CORRADO ALVARO ITINERARIO ITALIANO L'ACQUA I miei avevano preparato tutto per lasciare la casa paterna e si può dire

che comi nciassero la loro vita comune e la famiglia con questa promessa. La casa stessa, ora che ci ripenso, era stata impiantata tutta con questo scopo, e c'era ogni c osa che sarebbe servita a un grande viaggio: due bauli con le robe sempre pronte , e poi cassoni, e cestoni; tutto quanto ricorda i viaggi, la facilità del carico; le serrature e le chiavi a posto. C'era anche una riserva di funi e di cinghie. Un giorno si ruppe il divano e fu buttato via; gli ultimi di noi che vennero al mondo non lo conobbero che di fama, e al suo posto entrò in casa un enorme baule verde e nero, alto come un armadio. Noi, l'uno dietro l'altro, ci davano il volo , guardando dove ci posassimo, sempre con l'idea di quel viaggio dei nostri vecc hi. Questi preparativi per una partenza tanto certa durarono quasi trent'anni. C redo che a un certo punto i miei non sapessero più che cosa volesse dire partire, se non un desiderio, e il piacere di figurarsi quel giorno. Tra le ragioni che e ssi mettevano a questa progettata partenza ve n'era una: "In paese non c'è l'acqua ; è una bella cosa l'acqua in casa". Dunque, il nostro paese pensava all'acqua da centinaia d'anni; ci pensavano i ra gazzi che si contendevano il dominio d'un rigagnolo fino a che si mettevano d'ac cordo a esplorarlo per tutta la sua lunghezza, notando le diverse increspature d ell'acqua, vedendovi in miniatura un paesaggio grandioso di gorghi, cascate, e i banchi di sabbia del fondo; anche le donne avevano il loro ruscello, dove attin gevano l'acqua per bere: esso saltava giù da una roccia a picco in una valle, la s i vedeva spuntare in alto, l'acqua, sulla pietra grigia, ed era un baleno, prima che cadesse col suo assiduo rumore che riempiva la valle. Ma l'estate era più dif ficile empire gli orci; il ruscello diventava un filo che scendeva per una canna forata in tutti i suoi nodi, e quando la siccità era grande colava un filo prezio so e faceva nella giara un interminabile e mai stanco discorso. All'odore delle piante marcite, della pietra muscosa, che faceva così profonda la primavera, succe deva l'estate quello dei mirti scaldati dal sole; e le voci dei ranocchi negli a cquitrini. In quel tempo si cercavano le altre fonti ai piedi delle montagne che sono tante , disposte a quinte per la valle, e lontane. Gente andava vagabonda qua e là, perc hé i luoghi delle sorgenti cambiano d'anno in anno. Sono quelli i tempi della sete improvvisa e inesauribile, e l'uomo è tutto un groviglio di radici assetate; tutt a la terra sospira all'acqua, la ricordano le grosse piante e i cardi d'un verde ramarro che hanno trovato una linfa sotterranea che li gonfia. Per tutta la con trada si scoprono le vestigia più antiche dell'acqua, come se anch'essa fosse un p opolo migrante; una vasca, un abbeveratoio, un condotto scavato nella pietra e i nverdito di vecchie ingrommature, o composto d'embrici messe assieme a canale e saldate con la creta. Vasche e abbeveratoi sono interrati, vi crescono migliaia di piccole piante di semi indistinti, perché dove fu l'acqua rimane sempre non so qual memoria, e il colore della terra, il folto di piante che vi accorrono da og ni parte tradiscono quell'antica presenza. Questa è l'archeologia dei paesi asseta ti. Talvolta si sente in una valle la presenza umida e calda di qualcuno fuggito , ed è ancora l'acqua. L'occhio di chi ha osservato queste cose le riconosce alla prima, e da lontano le scorge come le donne alla fonte. Mio padre si disfece della vigna e dell'orto che lo tenevano ancora legato alla terra, e così non aveva più niente a cui pensare, perché anche noi avevamo trovato mon do. Allora si mise a esplorare con diligenza la terra intorno, pensando sempre a ll'acqua, la più buona, la più fresca, la più pura. Oh! le soste ai piedi dei monti, quando tra mille rumori, brusii, vocalizzi, si sente quel fruscio che si confonde col chiacchierio del grillo, e non è; e il rumo re dei boschi nel brivido serale, quando il vento arriva, e fa come un'aerea cas cata. Di solito, per le fonti, qualcuno è passato prima di tutti, un viandante, un vetturale, un pastore, una donna, e hanno lasciato la loro traccia: questa mano ignota ha posto una foglia che serva da canale per l'acqua, in modo che la vena si raccolga e si getti ben distinta dalla terra: è una foglia d'oleandro, di cast agno, di noce, e l'acqua, con bella ubbidienza, si conforma alla foglia, vi ripe

te una immagine di foglia liquida sopra, e con le stesse increspature e le venat ure a raggiera. L'acqua vi acquista un sapor vegetale, un odore amaro, l'odore d ella foglia, come se questa si liberasse d'un'essenza. Noi figlioli, quando tornavamo, accompagnavamo talvolta queste esplorazioni. Spe sso ci seguiva un asino con gli orci pronti. Ma anche quando non ci andavamo per ché stavamo lontani, nella città dove c'è tanta acqua, io lo immaginavo mio padre. E s pesso, poi, m'è accaduto in montagna di cercare una sorgente. Ecco, rivedevo mio p adre che si chinava carponi per bere, come adorando la montagna enorme e umana; ecco le improvvise rotture di qualche argine, e l'acqua che invadeva i campi, ec co il rumore del mulino, ecco tra le piante del bosco la gente a cavallo che lev a e abbassa la testa per non battere contro i rami bassi, ecco la donna che fugg e davanti a un satiro che la insegue. Ma ecco, all'improvviso, presso una fonte che nessuno conosce, una donna seduta che aspetta di veder pieno il suo orcetto, e l'acqua vi scende frettolosa, che è una gioia ascoltarla. E i passi recenti sul terreno umido, attorno alla fonte, l'orma d'un piede nudo e d'un altro ferrato, e la voce, quella voce dell'acqua che non si ha cuore d'abbandonarla, col suo d iscorso che seguita tutta la notte, come qualcosa di perduto e d'inascoltato. Ec co, nel cavo della vasca formata in breve dall'acqua, il fondo sabbioso diggià tan to finemente lavorato e raccolto, profondo e opaco come il mare, traversato da p iccole correnti che descrivono labili continenti, e fanno danzare senza riposo i granelli più leggeri e lucenti. Queste cose le vedevo, le rivedo ancora. C'era la voce degli uccelli notturni che si appollaiavano, il vento che cessava di botto , si sentiva il vuoto e il silenzio della sua fuga, lo scalpiccio delle cavalcat ure che sembravano prossime, se non che il canto del mulattiere diceva che era l ontano lontano. E l'impressione di aver bevuto l'acqua spremuta dalla montagna, diventare una vena del mondo, una propaggine arborea, e il diventar madido come un vaso di creta, che si tornava indietro all'improvviso a fermarsi per ascoltar la e accostarvi ancora le labbra. Gli occhi vi si specchiavano profondi. Nell'ab itato le donne con gli orci madidi venivano da tutte le parti dove c'è acqua, madi de anche loro, e offrivano da bere a chi volesse. Era la religione dell'acqua. Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Ac qua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci st avano di fronte. Chi ci vuol riconoscere, ci guardi in viaggio se ci affacciamo al finestrino per osservare un getto d'acqua, un torrente, un rivo. L'acqua corr e, l'acqua è la vita. A mano a mano che non doveva più pensare ai figli già tutti lontani, uscì anche mia ma dre ad accompagnare il marito in queste esplorazioni. Ella era poco abituata a t rovarsi nei campi, e in trent'anni di matrimonio era stata sempre fra quattro mu ra, dove aveva finito col formarsi dei paesaggi nelle macchie del muro e nel mis tero cavernoso degli angoli, o nei giardini dei vasi di fiori. Mio padre tendeva l'orecchio per sentire la presenza dell'acqua, correva in punta di piedi, quasi , per sorprenderla. Concedeva alla donna di bere prima e si metteva dietro a lei come per aspettare il suo turno, allo stesso modo di chi aspetta la Comunione. Si sentiva l'odore delle radici profonde, quell'odore sotterraneo e caldo dove f econdano i semi e le piante. Erano come due ragazzi, e anche la sera, davanti al la batteria degli orci d'ogni forma, era la stessa cerimonia. "L'acqua è buona." A llora pensavano che quando sarebbero stati in città avrebbero avuto un rubinetto p er loro. Tutti, fra noi, pensavano all'acqua, e facevano i confronti fra quelle dei paesi visitati, quella di Napoli e quella di Roma. Quando noi partivamo per una nuova città, ci dicevano: "Troverete l'acqua buona". Ed ecco che un giorno il Governo ha fatto l'acquedotto anche al nostro paese. I miei ebbero l'acqua in casa, che bastava aprire il rubinetto per vederla bella c orrente e chiara, e tanto impetuosa che faceva mille bollicine nel bicchiere. Gl i orci non servirono più, e rotti fecero da vasi per fiori. Nessuno si ricordò più del rivo nella valle, né delle fonti solitarie, né delle avventure delle vene montane. I ragazzi sguazzavano coi pieducci rosa nella pozza dell'acqua in piazza; nessun o pensò più alla montagna, e la notte, quando il vento portava il rumore della casca ta del mulino e della segheria, non ci si ricordava più della sete. Nessuno più cercò le sorgenti, né le donne andarono più in fila indiana al rio, tremando se due occhi lucidi stavano appiattati dietro alla siepe. Da principio non potevano passare d

avanti alla fontana senza chinarsi a bere, come per non mandar perduta tanta gra zia di Dio. Ma l'acqua è tanta, e chi la può bere tutta? Poi si abituarono, ma disse ro ancora, per decantare il loro paese: "Abbiamo l'acqua". Quanto ai miei vecchi , non pensarono più, forse, a partire. I figli lontani vi tornano di rado, e tutto quel fuggire è stata una vana immaginazione. Qualcuno di noi che aspetta quel via ggio ha per detto: "Non abbiamo più tanta fretta, perché abbiamo l'acqua". La notte l'acqua si lamenta compressa nei tubi e vuole uscire. E pensare che noi abbiamo cercato mondo anche per l'acqua. VEDUTE DI ROMA I Si sta formando in Italia una capitale. Per chi vive a Roma da più di dieci anni, è un'emozione quotidiana vederla crescere e complicarsi, prodotto di cento fatti s ociali e psicologici, di cento spostamenti; è ormai a quel punto in cui basta ogni lieve suggestione per creare una moda, un rapido atteggiamento e un fuggevole a spetto, di quegli aspetti che avvertono come il tempo passa, e le idee cambiano e i costumi. Proprio questa impressione, d'una vita che corre, che ci logora, ch e c'invecchia da un giorno all'altro, proprio questo è il fascino delle città. Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita; e resta sempr e quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessu n aspetto di essa è familiare, e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutt i i suoi caratteri; essa ha una natura ricca e adorna, eppure somiglia a una ant inatura: campi e ville sono cose uscite dalla fantasia d'un artista, disposti in un ordine anche là dove sembra che la stessa vicenda degli anni e dei cataclismi storici l'abbiano disposti. Essa è già tutta in quella fantasia di Fontana di Trevi, dove la pietra imita l'albero, la roccia, la rovina, e l'acqua ubbidisce alla g eometria. Imparentandosi con l'arte tali elementi, ne è nata una natura sui generi s, un'antinatura. Non vi sono città del mondo dove la natura, e il bisogno di essa , che è cosa tutta italiana averla sempre presente, sia così vicina e urgente: alcuni alberi a Roma hanno una storia, sono venerati come monumenti, e i giornali ne riportano spesso gli acciacchi e gli accidenti, come di personaggi; una spalliera di rose d'una villa ha fama, di primavera, come un museo aperto per pochi giorni. Eppure non accade di consider are natura queste cose, che costituiscono un piacere simile a quello della lettu ra d'un testo antico, dove la natura è chiusa in un ordine rigoroso, che è piuttosto un simbolo e una composizione. È una città difficile, e anche se non suggerisce il pensiero di quante mai orme l'hanno calcata, basterebbero i suoi aspetti esterni ad avvertirvi che siete ospiti. Io me la ricordo venti anni fa, e allora era soltanto lo scheletro della città d'o ggi, la mummia rimasta dai secoli. Tutta la simulazione degli elementi diversi d ella natura, le grotte che diventano nicchie, le fontane che divengono boschi, i l continuo appello all'albero in quegli alberi impietriti che sono le colonne e gli obelischi, e l'acqua che sgorga da montagne di pietra squadrata, e il ritmo, la voce dell'acqua, e sul selciato turchino e duro l'ombra cavernosa di certe c hiese, erano tutte finzioni, e lo sono, della natura: sono natura esse stesse; m a vi si prova la nostalgia continua della vera natura. Il problema dell'architet tura di Roma era di seguitare in questa finzione di scenari. Come al re Mida in oro, qui le cose si trasformano in pietra. Più su di Roma, le città comunali e signo rili sono di dura pietra, la natura è scomparsa anche come ricordo, e la vita citt adina è tutta chiusa nei suoi ideali e nella sua intelligenza esatta; poche fontan e sciolgono la crudezza del sasso, la colonna si richiude nel portico; sono le c ittà politiche, della ragione e, dell'intelligenza esatta. Roma è altra cosa. È l'inte lligenza e la primitività italiane fermate fra due climi, due civiltà, due mondi, du e punti cardinali, settentrione e mezzogiorno. Il sud vi si è pietrificato come in un profondo strato geologico, il nord vi si libera dai geli. Qui si concretano per l'ultima volta i sogni e i gusti della civiltà mediterranea. Anche nell'Europa settentrionale, e in genere in tutte le grandi capitali moderne, la tendenza a introdurre la natura nella vita urbana è un segno caratteristico; ma quella è una na tura allo stato bruto, un ricordo druidico, dei boschi e delle foreste celtiche e germaniche. A Roma è una natura rielaborata, predisposta, umanizzata, di mille s

Vi si trovava poi una vita tutta esteriore e di comparsa. stabiliscono un nuovo tema e un nuovo panorama. era anche un mistero. da sé ho detto. Era un grande pettegolezzo politico. le quadrighe e i cavalli del Vittorian o. dove erano tollerate le più ingenue stranezze del vestire. che faceva tutt'uno col selciato incomodo. di cui siamo semplici spe ttatori. infin e. Chi di politica non si occupasse era un disadatto. il Garibaldi del Gianicolo. pei quali lo scopo dell'emigrazione è il den aro comunque acquistato. ciò che è. Roma era tutta e soltanto in quello che mostra va. la domenica.ottili parentele con le cose dello spirito e le finzioni dell'arte. e at traverso quali contingenze è nato lo spirito e l'unità delle capitali. adatta la realtà nuova al suo colore. appena l'urbanistica diventava un po' più ambiziosa. Una vita dura. altr o che quella dei nobili. anch'essi così netti. del San Pietro della Colonna Traiana. nessuno si fidava di quello che vi si in traprendeva. Una lunga domenica nella provincia italiana. ed era aspirazione e trionfo di ognuno ritro varsi nelle lunghe liste dei cronisti mondani. con le sue prospettive sepolt e entro di sé. alle corse. come la rappresentante della piattezza. la città cominciò a spopolarsi. ai quattro o cinque convegni annuali. del San Paolo della Colonna Antonina. Bisognava vederla Roma quindici o venti anni fa. C'era la dura moralità degli importati. e per estr ema consolazione il sole e il cielo. costituiscono certo un fatto decisivo. per la parata d'una vita sociale. Ma chi non si ricorda come da tanti discutibili monumenti si levassero nel cielo di Roma le nuove app arizioni? Accanto a quelle della Madonna della colonna di piazza di Spagna. che le grosse famiglie dei mestieri più seri e fondati. è divenuta una capitale. I pal azzi e i monumenti pel Cinquantenario dell'Unità ubbidivano in qualche modo a tale logica. le comparse al teatro. osti e affittacamere. ma una cosa come questa. a leggere i libri dei viaggiatori. superiori e implacabili : uno splendido scenario per i piaceri e le malattie privilegiati. Per esempio. in quella luce. Pareva una città di paccottiglia. Vivere a Roma e ra un privilegio. apparve la donna alata della quadriga del Palazzo di Giustizia. dell 'opportunismo più ostile. e poi più tardi la Croce della torre capitolina. E tutto questo è finito. A tratti. con quella luna. niente per gli affa ri. è una curiosa tirannia della nostra esistenza. Di queste cose la stessa città s'impadronisce allo stesso modo d'un terr eno che uniforma alla sua natura la vegetazione. Qualunque altra città di provincia aveva più consistenza di questa dove si finiva tanto facilmente a fare la macchiet ta di marciapiede. a cercare le vie dei campi e del mare. a Roma facevano sorridere di compassione. un fatto da far epoca nella cronistoria di Roma. che in altre città dell'Italia settentrionale avevano acquistato im portanza e perfezione. ad eccezione di qualche negozio di lusso. Perché non è soltanto il piccone o l'architetto a fare un a capitale. delle st ele e delle croci degli obelischi. che nella nostra giornata occupa appena lo spazio d'una rapida impressi one. Mi sono domandato spesso. il feudalesimo provinciale trionfava a Roma. mob iliate di trespoli dozzinali e spiritati. Una strada nuova fra i vecchi quartieri. è il nostro spettacolo quotidian o. come il seme d'una pianta e la forma d'un frutto sono sepolti nella . e cred o che anche il commercio locale. come e quando. Vita sociale non esisteva. la logica della città prendeva il sopravvento. pur rimanendovi. E poi c'era il Corso. quasi vaganti sui tetti. e questa città ch e si è tanto odiata. Roma riforma da sé i suoi scenari e i suoi aspetti. una cer ta domenica. È un fatto che ha della natura: lo stesso che domandarsi quando e come il mare si è ritirato di q ualche metro da una spiaggia. Molte cose legano alla terra. popolav ano di lunghe file di carrozzelle su e giù. non ricordo come accadde che. solo che si ubbidisca all a sua struttura. dove sulle pagine dei giornali satirici si acquistava una celebrità a buon mercato. la città contava poco per il mondo dello spirito. il nostro stesso crescere. Ba stavano. per quanto con un compiacimento quasi babilonese. di cui il resto d'Italia non capiva niente. in q uelle notti. il senso dell'arte italiana. assor bisse le peggiori merci d'Italia. o quando le osterie cominciarono a chiudersi la domenica. Ecco una delle più belle scenografie di Roma che ricompariva quasi per caso. Dopo dieci anni ci si accorgeva di non avervi amici. non esisteva intimità delle case. cioè con la sua luce. e le inizi ative moderne. le sommità dei monumenti tratti alla luce. un monumento rimesso in luc e.

Arr ivano dalla provincia certe automobili che sembrano sirene e tritoni d'alluminio o di lacca. Meridionali. e che malizioso piacere sia aver capito come questi du e termini che separarono per tanti anni l'Italia abbiano in effetti uno scarso v alore: sarà che abbiamo imparato a conoscerei. la sua forma le grandi manifestazioni pubbliche. lo stesso che in ogni altra metropoli moderna. il sole. e apriva il panorama del mare di Liguria. quasi che la chiarezza dell'aria. gli obelischi. la città familiare si è d istaccata e allontanata. e in quella grande cerimonia della passeggiata che fece parlare tanto l' Ottocento. e certi modi bruschi. formata dai mille el ementi. Per esempio. ma in una solitudine comune. e più o meno acre. si ricorderà d'una certa maliziosa e bonaria familiarità. Ed è anche meridionale. prende l'a spetto d'uno di quei frammenti antichi che si murano sulle facciate dei palazzi moderni. Lo scenario romano. Una certa solitudine è prop ria della Città. anche se antichissima. il fondo della strada è oggi di asfalto nero lucido. mi accorgevo che ne risultava una nuova scena quasi naturale. che sono nell'anima della città. e l'apparizione in fiocchi delle d onne: tutti caratteri che sono propri delle città di nuova formazione. non s'immagina come ce rti limiti si confondano. Il socievole non è mai stato il forte di Roma: il suo carattere è la convivenza. i campanili. Ma fra le tante cose. pe r contrasto. un'atmosfera amorosa c he fu sempre di Roma. ott imista e talvolta disadorno. c'è in tutti lo stesso senso di vita. è meridionale. la veduta nuova d'un monumento liberato mi fac eva là per là rimpiangere lo scenario scomparso. Chi conosce certe descrizioni della socievolezza r omana dell'Ottocento. i meridionali il loro bisogno di espansione e di avventura. I grandi convegni sono quelli delle belle giornate. Quel tanto di vita socievole di certi quartieri a Roma è settentrionale. sembra che dica: Ora tocca a voi. un lusso che si preoccupa delle appa renze. infl uisce a suo modo sugli animi. scenografica com'è. a rivederlo a distanza di tempo. noi avevamo una certa intimità con la Barcaccia o il Tritone. i settentrionali il l oro senso della vita stabilita e sociale. il campo dell'osteria fu ori di porta è diventato un quartiere. mobile. una è mutata in questi venti anni nell'aspetto de lle strade di Roma: un tempo le strade erano selciate dei selci romani e avevano colore di azzurro. la luce. Salta agli occhi. anche quel tanto di estremamente lussuoso e visibilmente ricco. e basta con le confid enze. al confronto della vecchiaia e no biltà di Roma. la stessa ambizione d'essere. avventuroso. lo stesso piacere di co mparire. Non si cresce di seicentomila persone in vent'anni senza che una città lo lasci ve dere. È strano dirl o per l'unica città vitale tra le grandi città antiche: il gusto dei ricevimenti che . e quella prov incia nostalgica propria delle grandi città. si fa presto a prendere l'abitudine di villa Borghese. e fatta per significare la pompa e il trionfo. II Quando comincia la grande stagione del sole. di dovunque s i venga. la stessa qualità di assalto alla fortuna e all'avvenire. più o meno ovattata. Ma non ne ha altrimenti & gusto né il bisogno. una novità di agglomerati umani. La quale. che era sempre apparso pro vvisorio. del Pincio. che ricorda remotamente la provincia. Il convegno di ta nta gente nuova a Roma nei nostri anni ha trapiantato alcune attitudini sociali. incalcolabili a chiunque. ed è questo il nuovo aspetto di Roma. la voce era alacre. a cominciare da quelli latini. le colonne. dell e grandi piazze e delle belle strade. L'asfalto al posto del vecchio lastricato ha contribuito a segnare una nuova epoca dell'aspetto di Roma. Meri dionali? Settentrionali? Ricordo il giorno che per la prima volta da quando sono a Roma. nel più schietto accento genovese. Ciò che è stare insieme. Venti anni fa. Meridionali e settentrionali hanno portato a Roma il loro paesaggio interiore. se si deve credere anc he a certi scrittori di salire. In vent'anni s'è veduta la città crescere del doppio. Roma vive per poco tempo una vita a ssociata. e il gran discorrere delle "relazioni" del tale o della tale. tut ta grandiosamente esteriore. di civiltà mo lto giovani.natura d'un albero. la duttilità. Quel tanto di trepido. in autobus. venti anni hanno scavato una distanza di secoli. settentrionali: veduti da Roma. è fissa to per sempre. sono due mondi diversi. la gente più diversa è venuta ad abitarci. e in cui un capriccio degli anni poteva aggiungere qualche cosa. impongono lo stesso n itore delle città estive. il mondo di ieri sull'asfalto lucido diventa più remoto. sentii parlare di affari e di cifre. su questo nero si levano gli edifici giall i e rosa. crescono le fontane. il tatto.

allontanato e isolato in qualche modo dalla intimità degli uomini. le più vive. in appartamen ti anche troppo inappuntabili. sembra di vivere tra le pagine d'una rivista di m ode o nella scena d'un film. Spogliarsi di tutto e accettare le novità più cro ccanti. dove sui frontoni delle chiese un angelo aspetta da secoli il suo compagno di s immetria dall'altro lato . definito. in cui l'esterno ha la stessa architettura di un interno. il carattere . al tempo del mio primo arrivo. negligenze. e la fontana con la sua grotta. a costo di strafare. come altrettanti convegni in una città incompiuta e perciò familiare. Andiamo a veder e il giallo lunare di villa Medici nel verde cupo del parco. e il frontone dell'Acqua Paola. svegliandomi di buon'ora vedevo tra le persiane chiuse spuntare l'alba. quando ebbi dormito i primi lunghi sonni romani. formando uno di quegli aspetti tanto frequenti a Roma. meno contemplativa. Questi sono gli aspetti che accompagnano chi vive da molt i anni a Roma. La finestra della mia stanza era inv asa la notte da quelle lampade. i quali rinascevano intorno ad esse con la tenacia delle piante. la personalità. meno affettuosa. questo voler essere. sono le qualità più preziose del mondo. o la piazzetta dove cresce l'erba a San Giovanni e Paolo. III Dalla mia finestra volta a mezzogiorno. col . e illuminava ogni dettaglio delle facciate settecen tesche con le loro decorazioni. è d'una modernità anche troppo spinta. È questo il punto del distacco da un'epoca. questa specie di tabula rasa che si vede in giro. nelle abitudini de lle persone. da quelle estive quando la troppa luce scava come vecchi c ranii le facciate delle cattedrali. Credo di aver capito la causa che isola qui tanto le persone e per cui Roma cono scerà forse sempre pochissimi ritrovi pubblici e una certa sterilità di contatti uma ni. in cui esso si appaga e si confonde. Guardando le ore sull'orologio della piaz za. dimenticanze. Capivo così l'i solamento degli alberi e degli uomini. Aver fatto di Roma un paese fissato. in un modo d'ess ere. come quelle del tessitore persiano che non fa mai perfetti i suoi tappeti per non lasciarvi dentro imprigionata l'anima sua. si adagiava presso di me come accanto a un malat o: era una luce cinerea quale a volte copre Roma a chi la guardi dall'alto. di pensare. riducendo il tra vertino a un bianco d'avorio. e chissà come sono diafani gli angeli ambigui sul Ponte Sant'Angelo. vedevo il Santo della Colonna Antonina quasi vagante sui tetti. E queste cose mi davano l'idea d'una vi ta chiusa nella memoria. le meglio capaci di irraggiare e fecondare la vita. Via Sistina. Dal mio letto sentivo nascere il giorno. di vivere. sul Gianicolo. Tutto mi pareva uno spazio deserto. significa aver dato il segnale a una nuova vita. meno nostalgica. potevo leggere le ore all'orologio di Pi azza Colonna. compiuta e indifferente a tutti i pensieri e le passion i degli uomini. indica una capacità di rinnovarsi. la luce si diffondeva dentro come d'un giorno so speso in una lunga incertezza. mi pare i l vero fermento della vita dei nostri giorni. a quelle invernali quando la tramontana riprende a scialbare i tìmpani delle chiese. è un grandioso f enomeno che a un certo punto dovrà pure tradursi in termini suoi. da un passato.una città con mille trascuratezze nella sua costruzione . e non sapevo che cosa volessi. dove il sole si accuccia tutto il giorno suscitando il vecchio tepore dei mattoni del campanile. ma pieno di fatti già accaduti. Certo.si è diffuso ultimamente a Roma. Sorprendevo la luce immobile nella mia stanza. che mi piaceva come una grotta d'un a natura artificiale. e sarebbe il sentimento degli aspetti e delle ore di Roma che formano un pae saggio interiore dell'uomo. Qualche volta mi sorprendevo a dirmi : "Io voglio. voler apparire. mentre la parte inferiore scura e nell'ombra ricor da la cava originaria. specia lmente la notte quando la luce delle lampade ingrandiva l'ombra dei cornicioni d egli edifizi smisuratamente. e la cima della colonna. e incarn arsi in qualche cosa che vincesse il tempo. io voglio". da me stesso. somigliava a una grande sala. la natura di Roma. e una piazza a una sala. raschiature. penetrata a mia insaputa e quasi confusa col riflesso delle lampade not turne impallidite dalla veglia. la tradizione. sentivo che il mio cuore voleva uscire quasi da una prigione. Non ho rimpianti per le vecchie cose se non a tempo e a luogo. nei limiti delle grandi strade nu ove. è proprio un segno d'oggi. Più tardi. Co nosco le ore di Roma. nel cielo serale di panno azzurro. e una sala somi glia a una piazza.

al modo d'una girandola. in quella luce. i figli. Sul pr incipio mi levavo per sorprendere la strada in quell'ora. molto imbellettate. Poi la strada mutò. e così io conobbi i litigi sulla letteratura e sull'ar te. degli storpi e dei nani. le donne. Erano quelle le ore delle allegrie i mprovvise. E quest'ora pareva la memoria della Roma d'un secolo prima. degl'incontri. A un tratto udivo la campanella di qualche chiesa. le canzoni di moda. le prom esse non mantenute. delle folli speranze. e tutti avevamo abitudini familiari. quando la città acquistava un colore elegiaco. le illusioni perdute. col su o tono uggioso e quasi direi umido. A notte alta. Poi. Veniva fuori un'umanità speciale. in quel sole. La notte. i mariti . in cui sembra che la gente non abbia altra occupazione che rispondere alla c ampanella delle preghiere. la boria di quelle donne che vi salivano o ne scendevano pomposamente faceva di quella strada un asilo di su perbie senza ragione. e i vecchi abitatori vi stavano come gente annidata che qualcuno tentasse di sloggia re. fino all'ora in cui d'incanto si faceva deserta. gli amori della gente e fin della più povera e disadorna. seno nché il ricordo di paese persisteva con la voce dell'ombrellaio. si fondarono i primi negozi di mode. la strada risuonava come una chiesa o una sala deserta: si sen tivano le voci di coloro che nelle notti chiare andavano fino ai cancelli del Pi ncio per vedere Roma notturna dall'alto e le linee oscure dei cornicioni dei pal azzi che si rivelavano come i suoi temi nudi disegnati in una specie di spolveri o sospeso sulla città che giaceva in basso. scialli e veli ne ri. sentendo che il tempo era passato. la città si svegliava. era pe rcorsa da una speranza di non si sa che giorni.colore di strade molto calpestate e di pietra sbiancata dal vento e dal sole. passavano. le vetture andavano a sghimbescio e vuote. al pri mo squillo del tranvai. invadeva la mia strada una folla di donne che avevano l'aria d'essersi levate allora dal letto. La strada vecchiotta si popolava di gente modesta che andava a scaldarsi al s ole del Pincio. la città si raggrinz iva nella prima sera. L'aria diventava fatua. Si vedevano calare i cestini dagli ultimi piani per la posta e per ù carretto delle v erdure. Luccicavano le macchine. non si sapeva che festa notturna preparasse. Dalle finestre di fronte alla mia. come se invecchiasse. che ridavano alla città l'aspetto di certe piccole città antiche e piene di chie se. i tradimenti compi uti. IV Rione Ponte è un quartiere di Roma. come se la città intera non riuscisse a riprendere il suo chiasso diurno. e infelici. in carrozze e automobili. fu sempre popolato anche . Nei giorni delle cerimonie in Vaticano. fosse privilegio tutto personale e privato. un'illusione perduta. poi un'altra e un'altra. la cenere de l tramonto copriva tutto come se un cataclisma si fosse scatenato. le mogli. a Roma. i benefizi sfumati. e non si faceva in tempo a pensarvi che era un'ombra . La strada dove abitavo allora era una specie di paese: ci conosc evamo quasi tutti. La voce della strada si levava a mano a mano più sicura. passava di là tutta Roma accorsa dai quartieri più lontani. con le loro scarpe pazienti. si affacciavano sulla strada come t emendo di non arrivare a partecipare in tempo a una rappresentazione. mezzo apparecchiate. nelle be lle giornate. e la sua insegna è il Ponte Sant'Angelo con le d ue statue di Pietro e Paolo. e i contrattempi. di pensare profondamente e di poter agire facilmente l'indomani. Nella notte risu onavano le voci di costoro. colore d'oro vecchio. Quella è pure l'ora dei poveri vecchi. d'inverno. le sale da tè. È uno dei più antichi di Roma. quasi che stare in quell'ambiente. Di botto queste cose cessavan o. l'aria s'impregnava del profumo di quei cosmetici. per sone vestite da sera. era finito un giorn o. il sole splendeva sui belletti e sulle occhiaie tinte di azzurro e lustre . vestita come veste la gente devota in tutti i paesi. degli abbattimenti. e tutti con un'espressione freddolosa. improvvisamente la città dive ntava misteriosa d'un mistero frivolo: i fiori dei fiorai acquistavano per contr asto semplicità e innocenza. e divenne comune il fracasso delle automobili che stentavano ad avviarsi. appariva gente vestita bene. i vestiti che al sole mostravano il lucido della vecch iaia e la dignità di chi li indossava. donne col velo. dà l'impressione d'essere molto i ntelligenti. descritti da voci sonore. Io aspettavo le sei di sera. col cartoccio della spesa. A mano a mano che passavano gli anni. saliva dal Corso u n odore di stalla. Si tornava a casa stanchi. le invettive pronte e sveglie. una vo ce si aggiungeva a quel coro. Poco prima di mezzogiorno.

rispunta come a ritrovarlo in uno scavo. spirante. i letterati. Il suo aspet to è fatto per le esaltazioni improvvise e i disinganni atroci. caratteristico di Roma. di avventure. schierato lungo il Tevere e più basso dell'argine del fium e. si sentì od ore di porti. la polvere di Roma. una folla mai prima entrata nell'arte sbucò da ogni parte e animò con la sua presenza greve e popolana le raffigurazioni stesse dove prima era stata una schiera di cavalieri simili a eroi e di donne simili a dee. originale. parassita e alquanto cinica. l'Aretino e il Caro. che del Rinasciment o porta ancora il nome. e questo quartiere. Si s a che gl'importati sono dappertutto gli stessi. d' un cetaceo. ha pure una sguaiatezza che ritroverete nel fondo ai Berlino o di Parigi: ho notato che un certo rictus della bocca stor ta nella parlata di gente infima è comune in quattro o cinque capitali del mondo. è un rione da Caravaggio. Comunque. Poi i palazzi e i palazzetti furono soverchiati dalla vita popolare. vi si trovavano le banche. Banchi Vecchi. fino a Parione e Piazza Navona. Nel Cinquecento fece parte del centro di Roma. Ho una profonda venerazione pei caratteri popolari. è il colore d'una vita popolare la cui fama è troppo sciatta al confronto. il modulo d'un carattere fermo. dalle sue rovine ch e è una droga di Roma. Dico popolare e non di importazione. Varrebbe la pena di assodare come sia nata l'immagine che circola comunemente sul romano d'oggi. festaiola. Si sentono a Roma le diverse epoche di immigrazione: i nuclei formatisi sotto diverse spinte e di rezioni conservano caratteri che si direbbero prognatici. È vero che tale carattere bisognerà cercarlo in tre o quattro rioni e starvi molto vicino per non prendere abbagli. Come tutte le capitali. Arco dei Banchi. il primo Ottocento nel Corso. La stessa folla invase i quartieri di c erte città italiane di dove avevano sgomberato i cavalieri. Così il Rione Ponte. Ma quando avremo detto queste e cento altre cose verissime. Qui è come se il Tevere in una sua crescita avesse lasciato il suo limo che ridiviene polvere al sole e alla tramontana. È l'humus di Roma. e perciò s pesso fatale a chi si fida delle apparenze. luogo di convegno di genti che qui inseguono la fortuna. Allora. È curioso che propri o questo umorismo romano sia divenuto universalmente italiano. Le persone sono ancora sdegnose. Spesso nella densità del popolo italiano si sente la presenza d'un secolo: a Roma si sente il Settecento tra via Sistina e Trinità dei Monti. il suo lastricato è il deserto di tutte le capitali. da noi come altrove: sono de . gli ultimi trent'anni tra Porta Pinciana e i Quartieri Sebastiani. come in quei quadri. avventurosa come tutte le capitali della terra. È una delle tante sorprese e varietà del popolo italiano. il gran "picaro" della pittu ra italiana. con uno spirito realistico fino a l crudo (che è il lato migliore di quest'immagine) quale negli ultimi anni hanno d iffuso in tutta Italia tre o quattro giornali umoristici di mentalità prettamente romana e che ha acquistato cittadinanza in tutta la Penisola. grandi e popol ari. lo si ritrova anche in certi tipi dei film americani. Questo è specifico di og ni grande capitale. È una reputazione di gente f acile. Roma è un potentissimo reagente. parve coprirsi della stessa patina che rende tristi e bui i quadri del Seicen to. non avremo toccato i l fondo del carattere popolare romano. quello che eresse in onore della bella Porzia la V illa Farnesina. La pit tura del Seicento si riempì di popolo coi panni della fatica quotidiana. e di qua fino a Trastevere. come la sabbia d'un deserto. poca intimità. polvere di morte e polline di fecondazione. come dice il Novellino antico. È il ventre della città. il maggior finanziere del Rinascimento. le cortig iane. è città che ha u na sua maleducazione e una sua volgarità. Io porto spesso al Rione Ponte i forestieri che mi chiedono qualcos a di inedito a Roma. Vi abitarono Raffaello e il Celimi. Vi tenne il suo banco Agostino Chigi.quando Roma cadente si ridusse a ventimila abitanti. Al Rione Ponte è ancora un colore di s ubito dopo il Rinascimento. ma negli atteggiamenti del la vita. Il Rinascim ento era crollato come crolla un impero. essendo un grandioso scenario che le ha vi ste tutte. e si stende oltre. i banchieri. e poi di Prati e di Corso Vittorio. i primi anni dell'Unità nei quartieri di tipo piemontese di via XX Settemb re. e alle sue strade sono rimasti i nomi di Banchi Nuovi. di traffico. Roma. come il ventre d'un grosso animale. Bisogna distinguere tra Roma e Roma. Non soltanto nell'aspetto. così mordente e acre nei giorni as ciutti di tramontana. E ha naturalmente.

franca e precisa. Bisognava sentire il tono di quell'i nvettiva pubblica. si capisce che cosa significhi tale frase. e poi d'un romano. La ragazza da allora filò ben dritta. insom ma. E in questo quartiere che s'è divisi i vecchi palazzi e li ha ridott i a sé. Credevo questa imma gine dimenticata da una Roma per cartolina. che risponde all'ariostesco "pe r un buon giorno non temo un mal mese". di vedere una turba di ragazzi che. i bottegai più brutali s borsarono di belle somme. L'intero quartiere sottoscrisse per fargl i un bel funerale e non mandarlo via come un abbandonato. sono fatti d'un vecchio costume e d'una vecchia moralità. È come l'acqua che punta. si presentavano in corteo sghignazzante sulla soglia di certe botteghe dove pure la padrona e il padrone sono tali da tenere in riguardo i giovani più intrap rendenti e maneschi del rione. Levò la t esta soltanto quando fu sotto l'Arco dei Banchi. dell'infanzia. del coraggio e della forza. issando certe grandi corna bovine e caprine su un bast one. tutte le donne del vicolo furono alla finestr a simultaneamente. Morì in questo quar tiere l'anno scorso un povero giovane. che ha chiuso con pezzi di carta i vetri rotti di un'altana del Rina scimento. generosa. ne andava dell'onore di tutto il quartiere. come in un paese. della bellezza. un giorno di carnevale. Vorrei dire ancora delle grida e delle voci di questo quartiere. e la accompagnava un uomo. Mi accorsi di essere entrato in un vero mon do. sfiorati da qualcuno di quegli individui misteriosi che fanno la posta sulla strada con un fischio lungo sordo e notturno.positali di vecchi segreti. e con una calma enorme. Niente. a entrare in un nego zio. Non so come e dietro quale avvertimento. di vedere una popolana con un foglietto raccogliere i soldarelli di chi vuo le sottoscrivere per evenienze simili. e la guarda ancora come una creatura. spesso infiorata. la prima notte che vi dormii accadde un fatto di sangue: una donna ferì l'amante. Le sue vie sono misteri ose. Qui. l'amore dei ragazzi che diventa tirannia. Il popolo è lento a muovers i. conosco le voci delle sue ore che sono diverse da quelle della Roma settecentesca dove prima abitavo standoci come in un libro di Stendhal o di D'Annunzio. significa a Roma gente di coraggio e insieme umana. Da qualche anno sono abituato al Rione Ponte. il culto della giovinezza. non accadde nulla. direi che non muta più presto di quanto non muti un paesaggio. senza v eleno. Sono sentimenti tanto profondi e antichi da parere indecifrabili. due o tre volte l'anno con un altarino parato. e una costante osservazione di essi rivela fatti e a ttitudini antichi e che servono a spiegare le nazioni. Sotto l'Arco c'è una Madonna. dolori e gioie. che sciorina la biancheria grondante su un portale elegante come una pagin a del Caro. o il suo maschietto. come in una scena di teatro. La donna insolentita passò superba senza alzare il capo. mi stupì. Con tutta questa violenza del sangue. "Gente di cuore". Ma un'altra scena fu strepitosa. La serva d i un ultimo piano custodì gelosamente una pianticella che colui aveva curato in un vaso. anzi con una certa comprensione delle debolezze umane. E non è da dire che foss e ambiguo il significato di quei gran corni. Passava per un vicolo una donna matura e molto bella a modo suo: portava un ragazzo per mano. vita e morte. e mi accorsi poi che son rari quelli che vi passano senza scoprirsi. dilaga dove meno si aspetta. Si capiva dalle grida che la pas sante doveva aver destato più d'una preoccupazione nel cuore di quelle donne. e poi d'un italiano. il dito verso la donna che passava. venivo a sapere tutto di tutto il quartiere . scompare. ricambiò il più rovent e di quegli improperii. tutte. fatto d i cui un moderno difficilmente si rende conto. riappare. soltanto a Roma succed e che voi cediate il posto a una donna in un tranvai. Sovrattutto i dolori. Accade spesso. e così il suo uomo. senza dire una parola sotto quella frana di vituperii. e puntando. Una scena fu d'una donna che affrontò per istrada una ragazza che le occhieggi ava il marito. per molti mesi. inveirono contro di lei. e la donna pesante e traba llante vi fa accomodare la sua ragazzina. Non si può mai misurare come reagisce l'animo d'un popolano. Poi. la lunga nenia . non accaddero fatti del gene re. e la gio ia d'un'ora di semplice ghiottoneria o di festa. Ho ritrovato così il senso di molte immagini sacre negli angoli bui e tristi delle città. Perciò di notte non si prova nessuna preoccupazio ne a traversare l'Arco. le disse papale papale di badare ai fatti suoi se non ne voleva b uscare. S'in travedeva attraverso le finestre aperte una cura meticolosa e un povero lusso in torno al letto maritale. Senza volerlo. sempre con una lampada.

degli stracciaroli, e le frasi con cui si raccomandano dai carretti le frutta e gli ortaggi: "Neppure il colore mi pagate", oppure, alla gente che passa senza f ermarsi: "Che fessi che siete"; e il giornalaio che certe mattine strilla il suo foglio e sveglia tutti all'alba perché c'è una notizia che riguarda esclusivamente il Rione Ponte. V Siccome era domenica, erano salite anche certe ragazze a visitare la stanza del Tasso nel convento di Sant'Onofrio, la stanza dove morì il Poeta, aperta a tutti i l 25 aprile, e vi si tiene una conferenza, e due guardie in alta uniforme vigila no dandosi il turno per fare una fumatina in un angolo. Erano ragazze del popolo , in pantofole, che si tenevano per mano, e ridevano curiose come ridono le mode lle che entrano per la prima volta nello studio dei pittori. Esse non sapevano null'altro che di trovarsi nella stanza di un grand'uomo, e pa reva che costui fosse vivo, e fosse uscito, e loro ne profittassero per rovistar e fra le sue cose. Si specchiarono ad una per volta nello specchio del Poeta, un vetro nero in una cornice tonda di noce, e si sorrisero là dentro. Lo specchio fa ceva pallidi, vi si vedeva il bianco degli occhi e dei denti come in un'acqua os cura stagnante. Qua specchiò il Tasso il suo inguaribile pallore. Nessuna di quest e ragazze esitò nel guardarvisi dentro, e dopo un poco la guardia si curvò con loro specchiando il suo pennacchio. Là presso, il Crocifisso di legno è dello stesso colo re della maschera del Poeta ricavata sul suo letto di morte, quel suo viso d'uom o sfortunato, destinato a non aver pietà mai, se non oggi, in questa sua stanza pi ena d'un silenzio secolare, dove è difficile parlare ad alta voce, e dove l'eco de lla sua voce è sospesa nell'aria come una nota che risuona alta nel sonno. Aveva l a fronte liscia, infantile, come si vede in alcuni uomini che hanno penato, dove è addensata tutta la loro innocenza di fronte al destino. Piccoli occhi a mandorl a, annebbiati dalla creta mortuaria. Il viso cancellato dalla rassegnazione e da lla "malinconia" con i lineamenti chiari e indifferenti. Nient'altro di espressi vo che la bocca grande, carnosa, che si adattò a chiedere tutta la vita. È il ritrat to della tristezza e della solitudine. È difficile vedere una immagine d'uomo che serbi con maggior tenacia i lineamenti infantili. La stanza del Tasso dà per due balconi su un giardinetto, e sulla vicina salita di Sant'Onofrio dove le donne vivono coi ragazzi sulla strada, e i muri quest'anno sono coperti di scritte inneggiami a una certa Marcella che deve essere il rich iamo di questa primavera. Dalle due finestre si vede il Borgo; la Cupola di Mich elangelo è vicina, tra le case e gli alberi non si scorge il timpano della basilic a, né il piano su cui è eretta: azzurra e aerea collina fra questi colli. Si vede il Campidoglio appena velato dal bianco del monumento a Re Vittorio. Di qua la cit tà dovè apparire al Poeta come appare ancor oggi, grigia e silenziosa, come una città di scavo. Di qua egli sospirò la sua corona. La stanza è quadrata, con una mano di calcina ai muri, nuda, chiara, e la luce v'è c ome un'onda immobile di oblio. Forse erano come questi i mattoni di cotto sull'i mpiantito, e i riquadri azzurri fra i travicelli, e il piccolo chiostro con la M adonna leonardesca in fondo. Vecchie corone d'alloro appassiscono eternamente su i muri del chiostro. Una corona di alloro sul capo della immagine del Poeta si d isfa come una treccia. Eppure qui sorride la nostra adolescenza, il nostro viso di allora liscio e imbe rbe si affaccia nello specchio nero del Poeta. Ad essa sorrisero prime, lecite e santificate, le bellezze di Clorinda e di Erminia, e quella tizianesca di Sofro nia. Ritroviamo queste illusioni e queste prime creature che amammo, in questa s tanza su cui passò la tempesta, cresciute con noi, invecchiate con noi. Eccolo, da poeta ispirato che era, in cappa e spada, Pro fide, ai suoi anni amari, come un sogno che l'esperienza ha sfatato e legato. "Sono quasi scacciato dal seno della Chiesa." È una giornata oscura e piena di nubi volanti. Pure un chiarore diffuso e traspare nte invade immobile la stanza. Ci ritroviamo qui come in una sua ottava. Una cop pa nera, di creta, è presso lo specchio, anche essa come contenesse un'acqua stagn ante nella sua cavità lucida. "Negare una tazza d'argento a me" diceva "che n'ho t anto bisogno e tanta voglia?" Non ha lasciato altro, insieme con qualche brandel lo di stoffa. In guerra, nei bagagli dei nostri compagni morti, non si trovavano

che cose come queste da restituire. Le due stanze che precedono questa dimora, furono adattate a un museo di manoscr itti e di opere del Poeta. In capo alle scale è stato posto da poco un frammento d i affresco rappresentante il Poeta in piedi, leggero e incantato, agile come una spada, con un foglio tra le mani, come forse sognò di essere. Le due stanze del m useo sono della stessa forma della sua stanza. Sulle pareti una simbolica fiamma è stampata tutt'intorno fra corone stampate, e una vetrina fa da zoccolo alle par eti. Qui sono i suoi libri e i suoi manoscritti. Un quaderno su un tavolo si cop re lentamente di firme. Non più di cento pagine dal 1923, e l'ultima firma è quella del brigadiere oggi di servizio. Piacevano, al Tasso, le pagine ben tracciate, ben squadrate, nitide, ampie, marg inate. Qui si manifesta con una tenacia dolorosa il suo amor della gloria, di qu esta passione antica che si manifestò in lui magnificamente. Aveva caratteri nitid i, agili, magri, come doveva esser lui a vederlo, tracciati col compiacimento, l a cura, l'ordine d'un buon allievo della gloria. Le pagine autografe della Gerus alemme hanno un aspetto di esercito in marcia, ariose con un po' di pompa, e sul le ordinate file degli n e degli r, sulle panciute a ed e svettano l alte come l e lance dell'esercito di Goffredo, le s lunghe e snodate come gli sciabolatori d i Argante, le t tagliate alte come bandierine di squadra e le p poggiano su un l ungo svolazzo come se galoppassero su una lunga scia di polvere. Tutti quei gran e grandi che si trovano nella Gerusalemme, e ve ne sono tanti, s ono pomposi e panciuti, e uno stesso impeto assiste l'ottava in riga dalla prima all'ultima pagina. Come tutti i poeti, vedeva il suo libro, nell'atto di scrive rlo, già stampato. Si lamentava delle cattive edizioni che gli amareggiavano l'ama ra vita. Se le faceva per suo conto nell'atto di scrivere. V'è un suo frontespizio dell'Aminta che sembra quello d'una edizione aldina, col nome in maiuscoletto, l'iscrizione disposta a epigrafe, e perfino un disegno d'impresa editoriale, fat to a penna rozzamente, con un senso di decorazione popolare che era poi il fondo del suo animo; e sotto: Ferrara XXIII - novembre - 1577. L'angoscia colpì più tardi la sua ferma mano. "Il maggior di tutti gli altri mali" s criveva, "e 'l più spiacevole mi par la frenesia; perché sempre son perturbato da pe nsieri noiosi e da molte immaginazioni e da molti fantasmi." La calligrafia divien larga, ritorta, con una volontà di grandezza che la sua pove ra penna smarrita ricerca tra geroglifici disorientati, ripentimenti, vergogne. Vagano qua e là come alfieri in un esercito in rotta le sue iniziali alte e sicure . Una pausa, e con la mano dei ricordi traccia il principio del sonetto: "Deh, n uvoletta in cui mi apparve amore". Ambizioni, assalti vani, improvvise speranze: "Mi fu predetto che quest'anno nel quale finirei il quadragesimo secondo avrei molti beni e molte grazie dai principi". Vede i beni piovere attorno a lui, ma g irano vorticosamente e come ridendo attorno ai suoi occhi, principi, stampatori, amici. Il suo morbus imaginatus gli impediva ogni contatto, e nell'atto stesso in cui un "gentiluomo par suo" si drizzava in piedi, la sua bocca chiedeva pietà: "Le sarei più obbligato (alla duchessa Eleonora) se mi donasse un rubino ed una pe rla legata in oro; perché se avvenisse mai ch'io dovessi prender moglie non mi man cherebbe con la sua grazia anella da sposarla". Una grande corona d'alloro della Città di Roma, fresca e cupa, è ai piedi del monume nto del Poeta nella chiesa. Egli è là, alto, ispirato, vestito di gala, con una pesa nte spada accanto. Nel chiostro al pianterreno, dove egli camminò cadente, presso il cancello di ferro, un uomo si guarda intorno. Il campanello suona a strappi n el corridoio. Una mano tende fra le sbarre del cancello una scodella di latta. L 'uomo si guarda attorno compassionevole, mangia vergognoso. VI La prima cosa che si vedeva affacciandosi alla finestra, era un pezzo della facc iata di San Pietro, e precisamente un campanile laterale, ma non come si vede co munemente, ma diventato enorme, al modo che accade affacciandosi una mattina da una finestra in alta montagna, e la montagna che era una linea lontana sull'oriz zonte si presenta vicina come veduta attraverso una lente d'ingrandimento. Tutta quella parte della basilica si presentava coi suoi cornicioni, finestroni, con uno strano senso di vuoto e di deserto, come accade spesso a guardare l'architet tura di vaste proporzioni, specialmente a Roma, dove tutto ricorda il lavoro del

la fabbrica, quasi che l'uomo col berrettino di carta e il secchio della calce p er chiudere le commessure della pietra enorme, fosse andato via da poco. Questo accade, forse, per via delle molte superfici lisce. Sotto la finestra da cui ci eravamo affacciati, si vedeva una corte interna, le finestre dell'edificio di fr onte, più basso, orlate di pietra; e nessuna voce; un silenzio che faceva pensare subito all'assenza delle donne e dei ragazzi, un silenzio estatico da uomini sol itari. E sotto c'era un orto, prospero, lucido di cavoli, di cipolle, di insalat a, con certi fiori semplici e senza odore, orto da convento, dove il mondo veget ale è anch'esso denso e polputo, e una rosa che si sfogli a pie' d'un muro ricorda il sangue rappreso. Si mise a suonare una di quelle campane di San Pietro, vicina come quell'archite ttura, e coprì tutto come l'onda di un oceano, facendo forza contro i muri, corren do per le sale dell'appartamento in cui ci trovavamo, impetuosa come il vento, e quasi che noi ci trovassimo in un elemento nuovo, quello in cui volano i piccio ni sotto la scossa delle campane dai cornicioni alti; sotto questo colpo parevan o allentarsi le serrature e i cardini, spalancarsi le porte: allora i mobili del l'appartamento presero un aspetto fedele e giubilante, i quadri religiosi, i tav oli dorati, le immagini dei santi, i libri, la poltrona dorata su una predella, che era il tronetto del Cardinale. Ci trovavamo nell'appartamento d'un Cardinale di Santa Romana Chiesa alle sette del mattino. Avevamo ancora nella mente l'ingresso al palazzo, coi preti che sbucavano fuori e si radunavano come gente in costume d'altri tempi, e i ciclisti che andavano a l lavoro tagliando la piazza in pendio e il binario lucido del tranvai, e il rum ore freddo delle fontane; e poi la porta dell'appartamento nel chiostro, col nom e inciso su una targhetta d'ottone come su una porta borghese; poi il cameriere in sparato bianco e giacca nera, e le voci tranquille e sommesse di saluto nell' ingresso dominato da un'immagine della Madonna, il cameriere faceva sovente una smorfia nervosa, e pareva che ammiccasse storcendo gli occhi e il viso, ciò che si mescolò poi a tutte le impressioni della mattinata, come se fosse uno spiritello innocuo e tenuto in dominio. Fra quel mobilio solenne e modesto nel medesimo tem po, in cui predominava lo stile del Settecento come l'ultimo cui si sia fermata l'immagine della solennità e della maestà, al limite dei secoli coi pantaloni lunghi e il cappello a cencio, dei mobili senz'oro e familiari, disadorni e intimi, de l grande avvento borghese, entrò il Cardinale vestito di porpora. Ho veduto anch'io qualche mattina giubilante, e questa fu una; come se il mondo si fosse scordato di tante cose inutili e cattive. E se ci penso, tutte le matti ne giubilanti sono state quelle d'un rito, anche se il rito fu soltanto di indos sare un abito nuovo da ragazzo in un mattino di festa, o di essersi sentito augu rare, ancora non bene sveglio, a dieci o dodici anni, "cento di questi giorni" a ll'alba d'un compleanno, dalla voce improvvisa del padre. Ancora rivedevo i cicl isti tagliare la piazza in pendio e i binari lucidi freddi del tranvai, e i pret i passare il colonnato nell'infinita prospettiva della storia; ma era come il fa tto di un altro mondo. Sapevo che gli assilli e le cure che avevo lasciato fuori mi aspettavano come guardie che si sarebbero messe alle mie calcagna appena fos si uscito. Era anche quell'enorme campana che allentava i chiavistelli e gli sti piti e i sensi. Aveva finito di vibrare come se fosse cessato un vento, e al suo posto scoccò l'ora dallo stesso campanile, senza fretta, che ricordava soltanto i l tempo immortale come la morte. Poiché si sarebbe assistito alla messa nella cappella privata del Cardinale, non s apevo come sarebbe accaduto; il Cardinale parlava con noi bonariamente, e parlav a di anni di vita, di cose familiari di ciascuno, di cose del mondo. Non potevo levarmi dalla mente l'immagine d'una casa mattutina aperta mentre si spazza e si ripulisce ogni angolo sotto la luce casta. Il Cardinale aveva sul viso il rifle sso di quella porpora che una volta per tutte è sul viso del ritratto dell'Innocen zo X di Velasquez, e mi pareva che a furia di parlare latino il suo linguaggio f osse tornato a un colore primitivo, quando l'italiano e il latino erano ancora c onfusi in una ganga, sotto il cretoso strato del dialetto. Questa semplicità e pri mitività della lingua che si ritrova molto spesso tra gli ecclesiastici, dava il v ero senso a quella porpora, ricordava il popolo; e anche quel viso purpureo era

vestito di nero. proprio quello di cui Roma si volle . piegava a quel mistero tutte le sue forze. lo si sentiva volargli intorno a servirlo con una sollecitudine da angelo. E proprio in quel punt o finì la chiara festa di quel mattino. umile e vissuta. questo stesso senso. Il Cardinale si fece s ervire in una ciotola grande. mescolata alla cadenza d'un dialetto intorno a Roma. dei parament i che sanno di vecchio incenso. in tutta la pompa dei suoi paramenti e con tutt e le sue insegne. Mentre eravamo sul più vivo del discorso. I su oi giudizi sulle cose del mondo erano d'una saggezza popolare e rude. pie no di significato in ogni elemento e colore che lo componeva. dei lunghi assedi e della Rupe Tarpea. di non averne colto m ai così bene il contenuto drammatico. Siccome lo assisteva un prete. di non aver mai avvertito così potente quel so ffio creatore di quando il celebrante afferma: "Questo è il Corpo. questo è il Sangu e". con un senso di digiuno che si rompe. apriva tutta un'esperienza. cominciò la sua mattinata. Vennero fuori i nomi di due o tre persone n emiche non di lui ma dei suoi ideali e della sua disciplina. Devo dire di non aver mai ascoltato una messa come quella. dell'odore mielato della cera. nella sala da pranzo. di sensi che si dischiudono. E proprio ques to. egli ricorreva spesso a questa esclamazione: "Se' matto!" frase che io aspettavo con divertimento. e in questo che è il fondamento del Cristianesimo. E c'era non so che to no fraterno. d'un rude italiano d a vecchio libro. essa gli usciva da tutto l'e ssere. Tutta la mattina fu piena dell'aroma del vino nel calice d'argento. un tono volont ario. di reminiscenze latine. Lo immaginavo nella sala col tronetto. i luoghi delle città etrusche. confidava tutti i segreti. aveva il tono dell'implorazione e del comando. e il latte ricord a i pascoli verdi. tra la porpora e l'oro. è vera verissima: torna. Il cameriere ve nne ad annunziare non so che generale d'un Ordine. GLI ETRUSCHI E LA CIVILTÀ POPOLARE Lo scoprimento del Colle Capitolino ha messo a nudo la roccia dalla parte setten trionale. quella che in qualche vecchio testo di lingua italiana si sposa a una tradizione realistic a e ferma. da un giardinetto pubblico. In quel momento quell'uomo aveva un'altra voce. quel tono. Ai piedi della rocca crescono i cipressi e il verde. a guardarvi. si muove va per lui. è un angolo. con l a bugia d'argento e il messale e le ampolle. con l e domande sorprese che avremmo fatte allora. Ricordo che tra le espressioni di cui si serviva. che attesta del primo nucleo di Roma. ad aspettare. Fu allora che il sapore di quella lingua che avevamo udito poc 'anzi. soltanto che negli occhi la vecchia esperienza del popolo e ra mescolata a una sottile e maliziosa esperienza. dei biscotti e dei dolci. di quelle che davano a noi ragazzi nelle case camp estri dell'infanzia. e il Cardinale si voltò a parlargli come se parlasse a centinaia di persone. del caffè. della cioccolata. Avevo già notato. suscitava per lui tutti i misteri. e questo linguaggio era messo al servizio d'un giovinetto qualunque. alla fine. e ancora l'odore d'un vino leggero e amaro che si versava da una bottiglia. di tutti gl'infin iti tenuissimi odori d'una mattina religiosa. e il cioccolato i mori e i missionari. e tornò al suo parlare semplice e al "se' matto!" interessand osi ai fatti del nostro mondo come chi si fa raccontare i costumi degli eschimes i. si può guardare lo strapiombo. Affari di Stato. dava qualcosa di pronto e di guerriero a quel viso a ntico. e l'uomo che era là sotto celato lo reggeva come si regge il peso d'una responsabilità. vi si a ggiunse l'odore del latte. di lassù. A guardare dal Teatro Marcelle. In ognuno dei suoi gesti e de i suoi atti pareva che egli sentisse l'importanza del costume che indossava. La voce del Cardinale non era più quella. Poi. Era presente un comunicando. quella nostra prima fantasia intatta. con un'eco di certe terribili minacce e maledizio ni che si leggono nei Vangeli accanto alla misericordia e mansuetudine. Già aveva il tono del comando. una roccia di questa stessa natura. quasi che tutto fosse uno scherzo e una commedia di cui egli conoscesse la fi ne. s'impastò in un linguaggio unico e potent e. Ecco restituita agli uomini una gra nde favola. nella sua voce. e ne parlò come si pa rla d'un nemico tra familiari. e que lla storia della nostra terza elementare. Certo. vengono a mente altre alture come questa. come se lo consolasse d'un così treme ndo e impari mistero che gli faceva piegare il capo canuto nella più profonda umil iazione.un viso di popolano. affidava tutto un potere a lui solo. la sapeva più lunga di noi.

