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Minoranza stato di chi viene distolto da una aggressione di fatti innominabili stato di una oscena (esecrata)nascita in mezzo

ai beni pi agiati della razza stato di chi lentamente evasato dalla razza e di chi non trova fondamento nella sua
stupefazione stato di chi ugualmente, per una priorit formale, cerca la sua esangue motivazione (discrepante). Stato di chi la
trova nelle imprecisioni della razza e dunque le organizza in prose traviatissime. stato di chi paga il suo risvolto letterario con
uno spaventoso scollamento delle facolt naturali. E dunque la sua animalit, degenerata, se mangia, sbriciola se stesso. Stato
di indiscernibilit tra il guadagno e la perdita la debolezza e la potenza, il come e il perch. Stato di chi ha abolito la causa
finale e di chi si invertica su quella cardinale stato di coalescenza -raso -leitmotiv Stato di emergenza catalisi -prosodia
irriducibile -

DELEUZE CsO

Viso. Il viso, nella filosofia deleuziana, un condensatore di significanza. cio il segno pi pregnante del corpo:
quello che fornisce un maggior numero di significati e di indicazioni dordine. La significanza e linterpretazione sono
le due malattie della terra: le nevrosi dell'uomo. Il viso da solo gi tutto un corpo: il viso unicona del regime
significante. Il viso fornisce la sostanza del significante. Questi tratti del viso tuttavia cambiano, quando
l'interpretazione, cui offriva sostanza, restituisce del significante alla sua sostanza. Il viso cambia: Il viso fornisce la
sostanza del significante, d da interpretare, e poi cambia, i suoi tratti cambiano, quando linterpretazione restituisce
del significante alla sua sostanza - Al despota appartiene un viso: ne possiede molti. Tutto pubblico intorno al despota e
tutto quello che pubblico lo attraverso il viso - viceversa, quando il viso si cancella, quando i tratti di viseit scompaiono,
si pu stare certi che si entrati in un altro regime, in altre zone infinitamente pi silenziose ed impercettibili, dove si
operano divenir-animali e divenir-molecolari sotterranei, deterritorializzazioni notturne che oltrepassano i limiti del sistema
significante.- Dunque il disfarsi della forma in un divenire a segnare lopposizione alla forma/significanza/ordine e al
controllo dispotico. La riflessione sul corpo segna una politica del corpo profondamente influenzata dalla filosofia di Foucault. Il potere attraversa i corpi/ i corpi sono strumenti del potere sui corpi/ altri e propri/ e il dominio una microfisica
organicista: tutto passa attraverso il corpo fin tanto che questi non sfugga al controllo delle visibilit e della forma,
tramite un accesso alla disorganizzazione (lotta all'organismo), accesso ad un divenire (corpo senza organi). Nel suppliziato
il potere celebra la sua apoteosi: avvicinandosi a tale limite desaltazione del potere, il potere cessa desercitarsi:
Infine il viso, il corpo del despota o del dio, ha come un contro-corpo: il corpo del suppliziato, o ancor meglio,
dellescluso (...) Il suppliziato anzitutto colui che perde il suo viso e che entra in un divenir-animale, in un divenir-molecolare,
colui di cui si spargono le ceneri nel vento. Dunque anche il suppliziato un segreto, giacch rappresenta la linea di fuga dal
significante, dal viso, dall'organismo: il capro espiatorio rappresenta una nuova forma di riaccumulazione dellentropia per il
sistema dei segni (...) incarna infine e soprattutto la linea di fuga che il regime significante non pu sopportare, vale a dire una
deterritorializzazione assoluta che questo regime deve bloccare o che pu determinare soltanto in modo negativo.- Il segreto
dunque intollerabile: si oppone al regime, al sistema, all'ordine: si uccider e si far fuggire ci che rischia di far fuggire il
sistema.- Descrizione del sistema. Ogni sistema dispotico figura per cerchi concentrici e arborescente e funziona grazie ad un
principio dordine e di visibilit che disconosca il sistema completo comprende dunque: il viso o il corpo paranoico del
dio-despota signficante del tempio; i preti interpretanti che continuano a trasformare, nel tempio, in significante - La
fotografia, il viso, la ridondanza e l'interpretazioneintervengono ovunque. Triste mondo del significante, con il suo
arcaismo a funzionalismo. - Il significante regna su tutte le beghe di famiglia, come in tutti gli apparati di Stato. - Lindividuo
un corpo prima di diventare (come recesso dalle sue migliori potenzialit) un organismo e dunque un soggetto. Il
corpo assume un ruolo centrale, come se fosse il livello primario dellessere: il pi originario: Ma chi questo noi, che
non un io, poich il soggetto come l'organismo appartiene a uno strato e ne dipende? Adesso rispondiamo: lui, il
CsO, la realt graciale su cui si formeranno quelle alluvioni, sedimentazioni, coagulazioni, corrugamenti e ripiegamenti che

compongono un organismo - e una significazione e un soggetto - La dicotomia tra il corpo e lanima che (secondo
Nietzsche, autore caro a Deleuze) dopo Platone grava come una maledizione sulla filosofia e che del tutto erronea,
viene superata da Deleuze senza quasi essere discussa. Il piano di consistenza, nel quale avviene la conoscenza, la
sperimentazione, di per s gi un corpo. Non una mente che concepisce e codifica i concetti, ma un corpo al suo grado zero:
privo di quegli strati che lo imprigionavano nei differenti universi dei significati: Il CsO urla: mi hanno fatto un organismo! mi
hanno piegato senza averne il diritto! hanno rubato il mio proprio corpo! Il giudizio di Dio lo strappa alla sua immanenza e gli
forma un organismo, una significazione, un soggetto. lui, lo stratificato. Cosicch oscilla tra due poli, le superfici di
stratificazione sulle quali si ripiega e si sottomette al giudizio, il piano di consistenza nel quale si dispiega e si apre alla
sperimentazione. E se il CsO un limite, se non si finisce mai di accedervi, vuol dire che c' sempre uno strato dietro un altro
strato, uno strato incastrato in un altro strato. Il piano di consistenza il divenire del corpo e include anche i concetti, nel
loro libero spaziare e distanziarsi reciproco, nel loro moltiplicarsi e intersecarsi, senza trovare unificazione in un sistema
o in un albero della conoscenza.

"il doppio non mai una proiezione dell'interiore, al contrario un'interiorizzazione del fuori. Non uno
sdoppiamento dell'Uno, ma un raddoppiamento dell'Altro. Non una riproduzione dello Stesso, ma una ripetizione del
Differente. Non l'emanazione di un Io, ma la immanentizzazione di un sempre altro e di un Non-io." Tale
immanentizzazione s la condizione dello spaesamento (Unheimlich), generato dall'Essere gettato nel mondo (sua
originaria e ultima condizione), ma rappresenta anche la dimensione fuori/dentro con cui continuamente si confronta
l'uomo occidentale: il suo essere una immanentizzazione dell'inevitabile rapporto con l'altro e con ci che perturba,
che inquieta.

Perniola: "Il tempo colmo di presente, cos come lo spazio colmo di presenze: non c' pi tempo per il passato e
per il futuro, cos come non c' pi posto per l'assenza." Il presente della contemporaneit ci che rende simulacro
la presenza. La contemporaneit eredita questa dimensione del presente come tutto cui fare riferimento, il qui e ora
che soddisfa qualsiasi pulsione, qualsiasi desiderio purch sia mercificato, purch reso oggetto appetibile-godibile,
nonch immediatamente fruibile. E' il tratto schizofrenico collettivo, che situa il soggetto nella sua dimensione
patologica quotidiana, rendendolo perfettamente idoneo alla trasparenza di una presenza (la propria) che ricerca
disperatamente una originariet, negandola. Dobbiamo continuare a rimanere in guardia circa il monito lanciato
alcuni anni fa da J. Baudrillard? Egli dice: "Nell'indeterminazione il soggetto non n l'uno n l'altro, resta
semplicemente lo Stesso." Ecco nuovamente la ripetizione. Ecco il Simulacro.

Con il tratto spezzato della discontinuit (atto peculiare della contemporaneit) ci situiamo in un territorio del
pensiero che piega continuamente le proprie forme, arretrando dinanzi all'infantile tentativo di universalizzare il
sapere, di renderlo campo precipuo di specialisti che settorializzano e si spartiscono il (vuoto) serbatoio della scienza.
Ci che chiamiamo contemporaneit designa l'istanza epocale che dalla modernit (che pone ancora la domanda sul
senso dell'essere) giunge alla postmodernit (che frammenta il pensiero sul senso dell'essere) per rinnovare
l'ulteriore passaggio che apre i confini dei divenire-pensiero, dei divenire-filosofia, lacerando e ricomponendo
continuamente il Logos occidentale nella sua vanesia certezza.

una didascalia che sconvolge la linearit, il continuum, la pro-gressione del pensiero-Logos (d'origine platonica ma
abbondantemente saccheggiato dagli illusi sofisticatori dell'Uno che comprende in s il Tutto). Tale didascalia la
discontinuit che preannuncia la complessit, il non-previsto che si porta oltre il gi-accaduto (passato, tra(n)s-corso)
e si realizza sul piano d'immanenza infinito, che Deleuze distende sotto i concetti. Il piano d'immanenza l'anomalia

selvaggia costituente il "perch?" di ogni interrogarsi, di ogni domandare che abbia un fondamento.

Eppure la contemporaneit si disillude della necessit di un pensiero dell'altro, delimita la terra come proprio con-fine,
temenos da difendere strenuamente a costo di massacri e genocidi. (Noi sappiamo che la reale mossa del con-fine
la propria non-trasparenza, ossia il proprio sottrarsi nel momento in cui la linea stata tracciata la filosofia questo
estremo superamento, il passare-oltre la traccia designata). La contemporaneit delimita il pensiero ad esseresimulacro (tema caro a Deleuze-Klossowski), ossia eterna ripetizione di un medesimo che non simulazione ma
oggetto-pensiero, qualcosa che tende continuamente ad altro, una tecnica del pensiero che si compiace e che crea in
s il proprio carattere di differenza. Tracciare un piano d'immanenza significa individuare un oltre-confine; significa
rendere possibile il percorso della filosofia nella contemporaneit, passando (senza lasciarsi fascinare) tra i simulacri
ostentati dell'eccedenza che l'estrema mercificazione degli oggetti-pensieri presuppone.

Se Deleuze si richiama (e col suo richiamare muta la propria voce proiettandosi verso l'altro) a Klossowski, a Blanchot
per chiarire il passaggio dell'inconfessabilit, dell'incommensurabilit come eccedenza possibile unicamente in
un'epoca dove il segno simbolo mercificato: il segno che eccede se stesso, infatti, si porta sempre in un altrimenti
che costantemente da indagare, perch dischiude un passaggio, il "pensare altrimenti" insito nell'abbraccio
dell'"infinito intrattenimento." "nell'esperienza dell'impossibilit -afferma Blanchot- non predomina il raccoglimento
immobile dell'unico, ma l'infinito capovolgimento della dispersione, processo non dialettico in cui la contrariet
estranea all'opposizione e alla conciliazione e in cui l'altro non equivale mai allo stesso: dovremmo chiamarlo il segreto
del divenire?

" Il pensiero-oggetto-merce, che nella contemporaneit il pensiero che non riconosce il suo passato n si vede come
pro-gettante, tende il suo sguardo unicamente al fare della tecnica che si compie da s e che degenera a tal punto la
propria vocazione a creare strumenti s da trasformarsi esso stesso in un pensiero-della-tecnica onnicomprensivo.

La cifra del senso non sta pi nella domanda "fondamentale", ma nella possibilit di ritenere il non-senso non un
errore di percorso, bens un passaggio che apre nuove e inedite prospettive. Il non-senso, come il senso, legato alla
parola, all'evento che dischiude una prospettiva di alterit. Non-senso, come ricorda Parmenide, pu avere il nonessere, tanto terribile nella sua pronuncia quanto profonda , invece, la polisemicit racchiusa nell'essere. Platone
ribalta la struttura concettuale parmenidea, poich apre un senso al non-senso dell'essere. Apertura. Sembra essere
questa la chiave di lettura. Deleuze (ammirevole critico, decostruttore e lettore di Platone) propone l'ampliamento del
tratto caratteristico che, linguisticamente, viene assegnato al senso: un gioco, direbbe Wittgenstein. Deleuze
suggerisce, appunto, un'apertura. "La logica del senso -afferma Deleuze- necessariamente determinata a porre tra il
senso e il non senso un tipo originale di rapporto intrinseco, un modo di compresenza, che possiamo per il momento
soltanto suggerire, trattando il non senso come una parola che dice il proprio senso." Esiste una distanza formale tra
senso e non-senso che delimita la percezione dell'evento: ci che immediatamente comprensibile ha senso, ci che
non lo si inscrive nel campo del non-senso. Deleuze scardina il taglio netto creato dalla ragione occidentale (il
"famigerato" cogito cartesiano) che tutto vuole ascrivere a s, sostenendo che "il senso sempre un effetto";
parimenti anche il non-senso si pone come una gradazione del fenomeno, una possibilit che differenza
concettuale.

La societ occidentale, che crede di espandere ad libitum i propri confini, rende trasparenza qualsiasi pensiero
dell'Essere, del Soggetto, del Corpo: l'identit non coincide pi con l'essere un soggetto ma si confonde, si dilata sino
a perdere i tratti caratteristici che la filosofia tra Otto e Novecento ha suffragato. Le tecniche modificano
sensibilmente il nostro approccio al soggetto che /e non pi l'Altro, che sono e non sono pi Io. La Cura (die Sorge),
che sorregge l'impianto teoretico di Essere e Tempo di Heidegger, non pi la naturale propensione dell'Uomo

(Esserci, Dasein) che intende sfuggire al proprio carattere di deiezione (Verfallen); non pi l'aver cura (Frsorge) e il
prendersi cura (Besorgen) nella dimensione dell'alterit che fenomenicamente rende significativa la presenza
dell'Uomo. La Cura si trasformata in "tecniche di cura" che trattano, modificano e ricompattano un "corpo senza
organi", senza semen, senza significato: il senso non sta pi nel corpo che si muove, che vive, che soffre, che prova
intensamente l'emozione della Lebenswelt (il Mondo della Vita in cui racchiuso l'esperire del Lieb-Corpo e della Leibemozione), ma nella tecnica che seduce il corpo, modificandolo in "sostrato" che deve provare qualsiasi eccedenza gli
proponga il Mondo dei Simulacri.

Per Deleuze e Guattari la linea di fuga dal dualismo risiede, non in complicazioni numeriche, ma nel divenire. E il
divenire sempre linea e non punto, spazio tensivo fra due termini, tra non da-a. Ci che conta il processo, non
il termine di permutazione. Il divenire animale messo in scena da molti scrittori, divenire scarafaggio di Gregorio
Samsa, divenire balena di Achab, richiama il potere di deterritorializzazione che la bestia esercita sullidentit e sui
perimetri esistenziali dei personaggi, lhappy ending dellapprodo a una forma animale compiuta e definita.

Per semplificare si potrebbe distinguere fra segmenti e flussi, il cui regime rispettivamente molare e molecolare.
Ogni aggregato sociale si compone di segmenti e flussi, di flussi che sfuggono e di segmenti, organizzati lungo linee
molari, che li bloccano. Il livello molare Stato, ceto, nazione o classe per esempio opera per linee di codificazione
binaria che rallentano e irrigidiscono i flussi e vortici molecolari stratificandoli in strutture segmentarie. I flussi a loro
volta investono con il loro procedere molecolare le sedimentazioni e cristallizzazioni molari, provocando oscillazioni,
slittamenti, fratture e riconfigurazioni. I due livelli, ovviamente, sono inestricabilmente connessi: un flusso passa
sempre fra due segmenti, i segmenti, da parte loro, per cristallizzare necessitano dellapporto energetico dei flussi.

Il concetto di singolarit, che non deve in alcun modo essere considerato un sinonimo di individuo. La nozione di
singolarit viene ripresa dalla topologia matematica, dove con quel termine si indicano i punti rari e singolari nei quali
avviene una trasformazione. Per esempio il punto della scala delle temperature a partire dal quale un liquido si
trasforma in gas. si collocano nei punti in cui avvengono passaggi di intensit, in cui i concatenamenti e le macchine
oltrepassano soglie di consistenza e assumono nuovi tratti despressione. Si tratta non di punti di approdo, ma di
passaggi cruciali, di luoghi di biforcazione, di soglie di trasformazione - singolarit del calore che fa fondere il metallo,
singolarit bolscevica che flette la traiettoria del movimento operaio, singolarit di un delirio che si sblocca. Pensare
in termini di singolarit permette di aggirare le impasse a cui conduce un luogo classico della teoria e
dellimmaginario politico, ossia la coppia individuo-societ, definendo in termini pi ampi e plurali le modalit di
costituzione e articolazione del collettivo al livello di immanenza della molteplicit e moltitudine.

Quel giorno lUomo dei lupi scese dal divano particolarmente stanco. Sapeva che Freud aveva un genio, quello di
rasentare la verit e passare di lato, poi colmare il vuoto con associazioni. Sapeva che Freud ignorava tutto dei lupi,
come degli ani del resto. Freud comprendeva soltanto quel che un cane, e la coda di un cane. Questo non era
sufficiente, non sarebbe stato sufficiente. LUomo dei lupi sapeva che Freud lavrebbe dichiarato ben presto guarito,
ma che questo non era vero, e che avrebbe continuato a essere trattato per leternit da Ruth, da Lacan, da Leclaire.
Insomma sapeva che stava acquistando un vero nome proprio, lUomo dei lupi, molto pi proprio del suo, poich
accedeva alla pi alta singolarit nellapprensione istantanea di una molteplicit generica: i lupi ma che questo
nuovo, questo vero nome proprio sarebbe stato sfigurato, scritto male, ritrascritto in patronimico.

Freud dice che un isterico o un ossessivo sono persone capaci di comparare globalmente un calzino a una vagina, una
cicatrice alla castrazione, ecc. Probabilmente, nello stesso tempo, essi percepiscono loggetto come globale e come
perduto. Ma cogliere eroticamente la pelle in quanto molteplicit di pori, di piccoli punti, di piccole cicatrici o di piccoli
buchi, cogliere eroticamente il calzino in quanto molteplicit di maglie, ecco ci che non verrebbe mai in mente al
nevrotico, mentre lo psicotico ne capace:Paragonare un calzino a una vagina pu ancora andare, lo si fa tutti i
giorni, ma per paragonare un puro insieme di maglie a un campo di vagine, bisogna essere proprio folli: quello che
dice Freud.quando Salvador Dal si sforza di riprodurre i deliri, pu parlare a lungo de IL corno di rinoceronte; non esce
comunque da un discorso nevropatico. Ma, quando si mette a paragonare la pelle doca a un campo di minuscoli corni
di rinoceronte, si capisce subito che latmosfera cambia e si entrati nella follia. una pura molteplicit che cambia
di elementi, che diviene. A livello micrologico, le piccole vescichette divengono corni e i corni piccoli peni. Scoperta
appena la pi grande arte dellinconscio, questarte delle molteplicit molecolari, Freud non esita a ritornare alle unit
molari, ritrovando i suoi temi familiari, il padre, il pene, la vagina, la castrazione Freud dice che il nevrotico guida i
suoi paragoni o identificazioni sulle rappresentazioni di cose, mentre lo psicotico ha solo la rappresentazione di parole
(per esempio la parola buco): A dettare la scelta del sostituto stata lidentit dellespressione verbale, non la
similitudine degli oggetti. Cos, quando non c unit di cosa, c almeno unit e identit di parola. Si noti che i nomi
sono presi qui in un senso estensivo, cio funzionano come nomi comuni che assicurano lunificazione di un insieme
che essi sussumono. Il nome proprio pu essere solo un caso estremo di nome comune, che comprende in s la sua
propria molteplicit gi addomesticata e la mette in rapporto a un essere od oggetto posto come unico. Ci che
compromesso, sia dalla parte delle parole sia da quella delle cose, il rapporto del nome proprio come intensit con
la molteplicit che esso coglie istantaneamente. Per Freud, quando la cosa scoppia e perde la sua identit, la parola
ancora l per riportargliela o per inventargliene una. Freud si affida alla parola per ristabilire ununit che non pi
nelle cose. Non si assiste forse alla nascita di unavventura ulteriore, quella del Significante, listanza dispotica
simulatrice che si sostituisce da s ai nomi propri asignificanti, nella stessa maniera in cui sostituisce alle molteplicit
la cupa unit di un oggetto dichiarato perduto? Con un falso scrupolo Freud si domanda: come spiegare che ci sono
cinque, sei o sette lupi nel sogno? Poich ha deciso che si trattava della nevrosi, Freud impiega dunque laltro
procedimento di riduzione: non sussunzione verbale a livello della rappresentazione di parola, ma associazione libera
a livello delle rappresentazioni di cose. Il risultato lo stesso, perch si tratta di ritornare allunit, allidentit della
persona o delloggetto supposto perduto. Ecco che i lupi si dovranno purgare della loro molteplicit. Di chi ci si burla?
I lupi non avevano alcuna possibilit di uscirne, di salvare la loro muta: si deciso fin dallinizio che gli animali non
potevano servire a rappresentare altro se non un coito tra genitori o, inversamente, a essere rappresentati da un tale
coito. Evidentemente Freud ignora tutto della fascinazione esercitata dai lupi, di ci che significa il muto richiamo dei
lupi, lappello a divenire-lupo. Freud conosce solo il lupo o il cane edipizzato, il lupo-pap castrato-castratore, il cane a
cuccia, il Bau-bau dello psicoanalista. []

Si dice: che cosa , il CsO? ma si gi su di esso, trascinandosi come un pidocchioso, brancolando come un cieco e
correndo come un pazzo, viaggiatore del deserto e nomade della steppa. Su di esso dormiamo, vegliamo,
combattiamo, vinciamo e siamo vinti, cerchiamo il nostro posto, conosciamo le nostre inaudite felicit e le nostre
favolose cadute, penetriamo e siamo penetrati, amiamo.

del corpo ipocondriaco i cui organi sono distrutti, la cui distruzione ha gi avuto luogo, non avviene pi nulla, la
Signorina X afferma che non ha pi cervello, n nervi, n seno, n stomaco, n budella, non le resta pi che la pelle e
le ossa del corpo disorganizzato, sono le sue stesse parole; del corpo paranoico, dove gli organi continuano ad
essere attaccati da influenze, ma anche restaurati da energie esterne (per molto tempo ha vissuto senza stomaco,

senza intestini, quasi senza polmoni, lesofago lacerato, senza vescica, con le costole frantumate, a volte aveva
mangiato un pezzo della sua laringe e cos via, ma i miracoli divini avevano sempre di nuovo rigenerato ci che era
stato distrutto...); del corpo schizo, il quale accede a una lotta interiore attiva che conduce esso stesso contro gli
organi, a prezzo della catatonia, e poi del corpo drogato, schizo sperimentale: lorganismo umano di una inefficacia
scandalosa; invece di una bocca e di un ano che rischiano entrambi di rovinarsi, perch non si dovrebbe avere un solo
orifizio polivalente per lalimentazione e la defecazione? Si potrebbe murare la bocca e il naso, colmare lo stomaco e
scavare un buco di aerazione direttamente nei polmoni, cosa che avrebbe dovuto esser fatta fin dallorigine; del
corpo masochista, lo si capisce male se si parte dal dolore, innanzitutto un affare di CsO; si fa cucire dal suo sadico
o dalla sua puttana, cucire gli occhi, lano, lutero, i seni, il naso; si fa appendere per fermare lattivit degli organi,
scorticare come se gli organi avessero cara la pelle, inculare, soffocare, perch tutto sia ben sigillato. Che cosa
accaduto? Avete usato la prudenza necessaria? Non la saggezza, ma la prudenza come dose, come regola immanente
alla sperimentazione: iniezioni di prudenza. Molti sono vinti in questa battaglia. cos triste e pericoloso non poter pi
sopportare gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, la bocca per inghiottire, la lingua per parlare, il cervello per
pensare, lano e la laringe, la testa e le gambe? Perch non camminare sulla testa, con i seni, vedere con la pelle,
respirare con il ventre, Cosa semplice, Entit, Corpo pieno, Viaggio immobile, Anoressia, Visione cutanea, Yoga,
Krishna, Love, Sperimentazione. Dove la psicoanalisi dice: Fermatevi, ritrovate il vostro Io, bisognerebbe dire:
Andiamo ancora pi lontano, non abbiamo ancora trovato il nostro CsO, non abbiamo ancora disfatto abbastanza il
nostro Io. Sostituite lanamnesi con loblio, linterpretazione con la sperimentazione. Trovate il vostro corpo senza
organi, sappiatelo fare, una questione di vita o di morte, di giovinezza e di vecchiaia, di tristezza e di allegria

Amante, 1) puoi incatenarmi alla tavola, stretto saldamente, da dieci a quindici minuti, il tempo di preparare gli
strumenti; 2) cento colpi di frusta almeno, qualche minuto di pausa; 3) cominci la cucitura, cuci il buco del glande,
cuci sul glande la pelle che gli sta attorno, di modo che non possa pi scappellarsi, cuci la borsa dei coglioni alla pelle
delle cosce. Cuci i seni, fissa un bottone a quattro buchi su ogni mammella. Puoi riunirli con un elastico ad asola. Passi
alla seconda fase: 4) puoi scegliere se rigirarmi sulla tavola, sul ventre incatenato, ma con le gambe riunite, o legarmi
al palo soltanto, con i polsi uniti, e anche le gambe, tutto il corpo saldamente legato: 5) mi frusti la schiena, le
natiche, le cosce, almeno cento colpi di frusta; 6) cuci le natiche insieme, tutto il solco del culo. Saldamente con filo
doppio, fissando ogni punto. Se sono sulla tavola, mi leghi al palo; 7) mi dai cinquanta scudisciate sulle natiche; 8) se
vuoi dare maggiore forza alla tortura ed eseguire la tua minaccia dellultima volta, conficca a fondo le spine nelle
natiche; 9) puoi allora legarmi alla sedia, mi dai trenta frustate sui seni e mi conficchi le spine pi piccole, se vuoi puoi
farle arroventar prima, tutte o solo qualcuna. Dovresti legarmi strettamente alla sedia e mettermi i polsi dietro la
schiena, per fare venire in avanti il seno. Se non ho parlato di bruciature, perch tra un po di tempo devo passare
una visita e quelle ci mettono molto a guarire. Non un fantasma, un programma: differenza essenziale tra
linterpretazione psicoanalitica del fantasma e la sperimentazione antipsicoanalitica del programma. Tra il fantasma,
interpretazione anchessa da interpretare, e il programma motore di sperimentazione. Il CsO quel che resta quando
si tolto tutto. Quel che si leva proprio il fantasma, linsieme delle significanze e delle soggettivazioni. La
psicoanalisi fa il contrario: traduce tutto in fantasma, monetizza tutto in fantasmi, conserva il fantasma e manca il
reale inevitabilmente, perch manca il CsO.

certo, per, che il masochista si fatto un CsO in condizioni tali che da quel momento non pu pi essere popolato
se non da intensit di dolore, onde dolorifere. falso dire che il masochista cerca il dolore, ma altrettanto falso dire
che cerca il piacere in una maniera particolarmente sospensiva o deviata. Cerca un CsO, ma di un tale tipo che potr
essere riempito, percorso solo dal dolore, in virt delle condizioni stesse in cui stato costituito. I dolori sono le

popolazioni, le mute, i modi del masochista-Re nel deserto che ha fatto nascere e crescere. lo stesso per il corpo
drogato e le intensit di freddo, le onde frigorifere. Per ogni tipo di CsO dobbiamo domandare: 1) di che tipo , come
fabbricato, attraverso quali procedimenti e mezzi che predeterminano gi quello che sta per accadere; 2) e quali sono
i suoi modi, che cosa accade, con quali varianti, quali sorprese, quali imprevisti rispetto allattesa? c un rapporto
molto particolare di sintesi o di analisi: sintesi a priori dove qualcosa necessariamente sar prodotto su tale modo, ma
non si sa ci che si produrr; analisi infinita dove quel che prodotto gi compreso in esso, su di esso, ma al prezzo
di una infinit di passaggi, di divisioni e di sottoproduzioni. Sperimentazione assai delicata, perch bisogna che non ci
sia stagnanza dei modi, n slittamento del tipo: il masochista, il drogato sfiorano questi perpetui pericoli che svuotano
il loro CsO invece di riempirlo.

Georges Dumzil, in alcune analisi decisive della mitologia indoeuropea, ha mostrato che la sovranit politica o
dominazione aveva due facce: quella del re-mago, quella del prete-giurista, Rex e flamen, raj e Brahman, Romolo e
Numa, Varuna e Mitra, il despota e il legislatore, colui che lega e colui che organizza. Certo, questi due poli si
oppongono termine a termine, come loscuro e il chiaro, il violento ed il calmo, il rapido e il grave, il terribile ed il
regolato, il legame ed il patto, ecc. Ma la loro opposizione soltanto relativa; funzionano in coppia, in alternanza,
come se esprimessero una divisione dellUno o componessero ununit sovrana. Simultaneamente antitetici e
complementari, necessari luno allaltro e perci senza ostilit, senza mitologia di conflitto: ogni specificazione su uno
dei piani comporta meccanicamente una specificazione omologa sullaltro e, insieme, essi esauriscono il campo della
funzione. Sono gli elementi principali di un apparato di Stato che procede per Uno-Due, distribuisce le distinzioni
binarie e forma un campo dinteriorit. una doppia articolazione che fa dellapparato di Stato uno strato. lo Stato
dispone di una violenza che non passa per la guerra: si serve di poliziotti e di guardie pi che di guerrieri, non ha armi
e non ne ha bisogno, opera per cattura magica immediata, afferra e lega, impedendo ogni combattimento.
Oppure lo Stato assume un esercito, ma questo presuppone una integrazione giuridica della guerra e lorganizzazione
di una funzione militare. Quanto alla macchina da guerra in se stessa, sembra proprio irriducibile allapparato di
Stato, esteriore alla sua sovranit, anteriore al suo diritto: viene da altrove. Sarebbe piuttosto come la molteplicit
pura e senza misura, la muta, irruzione delleffimero e potenza della metamorfosi. Scioglie il legame cos come
tradisce il patto. Fa valere un furor contro la misura, una celerit contro la gravit, un segreto contro il pubblico, una
potenza contro la sovranit, una macchina contro lapparato. Testimonia di unaltra giustizia, talora di una crudelt
incomprensibile, ma talora anche di una piet sconosciuta (poich scioglie i legami...). Testimonia soprattutto di altri
rapporti con le donne, con gli animali, poich vive ogni cosa in rapporti di divenire, anzich operare ripartizioni binarie
fra stati: tutto un divenir-animale del guerriero, tutto un divenire-donna, che supera tanto le dualit di termini
quanto le corrispondenze di rapporti. Sotto ogni aspetto, la macchina da guerra di unaltra specie, di unaltra
natura, di unaltra origine che lapparato di Stato.

Una guerra senza linea di combattimento, senza affrontamento e retrovie, al limite senza battaglia, invece la
caratteristica del go: pura strategia, mentre gli scacchi sono una semiologia. Infine, non affatto il medesimo spazio:
negli scacchi, bisogna distribuirsi uno spazio chiuso, dunque andare da un punto ad un altro, occupare un massimo di
posti con un minimo di pezzi. Nel go il problema distribuirsi in uno spazio aperto, tenere lo spazio, conservare la
possibilit di apparire in qualsiasi punto; il movimento non va pi da un punto ad un altro, ma diventa perpetuo,
senza scopo e senza meta, senza partenza e senza arrivo. Spazio liscio del go, contro spazio striato degli scacchi.
Nomos del go contro Stato degli scacchi, nomos contro polis. Gli scacchi codificano e decodificano lo spazio, mentre il

go procede in tuttaltro modo, lo territorializza e lo deterritorializza (fare del di fuori un territorio nello spazio,
consolidare questo territorio con la costruzione di un secondo territorio adiacente, deterritorializzare il nemico con
lesplosione interna del suo territorio, deterritorializzare se stessi rinunciando, andando altrove...). Unaltra giustizia,
un altro movimento, un altro spazio-tempo.

Dal punto di vista dello Stato, loriginalit delluomo di guerra, la sua eccentricit, appare necessariamente sotto
forma negativa: idiozia, deformit, follia, illegittimit, usurpazione, peccato... Dumzil analizza i tre peccati del
guerriero nella tradizione indoeuropea: contro il re, contro il sacerdote, contro le leggi che derivano dallo Stato (sia
una trasgressione sessuale che compromette la suddivisione degli uomini e delle donne, sia anche un tradimento
delle leggi della guerra quali sono istituite dallo Stato). Non basta affermare che la macchina da guerra esteriore
allapparato, bisogna arrivare a pensare la macchina da guerra in se stessa come una pura forma desteriorit,
mentre lapparato di Stato costituisce la forma dinteriorit che prendiamo abitualmente per modello o secondo la
quale abbiamo labitudine di pensare. Quel che complica tutto che questa potenza estrinseca della macchina da
guerra tende, in particolari circostanze, a confondersi con luna o laltra faccia dellapparato di Stato. A volte si
confonde con la violenza magica di Stato, altre volte con listituzione militare di Stato.

La citazione deleuziana dello scrittore Michel Tournier suona opportuna: strano pregiudizio che valorizza ciecamente
la profondit a scapito della superficie, pretendendo che superficiale, significhi non gi di vaste dimensioni, bens di
poca profondit, mentre profondo significa di grande profondit e non di superficie ristretta

La polemica con la metafisica del pensiero occidentale si indirizza sulla convinzione arbitrariamente eletta a mossa
iniziale che la legittimit di un pensiero data dal saldo aggancio con un qualche elemento stabilmente affondato
nelle profondit del sistema categoriale del movimento del pensare, a sua volta alimentato da una sedimentazione di
concetti astratti dalla loro genealogia storica e resi sovratemporali e dalla elusione dei risvolti bio-chimici della
funzione cerebrale, in quanto tali impersonali, a vantaggio di un soggetto mentale (che in Descartes si smaterializza
addirittura del proprio supporto corporeo). Il nome da dare a tale sub-stans fondativa identit, che segna lintero
corso del pensiero occidentale.

Muovendo dalla critica di Nietzsche, essi scartano la plausibilit della verticalit trascendentale quale istanza di
legittimit che reintroduce un dio quale definitiva autoritas (e reale autore in ultima istanza) del pensare per postulare
una sua assenza nel cui vuoto non insediare per alcun altro, bens una immanenza assoluta che raffigura la vita
come un corpo pieno. Il corpo senza organi un corpo affettivo, intensivo, anarchico che comporta solo poli, zone,
soglie e gradienti (Deleuze 1993, p. 171). La vita non pi deficitaria e quindi bisognosa di un riempimento
proveniente dal di fuori (appunto la verticalit di una trascendenza dallalto, dio, e dal basso, la fondazione nelle cui
profondit rintracciare il fondamento delle cose ultime e penultime, parafrasando Ren Girard), ma densamente
popolata di eventi e singolarit molteplici.

Qui, caos non indica tanto il disordine, quanto la velocit infinita con cui si dissipa qualunque forma che vi si profili.
un vuoto che non un niente, ma un virtuale che contiene tutte le particelle possibili e richiama tutte le forme
possibili, che spuntano per sparire immediatamente, senza consistenza n referenza, senza conseguenza. una
velocit infinita di nascita e di dileguamento

la elisione dellidentit non tanto una operazione negativa il non-identico come il rovescio dellidentico quanto
lintroduzione del divenire come processo di moltiplicazione delle singolarit e di singolarizzazione del molteplice, in
vece dellid-entit dellessere come sostanza stabile, nome proprio.

Tuttavia, tale immanenza non raffigurabile come una superficie piatta in cui tutto uguale, bens come un corpo
liscio che increspato da diverse serie di linee di fuga. Nel rizoma non ci sono punti o posizioni, come se ne trovano
in una struttura, un albero, una radice. Non ci sono che lineebens nello scontro infinito in cui i processi
dideterritorializzazione resistono alle striature riterritorializzanti, aprendo costantemente spiragli di mutazione delle
figure concettuali che assumono forme variabili e plurali sperimentando senza garanzia di successo una non-chiusura
nomadica e rizomatica del pensiero in cui in palio la possibilit di fletterle e ri-fletterle senza risolverle in via
definitiva. In ununica espressione: divenire-minore. Costruire nuove immagini come nuove armi. Gli affetti, che non
sono sentimenti, ma dei divenire che travalicano colui che passa attraverso loro[2] tanto da riuscire a farlo divenire
altro.

Idea del cinema come arte anti-fenomenologica per eccellenza, e fabbrica di immagini viventi capaci di agire e reagire
le une sulle altre in uno stato di cose che non cessa di cambiare, in cui nessun ancoraggio n centro di riferimento
sono assegnabili[61].

