno e mezzo dopo l’at-
to di cessione, il 13 giugno 1511, il maestro dell’ordine domenicano, fr. Tommaso

4 FR. RUSSO, Storia dell’archidiocesi di Reggio Calabria, III, Napoli 1965, pp. 159-162. D. SPANÒ BOLANI, Storia di
Reggio Calabria, I, Napoli 1857, p. 244. ERASMUS, The correspondence. Letters 142 to 297, Toronto 1975, pp. 235-
236.

24
de Vio, famoso filosofo e teologo comunemente conosciuto come il cardinal
Gaetano, diede facoltà al provinciale dei domenicani di Sicilia, fr. Antonio Maida,
di accettare ufficialmente quella nuova residenza, che il capitolo generale dei dome-
nicani celebrato a Napoli nella Pentecoste del 1515 riconobbe come convento,
come istituzione, cioè, che aveva l’obbligo di mantenere almeno dodici frati, tra i
quali un “lettore”, che tenesse lezioni gratuite agli studenti e corsi di cultura religio-
sa ai fedeli, e un “predicatore generale” che avesse l’incarico di spostarsi per anda-
re a predicare anche in luoghi lontani, mentre tutti gli altri frati dovevano esercita-
re il medesimo ministero a Cammarata e nei paesi vicini.
Da quel che appare dalla documentazione la procedura di fondazione seguì un
percorso molto rapido e lineare, senza ostacoli o opposizioni, segno che fr.
Giacomo di Siracusa non solo aveva assecondato le aspettative dei cammaratesi, ma
che era anche riuscito a reperire tutti i fondi necessari sia per adattare i locali rice-
vuti alla nuova destinazione d’uso sia per assicurare ai numerosi frati che comincia-
vano a risiedere in quel convento il sostentamento necessario.
Terminata la sua opera, egli si trasferì attorno al 1518 al convento di San
Domenico di Palermo, dove probabilmente morì in data imprecisata. I domenicani
cammaratesi gli furono riconoscenti e verso il 1730, quando fecero costruire il
grande armadio in noce per la sacrestia, al di sopra di esso posero un busto in legno
che lo raffigurava, che oggi è andato disperso, come notarono all’inizio di ogni rela-
zione che riguardasse la storia del convento che esso era stato “preso dal patre fra’
Japico saragusano” o “fondato ... da ... fr. Giacomo di Siracusa”.

3 . Le attività dei frati

Nel 1838, dopo più di tre secoli dell’apertura dei convento di Sant’Antonio, in
una sua relazione il sindaco di Cammarata esprimeva il suo apprezzamento per le
attività dei domenicani, dalle quali derivava “grande vantaggio per la predicazione,
spiega del vangelo, catechismo in ogni domenica e festa, preghiera del rosario in
ogni mattina e ancora la chiesa è coltivata per la confessione”5, sintetizzando in una
frase quanto essi facevano da secoli a servizio della popolazione locale e dei centri
vicini.
Infatti, appena insediatisi stabilmente a Cammarata, essi diedero inizio alle
loro attività. In un periodo in cui solo il parroco e alcuni frati di altri ordini poteva-
no parlare al popolo e spiegare la dottrina cristiana, essi avevano tutti, purché ordi-
nati preti, questa facoltà, che esercitavano sia nella loro chiesa, sia nelle altre chiese
anche dei paesi vicini, sia girando per le campagne del vasto territorio cammarate-
se, dove convocavano i contadini, facevano recitare alcune preghiere e poi spiega-

5 DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 402-403.

25
vano un tema religioso con linguaggio accessibile. Era questa la cosiddetta sciàbica,
adunanza religiosa che aveva un tono molto differente dalle prediche che essi tene-
vano nella loro chiesa ogni domenica e dove invitati in occasione di festività o par-
ticolari periodi dell’anno, quali la Quaresima e Pasqua, dalle spiegazioni di libri del
Nuovo Testamento, che ogni domenica pomeriggio proponevano ai cittadini più
dotti nella loro sede, da elogi, panegirici, commemorazioni che erano invitati a fare
in particolari circostanze.
Inoltre essi cominciarono a curare la formazione di gruppi di laici più impe-
gnati, che si associavano in confraternite o compagnie e usufruivano delle istruzio-
ni religiose di un frate loro direttore spirituale. Queste costituivano sia una forma
di aggregazione sociale molto utile per assicurare alla popolazione sostegni morali
e materiali, altrimenti inesistenti, sia una preziosa collaborazione per i frati che
potevano contare sulla disponibilità di centinaia di persone sia per organizzare le
attività liturgiche nella loro chiesa sia per inserirsi capillarmente nelle dinamiche
economiche e sociali della società in cui vivevano, dalla quale in segno di ricono-
scenza per la loro opera ricevevano donazioni, eredità, sostegno economico in
momenti di particolare bisogno.
La confraternita di Sant’Antonio per quattro secoli usufruì del sostegno spiri-
tuale e delle competenze professionali dei domenicani. Due confraternite più stret-
tamente legate all’ordine domenicano e poste sotto la sua giurisdizione nacquero
grazie alle iniziative di frati del convento cammaratese.
Quella del Santo Nome, i cui membri venivano educati a non bestemmiare e
a non usare linguaggi irriguardosi e si riproponevano di diffondere un modo di
esprimersi rispettoso di Dio e del prossimo nei loro ambiti, fu fondata nel 1610, ma
poi, come si è visto, confluì in quella di Sant’Antonio.
Una compagnia del Rosario, scuola di preghiera aperta a tutti che attraverso la
meditazione dei momenti principali della vita di Cristo, espressi in lingua siciliana,
proponeva la riflessione sui temi centrali della dottrina cristiana, fu fondata una
prima volta nel 1592, fu rifondata nel 16526 e divenne uno strumento di catechesi
efficacissimo, diffusosi anche nei paesi vicini e diretto dal un frate, chiamato “il
padre del rosario”7. Ad essa fu aggregata sin dalla fondazione la compagnia di
Sant’Orsola, fondata nel 1592 nella propria chiesa poco distante dal convento e che
era formata da appartenenti alla classe dirigente del paese8.

6 NICOTRA, Dizionario, I, p. 960.


7 Il canto del rosario in siciliano, preceduto e concluso da altre preghiere in rima nella stessa lingua, avveniva ogni
mattina attorno alle 7,30 ed era seguito dalla celebrazione della messa, chiamata “la messa del rosario”. Prima
della celebrazione di essa, attorno alle 8, suonavano le campane e quel suono era per gli scolari il segno di pre-
pararsi per andare a scuola e per artigiani, muratori e contadini convenzionale e sancito inizio della pausa per
la colazione. Dato che le funzioni religiose erano l’unica occasione offerta ai giovani per incontrarsi e dato che
le cantanti del rosario erano ragazze avvenenti, nel 1817 succedevano dei disordini che scandalizzarono “per-
sone devote”, per cui intervenne il giudice della Monarchia. D. DE GREGORIO, Cammarata. Cronache dei secoli
XIX e XX, ed. A. TUZZOLINO, Cammarata 2006, p. 38. I testi delle preghiere precedenti e seguenti il rosario e
le strofe dei misteri in DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 499-503.
8 DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 427-429.

26
Dalla seconda metà del secolo XVII si propagò a Cammarata e nei paesi vici-
ni l’uso di recitare per un’ora al mese il rosario. Agli iscritti veniva consegnata una
“bolletta”, chiamata a Cammarata figliulanza, che riproduceva, dal 1740 in poi, l’im-
magine della Madonna venerata in chiesa e riportava l’elenco delle indulgenze che
si lucravano e poi nome e cognome, modalità e orario destinato alla preghiera del-
l’aggregato.
Un gruppo legato in modo particolare al convento, infine, era costituito dalla
fraternita dei terziari, formata da laici, anche sposati, che si impegnavano con un
rito di professione a vivere secondo lo spirito dell’ordine domenicano nello studio,
nella preghiera e nell’opera di catechesi ed evangelizzazione. Essi spesso impartiva-
no le prime nozioni di catechismo ai bambini e accompagnavano i frati nel loro
ministero fuori paese. Potevano indossare l’abito domenicano e venivano sepolti
rivestiti di esso. Lo portavano abitualmente molti terziari di sesso femminile, che
conducevano vita ritirata come “monache di casa”. Tra queste ultime è stata cele-
brata da un’epigrafe posta in chiesa sul suo sepolcro suor Gesia Maria Gerardi,
morta trentaseienne il 6 maggio 1695, che lasciò ricordo di esemplari virtù e di
grande pazienza durante una lunga malattia sopportata con grande forza. Altre ter-
ziarie, invece, come suor Margherita La Nucha Lattino (+ 1576), suor Antonia
Cavarretta (+ 1598), suor Giacinta Amodeo (+ 1629), suor Antonia Bonfanti
(+ 1662), furono generose benefattrici del convento.
Queste forme di organizzazione sociale e religiosa che i domenicani curarono
furono lo strumento più efficace che essi sperimentarono sia per educare cristiana-
mente il popolo sia per intervenire a favore di quanti avevano particolari bisogni
materiali quando situazioni di indigenza o emergenze sociali lo esigevano.
Altra preziosa attività che i frati svolsero con dedizione per secoli, almeno fino
al Settecento, fu la scolarizzazione della popolazione, attraverso il servizio prestato
da un “padre lettore”, di un insegnante, cioè, che in una sala del convento imparti-
va lezioni di grammatica, computo e catechismo ai ragazzini del paese, o almeno a
quelli che le famiglie non impiegavano appena capaci nei lavori agricoli o ad
apprendere un mestiere in qualche bottega artigiana.
Quando poi, nel corso dei secoli XVII e XVIII, in convento risiedevano grup-
pi di studenti domenicani che seguivano le lezioni di filosofia gli insegnamenti loro
impartiti da altri “padri lettori” erano spesso aperti a giovani già alfabetizzati, che
poi andavano altrove a qualificarsi professionalmente come medici, notai, giuristi o
speziali.
In supporto dell’attività didattica e culturale esisteva in convento sin dalla sua
fondazione una biblioteca, ubicata probabilmente in locali contigui alla sacrestia.
Essa si arricchì nel corso dei secoli di libri lasciati dai frati defunti o con acquisti
effettuati in maniera mirata sul mercato librario e fu la migliore biblioteca esistente
a Cammarata, della quale usufruivano studenti e persone di cultura del paese. Nel
1866 vi furono individuati molte opere pregevoli ed essa fu devoluta alla Biblioteca
comunale, nella quale ancora oggi si conserva nel ricco fondo di provenienza

27
domenicana9.
Il ministero svolto con maggiore assiduità dai domenicani cammaratesi è,
però, quello meno documentato, dato che il ministero delle confessioni, per la sua
segretezza non può lasciare tracce scritte. In un paese, però, dove potevano confes-
sare ed assolvere una minoranza del clero secolare e degli altri frati, avere a dispo-
sizione sei o sette padri domenicani disponibili ad ascoltare, indirizzare, consiglia-
re, era una grande risorsa per la popolazione, sulla quale in questo modo si eserci-
tava un utile controllo affinché non deviasse dalle sane tradizioni paesane.
Controllo sociale oltre che religioso che arginava fenomeni come la violenza o il
banditismo, effetto della povertà, o la ribellione contro l’ordine costituito, anche se
in quest’ultimo caso talora i frati si trovarono d’accordo con le aspirazioni
popolari.
Infatti durante la rivoluzione siciliana scoppiata il 12 gennaio 1848 forse tutti
i frati residenti nel convento di Sant’Antonio, certamente in priore, fr. Domenico
Cipolla, che in quegli anni era anche quaresimalista a Cammarata, in sintonia con il
ceto dominante in paese, predicarono a favore di essa e invogliarono la popolazio-
ne ad arruolarsi per difendere la conquistata libertà, mentre un altro frate del con-
vento, ma allora domiciliato a Palermo, fr. Costantino Carta, manifestava pubblica-
mente i suoi sentimenti filoborbonici10.
Il numero dei frati residenti nel convento di Sant’Antonio si mantenne, tran-
ne qualche periodo di emergenza11, attorno alla dozzina, anzi spesso, soprattutto
quando vi risiedevano anche gli studenti, questo numero fu superato. Normalmente
a Cammarata erano presenti sei o sette padri, provenienti dal ceto medio-alto della
società, che si dedicavano al ministero, nei secoli XVII e XVIII un gruppo di sei o
sette studenti e, infine, tre o quattro fratelli conversi, di estrazione contadina, che
curavano le proprietà del convento, soprattutto le aziende agricole che esso posse-
deva, a Bocca di Crapa, al Fiume e allo Sciso, dove esisteva anche una casa di vil-
leggiatura con chiesina dedicata a San Vincenzo.
Il convento era governato da un priore, eletto a scadenza fissa dalla comuni-
tà, aiutato dal sottopriore, da un sindaco – amministratore -, da un procuratore –
rappresentante legale – e da un bursario – cassiere -. Queste ultime tre cariche erano
generalmente ricoperte da fratelli conversi. Tra quanti detennero l’ufficio di priore
ricordiamo due illustri personaggi, il b. Vincenzo Trayna da Santo Stefano nel 1580
e fr. Maurizio De Gregorio nel 1617, mentre due fratelli conversi per decenni e con
maestria ricoprirono la carica di procuratore, fr. Giuseppe D’Alessandro dal 1648
quasi ininterrottamente fino alla morte avvenuta l’8 marzo 1692 e fr. Giuseppe
Marcennò dal 1714 alla morte avvenuta nel 1759.

9 DE GREGORIO, Cammarata, 2006, p. 255.


10 DE GREGORIO, Cammarata, 2006, pp. 161. 174.
11 Come nel caso dell’isolamento del paese a causa della peste nel 1576, quando in convento rimasero solo due
frati, il priore, fr. Paolo Tuzzolino, e il procuratore, fr. Tommaso La Lumia. DE GREGORIO, Cammarata, 1986,
p. 191.

28
La comunità conventuale si riuniva regolarmente in capitolo per eleggere i
priori e gli altri ufficiali, per decidere tutto quello che riguardasse la vita interna, per
autorizzare i procuratori o i sindaci a intraprendere negozi giuridici o iniziative eco-
nomiche di una certa importanza. Ogni volta il consenso espresso da tutti i frati del
convento, convocati “ad sonum campanellae capitularis in loco consueto et solito”,
cioè nella sala delle assemblee, chiamata anch’essa capitolo, veniva riportato nell’at-
to notarile.
Le elezioni o le votazioni per avere valore legale dovevano raggiungere sem-
pre la maggioranza assoluta dei consensi, metà più uno dei voti validi, e si svolge-
vano a scrutinio segreto. I frati nelle elezioni scrivevano un nome in una scheda,
nelle votazioni esprimevano il proprio consenso o dissenso facendo scivolare in un
recipiente a forma di imbuto che versava dentro un cassettino una fava bianca per
approvare o una fava nera per disapprovare.
Una forma di democrazia diretta di origine medievale ancora in vigore, che ha
ispirato molte legislazioni democratiche a partire dal secolo XIII e che nei piccoli
centri spesso era il modello utilizzato per la redazione o revisione degli statuti
comunali, operazione che di frequente veniva affidata dalle assemblee popolari agli
stessi frati.