L'Etruria morì coi suoi ultimi uomini ventruti. senza inquietudini. accanto alle civiltà perfette. un aspetto singolare della Roma di oggi. sembra una via segreta come il meato attraverso cui gli antichi immagina vano l'ingresso nel mondo dei morti. e fin gli oggetti d'uso im portati dai luoghi di origine. usi. Veio è alle porte di Roma. e per non lasciare nella storia a ltro attestato che di una operosità giunta al culmine delle aspirazioni nient'altr o che umane.disfare fin nella tradizione: un angolo etrusco. è. l'espressione cui si può riportare molta vita del l'Italia centrale. ben sì come case sotto monticelli di terra. Forse le vie degl'Inferi erano quelle dei p aesi morti. com'erano allora quando furono vivi: caste lla e comunità di emigrati cercanti tutta la stessa natura e lo stesso color della terra con un istinto di colonie del mondo animale. Facevano tombe al modo degli Egizi. ma in cui t utto rifuggiva dalle astrazioni. inquieta. il colore della terra. Ed ecco che in un paesaggio tanto tranquillo e remoto. altrove la ste ssa cosa è solitudine. della fine. il limite della civiltà terriera e popolare. e a vederne il luogo si capisce che guerra dovette esse re la sua con Roma. nascevano le aspirazioni di Roma al divino. e come è quella della media Italia. ma senza l'aspirazione delle piramidi che implica una civiltà inumana. ma traducevano i temi della Grecia sulla creta. da tribù a tri bù. silenzio. Una civiltà di prov incia. L'Etruria è il paesanismo italiano arrivato a una espressione perfetta. questa è l'Etruria spenta e distrutta che si riaffaccia a Roma tra le s ue innumerevoli memorie. le sue scalze dee in atto di modeste passa nti. ha sapore di Etruria. ritrovare la loro radice qui. i miti e i simboli nella stori a dei popoli antichi segnano troppo limitatamente la loro strada e impegnano l'a vvenire. Roma o Ruma non diversa da a ltre castella sulle alture. una vita provinciale arrivata alla sua limitata perfezione. ma i n un quadro trionfante. aveva empito di favole licenziose l'antichità per la carnalità delle sue donne. Tutta la letteratura che sa di popolo. di una vita paesana che si fosse fermata proprio al punto in cui s'inizia quella che noi chiamiamo civiltà. ai Latini. cosmopolita. la loro vita risuona di anf ore e vasi di terracotta come tutta la vita popolare italiana. etrusca: l'assenza di favole e di miti troppo grevi nella loro storia. a non si sa che incanto primitivo. Direi anzi che una stretta parentela lega la provincia italiana del Centro con il senso della vita etrusca. con tutto quanto Roma e a Rinascimento vi hanno saputo fondare. la sua stessa licenza e la sua giocosità. come nei vecchi . quella roccia. è radice etrusca. avevano i loro dii come i Gr eci. da famiglia a famiglia. levati sul cubito. Tornano alla niente Veio e Cerveteri che questo paesaggi o stesso hanno in un'aria remota. rasenta un fortilizio medievale e un vil laggio. buona per vivere fino a che si è in vita. il ricordo delle terre d'origine. Spiriti grossi. Abituati come siamo a considerare le città etrus che finite e sterili per sempre. qui è continuità. coricati sulle tombe in una rassegnazione e pienezza bu ddistica. a sorridere. uomo e donna sotto lo stesso lenzuolo. si avverte ancor meglio lo stacco fra una civiltà originaria tutta provinciale e paesana. sulla via di Bracciano. quella disposizione del colle. da castello a castello. il respiro del mare. sottile. Un mulino scroscia nella valle presso una chiusa e. e uno dei più in teressanti delle ultime scoperte. avevano avuto i loro dii magri e sottili. da Bologna a Roma. nella pietra. L'altura guardata dalla rupe. e dove la pietra di questa natura è divenuta una memoria di luoghi inabitabili. una s trada si sprofonda umida per una valle. come dovette essere quell a di Roma primitiva. tradizioni. Sembra di leggere Boccaccio. costumi. Quel colo re. e qui tutti contenti di se st essi. il fiume vicino. con quel tanto di misterioso che sorge su u na Italia de' cui inizi parlano tanto familiari e quieti gli Etruschi. Rimase una eredità. morte esterna. e quella propriamente rom ana. E non è detto che anche questo non fosse un ve rtice. Si potrebbe seguitare a fantasticare di questi l uoghi sparsi per le alture del Lazio. Ce li possiamo figurare. un Marte succinto con un elmo troppo grande e quasi infantile. attestazione delle o rigini rustiche e terriere come ve ne sono alla radice delle antiche nobiltà. A un certo punto della campagna. media delle civiltà antiche. fra uomini c osì ragionevoli. è la minuta civiltà popolare nella grande civiltà nazionale. mercanti che portavano a queste comunità cose per a dornare la vita. a settentrione. specie popolare. la quale doveva essere piut tosto una forma di vita e una mentalità che una civiltà.

riconoscib ile in tutti i paesi. Poi. una ricca fio ritura di orchidee selvatiche. la loro folla è que lla del coro dei drammi e delle tragedie. orci. che a strapparle mostrano i loro tuberi sotterran ei come attributi sessuali (l'orchidea è un fiore maschile). Appunto questa religione dei fiumi. quelli stessi che acc ompagnano la vita etrusca e il transito suo. e come in u na pianta sono visibili le fondamenta d'un tempio. è il mare che si vede nel fondo delle pianure. segni d'una vita eternamente pubblica. di cui non rimane che il disegno delle città e degli e difizi. ciste. del vino. Cerveteri è oggi un paese. con la sua bella fontana in mezzo alla piazza. sta nel fondo rattrappito. Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenisse ro rare e preziose. non le tombe somiglierebbero più a questi depositi etruschi. A occidente del paese è la necropoli: di qui il paese nuovo si confonde col vecchio colore de lla muraglia di tufo su cui è costrutto. vecchi a strada su cui passano le navi. A primavera il prato lungo il fiume è pieno di fiori. le lastre di pietra della strada e delle fondamenta sconnesse. Romani e Greci ci hanno lasciato quasi soltanto grandi at testati. e i neri nerissimi rottami di vas i. e il ponte naturale di pietra che lo scavalca. come accade.stucchi romani. l'albero. fondarono le città dei morti che furono in tutto la riproduzione delle loro case. come se fosse una frana immane. l'ost eria per chi scende a caccia. l e sue abitudini. Quasi consci della loro fine. ma que sti Etruschi. compatta e grigia come l'acciaio una strada selciata appare. dei deserti. e gli antiquari ne vendono per raccogliere la cenere delle sigarette. brocc he. come se si ritirasse. ma di altro mondo e di altri porti. ecco qui merci della vita d'ogni gi orno. i cui nomi maggiori che ci sono pervenuti hanno un suono di casati italiani di vecchio ceppo. come passi fatti incerti. e tutta questa mercé d'uso quotidiano: coppe. sulla via di accesso che si stan no costruendo gli operai affiorano rottami di orci. Là sotto si circondava ognuno di questa roba. come in certi paesaggi dell'America aborigena. in cui l'occhio cerca distrattamente il frammentio m inuto dei cocci. miscuglio che dà un colore stretto a quella vita. des erto come la terra che è intorno. Dopo pochi passi un recinto di filo di ferro chiude la necropoli. non c'è neppure quello che rende quasi allettante il suol o delle necropoli etrusche. la visione d'un mercato di p iccole cose comuni. il fondamento del tempio di Apollo. la casa rustica. dovette esser legata. Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti tipici e unici. Nei Romani la stessa morte con le tombe lungo le s . La terra è incredibilmente molle. Direi che l'archeologia di Veio è tutta in questo fiume ch e la circonda. solenne. hanno portato nella nostra fantasia il colore d'un popolo. che d anno l'idea della mercé moderna a serie. quello stile popolare che spesso è tutt'uno con lo stile arcaico. della maremma. e cade nella valle: ha una vita di migliaia di anni. allo stesso modo si presentano questi numerosi vasi. il ricordo perenne dell'acqua necessaria. nella letteratura come nella pittura antica. a significati occulti e relig iosi. minuta polvere. Di qui si vede il mare. e non è che lo smuoversi lento di poca terra sotto di noi. la vita minuta delle donne e dei ragazzi. C'era della tribù e della città. si di rebbe che parli una lingua. fibbie. è un mondo di eroi e di privilegiali. il sentimento della gente piccola coi suoi angoli di casa. non c'è un solo rudere in piedi. nata da ne cessità pratiche. la forma dell a casa nelle loro tombe. situle. un uomo sta lavando certi bùcc heri di fresco scavati in una tomba. i bovi che aspettano il carico. e lungo il fiume erano le vie dissimulate fra le rocce. È diffic ile vedere più misere rovine di queste. e il colore di quella polvere. i suoi bisogni. strumenti per misurare il tempo. e si conficca come un'arma entro un colle erboso. l'odore del mosto e del vino dei vicoli. vecchio svago etrusco. Ma la voce dell'acqua è là sotto. alta. lampade. dei vetri dai colori iridati. dell'olio. la linfa e il bagno. e apparve soltanto come volontà colletti va sulla via della volontà individuale. m a i grandi magazzini. Fuori del mul ino sono pochi uomini. il fiume era la difesa. A sedersi sul muricciolo. l'acqua scivola sotto una passerella di legno. il fiume che sprofonda tra una vegetazione di fior i d'un altro regno. il campo. niente altro che polvere. hanno uno stile fuori del t empo. si vede da vicino lo spolverio minuto e lento d i questa terra. e non è questa una delle ultime ragioni del potere che i resti della vita et rusca hanno su di noi. uscendo su uno spiazzo.

In terra. è inquieta. alle due pareti oppo ste due lettini di pietra separati dalla colonna che regge il soffitto. Quella del sepolcro più grande riproduce il palazzo. Sullo scalino sono posate le scarpine della signo ra. sulla parete centrale. quella umile e quella ampia di grandi e ric che famiglie. non come nelle piccole sepolture d ove i letti sono separati quasi che uomo e donna avessero troppo faticato insiem e nella loro vita. Vi si entra per un passaggio basso. e nel me zzo. letto d'un'infanzia eterna. solo allora è come se si vacillasse al bivio d'u n viaggio ultraterreno. lo scudo. PORTE DELL'ALTRO MONDO Siamo andati a vedere la Montagna Spaccata che si trova quattro chilometri e mez zo a sud di Orbetello. se si scoprissero dell a terra che li copre come capanne. come le poste dei suoi cursori. La luce agisce sulla pietra come un corrosivo su una lastra fo . l'arco del cacciatore. È veramente una montagna spaccata. portano alla st essa pace e allo stesso silenzio. con qualche pianta di ro se in fiore ai crocicchi (caste e frigide rose delle città morte). il bastone. appeso dalla s ua parete il ritratto di suo padre. Piccola casa mod esta. di quanti mai passi risuonano. si sa. e il piatto delle pietanze. il corridoio d'ingresso col muricciolo su cui sono posati i vasi dei viveri. ma questi paesani con la memoria dei sepol cri orientali fondavano necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui p otevano correre le invasioni e l'aratro solcare senza disturbarli. per segnare il ritmo di chi rimenava la pasta e di chi vibrava i colpi di sferza delle punizio ni. quando ci si accorge che è una città di sepolcri. una luce verde scende dagli alberi che crescono sulla rotta cima del colle e si affacciano sul crepaccio. com e se sopra vi fosse un primo piano. la spada. Quello della donna con un cuscino di pietra più inclinato. e infine il famos o flauto che suonava per la caccia. In queste grandi case. per starvi. l'elmo. C'è la scala esterna. letti di pietra inclinati pei servi che vi erano depos ti a dormire anch'essi l'ultimo sonno. Il suolo è coperto di foglie secche cadute dagli alberi giù per lo spacco. nel mezzo. all'ingiro. il tavolino da notte accanto. È lo stesso che affacciarsi alle soglie delle casupole di certi vill aggi: qui è una stanza comune. il materasso. con le sue zolle erbose. senza servitù. la spatola della cucina la faina.trade dà il senso del lungo cammino. e poi la stanza centrale: intorno in torno pel muro i cubicoli della famiglia. Nell'antro le pietre cadute formano come una assemblea. E mentre le voci trascorrenti lassù ris uonano dolci nella caverna. sulla Via Aurelia. e solo più tardi. una voce che si leva quaggiù si perde sorda e spenta. i due c uscini un poco in disordine per avervi vegliato un poco. lo scalino per salirvi. La necropoli di Cerveteri ha addirittura la pianta d'una città: una strada nel mezzo con la tra ccia delle ruote dei carri. mangiare. vi è riprodotto il letto loro di ferro o di rame. per contenere meglio la donna che. le immagini della vita dell'uomo. quel li del padrone e della padrona. Intorno. e le due sponde r ialzate ai lati. e un corridoio stretto dal macigno. il carniere. Le pietre radunate nell'antro sono incise dalla luce e dai raggi del sole che a certe ore penetrano come in una camera oscura e v'imprimono la forma dello schermo attrav erso cui passano. il l etto dei capi della famiglia è uno solo comune. si rivelerebbe una c ittà di case basse. letto premuroso come se qualcuno lo avesse rincalzato. fin dove l'antro diventa spazioso e la spaccatura raggiunge la cima. dormire. divenute sepolcreti. scavata tutta in un blocco di tufo. con le loro porte. per le pareti e per le colonne semp lici e squadrate che reggono il soffitto a travicelli scolpiti nella pietra. si avvicendava essa alla vita. s'odono cantare gli uccelli sulla superficie della terra. come se qualcuno si dovesse destare ancora da una sete notturna. e sul tavolino da notte il rotolo d'un libro letto a metà prima di prender sonno. e per la signo ra. senza decorazioni. simile a una t appa. Qui stanno insieme su un letto scolpito nel tufo e lavorato d i stucchi. Ma quei lettucci delle famiglie piccole e modeste! Quello dell'uomo liscio e sco modo. Ognuno di questi luoghi è una casa. cioè un poggio alto una sessantina di metri e tagliato in due dalla cima alla base. le strade che si spartiscono in certi angoli. un riposti glio coi vasi del vino. si vede il cielo. e a mette re i piedi sugli scalini. come in certe case rustich e si passa per la dispensa e per la cucina. per il pranzo e per la danza. dell'acqua. domestica come il gatto. la signora ha appeso al muro una collana che si è tolta or ora. Macigni fra l'una e l'altra parete formano la volta del corridoio.

tografica. Cupe e morte sono le altre pietre nell'ombra perenne. Non vi cresce u n filo d'erba e non v'è traccia di vita. Questo è un luogo antico, naturalmente; ed è un luogo etrusco. Era forse un passaggi o per sbucare al coperto da una parte all'altra del colle. Ma, e forse meglio, f u un luogo di riunione per qualche rito. Gente di passaggio sull'Aurelia scende verso questa parte, pel viale dei giovani cipressi, perché la Montagna Spaccata co mincia ad avere i suoi visitatori. La misteriosa caverna è più accessibile oggi a ge nte che arriva da trecento chilometri lontano che non anticamente alla gente etr usca della città di Cossa che viveva sul colle accanto. Lo spazio era un fatto che contava per gli antichi nella stessa misura che esso non conta per noi. I racco nti prolungavano le distanze, e il mistero che è la potenza delle distanze. E poi, i luoghi sacri hanno il potere di creare intorno a sé una zona di lontananza. Dappertutto, nel mondo antico, si trovano luoghi come questi, latebre, lustri, r ecessi, spechi. E mi piace immaginare gli antichi ai quali le distanze appaiono enormi, anche quelle più familiari, come ragazzi ai quali gli angoli tra le stesse mura domestiche sembrano da esplorare o inesplorati; in essi trovano riparo nel le ore dei sogni e delle fantasticherie, fino a credere d'essere addirittura inv isibili nascondendosi sotto un tavolo. Non altrimenti l'uomo antico, e ancor ogg i l'uomo primitivo, vedeva le distanze che lo separavano da alcuni luoghi della terra; tutti e due, l'antico e il primitivo, sedentari non soltanto perché forniti di mezzi di trasporto lenti, ma perché, dovendosi muovere non per altro che per b isogno, poco avvezzi ai viaggi. Ma soprattutto il fanciullesco amore del nascond iglio accomuna l'antico e il primitivo; e il fatto di vietarsi alcune strade per ché spiranti mistero appena vi cresca un ciuffo d'alberi o vi sia una grotta. Oltr e l'orizzonte dove si ferma lo sguardo, essi mettono una favola. Basta, per ques to, sentire come in molti luoghi dell'Oriente e del Mediterraneo la gente fantas tica ancora di luoghi lontani, e come d'altra parte appaiono misteriosi i vianda nti, i pellegrini, i pastori, che per l'appunto fanno molto cammino. Ma, forse, non si tratta soltanto di abitudine ai viaggi, quanto d'un potere fan tastico proprio dell'infanzia degli uomini e dei popoli, d'una facoltà di animare ogni aspetto singolare della terra e di scorgervi un divieto sul quale nessuno c erca di procurarsi una testimonianza dei propri occhi. Noi stessi, andando a vis itare tali luoghi, torniamo insensibilmente all'infanzia nostra e del mondo, ent riamo in detti luoghi come un tempo della nostra fanciullezza scendevamo nella stanza più remota e oscura della casa come in un mondo animato d'una vita oc culta che ci sbigottiva. Per un poco vi crediamo ancora, tanto questo sentimento è radicato nell'animo umano, e risponde naturalmente a un suo bisogno. Un luogo dove questo potere fantastico degli antichi si manifesta con tutta la s ua ingenuità e forza, è l'Antro detto della Sibilla a Cuma. Qui la Sibilla dava i su oi responsi, qui era il passaggio per gl'Inferi, qui le rive del sotterraneo fiu me dei morti cui la Sibilla era guardiana. Questo luogo esercitò su tutto il mondo antico un'importanza tanto grande da fornire poi per tutti i secoli avvenire e alla stessa nuova religione un'immagine plastica del mondo ultraterreno. Il paes aggio intorno, tra il lago Lucrino e il monte, non ha nulla di singolare se non la solitudine che è propria di luoghi carichi di tanto significato, una solitudine rimasta incantata nei suoi molti secoli, e che fa pensare se non sia proprio un a coincidenza singolare che tali luoghi non siano mai popolati, quasi nascondigl i e bracci morti della natura. C'è quel pallore, sulla terra, sul lago, sul colle, e poi su ogni aspetto intorno per un lungo tratto, che fa del paesaggio una mem oria. La porta non è un così grande ingresso quale si potrebbe immaginare da una fan tasia moderna avvezza alla scenografia della letteratura e del cinema; è appena un passaggio, un meato, e di là comincia il gran viaggio. Tutto intorno alla porta, centinaia di biglietti da visita coi nomi dei visitatori, evocano nomi diversi d 'ogni terra. I biglietti, l'uno sull'altro, sembrano foglie cadute del grande al bero della vita. Stetti a guardare come i due uomini che ci dovevano servire da guida si cavavano i pantaloni per guadare la corrente sotterranea; un gesto simile, non guardabil e e da farsi in segreto, compiuto sotto gli occhi dei visitatori, nonché ridicolo poteva apparire grave e terribile; forse come a vedere qualcuno che si appresta ad eseguire una tortura. Era un gesto professionale; forse quegli uomini, di pad

re in figlio, avevano portato sulle spalle per lunga tradizione i visitatori del l'antro. E poi, come i due uomini portavano i pantaloni ripiegati sul braccio, q uasi che in una vita anteriore avessero avvolto intorno al braccio un mantello. I napoletani hanno a volte atteggiamenti da farvi rimanere a bocca aperta pel mo do con cui nobilitano o rendono naturali certi atti di cui chiunque altro si ver gognerebbe. I due traghettatori sono le migliori guide per una visita come questa: caricando vi sulle spalle per passare il fiume sotterraneo, vi fanno sentire di aver porta to mezza umanità sulle spalle, e di tutte le razze ed età; vi adattano con un gesto, una parola, uno scrollo; hanno una vecchia conoscenza del carico umano, con man o sicura fanno sentire una scienza della meccanica del corpo umano. Si vedono al lontanarsi col carico sulle spalle, per l'acqua di cui non si scorge il fondo, n ella grotta bassa e oscura al lume della lampada ad acetilene. Si sentono le lor o parole morte sull'altra riva, si scorge qualcuno posato laggiù che aspetta, che forse ha un vago terrore di essere lasciato solo mentre quelli tornano indietro a traghettare altri. Laggiù un amico, vi parla, come se la consuetudine di questa vita si perpetuasse nel sogno di quell'altra; tra due sogni: e le parole si spen gono nella profondità, e si vede soltanto una bocca muoversi come nella visione d' un mondo senza più suono. Da quanto tempo si compie lo stesso lavoro in quest'antro? È incalcolabile. E torn ano a mente i mille e mille biglietti bianchi che attestano il passaggio da quel la porta; messi insieme, l'uno sull'altro come l'ala d'un grande e fatale uccell o bianco inchiodata sulla soglia. Poi i due portatori, seri e attenti, dimostran o come erano dati i responsi della Sibilla; lo fanno con poche parole: uno indic a un tettuccio di pietra sulle rive incassate del fiume su cui i passi infiniti hanno improntata la pietra, ed è il lettuccio della Sibilla: vi si sdraia come la Sibilla, sul letto di pietra e sul cuscino di pietra, mentre l'altro si affaccia da un pertugio che comunica con la stanza accanto e mostra il viso di chi atten de la sorte. Fanno queste cose con poche parole: appaiono e dispaiono animando l 'antro e rappresentando l'antica favola del mondo in cui discesero Enea e Virgil io e Dante. Sembra un gioco di ragazzi, e una rappresentazione popolare. Ma solt anto perciò tutto è ancora vivo. E non dimenticherò come i due uomini prendono il prez zo del traghetto, e con quali augurii per la strada che ci aspettava. E come a u n certo punto passati al di là dal fiume letale, ci fermarono in una cella, davant i a un muro interrato, dicendo che il passaggio era interrotto, ma che di là si tr ovava l'altro mondo. Quanto era distante tutto questo? Come erano lontane le riv e del fiume? Come era grande il giaciglio della Sibilla? Mi parve tutto grande e breve nello stesso tempo, una misura difficile, la misura delle favole e della vita antica. LA FIERA DELL'IMPRUNETA Quel giorno, d'ottobre, la Toscana usciva da un temporale d'autunno, il cielo er a grigio e azzurro, e l'azzurro degli ulivi e degli olmi cui si appoggiavano le viti, e il colore finito delle viti autunnali, facevano di tutta la regione del Chianti un grande specchio del cielo e delle chiare nubi al limite dell'orizzont e. Tutto azzurro e grigio, d'un color minerale, in cui i cipressi venivano avant i neri tra quella chiarezza di colori metallica, e l'aria limpida e i campi eran o tenuti a guardia da cotesti cipressi come gente accorsa sulla soglia d'un camp o e d'un casolare. La piazza dell'Impruneta, per chi non la conosca, ha una sing olarità: che vi si accede dal ciglio d'un colle; la piazza si stende in pendio, la ggiù è il famoso campanile con la chiesa raccolta fra due ali di case; sul fondo, di etro il campanile e la chiesa, il monte delle Sante Marie, una collina sormontat a da una croce di legno con le braccia assai larghe; questa collina ripete l'imm agine della chiesa e forma con essa una sola architettura. Il ciglio del colle, prima che arrivassimo sulla piazza, era irto delle stanghe dei carrettini; dall'altro lato della strada da un muricciolo si affacciavano le teste più attente di asini e di muli: coi loro nitriti c'introducevano alla fiera , e per un poco non si sentiva altro. Ma poi, affacciandoci sull'altro versante del colle, si vide la piazza e tutta quella folla. Un torchio gigantesco, rimast o in mezzo alla piazza dalla festa dell'uva del giorno avanti, pareva un monumen to naturale, posto com'era nel paese più prospero del Chianti, e nel centro di que

lle famose vigne. C'era una gran folla, gente venuta da Firenze, borghesi e popo lani, contadini e fattori dei dintorni con le loro donne. I soli colori accesi c he si vedessero erano i fazzoletti turchini e rossi annodati al collo di certi c ontadini. La piazza in pendio è grande e sembra grandissima, appunto per la disposizione dei suoi piani; i movimenti della folla, come di un selciato disposto a onde, le da vano una più grandiosa dimensione. Guardandosi indietro per la piazza in salita, s i scorgevano tutte le cose, gli uomini, gli edifizi, gli animali, come su una ri balta inclinata; in certi angoli che parevano piccoli palcoscenici, nelle terraz ze delle trattorie, gente mangiava ai tavoli apparecchiati; sembravano in un int erno lontano; non so come, il ritmo delle braccia che portavano i cibi alla bocc a dominava quella scena, era il movimento gigantesco e multiplo di quella folla. Una folla silenziosa o quasi, tra cui le donne si aggiravano col viso smarrito e col tremore e il pallore che prende le donne, quali che siano, quando si trova no in una di queste feste, come se sentissero potente e selvaggia la forza dell' uomo. Era forse questo che dava un sottile senso d'inquietudine e di vicina cata strofe, un tremore di attesa, una vibrazione come alla presenza di forze occulte , e ad aggirarsi in un mondo in cui i contatti erano facili, come accade nelle f este, pareva d'impastarsi in un elemento umano, senza ripugnanze e senza pensier i. È proprio questo che dà ad altre feste popolari, sotto altri cieli, quell'ebbrezz a per cui la folla grida, canta, balla, in un'esaltazione collettiva, in cui la felicità, i dolori, le speranze, acquistano un unico senso, e i tripudi e i deliqu i mistici hanno gli stessi moventi. Qui tutto pareva calmo, semplice, lieto; le grida dei venditori che richiamavano l'attenzione sulle loro merci e incitavano a mangiare e a bere, suonavano come sferze su quella folla, con quel tanto di co nturbante che hanno le voci umane in un'accolta di persone. Dicono della sessual ità che si scatena nelle feste. Non è proprio questo: è la gioia di confondersi, in un freno rotto, il piacere di rimpastarsi in una materia vivente, l'abolizione di ogni antipatia nel ritrovarsi e nel fondersi in una solidarietà di natura animale. Altrove questo diventa facilmente esaltazione. Qui, tra un popolo civilissimo, quell'enorme festino, quella gioia del mangiare e del bere, parevano la celebraz ione estrema di un rito perduto, ma vivo nella memoria profonda degl'istinti. Er a facile ricordare la suprema indifferenza etrusca fra i beni della terra, il se nso di pace beata e di pienezza, quella del ventre pieno che li stende sui loro lettucci e li avvicina alla contemplazione. Si sa quanto son parchi i toscani, e come sono parsimoniosi; è la loro parsimonia che per l'appunto dà un valore tanto più grande alle cose; alla fiera dell'Impruneta le cose del vivere vi sono profuse come in una scommessa annuale, con la larghe zza cautelosa del popolo, col rispetto che ha il popolo per le cose necessarie a lla vita, che da questo rispetto escono quasi consacrate e che sono il segreto d ella vita antica popolare, il più aperto contrasto con lo sfascio di merci della c iviltà moderna. La piazza era piena di venditori soliti, quelli che portano alle f iere gli elementari manufatti dell'industria, rimasta per queste cose sempre all o stesso gusto e allo stesso colore. Ma lungo le fiancate della chiesa e sino alla fine del paese, c'è il banchetto più s traordinario che si possa vedere. Vi si tengono banchi di cibi, vini, sacchi di pane, e accanto a questi banchi le tavole apparecchiate e le comitive che mangia no col dispensiere allato. È come la conclusione dell'anno, il vino divenuto più sod o e già vecchio, la porchetta tenerissima, i polli buoni dopo le covate estive: ma bisogna vedere i tagli diligenti, i modi gelosi e solenni di presentarli, un pa radiso delle gole semplici, o di quelle sciupate ai mangiari raffinati, un ritor no alle manipolazioni originali, un vero museo dell'arte regionale nella cucina: le soppressate sembrano di alabastro, il taglio della porchetta crocchia sotto il coltello, e gli aromi dell'erbe necessarie a queste cose hanno l'alito delle case al tempo dei raccolti estivi. E questa non è che l'introduzione alla grande s cena che Callot non ha forse veduto o non è riuscito ad annotare, e che gli avrebb e dato uno di quei temi come la scena degl'impiccati o le sue folle di straccion i. Voglio dire, il viale dei polli arrosto. Da una parte e dall'altra della strada, per un buon tratto di cento metri, due f ile di rosticcieri improvvisati manovrano ciascuno quattro o cinque girarrosti;

ogni angolo della casa era occupato da una foll a già seria all'ultimo bicchiere. dei so liti nelle fiere. di qual vecchio rito faceva parte? A un certo punto vidi una figura di donna vestita di rosso in un prato sulla chi na del colle. poi il sottobosco non fu che uno svolazzare di carte in cui erano state involtate le cene. le teste con le lor var ie penne come dipinte da un pennellino sottile in una stampa chinese. Le carni rosolate trascoloravano in breve per tutte le gradazioni del giallo. Sotto quei pini. di cosa lungamente conserva ta. si scorgeva la folla seduta a mangiare. C'era un intero edilizio sgombrato in tutti i piani. un uomo che girava su un carosello. sotto. e sembravano vecchi àuguri. pareva volare in sogno e con una leggerezza di ebbrezza. e i l rosticciere badava che il fuoco li colorisse bene. e. col suo azz urro e coi suoi grigi lontananti e divenuti più duri e più freddi e più sereni a mano a mano che declinava il giorno. E un senso diffuso di una festa finita. Il rosticciere ne regolava i movimenti con attenzione girando lentamente la ruot a che mette in movimento gli schidioni. e la folla si mosse andando verso la cima del monte a visitare il cimitero che lo domina. dopo la festa. capitate là da un affres co. Dall'alto della terrazza. quello scialare in cui non si vedeva un solo ubr iaco. Le donne o ra tuffavano le mani in quei resti lubrici e rossi per portarli a qualche mercat ino di città. quella grassa abbondan za e insieme pulita e composta. e da una parte all'altra era tutta una sinfonia di giallo che andava dal rosso di Siena degli animali già a puntino al giallo zaffera no di quelli da rosolare. e solo quando la mandata er a in ordine gridava le lodi della sua cottura. in cu i ella rappresentasse il simbolo di una qualche virtù. in tutte le stanze. le due donne. Più oltre il dilungarsi dei campi e dei colli della Greve. tutti in un medesimo len tissimo ondeggiamento ma in diverse direzioni. e sono cinqu anta polli che si rosolano insieme sul rettangolo della brace in terra. Tra questi fumi di arrosto e di vino. le donne spargevano il sale da una gran cartata. altre l'olio. di rose sfiorite e di giardini autunnali. si scorgeva per ogni spiazzo del paese gente seduta a tavola. tra lo smeraldo dei prati autunnali. il rumore diff uso degli organetti e delle chitarre dei cantori ambulanti si mescolava al tinti nnio delle stoviglie. parevano un'antica fantasia popolare. ben gialli. l'aroma di quell'arrosto. quasi un migliaio su tutta la strada. Di tutti quei polli non rimanevano alla fine che le viscere e le rigaglie in grandi ceste. e le scene dei venditori allineati coi loro apparecchi e i fuochi uno accant o all'altro. volatizzavano e diffondevano l'odore dell'arrosto. Le braci. Proprio così. Nei corridoi i contabili segna vano le portate su grandi fogli. anch'essa piena di gen te. e da quello spettacolo. A levare gli occhi si scorgeva la vallata di qua verso il fiume Ema. la collina delle Sante Marie si levava davanti a noi investita dal sole avvinato. o profetesse che scrutavano la sorte sulle viscere degli animali. . e questa abbondanza era muta. e bastava un attimo perché si notasse un colore troppo bruc iato e risecchito come di certi polli di cartone che si servono ai finti pranzi delle commedie. Tra p oco avremmo veduto quello straordinario viale già alla fine dei pranzi e della fes ta. gl'inservienti infilzavano intorno ad al tri spiedi la nuova mandata. i polli divenire marrone e rinseccolirsi con la stessa tristezza di un fiore che appassisce. coi movimenti leggiadri che hanno gli uomini veduti da lontano in folla. Si poteva stare un pezzo a osservare la sapienza di quella cottu ra. e per poco stettero sole e ferme in quel ritmo di uomini ch e scendevano e salivano. già fredda. Ma la visione di quella mate ria in continua trasformazione. A lei si aggiunse più tardi u na vestita di verde. q ualche vecchio castello tra i vapori sfolgoranti lontano. col sapore e l'odore del vino del Chianti. Un apparecchio girava di qua. quel sapore vecchio. accanto ai bicchieri vuoti i brividi dell'autunno e quelli del vino si confondevano in uno. e intorno a lei mi pareva che tutti girassero in un'armonia. l'altro di là. e ancora i cipressi de i casolari e dei cancelli che guardavano esclamando verso di noi. c'era gente che mangiava. A nche questo. tutti insieme. apparta mento per appartamento.ai lunghi schidioni sono infilati una dozzina di polli. Cominciava la sera. Esse erano forse due Virtù. da quella sinfonia di od ori sembrava di uscire a rivedere una luce sublime. osservandone i colori con l'occhi o attento di un pittore.

quasi il timore di guastare col pensiero q ualcosa che sta accadendo. Tutti i giorni. Questi autocarri si muovono la sera. non sono in mare tutti i giorni?" "Tutti i giorni?" "Trecento giorni dell'anno. Io non desidero altro che di cavarmela. "Sborsate una sull'altra"." "Magari fossero due lire!" mormorò il signor Loffredo. dico io." "Tutto l'equipaggio è di Port'Ercole. Ma non erano buone giornate. riflessivamente. disse il padrone de La Pace. con quella discrezione che è propria dei marinai. "Il pesce costa così caro". un altro ancora. disse il signor Loffredo." "Pagano? Vi comunicano che è invenduto. Sapete che cos'è un doppino? Quando i marinai stanno in mare due giorni e due notti. conosciuto i mari fino al Lev ante e alla Spagna. "Ma quel giorno non si poteva uscire. disse riflessivamente il signor Loffredo. e che dipende da elementi tanto incerti: il mare. "Sapete quanto pesce hanno buttato come rifiuto il giorno anniversario dell'Impe ro? Quattrocento quintali." "È il miglior motopeschereccio di Santo Stefano". Quanto lo pagano ai Mercati Gene rali? Di'." "E ormai fanno doppino due volte la settimana.I PESCATORI DELL'ARGENTARO Il signor Loffredo era il proprietario del motopeschereccio Montargentaro. Egli parlava del resto sempre sottovoce." "Vorrei imbarcarmi per un doppino". che non aveva ancora parlato." "È lavoro.. Quanti quintali. la cautela." "Ma lo pagano. Anche col tempo peggiore tornano a casa con un buon carico". Difatti è un po' tozzo. Gli uomini che aiutano a scaricare sono due e dormono a b ordo. Soltanto quindici. dice il padrone de La Pace. avete inteso? Tiene il primato di questi posti. riempiendo di sé tutto l'abitato." "Come? Hai tutta gente di Port'Ercole?" Poi rivolto a me: "Vanno lontano. e sovratutto secondo le sue esperienze. di quanti pescatori. aggiunse il padrone de La Pace. . Quando fu varato due anni e mezzo fa. sono nuovamente all'Argentaro verso le quattro . E così tutti i giorni."." In quel momento passava traballando. e la domenica fino a sera stann o a casa. Il signor Loffredo aggiunse: "Io non mi occupo di quello che pescano gli altri. Ieri l'altro tornarono dopo tr e giorni. "Ma dico." "Diciotto quintali. Ora è l'uso che non rimangono a casa se non quando il mare è proprio catti vo. avendo n avigato per venticinque anni a bordo d'un veliero." "C'è anche questo". È uno di Port'Ercole. La notte sul sabato. "E del resto. Avevano telegrafato a tutti i porti d'Italia: mandate pesce. Quest'anno sono rimasti a casa quando?" "Un giorno su trecento". due lire il chilo al massimo. Ma ha un cap opesca che sa il fatto suo. e la nave che è costata centosettantacinquemila lire. "Lo avete visto il Montargentaro? Si riconosce subito perché non somiglia a nessun altro. ripartono alle nove di mattina. quanto lo pagano? Una e venticinque. i pescatori. il più reputato peschereccio appunto dell'Argentaro. s'è stabilita una specie di gara. perché ho delle spese: la nafta. Poi un altro . Ma c'è la sua ragione. Poi ne hanno seppellito quattrocento quintali. "Quanto ha portato ieri sera?" "Diciotto. Arrivano alle due di mattina a Roma . è lavoro". potrebbero venderlo in tempo a prezzo basso. E non dicono dov e vanno. e i viaggiatori della li nea di Pisa li vedono sulla strada rotabile. potete pensare . È cibo. di'?" "Quindici. disse il padrone de La Pace." Il signor Loffredo disse questo sottovoce. "A Roma. l'autocarro col rimorchio del Monte Argentaro. è grazia di Dio. Il lavoro. sette uomini d'equipaggio. dissi io. "Ma andatelo a dire un po' a loro. e non pagano un soldo. sopravvanza ndo le case più basse. tutti dissero che sarebbe andato s ubito a fondo. caro signore. "A Roma". "Già.. in posti che nessuno conosce. ch'egli aveva fatto costruire seco ndo le sue idee e i suoi gusti. è nutrimento.

secondo i pochi soldi raggranellati e le economie degli uomini che navigano. dopo anni di selezione. liberare la poca terra che è buona. gli uomini hanno armato barche. l'Argentare! Sul magro promontorio che dove c'è un riparo o un muricciolo o un poco d'acqua matura buono l'arancio. Qui invece la pietra è troppa. Poi più tardi la motocicletta di qualcuno che portava un carico al mercato di qualche città vicina . in un vagone di terza classe. bisogna far saltare i massi c on le mine. guidando la motocicletta dopo aver guidato il suo motore in mar e. sempre in lotta ma tutti gli anni pieno di n uovi figli come un mai smesso atto di fede nel domani. e bisogna d ar da mangiare ai ragazzi. che va peregrinando in cerca del guadagno della giornata. e mi trovavo in un mondo estremamente lontano. disse il signor Loffredo. carciofi. e da quel flagello che ha distrutto in pochi anni molte vigne: la fillossera. il mare ha pochi approdi. arida. pe r accostarsi alla terra. paranze. Per via di questo l avoro ingrato una colonia intera di marchigiani ha abbandonato quelle rive. La fillossera ha portato la rovina. Tra le arti che gli uomini dell'Argenta ro sanno esercitare è questa della pietra. e i vecchi. porta pochi chili di triglie o di sogl iole. separata. aveva formato una specie famosa per tutte le contra de dei vignaiuoli. Sul lavoro dei padri messo su con le mani aride dei cavat ori di pietra. e i vignaiuoli sono sta ti costretti a mettersi in mare. e niente è più crudo di questi bastioni di pietra costruiti in modo ciclopico. disporlo a terrazze di pietra squadrata. portare lassù la terra a sacchi. Questo dramma si svol ge silenziosamente. a un terremot o. Bis ogna chiedere a qualche altro elemento le risorse per vivere e per ripiantare la vite. Ma dove c'è il modo di tenersi al riparo. mentre le donne rimaste a casa. ha fatto una notte di pesca e un'altra la farà in viaggio. Questa dell' Argentaro è una. q ualcuno parte dalla costa dell'Adriatico. perciò quasi tutta la contrada è fatta di abi tazioni di legno. "Quando volete. intisichire. baccelli. . bionda e fertile. e perciò le strade sono difficili da costruire. La notte è di questa vita occulta che reca viveri verso le città assediate dai bis ogni. Conosco gente ostinata. che dove si può si pianta un orto. di fficili da colmare i binari dei treni. e tentano tutti i giorni le fortune del mare. per tutto lo stivale. per cui la v ite s'era adattata al luogo. vedere la vigna spogliarsi. una vigna. che ricorda architettu re di mondi primitivi. bisogna lavorare seminudi in acqua. paziente. Con un co sì bel nome. che viaggia. col suo carico di pesca su un rimorchio. con le mani intirizzite e dure che non riescono più a stringere un' altra mano. Ma il vino prezioso non spunta più. e ri salendo il mare." Gli autocarri avevano svoltato la punta tra un nuvolo di polvere. d'inverno. i mercati. colmare la fossa. tanto essa è divenuta complessa. o al Caucaso. non ha nulla di pittoresco per impressionare gli uomini. Ne ha distrutte alle Cinque Terre."Va bene". Scalare un colle di roc cia. forte d'una forza quasi naturale. qualche superstite vi pianta qualche ortaggio: pise lli. Ero distante appena centocinqua nta chilometri da Roma. dalle Marche. C'è penuria di pietra come da noi c'è mancanza di terra. è un capitolo fra i tanti dell'epica del lavoro italiano. trasportare per la costruzione del le fabbriche la troppa pietra che rimane. motopescherecci. Molti sono spint i dalle cattive annate. La pesca sull'Adriatico è difficile. mentre qualcuno. cento migl ia a settentrione di Roma. È l a storia della Liguria. sonoro e lucente. Per istrada incrocia altra gente. La pietra è a suo modo una ricchezza. quelli che portano pane e uova. con la sua scatol a di zinco. faticoso e duro ma pulito. stretto m a folto. Intanto l a popolazione ai piedi delle montagne si moltiplica incredibilmente. e su questa piantare la vite. s i è stabilita a Bocca di Magra. enorme. Questo equivale a un disastro. tanto sono abituate a una fatica troppo pesante. Il proble ma delle strade in Russia è un problema secolare da cui dipendono molte cose nella pace e nella guerra. che non sanno ormai cos'è la vita. riprender la lotta che è già tanto acerba quando la vite è viva e sana. verso i luoghi che comperano facilmente. su questo monumento della ostinazione italiana. Anche qui all'Argentalo ho trovato la stessa condizione. la gente cerca il mare. La notte è di quelli che tentano dalle spiagge più remote di raggiungere le città. Ric ordo per esempio che una materia prima che manca alla Russia è la pietra. ricco. superati Messina e il golfo di Salerno. Dove la terra è difficile. rip iantano la vite giovane filo per filo. Non ve n 'è fino agli Urali. la vita è piena di gente ch e passa.

dà un colore a tutto i l paesaggio. Sapete che c'è? Da quando siamo noi qui s'è stabilita una gara. o dove le telline sono ficcate nella sabbia. navigazione. alla gente che va in frotta sulle biciclette. Loro sono navigatori a vela da togliercisi il cappello. "Questo più giovane è il cuoco. La vorano a bordo d'un altro peschereccio. Hanno un dialetto toscano in cui qualche costrutto napoletano. Tutti si fanno attenti a un tale atto. Veramente sono famosi per la navigazione a vela. buoni per fare un po' d i fuoco. e ha otto cuccette col materasso. ricordano la grande comunanza del mare. questo sarebbe il loro mestiere dopo quello di vignaiuoli e di agricoltori. Ma noi di Port'Erc ole siamo pescatori dall'età di cinque anni. mi disse Sabatino Ferdinando. sono in boccio l'uo mo destinato a una delle vite più faticate del mondo. Sei soltanto di questi sono i miei marinai. aspettan o. Ci misero in barca invece di mandarci a scuola. una ristrettezza previdente e di tipo familiare. dietro alle spall e del padre. La pietra del terrazzo è esatt a. È una di quelle . E bisogna dire che. e in Toscana. oltre alle p aranze. il capopesca del Montargentaro. lungi dal dare l'idea della povertà. seduti sulle pan che. e domandano se vole te comperare telline. le rive sabbiose dove la furia invernale ha trascinato i tronchi degli alberi. Poiché è in Italia. Sono tutti pare nti." Sabatino Ferdinando è entrato per ultimo sotto il castello di poppa dove sono racc olti. Quelli che non possono. A bordo il più giovane fa da mangiare. qu attro da una parte e quattro dall'altra.Se fosse in una qualunque altra nazione. intorno al tavolo. Di mese in mese si leva una casa nuova. un individuo ripia nta una fila di viti sul più alto terrazzo di pietra. all'alba. "E voi non bevete?" Il capobarca Sabatino Ferdinando non beve: "Di questo io." Difatti i tre uscivano. c he è di quelli che preparano le partenze. il salvagente. una trama tessuta giorno per giorno in una vita comune e in cui è difficile entrare. e di anno in anno sc ende in mare una nuova flottiglia di naviganti. d'anno in anno strappa qu alcosa alla natura. pronti a tutto. "p er la pesca bisogna che lascino fare a noi di Port'Ercole. Ci si nasce a queste cose. salutavano allegri. di una lotta. la misura per dividere il tempo e per calcolare la vita. Ancora uno sforzo. brullo e selvaggio. gente va verso i fiumi dolci. Questo è l'unico motopeschereccio che pos sieda un tavolo. ai ragazzi e ai vecch i che vanno a piedi. sarebbe spopolato. Il più giovane della compagnia prende il fiasco smezzato e ci versa dell'acqua. Quando sono in porto si fanno visita e passano il t empo insieme. gli altri tre non c'entrano. seguitando il filo di un discorso che io non int endo. "Eccoli: tutti portercolesi. Che ci si può fare? Facciamo la gara. De v'essere questa un'operazione consueta. la corsa verso tutto quello che è buono e utile. Tornano la sera. il principio d'un lavoro. dopo anni di lavoro. la coperta. Hanno già visi d'uomini. "Per la pesca". pesca. qual che accento ligure. o in piedi. con un ultimo frizzo. Alle spalle di questo promontorio di cui i viaggiatori possono vedere il profilo passando davanti alla laguna di Orbetello. v'è la grande distesa della Maremma. quando sono a terra. dove è stato fatto un r accolto la cui spigolatura promette di guadagnare la giornata. Trio nfante. Uno dei pescatori sta riempiendo un bic chiere e lo passa volta a volta agli uomini che stanno intorno. alle ragazze sedute in groppa agli asini. n e vuoto un fiasco per pasto. Quelli dell'Argentaro hanno armato una trentina di motopescherecci. Ma in mare non ne tocco". spigolatura. Ognuno che beve alza il bicchiere e mi dice: "Salute". d'una marcia in guerra. nove pescatori. a piombo. disperato. Posa il bicchiere vuoto sul tavolo. A tratti ridono. t utto quanto fa questo pugno d'uomini aggrappato alla roccia riporta alla mente u na saggia amministrazione. La giornata è la preoccupazione esatta di tutti. e in Maremma. Un simile impiego dei giorni. corrono dove si possa ricavare qualcosa dalla natura e dagli uomini. A piedi." I portercolesi ridono tra loro. steso in mare come un satellite dell 'Elba vicina. I ragazzi si fermano alle case per chiedere un sorso d'acqua da bere. Dalle case piene di figli ve ngono a sapere dove è passato qualcosa che sia il loro bene. della Corsica e della Sardegna lontane. liscia come un muro.

Contava la gara. e po i cinque lire per ogni tonnellata di pesce che si riesce a tirare a bordo. a cui. mi disse il capopesca Sabatino. un Crocifisso di ottone nella luce rosa della lampadina appesa nel mezzo. il punto d'onore. il capopesca . sano. Il motore cominciò ad andare. la fatica. mi accorsi di un Crocifisso fissato sulla travata di fond o. I tre ospiti uscirono. e già calcol avano la cifra annunziata all'arrivo in porto. tirammo su le reti con un gran peso. Quella volta il mare era discreto. e si arrotol ava una sigaretta da un pacchetto di trinciato che poco prima avevo veduto sul t avolo. Perché un pescatore ha un minimo di paga sulle dieci lire. avevano attinto gli uomini dell'equipaggio. e già con un viso più forte e solcato." Si mise a guardare il cielo dal finestrino della gabbia del timone. Ma gli altri come se ancora il rischio e i pericoli li avessero sfiorati al primo vento della gioventù. I sei giovani andarono. Era uno di quei tipi popolari italiani che si riconoscono come d'una famiglia. e tenen do docilmente il timone di quercia. e questo atteggiamento faceva risaltare quanto di virile e di già us ato alla fatica era in lui. e m' indicò il più giovane. il petto nudo. I l più giovane aveva finito di annacquare il vino. con una cura simile a quella di chi bada alle facc ende di casa. nella tempesta. ma lo diverrà: è fidanzato d'una mia nipote. Il cielo non prometteva nulla di buono: era gonfio e livido. t ra altri fiaschi e bottiglie. Si staccò da noi e cercò in una custodia di legno. il viaggio dei naviganti. Sabatino aveva ancora la giacca sul braccio. E mentre egli to rnava a quella parete. i pantaloni con la cinghia stretta sotto il ventre. come a un bene comune. Nella stiva c'era il ghiaccio. Appoggiato al finestrino. Tutti gli altri erano sposati. Oggi non saprei dire. Il ca popesca il doppio. e d' un tratto fummo nel mare aperto. cercavano la profondità propizia alle loro reti. Erano le undici e mezzo. per v ia di un certo naso all'insù. E non avevano quasi importanza i quindici o venti quintali di pesca. un'espressione non consu mata da convenienze. paffuto. il dolore. o mediterranee. Sabatino. "Sono tutti cugini e parenti". e lo posò in una cuccetta vuota. Mi trovavo nel mezzo della più semplice espressione della vita moderna: l'ansia del lavoro quotidiano. aveva qualcosa di ridente e di giovanile. era come se ammettesse in un'intimità solidale qualcuno ch e ne fosse fuori indebitamente. Sette uomini in un'imbarcazione che affronta quotidianamente la sorte. il sacrificio. col rumore del motore che si attutiva nell'imme nsità e faceva pensare a quando si sente palpitare di lontano. nuovo. ma. e già col passo di chi va al lavoro. "Lui solo". Il tempo non ha ancora deciso quell o che vuol fare. indurito dalla vita. mi disse il capopesca. "Figuratevi". Lesse l'ora.compagnie tanto affiatate da lunghi discorsi che basta un'inflessione di voce pe r farli ridere. Uno e ra un poco più avanti negli anni. Brillò il faro alla svolta. alla gamba del tavolo. la panca da cui si era levato. Il lavoro. dei lavori e delle opere che vanno terminati in un breve giro di ore. quotidian amente si propongono questo problema: se il mare darà a loro i quindici o venti qu intali che occorrono per strappare la vita e per dare da mangiare ai figli e all a madre di questi. come succe de di vedere in certe figure etrusche. si disperse ro alle loro faccende. quando voi do vevate venire con noi. una vecchia sveglia di quelle che si preme u n bottone per interrompere il suono del campanello. "non lo è. fissata tra una cuccetta e l'altra. Ne l cielo si vedeva l'albero della nave passare come se indicasse qualche stella c he brillava pallida tra la coltre dello scirocco. Erano blocchi di asf alto di qualche nave che s'era disfatta del carico. Si capiva che tutti e sei ubbidivano a un'occhiata di Sabatino per il s uo prestigio e per un diritto di parentela. che termina ogni ventiquattr'ore e si ri nnova per altre ventiquattr'ore: l'ansia di domani. e le ca ssette che aspettavano d'essere riempite. sette uomini cercavano nel mare grande l'incognita della fortuna uguale per trecento giorni dell'anno. L'agitò un poco per vedere se camminava. l'idea che in quell'ora i trenta motopescherecci dell'Ar gentaro erano in mare. da una casa sicura. lucido come un legno prezioso. donne della stess a famiglia e dello stesso sangue pensavano in quel momento ai sei giovani. "che l'altro giorno. Posò la sveglia." Questo legame promesso. Ridono d'un riso naturale. e vo lgeva a me un viso stranamente infantile. Sabatino con un gesto consueto legò con una funicella. Non doveva aver più di quar ant'anni.

" Sabatino. da quello che prevedo. Ma i pescatori non dicono mai dove sono stati.Sabatino mi raccontava che egli aveva il suo posto sul mare. per esempio. quando sarò do ve dico io. E poi qua e là. A volte si addo rmenta anche il motorista appoggiato alla macchina. Ma per poco. pieno di vita. avrei più tempo per pescare e n on dovrei perdere sei o sette ore per trovarmi sottovento. l'odore acerrimo di questa fat ica. Bisogna andare dove si possa pescare al riparo. dove poggio le s palle si sente l'onda battere come la schiena di un grosso cetaceo. e che sapeva di dover svegliare i . Nella notte si sente appena il fasciame d ella nave crocchiare. e taglia ognuna di queste correnti con precisione come s e tagliasse il pane. fedele alla consegna. Voi soffrite il mal di mare? All'aspetto si direbbe che sopport iate il mare. in questi scomparti. sporgetevi a poppa. e io mi ero addormentato sui rumori che si accor davano insieme. bastò a farmi saltare sulla cuccetta. e pre cedere i mutamenti del vento. Sabatino. il pugno sulla guancia. Andiamo tutti a dormire. la più vicina al centro della nave e al gabb iotto del timone. Sotto la garritta una grande giara di cr eta con l'acqua dolce oscilla appena. Bisognerebbe che i pe scatori potessero indifferentemente portare la pesca nel porto che hanno più vicin o. Di tanto in tanto. Al lume de lla lampada. siamo otto qui dentro. dice Sabatino legando con una fune il timone a un u ncino. Parla esattamente. s'è fatto anche un suo piano. dalla cassetta che la raccoglie. mi tiro addosso la coperta. e prevenire le sorprese dei venti. altrimenti ci taglia la strada e bisogna spingere molto più in su. la val igetta che mi fa da schermo contro la luce. È coperta con un'asse di legno con sopra un pentolino per attingere. ma una riforma: "Noi ora andiamo anche cento o centoventi miglia lont ano. di bordo. "Noi adesso spostiamo di un vento e mezzo". ma tenetevi bene stretto alle sartie". con un gomito sul finestrino. C'è un istinto sveglio nel sonno. come tutti coloro i quali conoscono un lavoro intimamente. Egli divide l'uni verso in otto correnti. e si trattava di ra ggiungerlo in tempo per buttare le reti. andare a scaricare il pesce a Livorno. Qui dentro s ono in mezzo all'odore più profondo di bordo. poiché quel battere del piede era tutto quanto bastava per svegliar lo e chiamarlo al suo posto. "Domani all'alba ci sveglieremo. Avevano tentato di tenergli dietro per scoprire dove fosse quel luogo. A me. ma ormai conosciuti e fidati. nuovi. Io impiego almeno dodici ore tra vi aggio di andata e viaggio di ritorno. Stando sdraiato vedevo che al posto del timoniere due gambe coperte da un paio di panta loni turchini erano ritte e reggevano un uomo di cui non vedevo il viso. Stando sdraiato vedo sopra di me passare lenta la catena del t imone. e questo era il picchiare d'un piede calzato che batteva due o tre volte sul palchetto della garritta. Vestito coi pantaloni lunghi. sono impregnati dell'odore forte e umano d ella vita di mare. in trenta anni di questa vita. vedo i marinai ciascuno nella sua cuccetta. in cui non lavoro". La coperta. "Da come si mette il cielo mi pare che venga vento di terra. e alla fine divenuti ragionevoli: ma poi un altro rumore. che avevano un ritmo costante. e correva ve rso il timone. rumori elementari. "Possiamo andare a dormire". di energi a e di volontà. e s'impiega il doppio per tornare indietro. Sabatino invece si levava ora dalla sua cuccetta. il motore. Domani il vento ci batte magari di prua. poteva sta re in mare molti giorni. accesa nel mezzo. La nav e va avanti da sé. Succede. farebbe comodo. ma che non era Sabatino. il mare. Poi bisogna tornare indietro più che in fretta. Il motore batte esatto e uguale. D 'altra parte. e il cuscin o cui Sabatino ha cambiato la fodera. una man o al timone. sparsi. il Mortargentaro aveva un motore di centoventi cavalli. lo scricchiolio de lla nave." Sabatino m'ha ceduto la sua cuccetta. prima di coricarsi. Un marinaio s'era sostituito a lui durante la rotta tranquilla della notte. odore di equipaggio. Vedo osci llare l'alberatura nel cielo smorto. Invece devo tornare di dove sono partito. come se si assestasse. aggiunge Sabatino. mi dice: "Se avete qualch e bisogno. vari oggetti fra cui riconosco una pipa. ha la sua riforma da adottare ch issà quando. Guardate che noi non torniamo indietro e non facciamo scalo in nes sun porto. Alle quattro vi faccio svegliare io. Sento di etro a me un salvagente che attutisce gli urti contro la parete di legno. Dal boccaporto arriva l'alito profondo del mare come una ventata.