Solo in questo modo il cinema potr allora cessare di essere considerato unicamente come macchina altamente
perfezionata della vecchia illusione meccanicistica della percezione, solo capace di ridurre tutto il divenire a nullaltro
che un falso movimento[62], per divenire in realt, e proprio grazie alle sue capacit di produzione e cattura del
nuovo, lorgano da perfezionare della nuova realt. esattamente di una capacit di cogliere il tempo come un
accrescersi progressivo dellassoluto, oltre che di evoluzione delle cose come una continua invenzione di forme
nuove[65], che si tratta. Modulazione perpetua di voci, suoni, luci e movimenti, che per esistere ha ben ragione di
durare. E se la durata il cambiamento, tutto metamorfosi.

Pensare non dipende da una bella interiorit che riunificherebbe il visibile e lenunciabile, ma si produce con
lintrusione di un fuori che scava lintervallo, che forza, smembra linteriore; () il fuori sempre apertura di un
futuro, con il quale nulla ha termine perch nulla cominciato

Se piegate un foglio, delineate il tracciato di una piega che, s, crea un limite comune tra due regioni del foglio, ma
non tuttavia una traccia sul foglio, nero su bianco. Poich sul foglio, come puro fuori, la piega presenta come limite
qualcosa che soltanto un movimento del foglio stesso. Il movimento pi profondo dellintuizione dunque quello in
cui il limite pensato come una piega, e in cui di conseguenza lesteriorit si rovescia in interiorit. Il limite non pi
quel che intacca il fuori, ma una piega del fuori. unautoaffezione del fuori

Lopera darte non infatti uno strumento di comunicazione. Deleuze parla piuttosto di unaffinit fondamentale che
risiederebbe tra lopera darte e latto di resistenza. Lopera darte resiste (riabbracciamo cos il discorso dellinizio.)E
se il cinema (lopera darte) resiste perch nella circuitazione sensazionale, cui abbiamo gi voluto far riferimento,
non solo nellimmagine che immette il movimento, ma anche nello spirito.

questa immagine del tempo quella delluccello da preda, sono i grandi cerchi delluccello da preda che plana.
Questo il tempo come tutto, e poi c il battito dala delluccello che fugge. Il battito dala lintervallo del

movimento, cos come il grande cerchio libera lorizzonte del mondo

A differenza del calco in fotografia (dove lo stampo non fa che organizzare le forze interne della cosa fintanto che
queste non abbiano raggiunto un loro proprio equilibrio), la modulazione no, non si arresta neppure di fronte a un
qualche equilibrio raggiunto, ed questo che vuole il cinema, ricalcarsi sul tempo delloggetto e pre(te)ndere insieme
anche limpronta della sua durata

Non basta la semplice intelligenza per pensare, poich l'intelligenza esige strappare unicamente una risposta, una
soluzione possibile che tragga nell'immediato dal sottile inganno dell'apparenza. Essa sembra accontentarsi di un
guitto, dei pochissimi passi percorsi per accedere alla risoluzione di una contingenza, di ci che nel qui e ora.

Nonostante la denuncia di una mancanza d'essere infatti, l' analisi pur sempre volta verso l'esistenza alla quale si
d una dignita filosofica imprescindibile; dunque il tentativo pur sempre quello nostalgico del ripristino di ci che si
perduto. Blanchot individua invece una fessura: il linguaggio porta in seno la decostruzione del soggetto. Infatti "il
potere di parlare legatoalla mia assenza d'essere. Mi chiamo ed come se pronunciassi il mio canto funebre, mi
separassi da me stesso, non sono pi la mia presenza n la mia realt, ma una presenza oggettiva, impersonale,
quella del mio nome che mi supera e la cui immobilit di sasso ha esattamente per me la funzione di una pietra
tombale sospesa nel vuoto. Quando parlo, nego l'esistenza di ci che dico, nego anche l'esistenza di chi parla; la mia
parola, se rivela l'essere nella sua inesistenza, afferma di questa rivelazione che essa stata prodotta partendo dalla
non esistenza di chi la fa, del suo potere di allontanarsi da se stesso, di essere altro che il suo essere." (Blanchot L'assenza d'essere di cui parla Blanchot molto simile a quella che Lacan chiamava manque-a-tre, spazio nel quale
e per il quale sorge il desiderio. "Il desiderio si produce nell'aldil della domanda perch, articolando la vita del
soggetto alle sue condizioni, essa ne sfronda il bisogno; ma esso si scava anche nel suo aldiqua perch, domanda
incondizionata della presenza e dell'assenza, essa evoca la mancanza ad essereIn questa aporia incarnata il
desiderio si afferma come condizione assoluta" - Il desiderio un rinvio come del resto lo il soggetto. Il rinvio
costante la caratteristica dell'inconsistenza e dello sgretolamento originario del soggetto che si illude di essere ci
che gi e sempre in Altro.

L'architettura del desiderio prende forma in Lacan attraverso delle disorganicit. Il soggetto rapsodico ravvisato nel
"corpo-in-frammenti[che] si mostra regolarmente nei sogni...Allora esso appare nella forma di membra disgiunte e
degli organi raffigurati in esoscopia, che mettono ali e s'armano per le persecuzioni intestine" - Il corpo-in-frammenti
la disintegrazione di qualcosa che ha smesso di svolgere la propria funzione, la saturazione e la trasformazione di
un soggetto che non controlla se stesso. Per questo verso il desiderio, che pur sempre desiderio del soggetto, una
spinta incessante di cui l'appagamento sar solo virtuale - Il sentiero del desiderio sembra essere quello
contrassegnato dalla formazione e dallo sviluppo del soggetto. Si tratta tuttavia di un soggetto che sfugge al
riconoscimento e delega, suo malgrado, l'Altro nell'adesione a s - se il soggetto soggetto del desiderio allora dove
si dirige il desiderio? Verso un oggetto indefinito che continua sostituzione. Il "voler avere qualcosa in cambio" una
scusa, il tentativo bulimico di supplire e riempire un fondo gi e sempre bucato - Il nutrimento effettivo del
desiderio dunque nel ribaltamento del rapporto desiderante-desiderato, in cui il desiderato non viene posseduto ma
solo ascoltato in attesa. Il desiderio si fa spazio. Rompe gli argini deboli di un soggetto fasullo e straripa Altrove.

L'Altrove un luogo di contaminazioni fluttuanti. "Il desiderionon si definisce attraverso nessuna mancanza
essenziale proprio cos tutte le volte che si pensa il desiderio come un ponte tra il soggetto e un oggetto: il
soggetto non pu essere altro che sfaldato, e l'oggetto perduto in partenzaCi pareva che il desiderio fosse un
processo, e che dispiegasse un piano di consistenza, un campo di immanenzaIl desiderio non dunque interno a un
soggetto, come non tende neanche verso un oggetto: invece strettamente immanente a un piano a cui non
preesiste, un piano che deve essere costruito, dove si emettono delle particelle, dove si coniugano dei flussi. C'
desiderio solo in quanto c' dispiegamento di un tale campo, propagazione di tali flussi, emissione di tali particelle.
Lungi dal presupporre un soggetto, il desiderio pu essere colto solo nel punto in cui qualcuno non cerca o non coglie
pi un oggetto cos come non si coglie come soggettoIl piano di consistenza o di immanenza, il corpo senza organi,
comporta dei vuoti e dei deserti. Ma questi fanno <pienamente> parte del desiderio, ben lungi dall'approfondire una
qualsiasi mancanzagi il deserto un corpo senza organi che non mai stato contrario alle trib che lo percorrono,
il vuoto non mai stato contrario alle particelle che vi si agitano" (Deleuze - . E' attraverso la perdita della
soggettivazione e delle significazioni che si arriva alla verit del corpo: un groviglio di energie e sinergie, una
molteplicit materiale e alchemica di organi spogliati della loro stessa densit. Un corpo che per Deleuze come per
Artaud si apparterr nel momento della sua completa esautorazione. "L'uomo malato perch mal costruito.
Bisogna decidersi a metterlo a nudo per grattargli via questa piattola che lo rode mortalmente, dio, e con dio i suoi
organi, Legatemi pure se volete, ma non c' nulla che sia pi inutile di un organo. Quando gli avrete fatto un corpo
senza organi, l'avrete liberato da tutti gli automatismi e restituito alla sua libert. Allora gli reinsegnerete a danzare
alla rovescia come nel delirio del bal musette e questo rovescio sar il suo vero dritto" (Artaud - Il corpo senza organi
la liberazione del soggetto dalla reclusione di un'anatomia "di cui dio l'unico responsabile certo" (IVI). Questo
lazzaretto di atomi conficcati in un corpo di cui nemmeno noi siamo proprietari, deve essere, secondo Artaud,
distrutto. La distruzione del corpo feconda, la dissacrazione molto pi sacra di un certo ordine prestabilito.
Qualunque principio unificante lascia il posto al Caos su cui poggiano il soggetto e le sue false rappresentazioni; e il
Caos de-centramento, elettricit che scorre e si disperde lungo i filamenti del soggetto. "Sento sgretolarsi il terreno
sotto il mio pensiero e sono portato a considerare i termini che adopero senza l'appoggio del loro senso intrinseco, del
loro substratum personale. Meglio ancora, il punto che sembra collegare questo substratum alla mia vita mi diventa
di colpo stranamante sensibile e virtuale" - Il linguaggio inteso come struttura organizzante fuorviante, non
appartiene al soggetto ma cospiratore. Il linguaggio tiene in ostaggio il soggetto che pare libero solo
nell'inespressione. Il linguaggio espressione di un corpo sotto dittatura.

"Ci sono sguardi d'amore e sguardi di desiderio. L'amore povert, carenza. E' attesa che l'altro corpo percorra uno
spazio e, colmando un vuoto, incontri. Nell'incontro non c' fruizione di un corpo, ma accoglimento di un donoIl
desiderio, invece, non conosce incontri, non riduce la propria soggettivit per creare quello spazio indispensabile
all'apparizione della soggettivit altrui. Il desiderio conosce solo la saturazione per possesso. Nel suo sguardo non ci
sono le tracce di un'attesa, ma la smaniosa concupiscenza di incontrare nell'altro solo se stesso" (Galimberti 1983,
105)

Lo specchio il rifrangersi dell'immagine, di se stessa, di un mondo perduto e mai posseduto, di un desiderio


insoddisfatto che ha il suono e il peso lieve di un soffiola mancanza di essere si fa sublime visione e suggestione
poetica.

L'evoluzione della ragione moderna, secolarizzata rispetto ad ogni ambizione metafisica, scandita dai progressi
tecnico-scientifici fondati sul rapporto referenziale tra conoscenza e realt, e dalla complementare diffusione di un
senso comune liberal-democratico che insterilisce ogni idealit politica e affida al primato del diritto e dell'economia le
ragioni della coappartenenza politica.

Tale assetto largamente dominante nella sfera pubblica dei rapporti, si accompagna, nella sfera privata, essendone in
parte la causa, ad una moltiplicazione di atteggiamenti conoscitivi, inclinazioni spirituali e tendenze culturali,
profondamente distanti dal paradigma gnoseologico scientifico e dai ritmi geometrico-matematici dettati dai
dispositivi giuridico-economici. Il fenomeno pi rilevante rappresentato dalla rinascita, in ambiente occidentale,
dell'attenzione per le religioni orientali, considerate capaci di creare "fenditure e varchi, via via aperti verso i possibili"
(E. Zolla 1992, p.15.) fughe dal mondo quotidiano e dalla sua insopportabile tridimensionalit temporale e limitatezza
spaziale.

Creare un corpo senz'organi significa trasformare se stessi da realt signoreggiata dall'io, gerarchicamente suddivisa,
in orizzonte piano, geografico, percorso da intensit, differenze, aggregato di intensit soggette a continuo divenire.
Individuazione senza soggetto dunque, per avere dei confini ed essere individui senza la mediazione dell'io,
divenendo aggregazione di differenze in divenire, perch "il CsO fa passare delle intensit, le produce e le distribuisce
in uno spatium anch'esso intensivo, inesteso" - Il desiderio una forza positiva, da non interrompere attraverso lo
svilimento che porta a considerarlo mancanza, bisogno, n da saturare attraverso l'appagamento, perch il piacere "
gi una maniera di interromperlo, di scaricarlo all'istante, di liberarsi di esso" (G. Deleuze 1996, p.12).

Per Deleuze il desiderio possiede una gioia immanente, un'energia che trae alimento dall'inappagamento e dalla
mancata estrinsecazione in un piacere, e attraverso tale permanenza in una condizione desiderante si pu accedere
al corpo senz'organi, infatti la forza che da tale condizione promana dovrebbe condurre alla rottura di ogni confine
organico e alla destituzione della soggettivit , sostituita da un individuo concepito come insieme d'aree d'intensit
fluidificate dal desiderio.

Il filosofo francese non concepisce il CsO come dimensione solipsistica, ma elabora il concetto di piano di
consistenza , da intendersi come insieme di tutti i CsO, una molteplicit che va a comporre un tutto, un piano tenuto
insieme da attrazioni e intensit, che moltiplichi a livello interindividuale la forza del divenire singolare.

Il piccolo segreto, il significante, il fantasma, lidentit, il volto, bloccano qualsiasi scrittura nellinterpretazione, nella
storia personale, impediscono qualsiasi divenire:

DAL WEB

Quello della Figura occupa un posto determinante. Se la bestia nera, pi ancora che di Bacon si
direbbe di Deleuze medesimo, la narrazione, il carattere episodico, figurativo, illustrativo
connesso fatalmente con la Figura, Bacon impianta un vero e proprio procedimento per
esorcizzarla e allontanarla. Questo consiste nell'isolamento assoluto della Figura e nella
invenzione di un spazio serrato, claustrofobico come un vuoto pneumatico. Ecco la presenza e
l'azione dei tondi, degli ovali e dei parallelepipedi asimmetrici che stringono e chiudono la
Figura: il corpo occupa nel quadro un centro derisorio e puramente topografico. "Ci sono due
modi di superare la figurazione (e cio, a un tempo, l'illustrativo e il narrativo): o in direzione
della forma astratta, oppure verso la Figura. In Czanne questa via della Figura ha un nome
semplice: sensazione". Tuttavia l'ambiente soffocante di Bacon non adombra forse la chiusura
dello spazio scenico, dove vi fanno naufragio spezzoni abortiti di antiche narrazioni tragiche:
l'accecamento di Edipo, il ringhiare di Erinni che non si pacificheranno mai nelle Eumenidi

protettrici, lo strazio di un Cristo irrevocabilmente abbandonato dal Padre?


La logica che Deleuze legge in scritta nei volti e nelle membra dei personaggi di Bacon la
logica dell'isteria. La sua forza, di qualit quasi scultorea e figurale, d'inventarsi volta per
volta, dall'interno, la forma del proprio corpo. Gli organi si mutano senza sosta per risultati e
durate sempre provvisorie. Bacon coglie il corpo nel momento mobile in cui si sta facendo,
mentre esplode dalla struttura ossea verso l'esterno dove si trova la verit della carne.
Le figure di Bacon infatti non hanno alcuna funzione illustrati va, documentaria o narrativa, ma esprimono
sensazioni, affetti, pulsioni. In una conversazione con David Sylvester, Bacon stabiliva una netta distinzione
tra due opzioni estetiche: La forma illustrativa rivela immediatamente, tramite l'intelletto, il suo significato,
mentre la forma non illustrati va passa prima per la sensazione e solo dopo, lentamente, riporta alla realt.
L'arte deve catturare la realt nel suo punto di massima concentrazione vitale, restituire l'immagine prima
della sua articolazione razionale, colpire diretta mente il sistema nervoso, sollecitare l'istintualit schermata
dalla civilt delle buone maniere, liberando sensazioni diverse dalla mera riproduzione dell'oggetto. Come
diceva Valry: dare la sensazione, ma senza la noia di comunicarla. Czanne era riuscito a catturare ((la forza
di corrugamento del le montagne, la forza di germinazione della mela, la forza termica di un paesaggio.
Quelle di Bacon sono forze di isolamento, di deformazione e di dissipazione che con vogliano gli effetti
entropici della forza del tempo, del soverchiante lavoro della morte. Le teste, pi che i volti, di Bacon sono
esposte alle forze di pressione, dilatazione, contrazione e stiramento e genera no grida, spasmi, cadute,
mutilazioni, immedicabili sofferenze.

Bacon dipinge la testa cancellando il volto, e il suo intervento manuale - la pratica di questa cancellazione spinge i tratti cos lavorati verso l'animalit. Non dipinge per un'analogia (l'uomo come un cane), ma
una figura moltiplicata, una zona di indecidibilit, dove uomo e animale si moltiplicano l'uno nell'altro. L'esito,
la Figura, non quindi un dato metaforico, che resterebbe semplice rappresentazione (al di qua del
dispositivo ottico-manuale che il pittore ), nel solco della tradizione metafisico-narrativa
programmaticamente rifiutata in pittura; piuttosto una violenza perpetrata dall'artista sui dati della
rappresentazione per entrare nel corpo stesso del visibile, pittoricamente; non operando quindi sulle
corrispondenze tra pittura e scrittura, che avrebbero realizzato un'analogia iconografica, ma sulle differenze,
individuando i luoghi e i processi logici di un esercizio pittorico. Il corpo della pittura si presenta come
uncorpo senza organi, secondo l'espressione mutuata da Artaud - Corpo intensivo, attivo localmente per
salti, scarti, vibrazioni e modulazioni - il corpo senza organi della pittura viene attivato dalle forze che lo
percorrono attraverso la manualit dellartista; elaborando, nella violenza delle catastrofi che colpiscono i
diversi clichs della visione, la Figura cio il prodotto.. del rovesciamento di tutte le classificazioni categoriali
tramite I quali la visione si fa stereotipo.

L'opzione baconiana per quel genere di linea pittorico-grafi ca che in Logica della sensazione viene avvicinata
alla linea "gotica" di Worringer, non organica, non rappresentativa, spazio manuale puro (forse, rizoma), si
interseca alla scelta deleuziana dell'inumano inteso come negazione dell'organicit gerarchica, per una
pluralit orizzontale dei piani che si percorre per salti, per cadute, per azzera menti di costruzioni sistemiche
(la "minorit" di cui ha parlato a proposito di Kafka, che apre alla positivit del sapere gli spazi liberi della

deterritorializzazione, dove si pu cominciare a pensare la societ dei fratelli contro quella dei padri) - Una
localizzazione parziale della sensazione contro l'universalizzazione delle grandi narrazioni della pittura - come
per esempio la concezione ottica della rappresentazione classica di matrice greca, che nella sua
subordinazione alla resa del dato visivo rimaneva al di qua della Figura,vincolata alla dimensione narrativa.

La sua pittura in fatti la manifestazione delle forze invisibili che operano sulle figure: le forze d'isolamento,
le forze di deformazione - per queste che Bacon noto ai pi-, le forze di dissipazione, le forze di
accoppiamento, e altre ancora. Per quanto il pittore si consideri un polverizzatore e un frantumatore egli agisce piuttosto come un rivelatore, e come tale lo tratta il filosofo.

Bacon. Elogiando Buuel, afferma che qualsiasi cosa in arte sembra crudele, perch la realt crudele []
nellastrazione non si pu essere crudeli. Larte astratta ha uneleganza a volte mirabile (egli stesso ammira
Michaux) ma a chi la guarda d qualcosa con cui non deve combattere. lAgone che larte deve
scatenare: fra artista e soggetto, fra opera e fruitore. Un diagramma di forze, un cozzo di energie. Lo dice,
Bacon, commentando due figure [...] intente a copulare o a sodomizzarsi [...] se lei guarda le forme noter
che in un certo senso esse sono estremamente non figurative.

Tutte queste coppie oppositive si possono infine riassumere in una condizione esistenziale, meno esibita
dellesilarante disperazione del personaggio-Bacon, ma che il palinsesto di tutte le sue parole - Che altro
e la pittura di Bacon se non un teatro della crudelt. un teatro dei nervi scoperti, un teatro della "atletica
affettiva" della peste auspicata da Artaud? Quella particolare isteria trasmessa dalle torsioni baconiane per
Deleuze espressione dei 'corpo senza organi", di una liberazione delle presenze che "stanno sotto la
rappresentazione, al ai l cella raPpresentazione. Ecco dunque la logica della sensazione si traduce in un
dipingere "il grido anzich 'orrore'" - "La figurazione esiste, un fatto, addirittura preliminare alla pittura.
Siamo assediati da foto cne sono illustrazioni, da giornali che sono narrazioni, da immagini-cinema, da
immagini-tv. Esistono clich sia psichici che fisici, percezioni gi pronte, ricordi, fantasmi"

Nella forma-fabbrica i rapporti di potere definiscono in uno spazio chiuso le condizioni di


inclusione rispetto allapparato produttivo e di esclusione rispetto allo spazio sociale, le funzioni di
utilit e docilit, i processi di assoggettamento rispetto alla macchina industriale e di
soggettivazione: il capitale agisce come punto di soggettivazione scrivono Deleuze e Guattari
che costituisce gli uomini in soggetti, i capitalisti come soggetti denunciazione e i proletari come
soggetti denunciato, soggetti assoggettati, costituiti in un complesso forza-lavoro/tempo[1].
Abbiamo inoltre distinto, con Foucault, quattro tipi di rapporti di potere: potere economico (rapporti
di produzione), potere politico (rapporti di subordinazione), potere giudiziario (amministrazione dei
comportamenti nellistituzione), potere epistemologico questultimo propone due tipi di relazioni
di sapere: sapere tecnologico (che ha come oggetto di sapere le variabili qualitative espresse dalla
forza-lavoro) e sapere clinico (indagine psicologica e psicotecnica sulle condizioni di lavoro, analisi
sociologica sugli spazi-tempi e sui comportamenti di riproduzione). Questa tavola ci fornisce una
serie di voci di riferimento per poter procedere allanalisi dei rapporti di potere nel mercato del
lavoro. Larticolazione di questi rapporti non va considerata come unevoluzione o un cambiamento
di paradigma rispetto alle relazioni che prevalgono in un sistema disciplinare, ma come un insieme
che costituisce un secondo polo, il mercato del lavoro; rispetto al sistema disciplinare, il mercato del
lavoro costituito di altre relazioni di potere e di sapere, e, insieme a quelle che sono descrivibili in

un sistema disciplinare, pu articolare diverse combinatorie: ci permette di analizzare casi


aziendali misti, dove entrano in gioco procedure proprie di un sistema disciplinare e criteri che
rimandano al mercato del lavoro.
Per definire questi criteri necessario procedere alla definizione di una griglia di analisi per il
mercato del lavoro, secondo le coordinate dello spazio, del tempo e degli attori. A partire dalla
combinazione delle due griglie possibile costruire forme miste delle articolazioni delle relazioni di
sapere e dei rapporti di potere, o formulare nuove espressioni dei rapporti di potere e delle relazioni
di sapere, descrivere nuovi rapporti di forze e relazioni tra forme. Queste analisi dovrebbero essere
svolte soprattutto per il mercato del lavoro, ambito meno indagato rispetto al sistema disciplinare,
considerando che tale ambito ha acquisito ulteriore rilievo nel mondo del lavoro.
Luc Boltanski ed ve Chiapello[2] hanno messo in luce le trasformazioni profonde che si sono
verificate nella cultura manageriale negli ultimi trentanni. I due sociologi hanno analizzato un
corpus di testi presi dalla letteratura del management degli anni Sessanta e Novanta e studiato le
differenze paradigmatiche dello spirito del capitalismo. Da questo lavoro si potrebbe ricavare una
lunga lista di opposizioni concettuali, in base alle quali il secondo concetto, ricavato dal corpus di
testi degli anni Novanta, sostituisce il primo concetto, che appartiene alla vecchia cultura
manageriale[3]. Queste opposizioni sono ovviamente ricercate e articolate nei testi della nuova
cultura manageriale: in particolare, le critiche da un lato sono rivolte alla separazione tra vita
privata, famiglia, relazioni personali e vita lavorativa e relazioni professionali, dallaltro lato
definiscono la passata cultura manageriale con il termine di burocrazia, descrivendo cos la struttura
gerarchica, la pianificazione, lautorit formale, il taylorismo, la tutela del posto fisso, la carriera
lineare svolta tutta dentro una sola organizzazione[4].
possibile, in via preliminare, riassumere alcune di queste opposizioni concettuali: alla carriera
lineare che si consuma in una organizzazione si oppone la flessibilit e la mobilit, ovvero rispetto a
un percorso lineare si valorizzano le trasformazioni, ladattabilit al cambiamento, motivo per cui
necessario anche saltare da un segmento di vita allaltro; allorganizzazione gerarchica, che
caratterizza il sistema disciplinare del lavoro, si predilige lorganizzazione a rete, la messa in rete.
Non si parla pi di lavoratore, termine al quale si sostituisce preferibilmente persona per far
emergere tutta limportanza di fattori psicologici, sociali, linguistici, affettivi, cognitivi, narrativi
nella messa in rete[5]. Nella rete ciascuna persona attiva e partecipe: la cultura manageriale
enfatizza le trasformazioni organizzative, il passaggio da strutture verticali a strutture orizzontali, e
pertanto pone idealmente tutti i soggetti coinvolti in diverse relazioni allo stesso livello.
Ogni relazione uninterazione verbale e non verbale: da qui, lenfasi sulla comunicazione. Ma
ciascuna persona impegnata nella tessitura di relazioni, connessioni, rapporti di diverso tipo, e a
sua volta coinvolta in altre relazioni. Ci pu essere riassunto in una terza importante opposizione:
rispetto alla sicurezza, alla certezza e alla stabilit di un posto di lavoro fisso, si d maggiore risalto
alla libert personale e alle motivazioni individuali. Queste tre opposizioni sono state indagate
anche da Richard Sennett[6] a partire dallopposizione di due narrazioni, quella di Enrico e di Rico,
mettendo a confronto due diverse generazioni al lavoro, i cui tempi pi o meno corrispondono con
quelli scelti da Boltanski e Chiapello per analizzare le divergenze nella cultura manageriale.
Lo studio dei due sociologi francesi introduce alla descrizione del sistema di valori, entro la nuova
cultura manageriale, che orienta lagire degli attori socio-economici. Al centro di questa proposta vi
la nozione di progetto. Boltanski e Chiapello studiano larticolazione di tale sistema di valori
elaborando il concetto di cit par projets. Con il termine cit si delinea linsieme delle convenzioni,
delle credenze e dei valori che emergono in rapporto a un principio di validazione entro un certo

quadro di relazioni sociali (nella cit industrielle, per esempio, il principio di validazione in
rapporto al quale si articolano le relazioni lefficacia). Nella cit par projets il principio di
validazione lattivit, in rapporto alla quale si delinea un quadro di relazioni sociali flessibile,
costituito da progetti molteplici, elaborati da ogni persona in autonomia, e che viene descritto nella
letteratura manageriale[7]. Tale concetto permette di collegare la ragione dellagire individuale con
la stratificazione sociale mediante un insieme di credenze e di valori, condivisi e inscritti nelle
istituzioni, che orientano lagire individuale e collettivo[8].
Ne consegue, in primo luogo, che tale insieme di credenze si delinea come la configurazione
ideologica dellagire socio-economico in generale: questa configurazione ideologica che Boltanski
e Chiapello indagano come lo spirito del capitalismo, individuando nella letteratura manageriale
la sede a pi elevata strutturalit del sistema della cultura socio-economica (francese, in
particolare), nella quale credenze e valori sono massimamente descritte, interdefinite, proposte in
opposizione al vecchio spirito del capitalismo; in secondo luogo, con la nozione di progetto, in
quanto messa in relazione, in connessione, di attori, tessitura di una rete orientata secondo le attivit
che sono da compiersi, si deve articolare la fase di attualizzazione, di selezione degli orientamenti
valoriali e di assunzione dei valori selezionati presupposto logico dellazione progettuale,
modalizzato, in un campo sociale.
Boltanski e Chiapello riprendono la definizione di ideologia che lantropologo Louis Dumont ha
elaborato per lanalisi dellindividualismo[9]: Dumont considera lideologia come un insieme di
idee e di valori che ha corso in un dato contesto sociale, ma sottolinea anche come lo studio
dellideologia debba intendersi come studio delle configurazioni ideologiche locali, ovvero del
modo in cui una configurazione ideologica globale, che necessariamente gerarchizzata per
esempio lidea di individualismo cambi a seconda dei tratti pertinentizzati e interdefiniti in
ciascun testo, o per ciascun autore, o da un ambiente allaltro o da unepoca allaltra. Perci le
configurazioni ideologiche locali, che sono quelle dalle quali possibile delineare, attraverso un
corpus di testi, una configurazione ideologica globale storicamente determinata e che si presenta
in opposizione a unaltra configurazione globale richiede unanalisi testuale, di un corpus di testi
ed dai testi che possibile ricavare le opposizioni tra configurazioni globali[10]. Dal punto di
vista analitico, un testo seleziona dei valori e li attualizza. Questa definizione si pu mettere in
relazione con la nozione di ideologia delineata da Greimas e Courts[11]: rispetto allassiologia, che
larticolazione paradigmatica dei valori, lideologia larticolazione sintagmatica, si caratterizza
tramite lo statuto di attualizzazione dei valori che seleziona allinterno di un sistema assiologico.
La configurazione assiologica dei valori dipende dal sistema culturale analizzato.
Boltanski, L., e Chiappello, E., 1999, Le nouvel esprit du capitalisme, Paris, Gallimard.
Chicchi, F., 2003, Lavoro e capitale simbolico: una ricerca empirica sul lavoro operaio nella societ
post-fordista, Milano, Franco Angeli.
Deleuze, G., Guattari, F., 1980, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrnie, Paris, Les Editions de
Minuit, trad. it. Mille piani. Capitalismo e schizophrenia, Roma, Castelvecchi, 2003.
Dumont, L., 1983, Essais sur le individualisme, Paris, Seuil, trad. it. Saggi sullindividualismo,
Milano, Adelphi, 1993.

Greimas, A.J., e Courts, J., 1979, Smiotique. Dictionnaire raisonn de la thorie du langage, Paris,
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1986.
Harvey, D., 1989, The condition of postmodernity, London, Wiley-Blackwell, trad. it.La crisi della
modernit, Milano, NET Il Saggiatore, 2002.
Sennett, R., 1999, The corrosion of character. The personal consequences of work in the new
capitalism, London-New York, Norton & Company, trad. it. Luomo flessibile. Le conseguenze del
nuovo capitalismo sulla vita personale, Milano, Feltrinelli, 1999.

In una delle lezioni sulla biopolitica, Foucault decide di analizzare la teoria del capitale umano[1].
La prospettiva quella di considerare il neoliberalismo americano come modo di pensare e
ripensare argomenti economici, politici, sociali, giurdici. In particolare ed il caso che qui ci
interessa largomento del lavoro. La teoria del capitale umano sembra colmare un vuoto nel
pensiero economico liberale: sviluppa unanalisi del lavoro, in un modo che non rimanda n
allanalisi della divisione del lavoro n allanalisi della forza-lavoro, bens del lavoro
come comportamento economico, e come comportamento praticato, messo in atto, razionalizzato,
calcolato, dallo stesso individuo che lavora.[2]
Il lavoro diventa campo di scelta, sul quale si esercitano certe modalit di scelta. Ci presuppone
non un solo oggetto identificabile come lavoro, ma differenze qualitative del lavoro un campo di
lavori in cui si effettua la scelta. Per la teoria del capitale umano, le modalit di scelta si definiscono
innanzitutto secondo criteri di razionalit economica.
Questo punto ci interessa per le conseguenze che produce sul linguaggio delle scelte: secondo certe
modalit, infatti, si effettuano degli investimenti, e gli investimenti non possono che essere
investimenti di valore. Si fanno delle scelte di investimento su un certo lavoro, secondo modalit
specifiche dinvestimento. Si investe il proprio capitale umano in un lavoro come un imprenditore
investe denaro in unattivit produttiva: questa lattivit che caratterizza lautoimprenditorialit, o
limprenditore di se stesso[3]. La spesa in capitale umano, infatti, una delle forme (consumi in
beni durevoli, consumi immediati, azioni, obbligazioni, ecc.) tra le quali un individuo ripartisce la
propria ricchezza.
Le modalit di scelta non sono solo economiche, ma dipendono da una combinazione complessa di
variabili: per un soggetto, linvestimento pi redditizio pu anche essere il pi rischioso, mentre si
pu puntare su investimento che si attiene a certi criteri di distinzione sociale o che sottintende
motivazioni politiche. La teoria del capitale umano si occupa prevalentemente di fattori
psicologici[4]. Becker, per esempio, analizza il rapporto tra istruzione e retribuzione rispetto a
individui con titoli di studio differenti: nellanalisi non si considerano solo i rendimenti in termini di
convenienza monetaria, ma anche il rilievo del vantaggio sociale; per ciascun individuo implicita
una gerarchia culturale delle scelte nel campo delle differenze qualitative del lavoro[5].

Le risorse (fisiche, psicologiche, sociali, culturali, estetiche, ecc.) che possono essere investite, e
che sono presenti in condizioni limitate, compongono il capitale umano. Questo fonte di ogni
reddito futuro. Un reddito il prodotto variabile che implica un rendimento del capitale. Il lavoro
ci che produce tale reddito. Il reddito, dunque, non un equivalente del salario, non il prezzo a
cui si vende la forza-lavoro: ci che il lavoro produce come ritorno per linvestimento di capitale
umano effettuato. Come il capitale umano e il lavoro, il reddito composto anche di fattori non
economici[6]: una esperienza di lavoro produce reddito anche in termini di nuove competenze,
ulteriori motivazioni, nuovi contatti ecc.
Foucault si interessa alla teoria del capitale umano per le prospettive che comporta in termini di
governo della popolazione e di costruzione del soggetto. I sistemi e le procedure disciplinari
formavano un complesso forza-lavoro/tempo in uno spazio chiuso; nuovi rapporti di potere e nuove
relazioni di sapere formano un complessomacchina/flusso[7]. Il capitale umano indissociabile dal
soggetto che lo possiede e che effettua un investimento. Si presenta innanzitutto come un insieme di
competenze, di modalit del poter-fare e del saper-fare, che il soggetto possiede. Queste sono
continuamente attivate, crescono col tempo e con esperienze di diversa natura, che non si fanno solo
in uno spazio chiuso di produzione. Si costruisce la macchina gi durante la fase delleducazione,
nel tempo della vita in famiglia. Una macchina che non comporta pi una correlazione di elementi
del corpo e di parti di oggetto, ma che composta di parti di oggetto per esempio, la competenza
duso di certi programmi informatici. Nel caso della forza-lavoro, scrive Foucault, il lavoratore
assoggettato alla macchina che gli esterna. Rispetto a un insieme di competenze, il lavoratore
che pu essere considerato come una macchina.
Anche Deleuze e Guattari avanzano una simile ipotesi[8]. Nei sistemi disciplinari, lindividuo
assoggettato alla macchina: uno dei contesti principali dei processi di assoggettamento la fabbrica.
I due autori distinguono lassoggettamento sociale e lasservimento macchinico. Questultimo caso
si ha quando gli uomini sono pezzi costitutivi di una macchina composta di altri elementi animali
o utensili sotto il controllo di ununit superiore. Goody, per esempio, considera le serie di
trasformazioni sociali e culturali conseguenti allintroduzione dellaratro; prospetta unipotesi
simile per le trasformazioni conseguenti allintroduzione dei computer.[9]Nella situazione attuale si
troverebbe una combinazione dei due processi: assoggettamento lautoimprenditorialit e
lasservimento gli uomini sono parti costitutive delle macchine informatiche.
In un altro passo[10], la questione si pone in altri termini: nel sistema disciplinare prevale un
concetto fisico-scientifico di lavoro[11]. Nella situazione attuale prevale una condizione soggettiva
e sociale che non si pu quasi pi definire di lavoro, ma che si pu definire in termini di pluslavoro.
Rileggendo Marx, Deleuze e Guattari sostengono che non a partire da un lavoro, da una quantit
di lavoro calcolabile, che si definisce il pluslavoro, ma che questo ci che eccede sempre il lavoro
e ci dal quale si deduce il lavoro[12]. La cattura di questa eccedenza definisce il profitto del
capitalista come apparato di cattura; ma questo rapporto ci riconduce al sistema disciplinare. Il
pluslavoro potrebbe essere considerato rispetto al lavoro per lacquisizione e il potenziamento delle
competenze quindi nel caso della formazione e per la tessitura delle relazioni di lavoro[13].
Quindi rimanderebbe a un ambito di analisi dei soggetti piuttosto che a una sua astrazione.
Ma lintroduzione del concetto di pluslavoro conduce a riflettere di nuovo sullo statuto del lavoro.
Rispetto al sistema disciplinare, ci sarebbe una messa al lavoro di una variet di soggetti, non solo
dei lavoratori[14]. Tuttavia questa idea sembra non tenere conto della materia sulla quale la
macchina effettua operazioni di taglio. Ed su questo punto che si possono criticare sia lidea di
processi di asservimento sia il modo di re-interpretare il rapporto tra lavoro e pluslavoro.