4 . La chiesa e il convento

Abbiamo ipotizzato che sia la chiesa di Sant’Antonio, sia i locali dell’ospedale


omonimo ceduti ai frati nel 1509 fossero di modeste dimensioni e, per quanto subi-
to adattati da fr. Giacomo di Siracusa alle esigenze conventuali, non erano certa-
mente rispondenti ai progetti che i domenicani si riproponevano di realizzare. Per
finanziare i lavori di restauro e per dotare la chiesa degli arredi necessari, vennero
in soccorso delle loro aspirazioni molti sostegni economici, sia da parte di cittadi-
ni, sia da parte di frati, tra i quali fr. Antonino Abatellis, figlio naturale del conte di
Cammarata, Antonio Abatellis, il quale mise a disposizione le rendite provenienti
dall’eredità paterna.
Nel 1540 la chiesa officiata dai domenicani era ancora il vecchio luogo di culto
appartenente alla confraternita, certamente costruito alcuni secoli avanti, e in esso
si trovavano un Crocifisso all’altare maggiore e due altari dedicati uno a san Michele
e un altro a san Girolamo, oltre quello del titolare sant’Antonio12. Verso la metà del
secolo XVI i frati pensarono di ampliare i locali conventuali e i lavori di una parte
furono ultimati nel 1584, mentre le costruzioni di tutto l’edificio a pianta quadrata,
su tre piani sui lati orientale e meridionale con cortile al centro furono completati
attorno al 1660.
Progettarono anche di costruire una nuova chiesa più ampia, che nelle sue

12 DE GREGORIO, Cammarata, 1986, p. 322.

29
strutture murarie era agibile già nel 1576, ma mancava di ogni decorazione e di tutti
gli arredi necessari, per cui si chiese l’aiuto dell’università, cioè del comune, che in
pubblica assemblea decise il 3 maggio 1587 di imporre a questo scopo - ed anche
per finanziare la costruzione del convento dei carmelitani - per cinque anni una
tassa di dieci tarì per ogni cantaro di olio prodotto. Nel quinquennio seguente, gra-
zie a questa sovvenzione che si assommava alle altre provenienti da altri benefatto-
ri, i lavori furono portati a termine.
Questa nuova chiesa, che probabilmente manteneva l’orientamento della pre-
cedente con abside verso il torrente e facciata verso la collina e, quindi, con ingres-
so principale laterale, esisteva un campanile, a destra dell’altare maggiore, situato
cioè dal lato di San Giovanni. Sull’altare principale era stato forse collocato, secon-
do l’usanza domenicana, il Crocifisso già sull’altare maggiore della vecchia chiesa,
mentre vi esistevano diversi altari. Quello di sant’Antonio a lavori appena ultimati,
nel 1596, venne arricchito di una nuova pregevole statua ancora esistente. In quel-
lo di san Michele si continuava a venerare la statua del primo Cinquecento giunta
fino a noi, mentre un altro altare, posto a destra dell’altare maggiore, era dedicato
a san Francesco di Paola.
Vi erano poi quello di san Vincenzo, dove si conservava l’antica statua del tito-
lare poi trasferita alla chiesa dello Sciso, dove fu rubata circa dieci anni addietro,
quello del Rosario con statua della Madonna, oggi in San Sebastiano, ed un altro,
infine, dedicato a santa Caterina da Siena e ad altre sante, dove aveva sede la frater-
nita del terz’ordine domenicano. Inoltre vi si conservava il quadro della Madonna
di Monserrato, mentre nel corso del secolo XVII per questa chiesa furono dipinti i
due grandi quadroni del Rosario e di san Domenico, opere tutte giunte fino a noi,
così come si è conservata la base cinquecentesca della pila dell’acqua benedetta con
stemmi e immagini di santi.
Nella seconda metà del secolo XVII sorsero problemi per la statica dell’edifi-
cio di culto, posto su uno strapiombo sul torrente, e la chiesa, a meno di cento anni
dalla sua costruzione, minacciò di crollare. Si decise allora la costruzione di un
nuovo edificio in forme più ampie e di struttura più solida e i lavori si protrassero
tra il 1662 e il 1721. Ispiratore della forma della nuova chiesa fu con ogni probabi-
lità il cammaratese fr. Giuseppe Cardella, maestro in teologia, che aveva trascorso
buona parte della sua vita come docente o come priore in molti conventi siciliani,
che nel 1671 fu nominato assistente della fabbrica e che sovrintese ai lavori fino alla
morte, avvenuta nel 1681, quando era sessantenne. Questi nei molti soggiorni al di
fuori del suo paese certemente ebbe contatti con architetti e marammieri, dai quali
forse ebbe suggerimenti o progetti per la configurazione dell’edificio, che fu
costruito seguendo un modello di ispirazione romana molto comune nelle chiese
domenicane siciliane risalenti a quel periodo.
Infatti la chiesa di Sant’Antonio di Cammarata presenta una struttura simile
alle coeve chiese conventuali di San Domenico di Agrigento, Santa Maria dei
Miracoli di Mussomeli, Santa Maria la Grande di Catania, ma tra tutte è quella che

30
ha dimensioni maggiori. Essa ha la forma di un’amplissima aula monoabsidata e
questo per potere avere a disposizione un vasto spazio non solo per le celebrazio-
ni liturgiche, ma anche per poter parlare a un vasto uditorio da un pulpito, oggi per-
duto, collocato al centro della chiesa. L’abside, al cui centro si trovava forse l’anti-
co Crocifisso inserito in una tela che raffigurava in alto la Trinità e poi la Madonna,
la Maddalena e san Giovanni ai piedi della croce - “come quello che è nella chiesa
dei cappuccini”, narravano gli anziani -, era decorata in alto con stucchi che forma-
vano due grandi pannelli, al centro dei quali si trovavano degli ovali con scene pla-
stiche che rappresentavano soggetti imprecisati. La parte bassa, infine, era occupa-
ta dal coro in legno, dove i frati cantavano gli uffici divini.
L’altare era posto sotto l’arco centrale ed aveva un’ampia scalinata in pietra
che sporgeva nella tribuna, a destra della quale era l’altare dell’Addolorata ancora
esistente, mentre a sinistra si trovavano l’ingresso alla sacrestia e al convento e la
cantoria, dove nel 1754 fu collocato un organo costruito a Palermo dai fratelli
Mariano e Michelangelo Andronico. La tribuna era abbellita dai quattro grandi pila-
stri che delimitano non un quadrato, ma un trapezio. Questa diversa dimensione
delle due pareti laterali fu uno sperimentato metodo usato per dotare l’ambiente di
un’ottima acustica, grazie anche alla struttura non rigida della volta, di qualche
metro più alta dell’attuale, costruita con incannicciato intonacato, al quale furono
sovrapposte decorazioni in stucco che incorniciavano dei quadri o degli affreschi di
soggetto imprecisato. L’aula era quale si presenta ancora oggi con tre ampie cappel-
le per lato, decorate con stucchi settecenteschi di buona fattura e intervallate da
quattro nicchie dove si conservavano le statue processionali. Al di sopra di queste
quattro cornici ospitavano quattro quadri, diversi dagli attuali di recente fattura, che
raffiguravano o santi domenicani ai quali in chiesa non era dedicato nessun altare o
i quattro papi appartenenti all’ordine dei Predicatori.
Attorno al 1730 fu anche completata la sacrestia. Essa si trovava all’ultimo
piano del lato meridionale del convento ed era preceduta da un atrio dal quale si
accedeva anche alla cantoria e alle abitazioni dei frati. Era, secondo ricordi traman-
dati dagli anziani, “grande quanto la chiesa di Santa Caterina” ed era abbellita con
un bancone in noce. Questo era formato da una parte inferiore costituita da quat-
tro file di tre cassetti ciascuno e da una parte superiore nella quale si trovava un
grande armadio a tre doppi sportelli. Sia le pile di cassetti sia gli sportelli erano divi-
si da lesene ornate con capitelli compositi. Al di sopra di esso i busti in legno del
fondatore del convento, fr. Giacomo da Siracusa, e del priore che fece costruire
quell’opera, fr. Giovanni Noto da Mussomeli. In sacrestia, inoltre, si conservavano
due quadri ritenuti pregevoli nel 1866 e dei quali si sono perdute le tracce.
Raffiguravano “L’adorazione dei magi” e “Gesù davanti a Caifa”13.
La chiesa così costruita e arredata rese il suo servizio al popolo per quasi due
secoli.

13 DE GREGORIO, Cammarata, 2006, p. 255.

31
Figliulanza che veniva rilasciata a quanti si Scultore siciliano, sec. XVI,
impegnavano alla recita mensile del rosario Madonna del Rosario (mutila)

La chiesa dopo l'incendio: si


notano la gradinata dell'altare
sporgente verso la navata e
parte delle originali decorazioni
dell'abside.

32
La chiesa dopo l'incen-
dio: si notano i resti dei
quadri sovrapposti alle
nicchie laterali e la deco-
razione delle cappelle
rimasta integra

Scultore siciliano, sec.


XVI, Colonna di sostegno
della pila dell'acqua
benedetta

Il complesso conventuale
quale si presentava dagli
inizi del secolo XVIII agli
inizi del XX

33
III. AVVENIMENTI RECENTI1

1 . La soppressione del convento e l’incendio della chiesa

Nella prima metà dell’Ottocento la chiesa di Sant’Antonio, ormai popolar-


mente denominata di San Domenico, fu vittima di un primo incendio dagli effetti
limitati. Si narra che una lampada a olio avesse cominciato a oscillare a causa di un
topo che cercava di arrampicarsi sulle catene che la reggevano ed avesse lambito
con la sua fiamma il parato in stoffa che era stato approntato per la celebrazione di
un funerale. L’incendio fu subito spento dai frati e dalla popolazione accorsa ed
ebbe danni limitati.
Il convento fu retto negli anni a cavallo della metà del secolo XIX da fr.
Domenico Cipolla e poi da fr. Prospero Coniglio e Corradi, morto nel 1860, al
quale successe fr. Vincenzo Carta. Esso fu soppresso in forza della legge del 7
luglio 1866 e dei suoi locali l’11 dicembre seguente prese possesso l’amministrazio-
ne del demanio. In quel momento risiedevano a Cammarata il priore, fr. Vincenzo
Carta, fr. Domenico Carta e i conversi fr. Giuseppe Lo Muzzo, morto nel 1874, e
fr. Vincenzo Loria, morto a Roma nel 1892, mentre altri quattro padri appartenen-
ti alla comunità cammaratese vivevano altrove.
Buona parte dei locali conventuali furono trasformati in caserma, la ricca
biblioteca fu acquisita dal comune, al quale con atto del 15 ottobre 1870 fu affida-
ta anche la chiesa con un corridoio adiacente ed altri locali. L’amministrazione
comunale si impegnò a stipendiare il rettore, il sacrista e l’organista e a mantenerla
aperta al culto. Nelle stanze rimaste disponibili alcuni frati rimasero a svolgere indi-
sturbati il loro ministero, sostenuti dall’aiuto e dalla stima delle istituzioni comuna-
li e della popolazione, ma abbandonati al loro destino, come tanti altri frati di altri
conventi, dalle autorità dell’ordine domenicano, impegnate nel frattempo a realiz-
zare altri grandiosi progetti altrove.
Primo rettore della chiesa fu nominato dal municipio il priore fr. Vincenzo

1 Quando non altrimenti notato, questo capitolo è stato redatto attingendo a ricordi di persone anziane e alle
cronache cammaratesi del periodo riportate in DE GREGORIO, Cammarata, 2006, pp. 252-599.

34
Carta, che morì nel 1872; gli successe fr. Domenico Carta, morto il 18 gennaio
1892. Questi furono coadiuvati da altri domenicani ritornati nel frattempo a vivere
in patria, fr. Costantino Carta (+ 1876) e fr. Pio Amormino (+ 1888), mentre fr.
Francesco Mendola era stato già alla fine del 1867 ricoverato per turbe psichiche a
Palermo, dove morì alla fine del secolo.
Il 30 maggio 1892 dall’amministrazione comunale fu nominato rettore don
Antonio Longo, già novizio domenicano col nome di fr. Giacinto, il quale intrapre-
se subito, con il contributo della popolazione e del comune e con beni personali, i
lavori di riparazione del tetto della chiesa che appariva pericolante, che si protras-
sero per circa due anni. Furono anche restaurati l’organo e il campanile. Nel corso
dei lavori, il 24 agosto 1892, avvenne il crollo di parte della volta causando la morte
di alcuni operai. Dal 1903 egli fu coadiuvato dal fratello domenicano, fr. Timoteo
Longo, ritiratosi a Cammarata per motivi di salute e deceduto il 25 febbraio 1913.
Sono rimasti impressi nella memoria collettiva dei cammaratesi i fatti della
notte del 17 agosto 1913, narrati dagli anziani ai più giovani e ancora ricordati da
quanti ascoltarono quelle testimonianze. Infatti un incendio scoppiato nella parte
del coro fece accorrere in chiesa tutta la popolazione di Cammarata e San Giovanni,
svegliata nel cuore della notte dal suono insistente delle campane. Si tentò inizial-
mente di spegnere il fuoco con mezzi di fortuna, poi, quando si vide che anche il
tetto cominciava a bruciare, si salvò depositandolo nella piazza antistante quanto
poteva essere tirato fuori, quadri, statue, arredi, paramenti, finché per il pericolo
incombente di crolli non si fu costretti a sopendere. Quasi tutte le immagini sacre,
poi, trovarono ricovero nella chiesa di San Sebastiano.
Furono distrutti il coro, l’organo, il pulpito e l’altare maggiore e si perdettero
preziosi paramenti depositati in una cassa di noce intagliato collocata in quella parte
della chiesa. Crollarono il tetto e il muro dell’abside e il rettore Longo chiese al
comune la cessione della proprietà del luogo di culto per ricostruirlo a sue spese.
Difficoltà burocratiche e la sopravvenuta morte di don Antonio, avvenuta il 24
ottobre seguente, vanificarono i tentativi di un immediato restauro. Né ebbero esito
migliore le iniziative comunali miranti a ricostruire quanto distrutto con contributi
pubblici e sottoscrizioni popolari, per cui la chiesa rimase per sedici anni abbando-
nata alle intemperie, ma integra nella facciata e nei muri laterali. Restava efficiente
solo il campanile, le cui campane suonavano per segnalare avvenimenti ecceziona-
li, come avvenne il 5 novembre 1918, quando annunziarono alla popolazione la fine
della prima guerra mondiale.

2 . La ricostruzione

Negli anni 1926-1928 le autorità fasciste, sindaco e poi podestà, progettarono


di adattare i ruderi della chiesa a municipio, ma la loro iniziativa non sortì alcun
effetto, anzi suscitò la reazione contraria dei cammaratesi e allora si dimostrò effi-

35
cace la presa di posizione di un gruppo di cittadini, soprattutto membri della con-
fraternita di Sant’Antonio, i quali con scrittura privata redatta l’8 maggio 1929, si
impegnarono a contrarre un mutuo di 20.000 lire per procedere alla ricostruzione
della chiesa, saldando il debito personalmente qualora non si fosse giunti a racco-
gliere le offerte necessarie per soddisfare il creditore.
Perché non cadano nell’oblio i nomi dei nostri antenati che si presero la
responsabilità di un’impresa tanto impegnativa, ne trascriviamo il testo in appendi-
ce da una copia conservata nell’archivio della confraternita di Sant’Antonio. Primo
firmatario dell’atto fu Enrico Longo, fratello minore del rettore don Antonio, che
però non poté vedere neanche l’inizio dei restauri, perché morì il 14 giugno seguen-
te, lasciando, anche per ottemperare alla volontà del fratello, cartelle del debito pub-
blico per complessive 30.000 lire, i cui interessi avrebbero dovuto servire a sosten-
tare il rettore della chiesa ricostruita. Queste cartelle si disse essergli state sottratte
sul letto di morte da persone estranee, ma a lui vicine; in ogni caso non furono tro-
vate quando furono rotti i sigilli apposti alla sua casa al momento della morte, per
cui gli eredi mossero accuse circostanziate, inviate anche al Vaticano, ma non si riu-
scì mai ad appurare con certezza che fine avessero fatto quelle cartelle, le famose
bust’i don Erricu.
La coraggiosa presa di posizione sua e dei confrati innescò gli entusiasmi della
popolazione. Un domenicano che risiedeva ad Acireale, fr. Emanuele Intieri, fu
chiamato a tenere corsi di predicazione e ad animare iniziative cultuali; l’arciprete
Nicolò Giacchino teneva con pignola precisione i conti dell’amministrazione; i con-
frati di sant’Antonio coinvolsero, impegnandosi in prima persona, la popolazione
dei due paesi nei lavori di reperimento e trasporto dei materiali, che avvenivano di
domenica al suono delle campane della chiesa; le terziarie domenicane con l’aiuto
di molte altre donne si presero cura di eseguire lavori di ricamo, tessitura, cucito per
dotare la chiesa degli arredi necessari, comprando, inoltre, anche i vasi sacri; fr.
Giuseppe Consiglio, francescano di Terrasanta, che non potè partecipare assieme a
tutti i suoi familiari all’opera di ricostruzione, inviò da Gerusalemme quattro pre-
gevoli pianete, una lampada in alpacca proveniente da quelle che pendevano davan-
ti al santo Sepolcro e una balla di damasco rosso, tessuto proprio in Medio Oriente,
per confezionare la nuova bandiera della confraternita.
Nonostante la forte crisi economica allora in corso, la popolazione tutta dei
due paesi contribuì sia con il proprio lavoro sia con offerte. Si raccoglievano in
campagna cereali che poi venivano venduti, oro e argento che poi furono fusi, stof-
fe che furono adattate al bisogno. Sono rimasti celebri nella memoria degli anziani
alcuni episodi quali la lunga sfilata di carri e di animali carichi di pietra, sabbia e
gesso che la domenica mattina, dopo una settimana di duro lavoro in campagna,
scendeva dalla montagna alla chiesa o la processione che fu organizzata per racco-
gliere offerte quando le statue del Crocifisso, della Madonna del Rosario con san
Domenico e di san Vincenzo attraversarono per un giorno intero per le vie dei due
paesi, accompagnate dalle preghiere di tutti gli abitanti e gratificate con oboli che