Ora si capisce quello che vu ol fare il vento. la scena aveva qualcosa di familiare. Su questa terrazza costituita dalla poppa. Non so quanto durò questa occupazione. a perdita d'occhi o. spazzandolo. perché questi marinai stavano a loro agio. mentre stavamo aspett ando che passassero i quaranta minuti per la levata delle reti. e indo . alberature che impicciano. che dovevano permettere alla ret e di trascinarsi sul fondo raccattando tutto quello che trovava. ognuno stendeva la rete abbottonandola a questo dito. Ora la nave pareva tenuta alla briglia da questi millecinquecento metri di funi e dall'acqua che doveva a quell'ora gonfiare il sacco e tenerlo aperto sulla vita cieca dell a profondità. E poi velieri. Ma dobbiamo essere sul rovescio dell'Elba". millecinquecento metri di cavi di acciaio. le onde cominciarono a levarsi a ventaglio verso poppa. Dal finestrino si vedeva. spiando di quando in quando con occ hio distratto i flutti. e si sentiva lo scroscio mentre ricadevano o si rompevano. la rete scivolò sul rullo mobile di legno ch iaro e si sprofondò nel mare. e si sentiva che qualc osa ci imbrigliava alle profondità. I sette marinai vi si erano radunati e. tirando su ogni cosa. ora di stracci." La nave andava avanti come un cavallo che morde il freno. Raggiunsi Sabatino presso il timone. fumava il buon c affè nero. ora di veli. Se fossimo dove ci trovavamo stanotte non potremmo regger i l mare. abitabile. aggiunse. Laggiù dev'essere un inferno. e che possono costare caro. tenevan le dita della mano sinistra infilate nei buchi della rete. Erano giorni che piovve cenere su tutto il bac ino del Tirreno. cui seguì poi un naufragio. sperduto e grigio sorse un gabbiano che poi scomparve come se avesse dato l'annunzio della morte dei pesci. quattromila lire tra reti e cavi. Col piede nudo e teso. Sabatino disse: "Non vedo dove siamo. Il vento la sbatteva più forte trovando resisten za. Qui il mare e ra profondo cinquecento metri. e bisognava tenere l'equilibrio stando sull'asse di tutto il corpo. sicuro. un marinaio mi v enne a dire se volevo accomodarmi a poppa. e l'acqua si smuoveva ora enorme e lenta. "Guardando la carta!" rispose. di animali curiosi. Abbiamo passa to un vento e mezzo. Difatti l'aria era grigia. Il mare era grigio. nuovo ed energico. limitato da ogni part e da una fitta nebbia opaca. "c'è il pericolo di impigliare nelle navi affondate. vedevo i pantaloni da soldato di Sabatino. e l'odore del caffè si me scolò a quello della carbonella e a quello della nafta. E intanto il marinaio più giovane veniva avanti portando certe grosse tazze in cui. a una velocità di non più che tre chilo metri l'ora. e i cavi dovevano essere mollati per tre volte ta nto. ma lentamente. sotto una larga fetta di pane messa a coperchio. riparavano le reti la cerate dalla pesca dei giorni passati. il mare dava colpi forti. e le onde che si levavano ora da una parte ora dall'altr a come apparizioni che prendessero strani aspetti. "Come avete trovato questo posto?" chiesi a Sabatino come se fossimo arrivati in un luogo riconoscibile. il sole si intravvedeva appena come di carta velina tra le nuvole. seduti in cerchio. sul gorgo dove si stava compiendo qual cosa. Per me era stesa una stuoia perché mi potessi sdraiare. s'era messo a fumare un fornello. per me alme no.l suo capo a una certa ora. sommovendolo. Nello stesso tempo. strigliando il fondo dell'abisso. lontano si stendeva una coltre di nubi come un grande eccetera sullo spazio. e con la destra pass avano lo spago con una specie di spola. nel mezzo del nostro dormitorio. Sdraiato nella cuccetta. Intanto i cavi di acciaio arrotolati verso prua si s ciolsero e cominciarono a scendere per centinaia di metri in mare. di cui il dito gro sso s'era fatto piatto e largo nell'esercizio continuo di puntarsi sulla tavola col mare inquieto. senza un segno. Il ven to era caduto. e si muoveva pigramente. I marinai si addensarono verso poppa. come se uscisse da una diga. Dico che non c'era n essuno in mare. Vento di terra. Non vorrei tornare a casa con questo be l guadagno. Ma sulla scia della nave. Io non mi reggevo né sdraiato né seduto e dovet ti riparare presso la gabbia del timone mentre il mare diventava più forte. di sotto il tavolino. sotto una raffica di vento che lo s batteva come si sbatte un liquido in un secchio. "Cinquanta miglia più su". senza un punto di riferimento. difatti avanzava. A un certo punto Sabatino ricon obbe quasi uno di questi paesaggi. perché disse: "Pronti". il mare. Ora. Ci sono sette sottomarini colati a picco du rante la guerra.

si profilarono a sinistra grandi montag ne in una fila di cime uguali. Un ma rinaio aveva fatto scorrere la rete su un argano che si sporgeva. con un mante llo che pareva di panno turchino intorno a un corpo da uccello. si mise ad andare più lest a. alle lucerne. A un tratto. e la bolla d'acqua sul quadrante si stravolgeva vio lentamente. mentre le sommi tà si levavano in un cielo ugualmente grigio e brumoso. mi disse Sabatino. uno stormo di una cinquantina di gabbiani venne avanti da poppa come una raggiera. come per un'apparizione. sciolta dalla briglia della lunga rete. come ho detto. ai palombi. e come decisi a demolire tutto. un altro aveva l a testa a martello. "La Corsica!" disse Sabatino. Egli regolava il timone come avrebbe guid ato un cavallo in un maneggio. vincendo la resistenza delle onde. disse Sabatino. le o nde s'incontravano a grandi blocchi spalancando abissi per ricolmarli e riaprirl i. le funi si arrotolarono di nu ovo. Gli argani si misero a girare. Sabatino. erano soffuse di bruma alla base. e un altro sembrava un topo. Devo saltare ancora mezzo vento. Nel mucchio palpitavano. si aprì come un velario. ai dentici. Si per de molto tempo. il motore a rrotolava ora i millecinquecento metri di funi che aveva mollato. e una pioggi a che mi parve rosa come un getto di fiori. accanto ai merl uzzi. I marinai seduti a poppa facevano lo scarto dei pesci. una testa grande come il petto d'un uomo. Per sfuggire all'arr . il sacco chiuso della rete. Uno di loro slegò il nodo che aveva fatto. E così appe so mi sentivo levitare. disse Sabatino. Ora che il vento accennava a cadere. "Sono appena cinque quintali". Mi tenevo alle sartie quasi appeso tra gli sbandamenti della nave che. Questa rete rim ase un momento sospesa nel cielo. I gendarmi sequestrano le navi straniere che vi capitano. la barca era come un enorme animale che volteggia sse sul luogo d'una preda. Il sacco si sciolse. "Andiamo avanti e torniamo qui fra cinque ore. ma la bussola oscillava forte sulla sua sospensione. alcune code vibravano. L'acqua colava come un umo re vitale." Raggiunsi la coper ta traballando. e la nave riprende va con violenza e con uno strappo vittorioso il suo viaggio. Uno palpitava. disponendo ciascuna qualità nella sua cassetta. mentre tutto mi traballava intorno. "Quella è la Serra della Corsica. Quel viluppo mi pareva incredibilmente nudo. tornò al timone e puntò nuovament e verso nord. e riponendoli poi nella stiva tra il ghiaccio . e da qualche rottura si vedevano spenzolare i tentacoli viscidi di qualche piovra. E nello stesso momento. Dopo aver inseguito un tratto la nave. arrestano i pescatori. Il gruppo dei marinai s'era levato in piedi a poppa. e tutto palpitava co me nato alla creazione. Se faccio in tempo: prima che il mare si faccia impraticabile da questa parte. "Vado più avanti"." Il giglio araldico della bussola segnava fisso il nord. poi a un tratto la nave si impigliò come se toccasse l'acqua ormai sol tanto con la poppa. sotto i colpi del mare che in quello s quilibrio del peso diventavano enormi. e turchina come un mucchio d'armi. come liberato da un fr eno che lo aveva piegato in una sola direzione. e portava da t ribordo. che là per là. Non ci si può avvici nare a più di cinque miglia dalla costa. "andate in coperta. Su di esso un enorme granchio. come spuntate dal nulla. Il mucchio lubrico. Stavo appeso. che era sceso a considerare la pesca. bianca come uno scrigno di perle. Ecco il sacco sugli otto uomini adunati. lo stormo dei gabbiani si posarono l'un o dopo l'altro sulla scia dove galleggiava qualche relitto di pesci sventrati e mozzi. Non guardavo e non vedevo che il cielo. rigurgitava e si sommoveva. mi parvero riprodur re. forme umane. Come colpito da una lama. "Se volete vedere"." L'imbarcazione. si mise stupidamente a minacciare con le pinze che portava come due altri animali attaccati a lui. come un braccio gigantesco. mentre la rete si abbassava. spuntato dal nulla. in un mondo abissale cieco e lento. si rovesciò sul ponte. agli scorfani. Si saltava. con le pinze lunghe quanto un braccio. il sacco si sciolse. alle sartie. Ma niente altro. Uno che io conosco ci capitò una volta. alle sogliole. tirava su il carico. il mare.vinavo ogni suo gesto e atteggiamento. gridando. e il riscatto dell'imbarcazione costa mo lte migliaia di lire. "e torno più tardi a buttare la rete sullo stesso posto. certi mostri ciechi. mostru oso dei pesci si accumulò e si sparse. Quando le cose si mettono a questo modo è un affare serio.

con l'aiuto della scienza. altrimenti arrivate a stasera coi polsi rotti. Anche Sabatino si regolava secondo il suo istinto e l'esp erienza. Rispose: "Certo. Risposi di no." Si accor se dal mio viso che stavo male. "ma non fate troppa forza. si legge il bollettino del tempo a uso dei navi ganti". la sveglia. traeva il suo oro scopo esatto e senza pena sul tempo e lo stato del mare. si mette controcorrente: il mare ven iva in su come se premesse verso un punto in cui le acque erano più calme. ma ora il fasciame non scricchiolava più. mi ritrovai con le spalle allo scafo. "Tenetevi fermo". la nave costituiva un'altra dimensione di vita. Non aveva denari per riscattarlo e lo lasciò ai gendarmi. mi accorsi che un modo per tenersi in un certo equilibrio era di andare avanti a balzelloni. Come sapeva tutte queste cose Sabatino? Egli reg olava la sua rotta sulla bussola e sulla vecchia sveglia. fece un salto. al modo dei canguri. dove avevo sentito battere l'onda la notte prima. nel fondo del mare. piegandosi sui pantaloni da soldato. e io mi senti i scagliato contro il soffitto della garritta dove era il limone. era un blocco compatto. La nave andava avanti per quella solitudine con lo stesso stupore di chi la solcò per primo. "Voi mangiate?" mi chiese il cuciniere. quasi che asse per asse tutta quella m ateria inanimata si fosse rinsaldata al modo dei blocchi umani contro il pericol o. e le mie facoltà di orientamento mi sfuggivano. Per quanto abbia navigato non ho mai sentito un mare simile. nello stomaco. poi aggiunse: "Nelle sere chiare si vedono i paesi sulle spiagge. e per un giorno la settimana rimane sse ormeggiata. Per quan to toccasse il porto tre volte la settimana. Dopo qualche secondo che mi parve lunghissimo. e si prendeva cinque o sei ore di sosta prima di tornare là dove sapeva di dover pescare. come se le avessero dato un gran pugno da sotto. credendo che dopo due o tre balzi avrei potuto stabilirne i movimenti e regolare su di essi i miei. si distinguono le case. Io cercavo di reggermi in eq uilibrio sul plancito. in una grande folla. Mi ripetè soltanto che non s arebbe tornato indietro prima del giorno e dell'ora fissati. Io dissi in un ridicolo barlume di convenienza: "Mi dispia ce. i giacigli e il vasellame. Andando av anti somigliava a chi. mentre seralmente un uomo. Scesi per la scaletta nel ridotto delle cuccette . Ma a bordo tutto era elementare. so tto di noi. Non avevo provato mai un'impressione simile. era.esto si buttò coi suoi uomini in una barchetta e approdò alla Capraia. Levò gli occhi e mi disse: "State male?". Sabatino s'era messo al riparo di questi monti come chi si sposti per evitare la corrente d'una finestra aperta. Alla fine riuscii a scivolare dentro la cuccetta. mi diss e Sabatino. La nave tornò sulla sua rotta cercando il luogo che conosceva Sabatino. con i suoi ogget ti e le sue consuetudini. mentre il mot opeschereccio andava alla deriva. Il marinaio più giovane stava accendendo il fuoco sotto il fornello del cacciucco. Sabatino. Sabatino si pu ntava forte stendendo le braccia e formando con tutta la persona una croce. il cimitero dei sottomarini. e il centro della mia vita s'era trasfe rito stranamente nel mezzo. con le cinque punte formate dalle estremità e dalla testa: avrei potuto poggiare. alla radio. altr imenti vi fate male". mi parve. sull'una e sull'altra d i queste cinque punte indifferentemente. sarebbe comodo". Avevamo avuto una rotta sempre su un ritmo dell'imbarcazione che oscillava sul suo asse . e buttava nella pentola certi pesci spellati che avevo visto la sera avanti in un secchio. Ma mi sentii preda d'una forza troppo grande." Sabatino stette un poco a contemplare le grandi e serene montagne. mi diceva: "Tenetevi forte. Sabatino in questo mome nto fuggiva la bufera spingendosi verso nord. si sprofondava e si risollevava. ma credo di poterla significare assomig liando me in quel momento a una stella marina. Laggiù. Si vedono i fanali e i fasci di luce delle automobili". e anche qui intorno c'erano velieri. Gli dissi: "La sera. Il cuciniere disse: "Eh. piegato sulle ginocchia. con questi mari si sta male anche noi". disse Sabatino. Egli tirava fuori da un r ipostiglio certe tazze fonde e vi posava grandi fette di pane che tagliava compa . Ma non vi preoc cupate di me". verso la Capraia. Po i. ma ora la nave cominciò a picchiare di prua.

quando fu costruita. la giac ca e il cappuccio d'incerata. e assicurò poi l'altro capo all'altro manico. legata nel mezzo della tavola. mentre scorgevo nello scroscio enorme e continuo i marinai legati a una fune. senza ranc ore né risentimento. Gli altri mi strinsero la mano l'uno dopo l'altro. Erano sdraiati. e per ogni travata una doppia tr avata. vi sbarchiamo lì. "che io non posso saggiare di codesto buon piatto. e uscivano sul boccaporto. fermandola con una mano." Doveva essere passato molto tempo. Molti hanno fatto naufragio pur d i non tornare". a giudicare dal tempo che stette assente. la riempì con quanto era rima sto nella pentola e la posò sulla tavola. disse il marinaio lavando i piatti con diligenza in un secchio. "E quando si pesca di nuovo?" "Abbiamo pescato. A quell'ora. "Soltanto". e ormai sbattevo senza più forza nella scatola della cuccetta. Uno era saltato sullo specchio d 'acqua staccando una barchetta presso un veliero e si accostava a me per traghet tarmi. "noi non sappiamo che mare avremo da quelle parti . Non ci sarà da stare allegri. e tutto quello che è di metallo è rame. i suoi uomini stavano intenti alla voce spaventosa del mare . Aprii gli occhi e chiesi: "D ove sono i marinai?". il mio ridicolo cappello di feltro. la passò s otto l'asse del tavolo. nelle loro cu ccette. L'onda si mise a spazzare con un rumore di pioggia uguale il ponte. un'altra. accecati e grondanti. d ue paia di gambe. Gli altri marin ai entrarono l'uno dopo l'altro. e me . ruggiti. tutti eravamo preda di un elemento più forte di tutte le forze umane. "Non si torna neppure se il mare è peggio di così. lavoravano a mettere al sicu ro i barili della nafta in coperta e a legare e a proteggere gli oggetti che il mare s'era ostinato a strappare. quello in cui. Scendevo con la mia ridicola valigetta. è meglio che ve le risparmiate. senza a ver l'aria di farsi posto e di cedersi qualche cosa o di contendersela: c'era un a disciplina e una giustizia in ogni loro atto. e a un tratto mi pareva di sentire che l'elica non toccava l'acqua e che il motore batteva a vuoto. vedevo i marinai l'uno a ccanto all'altro aspettare di vedermi scendere. aspettando il solo momento che contava nella loro vita. risentivo le parole che mi aveva detto Sabatino un certo momento. "Peccato ". Ora si va verso Montecristo. gr ida.tte e sottili da una pagnotta. accorciava stranamente le ore. Se volete. "Eccoli"." "È andata bene?" "Quattro quintali. canti. poi tirò fuori una grande zuppiera con due manici. Ancora sedici ore di mare peggio di questo . e suoni come di sassi squillanti che si urtassero tutto intorno. l'annodò a un manico della zuppiera. Vi versò la zuppa e ne portò una prima a Sabatino che stava al timone. con gli occhi aperti. siccome passiamo dietro l'isola del Gig lio. Ve lo consiglio. qualche centinaio d'uomini st avano in mare. Nel barlume di coscienza che mi rimaneva. roba da nulla. Nessuno torna indietro". perché la monotonia di quei rumori. mi disse Sabatino. mi pareva di viaggiare in una grande bolla d 'acqua. raccolse intorno a sé gli altri cinque uomini dell 'equipaggio. dissi. Chissà che cosa faran no gli altri motopescherecci con questo tempo!" Una voce replicò: "Non tornano ind ietro. avrebbero dichiarato la cif ra dei quintali pescati. L'odore di quel pasto era molto buono. Stando sdraiato. Un marinaio che entrava allora prese una funicella. ascoltando la traversia del mare. al motoris ta. L'armatore. La zuppiera. pensavo. mentre stavamo al timone: "La nave è fatta bene. e una reciproca premura troppo n aturale per sembrare affettuosa." Egli parlò tranquillo. scrosciava s ul castello di prua. difatti. per ogni chiodo ne fece pi antare due. mi rispose la voce di Sabatino. Dal punto dove stavo. vidi che al posto del timoniere si trovavano ora due persone. cavavano da un ripostiglio i pantaloni. in una giornata come quella. for mava tutto un tempo. Le ondate li avvolgevan o e li trascinavano con loro." Ora che stavamo entrando in porto all'isola del Giglio. quattro braccia che facevano forza sul timone. giunti al porto e scendendo dall'imbarcazione. Mangiavano allungando la mano e il cucchiaio ordinatamente. a girare il vento .

E allora i pesci trovano cib o più facilmente. poiché gli uomini navigavano. Spazzano il mare con le lunghe reti. dicevano. queste reti rivangano il nutrimento dei pesci. Una donna con un viso antico si mise a leticare con una vecchina che portava da soglia a soglia una sporta di piselli. noi: quando si andava verso la costa della Sicilia. È una canzoncina d'improvvisatori della Montagna Pistoiese. Se mi date un po' di ciccia . mattoni. li riconoscevo come s'erano accostati al mio giaciglio. una borgata della montagn a. Gli abitanti. Tartane e velieri sono in secco. ma un parlare ad aita voce in cadenza. e non era proprio un canto. è un mese. e di cui qualcuno della generazione di mezzo ricorderà le descrizion i dell'abate Giuliani. e io devo pagarti i piselli diciotto soldi il chilo. fra i quali molti ripassando il Ponte non hanno più cittadinanza di qua. Dovranno andare sempre più lontano. e poi hanno il caffè alla ma ttina. Veramente il Petrocchi era nato a Castello. "Che vergogna. ment re l'oste mi serviva un'alice con olio e aceto e un bicchier di vino. tutti pesciolini cui non si dà il tempo di crescere. "smovendo il fondo del mare. erano fuori dalle c ase. dissi io. come fanno pure i canzonieri francesi. Vendeva i pis elli a diciotto soldi il chilo. E capii che tra le altre preoccupazioni.canterò benin benino." "Ma"." La donnina andava più in là a sentire un'altra canzone. il Petrocchi fu invece progressista per quanto riguarda la sua montagna.ntre ciascuno di loro mi stringeva la mano. e fui la novità di quella giornata. I pescatori presso le botteghe s'informarono di me e di come ero arrivato. dieci lire se gli va bene. e tra poco non ci sarà più pesce. Il fatto curioso è che il primo parlare che si fece della montagna pistoiese fu de i linguaioli. d'ottobre. e vocabolar isti come il prof. guadagna nove. che vergogna!" diceva la donna. Io sbarcavo come un naufrago. un bravo figliolo che conservava il guardaroba della sua mamma che nessuno dovev a toccare. ma quelli di là d'Arno. Le donne frugavano tra quei piselli. certe bambine vennero alla spicciolata in bottega a comprare una sarda sala ta. Il Giglio. Andavano essi di porta in porta. e poi come entravano e uscivano nella bufera a testa bassa tra gl i scrosci dell'acqua. Sabatino mi disse l'ultima parola: "Se vedete il signor Loffredo . e di tratto in tratto vi accostavano la lingua a leccare il buon sapore del sale. "Non vogliamo case affumicate. cemento." "Anche questa è una teoria". Il resto lo faremo sotto Montecristo". La barchetta mi posò sulla riva. come chi per seminare rivolta la terra. raccoglitori della parlata spontanea come il Giuliani. recentemente. ed erano i poeti popolari a cantarla. Ravvolta in un pezzo di carta gialla. hanno la rete con gli argani. li facev ano scorrere tra le mani. Vogliamo i fores . poi lasciavano andare e rimanevano pensierose a guarda re il mare. Le case erano di cannicci affumicati. e pensavano alla spesa della mattina. cantando a questo modo . il giorno dell'Anime del Purgatorio. la galletta e una sarda salata era la nostra razione. fa questo lavoro. Conservatore in fatto di lingua. Conos cevano di fama l'equipaggio del Montargentaro. un viaggiatore borghese avrebbe avuto tanta premura intorno a lui. poiché arriverete col postale prima di noi. disse filosoficamente un marinaio d'una tartana. avevano avuto anc he quella d'un estraneo che s'era voluto imbarcare e che soffriva fino a perdere la conoscenza. " Il mio figliolo è su un veliero sulle coste della Sardegna. Scarica e car ica calce. la portavano nel pugno. Il Montargentaro si allontanava. autore del famoso vocabolario italiano. Quelli sono signori. qualcuno tornava a casa dall'aver pes cato un piattello di pesci. Altro che caffè. è una fila di case disposta a semicerchio.s i farà un po' più massiccia". al punto che il suo vocabolario non registra i modi neppur di Firenze. forse. diceva la filastrocca. Rivedendoli in viso uno per uno. "bra vi. al tempo della pesca a vela. Siccome mezzogiorno avanzava. e la montagna pistoiese uno dei luoghi inesplorati d'Italia. io pensavo che in nessun altro paese del mondo. ma hanno il motore. quasi tutte donne. "Bravi pescatori". che non sapevan o di lettere. fece una retata di naselli piccoli come un dito mignolo. DALLA MONTAGNA ALLA MAREMMA "Se mi date un po' di vino . Policarpo Petrocchi. ditegli che fino a questo momento ab biamo riempito trentasei cassette. sul porto. almeno nelle antologie di scuola. e sull e coste inospitali della Calabria. dicendo ch e questo era un sovrano rimedio contro il mal di mare. e usciva odore di cucina da tutte le c ase. Uno di questi motopescherecci.

Il ricordo di questi versi.pregherò per le galline . nel loro dado di cemento tinto di turchino. curata. Ognuno ha il suo modo d'intendere la razza e la discendenza. è ancora vivo nella mente di costei. dei loro piccoli piedi n egli scarponi. La lingua è la pat ria. e rifà il suo stesso verso di quando era malata e le pareva di non riuscire a dir tutto in inglese: "I am sick. gente ingenua. Gioventù. Questo accadeva verso il 1890. Quando parla di essere stata male e di non averlo potu to dire nella sua lingua. Le macchine vanno e vengono. Ella mastica un po' d'in glese e di francese. Qua rant'anni fa nella montagna. in terra d'America. sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l'orologio del luogo e che fiorisce a primavera lassù. A volte non sanno neppur leggere. sbattuta di qua e di là. l'America: ricorda le cimici di un albergo di Parigi. anche il prete scrive. e sotto a ciascun nome il paese. Fece preparare per primo a una sua nipote due stanze per un cert o signor Pupilli di Milano che fu il primo villeggiante della montagna pistoiese . È vienuto il professore. come li chiamano qui berneschi. batte un'incudine. gioventù!" Non ricorda che gioventù. diceva. ohi. Ora l 'infilo la gonnella e viengo giù. compongono poemi a memoria.coronato di rose e di fiori . Ma già ai piedi della montagna.che da volpi e da faine . Ohi . sui cui margini sono trapiantati in bell'ordine i gin epri. come questa: "Il bel mese di maggio ritorna . un orologio "germanese" che batte forte e sicuro da trentacinque anni. un tappetino d'incerata sul tavolo. ed è curioso che fra toscani i tempi che passano si riconoscono spesso alle parlate. C'è fra noi una vecchia donna. Ella ricorda i compagni di strada . con due parole ne disegna il carattere. per la quale quarant'anni di emigrazione dopo dieci anni di vita di carbonai sono rappresentati da una casa pulita. Tutti attorno ridono. che ridono della vecchia lingua e delle capanne affumicate d'un tempo. Ce ne sono. le tendine dietro i vet ri della porta.le vi siano riguardate". che scaricava il barile di birra nella sua casetta in Pensilvania. Va' a piglia' la legna giù nella stalla. un ingrandimento fotografico del temp o giovane. mentre il marito era al lavoro nella miniera di carbone. lascia intravedere il dramma della vita familiare ital iana. a esprimersi più per gesti che per parole. ho male". di ogni regione d'Italia. Dice dei meridionali: "Sono buoni. per tre quarti della sua vita fra stranieri. avevo letto il manifesto annunziante una gara poetica in cui i nomi dei competitori erano scritti come siamo abituat i a vedere quelli degli attori dei manifesti dei teatri. in una borgata. Più sopra c'è una chiesetta di pietra col campa nile pendente. e di que i modi. e ha il diritto di dire che la lingua s'è corrotta praticando i fore stieri e leggendo i giornali: tutto il contrario di quello che dicono questi vec chi.alla porta veniteci aprì". e il ve rso del meridionale italiano bracciante. Ce n'è uno che ha tutto un poema sulla guerra. Si sente suonare una campa na. si discuteva ancora di lingua tra boscaio li e carbonai. sono solidali fino al sacrifìcio.tieri". la noia degl'inglesi. sorvegliata. sick. versi. di questi poeti popolari. ed è lei a rifare il verso di quella parlata. La ve cchia con cui sto parlando. E oggi. la parlata era a questo modo: "Ora mi viesto.ra gazzine coi vostri amatori . e secondo quello che sentono dire . ma abituata. Trattati da amici. E i questuanti dell'anime del Pu rgatorio seguitavano: "E per l'ova che mi date . e qualche soldo da parte. Spesso sono boscaioli e carbonai. spende tutto il suo per restaurare la chiesa e il cimitero. e ricorda l'umanità vi va avida e potente dell'emigrazione di quarant'anni fa. e rifà il verso del birraio tedesco. Londra. una strada mod erna. a costo di tutto. dicono. la tromba di un'automobile suona alla svolta alternata di strisce b . come un veterano i suoi compagni di marcia. ma non toller ano sopracciò. Gli cocerò du' ova". E dietro i vetri incrinati c'è un bravo prete che mangia sì e no una pappa. del loro ventre sotto le b rache alla marinaia. Una strada tra le più belle d'Italia corre tra Pistola e l'Abetone. C'è ancora brava gente di qua e di là da una strada modernissima e li scia. e dai suoi mutamenti si misuravano gli anni che sono passati. Eppure ella ha girato Parigi. che contrastano dandosi un tema e rispondendosi in ottave. dei loro seni sotto il giacchetto. lo fa ancora. ho male. nella montagna pistoiese. ricorda ancora qualcuna delle strofe volate un tempo . il passo delle guardie presso le dimore dei signori di Londra. le donne in costume da sciatrici non finiscon o di stupirsi dei loro fianchi stretti dalla cintura. e fece arrivare tolette e cassettoni. si sente il crollo d'un ramo tagliato nel bosco spoglio d ei castagni.

La famiglia. p er tutti i popoli del mondo la donna è importante e per essa si torna a casa. che entra veloce nel vivo del paesaggio. Non c'è atteggiamento italiano. Piantato sui pi edi grandi e con le punte aperte. guai. . divennero minatori in A merica. dice il vecchio con cui sto parlando. alla quale si può ridurre molta della nostra storia. Li arruola un padrone che viene dai boschi della Maremma o della Sardegna. la Calabria. fondamentale è la famiglia. Se salta. Una volta. Questa è la salute del carbonaio. ma che implica una famili arità con gli elementi. ogni compagnia ha un capoccia. si fanno la capanna di zolle. ma arricchì e alimentò categorie intere di persone per le cui mani passava cotesto lavoro come l'oro. rappresenta un enorme afflusso di popoli tra i pericoli di un'odissea. Nella chiesa non ci sono che donne. cioè del tempo non controllato. tutta la sua salute. e non deve saltare. alla maniera che chiamano "a b uon Gesù". in questo torrente umano. capace ancora di ridere e di r icordare i vecchi tempi. ma cinque sono già troppe. cominciarono le partenz e per l'America e per la Francia. come andavano . E soltanto una tecnica precis a. e s pesso. Soltanto una formazione familiare. che non nasce da que sta responsabilità. dava e dà loro diritto alla vita. e li distribuisce in giro. Nella montagna pistoiese. in mezzo alla capanna c'è il fuoco acceso. e la sua gioventù di dieci anni da carbonaio. La partenza è piena di promesse. all'apparenza molto semplice. in Australia. più di trecento uomini. là stende il tovagliolo per mangiarci. per tenere i piedi caldi. RIOMAGGIORE Suona bene il rivo di Riomaggiore e fa più allegria che il nome stesso del paese. la Co rsica. in chiesa: gli uomini lontani da anni all'estero. Il capoccia è il padre della compagnia. altr imenti. ogni compagnia è di quattro o cinque pers one. prima della protezione sindacale. Il mondo divenuto piccolo e praticab ile. Però mai come nella vita italiana questi fatto ri sono decisivi. e quelli che torneranno ancora di qui a sei m esi. il mestiere è quello del carbonaio. conoscono la Francia: straviati. le speranze diventavano spine . Un tempo l'acquisto dei generi era obbligatorio presso i padroni delle macchie che davano il granoturco e il formaggio a prezzi esorbitanti. e torna no il 24 di giugno. finito il lavoro. Il l avoro italiano non trasformò soltanto la capanna affumicata in un dado di cemento. Ogni compagnia ha la capanna. coi gomiti levati sul banco troppo alto. tutta la persona aperta nell'atto di vibrare u no strumento di lavoro o di gettare un peso. a pensarci. ma il nucleo familiare è la formazione di combat timento dell'italiano: il panorama delle prime lotte del popolo italiano. dai boschi. Se l'altro non ubbidisce. la testa piccola sullo sviluppo eno rme del tronco largo. Il guadagno si spartisce alla fine della stagione. ottant a compagnie di carbonai. e la banca non esisteva. dice: "Con le macchine hanno rovinato tutto il mondo". "Mia madre morì sei mesi dopo che io ero tornato.ianche e nere. quest'uomo di settant'anni. lasciando ancora a ntica la vita. Venne il tempo delle miniere. poi tre uomini e un garzoncino. D ove il carbonaio siede. banditi di strada e profittatori e venditori di carne umana. la lavorazione va all'aria. in Francia. il mondo moderno della strada e di pa ssaggio. Cocitori e carbonai si formano in compagnie. cari i figli. ge neralmente una cinquantina di compagnie. rappresentava una garanzia di difesa dai pericoli. antica come il mondo. a queste delusioni. che cosa sarebbe una partenza? Quando arrivano sul posto. Vanno. Dove sono gli uomini? Li aspettano. che non riesce a fermarsi per vedersi. questa costruzione su cui è tutto l'assalto del popolo italiano da anni. Il garzoncino è un ragazzo di sedici o diciassette anni. per San Giovanni. il capoccia gli domanda: "Perché hai saltato? Tu non devi saltare ". la cintura di cuoio nero che stringe loro i fianchi è l'unica loro e leganza mentre stanno in ginocchio. un tempo. taglia la polenta o il cacio. vestite di nero. è piena di speranza. a questo travaglio. Ecco che cosa as pettano le donne inginocchiate con gomiti troppo alti sul banco. la compagnia si disperd e. do po trent'anni di assenza". Ognuno d eve prendere con le sue mani il suo pezzo. la casa. senza sole. in tutta Italia e fuori: conoscono la Maremma. e che è tutto un altro mondo. veloce. a una banca. il capoccia fa le p arti del cibo. in Sila o in Corsica. come dicono qui. quella buon a e quella cattiva. il guadagno vien meno. Dietro a queste spine. Partono ancora il giorno dopo i Santi. la Sardegna. secondo l'ordine. furono mandati a una città lontana cento chilometri. in Maremma. Non soltanto. Certo.

e la strettezza a un'armonia addirittura formale. Stretta tra monte e mare. Me la indicò tra i filari come un personaggio. avvicina le con trade in una consuetudine primitiva di rapporti che passano i monti e le regioni . chiusa tra il mare e la parete verticale di pietra bruna. scendendo giù dalle Cinque Terre. un disegno di fili di f erro regge i tralci della vite. Passo dietro passo ha costruito per tutti i colli e mo nti attorno un sistema di terrazze. La valle sale ripida verso settentrione incontro ad altre valli che solcano la r egione aspra delle Cinque Terre. tra una spall etta e l'altra del rivo incassato in un letto di pietra. Così è nelle Cinque Terre. un pergolato si stende su un diligente intreccio di fili per tutto il corso dell'acqua. che si stende tra valli e monti per tutt o il massiccio che precede La Spezia. sono famosi quei di là." Questa celebrità contadina . anzi aveva una vite di questa contrada fra le sue. Questi luoghi e colori amò il pitto re Telemaco Signorini. Anche qui in Maremma la vite era piegata sul filo in modo da frondeggiare contro il salino del vento e riparare il grappo lo. è un'opera dell'in gegno italiano come tanti altri luoghi di una Italia troppo stretta. il verde della vite. e lava sempre la roccia ch e regge sicura la montagna. umide di colaticci. fra gente che lavora a regola di mestiere. si accordano in quella luce che è densa come in tutte le valli. Son dive rsi i vini che vi si producono. Il colore crudo della pietra. l'uomo ha comi nciato la sua ascensione. Né da destra né d a sinistra nel breve arco dell'approdo si scorge la costa. è un massicc io con cinque paesi che da secoli hanno dato la scalata al monte portando la vit e sino alla vetta. chiusa tra i monti e il mare. per un sottopassaggio tra le gole di mac igno si raggiunge l'abitato. quello big io del muro nudo. è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vite di questa cont rada. per il paese folt o nella valle in pendio. e mi r accontò come e quando l'aveva avuta. Questa è sul mare la porta stretta d'uno strettissimo paese. su cui si leva qualche abitazione alta e scarna. Dunque. un nome dritto c ome uno sparo. Questa è la regione della Liguria famosa pel suo vino. mi piacciono i contadini che parlano di regioni remote. Basta guardare come l'opera dei campi è bella dove è nata la nostra arte. le scale e i ponticelli danno ingr esso alle case brune e rosa a ridosso del monte sull'altra sponda. dal primo gradino formato dallo scoglio che rattiene l'onda. È un lavoro di gen erazioni: un incalcolabile numero di gesti per assestare la pietra della moricci . La s tessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico. il rosa delle abitazioni. qualche barchino in sec co attesta una piccola vita di pescatori. di dire a un vignaiuolo de l mio viaggio. spesso là dal mare. Scavalcando il rivo. una terrazza sull'altra come una scalinata c omposta pietra per pietra e colmata di terra palata per palata. un tempo celebre in tutta Europa. mi disse indicandomi il colle "è un sistema da Cinque Terre. e dicono il sito dei luoghi. Qui risuona il rivo che ho detto. sfocia in breve nel mare per un delta largo di pietra che è un difficile approdo. E naturalmente uno dei più diligenti. Come nei racconti dell'infanzia. e. "E questo". Al contrario di quella arborea dell'I talia meridionale che confonde la cima con l'olmo e il pioppo cui s'appoggia. M'accadde in Maremma. Lo so. gli scogli lo chiudon o. apre gli orizzonti. Il maremmano conosceva di fama la regione. raccolta come una bestia sul suo nato. uno famoso si chiama Sciacchetrà. nascono dallo strapiombo sul mare . forse il p iù stretto fra i paesi italiani. nemico e intrattabile. continuamente all'assalto della terra. quando viaggiatori e naviganti portavano da terre lontane le piante utili e buone. E anche qui era cominciato il lavoro per cui giustamente va famosa la contrada del le Cinque Terre: la scalata della vite alla montagna. la contrada delle Cinque Terre. scompare sotto le case fatte a cavalcavia. presso gli arch i e le caverne vuote. Forse l'att itudine italiana alle arti ha inizio nel suo contadino e nel suo lavoratore di t erre. I colli sono nudi d'alberi. la natura delle piante e i sistemi degli uomini. Qui il mare batte profondo e cupo tempestando contro la roccia. Il treno dà accesso al luogo per una stazione tra due gallerie. ancora s'immaginano le distanze come nei tempi dei tempi. e lo riempie della sua presenza. Parlano guardando l'orizzonte. Il mare qui è molto inospitale. il mare non ha risparmiato neppure un pugno di terra.suona chiaro nel suo letto di pietra per la valle chiusa in cui si raduna l'abit ato.

si potrebbero tradurre in suono: un sibilo lungo echeggiante da valle a valle nella solitudine in cui rompe preciso lo schioccare della forbi ce del potatore.a. si può st udiare bene la struttura di Genova. verdi. q uasi un ricordo della città costruita nel sasso. è dive nuta famosa. che fa ricordare. e poi il tralcio frondoso è adagiato in modo da riparare dal vento bruci ato del mare il segreto dove il grappolo matura. hanno il movime nto d'una spirale. La buona vite cui basta poco terreno. costruiti come fortilizi. La vecchia ebbrezza del vino no n ha una storia più faticosa di questa da cui son nati e hanno prosperato cinque p aesi. intrecciarvi sopra il filo di ferro in modo che la montagna tutta e le alt re son coperte da questa ragnatela su cui ogni anno si stende il tralcio nuovo e si lega. qualche pianta smagrita dal libeccio. ugualmente impraticabile come la valle stretta. quand'uno è costretto in poco spazio. Era come voler mettere ordine i n un blocco unito atteggiato nella sua architettura dalla natura e dal tempo. senza più sp azio di quello che la città concede a una qualunque abitazione. ridenti. libe ro. del panoramico. e non è strano che molt i viaggiatori li abbiano sfiorati senza capirli. dal Castellaccio. e pareva una passeggiata intorno al bastione d'una fortezza. in una brumosa matti na di primavera. o in una cupola gigantesca. dal muro a strisce bianche e nere dell'anno Mille fino al palazzo floreale della Borsa. tentativo fedele d'una scalinata celeste. un nastro di strada davan ti alla stazione. e t utti i suoi monumenti sono schierati lungo lo scoglio cui è aggrappata. Per uno spazio di otto miglia in lungo e in largo. dall'altro lo strapiombo sul mare. porsi tra monte e mare. delicata come una donna dei paesi del sole. una galleria nella roccia. non gravita intorno ad essi. qualche agave. della pietra d'una volta. l'ultima torre genovese del Bosforo che di lontano risponde al tronco della torre di Galata. e lo stesso aspetto dei magazzini che si vedono ancora oggi a Costantinopoli. Un passaggio tra pietre. tarchiata e nocchiuta come un vecchi o italico resistente al lavoro. La trovai seguendo una compagnia di ragazze e di giovanotti vestiti a fest a. e alla svolta un viottolo a mezza costa del monte. di riscoprire quello che poteva rimanere di Genova medievale e co munale. Questa un iformità dello stile dei genovesi è il loro carattere più vecchio. si perderebbe quello nu ovo che è singolare. Ricordo. L'idea che balenò qu alche anno fa. scalette strettissime per la china rendono praticabile quest'opera e raggiungono le case solitarie tra i vigneti sulla cima del monte. In tutto quello che è architettura genovese v'è un'estetica del perpendicolare. qu el tanto di ciclopico che l'architettura genovese ha portato fino alla Crimea. anche perché dettato dalla somiglianza del terreno dovunque siano sbarcati: si sono dovuti sempre arrampicate. In una lotta così esatta con la strettura. il miracolo di chi vi camminò sopra. Come in una grandiosa scena di teatro. e si stende in un fondo compatto il tonfo uniforme del mare. anche la passeggiata di Riomaggiore è ang usta. sotto il muro del Sette e Ottocento. rendeva lieta la brigata dei giovani che andava su e giù pel sentiero or nato di qualche panchina. Questo sentimento di spazio. la cui importanza sta nella sua continuità di vita e d'animo. COLORI DI GENOVA Il carattere e la struttura di Genova sono fra i più gelosi. la torre domina cilindrica come un silo. non s'è fermata a una stagione della propria vita né a un tempo né a un costume. Dal punto più alto della città. piantarvi la vite. e sotto il mantello di qualche trasmigratore è stata portata come un esemplare fidato oltre la stretta catena delle Cinque Terre. forse non si riguadagnerebbe il carattere antico. nelle più antiche chiese geno vesi la cupola è tutt'uno col campanile. è piantata nel mezzo della chiesa dove soli tamente si leva la cupola. Il viottolo gira per le pendici fino alla prossima valle. dove pure il suolo è crudo e ha bisogno di piante tenaci. fortunatamente non fu mandata a effetto. Tra le fratte e i pini marittimi ci si ritro . il mare grande. ma li comprende tutti. l'acciottolio della zappa. fino a settecento metri di al tezza. versarvi la terra trasportata dalle donne cofano dietro cofano. da un lato la parete scoscesa del colle coronato di viti. Poiché Genova offre monumenti ill ustri quasi per caso. dove il salino pure minaccia le piante. i monti delle Cinque Terre si levano col sistema loro di terrazze innumer evoli. S i può immaginare quale fosse Genova nel suo tempo comunale mettendo insieme i rico rdi genovesi disseminati nel Mediterraneo fino al Mar Nero: la pietra scabra. De ve rimanere assai poco.

le rotonde dei muraglioni ch . anche la più modesta. muraglioni. bastioni. Questo mi parve curioso a Porto d'Ischia.va come quei gruppi che nelle vecchie carte panoramiche siedono fra gli svolazzi del titolo: un bimbo raccatta sassi. Hanno vivi colori. solo qu alche cupola emerge come su uno specchio. sembra precipitare in disordine negli avvallamenti. tempo del teatro e delle grandi fortune marinare. sul mare. sul cielo. cor nicioni. si scorge il qua rtiere sottostante con le sue convergenze di scale. ques ti edifizi si puntellano l'uno con l'altro. che a certe ore. Ho detto che Genova ha in sé il tema di molti luoghi e di tutte le città marinare de l Mediterraneo. edifizi stretti e alti. si respira il forte odore del porto. come i n quella piazza e chiesa Carignano. è difficile scorgere una strada o la facciata d'una costruzione. A Genova e in Liguria si trova poi una forma di città e di abitazione che ne lla costiera napoletana è appena accennata: la casa altissima lungo i porti e gli approdi.. perde il senso del volume e non è più che colore e illusione di scena. quasi irreale. un gruppo di scolari ripete la lezione per gli esami: "Quand o si determina il rialzo dei prezzi. una razza unica cui è difficile assegnare altro ceppo che il mare. e sulla ripa di Genova si allineano i grattacieli come li poteva concepire il Sette e l'Ottocento. se ne vedono lungo la costa del Tirreno. Anche sulla costiera di Amalfi l'architettura popolare si adatta alla monta gna colle sue scale lunghe come viottoli. i tetti sembran o quasi aiutarsi a salire. rifanno aspetti di vita simili fra loro. e più su s embrano di un piano solo. ne è una capitale. un vicolo stretto fra due mur iccioli. e questi ricordano quelli. con un'uscita sotto e una sopra. finestre con gente affacciata. ma in Liguria tutto questo è svolto in grande. Essa appartiene all'internazionale dei paesi marini . traversando un po nte. stranissima al primo vedere: sembrano enormi vocabolari allineati. superfici lisce. Così il parallelepipedo della casa prende un colore teatrale. e il cubo monotono della casa moderna che richiama alla memoria città orizzontali. Genova si configura nelle forme più diver se. è sospeso in alto come a una gru. un modo di abitare che si s omigliano nei luoghi più diversi del Mediterraneo: forse per questo a chi viaggia sembra che i vecchi luoghi sul mare siano stati sotto un solo impero. v'è una forma di costruzione. i colori li distinguono. una ragazza col suo cane segue l'entrata d elle navi in porto. Paesi arrampicati sul declivio del monte. bugnature. Stando a Genova. all'improvviso. V'è qualcosa della nave nel loro disporre i paesi. Che ci sia una spianata e si allineano quattro o cinque enormi cubi da città m odernissima e piana. lontano. i grattacieli del porto di N uova York. le finestre lunghissime e stret te. dando il senso di un'altura resa prati cabile in cui alla fine ogni accidenza del terreno è sfruttata a scopi di architet tura. torri castelli e fortezze ricordano i mag azzini.. V'è un senso di vicinanza nelle facciate strette e nelle finestre vicine. più oltre appare una strada. ma decorate spesso di false prospettive. il rosso e il rosa sono i colori delle loro c ase. al punto da ricordare un'altra curiosità architettonica. fin dove. vi ricordate di cento altri luoghi diversi. Dai pianerottoli. di semplice lusso. Esiste nel profondo de lla vita del Mediterraneo. con la bizzarria degli edifizi intorno a cui corre e serpeggia la medesima strada che li tocca al pian terreno e giran do li sovrasta all'ultimo. tra casa e casa a un tratto appare il mar e. come per un vago odore o ric ordo o suono. fin verso Amalfi. leggero. un orto.". la città non è più che un'ultima casa bassa. L'ardesia grigia e azzurra dei tetti de lla città forma un lastrico compatto che si alza e si abbassa a seconda del terren o. queste decorazioni danno l'impressione di scenari del Settecento. ma una grande città costruita tutta a questo modo diventa un capolavoro. come si vede. che ricorda vecchie città del nord. o che proprio la loro scelta cada su terre difficili per la necessità di abitare gli approdi. quando lo vidi la prima volta. edifizi che da una parte son di sette piani. tra la gente migliore. tutto dipinto. Dovendo pro fittare di tutti i capricci del terreno. La ristrettezza dello spazio impone dovunque le sue necessità. Dovunque vadano. lastricato nel mezzo di mattoni rossi disposti per taglio. Dal più alto al più basso. e viene a mente come in un altro porto l ontano lo stesso odore si mescoli alla nebbia e al fumo del carbone. scorre per i pendii come un fiume. A un certo punto l'architettura piemontese si fa sentire. nella luce de lla sera. di sette o otto piani. ma senza quasi dislivelli repentini. poi le strade che dividono questi edifizi sfogano da una pa rte e dall'altra su un panorama di tetti più bassi. archi. in alt o.

menta. il giardinetto col basilico. il mondo trascors o era un grande deposito di favole umane. e il senso di ritrovo di ragazzi di sera chiass osa. quest'angelo mi appariva come la resurrezione d'un mondo sulle rovine di quello vecchio. può dire se non è la medesima impr essione che dà Genova nella sua parte più vecchia. quasi vie naturali che immettano in un regno di natura sulla cima di u n monte. quest'angelo dal viso né adulto né giovane. i vestiti all'ul tima moda. Cento altre chiese e palazzi di Genova sono tra gr andi edifizi che sembrano coprire cotesti monumenti quasi col loro stesso tetto. c ol viso di tutti gli adolescenti dell'arte primitiva. l'ho sognata. Da lle luci sfolgoranti dei luoghi alti si passa a luci di acquario. Mi riapparve l'Arcangelo San Michele. raggiungono il pianerottolo. veniva su da quelle annunciazioni improvvise con cui il popolo a un certo punto ridà l'avvio all'arte . di piccoli monumenti arcaici imprigionati tra costruzioni del Sette e dell 'Ottocento come è raro vedere altrove: la misura antica contenuta nella popolosità e smisuratezza moderne. molto in alto. dagli spiragli fra casa e casa. E mi pareva di sentirlo cantare. Piazzette nelle piazze. e l'Italia il punto di convegno di tutte le favole. appaia coi suoi colori stinti e tenaci. un'umanità indaffarata. come succede a chi va in montagna. bolognese o napoletana o lombarda. intima come una casa. le piante odorose che condiscono la cucina genovese. c'è una pennellata di verde. Raramente accade di sognare una cit tà. strade c he ricominciano sempre daccapo. giovane. riassunto delle cucine del Me diterraneo. Qui si ha il senso della vecchia città. di mercato settimanale. o il palazzo Doria. Ora. È come un grande palazzo diviso . diventò un gran sim bolo. il giallo e il rosso. ed egli. come è il popolo. come si sente il peso d'una roccia e d'una grotta su l mare. sempre o quasi sempre a livello di una strada più alta. non si scorge aperto che un quartiere per volta. e ad aggirarvisi prova l'impressione d i esser fuori e nello stesso tempo in un interno. e ogni cosa si rivelava con l'improvvisa facilità con cui i sogni apro no il senso della verità. è un arcangelo dal viso di contadino adolescente. uscendo dagli ascensori che trivellano la roccia. nel portico schiacciato . d'un canto antico e primaverile. un acquedotto divenuto modello d'un'architettura sacra. ma questo a me accadeva naturalmente. In breve. più si sale e più si chi ude il lastricato dei tetti. dall'alto del timpano della chiesa a più o rdini di colonne sovrapposte. danno in grandi stanze profonde. da questo impiego d'un tema antico. Si è sicuri di percorrere una strad a. in cui la luce filtra con un colore marino. quello che essa possiede in modo unico. porta un gran mondo nel pu gno. come l'architettura di questi luoghi imparò dagli ac quedotti romani. ma nello stesso tempo sembra di aggirarsi in un interno. meglio. con un forcone divenuto lancia tiene a bada il diavolo serpente ai suoi pie di.e arginano uno sprone del monte e formano un nuovo principio di strade. perché la vecchia piazza pop olare italiana. le terrazze delle case. il peso della città intero. le religioni tutt'una. Gl'interni sono la continuazione della vita della strada. quello che sovrast a la chiesa dello stesso nome. ricciuto e paffuto guarda il mondo. del la Spina. così accade di sentire leggendo un verso classico magro e t emprato nella sovrabbondanza di una prosa recente. tanto che è causa di c ontinuo stupore vedere aprirsi in questa incredibile dimensione porte e androni. Quello che avevo veduto il giorno prendeva senso da questa memori a notturna. . lunghe . a triangoli. il sole vi si fa strada a fette. più in alto di quanto si pens i. quando tutto è morto e tutto ricomincia. una galleria coperta. tutt'uno i popo li e le civiltà. là è il più vecchio colore d i Genova. Dove lo spazio si restringe. come i contadini e i pastori all'alba. interni. Vi sono edifizi dove le scale seguono nell'interno la pendenza del monte. Chi s'è trovato qualche volta in un palcoscenic o su cui è disposta la scena di una strada. in ombra. dritte. fino a Sotto Ripa dove si sente. cortiletti. È difficile dominare la città. c ome se entrasse da finestre in un luogo chiuso. Sugli spiazzi elevati tra i muraglioni appaiono d'improvviso. Basta che si apra una piazza su una dimensione sufficiente del terre no. la strada è coperta. edifiz i contenuti fra altri edifizi come in una custodia: la chiesa di San Matteo. Sul grigio pan orama dei tetti. tutto quello che avevo veduto il giorno si legava a lui. come nel Sestiere di Porteria. come se nel sogno potessi ravvisarla e c apirla meglio. MEMORIA DI LUCCA Ho veduto Lucca e poi. ma meg lio. in Piazza Sarzano.

paesi. C atone ed Ezechiele. il medioevo italiano ne compì la parabola facendo lo stesso per la romanità e per l'antichità mediterranea: profeti ebraici e grandi poeti romani. Dante qui m'era vivo presso la sua casa di Gentucca più che in ogni altro l uogo della Toscana. guai a lei se si arrende. Lucca non mi apparve come una di quelle città dove l'arte ha la sua parabo la tra crescere. Lucca è una città che ha il segreto di molti fatti italiani. allo stesso modo il Cristianesimo si servì della Bibbia. quando questo era un modo di vivere e di c redere. e in questa contaminazione. Tutto questo è chiar o e vivo a Lucca. quella in cui la c iviltà italiana era naturalmente l'erede d'ogni cosa che avesse senso umano. dopo di che quasi non costruì più c hiese né palazzi né torri né santi. non aver vissuto invano. ma che vive della propria tipicità. Il mondo era stato fondato per sempre con gli antichi: v'era un sol modo di atte ggiare le passioni. costumi. d'essere universali e civili. s'ha l'impressione di aver visitato quell'umanità. Su una colonna del portico del Duomo. lo stesso sen timento del mondo ch'ebbe Dante. Virgilio e Davide. gennaio con la conocchia. maturare. un'architettura ferma pressappoco al tempo di Dante. chiusa talvolta come un'entità particolare e lo cale. riducendole al suo senso. ingrandire. un disegno s ulla pietra c'informa del Labirinto. Non sembra di leggere an cora Dante? Non è lui il gran costruttore di cattedrali. Esso è qua come nell'opera di Dante. col disegno d'un acquedotto costruiva una chiesa. una sola epoca. è la sua predestinazione. morire. la grandezza del mondo nuovo era tutta nel fatto che potesse assomigli are ai grandi temi antichi. infine.Infine. novembre all'aratro. eguagliandole a se s tessa. differenze. e alla fondazione d'una chiesa non trovava stra no ricordare le favole pagane. aboli va le distanze. era il mondo nuovo che al suo nascer e ricordava i drammi dell'umanità. era il nuovo. febbrai o all'amo. anche le operazioni quotidiane. ottobre sul tino. da cui nacque la stessa architettura romana del Rinasc imento. dicembre tra i boschi a caccia. ma lo schema della bellezza e dell'armonia nell'arte sarà sempre suo. d'una discendenza e d'una storia anche nelle passioni dell'uomo. Lucca trovò queste cose a l primo stadio della sua ispirazione. terriera. la cui v italità può rimanere più o meno nascosta. è ricorda to alle soglie della nuova religione come è alle soglie del viaggio dantesco. i libri d i quel tempo. cioè la capacità di assorbire molte cose del mondo senza lasciarsene turbare. C'è la stessa audacia. essa il par agone migliore. Tutto vi assume un colore di mitologia. diventa un fat to coloniale. trova r parentele ed echi nei mondi scomparsi. Essa coincide con le qualità più profonde e naturali dello spirito u mano che nell'arte si vuol sublimare. comunale. non cercò di superare se stessa. e una scritta dice pressappoco: "Questa è la forma del famoso labirinto di Creta". questo. di esser cittadini del mondo universale. traversie dell'uscita d'Israele e favole d'Ercole e di Minosse. e non soltanto perché qui amò una donna di carne. quando mescolò l'antichità al tempo suo. ma piuttosto una città al punto più alto del geni o popolare. una civiltà nata dalla più stretta aderenza all'uomo e alla natura. il mondo antico è come il presentimento del mondo nuovo. varietà. Questa è la posizione dell'italiano nel mondo umano. marzo alla potatura. e nei nuovi sentimenti la grandezza di quelli vecchi. ad aprire. e tuttavia avev a trovato il tono giusto. aveva un solo accento e nuovissimo sempre per cantar e queste cose. quella che allo stesso modo si riallacciò alla paganità e che dai monumenti superstiti trasse i motivi per le sue nuove costruzioni. Una civiltà rimasta interna. creando su gli antichi i nuovi miti. per cui esiste una sola stagione. che non cerca l'universalità in una misura com une che si accetta o si dimentica. ma perché qui ma ggiormente è il colore e l'ingegno del tempo suo. dopo averla visitata. che dalla assoluta contemplazione di essi tocca le magg . la vecchia religione non è altro che un regno non ancora toccato dalla grazia e sta alle soglie della fede come il labirinto inciso sulla colonna del Duomo di Lucca . Lucca è rimasta a quella fioritura. il segno del potere degli italiani a ridurre il mondo alla loro misura? Civiltà difficile a tutti. aprile a cavallo e un fiore tra le dita. tra la Deposizione dalla Croce e la Carità d i San Martino ricorda i dodici mesi dell'anno. e l'architettura lo stesso. i fatti umani avevano un sol corso e una determinazione quas i fatali. quando si conquista intera potrà tardare il giorno della sua gloria. sulla soglia delle cattedrali ricorda l'a ntichità e le favole perenni del mondo. che lo abbraccia tutto e vi si riconosce. È un m odo. come un mondo di passioni e di fatti fermi sui qu ali si ricalcava ogni altro avvenimento: la necessità.

del la gioventù. Mi parve questo. e i grandi paesaggi. a un tratto. ebbe figli. leggerezza. Tutto è composto nell'atto della vita e della grazia. e poi la nascita dell'industrialismo in I . È composta come in un sonetto del Petrarca. Il pudore dell'artista si confonde col suo pudore. che non è dei meno interessanti: egli porta sempre qualcosa dell'artigiano.iori altezze: è un antropomorfismo con cui non ha nulla da fare gran parte dell'ar te moderna che taglia agli uomini i legami con l'originarietà per farne manichini di idee e di religioni che rinnegano l'uomo qual è e volendolo elevare lo umiliano . L'occhio n on si sazia mai di percorrere questi punti dove è il segreto d'una vita e di un'ar te. Sorride? Pensa? Vede entro di sé? Ha l'occhio come un fiore chiuso e mai sboccia to. "Morte immortale". Giusto il Santo Volto col suo terribile aspetto. come raggi che sfiorano il centro d ella sua vita di madre. È un a ttimo. notai che ai piedi delle vecchie ta vole degli altari erano state erette altre immagini più moderne. la veste è drappeggiata come una c oltre di pudore. Amò. soltanto la s ua fine è l'episodio più importante del suo passaggio sulla terra. fu sposa. Prima di tutto c'è lo spettacolo di come l'italiano si trasforma a co ntatto con la vita organizzata e collettiva. Q uel senso di sbigottimento che nel settentrione è dato dalle infinite Danze Macabr e. È un fatto che i santi di allora nessuno più li prega. a Lucca. e anziché sopraffare il vecchio colore d'una vecchia vita. sulle ginocchia rigid e che sole attestano la pesantezza della morte. Dietro a questi le vecchie tavo le delle Madonne tra putti nudi. egli trema ad atteggiarle la veste: là dove le gambe si stendono. al contrario dell'arte italiana che dà per misura l'uomo. il principio d'un nuovo canto. e forse soltanto sogguarda le pieghe de lla veste che convergono al seno e al petto. Si capisce come ad ognuno di questi accenti qualsiasi pellegrino abbia trovato l'accento d'una nuova gioventù. IL POPOLO. dalla rapprese ntazione d'un breve attimo umano ricava i misteri profondi. Solo in questo punto della morte fu affidata a un artista. fragilità. tutta Lucca ve lo ricorda. i capelli ben pettinati. Tra i frammenti sparsi nel muse o di Lucca v'indicano lo stemma d'Ilaria. Ma poi. un a donna per cui s'è compiuto il miracolo della morte immortale. i Santi dal mantello turchino e g iallo. angeli né tristi né lieti reggono la ghirlanda intorno al suo sarcofago. Il cane ai suoi piedi leva il muso interrogativo. tutto nell'atto più bello dei fatti umani che è il principio . chiuso nella sua cappella come in un antro sibillino. Chiunque è passato di qui è venuto a visitare Ilar ia. Là presso giace colei che fu chiamata fino a ieri Ilaria del Carretto. cari alle oleografie. Ed eccola sospesa nella fantasia degli uom ini. come una visita di dovere. come il lino dei pontefici in trono. I VETRI Uno dei fatti più nuovi dell'Italia d'oggi. ognuno che è entrato qui s'è seduto sul banco lungo la parete a guardarla. quando un nuov o accento dell'arte nasce nel mondo. tutta lei è la testimonianza d'un ingegno che da un fatto naturale. il segno più ermetico. che dalla esattezza della verità trae qualcosa di attonito. al gran Jacopo. Lungi dallo sfigurarvi. C'è il sapore di cen ere di tutta la poesia italiana. eccolo che ancora una volta ricorda la fant asia tra popolare e classica italiana. La gloria è la gran droga italiana. il compendio di tutto lo sforzo i taliano. antiche pietre. è lo sviluppo delle industrie in paesi v ecchi. non ne delinea la struttura carnale. EMPOLI. e sembrerebbe uno di quegli adolescenti pag ani se la sua non fosse l'adolescenza perpetua delle spose di un tempo. e un medesimo pudore. e pare di leggere in quegli angeli l'attenzione dell'artista. ma si avvolge dal piede sinistro al piede destro confondendo lo stampo del corpo. donano all'ambiente e a l paese. è sospesa come sul pun to di dormire o di annegare. il quale cert o la immaginò più che ritirarla. andando di chiesa in chiesa. dice in greco una lapide del Duomo di Lucca. l'occhio di chi non ha veduto nulla. non più grandi d'un metro quadrato. Santi in contemplazione. col giglio fiorito. lo fanno risal tare meglio. Antich i poeti. forse in quel solo punto gli fu lecito contemplarla . Porta una ghirlanda s ulla testa. la piccola scena di un attimo. nelle solite cornici dorate: la Madonna dal profilo emaciato e dalle grandi lacrime tonde che paion di vetro. da noi lo dà lo spettacolo perenne della vita che vuol vincere il tempo. Perché non si vedono i piedi? La veste è tirata sui piedi come il lino d elle antiche statue sacerdotali. Ma all 'alba. non segue la lunghezza delle gambe. della forza. e per esempio in Toscana. annullamento. che si domandano quale simbolo chiuda.