Il lavoratore con le sue competenze, infatti, forma una macchina che produce redditi. Non redditi
scrive Foucault ma flussi di redditi. Questi flussi di redditi alimentano il capitale umano. Ma il
capitale umano pu essere alimentato anche da altri flussi: per esempio flussi di soddisfazione.
Questi flussi sono prodotti da altre attivit in cui pu essere investito il capitale umano, per esempio
da attivit di consumo[15]. Anche queste attivit sono quindi attivit di produzione allo stesso modo
delle attivit di lavoro. La competenza-macchina produce e si riproduce in relazione a entrambe le
attivit: in questo senso educazione e consumo culturale sono componenti qualitative che fanno
comunque parte del capitale umano. Non si tratta solo di due attivit ma di attivit molteplici in
campi di differenze qualitative e dai confini piuttosto labili.
Il problema della scelta delle attivit riguarda il campo della riproduzione sociale dei soggetti. Ogni
attivit, inoltre, va considerata nel campo delle attivit dalle quali differisce; ma in un campo di
attivit si distinguono segmenti pi piccoli: per esempio, nel campo delle attivit lavorative non si
distingue solo tra percorsi figurativi canonici (operaio, impiegato, ingegnere, medico, ecc.), ma
sussiste anche una differenziazione tra delle micro-attivit: attivit di formazione, attivit di
costruzione delle relazioni, potenziamento delle competenze duso, elaborazione di progetti,
prestazione lavorativa, ecc. Ciascun soggetto, in qualche modo, determina, non in maniera del tutto
autonoma, come investire le proprie competenze e come impiegare il proprio tempo. Nelle societ
del mercato i processi di attorializzazione sono pi complessi e meno definitivi anche per questo,
in sociologia, si discute molto del problema dellidentit personale e sociale.
Il sociologo Gilles Lipovetsky ha considerato il problema in termini di gestione dei tempi[16]. Ogni
attivit, comporta una certa spesa di tempo, un certo investimento di capitale umano. La situazione
sociale attuale caratterizzata dallo sviluppo di uneterogeneit di segmenti temporali tempo di
consumo, tempo di lavoro, tempo di cura Ma ciascuno di questi segmenti temporali a sua volta
composto da altri microsegmenti: il tempo di lavoro, per esempio, dal tempo di formazione, tempo
delle relazioni, tempo di progettazione, tempo di esecuzione ecc. lindividuo ad avere a che fare
con tutti questi segmenti temporali, e non solo la societ.
Le Goff aveva analizzato le societ medievali in termini di durate stratificate: c un tempo della
Chiesa, un tempo del mercante, un tempo del contadino, un tempo dellartigiano, ecc. Si tratta di
differenti segmenti temporali che sono segmenti culturali culturali, che possono interagire o entrare
in conflitto tra loro[17]. Con Lipovetsky si pu delineare un nuovo quadro sociale: una complessit
dei tempi di vita, delle durate stratificate, dei segmenti temporali, che riguarda direttamente i
soggetti. questa una delle pi importanti caratteristiche della societ ipermoderna.
Da qui, anche, una certa ossessione del tempo: rispetto a un ripensamento dellordine lineare non
detto, per esempio, che al tempo di formazione segua sempre il tempo di svolgimento del lavoro
si pu analizzare questa ossessione considerando i processi di aspettualizzazione temporale per
esempio, un punto di vista sul tempo di formazione che scorge la dilatazione di questo tempo
(formazione continua), la sua durata infinita, che non riesce a liberarsi da questa durata n a
scorgervi una fine o una sanzione, disforizzata e rappresentante un tratto controverso del mercato
del lavoro. Cos lo stagista domanda: Quante prove dobbiamo ancora superare prima di essere
assunti?. Questa domanda mette in luce il problema della concezione del tempo di formazione
come durata dilatata di cui non si vede la fine, n una sanzione che sia positiva o negativa da parte
del datore di lavoro.
Sui fili di questa tensione si svolgono i nuovi conflitti tra il capitale (umano) e il lavoro conflitti
sullinvestimento in certe attivit e non in altre. Ma da qui si pu ipotizzare anche una maggiore

attenzione individuale alla problematica della scelta, e delle modalit della scelta, delle attivit, una
maggiore capacit riflessiva nella gestione dei segmenti temporali. Ogni soggetto alle prese con
segmenti temporali differenti, dinnanzi alla possibilit di effettuare concatenamenti differenti,
saltando da un segmento a un altro.
Ma non si pu certo dire che la scelta dipenda solo dal singolo individuo: i segmenti temporali sono
componenti eterogenee di temporalit sociale, e i concatenamenti macchinici passano per macchine
differenti, quindi possono dipendere da altri fattori[18]. Rispetto a un tempo di lavoro umano
assoggettato alla macchina, di cui luomo deve tenere il ritmo, il tempo macchinico comporta
unautonomia della gestione dei tempi, una certa autonomia nella tenuta del ritmo e un nuovo e
diverso controllo sociale nuovi rapporti di potere attualizzati in nuove relazioni di sapere[19].

Becker, G.S., 1993, Human capital. A theoretical and empirical analysis with special reference to
education, Chicago, University of Chicago Press, terza edizione, trad. it. Il capitale umano, Bari,
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Deleuze, G., e Guattari, F., 1972, LAnti-Edipe, Paris, Les ditions de Minuit, trad. it.LAnti-Edipo.
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Foucault, M., 2004, Naissance de la biopolitique. Cours au Collge de France (1978-1979), trad.
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Le Goff, J., 1960, Nel Medioevo : tempo della Chiesa e tempo del mercante, in Le Goff, J., Tempo
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Stengers, I., 2003, Cosmopolitiques, Paris, La Dcouverte, trad. it. Cosmopolitiche, Roma, Luca
Sossella, 2005.

I processi di assoggettamento disciplinano e controllano un complesso di forza-lavoro/tempo.


Foucault[1] distingue quattro modi di potere, ovvero quattro tipi di rapporti di potere, in base ai
quali si forgia questo complesso:
un potere economico che definisce i rapporti di produzione;
un potere politico che definisce i rapporti di subordinazione (regolamenti, ordini, diritti);
un potere giudiziario che amministra i comportamenti degli individui nellistituzione (fase di
apprendistato, posizione occupata nellorganizzazione aziendale, meccanismi di promozione,
premi e sanzioni);
un potere epistemologico che propone due possibili relazioni di sapere:
un sapere tecnologico (valutazione qualit espresse dalla forza-lavoro, micro-correlazioni tra
elementi del corpo e parti delloggetto);
un sapere clinico (analisi psicologica, livello di gradimento del lavoro da parte degli individui).
Si tratta di ci che Foucault ha definito microfisica del potere[2]: il campo di esercizio del potere, il
campo di validit dei rapporti di forze, il luogo di attuazione di strategie e che non va concepito
come una propriet; tale esercizio determina effetti che non sono quelli dellappropriazione o della
repressione ma dellinclusione e della disposizione. Si esercita potere, non lo si possiede soltanto
come se fosse un privilegio. Questa concezione del potere permette di sviluppare unanalisi della
microfisica del potere, delle sue attivit e delle tecniche con cui si esercita, dei suoi meccanismi e
ingranaggi, del tutto differente da una concezione del potere come propriet o privilegio.
Lesercizio del potere come dominio dei processi di disciplinamento e di sistematizzazione agisce
adoperando ci che De Certeau chiama strategie[3]. Una strategia innanzitutto un calcolo dei
rapporti di forza: prendere le misure, definire un piano e stabilire degli obiettivi, attuare meccanismi
di controllo e di gestione. Le resistenze che si costituiscono assieme ai rapporti di forze non
potrebbero agire nel campo di esercizio del potere trasformato in campo di battaglia senza prendere
sul serio il concetto di strategia: dal loro punto di vista, le operazioni strategiche preparano la
guerra, indossano vesti militari e affilano le armi. Ma le procedure di controllo e di disciplinamento
richiedono, quale condizione di attuazione dellesercizio del potere, di circoscrivere uno spazio
chiuso. Lo spazio chiuso diventa spazio proprio con lapplicazione di operazioni che scendono
sempre pi nel dettaglio. Queste operazioni non agiscono solo sullo spazio, ma devono procedere
anche allarticolazione del tempo e del corpo. In questo senso, la definizione di uno spazio proprio
segna come scrive De Certeau la vittoria dello spazio sul tempo. Questa tuttavia loperazione
preliminare, propedeutica, allarticolazione del tempo (divisione, organizzazione, ecc.) e del corpo
(finalizzazione, impiego del tempo, ecc.), in quanto come disciplinamento e controllo del tempo e

del corpo, formazione del complesso forza-lavoro/tempo, che agiscono i processi di


assoggettamento.
Ma non si tratta solo del possesso dello spazio proprio, poich questi processi possono muovere
fuori dei cancelli della fabbrica, verso problemi di riproduzione sociale della forza-lavoro o
problemi di sessualit del singolo operaio; oppure possono articolare altri spazi chiusi per
loccupazione del tempo libero per esempio, le colonie estive, fenomeno nel quale, oltre alle
forme di controllo, si pu riconoscere un investimento di capitale simbolico da parte dellazienda. Il
potere si esercita per inclusione, piuttosto che per repressione: la sua strategia quella di includere
la strategia dellaltro. La pratica panoptica, listituzione del campo di esercizio del potere come
campo visivo, possibile grazie alla suddivisione dello spazio. Ma questa idea dellinclusione, se
fondata, prima che sullo spazio chiuso che il potere fa proprio, sul calcolo dei rapporti di forza,
entro un campo di possibilit strategiche, permette di spostarci verso i margini dellambito
disciplinato, e porre il problema di un nuovo modo di calcolo, operante sulle regole del gioco
economico, o anche ai margini di questo gioco si pensi alle strategie finanziarie e che in questo
senso non agisce in spazi chiusi, propri, striati, ma in un campo aperto, disperso, in uno spazio
liscio[4].
possibile rivedere il concetto di strategia rispetto alla sua operativit in ambito disciplinare. De
Certeau distingue da questa nozione quella di tattica[5]. La tattica lazione calcolata che non
avviene in un luogo proprio, ma che ha come luogo solo quello dellaltro, e che vale grazie alla
pertinenza che conferisce al tempo in termini di circostanza o di situazione favorevole alle proprie
mosse. Opera nel campo chiuso come campo visivo, non agisce allesterno di questo ma dal suo
interno. In questo senso si pu parlare di articolazione tattica di pratiche di resistenza che,
prendendo sul serio le strategie dellesercizio del potere come mosse militari, trasformano il campo
visivo in un campo di battaglia, spezzano gli anelli della catena, impongono una sovversione delle
procedure disciplinari (per esempio, nella forma-fabbrica, lautolimitazione della produzione).
Ma le tattiche non possono che giocare di rimessa in rapporto alle manovre strategiche, sviluppando
le mosse in risposta, in reazione a queste. Nellambito disciplinare, strategie e tattiche sembrano
opporsi luna allaltra: linstaurazione di spazi chiusi e propri sembrerebbe gi una strategia, contro
la quale si muovono le tattiche, rapide, furtive, in modo improvviso (ma non improvvisando). Le
tattiche operano ai margini, al limite delle relazioni di potere. Da qui la loro ambiguit: movimento
che cerca di sfuggire alla presa strategica, ma resistenza che pu divenire forza per possibili
ulteriori sviluppi, favorendo lapertura di nuove relazioni di potere[6]. Non c vera e propria
dicotomia tra strategia e tattica: vi sono le condizioni perch le tattiche spingano le strategie oltre i
propri limiti, perch le strategie possano favorire le procedure tattiche. Bisognerebbe considerare
come lesercizio del potere proceda allattuazione di strategie per linclusione delle tattiche
dellaltro, e di come le pratiche di resistenza procedano allattuazione di tattiche per lo sviluppo,
lespansione delle strategie.
Le tattiche fanno parte del gioco economico: sono invitate a essere mobili, a sfruttare le circostanze,
a cogliere al volo ogni possibilit, a diversificare le mosse, ad approfittare delle occasioni. Non
tesaurizzano i guadagni, perch questi guadagni vengono investiti: non si sottraggono al gioco dei
rischi e delle scommesse. Se vi unarte della caccia e del bracconaggio, questa pu essere in
qualche modo utile.
Il complesso forza-lavoro/tempo si d dentro un sistema disciplinare ad alta definizione strategica.
Nei rapporti di forze, le resistenze combinano pratiche e attuano tattiche in opposizione alle

strategie sistemiche. Da un lato, meccanismi di potere che dai corpi estraggono e articolano forzalavoro, e che, agendo su un tempo di lavoro, distribuiscono obbligazioni fin nei minimi dettagli;
dallaltro lato, pratiche di resistenza che agiscono contro i processi disciplinari, spezzando le catene
che formano il quadrillage e rendendo instabili i rapporti di potere con incursioni nei dettagli, i quali
rappresentano, in un certo senso, lelemento metodico delle organizzazioni disciplinari. Cambia lo
scenario. Non si tratta pi di considerare il sistema e i suoi ingranaggi. Il problema delle
metamorfosi del lavoro si pone a livello delle attivit e dei comportamenti di soggetti economici:
sono queste le condizioni di base per la formulazione del concetto di lavoro immateriale[7]. Ma
prima ancora che definire una nuova nozione, necessario vedere cosa accade a livello di attivit e
comportamenti, dal punto di vista di un soggetto economico attivo[8].
De Certeau, M., 1980, Linvention du quotidien. I. Arts de faire, Paris, URGE, trad. it.Linvenzione
del quotidiano, Roma, Edizioni Lavoro, 2001.
Deleuze, G., Guattari, F., 1980, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrnie, Paris, Les Editions de
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Foucault, M., 1974, A verdade e as formas juridicas, in Cadernos da P.U.C., n. 16, giugno 1974, pp.
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Foucault, M., 2004, Naissance de la biopolitique. Cours au Collge de France (1978-1979), trad.
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Russo, A., 2006, Pratiche di resistenza, in AA.VV., Lessico di biopolitica, Roma, Manifesto Libri,
2006, pp. 238-243.

Nel ciclo di conferenze tenute a Rio de Janeiro nel 1973[1], Foucault sostiene che istituzioni come la
fabbrica, la scuola, la prigione, lospedale psichiatrico hanno due effetti: un effetto di esclusione rispetto
allo spazio sociale e un effetto di inclusione rispetto a un apparato di produzione, di educazione, di
correzione. Leffetto di esclusione rappresentato dalla definizione di confini spaziali (clausura) e
temporali (specificazione) e dal ruolo tematico che lattore ricopre in quella determinata combinazione di
spazio-tempo. Linclusione gioca sulla doppia funzione che i dispositivi esercitano sugli individui: funzione
di utilit e funzione di docilit. Sulla base di queste si articolano i soggetti, si effettuano i processi di

assoggettamento. Il modo in cui agiscono queste funzioni permette di includere gli individui, ovvero, nel
caso della forma-fabbrica, di legarli allapparato di produzione: agire sul tempo, riorganizzare il tempo di
vita degli individui rispetto al tempo di lavoro; agire sul corpo, correggere, plasmare, formare, valorizzare
un corpo che sia in grado di lavorare. Su questi due termini, tempo e corpo, si esercitano i processi di
disciplinamento e operano le forme di controllo: necessario che il tempo degli individui sia messo sul
mercato e offerto in cambio di un salario a coloro che vogliono acquistarlo, che si definiscano condizioni
per tagliare e articolare il tempo di lavoro; necessario che il corpo degli individui sia definito in quanto
forza-lavoro, qualificato per determinate operazioni, espressione di variabili in base alle quali valutare,
misurare, analizzare limpiego del tempo di lavoro.
Il complesso di forza-lavoro/tempo legato al sistema disciplinare del lavoro, incluso nella formafabbrica. Ci rientra nel modo di organizzazione delle societ disciplinari. Secondo Deleuze, lindividuo
non fa che passare da un ambiente chiuso allaltro[2]: ciascun ambiente regolato da proprie leggi, nel
raggio di azione di parole dordine; prima si in famiglia, poi a scuola (non sei pi in famiglia), poi in
caserma (non sei pi a scuola), poi in fabbrica. Si tratterebbe di quella che Foucault chiama
organizzazione delle genesi[3], in cui si passa con ordine da uno stadio allaltro. Ma, oltre alla divisione
temporale, vi tra gli ambienti una divisione spaziale: in ogni spazio si possono svolgere determinate
funzioni, un certo tipo di atti, si situano programmi stereotipi differenti, si danno diverse modalit
interazionali e conversazionali[4].

Le societ di controllo scrive Deleuze presentano modalit diverse che mettono in crisi le ripartizioni
spaziali e temporali delle istituzioni disciplinari. In particolare, si pu considerare il passaggio dalla
fabbrica allimpresa[5]: rispetto alla forma-fabbrica, limpresa mette in gioco nuovi tipi di rapporto, per
esempio una maggiore mobilit, che significa anche maggiore competitivit, rispetto alla staticit e
linearit della fabbrica. Tuttavia non si pu parlare di una pura opposizione o di una sostituzione: non
bisogna prendere alla lettera unaffermazione come la fabbrica ha ceduto il posto allimpresa[6].
Questaffermazione preceduta da unidea pi interessante: le societ di controllo assumono un aspetto
dispersivo. Si potrebbe cominciare a riflettere su questa dispersione, opponendo tale carattere alla
quadrettatura, alquadrillage[7].
Il modello dellimpresa penetra in altri ambienti, in precedenza indipendenti da quelli di produzione, per
esempio nella famiglia e nella scuola[8]. Di pi: secondo i teorici del capitale umano, gli investimenti che
la famiglia fa in educazione e i percorsi di valorizzazione intrapresi durante la fase scolastica sono
determinanti per i nuovi processi di costruzione del soggetto. Si assiste scrive Deleuze allintroduzione
dellimpresa a tutti i livelli di scolarit[9]; o meglio, una corretta articolazione dellidea di impresa deve
innanzitutto passare per la famiglia e per la scuola[10]. Di conseguenza gli ambiti disciplinari non
scompaiono. Inoltre, non si pu certo dire che non ci siano pi fabbriche. Molte di queste si sono
trasferite nelle periferie di paesi dove la manodopera costa meno (delocalizzazione). Ma non sono del
tutto scomparse da altre periferie, quelle dei paesi pi ricchi, periferie che costituiscono un ambiente del
tutto particolare, un altro mondo rispetto alle zone vicine[11].
Mentre le societ disciplinari sono regolate dalle parole dordine, le societ di controllo, secondo Deleuze,
sono regolate da lasciapassare: per esempio le password per accedere a banche dati o utilizzare dei
servizi[12]. Ma questa ipotesi non soddisfacente: le parole dordine non scompaiono, lidea del
lasciapassare non sembra adeguata per svolgere una riflessione su ci che riguarda il lavoro. Alessandro
Rudelli propone di considerare il problema in termini di attribuzioni identitarie[13]. La formula che domina
nelle societ disciplinari ancora non pi, Questa formula rimanda agli atti che, secondo Deleuze e
Guattari, sono espressi di un enunciato in un ambito precisamente datato e provocano delle
trasformazioni incorporee: per esempio latto di sentenza di un magistrato che trasforma il corpo
dellimputato in condannato[14]. La formula che prevale nelle societ di controllo : non pi non
ancora. Questa scrive Rudelli non introduce a una sequenza di identificazione, al contrario sottrae
identit fisse, stabilisce attribuzioni in modo instabile. Non si tratta pi di percorre una linea di
successione, ma di procedere per salti da un segmento a un altro, per intervalli tra un segmento e laltro,
sempre nella possibilit di una delocalizzazione, di un cambiamento dei ponti di connessione, di una
trasformazione dei concatenamenti. ci che accade allo stagista: non pi un disoccupato, non ancora
un lavoratore assunto; questi segue un periodo di formazione in una fabbrica, o in unazienda o in un
ufficio, ma senza garanzia di assunzione; il periodo di formazione non implica la conquista di un posto di
lavoro, ma un segmento dal quale si pu saltare verso un altro segmento.

Tuttavia non si tratta di considerare le due formule in una relazione di sostituzione, n di vedere sistema
disciplinare e sistema di controllo come antitetici. Le parole dordine non si dissolvono (lo stagista in

fabbrica soggetto alle parole dordine allo stesso modo delloperaio), cos come non scompare la formafabbrica. Verso la fine, Rudelli sembra suggerire di considerare il non pi del regime disciplinare e il
non ancora del regime di controllo come condizione propria della contemporaneit. ci che sembra
fare De Giorgi in uno studio dedicato alle strategie di controllo sociale nel regime fordista e nel regime
post-fordista[15]. Lautore si concentra soprattutto sulla forma-fabbrica e sulla forma-prigione, e
raccoglie elementi a sostegno dellipotesi del passaggio dal regime disciplinare a ci che chiama governo
delleccedenza considerando i rapporti politico-giuridici, oltre a quelli socio-economici.
Ma lipotesi del passaggio o della sostituzione non pienamente condivisibile. Foucault, per esempio, non
prospetta una simile ipotesi riguardo al rapporto tra societ di sovranit e societ disciplinari: queste
ultime elaborano meccanismi di estrazione dai corpi di tempo e di lavoro, un reticolato di obbligazioni
temporali in spazi chiusi; ma tutto ci non comporta la scomparsa del grande edificio giuridico della
teoria della sovranit, come meccanismo di rafforzamento dellesercizio del potere e anche come
strumento critico permanente contro gli ordinamenti monarchici[16]. Di conseguenza, piuttosto che
parlare di sostituzione dei sistemi di sovranit con sistemi disciplinari, Foucault prospetta il problema in
termini di una triangolazione sovranit-disciplina-gestione di governo, il cui obiettivo principale
larticolazione di meccanismi e dispositivi (di controllo e di sicurezza) per istituire un campo di
governamentalit e che abbiano per oggetto la popolazione[17].
Da questo punto emerge come leterogeneit di una forma dellespressione e di una forma del contenuto,
per esempio dellingegneria dellorganizzazione del lavoro e della forma-fabbrica, sia condizione storica
tale da far sussistere tra le due forme una sorta di asimmetria, per cui la mutua cattura tra queste
come scrive Deleuze si d tramite contatti e intercessioni[18]: il diritto penale non cessa di ricondurre
alla prigione e di fornire prigionieri, la prigione non cessa di riprodurre loggetto delinquenza oggetto
di sapere e legato al funzionamento dei dispositivi di sicurezza. ci che accade anche riguardo al tema
del lavoro: non lingegneria dellorganizzazione del lavoro che inventa la fabbrica, n anticipando
largomentazione che segue la teoria del capitale umano che inventa il mercato del lavoro, ma queste
non cessano di fornire soggetti, mentre fabbrica e mercato del lavoro riproducono un campo di oggetti
oggetti di sapere e che rimandano a certi dispositivi. I rapporti di forze, in quanto instabili, rendono
possibili questi movimenti, scrivono questa storia dei rapporti di mutua cattura.

Non si tratta, dunque, di teorizzare una sostituzione, ma di effettuare uno spostamento del punto di vista,
di osservare non ci che accade nella forma-fabbrica durante lo svolgimento delle mansioni, ma ci che
accade ai margini, la strutturazione di questi margini, delle fasi di passaggio, degli intervalli: per esempio,
il caso dello stagista richiede losservazione di ci che accade dopo lingresso in fabbrica ma prima
dellassunzione, osservare non la fase di apprendistato ma quella di formazione, cercare in questo modo
di comprendere di quale metamorfosi del lavoro per dirla con Andr Gorz si possa parlare.

De Giorgi, A., 2002, Il governo delleccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine, Verona, Ombre
Corte.

Deleuze, G., 1986, Foucault, Paris, Les Editions de Minuit, trad. it.,Foucault, Napoli, Cronopio, 2002.
Deleuze, G., 1990, Poscritto sulle societ di controllo, in Deleuze, G.,Pourparler, Paris, Les Editions de
Minuit, 1990, trad. it. Pourparler, Macerata, Quodlibet, 2000, pp. 234-241.
Deleuze, G., Guattari, F., 1980, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrnie, Paris, Les Editions de Minuit,
trad. it. Mille piani. Capitalismo e schizophrenia, Roma, Castelvecchi, 2003.
Foucault, M., 1974, A verdade e as formas juridicas, in Cadernos da P.U.C., n. 16, giugno 1974, pp. 5133, trad. it. La verit e le forme giuridiche, in Archivio Foucault. 2. Poteri, saperi, strategie, a cura di A.
Dal Lago, Milano, Feltrinelli, 1997.

Foucault, M., 1975, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Paris, Gallimard, trad. it. Sorvegliare e
punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 2006.

Foucault, M., 1978, La governamentalit, in Foucault, M., Poteri e strategie, a cura di Pierre della Vigna,
Milano, Mimesis, 1994.

Foucault, M., 1997, Il faut defendre la socite, Paris, Gallimard, trad. it.Bisogna difendere la societ,
Milano, Feltrinelli, 2009.

Mezzadra, S., 2008, La condizione postcoloniale, Verona, Ombre Corte.


Rudelli, A., 2006, Non pi, non ancora. Pragmatica generativa e trasformazionale dei regimi semiotici
negli spazi urbani delle societ di controllo, testo disponibile su E/C, www.ec-aiss.it.

[4] Significativi a tal proposito sono i film di Frederick Wiseman. Ciascun film un montaggio di riprese
effettuate in un ambito chiuso (un manicomio, un pronto soccorso, un grande magazzino, una stazione di
polizia, un laboratorio, una caserma, ecc.); per ciascun film, un diverso spazio, attraversato da diversi
tempi di vita individuali, un fascio di varianti possibili di modalit interazionali e conversazionali, il farsi di
una narrazione a partire da questi incontri in quel blocco di spazio-tempo. Loperazione di Wiseman
quella di un etnografo, con competenze di analisi della conversazione (osservatorio critico sul campocontrocampo), di interazionismo simbolico e di semiotica. Negli anni Ottanta cerca altri ambienti da
filmare: passa da ambienti chiusi, ambiti disciplinati, ad ambienti aperti ma delimitati un quartiere
povero, un municipio (filma le riunioni del consiglio, al quale partecipano anche cittadini comuni) come
se cercasse di esplorare degli ambienti soggetti non pi solo a disciplina ma anche a una qualche forma di
controllo (ritorno nella caserma: condizioni diverse di trattamento delle reclute). Da un lato, sembra
aprire alle possibilit di pratiche di autocontrollo negli ambienti stessi (i cittadini che prendono la parola,
situazione ben diversa dal centro di assistenza sociale filmato negli anni Settanta), dallaltro lato manca
ancora un film nellazienda cos come non ha mai filmato la fabbrica.

[7] In diversi punti dei suoi saggi su Foucault, Deleuze sembra dare il primato alla quadrettatura tra le
tecniche di ripartizione e tra i processi di disciplinamento (il che pare darsi anche nellidea generale di
organizzazione delle societ disciplinari considerata poco sopra). Ci avviene quando riporta la
descrizione che Foucault (Foucault 1975, pp. 213-218) fa dellarticolazione della citt appestata, o quando
paragona gli studi di Foucault e quelli di Paul Virilio (Deleuze 1986, pp. 62-63).
[8] Sulla famiglia cfr. in particolare le considerazioni di Becker 1993, pp. 24-27. Sulla scuola basti
ricordare le tre celebri I inglese, internet e impresa quale condensato ideologico (nel senso proprio
della formazione delle idee, non della manipolazione distorcente) della riforma della scuola italiana dalle
elementari alle superiori (riforma contemporanea a quella delluniversit).

In questo articolo prenderemo in considerazione interpretazioni e usi del concetto di General Intellect.
Organizziamo i discorsi sul lavoro contemporaneo in due orientamenti che si richiamano a Marx e al passo
dei Grundrisse di Marx. Non intendiamo patteggiare per luno o per laltro. Ognuno potr aderire al

discorso che ritiene pi corretto, riflettere su limiti, punti importanti o da sviluppare. Alla fine
assegneremo i nomi ai due discorsi.

Das Cyberkapitalismus 1
Articolo di Enzo Modugno, pubblicato su il manifesto il 15 luglio 2010.

Modugno sottolinea limportanza dellopera di Marx per capire la recente crisi economica, in particolare
alla luce della privatizzazione del sapere e della trasformazione delle universit in agenzie di
formazione dei lavoratori della conoscenza. In opposizione a coloro che ritengono le nuove pratiche di
lavoro immuni da rischi di alienazione, lautore si schiera con coloro che leggono le relazioni tra capitale e
lavoro ancora schiacciate sotto il peso dellalienazione e della sussunzione reale. Posta tale premessa,
come poter analizzare criticamente il modo di produzione del capitalismo cognitivo?

Modugno punta sulla lunga durata di eventi considerati nella loro continuit. Tornando a Lukacs, in cui
legge la prima critica delleconomia della conoscenza, afferma che unanalisi critica del capitalismo
cognitivo deve procedere con unanalisi critica del pensiero scientifico. Cita una frase da Storia e
coscienza di classe: La scienza un istituto del mondo borghese: con Lukacs emerge una critica della
scienza non basata sul pensiero irrazionale e spiritualistico. Secondo Modugno necessario ripartire da
qui, dalla critica del pensiero scientifico, per dimostrare come il pensiero scientifico si sia matematizzato,
ovvero reificato in processo automatico, e come, da questa prospettiva, le tecnologie realizzate nella
Silicon Valley non siano linizio di una nuova era, ma il punto darrivo dello sviluppo della scienza e della
tecnica.
La reificazione del pensiero scientifico trasforma processi meccanici in processi automatici: il lavoratore
mentale ridotto a una condizione di minorit,
trova un sapere gi formato, il suo contenuto sottratto alla sua esperienza.

Modugno parla di organizzazione cibernetico-tecnica della scienza:


Con lorganizzazione cibernetico-tecnica della scienza infatti il sapere diventato un algoritmo, si
reificato, si autonomizzato, si separato dalluomo che pensa, gli si contrapposto come ratio
estraniata, come mezzo di produzione e prodotto di un nuovo capitale che lo ha ridotto a lavoro mentale
salariato. ()
Un cybercapitale che passato dalla macchina per filare senza dita alla macchina per pensare senza
cervello, che dunque possiede la macchina dalla quale ha preso lavvio la produzione capitalistica di
conoscenze, che sono diventate la nuova ricchezza sociale, la nuova comunit che i knowledge workers
cercano di far propria e dalla quale invece vengono ingoiati,
e per questo si pu parlare di sussunzione reale. Il capitale delle grandi corporation ha prodotto

la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle macchine informatiche che ri-producono infinite volte
conoscenze di cui non sanno e non debbono sapere nulla, ne rovinerebbero loperativit, sarebbero un
fattore di disturbo nel calcolo cibernetico. ()
Un cybercapitale dunque che oggettiva nelle macchine ogni competenza dei lavoratori mentali, che ne
assorbe ogni virtuosit con un processo ininterrotto e con una rapidit senza precedenti, riducendoli alla
precariet, alla delocalizzazione, alla concorrenza mondiale tra lavoratori.

Modugno conclude:

Questo sapere insomma un istituto del mondo borghese e riprodurrebbe, come gi successo,
coazione e gerarchia. Proprio questo per potrebbe essere un indizio per il superamento dellattuale
forma dei rapporti di produzione, unindicazione per il che fare.
Das Cyberkapitalismus 2

Lautore sottolinea le differenze di questa posizione da due correnti marxiste: (i) coloro che considerano
la produzione di conoscenza unattivit parassitaria dei paesi imperialisti; (ii) coloro che ritengono i
lavoratori della conoscenza dotati di qualit e competenze non oggettivabili nelle macchine e non
misurabili col tempo di lavoro. Questi ultimi

considerano il cervello umano, cio la facolt di pensare e di parlare, come la vera macchina che produce
conoscenze, segni.

In particolare: sottolineano il carattere di eccedenza delle capacit umane di cooperare rispetto ai sistemi
e processi di disciplina e di controllo del capitale; affermano, riprendendo proprio il passo marxiano
sul General Intellect, la fine della legge del valore sulla quale si reggeva il capitalismo industriale.
Ritengono pertanto che il capitale

sia ridotto a puro dominio, un parassita che sopravvive con la sopraffazione e la violenza.
Introdotti i due orientamenti, vediamo alcune differenze fondamentali intorno ad alcuni concetti chiave:
(i) capitalismo cognitivo, (ii) lavoro, (iii) governo del capitale sul lavoro, (iv) fabbrica, (v) macchina.
Capitalismo cognitivo

Le differenze fra i due modi di pensare e analizzare il modo di produzione del capitalismo cognitivo
possono essere elaborate ragionando innanzitutto intorno al modo di rappresentare la conoscenza, e
quindi laspetto cognitivo del capitalismo.
Quando si parla di capitalismo cognitivo si intende sottolineare la componente politica nelleconomia. Le
funzioni del capitale prese in considerazione sono quelle di comando, governo, ma anche
di controllo,disciplina. Sono funzioni del capitale che agiscono sul lavoro. Il tratto politico delleconomia
consiste in ci: rapporto tra capitale e lavoro.
I due discorsi sul lavoro contemporaneo pongono questo problema in modi differenti.

Il primo discorso parla di sussunzione reale, di gerarchia, di sapere automatizzato e di lavoratori della
conoscenza ridotti alla condizione di operai massa (la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle
macchine informatiche di cui non sanno e non debbono sapere nulla).
Il secondo discorso afferma la fine della legge del valore e il ruolo parassitario che il capitale ricopre nei
confronti del lavoro: considera dunque il controllo del capitale sul lavoro non solo a livello disussunzione
reale ma anche di sussunzione formale parlando a volte di sussunzione totale a volte di sussunzione
biopolitica (v. Fumagalli 2007), di saperi condivisi che il capitale cerca di risucchiare, di riprodurre, sul
quale afferma di possedere diritti e ne rivendica la propriet (v. Roggero 2009).

Riguardo al concetto di eccedenza bisogna distinguere fra due prospettive, le quali non devono essere
necessariamente considerate opposte fra loro.

La prospettiva dello storicismo considera le eccedenze il prodotto scolastico e universitario del sistema di
welfare dellera fordista. Il processo di scolarizzazione di massa ha condotto alla rovina il sistema che lo
ha realizzato. Il sapere diffuso che va sotto il nome di General Intellect il risultato contemporaneo di
questo processo: pu avere il suo posto nella storia, dopo lepoca delloperaio di professione e quella
delloperaio massa (v. Vercellone 2006).
La prospettiva del naturalismo considera le eccedenze il risultato paradossale della profezia di Marx:
il General Intellect non ha condotto al comunismo, ma ha creato una sorta di comunismo dentro il nuovo
modo di produzione del capitalismo cognitivo. In questo quadro si parla di facolt naturali delluomo
messe a lavoro: linguaggio, comunicazione, pensiero, creativit, cooperazione sono qualit naturali
delluomo, che tutti posseggono e sulle quali cerca di mettere le mani il parassita-capitale. Questa
prospettiva non solo concorda circa la fine della legge del valore: in ragione del proprio naturalismo,
reclama labolizione del lavoro salariato e il reddito garantito per tutti (v. Virno 2001).

Lavoro
Dal capitale al lavoro. Nel rapporto politico, il capitale il polomaggioritario del governo e del controllo, il
lavoro il polo minoritariodella forza-lavoro e della potenza (dynamis). Maggioritario e minoritariosono
concetti di Deleuze: non sono la stessa cosa di maggioranza e minoranza. Si tratta di due concetti
qualitativi e non quantitativi. I lavoratori sono certamente una maggioranza rispetto alllite del grande
capitale, ma sono minoritari in quanto, nellambito dei rapporti di forze, risultano pi deboli e in
posizione di svantaggio (ma su questi concetti cfr. Deleuze e Guattari 1980).
Come i due discorsi rappresentano il lavoro contemporaneo?

Il primo sembra rimandare alla figura delloperaio massa, e quindi al concetto di forza-lavoro in Marx.
Il secondo, sia nella prospettiva storicista sia nella prospettivanaturalista, considera le eccedenze per le
loro qualit, per le loropotenze, in quanto le qualit sono potenziabili sia per formazione e autoformazione, sia per processi di condivisione dei saperi e di cooperazione. proprio questo carattere a
rendere non misurabile il lavoro cognitivo. La prospettiva naturalista ritiene non misurabili in alcun modo
le facolt naturali; la prospettiva storicista vede nei tentativi ergonomici e sperimentali un fallimento:
possibile misurare e calcolare le prestazioni fisiche al computer, ma non le prestazioni mentali, la
creazione e trasmissione di conoscenze. Per sottolineare questo punto, si cita spesso il concetto
di conoscenza tacita di Polanyi. Pi diffusamente, si parla non pi di forza-lavoro, ma di lavoro
vivo osapere vivo (v. Negri 2008b; Roggero 2009).