36
diedero modo di portare a termine i lavori, pagando con essi le maestranze specia-
lizzate ed acquistando i materiali non reperibili in natura.
Così i lavori di rifacimento del muro dell’abside e la copertura del tetto furo-
no ultimati alla fine del 1931; poi si procedette al restauro dell’interno degradato da
anni di abbandono e al rifacimento degli altari. Furono spese in tutto circa 70.000
lire, non computando le offerte di materiali e oggetti e le molte giornate di lavoro
gratuito prestato dalla popolazione. Venerdì 5 maggio 1933, trasportate da una folla
rumoreggiante per l’entusiasmo, le immagini dei santi ritornarono nella loro chiesa,
ultima tra le quali quella del Crocifisso, accompagnate dal rullo dei tamburi e dallo
sventolare delle bandiere.
Il can. Antonino Catarella, allora cancelliere diocesano, poi vescovo di Piazza
Armerina, ribenedisse la chiesa, tenendo un famoso sermone in cui paragonava i
cammaratesi ai fratelli Maccabei, che a Gerusalemme avevano liberato il tempio
dalle ortiche e dai rovi e lo avevano ricostruito e riaperto al culto. La prima messa
solenne vi fu celebrata da don Agostino Sansone la domenica seguente 7 maggio,
festa del Crocifisso, con panegirico dettato dal p. Emanuele Intieri. Così in quattro
anni esatti fu portata a compimento dalla volontà popolare un’opera che né l’am-
ministrazione comunale, che pur poteva contare su somme messe da parte a quel
fine, né le autorità ecclesiastiche, diverse volte richiamate dal vescovo Lagumina,
erano riuscite a realizzare.
Paradossalmente questo movimento di massa fu stimolato dalla collettiva
presa di coscienza dei diritti del popolo propugnati dai partiti della sinistra, che con
larghissimo consenso governarono Cammarata, espellendo dalla gestione del
comune il solito gruppo di notabili e proprietari terrieri, dal 1920 al 1925, e con-
temporaneamente dalla distensione dei rapporti tra Italia e Vaticano culminati nella
conciliazione e nei patti lateranensi dell’11 febbraio 1929, che prevedevano, tra l’al-
tro, la cessione dei luoghi di culto alla gestione ecclesiastica.
Il 16 settembre dell’anno seguente, 1934, nella chiesa si iniziò a celebrare
anche la festa di san Giovanni Bosco, per iniziativa di don Salvatore Consiglio, men-
tre il culto della chiesa era curato dall’arciprete Giacchino, nominato ufficialmente
rettore il 10 giugno 1936. Gli successe nel 1939 don Vitale Madonia, che intrapre-
se nonostante la difficoltà dei tempi la costruzione del pavimento della chiesa, com-
pletato con mattonelle di graniglia bianche e rosa nel 1940. Quello stesso anno fu
nominato come suo successore don Luigi Livatino di Canicattì, che rimase rettore
fino al 1947. Questi riuscì a concludere le pratiche per la cessione dell’uso della
chiesa all’autorità ecclesiastica, che avevano avuto inizio il 18 marzo 1932 ad opera
di Ernesto Eugenio Filippi, arcivescovo di Monreale e amministratore di Agrigento.
L’atto fu finalmente stipulato dal podestà Luigi Mendola e dal rettore il 30 settem-
bre 1942. In forza di esso i locali dell’edificio di culto e della rettoria e gli arredi sacri
furono ceduti in uso alla diocesi di Agrigento, che si impegnò a mantenere la chie-
sa efficiente ed aperta al culto, a non asportare o alienare gli arredi sacri, accurata-
mente inventariati e valutati, sui quali soltanto gli organismi statali mantengono

37
diritto di prelievo.
Dopo qualche anno di vacanza, nel 1950 la rettoria fu affidata dal vescovo
Giovanni Battista Peruzzo a don Francesco La Placa di San Giovanni Quell’anno
per l’ultima volta si tenne la processione della Festa d’u Signuri al modo antico e la
confraternita di sant’Antonio portò in processione la statua del Bamminu dâ Strina
adornata di ainuzzi. L’anno seguente 1951 arrivò a Cammarata don Filippo
Bonanno di Sant’Angelo Muxaro ed ebbe l’incarico di rettore di San Domenico.
Questi, assieme all’arciprete Madonia, promosse il completamento di alcuni lavori
rimasti in sospeso a causa della guerra, l’elevazione del campanile e la costruzione
del soffitto, dato che la chiesa era ancora coperta dal solo tetto con travature a vista.
Dalla fine del 1952 al 1956, essendo stata chiusa per urgenti lavori la matrice, vi si
trasferirono tutte le attività parrocchiali e vi si tennero tutte le cerimonie che soli-
tamente si svolgevano nella chiesa maggiore. Quando don Bonanno nel 1953 fu tra-
sferito a Casteltermini, l’arciprete assunse la carica di rettore e la mantenne fino al
1978. Nel 1969 vi costruì il nuovo altare maggiore, abbattendo il vecchio altare a
gradini, e lo decorò con un palliotto di marmo intarsiato del secolo XVII, donato
da mons. Domenico De Gregorio.
Nel 1970, in seguito a ripetute alluvioni, si incrinò la trave centrale al di sopra
della tribuna e il tetto della chiesa divenne pericolate e per ordine del sindaco essa
fu chiusa al culto. Ancora una volta si parlò di demolirla, almeno in parte, di instal-
lare al suo posto uffici pubblici, ma ancora una volta la reazione popolare vanificò
ogni progetto. Antonietta Trayna, che era stata battezzata a San Domenico, con una
fitta corrispondenza sensibilizzò le autorità regionali; sant’Antonio in persona si
disse avesse con modi perentori convinto l’arciprete della necessità di non abban-
donare la chiesa al destino di prevedibili crolli imminenti. Questi, efficacemente
coadiuvato da don Mario Albanese, ottenne, tramite l’interessamento del cammara-
tese Michelangelo Lo Sardo, i finanziamenti necessari e così negli anni 1975-1976
si procedette al rifacimento del tetto e del soffitto e al consolidamento delle strut-
ture murarie2. La chiesa, rimessa in sesto per l’uso liturgico dall’intraprendenza di
don Albanese e di Enzo Li Gregni, che coordinarono la collaborazione di tutta la
popolazione, fu riaperta nel settembre 1977 e l’autore di queste note il 18 di quel
mese vi cantò la prima messa solenne e vi tenne l’omelia.
Il seguente anno 1978 la rettoria fu affidata a mons. De Gregorio3, che la man-

2 DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 326-327.


3 Fu una delle figure più eminenti del clero agrigentino del secolo XX, storico, teologo, poeta, ma soprattutto
pastore assiduo nel curare il gregge a lui affidato sia con la parola che con la penna. Nacque a Cammarata il 24
agosto 1923 e trascorse la maggior parte della sua vita tra il paese natale e Agrigento. A questi due centri, distan-
ti appena una cinquantina di chilometri l’uno dall’altro, dedicò tutto il proprio impegno di ricercatore, privile-
giandoli come luoghi della storia in cui incontrare e comprendere l’uomo. Dopo gli anni della fanciullezza tra-
scorsi in famiglia, a undici anni, fece il suo ingresso nel seminario diocesano, portandosi dietro come retaggio
una grande capacità di autodisciplinarsi e una ricca tradizione di cultura popolare e religiosa, attinte nella pro-
pria parrocchia e nelle laboriose botteghe artigiane del suo parentado. Per l’avvio della sua carriera di studioso
fu però necessario un insuccesso. Al primo anno ginnasiale, con molta probabilità per soggezione verso la

38
tenne fino alla morte avvenuta nel 2006. Qui egli per quasi un trentennio mise a
disposizione del popolo la profondità della sua cultura e la fragranza della sua san-
tità, con i gesti e le parole, col ministero assiduo e con silenziosi atti di carità.
Egli completò la decorazione interna delle cappelle, attuò il restauro di statue
e quadri e la costruzione del coro ligneo, progettato da Enzo Li Gregni e realizza-
to dalla ditta Salvatore Sacco, curò l’acquisto di suppellettile e vasi sacri, elettrificò
le campane, alle quali aggiunse una quarta, e, ultimo regalo alla chiesa nel 2005, pro-

schiacciante personalità di un insegnante di lettere, ricevette una bocciatura in latino. Quell’umiliazione del suo
giovanile orgoglio, più tardi definita da lui stesso provvidenziale, divenne l’occasione propizia per la svolta
verso l’interiorità e il trampolino per un riscatto culturale che lo portò a uno studio appassionato dei testi sco-
lastici e non, e a una carriera cinquantennale di ricercatore appassionato. La sua personale curiositas gli permi-
se di allargare di molto il pur apprezzabile bagaglio culturale usualmente consegnato dalle scuole di allora.
Segnalato al vescovo da un suo insegnante, subito dopo esser stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1947, fu
nominato docente di discipline umanistiche nel ginnasio del seminario e inoltre si iscrisse ai corsi dell’univer-
sità di Palermo, dove conseguì nel 1953 al laurea in lettere classiche e nel 1956 quella in filosofia. Attento a non
circoscrivere la sua preparazione culturale ai confini regionali e nazionali, e certo emulo cosciente di altri illu-
stri agrigentini, perfezionò le lingue e la letteratura d’oltralpe. Alle lingue francese e spagnola, già perfettamen-
te possedute negli anni di seminario, si aggiunse nel 1958 il diploma di lingua tedesca, conseguito all’universi-
tà di Salisburgo e nel 1960, a Bonn, quello in lingua e letteratura germanica. Vissuti nella ricerca indefessa in
archivi e biblioteche, i suoi soggiorni all’estero lo ricaricavano sempre spiritualmente e culturalmente per una
ricerca storica più approfondita della sua diocesi e provincia agrigentina, alla quale coniugò molti oneri pasto-
rali. Fu parroco alla Zorba in territorio di Aragona, guidò come assistente spirituale il Movimento maestri cat-
tolici e l’Unione donne cattoliche e tante altre forme di associazionismo agrigentine. Nel 1976, ricevette l’inca-
rico di direttore del diffusissimo settimanale diocesano, “L’Amico del Popolo”, che divenne la sua “parrocchia
di carta”, attraverso il quale dialogò per quasi un trentennio con tutte le componenti della società agrigentina.
Già membro del capitolo della cattedrale, nel 1977 fu eletto canonico teologo e in seguito ciantro del medesi-
mo, il che gli consentì l’accesso all’archivio capitolare, che riordinò in vista di una fruizione da parte degli stu-
diosi. Nel frattempo fu nominato anche direttore della prestigiosa biblioteca Lucchesiana, che cercò di ripor-
tare agli antichi splendori e alla quale lasciò la sua ricchissima biblioteca personale. Riaperto nel 1983 il corso
teologico in seminario, ne divenne docente fino alla fine della sua vita e primo prefetto, conferendogli un ordi-
namento degli studi, che in seguito fu riconosciuto idoneo per l’affiliazione alla facoltà teologica di Sicilia. Con
una prodigiosa laboriosità e con puntiglioso programma giornaliero - si alzava alle 4 del mattino, pranzava pun-
tualmente alle 12 e in soli quindici minuti, si ritirava, per quanto poteva, alle 20 -, alternò gli incarichi diocesa-
ni con la cattedra di docente di lettere nei licei statali (prima all’Empedocle di Agrigento, poi a quello di
Cammarata), senza mai tralasciare la ricerca e gli studi. Tra il 1960 e il 2000, pubblicò, infatti, a ritmi vertigino-
si monografie ponderose e libretti divulgativi, saggi su temi diversi e raccolte poetiche, intervenendo anche a
molte conferenze e convegni. Nel 1985 conseguì a Roma il dottorato in teologia dommatica con una tesi sul
Commento all’Ecclesiaste di S. Gregorio Agrigentino; in seguito collaborò con l’Accademia di studi mediterranei
per la pubblicazione delle opere di Gerlando da Besançon, rifondatore della diocesi agrigentina dopo il domi-
nio arabo; fu presidente del tribunale ecclesiastico per le cause dei santi. Negli ultimi anni, pur debilitato dalla
malattia, non abbandonò la ricerca, lasciando inedite alcune opere in seguito pubblicate per iniziativa dei suoi
molti discepoli ed estimatori. Dopo mesi di silenziosa sofferenza, accolta con la forza della sua fede ben tem-
prata nel tempo e confortata dall’esempio dei suoi stimati amici santi, sui quali aveva estaticamente scritto, si
spense a questo mondo il 26 maggio 2006. Impossibile qui riportare un elenco completo della settantina di
volumi da lui pubblicati. Ricordiamo, oltre le due corpose monografie riguardanti la storia di Cammarata già
ampiamente citate, altri scritti riguardanti il suo paese natale: Cammarata (“Paesi di Sicilia”), Palermo 1965. P.
Girolamo da Cammarata, Palermo 1980. S. Caterina di Alessandria e il suo culto in Cammarata, Cammarata 1981. La
devozione al Crocifisso in Cammarata e S. Giovanni Gemini, S. Giovanni Gemini 1984. P. Timoteo Longo O.P., fondato-
re delle Domenicane del Sacro Cuore, Catania 1988. Lettere di direzione spirituale di Mons. A. Ficarra alla Sig.na A. Traina,
Agrigento 1990. Il quadro dei Diecimila Martiri nella Matrice di Cammarata, Agrigento 1993. La sua opera e la sua
personalità sono state tratteggiate in V. LOMBINO, Ricordando Domenico De Gregorio: l’opera storica in “Ho theolò-
gos” XXV(2007), pp. 289-299, da cui abbiamo attinto a piene mani e spesso alla lettera per tracciare questo
profilo, oltre che in molti scritti celebrativi pubblicati su quotidiani e periodici in occasione della sua morte o
di manifestazioni in suo onore, quali l’intitolazione al suo nome del sagrato della cattedrale di Agrigento, di
un’aula della biblioteca Lucchesiana della stessa città e della biblioteca comunale di Cammarata.

39
mosse la costruzione dell’organo a canne, effettuata artigianalmente dalla ditta
Colletti di Chiusa Sclafani.
Con metodicità quotidiana vi svolse soprattutto il ministero delle confessioni,
accorrendo a usufruire dei suoi consigli penitenti non solo da Cammarata e San
Giovanni, ma anche da molti paesi vicini. Anche a costo di difficili spostamenti,
facendo la spola tra Agrigento e Cammarata, celebrava tutte le funzioni dell’anno
liturgico, dispensando i suoi chiari e pacati insegnamenti in ogni occasione anche
feriale.
Durante gli ultimi mesi di sua vita, impossibilitato ormai a recarsi in chiesa, fu
sostituito da don Vincenzo Lombino, che continua a curare il culto della chiesa e a
seminare la parola di Dio con metodo approfondito e con linguaggio accessibile a
tutto l’uditorio. Si perpetua, così, a San Domenico una tradizione che ormai ha alle
spalle mezzo millennio di storia, che ha fatto della chiesa un luogo in cui i fedeli
sono stimolati alla personale riflessione e all’arricchimento interiore, grazie al mini-
stero della parola che vi viene svolto con competenza e sobrietà e al clima acco-
gliente che sempre ha contraddistinto l’ambiente fisico del luogo di culto e l’am-
biente umano che vi si raduna.
“Quannu sientu sunari a campan’i SanNuminicu mi veni u cori”, ripeteva un’anziana
fedele morta ultracentenaria, a zza Maria, che ricordava con precisione come fosse
la chiesa prima dell’incendio, aveva lavorato indefessamente per la sua ricostruzio-
ne, continuò a frequentarla con assiduità anche quando aveva superato i cento anni.
I suoi racconti vivaci e dettagliati sono una fonte della quale ci siamo serviti nello
stendere questi capitoli.

