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McCarthy nella sua autobiografia sment di essersi ispirata a Elizabeth Bishop per

uno dei personaggi ritratti ne Il gruppo 1, il suo romanzo del 1963, ma la Bisho
p si riconobbe in Lakey, una delle ragazze descritte. Probabilmente la cosa non
le piacque. LAmerica della caccia alle streghe non era troppo lontana e cominciav
ano appena a trapelare altre narrazioni e il suo nome fu accostato al libro dell
a McCarthy in pi occasioni. E noto che Il gruppo racconta gli anni al Vassar Colle
ge della scrittrice e di alcune sue amiche, che negli anni Trenta vi fondarono u
na rivista letteraria, Con Spirito, a cui collabor anche la Bishop. Non ci interess
a qui, ricostruire lambiente cui McCarthy prest la voce, ma il libro a tre anni da
lla pubblicazione ebbe una versione cinematografica.2 La regia di Sidney Lumet s
i sofferma sui rapporti di amicizia quasi congelandoli nelle forme di uno stile
intellettuale, che fu invece trasgressivo e nella realt divent complicit e sostegno
anche nella distanza dei decenni e dei cambi di continente. Il volto algido del
la Bergen in due delle scene del film, larrivo dallEuropa e le sequenze finali del
funerale dellamica suicida, lemblema di un certo tipo di donna che deve la sua fo
rtuna al modernismo. Da H.D. a Bryher, da Nancy Cunard a Lee Miller, che fotogra
fata nuda nella vasca da bagno di Hitler nel bunker in cui si appena ucciso con
i suoi intimi, pare sbeffeggi la pesantezza nazista con un impeto di vita3, ques
te donne lasciano il segno e sconfinano con il corpo e larte in cerca di una veri
t personale, ma anche di una felicit che alcune troveranno, altre meno. In tal sen
so le parole che Elizabeth Bishop consegner allamico poeta Lowell sono chiare: Quan
do scriverai il mio epitaffio, d che sono stata la persona pi sola al mondo.4
Fu libera nella propria arte la Bishop e, come ci ricorda Nadia Fusini, fu unica
e sola.5 Fin dallinizio il suo carteggio con Marianne Moore svela le tracce di unaf
finit di ricerca che non mai per somiglianza. Elizabeth Bishop accetter nei primi t
empi i consigli e le revisioni suggerite dalla Moore e dalla madre di questa, po
i seguir il proprio intuito senza che il suo linguaggio perda precisione e profon
dit. Scrive Fusini: Si capisce che le piace osservare spassionatamente quel che la
circonda, non le piace abbellire alcunch a suon di metafore; vuole semmai raggiu
ngere il paesaggio, o lanimale, o loggetto che ha di fronte, nel rispetto di una s
ola aura, quella del riserbo. Ma come si fa a toccare senza afferrare? A compren
dere senza prendere? Lei lo sa fare. E la sua grandezza.6 E se la sua grandezza ev
idente nei testi poetici, il suo ragguardevole epistolario con Marianne Moore sv
ela, dipanandosi come una sorta di diario poetico, lautenticit dei giudizi dammiraz
ione che molti intellettuali le hanno tributato. Come per Ralph Waldo Emerson il
cui diario uno zibaldone americano, cos lepistolario BishopMoore una mappa della f
edelt poetica e di vita di due donne rare per misura, integrit e intensit. Del rest
o un severo critico quale Harold Bloom colloca lopera di entrambe tra i risultati
pi alti raggiunti nellambito della letteratura americana.
Lopera della poeta americana reperibile in traduzione italiana negli Adelphi con
il titolo Miracolo a colazione7 e tre traduttori (Damiano Abeni, Riccardo Duranti,
Ottavio Fatica) hanno lavorato sui testi e reso il miracolo dellincarnazione in i
taliano della lingua di Elizabeth Bishop.8 Seguir quindi la traccia di parole scri
tte alla Moore e mi riferir ad alcune poesie per toccarne il mondo, per coglierne
lideale. Una nota brevissima, come prima cosa, per fermare un gesto della Bishop
, forse insospettabile.
In One Art: Letters9 c una sua lettera a Marianne Moore del 5 gennaio 1937 da Keewa
ydin, Naples, Florida, in cui Elisabeth scrive che le invia a New York non solta
nto il resoconto del suo soggiorno in Florida con Louise Crane, unamica del Vassa
r che sembra presa dalla pesca in modo appassionato, ma le spedisce persino fram
menti dei suoi vagabondaggi, in questo caso conchiglie e una noce di cocco. Gest
i minuti, intimi quasi, che raccontano a lato quel miracolo che fu la Bishop. Mira
colo che partecip della vita con una curiosit e una intelligenza mai belligerante,
anzi quasi mistica. Forse avrebbe apprezzato le anacorete del primo cristianesi
mo, unAlipiana o una Sara, nella loro povert e fermezza di propositi.10 Eppure Eli
zabeth Bishop visse apertamente la sua vita fuori dai canoni e pur appartata seg
u le correnti letterarie, tenne i contatti con molte personalit del tempo e insegn.
I suoi anni in Brasile con Lota de Macedo Soares non furono anni di dispersione