I due modi di rappresentare il lavoro possono essere facilmente visualizzati con le immagini
dellinformatico e di internet.

Il primo discorso considera illusoria lidea del lavoratore della Silicon Valley come giovane creativo, libero
e indipendente, sottolineando la riduzione a massacrante lavoro salariato anche peggio del lavoro
operaio dei dipendenti delle grandi corporation.
Il secondo discorso accetta questa tesi perch smonta la menzogna del lavoro creativo; prosegue
riflettendo sui processi di interazione in rete. Qui, infatti, trova la realt pi aderente alla
rappresentazione del capitale come parassita: non solo nelle battaglie contro il copyright, ma in
particolare nei meccanismi dei social network, del peer-to-peer e delfree software. Da un lato si pu
parlare di una cooperazione che il capitale pu catturare costringendo nelle proprie maglie o sfruttando gli
elementi che emergono da una discussione in rete; dallaltro lato, come accade nel free software, la
cooperazione del lavoro creativo procede per condivisione dei saperi, elaborando oggetti che entrano in
competizione con i prodotti del capitale, che danno fastidio al capitale (v. Rossiter 2006).
Governo del capitale sul lavoro

I rapporti politici tra capitale e lavoro possono essere sintetizzati nellimmagine del capitale che governa,
o cerca di governare, che controlla, o cerca di controllare, il lavoro. Di un capitale che fagocita il lavoro
alienandolo; di un capitale-parassita che rincorre e di un lavoro che fugge. Queste due rappresentazioni
possono essere messe in relazione a due modelli in sintesi della governamentalit di Foucault: modello
disciplinare e modello della sovranit.
Il modello disciplinare proprio della grande fabbrica dellindustria pesante, topos del fordismo. Questo
modello ripreso dal primo discorso, il quale parla di sussunzione reale, di alienazione del lavoro
mentale, di grandi corporation. La precarizzazione dei lavoratori della conoscenza e la reificazione del
pensiero scientifico nei processi automatici dellorganizzazione cibernetico-tecnica della scienza sono
considerati due processi di sviluppo, razionalizzazione, pianificazione del capitale. Il capitale usa i modelli
disciplinari anche per articolare il modo di produzione del capitalismo cognitivo.
Il secondo discorso usa termini presi dagli studi di Foucault qualibiopotere e biopolitica questultimo reinterpretato quasi come opposto del primo (v. Hardt e Negri 2002; Negri 2008b). Tuttavia non punta
allanalisi dei sistemi e dei processi di regolazione del lavoro, quanto allelaborazione teorica del discorso
sulle eccedenze (v. De Giorgi 2002). Il mercato del lavoro gi il prodotto autoritario e repressivo del
capitale-parassita. Il discorso muove, soprattutto sul piano teorico, in tuttaltra direzione. Non verso
lipotesi di un processo razionale, disciplinare del capitale, capace di riformulare la struttura gerarchica nel
nuovo modo di produzione (primo discorso), ma verso lipotesi di un capitale che a sua volta sempre pi
costretto allemergenza, alleccezione. Lo stato di eccezione non sarebbe tanto quello dello Statonazione, quanto quello del capitale, anche in virt dei rischi che ha auto-generato a livello finanziario.

La finanza una delle nuove e pi temibili armi di comando del capitale. Ma non affatto unarma facile
da usare come si potuto constatare con lesplosione dellattuale crisi. In questo senso non si tratta di
disciplinare il comportamento e le pratiche dei lavoratori della conoscenza, n di regolare il loro spazio di
azione, ma di produrre nello stesso tempo libert (la libert per es. dal posto fisso) e comando
(assoggettare le pensioni e anche i redditi alle fluttuazioni della finanza). La sovranit del capitale in
innumerevoli centri di potere della finanza e del mercato ma deve allo stesso tempo fare i conti con
le eccedenze che sfuggono alle maglie del suo controllo.
Fabbrica

In quale luogo possibile osservare i rapporti politici tra capitale e lavoro?


Ricollegandoci al punto precedente, si parlato della traduzione del modello disciplinare e della
riconfigurazione della struttura gerarchica come operazioni razionali nel nuovo modo di produzione del
capitalismo cognitivo. Il primo discorso privilegia come luogo di analisi la fabbrica: non solo le nuove
tecniche di organizzazione del lavoro nelle fabbriche, in particolare il modello Toyota, ma la societ intera
in quanto spazio dove si estende la fabbrica, fabbrica sociale. Tutta la societ diventa fabbrica
soprattutto la societ in rete. Luniversit, per esempio, unagenzia di formazione dei lavoratori della
conoscenza; ma anche una fabbrica, organizzata secondo principi simili al taylorismo, producendo
saperi alienanti. Il primo discorso parla di studente massa, di modello taylorista-fordista
delluniversit. In generale riprende il pensiero delloperaismo per lanalisi del capitalismo cognitivo (v. in
particolare Negri 2009).
Il secondo discorso considera la fabbrica parte di un tessuto pi complesso, in cui non c pi un centro
determinato come poteva accadere nellera fordista ma solo centri dindeterminazione. Questo tessuto
complesso e diffuso la metropoli (v. Negri 2008a). Non si tratta solo di considerare i grandi agglomerati
urbani: il modello della rete e delle connessioni permette di analizzare i collegamenti che sussistono tra
una cittadina di provincia in Italia e un centro daffari in Cina. Nella metropoli tutto connesso. Le
principali reti di connessione sono quelle finanziarie: una diminuzione di valore di azioni ad alto rischio in
California sar percepita pi in Giappone che nel Texas. La fabbrica dentro questa rete, non pi il
centro. La metropoli si muove, sposta incessantemente i suoi confini (v. Mezzadra 2008). Il metodo dei
confini pone il problema delluniversit, delle connessioni in cui le universit sono inserite, in modo
nuovo: non si pu pensare a questa rifacendosi semplicemente al modello della fabbrica. Nel secondo
discorso vi , se non un superamento, almeno una problematizzazione della riflessione operaista sulla
societ.

Macchina
Il rapporto tra processi capitalistici e processi tecnico-scientifici pu essere considerato osservando
larticolazione tra rapporti di potere (capitale e lavoro) e rapporti di sapere (scienza e tecnica). Entrambi i
discorsi adoperano lespressione ideologia nel senso comune di menzogna verbale che ricopre la realt
dei fatti non-verbale. Per attenerci al modo in cui parlano di ci che abbiamo chiamato rapporti di
sapere conviene descrivere questi a livello dei rapporti politici, come una freccia che muove dal capitale
verso il lavoro (primo discorso) e come una freccia bi-direzionale (secondo discorso). In questo modo i
rapporti di sapere possono essere valutati nel luogo dellorganizzazione disciplinare del lavoro e della
tensione tra sovranit ed eccedenze. Rappresentiamo entrambi i processi per mezzo delle macchine.
Secondo il primo discorso, lorganizzazione cibernetico-tecnica della scienza asservisce luomo alla
macchina. Si tratta del tratto repressivo del modello disciplinare proprio della fabbrica. La macchina, sia
le macchine cibernetiche con il loro algoritmi, sia la macchina del capitale, fagocita luomo: non solo la
forza-lavoro che lavora nelle fabbriche, ma anche quella impiegata nelle nuove mansioni.
Per il secondo discorso le nuove tecnologie informatiche sono il prodotto di una tensione tra sviluppo
militare e linee di fuga dieccedenze cognitive, passate per le pratiche di resistenza. La macchina non
asservisce luomo perch non completamente sotto il controllo del capitale. Vi sono forme di
assoggettamento in lavoro morto come quelle degli informatici impiegati nelle grandi corporation e
forme di soggettivazione del lavoro vivo come quelle delle soggettivit cooperanti e che condividono i
saperi, per esempio per lo sviluppo delfree software.
I nomi dei due discorsi

I due discorsi sono totalmente distinti o vi qualche punto dintersezione? Ne abbiamo riscontrato uno
analizzando la rappresentazione del lavoro informatico. Ma si tratta di una concordanza nellargomento
critico verso un discorso esterno, il discorso sul lavoro creativo. Sembrerebbe dunque che tra i due
discorsi ci siano delle differenze che non si possono annullare sul piano empirico modo di osservare i
rapporti tra capitale e lavoro, definizione del luogo privilegiato dosservazione, definizione delloggetto
danalisi, ecc. e sul piano teorico modo di rappresentare e descrivere questi rapporti.

Ma i due discorsi hanno due punti in comune. Il primo lo troviamo sul piano epistemologico ed quello da
cui siamo partiti: Marx, la rilettura di Marx per analizzare il modo di produzione del capitalismo cognitivo.
Si potrebbe al pi, forse, trovare una differenza: il primo discorso predilige Il Capitale, il secondo discorso
i Grundrisse.

Il secondo punto in comune lo troviamo considerando il problema operativo della costruzione del discorso.
Come organizzare le conoscenze, come collegare letture marxiste e nuovi problemi sociali, economici,
politici? Come elaborare il problema della conoscenza dei nuovi processi capitalistici che agiscono sulle
conoscenze? A quali figure, a quali modi di rappresentazione si pu attingere per costruire il discorso sul
lavoro contemporaneo? Si tratta infatti di un discorso che deve saper analizzare il lavoro contemporaneo
per capire i possibili eventi futuri, in particolare al fine di organizzare la resistenza politica (il che fare,
come scrive Modugno).
Credo che questo punto in comune sia la letteratura cyberpunk. Non si tratta solo di citazioni di passi di
romanzi o di racconti, dellantologia politica di inizi anni Novanta a cura di Scelsi, nemmeno di un
immaginario in comune. La letteratura cyberpunk penetra il discorso sul lavoro contemporaneo ora in
modo pi vistoso (cfr. descrizione di Berardi Bifo su psicofarmaci e millenium bug in Berardi 2004) ora in
modo convenzionale (per esempio, la letteratura sullhacker), ora in modo silenzioso.

Questultima forse la modalit pi interessante. Il cyberpunk, infatti, non solo evoluzione della
fantascienza, fantapolitica, nuova letteratura psichedelica, immaginario post-organico del cyborg; da
unaltra prospettiva, il cyberpunk la risposta in campo letterario al nuovo paradigma cognitivo della
scienza. Si potrebbe prendere il campo letterario del cyberpunk, analizzare i differenti e molteplici modi di
vedere il mondo, valutare il ruolo che giocano il cervello e il rapporto mente-corpo (mind-body problem)
in tali rappresentazioni immaginifiche e futuristiche. Cervello, mente-corpo, neuroni, sistema nervoso,
vari termini specialistici, anche quelli che indicano le psico-droghe, sono parole chiave di questi romanzi.
Allo stesso modo, il discorso sul lavoro contemporaneo deve affrontare il problema del
paradigma cognitivo nel nuovo modo di produzione capitalistico. La letteratura cyberpunk non offre solo
quadri immaginari di battaglie nello spazio virtuale e pratiche di resistenza, ma innanzitutto un nuovo
modo di pensare e costruire il discorso sul lavoro.
Questultima riflessione ci permette di assegnare i nomi ai due discorsi, nomi che esprimono le differenze
teoriche ed empiriche e il punto in comune e differenziale sul piano operativo.
Il primo discorso il discorso sul Grande Cervello. Il Grande Cervello la macchina che fagocita luomo,
cervello artificiale che elabora conoscenze senza bisogno del pensiero dei fallibili cervelli umani; il
capitale che procede alla razionalizzazione, attraverso lalienazione, lasussunzione reale, la riduzione dei
lavoratori della conoscenza a precari (lavoratore della conoscenza espressione simile a operaio
metallurgico); il sistema disciplinare centrale che organizza lo spazio di produzione, la fabbrica reale e la
fabbrica sociale, riproducendo le sistemazioni funzionali e gerarchiche.
Il secondo discorso il discorso sui cervelli comunicanti o sciame di intelletti. Le eccedenze producono
conoscenze, condividono saperi che il capitale-parassita cerca, come un pidocchio, di succhiare. Ma le
conoscenze sono di chi le produce e le riproduce attraverso processi di cooperazione. Il capitale non
un Grande Cervello perch non esiste un centro: lo spazio in cui si vive la metropoli, disseminazione di
centri di potere che hanno volti e vesti diversi. Sono come degli avatar che possono cambiare di continuo,
possono essere anche loro dei cervelli ma con i pidocchi. Rincorrono i cervelli in fuga, si appropriano o
riproducono impropriamente i saperi vivi, creano spazi di libert per le stesse attivit del lavoro vivo. Il
capitale opera lontano, come avviene nei processi finanziari, o dappertutto, come nello spazio virtuale.
Del resto questa disseminazione dei centri di potere e delle forze di controllo che contraddistingue
lattuale societ del controllo (v. De Giorgi 2002).
Il primo discorso legge ancora 1984 di George Orwell, esempio di modello disciplinare. Ma rimanda a pi
recenti opere letterarie, come il racconto Occhi di serpente di Tom Maddox.
Il secondo discorso fedele a William Gibson, il racconto La notte che bruciammo Chrome e il
celebre Neuromante.
Il primo discorso sembra rimandare a un paradigma cognitivo legato a Chomsky, agli studi
sullIntelligenza Artificiale intrecciati con la cibernetica e la macchina di Turing, a un certo funzionalismo.
Il secondo discorso muove verso la neurofenomenologia, a partire dal concetto di enazione, in base al
quale si complica il problema dellessere nel mondo e si introduce la fortunata categoria
diembodiment (azione incarnata), ma in riferimento anche agli studi delle neuroscienze sui neuroni (v.
Hardt e Negri 2004).
Berardi, F., 2004, Il sapiente, il mercante, il guerriero. Dal rifiuto del lavoro allemergere del cognitariato, Roma, Derive
Approdi

De Giorgi, A., 2002, Il governo delleccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine, Verona, Ombre Corte

Deleuze, G., Guattari, F., 1980, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrnie, Paris, Les Editions de Minuit, trad. it. Mille piani.
Capitalismo e schizophrenia, Roma, Castelvecchi, 2003

Fumagalli, A., 2007, Bioeconomia e capitalismo e cognitivo, Roma, Carocci

Hardt, M., Negri, A., 2002, Impero, Milano, Rizzoli

Hardt, M., Negri, A., 2004, Moltitudine, Milano, Rizzoli

Mezzadra, S., 2008, La condizione postcoloniale, Verona, Ombre Corte

Negri, A., 2008a, Dalla fabbrica alla metropoli, Roma, Datanews

Negri, A., 2008b, La fabbrica di porcellana, Milano, Feltrinelli

Negri, A., 2009, Dalloperaio massa alloperaio sociale, Verona, Ombre corte

Roggero, G., 2009, La produzione del sapere vivo, Verona, Ombre corte

Rossiter, N., 2006, Organized networks. Media theory, creative labour, new institutions, Rotterdam, NA, trad. it. Reti
organizzate. Teoria dei media, lavoro creativo e nuove istituzioni, Roma, Manifestolibri, 2009

Vercellone, C., 2006, Elementi per una lettura marxiana dellipotesi del capitalismo cognitivo, in C. Vercellone (a cura di), Il
capitalismo cognitivo, Roma, Manifesto libri, 2006, pp. 39-58

Virno, P., 2001, Grammatica della moltitudine, Roma, Derive Approdi

Questa parte prende spunto dalle analisi foucaultiane sulla disciplina, le quali reperiscono alcune tecniche
che si sono generalizzate tra le istituzioni disciplinari. A noi interessano le tecniche della fabbrica come
sistema disciplinare del lavoro. Dal saggio di Foucault traiamo una griglia (con qualche spostamento che
motiveremo) per analizzare la forma-fabbrica. Tali tecniche, infatti, definiscono le condizioni di
spazializzazione, temporalizzazione e attorializzazione del lavoro: questo ci permette di ri-costruire
limmagine del lavoro operaio nel sistema disciplinare.

Ogni presentazione si conclude con la messa in scena della fabbrica come campo di battaglia[1] nel
caso delle tecniche disciplinari che agiscono sullattore si svolger la presentazione nella prima voce: ci
perch le tecniche sullattore procedono per articolazione dei dettagli, mentre il dispiegarsi di un
problema politico si svolge, al contrario, per sintesi della condizione operaia. Tutto ci ci permette di dare
un quadro pi complesso dellimmagine del lavoro operaio.

La coordinata dello spazio si divide nelle quattro voci che Foucault presenta come tecniche disciplinari per
la ripartizione degli individui nello spazio[2]: clausura, quadrillage, ubicazione funzionale, rango. Ciascuna
voce verr meglio definita nelle successive singole presentazioni. Tali tecniche possono essere considerate
secondo una scala dintensificazione dei processi di sistematizzazione: la clausura come la delimitazione
di uno spazio chiuso, dunque dei suoi confini; la quadrettatura come organizzazione e divisione dello
spazio chiuso; lubicazione funzionale come specificazione dei singoli settori e articolazione tra i singoli
settori; il rango come la gerarchizzazione dello spazio chiuso articolato.
La coordinata del tempo si divide in quattro voci: specificazione,divisione, organizzazione, prescrizione. La
prima voce costruita per isomorfismo alla clausura. Delle altre tre voci Foucault ne parla nel paragrafo
intitolato Lorganizzazione della genesi[3]. Da questo elenco escludiamo il terzo punto, sulla
finalizzazione: si tratta di una voce concernente lacquisizione di competenze, coerente con lesposizione
delle altre tecniche nel paragrafo suddetto in quanto gli esempi riportati riguardano soprattutto lambito
scolastico. Riporteremo questa voce nella terza coordinata. Anche le tecniche di disciplinamento
convergenti sulla temporalizzazione possono essere considerate secondo una scala dintensificazione dei
processi di sistematizzazione: la specificazione di un preciso intervallo temporale nellarco del tempo di
vita o del tempo quotidiano; la divisione del tempo di produzione e la sua ripartizione in segmenti
temporali predefiniti; lorganizzazione del tempo di produzione in tempi di lavoro cronometrati e
concatenati; la prescrizione di ciascun individuo, sulla base di criteri di valorizzazione e misurazione, nella
fase di selezione, addestramento ed esecuzione.
La coordinata attoriale si suddivide in sette voci: ruolo tematico,finalizzazione, impiego del
tempo, elaborazione temporale dellatto,correlazione corpo e gesto, articolazione corpo e
oggetto, utilizzazione esaustiva. La prima voce isomorfa alla specificazione e alla clausura. La seconda
voce riguarda la destinazione dopo lesame di verifica e lacquisizione delle competenze. Delle altre cinque
voci, Foucault ne parla nel paragrafo intitolato Il controllo delle attivit[4]. Anche in questo caso si pu
introdurre una scala dintensificazione dei processi di sistematizzazione: la fissazione del ruolo tematico
dellattore; la fase di finalizzazione come quella di costruzione del soggetto dotato di certe competenze in
vista della sua destinazione duso; limpiego del tempo come fase di assegnazione di una mansione;
lelaborazione temporale dellatto come specificazione delle condizioni per eseguire la suddetta mansione;
la correlazione corpo e gesto come la prescrizione del modo di compiere la mansione; larticolazione
corpo e oggetto come la prescrizione di quali parti del corpo adoperare e su quali parti delloggetto
operare; lutilizzazione esaustiva come ottimizzazione in efficacia e rapidit dei tempi e dei modi di
svolgimento della mansione.

Con lelaborazione di questa griglia intendo definire in potenza alcuni tratti del sistema disciplinare.
Ciascuno di questi tratti nomina uno specifico processo di sistematizzazione o di codificazione. Non si
tratta di processi isolati, ma di un reticolo di processi che determina la forma-fabbrica, che immanente
alla fabbrica reale.

La direzione capitalistica () quanto alla forma dispotica. Questo dispotismo sviluppa poi le sue forme
peculiari a mano mano che la cooperazione si sviluppa su scala maggiore.[5]

Ci che segue pu essere considerato un tentativo di approfondimento di questo frammento marxiano.


Spazio. Clausura.

Foucault definisce la clausura come la specificazione di un luogo eterogeneo rispetto a tutti gli altri e
chiuso su se stesso[6]. Nel XVIII secolo, lo spazio delle manifatture, e poi quello dellofficina, comporta
un cambiamento di scala e un nuovo tipo di controllo rispetto ai laboratori. Si definiscono i regolamenti
(enunciati propri della forma del contenuto), che riguardano soprattutto il controllo dei confini confini
spaziali, confini temporali.
I confini spaziali definiscono innanzitutto unopposizione spazio dentro / spazio fuori. Ovvero
limportanza dei cancelli della fabbrica, i rigidi regolamenti che non consentono lingresso ad estranei, la
presenza di un guardiano nel punto di accesso. Tale tecnica disciplinare pu corrispondere alla procedura
della localizzazione spaziale[7]. La prima grande opposizione che coinvolge la fabbrica, la pi indagata in
letteratura, quella fabbrica / campagna. La fabbrica come spazio di riferimento, spazio topico,

isolata, estranea, anche rispetto alla citt, o al paese. La fabbrica, vista da fuori, spazio estraneo:
indifferente, immobile, chiusa, ci che accade dentro pu essere solo udito, ma ci che costituisce lo
spazio adiacente, immediatamente fuori della fabbrica, pu essere considerato solo paesaggio, sfondo,
rispetto alla fabbrica.

Spazio estraneo, lo spazio topico si articola in spazio utopico, luogo delle performanze, e spazio
paratopico, luogo di acquisizione o verifica delle competenze. Per accedere al lavoro in fabbrica, bisogna
innanzitutto superare una prova qualificante: per esempio test attitudinale, prova manuale, intervista con
lo psicologo. La verifica consiste in una prova fisica, di resistenza e di forza. Ma lapprendistato prosegue
nel luogo delle performanze, acquisizione pratica dellecompetenze con la prova principale, necessaria per
far aderire i tempi e i gesti individuali al programma narrativo prefisso. La fabbrica innanzitutto sede
dello svolgimento di mansioni, luogo delle performanze.
Lo spazio della fabbrica suddiviso tra reparti di produzione, uffici amministrativi, infermeria, biblioteca.
Vi un regolamento da rispettare nello spazio di lavoro per esempio lobbligo di indossare la tuta ma
anche nello spazio di ricreazione.

La chiusura dellambiente di lavoro permette di concentrare tutte le forze di produzione in un unico spazio
che richiede ulteriore articolazione definisce la condizione prima per il controllo dellesecuzione delle
mansioni in cui si suddivide lattivit produttiva. Tutto ci finalizzato a ottenere il massimo vantaggio, il
pi elevato rendimento possibile. Ma la clausura e i regolamenti sono le prime condizioni per evitare furti
e manomissioni di macchinari, interruzioni delle attivit e agitazioni sul posto di lavoro, passando per un
irrigidimento dello spazio di lavoro: lasciate ogni speranza, voi che entrate.

Lantagonismo alla clausura prospetta ci che con Hirschman possiamo chiamare funzione-voce[8]. Una
protesta che si raccoglie e prende corpo corpo collettivo fuori dei cancelli della fabbrica. Ci si riunisce
per lo sciopero fuori dalla fabbrica, si organizzano i picchetti per non far entrare nessuno. Spazio zero e
punto di raccolta e di partenza per il corteo che prosegue verso le arterie stradali e verso i centri abitati:
portare la protesta fuori dalla fabbrica, nelle strade e nella citt, ma mirando a dei punti strategici per
esempio portare la protesta sotto gli uffici dei dirigenti aziendali. Uscire dalla fabbrica, portare la protesta
fuori della fabbrica, significa ricostituire il collegamento tra fabbrica e citt, ricomporre la linea di
connessione tra lo spazio estraneo e lo spazio sociale pi familiare. Ma pu anche voler dire, pi
radicalmente, desiderare lesodo dalla fabbrica, organizzare una forza di esodo, individuale o collettiva,
rifiutando il destino di una vita operaia, costretta allalienazione e allo sfruttamento del lavoro nello spazio
estraneo della fabbrica[9].
Spazio. Quadrillage.

Foucault definisce la quadrettatura come un principio di localizzazione elementare (). Ad ogni individuo,
il suo posto; ed in ogni posto il suo individuo. () Lo spazio disciplinare tende a dividersi in altrettante
particelle quanti sono i corpi o gli elementi da ripartire[10]. Divisione dello spazio chiuso e specificazione
dei singoli settori, operazione di parcellizzazione. Il procedimento rimanda alla suddivisione del convento
in celle, ma nello spazio di produzione a ogni cella attribuita una specifica funzione, in rapporto alla
divisione del processo di produzione. Lo spazio chiuso risulta ulteriormente articolato in pi piccoli luoghi
chiusi, ciascuno eterogeneo e collegato agli altri lungo la linea di produzione. Tale tecnica disciplinare pu
corrispondere a una fase pi specifica della localizzazione spaziale: non pi lopposizione tra lo spazio
interno e lo spazio esterno, non pi la delimitazione dello spazio, ma una fase di organizzazione spaziale
pi o meno autonoma che serve da cornice per linscrizione dei programmi narrativi e delle loro
concatenazioni[11]. A tale riguardo si possono distinguere il raggio di azione e di focalizzazione
delloperaio rispetto allimpiegato addetto alla selezione del personale: il primo agisce allinterno del suo
quadrato, il secondo effettua sopralluoghi e controlli in ogni porzione di spazio. Questultimo deve vedere
e conoscere tutti i luoghi in cui si articola il processo di produzione: lofficina, disposta a croce, divisa tra
lo spazio dei torni automatici e lo spazio delle presse e delle fresatrici, poi la zona della verniciatura, la
zona dei forni, dellagganciatura

Loperaio pu conoscere la divisione dello spazio interno, ma non aver mai visitato tutte le porzioni di
spazio. Il che non significa che loperaio non conosce ci che produce lo stabilimento nel quale lavora, n
quali siano le fasi di lavorazione, ma che pu non aver mai osservato lattivit che si svolge in altri luoghi
che non siano quelli nei quali questi ha lavorato e lavora. Ci perch la porzione di spazio in cui ciascuno
deve svolgere la propria mansione deve essere il pi rigidamente possibile disciplinato.
La quadrettatura procede evitando le grandi distribuzioni, componendo lattivit in porzioni pi piccole e
unitarie possibili. Ci permette di sorvegliare meglio loperato del singolo lavoratore, controllare nel
dettaglio ogni fase di lavorazione proprio perch articolata nei minimi termini, apprezzare e sanzionare la
condotta, misurare qualit e meriti. La quadrettatura consente, inoltre, di instaurare le comunicazioni utili
e interrompere le altre il che vale soprattutto in relazione al ruolo svolto dal caporeparto. Da ci la
possibilit di valutare i lavori che sono da donne, quelli pi di fatica e quelli che richiedono una certa
abilit: la gerarchizzazione delle mansioni da compiere presuppone come vedremo la conoscenza
delle operazioni fin nei minimi dettagli.
Il quadrillage la prima e pi importante fase di articolazione, organizzazione, pianificazione dello spazio
chiuso della fabbrica in uno spazio architettonico. Rompere il quadrillage significa spezzare le catene
disciplinari che tengono ciascun operaio isolato dagli altri nel suo settore, ciascun settore isolato dagli altri
settori, ecc. Per rompere il reticolo dei quadrati necessario lattraversamento di una linea trasversale.
Abbandonare il proprio posto, attraversare le linee di produzione, fare assemblee spontanee allinterno
della fabbrica, sono azioni di rottura della quadrettatura senza le quali non sarebbe possibile il blocco
delle linee di produzione e il costituirsi di una lotta spontanea dallinterno della fabbrica stessa.

Spazio. Ubicazione funzionale.


Tale tecnica consiste nellorganizzazione dello spazio architettonico in spazio funzionale attraverso la
determinazione dei diversi luoghi ritagliati e larticolazione delle porzioni di spazio ripartite. Si tratta di
distribuire gli individui in uno spazio dove si possa isolarli e reperirli, ma anche di articolare questa
distribuzione su un apparato di produzione che ha esigenze proprie. Bisogna collegare la distribuzione dei
corpi, la sistemazione spaziale dellapparato di produzione e le diverse forme di attivit nella distribuzione
dei posti[12]. Il processo di produzione diviso in reparti, il processo di lavoro si articola, per ciascun
reparto, in fasi predefinite. Si tratta della fase di programmazione spaziale: messa in correlazione dei
comportamenti programmati dei soggetti con gli spazi segmentati ai quali quei soggetti sono adibiti; ma
si tratta di una programmazione funzionale in quanto mirata allottimizzazione dellorganizzazione
spaziale in funzione di programmi narrativi stereotipi[13], ovvero alladeguamento dellindividuo al posto
cui viene assegnato, e selezione del posto in funzione delle attitudini acquisite o verificate dellindividuo.
Tutto ci pone un problema di allenamento e adattamento delle capacit individuali al programma
prefisso.

A ogni posto corrispondono delle operazioni precise. Tutto ci sembra essere funzionale al controllo
dellapplicazione delloperaio, al controllo della qualit del lavoro, al confronto tra operai e alla
classificazione secondo abilit. Ma ci che viene osservata e valutata lespressione della forza-lavoro:
alla ripartizione del processo di produzione in porzioni di spazio segue la scomposizione del processo di
lavorazione nel singolo posto in variabili che la forza del lavoro esprime efficienza, costanza, rapidit,
abilit, ecc. Su questi dati si esercita il sapere tecnico, il cui fine sia lottimizzazione dei modi produttivi
sia il miglioramento delle tecniche di selezione e rilevamento della forza-lavoro rispetto al programma
stereotipo del posto di lavoro.

Tuttavia lubicazione funzionale non si esercita solo riguardo allimpiego della singola forza-lavoro, ma
rispetto al suo collocamento nel processo di produzione articolato. Tale procedura organizza la
concatenazione sintagmatica degli spazi parziali[14]. Ci comporta la necessit di collegare i diversi
reparti. In questo modo si definisce spazialmente la catena di montaggio.

La misura della rapidit di esecuzione della mansione deriva dalla velocit prefissa di trasporto e di
terminazione del prodotto lungo la catena di montaggio. Lubicazione funzionale presuppone
lorganizzazione del processo di produzione, la quadrettatura. Da questo principio deriva lesercizio della
funzione di potere, la correlazione stretta tra lubicazione funzionale (programmazione spaziale funzionale
e catena di montaggio) e lorganizzazione del tempo di lavoro (programmazione temporale e tempi di
lavorazione). In primo luogo il controllo del singolo e delle sue operazioni per cui loperaio deve

rispettare i tempi di lavoro. Non solo un controllo esercitato da unistanza superiore, ma una forma di
auto-controllo, di auto-disciplinamento. In secondo luogo una sorta di controllo incrociato. Alla
ricomposizione delle porzioni di spazio nel processo di produzione pu accompagnarsi anche una
ripartizione e distribuzione dei rapporti di forze: controllo tecnico, auto-controllo, controllo incrociato.
Queste funzioni del potere non potrebbero esercitarsi senza passare per delle relazioni di sapere:
questultima che escogita i metodi per migliorare le tecniche di rilevamento della qualit del singolo lavoro
operaio.
Se lubicazione funzionale presuppone la quadrettatura, allora la rottura di questultima per
attraversamento trasversale delle linee di produzione finalizzata al blocco della catena di montaggio. Ma
il sabotaggio pu anche avvenire indipendentemente dalla rottura della quadrettatura, con
lautolimitazione della singola quota di produzione.
Spazio. Rango.

Con rango Foucault intende il posto occupato in una classificazione[15]. Lo spazio funzionale uno
spazio gerarchico, la classificazione tra le porzioni di spazio implica una distinzione che pu avvenire
secondo griglie differenti. La gerarchia designa relazioni di ordine superiore e inferiore che di ordine
assiologico. Alla base delle procedure di gerarchizzazione vi un sistema di valori: pu trattarsi di un
sistema di valori la cui applicazione omogenea per tutta la superficie della fabbrica, o di diversi sistemi
di valori che conducono allelaborazione di differenti gerarchie interne.

Tutto dipende dal metro di misurazione adottato: classificazione del posto di lavoro o del soggetto che
occupa tale spazio. Si istituisce una distinzione rispetto alla qualit del posto di lavoro, tra lavoro non
meccanico, di fatica, e lavoro meccanico, di precisione. Unaltra distinzione tra lavoro da uomini e lavoro
da donne.

Si tratta di piccole gerarchie interne, associabili alle gerarchie funzionali: quelle tra impiegati e operai, tra
capireparto e addetti, tra operai specializzati e operai non specializzati (operai-massa). Una gerarchia
stabile nelle posizioni, che si definisce in base a criteri quali il compenso monetario, la bilancia di premi e
multe. Non una gerarchia fissa, ma mobile: verso lalto promozione e verso il basso degradazione.

La struttura gerarchica non funzionale solo allesercizio del potere: funzionale anche allesercizio del
sapere. La gerarchia non serve solo a conservare i grandi rapporti di potere, ma anche a organizzare
leconomia della struttura mediante un sistema di premi e multe, di promozioni e di esami. Come si
visto nel caso del controllo incrociato, la grande gerarchia si distribuisce e regge su una molteplicit di
rapporti di forze, che passa soprattutto per le differenze salariali. Per questo la lotta contro lo spazio
gerarchico innanzitutto una lotta contro le distinzioni interne, tra categorie di operai. Ci, come
vedremo in seguito, ha un fine preciso: listituzione di un processo di attorializzazione integrale dei
soggetti in lotta.

De Certeau, M., 1980, Linvention du quotidien. I. Arts de faire, Paris, URGE, trad. it. Linvenzione del quotidiano, Roma,
Edizioni Lavoro, 2001.

Deleuze, G., 1986, Foucault, Paris, Les Editions de Minuit, trad. it.,Foucault, Napoli, Cronopio, 2002.

Foucault, M., 1975, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Paris, Gallimard, trad. it. Sorvegliare e punire. Nascita della
prigione, Torino, Einaudi, 2006.

Greimas, A.J., e Courts, J., 1979, Smiotique. Dictionnaire raisonn de la thorie du langage, Paris, Hachette, trad.
it. Semiotica. Dizionario ragionato della teoria del linguaggio, Firenze, Casa Usher, 1986.

Hirschman, A.O., 1970, Exit, voice and loyalty: responses to decline in firms, organizations and states, Cambridge, Harvard
University Press, trad. it. Lealt, defezione, protesta, Milano, Bompiani, 1982.

Negri, A., 2008, Lavoro produttivo e improduttivo, in AA.VV., 2008,Lessico Marxiano, Roma, Manifesto Libri, 2008, pp. 117136.

Russo, A., 2006, Pratiche di resistenza, in AA.VV., Lessico di biopolitica, Roma, Manifesto Libri, 2006, pp. 238-243.

Virno, P., 2002, Esercizi di esodo: linguaggio e azione politica, Verona, Ombre Corte.

[1]Secondo Foucault, le resistenze si costituiscono insieme ai rapporti di potere, e non esternamente.


questo un punto molto importante: i rapporti di potere e le relazioni di sapere coesistono con queste
resistenze, in qualche modo devono tenerne conto; le resistenze sono soggette a processi di
sistematizzazione partiti, sindacati, organizzazioni militanti. Quindi i dispositivi disciplinari non possono
contenere tutte le forze, addomesticarle e reprimerle. C sempre qualcosa che sfugge, o che si ritorce
contro. Si veda il celebre epilogo di Foucault 1975 e Deleuze 1986, p. 99. Per una lettura critica di questi
aspetti: Russo 2006. Riguardo a questo punto si pu tenere conto anche del concetto di tattica, opposto
a quello di strategia di De Certeau (1980, pp. 71-79).
[9] Paolo Virno descrive lesodo come la fuoriuscita di una moltitudine non organizzata dalla societ
disciplinare del lavoro, via di fuga verso nuovi stili di vita, ma a partire da un nuovo processo di
attorializzazione capaci di una trasformazione radicale dellesistente e del presente (Virno 2002, p. 56).