La chiesa quale si presentava dopo l'incendio

40
La facciata della chiesa abbandonata col campanile efficiente

I lavori in corso

41
L'abside ricostruita

Il tetto ricostruito

42
L'altare maggiore costruito nel 1933
e abbattuto nel 1969

Il coro come si presentava tra il 1969


e gli anni '80. Si notano i due grandi
candelieri in legno poi trafugati

43
Il nuovo campanile

44
R. La Mattina, 2004,
Mons. D. De Gregorio

E. Li Gregni, Progetto per il coro ligneo

45
Facciata della chiesa

46
SECONDA PARTE

GUIDA DELLA CHIESA

I. L’ESTERNO

La facciata

La mole della chiesa domina tutto il paesaggio circostante e si impone su tutti


gli edifici vicini caratterizzando così, assieme al castello e a qualche altro edificio
sacro, il paesaggio di Cammarata. La facciata ha linee semplici che si richiamano al
tardo manierismo romano e nelle sue strutture essenziali appare molto simile alla
ben più elaborata facciata della chiesa romana di San Domenico a Magnanapoli,
progettata da un architetto siciliano, Vincenzo La Greca, la cui opera potè ispirare
anche questo progetto architettonico assieme ad altri patrocinati dai domenicani di
Sicilia, quale ad esempio la rifinita facciata della chiesa di San Domenico di
Agrigento.
Essa, come tutto l’edificio, è costruita con massi squadrati di tufo, estratti
nello stesso luogo della costruzione, la rocca su cui sono ancorati gli edifici del paese,
tra i quali sono inserite, al livello inferiore, pietre di altra provenienza che ingloba-
no grandi venature di agate rosa e di diaspri amaranto. E’ divisa in due ordini, con-
trassegnati da un ampio cornicione, e coronata da un timpano triangolare. Ogni
ordine è scandito da quattro alte paraste e decorato da due nicchie, dove avrebbe-
ro dovuto essere poste delle statue di santi, mai realizzate. Al centro del secondo
ordine, ribassata rispetto al progetto originario, si trova una grande finestra.

Il portale

Il portale è preceduto da una scalinata a doppia rampa laterale, con ringhiera


in ferro, sistemata in questo modo nella seconda metà del secolo XIX in concomi-
tanza con l’apertura della strada carrozzabile, che passa lateralmente alla chiesa.
Esso risale probabilmente al secolo XVI e decorava la facciata della chiesa costrui-
ta in quel secolo. E’ in pietra calcarea: un’elegante cornice sostiene un timpano
spezzato, al centro della quale è inserito il cartiglio quadrato che reca inciso il tito-
lo. Esso recita: “TEMPLVM DEO DIVOQ[VE] ANTONIO DICATVM A PRÆ-
DICATORIBVS COLITVR”. Il portone in legno è originale del secolo XVII, con

47
cardini e serrature ancora conservati e funzionanti. Nella parte inferiore di esso si
aprono due porte più piccole, anche queste come il portale delimitate da cornici
sovrastate da timpano spezzato, al centro del quale si trovano degli stemmi. Sulla
porta destra quello dell’Inquisizione di Sicilia, che qui aveva sede, anche se non era
gestita dai frati, e sulla porta sinistra quello dell’ordine domenicano.

Gli edifici conventuali

A sinistra della facciata della chiesa al pianterreno un grande portone immet-


te nel currituri, luogo aperto a tutti fino a un secolo addietro come ricettacolo dei
viaggiatori e dei loro animali. Al di sopra di esso il balcone dei locali della rettoria.
Il campanile originale, che si trova accanto, sovrastava di qualche metro il tetto di
questa. L’attuale, allungato di una diecina di metri, raggiunge l’altezza della facciata
e fu realizzato negli anni ‘50 del XX secolo. Nella cella, delimitata e decorata con
cornici e contrassegnata da quattro grandi arcate, sono poste quattro campane.
L’edificio conventuale ha subito rimaneggiamenti e consolidamenti; fu adibi-
to per circa un secolo a caserma dei carabinieri ed oggi ospita il liceo scientifico. Il
portale originale, oggi allargato, immetteva in un cortile, al centro del quale su una
base di colonna era posta una fontana decorata da una statua di putto, ritenuto
Gesù Bambino. Gli ultimi resti di essa andarono dispersi qualche decennio addie-
tro. Tutto il complesso è preceduto da un’ampia piazza triangolare, delimitata dal
lato panoramico da un lungo sedile in pietra con spalliera in ferro, a banchina, rea-
lizzato negli ultimi decenni del secolo XIX.

II. L’INTERNO

La navata

L’interno della chiesa ha forma di un’amplissima aula rettangolare, delimitata


da un’abside semicircolare. Questa configurazione fu progettata appositamente per
un luogo di culto che non doveva alimentare devozioni private o di piccoli gruppi
in un alternarsi di cappelline o navatelle, ma doveva servire alle grandi assemblee
popolari sia di carattere religioso in occasione di celebrazioni o predicazioni sia di
carattere civico in caso di adunanze pubbliche che non trovavano spazio adeguato
altrove.
Le pareti laterali sono originali della chiesa settecentesca e sono scandite da
decorate paraste con capitelli compositi. Per ogni lato presentano tre grandi cappel-
le decorate con stucchi di scuola palermitana e sovrastate da un elaborato cartiglio.
Ognuna di esse presenta un’immagine centrale sostenuta o affiancata da due ange-
li e sovrastata da un timpano spezzato decorato con foglie o fiori. Al centro in alto,

48
attorniato da testine di angeli, il simbolo del santo a cui è dedicata. Tra le cappelle,
due per ogni lato, trovano posto le nicchie che servivano a conservare le statue pro-
cessionali; esse in seguito divennero altri altari. Il soffitto, illuminato da otto gran-
di finestroni, si trovava nella progettazione originaria di qualche metro rialzato
rispetto all’attuale, così come il catino dell’abside. Questa è preceduta da una tribu-
na delimitata da quattro grandi pilastri, che reggono due archi, e ingloba da un lato
la cantoria e dall’altro una grande cappella.
Il pavimento attuale in marmo bianco fu realizzato nel 1976 in sostituzione di
quello in mattonelle bianche e rosa del 1940. Originariamente esso era in pietra;
sopravvive una parte di questa pavimentazione nell’atrio e nei gradini di entrata.
Essa fino all’incendio era costellata di pietre sepolcrali, che per la maggior parte
andarono disperse; una si conserva proprio all’ingresso, ma è illeggibile, mentre
altre due sono state murate nei pilastri della tribuna.
Il portone principale è sovrastato da un grande arco, al centro del quale rima-
se per secoli, divenendo custode della chiesa abbandonata dopo l’incendio, un qua-
dro raffigurante san Pietro Martire. Esso fu distrutto durante i restauri degli anni
‘70 del secolo scorso e sostituito con un bel quadro ottocentesco che raffigura san
Gioacchino e la Madonna bambina, opera firmata dal famoso pittore Gregorio
Scalia1.
La parete interna della facciata, oltre che dall’arco che sovrasta il portone prin-
cipale, è decorata anche da due edicole, che una volta ospitavano le vare usate per
le processioni. In quella a sinistra entrando si conserva ancora quella del Crocifisso,
in legno intagliato e ferro battuto dorato del secolo XVIII.
In quella a destra, su una base costruita con materiale di recupero, è stata col-
locata, negli anni ‘80 del secolo scorso, una statua in marmo dipinto della Madonna
della Catena. Questa devozione è di origine palermitana e ha il suo centro nell’omo-
nima chiesa situata sulle banchine dell’antico porto della Cala, all’interno della quale
tre condannati a morte, a fine secolo XIV, sarebbero stati liberati dalla Madonna
che per dimostrare la loro innocenza spezzò le loro catene. La statua in marmo
dipinto e decorato, che è stata attribuita ad Andrea Mancino, scultore lombardo che
operò anche a Cammarata2, fu realizzata alla fine del secolo XV3. Raffigura la

1 La raffinata tela si ricollega alla promozione del culto di san Gioacchino, voluta da papa Leone XIII-
Gioacchino Pecci (1878-1903) e fu eseguita da un pittore certamente lontano dai movimenti devozionali, ma
molto sensibile ai simbolismi della natura e delle figure umane. Gregorio Scalia, infatti, nato a San Gregorio di
Catania nel 1842, nel 1860, seguendo l’esempio di tanti altri giovani siciliani, abbandonò gli studi di pittura per
seguire Garibaldi ed i Mille e in seguito rispose al suo appello anche nel 1866. Dopo aver studiato a Firenze,
nel 1869 si trasferì ad Avola, dove riprese l’attività artistica, frequentando contemporaneamente i circoli intel-
lettuali e politici del tempo e mostrando una convinta adesione alla massoneria, tanto che alla sua morte, nel
1922, si celebrò ad Avola un imponente funerale massonico. Seppe conciliare queste sue idee politiche con un
forte afflato religioso, realizzando ispirate opere per enti ecclesiastici della provincia di Siracusa e lavorando
anche a Scicli nel 1887, dove quasi certamente eseguì questo quadro per p. Timoteo Longo, che poi lo portò
con sé a Cammarata. L. SARULLO, Dizionario degli artisti siciliani, II, Pittura, Palermo 1993, p. 486.
2 L. SARULLO, Dizionario degli artisti siciliani, III, Scultura, Palermo 1994, pp. 197-198.
3 D. DE GREGORIO, ‘A Beddamatri, Agrigento 2005, pp. 57-59.

49
Madonna mentre allatta il Bambino e non ha attributi iconografici specifici di quel
culto. La catena che regge con la mano destra è un’aggiunta recente. Essa si trova-
va in matrice nell’altare omonimo, ma fu sostituita circa un secolo addietro con
un’immagine in gesso, per cui la vecchia statua fu collocata tra il materiale di scar-
to, che vagò da un deposito all’altro, finché, durante i lavori di restauro degli anni
‘70, non fu abbandonata nel piazzale antistante la chiesa. Essa e altri marmi lavora-
ti superstiti furono salvati da mons. De Gregorio, che con l’autorizzazione dell’ar-
ciprete Madonia li portò a casa sua, collocando la Madonna su una mensola nel-
l’atrio di ingresso del suo palazzo. Da qui in seguito trasportò il tutto in chiesa,
facendo elaborare con quel materiale e con resti di gradini dell’altare maggiore que-
st’edicola che accoglie i fedeli al loro ingresso.

La cappella di Santa Caterina

La prima cappella a destra entrando è dedicata a santa Caterina da Siena,


patrona d’Italia e d’Europa. Al centro della decorazione come simbolo della santa
si trova un libro aperto a indicare la sua sapienza di dottore della chiesa. La pala
d’altare è attribuita a pittore siciliano della seconda metà del secolo XVIII, che fu
certamente in contatto con le accademie romane, Francesco Olivieri da Palermo,
altrimenti ignoto, che avrebbe realizzato l’opera nel 17724. Essa nella parte superio-
re rappresenta Gesù che cambia il suo cuore con quello di santa Caterina sostenu-
ta da un angelo, mentre nella parte inferiore sono raffigurati san Giacinto e san
Vincenzo Ferreri. Il primo, un missionario domenicano polacco morto nel 1257,
presenta i soliti suoi attributi iconografici, reggendo l’ostensorio con le ostie e una
statua della Madonna, in ricordo di una sua fuga dal convento di Kiev incendiato
dai tatari, quando fu sollecitato dalla Madonna stessa a portare in salvo anche la sua
immagine. Il secondo, famoso predicatore e taumaturgo spagnolo morto nel 1419,
è raffigurato con la fiammella dello Spirito Santo sulla testa e il libro aperto, a indi-
care l’efficacia della sua dottrina e della sua predicazione, e il cappello cardinalizio
ai piedi, in ricordo della sua rinuncia al cardinalato. In basso tra i due santi un pae-
saggio che richiama le proprietà del convento di quel periodo, il colli dello Sciso e
il corso del Platani.
La statua lignea posta al centro dell’altare raffigura san Giuseppe col Bambino
ed è opera del primo Ottocento realizzata nella bottega palermitana dei Bagnasco.

4 SARULLO, Dizionario, II, p. 382. Ci sorge il dubbio che il nome del pittore tramandato dai repertori possa esse-
re stato travisato e che in realtà si tratti del domenicano palermitano Lorenzo Olivier (1710-1791), disegnato-
re, architetto e matematico, che visse anche a Roma tra il 1740 e il 1750, dove poté attingere disegni poi in que-
sto quadro rielaborati, ma la cui presenza a Cammarata non sembra attestata. Nel 1772, però, era priore del
convento di San Domenico di Palermo, dove l’Olivier viveva e dirigeva il cantiere per gli ultimi abbellimenti di
quella basilica, proprio il cammaratese fr. Antonino Lo Presti. Coincidenze sulle quali forse vale la pena inda-
gare. C. LONGO, Fr. Lorenzo Olivier tra matematica e storiografia in L. OLIVIER, Annali del real convento di S. Domenico
di Palermo, ed. M. RANDAZZO (“Ercta”, XXIII), Palermo 2006, pp. 9-22.

50
Fu scolpita per la chiesa di San Vito, ma, quando circa un secolo addietro fu lì tra-
sferita da Sant’Agostino la bella statua di san Giuseppe di Antonio La Bella, essa fu
portata nella chiesa di San Biagio. Chiusa questa circa trent’anni fa, pervenne qui e
collocata nel primo luogo disponibile.
Al di sotto dell’altare una statua in cera della Madonna sul letto di morte.
Questa è una delle poche statue superstiti di questo genere. Esse erano custodite in
casa e durante i primi quindici giorni di agosto su una decorata lettiga venivano por-
tate ogni sera dai ragazzi in processione con l’accompagnamento di qualche stru-
mento musicale per festeggiare la “Quindicina”.

La cappella della Madonna di Monserrato

E’ la prima cappella a sinistra; la decorazione al centro presentava forse il


monte segato dagli angeli. Quest’ultimo emblema è andato perduto e sostituito con
dodici stelle. La pala dell’altare è del secolo XVI e raffigura la Madonna venerata a
Montserrat in Catalogna in un santuario posto su una montagna, le cui cime appa-
iono intervallate da scoscesi strapiombi, per cui si narra che furono segate dagli
angeli. Su questi dirupi sorsero sin dal secolo IX degli eremi, dai quali ebbero ori-
gine il santuario e il monastero annesso5. Nell’immagine che lì si conserva la
Madonna e il Bambino hanno carnagione molto scura.
La devozione fu importata in Sicilia dai catalani qui presenti sia per motivi
commerciali sia al seguito della dinastia aragonese e introdotta anche in conventi
domenicani, quali quelli di San Domenico di Palermo o di Ciminna. Questo qua-
dro appare simile alle pale palermitane dello stesso soggetto, una delle quali fu
dipinta nel 1528 da Antonello Panormita e si conserva nel convento della Gangia6
e un’altra dello stesso secolo, proveniente dalla chiesa di Sant’Eulalia dei Catalani,
adorna l’altare della chiesa delle Croci o di Monserrato7.
Il quadro cammaratese si richiama in tutto all’iconografia palermitana e pre-
senta il monte con suggestivi particolari di pellegrini, cacciatori, monaci e animali,
il santuario tra le gole di esso, l’immagine della Madonna di carnagione chiara e ai
suoi piedi due angeli che segano un monte. Esso è il quadro più antico conservato
in chiesa e fu certamente dipinto nel secolo XVI, dato che al centro presenta uno
stemma che sembrerebbe richiamarsi a quello degli Abatellis, dinastia che si estinse
nel ramo cammaratese attorno al 1560. Abbiamo ipotizzato che i due santi in primo

5 DE GREGORIO, ‘A Beddamatri, pp. 54-56.


6 Accanto la Madonna le sante Caterina d’Alessandria e Agata e ai suoi piedi, sotto gli angeli che segano il monte,
i committenti. G. MANDEL, L’opera completa di Antonello da Messina, Milano 1967, p. 106. Fr. ABBATE, Storia del-
l’arte nell’Italia meridionale, III, Roma 2001, p. 35.
7 Di Giuseppe Sirena, datata 1582. Sotto la Madonna i santi Vincenzo Ferreri, Eulalia e altra santa variamente
identificata.