Basta tuttavia che la società si organizzi su un dato schema. le donne cuciono sui balconi. Il tramonto rosso e il perdersi del fiume nel piano ricordano il mare. a vederne alcuni ancora aperti. Mi chiese anch e notizie di Prato. è u n meritato riposo. perché Empoli ha almeno una quin dicina di fabbriche di vetri. che imitavano nell'apparenza le vecchie logge e i vecchi palazzi d'arte. Al tempo del gr ande artigianato e delle vecchie corporazioni. Il popo lo intorno a questi nuclei formò i suoi. col fare filosofico dei "ciaba" di tutti i paesi del mondo. e il contadino nei campi contigui non ha finito mai di lavorare. Per chi detesta la spocchia di certa vita moderna tutta nel parere quel che non si è. La razza vuol p ur dire. In quella venne avanti un ciabattino. Aspettavo qualcuno per domandarglielo". un cam po di gioco. una fo ntana ricorda la munificenza d'un signore che dotò la città d'acqua potabile. A Empoli mi accadde di pensare a queste cose davanti al suo vecchio Duomo. E che dire di quest'insegna che porta scritto "Bazar fantastico"? Empoli è in piano. giacché viaggiavo. Si dilungano laggiù i quartieri degli operai. Non è più la nudità d'un tempo. e si correrebbe non so quanto al ric hiamo di questo vino dal sapore di vecchie rose. è già la nudità moderna che ricorda la camera da letto. le insegne e le merci. e la vita si riannoda al vecchio filo. le città ebbero centri nati da quel l'assetto. E non era più l'Italia quella div enuta soltanto agricola e che aveva abbandonato ogni ambizione civile. e ho sempre pen sato se corre più il Tevere o l'Arno. poi divennero i musei di quel lavoro. d'insegne che avevano portato qualche cosa di artis ticamente popolare nello zinco verniciato. I rag azzi giocavano in piazza. una colonia estiva. come altrove "tout fini t par des chansons". sarà una torre. Nacquero perciò tanti monumenti senza scopo. fatti di botteghe sotto i portici. di mescite di vino. in Italia tutto si concluderebbe in architettura e in arte. Su un banco del fiume all'asciutto giocano i ragazzi . Perf ino i prodotti a serie dei magazzini sembrano appesi a un albero di cuccagna. noi l'Italia fummo abituati a c onsiderarla così: si rimpiansero i più abili artefici e artigiani d'Europa. queste osterie a ogni passo che spengono l'arsura della strada polv erosa. mi disse. quattro donne di marmo sorridono nude. di vec chi caffè. Non sa ranno più i palazzi dell'Arte d'un tempo. la tendenza è la stessa. gli steccati gialli di qualche cam po sportivo. che ritrovi in qual che modo la sua attitudine naturale. questo m ercato quotidiano che ricorda da vicino la vita. come era considerato il lavoro industriale. la sua lotta. Ecco che cosa può pensare un uomo solitario sulla spalletta d'un fiume. I carrettini dei fiaschi da impagliare sono fermi davanti alle porte. "venite pe r l'appunto da Roma: come corre il Tevere? Io ci manco dal 1885. come se tutto questo fosse l'annunzio d'una fiera e d'un Luna Park. D'estate i vetrai son chiusi. Mi domandò se fossi venuto a E mpoli per lavorare. e cioè la capac ità del lavoro a crearsi i suoi monumenti e le sue testimonianze come l'avevano av uta un tempo i tintori o i lanieri. con lo stesso color verde che ha a Firenze. e l'atteggiamento di chi tira i due capi dello spago nelle braccia u n po' discoste. e la polvere. perché quella funzione torni in pieno. il grande nuovo articolo che preparava una vetreria era uno spet . Qualche cosa però non era andato perduto. i mer cati. I fuori porta si vedono dalle sue strade dritte tra balenii di biciclette che si confondono con quelli delle foglie degli olmi prese da un lung o tremito come se pullulassero. ma sono arrivato in tempo. Di sera sono aperte le finestre. a prender aria. Ci s'imbatte a un certo p unto nell'Arno. e riacquistano il vecchio prestigio dell'infanzia.talia non è quella cosa nuova e strana che s'è creduta per un pezzo. ma non di più lontano. e questo lavoro senza volto. Sulla s palletta del fiume c'era un uomo seduto a guardare. saputo che venivo da Roma: "Oh". e i richiami delle trippe e della zampa. i manifesti che laggiù sono più larghi e coloriti. C'è un modo di disporre e di mostrare le cose del vivere che ha della compos izione. e nulla è tanto eterogeneo che non entri in quest'atmosfera che è pur dura e di lotta. il contado. E poi le merci sulla strada. vi si attardavano donne coi bambini in braccio. Si starebbe delle ore qua in mezzo. e poi. di tutto il mangiare semplice. Gl' impresari cambiano. ci sono i santi agli angoli. riprende il suo vecchio potere. il popolo s'è fatto la sua decorazione per la vita quotidiana. perché in conclusione. di vecchi vasi. ma si to rse il muso davanti ai fumaioli delle fabbriche. qua ndo era ancora fresco. In mancanza d'altro. e sott o un calice di marmo grondante acqua.

Fuori. o di paesi visitati. Il soffitto è altissimo. ognuno di quegli oggetti ricordava un amb iente. altre oliere da trespo lo. Paiono orti di grosse zucche. a perdita d'occhio. Appeso in basso a una lung a canna si gonfia come una nota profonda il bottiglione. che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali. di alcuni n on rimane che un ricordo vago. Questo un gran m agazzino di tali manifatture: c'erano rose. il ritmo del le canne lunghe disegna fra uomo e uomo. e in circolo ognuno si dispone co n la sua canna. È un m ondo assai precario. il bicchiere dell'osteria. e questo bicchiere. qui acqui stano quasi aspetti di tribù. per generazione. Dev'esser la stessa l'emi ssione del fiato. antichissime. S'immagina quanti esemplari. È come se concertassero degli strumenti. ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi . viaggia. Ecco cose fatte per con sumarsi. i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie. Ancora una volta penso per esempio a una grandinata su ques ti vetri. A un tratto questa di vetro mi se mbra come un'umanità: corre il mondo. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola. e il naso e lo stemma della loro squadra erano le cose più rilevanti. le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tas toni. erano disposti i giocatori. tra i potenti ventilatori e le finestre. aprivano bocche mostruose o sembravano pezzi d'anatomia. a migliaia. il gruppo degl i operai sta raccolto in mezzo. e gli ospedali. e su questo tema. che è tutto dire per un'operazione delle più faticose. coi loro turaccioli. le bottiglie. all'infinito. a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi. separati da muriccioli tra magazzini confinanti. della nostra infanzia. si disperde perfino la traccia della pianta d'una città. Oggi escono da ognun a di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno. dietro l'ispirazione d'un artigiano ignoto che t rovò quella prima misura all'emissione del fiato nella canna. d i travi e d'assi. si sono rotti per uno che ha varcato il tempo. le oliere all'infinito. quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case. Ma in un altro magazzino chiuso. Soli e insieme. sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidi ane degli operai. Sembra un grande concerto che non arriva a esprimersi altro che in fo rme rotonde. Ma forse in questo contrasto sta tutto il fascin o di questo spettacolo. questo pupazzo. una coinci denza di linee e un gioco di rette ripetendo il ritmo convergente delle assi del soffitto. le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri. Passano i tempi. C'è la solitudine del lavoro individuale e insieme un colore di vecchia comunità intenta a un lavoro che ha perfino del gioco. sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano. C'erano violente simpatie e antipatie. Su una tavola disegnata al modo dei campi di gioco. La fragilità del vetro è una cosa di cui bisogna ricordarsi ad ogni mo mento. la bottiglia della camera d'albergo. nasce come un frutto duro e verde. col gesso. fiori e frutti di tutti i colori. ricordo d'una civiltà. fra solitudine e solitudine. crollano monumenti di pietra. dell a vita. s'infiamma a mano a mano che prende più aria. eppure esistono vetri di mille e duemila anni di vita diseppelliti dall a terra dove hanno dormito per secoli. abituati come siamo ad essere circondati di cose non fragili. con tutti i toni del verde. su una tabella. ognuno col suo grumo incandescente che p assa attraverso tutti i colori e le forme. il forno del ve tro è come un gran calamaio cui attingono tutti.tacolo di partita di calcio. i cestini da viaggio. pressappoco come quella cornetta del jazz che pare riesca a stento a gonfiare una palla di gomma ficcata nel padiglione. questo vaso. paiono delle bambine con la testina e il collaretto. va si e lampade. o veduti in qualche museo. ripetute all'i nfinito da tanti anni e secoli. E si scorgevano vecchie forme. e le razze diverse erano i diversi colori d'ognuno sotto le stesse forme. dura in qualche lembo di terra. la testa di vetro bianco. e fra l'uno e l'altro n on v'è che un'oscillazione media di venti grammi di peso. si ferma in qua lche angolo ignorato. mentre dall'altra parte le bottiglie striminzite e verdi da un quarto di litro fanno un altro suono di . gli ornamenti dei salotti. A un certo punto vien quasi il panico di quella estrema deperibilità. come d'un'antica fabbrica o d'un'antica chiesa. E i vasi per fiori. forme che furono dei Fenici. i comodini da notte. accompagna la vita. gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine. tant'è vero che ogni esemplare è uniforme. si colora come una bolla. la maglia di colore. e trecento di vetro artistico.

dà uno squa rcio atterrito. si vela tuonando in un nembo di fumo e di polvere. i ragazzi portano al forno della tempera i recipienti finiti in cui alegg ia ancora l'ultima fiammella e fa sprizzare scintille dal bastone. e bisogna purgarlo. Le bottiglie stanno nel forno a indurire e sembrano pani. accompagna la vita dei cavatori nelle va lli bianche. il ragazzo gli sta attorno c ome in uno di quegli esercizi perfetti di acrobazia che vediamo sui palcoscenici . in cui conta la razza. queste sommità erano coperte dal mare: miliardi di conchiglie si impas tarono alle materie organiche trascinate dalle correnti. che dallo scoppio giudica l'importanza dell'operazione. E intorno tutto un coro è intento a sentir oscillare. dalla direzione delle f enditure del masso intuisce il metodo di cavarlo. e da q uesto connubio della vita marina e vegetale nacque il marmo. l'alta pressione le formò in blocchi. dal globo alla coppa. lo stesso soffiatore è compreso di quel volume che nasce al s uo fiato. gravitare. altrimenti egli sa che il marmo si cava pazientemente. Il quale passa nelle sue mani attraverso tutte le forme. Fra p oco. di cui non si sente a tratti che lo sgrigliolio dello stac co del vetro. crolla poi come una nube. di scoppi. e s omiglia a una di quelle giornate d'artiglieria in guerra con la sua sinfonia di schegge. di laceramenti dell'aria. come s e fosse stato disposto con ordine in una scatola. si amalgamarono. si consolidarono. La scienza del cavatore è lunga come la vita di questa pietra. Questa stessa musica. in cima a un bastone bruciacc hiato. dalla conformazione. In qualche luogo è il propri etario della cava. IL MARMO Quando scoppia una mina sui monti Apuani. una lapide come lo chiamano. marmorizzarsi s otto il suo fiato le grandi bolle verdi. I giornali avranno annunziato lo spettacolo. Una macchia troppo forte di nero. egli vedrà forse scoperti i blocchi ch e giudicherà con un'occhiata dal colore. e che nessuna pr eparazione scientifica può eguagliare. sta quasi da parte un lavoratore di fino.questa musica acuto. o del principio di quei metodi. e questo è appena il principio della sua scienza. altrove le piante incarbonite macchiarono trop po il marmo. da quegl'indizi che non tradiscono mai il suo occhio esperto che ha con la pietra la stessa confiden za del contadino verso le piante e la terra. Furono come correnti troppo dense. È questo uno dei più stretti rapporti d ell'uomo con gli elementi. al piatto. poi le montagne sorte dagli abissi marini compressero questi blocchi. che ha il privilegio d'u n piccolo inserviente. le cime dei monti into rno sono gremite di spettatori accorsi da ogni parte. L'esperienza gli dice che ogni masso giace nella montagna in forma di rombo pressappoco come una forma tombale . e dove la materia era meno compa tta la incrinarono col loro peso. quando si sarà diradata la nube di fumo. come una pianta che vedesse ingrandire enormemente un frutto. A tratti. Gli alberi incarboniti traversarono la superficie candida. più o meno intensa. si vede la montagna gonfiarsi come un petto forte sotto un respiro poderoso. Raramente accade di ammirar tanto l'uomo come in questo rapporto con la pietra. rimane un attimo lungo in quello straordinario atteggiamento c he ricorda la sofferenza di un parto immane. da un masso considerevole. In quest a orchestra di forme. spesso egli si serv e degli stessi metodi che servirono ai romani. che ogni masso è inclinato dalla parte della levata del sole. A volte. nella sua forma. ancor molle. ripetend o nelle venature del marmo le ramificazioni delle piante. Il marmo è il risultato del lavoro di secoli. il ragazzo vi salda un ornamento. il ragazz o stacca il dippiù. Per un pezzo la vallata risuona del rotolare dei massi e dei detri ti. la portentosa musica del marmo che chi non l'ha udita non può figurarsela. e solo quando si ripromette la scoperta d'un banco considerevole . si lacera come un cratere. Sono questi gl'incerti del cavatore. o strati di quarzo più compatti resero più fragile la superficie del mi nerale. Dal colore d'una superficie indovina quello che c'è sotto. o dalla parte di t ramontana. una di quelle grosse mine da qualche q uintale d'esplosivo. nella profondità si fuser o. una striscia di quarzo più accentuata minacciano la durabilità del masso. il ragazzo vi aggiunge il piedino. U . l'esperienza. egli ha trovato la di rezione del pelo del masso come per un tessuto. come un riepilogo rapido di tutta un a discendenza di volumi geometrici. se ne trae soltanto un piccolo blocco. l'aiuto d'un compasso di legno per le misure e per aprire e regolare le corolle del vetro. perché raramente egli ricorre al le grosse mine.

ed essendo capocava non s'è rassegnato a guardare il lavoro degli altri: i suoi padro ni lo sorprendevano con la mazza nel pugno. sono arrivate in capo al mondo. Gli Et ruschi. da Pietrasanta. con cui seguono i dife tti e le incrinature del masso. Dove è uno che nel mondo vuol lasciar memoria di sé. là è il blocco e l a lastra di marmo. in esso sono sepolti secoli interi. la gloria. la montagna differisce da ogni altra che la circonda: sono quattro cuspidi di pietra. la luce le tempra come l'acciaio. statue e colonne. Non è questo l'ultimo sentimento che accompagna chi visiti ques to immane mondo di pietra. Perciò la cava di marmo è un fatto personale. e sarà difficile che non si ecciti al pensiero d'u na mina. che adoperavano la creta. tagliano come con un coltello. le cime son o scabre. danno quello sgomento che è un carattere di questa pietra. lo si scava da tremila anni. di settant'anni. Ho detto tremila anni di escavazione. fino a quando può. come d'un minerale fuso e rappreso. non ha mai voluto andare in pensione. i riquadri di marmo delle por te e delle finestre rustiche. meno che in un tondo. que l confuso pensare a un fatto definitivo. bianca e gelida di questo minerale dovunque ricorda il lusso. una delle cose più solenni che la natura e l'uomo abbia no messo insieme. Sono tremila anni di statue. imbianca lontanamente le strade. ed è questo i l presentimento di quell'implacabile polvere che colma tutte le valli. rimangono qui i detriti di tremila anni di scavo. riflette su Carrara quel colore lattescente in cui le ore passano come davanti a uno schermo frapposto a l sole. dà una luce speciale a ogni cosa. e uno d i loro disse in modo d'essere inteso: "Costui è troppo presuntuoso. Con uno strumento così pesante non oltrepassano d' un millimetro il segno. colonne. il marmo lentamente riprende il colore d'acciaio delle sue montagne. d ai residui di blocchi da cui furono cavati gli stipiti del Pantheon sino a quell i dei lavandini di cucina. il cava tore resta con la sua pietra. il sole a diverse ore vi stampa in finite gradazioni. gli spiazzi pieni di l astre e di blocchi. i secoli spenti che vogliono per essa sopravvivere. La valle bianca sembra colma d'una neve in una stagione in c ui le cime siano disgelate. Ma. un lastricato di marmo davanti a un'osteria. la morte. è il mondo sopravvissuto che parla attraverso il marmo. ha il colore d'una grotta montana. in cui è rifugiata la pupilla. Io l'ho visto sc alpellare in non so quanti luoghi del mondo. promosso capocava si rassegnerà male a non avere il suo bl occo da purgare e da squadrare. il duomo di Carrara . Due vecchi cavatori si scambiarono un'occhiata. a un materiale cui si affida la memoria degli uomini. Ne ho conosciuto uno. dove l'orbita è più fonda sotto la fronte. Ma se tutte queste cose. tutto di marmo anche internamente. qui usavano il marmo. distingue il suo pezzo di marmo tra mil le. di straordinariamente duttile. i depositi di marmo. vecchio ch iederà ancora di servire. Il cavato re conosce la sua cava come la sua casa. Sono venticinque le vittime annuali di quest'opera. i detriti si sono aggiunti ai detriti. le ombre vi si adagiano den se come di velluto. perché da palmo a palmo la montagna è diversa e il minerale assume diverse confi gurazioni. Miliardi di tonnellate di scheggioni si s ono accumulati in queste valli mutandone di dieci in dieci anni la fisionomia. quella mazza del peso di otto chili. in ci ma a tutti i tempi. come l'arte e l'artigianato. si vedono gli effetti dei contraccolpi e gli spostamenti nei mille atomi che la compongono. A lui non inse gneremo nulla di quello che sappiamo". Per chi la veda dal mare.na volta venne quassù un ingegnere fresco di studi e di poca esperienza. in quest'operazione la pi etra diventa qualcosa di elastico. dimenticando la loro civ iltà di fornaciai. Questi danno i l colore bianco di neve alle valli tra cui formano una immensa corrente perenne. infine. . Gli occhi dei cavatori sono quasi interamente chiusi. voleva fa re e disfare a suo modo. Già lungo il percorso. ma vi è qualcosa di vaporoso e di sfumato. Con un braccio di meno diverrà guardiano. templi. Sono occhi a for ma di virgola. Lungo la strada l'insolita presenza d'una pietra così preziosa. tra esse s'aprono tre valli bianche. Di marmo si vestono cose definitive. la pr esenza. con cui danno colpi che hanno la precisione d'un taglio. si aggiung eranno poi quelli dei secoli avvenire. una lastra che fa da scalino malfermo a una casupola. Anche l'uomo.

radicata nel monte. alla corrente di marmo si mile a un'onda immobile. una delle più difficili e delle più importanti d el cavatore. i massi rotolano con un fragore lungo. una statua che si potesse vedere dal mare. come di tuoni. tra marmo e marmo. correnti. i suoi detriti. sembra venire avanti e sommergere i rifugi e l'osteria dove cresce gracile in quel bianco un garofano. villaggi di cavatori. da secoli. sembra che seguano una corrente. Li sbozzano sul posto. La lotta coi detriti è. alto. così fantasticò qualcuno. I cavatori isolati. si levano su dalle cave le lisce pareti del marmo compatto. Essi sono detti comunemente "spartani". è già un lavoro salire quest'erta di dove si s corgono le grotte profonde e solide delle cave in un panorama da Purgatorio dant esco. abbaglia come la neve. trovano qualche blocco più grande. i rombi. fino a oltre mille metri. ab bagliante. dolce. Dal l'alto delle terrazze. hanno sepolto perfino alcune ca ve. Lentamente. ondosa. impercettibilme nte. sui bianchi abissi gli uom ini sganciano il carrello e lo rovesciano gridando dall'alto se qualcuno passi. disposte come celle d'un apiar io nel monte. Non si vede che la pietra su cui s'impara a stare in equilibrio. ogni cava ha un suo versante che scarica. In molti punti hanno quasi r aggiunto la sommità. È questione di vita o di morte delle cave. è la montagna che cammina. cambia d 'anno in anno l'aspetto dei luoghi. squadrato. di rovina . un vaso di fiori. le diverse onde del marmo voglion congiungersi in fondo alla valle. scavano già sotto la cima in cui la pietra si atteggia a statua . e contrappunta il rombo dei de triti. e le valanghe nuove che scendono d all'alto. solleva la strada del fondo valle ogni anno a una più forte inclinazione. so tto di loro. nel bianco indistinto dei detriti si disti nguono quelle forme uscite appena dalla sbozzatura. pietra per pietra è sotto il passo una lunga musica minerale. Queste hanno dovuto cercar sempre un più alto gradino della montagna per sottrarsi al peso del materiale di scarto: formano pel monte come giganteschi scalini. ha il ritmo d'una pioggia calma. La montagna dove stavano compressi è scomparsa sotto di loro. in breve sono incrinate dai ced imenti del terreno. Dopo un poco si distingue il marmo calcinato dal tempo. gli scoppi delle mine. fra tanti detriti. sospesa. e spesso trovano di quel mar mo egregio che sembra una neve densa e posata quando si unge d'azzurro. qualche . Sono cinquecento cave a compiere nelle tre vallate questo lavoro quotidiano. Dall'alto delle cave. attraverso nuovi moti. su cui la fantasia leggerebbe chissà che immagini p rigioniere. o le case costruite in prossimità del lavoro. rumore di questi poveri spigolatori del marmo. rigido. Michelangelo diceva: "Io ne cavo via il dippiù". E sopra questo mare di pietra bianca. La musica degli scalpelli in fondo alla valle. rabbuffata. anch'esse composte di detriti. Il bianco immenso è intorno. per sfuggire a questa corrente. fra tanto rovini o. che preme la valle da tutte le parti. minaccia di seppellire le cave.È quanto rimane delle mine. alta. sot to la minaccia dei detriti che rotolano a valle. sembra che la stessa montagna rovini. tavole gi gantesche di bianco o di nero. che sembrano grilli. dà l a vertigine. il terreno è coperto di quest o materiale. un mortaio. si ha l'impressione d'un fiume gelato e miracolosamente praticabile. Il cumulo dei detriti non ha mai un assetto stabile. che sta intorno a loro. d'un bianco cavato ieri. i detriti per la china diventano velocis simi. quasi campestre. mostra quasi un'immagi ne sepolta dentro. Altri vengono dalle marine a piedi. delle squadrature dei blocchi. qua e là. un grappolo di rose. Il blocco di marmo intero. a dieci centimetri l'ora. Alcuni operai abitano villaggi vicini. il moto di esso è così fatale e sicuro che le casupole piantate nella v alle o sul pendio. in un interminabile lavo ro. spinte. rifugi di cavatori e osterie. il lungo lamento del filo elicoidale che taglia gl i immani blocchi delle cave. le scariche accompagnano chi sale per l'erta dove sull'ammasso delle pietre i passi dell'uomo hanno formato un viotto lo. incombe sulle cave stesse. e quello fresco. di crolli. esso va avanti come un fiume. Lungo. fra le altre. Si cammina su un elemento incerto. come se si cammi nasse per una tastiera. per liberarsi dalla loro invasione i cavatori scavano sempre più in alto. si accumulano all'immensa distesa dei blocchi bianchi. Da questi scheggioni di marmo rifiutati cavano appena una tazza. sono l'elemento fluido di questi luoghi. di trenta e trentacinque metri di altezza. fitta. e si dan no a squadrarlo. di questi indipendenti dalle grandi famiglie delle cave.

hanno costruito formidabili baluardi co n le stesse schegge del marmo. srotolandole da un gruppo di pali di legno infissi a un blocco di cemento. risolvo no problemi difficili di pendenze. tutto parlava dei due corridori ciclisti allora in gara . la lizza. escono dal muro compatto e fanno da scala alla sommità per quando si seguiterà a innalzare contro l'incombente marea di detriti. Ho visto. Il capo lizza. di arrivare primo. Per contenere la massa dei detriti nel suo continuo moto verso il basso. I lizzatori. capolavori di tecnica che seguono le accidenze del terreno. davanti al suo blocco che precipitava. era trattenuto da corde d'acciaio che un uomo mollava gradatamente dall'alto. stavano intorno al carico badando a to gliere di dietro le assi a mano a mano che il blocco avanzava. e poi la valle bianca. una parentela riunisce tutte queste fatiche. che. fanno da trincea dove lo scarico dei detriti minaccia di straripare. e così sicuri e fermi che altri blocchi sporgen ti. Eppure. pietra su pietra. e corre anche una strada ripida. per il trasporto al p iano dei blocchi cavati e squadrati. coronano le sommità come fortezze. il blocco slittava per una ventina di metri.straordinario ciuffo di fiori o erbe azzurre. u na goccia di sangue su un ciottolo di marmo. gli spezzò un braccio e le costole. con lo stesso metodo con cui spost ano le travi saponate sotto i grandi blocchi. Il capo lizza sta va. la manifestazione d'uno spirito colle ttivo. evviva e abbasso. tornò indietro. Spesso sono intaccati come da un taglio per lo sforzo delle corde. Sono i bollettini quotidiani della folla. per le diverse strade di lizzatura. intorno a un blocco. A voltarsi indietro. e per evitare che ne siano troncati l'uomo del canapo li lubrifica con olio minerale. formano camminamenti sulle strade p raticabili. è la vertigine. serve a tagliare la montagna di marmo. poi tutt'intorno le cave con le lapidi immani su cu i è la storia lenta del taglio del filo elicoidale come una rigatura su un foglio di musica. nei tempi di gran lavoro. gli uomini. i lizzatori gareggiano a chi arriva prima col suo carico a valle. tesa da quattordici metri. Trenta uomini si mettono pel ripido sentiero e si passano la vittima. Era l'alba. esclamazioni. assai in alto. la fatica di lottare e di vincere . sorreggono le piattaforme delle cave stesse. Ho sentito anche qui un canto. legato e fornito sotto di alcune assi. epigrammi su un masso ca vato male. Tra questi baluardi corre o è contenuto il f iume dei sassi. al posto più rischioso.doveva dire. là dove il suolo è minuta polvere bianca macinata dal passo degli uomini . una dozzina. ricomponendosi più avanti a s eguitare sino a che l'hanno portata al piano. Questi pali son detti "piri". Il carico. dai buoi magri che appaiati a decine aspettano l'enorme carico dei blocchi squadrati. etnische. Quando vi passai. Già questa corrente bianca che sembra di veder muovere. Il viottolo gira per la china con una sapienza d'orientamento. i bloc chi portati al piano mostrano di queste iscrizioni. il lavoro secolare de i muri di riparo. Sentenze. sul gradino più alto. senza fare altre vittime. raggiunta la sommità. Forza. l e mura pelasgiche. Il masso. quello con cui gli uomini si danno la voce per lo sforzo comune. e non sono questi gli ultimi elementi che ricordano la vita di guerra. fu come un proietti le. la più antica fatica dell'uomo. con v ittime umane. sempre al riparo dalla corrente dei detriti buttat a dall'alto. piccolo davanti al masso pauroso. si ruppe. vedevo scendere una "carica" di blocchi per la lizza ripidissima. perché arrivavano contemporaneamente al traguardo. le filovie passano sopra coi loro carichi di sabbia. La montagna è trattenuta da questi muri. fece appen a in tempo a buttarsi da una parte. sciv olava lentamente su altre assi insaponate come i falanghi su cui si mettono in s ecco le barche. e sopra. una mano al mattino ha scritto: "Forza Bind a". incorniciano la parte superiore d elle cave. costruirsi un riparo e un confine. Forse si salverà. d'una ventina di tonnellate. Dove l' erta è più faticosa. il solo canto delle cave. colpì l'uomo del piro. sotto. Talvolta è accaduto qualche scontro fra questi carichi. sui carri dalle ruote formidabili. all'attri to del filo elicoidale nel masso. intorno. . È un "oh" più lungo di quello dei pescatori alla rete. venti tonnellate. dai carri. come in liberi portabandiera della fatica umana. delle case sparse. L'altro giorno accadde che la corda d 'acciaio. Muraglia dietro muraglia ricordano il Colosseo. disposti a ventaglio. Già i muri dei villaggi. uomo! . perché non precipitasse per la china. bollettini dello spirito della giornata. e accanto: "Forza Binda!". e in uno di questi campioni è compendiato lo sforzo degli ope rai.

Ho veduto le giacche appese dei cavatori. la civiltà basata sui doveri e sui diritti del chiuso circolo familiare. fresca. d'un grande scultore esistito prima di Donatelle. ricordi. il lamento del filo elicoid ale. quasi ancora lottando. Ho veduto il loro pane e il companatico. una specie di Sassetta della scultura: e di lui non se ne conosce pur il nome. che da paese a paese formarono barriere quasi d i nazioni. cipressi. In essa le famiglie. maturata però in un clima dove il se nso politico era già perfetto. ridotte in sacrestia e poi messe in onore nelle navate della cattedrale. Così. nella cava. prima di lavorarlo. alla storia del paese italiano. di rapporti e di classi. E s'è spiegato tutto. delle lotte fra le gent i delle vallate confinanti. e da regione a regione quasi di razze. si gira nella città di pietra della provincia it aliana. Ultimamente a Montepulciano. la vita civile trionfando si ammantava del co lore della primitiva barbarie. orti. di cui è difficile stabilire la gerarchia. una specie d'epoca mon tanara. Gli operai guardano il loro blocco. hanno fatto ricordare a più d'un visitator e la mano d'un grande maestro. da essa provenne l'assetto civile di poi. delle acropoli. come un medico gua rda un malato. dopo il seic ento. dell'Angelo Annunziatore e della Vergine. oggi il posto di quegli scenari naturali della mia immaginazione è oc cupato dalle città di pietra: la natura si è allargata e diradata. le cave non abbiano più dato materiale per le costruzioni. ognuna coi suoi maestri g randi e piccoli che in civiltà meno ricche sarebbero ognuno un capostipite e un ma estro. che ha l a natura d'un privilegio. Lassù. e in questo scenario ge nerico immaginavo qualche opera d'arte solitaria e miracolosa. e tale è ancora il colore di quella vita. LE CITTÀ DI PIETRA Quando conoscevo meno bene l'Italia ne avevo tutt'altra idea da oggi. alla sua torre. da rivelazione a rivelazione. e non mi riesce q uasi di vedere un uomo pei campi senza pensare al suo campanile. alla sua civiltà moltiplicata per centinaia di lu oghi e genti. i d . ma che nella nostra fanno disperare addirittura dell'arte come se tutti g li accenti fossero stati detti. Ve un'epoca del macigno nella vita italiana. Il concetto dei clan si temperò. che avevano formato i clan delle società primitive. che porta ancora in sé il ricordo delle fortezze sui monti. e i doveri di questo nucleo e i suoi diritti. che quasi ogni atteggiamento dello spi rito ha un legame e un richiamo. l'acqua arriva nei tubi sospesi attraverso le valli. col primitivismo dei montanari e il loro potere di contemplazione. Il ragazzo passa di quando in quando colla cassetta degli scalpelli. dovette essere un gran giorno quello in cui gl'intonachi colorati fecero la loro apparizione. Di lassù si vede il mare. vere spoglie del tempo e della fatica. e forse un 'idea più ridente. discendenze. che dopo un poco si rompono e scottano nel pugno. i soprassalti della montagna ai colpi di mina e alle scariche. vecchie giacche di velluto consunto. sopravvivevano con lo stesso significato e la stessa funzione. per cui essere artisti originali fra noi è legato a tanti sottintesi. i luoghi che non avevo veduto li chiudevo con la fantasia nelle più facili reminiscenze. È il colore inconfondibile dell'Italia antica. Fu un a civiltà puramente sociale. ha figli". in quell'isolamento della vita da cui nacquero i motivi che resero tan to difficile e lunga la sua unità. dove nello stesso tempo è presente una cultura e una c iviltà come d'un tempo fiorito sui monti e sui luoghi alti. in quel clima si svolsero i termini di quella civiltà italiana che ancor oggi ha per base la famiglia. Tutta la civiltà politica italiana fu poi per lungo t empo una questione di famiglie e di gruppi. una civiltà politica. quella che fu fondata dai contemplatori solitari. che non hanno più nulla del tessuto. olivi. Se altrove rimangono d'una vita remota i dolmen e i nuraghi. tanto da sembrare che. due sculture di le gno. nella provincia italia na del centro queste esigenze primitive delle abitazioni di pietra si mescolaron o a quelle delle arti e del lusso. Il ragazzo li arrota sulla pietra dura. Il fabbro li ritempra. si dice ancor oggi di chi merita ogni attenzione. come fu sempre quella degli abitanti delle montagne in nuclei caratteristici. e come tagliano la pagnotta. La vita italiana ebbe in tal mod o alle origini una civiltà di tipo patriarcale. Più tardi le mie id ee mutarono. incessante di questo enorme sforzo umano. che non è classico. giardini. "Ha famiglia. Ricomincia la musica degli scalpelli. dai ricchi ugualmente solitari. l'unità familiare .una modulazione graduata. e come si appartano solitari a consumare la loro colazione.

non si tratta soltanto di modelli classic i ripresi e riecheggiati. d'essere composta di tanti microcosm i familiari. che assume a momenti l'aspetto d 'una gigantesca costruzione in una cava di macigno. Il fatto è questo: che da città a città si ritrovano quasi gli stessi ideali costruttivi. Ultimamente in una di queste città mi aggiravo con questi pensieri. Un simile aggregato nelle sue forme originali dovette essere adattissimo allo sviluppo delle arti. La quale fece come chi diventi attore eg li stesso e rintracci le forme con cui si possono atteggiare le persone e i sent imenti. che le opere portano nomi qu asi del tutto sconosciuti. palazzi all'astratto dominio e potere. Ma nelle città antiche. L'arte antica sarebbe dunque stata simbolica e fantastica . Fu questo già un fatto etrusco. Se c'è un fatto sociale profondo che distingue ancor oggi l'Italia nel novero delle società moderne è appunto questo. i gregari stanno in basso. o meglio. lo fu poi di tutta l'età di mezz o. per esempio gli antichi edifizi e rovine. intelligenza. Sarebbe bastat . Al contrario oggi. gl'italiani non soltanto i se ntimenti. narrativi. del dolore. pietra sono le strade. e cioè. è il segreto della vita italiana. fu un fatto romano. p ietra le facciate e le statue.iritti prevalenti delle grandi famiglie si diffusero in ogni pur umile aggregato familiare. ornamentali. Anche le arti si composero in gruppi di famiglie. Fu questa ispirazione popolare. c'era un compiacimento in cui la fede e la curiosità facevano tutt'uno. le città si chiudono di fronte alla natura e ai più straordinari panorami perché tutto spira vit a civile e umana. e riproducono in forme locali le creazioni dei centri maggiori. il costume. e in questo ambiente. mett endo intenzioni in ogni dettaglio. meglio ancora ne simula l'ordine. talvolta dei suoi squilibri. quasi il sogno delle cose che voleva rappresentare. spesso creano sulla stessa linea di questi. per ché l'arte è una realtà fittizia. che dà il tono unico dell'arte italiana. A tal punto che per molto tempo esaurirono il tema. pe r questo assetto quasi antinaturale in seno alla stessa natura spesso ricca e fi orente. Le prospettive si form ano da sé come le prospettive sociali: la potenza e la forza hanno spazio e altezz a. il popolo ha gl'impulsi di ascensione e di perfettibilità della sua razza. quasi rintracciando un mito. fa a meno di ogni altra creazione che ritiene spuria. la natura entra come un lusso e un correttivo. che si ritrova in ogni maggior arti sta come una determinante della personalità. e le loro costruzioni furono quasi simboli e concetti. la pompa. Senza contare c he noi oggi molte cose. avessero un linguaggio unico. delle sue lotte. allo stesso mo do della bellezza. ma la perfeziona. ciò che sarebbe andato poco oltre. pietra i selciati. att raverso figure vedute e rappresentate. al modo stesso che nella pittura vi fu quasi un solo modo di raffigurare gli atteggiamenti dello stupore. tutto è dura e arida pietra. poiché gli architetti antichi non fecero altro che monumenti alla potenza come concetto astratto. raffigurativi. e preannunzi gli stili che s i dovevano sviluppare. Entrato n el concetto dell'arte. Nelle città antiche non si trova un solo spazio di verde e respirabile. mentre i pagani attribuivano agli dei i loro sentimenti in forme perfettissime. in un tal ordine per cui il popolano italiano ha in sé tutte le possibilità della vita civile. e cominciarono le discendenze delle famiglie ar tigiane. un occhio acuto può scoprire quasi l'anticipazione di molte forme nate più tardi. la razza. e in mol ti di cotesti esemplari. ma immaginando gli artisti. la potenza. costruirono quasi sognando. ma gli atteggiamenti. da quella più dura a quella più friabile. e le sue raffigura zioni sono come ricordi lontani d'una vita naturale ridotta a modello. dei suoi trionfi. della sua vocazione. fantasie sul po tere e sulla forza. della beatitudine. rappresen ta quell'evasione che un tempo era funzione specifica dell'arte. un a specie di antropomorfismo di nuovo genere. e uno stupore di tale mimetismo. L'uomo crede a se stesso. Per questa limitazione. la potenza come un ideale. in cui la natura porta soltanto turbamento e squilib rio. della sua qualità. senza pur conos cersi: quasi che il decoro. i pensieri degli uomini si s ono chiusi per sempre nei concetti civili. Pietre d'ogni natura. C'è un grandioso mimetismo i n fondo a tutta l'arte italiana illustre. rompe i rapporti con l a natura. E quale pietra. in cui non sai dove cominci l'ingenuità popolare e dove p oi quella grande forza d'un concetto quasi religioso. Quanto all'architettura di queste città. e al più avrebbero dato freddi risultati come quelli che vennero dipoi. la maestà una forma sola di apparire. della sua impenetrabilità. li consideriam o come natura.

in automobile. il loro costume. le loro abitudini. si sentiva il fruscio lungo della bicicletta e il ton fo regolare degli zoccoli. una grillaia di biciclette. rammemorava gli aspetti lasciati alle soglie della vita contemplativa? In uno dei riquadri della predella è raffigu rato come due angeli soccorressero i domenicani che mancavano di pane: si vede u n piccolo refettorio. come se si confidassero. ma per guardare al cimitero. al p unto da non saper distinguere se l'arte ha dato a quelle fisionomie una nobiltà. ma prima sulla strada. come se andassero per un parco. All'imbr unire non è raro incontrarvi. o se i visi di quel popolo hanno dato umanità ai santi. Presentono la vigili a della corsa come una ballerina la vigilia della sua grande serata. oppure sul filo d'una m emoria felice. della vittoria in una bes tia. che entrano nel mare come i cavalli del sole. Non so se questa situazione sia un segreto delle arti antiche. ai carrettini. E le chie se gigantesche le quali hanno finito ad assumere l'aspetto medesimo d'una roccia . al trotto. viaggiare sulla Via Emil ia è mettersi in rapporto con un popolo. ma anche di là il figliolo la caccia. Là come gli amici più vecchi dell'uomo i n cammino. i l figliolo vuol mettere il muso nella mangiatoia della madre.o entrare in una chiesa per rivedere il popolo stesso nelle immagini sacre. è un ambiente. Ero a Cortona. qua nelle loro stalle dove non fanno che mangiare coi loro piccoli. Vedere questo sentimento dell'attesa. il loro assetto. Ma è viva. È una strada che la meccanica ha restituito alla originale funzione di arteria centrale. In carretto. andammo a visitare una tavola dell'An gelico. Altre regioni sono difficili da esplorare. come un fatto credibile. pur senza straordinarie prospettive: nient'altro che due parallele attraverso ca se sparse e campi. La Via Emilia. prima d'Imola. C'è qualcosa di conturbante in questa inquietudine animale tra gli uomini affannati al più picc olo sintomo d'una bestia che non può parlare come chi non riesca a dire quanto sof fre. ma una via familiare: vi si legge la vita di due regioni. e due angeli li servono nei loro panni argentei e con le loro ali. Volteggiano nella stalla come duttili spade. il cavallo era bianco. I cavalli animano della loro presenza la Via Emi lia. e l'unica vista che si apriva dall'al to non per mirare la valle. della gara. con una mano teneva il manubrio. anche se alla fine i colli e i monti impro vvisi danno coi loro castelli un lato insospettato d'un carattere ch'era parso t anto facile. e nel novero delle possibilità. di là d'una grata buia gl'inni delle monache sembravano parlassero a noi che ascoltavamo. fa un ben curioso effetto. nei grandi prati degli allevamenti. da Bologna a Rimini. fino a quando s'apre come un delta nella imminenz . Anche questo aveva dell'arte. pei campi. Per vedere qualcosa di vicino alla natura. su l mare. Questo gruppo me lo ricorderò co me se lo avessi veduto dipinto. Ha un malizioso e ironi co avvertimento. di questa basta percorrere la sua strada vitale per averne un'idea. Ma questo pare svolgersi sen za stupore alcuno. la madre gliela la scia e va a quella di lui. corta al barbazzale. I nomi dei passati signori del luogo risuonavano da palazzo a palazzo come di esploratori travolti tutti ne lla medesima distanza e nel medesimo viaggio. traversa paesi in piano che vi convergono tu tti come alla via centrale d'una grande città. i commensali nelle tonache bianche e nere. il cavallo teneva dietro alla bicicletta al trotto. con l'altra stringeva la briglia del cavallo. una via dove si sentono gli uomini coi loro pen sieri. guardano come se vi guardasse la natura. Eppure v'è un passare continuo di veicoli. stanno ferm i e seri dietro la mezza porta su cui è scritto il loro nome. LA VIA EMILIA L'uomo se ne andava in bicicletta. e i suoni dei nostri passi sul selciato. Aveva l'Angelico coscienza di quello che faceva. come d'una troppo forte ispirazione: lo stesso s enso di pena e di sbigottimento che si prova davanti ai ragazzi prodigio che pen sano cose più grandi di loro. C'e ra una zona di silenzio in cui risuonavano le voci dei conventi. ai calessi. nelle mura della città di pietra. tanto pareva impossibile che quelle armonie di accenti sorgess ero per dileguarsi nel silenzio più sordo. e dietro a loro era la storia dell e violenze e delle ambizioni che era costata l'affermazione di quella umanità. la più mossa ch'io conosca. rari colli. Non è soltanto una strada di transito . o a una chiesa più in bas so. si ritrovano in fondo alla strada. un cardinale che va a piedi col segre tario a lato che gli legge qualcosa. in bicicletta.

nude le braccia che sanno l'angolo forte della vang a. e quel che d'azzurro che non è soltanto del cielo. illuminata in un gran prato. la stalla. e la bellezza un continuo richiamo alla forza e a ll'utilità. Ed è tuttavia una delle contrade p iù prospere d'Italia. lo fecero un poco girare attorno . mentre arrivava an cora qualche automobile da Imola o da Bologna. e siccome tutto è necessario. lo stagno per l 'acqua delle bestie. Qui era soltanto un'eco di vita del mondo grande. ma c'era un'ammirazione come verso un capolavoro dell'uom o. negli stessi luoghi. In una sosta a coteste case c'era un veterinario che castra va certe maialine. alla bestia che serve : c'è una gratitudine nella fatica comune. e che. mi sono domandato più volte di . o del mare ch e già imminente trema nell'aria. Qui era tutto nel rea le. C'è una gerarchia dall'u omo alla terra. Tanto i cavalieri che le dame era no gente del contado. manubrio co ntro manubrio come i cavalli o i cammelli in cerchio muso a muso. in basso cercano ass ai profonda l'acqua per gli uomini e pei campi. A una t erra che richiede così grandi sforzi ci vogliono cose robuste. donne vengono avanti tra i filari de gli alberi argentini. Una sera. i casolari sparsi. E non so s e con la medesima naturalezza. Ho sentito. che al trove. sono i grandi concentratori d'una energia diramata agli estremi dell'orizzonte. tant o fa con delicatezza".a del mare. ma delle loro vesti e in qualcosa di loro. Altrove potrebbe sembrar provinciale . sempre intenta a qualcosa. e la scena la si poteva immaginare in una contrada as sai più lontana dove convergono genti che hanno da fare con una vita attuale e pre cisa. dove la terra f a una ruga o il torrentello una valletta. al beri. Qua e là. alcune a coppie . i ballabili della radio parevano divenuti agresti. Tutto era vacanza e riposo. e t utto questo non riusciva a diventare borghese o comune. coi campanelli argentini delle biciclette. È tutto ordine. quasi domandandomi che me ne paresse. le città in piano. la solidarietà di questi uomini con gli animali. mettiamo in Ispagna. la sua bellezza è di tutt'altro genere dall'us uale. nella casa del Dopolavoro d'un piccolo comune di case spars e. alle soste davanti alle botteghe dei meccanici. o le sere di festa i loro ves titi da festa. il loro campanile. all'ombra del pioppo. le ragazze di quelle che il giorno hanno da fare con le be stie e l'opre della campagna e che affondano le vanghe nella terra con le loro p oderose strutture di corpi. Le case dove si trovano fanno un paesaggio. portano l'eco ultima della vita civile. animali. Vi si cercherebbe inutilmente quel tanto di decorativo di al tre regioni meno ricche e più felici. Lo fecero uscire sul prato. ma di cose necessarie: il cane legat o al lungo filo di ferro su cui scorre la sua catena. A ognuno il suo. parlare con la stessa am mirazione d'una gran quercia o platano a qualche chilometro di distanza. A internarsi nei campi.delle contadine che ballano col vestito da sera un po' scollato s ulla pelle brunita dal sole. ne ho viste alcune portare maz zi di fiori di campo e frutta. Una scena d'una chiarezza e d'un realismo ben stretti. uomini. di sabato. il lavoro duro. il loro portico. Uno degli spettatori mi disse: "E poi. In uno di questi luoghi io visitai un famoso toro di Romagna come si v isita un monumento. dovunque vadano. raccolgono un poco quella vita fuggente. come altrove si guarda uno spettacolo. Le bic iclette alle porte della città sono come telai fermi. dall'uomo che lavora alla donna che regge. S'aprono improvvisi panorami sugli argini dei magri fiumi dove una fila di piopp i e una proda creano qualcosa di appartato. È un'umanità che ha la terra dura. gl'improvvisi chiari del volto e gli zigomi forti che sono come d ue punti di luce. E poi. in alto sui magri colli raccolgono in grandi vasche l'acqua invernale per dissetare d'estate le bestie. tra la scuola e la bottega che talvolta formano tutto il centro d'un villaggio sparso. e in una casa solitaria. la malinconia urbana era una fantasia nostalgica. tutto è forza. sembra si as petti continuamente l'arrivo d'una gara. e un cane ai suoi piedi mangiava quello che la mano dell'oper atore buttava via. le ragazze col loro vestituccio da sera erano scese e ballavano nella sala. Arano con talvolta tre o quattro coppie di buoi per aprire la terra. Le biciclette stavano in cerchio sul prato. e discorrono mentre il pedale dipana la strada. si trova il raduno d'una vita alacre. appesi al manubrio. per le borgate. v'assicuro che sembra un signore. si teneva gran ballo. con la loro torre. gli uomini da una parte contemplavano la nera bestia giudicando della sua bellezza e della sua potenza. chissà che colore avrebbe avuto.

Nei giorni di lavoro. Si dorme quasi sulla sicurezza di questo ritmo. sedute davanti a l ciclista. i giovanotti col fiore tra le dita hanno accompagnato la ragazza dal centro d ella borgata. e ch e gli diano diritto di sedere fra popoli civili. penetrati profondamente di linguaggio nazionale. e la terra è tutta una cosa ordinata. E sono belli i sabato sera sull'ai a. quasi direi di colonizzazione. mentre la comunità rimasta in patria si adegua alla real tà viva dei tempi. le comunità rimaste in un paese italiano sono in un certo senso più evol ute e hanno assorbito assai più dalla vita moderna: il nucleo emigrato conserva le sue abitudini e tradizioni sotto la stretta della lontananza. stride. o hanno costituito addirittura un impero lingui stico che è quanto a dire morale e in moltissimi casi politico. è appa rso chiaro sempre che i popoli più colti e più legati alla lingua nazionale non hann o ceduto alla nazionalizzazione. . La notte si sente la lunga e incessante vicenda dei carri. emigrano. dove le botteghe di rifornimento per le biciclette e le macchine hanno un colore d'arri vo equivalente a quello dei vecchi alberghi di posta. Nella pratica dell'emigrazione e dell'espansione. reggendoli con un braccio sul manubrio della bi cicletta. Lotte e rivolte hanno fatto misurar e il peso della vita. un male. Appaiono i grandi convogli notturni dei grossi trasporti che vanno lontano. andare incontro all' amato. è la vita. Qualcuno va a piedi lungo il m argine della strada. e le conquiste sono così dure ch e fanno un solco nella vita più immediata. a Cesena. non rapp resentano oggi che una curiosità e un impaccio. l'italiano all'estero ricerca i t ermini della cultura nazionale come i soli nei quali si possa rispecchiare. Si legg e chiaramente la funzione vitale dell'uomo in una specie di rappresentazione sen za ipocrisie. i bisogni l'hanno temprata. p are che volino e i piccoli imparino a volare. secondo lui. i bambini. Pare che una gran de porta si chiuda sull'orizzonte e per il piano. le gambe nude. a Forlì. quasi fra le sue braccia. si fissano nuo vamente e si riuniscono davanti al sorriso della fortuna. Il sole s'infila per la lunga strada col suo color rosso come in un corridoio. I fattori che dissociano la vita sono quelli economici. e si capisce che badano a non sci upare nulla delle loro acconciature pei ritrovi festivi. e vado notando che essa polemica tend e a ravvivare in detta comunità il senso della patria svolgendosi quasi del tutto intorno agli uomini più o meno grandi che la regione di questa comunità ha dato alla cultura nazionale. Mi diceva qualcuno che in Emilia e in Romagna la nuova generazione si esprime se mpre meno nel suo dialetto. Sì. Sotto la spinta del biso gno. forse perché questa è una civil tà nata coi problemi più gravi dell'esistenza presi d'assalto. precipita. i capelli. come in un trattato degli istinti. v'è l'incanto di una primitività. Talvolta qualcosa si ferma. Altre. È un grande ordine naturale. È bello stare insieme. si può d ire che. una civiltà degli uomin i tutti e non d'una sola categoria d'uomini. e i panni svolazzanti. e solo nella notte abbandonata ci si accorge che vi sono de i viandanti. Al punto cui sono i dialetti italiani oggi. cioè una cultura. è la strada. m entre in certa borghesia italiana il fatto della cultura si fa sempre più genere d i importazione. danzare. Ma for se l'ora più bella della Via Emilia è la sera. e con un ormai poverissimo vocabolario veramente arcaico e veramente locale. Così. e contro di esso la valanga dei veicol i torna col rombo di una tempesta fuggendo la notte imminente. si dividono le famiglie. cercano ventura.dove venga quel colore di certi angoli di città a Imola. il fazzoletto nero sul capo. Il nucleo emigrato con serva gelosamente il tipo di vita anteriore al suo distacco dalla patria. Ripr ende. e ciò sarebbe. ritrovarsi con altre creature. Seguo da anni la polemica d'una ce rta comunità regionale dell'America del Sud. Si capisce che ogni ora va vissut a come un compenso dell'uomo. È una vita vagant e come quella del polline dei fiori. e vediamo che cosa significherebbe un'unità lin guistica. sembra si facciano rapire. la veste. Le donne si compongono c ontinuamente sul sellino. queste stesse don ne portano i ragazzi. forse sono gli stessi luog hi d'un tempo trasformati pei cavalli d'acciaio d'oggi. che è come il respiro e il battito di un organismo. Immaginiamo una s ocietà italiana interamente evoluta. al paragone d'una comunità italiana fissatasi a Nuova York mettiamo quara nt'anni fa. partono. nella polemica co ntinua con la nuova vita. In quest'estrem a fase di vita civile. ma che non ha rotto i suoi veli. e quindi al progresso e alla bellezza dell'universale. È un incontro assai semplice.

perché l'imitazione esteriore è causa di uno squilibrio totale delle qualità femminili. ma col senso della sua personalità. e grandi nella nebbia gl i uomini che apparivano e sparivano alla svolta della strada. Ma è soltanto un'unificazione del costume che rende fisse le categorie umane e che determina il minor numero di s postamenti e d'inquietudini. in pochi mesi è ridivenuto proprietario. Pretendere usi e costumi che stabilisc ono una differenza. e pur rimanendo contadino e operaio avere gl'interessi e i bisogni di chiunque altro. i profili degli alberi e delle viti ingigantiti. Là dentro. negli usi. Esiste inv ece qui un adeguamento alla vita moderna. che vuol star bene sulla sua terra. Negli anni scorsi vi fu una certa emigrazione dalla campagna emiliana verso la c ittà. Quasi tutti quelli che emigrarono dalle campagne sono finiti male. Quello che accade nella trasformazione dei dialetti i quali tendono sempre più a confondersi con la madre lingua. La nebbia di fuori entrava a buffi per lo spo rtellino praticato nell'uscio: al di là si vedeva la campagna addormentata nell'in verno. e che h a stabilito uno dei nuclei più compatti del vivere sociale. forse unico. le cose più serie del mondo presso i vitelli con le zampe ancora troppo grosse e c . non è per niente ridicolo o vano. In pochi mesi si sono ripopolate le stalle. e le donne se dute a discorrere. Poi i prodotti agricoli aumentarono di prezzo. una maggior proprietà. due innamorati si dicevano qualcosa di molto serio. ha in queste regioni poca presa. Non filavano neppure la canapa lucente e leggera nella conocc hia di canna. In queste campagne. Il popolo i taliano non è fatto per queste cose. ed è ricorso perfino ad alcuni metodi di allevamento moderni che hanno dato per risultato l'aumento del peso del bestiame. Qui ab biamo invece gente che si trova bene sulla sua terra difficile ma grata. Quando. accade neg li animi. tale evoluzione si fo nda su un terreno di tradizioni locali. È una ricerca di individualità voler vestire in campagna come tutti gli altri. il nostro urtò sempre alle dif ficoltà d'una vita collettiva e unificata. Sotto i portici di Bologna. significa voler differenze di classi e di caste. tutti oss ervavano la festa del protettore degli animali. Paese d'individualisti. e gli uomini che andavano attorn o alle bestie. ma più del disagio morale in una st ruttura sociale oppressiva e di troppi privilegi: basta osservare la storia dell 'Italia meridionale nei primi quarant'anni della vita nazionale italiana. incluse quelle più intime e fisiologiche. fenomeno ripugnante. qualcuno si domanda dove andremo a finire. Il problema della vita italiana è sempre consistito n ella mancanza di una società.Siamo in un tempo di grandi mutamenti che di giorno in giorno incidono nell'aspe tto e nella mentalità del nostro paese. che consiste nel superare di continuo l o schema delle categorie. il cui influsso non è stato ancora abbastanza conside rato fra noi. che è il grande colonizz atore e livellatore moderno. nel limite delle sue condizioni. vi ritrovai tutta la famiglia raccolta nel bu on tepore e in quel vivo ruminare. Il contadino che m'ha accolto sulla soglia della sua stalla. particolarmente di giovani contadini. il contadino col suo abito da festa di buona stoffa e di buon ta glio mi fece entrare nella stalla. In un angolo. I vecchi bronto lano. dunque. che è poi il carattere dell'italiano in genere. sempre sulla linea di questo paese egualitario. s'inc ontrano meno che a Roma ragazze che vogliono somigliare a Jean Harlow o a Greta Garbo. Il segreto stesso della sua fortuna è in un suo atteggiamento particolare. L' emigrazione è un prodotto del disagio materiale. il contadino che da anni ormai non riusciva più a comperare il bestiame da allevare in partecip azione coi padroni. il basso prezzo del bestiame e delle d errate li spingeva a inurbarsi. E questo è il sol o modo per tenerlo legato alla sua terra e alle sue occupazioni tradizionali. una unificazione del costume. vestito da festa perché è Sant'Antonio abate protettore degli animali. Egualitario. e vedremo che la vita familiare subirà in città profonde modificazioni. vestito di buona st offa e di buon taglio. Immaginiamo che duri ancora un pezzo questo fenomeno. La ripresa agricola e dell'interesse agricolo ha prodotto qu i come in ogni altra parte d'Italia un fenomeno che si fa sentire nella città: è ces sata anche l'emigrazione delle ragazze che dalla campagna andavano a servire nei centri urbani. progredita tutta sullo stesso piano e t utta mossa dai medesimi impulsi. Il cinematografo. nelle tradizioni. e per le donne del contado piacere come piacciono le donne della città. alla ricerca di un lavoro di operai. i ragazzi che giocavano coi biscottini della festa. gerarchico ma non s ervile.

e vi fa come una ripet izione dei suoi doveri di madre e di sposa: aiuta i lavori. un costume bisogna saperlo portare. Ubbidienza. o le sere d'inverno nella stalla dove le famiglie passano la stagione cruda in cui la terra riposa e i buo i seguitano a ruminare. E poi. Tutti. una nuova stirpe come si dice qui. sembrano d'un guardaroba teatrale. Il ragazzo che ha adocchiata la sua bella e che vuole sposarla. che vanno al loro ballo del sabato sera. La sposa rimane nella casa materna otto giorni. vi provano i l fastidio che danno le cose false e senza più significato. dopo essersi acc ertato d'essere ricambiato va in chiesa. un costume è u n modo di pensare. quando mi fecero notare questa sua v irtù. Le si mette accanto e cammina con lei per un poco . Da quando sono in mezzo ai contadini e a chi lavora non sento parlare d'altro. Non c'era più da chiedersi se i mutamenti del vestito e una diversa concezione del la vita avessero distrutto una tradizione. Mi domando di dove venga questo piatto r ituale e mi viene a mente qualcosa di molto lontano. TORINO E L'ARCHITETTURA Nel libro di storia delle nostre prime scuole. sono qui a prendere il voi". spesso camminano e camminano senza sapersi dire una parola. entro la strettura del v ecchio pudore. e così gli usi e le tradizioni. sotto quei panni da museo. Quando esce la sua bella. "va a prendere il voi". o con quelle parole che nessuno ha mai scrit to. né i profili taglienti del Rinascimento che a mano a mano d ivengono obesi. e dividendosi non ha più le braccia suffici enti per condurre il terreno. sotto il comando dell'ascendente più vecchio che al sabato divide tra i suoi fami liari il denaro per gli svaghi della domenica. Una donna adult a. poco più alti della siepe che divide i campi. Ella entra e dice all a madre: "Mamma. Bisogna d iffidare di chi vuol richiamare in vita tutto quanto è colorito. Mi f a più piacere vedere le ragazze di qui che vogliono vestire come le signore delle città. Insomma . Ho veduto più volte balli folclorist ici. le s ere della spannocchiatura. col passo uguale che va sulla strada molle. Un piatt o del pranzo di nozze è il fegato di bue. ma acquistano qualcosa di equivoco. dandole del voi che poi le darà sempre perché ella è divenuta sposa e sarà madre: "Accom odatevi". e nello stesso tempo sospettare ch e qualcosa della loro vera e profonda vita antica sia rimasto in esse. si aggirava senza paura tra quattro tori le gati all'anello. rossi in viso. tanto comuni e piene di senso. altrimenti la stirpe si divide. spesso i gio vani sembrano in maschera. La madre dice allora alla figlia. Ella entra a far parte d'una nuova famiglia. o il ballo del Dopolavoro. quando la sposa torna in casa della madre e. col cuore in tumul to. bada ai bambini. il marito verrà a riprendersela. come se ella portasse un potere naturale. Gli stessi costumi che in tali circostanze indossano i giovani. lo sposo porta i mobili della stanza da letto e la cucina. né le teste arr icciate del medio evo. alla funzione della sera. qualcosa che non sia soltanto un atteggiamento. Poi ci sono tante maniere d'incontrarsi.ol pelame di latte sfrangiato come i primi capelli degl'infanti. si affa cciava dalle vignette tutto un altro mondo da quelli prima veduti. ha detto ai suoi parenti che ella si è promessa. ma un'altra umanità vestita di panno . e me ne è venuta un'im pressione di malinconia. con la smoderatezza delle persone mascherate. come si dice. le si mette accanto. Ma già la ragazza. voltata una certa pagina. La sposa provvede alla biancheria della casa e al vestito di nozze dello sposo. il Fegato che si trovava ra ffigurato presso gli etruschi. E vorrei immaginare la scena che si svolge otto giorni dopo il matrimonio. dei sentimenti veri e connaturali. A questi vecchi tutti debbono obb edire. e i fatti della vita non cu lminano in altra parola. Questo è il segno che la vuole. otto giorni dopo. né scudi né armature né elmi erano. che cos'è la tradizione? Niente altro che il culto delle cose vere. ho sempre veduto a tali spettacoli. il famoso Fegato di Volterra. ella venne avanti e mi disse che difatti i tori non le facevano nulla. ubbidienza. fino a quando. E zitti. della vecchia riservatezza. non un modo di ballare e di puntare i pugni sui fianchi. sol perché è colorito ma che non dice più nulla al cuore di nessuno. Le famiglie che s imparentano s'incontrano il giorno in cui è stabilito il matrimonio. e i movimenti che essi fanno non sono più quelli d'un tempo. col fazzoletto rosso sulla testa. e questo era il suo vanto. e dopo la cer imonia aspetta fuori della porta. le ragazze in costume col viso imbrattato di belletto. sbriga le faccende. p erché il modo di muoversi d'oggi è un altro.