Dalla societ disciplinare alla societ di controllo. Questa formula attrae e infastidisce numerosi addetti ai
lavori. Ma cosa vuol dire? Cercheremo di indagare questo problema. Si tratta, infatti, di una questione
che, per motivi che si possono facilmente immaginare (e pensare), intrecciata ai problemi che abbiamo
avanzato sul General Intellect, e sui quali ritorneremo. Ci sembra, infatti, che la questione sia stata per lo
pi posta in modo poco rigoroso. Possediamo una traccia, che lo stesso Foucault ci fornisce in Sicurezza,
territorio, popolazione quando accenna al passaggio dalla societ di sovranit alla societ disciplinare: il
problema non si pone in termini di sostituzione (su questo punto si veda ancheBisogna difendere la
societ). Ma, dunque: come agiscono i sistemi disciplinari? Come fabbricano soggetti? Come pu avvenire
una lotta contro i sistemi disciplinari? Come fare di un luogo disciplinare un campo di battaglia? Che cosa
accaduto? (le tre novelle).
Il modello disciplinare ci sembra proprio della fabbrica, intesa non come singolo luogo di produzione, ma
come sistema disciplinare del lavoro. Consideriamo la seguente definizione che Foucault d delle
discipline:

una coercizione ininterrotta, costante, che veglia sui processi dellattivit piuttosto che sul suo risultato e
si esercita secondo una codificazione che suddivide in rigidi settori il tempo, lo spazio, i movimenti.
Metodi che permettono il controllo minuzioso delle operazioni del corpo, che assicurano lassoggettamento
costante delle sue forze ed impongono loro un rapporto di docilit-utilit: questo che possiamo
chiamare le discipline.[1]
Conviene sottolineare alcuni punti: il sistema disciplinare concerne le attivit, le attivit in quanto
processo che deve giungere a determinati risultati, risultati che sono per la maggior parte pre-stabiliti. Si
tratta dunque di un sistema caratterizzato dalla modalit del dover-fare. Ma questo sistema agisce sulle
azioni nei modi che possiamo considerare come dei processi di sistematizzazione. Tali processi possono
essere considerati secondo specifiche procedure di messa in relazione asimmetrica rispetto ai corpi
assoggettati, pratiche di assoggettamento: innanzitutto la modalit del sorvegliare, ovvero quella
del controllare, di un controllo che deve essere minuzioso, dunque innanzitutto di un vedere. Si tratta
della prima articolazione della modalit del sapere. Ma, contemporaneamente, per via del vedere e della
produzione di saperi secondo larticolazione del parlare, si attualizzano quelle che Deleuze, in una delle
sue letture di Foucault, chiama categorie di affezione del potere[2]: controllare e sorvegliare nel
senso di governare, quindi come categorie delpotere. Sapere e potere come un solo universo
coercitivo.
Sapere e potere sono modalit delle pratiche disciplinari che determinano lassoggettamento dei corpi
in una funzione dalla doppia articolazione di docilit e utilit secondo determinati processi di
sistematizzazione. Questultimi si realizzano come delle codificazioni, organizzazione precisa e
formalizzata nei dettagli, dello spazio, del tempo e dei movimenti o dei gesti. Le discipline esibiscono
una messa in scena del dover-fare, allestiscono una ribalta teatrale ben distinta dalla platea: non si
tratta solo di unanalogia (come ben sapeva il teatro davanguardia degli anni Sessanta-Settanta), perch
qui che si deve cogliere il problema della rappresentazione dellelaborazione disciplinare, di ci che
esposto attraverso limposizione di pratiche di assoggettamento. Cos per esempio ilpanopticon allestisce
un teatro di silhouette, che anche un cinema di figure in campo, intercorrendo una qualche relazione
con gli intrattenimenti del XIX secolo, come i panorama[3].

Ci sembra implicare un preciso punto di osservazione-focalizzazione: la torre mobile al centro di una


struttura poligonale, il tutto organizzato secondo precise istruzioni, per esempio, per svolgere la funzione
del vedere senza essere visti. Ma non questo il solo punto di vista possibile. Nel film di King Vidor, The
crowd, linquadratura dello spazio dellufficio data da un plonge, sebbene non puramente verticale, ma
che traccia una diagonale secondo una certa ampiezza dangolo, in modo da non perdere di vista i posti
alle estremit dello spazio chiuso omogeneo. Il punto di vista dallalto quello della postazione
dellingegnere nello spazio della fabbrica. Innanzitutto, dunque, bisogna considerare il punto in cui si
installa listanza di osservazione-focalizzazione. Ci comporta una determinata aspettualizzazione dello
spazio e del tempo, ma ancora in termini generali. Nella fabbrica la sorveglianza agisce anche dal basso,
per esempio per mezzo dei capireparto, sulla singola macchina o sul singolo operaio al lavoro. Non si
tratta solo di considerare la modalit del potere, perch il controllo nei minimi dettagli dei gesti
delloperaio fondamentale per affinare il sapere tecnico, concentrarsi su punti precisi al fine di migliorare
in efficienza il lavoro, di ottimizzare i tempi attraverso uno studio dei modi di muoversi del corpo e delle
funzioni esercitate. In questo senso si parla di codificazione dei movimenti, di articolazione del corpo
assoggettato nelle funzioni di docilit-utilit. In questi casi, inoltre, i processi di sistematizzazione si
definiscono in quanto processi di attorializzazione, e quindi di resa pi specifica, in relazione a tali
processi, dello spazio e del tempo.
1

Unanalisi semiotica del sistema disciplinare richiede innanzitutto una breve riflessione sul problema del
modo epistemologico di preparare lanalisi. Il problema pu essere esposto nel modo seguente: non ci
interessa analizzare una fabbrica in particolare, bens la fabbrica come sistema disciplinare del lavoro,
secondo processi di sistematizzazione suscettibili di riterritorializzazione su altri luoghi di lavoro come si
visto nel caso del lavoro dufficio; ci interessa limmagine che del lavoro si fa una determinata epoca, in
particolare limmagine costruita da una certa letteratura, il campo di immagini allestito da certe pratiche
letterarie. Questultimo problema mi pare che possa essere affrontato in base allindividuazione di certi
tratti pertinenti del campo di immagini, grazie alle salienze che una griglia spaziale-temporale-attoriale ci
permette di focalizzare, ovvero a partire dalle procedure di disciplinamento effettuabili in un sistema
disciplinare del lavoro. Il sistema disciplinare il teatro nel quale si effettua la messa in scena dei corpi
assoggettati, sulla base di una scenografia e di una drammaturgia architettate e preparate seguendo i

processi di sistematizzazione. Ci richiede una riflessione sulla posizione e sulla com-posizione del
sistema disciplinare, la quale ci permetter anche di comprendere meglio la singolare natura del rapporto
tra sapere e potere.
Il problema stato affrontato, in modo semiotico, da Deleuze, nella sua lettura del saggio di Foucault
sulla nascita della prigione[4]. In primo luogo si tratta di non pensare a unanalisi della prigione in senso
semiologico: non bisogna dunque concepire la prigione come una cosa che viene designata dalla parola
prigione, cio non bisogna riprodurre la situazione nella quale si ha da un lato la parola e dallaltro la
cosa che quella parola designa, indica, ovvero da un lato il significante e dallaltro il significato. Per
leggere il saggio di Foucault, Deleuze usa i piani e gli strati hjelmsleviani: piano dellespressione e piano
del contenuto, ciascuno composto di una forma e di una sostanza forma e sostanza dellespressione,
forma e sostanza del contenuto[5]. La coppia espressione e contenuto non equivale alla coppia
significante e significato. Deleuze ricorda che lo stesso Foucault ha preso le distanze dalla doppia
articolazione espressa in termini di significante e significato[6].
La prigione una forma-prigione, forma di contenuto, la quale rinvia a una forma dellespressione, che
non consiste nella parola prigione ma in tuttaltro tipo di enunciati, per esempio sulla delinquenza o
sul delinquente. La prima una formazione dambito, cio forma che struttura uno spazio chiuso,
ristretto, e che organizza il tempo e i movimenti in questo spazio: una composizione nello spaziotempo[7]. La seconda una formazione denunciati, cio forma che concerne e ordina ci che
enunciabile in materia criminale[8]: si tratta del diritto penale, che stabilisce enunciati sulla delinquenza,
nonch le pene in funzione della difesa della societ.

Foucault dimostra che diritto penale (o criminale) e prigione non hanno la medesima origine, e che luna
non ci che d origine allaltra. I riformatori nel XVIII secolo escogitano una tecnica dei segni punitivi,
elaborano un calcolo economico per codificare i comportamenti criminali, ri-organizzano la materia
criminale enunciabile con nuove regole di una semio-tecnica[9]. Ma a questa riforma della materia
enunciabile si accompagna altres una ricodificazione delle pratiche illecite, nuovi strumenti di difesa
sociale per esempio dagli atti illegali compiuti contro la propriet[10]. Per quanto riguarda il carcere, vi
una tuttaltra fisica del potere nel passare dal patibolo al teatro punitivo e alla grande architettura
chiusa; ma il modello di questultima oltremodo complesso, deriva dalla casa di forza ma anche dal
ricalco di forme di vita monastica[11]. In riferimento a questi dati storici, al contenuto storico di questi
dati, si pu dire che piano dellespressione e piano del contenuto non sono conformi, bens
eterogenei[12]. Tra i due piani, inoltre, sussiste un rapporto di presupposizione reciproca. Questo
rapporto chiamato in certi punti anche mutua cattura[13]. Le due forme, infatti

entrano continuamente in contatto, si insinuano luna nellaltra, ciascuna stacca un segmento dallaltra: il
diritto penale non cessa di ricondurre alla prigione e di fornire prigionieri, mentre la prigione non cessa di
riprodurre delinquenza, di farne un oggetto e di realizzare quegli obiettivi che il diritto penale concepiva
in un altro modo (difesa della societ, trasformazione del condannato, modulazione della pena,
individuazione).[14]
Reciproco rapporto, reciproco scambio, ma anche reciproca intrusione, pur essendoci fra i due piani
differenza di natura. Il diritto penale riconduce alla prigione e fornisce prigionieri: la carcerazione come
forma dominante della punizione, della detenzione, della correzione[15]. La prigione riproduce loggetto
delinquenza: non solo luogo chiuso del sorvegliare e punire, ma anche apparato di sapere, di archivi e
schedari sui crimini e sui delinquenti, luogo di formazione di un sapere clinico sui condannati[16],
dunque di un discorso scientifico. Un singolare complesso scientifico-giuridico[17], un nuovo regime di
verit, ci che si fissa nella mutua cattura tra diritto penale e carcere, tra ci che enunciabile in
materia criminale e ci che lambito carcerario. E qui si pu porre il problema di chi parla, del soggetto
dellenunciato: ma si tratta di una funzione derivata del campo di enunciati, delle possibili posizioni nel
reticolo del campo di enunciati[18].
Dalla doppia articolazione piano dellespressione e piano del contenuto, Deleuze sviluppa tutta una serie
di ulteriori articolazioni: enunciato e visibile, regime di linguaggio e regime di luce, curve di regolarit e
quadri. In riferimento a tutte queste serie di doppie articolazioni, si pu riprendere il caso della fabbrica, e
considerarla come forma del contenuto rispetto a una forma dellespressione eterogenea che organizza
tutto ci che enunciabile in materia di produzione per esempio in fatto di ingegneria
dellorganizzazione del lavoro. Si possono riprodurre tutte le condizioni e i rapporti gi considerati nel

caso della prigione: eterogeneit dei piani, presupposizione reciproca, rifornimento di forza-lavoro da un
lato e apparato di sapere dallaltro lato. Ma la fabbrica, come la prigione, si sviluppa in relazione alle
discipline, secondo un altro tipo di rapporto oltre a quello interstratico del sapere, ovvero secondo un
rapporto di potere.

Il rapporto di sapere un rapporto di presupposizione reciproca, di intreccio, tra piano dellespressione e


piano del contenuto, dualit tra forma dellespressione e forma del contenuto diritto penale e prigione,
ingegneria dellorganizzazione del lavoro e fabbrica. Si attinge a questo livello da un archivio audio-visivo,
di enunciati e di materiali visibili, delle loro combinazioni, relativo a una formazione storica. Il rapporto di
potere non passa fin da subito attraverso le forme, non concerne sostanze formate allo stesso modo del
rapporto di sapere, ma solo rapporti di forze. Non per questo emana da un punto centrale unico, ma si
diffonde allinterno di un campo di forze: passa per punti singolari o singolarit che indicano
lapplicazione di una forza, la quale pu esercitare il potere di affezione su altre forze o subire il potere di
affezione di altre forze, sicch il rapporto di potere non un rapporto di forza, ma ogni forza implica
rapporti di potere, differenti rapporti di forze[19].

Il potere di affezione su altre forze una specie di funzione, il potere di subire affezione da altre forze
una specie di materia. Nel rapporto di sapere, si distinguono due significati della forma[20]: la forma
organizza delle materie, elabora sostanze formate prigione, ospedale, fabbrica, caserma, scuola; la
forma finalizza delle funzioni, elabora funzioni formalizzate punire, correggere, educare, produrre, ecc.
Attraverso queste due componenti si definisce larchivio. Nel rapporto di potere si tratta di considerare
materie prese indipendentemente dalle sostanze formate e funzioni non formalizzate. Attraverso queste
due componenti si definisce il diagramma. Questo pu essere definito come lo schematismo relativo a
ogni formazione storica, la-priori che ogni formazione storica presuppone:

ogni formazione storica stratificata rinvia infatti a un diagramma di forze come al suo fuori. Le nostre
societ disciplinari passano attraverso categorie di potere (azioni su azioni) che possono essere cos
definite: imporre un compito qualsiasi o produrre un effetto utile, controllare una popolazione qualunque
o gestire la vita.[21]

Quando Foucault descrive il panopticon non lo considera solo come forma architettonica, per esempio
della struttura carceraria, ma come un diagramma, figura di tecnologia politica[22]. Le sue funzioni
sono ben diverse dalle funzioni formalizzate: incitare, indurre, ampliare, rendere facile o difficile,
ecc.; sono pure funzioni di imporre una qualsiasi condotta a una molteplicit qualsiasi in un determinato
limite di spazio, funzioni che sono in grado di integrarsi alle funzioni formalizzate e di intensificare queste.
Lo schema panoptico un intensificatore, un apparato che stabilisce relazioni di potere-sapere, che fa
funzionare relazioni di potere e contemporaneamente intensifica relazioni di sapere[23]. Proprio per
questa sua potenza intensificatrice, possibile mettere in relazione materie formate, o trovare una
forma-prigione nella fabbrica, nella scuola, nellospedale, o una forma-fabbrica nella prigione, ecc.
I rapporti di potere implicano i rapporti di sapere e questi presuppongono quelli: rapporto di
presupposizione reciproca. il diagramma, cio lemissione di punti singolari, la distribuzione di rapporti
di forze, che assicura la relazione tra le due forme, forma dellespressione e forma del contenuto, da cui
deriva il sapere. Ci accade proprio in ragione della sua potenza intensificatrice delle relazioni di sapere e
che fa funzionare le relazioni di potere tra i due piani. Non si ha repressione della sessualit nellera
vittoriana, ma al contrario si delinea lo spazio di una molteplicit di enunciati di sessualit[24]; allo stesso
modo non si ha solo internamento dei detenuti, ma la prigione innanzitutto un regime di visibilit che
un vero e proprio teatro di ombre e di luci, una molteplicit visibile. E non vi un solo grande rapporto di
forza, incarnato in istituzioni del potere, nello Stato o nel Mercato mondiale, ma una molteplicit di
rapporti di forze, che presupposta dalle istituzioni del potere.
Il diagramma agisce come causa-immanente delle stratificazioni in una formazione storica. Secondo
Deleuze, questa formula permette di descrivere il rapporto tra diagramma e stratificazioni secondo tre
significati della causa immanente[25]. In primo luogo i rapporti di potere sono virtuali, pura potenza ed
emissione di singolarit; perci devono attualizzarsi grazie a una forma che dia loro la possibilit di
esprimere limmanenza. Ma lattualizzazione anche integrazione: integrazione dei rapporti di forze in
concatenamenti concreti la legge come integrazione o gestione degli illegalismi, la scuola come
integrazione dei bambini al fine di educare. Il diagramma effettua questi concatenamenti, i quali
rappresentano la costruzione di tecnologie politiche, agendo direttamente sullorganizzazione delle
materie e la formalizzazione delle funzioni, intensificando queste e gestendo la riproduzione di quelle.

Tuttavia per procedere in questa direzione gestire gli illegalismi, educare i bambini bisogna
considerare il terzo significato: lattualizzazione, infatti, sempre una differenziazione, innanzitutto
differenziazione tra due forme eterogenee, forma dellespressione e forma del contenuto, in cui il
diagramma si riversa per incarnarsi nelle due direzioni necessariamente divergenti, differenziate,
irriducibili luna allaltra[26], ovvero non conformi.
I concatenamenti concreti, sul piano del contenuto, sono delle materie formate che integrano rapporti di
forze. Il problema principale del cartografo considerare questa integrazione, il rapporto tra diagramma,
o macchina astratta, e concatenamenti: infatti solo nella stretta correlazione di diagramma e
concatenamenti concreti effettuati che si pu parlare di dispositivo. Il panopticon dispositivo
disciplinare, schema di tecnologia politica in quanto effettua concatenamenti concreti e piuttosto flessibili,
che non deve essere considerata solo nei termini della forma-prigione, diffusasi in et moderna in tutto il
campo sociale.

Se i rapporti di potere hanno il primato sulle relazioni di sapere, e se questultime sono derivate dal
rapporto di presupposizione reciproca di una forma dellespressione e di una forma del contenuto, allora
unanalisi delle forme del contenuto e delle forme dellespressione non pu non tenere conto delle
effettuazioni dei rapporti di potere. Attraverso le forme che strutturano la sostanza, attraverso la griglia
che ripartisce lo spazio, organizza il tempo, compone i movimenti, possibile analizzare lattuazione delle
funzioni formalizzate e la distribuzione dei rapporti di forze nella forma-prigione come nella formafabbrica[27]. Questultima, dunque, intesa come concatenamento concreto che, preso in stretta
correlazione con lo schema del panopticon, pu essere considerato modo di effettuazione del dispositivo
disciplinare, ovvero sistema disciplinare del lavoro.
2

Questa nota ci riconduce al punto di partenza della nostra analisi. Abbiamo cos voluto rivedere la lettura
che Deleuze fa di Foucault concentrandoci sullinterpretazione semiotica che si pu dare di questa lettura,
alla luce delluso deleuziano degli strati di Hjelmslev. Paolo Fabbri ne aveva proposto una sintesi che non
mi sembra affatto soddisfacente[28]. Innanzitutto si ha uninversione non motivata dei termini in gioco.
La prigione considerata forma dellespressione e la delinquenza, lillegalit o anche la criminalit
forma del contenuto:

Per comprendere la nozione variabile di illegalit, ossia limmagine che una certa epoca si fa della
delinquenza, bisogna andare a vedere come in quellepoca vengono costruite le prigioni reali, non i
discorsi sulle prigioni.[29]
In questo senso la prigione come forma dellespressione intesa come la prigione reale in una
determinata epoca. La forma del contenuto intesa come la semantica che opera sulla sostanza, cio
sulle nostre relazioni culturali, fisiche, percettive, affettive, concettuali[30]. La nozione di illegalit, per
esempio, varia a seconda delle culture e delle epoche storiche: per comprendere tale nozione bisogna
andare a vedere come sono fatte le prigioni in quellepoca. Ma, a parte che in certe epoche e in certe
culture non ci sono le prigioni, o non sono le prigioni le principali sedi in cui sono rinchiusi i colpevoli di un
qualche atto illegale, questa esposizione sembra avere a che fare pi con la semiotica della cultura (penso
in particolare alle analisi di Lotman, come quella sui concetti di onore e gloria) che con Deleuze e
Foucault. Come si visto sopra, gli enunciati di delinquenza costituiscono una forma del tutto eterogenea
rispetto alla forma della prigione.
In secondo luogo, la lettura di Fabbri riguarda solo la distribuzione dei due piani, e non si preoccupa dei
rapporti di potere. Segno di questa riformulazione il modo in cui viene esposta la nozione di
diagramma. Nella sintesi della concezione semiotica di Deleuze, Fabbri parla del diagramma come di una
istanza materiale che trasceglie nella materia generale alcuni tratti[31], quindi, nellesposizione della
lettura deleuziana di Foucault, parla del diagramma come di una forma espressiva che organizza la forma
del contenuto, traducibile anche in altre forme dellespressione. Qui si parla di organizzazione
dellesperienza e sembra sottintesa unaffermazione di Hjelmslev una medesima forma del contenuto
pu venir espressa da parecchie forme despressione[32]; ci rimanda a un campo problematico della
semiotica, tutto interno alle relazioni di sapere, che parte dalla necessit di superare la distinzione
sostanzialista per sostituirla con divisioni per forme organizzative, per diagrammi comuni[33]. Oltre al
fatto che Deleuze non considera la forma dellespressione sotto questi aspetti, il gesto di spostare il

diagramma abolisce: i rapporti di potere, la presupposizione reciproca tra rapporti di potere e relazioni di
sapere, la distribuzione dei rapporti di forze, lintensificazione delle funzioni formalizzate, i
concatenamenti concreti e la macchina astratta, il dispositivo e in particolare il dispositivo disciplinare.
In sintesi lesposizione di Fabbri ci sembra insoddisfacente perch non pu rendere conto della nozione di
disciplina per il semplice motivo che taglia tutti i collegamenti. Si potrebbe quasi dire che conservi solo
una certa parte del rapporto di sapere e abolisce i rapporti di potere.

5. Pascoli. Per una lingua minore.

Nel bel mezzo delle considerazioni sopra esposte, tra lammissione di ogni esperienza linguistica (p. 237)
e la poetica immanente delle variazioni durante la grammatica (p. 238), Contini accenna a Pasolini e al
gruppo di letterati che promuovono esperimenti linguistici sulla linea pascoliana. Il che ci permette di
tornare, esattamente da questo punto, allarticolo pasoliniano per Officina da cui siamo partiti.

Il ponte di congiunzione dunque il principio immanente costitutivo del plurilinguismo, quello che per
dirla brevemente permette di procedere lungo le linee di ricerca strettamente correlate sul pregrammaticale e sul post-grammaticale. Nellarticolo dedicato a Pascoli, Pasolini sottolinea unapparente
contraddizione nel poeta:

una ossessione tendente patologicamente a mantenerlo sempre identico a se stesso, immobile, monotono
e spesso stucchevole, e unosperimentalismo che, quasi a compenso di quella ipoteca psicologica, tende a
variarlo e a rinnovarlo incessantemente. (Pasolini, Pascoli, p. 294)
Si tratta, evidentemente, di un profilo psicologico, che offre il vantaggio, non da poco, di evitare
immediatamente ogni impostazione sociologica del problema stilistico-poetico. Pasolini sembra
distinguere letteralmente linteresse verso lo sperimentalismo dallaltro versante, quello dellossessione
psicologica. questultimo, e non il primo, che pu avere un interesse storico-sociologico nel quadro di
una storia sociale degli scrittori italiani dal Duecento (per Pasolini dal Rinascimento) a noi (la riflessione
chiaramente di stampo gramsciano si pensi agli scritti per una storia degli intellettuali nei Quaderni
dal carcere). Tuttavia ammette alla fine dellarticolo (p. 300) questa ossessione, in Pascoli, prevale
sulle sperimentazioni, tant che si potrebbe dire che le sperimentazioni sono in funzione della vita
dellIo-poeta, che a sua volta vita ridotta a funzione poetica. Non c, insomma, una visione del mondo
nuova e radicale.
E per non si pu dire che la questione dello stile, e quella della poetica, abbiano solo una forza
psicolinguistica e non una presa sociale: ma, piuttosto che di sociologia, bisognerebbe parlare di una
qualche specie di sociolinguistica. Ce lo spiega Pasolini stesso in un altro articolo (inPassione e
ideologia segue quello su Pascoli, alle pp. 301-321), del 1956, intitolato La lingua della poesia. Un articolo
dal contenuto minore ci si occupa di un poeta triestino, Giotti ma, per mezzo di questo, si pu
affrontare una questione alla quale Pasolini tiene molto: quella del dialetto.

Lanalisi che Pasolini propone della poesia di Giotti, Siora Teresa (scritta nel 1909), pubblicata nel Piccolo
canzoniere in dialetto triestino (edito nel 1914) compara la poesia giottiana con quella pascoliana proprio
alla luce dei movimenti linguistici che Contini ha individuato in Pascoli. Vediamo in che termini:

Operazione impressionistica: in Giotti vi una preoccupazione di fare pittura in poesia: il verso sul rosa
de le rece figura stilistica del genere nero di nubi o blancheur de colonnes.
Operazione pre-grammaticale: le interiezioni, le onomatopee: Giotti: robe che lei no la capissi gnente /
torno de lei noi tuti quanti, s, / come putei.: il s scrive Pasolini non ha valore grammaticale,rifiuta
ogni funzione di avverbio affermativo, ma appartiene allarea della pre-grammaticalit (). (Pasolini, La
lingua della poesia, p. 304).
Operazione di grammaticalit depressa: con questa Pasolini intende unoperazione sul contenuto, le
umili epiche quotidiane (p. 303): la poesia di Giotti la vita quotidiana duna massaia, infatti una
variante del tipo umile pascoliano. (p. 303).
Operazione iper-grammaticale: le acutezze scrive Pasolini e i giuochi da pasticheur dei Conviviali o
della Canzone di Re Enzio. (p. 303). In Giotti vi , molto pi che in Pascoli, estrosit, dunque, e
leggerezza ironica (p. 304): per es. il s, esemplificativo delloperazione pre-grammaticale, sebbene
possa richiamare unimmagine di purezza, tuttavia preserva caratteri ironici. Si ha, in questo modo, un
distacco dalle operazioni pascoliane di precisione nomenclatoria: in Giotti si d un tratto proprio della
nuova ondata novecentesca, che Pasolini chiama instabilit, spregiudicata, della lingua (p. 305).
Operazione, dunque, esattamente contraria a quella di Pascoli.
Pasolini assume loperazione post-grammaticale (o iper-grammaticale) come categoria analitica che porta
i tratti specifici della poetica dautore: limmagine dellinnocenza in Pascoli, lironia e lestrosit in Giotti.
Tratti, dunque, che sono proprio quelli dellideologia del poeta; e che non possono che definirsi a partire
dalle altre due operazioni e in continuit con queste. Ne consegue che tali tratti si costruiscono nelle due
operazioni precedenti.

Loperazione che Pasolini chiama di grammaticalit depressa, quella nella quale si d il problema
delluso del linguaggio, e quindi del plurilinguismo. Dopo aver considerato i due caratteri giottiani (ironia
ed estrosit), ci si chiede:
O non saranno piuttosto, tale estrosit e tale ironia, da attribuirsi, come qualit interne e aprioristiche,
alla materia dialettale? Alla instabilit e relativit di una lingua parlata? (p. 305)
Insomma, Pasolini si chiede e intende porre a verifica lipotesi se i due tratti non si costituiscono a
livello della grammaticalit depressa, considerando in questa soprattutto luso del dialetto, e del dialetto
come lingua parlata. La risposta che il dialetto contribuisce limitatamente a costruire tale effetto:
analizzando a livello lessicale il componimento, Pasolini afferma che parole come bcole, zucar, grespe,
sono parole piane, e un guizzo espressivo dialettale lo si pu notare solo nei versi la ga cucado se sar
dimani / za verti i fiori grazie al cucadodal tono furbesco.
Che cos, dunque, che fornisce questi toni ironici e di estrosit? Pasolini prosegue dicendo che nel
componimento di Giotti i cromatismi impressionistici prevalgono sul testo dialettale (p. 305). Dunque non
si pu parlare in termini semplicistici di prevalenza del dialetto. Ci non vuol mettere in discussione
unevidenza, cio che il testo di Giotti in dialetto; Pasolini sta proponendo un altro punto di vista: non
esiste una vera e propria tradizione triestina cui appartiene la poesia dialettale di Giotti (p. 307). Del
resto, le poesie contenute nel Piccolo canzoniere sono state scritte tra il 1909 e il 1912, e Giotti tra il
1907 e il 1920 vissuto in Toscana: dunque ha scritto il suo primo libro in (simil)-triestino in Toscana (p.
309). Prevale il colore dellimpressionismo perch prevale limmagine dellambiente triestino,
unimmagine psichica prodotta da una certa formazione ed esperienza culturale.

Il tocco pittorico rimanda alloperazione linguistica: quale tipo di operazione linguistica compie Giotti?
Pasolini parla di gusto del rifacimento specie nei toni dei versi triestini (p. 309), e allo stesso modo noi
potremmo parlare di ricombinazione o anche invenzione linguistica. Giotti, infatti, non scrive nel vero e
proprio dialetto triestino n ha una vera e propria tradizione (un canone) di versi triestini alle sue spalle;
tuttavia non c alcuna necessit di correttezza sintattica o grammaticale nella proposizione dialettale:
loperazione linguistica che Giotti compie (di grammaticalit depressa o di variazioni durante la
grammatica) non pu che essere quella di vitalizzare e rivivificare continuamente il dialetto.
Unoperazione di poetica immanente, dunque, simile a quella di Pascoli, ma questa volta orientata verso il
dialetto (durante il dialetto), non verso il canone della tradizione letteraria.

5.2. Il sogno di Pascoli.


Questo dialetto incessantemente rivitalizzato aspira al ruolo di lingua allo stesso livello dellitaliano:

Una evasione verso una lingua reale viva (polemica rispetto alla fossilizzazione letteraria dellitaliano), e
insieme assoluta, quasi inventata.(p. 306)

Poco prima Pasolini aveva cos risposto alla domanda formulata sopra: quale tipo di operazione
linguistica compie Giotti?:

si tratta di una lingua assoluta: il passaggio di Giotti non da una lingua maggiore a una lingua minore,
dove pi liberamente dar vita a un sottomondo regionale e rionale. (p. 305)

Lingua assoluta non solo nel senso di lingua reale viva e quasi inventata, ma anche come lingua
unica: il proto-dialetto triestino. Non ne consegue, forse, una perdita del plurilinguismo? Loperazione
linguistica di Giotti sembra univoca. E probabilmente si pu qui intravedere quel carattere di ossessione
psicologica, di fissit stilistico-poetica che Pasolini attribuiva a Pascoli; le variazioni linguistiche in Giotti
sembrano essere quelle piccole, operanti allinterno di una classe, come quelle che Contini individuava in
Petrarca. Pasolini introduce cos lanalisi storico-stilistica dellopera giottiana:

Tale modificazione iniziale [intende la modificazione sopraggiunta con il soggiorno in Toscana e dunque
con la ricchezza delle immagini pittoriche dellambientazione triestina di cui si parlato sopra] ()
malgrado gli apparenti sviluppi, rester fissa nella storia stilistica giottiana.(p. 310)
Da questi spunti, si pu anche notare come il problema del dialetto sia, riguardo al testo scritto, molto pi
complesso della semplice opposizione asimmetrica lingua nazionale / dialetti. Presentando il dialetto di
Giotti come potenziale lingua assoluta, allo stesso livello della lingua nazionale, Pasolini lo rappresenta
come unevoluzione e attuazione del sogno di Pascoli:
il grande desiderio irrealizzato del Pascoli era di evadere compiutamente, dalla lingua maggiore da lui
gi ridotta a minore, verso il dialetto. () In tal senso Giotti per primo, nel Novecento, attua questa
ispirazione tipicamente pascoliana () al dialetto. (p. 306)

Il sogno di Pascoli costruirsi una linea di fuga verso il dialetto come compimento delloperazione di
riduzione a minore della lingua maggiore. Pasolini a questo punto cita la myrica tradotta in lingua
fraterna, ovvero in una lingua morta di cui sentire nostalgia: la naiv, dadora, flocca flocca flocca.
Secondo Pasolini, Giotti attua questo sogno; ma come lo attua? Muovendo dallinvenzione-amalgama di
un dialetto, quello triestino, operando, quindi, a partire dal dialetto e non dalla lingua nazionale.
Vi qui, a mio avviso, un problema teorico: Pasolini introduce due categorie fondamentali, quella di
lingua maggiore e di lingua minore. Vi dovrebbe essere un qualche tipo di relazione fra queste due
lingue e le categorie continiane del monolinguismo e del plurilinguismo. Ma Pasolini non sembra
chiarire, n avere molta chiarezza sul problema teorico avanzato dalle due nuove categorie. Meglio: le
descrizioni del modo di funzionare delle due categorie rispetto a Pascoli ineccepibile. La confusione
comincia quando si inserisce Giotti. Il problema la tesi pasoliniana sulla quale dovrebbe reggersi la
connessione Pascoli-Giotti: il dialetto come lingua allo stesso livello dellitaliano. Sappiamo che questo era
uno dei punti forti di Officina, ma anche quello che condurr al fallimento ideologico la rivista. Questa
tesi occulta, sotterra il problema teorico al quale Pasolini accenna, e che problema teorico non solo
della lingua della poesia, ma pi in generale della lingua della letteratura.
5.3. Lingua maggiore e lingua minore.

Ripartiamo dal brano citato (p. 305) in cui compaiono per la prima volta le due categorie di lingua
maggiore e di lingua minore, e rileggiamo quello che segue (p. 306) dalla parte di Pascoli, e non di
Giotti.
Pasolini innanzitutto afferma che larticolazione di una lingua assoluta il dialetto parlato-inventato alla
pari con la lingua nazionale non la stessa cosa del passaggio da una lingua maggiore a una lingua
minore. Poco dopo considera tale operazione di articolazione della lingua assoluta come compimento
dellaspirazione di Pascoli: costruire una linea di fuga dalla lingua nazionale a una lingua fraterna.
Secondo Pasolini, il dialetto parlato-inventato di Giotti questa lingua fraterna: processo di
rivitalizzazione di una lingua di cui sentire nostalgia (Giotti scrive in triestino dalla Toscana). Questa
lingua fraterna non una lingua minore, ma una lingua alla pari con la lingua maggiore per istituzione,
ovvero con la lingua nazionale.
Ma consideriamo questi due estratti dalla pagina (p. 306) di Pasolini:

La lingua maggiore, in effetti, era gi stata ridotta dal Pascoli (): era gi stata abbassata di tono fin
quasi a raggiungere il parlato come recentekoin nazionale, o addirittura come dialetto. ()

In realt, () il grande desiderio irrealizzato del Pascoli era di evadere compiutamente, dalla lingua
maggiore da lui gi ridotta a minore, verso il dialetto.

Tra lingua maggiore e lingua minore non vi una relazione dialettica, ma la seconda agisce nella
prima, e tenta di tracciare una linea di fuga verso una lingua fraterna lingua che Pasolini identifica,
per Pascoli come per Giotti, con il dialetto. Ma per costruire tale linea di fuga, il poeta deve prima
lavorare sullespressione, sul piano dellespressione; per Pasolini tale operazione si d, per es., con un
abbassamento di tono. Che significa? Lo abbiamo visto con Contini:

Unoperazione pre-grammaticale di risemantizzazione delle onomatopee, desemantizzazione del termine


registrato nel dizionario e riconfigurazione del termine reso indefinito;
Unoperazione post-grammaticale per gradi differenti di determinazione di emersione dal fondo
indeterminato (dallimpressionismo che tocca la luce alla nomenclatura corretta che denomina le
linee e la figura compiuta);
Unoperazione da compiersi durante la grammatica (o operazione di grammaticalit depressa) di
sperimentazione plurilinguistica, invenzione sintattica e articolazione di linguaggio parlato.
Queste operazioni sono compiute su di una lingua maggiore: nel caso di Pascoli, non si tratta di una
vera e propria lingua nazionale, ma, come afferma Pasolini, di lingua letteraria. Lo abbiamo visto nella
prima parte, considerando le differenze proposte da Contini tra Dante e Petrarca: la lingua letteraria
opera articolando condizioni trascendentali per ogni genere e modelli ideali di classico: le prime solcano
confini nominalmente invalicabili, i secondi forniscono qualcosa di simile a un modello legislativo. La
lingua letteraria compie azioni di negazione, riduzione e drenaggio del plurilinguismo, costituisce un
mono- o bi-linguismo, e, linearizzando le congiunzioni filogenetiche per ogni genere e a partire da ogni
modello in una struttura arborescente finale, si presenta come naturalmente originaria.
5.4. Riduzione a minore di una lingua maggiore.

La lingua minore, pertanto, non qualcosa che sta fuori questo sistema, ma qualcosa che vi opera da
dentro. Gilles Deleuze e Felix Guattari, in un capitolo su Kafka. Per una letteratura minore, si chiedono:
che cos una letteratura minore?. La risposta generale che danno pu essere accostata a ci che
Pasolini dice su Pascoli: operare una riduzione a minore della lingua maggiore:

Una letteratura minore non la letteratura duna lingua minore ma quella che una minoranza fa in una
lingua maggiore. (Deleuze-Guattari, Che cos una letteratura minore?, in IDD, Kafka. Per una letteratura
minore, Macerata, Quodlibet, p. 29)

Per questo non possibile come ammette Pasolini che in Pascoli venga completamente eliminata la
lingua letteraria: tracce e brandelli di questa, inevitabile, permangono.