51
piano, san Domenico e santa Caterina d’Alessandria, possano tramandare le sem-
bianze di fr. Antonino Abatellis e della sorella Margherita, contessa di Cammarata.
Per la precisione dei particolari, quasi miniature, esso è accostabile al quadro di san
Placido, conservato a San Vito, firmato dal pittore cammaratese Francesco Lo
Presti e datato 1597, ma questo è certamente anteriore e forse opera di un altro pit-
tore cammaratese della famiglia Lo Presti8.
Sotto l’altare un moderno presepe. A sinistra di esso un grande stemma in pie-
tra raffigurante l’emblema del regno di Sicilia.

L’altare della Madonna del Carmelo

Addossata alla lesena l’acquasantiera, che conserva il pilastro di base origina-


le del secolo XVI. Scultura molto raffinata e decorata con elegante sobrietà nei
quattro lati presenta le immagini di san Domenico che regge un modellino di chie-
sa e un giglio, sant’Antonio in atto di benedire affiancato da un minuscolo maiale,
lo stemma dei Branciforti - il leone rampante con le zappe anteriori mozzate che
regge una bandiera – e quello dei domenicani – uno scudo cappato con stella e
cagnolino che regge con la bocca una fiaccola -.
Al di sopra di essa una statua in marmo, mutila della parte inferiore, raffigu-
rante santa Rosalia, compatrona di Cammarata. Essa fu realizzata nella prima metà
del secolo XVII per la chiesa omonima, chiusa la quale nella seconda metà del seco-
lo XIX passò a quella della Madonna della Scala o Scalidda, che fu distrutta qualche
decennio appresso, per cui la scultura trasmigrò in quella della Raccomandata, che
crollò nel 1966. Recuperata da mons. De Gregorio, fu qui collocata qualche decen-
nio appresso.
Sull’altare dopo il 1740 fu collocata l’antica statua cinquecentesca della
Madonna del Rosario, ridipinta e rivestita così di abito marrone e bianco e affian-
cata da una statuetta di san Simone Stock. Essendo in cattivo stato fu trasportata
agli inizi del secolo XX nella chiesa di San Sebastiano, dove ancora si trova, priva
del Bambino e della statuetta del santo, trafugati qualche decennio addietro. Fu
sostituita con una nuova statua in cartapesta voluta dalla famiglia Di Marco, che
acquistò anche la statua della Pietà che si conserva sotto l’altare. La Madonna del
Carmelo continua a festeggiarsi il 16 luglio a cura della famiglia Di Marco e dei suoi
discendenti. In quel giorno si benedicono piccoli scapolari con l’immagine della
Madonna che si distribuiscono ai fedeli, i quali li indossano al di sotto dell’abbiglia-
mento.
Al di sopra dell’altare una colorata tela di Giovanni Filippone (1922-1993), pit-
tore sangiovannese, che raffigura san Nicola benedicente, avendo alle spalle il pano-
rama del castello di Cammarata.

8 SARULLO, Dizionario, II, p. 304.

52
L’altare di San Michele

E’ il secondo altare a sinistra che conserva, come quello di fronte, la forma di


semplice edicola a volta. All’interno di essa, collocata sulla vara originale, si venera
una bella statua cinquecentesca raffigurante san Michele in atto di uccidere il drago,
che ha le fauci spalancate. Opera elegante in legno dorato di ignoto artista siciliano,
è annoverata tra le opere conservate in questa chiesa già nel 1540.
Al di sopra dell’edicola una sgargiante tela di Filippone rappresenta san
Gerlando e la valle dei templi di Agrigento. Si noti che questa è l’unica raffigurazio-
ne del santo patrono agrigentino presente a Cammarata.

La cappella del Rosario

La cappella presenta al centro della decorazione la colomba raffigurazione


dello Spirito Santo e sul timpano spezzato mazzi di rose. Era la cappella dove si
custodiva l’Eucaristia e fino a qualche decennio addietro pendevano al centro di
essa tre grandi lampade in rame dove stavano accese le lampade a olio. Ora esse
sono state collocate lateralmente. Il tabernacolo è quello originale del secolo XVII,
anche se è stato malamente ridipinto.
La pala d’altare è inserita in una preziosissima cornice barocca del secolo
XVII, finemente intagliata e dorata. Il quadro raffigura la Madonna del Rosario,
incorniciata da una mandorla di angeli, con san Domenico, san Tommaso
d’Aquino, sant’Agata e santa Lucia. In alto e lateralmente quindici tondi rappresen-
tano i quindici misteri del rosario, mentre al centro in basso un’aggiunta posteriore
raffigura le anime del purgatorio. Il soggetto si richiama a simili opere presenti in
molte chiese siciliane, non solo domenicane, che si ispirano alla grande tavola dipin-
ta nel 1540 da Vincenzo da Pavia per la chiesa di San Domenico di Palermo e alle
rielaborazioni dello stesso tema effettuate dall’olandese Simone di Wobreck. La tela
fu dipinta nel 1634 dal pittore cammaratese Francesco Lo Presti9. In questa cappel-
la aveva sede la compagnia del Rosario e sotto l’altare si trova una statua giacente
raffigurante santa Caterina da Siena.

La cappella di San Domenico

In alto al centro degli stucchi decorativi il simbolo del santo, la stella che
emana due raggi luminosi sul globo del mondo. La pala d’altare è inserita in una
bella cornice e raffigura il santo fondatore dei domenicani recante in mano i sim-

9 SARULLO, Dizionario, II, p. 304.

53
boli usuali – il libro della scienza e il giglio della virtù – che mira in alto la croce
mostratagli da un coro di angeli, mentre in basso un dragone si ritira sconfitto. Ai
suoi piedi il ricordo della leggenda che narra che la madre, la beata Giovanna de
Aza, prima che egli nascesse avesse sognato di partorire un cagnolino bianco e nero
che con una fiaccola in bocca illuminava il mondo, per indicare l’efficacia della sua
predicazione. Il quadro è firmato e datato e fu dipinto nel 1628 dal pittore camma-
ratese Vincenzo Lo Presti, figlio di Francesco10. Esso assieme alla sua cornice –
unico tra le opere d’arte custodite in chiesa – non è stato mai restaurato.
Fino a qualche decennio addietro era uso accendere in quest’altare delle lam-
pade e quindi utilizzare l’olio tratto da esse per benedire gli ammalati, ungendoli e
segnando una croce col pollice sulla loro fronte e ripetendo la formula
“SanNuminicu Surianu, / vui ci mintiti l’uogliu / e io ci mintu la manu. / N nomu dû Patri,
dû Figliu e dû Spiritu Santu”. L’invocazione era rivolta a san Domenico venerato a
Soriano Calabro, in provincia di Vibo Valentia, a cui si rivolgevano preghiere anche
alla fine del rosario: “A sanNuminicu Surianu e a santa Catarina di Sena ...”.
Il tabernacolo settecentesco, malamente ridipinto, è quello che fino al 1969
campeggiava sull’altare maggiore. Ai lati di esso delle cornici contengono teche con
reliquie di santi. Sotto l’altare, protetto da un vetro, il palliotto dipinto nel secolo
XVIII per l’altare di Santa Caterina, raffigurante i tre santi venerati in quell’altare,
Caterina da Siena, Vincenzo e Giacinto.

L’altare di San Vincenzo

Originariamente era una nicchia dove si conservava la statua processionale del


santo, poi fu decorata e divenne sede di una devozione ancora molto sentita. A
Cammarata come diffusione il nome Vincenzo è secondo solo a quello di Giuseppe
e proprio i molti Vincenzo sono i devoti più affezionati. San Vincenzo è anche
patrono dei muratori e protettore contro le cadute e le perdite di senno e quest’ul-
tima protezione è collegata alla fiammella che appare sulla testa del santo in tutte le
sue immagini, mentre la prima si ricollega a un miracolo che si narra avesse egli ope-
rato. Infatti, dati i suoi poteri straordinari, si racconta che il priore del suo conven-
to gli avesse proibito di fare miracoli senza il suo permesso. Un giorno, camminan-
do per strada, vide un muratore che stava cadendo da un’impalcatura, per cui lo
fermò a mezz’aria, dicendogli: “Aspetta un attimo, ché vado a chiedere il permesso
al priore”, mentre il malcapitato rimaneva sospeso tra cielo e terra.
La nicchia fu decorata nel secolo XVIII con gusto popolaresco raffigurando-
vi simboli ed episodi della vita del santo. Al centro, tra due angeli, il libro con la
scritta che invita ad aver timore di Dio - “TIMETE DEUM ET DATE ILLI

10 SARULLO, Dizionario, II, p. 304.

54
HONOREM” -, assieme alla tromba e alla fiamma, tutti segni che rendono visibi-
le plasticamente la sua opera di evangelizzazione svolta in tutta Europa tra i secoli
XIV e XV, al tempo della divisione della chiesa d’occidente prima in due e poi in
tre obbedienze con relativi due o tre papi in contemporanea. Allora egli, che perso-
nalmente stava dalla parte del papa che risiedeva ad Avignone, si incaricò di fronte
alle incertezze e alle turbolenze istituzionali di smuovere le coscienze popolari invi-
tandole a vivere secondo il vangelo e a temere l’approssimarsi del giudizio divino,
indipendentemente dalle obbedienze ecclesiastiche, per cui fu definito l’”angelo
dell’apocalisse”; da ciò quei simboli che denotano in quel libro biblico gli angeli che
annunciano la manifestazione di Dio.
Nelle parete laterali sono raffigurati due episodi clamorosi della sua vita. A
sinistra è raffigurata una delle sue estasi che lo portavano a librarsi fino al tetto,
mentre gli altri confratelli lo guardano meravigliati. A destra è narrata la ricompo-
sizione del corpo di un bambino, squartato dalla madre, a cui egli ridiede forma
umana e vita. Questo bambino, divenuto adulto e domenicano, fr. Giovanni da
Pistoia, sarebbe stato poi uno dei promotori della sua canonizzazione e il propaga-
tore del suo culto in Sicilia.
La statua che respira un leggero movimento di gusto barocco raffigura il santo
in atto di predicare col dito destro alzato al cielo, mentre con la mano sinistra regge
il libro. Come angelo dell’apocalisse, ha delle grandi ale e la consueta fiammella sulla
testa. E’ uno dei capolavori dello scultore cammaratese Antonio La Bella11, che rea-
lizzò l’opera nella seconda metà del secolo XVIII. Ai piedi dell’immagine il reliquia-
rio in ottone e argento contiene un pezzo consistente di osso del santo, provenien-
te dal suo sepolcro nella cattedrale di Vannes in Bretagna (Francia). Questa reliquia
in passato veniva portata in casa degli ammalati e con essa venivano benedetti quan-
ti dal santo imploravano grazie.
San Vincenzo viene festeggiato il 5 aprile, quando questo giorno non coinci-
de con i giorni della settimana santa, ad opera soprattutto dei molti Vincenzo cam-
maratesi. Quando Pasqua cade il 5 aprile, la sua statua viene portata in processione
e partecipa all’incontro del Cristo risorto con la Madonna. Esce da chiesa accom-
pagnata dalla confraternita di Sant’Antonio e viene collocata nel punto dove si svol-
gerà a binidizzioni e rimane in attesa dell’incontro. Nella processione che segue sfila
per prima e poi ritorna in chiesa. L’ultima volta questo rito fu celebrato nel 1953 in
una giornata invernale di pioggia, quando i portatori del Risorto caddero durante la
corsa a causa del fango e ruppero la mano destra della statua del Cristo. La prossi-

11 Misterioso e geniale scultore cammaratese, studiò a Roma, lavorò nel paese natale, da dove si allontanò per non
aver realizzato secondo i suoi intenti la statua del Cristo risorto, ispirato alla statua di Michelangelo che raffi-
gura il medesimo soggetto della basilica romana di Santa Maria sopra Minerva. Si trasferì, quindi, a Napoli,
dove morì forse alla fine del Settecento. A Cammarata rimangono oltre il Cristo risorto e il san Vincenzo, anche
l’urna del sepolcro con l’agnello sgozzato sul coperchio alla Matrice, il Crocifisso di sant’Antonio e il Bambino
a San Domenico, il san Giuseppe di San Vito, proveniente da Sant’Agostino. Alla Matrice di San Giovanni è
opera sua la statua di san Francesco di Paola. SARULLO, Dizionario, III, p. 171.

55
ma Pasqua il 5 aprile sarà celebrata nel 2015.
Al di sopra della nicchia un quadro di Filippone raffigura san Francesco
d’Assisi, avendo come sfondo il monte Cammarata.

L’altare del Rosario

Data la compresenza nella stessa chiesa di due altari dedicati allo stesso titolo
mariano, il gruppo statuario della Madonna del Rosario con san Domenico, qui
conservato sulla sua vara processionale, fino al’incendio della chiesa veniva tenuto
nascosto da uno sportello velato con un drappo merlettato. Si scopriva solamente
per la festa del Rosario e per tutto il mese di ottobre. Durante questo mese ogni
sera si recitava il rosario, si cantava la litania e poi, fino agli anni Cinquanta del seco-
lo scorso, si impartiva la benedizione, mentre in tempi più recenti si celebrava la
messa con omelia. Il mese del rosario, come veniva chiamato, fu celebrato quasi
sempre in quest’altare fino a qualche anno addietro, finché visse mons. De
Gregorio.
La nicchia è decorata internamente con stucchi settecenteschi a motivi florea-
li. Il gruppo statuario, di particolare imponenza e rifinito con pregiate decorazioni,
è opera di anonimo scultore palermitano settecentesco e fu portato a Cammarata
nella primavera del 174012. Normalmente era adornato con corone e aureole di pre-
gevole fattura settecentesca, oggi conservate il luogo sicuro. In particolari occasio-
ni esso si collocava sull’altare maggiore e in rarissime circostanze, almeno negli ulti-
mi cento anni, si portava in processione.
Il tabernacolo portatile posto sull’altare è del Settecento, è stato quasi del tutto
ridipinto, ma mostra ancora sulla porticina una bella immagine in monocromia di
Gesù bambino abbracciato alla croce.
Al di sopra dell’altare la più bella delle tele realizzate da Giovanni Filippone
per questa chiesa, una gentile santa Caterina svettante sul panorama di Siena.
Accanto il pulpito settecentesco proveniente da San Sebastiano, trasferito qui alla
riapertura della chiesa dopo l’incendio in sostituzione del distrutto pergamo con
baldacchino scolpito in legno di noce, in ricordo del quale rimane pendente dalla
lesena la catena in ferro a cui era attaccata la parte superiore.