Piazze squadrate come piazze d'ar mi. un punto non accettano. a Torino si dedica a erigere palazzi e abitazioni per la nuova civil tà dei re. E don Bosco? Ha lo stesso viso. Solo uomini. eroi. è il r icordo della Mole Antonelliana. ecco il Cavaliere col cranio da alpigiano sullo sfondo dei salotti rococò. l 'arroccamento della città moderna nasceva a Torino. Non conosco nulla che stoni ta nto quanto quella scultura che rappresenta Vittorio Amedeo n in effigie di Apoll o. spesso ai conf ini della favola. entrano nella categoria dei servi di Dio all o stesso modo dei Cavour o dei Vittorio Emanuele servitori della patria da uomin i moderni e da borghesi. mentre i capelli corti scoprivano le fronti dri tte da ragionatori: in una grande storia di santi.. in cima a tutta l'idealizzazione o convenzione rinascimentale ecco un viso da montanaro. e non rimane che l'arte per l'uomo. alla quale si potevano contare i bottoni di metallo sulla giubba. Che siano legislatori o santi. ma con gli elementi d'un'a ltra città e gli echi. d'una città visitata in sogno. di donne virili e bruciate della stessa febbre troppo divina o troppo umana degli uomini. in corazza. e non più con visi i deali. tra uomini e tra borghesi: e non è raro trovare nei loro accenti e nella loro fede una punta di scetticismo o di bonaria ironia. fede nell'opera dell'uomo. il Barocco riso rge a Roma. ed è la trasfigurazione delle sembianze um ane. con la sua cupola e la sua freccia puntata nel cielo. nuova. il mondo pareva rivestirsi in borghese. come ogni altra arte minore. gli zigomi da montanari. la politica diviene economia e amministrazione. e le epoche. profezie di gente in cappa. Prete. né apollinei né angelicali né eroizzati. tutti del medesimo stampo. I tempi si corri spondono. gentiluomini travesti ti. degli eserciti. e non. Un'impressione come di elementi noti che avesser o cambiato posto. quella prima impressione si schiarì. costruita come espressione d'una monarchia militare. apostolo. i palazzoni cadevano in rovina. delle prospett ive. legislatori. Torino. comune. soltanto Garibaldi ricordava ancora il viso e il co stume antico dei Camilli o dei Giovanni dalle Bande Nere. una generazione nuova in pantaloni lunghi. delle strade. don Bosco e il Cottolengo. a Varsavia. dopo predicazioni. nascono le capitali moderne e monarchiche . In tutto il resto d'Ita lia s'era già finito di costruire. a sistemare piazze e fontane intorno a lle chiese. reale. L'arte grande e aulica ha finito di corrompersi. ma è intento a rinnovar chiese. c'erano. nel mobilio. quando l'arte piemontese risen te. a Riga. Proprio a Pietroburgo ebbi l'i mpressione che sia la città d'Europa più somigliante a Torino. e uomini di qui. Così il Piemonte entrò nella nostra fantasia di non piemontesi. e le tendenze civili. lamenti. ma precisamente quella che nella storia d'Italia ricomincia va. g uerrieri. sia idealizza2Ìone o adulazione cortigianesca. le influenze del Rinascimento. i grandi movimenti rivoluzionari si coagulano in patrie. segui tai a vederli in ogni manifestazione della vita e dell'arte piemontese: santi. nasce l'industria. e che sta accanto al Vieux Paris. poi santo. anche nella tras figurazione e gloria che se ne fece in Vaticano il suo arguto e realistico viso di piemontese rimase immutato tra la gloria degli angeli. ma di vicini di casa. invece delle ce late. lo stesso. improvvisi delle architetture. le città a scacchiera come un campo trincerato. avesse alla fine raccolto l'appello di ben tredici secoli. Più tardi. appelli. Se la villa rinasceva in Francia sulle ceneri della villa italiana del Cinquecento. profeti. Primitivi e cinquecentisti. Due santi. disadorna. in lucco. Esiste nell'antiquaria. uno stile che si chiama Ve cchia Torino. senza infatuazioni né depressioni. occhiali a stanghetta. come accade nell'arte francese. nell'argenteria. ma una fedeltà a quello che cotesto tipo signific a: ed è realismo. strade dritte e grandi viali. quasi che. in tonaca. accettando in Piemonte la cifra in voga nell 'arte italiana. Tutto ciò mi pare nella valutazione dell'arte piemontese un punto che scopre non s oltanto una fedeltà al tipo umano. a Praga. tramandò la sua strut tura fino a Vienna. I baffi grandi e le barbe non nascondevano i nasi a scarpa. perfino in quel Palaz zo dell'Ammiragliato. era il Piemonte che bucava la pagina coi suoi re e i suoi ministri. all'Altes Wien. a Pietroburgo. Una razza fino a quel momento sconosciuta. degli amministratori. accostandomi al Piemonte. Imparenta queste città non soltanto la nascita sotto la volontà d'una monarchia mili . sono proprio g enti delle vallate. Quei visi di tutti i giorni entrati nella storia. a Potsdam. non hanno operato altro che nell'umano.

Esistono ben pochi luoghi di città di carattere tanto forte da assorbirci interamente e da form are quella dimensione unica in cui sia impossibile ogni evasione. Bisogna dire che vi fu una stagione unica della grande architettura. Due temi di architettura torinesi mi paiono gra ndissimi e imitatissimi: il Palazzo Carignano e la Piazza San Carlo. sembrò che per caso l'arte alla sua nascita scoprisse di colpo le leggi superiori dell'armonia e della composizione. Nell'Europa centrale. dell'unica grande epoca della pittura russa. A molti. nell'architettura russa. Guarirli e Castellamonte. gli artisti più lontani si conoscevano.tare. e che qua come là furono architetti italiani a lavorare. Non b isogna dimenticare che. e in quel tempo Juvara e Castellamonte avevano già fatto la loro parte a Torino. s'influenzavano a vicenda. Dove ? Quando? In un sogno anteriore a noi. ci sembra di aver veduto. la suggestione . parve d'aver conosciuto l'Alhambra. Solo che lassù. che costruì nell'Ottocento le chiese del Cremlino riandando sempre al modello barocco. attraverso le letture e gli aspetti naturali . ma respirante in un clima vivo e attuale. Tali elementi parenti sparsi nel mondo formarono una sol a famiglia e partorirono a loro volta altri schemi. San Marco apre le porte della conoscenza di tutto il nord e il sud messi assieme. g l'iconisti russi. fare uno sforzo pe r ritrovare il nome della città e della nazione in cui ci aggiriamo. basta a dar la chiave a tutto un mondo c ostruttivo. e per questo la scuola di Nij ni. sarebbe uno studio interessante rintracciare i rapporti dei Guarirli. ricorda Gaddi e l'Angelico. dove non ero mai stato. Così un bosco o una dolomite ci avranno già suggerito l'idea del Duomo di Milano. essa nacque in Grecia e in Italia. i pittori italiani. fino al Baltico. n ello stesso clima di allora. che tutti insieme empiono del loro ricordo esattamente il quadro nuovo. il sodo del muro tra c olonna e colonna è a colori vivi. ma ostinatamente ribadi te su un'ispirazione tutta propria. il mobilio e la decorazione. in una piazza o in una strada di città nuova. in quel cielo boreale. dei Juvara. piccola di fronte alla formazione dell'Impero austr ungarico e dell'Impero russo. come se noi ci rico rdassimo subitamente un paese visitato oscuramente nell'infanzia. e la provenienza di quell'architetto italiano Gonzago di cui parla Glinka. E intanto quest o tipo di architettura aveva conosciuto il Rinascimento italiano attraverso l'am mirazione che ne nutriva Francesco I. che spesso degenerarono. appena buttai g li occhi su una cartolina che la rappresentava. Una di queste impronte. o dai pochi elementi artistici con cui noi facciamo primamente conoscenza. A me. Noi. nascono da una somma di elementi a noi familiari. ma serbarono qualcuno dei caratteri primitivi. per altri paesi e contr ade. scorgendone l'immagine. dei Castellamonte . Si potrebbe tenere lo stesso discorso per la pittura dei primitivi. ch e impronta di sé il palazzo tedesco del tempo di Federico e di là va a Varsavia. nella vita e n ella memoria dei nostri avi che vi furono. conosciuta u na volta. raga zzo. per Atene l'Eretteo. accadrà la stessa cosa. Le arti minori vi sono di riflesso. ma il f atto è che in un tempo. Così per le città. sia pure attraverso un tralignamento o una trasformazione in un'archit ettura spaesata e divenuta popolaresca. e a Torino rimane lo sca bro e brusco colore del mattone. e assurte perciò a uno stile riconosciuto. l'uomo ha l'impressione d'aver già veduto e di conoscere. reputato da noi di difficilissimi rapporti. con i Rastelli e gli altri architetti italiani che lavorarono in Russia. quasi che coi caratteri aviti noi ere ditassimo la memoria dei luoghi veduti dagli occhi materni e paterni. Per Roma bastano le tre colonne del tempio di Castore e Polluce. e ce lo faran no riconoscere solo a vederlo riprodotto. e in un padiglione del Louvre c'è tutta la vecchia civiltà architettonica della Francia. Vi sono città e luoghi che. div iene il tipo di costruzione dell'influsso germanico sul Baltico. rosa arancione e malva. i disegnatori cinesi. si va nel Settecento dal vecchi o schema tartaro che già qualche italiano aveva tradotto in termini rinascimentali al Barocco italiano. possiamo perdere il senso del luogo e pensare di trovarci a mille miglia di là. Ed ecco da quali elementi vaganti per cui non esistono frontiere. le città ricordano Torino. da Santa Sofia alla chiesa dell'Assunzione di Mosca. in cui sono legati al medesimo atteggiamento i miniaturisti indiani. Questi riconoscimenti improvvisi. si potrebbe quasi credere. è cur ioso vedere la galanteria francese dei Boucher e dei Fragonard diventare scontro sa e sanguigna alla maniera montanara nei pannelli decorativi di certi palazzi t orinesi.

e con accordi che la stessa architettura maggiore non conosce. quella di Assisi. mentre in basso nelle incr ostazioni di nero si sente l'umidore dell'acqua. le colonne del Palazzo Ducale basta scorgerle di lontano obliquamente dalla piazza San Marco per avere l'impressione dell'acqua in cui s embrano affondare fino a mezzo. e non so quante altre. Noi stessi. quella di Volterra. ma l'Umbria. che è Italia ma remotissima. il luogo. ma questa è la più difficile. e cost ituisce la matrice d'altre città molte. La virtù che hanno molti di questi luoghi. quella del Cremlino. qu ella davanti al Palazzo d'Inverno a Pietroburgo. il loro carattere tanto imperioso. Son queste le città prepotenti. Po iché questi sono i fatti tipici dell'architettura. e noi italiani lo sappiamo. la piazza Cas tello di Torino. Vi sono luoghi che. D ietro ad essa non v'è la sola Toscana. ad Amsterdam. la piazza del Palazzo Gonzaga a Mantova. Questo spiega perché molti stranieri. alla mia casa. In luoghi come questi. a Mantova e a Bergamo. a ricordare altri luoghi. sino a parere bizzarra. dove gli archi hanno forma di chiglia. ma che intanto sono uniche. e sulle sommità degli edifici del Sansovino è il col ore del vento. perché laggiù si mescola a l ricordo delle torri e dei fortilizi mediterranei.di luoghi come questi è tale. per dirne alcune. e all'estero la piazza Vendôme. delle case d'una campagna malfida che divenivano difese. altro che per le f igure tra marine. la riecheggia Palazzo Vecchio. ci chiudono da tutte le parti. senza raggiungere l'imperiosità di questi. di Santa Sofìa a Costantinopoli. sulla linea d ella grande architettura. uno scalino su cui siamo soliti posare il piede. i passaggi obbligati. la civiltà costruttiva della pietra ha quel tema e lo riecheggia in modi infiniti. stende le sue Colonie fino a Cipro e a Costantino poli. al Cremlino di Mosca. venendo i n Italia. e dove in Calabria e in Sicilia si sveglia l'ar chitettura dopo il Rinascimento. quella di Perugia. e per esem pio la fontana di piazza Pretoria a Palermo non sembra dissimile da quella d'un parco fiorentino o dai gruppi che si trovano a piazza Navona. La piazza della Loggia di Brescia. come è la p iazza del Palio. i costumi. Le grandi civiltà dell'arte hanno bis ogno d'una gran forza per rinascere alla storia. a me. la più esigente. dove vi siano vie d'acqua. come a fatti da ritrovare uscendo da quell'astro fulgente dove l'architettura stessa è impregn ata degli elementi in cui essa crebbe come un prodotto naturale. dalle dantesche labbra strette. come non c'è di fronte a piazza Navona. Ma mentre le colonie delle grandi architetture permettono di evadere. stanno ad essi come satelliti a un pianeta. che non ammettono altri ricordi. u n appoggio cui siamo abituati. l'ultima nostra sollecitudine sarà l'uomo. Un capo luogo di questi regni è Venezia. lo stesso linguaggio c he vi si parla mi tocca appena. A un certo punto la grande arch itettura è prossima alla natura. quella del Duomo di Lucca. riprende più in su. e molte piazze di Viterbo. quando mi trovo a Venezia. la vita. risale il corso del tempo. formano paesaggi obbligati tan to tipici. il colore della vita che espresse cotesti ideali di scenari umani. si siano quasi sempre occupali pochissimo della vita italiana. L'Italia ha in sé molte capitali di tali regni. fluviali. tanto sono divenute aereamente chiare. E che cos'è la Firenze rinascimentale se non la capitale delle città di pietra? È imminente la pietra azzurra del monte Céceri di cui il campanile di Fiesole è la prima catasta. scende fino al sud. non mi ricordo quasi l'aspetto degli uomini e il colore della vita. piazza del Popolo. tornando di Spag na o di Grecia. e il rigore di Firenze . quella di San Pietro. che ci sembrerà di essere entrati in un altro regno. davanti a Palaz zo Vecchio non c'è possibilità di evasione. il vecchio centro di Bergamo. quella dei Mercanti a Milano. di pensare e di agire come se mi trovassi in un altro mondo. che in altre piazze simili che le ricordano sembra manchi qualcosa. di mescolare insieme il nobile col comune . dei palazzi spagnoleggianti. attratt i nell'orbita di città fra le più prepotenti del mondo. Esse sono concluse a tal punto. tropicali con le loro strane membra. e di là penso alle mie cure. e anche senza che noi c onosciamo la storia del luogo esse ne raccontano gl'ideali. arriva ai margini della civiltà costruttrice del mattone che è l'Emilia e la Romagna. parliamo di Granata o del Partenone come d'astri solitari e disa bitati intorno a cui la vita sia interrotta. e la fantasia anziché andare vagando ad altri aspet ti. Mi accade solitamente. ride col riso carnoso del Mediterraneo. che hanno per qua lche aspetto parenti in molte città del mondo. svolgono i temi maggiori con una libertà e una fantasia tanto sveglie.

curva. e su cui si basa tutto il colore d'un'urba nistica. Quartieri come questi danno l'idea che i punti di riferim ento si spostino stranamente. quasi che gli agenti dell'ordine debbano dominarle con un'occhiata. d'ins eguimenti attraverso dedali di strade. tanto si sente vicino il modello italiano. in pendio. gerarchia. Chi sa più mettere un muro ciec o e una casa modesta tra nobili edifici come nella piazza del Mercato di Mantova . al lato di Palazz o Venezia. Essi sono quanto rimane dei misteri delle città vecc hie. ricordi d i città visitate sotto altro cielo e spesso lontanissime. Noi abbiamo in noi quasi naturalmente la logica delle vecchie città. Credo che in ogni città si trovi uno di questi nodi intricati. Nelle vecchie città vi sono perfino delle licenze. dei porti. è bene buttarcisi subito in mezzo. il nuovo protagonista della storia del mondo. pieni di sparizioni e di apparizioni. ordine. all'Oriente. Così nacquero i grandi b oulevards.e quotidiano. quando l' architettura era nelle prospettive. e così Manto va. ma per la folla che mareggia nelle grandi arterie. e non è più per l'uomo che vi appariva su una strada stretta. le vie Montenapoleone e Bo rgonuovo a Milano. i parenti minori di questi modelli ci fan no vagare nello spazio. o molto più giù alla Chiesa Nuova. Vi sono strade che noi p ercorriamo la prima volta. o in quella del Comune di Bergamo alta? È un'espressione scaltrissimo di potenza pubblica e di buona vita privata. senza neppur vicoli tra casa e casa. a Roma. tra riposo e movimento. Così l a piazza di Brescia ricorda Venezia e la Loggia è già oltre. Chi vuoi conoscere una di queste trappole . Con le nuove strade nasce il potere delle polizie. arruffati labirinti di strade. o nella piazza della Loggia a Brescia. densa e com patta. Con questo v'è tutto un fatto sentimentale. la fantasia di quell'architettura che in poco diventava profonda. compensi tra vuo to e pieno. quartieri che hanno del misterioso e dove si svolsero nella mente dei romanzieri gl'intrichi dei lor o libri avventurosi. è spesso d'un seducentissimo effetto. senza soste. come sono simiglianti gl'ideali delle classi che hanno fatto le civiltà. E a leggere la storia che corrisponde all'epoca di queste strade la si trova piena d'imboscate. Vi sono le città dei mercanti. avere la rivelazione della sua essenza. Vi si vedrebbe come i te mi di questa siano assai pochi. e che ci conducono naturalmente verso le piazze con l a certezza del filo d'una corrente che porta al mare. a rischio di per dercisi. vi si estesero l e grandi arterie. ai mondi parenti. piccola scena dove egli era nello stesso tempo bersag lio e spettacolo. e che fa tanto caratteristiche. direi che i modelli grandissimi dell'architettur a ci portano nella profondità del tempo. diversissima da oggi c he ha bisogno di enormi spazi. hanno luoghi e passaggi e curve simiglianti. le sue leggi immutabili: ritmo. per esempio. i cui quartieri corrispondono come corrispondono nella vita dei popoli gli strumenti stessi del la ricchezza. percorrerla a piedi. senz a piazze. A cercare di queste parentele v'è da scrivere un trattato di architettura. Così vi sono le città nate d all'accrescimento enorme della popolazione e dalla necessità di tenere a bada non più un individuo o un partito. Poiché le città vecchie corris pondono a una data ben fissa della storia della società. ed è interessante ritrovare lo stesso schema e lo stesso ideale costrut tivo nelle città operaie della Russia dove la città non è più che un immenso viale. nel suo bronzo ricorda il cannone napoleonico e tutta un'epoca e un materiale d'armi. quasi improvvise correnti d'aria. faccia a Roma il quartiere che si estende dietro il Pantheon. Per entrare subito in contatto con una città nuova. ma una folla: questo tipo di città fu iniziato a Pari gi con gli sventramenti di Napoleone III ma proviene da Torino. senza quelle curve che un tempo bastavano a d are tutto un sapore alle città vecchie. alle grandi correnti della civiltà. dei traffici. e Bergamo a un Rinascimento che s'è spinto nel punto più settentrionale d'Italia rimanendone meravigliosamente puro. La piazza Vendôme di Parigi non sareb be neppur tipica. Se non temessi di semplificar troppo. tra la piazza de lla Minerva e Navona: bisogna sia praticissimo per non perdere l'orientamento e non trovarsi volta a volta a sboccare dove meno se lo aspetta. ed è i nteressante notare come il filo della nostra fantasia si svolga e si annodi pass ando attraverso suggestioni diverse. la folla. CASALE Vi sono città in piano che seguono la squadratura del solco e del campo: è la manier . ma quella colonna n apoleonica di pretto tipo romano. nelle false distanze. con tut te le licenze che si può prendere uno che architetto non è. dritte e uguali.

e del Duomo di Arles e di Saint-Nectaire in Francia . ariosa e riparata: bisogni che dà la pianura. queste città danno l'idea dell'infinito e n on del finito. Casale si svolge a chiocciola intorno al suo centro. quali angoli di natura e immagini di vita rustica. colonne. Il mattone. Ogni ingegno locale ha lavorato a modo suo con un materiale tanto uniforme e di una plastica difficile. l'aspetto della foglia e del graspo. della sua diligenza e delle sue qualità d'invenzione. la corte è vasta. Immagino: da casolare. scalinati nel fregio. queste torri si assottig liano. colonne e capitelli. sofisticata. fu anzi una chiesa fortificata al modo di quella di Vercelli. e su questo è cresciuta una città signorile: le belle fattorie che nella campagna aperta fanno ombra. Le architetture salgon o al cielo accompagnate dal sentimento di questo ritmo sonoro dei mattoni posati l'uno sull'altro. Siamo poco dopo il Mille. una fattoria da racconto. ci si accorgerà che è profonda e vasta nel suo interno come una ricca fat toria. si allontanano ve rso la pianura. Le sue strade vanno come passaggi d'una gra nde fortezza. Rinascimento e Barocco elaborano a Casale il medesimo mattone e ne cavano effetti ognuno a suo modo: l'uno un effetto di massa. sfrangiati nel capitello. casale. non soltanto nella squadratura della torre. il sapore dell'acino legnoso. con tut te le varietà di tinte d'un campo di gerani. fontane. Ci si accorge da vicin o che quei due campanili sono anch'essi due torri. S'immagina facilmen te che il centro siano quei due campanili e quella torre. nelle chi ese costruite in istile funzionale. Il suo modello sarebbe insomma l a fattoria. Quando si saranno visitate dieci città padane costruite di matto ne. il vento ha stinto certe sommità di facciate sino al rosa antico. ma a rrotondati nella colonna. Alla fine. non ha perduto quel senso. è la città. Ho cercato inutilmente di dove prenda il suo nome Casale. Si direbb e che gli architetti. i ricordi di quelle torri sono riapparsi com e decorazione. riparano dal vento e dal gelo. l'argento dei pioppi. non trovando appigli esterni per variare le loro costruzio ni. infestata dalle acque e dalle invasioni. l'umore dolce della polpa nella buccia forte e densa . l'altro di scena e di colore. danno l'idea della immensa fede e pazienza dell' uomo. le torri sono di venute colore del ferro. Quando la si sarà ben visitata. gli edifizi di mattoni coi loro scabri ornamen ti acquistano risalto nel grigiore della strada che si confonde lontano coi verd i pallidi dei giunchi. diventano motivi ornamentali. e tu tto vi è estremamente urbano e civile. che è l'elemento costruttivo della pianura. abbiano eretto questi palazzi come altrettante variazioni per scenari intern i. vedere apparire sull'orizzonte queste città di cotto. Tutti quei mattoni posati l'uno sull'altro. e inventato una natura artificiale. come un solo blocco di marmo o d i pietra. saranno ancora per u n paio di secoli il ricordo di quelle chiese fortificate. Tanto è vero che in architettura non si può proscrivere nulla in nome della stretta ragione. è stato trattato qui come se i diversi architetti avessero avuto davanti agli occhi l'effetto che può produrre un cumulo di mattoni considerati nell'insieme.a più semplice di risolvere il problema. di pieno. verso l'infinito. e tutto insieme fa un vino nobile e importante. da romanzo. da stampa antica. Nei cortili l'oc . del gotico e del Rinascimento. riunione di più case in aperta campagna. Fra l'una e l'altra. Alla fine il mattone è il colore stes so della città. rompendo ogn i rapporto con l'uniformità del piano. frescura. Hanno qualcosa di carnale. piet re. Ed è un sentiment o speciale. Casale è la grande signorile fattoria della pianura padana. Spesso l'effetto è quello spoglio e nudo di certe strutture di monumenti romani di cui è rimasta l'ossatura di cotto. tra affreschi. l'effetto è d'un materiale d ivenuto prezioso. sono appena un ricordo della primitiva funz ione: tutte le cuspidi ai lati delle facciate delle chiese. sui ricordi di questa chiesa si può immaginare qual era la vita in questi centr i della pianura non ancora prospera. Il Duomo fu la prima fortezza di questa città fortificata sino all'Ottocento. l'odore del pampano. si avranno dieci sentimenti diversi. Ne ll'architettura più tarda. e punt eggiati dal grigio della calce. A Casale gli edifizi hanno spesso due uscite su due strade parallele. girano come un ragionamento intorno a un tema. Ultimamente. C'era una comunità di fedeli sulla pianura e una chies a. Così è Casale. Lungo le strade che tagliano a raggiera il cerchio del centro. nelle più difficili combinazioni. Al modo del vino dei suoi colli. Esso ricor da la vite e l'uva.

Davanti alla pianura spalancata. anche l'ingresso che sale lievemente in pendio e che basta a dar moto a tutta la scena. ragazze per la maggior parte. un riparo ombroso. In questo sistema chiuso. le finestre si aprono sui cortili come logge barocche. avanzare nell'acqua. ciascuna con la sua grazia. paziente. la s ua personalità. le ruote affondano nell'acqua. tutti i ginocchi andavano avanti con uno scatto uguale. è compiuto da queste centot tantamila donne. e nello stesso tempo vasto e spazioso di Casale. un'al tra si trova dietro il Palazzo Farnese a Piacenza. passava il carro tirato dai cavalli. o un muro di vecchio mattone. anche sotto i copricapo da fiera e da veglione. r idono. cantano. i cappelli di carta colorata. Tutto vi acquista colo re e movimento. i nastri scarlatti. Allora uno immagina: 180. lo scros cio degli oricalchi d'una banda. si ap rono d'un tratto piazze bianche enormi con una modesta cornice architettonica in torno: sono le piazze in cui la pianura prende il sopravvento. occupa tanta storia e tanta vita. Qui si capisc e qualcosa dell'Italia. da Vercelli e da Mortara. Di questo tempo tutta la zona delle risaie nella valle padana respira la donna: diecine di migliaia di ragazze. Non è soltanto la piazza padana. con lo sfondo d'un muro di mattoni. c'è il seme di qua si un milione di persone. Sono composte di pochi elemen ti: un vecchio palazzo da una parte. vive nell'ombra dei suoi cortili luminosi come in una natura fatta art ificialmente. una valletta. verdi. Casale è un mond o intimo. queste donne hanno imparato a vestirsi. ha del coro. decorate come i p alchi dei teatri settecenteschi. vien fatto di ricordare qualche luog o simile in città dell'Oriente dove. e a quello non meno femminile della Rave nna bizantina. A Casale è la piazza del Mercato e quella intorno alla Fortezza. IL TRENO DELLE MONDINE Per due giorni. Si apre i l capitolo grande della donna che. ed è fatica. i finestrini erano invasi. le piazze dei mer cati e delle caserme. con tu tti i visi le stirpi e le semenze della valle padana. quali li avr ebbe disegnati uno scenografo per un ballo di corte. sicuro. e non so quante volte tanti figli domani. tanto costume.000 monda riso. Da campo a campo ques to spettacolo anima grandi distese in cui l'acqua dorme liscia. facevano un gran muro di donne. Il lavoro grande. Sotto il tiro della stampa che si rovescia da Milano e d a Torino. grandi e deser te. a mano a mano che si scende lungo il corso de l Po. una tenera macchina umana che si muove puntualmente in un ritmo di gambe e di braccia nude. Spesso il cortile sembra a sua volta un esterno di quell i che si dispongono in teatro per figurare una strada o la scena d'una piazza ra ccolta. verso i loro paesi i n Lombardia e in Emilia. nel fitto delle vecchie città tartare e mongoli che. delle 180. Erano treni speciali composti soltanto di donne. il suo tono. m a la piazza delle città di pianura in genere. le braccia n ude a cercare. i ca valli a ogni passo si schizzano il muso paziente. fino alla metà di luglio. Si capisc . fino a ricongiungersi all 'imperio femminile dell'antica Venezia. anche se sono tutt e ugualmente rosa le bocche che chiamano strillano cantano ridono.chio ritrova quello che cercherebbe invano nella pianura. i mazzetti del riso buttati giù dall'uomo sul carro punteggiano regolarmente la superficie liscia e grigia col l oro verde intenso. turchini. di innamorate. i sedili. questa. Sul riquadro destinato ai tra pianti. di fidanzate. una fattoria alpina. i treni hanno trasportato 60. qui si potrebbe essere ugualmente a Piacenza o a Ferrara o a Bologna. all'ombra dei grandi cappelli. contenersi. ai fine strini una testa sull'altra. e i mazze tti del riso verde si accumulavano accanto a loro. e hanno il loro infinito.000 donne.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie. una fila di c ase basse sul fondo chiaro e non lastricato della piazza dove la polvere d'estat e e la neve d'inverno ricordano la pianura. sono una lacuna e uno strappo nel ra gionamento rigoroso della città ben costruita. nella grigia atmosfera delle stazioni squillano i nastri scarlatti con le scritte sui cappelli. i canti d'amore e i canti patriottici fanno tutto un fragore. Nel treno delle mondine i corridoi. Le avevo viste piegate sui ginocchi nudi. di spose. altrettanti uomini che le amano. qualcosa vacilla nella memoria in piazze come queste. si spalancano di questi spiazzi che paiono tanto più strani quanto più le città s ono fatte con la strettura rigorosa d'un tempo. Questo significa la pianura padana durante i lavori de lle risaie: centottantamila donne. gestire. gridano.

Ma in Italia. la donna avrebbe occupato naturalmente ben altro pos to da quello che. e che sia divenuta poi la letteratura amorosa per eccellenza. Tra l e cassette. il fenomeno è tutto particolare. non s'è mai visto come nel mondo attuale un così gran numero di donne che si annoiano e si sentono inutili quasi fossero scad ute dagli ideali umani. la calzatura. Infatuazioni. il femmi nismo data da almeno tre secoli. nell'Oriente. le rivoltelle battevano sulle cosce tonde. e si capisce che la letteratura nostra abbia d urato tutto il Cinquecento a descriverlo. in Russia ci sono le minatrici. Che una di costoro si fa ccia sul marciapiede. nella Mongolia. i seni tremav ano a ogni passo e facevano ondeggiare la schiera. a un uomo che l'aveva offesa manda un cartello di sfida per fare acerba vendetta. sembrava intonato con le unghie e coi capelli. Tutte in massa arrampicate ai finestrini vogliono p iacere. a Ferrara. la pettinatura. Per eguagliarsi a questi ideali hanno tentato di eguagli arsi agli uomini. e senza certi avvenimenti che fecero rientrare tante grandi cose italiane. uno dei fatti de l tempo attuale è la donna che lavora fuori di casa. e quello quasi virile della lombarda. e insomma la somiglianza a que l tipo unico che è la donna oggi. anche quelle che vivevano da secoli nella capanna accanto allo streg one e facevano tutt'uno con l'immobilità e l'infinità della steppa. le valigette. Dapprincipio l'i ntonaco delle pareti e la carta tinta di rosso servirono di cipria e di belletto . la figura. occupò fino all'Ottocento e che sta per riprendere oggi. i regni femminili e add irittura matriarcali si sono sviluppati lungo il Po. Questo era il feno meno più forte della vita italiana. Penso che in Italia dove la donna lavora fuori di casa. raddoppiò la popolazione negli ultimi cinquant'anni. perché storicamente il femminismo italiano del Rinascimento non pensò mai di agguagliarsi all'uomo. cortigiana di Venezia. popolò il Rinascimento. ed ecco che la veste alla moda. ricordano il mondo civile pulito e ben vestito. Forse perché. si sono mossi eserciti di donne dall'interno dell'Asia. E d'altro canto. E si vede nelle rivoluzioni più elementari come il primo fatto che impressiona la donna è il vestito. a Mantova. pur notevole. e rivela il fenomeno che è capo di tutta la biologia italiana: l'impulso verso la generazione che si impresse con la violenza d'un fenomeno naturale nei momenti delle riprese della nostra storia. ma con le ar mi femminili. come ho detto. le terrazziere. a uscio chiuso e senza padrini. Il fatto della donna che lavora s'è posto in tutta Europa e in tutto il mondo civi le. delle calze di seta. quale si vede nei giornali e al cinema. tanto più forte è la spinta della donna v erso il lavoro: la donna si dà al lavoro come allo strumento più rivoluzionario dell a nostra epoca. si moltiplicò in t re secoli. a Venezia.e l'irrefrenabile spinta civile del popolo di questa pianura che consuma tra l'A lpi e l'Appennino due terzi dei fogli e dei libri stampati della penisola. che morì lasciando la sua sostanza in favore di donne che si volessero redimere. Penso che altrove vidi un battaglione militare di donne: in maglietta at tillata quasi da bagno. In questa folla un occhio esperto può leggere l'appartenenza a una regione: il vestito un poco teatrale dell'emiliana (non per nulla l'Emilia è il paese dell'Opera). Nel nome del rossetto. un migliaio di gambe nude un poco strette o un poco discoste ai ginocchi. Si dice che la letteratura italiana di quel tempo è per la maggior parte letteratu ra amorosa ed erotica. abbastanza feroce. assorbì le invasioni. ben pet tinate. Quanto più i paesi sono arretra ti e sotto il peso di pregiudizi secolari. i fagotti. ai margini della Romagna e nella Romagna stessa. le sole di cui possa disporre. ritoccate con garbo. la quale. E i giornali r iportano spesso la stranezza delle ariete che cambiano addirittura sesso e diven tano uomini. sembra un bivacco. s enza i problemi e senza le complicazioni tanto cari al puritanismo. Ho visto alcune folle di donne in vari paesi del mondo. Mi torna a mente Veronica Franco. nelle classi medie. Nella Turchia appena svelata. rammentavano tanto la fragilità della donna: l'inno che cantavano. Essa mise sempre in chiaro i rapporti tra uomo e donna. e qualcosa ne è rimasto nel l'ordine familiare. credo che una folla come questa sia tra le più evolute. a causa della prevalenza femminile viva fra noi da molti secoli. l a piega e il taglio dei capelli. ma fu una rivelazione delle qualità positive e più femminili della donna. Que . Ecco un treno di mondine che sembra vadano a marito: ben vestite. voglio dire nell'Italia che fu rinascimentale e comunale.

i vi olenti. a vedere i treni delle mondine nelle stazioni della pianura pad ana. Ma qualcosa ribolliva. e un'opera pubblica gigantesca: la terra bonificata. e ci ha tramandato una grande opera. Ognuno di quei personaggi era a modo suo un uomo. e lo portarono sulla scena. terminata c inquecento anni dopo. la malattia e l'amore della casa. quando un altro inglese. cominciata verso il Mille. di padrona reggjtrice della casa. a tratti la più errante. Il muro è tutto. riecheggiavano in una vita tutta istintiva l'antico desiderio di grandez za. ris coprendo in Italia quello che in Italia c'era sempre stato: la donna nella sua f unzione di figlia. e non tant o come segno delle quattro mura domestiche. all'orecchio del Principe attent o cui tutto era riferito nella più attiva ed elegante lingua d'Europa. E questo era il Principe. i finti tonti occupano molto pos to nella vita italiana di allora. e poi custodita. fino al parricidio per ambizione. e il Bandelle che è il testimone della vit a nella pianura padana di allora. fecero un'enorme impressione nel mondo. Se ne accors e nuovamente molto più tardi. Non c'è quasi delitto che essi non contemplino con relativa indifferenz a. psicanalisti. . E da allora l'italiano ha il genio. L'Europa all ora risonò della lussuria italiana che non era se non questo impulso. Quanto a me. E come in un'eco ingigantita. di amante. che spuntava qua e là come un mostro o come qualcosa di più che un uomo. sbassati dai Gonzaga. Le quattro mura del palazzo si ritrovano dap pertutto fra le Alpi e l'Appennino. Le cose più leggere erano le beffe. è uno s cherzo tra i minori. e gli energumeni. lady Chatterley. SABBIONETA I novellieri italiani del Rinascimento. A legger e i racconti dei viaggiatori italiani che in quel tempo cercavano mondo e le mer aviglie dei popoli nuovi e le loro ricchezze e i prodotti pare di sentirle rison are nelle vaste sale di quella civiltà domestica. rendendo abitabile dove si trova. Che Gian Francesco Gonzaga corresse armato per Mantova di notte e volesse venire alla mischia con quanti incontrava. freudisti. Ce ne rimane lo stesso una grande civiltà privata. Ci appare quel tempo come un dramma a un solo protagonista. Se si pen sa che questo amore delle quattro mura viene da una razza che ha avuto storicame nte la vita più scomoda. organizzerei carovane di puritani. bisogna dire che si tratta d'un is tinto che dice tutta la personalità dell'italiano. In quel tem po si formò il tipo fisico dell'italiano: quei nasi forti. ma quel poco che fa veramente grande l'uomo. cercavano di cavarsela pel rotto della cuffia. pose una miccia a l puritanismo anglo-sassone e sconvolse non soltanto i cervelli delle donne. Da Bertoldo a Gonnella. Il popolo lottava con gli elementi. ma il fatto che egli ha costruito un a casa dove che sia. quasi che tutto accadesse in un mondo astra le. Le quattro mura erano l'incubatrice di questa civiltà. spesso gli mancava poco alla grandezza. Bisogna ri cordarsi che i Bonaccolsi. atteggiarla a costume. seguitavano ad abitare il loro palazzo di fronte al palazzo degli usurpatori o vincitori che fossero. I poeti del tempo di Shakespeare trovarono il fatto loro in questo impulso del sa ngue. nel la spersa pianura. e che talvolta ci si stupisce di non vederle sormontare un costume sontuoso o guerriero. triste o fortunato. in un tempo in cui le civiltà si sviluppavano in piccoli focolai locali. gl'ingannat i. le bazze ostinate che si ritrovano ancora oggi in viso al primo che passa per le no stre strade. le bocche risolute. truccata da scienza e da psico logia.sto e mille altri racconti del genere. Forse bisogna considerare quel tempo. tale solidarietà v itale e naturale fra uomo e donna italiani ci turba ancora nelle tragedie elisab ettiane. sui poggi. ci raccontano del loro tempo con una incredibi le facilità. come uno di q uei periodi in cui i popoli si rifanno corporalmente. Venne fuori in Europa un'emancipazione di nuovo genere. di madre. Lawrence. i Principi creavano in un lembo di terra le più spiccate civiltà locali. con tutta la sua crudeltà. e mondi interi tra le quattro mura delle loro fortifica zioni e dei palazzi. Il fatto è che ancora oggi l'italiano può portare una uniforme facendone qualcosa di individuale. C'è molto inutile sangue in quella vita. come se visitassimo un regno istintivo e pieno di richiami del sangue. quasi che col sangue si costruisse il destino vitale d'una nazione. Accanto ai violenti e ai pazzi. mentre palmo a palmo più giù la si strappava e la si strappa ancora al mare e ai fiumi. sono gli scemi. solitarie e dirute sui fiumi. i buffoni e i furbi. che se fosse stato adoperato a fare l'It alia avrebbe dato altri risultati.

ma un palazzo. il castello. Anche questo è un luog o unico in Europa. ci hanno tramandato la più splendida civiltà privata e la più mi serabile tradizione pubblica. la sua seconda moglie si chiuse in un convento tre anni dopo il matrimonio. ma egli già aveva ucciso con un cal cio all'inguine il suo figliolo. Viene incontro. e Federigo Gonzaga. e i visi sono quelli d'un mondo imbalsamato. si trova un armadio per l'archi vio. e Carlo V. il coro di questa tragedia. e il teatro olimpico dello Scamozzi. La chiesa che era un mausoleo di Vespasiano Gonza ga è ridivenuta una chiesina di villaggio. Tutto ricorda amore. in un angolo qualunque della pianura lombarda. Ma bisogna dire che è una delle più strane avventure entrare in una sala ricca e grandiosa dal cui soffitto pendono. ma in una lotta indoma bile con se stessi. Ma st arci come ospiti decaduti perché non si trovano altri locali no. e il suo segreto lo conobbe soltanto il m arito.Un Gonzaga. una natura fatta ad arte dove l a stessa natura è uniforme. Non è certo la stessa cosa. si trova nella chiesa delle Gra zie. in un villaggio di co ntadini. un a serie di figure di principi animati dalle più alte nobili e pure ambizioni. di Diana. la torre. è meglio allora affrontarlo in grande e creare allora un curioso e unico villaggio modello in cui i bambini imparano l'alfabeto sotto i cassetton i dorati a zecchino. che fu chiamata la Nuova Atene. i ricordi non sono gli stessi. e che teneva una scuderia di donne grasse. colti e raffinati. registra gli atti municipali. non ne rimane traccia. i fili nudi delle lampade elettriche e i piattini di smalto. e andò a consumarne il prezzo al carnevale di Venezia. Sono di legno e di cera. e l'uomo fu qui invece infelicissimo. con a capo un papa. pr oviene dal ripetersi infinito dei miti di Diana Apollo e Venere che dalla forza del significato originario cadono nell'allusivo e nell'equivoco. ma che. circondati dai più savi e fini e gloriosi uomini del loro temp o. un mondo artificiale vario e ricco. L'altro personaggio. un o dei più bei teatri a scena fissa della Rinascenza. e questa unica perpetuità dell'u omo della terra ha conferito a questa città stranissima. Non una villa. E grandi come a Mantova. alle porte di quella Mantova sempre più nuova nel tempo. il C onnestabile di Borbone. poiché essi non v idero altro che la grande e irrimediabile infelicità di uomini come Vespasiano Gon zaga. in sopravveste nera. che nel 1681 vendeva Casale ai Francesi. tutta una turba del Quattro e Cinquecento. e i carciofi crescevano sull'umo del Colosseo. i periodi di Roma decaduta in cu i i pastori erano tornati a popolare le pendici del Palatino sulle colonne abbat tute. Tutto questo fa f reddo e tristezza. L'uomo ha agito qui come agisce la natura. si ostinò a fondare una dimora principesca. C 'è ancora. per un teatro tragico italiano. il suo erede sperato e amato. è affidato a due vecchi contadi ni che vi tengono una stanzetta col fornello. il palazzo con giardino. il letto. Il teatro è ora un cinematografo col telone sul palcoscenico. È forse l'unico angol o d'Italia che ricordi l'Italia dell'Ottocento. e tra i miti di Galatea. e no n erano neppure abbastanza grandi per questo. un tavolino stecchito sulle sue quattro zampe a pomini. di Ulisse. un colore di villaggio. la galle ria degli Antichi. E il più bello è entrare sotto le volte del palazzo. affrescate e intagliat e. Credo che la popolazione di contad ini di allora fosse molto simile a quella d'oggi. Se si ha da organizzare uno sp ettacolo simile. Sabbioneta. quasi che la pianura vasta avesse qu i un argine. mentre sulle sedie impagliate i contadini leggono il giornale. Proviene forse da tanti sogni ambiziosi e senza vera grandezz a e da uno scenario che serviva soltanto a uno solo perché si chiamava Gonzaga. tra i putti che gonfiano le gote su un fondo nubiloso raffigurando i v enti. gioia di vivere. e gli impiegati registrano gli atti dello stato civile fra i travagli di Ulisse e le avventure di Diana figlia di Giove e della Luna. Un decreto del senato veneziano proibiva ai nobili di accostarsi a que ll'uomo che si aggirava mascherato. tras cinati in basso da un demone violento. dove una pacifica i mpiegata. Vesp asiano uccise la prima moglie per infedeltà. se Shakespeare non ha già fatto tutto. perché incontrandol o a cavallo non lo aveva salutato. Non so se tutto attorno a questi edifizi un tempo esis tessero altri palazzi. dalle nicchie dove è collocata su diversi piani . il teatro. la terza moglie vide morire Vespasiano. vestiti di stoffa. e le stoffe sono divenute q . I Gonzaga finirono con Ferdinando Carlo. il desco. non agendo sulla realtà dei loro popoli e riducendo tutto a un dramma p ersonale e familiare. Avevano fatto della storia la loro biografia.

egli credette che i m . E già nella sua consistenza è il mistero. s ovrani e poveri diavoli. come accade di tutte le scoperte che sorpassano i limiti d ell'uomo. nei quadri e nelle pale d'altare. era un frinire. cioè in qualche cosa che diviene part e dell'uomo. dello Stradivari. sbucano dalle pestilenze e dagli orrori. Se riusciranno a sfrattarli . tra il petto e il cranio.Perché allor fu i dalle tue braccia accolto". diviene tutt'uno con l'uomo. Nelle loro nicchie. tutt'al p iù un canterello come d'uno che mugoli a bocca chiusa. dei loro strumenti a corda. durò tu tta la sua vita a rinvenire. appena spiccato dal patibol o. approdano dalla Turchia. Fin qui la musica non ha lo stesso senso che per noi moderni. la ricetta della sonorità mai più raggiunt a dei violini dell'Amati. esso ha la forma del torso umano.Quando Maria chiamai fui risanato". crudele e miserabile di quel tempo. Senza di questo non si sarebbe avuta. dal le crudeltà e dalle guerre. in un lavoro infinitamente ostinato su un tema di poche note. Sembr a che i frati che custodiscono il convento non vogliono sapere più di questo teatr o picaresco ed errabondo sostenuto dalle colonne di legno. avventurieri e saracini. Alla nascita di questo strumento c'è fatalmente qualcosa di stregonesco che si per petua per due secoli. com e se ne contentavano i primitivi: basta vedere gli strani liuti d'Africa. dice in versi. Un po' più armonico era il suono del liuto prim a dell'avvento dei maestri cremonesi. da Monteverdi in poi. Sempre nei quadri del Cinquecento. e che era uno stridio. al canto delle cicale. nei loro palchetti. Guerrieri e condannati a morte. Un tecnico moderno di mia conoscenza. in atto di preghiera. ritratti in grandezza naturale. la sua voce è umana come talvolta g li uomini vorrebbero cantare o implorare o gridare.Vergine benedett a ti chiamai . Un soldato con una gamba di legno dice: "Nella guerra crudel mi fu troncato . e dall'Africa. In una cappella a parte è la tomba del più perfetto ma estro di creanze del Rinascimento: Baldesar Castiglione.ualcosa di mortuario. il mist ero stesso del ritmo e dell'armonia del mondo. del Guarnieri. Un altro con una pietra al coll o sorge da un pozzo sotto gli occhi del carnefice e si esprime: "Fuor d'esto poz zo uscii libero e sciolto .Col grave sasso che pendea dal collo . e che chiamavano perciò comunemente il mago (perché noi moderni attribuiamo ancora alcunché di magia ai procedimenti degli antichi). quella schiera di musicisti da concerto che. di Guarnieri del Gesù. poiché gli antichi si contentavano di tali rumori che erano poco più su delle voci della natura. che insomma introduce anche nella musica co ncetti morali come in tutte le altre arti. che crea tut ta un'umanità di patiti della melodia. Uno con una fune al collo. da variazione a variazione. capace com'è di purificare ed esaltare l'uomo o di diventargli complice e mezzana lasciva: questo strumento è stato ricre ato nel Seicento a Cremona. come è scritto in un cartiglio: "Dalla fune onde in alto era sospeso . da sviluppo a sviluppo. che induce il cuore a compiacersi delle sue passioni. ci fanno ascendere con loro quell'atmosfera rarefatta della grande altitu dine e solitudine in cui si abbraccia l'inconoscibile e l'inesprimibile. compos ti di gusci di frutta e d'animali e di crani d'uomini. dai pericoli. portano costumi di Spagna e di Germania. Puntato al sommo del petto.Leggier divenni e non rimasi offeso". in atto di morire e di risuscitare. ringraziano la Vergine Maria di averli scampati dalla peste del 1399. v ecchi profeti brandiscono violoncelli per cantare le lodi del Signore. conquistato attraverso una pazien za e una tecnica che alla fine divengono la scala celeste verso l'ispirazione. il violino lo suo nano gli angeli. lo suonano ai piedi della Madonna in gloria.Un de' membri che al corpo er a sostegno . dalle condanne. e doveva essere un semplice linguaggio. che perse tutta la sua vita a ricercare le lavorazioni degli antichi. formano un teatro grandioso. un ronzio. si vedranno carri pieni di questi personaggi grandi e oscuri riattraversare le grandi strade della pianura. di Amati. cosparse di ex voto c ome gli scogli del mare sono decorati di conchiglie. tra l'altro. La grande riforma musicale consiste in questo: nella trasformazione dello strumento a corda in istrumento da braccio. Ma lo strumento che a un tratto diviene parte dell'uomo. ha una voce più umana e s convolge la musica fino a renderla quell'arte che Tolstoi trovò diabolica e pensò di proscrivere. e pare di udirne i l gracile timbro: non è più il suono che i Greci paragonarono. senza riuscire a trovar le p arole. I VIOLINI DI CREMONA Fino a tutto il Cinquecento. di Stradiva ri.

Q uando si abbandonano alla fantasia toccano il gigantesco e il capriccioso. Lo strumento di Paganini. forse lo stesso che sulla testatura del violino dettò a Tartini il f amoso trillo. e di come amministrò abilmente il suo denaro. alle più gr osse verdure. Niente altro. Non si sa dove il mago di mia conoscenza fosse arrivato con le sue ricerche. intorno ad altri che praticarono il magico strumento. Guarnieri del Gesù. Sì. ma visse os curo. fu in carcere e fece un patto col diavolo per uscire libero e per diventare il più grande violinista d'Europa. lavorò parte della sua vita in prigione do ve era stato rinchiuso per avere ucciso uno della sua stessa arte. grandi frutta. guadagnò un milione di lire (siamo alla fine del Seicento ).aestri cremonesi trattassero il legno con l'ambra sciogliendola con una loro ric etta che poi andò perduta. Egli s'era poi fatto u na tomba in San Domenico a Cremona. di quei violini tascabili. gl'inviati dei potenti d'Europa aspettavano più mesi a Cr emona che il maestro consegnasse gli strumenti richiesti. il più magniloquente e insieme il più ortodosso della l etteratura italiana. le sue molecole si disgregano. e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia. il sortilegio del violino. e in tutto undici figli. che appartiene al municipio di Genova. Paganini ha le br accia allungate smisuratamente dal violino e dall'archetto. o c hissà per quale motivo più reale. Stradivari già lo conosceva il diavolo. In ultimo lasciò perfino il suo cuore a qualcuno. Forse è quel viso che orna la parte alta del manico d'una sua cetra. Davanti alla tomba scoperchiata. L'Ottocento non ha finito ancora di stupirsi della voce del violino di Cremona: Tolstoi vede ancora Satana nella Sonata a Kreutzer. Gli angeli non suo nano più violini ai piedi della Madonna in gloria. e nelle f alde nasconde forse una "pochette". al modo del cuore nostro quando non vi spira più né amore né gioia né sofferenza. che essi confidano soltanto all'arte. Di Stradivari rimane la tes timonianza che allogò i suoi figli molto bene. un ignoto venuto da Milano afferra u n teschio e pronunziando il nome di Stradivari se lo porta via. Destino dei grandi uomini di scostare con la loro presenza quanto la loro opera invita a conoscerli esprimendo una parte di loro. Vedo apparire Paganini. ai frutti più madornali. Del quale si sa che ebbe successivamente due mogli. LO SPIRITO DELLA PIANURA C'è uno spirito italiano proprio della pianura: facile ad accendersi. morì portandosi anch'egli il suo segreto. Perché il vio lino ha pure questo di supremamente umano: non suonato per un pezzo deperisce e muore. l'aggettivo grande è il più significativo: grandi palaz zi. altro cremonese allievo di Stradivari. disse la leggenda. come colpito e bruciato dalla fiamma d'un genio infernale. lo strumento è profano: tanto che m'ha sempre stupito sentirlo qualche volta in chiesa accanto all'organo. alla maniera antic a. grandi coltivazioni. Uno strumento del Guarnieri usò Paganini. il viso pallido inco rniciato dai lunghi capelli cupi: intona il suo pezzo strabiliante sulla corda d el sol. Girò l'Europa con un segretario che pare fosse il diavol o in persona. Sono le contrade che hanno costruito i palazzi di Mantova e di Ferrara. e annerito come gli era. attraverso il suo str umento: abito nero e corpetto nero. "dispera to come un canto d'angeli scacciati dal cielo perché si sono innamorali delle donn e della terra". un viso femminile ridente con due gemme p er occhi. E chissà poi se uno strumento simile ha ancora una voce. ma non più di quanti ne nacquero fino all'Ot tocento. non più sotto l'azione delle vibrazioni. poi demolita con la demolizione della chiesa del 1868. C'è un enigma nella vita di Stradivari. La fantasia d ei contemporanei non trova altra spiegazione alla figura di Paganini se non una sua alleanza col diavolo. quelle che me ttono l'impegno più assoluto al bestiame più bello. Nel Ferrarese viene fuori uno scrittore come il Monti. è piuttosto l 'ombra. voglio dire proprio il muscolo che fa da cuore. la sua amante infedele. Così accadde di Stradivari. fornendo strumenti musicali ai grandi e alle Corti del suo tempo. Di Stradivari no n rimane neppure un ritratto. Fino a Milano. e con lui la leggenda si rinforza: egli uccise. le code della giacca fino a terra. curioso di t utte le novità. e lo si trova in una boccia d'alcole nella . Ma sul manico non c'è più nessuna corda. come per un irraggiungibile virtuosismo. indifferente ai suoi concittadini per qualche stranezza del carattere. e la migliore. la seconda a cinquant'anni. grandi torri. con quel suono disperato di cui ci parla tutta una letteratura. è vero c he si trattava di cerimonie nuziali.

l'economia politica. ma medievale e padana. A Ferrara si possono ancora avere. come è padano il romanticismo. E sono padane la scienza dell'anatomia. e appena q uel tanto di terra che si stende là dove il Po si impaluda. col Polesine. Ai due estremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola. l'uomo ha bisogno di agire. nell'assolu to. nella vita per tanti versi misteriosa di quell'età. e al punto da suggerire il pensiero che. ma anche le grandi famiglie. grandi appartamenti di quelli che non si sa come dividere. Ora. di deprecazione c ontro i preti. vi sia ancora qualcosa di inesplorato nei dipinti e nell e decorazioni allegoriche di cui signori e principi si circondavano. S otto una vita semplicissima. E questo dà il senso del presente e dell'avvenire italiani. e non è detto che il capitano d'industria o il padrone di un allevamento o d'un campo modello non portino nella loro funzione qualcosa che somiglia da vicino a l senso di assoluto che domina un filosofo nell'indagine del vero e del bene. fin dal tempo dei Greci. La provincia di Trevis o colonizzò lo Stato di San Paolo del Brasile. In fondo. ma l'annunzio di come una signo rina ferrarese aveva lasciato gli studi letterari per darsi alla chimica. presso il Duomo di Fe rrara. e che nel Risorgimento porta questo suo anelito fino a ricongiungersi con l'azione del Piemonte: l'Italia centrale cerca l'uomo nel regno di Dio. Ma nella pianura padana c'è ormai più poco da conquistare. E b ruciano anche le lapidi. l'elettricità. proprio l'appartamentino distrusse in Turchia non soltant o la poligamia. C'è l'Italia meridionale che indaga sull'uomo nel creato.Biblioteca dell'Università di Ferrara. millenaria intorno alla terra. Ma le città sono piene d'uomini. Su una palizzat a. della sua necessità e fatalità. in una piazza di Ferrara. altrimenti agisce contro di sé e il su o nucleo civile. quel Bartoli che a nche in punto di morte ebbe uno scrupolo grammaticale e disse: "Me ne vado. dicono assai de lla vita d'una città che ha sempre tutto sulla punta della lingua. as sai prima delle leggi. mentre là presso le lunette del Duomo sono le immagini più vicine all a concezione di Dante della vita ultraterrena. Ma sempre con un piede legato alla tradizione e al rigore tosca ni. Queste lapidi imprecanti. in Dante. il padre Bartoli era ferrarese. che non si trattasse soltanto di figurazioni di miti e favole antiche. quella settentrionale considera l'uomo nel finito e ab itabile mondo. o me ne vo: che vale lo stesso". domina su tutto uno s pirito urbano. e il futurismo. E poi. il più devoto alla tradizione letteraria fino alla bigotteria. Anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione. inneggiami. E a Milano un astronomo che copriva di scritte i muri. la pianura tra Roma e il C irceo. del suo viaggio ve rso l'esilio. e Ferrara più di o gni altra. I grandi palazzi sono pieni di tutto quanto nella vita medievale e rinascimental e è simbolico. e la lotta è sempre quella. ininterrottamente. di critica alle cos e comunali. nell'infinito. annunziando c he gli astronomi sono stupidi. Se parliamo di reazione. primissima in Europa e ultima vo ce dei Greci fino a noi. alcune zone della Sardegna e. T ra i più potenti limitatori delle nascite al tempo nostro. che non è soltanto toscana e fiorentina. l'appartamentino di due stanze e cucina venuto di moda dopo l'Ottoc ento e con l'urbanesimo. col braccio teso. bisogna annoverare le c ase piccole. e la terra un elemento dell a vita urbana e la causa stessa del suo fiorire. Non si immagina che cosa abbia combinato nel mondo ques ta necessità urbana degli ultimi cinquanta anni. l'Opera è padana. Perché c'è un'ispirazione. Il quale Savonarola sta ancora in piedi. la moda raggiunse l'Oriente e. I vers i mi pare fossero in terzine. È la pianura. senza accorgersi che i tizzi ardenti gli stanno per bruciare i piedi. e che la terra non è tonda ma piana e fermissima. Dove non c'è vento di idee nuove che non abbia suscitato uragani. c'è un potere d'infatuazione per tutto quanto è assolut o. per una somma relativa mente modesta. ampio e avventuroso come un bel palazzo padano. Ma ricordo a Bologna un tipo di vecchio signore in tuba che vendeva pittorescamente certi suoi fogli stampati. fatti per altre generazioni e che non si riesce a ridurre ad appartamentini moderni. Non era la pubblicità d'un nuovo prodotto. per tutta la piazza della Cattedrale. ma che sotto vi pull ulasse uno spirito simile a quello che si trova nei misteri orfici e pitagorici . E poi c'è l'Ariosto. leggevo un cartello stampato che pareva composto in versi. il Ferrarese la campagna tra Roma e il mare. Una commissione di trevigiani contadini è andata a saggiare la terra e il r egime delle piogge in Abissinia. annunzianti.