Deleuze e Guattari elencano tre caratteri di una letteratura minore. A noi interessa solo il primo.
Vediamoli tutti e tre in tre brevi estratti:

Il primo carattere di tale letteratura che in essa la lingua subisce un forte coefficiente di
deterritorializzazione. () (p. 29)

Il secondo carattere delle letterature minori consiste nel fatto che in esse tutto politica. () (p. 30)
Nella letteratura minore, infine ed questo il terzo carattere tutto assume un valore collettivo. Infatti,
proprio per la carenza, in essa, di talenti, non si danno le condizioni di una enunciazione individuata, che
potrebbe essere per esempio quella delluno o dellaltro maestro e che potrebbe venir separata
dallenunciazione collettiva. (p. 31)
Loperazione pascoliana si ferma al primo carattere. Si pu spiegare questo limite sia, come ha fatto
Pasolini, segnalando una fissit stilistica dominante (cfr. Pasolini, Pascoli, p. 294: una forza irrazionale che
lo costringe alla fissit stilistica ()) che fa dellopera poetica una funzione della vita dellIo-poeta e
dunque venire meno di ogni eventuale aspirazione collettiva; oppure, come ha fatto Sanguineti,
visualizzando Pascoli in una prospettiva sociologica, individuandolo come poeta del sublime medio, del
sublime abbassato per la piccola borghesia, e cos motivandone la svolta nazionalista e dunque
costruzione, come scrivono Deleuze e Guattari, di uno spazio allargato entro il quale collocare fatti
edipici (la pronunciata svolta nazionalista).
Viceversa, loperazione linguistica in generale va avanti; cos il tentativo di costruire una linea di fuga
verso una lingua fraterna:
Scrivere come un cane che fa il suo buco, come un topo che scava la sua tana. E, a tal fine, trovare il
proprio punto di sotto-sviluppo, un proprio dialetto, un terzo mondo, un deserto tutto per s. (p. 33),
o, per es., labbassamento dei toni:

Andare sempre pi avanti nella deterritorializzazione a forza di sobriet. Poich il vocabolario


disseccato, farlo vibrare in intensit. (p. 34)

Tuttavia loperazione pascoliana non cos radicale. Non solo la riduzione a minore agisce solo sul piano
del linguaggio, e agisce ancora pi specificamente sul piano della lingua letteraria che cosa ben
diversa dalla lingua nazionale; ma e lo si visto con Contini sincontra una qualche difficolt, specie
nel caso delloperazione post-grammaticale, a superare in via definitiva il simbolismo, il parnassianismo
della parola.
Si pu a questo punto richiamare ancora una volta lambiguit di fondo del Pascoli poeta, ma anche il
coesistere in lui della tradizione europea ottocentesca e un tentativo di suo superamento (si tratta di due
posizioni complementari, che tuttavia Sanguineti concepisce in contrasto, opponendo la prima che
sostiene alla seconda che critica). Pi dettagliatamente, loperazione post-grammaticale pu anche
operare per riterritorializzazione: per es. annettendo almeno due livelli, uno di superficie e uno profondo,
con la metafora o con un qualche simbolismo. Certi elementi in Pascoli restano instabili tra le due vie
detterritorializzare o riterritorializzare. Ecco un es. facile di ci che Pasolini ha felicemente chiamato
fissit stilistica: limpressionismo linguistico, per es. nero di nubi: la precedenza concessa allepiteto,
la sostantivazione del qualificativo proprio un movimento darresto, il problema del fissare, con una
formula la pi appropriata possibile, lindeterminato, fissazione che sospende e immobilizza limmagine
poetica rispetto a un movimento di ritorno verso il simbolismo e rispetto a un movimento lungo di
corrosione semantica dei termini e destabilizzazione dellimmagine stessa.

Come procedono loperazione pre-grammaticale e quella di grammaticalit depressa?


Deleuze e Guattari (pp. 40-41) definiscono intensivi o tensori quegli elementi linguistici che, esprimendo
le tensioni interne di una lingua, ne destabilizzano sintassi e semantica. Per es. luso non corretto di
preposizioni, labuso del pronominale, limportanza dellaccento, la successione di avverbi; ma anche la
deterritorializzazione di suoni articolati. Si possono rintracciare questi elementi in Pascoli? Se
consideriamo loperazione pre-grammaticale in s o congiunta alloperazione di depressione della
grammatica, come quella svolta inItaly, potremmo definire un catalogo di elementi linguistici di questo
tipo: Contini parla di uso semantico delle onomatopee e delle interiezioni, mentre in Italy le parole singole
e le frasi vengono rielaborate per produrre multicolore locale. C tuttavia qualcosa che frena il
movimento di queste operazioni, qualcosa che sembra davvero svolgere la funzione di drenaggio: in
Pascoli, la funzione dellIo-poeta. Ma qualcosa che potrebbe coinvolgere tutta la letteratura nazionale
(in lingua nazionale), qualcosa come la lingua letteraria.

5.5. Parolelangue e parolelangage.


Pasolini ritorna su Pascoli, o meglio sulla sua contraddizione interna, in un altro articolo, La confusione
degli stili (pp. 365-384) del 1957. Leggiamo un primo estratto:
Strana la mescolanza degli stili in Pascoli, () le sue tendenze (che giustapponevano poi, per cos
dire, anzich mescolare gli stili) erano unestrema remora di classicismo che si mescolava a unirrazionale
(e appunto pre-grammaticale) inventiva romantica; :

cambiano i termini in gioco: la giustapposizione degli stili (grammaticalit depressa) diventa la punta
del classicismo pascoliano, dellostinata necessit di non abbandonare la tradizione la lingua letteraria.
Irrazionale, invece, non pi la fissit stilistica (cfr. Pasolini, Pascoli, p. 294), ma loperazione pregrammaticale, che diventa la sola veramente rivoluzionaria. Il brano prosegue:

ma in definitiva lallargamento e il conseguente abbassamento linguistico cos ottenuto, non era che
una dilatazione dellio, non un ingrandimento del mondo se non apparente; e tendeva a costituire una
nuova letterariet linguistica, una nuova forma di fissazione. (p. 372)

Ritorna il motivo della sperimentazione in funzione della vita dellIo-poeta. Ma a questo aggiunto un
nuovo tassello: Pascoli rientra nella lingua letteraria. La sua operazione di riduzione a minore della
lingua letteraria rimane incompiuta; nellopera di Pascoli ci avviene probabilmente per lazione di
drenaggio dellIo-poeta. Ma nella tradizione letteraria di questa incompiutezza vanno ricercate nelle otto
linee pascoliane che Pasolini abbozza nellarticolo Pascoli (pp. 295-297): per ciascuna novit poetica,
dissociata dalle altre, e per ciascuna remora di classicismo, si pu tracciare una separata linea di
tendenza. Un Pascoli smembrato in ogni suo punto fissato nuovamente nella lingua letteraria.
Da questa riflessione si pu costruire una prima categoria sintetico-teorica. Prendendo a prestito i
concetti di parole (linguaggio individuale) e di langue (lingua astratta e formale) da Saussure, senza
preoccuparci troppo della correttezza nelluso dei due termini, identifichiamo laparole come stile
individuale (o stile dellenunciazione individuata) e lalangue come sistema stilistico. Questo sistema
stilistico costruito in forma di struttura arborescente con modelli ideali e fasci di varianti ammesse in
ogni genere-ramo. La categoria di parole-langue identifica innanzitutto questo rapporto stretto tra stile
individuale e sistema stilistico. Lo stile individuale pu essere oggetto di smembramento il caso di
Pascoli: per questo la dicitura stile dellenunciazione individuata sembra pi appropriata. chiaro che
questa categoria, che reca un sistema con modelli ideali, funziona mediante codici, o meglio mediante
stili codificati.

Possiamo infine accostare il monolinguismo a questa categoria. Con monolinguismo non si intende la
riduzione a uno stile di tutti gli stili denunciazione individuata, ma la determinazione astratta di un
sistema stilistico. Il monolinguismo, per cos dire, fornisce le categorie trascendentali a tale sistema, e
ai codici di genere, traccia i confini e le griglie entro le quali operare le fissazioni linguistiche. Il
monolinguismo attiva le operazioni di drenaggio che incanalano leparoles nella langue. Per questo il
sistema stilistico non un sistema fisso nel senso di essere immobile, ma un sistema che, con un bel
quasi-ossimoro pasoliniano, tende a innovazioni restauratrici (La confusione degli stili, p. 373). Come
nel caso di Pascoli.

In contrasto a questo movimento, opera la riduzione a minore della lingua maggiore. Prendiamo a
prestito il concetto saussurriano dilangage, inteso come linguaggio sociale condiviso e parlato, per
costruire la categoria, opposta alla precedente di parole-langage: laparole, come stile denunciazione
individuata, tende a divenire verso un linguaggio sociale o concatenamento collettivo denunciazioni.
Abbiamo visto come in Giotti questo movimento avvenga, rispetto al dialetto nella posizione di langage,
non come imitazione del dialetto, ma complesso gioco di costruzione di un dialetto inventato-parlato. La
componente dellinvenzione linguistica, o della sperimentazione, appartiene alla parole, come nel caso
di Italy di Pascoli. La parole, dunque, non imita il langage, ma muove verso questo. In questo senso, il
plurilinguismo non affatto il gancio che tiene uniti parole e langage, ma un vasto campo di
sperimentazione linguistica e di assimilazione di linguaggio sociale. Il problema del doppio legame di
sperimentazione e di assimilazione tra parole e langage molto complesso e molto meno studiato
rispetto alle operazioni di smembramento e restaurazione traparole e langue. Un buon terreno di indagine
la lingua di prosa, quella di Gadda, per es., o anche quella di Bianciardi (si tratta di due argomenti
differenti). Rimando per simili analisi a un articolo successivo.

Formalmente, dunque, le due categorie teoriche non sono in una relazione dialettica, ma propongono due
differenti orientamenti che, a partire dalla parole, dallo stile denunciazione individuata, possiamo indicare
con due frecce: parolelangue luno e parolelangage laltro.
Nellarticolo La confusione degli stili vi un importante studio sulla costruzione della lingua letteraria e i
suoi rapporti con la lingua nazionale. Affronter in un successivo articolo questo problema. Resta
tuttavia unulteriore considerazione da fare. Abbiamo cominciato ad abbozzare le categorie teoriche
di parolelangue e parolelangage e abbiamo considerato la langue come sistema stilistico.
Pertantolangue e langage, essendo questultimo linguaggio sociale, si trovano in due sfere nettamente
distinte. In altre parole, loperazione incompiuta di riduzione a minore di una lingua maggiore, nel caso
di Pascoli, non avviene dentro una lingua nazionale ma nel ventre della lingua letteraria. Lo schema,
dunque, risulta un po pi articolato.
Sia Contini che Pasolini segnalano in Pascoli una continua tensione tra polo romantico (quello espressivo e
sperimentale) e polo classicista (quello legato alla tradizione). Il rapporto con la tradizione letteraria, che
rimanda alla categoria parolelangue, precede, per peso strutturale e importanza culturale, laltro
movimento, quello che rimanda alla categoria parolelangage. Ma Pascoli non si identifica con la
tradizione letteraria, la rinnova, la dinamizza. La parole non pu non muoversi allinizio verso la langue,
ma si muove con continue torsioni e ripiegamenti, rientrando per cos dire da fuori. Si tratta
delloperazione di riduzione a minore della lingua letteraria. Il movimento parolelangue
continuamente interrotto da torsioni verso il movimento parolelangage, e queste deviazioni rientrano sul
percorso che va dalla parole alla langue. Loperazione di riduzione a minore agisce durante il
movimento parolelangue, come un fuoricampo cinematografico, secondo lappropriata formula di
Contini: operazione durante la grammatica.

Controprova: se il movimento parolelangage avvenisse solo dopo il movimento parolelangue, come


dunque retroazione, ci troveremmo nel caso simile a quello dannunziano di un attingere dalla fonte
letteraria per poi simulare il movimento verso il langage. Si potrebbe rendere i due diversi orientamenti
con due caricature: quelle, appunto, del fanciullino e del Vate.

6. Conclusioni.
Con questultima precisazione sintende sottolineare una cosa piuttosto importante: i rapporti con la
tradizione letteraria (parolelangue) e con il linguaggio sociale (parolelangage) non sono cos semplici e
immediati, in particolare se lindagine svolta sul piano dellespressione, in una prospettiva linguistica e

stilistica, alla quale ancorare la prospettiva letteraria. Che cos la letteratura?: io risponderei che si
tratta sostanzialmente (nel senso anche della sostanza hjelmsleviana) di un problema di linguaggi e di
immagini narrative o poetiche o, per meglio dire, di linguaggi e di mise en scene. Pi o meno questo
lindirizzo teorico-metodologico che vorremmo dare alle nostre indagini nel campo letterario (e non solo in
questo campo).
2.1. Premessa. La domanda che ci poniamo lungo questa serie di articoli : in che modo possiamo
rappresentare i processi capitalistici contemporanei? Questa domanda certamente poco rigorosa, ma
basta per porre due importanti questioni: quali sono questi processi ein che modo si possono
rappresentare. Al progetto di una lettura semiotica e politica dei processi capitalistici contemporanei, fa
da sfondo (sfondo semiotico e politico per lanalisi, la descrizione, la critica) Mille piani di Deleuze e
Guattari. Tenteremo di tracciare una presentazione di questi processi.

2.2. Criterio. Un buon criterio per discutere il problema della natura propria del capitalismo
contemporaneo partire dallaccumulazione, per definire quei dispositivi che prevalgono dopo la crisi del
regime fordista. Un ottimo punto di riferimento questo passo di Marx citato da Antonio Negri nel
saggio Lavoro produttivo e improduttivo (in AAVV,Lessico marxiano)

La direzione capitalistica , quanto al contenuto, di duplice natura a causa della duplice natura del
processo produttivo stesso che deve essere diretto, il quale da una parte processo lavorativo sociale per
la fabbricazione di un prodotto, dallaltra parte, processo di valorizzazione del capitale; ma quanto alla
forma dispotica. Questo dispotismo sviluppa poi le sue forme peculiari mano a mano che la
cooperazione si sviluppa su scala maggiore. (La citazione tratta da Marx, Teorie del plusvalore)
Negri cita questo passo nel punto in cui pensa a una riformulazione, nella situazione attuale, del
problema dellaccumulazione originaria; poi, commentando il brano citato, propone di andare cauti sulla
forma dispotica del capitalismo e di insistere sulle peculiari forme dellaccumulazione.

2.3. Metodo dindagine. In primo luogo, necessario definire il contenuto di tali forme: seguendo la
lezione di Marx, parleremo seguendo un ragionamento che esporremo nei prossimi articoli diprocessi
di valorizzazione e di processi di espropriazione del lavoro cooperativo. Il contenuto scrivono Deleuze e
Guattari definisce la materia formata (sulla materia torneremo negli articoli successivi). La materia
formata scelta (sostanza del contenuto) e scelta in un certo ordine (forma del contenuto). una
distinzione fondamentale, perch ci permette gi di intuire la pluralit dei modi in cui si articolano tali
processi: tale pluralit implica una differenza di intensit degli stessi processi, dunque una pluralit
nellordinamento della materia formata. Il contenuto la prima articolazione.

In secondo luogo ed probabilmente su questo punto che Negri insiste di pi necessario vedere
come si manifestano, sul piano materiale, le forme di accumulazione. Lespressione scrivono Deleuze e
Guattari definisce le strutture funzionali considerate secondo due punti di vista: dal punto di vista
della loro organizzazione (forma dellespressione) e dal punto di vista dellorganizzazione dei composti
(sostanza dellespressione). Anche questa distinzione ci permette di intuire gi la pluralit delle forme di
accumulazione. Inoltre, non si pu dire che a un processo sul piano del contenuto corrisponde una forma
o un insieme di forme sul piano dellespressione: non c corrispondenza n univoca n biunivoca fra i due
piani. Tra i due piani vi solo presupposizione reciproca, isomorfismo, distinzione reale.

2.4. Complicazioni nel metodo. In terzo luogo, la sostanza del contenuto una scelta e la forma del
contenuto una scelta ordinata. Qui la sostanza sembra venire prima della forma. Viceversa, sul piano
dellespressione, la sostanza dellespressione non sussiste se non organizzata: dunque motivata da una
forma dellespressione. Tuttavia, anche sul piano del contenuto, non si d il caso in cui una sostanza del
contenuto esista senza forma del contenuto: ed evidente per la definizione della sostanza come
materia formata. Perci, per es., anche se nellanalisi di un processo, si ha di fronte una materia
formata scelta (sostanza del contenuto), tale sostanza non sussiste senza forma, ed necessario
procedere alla ricostruzione di questa.

Non un procedimento semplice. Nel caso contrario, cio nel caso di un taglio operato sulla materia
(modo di articolazione del contenuto), la forma potrebbe semplicemente essere il tracciato dei confini, o
la griglia che ha tagliato la materia. Secondo questa prospettiva, la forma del contenuto genera la
sostanza del contenuto. Tuttavia le cose non procedono sempre in questa direzione.

2.4.a. Primo esempio. Prendiamo il caso semplice dellanalisi di una porzione testuale quale un testo
scritto, per es. la scena di madame Bovary a teatro nel romanzo di Flaubert. Supponiamo di voler
indagare i differenti stati passionali che la protagonista attraversa durante lo spettacolo. Ci con cui noi
abbiamo a che fare una materia formata scelta (una porzione di testo tagliata dal romanzo). Una
porzione testuale materia formata scelta. Ma noi non sappiamo nulla dellordine che presiede a tale
scelta, ovvero non sappiamo nulla della forma del contenuto, dato che si tratta di una delle incognite che
dobbiamo indagare.
2.4.b. Secondo esempio. Prendiamo il caso dellanalisi di una porzione testuale quale un testo visivo, per
es. la scena di madame Bovary a teatro nel film di Claude Chabrol. Il nostro oggetto dindagine lo
stesso che nellesempio precedente. evidente che, anche in questo caso, la forma del contenuto una
delle incognite su cui dobbiamo lavorare. Questo esempio sottolinea che il procedimento non dipende
dalla porzione testuale che si va a indagare, ma piuttosto dal punto di vista di chi svolge lindagine.

2.5. Prospettiva dindagine. Nel nostro caso, si tratta proprio di indagare le forme del contenuto a partire
dalle sostanze del contenuto. Sappiamo pi o meno quali sono i modi di articolazione primari del capitale,
ma dobbiamo analizzare il loro ordinamento sul piano materiale. Ovvero, individueremo prima i processi
capitalistici contemporanei scelti, a partire, appunto, dalla distinzione marxiana tra processi lavorativi
sociali e processi di valorizzazione. In seguito, indagheremo intorno al problema delle forme del
contenuto, ossia dellordinamento di questi processi. Aggiungiamo fin da ora che il passaggio
dallindividuazione delle sostanze allindagine sulle forme del contenuto non cos lineare. Per indagare
su queste ultime necessario operare in rapporto al piano dellespressione e alla materia. Per esempio,
solo unindagine delle forme del contenuto in rapporto al piano dellespressione pu permetterci di
delineare una tassonomia degli elementi in cui si scompone il nostro oggetto dindagine. Allo stesso
modo, solo unindagine in rapporto alla materia ci permetterebbe di rappresentare i processi di
valorizzazione e i processi lavorativi sociali, indicati da Marx, entro un regime di accumulazione (in questo
caso, nel regime di accumulazione fordista).
2.6. Prima conclusione. Prima di concludere, esemplifichiamo anche il caso in cui la forma il tracciato
dei confini o la griglia che ha tagliato la materia. Sappiamo che il modo di procedere nellanalisi non
dipende dalla porzione testuale, ma dal punto di vista di chi svolge lindagine. Con ci abbiamo a che fare
con il caso come prova dellargomentazione: dellesempio come ci che serve a dare fondamento
allargomento o che serve a costruire unargomentazione dal particolare al particolare, senza passare per
il generale; dellillustrazione come ci che rafforza ladesione a un argomento, in quanto ci che fornisce
chiarimenti; del modello come sintesi dei due casi precedenti, e caso in cui si pu presentare una
cosiddetta prova artificiale cio una forma che costruisce una sostanza (come nel caso dei modelli
idraulici nella teoria informazionale).

2.7. Seconda conclusione. Sottolineiamo, in conclusione, il rischio di ambiguit che i due procedimenti
(2.4.a, 2.4.b) inevitabilmente presenterebbero se si dovesse leggerli a partire dalla porzione testuale
analizzata, e non a partire dal punto di vista di chi li analizza. Il rilievo di questa differenza ha ragioni
critiche e di metodo che non possono essere lasciate sullo sfondo. Non ci dilungheremo oltre sulla
questione del punto di vista di chi svolge lanalisi, la cui importanza stata rilevata soprattutto dalle
ricerche in antropologia culturale (in particolare grazie allantropologo Clifford Geertz), in etnografia (per
un contributo semiotico al problema, cfr. lintroduzione di Francesco Marsciani nella sua raccolta di
saggi Tracciati di etnosemiotica), nellambito della critica postcoloniale, della critica femminista e degli
studi culturali. Torneremo su questi ultimi contributi proprio per evidenziare la loro prospettiva di
interrogazione politica sul mondo. Ci basta, per ora, aver dato alcune note di metodo.

Definiamo rapidamente il capitalismo cognitivo come riprendendoVercellone - il paradigma in cui il


termine capitalismo designa la permanenza, nel cambiamento, delle invarianti fondamentali del sistema
capitalistico: profitto, rendita, centralit del rapporto salariale o pi precisamente estrazione di
plusvalore, rapporto di forza. Il termine cognitivo specifica la nuova natura del lavoro, o pi
precisamente la nuova natura delle sorgenti di valore e delle forme di propriet sulle quali si basa

laccumulazione. In che senso questa nuova natura del lavoro si pu definire in termini di lavoro
produttivo? E come possiamo porre la questione dellaccumulazione del lavoro produttivo?

Pur dicendo troppo brevemente che il lavoro produttivo si definisce come (cito Toni Negri) la totalit del
lavoro sociale sfruttato che si oppone () alle varie forme nelle quali il capitalismo rinnova il suo
dominio, possiamo comunque affermare, fra gli altri, un punto decisivo: il lavoro produttivo non solo
lavoro produttivo di plusvalore ma soprattutto lavoro collettivo, incorporato non nel capitale, ma nelle
soggettivit, lavoro non assoggettato, o, in altri termini, luomo come capitale fisso.
Se consideriamo inoltre il fatto che il capitale non pi rappresentabile n manifestabile sotto forma di
fabbrica o sotto qualsiasi altra forma ben delimitata, ma che un rapporto dinamico, un rapporto con la
forza-lavoro viva per cui alla socializzazione del capitale corrisponde quella della forza lavoro, non
possiamo non porci, riprendendo le definizioni di Vercellone, alcune importanti domande: fin dove arriva
lestrazione e la gestione del plusvalore? Fin dove si estende e sintensifica laccumulazione capitalistica?
In che modo possiamo rappresentarci praticamente questo rapporto dinamico?
La questione viene cos formulata da Toni Negri: quali problemi solleva questa definizione del lavoro
produttivo dentro la ristrutturazione contemporanea dellorganizzazione del lavoro e la riconfigurazione
dello sfruttamento e del dominio sul mercato globale?. Ecco dunque il punto cruciale: ripensare
limmagine dello sfruttamento e dellaccumulazione come sfruttamento biopolitico e accumulazione di
produzione di soggettivit; tutto ci mentre assistiamo a una sorta di riappropriazione della potenza
produttiva e rivendicazione di tale riappropriazione da parte del lavoro vivo. Questo , a mio avviso,
lo spazio-tempo del conflitto che avviene immediatamente nel campo del sapere.

Cercher ora di delineare unimmagine approssimativa del capitale come rapporto dinamico e dei processi
di sfruttamento e di accumulazione.

Il lavoro produttivo, in quanto lavoro vivo, potenza produttiva delle soggettivit, capacit di produrre
ricchezza, costituisce la materia, o piano di consistenza, sul quale il capitale non cessa di operare tagli
verticali e orizzontali. Un piano di consistenza scrivono Deleuze e Guattari attraversato da
molteplicit, da singolarit eterogenee; su questo piano che si compongono e articolano le connessioni,
i movimenti, gli spostamenti. I tagli del capitale provvedono a delimitare e a ridurre i concatenamenti
potenziali delle singolarit, in una serie definibile e realizzabile di connessioni da proiettare su un piano di
equivalenza. Questi tagli realizzano il modo di articolazione semiotico del capitale.
Il piano di equivalenza il piano del valore, nel senso di valore di scambio. Larticolazione funziona come
un linguaggio che cito Mezzadra si trova di fronte a una pluralit di altri linguaggi che devono essere
ridotti al suo codice, ovvero al linguaggio del valore (del valore di scambio) che il capitale non ha mai
smesso di parlare. ci che Sakai ha chiamato indirizzo omolinguale e che definisce la condizione del
capitale come traduzione.

Ora, nota Mezzadra, innanzitutto la struttura semantica del capitale che rimane omolinguale nella
misura in cui dominata dal linguaggio del valore. Si tratta come notavano Deleuze e Guattari della
prima articolazione, quella che opera la stratificazione del piano di contenuto, o anche che determina la
materia formata.

Una seconda articolazione che opera la stratificazione del piano despressione, determina le strutture
funzionali che organizzano la materia formata e ne ri-articola le parti. Si tratta proprio di quella forma
despressione che nei tempi moderni potevamo centralizzare sulla fabbrica, ma che ha assunto un
aspetto particolare. Ritroviamo, infatti, fabbriche, e strutture funzionali estremamente rigide, che tuttavia
non costituiscono pi la dimensione primaria del capitalismo, ma che coesistono con altre tipologie di
strutture funzionali. La doppia articolazione con cui il capitale opera sulla materia non istituisce una
struttura funzionale chiusa e distaccata, ma piuttosto micro e macro strutture funzionali distribuite e
spalmate sui territori, una moltiplicazione e unintensificazione di dispositivi di controllo, di regimi di
lavoro, dunque di forme di sfruttamento. In altri termini scrivono Mezzadra e Neilson per rendere
conto delle caratteristiche della contemporanea geografia globale della produzione e dello sfruttamento,
bisogna considerare al contempo un processo di esplosione delle precedenti geografie e un processo di
implosione attraverso cui attori precedentemente separati sono forzati in sistemi interconnessi di
estrazione del lavoro.
La struttura semantica omolinguale, dunque, si manifesta ed esprime per mezzo della moltiplicazione e
intensificazione delle forme di sfruttamento direttamente sulla materia o piano di consistenza. Non
abbiamo a che fare con una forma ma con pi forme, con forme differenti, micro-forme e macro-forme,
con forme difformi. Si pensi alla compresenza di sussunzione reale e sussunzione formale. Potremmo
dire, sotto un altro rispetto, che il capitale non cessa di mettere in formazione le soggettivit.

Ma proprio linsediamento sul piano di consistenza, questa condizione di informit, fa s che i confini di
tali forme siano porosi, che il piano di equivalenza stesso, nel tentativo di sovrapposizione ed espansione
su un altro piano, lasci parecchi buchi al suo passaggio; in altri termini, rende il capitale instabile e lo
costringe a ripetere ogni giorno il gesto violento dellaccumulazione originaria, nel tentativo di catturare
per mezzo di connessioni isotopiche le eccedenze del lavoro vivo; ovvero lo costringe scrive Mezzadra
al carattere duramente conflittuale dei processi sociali e delle condizioni complessive in cui
laccumulazione originaria si articola.
Il concetto di confine viene allora ad assumere una certa importanza in quanto ci permette di leggere le
trasformazioni, gli spostamenti e i raddoppiamenti dei confini, in rapporto alle diverse forme di
sfruttamento; di articolare, cio, le rappresentazioni molari e molecolari che combinano differenti gradi di
rigidit e di flessibilit delle forme, con differenti gradi di rigidit e mobilit dei confini.
Ma se la moltiplicazione delle forme di sfruttamento e la trasformazione dei confini opera per
deterritorializzazione, intensificando i dispositivi di controllo e di cattura sulle singolarit di lavoro vivo,
allora a nuove e ulteriori disposizioni del capitale non potranno che corrispondere nuove e ulteriori
pratiche di resistenza e di conflitto. Con la moltiplicazione del lavoro non potranno che moltiplicarsi
scrivono Mezzadra e Neilson le linee di fuga e le possibilit per nuove forme di cooperazione e
organizzazione sociale e politica transnazionale. La traduzione come pratica politica, discorso
eterolinguale secondo la definizione di Sakai e Solomon, cerca di attivare processi di composizione delle
radicali eterogeneit che resistono allarticolazione del capitale, processi, contemporaneamente, di
soggettivazione e di organizzazione della moltitudine (dove lorganizzazione chiaro non richiama
forme despressione chiuse e distaccate come il Partito o il Sindacato, proprio perch non pu darsi senza
il problema, che ritorna continuamente, della composizione delle soggettivit). Le linee di fuga aprono a
nuove connessioni di singolarit, determinano un continuo cambiamento di natura delle molteplicit che si
connettono liberamente le une alle altre, scompaginano il piano dequivalenza.

Una pratica di traduzione di questo tipo, in quanto pratica politica, non pu costituirsi in un Unico, non
deve cessare di metamorfosarsi per non rischiare di essere catturata e delimitata dalle forme di
sfruttamento, e soprattutto per non rischiare di catturarsi da s, di formare un circuito chiuso,
costituendo regimi molari. Perch cos facendo non solo si attarderebbe nel vano tentativo di ri-formare
modelli di organizzazione vecchi che, come il vecchiume dei partiti e dei sindacati di oggi, si
comporterebbe come una forma medica che predica la salute; ma potrebbe giungere a definire una
separazione dai rapporti sociali come separazione dal conflitto, crocerossini che invocano il tavolo di pace.
Uso volutamente la metafora del tavolo di pace e mi avvio a concludere perch mi preme avanzare un
punto preciso sulla questione del discorso eterolinguale: se la pratica politica di traduzione agisce come
una macchina da guerra irriducibile a ogni forma dinteriorit, poich la scienza nomade scrivono
Deleuze e Guattari concepisce la materia come eterogenea, portatrice di singolarit, allora chiaro
che una pratica di traduzione rifiuta il tavolo di pace dove non pu che dominare il principio di

maggioranza e combatte contro laffermazione di una qualche rigida sfera pubblica. Le pratiche di
traduzione operano propriamente nelle fessure e nelle incrinature che le linee tracciate dal capitale non
possono assorbire; non cessano di fluire tra i segmenti rigidi e in altre direzioni. Le pratiche politiche di
traduzione scompaginano la sfera pubblica, lagire traduttivo soppianta lagire comunicativo.

La traduzione come pratica politica e con questo concludo ci cala subito nel campo del sapere come
luogo del conflitto. qui che proposte e ipotesi lipotesi e le ipotesi non cessano di venirsi incontro, di
tradursi e non di comunicarsi di compiere la traversata critico-politica ogni volta che enunciamo Il
Capitale: una critica del Capitale come verifica dei poteri e dello sfruttamento, infatti, non pu darsi
senza quel momento, del tutto politico, per cui attraversiamo Il Capitale, in cui, cio, riprendiamo di
nuovo e facciamo nostro il gesto che Marx compie con Il Capitale. Come scrive Toni Negri (e vengo al
tema dellincontro) Marx discende dalla concezione teorica del lavoro produttivo, sviluppata
nei Grundrisse, a una concezione del lavoro produttivo stesso completamente impiantata nella lotta di
classe, sviluppata ne Il Capitale. I Grundrisse sono la strategia, Il Capitale la prassi! Non possiamo
rimanere indifferenti dinnanzi a questa massima ambivalenza che si rispecchia quando enunciamo il
Capitale, e che ci mostra le tracce di un conflitto da sempre in corso.

RIZOMA-DELEUZE
Per cercare di capire la tesi del libro, iniziamo a definire il significato specifico delle parole. Rizoma
il concetto centrale dellanalisi che seguir. Esso rizoma esclude per la stessa possibilit
danalisi, in quanto non si presenta in natura puntiforme, localizzabile. Non dunque un punto, o
un oggetto definito, ma una direzione in movimento, cio qualcosa che costantemente si
trasforma, avendo nella propria dinamica trasformativa la sua ragion dessere. I Mille Piani sono
la distanza che il soggetto deve percorrere per tornare ad essere rizoma, per perdere la natura
puntiforme che lo rende vittima del sistema schizofrenico (= capitalistico).
Ma il soggetto, per come lintendono Deleuze e Guattari, non il soggetto cartesiano classico,
affermato nellideologia occidentale. Non un soggetto autore di azioni e pensieri, tale che
analizzabile in azioni e pensieri, intesi come unit distinte. Questo soggetto non esiste.
Se non esiste il soggetto, cosa esiste? Esistono solo le sue azioni, che sono legate in
concatenamenti macchinici. Questi concatenamenti hanno natura libidinale inconscia, ovvero
esprimono il desiderio del rizoma incarnato (= bloccato) nel soggetto. Linconscio, come diceva
Lacan, la somma di questi concatenamenti e porre un soggetto (= Es) allorigine di questi
concatenamenti linganno freudiano. Di fatto ci sono solo i concatenamenti. Freud trasforma il
rizoma dellindividuo in un soggetto della societ che esprime, nel suo malessere, la sua
incapacit di annullarsi nella societ.
Quando la materia non ha forma giace sul piano di consistenza che definito Corpo senza Organi.
Il contenuto deriva dalle costruzioni effettuate su questo piano di consistenza. Limposizione della
dicotomia forma-contenuto funzionale al mantenimento del potere, perch la forma individuale
sempre spinta verso un contenuto sovra individuale, che ovviamente detenuto da chi gi vi
risiede. Questa lorganizzazione verticale della societ che si riflette nella genealogia della
morale.
Soggetto e oggetto non esistono al di fuori della comunicazione, quindi, tutto comunicazione
perch tutto o soggetto o oggetto.
Si vive separati dal piano di consistenza perch la nostra storia di soggetti si svolta in assenza di
consapevolezza della dinamica che ci asserv. Una volta preso coscienza di questo meccanismo
soggettivante (= schizofrenico) occorre volontariamente invertire la direzione di emissione di
significati dellio-penso. Dal puntamento verso lalto, verso i piani superiori, regno assoluto
dellalienazione e del controllo della macchina del potere, al puntare verso il piano di consistenza,
verso il livello zero, verso il corpo senza organi. Non pi soggetto tra i soggetti, non pi
contraddizione tra contenuto e forma, ma assunzione inconsapevole del moto che costituisce la
vita.

Per giungere al CsO occorre prudenza. Ma anche caparbiet. E la vista di un senso che proprio
la mancanza di senso. Desoggettivarsi non significa abbandonarsi alle dinamiche esistenti ma
scegliere in proprio ed affermare la propria dinamica vitale. Infine, e qui c il difficile, confidare
nel caso, sia esso benigno o maligno. Affidandosi ad esso, qualunque fatto occorra, torneremo ad
appartenere al rizoma. Abbandonare il soggetto significa affidarsi ad una supposta sensatezza del
preesistente (= presoggettivo).
Per produrre dei significati dicotomici occorre negare lesterno, in quanto lesterno non
presuppone dicotomia alcuna. La macchina astratta di viseit il meccanismo attraverso il quale
possiamo comprendere il percorso seguito dalla realt sociale per abolire progressivamente la
stessa possibilit di macchine nomadi o polivocit primitive. Che vi sia ununica sostanza
despressione, incarnata dalla viseit, condizione dogni traducibilit. Ma la traducibilit
generalizzata porta inevitabilmente allannullamento del reale, che tutto diventa segno. La
macchina di viseit non un annesso del significante e del soggetto, vi piuttosto connessa e
risulta condizionante (p. 275). La significanza dellespressione visuale non dipende da un
soggetto a monte del viso n, tanto meno, da un significante insito allespressione, ma
dallesistenza di un punto centrale astratto che serve appunto a negare la stessa possibilit duna
significazione indefinita.
Il viaggio, lidea contemporanea del viaggiare, il grande inganno della modernit. Non si fugge
alla propria segmentazione biunivoca viaggiando. Su tutti i viaggi pesa lindimenticabile frase di
Beckett: Non viaggiamo per il piacere di viaggiare, che io sappia. Siamo stupidi, ma non fino a
questo punto. p. 3
Occorre porre il concetto di concatenamento alla base di una nuova e radicale interpretazione
della realt, uninterpretazione che neghi la natura intrinsecamente dicotomica del reale. Non vi
una pulsione di morte opposta a una pulsione di vita, ma un desiderio concatenato a un altro e
cos via, allinfinito. Il soggetto che si lascia trasportare da questo concatenamento muta secondo
la funzione della macchina da guerra. Loggetto di cui si occupa questa macchina produttrice di
concatenamenti non certo la guerra bens sono quanta di deterritorializzazione, che slegano il
soggetto dal reticolo del potere. La macchina da guerra ha come scopo unico la trasformazione.
Quando la macchina da guerra viene incorporata dallo stato si nella situazione di stato
totalitario in cui la capacit di trasformare si ridotta alla possibilit di distruggere. Quando
invece la macchina da guerra ad incorporare lo stato siamo nella situazione del fascismo, in cui
la conservazione perde ed a vivere il mutamento distruttivo
Divenire non significa n progredire n regredire secondo una serie. E soprattutto non si operano
divenire nellimmaginazione, anche quando limmaginazione raggiunge il pi elevato livello
cosmico o dinamico, come in Jung o Bachelard (cfr. pp. 355-356). Limmaginazione crea distinti,
dicotomici, stati dellessere che altro non sono che diverse posizioni del medesimo essere, che si
spostato verso il CsO oppure verso lalto, rendendosi ancor pi dicotomizzato. Il divenire non
punta verso altro da s, che sia lanimale o che sia lastratto. In questa affermazione presente il
concetto di predestinazione, inframmezzato per dal riconoscimento della forza della ragione. Ove
la predestinazione lespressione della mancanza di ragione, la scelta consapevole del proprio
destino, limposizione della ragione al proprio destino il gesto della libert. Ogni divenire
trasporta il soggetto verso un nuovo luogo che pu essere scelto consapevolmente. Il divenire non
causato, non ha nulla del filogeneticamente determinato, ma il risultato di una scelta, di
unalleanza.
Il CsO sul piano di consistenza definito dal suo movimento rispetto agli oggetti e dalla forza dei
suoi stati affettivi. A questo livello diviene possibile unindividuazione diversa rispetto a quella
possibile ai piani superiori, pi dicotomici. Si definisce questa individuazione ecceit. Lecceit
definisce un istante o una situazione e non dipende a livello basilare dagli oggetti che la
costituiscono. Accettare questa nuova cartografia dellesistente significa aumentare il grado di
libert possibile cui possono accedere gli individui, sempre che sappiano sganciarsi dalla
significazione implicita negli oggetti. Unecceit che diviene non inquadrabile dal sistema di
potere.