La cappella del Santo Nome o del Crocifisso

Il culto del Crocifisso è attestato nella chiesa di Sant’Antonio sin dalle sue ori-
gini e una statua del Crocifisso si trovava all’altare maggiore dell’antica chiesa

12 D. DE GREGORIO, Cammarata. Cronaca dei secoli XIX e XX, Cammarata 2006, p. 619.

56
medievale. Questa poi, quando fu realizzata la nuova statua oggi ancora venerata,
fu probabilmente posta all’altare maggiore della nuova chiesa e fu distrutta dall’in-
cendio del 1913.
La cappella attuale, al centro della cui decorazione campeggia l’agnello immo-
lato adagiato su un libro, conserva due statue, ambedue opera di Antonio La Bella
e risalenti alla seconda metà del secolo XVIII, che richiamano i due momenti in cui
si manifestò il nome di Gesù. Il Bambino, infatti, festeggiato il 1 gennaio, ricorda
come otto giorni dopo la nascita gli fu imposto il nome Gesù e alle sue spalle è
posto l’emblema con la scritta “IHS”, abbreviazione della forma greca del nome. Il
Crocifisso appare come la manifestazione del nome salvifico – Gesù significa Dio
salva –, indicato dalla tabella posta sulla croce “Gesù Nazareno re dei Giudei”,
abbreviato I.N.R.I.
Il Bambino, u Bamminu dâ strina, veniva portato in processione per il Corpus
Domini in una vara a tempietto adornata di fiori e di ainuzzi, mentre col braccio
destro, per questo motivo deteriorato, reggeva una cordata di sette squillanti cam-
panelle d’argento.
Il Crocifisso da molti secoli è festeggiato la prima domenica di maggio e la
processione che si svolge in quel giorno è una delle più significative e antiche della
tradizione cammaratese. Si tratta di una pasqua, di un rito di passaggio dalla stagio-
ne fredda alla stagione calda e nello stesso tempo di un rito di passaggio fisico dei
cammaratesi con i loro simboli religiosi per delimitare il loro territorio e implorare
la benedizione divina su di esso. La statua, che è uno studio condotto sulla figura
di Cristo della Pietà di Michelangelo della basilica vaticana, una volta veniva tirata
fuori dalla sua cappella la mattina del sabato precedente la festa, veniva adornata
con i chiodi e la corona d’argento e portata in processione in piazza; quindi collo-
cata all’altare maggiore. Ora questo rito si svolge la domenica precedente e in que-
st’occasione si confezionano i curdeddi o zaghareddi, misurando la statua dalla testa ai
piedi con dei nastri, che così tagliati venivano e vengono indossati da ammalati e
devoti.
Il giorno della festa per simboleggiare il passaggio tra le due stagioni la vara
viene adornata con tutte le primizie locali, manipoli di spighe, piante di fave coi loro
baccelli, rami di ciliegio coi loro frutti, tovaglie di lino appena tessute, che vengono
donate anche nel corso della processione – da ciò il nome popolare di Crucifissu dî
tuvagli -, e tantissimi fiori, soprattutto rose.
Per simboleggiare, invece, il passaggio fisico a delimitare il territorio l’itinera-
rio della processione seguiva una volta un lunghissimo percorso, ora ridimensiona-
to, ma sempre significativo. Uscivano i confrati col loro sacco bianco, la bandiera
grande e i tamburi portando a spalla la vara adornata in quel modo subito dopo la
messa cantata e scendevano fino alla Gianguarna, alla punta del paese. Da qui, orga-
nizzando una lunga catena umana e attraversando i campi di ncap’a costa, tiravano la
vara fino al palazzo. Alla piazza dei cappuccini si benedicevano i due paesi, facen-
do muovere la vara in direzione dei quattro punti cardinali, e, quindi, si faceva una

57
lunga sosta per rifocillarsi. Qui i devoti già avevano imbandito delle tavole e
avevano preparato cibo e vino che venivano e vengono ancora distribuiti agli inter-
venuti.
Poi per un antico diritto consuetudinario, che risale al medioevo, dato che,
prima che fosse costruito il centro abitato, il Crocifisso passava per i campi allora
denominati i piani di San Giovanni, la processione, senza dover chiedere autorizza-
zione alcuna ad autorità ecclesiastica o civica, attraversava tutta San Giovanni fino
alla trazzera – u strittu dî vacchi – che conduceva a Santa Maria. Dopo aver fatto il
giro della Casazza e una sosta al piano di Santa Maria, l’itinerario prevedeva l’attra-
versamento di tutta Cammarata, passando per San Vito, il castello e la piazza, dove
si procedeva e si procede ancora, come anche nella piazza di San Giovanni, a passo
lentissimo, mentre i tamburi rullavano a Ntunisa, il particolare ritmo usato dalla con-
fraternita. L’arrivo in chiesa avveniva dopo molte ore
Oggi l’itinerario è stato ridimensionato, ma mantiene tutta la sua simbologia
di festa del passaggio. Infatti la vara continua ad essere adornata con tutte le primi-
zie, ma la processione, accompagnata da confrati, tamburi e bandiera, raggiunge
direttamente la piazza dei cappuccini, dove si impartisce la benedizione ai due paesi
e ci si ferma per consumare cibo e bevande in segno di ringraziamento. Quanto
rimasto sulle lunghe tavole imbandite viene portato a casa dai devoti e distribuito a
poveri e ammalati. Si continua a far valere il diritto di attraversare tutta San
Giovanni, ma alla cappella dell’Ecce Homo si gira a destra, attraversando il viale ed
entrando a Cammarata dal ponte di Sant’Agostino. Da qui la processione prosegue
con le antiche modalità verso il castello e la piazza. All’arrivo in chiesa, come da
inveterata consuetudine, gli ornamenti della vara vengono distribuiti tra i devoti che
li portano in casa o in campagna in segno di devozione e per implorare fecondità.
Una volta la mattina del lunedì seguente, oggi la domenica successiva l’imma-
gine viene riportata in processione in piazza e poi riposta nel suo altare. In queste
due piccole processioni il Crocifisso viene portato da una sola persona, che spesso
per voto adempie il suo compito fino a tarda età.
Sotto l’altare si trova un palliotto settecentesco in marmo intarsiato, mentre
nel pilastro a sinistra una lapide ricorda l’anno santo del 1950, quando fu restaura-
ta la cappella per iniziativa di Nicolò Chimento e l’arcivescovo Peruzzo concesse
delle indulgenze.

La cappella di Sant’Antonio

La cappella dedicata al titolare della chiesa è contrassegnata dai simboli anto-


niani, il T e la fiamma, e si tramanda fosse l’altare maggiore della chiesetta medie-
vale attigua all’ospizio di Sant’Antonio. Conserva la splendida statua cinquecente-
sca in legno decorato e dorato che raffigura il santo in pensierosa lettura, appoggia-
to al suo bastone. L’opera che ripropone in chiave rinascimentale modelli molto più

58
antichi, usando anche uno stile arcaizzante, fu sempre considerata un capolavoro
della scultura siciliana in legno. Fu realizzata nel 1596 ed attribuita a Marco Lo
Cascio di Chiusa Sclafani13. Ai lati del santo sono poste due statuette di angeli,
anch’esse di legno dorato, ma che denotano stili alquanto diversi, rinascimentale e
meno appariscente quella a destra, elegante e barocca quella a sinistra. Secondo l’in-
terpretazione popolare raffigurano quella “brutta” il diavolo che tentava
sant’Antonio e quella “bella” l’angelo che lo confortava perché resistesse alle tenta-
zioni.
Sant’Antonio da tempo immemorabile si festeggia il 17 gennaio e la sua festa
è preceduta dall’ottava. Per otto giorni ogni sera i confrati con i tamburi girano per
le vie del paese, accompagnati da torme di ragazzini e gratificati nelle loro soste da
cibo e bevande14. Al ritorno del gruppo nella piazza antistante la chiesa un festoso
scampanio annuncia l’imminenza della festa. La vigilia di essa si benedice un vasso-
io di sale, che viene preso dai fedeli, assaggiato e portato in casa e in campagna.
Vuole ricordare il frugale cibo di cui si nutriva il santo, pane biscottato bagnato con
l’acqua e condito con sale, ma anche la sapienza a lui concessa nella solitudine del
deserto.
Il santo è invocato contro le malattie della pelle e soprattutto in caso di fuoco
di sant’Antonio, ma anche come garante dell’abbondanza dei frutti della terra.
Pertanto quanti ne hanno potuto godere, anche dopo un pasto abbondante, vengo-
no consigliati di fare u viaggiu a sant’Antuoni. Il giorno della festa, data l’inclemenza
della stagione – egli è il primo dî santi dâ nivi15 -, non si usa fare la processione, ma
i devoti o quanti hanno ottenuto grazie fanno u viaggiu fino alla chiesa, portando in
dono ceri e qualche volta anche pane.

La tribuna

Questo quadrato della chiesa delimitato da quattro grandi pilastri nella liturgia
domenicana aveva la sua funzione in quanto era sede di alcune strutture essenziali
allo svolgimento di essa. Infatti nel lato sinistro si trovavano la cantoria con l’orga-
no e la sede dei cantori, ora rocostruita, e poi la campana e la ruota delle campanel-
le che sottolineava i momenti più solenni delle liturgie festive, della quale rimango-
no in alto ancora i ferri di aggangio, e, infine, la porta della sacrestia.

13 SARULLO, Dizionario, III, pp. 185-186. L’attribuzione non è condivisa in una monografia dedicata agli scultori
Lo Cascio di Chiusa. A. G. MARCHESE, I Lo Cascio da Chiusa Sclafani, scultori in legno del ‘500, Palermo 1989, pp.
33. 39. In ogni caso la statua appare opera di raffinatissimo scultore ed è molto simile alla statua raffigurante il
medesimo santo di Santo Stefano Quisquina, una volta conservata nella chiesa omonima e ora in quella del
Purgatorio.
14 Nicola DE GREGORIO, Cibo e parole di una comunità di montagna. A Cammarata con il questionario dell’ALS (“Materiali
e ricerche dell’Atlante linguistico della Sicilia”, 20), Palermo 2008, pp. 64-65.
15 “U dicissetti Antuoni, u vinti Bastianu, u vintunu Agnesi, u vinticincu Paulu e, ppi fari u cuntu chjnu, u trenta Piddirinu”.

59
Nel lato destro l’attuale altare dell’Addolorata era usato come altare della pre-
parazione, quando nelle liturgie solenni il diacono e il suddiacono all’inizio della
messa qui preparavano i doni – il calice con il vino e l’acqua, la pisside con le ostie
-, che ricoprivano con un velo omerale e poi andando processionalmente consegna-
vano al celebrante sull’altare maggiore al momento dell’offertorio. All’altare centra-
le, inoltre, si celebravano solamente la messa capitolare festiva, solennemente can-
tata con la partecipazione di tutti i frati e dei membri delle confraternite, e i vespri
festivi cantati e preceduti o seguiti da un corso di istruzione religiosa. In altre occa-
sioni in cui c’era un particolare affollamento si utilizzava, a preferenza di altri, que-
st’altare laterale, visibile da tutta la chiesa.
Nel primo pilastro a destra si trova, sormontata dallo stemma della famiglia
Trayna – due mani che stringono un ramo di palma – la lapide sepolcrale di don
Gregorio Trayna, morto il 30 gennaio 1759, e del fratello don Michele, deceduto
negli anni seguenti16. Accanto a questo pilastro, su una base in muratura è colloca-
ta la statua della Madonna della Raccomandata, realizzata in pietra e gesso nel seco-
lo XVII e proveniente dalla chiesa omonima, distrutta nel 196617.
Nel pilastro di fronte, invece, si trova, la memoria funebre della terziaria
domenicana Gesia Maria Gerardi, morta dopo lunga malattia il 6 maggio 169518.
Nel secondo pilastro a destra, invece, sta appeso un quadro moderno, quasi
una delicata miniatura, che raffigura il beato Matteo d’Agrigento, fondatore del
convento francescano di Cammarata nel 1428 e vescovo del capoluogo dal 1442 al
1445. E’ opera di un pittore contemporaneo, Carmelo Vaccaro, e fu regalato nel
2003 a mons. De Gregorio in ricordo della sua lunga attività giornalistica come
direttore dell’”Amico del popolo”.
Altrettanto raffinato il quadro posto nel secondo pilastro a sinistra. Esso è
opera dello stesso Carmelo Vaccaro e raffigura san Giordano Ansalone, domenica-
no, nato a Santo Stefano Quisquina nel 1598, morto martire in Giappone, a
Nagasaki, il 17 novembre 163419. Esso, come recita il cartiglio ai piedi del santo, fu
donato alla chiesa dall’autore di queste note in ricordo del quinto centenario della
fondazione del convento domenicano di Sant’Antonio, e collocato in chiesa i primi
giorni del 2010.

16 “VENTVS EST VITA MEA / REV. SAC. VIC. D. GREGORIVS TRAYNA / LITTERARVM PERITIA
MORVM / PROBITATE CONSPICVVS AC PATRIAE / BENEMERENTISSIMVS SPIRITVM / DEO
REDDIDIT TERTIO KALENDAS / FEBRVARII 1759 DVM PRIMVM DECIMI / QVARTI LVSTRI
AGERET ANNVM ET / SVB HOC QVIESCIT LAPIDE CVIVS / CINERES VIC. D. MICHAEL TRAY-
NA / FRATER ADDICTISSIMVS CVM SVIS / HOC LAPIDE COMMISCENDOS SVBSIGNAVIT / VT
QVOS IN TEMPORE MORS SEPARAVIT / POST EORVM MORTEM EADEM VRNA / CONIVNGE-
RET”.
17 DE GREGORIO, ‘A Beddamatri, pp. 91-94.
18 “D. O. M. / SOROR GESIA MARIA GERARDI CAMERATENSIS / DIVI DOMINICI ALBO ADSCRIP-
TA CANDIDIS / MORIBVS VIRGINITATIS CANDOREM ADAVXIT / CHRISTO SPONSO HAVD
ABSIMILIS A / PLENO AETATIS FLORE DIRIS ADFLICTA DOLORIBVS / LECTO CRVCIFIXA
DECVBVIT DONEC VIRTVTIBVS / AC MIRA PATIENTIA EFFLORESCENS AD COELVUM /
EVECTA FVIT DIE VI MAII MDCLXXXXV”.
19 C. LONGO, Giordano Ansalone e i martiri giapponesi del 1633-1637, Reggio Calabria 1980.

60
La cappella dell’Addolorata

E’ la cappella più ornata di tutta la chiesa, incorniciata da due angeli a tutto


tondo e contrassegnata da un cuore trafitto. Nella cornice centrale al di sopra della
nicchia si trovava prima dell’incendio un quadro, che forse raffigurava il volto di
Gesù coronato di spine. La statua di struttura monumentale è settecentesca e reca
alla base lo stemma della famiglia Trayna e anche la Madonna viene comunemente
chiamata a Ddilurata dî Trajini. Si narra, infatti, che nel secolo XVIII un membro
della famiglia Trayna ritornando dalla campagna fu avvicinato da una donna vesti-
ta a lutto che lo avvertì di non continuare a percorrere la strada consueta perché dei
nemici gli stavano tendendo un agguato. Ritornato a casa e accertata la verità del
fatto, attribuì quell’intervento alla Madonna, della quale fece scolpire la statua da
ignoto scultore probabilmente palermitano. Da allora l’ultimo venerdì di quaresima
l’Addolorata fu festeggiata a cura della famiglia Trayna. Quel giorno si adornava
l’altare con fasci di giaggioli bianchi e viola, coltivati a questo scopo nel giardino di
famiglia, si celebrava la messa solenne e alla fine di essa agli indigenti intervenuti si
distribuivano offerte e generi alimentari. Questa tradizione durò fino alla riforma
liturgica del Vaticano II, quando fu abolita la festa dell’Addolorata al venerdì prima
delle Palme.
Questo che una volta era l’altare della preparazione della liturgia domenicana,
ricostruito in pregiati marmi da mons. De Gregorio, è stato trasformato nell’altare
in cui si conserva l’Eucaristia.