È una vena na scosta che circola in tutta la vita italiana fino alla Riforma. non più quella baccante che ancora adolescente as sisteva a orge immonde col padre premiando i vincitori. se raccogliessi mo le lettere virili. e Lucrezia. nella fantasia e nei sensi. Il peccatore interessa più vivamente del fedele le religioni di tutto il mondo. Lallemant. le corti padane diedero schiere di gentilissime e virtuosissime per cui. e non se ne parlerà più.della antichità: insomma. ma pare proprio certo che essere capitata a Ferrara ed entrare in tutto un mondo istintivamente prolifico abbia fatto di le i proprio una cauta signora. credo. La ebbe forse quella Olimpia Mo rato ferrarese. mentre le sole firme di quelle altre due traggono tanta gente curiosa in pellegrinaggio? La sto ria non sarebbe dunque se non il racconto degli errori umani. i quali adoperavano la parola Amore. Un signo re francese del Rinascimento. già dai poeti d'am ore durante gli anni di Dante. Forse perché meglio del giust o conosce la verità essendo con essa in contrasto e guerra? Guardiamo la storia de i Gonzaga: dopo una storia tutt'altro che edificante. quasi gotica. spunta un tenerissimo inno cente il quale. l'impeto di vita del Rinasc imento. non si fremerà davanti alla ciocca di capelli biondi che si conserva di Lucrezia a Brera. un suo palazzo secondo la moda della Rinascenza nostr a. Ci si aggira inseguendo un segreto come in un labirinto ariostesco. a significare Fede. A ogni modo. e senza risult ato. le passioni. non veniva forse da questa Ferrara marcata nel più intimo da quell'arte e da que lla concezione della vita? Grande e vasta Ferrara. Da decenni ormai gli storici s i affannano a togliere ogni colpa dalla vita di queste due donne. quella del Cossa. come per Lucrezia ha fatto Maria Bellonci. e tutto lo sbigottimento d'incontrarsi coi mostri che ognuno di noi chiude a doppia chiave entro di sé. Parisina. Si trova nei pittori ferraresi una simbologia aperta e chiara come quella del Dosso. togliete queste favole. una filosofia segreta. e l'imp ressione che ebbi in quel palazzo di Bourges si riproduce davanti agli affreschi del Palazzo Schifanoia a Ferrara. per esempio. che mondo astratto. Lucrezia. ed è San Luigi. LA BASSA La terra nella pianura padana rende oggi sui trentacinque per ogni quintale. come una grata di prigione. come seguitando in una interminabile pianura. e lasciandoci a ogni modo una poesia di formule dottrinali che il Rossetti e Pascoli e Luigi Valli hanno tentato di decifrare in base appun to a un linguaggio che sospettavano iniziatico. a Ferrara. che ci possa spiegare i segreti di questa città che più di ogni altra serba nell'animo. È come visitare un mondo segnato di quanto nell'uomo sta fra intuizioni e terror i: il peccato. Avrà mentito il cardinale. trasportandovi gli stessi simboli come li aveva veduti in Italia. Questo signor Lallemant è sicuro p ortasse dall'Italia tutta una simbologia pittorica di natura iniziatica. nessun'altra terra d'Italia. E il Sa vonarola. Tutto questo non è sol tanto decorazione o allegoria. è quel santo che parve avere n el sangue per un'esperienza di razza l'orrore del peccato. non troveremmo che rari curiosi. nel centro geografico della Francia. accanto alle donne come Isabella Gonzaga. e ve n'è una coperta. almeno nella seconda parte della sua vita. e al terzo il cardinale Bembo augurava di "essere eziandio della materna virtù s uccessore". qua nto. i biglietti f irmati da Parisina e da Lucrezia Borgia. È un a mia ipotesi. senza nessuna conoscenza del mondo. anche a volerla intendere realisticamente . A vedere nell'ultimo tratto del Po come . perseguitato com'era dall'odio più furente verso l'arte del Rinascimento . la scrittura virile. stretta in se stes sa. Ma d'altra parte. pur nella rappresentazione che i l Cossa fa della vita di Borso d'Este. un vero e proprio culto. forse fino a trovare que lla Circe del Dosso. e fuori di questo è silenzio. Quello di Lucrezia è una lista di spese p er lavori di artigiani. Naturalmente sono andato a vedere. Parisina sarebbe soltanto una sventurata. ed essa entrerà nel novero delle oneste donne che non hanno storia. Quella di Parisina. quasi tutta aste. la morte. oltre la palude e il mare. la firma è grande e larga. fuggiasca in Franconia perché aveva abbracciato la Riforma e di cu i si possono leggere le oneste lettere in qualche vecchio libro. si fece costruire a Bourges. è una firma minuta. in calce a un biglietto che chiede dieci ducati d'oro "per una certa s pesa la quale habiamo fatto". nella Biblioteca dell'Università. a Ferrara ebbe tre figli . dalle strade che portano lontano e quasi infinite.

con le figlie donnine piccine. La pianura folta lascia appena disti nguere gli abitati. un borgo chiuso fra le mura d'un villaggio medievale di contadini fortificato. e tornava a casa sua. correva in lungo e in largo la terra distesa dove ci f osse bisogno. Questi campi padani sono quello che più ricorda la presenza dell'uomo. il gra no era in mezzo all'acqua sporca. i ragazzi all 'ombra delle fratte tra le acacie e i pioppi. eccolo verso l'ultimo diviso in canali dritti e uniformi. Nient'altro. e l'eterna promessa di questi argini che invitano a guar dare di là. e il contatto con lo sterile mare. fra due rive arruffate di giunch i. e una rete a bila ncia da capo d'una lunga asta. come nell'architet tura e nel modo di disporre una città. con le braccia robuste in avanti. e nessuno ci poteva far nul la. Si aspetta che il . Dopo aver visto il Po trascorrere solitario sotto i lunghi ponti. si macinano alla fine a furia di arare. talvol ta più bassa dell'argine. stanno nelle depressioni del terreno. ma ogni palmo di terra fu un lavoro di adattamento e un'impresa. il mare arriva fin qui e tiene tutto sotto il suo dominio. a occidente della città. mi chiese di aiutarla a caricare sul tr eno certi suoi fagotti. più giù è storia d'oggi: a Piacenza i campi sono adagiati fra alti argini. è salmastra.si strappa la terra fino al mare. i personaggi che possono diventare nella fantasia le ceppaie nocchiute che tirano a ogni nodo un virgulto dritto e lucido. Si fermavano le macchine di pa ssaggio. Conosceva bene la terra e i lavori. e nella B assa. perché. e non vedeva l'ora di scorgere sulla pianura le mura del suo villa ggio. abbondanti. Altre donne salivano e scendevano alle stazioni. l'architettura d'una fila d'alberi dritta che fa da frangivento. qualche silo risponde all e torri che tra il fiume e le gore verdastre dominano le fattorie e i villaggi f ino ai dintorni di Mantova. ma di molte generazioni. Fino a Mantova la terra ne serba ancora il ricordo. corre nei canali del Po. e il salino. e di là è una nuova promessa a guardare oltre. Ora i campi so no felici. anche se la conformazione del terreno sia delle più uniformi. come un cristiano. Montagnana. nel Mantovano i campi sono rilevati. lungo gli argini a distanza una capanna di sarracchi. Canapai e seminati a pioppeti promettono che di là tro verete chissà che aspetti. per molti secoli. si capisce quello che è costato in sette secoli bonificare la pianura. Capii in quel tratto la nostalgia della gente della pianura. è ancora visibile la separazione della terra dalle acque. e anche i villa ggi. chi ha un po' d'occhio riconosce alla prima. La te rra. Veniva dal lavoro verso Vercelli. appena strappata dalle acque è fiacca e nera. alti nel mezzo e declinanti ai lati. ne parlava con confidenza. spartirsi alle secche sabbiose. quella che luccica da tutte le parti. e invece è un campo appena arato con le sue motte di terr a grandi e lucide della lama dell'aratro. e il contadino pensa che tutt o sommato anche quello è concime. svoltare nell'infinito piano come una vecchia strada. Non c'era il minim o equivoco. Intorno a Roma. Questa è terra di creazione recente. come da onda a onda. C'è una tecnica della terra. Nel Ferrarese. per mantenere i coltivi all'asciutto sgrondando i soverchi umori del te rreno. a Montagnana . Prosciugato il campo comincia l'arsura. l'ars ura è nell'aria. che danno l'idea della prontezza al lavoro. poi. di dove ess i vennero: marchigiani o veneri o padani o della Bassa ferrarese. seminata di conchiglie. Una di queste donne. e nei loro discorsi si veniva a sapere tutto della vita attorno. stagna poco più giù. Ognuno vi r ifà il suo paesaggio natale. i contadini con le braccia lunghe sui fianchi a guardare quella maledizione c he non capivano perché fosse capitata a loro. Anche nella Bassa sono arrivati ad avere i trentacinque per ogni quintale. e anche dove è passata più d'una generazione di agricoltori. Ognuno ha il s uo modo. dove tra Maccarese Ostia e il Circeo s'è avuta un'emigrazione di contadini di varie regioni. e non quell a d'oggi soltanto. nel Polesine. l'aratr o la rivoltola di continuo per anni. e non si sa come ci si sentiva colpevoli. al punto che si riconosce dappertutto che gent e vi ha messo mano. t utti fermi e zitti attorno. Non c'è ac qua. verdi. con quelle cappe bianche che tornano su sem pre nuove. Gli argini so no alti. Da trenino a trenino tanta gente corre la pianura: le donne coi fazzoletti attorno al capo. e quando fui salito volle discorrere. A un certo punto si v ede un piano allagato dalle piogge: i covoni di grano facevano pietà nell'acqua. Al m odo di tante altre donne. con que lla confidenza che esse hanno dell'uomo. le signore scendevano. come per una disgrazia che toccasse il pane di ognun o.

Poi ma sticò: "Be'. e poi daccapo. come le barbabietole. l'uomo del pozzo. Era l'ora di an dare a letto. Ma senz'acqua non sono possibili che le colture bianche.. si è fissata una civiltà artistica fatta d'emulazione. e un'altra molto semplice all'apparenza: per p iovere bisogna che tuoni. fra cui mi trovavo. i c anoni. s'illuminò tutto: "Ci sono molte fontane a Roma". Dove. Gli rispose una risata. questo era il suo pensiero. cioè. Di questo ha notizie. la contrada tra Venezia e Ra venna asciuga tutto l'umore dei fiumi della valle padana. poi. non sono romagnoli: i romagnoli hanno il senso esclusivo del gruppo familiare con tutte le qualità che questo gruppo richiede. Raramente ho veduto uomo fatto di terra come era lui. e poi barbabietol e. la segregazione da tutta un'umanità e dagl'interessi di questa. che sbucano da tutte le parti. C'è l'internazionale del contadino.. bracci morti. è quel popolo bollente.. e ogni volta che chiamava se ne present ava una nuova sempre più piccola. pa esaggi d'una Venezia minore. e nelle loro idee sono assoluti fino all'ultimo e oltre: questi sono i ferraresi. capace di tutti gli eccessi e di tutti i rigori. la barbabietola delle terre asci utte è roba per le bestie. non riusciva a terminar e questa frase. i libri dei nostri narratori de i buoni secoli. vanti l 'arte e la decorazione di tutti i tempi. Questo. ma erano molte. buse. Le ragazze dell'o ste andavano attorno a servire le tavole e a preparare gli alloggi per la notte: non so quante fossero. Di ogni cosa sentiva il sapore. io se fossi un signore. e dal mare. è rimasto un colore amoroso e generativo."." L'uomo grosso e fort e che mangiava accanto a me nell'osteria d'un villaggio. e quello che rende la terra più giù o più su. è sciolta e fiacca. ara e ara. non fece che mangiare patate. ciò che è il tratto di molti popoli della pi anura. fra due estremi d'un conformismo tutto regola e rigore. sono proprio l'a cqua e la strada. metafisico. e un'altra meteorologica: lampo non mangia barca. e que llo d'una fantasia fuori d'ogni limite. Vi si trovano vecchie città come Chioggia e Comacchio. Disse ancora poche sentenze: il pesce è buono quanto più la testa è lontana dalla coda. Lo spettacolo e l'idea dei ragazzi dov eva accompagnarmi per tutto il resto del viaggio.. e oggi si direbbe di surrealista. d'una specie di oscuro e ribollente istinto vitale. e non è un capri ccio da milionario. Non sono emiliani: manca ad essi degli emiliani quel certo la scito clericale che la natura degli emiliani è riuscita a rendere duttilità e morbid ezza. Alla fine lo disse: "Se fossi un gran signore da cavarmi tutti i capricci. ce ne sono anche a Comacchio". A pensarci bene. sono dappertutto. quello levò gli occhi dal piatto: veniva dalle terre salate di più giù. dieci o quindici. Gli dissero: "Ce ne sono di pozzi artesiani. dovendo traversare le stanze vicine alla mia per uscire. si fa stretta. se ne circonda il campo d'una corrente continua che lo manterrà fresco. vidi che i letti e i divani. e che quando possono sfogano in una lunga strada. Poi stette zitto. ragazze e donne. Uno della tavolata gli fa: "O dillo che faresti se fossi un gran signore. Al mattino.consorzio distribuisca l'acqua per l'irrigazione. È la sterilità che dà mistero e lontananza alle terre sterili. prende nerbo. per questo impegno sempre assoluto. erano fitti di ragazzi addormentati. ed è dove la terra è buona. per piover bene. ma un signore come dico io. Tra canali. vorrei avere un pozzo artesiano (diceva 'artigiano') nel cortile di casa mia". dritta quanto è lunga la striscia . sentendo ch e io venivo da Roma. vorrei avere un pozzo artesiano". Gli altri attorno fantasticavano ancora sui raccolti. L'oste seduto acca nto a me era servito dalle sue figliole. fantasticava: la terra appena riscattata dalle acque. Qui. Mancare d'acqua significa. più che licenziosi sono pieni di ragazze e di donne. per mille ragioni. i fitti. diversivi. Sì. Ora. poiché la locanda era pi ena. E quello: "Se fossi proprio un gran signore... il grano . L'uomo non ci credeva. resi praticabili dalla ostinata volontà dell'uomo. cioè i lampi in mare non annunziano tempesta. fi no al fanatismo. "Io. e permett e le colture di colore. e che h a dato quanto di più strano. fossati. un fiume pull ulante di vita. e i paesi sembrano là a portata di mano. di feticismo delle forme più nobili fino al capriccio. della lice nza del Rinascimento." ripeteva tra un bo ccone e l'altro. e come per mettersele bene nell'animo. dopo anni di aratura. rifugiate su strisce di terra come su pontili. Più che par lare. e così le angurie. il granone e poca altra roba: è l'acqua che fa la terra di due sapori. I fatti che formano profonde differenze e distanze in campagna.

e depressioni più basse del livello marino. chissà. in molti punti allora deserti c'è l'uomo con la vigna che produce il vino nero e profondo ammantato di sonno. In genere l'ingresso alle case è un androne che seguita fino alla parte opposta. Questi etruschi di Spina dovettero essere d'una civiltà molto chiusa. per dire no diceva "nié" secondo le lingue slave. seppelliva i suoi morti alla maniera egizia dei poveri. Ventimila anni fa videro le grandi belve e ve n'erano anche stille foci del Tevere. fa rilevare la prua che vi guarda in facc . dovettero avere rarissimo traffico. attraverso canali. del dominio degli elementi. un quadrato di vela si gonfia ap peso per due lembi a un bastone. e insieme dell'eterno. e mentre sembra che debbano risolversi in questa gran fluidità di elementi. Anche i bragozzi a vela che corrono lungo il canale di Comacchio sul filo della corrente e del vento non sono molto diversi dai prim i modelli di navigazione: son appena un guscio. Tutta l'opera dell'uomo per questa vasta distesa consiste nel rend erla praticabile da un punto all'altro. Nel discorso dell'ostessa. e dall'altra parte si trova il cana le. alla Spina. come velo su velo. i contatti con gli sla vi. ma l'etrusco nessuno è riuscito finora a decifrarlo. ma che dovevo raccapezzare da varie lingue. e del dialetto ferrarese. Gli ultimi elefanti del Lazio. che arrostiva con piacere una sogliola sulla brace. tra gl'insabbiamenti. parole france si. come dimostrò ai geologi un cimitero di os sa trovato in quella confluenza. forse e ra anche etrusco. In mezzo alle acque stesse. dal Reno al Brenta. ma un buon quarto era incomprensibile. e mi rispose: "L'etrusco". Dovunque si sente il lavorio del vent o e del mare. Tutta la contrada delle foci del Po dà il senso di questo svolgimento dei secoli. quello che di qui a qualche secolo sarà un banco di terra emersa e che un contadino tenterà ancora di riscattare dal mare. Quando alla fine raggiungono il mare. sentendo parlar e la mia ostessa. cercano lungamente il mare. i tedeschi e gli spagnoli: mille anni di storia. la sabbia accumulata negli ultimi s ecoli. c 'era molto passato del luogo. Tutto intorno dà l'idea del mutabile. o forse si erano già spenti quando nelle altre colonie etrusche comincia vano le importazioni. l 'acqua vi forma i suoi canali. sotto monticelli di terra che arieggiano a piramidi. e se poi c'era veramente qu alcosa di etrusco. la vela pare un drappo antico. ricacc iati dal prosciugarsi della terra che ne mutò la vegetazione. già non lo si riconosc e. l'uomo vi sbarcò al modo stesso dei pesci che cercano acque più dolci e più temperate per generare. le tracce della sua storia. e non all'altra maniera egiziana dei ricchi. alla spagnola. e poi tedesche erano mescolate tra le altre. e alle foci si ebbero i primi fatti di creazione della vita umana. L'Isola Sacra. e in camere che riproducono le stanze dei vivi. Uomini e donne lavorano alla terra emersa negli ultimi due o tremila anni. I tre quarti delle parole che diceva erano di lingu e note. e anche su questo fondo sottomarino la corrente incide il suo corso: anco ra per due o tre chilometri la corrente del fiume dura fluendo su un letto sotto marino. m'accorsi che il suo linguaggio era una mescolanza di parole c he capivo. I ponti sui canali ne proseguono la strada. I bracci in cui si divide il P o. Una c ittà etrusca era nelle valli di Comacchio. nella sabbia. A riscont rare il terreno con una carta topografica di venti anni fa. e gli altri fiumi che vi sfociano. stretta e locale: fra i ricordi del m useo. sono come gallerie praticabili e sottopassaggi contro il vento e il caldo.di terra su cui posano. Alle foci dei fiumi si sviluppò anticamente la vita. la loro architettura. Un altro particolare. Contrariamente alla natura et rusca. e se ne possono trovare le memorie nel palazzo di Lodovico il Moro a Ferrara. l'uomo seduto co i suoi pesci e le sue verdure a poppa. Ma che cosa non rappresentavano le foci dei fiumi. del provvisorio. sono scarsissimi i vasi importati dalla Grecia. Si dorme in un'atmosfera gonfia di umori e sembra di dover mettere le radici. era uno di questi approdi: le anime in attesa della barca fatale vi si agg iravano per più giorni. si rifugiarono e mor irono all'incontro fra Tevere e Aniene. questa comunità di Spina s'era stabilita nel piano. fanno lunghi giri tra sabbie e lagune. lagune. vi trovano. le sue parole erano di tremila anni. a cinque o dieci metri di profondità. A Comacchio. Le chiesi che dialetto parlasse . E alle foci dei fiumi gli antichi mettevano i l uoghi d'incontro per le anime che dovevano sbarcare di là. L'uomo lo chiamava "hombr e". presso O stia.

con un timone enorme manovr ato da un uomo piccolissimo. Su questo verd e si affacciano grandi vele. bigia. lontano da casa. alto a prua come a poppa. a mano a mano che il cielo si rasserenava. Scendeva la sera. il vino. sulla distesa rasata della terra. al riparo d'un padiglione di canne e di vimini. Dietro l'abbazia di Pomposa i paesi agricoli levavano trionfanti sull'immensità tortuosa i loro campanili e i s ilos. e nel mezzo degli stagni. ci guidò pel bosco della Mesola. sulle onde v erdi e teatrali dell'Adriatico. poi pio vve a scrosci. una chiatta porta all'altra riva le macchine. non si scorge l'acqua ma il verde dei canneti e dei campi. il pollaio. Correvo per un sentiero. raso terra. dal canale. e una piattaforma asciutta di mattoni. di tavole sconnesse e di tronchi d'albero. ci toccava an dare a zig zag per non ribaltarsi nei fossi coperti di muffa e di vegetazione a fior d'acqua. Ai lati del canale si stende la laguna che è colore ro sa. e sul limite dell'orizzonte una vela grandissima r icorda i mulini a vento delle pianure rasate della Prussia. il bosco si animava d'una vita primitiva e spensierata. gli occhi dell'ostessa. le case attorniate dai canni cci delle riserve di pesca sparivano tra l'opaco grigiore della pioggia. vi ve ngono incontro e poi si rigirano. e tra il luccichio dell'acqua che si apriva un varco nel la duna sentii l'imperturbabile scrollo del mare. e inv ece il fiume stagnava pigro a una svolta. covavamo il tepore d el respiro e del sangue. La contrada è delle più piovose. sono le chiatte e i caicchi ch e vengono su dal mare infilando gl'invisibili canali. Tutta la distesa è per un tratto questo falotico rigi rarsi di vele incappucciate. i discorsi dei cacciato ri. come giganti ammantellati. Su un campo grigio e appena rasciutto dalla melma salmastra. aranci one e oro. si girano. come lassù. Pareva a cento passi. Da canale a canale. sono lontane. La macchina slittava nel fango attaccaticcio. Andando ver so l'intrico delle foci. e sembra di navigare su un'isola. Poi. di stagni. fino a Goro. tutti fissi in questa sospensione di moto.ia come un cigno navigante. le vele si rigirano. non più che figure incappucciate. Al traghetto. Ravvolgendo il loro m antello di vecchia porpora. si allontanano. si fermava davanti a un banco di sabbi a e faceva un lungo giro che bisognava seguire per gli acquitrini e i ponticelli buttati tra fosso e fosso. di deserti salati e di boschi favolosi dove i daini sp iavano puliti e teneri tra gli alberi grondanti. e il forno. dove il Po nasce. che era un'aia e che si trovava a distanze ricorrenti. la stalla. e nell'umidità. Erano presso di noi le chiatte con le loro cerate affungate. mucchi di grosse angurie prospe ravano come un primo getto della terra. verde. a Tolle. Dai foss i saltavano ragazzi e bimbe. correndo sui piedi di fumo. qualcun o ci accennava di lontano la strada. le biciclette. e solo più tardi. avvertivamo il caldo della nostra vita. Dalle case solitarie qua e là sui fossi. l'umid ità penetrava dovunque. dal nembo. svoltano. Da vicino mostrano il loro d isegno a spicchio di luna. con tante creature. cercando la foce del fiume. gli uomini ancora in sella. e tra questo eterno popolo i discorsi . allontanatesi uggiolando il temporale. dietro. si sono presentate le grandi vele latine. dal mare. Nell'ar ia freddosa sembrava di trovarsi in un fondiglio umido sotto il livello della te rra. nella prateria. I GRANDI SCENARI DI MANTOVA A Mantova fu l'osteria. parevano prodi giose conquiste dell'uomo. gl i asini. Nell'intrico delle acque il paesaggio lagunare diventava lontano. Donne e b imbe sbucavano dal bosco portando chissà a chi il pranzo legato in una salvietta. e ci trovammo su una chiatta. era tutto il senso della vita. e laggiù una fil a di pini si rifletteva su un'altra riva immobile. sconfinata. agli sbocchi dei canali. al Monviso. la pista sabbiosa interrava le ruote dell'auto. si scoprì nel grigio folgorante l 'abbazia di Pomposa. coi vestiti a ttaccati dalla pioggia. Le barche dei t raghetti più lontani erano abbandonate nell'acqua battuta dalla pioggia a scrosci. pare. le donne dietro i vetri della stanza a terreno. umide e aggrondate. il conduttore al volano. e un tronco d'albero scheggiato dall'accetta. l'acqua cop riva tutto come un velario. In quel caos di acque. sotto i mantelli. vengono avanti in volo. ci si accorge che queste vele percorrono un canale. dagli stagni. a una svolta. si trovavano da miglio a miglio case coloniche. tutta un'atmosfera di fumo e di cibo. uno degli spettacoli più curiosi del mond o. finché trovammo un ragazzo che. alla Pila.

Proprio in virtù di queste differenze il mondo degli uomini appare forte e vivo. è ancora quella che vi ha tenuto sulle ginocchia. non avevo veduto in fronte a non so quante osterie e trattorie l'immagine di Ga ribaldi a cavallo col suo mantello svolazzante? Opera ed eroi mi apparvero l'esp ressione sopravvissuta dell'ispirazione popolare. di labirinti smessi. deperiscono. al sommo di questa espressione civile. queste donne hanno l'ordine e la responsabilità. gioca e fu ma. ha il suo regno accanto a quello dell'uomo. che non avendo altra epopea da vivere ne vissero una amo rosa. denso. torri. erano le regolatrici. il vino che è com e una linfa vivificatrice dei luoghi bassi. Nell'al to dei loro occhi svegli. fu un modo di vedere le cose passate . intorno a sé. nelle regioni vicine a questa. Si potrebbe compilare un'antologia di città abbandonate. La donna nelle società semplici è sempre una virago. e non in un mondo sfatto dove diventa nemica armata di inquietudini romantiche. È lo stesso dappertutto dove c'è popolo in Italia. nella Romagna e nel Venet o. dove f . Del resto. invidia d elle donne del suo tempo. A ritrova re questa città si ritrova un'epoca di letteratura. quella febbre che aveva preso gli scrittori di pochi anni prima della guerra con le pallide eroine agguantisi in luoghi dello stesso tipo. In un ambiente siffatto tutto quello che è civile acqui sta un tono più grande. padrone e spose. il crollo dei grandi scenari. ai quali partecipavan o l'ostessa dal suo banco. con le sue passioni grandi e sonore. che dopo di lui ciascuno ha veduto. fantasia. di palazzi polverosi. come se non foste uscito mai dall'infanzia. quel sentimento sepolcrale delle cose. d'un popolo che intorno a sé non vedeva se non la morte dei grandi sogni. castelli e palazzi. di fontane ingrommate. di gi ardini intristiti. quella parlata lu nga da cui le cose e i pensieri escono con un color familiare. fa l'arte e la guerra. Per un pezzo rimasi ad ascoltare i discorsi di quest'osteria. che faceva collezione di vestiti e mandava le trote agli amici. un sentimento delle cose che finiscono. Qui si trovano le forti donne coi forti pensieri. e mi ricordai della forza del le donne del popolo come di una storia di matriarcato. in Inghilterra come in Francia. a Tarquinia e ad Assisi. s'impiccioliscono più che ingrandire. aspro. Una volta furono le favole dei paladini e dei santi. Qui esse guardavano i lor o uomini quasi come ragazzi. e ognuno che cap itasse nella sala. si consumano. E tutto a Mantova parla un grande linguaggio. i principi col popolo. dei sogni antichi abbandonati. Ed ecco una delle fonti più cospicue di tale ispirazione: Mantova. è suo il diritto alle cose alte e all'ozio. d ei grandi scenari deserti: un sentimento dominante di d'Annunzio. Esiste proprio una scissione fra modernità e popolo. di cui si conosceva perfino il numero delle camicie (d uecento). sono riportati su un terreno facile e senza stupore. la creazione è sua. ma a Mantova in mod o chiarissimo. Si ritrova nella letteratura italiana. e quando sentii che in quell'osteri a si parlava di teatro d'opera mi parve la cosa più naturale del mondo. e tra questi scenari crollati si riflettono negli specchi opachi eroi ed eroin e destati fra i furori. nella stessa confidenza che avevo provato altrove. e preoccupata di rendere giusti. È un lato caratteri stico di quegli scrittori svegliati dalle trombe garibaldine e ritrovatisi poi t ra le tombe.eterni sul teatro dell'opera. L'uomo ha pensieri. quelle cui spettava l'ordine e la vita pratica. di poca forza: un gran de umor della terra. inquietudini. Fu un tema caratteristico della nostra letteratura ne gli ultimi anni. questo stesso sentimento è penetrato nelle letterature degli a ltri paesi. a Cipro e a Micene. che è la stessa dove il popolo esiste ancora nella sua espressi one originale. lotte. Ben più. indebitata per l'eleganza e la vita ornata e insieme caritat evole. La prese nza della donna e in quella veste e figura dà l'impressione di trovarsi in una soc ietà di tipo antico. le donne virili. io sott o gli occhi dell'ostessa mi sentivo quasi al riparo. Ques to è un lato del popolo che a Mantova mi colpì subito. Ma Isabella. e chi entrava a chiedere un bicchier di vino. il quale è rimas to all'arte antica dove le passioni non erano importanti se non grandemente viss ute. le passioni m aiuscole cui si scaldano i cuori degli uomini raccolti insieme dall'inverno. quelle che capiscono l'uomo e a guardarvi vi fanno rico rdare della maternità sovrana. Anche tra i Gonzaga l'elemento maggiore fu Isabella. oggi le passioni rotondamente cantate e i grandi cavalier i dell'umanità. la cuoca affacciandosi dalla cucina. Il dialetto che si parlava là dentro somigliava all'emiliano. da d'Annunzio in poi. m'incantava: amante delle arti e insieme pratica. Mantova è scritta tutta a caratteri maiuscoli.

rivestite di legni preziosi e intar siati. da meraviglia a meraviglia: la spiegazione di tante cose. con la sua barriera sulle acque. Mantova è il più importante di cotesti luoghi. Il mercato con le osterie intorno è vegliato dalla figura di Virgilio in un bassorilievo medievale. tanto c he Isabella abitò stanze dal soffitto più basso. A tratti. il Virgilio delle comari e degli agricoltori. Vecchi muri ciechi di tutta Italia. Mi ricordavo che una macchi a d'umido. dico una gran dezza di passioni umane. nel sonno. i riflessi dell'acqua. la Piazza delle Erbe. gli alberi lontani annuvola . Nella chiesa le candele accese e le donne oranti facevano un calore piacevole. mi stupii di trovarvi una stanza bianca. Lo dovettero di ventare anche queste cinquecento stanze della Reggia di Mantova. A momenti tutte le architetture che avevo visto il giorno . la distesa ind istinta della pianura. palazzi. e ugualmente stanze di passaggio. non furono grandi principi se non per il fasto e l'ornatezza delle loro corti. monumenti. Mantova è un mondo. E sentivo di d ormire sulla pianura distesa. Il battere delle mantelline dei ciclisti era come l'ombra d'un'ala. si ritrova il più straordinario sogno di grandezza che sia dato osservare. che era una specie di casa di campagna dove si andava a passare un'ora tra le stanze decorate e i giardini. Di questo castello ricordavo un cortile dove l'umidità ha messo una fungosità verde e rasata come il verderame. Era come un grande umore che mi copriva e mi lavava. ma non c'è un sol o appartamento. andando a dormire in un albergo. una sola camera che si possano chiudere a chiave. E tutto quel giorno. come in certi piccoli appartamenti moderni dove tutte l e stanze sono salotti e la sera divengono tutte stanze da letto. l 'acqua calda e fredda nella bacinella di porcellana. in cui il caso ha il rigore d'una logica. vi fa un gran freddo. e la presenza nera del castello co i piedi nell'acqua alle mie spalle. pareva aver dato una piega a un cornicione come d'un foglio accartocciato. e i vicoli stessi in un bellissimo ordin e. Per chi voglia dire di conoscere l'Italia. E non mi usciv a di mente quell'ora serale al ponte San Giorgio. Ma tra il Pal azzo del Te. e in quell'o mbra luccicante che confondeva terra. di questi vecchi muri compatti e nudi su cui l 'azione del tempo ha descritto un lavoro suo. detta del Paradiso perché di là si vede la pianura. seduto a un banco. mi parevano miraggi. e sembrava di stare al riparo. tra una torre e un palazzo. i cicli sti che scivolano via sotto la pioggia sottile nei loro mantelli. tra una facciat a di terracotta e un muro scabro. Qui. il bottone del campanello. sentivo correre fresche sorgenti e fontane. per esempio le sere che vi passò Lodovico il Moro in visita presso la sorella Isabella. dominati la notte da un lampione scialbo. bello quanto una striscia istoriat a da qualche grande scultore. questo muro di Mantova è uno dei più belli. Ma ne aveva una con le finestre sul Min cio. la pioggia suonava interminabile. Una reggia così vasta che divenne spesso. castelli. dove la fantasia legge una storia senza immagini e senza parole precise. sono cinquecento stanze la Reggia. dormivo come sotto il velo d'un'acqua corrente come accade in certe dissolvenze del cinema. sulla facciata della chiesa di San Pietro. M a a uscire. e tutto è fatto per la rappresentazione.ossero le grandi cose finite. e la Reggia. con una delle più belle piazze che sia dato ved ere in Italia. gli scenari d'una grandezza passata. fino al 1917 che vide là dentro accantonati un reggimento inglese e uno francese i quali vi accesero anche dei bei falò per scaldarsi sotto le ampie volte decorate. Sono quattordici grandi sale nel Palazzo del Te . come un elemento vivo in lotta con la grandiosità dell'acqua. Che gran sonno in quella straordin aria città. e vi dovette fare sempre freddo. a quanto mi pare. Gli eroi in giacchetta nera vivevano le rovine come una droga eccitante. Mantova fu prima una città comunale. specialmente con quel vino nero. E quale grandezza poi? I Gonzaga. il termosifone. una caserma. nella sua storia . un capolavoro del t empo e della natura. Mantova è un punto importante. con un se guito di mille signori. il ponte che dal Castello di C orte traversa l'allagamento del Mincio. come se dormissi in terra. quasi a una presenza sottile al modo stesso dell'aria. ch e cos'era stato! Un vagare di sorpresa in sorpresa. la capitale d'un'in tera letteratura. Sì. che svolge il suo libr o: è il Virgilio che non ha ancora imbracciato la tromba epica. e questo mi ripo rtava ancora nell'acqua. piazze. La città comunale è pressappoco tutta qui. che è un padiglione e un chiosco gigantesco. acqua e cielo.

Amore e Psiche che si baciano e hanno un s olo naso in comune. occupava i nostri pensieri. Le impressioni meccani che della vita quotidiana. le vicende delle loro strade. nel Palazzo del Te. la Sala delle C ariatidi. Le città alte e antiche hanno una logica tutta loro: i dislivelli della loro st ruttura. È proprio un altro mo ndo. Quella mattina di Bergamo è una delle mie più belle. il movimento di M ilano di cui eravamo ancora una lontana vibrazione. la Sala da Ballo. così freddo e corretto a Roma. altri costumi. rumore di un nuovo lavoro in una città . che trasformò anche la cappella in camera da bagno". È vero che a Roma non si trova neppure il sentimento di uno splendore così de serto. le officine della pianura lombarda. dalla porta d'una chiesa. a ogni soffitto e a ogni svolt a i giuochi delle prospettive vi attraggono: una croce che mentre si cammina par e allungare le braccia da ogni parte. i Gonzaga non erano grandi. tutta questa rappresentanza di sale che si percorrono oggi con u na guida per non perdersi. delle loro pa role. un malinconicamente bel paradiso. Sono suoi. amic i e nemici. penetrata in un palagio in festa. furono apparizioni curiose. Basta poco perché s'abbia l'impressione d'un'apparizione. Fino a che in una stanza grandiosa e nuda. in una vita lenta e addolcita. sono un ca rattere imperioso della vita antica. vi portò un a sua retorica. le ore di tut te le chiese parvero lunghe. che parevano non aver più fretta. e a momenti costu mi d'un tempo quale si addensava ancora fra colonna e colonna e fra torre e torr e. Fu il sogno più spropositato del Rinascime nto e.ti. balli. quelli che passavano sulla strada. e mi ricorda una pagina del Romanticismo. da cui le invasioni hanno asportato mobili e arazzi. e i suoi mutamenti a seconda dei luoghi che si scelse come abitazione. È vero. che nell'intrico delle strade e dei vicoli dileguava mentre lo cerca vo. Giulio Romano. che son servite da bivacco a tutti gli eserciti stranieri. No. sono una delle curiosità del mondo. dello Zodiaco. quadri e statue. di questa partico lare conformazione in cui gli uomini facevano scena e bersaglio solo a camminare per una strada di città antica. Ci ritrovammo in folla alla funicolare della Città Alta. senza lasciar traccia: risuonano ancora di loro. come dice la guida. e sentivo soltanto una chitarra in qualche stanza chiusa o in qualche corte. in cui non par di vedere altro che uomini spazzati via d'incanto con tutt i i loro costumi. non rivela altro che spett ri in tutti i convitati. Si cammina e si cammina. e un passante o un gruppo di persone in fondo a una strada acquistano una evidenza straordinaria e ricordano all'improvviso altra vita. E la guida vi di ce: "Qui dormì Napoleone. tutto quello che avevamo lasciato di ansie e affari alle nostre spalle sembrò il fatto d'una vita doppia e d'un atteggiamento. le acque che circondano quasi il castello. le prospettive ch'esse creano. c'è d a rifare tutto il cammino percorso dalla civiltà. sul filo di queste impressioni. che a Roma non si trova nulla di simile. che dominano tutta una stanza. ci smarriamo nei meandri della cittadina antica. C'era un suono d'organo in qual che chiesa. e si entrass e nell'aria della città medievale. in cui la luce d'un'alba. le vuote e spoglie sale. la Sala degli Arazzi. donne e uomin i. dei Papi. E qu esti cavalli affrescati alle pareti. gli affreschi dei gig anti in cui crollano montagne e massi su certe figure ciclopiche che non riescon o tuttavia a mostrarsi spaventate. SENTIMENTO CIVILE DI BERGAMO A Bergamo s'arrivò in un treno gremito. ognuno si trovò quasi in una remota abitudine. Si capisce la differenza fra vita antica e vita moderna solo a tener conto di queste cose. tutte persone indaffarate con le loro bors e. ma bastò che si scendesse tutti alla piazza del Mercato delle Scarpe. nobili ed eleganti. e dall'arco d'un por tico. un letto da campo del Settecento è il solo mob ile che abbiate incontrato in quella passeggiata interminabile. e ci si domanda a quali sogni servirono questi i mmensi scenari. un letto coperto. i cavalli di Apollo che vi galoppano addosso da qualunque parte li osserviate. Folla della città. dei Duchi. perché tutto questo svanisse d'incanto. come se raccontando le storie della corte pontificia le amplific asse fino alla chiacchiera. scesi nella pianura del Po. che pare or dell'uno or dell'altra. e le loro smorfie di orrore sono convenzional i ed educate come per darsi un contegno di fronte al pubblico degli eleganti vis itatori. quasi non bastasse. obbligando a un modo d'essere tutto diverso da quello nostro quotidiano nelle città sulle aperte pianure. Poi il fitto grandinare dei tagliapietre. A ripensarci. tutto questo non è più vivo e non è neppur morto. musiche.

Da queste cose la campagna acquista un color nuovo. Forse queste genti lontane. con le scritte Divus Julius e Divus Traianus. Così è la romanità di Bergamo. con le statue dei santi sui campanili. formano uno spettacolo che vi fa pensare d'esser e alle porte d'una civiltà. le pia nte che si affacciano dai vecchi giardini. al modo stesso delle fedi che splendono maggiormente ai margini delle loro comunità. l'im provviso aprirsi di terrazze sulla pianura. il gatto venuto a miagolarmi attorno mi sembrò una di quelle sfingi della fontana della piazza. il cordone rosso d'un campanello sulla targhetta di smalto d'un professionista. Ma poi fu romana e venezia na. anc he la religione tenesse più fortificate le sue posizioni. e sono donne uscite da una fantasia che le accomunava con le belve. come se in questo. È la romanità al suo stato di favola e di potenza. di Berg amo. la sua facoltà di tramandar . e le porte verdi. Siamo allo sbocco delle valli per cui scesero le invasioni. i suoi aspetti sono fissi nel nostro spirito che vi si orienta quasi istintivamente: i lunghi muri che circondano un giardino e fanno di fronte al palazzo architettonico un aspetto immutabile d'un'armonia conosciuta. Un numero enorme di appa renze scolpite e dipinte occupa breve spazio. ricordi di Venezia e richiami di Firenze. in una luce immobile e in un riposo di vecchio albergo. o con le croci grandi sproporzionate. e oggi clericalism o settentrionale. streghe e visi di Cesari. È la romanità come visse n el Rinascimento. cui il solo f atto d'essere stati reggitori dell'Impero del mondo dava diritto a una specie di santità. i putti roman tici sembrano feticci di un'arte elementare con le ossessioni medievali del diav olo. che fu un punto estremo della penisola. Una tradizione dice che Bergamo fosse prima etrusca. Rinascimento con puri accenti e Comune dotato d i forza gigantesca. quella stessa che poi uscì a Mantova dal pennello del Mantegna ch e non si peritava di raffigurare come divini anche Ottone e Galba. una traduzione per genti lontane che non si preoccup ano degli scandali di Corte e che nella distanza loro hanno posto tutto nel mede simo olimpo. come se avesse superato in se stessa la natura. questa si most rasse coi più accesi colori. Ed è questo lo stesso impulso d'un Colleoni che. in questo labirinto di pensieri di ieri. come dicono. ed erano i prodigi dell'arte. in cui vivono tutti insieme putti e sirene . tutte verdi. ed è naturale che dove c'è un'a ltura dominante il piano si sia soffermato l'etrusco. di amore e di culto della potenza e dell'unità civile. Degli Etruschi non v'è che la memoria topografica. Qui la romanità vive nella facciata della cappella Colleoni dove i bassorilievi portano Cesari coronati e s antificati. E poi. Il nucleo d'una città antica è come una strofe che si rifà a memoria. come ora ne risuonano le più vecchie città d'Italia quasi si ri fondassero: erano gli operai al Palazzo della Ragione. e gli uccelletti infilati in uno stecco in mo do da stare in fila ad ali aperte sulla nuvoletta della polenta sembravano canta re anch'essi lietamente l'osanna di tutta la scultura animata di Bergamo alta. con le tele luttuose dei ragni. imbracato nette armature. gli atri raccolti col sentimento d'una vecchia pace. ai confini d'una civiltà. e a un tratto non vi sono per la città altri rumori se non i due passi che s'inseguono. il più antico palazzo comun ale d'Italia. virtù teologali e peccati mortali. i passi di qualcuno sulla strada opposta che si dilungan o come in una chiesa. il modo d'i ncurvarsi delle strade.anticamente fondata. e la s critta cubitale d'un'officina è sepolta come una lapide tra i ricami delle verzure . Qua e là le chiese vicine e lontane. nel luogo di un'antica difesa. E poi il crepitio d 'un girarrosto che faceva spiccare il cartello d'una trattoria: "Specialità bergam asche. una cosa ancora intendevano. dialetto e alto linguaggio. i cortili. le grate e i cancelli che non si aprono da tempo. Una forte e rigogliosa pianura in cu i le colonne di fumo delle fabbriche reggono la volta nebbiosa del cielo. ma dei Romani e del Rinasci mento rimane un estremo brillare come se. le sfingi ornamentali e i simboli scolpiti in pietra più dura per le arcate del Palazzo della Ragione. sempre le stesse come se anche per le piante esistesse un'epoca e uno stile. si appr opriò la sagrestia della chiesa di Santa Maria Maggiore per erigervi il suo monume nto funebre. che avevano smarrito l'unità romana. le sfingi della fontana nel mezzo della piazza hanno facce di gatto. e come la fine di una resistenza. In un trionfo così t otale delle sembianze umane e divine. con la scala esterna larga come un invit o al popolo che ascendeva. quando andai a far colazione in una trattoria dal vecchio nome. polenta con gli uccelli". Vi si avvicendano popolo e intelligenza esa tta.

Di questo la nostra civiltà ha più di un esemplare impressionante: è una massa disposta verticalmente. Una città commerciale ha una diversa complessità. il denaro diviene un mezzo vitale che ne sostituisce ogni altro. acquistano un senso che supera le necessità elementari. dove il grigio e l'azzurro d i Venezia salgono dagli affreschi scoloriti con una nettezza di colori d'alta mo ntagna. e lo stes so denaro ha una spinta che in altre società ebbero idee e ideali. porta in sé tutte le spinte verso l'ascensione. LE ORE AMBROSIANE Si parla di Milano in Italia in vari modi ma una cosa è certa: che le parole Milan o e milanese indicano. questa. ai bisogni di una giorna ta e d'una stagione. e dove la popolazione stessa è prima di tutto produttrice e consumatrice dei prodot ti stessi. Una città i ndustriale suppone un'espansione nazionale e mondiale. in cui l'uno regge l'altro e tutti insieme si tengono in equilibr io. non è più il cosiddetto vile denaro. nella creazione di bisogni compl essi: questo è il terreno più adatto alla formazione di quella moderna borghesia che solo in apparenza è materialista ma è pur capace di slanci e di vibrazioni morali a ltissimi. gli sforzi collettivi. la pianura con la sua verde abbondanza più sotto e. una forma di cointeressenza. primi voli verso la classicità del Rinascimento. e ve ne sono cresciute i ntorno a nuclei formatisi per diverse combinazioni. un'aria di frontiera dell'ar te. ma i colori festosi dei dipinti delle sue chiese. poco amante del rischio e delle novità. trasformazione. U n fatto è certo: il primo monumento del Rinascimento lombardo è a Bergamo. il punto in cui l'arte italiana si fonde coi temi venuti dal settentrione. med ioevo pesante e gigantesco. una delle mescolanze più istruttive. il loro potere è in una serie di sforzi concordi. i giardini con una vegetazione che diresti meridiona le. le lotte per la vita. più che un'immagine. e l'estrema grandezza e gloria dei monumenti. la cui efficenza è in rapporto diretto con tale aumento. Una città industriale ha magnati e lavoratori. forma città dall'aspetto particolare. le rivoluzioni politiche e artistiche. E anche il paesag gio veduto dai punti più alti è la stessa cosa: il castello di Venezia ha il colore aggrondato che si trova fino agli estremi limiti del dominio veneziano in Orient e. . E non soltanto il popolo enorme di figure adunate in tanto breve spazio fa impre ssione a Bergamo. ma qui ho s entito un punto di confluenza di molte ispirazioni. che impercettibilmente muta da luogo a luogo. e quelli can cellati dal tempo sulle facciate di alcuni edifizi. attaccati alle mode delle merci di maggior consumo. e un sentimento di altre terre. per le case che gu ardano dall'alto del colle. di altre regioni. la capacità di espandersi e di riprodursi. timorosa. In città come queste vivono grandi nuclei collettivi. che hanno veduto moltiplicar si la loro popolazione. è una r epubblica di tecnici in cui le classi non sono che specializzazioni e differenzi azioni di attitudini al lavoro. e quindi verso una forma di vita apparentemen te gelosa. dove batte il sole le finestre coi fiori. verso un assetto borghese tendo no tutte le partì che le compongono. Città come coteste sono il centro più forte della borghesia. I colori delle volte e delle lunette sono tra le cose che si ricordano d i Bergamo come se si fosse visitato un paesaggio. e più sotto risponde la natura con la sua conformazione diversa.e la storia ai posteri. ma il mezzo attraverso cui la società conquista la sua pie na espressione. poiché tutto è movimento. sono i caratteri della Città Alta. ha scarsi elementi tecnici e porta in sé nuclei in perpetuo movimento e trasformazio ne. Esistono città che sono empori nazionali e mondiali. Lentamente. un modo d'essere. Qui le r iforme. con una serie di azion i e reazioni di cui si può difficilmente stabilire la natura e il ritmo. un cost ume. in cui i bisogni creano l'organismo e l'organismo i bisogni. È. il modello naturale di quell' economia vagheggiata da Ford nell'assetto delle sue fabbriche. Tenebra e luce. è uno schema più elastico ma anche più antico di vita sociale. in cui il produtt ore è ugualmente consumatore. capitani e soldati. un concetto. una vigna giù pe r il colle. Questo fu l'ultimo appello italiano alla gloria anche quando mancò una vera grandezza. Questo secondo modo d'essere. di esprimersi. una città commerciale vive già della continua ascesa dei suoi bisogni e della capacità di consumo dei suoi stes si abitanti. hanno dell'ideale popolare e d ella rimembranza di arti che si aprono sotto cieli più felici. le guerre trovano i loro naturali fautori. le conquiste del benessere. Non s o se questo sia giustificato dalla storia in particolare di Bergamo. Di questo tipo è Milano. Ma non è vero.

conquista. la naturalezza. io credo. la sua fedeltà e la sua memoria lunga. o ne davano fin o a ieri. e volentie ri diviene un atomo del grande aggregato collettivo. ma alla fine il lavoro stesso è divent ato un termine sacro. più disposto ad ammirare e a fare da spettatore. La memoria corta è propria delle collettività moderne. pel loro culto delle conquiste umane individuali. onorato e ricordato da vecchio. amore delle arti. e si pensi all'immagine che ce ne viene da Rembrandt o d a Hals. per esempio. La differenza è tutta qui: Milano conserva in grado eminente alcune qualità che paio no fuggite alle società moderne. e con qu este il vecchio scetticismo italiano ha un punto in comune. di costituire il pubblico più attento. dovendo provvedere a certi lavori pel teatro della Scala. l a fedeltà. s i riconosce quel colore tutto speciale di Milano di cui gli stranieri parlano co n una viva impressione delle differenze. ha conservato agli uomini i doni della semplicità e il co lore d'una vita naturale e senza ipocrisie. proprio questo è un carattere notevole: essa apre a ognuno il senso della sua vita. Vi hanno acquistato anzi le stesse doti di entusiasmo. qui entra in un ordine e in una disciplina. È un paese che conosce il significat o del lavoro. superamento dei bisogni. una vera assemblea popolare italiana: è il popolo italiano in una delle sue invenzioni più a perte. quando le danno. Chi è entrato nelle loro grazie sa rà sempre poi salutato al suo passaggio. e quella. e non tanto pel valore che essi vi annettono. altrettanto facilmente si disfano dei loro prediletti di una stagione. Il fatto è questo: arrivando da qualsiasi regione. Migliaia di persone d'ogni parte d'Italia. della costanza. mercantile. se qualche volta alcune lotte artistiche e letterarie e sin politiche in Italia hanno assu nto un carattere di netta opposizione a Milano. gli uomini in questo clima si orientano: sarà che le cose parlano un linguaggio rudim entale. I personaggi della sua vita si possono contare a decenni di esistenza e di voga. e m i pare che non si potrebbe trovare a questa città un più adatto paragone. Ma a scendervi da B erlino. un concetto. Ho parlato di fedeltà. un colore probabilmente sopravvissuto a un assetto di socie tà quale fu quello della borghesia dei Comuni. Dato per certo che sia costituita dalla società più borghese e più posata. ne costituiscono ormai il fondo. un mito. bisogna dire che questo paese. Senza queste qualità fondamentali non si spiegherebbe la formazione di Mi lano e la sua espressione quotidiana. e tutte queste divers e qualità non vi si trovano per nulla isolate. si scorgono i caratteri. e gente che nel suo paese ha il lavo ro nel conto d'una condanna. gusto. certi nomi fra di loro divengono addiritt ura magici. Lo stesso colore lo ritrovo oggi. e sono la semplicità. e se le civiltà d'oggi danno. ricchezza. Si affida facilmente e lascia fare a coloro che ha scelto per guide. piaciuto l oro da giovane. una delle più caratteristiche d'Italia e dell'Europa intera. lotta. sa rà che questa vita. più curioso. nei felici paesi degli scarsi bisogni. è difficile entrare nei s uoi gusti e nelle sue abitudini. Ma accettandovi una volta si ricorderà sempre di voi. spinta in avanti e culto delle forme di vita proprie senza infatuazioni di sorta. sotto un'apparente brutalità. Questo riferimento l'ho trovato in germe nelle pagine di Stendhal su Milano. e perfino d'una certa gloria e d'una certa nobiltà di discendenza. i m ilanesi si sono ricordati di un loro artista credo più che settantenne.Si pensi a quello che fu l'Olanda del Cinque e Seicento. Ultimamente. senso antico e familiare della vita. Una raccolta simile di gente vi ha creato strade come il Corso B uenos Aires. Di Milano. e significa che dall'Ottocento restò in questa città un sens o uguale e continuo. la credulità. E questo sentimento della c ollettività è un altro carattere tipico di tale società. invidiabilissima. a . da ogni diversa formazione. della durata. dalla Sicilia al Veneto. Se poi v'è qualcosa di falso nel gusto che generalmente è detto milanese. in brev'ora persone e modi declinano. È difficile arrivare a queste conclus ioni venendo a Milano dalle città nostre dell'Italia centrale. ed è il solo aspetto che l'assomigli a ai paesi materialisti. di piacere di vivere e di agire. a ffaristica. dell a vita ornata. l'Olanda commerciale. pur ponendo questa città fra quelle della media Europa. e cioè da città commerciali moderne. gloria e fortuna e ricchezza improvvise. quanto. costume divengono effimeri. ultimi balua rdi dell'antica saggezza. arte. facile a tutti: benessere. e da quella che aspira a un assetto borghese. È questo il carattere più crudele delle civiltà moderne.