Riconoscere ad ogni istante una sua irripetibilit, contro lintento reticolare del potere che
vorrebbe ogni istante replicabile per poterlo commercializzare. Ecco il vero intento dellarte, che
cerca di rappresentare la realt in un modo diverso, non puntuale.
Ma larte a chi si rivolge? E questo il punto attuale, perch lo spazio stato completamente
quadrettato dal potere; il popolo pure, stato istruito a rivolgersi solo allo spazio quadrettato,
allinformazione che si legge entro questi limiti. Linformazione non pi rivolta al piano di
consistenza, ma verso i piano superiori, quelli artificialmente costituiti dal potere e la cui natura,
fatta passare per essenziale, confonde le autentiche forze popolari. I mass media, le grandi
organizzazioni del popolo tipo partito o sindacato, sono macchine per riprodurre il vago, che
effettivamente disorientano tutte le forze terrestri popolari (p. 502). Lartista ha ora pi che mai
bisogno del popolo, ma il popolo non pi raggiungibile perch stato molecolarizzato. Non
essendoci pi un gruppo di persone che si possa definire popolo, lartista popolare deve rivolgersi
allo spazio e sperare che il suo lavoro possa divenire strumento di liberazione di singoli, che da
punti individuati sulla mappa del potere divengano linee spaziali, vettori di libert.
Le scienze sono processi creativi tanto quanto quelli artistici. Le scienze girovaghe, empiriche,
realizzano soluzioni ai problemi contingenti, locali; ma, per diventare scienze a tutti gli effetti,
scienze regali, abbisognano di una potenza di calcolo che trascende le possibilit locali. Le scienze
girovaghe sono macchine da guerra che percorrono lo spazio con linea di libert; la captazione di
queste linee da parte della scienza ufficiale fa parte del processo dialettico della storia.
La scienza (sapere) diviene da subito strumento dello Stato (potere). Lo stato si costituito
originariamente in Oriente, nei grandi imperi. In essi si sono realizzate due condizioni che sono
state prese dalloccidente senza che questi dovesse pagare lo scotto della loro costituzione. In
primo luogo in essi si realizzato il controllo statale delle disponibilit alimentari, disponibilit
che costituiscono stock commerciabili, che vanno costantemente rimpiazzati certo, ma che sono
rimpiazzabili perch lo stato orientale ha realizzato la regolamentazione della societ. Anche
loccidente ora procede a questi processi, ma senza doverli rielaborare in proprio. In occidente i
rapporti di propriet, in cui il personale era subordinato al sociale (oriente), divengono diritti
individuali. I soggetti che si costituiscono emergono da flussi sociali codificati e impongono agli
stati la necessit di codificare i loro diritti, che in breve divengono il paradigma dei diritti nella
nostra societ. E questo il paradigma capitalista nel quale i diritti singolari (propriet) si
impongono sui diritti comunitari (umanit). In questa forma di diritto lessenza umana ridotta
ad un oggetto non qualificato, scambiabile, attorno al quale si costituisce ogni logica commerciale.
La decodificazione delle norme che regolano i rapporti tra gli uomini ha, con il capitalismo
avanzato, raggiunto un livello tale che gli stati non sono pi in grado di riafferrare questi flussi,
decodificati, per fornirli di un quadro di codifica unitario. La ricchezza non pi quindi legata ad
un luogo, ma diviene puro capitale, pura possibilit di agire sugli esseri umani in quanto oggetti,
non in quanto soggetti possessori di un diritto inalienabile. Il soggetto della storia, il vettore che
sposta luomo sui piani alti della struttura, diviene il denaro in quanto tale; luomo divenuto
oggetto (soggetto qualunque) ridotto a pura forza lavoro. La decodifica dai flussi storici, che in
prima battuta stata fonte di libert (e che continua ad esserlo per qualcuno) si trasformata a
lungo andare in processo di schiavit generalizzato: Il capitale un diritto o, per essere pi
precisi, un rapporto di produzione che si manifesta come un diritto, e come tale indipendente
dalla forma concreta che riveste in ogni momento della sua funzione produttiva (Emmanuel, cit.
p. 662).
Il diritto, nellattuale fase di capitalismo avanzato, ha smesso di essere la surcodificazione dei
costumi divenendo invece unassiomatica del diritto del denaro di disporre liberamente di ogni
oggetto, sia esso animato o meno.
Pensate che tutto questo stato scritto nel 1980 ed era stato preceduto, tra parentesi, dal primo
volume di schizoanalisi (questo il secondo), lAntiEdipo. Le considerazioni finali che conseguono
da questa osservazioni sono semplici. Da un lato la correttezza o meno dellanalisi non ha
minimamente influito sui meccanismi economici che regolano la societ capitalista nella quale
viviamo: si ribadisce la scarsa influenza degli intellettuali sulle cose materiali; dallaltro, laderenza
al CsO (Corpo senza Organi) che lobiettivo ideale, mi pare, come ogni idealit, irrealizzabile. La

sua negativit tuttavia il segno della sua correttezza. Allinterno della struttura dei Mille Piani
nella quale viviamo siamo liberi di muoverci senza mai raggiungere il CsO. Se lo raggiungessimo,
se tornassimo animali, perderemmo la libert di muoverci, appunto, tra i Mille Piani e, dato che
viviamo in una societ, saremmo forse ancora pi schiavi di coloro che vivono ai Piani alti.
Lobiettivo ideale, astratto, irrealizzabile, lascia aperti per alcuni spiragli su obiettivi particolari e
realizzabili allinterno della struttura definita. Non occorre pensare ai destini del mondo no
allapproccio freudiano basato sul senso di colpa perch molto pi utile pensare al proprio
destino inserito nelle condizioni materiali di funzionamento dellapparato, che pu essere
completamente diverso da quello del mondo; una volta che il proprio destino scelto si liberi.
Per sempre.

PEIRCE SEMIOTICA

La definizione di relazione segnica o semiosi di Peirce avviene tra tre elementi: un Representamen, la
parte materiale del segno; un Oggetto, il referente a cui il segno fa riferimento; e un Interpretante, ci che
deriva o viene generato dal segno. Il punto di partenza della semiosi di Peirce nella realt esterna (dove
in Saussure il Referente aveva invece un ruolo solo accessorio nel definire la relazione tra il significante e
il significato). L'Oggetto quale nella realt viene definito da PeirceOggetto dinamico. A partire
dall'oggetto dinamico si definisce quello che Peirce chiama l'Oggetto Immediato che sembra
corrispondere al significato di Saussure. Infatti l'oggetto immediato nasce dal 'ritagliare' o dal mettere in
rilievo alcune delle caratteristiche dell'oggetto dinamico, quindi dell'oggetto reale. Questo vuole dire che
l'oggetto immediato ci d dell'oggetto dinamico solo una prospettiva tra le tante possibili; nel segno
quindi il representamen (significante) ritaglia o identifica attraverso l'oggetto immediato (significato) un
particolare punto di vista sull'oggetto dinamico (referente). L'aspetto pi interessante del processo di
semiosi come stato pensato da Peirce consiste nel concetto di interpretante. L'interpretante di Peirce
infatti un ulteriore segno che sorge dal rapporto tra il representamen e l'oggetto immediato; come dire
che un segno genera un altro segno attraverso un processo di interpretazione. Tale processo di
generazione di un interpretante da un segno, e poi di un altro segno-interpretante successivo e cos via,
identifica un processo potenzialmente interminabile detto di semiosi illimitata. Quindi il concetto di segno
o della semiosi in Peirce triadico.

Il concetto di interpretazione centrale nella prospettiva filosofica di Peirce e della sua concezione
del pragmatismo. Peirce ritiene in sintesi che il processo cognitivo fondamentale nell'uomo sia il costante
passaggio dalla condizione del dubbio a quello della credenza; o meglio, Peirce ritiene che il nostro
rapporto con il mondo sia dettato dalla continua produzione di ipotesi riguardo al modo in cui possiamo
superare una condizione di incertezza, o di dubbio cognitivo, e quindi riposare la nostra mente nella
sicurezza della credenza. La credenza o "abitudine" (habit in inglese) pu essere assimilata a un modello
mentale, uno stereotipo o una concezione culturale stabilita, che ci permette di affrontare la realt con un
determinato successo. Quindi fondamentale per Peirce la nostra capacit di produrre ipotesi
o abduzioni riguardo al modo in cui vanno, o si ritiene debbano andare, le cose. Questa centralit delle
modalit di pensiero per ipotesi deriva a Peirce dalla sua formazione scientifica. Infatti la stessa logica
del pensiero scientifico che prevede un costante e continuo processo di revisione e messa in discussione
delle ipotesi di partenza di una teoria (il cosiddetto falsificazionismo di Karl Popper).
Partendo da diversi presupposti la semiotica strutturale e generativa assume anche una diversa
prospettiva riguardo al modo in cui si deve intendere la stessa analisi semiotica. Algirdas Julien
Greimas ha definito un modello di analisi semiotica adattabile ai pi svariati oggetti di ricerca. Prima di
tutto secondo Greimas la narrativitdeve essere ritenuta il modello generale di organizzazione di ogni
testo. Questo significa che ogni testo contiene al proprio interno una struttura basata su di uno sviluppo
narrativo anche solo potenziale. In questa prospettiva al centro dell'attenzione dell'analisi non pi quindi
il processo di interpretazione e i suoi meccanismi, ma la narrativit e le sue strutture all'interno del testo.

Greimas parte da un "modello stratificato" del testo e delle sue strutture che deve rendere ragione a ogni
livello dei suoi meccanismi di senso. Da questa concezione deriva la definizione di semiotica strutturale e
generativa; infatti la struttura del testo viene intesa come costruita secondo piani tra loro collegati da un

meccanismo di "espansione" da un livello inferiore pi analitico e astratto verso livelli sempre pi concreti
e articolati. Da sottolineare il fatto che la generativit di tale percorso di strutturazione del testo non va
assolutamente intesa in senso genetico - non si vuole dire che esistevano prima, nella mente del supposto
autore, delle strutture astratte e semplici del senso, quasi un nucleo primario del testo, e che da queste si
sia generato per espansione il testo di superficie -, ma semplicemente che dal punto di vista dell'analisi le
strutture di base o "profonde" devono essere la giustificazione della coerenza e della coesione delle
strutture di superficie.
L'ipotesi quindi che il senso si generi a partire da opposizioni semplici, astratte e profonde, e che queste
possano essere ritenute il fondamento delle strutture disuperficie del testo da noi di fatto fruibile. Il
modello di Greimas prevede quindi l'ipotesi di un modello generativo costituito da due fondamentali
dimensioni di base, una sintattica e l'altra semantica, la prima che regola gli aspetti di costruzione
formale del senso del testo e l'altra i suoi aspetti di contenuto. La vera e propria stratificazione in livelli
invece poi basata sulla presenza di strutture profonde dette semio-narrative e di strutture pi superficiali
dette discorsive.

Vladimir Jakovlevic Propp

Importante nella costruzione del modello greimasiano stato il riferimento all'opera dell'etnografo
russo Vladimir Jakovlevic Propp Morfologia della fiaba pubblicato nel 1928. Propp, analizzando un corpus
limitato di fiabe di magia russe aveva individuato una struttura ricorrente di trentuno funzioni narrative
presenti in tutte le fiabe con varianti relative. Aveva inoltre individuato il ricorrere di sette sfere
d'azione che caratterizzavano i ruoli di alcuni personaggi nelle fiabe in analisi. Dalle sfere d'azione
Greimas elabora un modello pi astratto delle funzioni svolte dai personaggi potenzialmente adattabile a
ogni forma di narrazione. Chiama queste funzioni attanti e le identifica in tre coppie essenziali:
soggetto/oggetto; destinante/destinatario; aiutante/opponente.
In sostanza, la teoria semiotica elaborata da Greimas ha lintenzione di rendere conto di una semantica e
di una grammatica che possano essere definite fondamentali. Cos come i metalinguaggi, Greimas
concepisce un sistema semiotico organizzato per livelli di profondit progressivi. Il passaggio da un livello
allaltro avviene secondo la generativit: gli elementi pi profondi generano gli elementi pi superficiali
ricorrendo a regole di conversione. Le strutture semio-narrative costituiscono il livello pi profondo e
dunque accolgono il livello elementare della significazione in cui si descrivono tutte le possibili
articolazioni semantiche.
In ogni testo quindi possibile individuare la figura di un Soggetto che intende conseguire un Oggetto di
valore. Evidentemente nel racconto pu presentarsi la figura di un Anti-soggetto che svolge un
programma narrativo uguale ma contrario rispetto a quello del Soggetto per conseguire il medesimo
Oggetto di valore. La valorizzazione dell'oggetto avviene attraverso l'intervento di una ulteriore figura
attanziale che quella del Destinante che propone la motivazione all'azione del Soggetto; il Destinatario
sar poi la figura attanziale che sancisce il successo o l'insuccesso dell'azione dell'eroe-Soggetto. In
questo meccanismo astratto si inseriscono le due figure attanziali dell'Aiutante che appoggia il Soggetto
nel raggiungere il proprio obiettivo e dell'Opponente che cerca di inibire l'azione del Soggetto.
Questa vera e propria sintassi narrativa completata dalla suddivisione del racconto in quattro momenti
fondamentali: lo Schema narrativo canonico diviso in quattro momenti essenziali: la manipolazione, in
cui il Destinante investe il Soggetto di un compito; la competenza in cui il Soggetto assorbe le
informazioni fondamentali per conseguire lo scopo; la performanza in cui il Soggetto di fatto agisce per
conseguire il proprio Oggetto; e la sanzione in cui il Destinatario riconosce il successo o l'insuccesso del
Soggetto.
Un ulteriore aspetto fondamentale del modello greimasiano deriva dagli studi da lui compiuti
di semantica strutturale. Il tentativo di individuare un modello astratto della costruzione del significato di

singoli lessemi attraverso la loro scomposizione in tratti elementari e primitivi (come era riuscita a fare
la fonetica per il piano dell'espressione) ha portato Greimas a individuare anche all'interno di
ogni testo un nucleo semantico fondamentale scomponibile in elementi in opposizione. Il concetto stesso
di categoria semantica di Greimas fondato sull'idea che si tratti sempre di una categoria oppositiva: il
bianco senza il nero non in s dotato di senso. Ogni categoria semantica per essere esplorata e
analizzata nei singoli contesti deve quindi essere pensata come una categoria oppositiva: ad esempio il
maschile si oppone al femminile (contrari), allo stesso tempo si trova in relazione di contraddittoriet con
il non-maschile (contraddittori), e di complementarit con il non-femminile (complementari). In sostanza
ogni categoria semantica pu essere rappresentata attraverso il modello grafico di un quadrato: il
quadrato semiotico. (derivato dal quadrato logico aristotelico o di Psello). Le relazioni tra i quattro vertici
del quadrato definiscono poi i termini complessi: ad esempio se uomo e donna si collocano ai vertici
rispettivi del maschile e del femminile, ci che maschile e femminile (l'asse dei contrari) allo stesso
tempo definisce l'ermafroditismo; mentre sull'asse corrispondente dei sub-contrari del non-femminile e
del non-maschile si trova la non-sessualit dell'angelo.

Il piano di immanenza deleuziano: immagine e orientamento


di Viviana Verdesca
Un ritratto si dice ben riuscito quando coglie in un soggetto tutte le et. un buon segno, dunque, se nel ritratto di un viso adulto, per
esempio, si accendono tratti infantili o affiorano linee di invecchiamento: significa che il ritrattista ci sa fare. Non bisogna per
equivocare: non si tratta tanto di invecchiare o di ringiovanire in qualche modo l'immagine di chi si ha dinnanzi, ricorrendo magari a
trucchi del mestiere, quanto piuttosto di intuire zone di indiscernibilit tra le et capaci di trasfigurarne i lineamenti. come se ogni
pennellata dovesse generare un doppio effetto: un effetto di somiglianza, tale per cui la copia ritratta sia facilmente
riconducibile al modello ( lui), e un effetto di dissomiglianza, capace di insinuare tra il modello e la figura un senso di
estraneit (non lui) [1]. L'abilit del ritrattista, la sua malizia, consisterebbe per cos dire nel vedere nel volto
(letteralmente: in ci che a lui si volge) pi di quanto non si dia a vedere. L'arte del ritratto, dunque, sarebbe un'arte di
cattura, di doppia cattura, che disegna ci che vede e mira a ci che si ritrae. Ma che cosa si ritrae?
In prima battuta, possibile dire che ci che si ritrae non va cercato nel presente, nel quale il soggetto viene immortalato, ma bisogna
subito aggiungere che pure, paradossalmente, non si manifesta altrove. Ci che sfugge infatti la soglia che il soggetto,
presentificato nella sua figura, varca per diventare ci che : ovvero un individuo di poco pi vecchio rispetto al presente
appena trascorso e di poco pi giovane rispetto al presente che prossimo a venire. Lungo questa soglia, che scandisce i
due sensi del divenire, giovinezza e vecchiaia coesistono differenziandosi illimitatamente l'una dall'altra e cos facendo permettono al
presente di passare e al mutamento di accadere [2]. E se vero che un mutamento non pu essere valutato nel suo mentre ma solo
retroattivamente a partire dalla cosa mutata, basti allora pensare che su questo limite si gioca a ogni istante quel trascurabile scarto
d'et che alla lunga si dice invecchiamento. Questa soglia, che fessura il tempo e al contempo lo tiene insieme [3], rivendica
per s uno statuto speciale: non partecipando del presente, essa accompagna ogni sua pulsazione come l'istante
intemporale che incessantemente lo lavora; non partecipando dell'essere (poich per l'appunto non una creatura del
presente), essa si muove lungo il fragile margine dell'esistenza, attingendo una qualche parvenza di essere proprio da
questa eccezionale collocazione extra-essere. Non vi luogo specifico in grado di corrispondere a questo limite [4]: nessun
dove pu infatti accogliere la natura paradossale che lo caratterizza e tollerare di conseguenza che gli opposti coesistano nella loro
reciproca irrelatezza; ma per ci stesso occorrer spingersi oltre e indicare che in questa soglia sancito l'aver luogo di ogni tempo
presente e risiede, per estensione, la condizione di possibilit di qualsivoglia cosa frequenti la sua breve durata temporale. In altre
parole potremmo anche dire che tra i lembi di tale insondabile fessura si occulta il che di ogni figura: infatti, ogni cosa, accadendo, si
figura in tale caduta; che rivesta una particolare figura dunque l'unica traccia del passaggio attraverso il varco metastabile del suo
divenire [5].
Tornando all'arte del ritratto, commenteremo pertanto che il suo segreto consiste nel catturare insieme il soggetto e il suo
travaglio, l'ora presente (Kronos) e il suo puro divenire (Ain) [6]. Quando il viso raffigurato riesce a trattenere questa
simultaneit, il suo aspetto, riproducendo ci che pubblicamente identifica un individuo, subisce una scossa,
attraversato da una vena di straniamento che finisce per rallentare l'immediatezza del riconoscimento (sar io?). Da qui
forse deriva la potente fascinazione che il ritratto non cessa di esercitare sul suo soggetto vivente, in carne e ossa: nel ritardo del
riconoscimento possono infatti succedere molte cose, accadere degli incontri, addirittura ci si pu perdere. Ma l'ambigua
attrazione, che il ritratto emana, pu impossessarsi di chiunque: ogni volta che un'occhiata sia pure distratta si posa sul quadro, si
verifica infatti una sovrapposizione di sguardi che fulmineamente si traduce in occasione di incontro tra il fruitore di passaggio e
l'artista; se si dovesse specificare la natura di tale incontro non sarebbe fuori luogo descriverlo in termini di agguato.
Una volta catturatane l'attenzione, l'ignaro osservatore si troverebbe suo malgrado costretto a quello strabismo che guarda

alla figura e al contempo forza la vista oltre la sua naturale portata. In modo del tutto irriflesso, in lui agirebbe, replicandosi, la
funzione anomala del ritrattista che prima di lui ha marcato la soglia e, con essa, l'impercettibile transito che rapporta il soggetto
alla sua popolazione senza et [7]. In altre parole, senza aver chiesto nulla, l'osservatore guadagnerebbe d'un colpo il punto di
vista dell'artista, ovvero si troverebbe catapultato in quel punto critico dal quale il ritrattista spicca il suo sguardo. Occorre infatti
specificare che l'artista, per disegnare il passaggio di cui si sta parlando, deve collocarsi proprio l, ovvero in corrispondenza di quel
bilico che ora calamita il distratto passante, il quale non pu sottrarsi a tale richiamo allo stesso modo in cui, nonostante la vertigine,
spesso accade di non poter fare a meno di sporgersi sul ciglio di un baratro anche a rischio di cadere. Pu darsi che il modo in cui
l'artista tiene il bilico sia ci che si intende quando si allude allo stile: nulla a che vedere dunque con una maniera
studiata finalizzata ad atteggiare un fare, quanto piuttosto una sorta di vaghezza capace di tenere insieme uno
squilibrio [8].
Cosa accade quando un artista si autoritrae? Difficile a dirsi, difficile finanche pensarci. Eppure la domanda lecita; e ora che
l'interrogativo stato posto, pare quasi che non aspettasse altro che di essere formulato: l'inclinazione del discorso tirava da quella
parte, l che tendeva, a costo anche di strappi e forzature. Possiamo azzardare un cenno di risposta, affermando che nell'autoritratto
sono chiamati a coabitare sulla tela l'uomo e l'artista, la figura individuale che l'artista e il creatore di immagini attraverso cui quella
stessa figura passa; e se l'uomo e l'artista incarnano la stessa figura, l'esecutore dell'autoritratto dovr allora dimostrarsi
capace di un doppio esorcismo tale da evocare nell'uomo e nell'artista gli sfocati fantasmi dei rispettivi divenire. Tentando
un altro approccio, si potrebbe dire che nell'autoritratto si fa due volte il mezzogiorno, ovvero che accade due volte quel
punto straordinario in cui l'ombra combacia con la presenza; e se la penetrazione di questo incontro ha dell'esplorazione
amorosa, deve essere per quello stesso disperante recupero di una distanza raggiunta l dove si fa. Il senso
dell'autoritratto quello di un viaggio sul posto che non procede da s a s, ma da s alla linea di disfacimento del s e
viceversa, dove a governare l'oscillazione lo stile e l'immagine differita che questo movimento rilascia quella
dell'artista; immagine, quest'ultima, che a sua volta si scompone e si ricompone seguendo le ponderate flessioni del suo
proprio polso stilistico. L'esercizio certamente estenuante e allucinatorio; e non si banalizza se si dice che il mezzogiorno non
solo l'ora in cui si d il benvenuto ai miraggi, ma anche un'ora buona per i disastri. La fatica di tenersi insieme pu
rivelarsi tutt'a un tratto insostenibile; e nel tracollo pu capitare che si perda qualche pezzo di s per strada. Questo per
dire che l'autoritratto comporta dei rischi e che l'unica regola pare essere la prudenza.
Riconoscere in Deleuze un abile ritrattista pu offrire uno spunto interessante per inquadrare il suo singolare approccio alla storia
della filosofia. A partire da qui, potrebbe infatti risultare pi agevole definire il modo in cui Deleuze si lavora programmaticamente
gli autori di cui si interessato nel corso della sua vita di pensatore [9]; la qual cosa, di riflesso, aiuterebbe a comprendere meglio il
senso di tali incontri che Deleuze in un celebre passo di una lettera rivolta a un critico severo ha voluto descrivere nei termini di
un'inculata [10]. Sopraggiungere in punta di piedi alle spalle di un autore e costringerlo a partorire un figlio mostruoso,
ma tale che nessuno possa dubitare della sua paternit, dunque la strategia che Deleuze suggerisce al fine di rendere
propriamente fecondo qualsivoglia confronto con la tradizione filosofica. A torto si liquiderebbe questa metafora come una
provocazione irriverente e fine a se stessa; al contrario, occorre prestarvi orecchio e corrispondere al suo senso, magari dislocandosi
altrove, in un altro contesto, in un'altra metafora. Per questo avvertiamo l'urgenza di tornare al nostro spunto e di proseguire
suggerendo che Deleuze si sia fatto capace di incontrare le firme della storia della filosofia, di cui si voluto occupare, allo stesso
modo in cui il ritrattista, a ogni suo lavoro, incontra il volto di chi ritrae.
Ma in cosa consiste il volto di un autore? Non difficile intuire che ad animare il volto di un filosofo sia in definitiva la sua opera;
questo perch essa rappresenta ci che l'autore destina, rivolge a un pubblico; quindi, nessuno stupore se per suo tramite che un
autore viene abitualmente identificato. Sia che si fissi frontalmente l'intero corpus di un autore, sia che se ne prediliga una parte, in
ogni caso la possibilit di fendere ci che si volge allo sguardo in direzione di ci che in questo volgersi si sottrae comunque
garantita. Non significativo il fatto che la figura di pensiero scelta sia la risultante di tutte le sue fasi o la forma specifica di un
periodo: l'esercizio del ritrattista non cambia e dal pensiero figurato affonder al punto di bilico in cui la forma viene meno
e resta il suo puro figurarsi. Come l'artista sottopone il suo soggetto a un movimento di spersonalizzazione che sfuma il
viso nella frontiera del suo divenire tale, Deleuze, ogni volta che si dedica a un autore, lo sottopone a una torsione che
restituisce i concetti alla comune linea di orizzonte che li sottende; e lo fa mostrando attraverso di essi la traccia di quel
passaggio che relaziona il pensiero al suo farsi, alla sua genitalit. Se questa soglia, che prima abbiamo vista abitata dal
soggetto del ritratto, il non-luogo in cui ogni presente si differenzia dal precedente e dal successivo e, in ragione di questo
incessante differenziarsi, il tempo di una vita acquisisce il proprio senso di continuit, allora non errato aggiungere che accedendo a
questo stesso varco, fosse anche attraverso una sola pagina, il pensiero di un filosofo pu farsi co-presente a tutte le sue figure. Per
dirla con Deleuze, si tratta di individuare in ogni filosofo il suo specifico divenire, che quella potenza che
anonimamente lavora dietro il suo nome. Parlando di Foucault, Deleuze commenta: posso parlare di Foucault,
raccontare che mi ha detto questo o quello, descrivere come lo vedo. Tutto ci non significa niente fino a quando io non
sar stato capace di incontrarmi [] con quell'insieme che viene a costituire una combinazione unica il cui nome
sarebbe proprio Foucault [11]. Occorre dunque saper vedere in Foucault, nei suoi gesti, per come ci sono stati raccontati, pi di
quanto non vi sia depositato, leggere nelle sue opere pi di quanto non vi sia esplicitato, perch questo di pi il solo
orizzonte in cui Foucault pu essere incontrato.
Pi in generale, l'insegnamento di Deleuze invita a guardare ogni pagina di un autore in controluce come per intravedere il foglio
bianco che le taglia trasversalmente tutte; le sue indicazioni suggeriscono di leggere negli intervalli tra un concetto e l'altro come per
carpire l'inframmezzo bianco che trattiene insieme le righe d'inchiostro nero; e da qui, da questa comune riva di circostanze, Deleuze
sollecita a tenere il ritmo che con le sue andate e i suoi ritorni ha distribuito il pensiero per tutto il raggio di una vita, depositandolo
nelle sue forme calcificate: potrebbero essere conchiglie, perch non escluso che il pensiero abbia le sue maree e le sue lune.
Questo parrebbe essere il protocollo d'azione sperimentato da Deleuze, al quale spetta di diritto lo stesso ruolo anomalo attribuito
poco fa al ritrattista. Il suo lavoro consisterebbe dunque nello scorporare l'opera di un autore per lasciare emergere
attraverso le figure concettuali che gli sono appartenute il travaglio del suo specifico divenire. E per fare ci Deleuze non
pu esimersi dallo sprofondare lo sguardo nel punto anesatto [12] attraverso il quale il pensiero transita per nascere nelle
forme che lo definiscono. Ponendosi sulla linea di costa che contorna un autore, Deleuze si fa capace di un'intimit con esso che
non pu scadere in una qualche forma deteriore di commistione per la stessa ragione per cui un bordo, uno qualsiasi, non corre alcun
rischio di confondersi con ci che delimita, fintantoch si mantiene nella sua funzione. In questa sottile intimit, in tutto simile a una
nicchia, Deleuze si raccoglie per lavorare al suo ritratto, il quale una volta ultimato mal si concilier con i quadri rigidi che popolano

le pagine dei manuali di storia della filosofia, se vero che ci che interessa a Deleuze non la riproduzione nitida di un
autore, dei suoi concetti, quanto piuttosto la difficile immagine mossa del suo pensiero in divenire, la quale richiede, come
si visto, tutt'altro genere di perizia [13].
Per il momento vogliamo soltanto accennare al fatto che se lecito riconoscere un divenire-Foucault, un divenire-Bergson, un
divenire-Spinoza, e cos via per tutti gli autori del firmamento filosofico, lungo questi specifici divenire ne scorre uno di pi ampia
portata che per cos dire li svolge tutti. Come Deleuze ama spesso insinuare, attraverso i numerosi tomi che compongono la storia
della filosofia spira un vento insistente, che circola a velocit differenti, ora lento, ora fulmineo, ma che costantemente presente a
tutti i suoi momenti: esiste un divenire-filosofia che non ha nulla a che vedere con la storia della filosofia, e che passa piuttosto
attraverso coloro che la storia della filosofia non giunge a classificare [14]. Che un modo come un altro per alludere al fatto che
rispetto alla storia della filosofia, ai movimenti che in essa comunemente si riconoscono, si d un'istanza acronica, non
storicizzabile, che gi da sempre ne ha intenzionato le direzioni. Ma questa prospettiva, verso la quale quanto si detto finora
spinge per confluire naturalmente, nostro proposito lasciarla momentaneamente sospesa.
Seppur brevemente, del Deleuze ritrattista si detto; ora il momento di indagare se Deleuze ci abbia lasciato tra i suoi numerosi
lavori qualcosa che abbia valore di autoritratto. L'ultima opera, che Deleuze scrive in collaborazione con Guattari, si presta a offrire
delle osservazioni utili alla nostra ricerca [15]. Il titolo del saggio, con il suo interrogativo che campeggia in testa, rivela da s
l'eccezionalit del testo che si vuole avvicinare. Che cos' la filosofia non infatti una domanda che qui si intenda lanciare ad uso
retorico con la promessa di ricondurla presto a s con un lazzo di risposte pronte alla mano. Sin dalle prime righe si avverte
chiaramente che come se questa domanda si fosse scavata un tempo, un'ora precisa nella vita di questa coppia di pensatori;
semplicemente quel momento tutto a un tratto precipitato, e con esso il suo carico. C' un battito di esitazione, prima che una voce
proveniente dal mezzo del binomio Deleuze-Guattari cominci a corrispondere alla domanda. I toni sobri sono quelli di chi sa che non
si pu possedere questa domanda pi di quanto non se ne sia gi posseduti.
Al fine di rintracciare, dove possibile, indicazioni utili al nostro percorso, non possiamo fare a meno di tratteggiare a grandi linee le
direttive di questo saggio; pertanto domandiamo con Deleuze e Guattari: che cos' la filosofia? La filosofia l'arte di formare, di
inventare, di fabbricare concetti [16]. Nessun cielo, dunque, a sorreggere i concetti come fossero corpi celesti: i concetti devono
essere creati, sgrossati e intagliati con la stessa competenza artigianale che riscontriamo nel falegname quando lavora il legno. Ma
se creare concetti sempre nuovi l'oggetto della filosofia [17], non resta che deviare la prima domanda verso una seconda: che
cos' il concetto? Diremo sinteticamente che il concetto anzi tutto una molteplicit; non esistono concetti semplici. Ogni
concetto ha delle componenti e si definisce a partire da esse: il concetto ha dunque una cifra [18]. la cifra delle sue componenti
che definisce il contorno del concetto come un bordo frastagliato, irregolare che lo distingue dal caos mentale in cui si
troverebbe altrimenti assorbito; ogni concetto dunque simile a una lingua di terraferma esposta agli umori prepotenti di un
oceano minaccioso, costantemente in agguato. Si dir del concetto che un tutto, perch totalizza le sue componenti, ma un tutto
frammentario [19] in quanto gli elementi che lo innervano permangono eterogenei l'uno rispetto all'altro, senza
stemperarsi in una nuova e comune mescolanza. Se si volesse cogliere il concetto sul nascere, bisognerebbe guardare l dove le
forze, che fluiscono sulla scia di un problema e della rispettiva soluzione, si addensano in un nodo tematico dal contorno sempre pi
deciso [20]. Risalendo invece lungo i nessi che alcune componenti del concetto hanno mantenuto con altri concetti, emersi in seguito
a problemi differenti rispetto a quello che ha chiamato in essere il concetto in questione, se ne ricaverebbe la storia: questo perch,
una volta accesasi l'urgenza che innesca la creazione, ogni concetto opera un nuovo montaggio, assume nuovi contorni, deve essere
riattivato o ritagliato [21]. In altre parole, la genesi di un concetto scandita dalle interazioni con gli altri flussi concettuali che si
vanno addensando all'interno del medesimo piano d'appartenenza [22]; quanto ai tempi di incubazione, sarebbe superfluo
immaginare dei limiti, considerato che la gestazione di un concetto si protrae per tutta la vita dell'idea come suo
irrinunciabile orizzonte di rinascita e di rinnovamento. Infine, non da escludersi che, fissando lo sguardo sulle componenti di
un concetto, si possano scorgere i germi di altri potenziali concetti, destinati a formarsi altrove, evocati da altre domande [23].
Potremmo riassumere questi brevi cenni, sottolineando che ci che davvero importa del concetto la capacit di rendere le
componenti al suo interno inseparabili; distinte, eterogenee e tuttavia inscindibili: questo lo statuto delle componenti, ci che
definisce la consistenza del concetto, la sua endo-consistenza [24]; e continuare sostenendo che a questa coesione interna
corrisponde un'eso-consistenza che relaziona il concetto e la sua creazione a quella di altri concetti, favorendo in tal modo
la costruzione di ponti tesi come tra un'isola e l'altra di un arcipelago la cui mappa non la finisce mai col divenire. Descritto
altrimenti, ogni concetto pu essere considerato come il punto di coincidenza, di condensazione o di accumulazione delle proprie
componenti [25]: se per un verso ogni componente del concetto stringe nuove alleanze con un numero sempre
crescente di elementi intensivi e fa fibra, per l'altro, il concetto, sospeso in un perenne stato di sorvolo, non smette mai di
attraversare la trama che lo costituisce, quasi fosse costantemente chiamato a farne il punto. Il concetto al tempo stesso
assoluto e relativo: relativo rispetto alle proprie componenti, agli altri concetti, al piano sul quale si delimita, ai problemi che
chiamato a risolvere [26], ovvero rispetto al processo di creazione che lo pone in essere senza mai definirlo una volta per tutte;
assoluto rispetto alla condensazione che opera, al luogo che occupa sul piano, alle condizioni che assegna al problema [27], ovvero
rispetto alla sua auto-posizione. Il costruttivismo, cos come lo va delineando Deleuze, sposa efficacemente il relativo e l'assoluto e fa
del concetto un sistema auto-referenziale.
Di nuovo, che cos' la filosofia? La filosofia un costruttivismo e il costruttivismo ha due aspetti complementari che differiscono
per natura: creare dei concetti e tracciare un piano [28], vale a dire un piano su cui i concetti possano cum-sistere. Come
funziona il piano di consistenza? Il piano di immanenza dei concetti opera come una tavola chimica irreversibilmente aperta
ai suoi elementi come anche ai relativi passaggi, ai reciproci scambi che la esplodono squassandola con imprevedibili
dinamismi [29]; si comporta come un piano illimitato e fluido capace di sostenere il passo elastico del concetto [30];
funziona come un taglio, che predispone un orizzonte di terra all'incedere del concetto e alla progressiva
territorializzazione che traccia attorno a s [31]. Bisogna dunque intendere il piano di consistenza nei termini di un piano
propriamente concettuale? Non esattamente; il piano di immanenza non coincide con quel piano concettuale-filosofico su cui
le forme del pensiero fanno bella mostra di s, eppure, paradossalmente, si sbaglierebbe a cercarlo altrove. Il senso di quanto
stiamo precisando pu essere rischiarato da una puntualizzazione che Deleuze sviluppa proprio allo scopo di introdurre la differenza
che si tentava poc'anzi di circoscrivere: ma in realt gli elementi del piano sono dei tratti diagrammatici mentre i concetti
sono dei tratti intensivi. I primi sono dei movimenti dell'infinito, mentre i secondi sono le ordinate intensive di questi
movimenti, dei tagli originali o delle posizioni originali [32]. Ci significa che occorre distinguere la composizione intensiva,
che determina il concetto sulla superficie del piano prettamente filosofico, dalla traccia intuitiva, che lo anticipa sul piano