ma di lavoro e progetti. Usc proprio in quel periodo il suo secondo libro di poe
sie A Cold Spring11 e incominci la traduzione del diario ottocentesco di Helena Mor
ely. Una terza raccolta datata 1965.
La depressione e lalcolismo furono per un tormento per la Bishop. La pazzia della
madre che mor in manicomio e laffidamento di lei bambina prima ai nonni materni, p
oi paterni e quindi a una zia, la segnarono profondamente e forse spiegano quell
a sua capacit di immersione senza toccare , senza possedere che Nadia Fusini ci ricor
dava. Le sue descrizioni della Florida meritano questo passaggio dalla lettera g
i citata a Marianne Moore:
Dai pochi stati che ho visto, ora sceglierei subito la Florida come il mio prefer
ito. Non so se lei c stata oppure no cos selvaggia, e quello che esiste qui di colt
ivato sembra piuttosto in rovina e sul punto di ridiventare selvaggio. Lungo la
strada abbiamo preso un treno molto lento da Jacksonville a qui. Per tutta la gi
ornata andato avanti attraverso paludi e campi trementina e foreste di palme e i
n una bella sera rosata ha cominciato a fermarsi in parecchie piccole stazioni ()1
2
Nella stessa lettera parlando di una poesia, Elizabeth Bishop riconoscer il debit
o con la Moore, laiuto, lispirazione e il sostegno di questa: Questa mattina ho lav
orato a The Sea & Its Shore o piuttosto ho fatto uso del lavoro suo e di sua madre
e allimprovviso ho paura che alla fine ho rubato qualcosa da The Frigate Pelican
.13
Sulla porosit e permeabilit della scrittura, su quei margini mai netti e quegli sc
onfinamenti nellaltro, letto, ammirato, assimilato, Harold Bloom ha parlato diffu
samente a proposito di molti poeti. Ralph Waldo Emerson sentiva cos intensamente
gli scritti di Montaigne da non staccarsene mai e a sua volta sar egli stesso una
presenza rimossa per Walt Whitman. Uno dei capitoli pi interessanti di Poesia e r
imozione di Bloom quello su Shelley, poeta debole per Bloom fino a che nellinverno
del 1814-15 lesse a fondo Wordsworth e Coleridge () e fu in grado di scrivere Ala
stor e le poderose poesie del 1816 ().14
Ma anche per la Bishop arriva un momento critico nei rapporti con la Moore. A pa
rtire dalla pesante revisione della poesia Roosters che la Bishop non accett. Da
quel momento non sottopose pi i suoi testi allamica inviandoglieli solo pubblicati
. Uno dei versi revisionati e poi ripristinato dalla Bishop : Cries galore/ come f
rom the water-closet door/ from the dropping-plastered henhouse floor/ .15 Luso del
la parola water-closet non era accettabile per Marianne Moore che nel linguaggio
apprezzava un certo ritegno. Questo ci fa sorridere, ma ci dice quanto a lungo
si discusso su cosa dire e su come dirlo e su cosa si pu o non si pu dire.