Accanto alla cascin a sorge la casa nuova della città che si allarga. la via degli inurbati da tempo. di quelli che costituiscono il fondo della cit tà da qualche centinaio d'anni. questo è un aspetto della sua credulità. sulla via profonda. È qui che la città si dip inge del colore festoso delle prime conquiste. dove i negozi ridono già alle prime illusioni del lusso e del benessere. la vita di ques ta strada s'apre profonda e misteriosa con le sue case dalle ampie corti. e si pensi che se mausolei e sarcofaghi di tipo equivoco in festano la sua edilizia moderna. vi sorg ono qualche volta i campioni dell'architettura più appariscente accanto a un negoz io che ricorda i vini di un paese lontano. O i lattai mattutini. coi tappeti "vera imitazione". i maga zzini che seguono la moda di quelli del centro. un cancello che separi dal movi mento una chiesetta appiattata fra le case. Qui c'è ancora una forte tristezza. fu un bene talvolta usato improvvidamente. La periferia di Milano ha un modo di comporsi tutto proprio. nell'atto in cui è passata. i modelli d egli stivaletti delle massaie di provincia. il simbolo delle illusioni facili della città. Sorgono qui le vecchie chiese d'una vecchia devozione. un po' operisti co. Si osservi come proprio Milano ebbe fra le città italiane i primi esemplari di un'architettura e d'una decorazione moderne perfin o nei bar e nei caffè. e i pali della energia elettrica vi mettono i loro fiori di porcellana. quelli dove una trovata ingegnos a nella distribuzione e nell'organizzazione delle vendite fa parlare le famiglie la sera al desco. i cibi speciali di una regione remota . Alcuni neg ozi vi acquistano un colore di vecchie botteghe di provincia. l'osteria ancora rustica sul Nav iglio grigio parla di pace e di rifugio domenicale. è la profonda dimensione della vita urban a dove si ritrovano fatalmente le regioni sbarcate da poco nella città. Ma dall'altra parte esiste l'altro polo: Via Torino. perché si rammemorino lunghe storie lo ntane e s'animino scene del più bel romanticismo italiano. i cartelli di pubblicità vi parlano un nuovo linguaggio. della conquista che si rinnova. sono come i forieri dell'alba. diventano un esercito. grande emporio di libri e di opere d'arte. ha avuto spesso dei cattivi servigi dagli organi che dovevano guidare la sua grande curiosità e la sua grandissima capacità di acquisto. come d'una delle quotidiane meraviglie della città. i suoi maestri spirituali. le mille fami glie che vi abitano come in un chiostro. La via del ventre della cit tà. quando dalla periferia al centro è tutto uguale colore e un medesimo . e per essi il tr anvai ancora notturno col suo lume scialbo intona il primo inno. Una donna. la via della vecchia Milano. come agavi meccaniche. Qualcuno non s'è ancora dimenticato dei fiori alla finestra e dei garofani. un po' retorico. dove la facciata d'un cinema si può dipinger e tutta d'una vernice rossa con una corona regale e uno scettro d'argento. Tali oggetti sono qui spaesati da un borgo lontano: vi si può studiare la moda che passa. come l'idolo d'u n nuovo fanatismo. sensibile a tutte le correnti nuove che traversano il mondo dell'Europa contine ntale. co me se Porta Venezia non si schiudesse pochi metri più oltre sul centro di una città curiosa e febbrile. È una strada come ve ne sono in vicinanza dei grandi porti. si dissolve lontano nella nebbi a della periferia. Il Corso Buenos Aires all'alba. Vi si trovano ancora gli ombrelli larghi e colorati dei contadini. i suoi informatori. e vi confluiscono le strade d'una be n più remota Milano. del govern o intellettuale che ha avuto per qualche tempo. grigio. la chiatta sulle acque ondeg gia aspettando di partire sul filo della corrente. o il grigio colore dei portici del Duomo la mattina. un po' romanticamente borghese. Il prestigio di cui hanno goduto certi organismi della sua vita pubblica.perto a tutte le suggestioni moderne. e vi spuntano anche i primi desideri degli agi. questi s ono stati impari al popolo che dovevano guidare e si sono preoccupati spesso più d i servirlo che di interpretarlo. deserto. proclama le qualità d'un cosmetico. dei p alazzi storici. raffigurata in un cartello alto qualche metro. della prima chiesa ambrosiana. i lavoratori a squadre spuntano all'improvviso sul selciato d 'acciaio. Più oltre è la campagna in disord ine come se presentisse l'arrivo dei nuovi sconvolgimenti per le nuove fondament a. quella del primo nucleo. di vecchia città. il sapore del lavoro che comincia. Le cose del mondo grande vi hanno una strana risonanza. E basta un angolo sopravvissuto. una dura speranza della vi ta. come se gli anni passassero inutilmen te. Spesso. i balc oni lunghi che nell'interno formano il passaggio da porta a porta. e vi si trovano ancora le più ingenue insegne. sta alta nel cielo brumoso.

ha rinunziato alle illusioni della vita idilliac a. la nebbia che sta a fior di te rra come un'acqua sottile e impalpabile. Ricordo su una scarpata. verso l'albero del bene e del male. muovendosi contro gli uomini in bicicletta con ferri e spranghe ed assi e ceste. là dove le cascine si dilungano per la campagna irrigata. il complesso sentimento della individualità in una collettività che ha . il loro modo di vivere e di considerare le cose. è uno spettacolo sempre nuovo e dram matico. suggerisce un sentimento vergine d'incontro e di ritrovamenti. Eccoli che all' ora della colazione mangiano nel loro pentolino lungo l'argine. l'afrore dell'alcole c he scuote i risvegli. il correre della gente verso la città. i bambini che saltano nel meticcio col si llabario. Proprio in queste ore il centro della città è a rumore. con le loro voci lunghe e concilianti. o come una buona bestia. le prime voci. coi fischi infreddati dei t reni nella nebbia. Già la città si affaccia fin qua. le risaie tosate. in attesa d'una fatica nuova. le luci ancora accese. la loro morale. pantanose. La campagna è qua intorno ed è già re mota. i papiri e le muse d'una corrente mediterranea. e i visi degli uomini di fatica assorti. quel riposo dalle fatiche. allontanandomi su un tranvai mattutino l ungo il corso Vercelli. È una natura posta alle soglie della città come un'officina anch'essa. e questo viavai di spose e di figliole in ciabatte h a un'espressione di vita forte. ne forma il fascino e insieme le dona quella nuova e vag a sessualità da cui sono nate le inquiete filosofie moderne. O i gridi dei fagiani negli allevamenti. c'è quasi un calore nuovo e un a solidarietà avventurosa alle fermate del tranvai dove quel movimento. Per me che ho veduto nell'infanzia il libero lavoro della gente di pochi bisogni . le donne vanno come al loro soccorso. Così si forma la nuova sensibilità dei popoli urbani. e sul filo di questo nome risognavo i paesi del sole. davanti alla campagna fradicia di un autunno. la città svegliata come verso una l otta. col giornale in mano. un c artello col nome di una strada: Via Aretusa. la scalza pa stora che si ferma a cogliere un frutto dimenticato dall'estate su una siepe. con una trama di fili multicolori alla ruota di dietro. la città da una parte la invade. Mi pare sempre che tutto questo agitarsi sia un gioco. gli alberghi enormi con le loro cupole f ormano prospettive che ricordano il barocco di altre piazze in città secolari e as sodate. che tutta q uesta gente corrente viva di bisogni creati per avere il piacere di muoversi e d i agitarsi. dell'emozione d'un perpetuo assalto. e la contadina sulla soglia della sua casa sembra spiare la valanga uman a che avanza. e questo non ha nulla del riposo della vita dei campi. qualcosa di olandese. Ma anche il contadino dei campi verrebbe voglia di chiamar lo operaio. l'acqua che trascorre come un velo sulle marcite. immerso com'è in una natura trattata scientificamente. C'è un senso di pianura bassa e umida. le biciclette le aspettano da stazione a stazione. o già pensierosi del lavoro avven ire. gialle. I vaporetti scivolano fuori da una stazione nera in un cortile. qu esto spettacolo è sempre nuovo e non riesce mai a diventarmi familiare.tono di vita: i primi risvegli dei negozi. e gli scolaretti in grembiulino che poi seguiranno il fruscio della bicicletta come il fruscio d'una gonna. i campi che ingialliscono dei colori dell'autunno settentrionale che altrove sembrano fantasie di pittori romantici. parla un linguaggio pieno d'ill usioni. quel ritrovarsi gen ti diverse accomunate dalla medesima disciplina. La periferia vive tutta in una specie di assalto perpetuo. che alegg ia sulla città laboriosa. quel chias so. i loro colori meravigliosi nelle gabbie delle corti umide o nei bo schi e nelle bandite. fino a che l'inno del lavoro si scatena come un ruggito. Propri o queste cose lasciano un rimpianto nuovo nell'atto in cui le viviamo e non ce n e siamo ancora allontanati. come se corressero in aiuto alla città assediata dai bis ogni che chiama col lamento lungo del suo movimento. es sa si avvicina alla città. Più volte ho voluto rivedere queste cose. col secchiello della minestra. le partenze mattutine fra chiacchiere e voci e racconti di sogni. col giornale ancora umido comprato alla bianca luce della lampada ad acetilene. I cortili delle cascine coi paperi e i tacchini. Le maestre ri empiono il trenino con le loro chiacchiere mattutine. e il sole brilla roseo attraverso le nebbie come per le vetrate del Duomo. i grandi viali si aprono in immense piazze vuote pronte per l'avanzata di domani. questa natura di sobborghi che sembra tanto distante dalla libera e sovrana natura.

chi dirà la storia di tant e ragazze che arrivano in cerca di lavoro e che dormono nel così detto "letto in f amiglia". e due o tre generazioni con un'abitudine secolare alla terra. ballatoi. dagli archi. il sens o dell'individualità. Hanno fatto ore di cammi no per rincasare nella stanzuccia a terreno del villaggio. come da secoli. in alto sullo sprone dei monti o dominante su una roccia il suo pezzo di terra strappato alla montagna. i gr andi ristoranti economici che vanno dalle dieci alle tre lire e cinquanta. e domani ne faranno a ltrettanto per raggiungere il lavoro. Si pensi soltanto alle profonde modificazioni che subisce in una simile società il sentimento dell'amore o dei rapporti fra i sessi. di animi. LA MARCA ALL'OMBRA DEI PALAZZI Uno degli aspetti più interessanti dell'Italia. Per esempio. e pare che p er vederlo meglio alcuni romiti si siano incantati a contemplarlo dalle serene f inestre. gradazio ni diverse di attitudini. A nord è la vasta cascina che contiene un mondo. luoghi dove è una vibrazione affascinante di vita. La sera. anche se meno comuni. i contadini tornano agli abitati sui monti e sui colli. il fascio di legna. case coloniche. la lo ro folla. cortil i. e che questo sia una scienza altr ettanto complessa quanto quelle liberali. Fra l'uno e l'altro regno. civ ili. da cui si riconosce la casa toscana cresciuta lentamente e che ha finito col formare un complesso tipico di casa popolare. silenzi improvvisi e valanghe di rumori. è la casa c olonica. suggerendo q . gli strati di cui è formata questa società. Ammirano la macchina urbana come se fosse un paesaggio: una luminaria come una pubblicità di nuovo genere. Tali fluttuazion i aggiungono alla città un ritmo nuovo. Nell'Italia centrale è la vecchia casuccia d i campagna che reca nella sua struttura i segni della conquista terriera. fattorie. miseria e ricchezza. ciò che rende tanto vago il paesaggio. E con questo mi preme di stabilire sov ratutto: che appunto per una certa capacità d'infatuazione naturale dei milanesi. Sono categorie costrette dal lavoro e dalla coabitazione a trascorrere gran parte della giornata fuori di casa. per quanto oggi la facilità delle comunicaz ioni e il risanamento di quasi tutta la contrada abbiano trasformato la vita soc iale. dov e si può leggere la lotta e l'assalto. e metodi di vita. La città mobile si arresta la sera a guardare la successione di proiezioni luminose davanti a un a bottega. e nuove combinazioni di concetti morali. Si capisce alla fine come l'arte di vendere e di commerciare abbia i suoi canoni. Non si può capire il senso d'una città come Milano se non si tiene conto di queste forme di vita. cioè dietro a un paravento nella stanza da pranzo o nella stessa stanza della padrona di casa di cui sono ospiti? È l'individuo in lotta per la conquista della sua indipendenza e della sua solitudine. il loro speciale odore e colore. a profitto talvolta di altri più coscienti. Si può dire che il resto d'Italia da Salerno in giù non abbia un abitato rusti co: la malaria e la poca sicurezza della vita sconsigliavano fino a ieri ogni so litudine in campagna durante la notte. con la donna. più sani. Scendendo per la Penisola. la sua tecnica. la mensa che ha assunto l'aspetto d'u n grande servizio pubblico. questo strato forma una categoria grandiosa di uomini e di donne non anco fissati nella macchina urbana. più forti. si traversano regioni per centinaia di chilometri senza incontrare una cas a colonica. Creati i bisogni e le necessità civili. dalle Alpi al Golfo di Salerno. borgate. dai terrazzi. sita nei luoghi più impe nsati. città. il ques to è il colore mai smentito della vita milanese. sovrastrutture. pare molto popolata e quasi senza soluzione tra paesi. la lotta vi assume forme più attraenti che n ella natura libera dei campi e dei boschi. un'iscrizione luminosa come una nuova architettura. a percorrerla per lungo. l'asino. volte. esso è uno dei popoli più aderenti alla propria personalità. la sua filosofia. tra i più naturali. Alcuni concetti tradizion ali vi sono aboliti. ricerca di piaceri e conquiste materiali. Non ho detto dei luoghi dove si mangia. scale. Movimento e riposo. E anche il loro riposo e le loro soste sono spettacoli interessanti. le attrazioni e le antipatie. circondati d'orti felici tra la pietra e la lava. Mentre tutta Italia. la naturalezza che impressionò i vi sitatori stranieri d'un secolo fa. si trova la casa di campagna napoletana. quel p ittoresco agglomerato di aggetti. la casa colonica diventa un rifugio in campagna fino a scomparire del tutto.bisogno d'una disciplina di ferro. la rendono profonda e allettante e le dann o quel particolare tremito inquieto che assale le persone più posate.

Appena un poco in alto. istinto di difesa e di diffidenza verso la nott e. un senso di terr e lontane e di semplici fortune che cercano una boccata d'aria. un palazzetto sett ecentesco. e per esso lasciava una casa comoda e ariosa in campagna. fabbri e falegnami. sul cocuzzolo del colle cretoso gli abitati sono dello stesso elemento: vengono fuori le più bel le intonazioni di rosso. Le Marche ha nno un colore tutto loro in Italia. "Se tu coltivi questo pezzo di terra t i fornisco gli utensili. Ritrovo queste f ile di case anche sulla costa delle Marche. Vi sono coste intere su cui si allinea no case senza interruzione. come deve essere nei villaggi operai di America. sulle soglie delle porte o nelle stanze a terreno le donne lavorano i loro pizzi e ric ami. Nacque spontanea come un fiore e rrabondo. sui colli che salgono e scendono con un ritmo uguale. Tra lo squillo dell'incudine e il raschio della pialla che è il suono di molti paesi qui. La luce che rischia rava tutte le sere il vetro della finestra era un mozzicone di candela che si co nsumava solo tutte le sere. Vecchi terrori della solitudine. Prima fu di mota e quasi un attendamento sulla terra non ancora dissod ata. esatto. cittadino. il cotto. Appena qualche pagliaio e qual che rifugio sotto un mucchio di pietre rammentano la presenza dei guardiani al t empo dei raccolti. Scoprì poi che. I paesi sono quasi t utti di mattoni. si popolaron o di famiglie e di animali. tra casa e casa. si scopre sempre una traccia di vecchia nobiltà. quando l'agricoltura italiana non era arrivata alla sua perfezione d'oggi. avevano abituati anche i polli a seguirli dritti e zitti in questa trasmigrazione quotidiana. col balcone che sporge in fuori nel cen tro della costruzione. preferì la marina e le terre della marina. artigiano. piani. a entr are nei paesi. in un ettaro di terra. da Salerno in giù. si domina il panorama col sentimento di trovarsi fra gente molto diligente. ottimamente col tivati e senza quasi traccia di abitazione umana. Ora la proprietà è molto spartita. diedero quell'aspetto a tutta la Marca interna dove. buoni cos truttori con l'unico elemento che offra il paese. popolata appena trent'anni fa di vagabondi. che è un miracolo di diligenza." Bene. ti do le sementi".uell'idea che stupisce ogni volta che vi si torna da fuori. Appena il meridionale potè farsi una casa coi soldi dell'America. alle borgate e alle città annidate tra le gole e sui monti. gli uomini e gli animali lasciavano all'imbrun ire la casa per raggiungere la borgata vicina. naturalmente. ciò che dà a certe strade sul mare da noi qualcosa di esoticamente moderno. le abitazioni si ampliarono. Bene. Così nacque la mezzadria. diligente come la terra in Toscan a e in Romagna. ma intanto si entra subito in rapporto con questa regione come se si fosse penetrat . Mi raccontava un proprietario calabrese di avere una volta istituito una prima c asa colonica nella sua tenuta. dell'epoca delle novissime fortune della borghesia. nel pae saggio dolce e aspro. l'embri one del vecchio abituro di mota rispunta ancora. E poi: "Ora che lavori. La casa colonica delle Marche ha la sua storia. Fu uno sconfinamento al sovrappiù d'una popolazione che trovava terre non sue ma t rascurate. una chiesa romani ca. un cielo intenso e rinascimentale. sono come tutte le abitaz ioni nate dall'emigrazione. Eppure. vallate. il mattone è messo anche di taglio per lastricare. e all'ombra di essi una popolazione tutta operosa che lavora ancora ai ferri battuti e che ha imparato bene i vecchi mestieri. quatti quatti. I pacifici conquistatori non avevano neppure arnesi di lavoro. montagne. ma dalle abitudini e dalle tradizioni. questa famigliola abitava nel villaggio una specie di sottoscala. vive spesso una famigliola . monotono e inesauribile. di qua e di là dalla strada. come più prospere. della nazione più folt a del mondo. Nelle Marche non c'è niente di quel pittoresco che incuriosisce il visitatore. I padr oni delle terre fecero ad essi buon viso. da poggio a poggio sugli scrimoli dei colli e dei monti tutti col loro profilo a mucchio e a pigna culminanti nella chiesa col suo campanile a freccia. sotto un cielo dolce luminoso e un poco freddoloso di cui non si scordò mai Raffaello. a due piani. e il mattone dà un senso di diligenza umana. Pregiudizi lenti a scomparire non più dalla fantasia. La conquista della terra per pa rte dei contadini delle Marche fu un'opera lunga. succedono spazi interminabili. Era sicuro che i contadini la abitassero perché ved eva un lumicino rischiarare la finestra tutte le sere spegnendosi a un'ora di no tte.

in lui come nella sua gr ande famiglia regionale. se pittoresco può dirsi. È l'artigianato. un focolare marchigiano. È un paese che sta sulle sue. non si trova un solo accento popolaresco. la sorella amica. e del mondo avvenire. Qui non c'è un solo accento di colore locale. e tutto il pittoresco si riduce alla visione del fabbro. o del suono d ell'ora. nella sua biblioteca sotto gli occhi del padre severo che lo sorvegliava dal s uo tavolo. e nel medesimo tempo quel rimanere legati a certi cara tteri della regione che sono esclusivi. giovani che pensano al mondo grande fuori dell'infinito digradare e risal ire dei colli fino all'ultimo monte. quando ebbi veduto tre o quattro di queste borgate e cittadine lungo lo schienale dei colli. Leopardi rappresenterebbe la biografia modello del marchigiano. Orb ene. . per quanto dalla regione natal e egli appaia il più distaccato fra i nostri poeti moderni. mi accorsi che quell o che dà un senso alle Marche è il tipo di vita dedicata ai semplici mestieri umani. e pure vi si intuisce uno stretto rapporto. che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri. rappresentano essi la vita nella sua s olitudine. All'ombra di essi vive un'umani tà ben limitata nei suoi confini e certa dei suoi confini. Leopardi intuì. è la sua intimità. una febbre di conoscere e di essere nella v ita civile di là dal monte. l'improvviso tur bamento dell'aria che si riempie di voci di ragazzi. il padre rigido. che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto dell'ingegno tutto citt adino delle Marche. il suo rapporto stretto con la sua terra. Bisogna ricordare che la storia dei rapporti di Leopardi con la sua famiglia. e tutto ciò dal suo angolo di prov incia. insomma. o d'un canto. è un poco la storia di molti marchigiani. Ho cercato i nutilmente.i in un cantiere di quelli all'antica. Dentro i palazzi. Esse levano gli occhi al sorriso. una vita signorile sepolta negli anni e rimasta ferma e orgogliosa. ma più palazzi. ragazzo solitario. come in quella poesia. egli è tutt avia lo specchio di quella mente cittadina che è proprio marchigiana. propriamente artigiani e individuali. separa i vec chi palazzi dalla vita popolare. e visitata la città di Recanati. quello stesso che anima violentemente il panorama del vicino Abruzzo. di quello che rende avventurose tante regioni nostre. che ha improntato di sé l'artigianato e il complesso familiare con caratteri n on tanto facili da penetrare. molti segreti del mondo grande che n on aveva ancora visitato. come se gli accenti egu alitari che hanno dominato tanta parte del nostro tempo non vi fossero pervenuti . le fortune matur ate discretamente all'ombra della Chiesa. questo è pure il solo pittoresco leopardiano. Ne rappresent erebbe in sommo grado l'ingegno naturalmente cittadino. e forse troppo. Una divisione vecchia come la costituzione della società marchigiana. simili ad altrettante tappe nel giro i nfinito da altura ad altura. della tessitrice. con una certa bruschezza e un certo orgo glio di persone abituate secolarmente alla dolce e dolorosa tirannia familiare. e sebbene egli fosse c ittadino dell'Italia grande e universale e dell'universo ottocentesco. d oveva avere la medesima impressione di colui che oggi da uno di questi balconi o sserva una donna che lavora tra le amiche nel suo pianterreno intorno alla lampa da. insomma un a nobiltà provinciale di cui sono arrivati nella grande tradizione italiana gli ec hi. com e fra gente libera e che conosce il valore della gerarchia. il nodo familiare s tretto da non lasciare quasi respiro. Inutilmente se ne cercherebbero gl i echi in Leopardi. o quasi. Quando Leopardi si affacciava al balcone per guardare la Nerina o la Silvia. che è nelle Marche molto vivo e che ultimamente molte scuole professionali hanno ribadito nel suo assetto. vi si intuisce una vita familiare molto chiusa e gelosa . i vecchi orgogli e le vecchie tirannie familiar i. la stessa vita d'un tempo e la vicenda familiare di allora: padri imperiosi come si conviene a una razza teocr atica. Tutta la sua poesia ris uona dell'alacre voce di questi mestieri. un tranquillo sorriso. la madre com'era sua madre. Ma pure. Domina il medesimo silenzio fra questo coro di rumori e brusii della fatica umana. e non un fatto specifico del più grande poeta lirico italiano e di uno dei nostri ma ggiori pensatori. meglio. caso piuttosto raro nella nostra letteratura. Si dice comunemente che il marchigiano sia esatto. Per quanto Giacomo non abbia legato l'opera sua alla sua regio ne. Chiuso nella sua stanza . Ci si sente la Marca papale. Qui non è il palazzo s olitario tra la chiesa e la torre. il coro sereno nella sua inquietudine. del gruppo di ragazze che in una stanza a terreno dietro la finestrella stanno intor no alla macchina da cucire. i vecchi mobili.

Mi pareva re citassero dei mottetti. è sempre l eopardiano. Ma non vorrei definire l'Abruzzo sullo schema di d'Annunzio. fra gente vestita alla cittadina. Prima che nascondessero il viso. Erano state a Lore to in pellegrinaggio. con la loro voce profon da. Non mostravano nessuna timidezza. la giovine era tutta dedicata a costei. ma alacre e viva. LE SERPI. Basta ricordare di certi canti leopardiani e di molti suoi appunti in prosa il senso che acquistano le voci dei ragazzi. Vi sono dialetti che serbano nella loro struttura un tono li turgico. Parlavano di là sotto con una monodia come se ne leggono in d'Annunzio. ordinato. le accomodav a il lembo dello scialle sulla testa. Così avvo lte. Ma che d'Annunzio abbia portato nell'arte sua molte cose radicate profondamente nel suo popolo. domanda e risposta. la bocca stretta dalle r ughe: aveva l'aria di chi abbia parlato d'una sua grande miseria di dolore a un personaggio onnipotente che le avesse detto di stare tranquilla. biondastr a. La più vecchia. veduto at traverso una secolare ombra di grandi stanze vegliate dai ritratti arcigni degli avi. le strade si riempiono di gente del con tado. venerdì dell'Addolorata". una scala contro un muro illuminato dalla luce di certe sere. Guardavano gli altri come se sentissero di appartenere a una grande famigli a. aveva due occhi colore del caffè. è animata di queste visioni. in una composizione inalterabile da coro.Quel fuggire la propria terra che era proprio di Leopardi. che v i rimanda da paese e da monte a monte come un'eco. è tutto ne l fondo popolare abruzzese. è ancora la storia di molti marchigiani. così a D io. come vidi poi a una fermata quando ella abbassò il lembo dello scial le. l'affacciarsi di una donna. una lucerna. e rimpiangerla di con tinuo. coi loro sci alli e i loro fagotti di tela bianca. colorire. uniforme. un telaio. Così parlano nelle loro case. Dove suonano le campane a vespro. la discreta feli cità di vivere in un mondo chiaro. un mazzo di fiori: questo accompag namento della vita di tutti i giorni come una nostalgia e un rimpianto di non si sa quale vita intima e felice nei suoi trasalimenti e nelle sue voci. e sarebbe chiarissimo se si dicesse che il suo svagare. rivolto tutto alle cose reali. acc anto a certi oggetti. una specie di stampo irsuto e selvatico come se ne trovano nel profondo del popolo. L'ho detto. La più giovane era più se rena. Poi entrò un'altra donna con uno scialle color tabacco. e lo stesso Leopardi. anche questa specie di virago si tirò lo scialle sulla testa. Voglio dire che Leopardi. e la sua terra lo spiega. quella che parla con la divinità. avevo veduto che una er a giovane e l'altra matura. in un gesto molto nobile. Questo era il s uo segreto. Piano pi ano sentivo che parlavano di sotto lo scialle che le copriva. erano salite due donne. se gna in calce ai suoi scritti la data ricordando il giorno. son cose proprio di lui. ha il rilievo fermo di un mondo fermo. e ripartire. il creato. se mai un autore ha nel sangue la sua origine. il suo fantasticare. come tutta la Marca interna. parlavano. è chiaro. grande. Il racconto che se ne facevano l'una e l'altra voce. cosparsa di una peluria virile colore del rame. esatto. in un mondo uguale di abitudi ni e di atteggiamenti. storditi ma pronti. e quest'acce nto desto e urbano. e il ricordo degli aspetti di questa vita. che si domanda che sia la vita. che può parere anche troppo som messo. come se la macchina portasse due simulacri coperti. e con quell'armonia che è propria dei luoghi dove ognuno è li mitato nella sua attitudine e mestiere. piena soltanto dell'esperta tristezza della donna matura che le stava acca nto. IL LUPO E LE VERGINI D'ABRUZZO Nell'autobus che mi portava dal mare alla montagna. nella s ua fuga ed evasione da questo mondo è proprio il personaggio che delle Marche ha s erbato la memoria eterna come possono essere eterni gli accenti dei poeti. aveva un uguale tono di preghiera. così agli uomini. Anch'essa parlava allo st esso modo. Discorrevano dunque tra di loro con quel tono di lunga preghiera. senza selvatichezza. di cui si coprivano con un lembo la testa contro gli odori dell'autobus. e la persuadeva ad appoggiarsi alla sua sp alla contro i balzi dell'autobus. tanto sommessa. come un contadino dei suoi luoghi: "29 marzo. Così il suo senso delle cose e il suo balzo continuo n . incantarsi su sequenze interminabili di parole. come in chiesa. La sua poesia. nel dramma patetico dell'intimità familiare. e tornarvi. Fuori è l'incanto semplice della vita piena d'una felicità inconsapevole. Non c'era che l'impressione dei loro grandi scialli neri. e Dio. e guardava tutto dall'alto di questa certezza.

intervento delle forze occulte e divine. sono penetrati del medesimo scrupolo del linguaggio elegante. Le bimbe sedettero sul predellino dell'autobus come sulla soglia d'una ca sa. Ma abituati alle cose ornate. scultura. presso un abruzzese anche di media cultura si può notare una cura particol are del linguaggio significativo. Ab ituati secolarmente a definire la posizione dell'uomo di fronte alle forze della natura. insomma l'ultimo degli scrittori puristi. appena svegli alla civiltà. coronate di fiori. nella sua parte popolare. si orientano subito in quelle della civiltà. e la pietra che un tem po era soltanto nello scalino della porta. la violenza della natura. Appena ieri si è celebrata la festa delle vergini. L'attenzione di que ste donne si puntò sulle trecce delle bimbe. un lungo dire la stessa cosa. Quando il mio autobus sostò a Chieti. che si potrebbero definire brevemente: il serpente. le forz e occulte e nemiche dell'uomo. a complessi originarii. attanagliato dalle tentazioni più oscure nei suoi recessi. del potere di rendere miti e favole apparentandole con la natura in una fantasia del medesimo colore. stregoni. un ricercatore di espressioni esatte. M ille mediatori. incantatori. quasi che egli foss e nato nell'architettura di Gardone e non in una casuccia marina appena intonaca ta. Si può immaginare questo popolo. Le forme illustri che qui son o pervenute. prima che le strade d'oggi vi portassero tutta la no vità del mondo attuale. le trecce delle bambine. la ca stità. tenevano rapporti con l'incono scibile. L'Abruzzo è ancora legato. Poi. in una solitudine in cui tutto acquista lunghissime risonanze. sono intrecciati a forma di monile al collo delle giovani donne e dei giovani dai visi estatici. e il loro rovescio. lo stesso complesso del peccato e del ser pente tentatore. nei suoi paesi solitari sui cocuzzoli dei monti o nelle valli. Insomma. potere propiziato rio dell'innocenza e della verginità. ora fa qui un gran lusso morto dapper tutto. alle orecchie e ai p olsi. e non importa se a Pescara la sua casa fu. In tutti i loro discorsi c'è un a ricerca di questa esattezza di espressione. coi loro sguardi acerbi e le bocche sigillate e proterve. fino a quando anche nell a mia mente queste trecce si impressero piene di strani sensi. come aprendo due ali nere felpate. della parola più efficace ed esatta. dettato da un istinto sicuro. e poi la verginità. serbano un certo ornamento nel loro modo di espr imersi. le fanciulle ornate di or i e di amuleti. c'è una sensitività naturale di gente che annette a tutte le cose un se nso esoterico. Nelle feste ch e cominciano di primavera. ecco il complesso tipico abruzzese. Si direbbe che la fantasi a abruzzese riproduca di continuo le immagini della vita amplificandole e riempi endole dei significati più occulti. I loro discorsi erano una lunga enumerazione. ma piena di un impeto primitivo. il serpente col suo linguaggio tentatore. si misero a parlare con le donne dello scialle. esorcisti. Lo stesso d'Annunzio fu. Il senso dell'animo abruzzese è contenuto nei termini di vita e mo .el favoloso. E poi quella del lupo. Ovi dio e d'Annunzio. n ei suoi boschi. il lupo. i serpenti appena svegli strisciano in un cerchio di persone. C'è qualcosa di molto più antico della paganità. pittura. lo st esso compiacimento delle similitudini. E la fantasia e il linguaggio dei due poeti abruzzesi lontani nei secoli ma parenti per ispirazione naturale. lo scatenamento dei sensi. Le donne posarono le braccia coperte dallo scialle sulla spalliera davanti. Sono proverbialmente pratici . e i modi di rigirarle e di appun tarle. trasformata in una dimora neoclassica. anche questi sono spariti. rimasto a una civiltà ch iusa e impervia. e i santi si confondevano con essi. coi balconi inginocchiati. ornati di nastrini verdi e rossi. La stessa arte abruzzese partecipa di queste cose. il senso dell'u omo e della vita torna in questi uomini esatto. sono state riprodotte con una fant asia popolare. e anche tro ppo. la stessa ricchezza di enumerazione del loro popolo. il suo significato terreno e ultraterreno. e non impor ta se poi vien fuori una parola soltanto colorita. Terrore delle forze della natura ch e soverchiano l'uomo. Accade sempre nella vita popolare abruzzese che i fatti acquistino un significat o superiore. e infine lo stesso potere di celebrare quello che è fortunato: ca ntori di fasti. Le donne dello scialle co nsideravano come usano queste trecce nelle città. E domani si celebrerà la festa dei talami. a fatti supremi. rozza. le quali mostravano i capelli ancora troppo corti per poterli avvolgere intorno alla testa. architettura. lui vivente ancora e die tro suo suggerimento. sotto la coloritura del suo linguaggio. due bimbe della città salirono a curiosare sul predellino.

Seguivano quattro ragazzi che tenevano leggera su due fasce bianche una bara bianca. la pazzia dei toccati da Dio. Grandi ri sate del pubblico. A tratti era un lung o belato di agnelli. col risveglio dei serpi a primavera. vidi sbucare sulla strada un piccolo corteo. La moglie sta preparando il desinare. Quelle di sotto erano tramortit e o già morte. Quello vestito da donna recita in falset to. la folla si dispone ad anfiteatro davanti a un palcoscenico di assi. lo stesso d'Annunzio non è riuscito mai a correggere il suo accento dialettale. Tanto che poi gli abruzzesi immessi ne lla vita urbana hanno un potere reale di capire e di orientarsi. Entrarono in chiesa. sconfitta e vittoria. la scoperchiarono. La vita abruzzese culmina nelle grandi feste dell'anno. matrimonio. E strascinare la lingua sul pa vimento dei santuari. nascita. del riparatore di armoniche. La donna torna alle sue faccende di casa. Dietro veniva un gruppo di giovani donne. non pareva più che fosse un bimbo morto. ma una creatura incorr uttibile. qualcosa di pasta dolce. Le quali si chinaron o su di essa. come i vecchi toscani. coronarsi di serpenti. La donna se ne accorge . chi di lato. nella piazza di Guardiagrele. Il marit o siede. Poiché tutta la tradizione abruzzese è fondata sull'uomo. si sono divise le parti. e tornarono con le mani piene di caramelle e di confetti. Un bimbo vagisce nella culla. cercavano di levare la testa di sopra al cumulo dei morti. La donna gli parla e invoca la sua protezione. S'erano ritirati il prete e il chierico. Il marito fatto sicuro della divina protezione prende a calci il lupo. D ue contadini. A tratti veniva da un nego zio il sospiro di un'armonica. Questi solch i di dolore innocente passano tra l'indifferenza di tutti con la fatalità che hann o i dolori sotto il cielo alto e chiaro del sud. magari con quel tanto di pastorale che rimane attaccato a ognuno di essi. le mani fugaci e pro nte. e quatto quatto rimette il bimbo nella culla. Sono terribili scon giuri per placare l'ignoto che è intorno all'uomo. chi nella tasc a del vestituccio. Di questi giorni si recita a Pretoro lo spettacolo del Lupo. un simulacro. Questa contro le bestie è la crud eltà meridionale. quella mistica c he pure tra i popoli più realistici della terra. Le campane d'Abruzzo fanno uno squillo acuto come quello dell'incudine. Le b estie erano legate e giacevano l'una sull'altra. E poi nelle m ani del morticino ponevano quei confetti e quei rametti. ed è il sol o personaggio non reale della scena.rte. morte. ornare. Le ascoltai tutta una mattina. di quei confetti co me di Pasqua combinano in Abruzzo. Non si accorge che il lupo è entrato (è un altro contadino rivestito d'una pelle di lupo . il risveglio dei nudi istinti nella grande estate arrabbiata sotto la sferza del s ole. poi esce. ogn una con una sua idea. l'animo loro è tutto nella vittoria dell'u omo in quanto tale. e che ha calzato un paio di guanti con tre dita). atteggiare. il lupo torna indietro. La donna ringrazia il Santo. Al suono della campana. A sentire ch e la donna si è rivolta al Santo. vestite di verde e di rosa. si misero diligenti a raccomodargli un velo. Passavano i carretti carichi di agnelli per la Pasqua. La chiesa era deserta. e spesso la sua eleganz a era tipicamente provinciale non senza sospetto di pacchianeria. verginità e lussuria. mangia e beve. Intorno alla bara bianca era affaccendato il gruppo delle ragazze. introduce un grano di pazzia. frettolose come i colpi dell'incudine. carnale. Precedevano il prete e il crocifero. quelle di sopra. sanguin anti e digiune. Intanto è rincasato il marito. Il lupo va carponi verso la culla del bimbo. Non immagino neppure una mistica abruzzese. Il Santo appare in forma di immagine. non è misticismo. Tutto umano. e invoca il Santo. lo addenta alle fasce e se lo porta via. i visi si chinarono a bac . Quelle mani diligenti ed espert e si muovevano su di lui ad accomodare. disposti a modo di foglie intorno a un ramett o verde. scosse da un brivido terribile e continuo. due uomini poiché come nell'uso antico le donne non fanno teatro. si dispera. Poco dopo le ragazze uscirono in frott a. Lungo il declivio d el paese. moglie e marito. che poi si fermarono sull'orlo della bara bianca. e nei grandi avvenimenti della vita. chi gliela posava sul cuscino. e quelle caramelle. fino a quando si abbattevano con la testa ciondoloni fuori del carretto. un b imbo di quattro anni. e portato a i culmini del fantastico e del simbolico. e questo suono non si ode che in Abruzzo. La rappresentazione dura un quarto d'ora. e guardarono il morticino che era là dentro. è la stessa immagine che è stata portata la mat tina in processione.

costituisce la storia morale di questo popolo: un colle vi div enta fortezza e insieme è una montagna abitata. risponde al fondamentale pessimismo napoletano. e torna a mente quanto scrive Stendhal: che le sole fortune distingu ono in Italia un uomo dall'altro. vi ha formato i depositi sociali composti d'un a vera e propria razza. sono altrettanti terrori di una storia in cui tutto si è confuso in un med esimo sentimento. Forse non v'è nessuna sproporzione fra lo scenario e l'uomo. questo è accaduto ai primordi delle città italiane. Certe donne si curvarono a raccattare i confetti. la sua architettura. la media d'una civiltà che è metropolitana e paesana. importata anch'essa. quel tanto che in alc uni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro e cupo come una prigione. palazzi che sem . e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il c onvento e il palazzo che somigliano a prigioni. spesso lavorata fino al vaniloquio. Non c'è che a Napoli un'architettura monumentale così estranea alla terra. come fissati a un punto che non è nuovo né antico ma di sempr e. che oggi è un atteggiamento delle società eleganti e un curioso segn o dei tempi. E il gu sto del plebeo. A Napoli l'uomo ha avuto se coli per adattarsi e per posarsi. E poi. a renderla ostile. che regge come certi muri apparentemente decrepiti i gra ndi edifizi storici. Certi rag azzi coi capelli arruffati e il berretto tra le mani guardavano storditi. CIVILTÀ DI NAPOLI A Napoli quello che mi colpisce è l'importanza dell'uomo su tutte le cose. al suo sentimento dell e classi nella storia. Quando il corteo fu sulla piazza. Sarà effetto dell'aria e della luce che vi si stende specchiata dal mare. e non della macchina che domina l'uomo: v'è sempre l'idea della gita più che della costrizione metropoli tana. neppur tristi. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l'uomo. ma materne e fra terne. a Napoli è un carattere naturale tra i più raffinati cittadini. e la campanella ripres e a battere. non la nascita o la categoria sociale. d el cielo. e poi lo stesso corteo uscì dalla chiesa.iare l'oggetto delle loro cure. la sua storia. fanatico perfino. Dico che solamente l'uomo stretto parente della natura riesce a costruire aspett i di città di pietra terribile. non senza dare l'ultimo tocco al velo. altrove è la città. ma intanto esse sono solidali. La pietra. che isola uomini e cose in un'armonia che fu già il fondamento di un'arte felice e di pieno equilibrio. si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratt eri comuni. come con un giocattolo poco serio. in una strettissima parentela. vi concorre la luce. un'evasione festiva. È ancora qualcosa che rimane della vecchia Italia. siano minori di proporzioni che altrove. ac cadde ed è ancor vivo a Napoli. fu gittata una manciata di confetti che rimbalzò sul legno bianco della cas sa e crepitò in terra. Qui nella scala sociale. con la faci lità dei napoletani di interpellarsi e di porgersi l'aiuto l'un l'altro. in modo che l'uomo vi sta dentro enorme come in una figurazione primitiva e. dal pugno di una di quelle ragazze. rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori. l'idea del mare. ma a Napoli l'architettura n on ha un predominio schiacciante come nel settentrione. come in una figurazio ne popolare. con caratteri comuni. tanto che il barocco spag nuolo porta qui tutti i suoi caratteri di tetraggine e d'isolamento. scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana. a Na poli un tranvai e una carrozza carichi di gente danno l'idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo. le sue attitudini che vi parlano ch iaro al primo passo. è durissima pietra e non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico. La cas sa fu chiusa come le ragazze avrebbero chiuso la madia di casa. e nello stesso tempo troppo grevi e forti perché non vi si insin ui il sospetto d'una certa ironia o esagerazione. meglio. o. a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti fermi a un tempo ch e non è di ieri né d'oggi. e spesso da tutt'altro genio che non q uello napoletano. i portoni spropositati vi reggono spesso abitazioni strettissime. Dicevo prima dell'importanza dell'uomo rispetto alla natura e all'architettura. al contrario. è invece qualcosa come un sentimento e uno stato d'animo. perché non c'è luogo come questo dove i limiti delle classi s iano segnati da ogni cosa. come un' eterna campagna mediterranea. automobili carro zze tranvai. In nessun altro paese si ha l'impressione come qui che veicoli. e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze. e l'archite ttura dove è più allettante simula non so che ordine popolare che è poi un'ordine mora le.

il genovese Magnasco e il veneziano Tiepolo. nell'epica pulcinellesca del Tiepolo. che è un'altra nota di questi sapori. questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura. e ch e s'era fatte tante comode virtù. caduta in un'epoca sventurata. In un mondo che si adorna tanto facilmente degl i appellativi di meccanico. e senso del diritto e della giustizia. i Goya. C he era poi il destino di gran parte d'Italia. prodighe a tutti. solo che i protagonisti sono altri. Basta vedere insieme una scelta di queste raffigurazioni per rendersi conto che quella fu un'evasione dell'arte italiana come lo era stata la grande pittura dei guerrieri e degli eroi. L'interpretazione che ne diedero i . pochi hanno capito l'essenza estremamente libera e intelligente di questo paese . che è un carattere d'oggi. attore del San Carlino verso il 1855. senza più l'intervento del Cielo. e vedo ragazze e carrozze". gaia e funebre. e senza più il coraggio della fuga ne l divino. con cui Napol i. come in un mo dello d'architettura. nei vagabondi di Caravaggio.brano case di campagna perduti nella grande città. anche. è un modo di dire mer idionale. motteggiava con atroce forza il suo destino. caratteri insospettati uscir fuori. mare. e le civiltà in fama di raffin ate mostrare non si sa che stupida barbarie. che è il prodotto d'una ci viltà complessa come il gusto toscano dei poderi. Fu costui uno degli ultimi Pulcinella della gran pulcinelleria bianca e nera. ornati di f rutta. c'è un mondo pudico che non ama mettere in piazza i suoi segreti e i suoi dolori. formano il motore di questa civiltà. diceva: "Quando sono triste mi metto a letto. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà. o la frutta stessa nei piccoli mercati. Si notino a Napoli gl'infiniti chioschi dove non si vende che acqua. ar ia e luce diventino la conquista più importante. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere. forse. Si d irebbe che in un ambiente d'aria e di luce buone per tutti. e civiltà antica. con una leggerezza incauta. Pulcinella in riposo fra capre cani e pastorelli d'Arcadia che sono poi tutti della stessa famiglia pulcinellesca. gli atteggiamenti sono rimasti gli stessi. Nei tetri banchetti d'ombre del Magnasco. Sei e Settecento furono in Europa quasi la riscossa let teraria e pittorica dei poveri e dei derelitti e dei vagabondi. Pulcinella che nasce da un uovo covato da una gal lina faraona tra una famiglia di Pulcinelli. Sono là i Rembrandt. monte. Pul cinella che suona la chitarra. de lla ricchezza. con que l gusto degli elementi diversi disposti opportunamente. uguali i riti. e pur tra le fortezze e i vecchi androni più scuri grida l'invito alla bellezza delle derrate. senza decadenze né imbarbarimenti. Nei paesi a civiltà antica la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto aiutato da un'esperienza secolare delle cris i di civiltà. che è un vero lusso. avevano già carpito al suo na scere questa nuova famiglia e ridevole mitologia: Pulcinella e Pulcinellino. La natura di Napoli è lontana da quello che di solito intendiamo qua ndo diciamo campo. Sì. e ne scrivono. Lo stile vi s'è mantenuto in un rapporto originale. l'epica delle di fferenze sociali che improvvisamente invadevano una storia nuova e non più europea né universale. il segno palese del benessere. È proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà. La terra vi fornisce un vino aspro. Per la prima volta. ella si rivolgeva alla sua vita reale. N apoli non s'è scordata la natura. a uno spettacolo puramente visivo. come se la bellezza fosse tutto. Ma l'Italia non fece mai del poverismo o del populismo. e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della crea zione. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per re ndersi conto come essa abbia il suo ordine. e la cucina. il suo ritmo. La campagna napoletana è il segno d'una disposizione dell'animo fermata in una stagione classica. nelle figure della nuova società popolare che animano le scene del Piazzetta. ma con un sentimento dell'ari a e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell'Italia meridionale. Il comico Altavilla. il suo schema. sole e aria e veduta sono qui al sommo dei pensier i di tutti. Al primo segno di malessere vediamo virtù e conven zioni crollare. q uasi tutta tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi. della potenza. Due artisti di altri due splendidi paesi. i Callot. L'occhio vuole la sua parte. Anzi. E bisogna essere meridionale per capirlo bene.

la maschera popolare saliva le scene e parlav a la verità che soltanto ai buffoni è consentito dire. era signore e servo . coronata di spine. quando tali monumenti erano abitati. Circostanza curiosa. mentre lacrime di gelo le solcava no le gote e un pugnale dall'impugnatura simile a quella d'una sciabola le trapa ssava il seno. e facendo ad essi da guida nelle ore libere. grandi portoni. Picco lo di statura. Si dovette impiegare alla Dogana. in un meandro di tane e di sotterranei. Scriveva anche aspettando i signo . Siccome aveva la mania delle cravatte. Mastriani scrisse cento sette romanzi. flagellata. specie a quelli nati nei paesi do ve i libri di Mastriani arrivano con Ponson du Terrail. ma è noto e amico ai meridionali. la malinconia delle valli. e poi la donna nei momenti trionfanti della sua vita. la moglie di ligente gliene ritagliava in ogni straccio e in ogni residuo di vestito o di sto ffa. dalla più abietta alla più sublime. e cioè un intrico di passioni in una città fatta per le apparizioni singolari e che nel suo ventre formicola di tutte le passioni . romanziere napoletano vissuto tra il 1819 e il 1891. lo stesso lavo ro che sul Colosseo. e qui. E in Napoli la Ve rgine madre diventava la Madre Dolorosa che. Ma la dolce Toscana aveva finito di parlare. Si sa che la divinità più vicina agl'italiani era stata sempre la Vergine.viaggiatori superficiali in Italia è nota. e tanto che nuovamente si sparse per il mondo come una risata tonante. coi misteri. Ho trovato ancora qualcuno che si ricorda di Mastriani. abitò tutta la vita in quel quartiere di Sanità simile a una valle oscura nella città. Sposato e con quattro figli. veneziani e napoletani i nuovi de scrittori di quella rovina le cui macerie richiesero tutti i secoli seguenti per lo sgombero. va sti cortili e palazzi. calvo. la vita abi ssale di un popolo addensatesi in modo incontrollabile aveva dato l'assalto alle strade. il bambino ignudo e ricco di grazie. non fosse un uomo di genio. Come al crollo dell'Impero romano. agli angoli delle strade. cavaliere e pitocco. sul Foro e su tanti monumenti romani aveva fatto l'umanità mi nuta in tanti secoli. Studente di medicina. indossava un vecchio vestito nero e un gilè bianco. E che mescolanza di profano e di sacro. il ponte dal quale le povere donne tradite e offese si buttavano credendo che non fosse peccato cadere da tanta luminosa altezza. Questo nome dirà poco ai s ettentrionali. Qualcuno lo indi cava come "l'autore dei romanzi di Mastriani". diet ro il compenso di due lire la puntata che negli ultimi anni gli fu elevato a cin que. tendeva al cielo e ai fedeli la mano con un fazzoletto di pizzo. che ricorda il lavoro dei protozoi. Anziché mostrare le sue piaghe. si sostituì l'immagine del Crocifisso. Intanto. imparò ingle se e francese. Con un'opera assidua. l'Italia mise la maschera. Napoli diventa un mondo complesso e inestricabile. furono genovesi. con barba e baffi alla Napoleone DI. e nel golfo più ridente del mondo si addensava una città misteriosa come Londra del Settecento e Parigi dell'Ottocento. la madre. Questa immagine popolò i vicoli più oscuri. il suo manto celeste. de Kock. e trasformato architettura. egli si vantava di possederne sessanta. Ma l a cosa era forte. Portava in tasca una boccettina d'i nchiostro. ignuda. la giovane sposa. era l'immagine della sofferenza virile e non più della grazia celeste e d ella intercessione femminile. dove si erano vedute le mani g iunte della Vergine. delle conchiglie. Era celebre nel popolino. sormontate da un ponte che ne sbarra il cielo nella luce di Capodi monte. la pred iletta del Ciclo. ai palazzi. abbandonò l'Università pe r darsi alla letteratura. vestita di nero. Questo sviluppo della città. tra la regalità d'un'antica porpora e la veste dell'infanzia. era nuovissimo fenomeno in Italia. oppure vestita dalla cintola in giù con una veste scarlatta a pieghe del tipo di quella che copre il Volto Santo di Luc ca. Pulcinella si metteva il naso di cartone e il berretto bianco a do minare lo spazio che avevano dominato i guerrieri e i santi. dei celenterati nel fondo del mare. e finì con l'influire anche fra noi. seguendo le c omitive degli stranieri. alle dimore. e dove che fosse scriveva. Montepin. l'ombra. e che dà l'immagine d'un costume dissueto. Era stupefacente osservare quello che era accaduto di un androne di casa patrizia. una città adatta agli scrittori di romanzi co me si intendeva il romanzo allora. Napoli fu dominata da questa immagine piaga ta. gli antri più mis teriosi. È un peccato che Francesco Mastriani. il suo addensarsi e il suo complicarsi al punto che un giorno si sarebbe dovuto rompere col piccone . e dal 1875 li pubblicò tutti in appendice nel giornale "Roma".

La maschera è d'una enorme serietà. di donne che abbandonano il frutto della loro colpa e che lo ritrovano dopo molti anni nell'a biezione. Chiaia. il carattere con la maschera. era il personaggio moderno che. a meno che non accetti le comode e generiche definizioni che se ne sono date da gente estranea e superficiale la quale scambiò la filosofia del vivere con la spensieratezza. di ricchi e di str anieri che portano di colpo una povera fanciulla del popolo e una traviata al ma trimonio. vizio. Stretta nel cerchio della realtà. ognuno legge in questa città secondo il suo cuore e il suo sentimento. un mondo molteplice e avventuroso. alla fantasia di chi v'è p assato una volta. uno dei suoi fantasmi è il padrone di casa. Ma anche oggi che la vita italiana s'è fatta complessa. eroica e favolosa e classicizzante. di figli spurii che ritrovano i fratelli legittimi. accada fra Bor go Loreto. Aveva dei meridionali la facile im pressionabilità verso i problemi filosofici e sociali. di smarrimenti e di ritrovamenti. davanti alle sue invenzioni non ci prende alcu n dubbio che quanto egli racconta si possa svolgere a Napoli: di ciò gli diamo cre dito illimitato. poiché nella sua fantasia si confondevano i suoi casi personali e quelli del l'umanità. non la supera e non la trasforma e non ne evade. e la Serao lo considerò come un precursore. I suoi roman zi sono storie complicate di donne cadute nella colpa per bisogno. assumeva un costume anch'esso. e questa è una prova dell'animo suo. Era l'epica della vita quotidiana. vedeva al modo del comico Altavilla ragazze e carrozze dal fondo della sua mi seria. la commedia borghese. e che. assassini. Con una fantasia sbrigliata. essendo i suoi scherzi sempre intorno alla realtà e a una realtà precisa. dirigeva bene le quadriglie nei balli familiari. Vicaria. In genere. quando chinò il capo sui suoi fogli. Uno di que gli umili precursori di cui riesciremmo appena a mettere insieme cento pagine d' antologia. sollecitato dal primo libro che gli capitava sottocchi o. tendenza: è l'uomo che si occupa d ell'umano. Fa ridere perché non evita un solo urto con la realtà. Lotta e si dibatte intorno ad essa. il risalire dal particolare al generale. e poi mezzani. E tanto che il giudizio cor rente su Napoli è diverso da persona a persona. e non soltanto in Italia. ma che aveva intuito oscuramente il genio naturale dell'Italia meridi onale. La maschera è estremamente seria. Ma. quello che formò poi la sua tradizione sociale: la Serao. Lo stesso Pulcinella era la maschera del buon senso e del realismo. Sanità. in una lingua tra accademica e dialettale. Descriveva alla brava la vita di lusso. e le maschere sono la sua aria vitale. densità. tutta l'organizzazione intorno alla colpa e al delitto. ladri. di strade e di luoghi. basta il nome di Napoli per evocare. usciva "Il Paese della Cuccagna" di Matilde Serao. era un comples so di società provinciali in città di provincia. almeno fino al tempo di Mastriani. Di solito. int ramezzata da brevi descrizioni di caratteri e di passioni che non riescono mai a mettersi in movimento con quella illusione di vita che è propria dei romanzieri. virtù. Nel gennaio del 1891. Egli trovò nella sua città la dimensione fantastica e il mistero ch e sono stati sempre la qualità più attraente d'un romanzo. Verga .rini cui dava lezioni di lingua e di grammatica oltre che di inglese e di france se. essa pensa sempre alla stessa cosa e non mira che al suo scopo. per arrotondare il magro bilancio familiare. Non appare per nulla grat uito nella sua opera numerosa e disordinata che un intrico di personaggi e di av venture. Faceva anche brindisi in rima. Un fatto però vide molto bene Francesco Mastriani. avvent urosità di Napoli. g li arbitrii della fantasia possono essere assai pochi. Tanto che proprio da fatti come questi nasce in Italia. di personaggi che muoiono e risuscitano perché il pubblico reclamava al giornale nuove puntate del romanzo. La maschera vuol dire carattere e vita di tutti i giorni in una passione. senza invidia e senza desideri malsani. trattandosi d'una società c on caratteri familiari. Alle origini del teatro moderno c'è la m aschera che di quando in quando rispunta. e il ridurre il generale a un particolare. e fu la profondità. Di Giacomo. la letteratura sulle città italiane è aperta e chiara. Peccato che non fosse u n artista e che non riuscisse a cucire insieme i suoi personaggi. Fra gli a ltri. Nasce così anche in Franci a. staccandosi da una tradizione in costume. ossessione del popolino napol etano come del povero romanziere. tanto che i su oi romanzi si possono considerare una lunga digressione su problemi sociali. venditori d i carne umana. anche quando scherza. il realismo con la buffoneria. cantava e suonava. quelli che visitano Napoli si fermano agli aspetti più appariscenti del .

significava farsi vivo. o che di colui avrebbe avuto bisogno. una pentol a. Queste non sono forme oziose e non sono ossequio servile. con gli amici. da un pu nto all'altro della strada. si rivela subito al primo colpo d'occhio. con gl'inferiori. Una tale solidarietà fa sì che non si troverà mai un napoletano che si umilii a un altro uomo ma gli parlerà da uguale. una grattugia. complesso forse unico. e il colore di un'ora. accennare a una sol idarietà con gli uguali. Certo. E questo complesso di rapporti mobile e diffuso come quello delle api e degli uccelli. ammiccare. viste di profilo. cenni col capo. con tutta la gente di cui presto o tardi avrebbe avuto bisogno c olui. a gente la più diversa che incontravamo lungo il viaggio. accennare. del cielo. uno scrollo. a distanza. Esiste in tutta l'Italia meridionale un significato a parte per la parola " comodità". ma da paese a paese. tintinnio di carr etti colmi di verdure. bisogna pensare che l'origine di questo sentimento. pietosa e legata del mondo. la vita napoletana popo lare è una tragedia fra uomini. cioè l'uomo capace di cattive azioni. imbrogliatore. alla sua nobiltà. un ziro d'olio. con le spalle. un movimento. ecco che gioia e dolore di ciascuno si comunicano a tu tti. Questo discors o era interrotto di continuo da un rapido occhieggiare del cocchiere all'ingiro. egois ta.la città. raccolto in densi quartieri. un . Questo è l'aspetto più evidente della solidarietà napoletana. coi superiori. da tutto quello che di vario e alacre si può rovesciare sulla strada d'un paese vesuviano. Il cavallo trottava con la vivacità d'un meridionale. Piccole cose. Ora. e non da strada a strada. alla realtà. cioè a cenni. cioè l'odio sociale. quale possono produrre seco li di vita difficile e un'esperienza vasta come la storia. mettono fuori i loro mille balconi. il loro piacere degli oggetti. eloquentissim o nella vita e nell'arte napoletane. Nel suo senso migliore. Ma se vorremo capire il senso della realtà dei napoletani . grida di mercanti ambulanti. E sui bal coni. il padrone. della città più soccorrevole . cioè da uomo. con le sue feste e il suo carico di dolore. Qui si vive collettivamente. che se le prestano e ridanno . ai suoi conoscenti da quartiere a quartiere. al suo tessere di gesti la vita quotidiana. tanto che mol ti non gliene attribuiscono alcuno. del mare. e invece è tutto un modo e una rete di rapporti di cui è fatta quella vit a. il cocchiere si voltava di quando in quando a raccontarmi la storia d'un altro suo cavallo che gli era stato requisito. e l'amore dei beni che vengono dall'industria umana come dalla natura. sta in cotesta pratica di vita rivolta assi duamente al mondo sensibile. un lampo. se l'era presa il colonnello. E quell o che i napoletani chiamano "fetente". La stessa cosa notai poi andando in carrozzella a Na poli. che la rendono meno grave e la consolano: comodità è un balcone assolato. Ciò che può diventare anche un vezzo. Comodità sono gli oggetti che servono ad alleviare la fatica quotidiana. coi conos centi: insomma. un fornello. da case troppo alte e uniformi che. e il gesto d'un vicino e il lampo d'un paio d'o cchi di donna. ed è difficile indovinarne lo scopo. che non lo poteva dimenticare. a Napoli queste comodità sono qualche volta il bene comune d'interi gruppi umani. cosa che alla fine esclude l'odio verso i fortunati. e l'intimità che tale sentimento porta nella vita di tutti i giorni. fino a Torre del Gr eco. una bellezza. cui allo stesso modo bastava un tremito. e disporne in comune implica un mondo di rapporti e di discorsi e di interessi solidali. cant a delle ore di gioia e delle ore di dolore. mentre spesso. E che cosa è di meglio ogni migliore vita civile? Cotesta tregua la osserverà meglio chi si troverà di fronte alla vita del popolo min uto che. saluti. un fuoco. si tratta d'una mobilità estrema. alla spensieratezza che sembra emanare sempre da tutto q uello che è vivace e naturale. se non proprio la manifestazione di una gran de vitalità. Percorrevo in carrozzella i paesi alle falde del Vesuvio. lo andava a trovare al reggimento in una città vicina. e quasi disponendo in comune delle risorse di ciasc uno. delle forme e d ei colori. popolare o meno. Per questo. napoletana. mai smesso dal tempo dei greci. con la mano. con la bocca. ci si accorgerà troppo tardi e a nostre spese che si tratta d'un vero fetente. sorridere. Il cocchiere non faceva che salutare. e siccome la vita è quello che è. e sapeva che la generosa bestia era tenuta bene. d'un uomo livellato dalla vita moderna. La strada era un avvenimento: organetti che suonavano e l'armonia era subito travolta e ripresa volubilmente da un vocio di monelli. gran parte della letteratura. altre persone parlavano allo stesso modo. è sotto il segno della più stretta solidarietà. Una solidarietà siffatta rende testimone c iascuno della sorte dell'altro.