di immanenza; la qual cosa ci porta dritti a sostenere la coesistenza, la simultaneit del piano filosofico e dell'orizzonte prefilosofico che sempre lo incalza e lo precede senza mancare poi di succedergli e di rilanciarlo in avanti. Prefilosofico non significa
qualcosa che preesiste, ma qualcosa che non esiste al di fuori della filosofia, bench questa lo presupponga [33].
Dal momento che la filosofia si occupa di concetti e ha inizio con la creazione di questi stessi, ne risulta che il piano di consistenza,
in quanto presupposto, debba essere la potenza pre-filosofica, la comprensione non concettuale cui ciascun concetto
rimanda.
Il piano di immanenza come un taglio del caos, e agisce come un setaccio. [] Operando un taglio del caos il piano
di immanenza fa appello a una creazione di concetti [34]. Lungo la linea di taglio del piano di consistenza, la filosofia e
l'universo indifferenziato del non-filosofico si fronteggiano [35]: un faccia a faccia estremo, dello stesso genere che altrove
potrebbe vedere l'uno dinnanzi all'altro il tempo vitale di Kronos e l'imperturbata catatonia della morte [36]. Perch la situazione non
precipiti, urge una qualche mediazione; e cos, allo stesso modo in cui Ain garantisce a Kronos di sopravvivere a ogni sua
breve durata presente, ecco intervenire a tutela della filosofia e del suo lavoro un piano non concettuale, capace di
tagliare, filtrare, imbrigliare in qualche modo il caos e il suo inafferrabile movimento [37]. Se il piano di immanenza
taglia la massa indomabile del caos, rendendone in qualche modo leggibili i movimenti attraverso rapidi tratti
diagrammatici, come avviene quest'opera di intercettazione destinata poi a tradursi in concetto?
La domanda sarebbe stata formulata pi correttamente se invece di questionare sul come avesse domandato chi: chi adibito alla
creazione dei concetti? I personaggi concettuali; essi, in qualit di istanze preposte a tale funzione, operano i
movimenti che descrivono il piano di immanenza dell'autore e intervengono nella creazione stessa dei suoi
concetti [38]; con una mano pongono in essere il piano di consistenza, con l'altra ne selezionano alcuni tratti per farne
concetti [39]. Dei personaggi concettuali possibile dire che sono figure di mezzo, crepuscolari, che vivono tra il piano di
taglio e quello propriamente filosofico, come tra la carta e il foglio. N personificazioni astratte n simboli, i personaggi
concettuali incarnano peculiari attitudini di pensiero; della filosofia sono i soggetti atipici. Commenta Deleuze che il
destino del filosofo quello di diventare il proprio o i propri personaggi concettuali [40]; e forse occorre tutta una vita per
incontrare questa bizzarra trib senza nome nella quale il pensiero si riconosce per ci che , per ci che stato, meglio che altrove.
Tracciare piani, inventare personaggi, creare concetti: questa in definitiva la trinit filosofica [41] che detta il
costruttivismo; a regolare queste tre istanze: il gusto. Gusto che innanzi tutto gusto del concetto indeterminato [42] l dove trova
applicazione nella libera attivit creatrice che sovrintende al concetto e ne seleziona le componenti intensive; e che trasla,
secondariamente, in quel gusto squisitamente filosofico per il concetto ben fatto [43] che raffina i palati dei competenti.
Accantonando le questioni di gusto, torniamo un istante al piano di immanenza; in riferimento al balzo imprevedibile che tende il
pensiero sul suo velo di consistenza, Deleuze scrive: ci che il pensiero rivendica di diritto, ci che seleziona, il movimento
infinito o il movimento dell'infinito, che costituisce l'immagine del pensiero [44]. Il pensiero immagina, avverte se stesso
come movimento infinito (movimento all'infinito); movimento che a dispetto di qualsivoglia direzione intrapresa, di
qualsivoglia dimensione raggiunta, gi sempre ritorno a s, essendo al contempo piega e slancio [45]. Questo
movimento, che non esce mai da se stesso e che emana l'immagine del pensiero che lo governa quasi si trattasse di un
effetto collaterale, offre lo spunto che si cercava: balenano subitanee familiarit con quella danza dello stile che tra
impasti di linee e colori, a una velocit differente, rilascia all'artista l'immagine che attendeva per specchiarsi. Acquisce
evidenza il fatto che qualunque tentativo di autoritrarsi da parte di Deleuze deve essere necessariamente partito da qui, da questo
movimento che, pur figurandosi nei concetti, non cessa di sommuoverli nell'intimo, dal di fuori, da qualunque direzione, poich non
c' luogo che un movimento non sappia occupare. Se vero che in questo movimento il pensiero declina nelle sue forme concettuali,
non azzardato riconoscere nell'alzata della sua onda quella soglia metastabile del divenire di cui abbiamo trattato inizialmente.
Il che ci porta a sostenere che l'esercizio dell'autoritratto, se mai praticato da Deleuze, deve essersi indirizzato non tanto
verso le figure ideali di cui stato capace quanto piuttosto verso le risacche e gli allungamenti che hanno avvicinato il
pensiero alla riva del concetto senza mai allontanarlo dal largo.
Affondare il pensiero verso il che delle proprie figure di concetto, per rinvenire lo stile che le ha pazientemente lavorate, pu apparire
semplice come accostare l'orecchio alla conchiglia e porsi all'ascolto della melodia del mare; se non fosse che il semplice sempre,
irrimedialmente, il pi difficile a farsi. Rovesciare il pensiero in direzione della sua propria matrice equivale infatti a forzare
il pensiero contro natura, dal momento che esso di norma spontaneamente incline al concetto; in altri termini, significa
obbligarlo brutalmente al cortocircuito. Va da s che, se l'intento fosse quello di costringere il pensiero a ci che lo
ripugna, non si potrebbe affatto lesinare sulla violenza [46]. A questo punto varrebbe la pena domandare se si sia mai dato
nell'opera di Deleuze un esercizio di pensiero tanto potente da abortire il concetto preferendogli l'orizzonte pre-filosofico
soggiacente, e tanto feroce da aderirvi quanto basta per prolungare indefinitamente quel punto di incidenza che trattiene insieme
l'idea e la sua alea virtuale, il piano filosofico e la sua ombra. Si tratta di valutare se Deleuze abbia mai saputo fissare il suo proprio
divenire, ovvero se si sia dimostrato capace in qualche occasione di liberare lo stile da quell'esercizio irriflesso che solo in un
secondo momento, con la sua specifica produzione di concetti, d da riflettere (naturalmente questa eventuale conquista non avrebbe
nulla a che vedere con la sciocca presunzione di poter in qualche modo governare lo stile a piacere). Certo, un esercizio di tal genere,
se fosse, non passerebbe inosservato. Inoltre ipotizziamo cautamente che il testo, che dovesse accogliere un simile lavoro, non
potrebbe che risultare inclassificabile rispetto ai canoni di valutazione tradizionali. Sorprendentemente questo modesto indizio
sufficiente a catapultarci veloci in vista della soluzione, che ora qui a portata di mano: tutto converge in direzione di Millepiani,
saggio anomalo per eccellenza. Pertanto lecito presumere che Millepiani altro non sia che il pensiero deleuziano preso nel suo
difficile autoritrarsi.
Guardando al testo, si dir che nessuna scrittura tra le pagine di Millepiani si conclude in concetto [47]; ogni attenzione
riposta nell'evitare simili calcificazioni mentali, a cominciare dalla struttura del saggio, che vacante, non esiste. Il testo in
questione infatti si compone di piani che il lettore pu scegliere di leggere nell'ordine che preferisce, fatta eccezione per la
conclusione che buon senso e autori vogliono che sia lasciata per ultima [48]. Millepiani non ha capo n coda, n tantomeno sul
dorso una qualche parvenza di colonna vertebrale. Difficile pensare qualcosa di pi lontano dal libro classicamente inteso, da
quella sua implicita vocazione all'organizzazione sempre pronta ad articolare la materia distribuendola in parti ragionate
in nome della beneamata coerenza discorsiva. Il libro in quanto organismo, si sa, un agente dell'ordine e parrebbe che il
miglior modo di sfuggirgli sia quello di non fornire alla sua invadente struttura appigli di sorta: e dove potrebbe trovarne
in Millepiani, considerato che un testo orfano di padre e di madre, di soggetto e di oggetto, per nulla assimilabile a un insieme sia
che lo si concepisca come unit possibile, sia che lo si immagini come unit perduta, sia che lo si sventoli come unit

promessa? Millepiani un corpo senza organi, un puro piano di immanenza, e per ci stesso ogni suo piano pu essere
letto in un ordine improvvisato e messo in relazione con qualsivoglia altro: le frange sotterranee, che reticolano il libro lungo
tutta la sua estensione, consentono infatti balzi di ogni misura.
Se Millepiani funziona come una perfetta macchina a-significante perch ogni suo ingranaggio diserta la funzione
abitualmente assegnatagli dalla scrittura. Gli autori abdicano al proprio trono: sono due, sono parecchi, sono molta
gente; ora dichiarano di aver perduto il proprio nome, ora di usarlo alla stregua di uno pseudonimo. Non siamo pi noi
stessi [49] scrivono, e con questo si dileguano lasciando il testo privo di quell'orientamento verticale che di regola
rapporta il concetto al suo autore, il significato al suo garante. Rendere impercettibile non tanto noi stessi, ma ci che ci
fa agire, sentire o pensare [50], dicono lo slogan della funzione anomala e poi pi nulla. La scrittura, dal canto suo, per evitare il
vaglio della ragione e il suo immediato filar concetti, si inventa una nuova strada e, invece di scorrere sotto gli occhi attenti della
mente, si imbuca nel loro mezzo, scrollandosi di dosso eventuali residui di senso. Di questa scrittura si dir che non si pu vedere
senza toccarla con la mente, senza che la mente divenga un dito, sia pure attraverso l'occhio [51]; ne consegue che, distolto
l'occhio dalla consueta funzione visiva, diviene necessaria una lettura differente, prensiva [52]. E qui entra in gioco il
lettore che, affatto invogliato ad assumere un qualsivoglia ruolo significante, ritorna infante e, come estasiato, prende a
seguire istintivamente con il dito le linee di quei tratti che non sa pi interpretare. Del resto, un lettore analfabeta esattamente ci
che Millepiani e le presenze, che lo attraversano, cercano per accendere ogni genere di affetti e di divenire. una scrittura diabolica
questa che chiama un lettore che non sa pi o non sa ancora leggere: vecchi, bambini dell'asilo, che farneticano sul loro libro
aperto [53]. Sottraendosi a una seppur generica funzione comunicativa, Millepiani non impartisce nessuna lezione, n tantomeno
sviluppa o trasmette qualche contenuto: la dimensione in cui il testo, i suoi piani, gli autori e il lettore stesso circolano quella del
viaggio [54]. A questo proposito occorre precisare che quel che distingue i viaggi non la qualit oggettiva dei luoghi n la quantit
misurabile del movimento n qualcosa che sarebbe soltanto nella mente ma il modo di spazializzazione, la maniera d'essere nello
spazio, la maniera d'appartenere allo spazio [55]. E se vero che una falsa concezione quella che attribuisce al viaggio un inizio e
una fine [56], allora va colto appieno il bluff di quelle conclusioni che gli autori, prima di voltarsi altrove, raccomandano di leggere
per ultime.
Ma se il senso di Millepiani non quello linguistico, quale senso gli rimane? Dobbiamo forse supporre che quello di Millepiani sia
un divagare senza senso? E che dire di quel divenire che avrebbe dovuto restituire il pensiero deleuziano al suo orizzonte
pre-filosofico di senso, l'unico dal quale potesse mai progredire un qualche tentativo di autoritratto? Come si ricorder
era proprio questa linea fuori fuoco a dover trasfigurare il volto nella sua costante intemporale senza fare null'altro che
esercitarsi nel proprio stile, pena l'efficacia artistica dell'autoritratto e lo scadimento dello stesso a un lavoro da
mestieranti di mera riproduzione. In breve, come si mette la faccenda del senso? Millepiani suggerisce che scrivere non ha
niente a che vedere con significare, ma con misurare territori, cartografare, perfino delle contrade a venire [57]. Dunque,
il verso del senso che Millepiani esplora non quello linguistico-concettuale quanto piuttosto quello topografico. In un
saggio di estetica, Serres, autore con il quale il Deleuze della maturit riconoscer alcune affinit [58], commenta
sinteticamente: il senso ha, come minimo, due sensi: quello predicativo e quello spaziale [59], e riconosce a
quest'ultimo una sorta di priorit sul primo quando sostiene lapidariamente che il senso del senso il senso
topico [60]. Se pertanto al senso occorre riconoscere un versante prettamente topico, si provi a valutare quanta verit ha da
sempre accompagnato l'immagine che da Platone in avanti si attribuisce al lavorio che la definizione di un concetto
comporta con i suoi tagli e ritagli, con le sue inclusioni e le sue esclusioni, tutte operazioni, queste, finalizzate alla
circoscrizione affatto metaforica di una regione del senso. Ci che andiamo dicendo aiuta a comprendere per quale ragione
in Millepiani pensare non pi un filo teso tra un soggetto e un oggetto, n una rivoluzione dell'uno intorno all'altro [61] quanto
piuttosto un movimento che si realizza tra il territorio e la terra. Millepiani andrebb e pertanto utilizzato alla stregua di un fascicolo di
mappe, perch ci che il pensiero vi disegna non nient'altro che una variegata geografia delle relazioni. Al buon navigatore, rimasto
orfano di stella polare e consimili feticci, non resta che tenere il segno sulla carta fissandolo bene con il dito e valutare in forza dei
propri gradienti affettivi la cifra degli spostamenti compiuti.
Ora, a un pensiero che si fa cartografia, quale genere di divenire potr mai corrispondere? Forse un divenire-linea capace di tener
testa alla velocit del pensiero che, secondo la celebre formula di Epicuro, si muove alla stessa velocit dell'atomo [62]. Una velocit,
quella comune all'atomo e al pensiero, che Deleuze definisce non a caso assoluta; essa infatti si riferisce al movimento che si
fa fra due punti, nel mezzo dei due, e che traccia una linea di fuga [63]. Nulla a che vedere con il movimento che banalmente
relaziona due punti, procedendo dal primo verso il secondo a un passo pi o meno spedito, il movimento in questione avviene
piuttosto tra due livelli come in una differenza di potenziale. una differenza di intensit che produce un fenomeno, che lo lascia
fuggire o lo espelle, lo invia nello spazio [64]. Questo movimento ben noto al ritrattista; lo stile infatti possiede la sua stessa
natura, altrimenti non si spiegherebbe come gli sarebbe concesso di circolare nel frattempo che scandisce la successione delle durate
presenti attraverso le quali il volto da ritrarre passa senza posa e senza apparente turbamento, n si spiegherebbe in quale modo gli
riuscirebbe di coniugare nel disegno il viso ritratto con il suo divenire senza et: lo stile, come l'atomo e come il pensiero, declina
nelle sue forme a velocit assoluta [65]. Da ci consegue che opere d'arte, figure sensibili e figure di pensiero frequentano la
medesima origine; n verit prima n verit ultima, l'origine in questione non va intesa come un fondamento fisso che va
scoperto al fondo di ogni genere di dato, ma piuttosto come un movimento semovente.
Valutando complessivamente quanto si detto a proposito di Millepiani, pare dunque che Deleuze sia riuscito a trattenersi
miracolosamente sul ciglio del proprio pensiero senza nulla concedere alle esigenze del concetto; e che quindi sia sensato riconoscere
in questa sperimentazione un esercizio del tutto simile a quello dell'autoritratto dal quale siamo partiti. Ci significa inoltre che lo
stile, ovvero il movimento del pensiero, stato liberato con successo dal binario scontato di una pratica irriflessa; anche se il senso di
questa presunta appropriazione tutto da indagare visto che non poteva che avvenire a prezzo del proprio nome [66]. Il progetto
rivoluzionario di un pensiero senza immagine tanto propagandato nelle pagine di Differenza e ripetizione trova in Millepiani la sua
realizzazione compiuta; allora troppo lento, il pensiero deleuziano aveva da guadagnare in accelerazione per sollevarsi alla velocit
dell'atomo e, perch gli riuscisse di trovare la spinta necessaria, aveva ancora da lavorare a un accesso che potesse introdurlo
nell'intimit del suo stesso farsi.
Ma che ne dell'immagine che il pensiero, preso nelle sue circolazioni, dovrebbe rilasciare? Non diversamente dall'atomo, che a
cavallo delle sue declinazioni emana immagini sotto forma di simulacri, al pensiero spetta infatti la produzione di
un'immagine; un'immagine che esso [ovvero il pensiero] si d di cosa significhi pensare, usare il pensiero, orientarsi nel
pensiero [67]. Essenziale al compimento dell'autoritratto, l'immagine del pensiero ci che dovrebbe avvicinare il filosofo al suo

personaggio concettuale (o ai suoi personaggi concettuali) vincolandoli vicendevolmente e stringendoli nella pi intima delle
prossimit; la sua funzione analoga a quella rivestita dall'immagine prodotta dallo stile che, sovrapponendosi al volto ritratto,
completa l'uomo con l'artista. Ammesso dunque che Millepianiemetta un'immagine, sarebbe erroneo supporla somigliante alla
matrice che l'ha posta in essere. Le stesse emanazioni spettrali, che gli atomi rilasciano vorticando ognuno secondo la propria
inclinazione, in nulla somigliano al movimento che le ha generate; discorso invariato per l'immagine dell'artista, anch'essa affatto
simile allo stile che la produce. Il criterio della somiglianza, che altrove si dimostra efficace nel ricondurre la causa all'effetto
e viceversa, in questa circostanza risulta del tutto inapplicabile. Se inutile tentare di rinvenire una qualche parvenza di
somiglianza tra questo genere di movimenti (siano essi atomici, stilistici o noetici) e i corrispettivi effetti [68], lo ancora
di pi nel caso di quegli effetti minori, collaterali, quali l'immagine del pensiero, l'immagine dell'artista, i simulacri, i quali
proprio perch immediatamente vicini ai movimenti che descrivono, in nessun caso accetterebbero mediazioni di sorta
per rapportarsi alla propria origine.
Se pertanto dal moto stilistico che travaglia Millepiani si distacca un qualche effetto, si cercher bene se si abbandoner quella
predisposizione d'animo che altrimenti solleciterebbe a rintracciare qualcosa che avesse un aspetto simile al movimento genitore.
Escluso che si dia un vincolo di somiglianza che possa approntare una metodologia, foss'anche debole, ma comunque capace di
indirizzare scientemente l'indagine, non resta altro che pensare che questo sia uno di quei casi in cui occorre lasciarsi guidare da quel
non so che, da quell'indefinibile aria di famiglia che talvolta svela in un modo tanto obliquo quanto potente anche le pi imbarazzanti
parentele, rivelando al contempo tresche inconfessabili quando non addirittura oscene. Cos facendo, approdiamo alla convinzione
che Che cos' la filosofia? sia l'unica risposta candidata a soddisfare la nostra domanda: di un decennio posteriore a Millepiani nella
cronologia delle collaborazioni di Deleuze e di Guattari, Che cos' la filosofia? l'immagine differita e cogente che il pensiero
deleuziano rilascia circolando lungo la mutevole scala dei suoi mille+n piani. La struttura coerente nella quale il saggio si
articola con quel suo tono ironicamente pedagogico e che a prima vista appare un incomprensibile regresso rispetto alle
conquiste raggiunte con Millepiani, alla luce di questa prospettiva, d'improvviso, brilla di una necessit che prima solo si intuiva.
Tracciare piani, inventare personaggi, creare concetti: nel momento in cui Che cos' la filosofia? descrive in questi termini il lavoro
della filosofia, il suo fare, impossibile non precipitarsi a pensare che Deleuze in definitiva non abbia mai fatto altro che questo.
L'inconciliabilit che di primo acchito paralizzava ogni tentativo di comprensione teso a rischiarare il passaggio
da Millepiani a Che cos' la filosofia? si scioglie riconoscendo l'inevitabile consequenzialit che li relaziona, essendo l'uno il
movimento e l'altro il suo riflesso. Ciononostante, resta assolutamente intaccato quel senso di estraneit che, frapponendosi
tra Millepiani e Che cos' la filosofia? come tra il lampo e il tuono, ne rivendica l'irriducibile eterogeneit: differente la natura,
differente il potenziale, differente l'intensit, anche lungo lo scarto di questa differenza che il pensiero deleuziano non cessa di
circolare a velocit assoluta. L'autoritratto si completa, dunque, con l'accostamento di questi due testi. Che il suo esercizio si
replichi in questa manovra di accostamento indica che non c' modo di vederlo realizzato una volta per tutte, ma che ogni approccio
al pensiero deleuziano, cauto o audace che sia, si trasforma automaticamente in un'esecuzione vera e propria che lo vivifica e lo
rinnova secondo la ricchezza specifica di ogni incontro. E questo pu significare solo una cosa: che l'autoritratto riuscito ad arte.
Del movimento che si fa sul piano d'immanenza deleuziano si trattato, e cos anche dell'immagine che questo stesso movimento
rilascia; ora, mettendo da parte il leitmotiv dell'autoritratto che ci ha accompagnati fin qui, resta da valutare quale sia la direzione
intrapresa dal pensiero deleuziano, quale ne sia l'orientamento. Se infatti il pensiero deleuziano, non diversamente da ogni altro, va
inteso in termini di movimento, dove punta la traiettoria che disegna? Senza troppi preamboli, la domanda ora formulata affretta un
ritorno alla prospettiva geografica, che avevamo introdotta a proposito di Millepiani l dove si evidenziava la difficile operazione di
riduzione del senso linguisticamente inteso al suo doppio topografico; prospettiva che ora, non potendo limitarsi alla singola
mappatura di Millepiani, necessario che sia ampliata e considerata nella sua portata massima. Questo perch per stimare in quale
senso proceda il pensiero deleuziano, opportuno innanzi tutto individuare secondo quale direttrice si muova il vettore-Deleuze
rispetto agli scorrimenti che quella potenza anonima, altrove chiamata divenire-filosofia, anticipa sulla sua immensa carta per conto
di ogni singolo moto di pensiero.
Il divenire-filosofia, si commentava nelle pagine iniziali, l'istanza che intenziona ogni movimento noetico attribuendogli una
direzione e destinandolo per ci stesso a una specifica regione del senso. Se fosse dato approdare al suo orizzonte, sarebbe possibile
inaugurare l'era della geofilosofia: le singole geografie tracciate dai differenti movimenti di pensiero si sovrapporrebbero le
une alle altre, dando vita a complessi instabili non dissimili da quelli che abitualmente decifrano i geologi; il tempo
cronologico cederebbe il trono a un tempo di natura differente, stratigrafico, capace di rendere conto dei lenti slittamenti
come dei violenti smottamenti che non cesserebbero di lavorare la complicata composizione di questi strati posti l'uno
sull'altro, l'uno accanto all'altro, l'uno nell'altro, come in un inedito accostamento di mondi [69]. Inutile commentare che manca a
tutti gli effetti la possibilit di guadagnare questo orizzonte globale a fior di divenire; perci, fermo restando il contesto al quale si
riferisce, occorre accontentarsi di rinvenire all'interno di ciascun pensiero allusioni, accenni, tracce di ogni tipo indicative
dell'orientamento impressogli dall'istanza che l'ha direzionato. Quello che bisogna ricercare ci che nelle inchieste poliziesche si
intende comunemente per movente. Come noto, la sua importanza in questo genere di investigazioni deriva dal fatto che, una volta
individuato, esso rende chiaramente leggibile il piano d'azione che si successivamente concluso con l'atto criminale. Risalire al
movente significa infatti rintracciare l'input che ha scatenato la pianificazione di ogni singola iniziativa tramando un unico disegno,
dalla cui efficacia dipende in seguito l'esito finale del progetto ordito. La risoluzione di un caso pertanto vincolata all'individuazione
del movente dell'azione criminale, il quale in nulla differisce dalla motivazione tout court che ne ha ispirato il progetto; ma se ci si
domandasse quando il movente ha iniziato a lavorare al suo illegale ordito, si resterebbe interdetti, dal momento che la questione
sollevata esulerebbe dall'evidenza dei fatti. La gelosia, che per esempio pu motivare un delitto passionale, quando comincia?
Tornando alle inchieste filosofiche, occorre pertanto puntualizzare che se l'individuazione della motivazione, che agisce all'interno
di ogni moto di pensiero, di incontestabile rilevanza al fine di una comprensione generale del pensiero in oggetto, bene non
banalizzare il movente riducendolo a una sterile spiegazione delle ragioni che lo hanno posto in essere. Occorre infatti leggere in
ogni specifico movente il motore affatto immobile della filosofia [70]; ogni volta diversamente camuffato, esso eccede per
natura il piano nel quale tuttavia non manca di svolgersi garantendo piuttosto che esso abbia un senso ovvero un
orientamento. Forte del suo sguardo retrospettivo, la storia della filosofia, quando classifica correnti di pensiero e movimenti di
rottura, non fa altro che sistematizzare le risultanti pi evidenti dei movimenti molecolari che il divenire-filosofia libera
incessantemente a ogni livello pressando in modo scostante e imprevedibile.
In un passo di Differenza e ripetizione Deleuze definisce l'opera filosofica come una specie particolarissima di romanzo
poliziesco [71]; e lo potrebbe sembrare davvero se in essa si desse effettivamente la possibilit di rintracciare il movente occulto che

rivelerebbe, una volta individuato, la trama, l'orientamento soggiacente. Fedele a questa suggestione, Deleuze si avvicina all'opera
platonica avendo come obiettivo quello di stanare l'implicita motivazione che la sottende; dal momento che tale
esemplificazione potrebbe essere di qualche utilit in vista del quesito posto in merito al movente deleuziano, schematizziamo
l'approccio di Deleuze alla filosofia platonica nei termini che seguono. Come noto, Platone inaugura la tradizione filosofica
introducendo una distinzione tra il mondo sensibile e il mondo intelligibile e stabilendo tra questi due mondi un rapporto simile a
quello che intercorre tra il modello e la sua copia. Platone intende per modello ci che permane nella medesima condizione,
non essendo soggetto ad alcun mutamento, e per ci stesso pu essere colto soltanto mediante il puro ragionamento
della mente [72]; per copia ci che, al contrario, in perpetua variazione rispetto a se stessa come rispetto a ogni altra
cosa e nella propria costitutiva mutevolezza si offre al vaglio dei sensi. All'uomo, creatura composta di carne, di ossa e di
anima, immersa nel mondo empirico e ciononostante incline naturalmente all'idea, al vero, spetta la dura risalita dal mondo
sensibile al mondo delle idee sul filo delle somiglianze che vincolano reciprocamente questi due mondi. Affinch il
compito assegnato all'uomo risulti plausibile, Platone introduce la celebre teoria della reminiscenza (secondo cui il nostro
apprendere non che un ricordare [73]) e con essa il mito, allo scopo di supportarla: il racconto mitico, narrando dell'anima, del suo
essere congenere al mondo ideale, del carcere che impedisce il suo volo, del suo carro alato e dei suoi due destrieri, cos diversi nel
carattere, avvalora di fatto la tesi secondo cui l'anima, prima di cadere nuovamente prigioniera del corpo, ha potuto elevarsi
all'Iperuranio e contemplarne le idee; quelle stesse che nel corso del processo conoscitivo riaffiorano attraverso il ricordo
nelle rispettive copie sensibili, complice il nesso di somiglianza che le lega al modello cui sono improntate.
Se con l'ausilio della teoria della reminiscenza e del mito il percorso gnoseologico, che Platone orienta dalla sponda sensibile a quella
intelligibile del reale, trova una sua giustificazione, con l'introduzione della dialettica questo stesso procedimento acquisisce un
metodo. La dialettica, difatti, ci che rende possibile la conoscenza del mondo ideale. Essa, con i suoi due momenti,
quello noto come unificazione sinottica e quello conosciuto come analisi diairetica, ritma la levitazione dell'anima, il suo
batter d'ali tutto teso alla riconquista del mondo ideale. Il primo momento, ovvero quello sinottico, consiste nel raccogliere in
un'unica idea ci che si trova disperso in molteplici modi con una sorta di colpo d'occhio, con un sorvolo
(nel Fedro questo procedimento si concretizza nel discorso relativo a ci che Eros); il secondo, quello diairetico, si fonda sulla
divisione, che deve essere svolta in base alle articolazioni proprie delle Idee, senza causare stacchi o rotture (sempre
nel Fedro, si incontra questo procedimento quando Socrate e Fedro, il suo interlocutore, affrontano l'Idea di mania,
per cui si pone una prima, iniziale, biforcazione del discorso, che origina una destra e una sinistra, che sviluppate,
ognuna per conto suo, fino in fondo, portano come conclusione un amore sinistro, da biasimare, e un amore destro,
divino). Ci che si ottiene alla fine del procedimento la definizione dell'idea, la qual cosa costituisce un netto guadagno
in termini di sapere e rappresenta al contempo un nuovo passo conquistato lungo la verticale destinata a ricongiungere
l'anima alla realt sovrasensibile dalla quale proviene. dunque questa la motivazione che ha mosso l'intero complesso
filosofico platonico, ovvero la necessit di fondare un'autentica possibilit di conoscenza, pena il continuo vagare
dell'anima nel mondo delle imperfette riproduzioni del vero? Deleuze ritiene che il movente della filosofia di Platone sia da
cercare altrove, e che la possibilit di fondare l'episteme sia solo un effetto conseguente all'intervento di quell'agente primario che
ancora non si definito.
Analizzando attentamente alcuni passi dei dialoghi platonici, in particolare del Sofista, Deleuze sottolinea che oltre alla
distinzione tra idee e copie, Platone ne impone una seconda, quella tra icone e fantasmi. In entrambi i casi si ha a che fare
con immagini, che, nel rispetto di quanto gi detto, intrattengono con il modello un rapporto di imitazione, per cui la copia risulta
somigliante all'idea cui si ispira. Nel caso delle icone, si tratta di un'imitazione interiore, spirituale; nel caso dei simulacri, si
tratta invece di un'imitazione solo esteriore, e ingannevole proprio perch solo superficiale. Questa seconda distinzione pi
vicina della prima all'autentica motivazione del pensiero platonico, la quale mira ad escludere, tagliar fuori, una volta per tutte, la
dimensione vaga dei simulacri, dei riflessi, dalla realt propriamente intesa: da una parte, il cerchio ideale del platonismo che
ordina il cosmo disponendo attorno all'idea la sua rosa di copie somiglianti in vario grado alla perfezione del modello
riprodotto; dall'altra, i simulacri e il caos indomabile su cui affaccia la loro ingannevole pelle. Da qui al movente della
filosofia platonica il passo breve: la sua natura morale ben evidente nella chiara esplicitazione che viene riportata
nel Timeo l dove l'intervento creatore del Demiurgo sulla massa caotica originaria giustificato in virt del fatto che
l'ordine giudicato migliore del disordine. Attraverso la narrazione di Timeo, Platone dichiara che dare vita a un mondo ordinato
(questo il significato letterale di cosmo) e per ci stesso conoscibile cosa buona e giusta [74]. Siglando questa sentenza, Platone
legittima qualsiasi manovra finalizzata all'imposizione dell'ordine su una realt mondana che, dal canto suo, sfugge alle
leggi che ostinatamente cercano di cucirglielo addosso. Il senso del platonismo, secondo la lettura deleuziana, proprio quello
che si appena detto; che l'attuale contemporaneit sia tuttora dominata dall'orientamento impresso dalla spinta platonica dovrebbe
aiutare a comprendere la potenza di ci ha agito dietro la filosofia di Platone, indirizzandola verso il cielo del concetto.
Quando Deleuze annuncia il proprio programma filosofico descrivendolo nei termini di un rovesciamento del platonismo,
egli svela ed enuncia il proprio movente. Se infatti si dovesse liquidare la questione del rovesciamento considerandola
un'innocua dinamica figurata, si commetterebbe un'imperdonabile leggerezza perch si ometterebbe l'unico indizio
esplicito dell'orientamento che affatto metaforicamente il divenire-filosofia, protetto dal suo anonimato, ha impresso al
pensiero deleuziano, declinandone l'inizio. Lo sguardo che tentiamo di gettare sul pensiero deleuziano, quando ci
rivolgiamo alla rivoluzione del platonismo che esso proclama, non ha nulla a che vedere con la prospettiva di un
confronto puntuale e serrato tra l'immagine del pensiero promulgata da Platone e quella diffusa da Deleuze, che
potrebbe al limite consentire una stima dell'esito di questa manovra di ribaltamento. Un confronto di questo genere si
limiterebbe infatti a opporre la buona volont del pensatore platonico, lanciato alla ricerca della verit, all'origine violenta,
alla passione del pensiero sostenuta da Deleuze; il sistema chiuso del riconoscimento, che nella gnoseologia platonica
regola ciascuna acquisizione del sapere, all'occasionalit dell'incontro che secondo la lezione deleuziana si definisce
sempre in funzione di un Fuori; il risultato epistemologico, cui mira il processo conoscitivo platonico, al movimento
dell'apprendimento, che Deleuze gli sostituisce come obiettivo; e cos via. Occorre piuttosto focalizzare l'attenzione su
quel lavoro di ritaglio che Deleuze pratica su elementi cardine del platonismo, quali l'idea, la dialettica, il simulacro;
questo perch, una volta svuotati dei rispettivi contenuti platonici, Deleuze provvede a investirli di un nuovo senso, di un
senso altro, che egli recupera all'interno dell'opera platonica sotto le presunte spoglie di un senso secondo, alternativo
al primo, realizzando una vera e propria manovra di ri-orientamento, tale a tutti gli effetti [75]. La rivoluzione filosofica
deleuziana non ha altro senso che quello acquisito nel corso di questo minuzioso lavoro di ri-direzionamento. Pertanto

sottolineamo che il gesto appena descritto uno dei frangenti attraverso cui si offre la possibilit di leggere la vocazione
che governa un pensiero e, per suo tramite, l'istanza perennemente diveniente che lo intenziona orientandone il
movimento; occasioni di altro genere non si danno. Trascurare questi brevi scorci significherebbe allora privare il senso
del suo doppio geografico e rinunciare alla possibilit di coltivare una prossimit inedita con il senso, avvicinandolo l
dove ambiguamente si origina. Per chi dovesse dimostrarsi insensibile a queste occasioni, che senso avrebbe
descrivere il movimento del platonismo come un movimento di tipo ascensionale e sostenere che quello deleuziano
procede all'opposto? prevedibile che questo dire suonerebbe facilmente come un parlar da pazzi. E senza dubbio
altrettanto insensato potrebbe sembrare anche il definire la dialettica platonica come la bussola che orienta l'anima pia
verso l'Iperuranio, puntando su di esso come se fosse il nord. Certo, non molto pi assennato sarebbe certamente
giudicato il domandarsi quale sia il senso del rovesciamento dell'idealismo platonico, dove punti mai; soprattutto se la
risposta dovesse essere: verso sud [76].