Il Brasile signific per Bishop una vita appartata. La casa in cui per sedici anni
visse con Lota a Ouro Preto fu dove scrisse la raccolta di poesie Interrogativi
di viaggio pubblicata nel 1965. In totale nellarco di cinquantanni complet quattro r
accolte, circa ottanta poesie.
Interrogativi di viaggio contiene tra le altre Brasile e Arrivo a Santos.
Brasile, 1 gennaio 150216 inizia evocando un loro a cui segue una descrizione della
natura da osservatore attento ad ogni particolare, come copiasse da un libro di
botanica: In gennaio la natura si offre al nostro sguardo/ cos come devessersi offe
rta allora al loro: / ogni centimetro quadrato fitto di fogliame/ foglie grandi,
foglie piccole e foglie gigantesche, / azzurro verdazzurro, verde oliva, / con v
enature o bordi un po pi chiari, /o il lembo rovesciato di una foglia/ come raso;
/. Continua quindi a soffermarsi minuziosamente su felci e fiori visti come ninfe
e e i loro colori: violacee, gialle, due tipi di giallo, rosa, / rosso ruggine e
biancoverdolino;/; e poi il simbolismo della seconda parte: i grandi uccelli simbo
lici in silenzio/ che esibiscono solo una mezza pettorina ()/ Ma in primo piano c s
empre il peccato/ cinque draghi fuligginosi ().
Maliziosi in modo delicatissimo i versi in cui compaiono le lucertole: Le lucerto
le respirano appena; tutti gli occhi/ sono puntati sulla pi piccina, la femmina,
di schiena, / la coda con malizia arricciolata in su/ rossa come un filo rovente
/. E il finale in cui il loro dellinizio, un po misterioso, si svela: Proprio cos i c
istiani, duri come chiodi, / come chiodi minuscoli e lucenti/ nel cigolio delle