L’altare maggiore e il coro

E’ la zona della chiesa che ha subito maggiori trasformazioni, sia a causa del-
l’incendio, sia a causa della riforma liturgica della seconda metà del secolo XX.
L’altare maggiore originario, molto più avanzato rispetto all’attuale, era al culmine
di una scalinata di cinque gradini e probabilmente costruito in pietra decorata. Nella
ricostruzione del 1933 fu sostituito da un altare a gradini, con scala posteriore che
giungeva fino all’attuale nicchia centrale. Quest’altare fu demolito nel 1969 dall’ar-
ciprete Madonia e sostituito con l’attuale, che si presenta ricco ed elegante. Esso,
infatti, è collocato su una scalinata per costruire la quale furono riutilizzati i gradi-
ni settecenteschi in pietra, debitamente restaurati, ed è adornato da un pregevole
palliotto in marmo intarsiato proveniente dalla cattedrale di Agrigento e donato da
mons. De Gregorio.
Inizialmente il coro fu solo dotato dalla sedia del celebrante posta al centro,
finché a metà degli anni ‘80 del secolo scorso non fu realizzato il nuovo coro in
legno di ciliegio. Esso fu progettato da Enzo Li Gregni e scolpito da Salvatore
Sacco e dai suoi collaboratori. E’ costituito da una cattedra centrale rialzata e da
sedici stalli, otto per lato. Nelle due lesene che incorniciano la nicchia centrale sono

61
posti due emblemi, a destra uno stemma mariano e a sinistra lo stemma dell’ordi-
ne domenicano: uno scudo bianco cappato di nero dove campeggia il cagnolino che
con la torcia accesa in bocca illumina il mondo, simbolo di san Domenico.
Su una mensola a sinistra una bella statua cinquecentesca della Madonna, scol-
pita in legno e indorata, ben restaurata, ma integrata con un Bambino sproporzio-
nato per difetto. In alto nelle pareti laterali due quadri settecenteschi, collegati col
culto antoniano. Infatti quello a sinistra rappresenta il battesimo di sant’Agostino,
impartitogli da sant’Ambrogio, dopo che il giovane africano aveva letto la Vita di
Antonio e aveva deciso di farsi cristiano. La tela, di autore non identificato, risente
di incoerenze prospettiche e, tranne in qualche ritratto in secondo piano, dipinto dal
vero, appare scialba e prevedibile. Il quadro a sinistra, invece, raffigura l’autore della
Vita di Antonio, sant’Atanasio di Alessandria. La tela può essere considerata un
capolavoro e ritrae il santo in età avanzata che spiega il mistero della Trinità a un
personaggio altolocato. I ritratti dei due presentano profonda intensità, il dialogo
appare serrato, i colori che emergono da un fondo ombroso sono brillanti e cali-
brati, tutta la scena mostra un’unitarietà di composizione convergente verso il ful-
cro, le tre dita aperte del santo.
Al centro dell’abside dopo la ricostruzione era stato posto un grande drappo
rosso che incorniciava un piccolo quadro ottocentesco del Cuore di Gesù, che ora
si conserva in sacrestia. Durante la guerra stettero a Cammarata, ospitati nei locali
dell’Opera pia “Suor M. A. Longo”, e officiavano la chiesa alcuni gesuiti, tra i quali
il p. Vincenzo Insolera, sfollati dalla bombardata loro Casa Professa di Palermo.
Finita la guerra con l’occupazione americana, nel 1944 poterono tornare in città e
allora vollero mandare a Cammarata un segno di riconoscenza per l’accoglienza
avuta. Così Giuseppe Bellavia andò a prelevare la statua del Sacro Cuore, che fu col-
locata nella nicchia appositamente preparata al centro dell’abside. L’immagine in
cartapesta leccese sproporzionata e dai tratti non particolarmente attraenti da più
di sessant’anni accoglie chi entra in chiesa come un’ulteriore testimonianza della
calda e generosa ospitalità cammaratese.

62
Maestranze siciliane, sec. XVI,
Portale in pietra intagliata

Interno della chiesa

63
Gregorio Scalia, fine sec. XIX,
San Gioacchino e la Madonna bambina

Francesco Olivieri, 1772,


Estasi di santa Caterina coi santi
Giacinto e Vincenzo

Particolare raffigurante paesaggio


del Monte Cammarata

64
Andrea Mancino (?), sec. XV, Scultore siciliano, 1630ca, Santa Rosalia
Madonna col bambino

Cappella di Santa Caterina

65
Pittore siciliano, sec. XVI,
Madonna di Monserrato

Altare della Madonna del Carmelo

66
Scultore siciliano, sec. XVI,
San Michele

Cappella del Rosario

67
Particolare che potrebbe raffigurare un gio-
vane domenicano cammaratese preso
come modello per l'immagine di san
Tommaso d'Aquino

Francesco Lo Presti, 1634,


Madonna del rosario

Vincenzo Lo Presti, 1628,


San Domenico

68
Antonio La Bella, sec. XVIII,
San Vincenzo

Scultore palermitano, 1740,


Madonna del Rosario
con san Domenico

69
Cappella del Crocifisso

Antonio La Bella, sec. XVIII,


Crocifisso di sant'Antonio

70
La vara ornata durante per la processione

La processione al palazzo negli anni '30 del XX secolo

71
Cappella di Sant'Antonio

La cantoria con l'organo

72
Carmelo Vaccaro, 2003,
Beato Matteo d'Agrigento

Carmelo Vaccaro, 2009,


San Giordano Ansalone

73
Cappella dell'Addolorata

Maestranze siciliane,
sec. XVIII, Angelo

74
Maestranze siciliane, sec. XVIII, Altare in marmo intarsiato

Enzo Li Gregni-Salvatore Sacco, fine sec. XX, Coro ligneo

75
Altare maggiore e coro

76
Scultore siciliano, sec. XVI,
Madonna

Scultore siciliano, sec. XVII,


Madonna della Raccomandata

77
APPENDICI

1. FIGURE DOMENICANE CAMMARATESI

Antonino Abatellis (1490ca-1556ca)

Nacque a Palermo verso il 1490, figlio naturale del conte Antonio Abatellis.
Al battesimo ricevette il nome di Francesco. Divenne domenicano attorno al 1510
in un convento imprecisato, forse in quello di Valladolid, in Spagna, ma fu affiliato
a San Domenico di Palermo nel 1521. Dal padre per testamento ricevette una ren-
dita annua di quindici onze, per recuperare la quale dovette adire alle vie legali in
una controversia che si protrasse a lungo. Nel 1532 fu affiliato al convento di
Cammarata. Nel 1536 dalla sorella Elisabetta Abatellis Ventimiglia, baronessa di
Ciminna, per testamento ricevette un capitale di cento onze. Risiedette a lungo nella
capitale e i suoi soggiorni a Cammarata probabilmente furono sporadici, ma effi-
caci nel sostenere i suoi confratelli in quei primi decenni del loro insediamento. Qui
risiedeva spesso la sorella, contessa di Cammarata, Margherita Abatellis, fino al
1523 moglie di Federico Abatellis e dal 1537 moglie di Blasco Branciforti. Nel 1551
fu autorizzato a impiegare le sue rendite per la fabbrica del convento e per dotare
di arredi la chiesa di Sant’Antonio, purché il capitale rimanesse integro e alla sua
morte andasse al convento di Palermo. Morì forse nel 1556.
Il quadro della Madonna di Monserrato, che risale alla metà del secolo XVI,
reca al centro in basso uno stemma con drago, identificato con quello degli
Abatellis. Se l’identificazione è esatta, esso fu con ogni probabilità fatto dipingere
da lui. Le figure dei due santi in primo piano, a destra e a sinistra delle armi della
casata, santa Caterina d’Alessandria e san Domenico, potrebbero essere i ritratti
della sorella Margherita e di fr. Antonino, che sappiamo portava la barba.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 40-41. L. OLIVIER, Annali del real convento di S. Domenico di
Palermo, ed. M. RANDAZZO, Palermo 2006, pp. 176-177.

78
Paolo Trayna (Paolo da Cammarata OFMCap, 1495ca-1550ca)

Nacque a Cammarata nell’ultimo decennio del secolo XV, verso il 1495, e


divenne domenicano in un convento imprecisato, ma studiò inizialmente a Palermo
nel 1522, poi a Parigi, a Bologna, nel 1525, e, infine a Padova, nel 1527. Nel 1529
sostenne l’esame di baccellierato all’università di Catania e, promosso, fu designato
come baccelliere straordinario nello studio generale di Sant’Agostino a Padova, ma
probabilmente si recò a insegnare a San Domenico di Bologna, dove ancora inse-
gnava l’anno seguente, nel 1530, quando conseguì il magistero in teologia. Quello
stesso anno fu trasfiliato al convento di San Domenico di Palermo, dove ben pre-
sto si trasferì e dove si trovava già nel 1532. Probabilmente tra il 1532 e il 1534 fu
priore del convento di Siracusa, poi nel biennio seguente ricoprì la stessa carica in
quello di Trapani e nel 1536 nel suo convento di Palermo, dove nel 1539 era vica-
rio. Dopo una brillante e promettente carriera accademica e dopo aver ricoperto
importanti incarichi di governo, verso il 1540 entrò nell’ordine cappuccino di recen-
te fondazione. La sua permanenza tra questi frati ha lasciato poche tracce; forse fu
vicario provinciale di Sicilia e morì verso la metà del secolo.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 72-73. DE GREGORIO, Cammarata, 1986, p. 200. OLIVIER,
Annali, p. 180. S. DI LORENZO, Laureati e baccellieri dell’Università di Catania ... (1449-1570), Firenze 2005,
p. 51.

Maurizio De Gregorio (1581ca-1651)

Nacque a Cammarata attorno al 1581 e verso la fine del secolo divenne dome-
nicano nel convento di Sant’Antonio. Studiò inizialmente a Santa Zita di Palermo
nel 1603, e poi, negli anni seguenti, a San Domenico di Napoli, dove attorno al
1606 ricevette tutti gli ordini ecclesiastici. Pur continuando a seguire il corso di studi
di specializzazione, nel 1607, predicava già nella chiese napoletane di Santo Spirito
e dell’Annunziata e nella cappella del palazzo reale. Conseguì il primo titolo acca-
demico, il lettorato, verso il 1608 e l’anno seguente divenne familiare e teologo di
fiducia di Orazio Acquaviva d’Aragona, vescovo di Cajazzo dal 1592 al 1617, del
quale fu vicario generale, e del fratello di questi, cardinal Ottavio, arcivescovo di
Napoli dal 1605 al 1613. Nel 1612 fu promosso baccellliere e insegnò per qualche
tempo a Salerno e a Palermo, dove predicò nel 1613 il quaresimale nella chiesa di
San Domenico. In quest’occasione strinse amicizia col conte di Cammarata, Ercole
Branciforti, che lo volle precettore di suo figlio Girolamo. Si trasferì, perciò, al suo
paese natale, dove nel 1617 era priore del suo convento e dove contemporaneamen-
te frequentava il castello. Era ancora in Sicilia nel 1619, forse ancora a Cammarata,
e rimase nell’isola probabilmente fino al 1626, quanto ebbe termine il suo biennio
di insegnamento come baccelliere ordinario nello studio di San Domenico di
Messina. Da qui ritornò in Campania e divenne teologo del cardinal Giulio Savelli,

79
arcivescovo di Salerno dal 1630 al 1642, e fu questi probabilmente che propose il
suo nome per i vescovati di Giovinazzo in Puglia e di San Marco Argentano in
Calabria, che egli rifiutò. Nel 1633, dopo il prescritto esame nel collegio di San
Tommaso di Napoli, fu promosso maestro in teologia e trasfiliato nel convento di
Santa Caterina a Formello della stessa città. Qui si dedicò a redigere o a completa-
re le molte opere che diede alle stampe e qui morì il 3 novembre 1651.
Il suo sapere enciclopedico lo rese personaggio di primo piano nella cultura
italiana del secolo XVII, della quale nei suoi scritti assecondò le tendenze letterarie
usando un linguaggio ridondante ed elaborato. Ideologicamente, però, rimase ini-
zialmente ancorato alla vecchia visione del mondo di matrice aristotelica, polemiz-
zando contro i novatori, quali fr. Tommaso Campanella, che si trovava in quei
tempi carcerato proprio a Napoli e aveva tanti seguaci nei conventi napoletani. Poi
si aprì al metodo empirico allora propugnato e rimase affascinato dalla cultura degli
antichi, cominciando a collezionare in una specie di museo privato pezzi archeolo-
gici, oggetti strani, strumenti scientifici.
Molto giovane, nel 1606, diede inizio alla pubblicazione delle sue opere, alcu-
ne delle quali ebbero molte edizioni, e vasta diffusione in Europa; esse riguardaro-
no ogni campo dello scibile, dalla poesia alla retorica, dalla storia al diritto, dalla teo-
logia alle scienze, dall’archeologia alla filosofia. Alla sua morte nel convento napo-
letano di Santa Caterina rimase il suo museo privato, del quale ci rimane la descri-
zione nello scritto di un suo confratello contemporaneo, fr. Tommaso Renaldi, il
quale narra che egli “aveva adunato et unito molte cose rare e peregrine et anco di
non ordinario valore e ne aveva formato un vago e curiosissimo museo, o sia gal-
leria, nel quale vi erano di tutte le sorti di monete e medaglie antiche, d’ogni sorte
di minerale, pietre intagliate, come corniole, agate e diaspri, e vasi antichi, e di creta
e di bronzo, urne grandi antichissime, vasi di diversa materia, armi antiche, diversi
mostri e molte altre infinite curiosità”. Questa raccolta, visitata da molti stranieri
che giungevano a Napoli, nel 1674 fu degnamente collocata in un locale più acces-
sibile al pubblico e veniva segnalata nelle guide turistiche settecentesche della città.
Fu dispersa all’inizio del secolo XIX con la soppressione napoleonica del 1806.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 44-45. DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 169-179. 241-
251. G. IPPOLITO, Spezierie domenicane a Napoli, Napoli 2006, pp. 86-88.

Pietro Vincenzo Platamone (1666-1733), vescovo di Lipari

Nacque a Cammarata il 15 febbraio 1666 e al battesimo ebbe i nomi di


Vincenzo Faustino. Entrò nell’ordine domenicano nel convento palermitano di San
Domenico il 17 dicembre 1681 e ricevette l’abito dallo zio, fr. Pietro Geremia
Platamone. Compì il noviziato a Santa Zita, mentre studiò nel suo convento. Fu
ordinato prete nel 1689 e quello stesso anno conseguì il lettorato, dando inizio alla
sua carriera di docente, ricoprendo nello studio di San Domenico di Palermo tutte

80
le cariche, fino a quella di reggente. Trascorreva le sue vacanze a Cammarata, dove
vivevano alcuni suoi fratelli. Nel 1708 ottenne il titolo di maestro e subito dopo fu
eletto dal capitolo di Taormina priore provinciale dei domenicani di Sicilia, ma ne
seguì una lunga controversia, per cui la sua elezione fu confermata soltanto due
anni appresso nel 1710. Governò la provincia per due anni e mezzo, fino al 1713.
Negli anni seguenti si spostò tra Cammarata, Palermo e Roma, dove furono nota-
te le sue capacità. Infatti il 23 marzo 1722 fu eletto vescovo di Lipari e fu consacra-
to a Roma dal cardinale Michele Federico von Althan il 6 aprile seguente. Andato
a risiedere in quell’isola non troncò i suoi rapporti né con la sua patria, né con il suo
convento palermitano. In ambedue i luoghi si recava in occasione delle celebrazio-
ni più solenni. A Lipari celebrò un sinodo nel 1725, promosse nel 1728 la realizza-
zione in argento della statua del patrono san Bartolomeo e la costruzione della cap-
pella che la ospita e morì il 13 febbraio 1733, sepolto in cattedrale, dove ancora si
conserva il suo sepolcro con stemma ed epitafio.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 74-76. DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 303-304.
OLIVIER, Annali, pp. 274-275.

Francesco Langela (1671-1748)

Nacque a Mussomeli il 10 gennaio 1671 e fu battezzato col nome di Giacinto.


Apparteneva a famiglia benestante ed ebbe due fratelli preti.
Molto giovane commise un omicidio, per cui fu costretto a scappare a Roma,
dove entrò in contatto con personaggi in vista della curia papale e con la regina
Cristina di Svezia. Ritornato in Sicilia, entrò nell’ordine domenicano a Caltanissetta
nel 1691. Trascorse l’anno di noviziato e i primi anni di studio a Santa Zita di
Palermo, ma nel 1694 fu trasfiliato a Cammarata, dove completò i suoi studi e rice-
vette gli ordini ecclesiastici. Qui rimase più di un decennio, ricoprendo anche inca-
richi di amministrazione. Si trasferì, quindi a Mussomeli, per fondarvi, seguendo un
antico desiderio della popolazione, un convento domenicano.
Nel 1713 ricevette dai suoi familiari la donazione di una grande casa in paese
e di proprietà agricole e dai confrati della Madonna dei Miracoli la loro chiesa con
tutti gli arredi e le rendite, da notabili locali e dall’amministrazione comunale altre
donazioni, raggiungendo così una rendita complessiva annua di duecentotrenta
onze. Nel 1720 le autorità locali inoltrarono la loro richiesta a Roma, che esamina-
ta dalle congregazioni competenti, fu accolta con una serie di autorizzazioni ema-
nate tra il 1722 e il 1724, sancite con bolla papale del 16 giugno 1724, quanto fr.
Francesco prese possesso di beni mobili e immobili a nome dell’ordine e divenne
primo priore della comunità appena impiantata, che poteva ospitare fino a quindi-
ci frati. Curò la costruzione del nuovo convento a pianta quadrata con chiostro e di
una nuova chiesa, realizzata sul modello cammaratese. Tutte queste opere furono

81
completate nel 1730. Qui trascorse il resto della sua vita, al servizio dei suoi com-
paesani, fino alla morte avvenuta nel 1748.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 51-52. R. MISTRETTA, La Madonna e l’assassino redento,
Caltanissetta 2004.

Francesco Gerardi (1692ca-1775)


Nacque a Cammarata attorno al 1692 e, dopo aver trascorso tutta la trafila di
studi accademici in località imprecisate, ritornò in patria, già lettore, nel 1727. Nel
1732 fu priore del convento di Sciacca, poi nel 1733 maestro di studio nel collegio
di Trapani, nel 1736 baccelliere ordinario nello studio generale di San Domenico di
Palermo, dove divenne reggente nel 1739. Nel 1741 fu nominato professore di
morale nel collegio agrigentino dei Ss. Agostino e Tommaso e nel 1742 promosso
maestro in teologia. Fu priore di Cammarata forse dal 1743 al 1753 e priore di San
Domenico di Palermo nel 1759-1760. Ritiratosi in patria si dedicò al ministero,
morendo il 2 dicembre 1775.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 53-54. OLIVIER, Annali, p. 306.

Vincenzo Lo Presti (1695ca-1772)

Nacque a Cammarata nell’ultimo decennio del secolo XVII ed entrò come


domenicano nel convento patrio. Studiò probabilmente a Palermo e conseguì il let-
torato nel 1721. Dopo un soggiorno nel convento di Corleone, si recò nel 1730 a
Roma per sostenere l’esame finale per conseguire tutti i titoli accademici e fu appro-
vato. Ritornato fu priore del convento di Sant’Antonio nel 1731. Si trasferì, quindi,
ad Agrigento, chiamato dal vescovo Gioeni a ristrutturare il seminario, del quale fu
direttore spirituale dal 1732 al 1763, formando più di una generazione di preti agri-
gentini e divenendo nello stesso tempo consigliere di molte persone ecclesiastiche
e laiche. Dovette così rinunciare alla carriera accademica, ma fu promosso ugual-
mente baccelliere nel 1752. Probabilmente nell’ultimo decennio del suo incarico
agrigentino alternò soggiorni in patria, dove la sua presenza è documentata molto
spesso, con soggiorni in seminario. Trascorse a Cammarata gli ultimi anni della sua
vita e morì nel suo convento il 1 ottobre 1772.
LONGO, I domenicani a Cammarata, p. 52. DE GREGORIO, Cammarata, 1986, p. 303.

Antonino Lo Presti (1696-1784)


Nacque a Cammarata nel gennaio 1696, studiò nel seminario di Agrigento e
ordinato prete divenne canonico di quella cattedrale. Il 26 novembre 1724, entrò

82
nell’ordine domenicano nel convento di San Domenico di Palermo e, quindi, intra-
prese gli studi di specializzazione per conseguire i gradi accademici. Divenne letto-
re a Palermo attorno al 1729, nel 1735 sostenne a Roma l’esame per il magistero
che superò col massimo dei voti. Dal 1731 per sette anni insegnò teologia nel col-
legio agrigentino dei Ss. Agostino e Tommaso o nel seminario della stessa città; nel
1744 fu nominato baccelliere ordinario nello studio generale di San Domenico di
Palermo e nel 1747 reggente del medesimo. Nel 1748 assunse anche l’incarico di
giudice ordinario del Sant’Uffizio di Sicilia e divenne maestro in teologia. Proposto
nel 1751 all’arcivescovato di Monreale, probabilmente non accettò. Fu priore del
suo convento palermitano negli anni 1752-1754, 1767-1769 e 1771-1773, ricopren-
do anche in certi periodi la carica di vicario generale della provincia di Sicilia. Nel
1775 a Cefalù fu eletto provinciale dei domenicani dell’isola e governò per tre anni.
Quindi si ritirò a Palermo, dove morì il 28 dicembre 1784.
Fu teologo molto acuto, storico ben documentato e partecipò con serietà di
dottrina a molte controversie del suo tempo, pubblicando diverse opere, alcune
delle quali sotto lo pseudonimo di Valentino Barcellona. Prese posizione contro
alcune usanze propagandate da religiosi di altri ordini, quali le rappresentazioni tea-
trali che si effettuavano in conventi e monasteri e soprattutto, in sintonia col gran-
de Ludovico Antonio Muratori, contro il cosiddetto “voto del sangue”, per cui i
siciliani venivano invogliati a far voto di dare anche la vita per difendere la posizio-
ne teologica che voleva la Madonna concepita senza peccato originale.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 76-77. DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 293-296.
OLIVIER, Annali, pp. 301-304. 308-312.

Luigi Maria Catalano (1722-1793)

Nato a Cammarata nel 1722, entrò tra i domenicani verso il 1739, compì il
noviziato nel convento di Agrigento ed emise la professione verso il 1740. Ricevuti
gli ordini, studiò a Palermo, dove fu discepolo del Lo Presti. Nel 1748 conseguì il
lettorato e si trasferì a Marsala, da dove nel 1755 si recò a Roma per sostenere l’esa-
me per conseguire i gradi accademici, superato il quale passò a insegnare filosofia
ad Agrigento, dove fu anche priore. Dal 1757 al 1760 fu docente di filosofia a San
Domenico di Palermo. Trascorse i decenni successivi dedicandosi all’insegnamen-
to in diverse sedi, Santa Zita di Palermo nel 1769 per esempio, e contemporanea-
mente, quando libero da impegni scolastici, percorrendo la Sicilia come apprezza-
to predicatore. Negli anni 1776-1778 fu reggente dello studio generale di Palermo
e nel biennio seguente del collegio di Noto. Ritornò a Palermo nel 1780 con la cari-
ca di maestro dei novizi e nel 1782 conseguì il magistero in teologia, ritornando nel
1783 a Noto con la carica di rettore. Negli ultimi anni di sua vita si ritirò in patria,
dove, dopo una lunga malattia sopportata con molta forza d’animo, morì il 3 set-
tembre 1793. Schivo e riservato, avrebbe pubblicato delle opere sotto pseudonimo,

83
mentre ne avrebbe lasciato altre manoscritte, ma di esse si sono perdute le tracce.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 54-56. DE GREGORIO, Cammarata, 1986, pp. 296-298.

Costantino Carta (1823-1876)


Nativo di San Giovanni Gemini, dove vide la luce nel 1823 e dove al battesi-
mo ricevette il nome di Giuseppe. Entrato nell’ordine domenicano, emise la pro-
fessione nel 1842. Studiò a San Domenico di Palermo, dove durante la rivoluzione
del 1848, già ordinato prete, mostrò i suoi sentimenti filoborbonici. Nel 1855 fu
nominato docente di sacra scrittura nel convento di Santa Maria della Quercia pres-
so Viterbo, mentre l’anno seguente a Palermo conseguì il lettorato. Sostenne a
Roma l’esame per il magistero nel 1856 e pubblicò la sua tesi. Fu, quindi professo-
re di teologia nel 1856-1857 a Palermo, baccelliere ordinario nel collegio di Noto,
istituito nel 1857 e in carica fino al 1861. Tra il 1866 e il 1869 fu priore del conven-
to di San Giorgio Morgeto, in provincia di Reggio Calabria, dove riuscì a salvare
dalla soppressione la ricca biblioteca ancora esistente. Nel 1873 fu nominato mae-
stro in teologia. Allora si ritirò nella parte assegnata ai frati del convento di
Cammarata, dove morì il 3 aprile 1876.
LONGO, I domenicani a Cammarata, pp. 54-56. DE GREGORIO, Cammarata, 2006, pp. 174. 289.

Timoteo Longo (1835-1913)

Nacque a Cammarata il 26 novembre 1835 e fu battezzato col nome di Carlo.


Entrò nell’ordine domenicano nel 1851 e compì il noviziato nel convento di
Sciacca. Tra il 1853 e il 1857 studiò filosofia e teologia a Roma, nel convento di
Santa Sabina, e a Viterbo, nel convento di Santa Maria della Quercia. Qui emise la
professione nel 1856. Ritornato in Sicilia, seguì dal 1857 i corsi di specializzazione
nel collegio di Noto, dove fu ordinato prete nel 1859. Negli anni seguenti svolse le
sue attività nello stesso collegio e a La Valletta, nell’isola di Malta, come docente e
a Caltagirone e a Palermo come predicatore. La soppressione del 1866 lo colse a
Noto, dove, assieme a fr. Vincenzo Lombardo, che poi avrebbe restaurato la pro-
vincia domenicana di Sicilia, riuscì a organizzare la vita conventuale con un gruppo
di frati in casa privata. Con il Lombardo si recò in Nord Africa per saggiare le con-
dizioni per aprirvi una missione. Nel 1877 fu istituito baccelliere. Nel 1883 riuscì a
ricomprare il soppresso convento domenicano di Scicli e pose le fondamenta, assie-
me alla m. Concezione Jannitto, per la fondazione di una congregazione di suore
domenicane dedita all’assistenza e soprattutto all’insegnamento, che fu approvata
dal vescovo di Noto nel 1886, si diffuse in altri centri e poi assunse la denomina-
zione di congregazione delle suore domenicane del sacro Cuore. Seguì per un ven-
tennio lo sviluppo di questa sua opera, finché per avverse circostanze e per la mal-

84
ferma salute non fu costretto a ritirarsi a casa sua a Cammarata, dove aiutò il fratel-
lo, don Antonio Longo, nel curare la chiesa di Sant’Antonio. Nel 1909, per il cin-
quantesimo della sua ordinazione, un altro fratello, il poeta Emanuele Longo, gli
dedicò un fascicolo di poesie religiose in siciliano e in italiano. Morì a Cammarata
il 25 febbraio 1913 e fu sepolto nella tomba di famiglia. Da qui i suoi resti nel 1983
furono traslati a Scicli nella casa madre della congregazione da lui fondata, mentre
nella casa generalizia di Catania gli fu eretto un monumento.
LONGO, I domenicani a Cammarata, p. 60. D. DE GREGORIO, P. Timoteo Longo, O.P., fondatore delle
Domenicane del S. Cuore, Agrigento 1988.

2. ATTO DEL 1929

8 maggio 1929. Cammarata. Scrittura privata con la quale un gruppo di cittadini si


impegnano a contrarre un mutuo per dare inizio alla ricostruzione della chiesa.
Cammarata, Archivio della confraternita di S. Antonio abate. Copia. DE GREGORIO, Cammarata,
2006, p. 496-497. Regesto.

Per la presente scrittura privata i sottoscritti premettono e stabiliscono quan-


to segue.
E’ noto il desiderio ardentissimo delle due cittadinanze di Cammarata e di San
Giovanni Gemini di vedere risorgere al culto dei fedeli la monumentale chiesa di
San Domenico e sono noti altresì i loro generosi propositi di concorrere con larghi
contributi alla ricostruzione di detta chiesa.
Epperò i detti signori sottoscritti, raccogliendo i fervidi voti delle due cittadi-
nanze e nell’intento di soddisfare il pio desiderio, hanno stabilito di costituirsi in
una specie di comitato esecutivo per dare opera con la massima sollecitudine al
cominciamento dei lavori ricostruttivi.
Trovandosi intanto sprovvisti di mezzi, han divisato di contrarre un mutuo di
lire ventimila per l’acquisto dei materiali indispensabili al cominciamento delle
opere, quale debito verrà estinto con i contributi popolari, proporzionatamente alla
quantità delle offerte, in modo che il mutuo non sia di ostacolo al proseguimento
dei lavori.
Il mutuo sarà contratto dai sottoscritti solidalmente verso il creditore e per-
sonalmente tra di loro ciascuno per la sua quota. Delle somme fatte in mutuo e dei
contributi di qualsiasi specie viene scelto a depositario il signor Longo Enrico fu
Calogero che ne avrà l’amministrazione e provvederà alle necessarie erogazioni
senza diritto a compenso di sorta.
La presente scrittura privata firmata dai sottoscritti è per consenso unanime
depositata presso il rev.mo sig. arciprete Nicolò Giacchino, che rilascerà ricevuta del

85
deposito della presente scrittura e non potrà che a tutti i sottoscritti riuniti o, in caso
di disaccordo, alla maggioranza di essi e sempre dopo la estinzione del mutuo.
Cammarata, otto maggio nillenovecentoventinove.

Enrico Longo
Arciprete Nicolò Giacchino
Sac.te Salvatore Consiglio
Lipari Salvatore
Mendola Francesco
Consiglio Nicolò
Maggio Salvatore
Nocera Pietro
Tuzzolino Nicolò
Maggio Giuseppe
Di Marco Vito
Di Marco Paolo
Sacco Domenico
Russotto Salvatore
Nicolò Madonia
Tuzzolino Francesco
Madonia Vincenzo
Ing. Giacomo Longo
Nascé Antonino
Di Marco Calogero
Azzarello Nicolò
De Gregorio Vincenzo
Martorana Giuseppe
Concetto Mario Leotta
Spinelli Sebastiano
Domenico Carmeci
Nocera Nicolò
Lo Bue Nicolò
Virga Stefano
Reina Filippo
Pinella Nicolò
Azzarello Emanuele
Madonia Giuseppe
Lupo Nicolò
Nocera Nicolò

86
Incisore napoletano, 1645, Fr. Maurizio De
Gregorio offre alla Madonna le sue opere, in
M. DE GREGORIO, Commentarii laconici,
Neapoli 1645

Maestranze siciliane, sec. XVIII, Lapide sepolcrale


del vescovo Platamone, Lipari, Cattedrale

87
Pittore siciliano, sec. XVIII, Mons.
Pietro Vincenzo Platamone,
Lipari, sacrestia della cattedrale

Fr. Timoteo Longo

88
Pittore siciliano, 1750ca., Fr. Francesco Gerardi

89
90
INDICE

91
92
PARTE PRIMA
NOTIZIE STORICHE

I. LA CONFRATERNITA DI SANT’ANTONIO ABATE


DI CAMMARATA

1. La vita di sant’Antonio Pag. 7


2. La diffusione del suo culto » 9
3. L’ospedale di Sant’Antonio di Cammarata » 11
4. La confraternita di Sant’Antonio » 13

II. IL CONVENTO DOMENICANO


E LA CHIESA DI SANT’ANTONIO

1. I primi domenicani a Cammarata » 22


2. 27 novembre 1509 » 24
3. Le attività dei frati » 25
4. La chiesa e il convento » 29

III. AVVENIMENTI RECENTI


1. La soppressione del convento e l’incendio della chiesa » 34
2. La ricostruzione » 35

SECONDA PARTE
GUIDA DELLA CHIESA

I. L’ESTERNO

La facciata Pag. 47
Il portale » 47
Gli edifici conventuali » 48

93
II. L’INTERNO

La navata Pag. 48
La cappella di Santa Caterina » 50
La cappella della Madonna di Monserrato » 51
L’altare della Madonna del Carmelo » 52
L’altare di San Michele » 53
La cappella del Rosario » 53
La cappella di San Domenico » 53
L’altare di San Vincenzo » 54
L’altare del Rosario » 56
La cappella del Santo Nome o del Crocifisso » 56
La cappella di Sant’Antonio » 58
La tribuna » 59
La cappella dell’Addolorata » 61
L’altare maggiore e il coro » 61

APPENDICI

1. FIGURE DOMENICANE CAMMARATESI

Antonino Abatellis (1490ca-1556ca) Pag. 78


Paolo Trayna (Paolo da Cammarata OFMCap, 1495ca-1550ca) » 79
Maurizio De Gregorio (1581ca-1651) » 79
Pietro Vincenzo Platamone (1666-1733), vescovo di Lipari » 80
Francesco Langela (1671-1748) » 81
Francesco Gerardi (1692ca-1775) » 82
Vincenzo Lo Presti (1695ca-1772) » 82
Antonino Lo Presti (1696-1784) » 82
Luigi Maria Catalano (1722-1793) » 83
Costantino Carta (1823-1876) » 84
Timoteo Longo (1835-1913) » 84

2.. ATTO DEL 1929 » 85

94
Stampato nel mese di Marzo 2010
dalla RS artigrafiche
Via Circonvallazione Sud
San Giovanni Gemini (Ag)
Tel. 0922909774
E-mail: rsartigrafiche@libero.it

95
96