armature ()/; e proprio loro trovano un che di famigliare allarrivo, qualcosa che: r
ondeva/ a un vecchio sogno di lusso e di ricchezza/ () ricchezza pi un nuovissimo
piacere/ . La poesia diventa quindi, nellultima strofa, in modo quasi impercettibi
le, uno specchio in cui i sogni desotismo e derotismo dellHomme arm prendono corpo: S
ubito dopo la messa, magari canticchiando/ LHomme arm o unaltra aria del genere, /
si sono avventati a squarciare il tessuto appeso, / ognuno a caccia della propri
a indiana/ () quelle donnine esasperanti che si lanciavano richiami/ () per poi rit
irarsi sempre sempre pi dietro larazzo/.
C nella precisione della Bishop una consapevolezza della vita che partecipe.
Langlosassone, che ha in s il vecchio mondo del nord, smitizza in Brasile, 1 gennai
o 1502, non senza grande ironia, i miti della conquista e dellarmata, ma rendendo
concreta la terra di cui parla, raccontandola come se la dipingesse e riportando
ci al suo mistero, alla sua inafferrabilit.
La sua ironia si coglie anche nellaltra poesia sul Brasile, Arrivo a Santos17, dove
i versi: Oh, turista, / tutta qui la risposta di questo paese/ alle tue smodate
richieste di un mondo diverso()/ , possiamo farli nostri e associarli al moderno v
iaggiatore occidentale, alla sue finzioni e spogliazioni dellesotico.
Ho sempre sentito di aver scritto poesia pi non scrivendola che scrivendola.18 In Po
esia19 i ricordi della Nuova Scozia sono vividi. I frammenti famigliari emergono
con cauta eleganza. Dice, con poche parole, moltissimo. E lambiente descritto con
cura appare ai nostri occhi come se si guardasse quel quadretto fatto in unora.20
C una nota dolente nelle sue poesie nordiche. Nostalgia o dolore per linfanzia trau
matica o magari solo il sentimento di essere andata troppo lontano senza che si
cancellasse quel prima con cui i conti non devono essere stati facili. A un amic
o brasiliano che una volta la vide in lacrime disse che stava soltanto piangendo
in inglese, come a schernirsi. Nel 1933 scriveva a Donald Stanford, studente di
Harvard: Cosa mai intendi quando dici che le mie percezioni sono quasi impossibi
li per una donna? C qualche ragione ghiandolare che impedisce a una donna di avere
delle buone percezioni, o che cosa?21
Educata in uno dei migliori college degli Stati Uniti era andata oltre le premes
se che lavrebbero voluta intellettuale brillante ma poco incisiva nellopera autent
ica. Il suo impossibile occhio, se ferm la forma delle cose in fedelt completa, se
ppe trovare il cuneo con cui passare dietro le quinte e comprendere a quali sche
mi rancidi sottostanno i pi e proprio per questo impar a non farsi corrompere dai
livellamenti ideologici.
Tobias Wolff, nel un suo bel romanzo Quellanno a scuola22, racconta la storia di un
giovane uomo, studente in un prestigioso college, che trovando in una rivista u
n racconto che potrebbe aver scritto lui, tanto lo sente proprio, ma invece scri
tto da una studentessa e narrato in prima persona femminile, non resiste e se ne
appropria. Scoperto sar espulso dalla scuola. Anni dopo vorr incontrare lautrice d
el racconto che ridendo e comprendendo il dramma del giovane gli far presente che
ha smontato col suo gesto limpalcatura che soggiace al sistema della loro istruz
ione di lusso. Con il suo gesto, fatto nella totale identificazione, annulla la
linea che vorrebbe uomini e donne stranieri luno allaltro. Come Flaubert avrebbe p
otuto dire: Madame Bovary, cest moi.
Nel 1978 Elizabeth scrive la poesia North Haven23 per lamico Robert Lowell, in memo
riam.
So distinguere a un miglio il sartiame di uno schooner; / so contare le pigne nuo
ve sullabete: tutto immoto/ () ; e nei versi che seguono si dispiega la sua arte d
ella descrizione, le isole, la baia, il vorticoso impeto della stagione: i cardel
lini sono di ritorno, o altri non dissimili/(). E: La natura ripete se stessa o qua
si:/ ripeti, ripeti, ripeti, rivedi, rivedi, rivedi/.
Negli altri versi pare accostare la voce dellamico evocandolo in un ricordo e c inf
ine la nota struggente, che si coglie nonostante sembri solo una constatazione d
ellineluttabile: Non puoi pi ricomporre o ridisporre/ () le tue poesie./ Le parole n
on cambieranno pi/.

Da grande artista la Bishop sigilla la sua opera con un graffio finale che ne ri
vela la singolarit, il genio e la vena sotterranea di ironia e a tratti di allegr
ia. E a un sonetto rovesciato24 che affida, per lultima volta, le sue parole limpi
de e lucide in quello specchio rimasto vuoto:

di Nadia Agustoni
Un poeta una voce. A volte, nella grande poesia, la voce distanza e vicinanza in
sieme. Ci sono autori appartati che ci vengono incontro per un sorta di fortuna
e aiutano chi non smette mai di cercare, interrogare le parole, perch proprio nel
la concretezza della parola un poeta dice qualcosa di s e del mondo. Allora in ta
li autori pi che in altri, noi stessi siamo messi nella condizione di comprendere
ci che realmente ci danno: la nostra libert. Ed moltissimo. In anni avari con i p
oeti Cristina Annino ha scritto versi che nella loro limpidezza hanno il segno f
aticoso dellessere qui, in questa terra e in un tempo pervaso dallinsignificanza.
In tale condanna allinsignificanza, per noi generazione di poeti giunta dopo gli
anni ottanta, Annino ci arriva come un miracolo. Giacch il nostro un pellegrinagg
io interminabile alla ricerca di un significato che troppo spesso ci porta a par
ole che scavano il dolore senza salvare.
Magnificat. poesie 1969-2009 puntoacapo editrice 2008 a cura di Luca Benassi e con
prefazione di Stefano Guglielmin raccoglie in antologia i quarantanni del lavoro
poetico di Annino. Dir subito che con la poesia di Cristina Annino necessario un
corpo a corpo. A una prima lettura ci induce a rimanere sulla pagina come se la
magnetizzasse. I versi hanno immagini che sorprendono e si l in ascolto, sapendo
che le parole hanno la sapienza delle cose cui non abbiamo pi creduto; siano un
cane miracoloso: C un cane in questa casa, / azzurro quasi una lampada,/ il collo p
ieno dodori,/ che gira e saggrappa []; o il ricordarci che bisogna avere: un belludi
to cronico/ per la vita, o meglio/ per la testa impazzita/ delluomo che ragiona []
/.
Cristina Annino chiede alle parole una verit forse insostenibile. Fin da piccola
sognava i versi che di giorno ripeteva a sua madre la quale ebbe il coraggio di
non uccidere o mortificare quei sogni, bens di incoraggiarli. Struggenti le poesi
e di Ottetto per madre: La vecchia Lina caduta, cantando, di / schiena, comuna forza
muta dun tratto/ cedesse, togliendo le staffe dietro. Era a cavallo e/ sbatte in
terra. Si prende/ al viso tirando invano le cataratte. Eccola/ l, la vecchia can
ina mamma./. Gi in una raccolta precedente Gemello carnivoro lautrice le rende lomaggi
o della trasmutazione alchemica, uneucarestia in cui il poeta (Annino in poesia u
sa lio maschile) corpo e vita di Lina, costantemente sentita indivisa dalla propr
ia mente e fisicit:Vivo/ doppiamente com un gemello carnivoro./ Non ho altro/ scoppi
o nellaldiqu che questo/ tornarle addosso, essendo io il suo/ io primitivo. Un amor
e assoluto e dichiarato con parole che disarmano anche chi con lassolutezza dellam
ore filiale ha conti aperti.
Le sezioni in cui divisa lantologia, una per ognuno dei libri pubblicati dal 1969
fino al 2009 dallautrice, offrono unampia scelta del suo lavoro. Un lavoro bellis
simo, dove le parole arrivano anche a scardinare lordine tra i vivi e i morti ric
ordandocene, proprio nella parte finale del Magnificat, la compresenza. Cristina A
nnino la si legge con partecipazione fino dalle sue prove desordio. Non me lo dire
, non posso crederci Firenze 1969 edito da Eugenio Miccini contiene gi quella sua
forza con in pi una condensazione che le impedisce, complice unironia che intellig
enza, ogni retorica. Abolito da subito lio lirico, con un balzo di cui nemmeno ci
accorgiamo tanto presenza, Annino si situa in quella scrittura che Virginia Woo
lf auspicava. Orlando in lingua italiana, Annino ci dice che la libert essere su
bito quello che si . Nessun segno pi autentico di questo. I libri di Cristina Anni
no hanno attirato lattenzione di alcune figure importanti della letteratura itali
ana come Franco Fortini, Vittorio Sereni e negli anni Ottanta del critico darte V
ittorio Sgarbi. Nel 1984 Walter Siti la include nellantologia Einaudi Nuovi poeti

italiani 3. A quel punto la sua preferenza per la vita, leggibile nei suoi versi,
la porta ad appartarsi. Una lunga assenza cui segue la riscoperta di questi ann
i. Cristina Annino nel suo non consegnarsi alla nostalgia rende ad ognuno di noi
, al nostro straniamento, una parte molto importante di giustizia.
[ Nel web si possono leggere diverse sillogi di poesie di Cristina Annino. Alcun
e tratte dal Magnificat. Con il consenso dellautrice, che ringrazio, propongo qui u
na scelta, alternativa ai testi gi proposti in vari blog, tratta da Casa Daquila (
2008), ma non presente nellantologia recensita. n.a ]

Poich il poeta e la bestia hanno lo stesso destino.


[ Per Lei, si intende la poesia. Per Lui, il poeta che concep la prima lirica alle
t di cinque anni nel paese di San Giminiano, noto per le sue torri. Koko il gatto
siamese dellautore. Il resto va da s. ]
1
Lorigine
Lui la rese cortese come
fossero in citt e non nel paese fisico
delle torri. La port
al bar non parlandole da paesano.
Lei
che aveva giacche pi bl della
lana su una nave e oro al collo.
Tuttinsieme gli stava davanti, brutta
merce, piccina; poi accese
un sigaro misericordioso sul
cruscotto della radio, frullando
sopra lui dita di carne o
branchie o come fosse un
affare. Gli disse, in
scarpe di quinta elementare,
che
sarebbe stato il vero
padrone del mondo.

2
E questa tristezza chi la fabbrica?
Lo guarda con compressione, con
stato morale, fisico, di mente, con suo
padre, madre, gente della vita. Col
macello dellansia e gli eventi del viso,
i suoi tic. Somiglia
lentissimamente a un Drer, cos solo
pelle, o una lancia; il codice
fiscale tra le ciglia.
Sacquatta sulle gambe e la Storia
l, con Darwin e le scimmie (Dio ora
e sempre salvi delluniverso quelle!).
Gli d

stanze solo, non libri che a


guardarli peggiora.

3
Lui nella fanghiglia
Finita la merce, i crepacci, tira
su le braccia da questo fango.
Dicendo che
libidine, tanto per
dire, oppure ci viaggia unossuta
volgarit. I miei versi in camicia!
Sar
breve: non mangia fegato di
maiale, ci vede del sacro. Condannato
dallaurora in cui vive, ogni
animale
che trova lo benedice, lo
mette in trono, singinocchia
davanti comal cervello. Lui
vasto vento poderosamente
quieto, ch peggio.

4
Lavoro inutile.
Ma deve produrre ed
talco con vibrisse daddio. Si
fracassa cos da questi picchi.
Spera
al centesimo dora che mangia, vive
senza preghiere abbeverando
pozzi, corre
sopra di s nella stuoia di
io, sempre senza compenso sui
batuffoli delle strade. Sul tempo
magari cha vederlo, fa pena,
fa il proprio il dovere, con la
coda cos e il corpo diviso, partito in
direzione delle mani; quei cinque di
vento ci scommetterei senza
pace.

5
Oramai, la sua Bella
St con la
Follia dentro casa. Spesso la
mette al muro davanti al
lettone ricciuto sii per favore una
zuppa di triglie e mortifera quanto
il mare. La
scuoier, e intanto la
palpa succhiando tempeste con

la mano conifera. Stando cos, lui


muto tocca il fondo di
s, con quel
suo modo di fumare unico, col
resto anche e la Gran Cotta. Non
racconta di lei niente a nessuno.

6
Qui bisogna descrivere cos Koko
Koko nano, seduto
sul letto, si strappa i capelli, tutto
mento, quadrato, passa
i muri comunascia. Su chi
contare non sa, sul pentagramma
o i piatti da
lavare. E la vita sinchina
agli amici spariti nel
terremotino di cinque
anni. Una guerra, le dita
di quella mano.
Perch? ma che
storia, la nevralgia mortale,
ancora
frattaglie, pianti a ogni
cantone di casa. Orribile
visu. Vorrebbe
spaccarsi ludito per ridargli
il dovuto. Ma quel collare! Koko sa
di stracci che seccano
arterie in biblioteche
a iosa. E allora, per
pace pronobis in terra gli
dice giacch tu lo
puoi, dacci musica
vera, invece!

7
Conniventi
La pesca ovunque, fosse
sotto le mattonelle, poi alza
la chiave e lingoia piangendo.
Mai
pensando al cervello. Mai. La
fotografa con se
stesso, sezionare, compiangere e
calarsi le braghe e avere
tormento. La sua
vita torta ficcandole dentro
a pistolettate.
Eppure,
con pallore geloso ogni volta,
lei ritira a s quelle
foto come reti da pesca.

Cristina Annino, da Casa Daquila,

inediti dai Libri di lettura


di Nadia Agustoni

c la neve
c la neve l fuori e vorrei mentire una volta,
meno trasparente del vetro dar colpa a qualcuno
desser nata troppe volte a far nulla pi che nascere
vedere la fatica dellangelo che mi tiene
con la nuca in alto, piegata al celeste, a rigettare la distanza
quasi una ruota il vento.

sembra un prato
c una parola che cruna dago ma il cammello passa
raggiunge il regno a un palmo dal naso e cade un frutto sul pi
[ bello
dallalbero dei frutti: dovrei capire qualcosa delle piante e della natura umana
ma gi domandano se era una mela con la buccia e il torsolo
e io son corta di fiato, non so le cose, non credo di capire cos
[
leden
sembra un prato con fiori, farfalle e piccoli refusi.

ero ferma dove non c parlarsi


nei sogni mancavi! ero ferma dove non c parlarsi
e cera qualcosa di noi ovunque.
a questa certezza distinguevo gli anni, il vuoto in fondo
a cui ti salvavi:
cera fatica nel cielo
la radice di guardare lontano sembrava non nascere.

era solo un sasso


era solo un sasso, ma il fischio fer laria
e i pensieri staccati dal giorno
erano luce, erano anche tempo
era simpatia nei passi per il volo
e col dito ti mostrai la sera,

come a fermare un brusio divent vita la voce


sentivo che cera spazio, un bianco dalbume quasi
indifeso.

chiedi
c una nuvola derba che sogno e sere
quando ci vedo poco e linfanzia in brusii
quel blu del cielo che tu non esisti
e ti porta il ragno, la mosca, il loro ricamo
di morte
c la lunghezza del tempo a spartiacque
e il mondo non cambia, sempre eterni il male, il bene
a chi si perde non dici, a chi si salva
da unaltra parte chiedi se rimorso,
se pianto il piangere qualcuno
chiedi se la cenere fuoco
o un altro ritorno, domandi chiedi se hai becco duccello
o bocca che parla chiedi se hai parole
chiedi se hai dimenticato qualcuno chiedi
se li hai accanto.

a volte non rispondo alle parole


a volte non rispondo alle parole
sono muta anchio
come i bambini sordi
che non imparano a parlare
ascoltano dalle labbra il silenzio.

cera lillusione
cera lillusione che tutto ci somigliasse
e tutto era diverso: nel sonno tu parlavi a tua immagine
e non dicevi in quale ora del giorno aspettarti.
cos i sogni tornavano indietro, cercavo le parole
nei dizionari, alla voce amore eri muta
e chiedevo se era domani che unaltra idea ti veniva.

epilogo

uno
cadeva un vento che sparpagliava i luoghi
e cera chi diceva: la verit come lacqua nel secchio,
ti ricorda cose morte.

ma non avevo risposta, vedevo quietarsi la sera,


ogni ombra soltanto un epilogo al giorno
e noi non cera parola a dirci gioia e dolore
comera sciocco pensare a una colpa, a un segreto disfarsi.

due
sempre nellora il cambiare, sempre
la sorte questa vena e in bocca stringiamo
silenzio e fortuna.
se tutto passa non c meno morte per nessuno di noi
e c una stanchezza senza bisogno
c un tempo che pi niente rivela.

tre
siamo paesaggio, un prato senza rumore
dove lerba la parola che manca, dove nulla manca
e le cose sono le stesse che abbiamo guardato
e ci punge laria, sale a voce un cantare della terra,
il bene mai troppo come facesse male ripetere,
come chi ha pianto e non pensava al pianto.