abita paesi nobilissimi. queste figure di pietra . il benefizio. e la necessità conserva in vita a Napoli tutto quello che è morto o che è vuoto formalismo altrove: la necessità. egli pone una tal e attenzione a quello che fa. le strade tagliate a picco nella roccia. la Madonna e il Bambino. ma una fra tutte: l'uomo in una densità e pienezza e verità di vita. intorno a un melone d'inverno. di vitalità e di verità richieda questa vita. ma perché risponde a ncora a uno scopo. Ogni commessura della roccia ha le sue piante erranti. È come se fossero alimentati dalla salsedine. e vi si metterà con tutte le sue risorse. qui è vivo non per abitudine e pigrizia come s i crede. Il fatto è che ogni napoletano è combinato proprio in tutt 'altra maniera. e il senso della forma di. E la persuasione è l'arte napoletana per eccellenza. talvolta le piante che sbucano da ogni interstizio del ma sso fanno sulla sommità di tali simulacri naturali una corona d'erbe e di fiori se lvaggi con una simmetria meravigliosa. patetiche. Morte e vita. vec chio. questo p opolo. portichetti. Egli aspetta dal cielo la grazia. e che dà forza. L'uomo qui è dominato dal fatto di riuscire a ogni costo a strappare quello che vuole strappare alla vita. o per amore del pittoresco e della rappresentazione. ci si spiegherà che somma di forza. si sia dimenticato un istante dello scopo della sua giornata e de l fine che vuol raggiungere. e il grande protegge il piccolo d agli assalti del mare. perciò la montagna sembra viva. senza g uardarne l'intima ragione: così è venuta fuori la leggenda di Napoli. Si aprono nella montagna. carattere. perché una cosa è indubitabile: che a Napoli la gente non sia vera. ne descrive i rumori. un orto napoletano dice la cura. di vecchia architettura amalfitana . più oltre l'ulivo ha lo stesso colore. d a Positano a Maiori. In genere. ma sa ranno pur sempre nuove nella realtà popolare di questo paese il cui nome è volato in tutto il mondo a significare tante cose curiose. Del resto. Questo dà un colo re tanto forte alla vita napoletana. non lo p erderà di vista un momento. Vuoi c onvincere. alla minuzia con cui ognuno compie il suo più umile lavoro. le case sospese sull'orlo dei precipizi e i massi fermi sul punto di un a immane rovina. i sibili. e li chiede come v anno chiesti. Ma se per un i stante si sarà entrati nel cuore del popolo napoletano. il volo. vivacità alla vita. dove i venti del mare sono capricciosi. al suo pittoresco. e la fede del popol o napoletano. coi piedi ben piantati sulla terra. con che teatralità sono disposti una dozzina di fich idindia per dritto. o come il venditore di fuochi artificiali. grotte e caverne. uno grande e uno piccolo. d i colore azzurro come sono le piante sulla pietra. il paese dei devoti delle miracolose M adonne. incoraggiando a comperare un r azzo o una girandola. Il popolo chiama. sopravvissuto ad altro tempo. gioia e dolore. anche quando sembra che lo dimentichi. volte e nicchie. con cupole. un'umanissima arte . Sulla roccia e in pieno sole cresce il capelvenere e difende disperatamente il suo verde e le venature b ionde delle sue foglie. PAESAGGI NAPOLETANI Venivo dalle valli della costa di Amalfi. separate l'una dall'altra con un sentimen . In tutto il pittoresco napoletano v'è un senso stretto della ne cessità. absidi come di cattedrali. anche se gli scogli che si drizzano sulla riva o stanno isolati tra le onde o sono a due a due. sotto una luce bianca ad acet ilene. sono le frasi più comuni nelle canzonette. La gente di questi luoghi. uscendo di casa la mattina. lungo la strada. solo movente delle azioni umane. di quanta proverbiale ingegnosità. e rinca sando la sera. un patetico troppo semplice. Mi fermo a guardare la cura della decorazione nei p iù piccoli venditori ambulanti. e il piccone e la mina ha nno messo alla luce del sole decorazioni di stalattiti. l'effetto. tutto quello che pare disusato. possono diventare maniera stucchevole. reale. È facile dire che a Napoli c'è gaiezza e spensieratezza. Quale che sia la sua occupazione. vi sono riti che sopravvivono a Napoli perché son o legati ad essi alcuni benefizi.motivo facile. e ogni paese ha la sua perché questo è un tema di quella famosissima strada. strane. Molti si sono fermati a questo carattere esteriore. A ogni punto più minaccioso la Madonna col Bambino ha la sua nicc hia. Il crinale delle rocce forma anch'esso profili di creature. di quanta virtù civile sia capac e quando gli sia chiesta. come è facile parlare del dol ce far niente napoletano. tanto che una certa lentezza napoletana è dovuta pro prio a questo impegno. in tutte le forme. giardini sospesi in alto. e che non ve n'è uno il quale. Le case sono spaziose e cir condate di orti e giardini a terrazze. E da questa seri età proviene la soppravvivenza di vecchi riti e vecchie feste.

e magari con le due stanze superior i sprofondate. pe r una porta aperta in un vicolo. conobbero i commerci del Mediterraneo occidentale insieme con la lor grande amica. all'albero. quelle di abitazione. fra tante cose comuni. una delizia settecentesca che la padrona di casa v'invita a guardare. Ho veduto certi mulini loro. al livello della terrazza. i q uali coi commerci adottavano le mode e le eleganze vedute nei paesi ricchi. sopra. che li divide dal versante di Castellammare. strappata a palmo a palmo alla montagna e alla roccia. Il sole in queste valli scompare prima della sua ora. composti di cilindri e di cubi di muratura sovra pposti che ricordano le nude forme della moderna architettura monumentale. e dove la rocc ia fa imbuto la circondano di una mora di sassi. d i tingere i palazzi di due colori. dicendo orgogl iosa che è un mobile di famiglia. si prendeva una sedia e quattro portatori per tre ore di cammino. È un'antica c orporazione naturale che nessuno ha ancora pensato a ricostruire. le rose fioriscono senza stagioni. I ve lieri tornavano a Positano carichi di mobili comperati a Genova. La loro casa ha l'orto. capolav ori di architettura popolare che sarebbe opportuno difendere con le leggi stesse che difendono il paesaggio e i monumenti illustri. Ed è così. Per valicare il passo di Monte Sant'Angelo. all e piante e ai frutti. il mare divenne deserto. e ancor oggi capita di vedere. che sono la traduzione di tante cose ricche e illustri in uno stile del luogo che rammemo rava fantasticando le cose visitate. le donne sono anch'esse da fatica. questi pa esi erano ricchi di bei mobili settecenteschi. è pur sempre quello settecentesco. e fra di loro non si sente mai dire di quei drammi sentimentali che scoppia no sovente nei climi morbidi. colorano la casa di du e colori spesso. sono taciturni e pratici. Questi so no per la montagna scoscesa i loro orti e uliveti famosi. prima che i mo delli bastardi dell'architettura comune penetrino fin là. sia nata in queste contrade che i settentrion ali conoscono a meraviglia. alt ri emigrarono in America. rimasta nel paese dopo la parten za d'una razza di signori. i limoni sono il frutto di tutto l'anno. ed ha . abbia occupato le case loro. di balconcini. con un tale senso di costruttori che il funzionalismo moderno ha in loro dei precursori. alle prime piogge di settemb re si seminano gli ortaggi che altrove vanno a primavera. alcuni quartieri abbandonati crollarono. rimasto più intatto che ad Amalfi. ho detto. Erano città fiorenti e prospere al tempo della navigazione a vela. Vi portano su. essi si fecero palazzi e ville. alcuni si diedero alla pesca. Si può dire che la terra la trasportino col fazzoletto. Essi sono la nobiltà del popol o. col giardino ric co. e mostrano ancor oggi certi disegni di caminetti. o turchi che è forse lo stesso. e dall'alto fanno un panorama di bagni romani. S i vede spesso gente povera uscire da palazzetti del Settecento. una decorazione di stucco alle finestre. La terra. avevano commerc i con Genova cui fornivano legni e uomini. ma complicato con quello originale del luogo. Venne la navigazione a vapore. ed è la seconda semina d ell'annata. al cortile e alla terrazza sacrifica no lo spazio altrimenti adatto a ingrandire l'abitazione. I te tti sono a cupole lisce. con un sapiente sfruttamento del terreno. e alle cinque la valle è imm ersa nell'ombra uguale e pur tanto chiara che d'estate dura due o tre ore. che hanno un gusto inimitabile. All'orto. il cammino più facile era il mare. Perché sono architetti e agricoltori nati. gli armatori abb andonarono le loro ville e i palazzi. La strada di Amalfi e di Sorrento non era ancora aperta. Il Settecento dovette essere il periodo delle maggiori fortune di questa contrad a. sul portico la terrazza. Mi pa re certo che la consuetudine invalsa in alcune città dell'Europa settentrionale. un mobile illustre. dove seguitarono l'altra loro attitudine naturale. il cortile davanti al portico. S'immagina che gente del popolo. in lugli o e in agosto si vedono le arance attaccate all'albero. Nello stile del paese. A terreno sono le stanze della vita comune. di alt ane. Il tema di quell'architettura. hanno della vir ago. perfino di cucine. E gente diversa da ogni altra della regio ne. Fino a qualche anno fa. è buona. e le loro case le fanno con logica. contro le intemperie.to d'indipendenza e di solitudine che ci si domanda da quale razza sia venuto. l'indimenticabile chiarità del Mezzogiorn o. Qui stavano gran signori. la sabbia del mare. e dentro di un bellissimo bianco in cui la luce grande della co ntrada fa l'atmosfera d'un bagno vitale. e all'arrivo di qualche antiquario accorto. La gente. quando non possono altro. Sono architetti nati.

rischiaranti tanto soavemente il suo poema. La loro razza è tutt'altra. secondo l'abitudine delle ragazze di Nap oli. e gli orti dis posti come in una geometria. Ma basta valicare il passo di Sorrento per trovarvi una natura diversa. e gli stessi atteggiamenti degli agricoltori. È facile dire che Tasso il sentimento dei suoi orti e dei suoi giardini. nell'ombra dei giardini ragazzi e bambine. al trotterello facile dell'asino piccolo. E le colombe che volano nelle sue liriche . vi mettono una fiammella. la natura della vite di questa contrada. quale si vede nell'Europa del nord. e tutta la sua pastorelleria. rosa e viola. e si ferma sulla strada come un torrente rappreso. verso la punta della Campanella. il Settecento che attecchì qui e ricorda i buoni affari e l'agiate zza d'un secolo ornato e intraprendente. di asini bendati intorno al pozzo. chi li ha veduti una volta li distingue fra mille. di pozzi. che sembra u n plastico. Si può dire. si ricorda dell'eruzioni. E questa è la seconda zona. e perfino i loro ca ppelli e i loro vestiti rustici. ciò che influisce anche sui sentimenti. E anche le mollezze e i piaceri dei suoi giardin i incantati appartengono a quest'ozio. v'è da giurare che occhi di migliaia d'anni e gli stessi occhi di Virgilio ed Orazio li abbiano veduti semp re gli stessi. Le strade dei paesi lungo la costa di Sorrento si aprono col loro Settecento div enuto popolare. osservando case come queste. il pino gracile ha qualcosa del fiore dell'agave. si passa dal sole sfolgorante alla fosforescenza del crepuscolo di tre ore. E tutto questo popolo d i verdure. Il sole è tanto vibrato che a chi non sia abituato dà strani e pur piacevoli disturbi. della sua aria. tutta opposta all'idea che di solito ci si fa. le labbra. i c hiari e gli scuri. di fiori. coi carrettini di verdur a e di vino. Il rosa e il grigi o riprendono il loro dominio. lo chiamano la Montagna. Il pi no napoletano. e gli occhi. e a queste colombe che si vedono bianchissime volare all'improvviso come innalzate da un'improvvisa tempesta. Alle finestre le donne. È una luce immensa che si mette in lotta con gli organis mi. li rinnova. così facili ad abbandonarsi fra di loro e a baciarsi in pubblico nell'atto di dirsi qualcosa all'orecchio. e i suoi canti agresti. della sua luce. Quelli che vivono sulle falde del Vesuvio non credono al Vesuvio. bizzar ri. Vigne e agrumeti formano un profondo bosco. popolari. La terra è d'oro. e la propaggine della scala. felice dei suoi orti. A Sorrento la vitalità del popolo. o non ci pensano. e quasi nelle profondità di stanze lussuose. somigliano a questi. La vite è alta e forma viali d' ombra. Qui gli orti felici si stendono in tutto il loro lusso naturale. I paesi sono ch iari come le pietre d'un letto di torrente all'asciutto. come si sente raccontare di c ontrade favolose più a sud. li abbia tratti da qui. questi colori tutti napoletani. per proporsi solt . M a passata la sella di Sorrento. com e l'uomo non pensa alla morte. l'arancio ha la chioma irta e tutta fiammelle. col verde luminoso degli aranci. una gracilità da paes aggio antico. e si rivedono i vapori che velano le cose. il colore. e vi vengono incontro le ombre vivide. vi riporta a qualcosa di immortale. E non ci sono che i napoletani. e quella precisamente che va sotto il nome di napoletana. V'è una delicatezza di scavo. la chioma dell'arancio. la vita vi si snoda intorno senza fatica apparente. i fiori che si aprono al principio dei suoi madrigali. Non lo chiaman o neppur Vesuvio. al contrario dell'arancio greve e tondo della Sicilia. da Pompei a Napoli. di cui sfuggono quasi le dimensioni reali. che sono la tr aduzione architettonica del vulcano che le domina. con una lunga scala esterna che quasi fa da ancora sulla terra. Ho detto che in questa costiera non esistono gradaz ioni di luce. Sui muriccioli le bambine coi grandi o cchi e la carnagione calda sembrano conoscere la felicità segreta del mondo natura le. La casa diviene bassa. sullo sgargiante de lla terra napoletana. di estatico. E i fiori sgargianti. checché ne pensino i pittori. e l'uomo si sente scintilla dell'immenso creato. Non ci credono. che hanno un timbro miracolosamente salvo da ogni convenz ionalità. gli strumenti rustici che si se ntono nelle sue selve. sono segni che si riconoscono. La terza è quel la alle falde del Vesuvio. capricciosa alle soglie del Barocco. e tronca. li sconvolge. A Sorrento le ragazze ab bracciate parlano ridenti e si baciano. è come se quel lu me abbagliante lo posassero in terra.del lungo crepuscolo. e l'incombente Vesuvio colore di rosa. La natura ha un'armonia così gr ande che vi si può scoprire un tema uguale e universale per tutto. li avesse da un a reminiscenza di questi suoi luoghi.

col suo pensiero e con la sua fantasia. dei capricci della sorte. gli aranci. come i numeri del lotto. prima. che è quanto basta a render buono un campo. non vuole. come nell'uomo che combatte si fa strada la coscienza primitiva della difesa e dell'offesa. e sul grigio i tronchi scortecciati e dipinti di bianco degli alberi. s'è vista a volte dividersi la corrente incandescente davanti a un vigneto. se la lav a si ferma egli si ferma. e non altro. Il vino è colore violetto e amaranto. Non ci pensare. e il bianco rico rda le vesti. Questo si chi ama tenere tutta spalancata la porta dell'inatteso. Ma intanto. e neppure di non voler vedere. sono venute fuo ri da semi erranti." "Lo è. perenne e prospera. è d'un colore vivo e quasi umido. non ha affrettato. i legumi e gli ortaggi. delle cento e più specie che prosperano sulle rocce basaltiche coperte d'uno strato di cenere di pochi palmi. La metà del mondo d'oggi si guasta i nervi e perde troppo presto la vita per pensare alle cose che gli accadranno. Non s'è mai sentito dire d'un delitto o d'un furto." . san no che le parole evocano spesso i fatti e i fantasmi. In alcune di queste contrade hanno abolito la stazione dei carabin ieri. stacca tanti passi quanti gliene contende la lava. Egli ha pia ntato i suoi orti e le sue vigne. Nei cortili profondi e ombrosi. molte specie di vitigni. i fiori diventano enormi. i l problema dell'ora. i cannicci che coprono le chiome degli a ranci carichi. In basso in questo grigio che ho detto. Guarda la dil igenza dei solchi. la pianticella propizia della ruta. La guardano. E gli alberi acquistano sul terreno chiaro cadenze di persone. e non sarà de tta mai. i magri cavoli verdeblù. nei patio. si affaccia alla memoria. tengono ancora prigionieri i vecchi spiriti del paganesimo. i giardini. "Questa dev'essere gente fatta in un modo diverso da ogni altra. sulle colonne di calce mozze. il terreno offre infinite combinazioni alla massa mostruos a. e piegati dal vento i tronchi sembrano umani. i suoi frutteti. La primavera è sosp esa nell'aria. In una natura arida come questa. Se bisogna abbandonare la casa. i mandor li. E sarà troppo tar di per capire che non ne valeva la pena. degli affreschi di Pompei. Fino all'ultimo egli non crede. è saggio. Questo è a ntico. Una scienza primitiva e un pregiudizio rimasto nel popolo. un gallo nero su una sedia. per anni non pensato. Un'antichità vivente. ordine degli stucchi di vita agreste nel museo de lle Terme a Roma. volere sino all'ultimo: sotto l'apparente disinteresse è una manifes tazione di volontà. Un giorno. e che quando accadranno si presenteranno sotto un aspetto diverso da quello immaginato. il cagnuolo accucciato. tra cui il risentirsi delle prime foglie verdi è come il rinverdire d'una capigliatura di vecchio personaggio di favola. che rappresentano facce umane. ma nell 'ordine del campo. sulla cenere grigia e molle che serba l'impronta lucente della v anga e della zappa. è longevo. Dove la cenere è appena rimossa. le case. difatti. significa. E si accomoda perché l'uomo pensa ad accomodarlo. Tutto quello che s'è taciuto per anni. Tutto in torno è creato con gli elementi del Vesuvio e i muriccioli e le mura. delle nostalgie campestri di Virgil io e di Orazio. E poi i peschi. e la vite gracile è divenuta robusta e più abbondante. G li uomini la guardano avanzare. Ma se accadesse? Se la Montagna si scatenasse? La lava avanza lentissimamente. con sopra questi vel i rosa. Sperare fino all'ultimo. Non te ne incaricare. l'ordine degli orti. e i buffi vasi di creta. negli androni. i piselli alti appena due palmi. e dell'equilibrio naturale del mondo secondo cui tutto si accomoda. i n definitiva. Anche ora l'ultima parola non è detta. È lo stesso. In un paese di aspetti e di fatti antichi come l'Italia. e le cupole delle abitazioni impostate e saldate come le pareti d'un orcio. d'un millesimo la fatalità e la catastrofe.. una antichità di og ni attimo. Non si tratta d'indifferenza. In un patio tra mura d'un bianco di latte dove la bocca nera del forno sta da un canto. questo l embo di terra col suo sapor di cenere. e uno per volta. una p ioggia di lapilli neri ha concimato la vigna. per il tremolare rosato dei peschi. "Fai q uel che stai facendo". il problema del giorno. L'ultima capitale di questa saggezza è Na poli. stanno donn e e bambini. Immemorabilmente questa terra di continuo cancellata e risorta r iproduce quell'ordine. l'uomo co n le masserizie e i figliuoli già sul carretto non crede fino all'ultimo di dovers ene proprio andare. era un modo romano che conteneva lo stesso esplicito divi eto del "non te ne incaricare" napoletano.anto i problemi immediati della vita. serba l'antico in nessuna pietra.

Non si pensava che fossero posteggiatori. cordami rappresi in cerchio. Vedono l 'Italia come fosse caduta dal cielo. nella realtà. apparvero i due suonat ori di chitarra. In una di queste macchie è Pompei. I COSTRUTTORI DEL GARGANO . dopo qualche orticello in cui gli ortaggi diventano nani. E quella canzone. con la loro forma di cubo come un'affermazione semplice e costruttiva di fronte alla natura tondeggiante della montagna. gli uomini. e non dico la bellezza di quella forma e di quel colore del frutto in quell'informe e tra quei colori da chimici. Nel deserto di lava. comincia il deserto. di gialli. Ma più oltre. Il Vesuvio in questi giorni è attivo. Con una fantasia stracca e disordinata. avevamo lasciato le ultime case piantate ai limiti dell a lava. che si posarono e si spens ero tra il verde minerale del cono eruttivo. Il mondo abitato è lontano. sol perché gli occhi umani vi cercano una forma. poco più oltre. È quell o. in una natura tutta minerale. d'un colore di zolfo.Dai loro cortili e dai loro patio. di ingrommatura. il deserto di lava rifà l e immagini che si leggono in tutti gli elementi disordinati e lubrici: stracci e panni luridi. Ancora sotto l'orlo dei cratere. Sembra di in travedere in queste macchie quello che si trova nella profondità della terra. Suonavano la chitarra. da animale. Alla fine viene in mente l'immagine d i quel girone dantesco in cui si trovano quei "due tuffati in uno stereo". in vista de lla colonna di fumo gialla e rosea. pareva a tratti che su quell'onda i dad i bianchi delle . in vista del Vesuvio lontano e benigno come un totem. se ne scorgono gli scuri degli sc ogli e i chiari dei banchi di sabbia. D'una porta che si chiuda violentemente suscitando echi profondi e rimbombi in una casa vuot a e spaziosa. il vulcano vomitò certi stracci incandescenti di lava. Intorno a quella convulsione le fumarole esili e bianche fi orivano incensando. Ne ho incontrati fin sotto il cratere del Vesuvio. Cantavano e suonavano "Ohi Mari". un essere vivo e romito: un gufo.sopra sono ricresciuti gli orti e le abitazioni. di violetti . Usciti dall'ombra propizia dei cortili bianchi. e così un ragazzo che vendeva certe arance appena staccate dall'a lbero. sostenuto dalle macerie di pietre . come se li avesse messi là in un suo canto streg ato l'Ariosto. in quella solitudine disperata in cui la montagna pareva soffrire senza tregua né rimedio tutti i dolori della terra. il viottolo aperto ieri. No. Il Vesuvio e la chitarra. muffito di sterili bianchi. stringendo la fo rma esatta delle chitarre. è molle. tra la cenere rosea e l'infernale stereo. un verde che pareva il miraggio d'u n bosco tenerissimo. Ma non è pr oprio il deserto. da vivente. la cenere nel pugno di una mano è pesante: ha il colore d'una brace che cova un fuoco non ancora spento. Come se stesse per soffocare. A questo punto. segn ava lo stacco tra la vita e la morte. tra le illusioni dell'uomo e il nulla. riaperto oggi. simili a macchie d'inchiostro le tracce delle antiche eruzioni si spando no nella pianura . e dagli sguardi assortiti di tan ti occhi bianchi e neri. gli stranieri non guardano agli uomini. apparizi oni avventurose. Ma non è così tutta la vita? Fino a quando il gigante non dà uno scrollo. umani. portata lassù. mentre piccoli uomini sul ciglio dell'altr o versante si profilavano nel cielo con l'aria assorta della gente agli spettaco li. la massa di cenere preme da tutte le parti. Si spalanca sotto gli occhi la valle infernale. nudità decapitate e mutilate. case pencolassero come le vele in mare. Salendo. i campanil i rosa. D'un'onda immane che si abbatte su una spiaggia mentre la riecheggiano scogli e caverne. un rumore più elementare. Se ne intravedono le case bianche. Di solito. d'un regno infantile. Si scorge un ciuffo d'erbacce secche e ci si domanda in quale mai stagione rinverdì. coi suoi profondi recessi. sonoro di pie tra arida. di muffa. guardando un mare dall'alto. cantata tante volte sul mare d'argento. Più sopra c'è il bosco dei pini. il Vesuvio e le arance d'oro. col real ismo dei carnai. discutevamo che rumore facesse. allo stesso modo che. all'informe della lava che prem e da tutte le parti in un mare rappreso. lassù in cima. È una materia sorda che acquista una forma sol perché è materia. La montagna emana un tenue calore. si levò battendo le ali una creatura di quei luoghi. Quando si accorgeranno che l'hanno costruit a gli uomini? Oh. guardano stupiti noi che guardiamo quell'anti ca semenza d'uomini. ma personaggi. e terna condannata ai dolori del parto.

c ome succede. Tutto qui è molto importante. spuntano certi enormi comignoli. la quota più alta d'Italia. che neppure il matrimonio accade senza dramma. non ho veduto qu i altre donne. che coprono il monte come un tetto. In fondo alla valle. a torrione. nell'autobus. del grano. sopra. da quando il Gargano finì di essere un feudo regio co i suoi boschi profondi dell'interno. alla fi ne. Da Manfredonia a Monte S. questi comignoli sproposi tati. della stessa for ma. Questi camini dicono tutto: il vento che tira. posa per un attimo lo sguardo su di voi. di lanterne. Ma s'immagina difficilmente un gruppo di pastori e di contadini che porti una p reoccupazione architettonica nella sua abitazione. tinta di bianco come tutta la pietra che si vede. e un filo di fumo annunzia che qualcuno è vivo là sotto. dei mandorli. l'occhio si abitua a discernere nient'altro che questa immane pa zienza. per due giorni. si d ovrebbe presentare con camini della grandezza delle Torri di Bologna o del campa nile di Pisa. chiuso come un minatore. Angelo. Qua e là nelle valli. a elmo. delle vigne. Una scritta all'ingresso della città avverte che qui si tocca il quaranta per mille della natalità. con due occhi di fuoco di notte. e non qui soltanto. A parte la donna dell'autobus. è rigato a llo stesso modo dalle correnti: tutto è sullo stesso disegno. una borgata è disposta in riga su quattro o cinque file. Come lo s catenarsi d'una girandola. e sopra ci sono due pani di dieci o dodici chili ciascuno. Si scorge bensì la porta incardinata nel masso. Gli stessi comignoli che si sono veduti prima. qualche albero si leva. la bisogna del pane. in rapporto all'altezza degli edifici. e spioventi come gli embrici d'un tetto. Da una casa esce un tale con un'asse sulla testa. il mare che sembra levarsi inclinato sulla linea dell'orizzonte. Una tale opera dei campi è sta ta compiuta in settant'anni. prendono forma sopra al ciglio roccioso del monte. Non avevo mai veduto un pane di questa posta. dalle valli asciutte al le cime. In una piega del terreno. di campa nili. Tutta la terra atto rno è lavorata come una miniera. se non vecchie. quanto basta a una famiglia di cinque o sei persone. Una donna. in una valle. di vecchi casolari. Sulla cima di qualche poggio sta come un fossile un edifi cio bianco. e si misura dove e come il vento la tormenta. ma non c'è traccia d'uomo se non questi enormi camini dalla forma di torri. Si capisce d'essere capitati entro un'opera tra le più ingegnose degli uomini e. il freddo d'inverno . se una città moderna dovesse avere i suoi co mignoli delle proporzioni di questi. e non se ne scorge l'abitazione. quello che era il deserto appare un bastione di pietrame. di olivi e di pini d'Aleppo. questo vortice diventa più grandioso e più complicato a m ano a mano che si risale il monte. nel suo rifugi o di montagna. fuori. i mandorli già verdi con qualche vecchio fiocco fiorito. i viottoli serpeggianti e le strade tortuose rifanno un movimento con corde. Che un contrasto qualun . Ma salendo per la strada bianca. arriva verde di grano proprio fino alla striscia del mare turchino. in una ruga. è una immane opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi . simile all'avvolgers i di certe conchiglie. le case basse d isposte in riga sulla cima. colore della polvere. si va prima per un pendio sul m are. g li ulivi alleggeriti sono gracili e ai loro piedi il grano è d'un colore nuovo. Non vi guarderà mai più. Poche volte la fatica umana dà uno sbigottiment o simile. Un movimento a spirale avvolge monte die tro monte. figurano come le cuspi di di una lontana città turrita e bianca.Vi sono popoli che hanno un talento istintivo e storico per l'architettura. bianchi come la pietra. Un lembo di t erra miracolosamente in piena. a quanto pare. una macchia verde descrive la sua pac e. Ci si accorge subito di trovarsi fra gente dura e gelosa. Tutto quello che si scorge. e. E si capisce per quelli che hanno da celebrare una potenza e da attestare una forza. Il lavoro parla per gli abitanti. La montagna è una pietraia deserta là davanti. di qui. dove il vento non arriva. sull'intero promontorio. nel suo forno. si scorgono poi i tetti. Tanto du ra. con gli occhi di fuoco di notte. a turbante. A un certo punto. di poche case sparse tra i campi di olivi e di mandorli. seguendo il disegno delle terrazze che la sovrastano per la montagna. annunziano la città di Monte Sant'A ngelo. si pensa alla natura di questi uomini. quella cioè che ha costruito l'enorme monumento dei bastioni delle sue montagne. ma su tutti i poggi e i monti intorno. La vigna è ancora nuda . L'uomo ha spesso bisogno di un atto di forza anche in ciò.

Han no il genio dell'architettura come in altri. dove i pani sono grandi come la lun a piena. i pellegrini di tutta l a regione e delle regioni vicine tracciano sui muri e sulle scale del santuario l'impronta della loro mano e il loro nome. Poiché egli lasciò l'impronta del suo piede nudo. ad Amalfi. che fino a quel giorno non è riuscito a parl are alla sua sospirata se non stando sulla soglia della porta. e dei ratti in campagna. Pensano gli amici a preparar e una lauta cena ai due fuggiaschi. con la madre muta testimone. È noto che di là. Tutto finirà ugualmente col matrimonio. le assi sono sostenute da due alti trespoli. si affac cia dietro i vetri o sulla porta. E poi i figli. Il ra tto può capitare anche a una donna sorda al richiamo dell'amante. ma con quale cuore? E si tratta proprio d'un richiamo d'amore. le grandi famiglie che servono pe r il lavoro della montagna. per un buon grande pane sicuro. a Ischia. crescono intraprendenti contadini pastori e artigiani. di prospettive. che essi chiamano pagliai anc he certi rifugi di montagna costruiti di pietra a forma di capanna. È tanta la vocazione di questi di Monte Sant'Angelo. portici. adattate già mirabi lmente ad abitazione. egli si chiude la porta alle spalle e diventa signore dell'ama ta. come è quella che ci propone stabilimenti balneari e palagi tutti del medesimo stile. e quando i suoi compagni con l'inganno e con la forza hanno condotto fuori la vecchia. negati a ogni forma d'industria. le madri d ei due sposi per amore e per forza. e suscita nei crudi inverni i racconti delle streghe. e l'uomo. Spesso. il ratto è buonissim o rimedio che dispensa da tante malagevoli formalità. passaggi. quest'uomo spalleggiato dai suoi compagni si presenta nella casa di lei. Ed è una caverna il famoso santuario di S. dove si lavora fino a settant'anni e si campa spesso fino a cent o. al modo degli uccelli e delle fiere. Qui è rimasto l'uso nel suo vigore primitivo. Appena il romanico glorioso fece illustre la Puglia. e da far portare alle comari nelle canestre. e che per avvent ura ami un altro. un s ibilo sordo come dei grilli d'estate. In molti luoghi. Le impronte di quei piedi e di quelle mani sono come una lunga eco delle sessant amila persone che passano qui ogni anno. ci si può chiedere se. Il letto è molto alto. e che neppure nell'emigrazione scordano le loro attitudini. e adattandole. a cui corre. in un'ora in cui ella è sola con la madre. Quella del ratto è una vecchia usanza illirica. m a per quello che sanno fare ricercati in tutto il Tavoliere. vanno a informarsi se tutto sia andato bene. di risolvere problemi di pendenz e. anche al prete e al medico quando sarà l'ora. prima della celebrazione. quest i montanari trasportarono sulle loro abitazioni il modello delle facciate di que lle chiese. prendendo il posto di Apollo che qui aveva un tempio. di variarle infinitamente. i carabinieri sanno che tutto finirà col pranzo di nozze. Michele Arcangelo che pare sia apparso qui per la pri ma volta alla adorazione dei fedeli. tante invenzioni preziose d'architettura. quadrate e rettangolari. I loro avi d ella preistoria abitavano qui in caverne che si vedono ancora. Arte di legare gli uomini ai loro luoghi. se è fuori. non più molti. cui la donna. non soltanto popolare. . e la fanciulla rifugiata ai piedi del letto. e un buon letto. se vuoi rispondere. strisciando lungo il mu ro fino alla porta di casa sua. per avventura. o nel co rso d'una festa. Non esiste da noi un documento che metta sotto gli occhi l'arte di costruire una casa come fanno qui. rimanen do carpentieri. per la povera condizione degli sposi che non possono redigere lunghe note di be ni e di oggetti di corredo da far leggere solennemente per bocca del notaio dava nti al vicinato. a Positano.que coi parenti della sua bella si faccia strada. è ancora la caverna primiti va sormontata da un comignolo e chiusa da una di queste facciate. sull'altra sponda de ll'Adriatico. dove gli uomini ripetono sempre la medesima storia e nascono forti. La mattina dopo. dove sono di pietra anche gli ammostatoi. dove il vento è chiamato lucifero. muratori e imprenditori di lavori stradali e di costruzioni. il rituale del matrimonio comporta anche un ratto simulato. paesi d'Italia. a cava llo. e per salirvi ci vuole una scaletta o una sedia. non vadano proposte a modello d'una moderna architettura povera di idee e pretenziosa. e dava nti alla loro città costruita mirabilmente sullo scrimolo del monte e su due valli . dove sono scavate nella roccia le gabbie per i torchi. in modo che la più modesta cas uccia ha questo egregio frontespizio. che lo prenda un dubbio sui se ntimenti della donna amata. A ogni denunzia di colpi di questo genere. Arte di fare scale.

Francesco da Paol a. Non si potrebbe essere più giusti. E i tribunali rustici. albero. con lo stesso struggimento che dà l'atteggiarsi d'una figura familiare terri bile e alta ma cara come è in Calabria la paternità. attraverso terrem oti. Ancora pietra. v'è la Toscana do ve la natura non è che l'introduzione all'architettura e la sua più bella introduzio ne. Figurarsi la discussione. e diciamo p ure la sua cavalleria e il suo talento filosofia). quello che. questa regione tiene al sommo del suo carattere il sens o del diritto e del torto. giacché percorreva la Magna Grecia con la spada e un Virgilio: il tribunale ebbe un occhio di riguardo per lui. pietra. basta per dargli colore. Gli alberi solitari nella valle nuda. mi offre una reliquia. è la stessa natura che prende atteggiamenti d'archite ttura. vanno al fondo delle cose e delle parole trovandovi la s uprema imbecillità. Guardate la chiesetta bizantina di San Marco a Rossano. Ma in Calabria siamo ancora al primo balzare dell'uomo nella sua abitazione terrena tra mille forze nemiche. facendosene anzi un culto disperato e una missione come della giust izia: posizione esatta da angelo condannato. spartire giu sto e ingiusto. o il panorama di Corigli ano Calabro. Poiché il calabrese s'innamora come pochi delle grandi idee e delle idee universal i. non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia. Ci penso spe sso. e Santa Severina. l'uomo vive in mezzo alla natura ancora sottomesso. la pietra. poiché per esse abbiamo tenuto fede alla nostra tradizione. roccia. franamenti. nelle sue lettere. e lo spettacolo degli invasori c he tra il vino e le cose saccheggiate li schiantava di colpo la perniciosa. Tomaso Campanella. forse per ciò. il suo carattere. e tale sentimento è il patriottismo. Poic hé questo è il paese. alluvioni. E nelle sue favole popolari. i boschi con g l'impiccati agli alberi da cui qualcuno si spiccava facilmente ("s'impicca prest o e male"). Questa è proprio la Calabria con la sua natura. la forza civile. e ai greci vecchi e nuovi trema il cuore a scorgerla di lontano. Chi ama queste cose . è difficile amarle -. l'opera dell'uomo che fa tutt'uno con essa.e lo so. essa è tutta nell'atteggiarsi dei monti. Quale sia la tradizione dei calabresi è difficile dirlo. il paese sul colle addensato come un mucchio di semi o un armento. e in ogni cuore d'uomo. gli sciocchi mitici sono sciocchi filosofici che dis tinguono. e la Colonna di Giunone Lacinia sul mare di Croto ne. e non sa bene se nem ica o amica. Courier tornò tre volte al campo spogliato dei suoi panni. con tutto quanto è insondabile in questa affez ione. delle sp iagge. Certo non è più bella Egina davanti ad Atene. l'arrivo improvviso nei paesi dell'altopiano (chi arrivava primo sparava). distinguere. Un giorno capitò in uno di questi tribunali uno degli ufficiali invasori. e gli offrì di scegliersi lui stesso la morte che meno gli disp iacesse. che sono la chiara immagine della sua storia e delle sue a bitudini: c'è nella Lombardia dei canali la geometria di Leonardo. perciò esso è tra i più facili a diventare ingiusto e prepotente sapendo di esserlo. dei colli. come press o una bestia di cui non conosce la forza ma che sa potente. Da secoli noi amiamo la verità come gli aspetti della nostra terra. Una scheggia del masso. la grandezza umana. Per quanto egl i si soffermi poco sul paesaggio. CALABRIA Se dovessi citare uno scrittore che ha capito la Calabria parlerei di Paul-Louis Courier che venne da noi con le truppe napoleoniche del Massena. il colore di quella guerriglia: le bande defilate sui costoni dei monti. Un tema divenuto chiariss imo e dominante di questa regione povera di grandi memorie archeologiche perdute in cento flagelli naturali. sotto la grotta umida ed enorme che si apre nella chie sa. uomo. il passato. Da noi essa fu sempre quotidiana anche con la natura. natura. e quando ru ppe in mare e la tempesta lo portò sino a Scilla. In ogni terra è la lotta fra giusto e ingiusto. parlano a lui con accenti de l suo sangue. Uno di questi luoghi è Tiriolo. poiché era u n uomo di lettere. il cocuzzolo accanto pela . la violen za: eppure. Sono pochi i paesi d'Italia c he abbiano conosciuto meglio della Calabria l'ingiustizia. e l'attitudine a giudicare. Vi sono altri e più bei paesaggi che danno il senso della trionfante presenza dell'uomo. persona colta a quanto pare.Il sagrestano del tempio. interpretano. come se l'uomo li avesse ridotti in suo po tere e resi soggetti. il sopruso. e l'i mmagine delle cose. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore. il senso delle cose. non conosce neppure il pe rché di questo suo attaccamento. ma vi sta come figlio. ha resistito.

che ha il ricordo di un cosmo op erante. La Calabria è ancora sul punto di questa trasforma zione. quando misi mano al borsellino mi disse: "Grazie. alle manifestazioni più sfrenat . mondata. mentre avrebbe bisogno di lottare solo. cavillosa. Perciò ogni conquista è la tr adizione. la vita. La forza della Calabria è nella sua struttura familiare. elargizione de i benefizi della vita confortevole. La famiglia è la sua spinta vitale. giovane. nei quali benefizi. gli rispo se un coro enorme di risate. Grande solitudine dell'uomo. pensa a sposarsi. Non conosco altr i luoghi che come la Calabria abbiano il senso della gerarchia della vita. ragionante. Tant'è vero che in Calabria. dai ballatoi. da rozzo il rozzo. per mutar condizione. una promessa e una speranza. Ancora tutta la sua vita è nella mancanza di bisogni. deve af frontare la vita. e la ri voluzione socialista ha per veri autori le macchine. dalle porte del paese ad anfiteatro. dove l'imbecille parla da imbecille. di con formazione del terreno e di storia della terra. di smettere il c ostume della sua categoria. e ogni mercé rappresenta le arti più antiche dell'uom o. Ma una penisola così stretta ha una vita profonda e di lenta penetrazione. si c rea una responsabilità. È una bellezza di pura geologia. è divenuta in Russia. Come nei drammi di Shakespeare. Vale a dire che la vita ant ica regge dove le differenze materiali sono più profonde. dai vicoli. lana e grano in casa è già la ricchezza.to. non ne ho bisogno. là dove dalla semina del grano allo sfornare il pa ne l'uomo è schiavo di se stesso. Questo permette di star fermi. al suo ritorno. l'ho fatto per rispetto di voi": e la sua veste era tutta una toppa. l a stessa che nel paesaggio attorno a Roma. prima del lavoro delle m acchine. contemplare. diviene prezioso quello che la te rra e la luce danno. cioè l'adattamento dell'uomo ad altro lavoro e ad alt ra vita. il suo dramma e la sua poesia. e questo soltanto gli dava il diritto. il suo mondo. dei geli delle epoche remote. l'hanno risecchita. Ancora per poco. guardare. La vita dura. direi addirittura di discendenze. porterà il suo individualismo. come nella scogliera di Scilla. da signore il signore. terre coltiva bili rare e motivo di contese secolari. certo. sola. dove ognuno è il suo personaggio e nient'altro. senza il peso del gruppo familiare a lui pare inutile comb attere. E questo non è tanto primitivo come sembra a prima vista. mummificata. Abbiamo veduto che le rivoluzioni di tipo socialista di dopo guerra hanno sommosso popoli inte ri con l'introduzione di alcune comodità materiali. ciascuno ha il suo linguaggio. l'elaborazione della natura e il suo rivolgimento e il suo cambiar positura e aspetto. e che soltanto in questi anni allacciano buone strade. degli oceani che lambivano le cime dei mon ti e ritirandosi hanno scavato le terrazze. Ma ancora quanto basta per dare un ritratto della nat ura originale di questo paese. teneva un suo discorso dal balcone d'una casa. aiutandomi a portare una valigia in u na stazione sperduta. I figli rapprese ntano un continuo atto di fede nella vita. e così reggono le distinzi oni e gli abissi fra le classi. sia un frutto o un sacchetto di sementi. Ricorderò il gesto con cui una povera donna. paesi rifugi ati sui colli e sui monti in guardia. proprio della sua stessa natura inquieta. Mi fa ancora pena se ripenso all'avven tura d'un agitatore socialista che venticinque anni fa. in uno di nostri paesi. Il mare deserto. e la donna con la sua roba sulla testa. nel tempo di prima non v'era al tro mezzo che l'emigrazione. castelli e palazzi solitari. E con la mancanza di bisogni. che è poi la libertà suprema dell'uomo. In Calabria i venti del mare e la luce e il sole hanno compiuto l'opera. o nella loro limitatezza. pensare. e così l'avere fatto parte dell'esercito per un numero di anni. Se rimane solo e libero di sé. Uno dei caratteri d ella civiltà d'oggi è d'avere ridotto al minimo il prezzo di tali privilegi. Era la povera gente che rideva. e fiumi rovinosi. e paesi dove a poche m iglia di distanza mutano il costume e il dialetto. formano tutta l'immagine d'una società. appartiene a una tradizione di tipi e di fa miglie. era tutto il segno del privilegio di alcune classi. vino. una forz a che deve correggere il destino individuale dei padri. il campo del suo genio. Altrimenti non si capire bbe il significato della parabola che percorre ogni calabrese di modesta condizi one che si affaccia alla vita: proprio nel momento in cui egli. il passato. la vita di tipo antico dispone a queste cose. per esempio. quando arrivò a dire "siamo tutti u guali". pe r cui avere olio. e quella che fu una volta l'el argizione dei diritti dell'uomo. invecch iata. a tal punto che ogni cosa è cara per la fatica e la lotta che rappresenta.

è unitario. Ma nello stesso tempo. D'altra parte il potere.e. bisogna aprire più scuole professionali e officine. e il comando è una funz ione indiscutibile. Si tratta di temperamenti facile preda alle passioni: fantasio si. Allora. Manca in Calabria un assetto moderno che apra alle energie giovani il cam po delle arti. Per quanto ciò possa sembrare un futile dono propiziatorio. Il calabrese non acquista neppure socialmente rispettabilità se non ha famiglia. che crede di placare i rappresentanti del potere con le offerte di frutti della terr a. L'ingegno calabrese tira facilmente al mestiere intellettuale come all'unica ris orsa per uscire da una costituzione fino a ieri di tipo feudale e di cui durano . Una recente statistica ha rivelato che la città di Catanzaro conta un numero di avvocati maggiore che non la città di Milano. un agnello. È escluso ogni senso edonistico. l'invio delle primizie. Se si vogliono meno av vocati. che vorrebbe fuggire. partecipare al potere in qualsiasi forma. cui torna sempre. una bottiglia di essenze. di una cesta di frutta o di un animale dei boschi dell'Aspromonte e della Sila? Vidi molti a nni fa uno di questi doni offerti a un cardinale in Roma. sono considerati a tal punto. quello di fronte a ll'autorità. Q uesto è un sentimento tutto regionale dell'autorità e del comando. questa etica calabrese richiede qualità virili anche nella donna. e le ingiustizie che ne possono derivare dipendono da chi am ministra questo potere. essendo la Calabr ia uno dei paesi che ha in maggior grado il senso della gerarchia. e ricordo come egli so rrise. È il contrario di quanto accade negli altri paesi. Si stabiliva così un contatto tra uomo e uomo. gli bastano la sua fantasia e la sua filosofia della vita. offerto da uomo a uomo e da vecchio ragazzo a vecchio ragazzo. primordialmente femminili. E annettendo ai prodotti della sua terra un valore inestimabile. In Calabria è considerata una vergogna non essere abili al servizio militare. Il calabrese im magina il potere come qualcosa di astratto. è buon soldato. per cui nei vecchi tempi si eresse a brigante giustiziere. dei mestieri e delle professioni tecniche. ha il suo effetto. sa che anche Dio sorrid erebbe del suo paniere di frutta. vedevo che tutta la vita sociale girava intorno a q uesti doni stagionali. che tutto il movimento profondo della Calabria tende da cinquant'a nni al mutamento di condizione. Per sé egli non conquisterebbe null a. E non è una cagione trascurabile del malessere sociale. un barile di vino. egli entra così nell'ordine sociale. sensibili. Difatti è monarchico. che parla a quanto abbiamo nel cuore di più antico. volubili. egli diffida degli esecutori del potere. questo è il solo mezzo a ttraverso cui egli si potrà fissare nella società. Naturalm ente. il potere non è per lui altro che sost anzialmente giusto. Poiché. Poiché ha un senso primitivo della giustizia. Egli ha bisogno naturalmente del freno della famiglia. Questo è teocrazia e insieme senso degli uomini. un cesto di arance. che s i spedivano non soltanto tra vicini ma da paese a paese. dei frutti e degli animali. sa tuttavia che si tratta sempre di una autorità di uomini. o come vol ete. Qua ndo ero ragazzo in Calabria. Per lui chi comanda ha il diritto di comandare. Disposto naturalmente a una funzione patriarcale. mentre colloca il potere nella dimensione più alta e inattaccabile. patriarcale. il calabrese sa che il potere è un fatto umano e che basta pervenire a parlare con esso perché si pieghi alle necessità umane. la famiglia li frena. Lo spirito tradizionale del calabrese è dunque gerarchico. in Calabria. e sono destinati ugualmente ad aumentare il numero di detti avv ocati. abituato a spartire il dritto e il torto in tutte le sue manifestazioni. Da ciò proviene al calabrese un altro ordine di pensieri. se il calabrese ha il senso dell'autorità come un fatto irrazionale e indiscutibile. Migliaia di studenti escono ogni anno dalle scuole classiche del le tre Calabrie. che l'uomo p ervenga alla famiglia dopo aver vinto la sua battaglia per l'esistenza. il senso pate rno. come volete rimanere insensibili all' offerta semplice. la f amiglia di un carcerato che si presentasse all'avvocato non andava mai a mani vu ote. diventano pra tici. e sovrattutto un valore emotivo. il co mando della società. Per quanto sia grande l'autorità cui il calabr ese si rivolge con questi mezzi primitivi. È facile vedere gente del popolo. lo appaga il mondo esterno del suo paese che egli ama. e s i può dire che non abbia il senso della conquista sociale se non ha una famiglia d a recare in porto. come oggi. divent ando magari il più umile servo di esso. capaci di astrarre. E questo è l'altro aspetto della questione. col denaro portava anche doni. e per un'abitudine secolare all 'oppressione.

e i figli si sono sottomessi se nza fiatare a tali sacrifici. o partire soldato. l'emigrazione aveva rivelato che il calabrese può diventare anche u n uomo moderno. Per quanto l'Italia abbia la famiglia come centro di ogni manifesta zione di vita. Il figlio rimane legato alla ca sa fino a quando non siano in porto i fratelli o non si siano sposate le sorelle . non si è ancora sviluppato il senso dell'iniziativa individuale e del rischio per sonale. intraprendente. e si tro va ad averla terminata vecchio come suo padre. Si veda a che punto è relegato il pi acere. Tutte le rovine familiari e individuali della Calabria dipendono dallo sganciame nto della vita familiare e da questa struttura. capace di correre il mondo a suo solo ri schio. si sono ritrovati coi capelli bianchi. la nessuna servilità. la biografia del calabrese si può ridurre alla rinunzia. funzionari. ma non può sfuggire a nessuno questa attitudine del calabrese al sacrificio. la personalità. Ma intanto. per ordine di età. in genere il più piccolo. e dei giovani sulle soglie della vita si sono privati di tutto. Ma questo gli basta per spingersi nella vita. carabinieri. la storia di tante ascensioni dalla vita popolare all'attività civile in Calabria è piena di drammi inauditi. I maggiori uomini della Calabria portarono sempre in sé qu esto avvertimento: un Abate Gioacchino. e in molti luoghi a uno che chieda la figlia minore d'una famiglia. È un paese questo dove la dignità. e comportano certo il loro dramma: una famiglia intera. Per maturare un figlio che diventi avvocato o medico o prete. avendo già dato la metà della loro vita alla creazione dell'opera patern a.le conseguenze. il matrimonio cui pervennero per nuovi sacrifici. avido di vita. Ecco una v icenda solita: sposarsi. la Chiesa e lo Stato. soltanto allora i su oi fratelli hanno potuto sposarsi. alla totale dedizione di sé. Nelle famiglie povere dove il padre non può arrivare a compiere l'oper a di elevazione familiare. sono le molle dell'esistenza. il padre ris ponde offrendo la maggiore. Si pensi che umanità pr eziosa si può cavare da gente siffatta. all'annullamento della sua personalità di fronte alla legge familiare. strano in un popolo d i virtù tanto primitive. un Campanella . aiutato d a ognuno dei suoi fratelli. con una dose di amor proprio e di orgoglio molto s piccata. Sono qu esti i surrogati fatali dell'emigrazione di un tempo. aspettando la sistemazio ne del fratello minore. L'annullamento dell'uomo di fronte alla gerarchia patriar cale ha le sue ragioni. e di molte fortune che non si possono più tentare. molte famiglie hanno sacrifica to tutti i loro membri. un San Francesco da Paola. il padre ha imposto a tutti gli altri figli sacrifici di anni. Tanto più grave in quanto il calabrese è di sua natura m obile. ha stabilito la sua condizione. Questo indica l'annullamento totale dell'uomo di fronte alle necessità familiari. virile. Preti. hanno affrontato l'emigrazione. e non per sé. e di fronte a un altro impegno per il resto dei loro anni. l'arruolamento set tennale. Molti matrimoni nell'ambiente calabrese sono ritardati perché la sorella maggiore non ha ancora trovato marito. O meglio. attivo. rappresentano il riscatto di famiglie che non hanno altro mezzo per salire e migliorare la propria condizione se non mett endosi sotto le ali dei grandi poteri costitutivi. Sarà in alcuni strati la corsa verso l'impiego e il funzionarismo. un intellettuale. come si faceva una volta. In molti casi. di sacrifici e sforzi eroici. e forse neppure tanto dolorosa dacché una tradizione antica ha segnato nel cuo re di ognuno questo potere. il figlio maggiore assume la parte di padre. I fratelli maggiori. e già predestinato. la Calabria è tutta nella famiglia. E le sorelle andranno a marito per ordine di età. dominano questa regione come segni di quel genio tutto proprio della regione d . essendo d'altra parte i calabres i eccessivi per natura e capaci delle passioni più sfrenate. la lib ertà interiore. dalla semplice sigaretta all'amore. L'uomo che entra in una famiglia è considerato subito un soldato e un difen sore di essa. né si è abolito il concetto della differenza tra impiego di tavolino e mesti ere. in alcune famiglie numerose. dividendo con la famiglia paterna il salario e lo stipendio. per tirare fuori da uno dei figli. l'uomo considerato come partecipe d ella responsabilità familiare e del suo ordine. e dopo quindici giorni o un mese di matrimonio emigrare . il contributo finanziario per i dieci o dodici anni della durata degli studi. Molte vite calabresi sono tutta una rinunz ia. solo dopo che il giovane prescelto. Questi fatti possono parere terribili a chi li considera senza l'animo del lu ogo.

A tratti. e dagli stracci. dai frutti. chi parla è come se mettesse inavverti tamente la mano sul tasto pronto di un organo. e poi tut ta la gamma dei verdi. belle le donne. Mi domando che cosa si tirerebbe fuori da ta nte e così ardenti vocazioni se questi ragazzi vedessero altri aspetti della vita e della conquista umana. le zagare: l'aria è un profumo fluido che s i respira come un'atmosfera sensibile. hanno la natura per trastullo fantasioso. e poi gli oleandri. Ho riveduto le ragazze nuove di quest'anno. Qui intuiscono qualcosa di alto. e tuttavia i ragazzi sono belli e sani. Qui i ragazzi percorrono gloriosamente le feste e le stagioni. e i fiori posati da vanti alle immagini. come su un'onda della radio. di suoni e di voci. f orti gli uomini. La sua preghiera consist eva nel guardare tutto all'intorno. sotto il cie lo di cristallo che prolunga la sera indefinitamente in una chiarità di altri mond i lontani nel firmamento. in paesi come questi formano la stagione incantata. l'ordine. in un'eterna felicità di voci umane. e d'autunno la creta molle per farci le sta tuine. Terminata la cerimonia in chiesa. perciò tutto è popolato. varia . d'un colore che nulla in torno ha. accanto ad esse è la madre nera cosparsa di rughe che registrano sul s uo viso i dolori sofferti. la terra più se vera e più scabra che sia in Italia sorride. Per poco essa è so spesa in quella stagione sublime. f anno un pubblico turbolento che si aggrappa alla balaustra. L'aria è trasparente e sonora. i loro giocattoli sono d ipendenti dalla natura. La primavera è allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera. e l'universo considera to come una sola famiglia. simili a quelli di tutta la be llezza e la gioventù del mondo dove che sia. del croco. la gerarchia. le parole dette. i simboli e le immagini. le noci. Poss o immaginare che il ragazzo rimasto solitario nella chiesa vuota nutra chissà qual e inconscia vocazione verso le cose alte e nobili. di impersonare la missione dell'uom o nel viaggio verso la giustizia. di solenne. Se dappertut to l'infanzia e l'adolescenza sono la primavera del mondo. Fuori è un mucchio di stracci. tutto è grande e maestoso. intatta. e tra un colore e l'altro quello della terra ora grigio. l'olean dro quando si scorteccia facilmente. da quello colore della muffa a quello gemmante come il mu sco. queste cose non si ve dono altro che in chiesa nei poveri villaggi calabresi: in chiesa è la calma e la pace e il lusso dovuto alle cose divine. il trifoglio che in Calabria è sgargiante copre di colore granato i poggi. una intera frase arriva ai vostri orecchi. piccolo come possono essere piccoli i bambi ni già vestiti da adulti. Sono tornato in Calabria dopo molti anni. nel vecchio e scabro abitato: il colore ielle cose nuove della natura. i piedini nuovi e paffuti come le sue mani giunte. coi piedini nudi non ancora appiattiti dal troppo cammin are. orientale e boreale. è la coabita zione con gli animali. sedute sulla soglia d ella porta. Il lino azzurro fa laghi di gemma nei campi. dai fiori: le castagne. le preghiere mormorate. Tutto è bello. ed è tutto un esclamare vago e diffuso. di scampanii di pecore. tras mette a distanze enormi i rumori e i suoni. nella stagione che dura sessanta o settanta giorni. di richiam i e di canti. e poi la fioritura degli asfodeli. non si sa di dove. ella si le va con la sua bellezza ignara e gli occhi sereni. dalle tane oscure. Ne ho visto uno che a dodici anni portava un paio di pantaloni con due bande scarlatte.i abbracciare le grandi idee di abnegazione. un bambino era rimasto nella chiesa vuota. ora giallo e bianco abbagliante. La ragazza è appena nuova. È uno dei fenomeni più incantati della Calabria. striscia fino ai pie di dell'altare. È il tempo che bisogna visitarla. tutta la mob ilità meridionale è fissata in queste rughe come i moti della terra sull'intrico di linee dei sismografi. poiché è di maggio. dei co lchici. dei germogli delle piante e delle foglie tenere della lattuga. ora color della fe ccia. di superiore all'uomo. Così sono maturati fra noi i mi gliori uomini. e le donne tornano dai campi la sera con un mazzolino di fiori per la Madonna vestita di azzurro con una parrucca d'oro sot to la corona grande. e si appiatta dappertutto per assistere da vicino ai misteri che si celebrano. Sta va inginocchiato dietro un pilastro. I ragazzi sono la maggioranza dei frequentatori nelle chiese. e poi le ciambelle e i dolci delle feste. le nocciole . Qualcuno ha visto i segni della forza e della potenza nei carabinieri. Saranno . e ho riveduto queste eterne cose. mediterranea e interna. e poi la canna quando è verde. Per questi due mesi l'anno. e dice che si farà carabiniere.

i paesi disertati sui colli franosi. le crete aride. di pochi figli. per sentirla allargarsi e diffondersi. si sent e il mare. la Calabria impervia per cui era un mistero quello che si trovava dall'altra parte delle sue montagn e o nei suoi altopiani solenni. e tutta l'aria si mette in moto mentre il lume bianco del sole vibra di questi messaggi. riservata. tra i castagni ancora spogli e irti come piume di aspri sui dorsi delle montagne. Non si tratta soltanto di alcuni richiami evidenti. Una distanza di continenti. i fiumi si fanno torrenti e si manifesta la lotta contro i venti e contro le acque. Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso. vecchia. le fioriture enormi di certi poggi. Ma la gente si chiama da poggio a poggio. di natura. e la loro antica t radizione monacale. l'abitato rustico scarso. e per un occhio come quello dell'italiano. in terra fra la nev e aveva bucato il croco violetto e azzurro. Prima di scoprire l'archeologia delle città provenzali si scoprirà l'antichità della terra di Provenza. L'impressione è di trovarsi in una delle provincie del Mediterraneo. qualcosa rende più vivaci: siamo in Provenza. La n eve andava ricamando sui rami e sulle gemme i suoi merletti. Questo spiega pure il carattere dei calabres i. dalla storia e dagli uomini. dalla Borgogna e dell'Alvernia. come a molti di noi nell'infanzia appariva ancora insupe rabile. Lassù i fiumi sono contenuti in una terra sicura e qua straripano. è carica di parole. Avev o trovato la neve nella Sila. qui in Provenza la gente vive sulla strada. eccessiva. patriarcale e avventuroso. Scendendo lungo il corso del Rodano. suscettibile di ogni perfez ionamento. il cielo si apre. sarà l'aria lieve e pronta. La massa della Francia fino al Rodano è compatta come la configurazione del suolo. col suo colore di terra antica fr a i colli digradanti dal balzo abissale dei monti. sveglie. Ora la Calabria si può percorrere in lungo e in la rgo con le strade tra le più belle d'Italia. Le voci sono pronte. come i ri cordi della vita pubblica romana in tutte le città della Provenza. quelle che vanno da Atene a Barcellona . Nessuno sa che sia. La distanza che oggi in auto è breve. mercantili e civili della cost a. Dopo tre ore mi r itrovavo sulla spiaggia calda del mare fra lo scampanio dei greggi e le loro sch iere ordinate che andavano brucando in fila e avanzando compatte le erbe magre d ella spiaggia e l'arsenico. Questo mutamento di clim a. appaiono il cipresso e l'olivo. coi suoi altipiani interni che paiono d'una co ntrada boreale d'Europa. Si può pro vare a pronunziare una frase a voce discretamente bassa. le rocche medievali sugli sproni dei monti.le sue montagne ad amplificare e armonizzare le voci. qui la natura è capric ciosa. i castelli abbandonati. e la sua vecchia consunta sponda greca dell'Jonio. LA PROVENZA "INTRODUZIONE ALL'ITALIA" I vecchi libri dei viaggiatori francesi parlano della Provenza come d'una introd uzione all'Italia. Ci si trova in una regione combattuta dagli elementi e difesa dagli uomini. e spiega molta storia calabrese dibattuta di continuo fra le stirpi indigene dell'interno e i popoli nuovi. Si stendeva infinitamente quella sponda greca che da Crotone si prolunga fino al Capo Spartivento. La Provenza è vecchia come la Grecia e l'Italia. è un fatto unico nell'Italia che p ure è tanto prodigiosa. vigorose nella mollezza dell'aria. Su ll'Altipiano Centrale la foresta è ancora druidica. con la luce che si affaccia alle finestre vuote dai tetti sprofondati. A chi scende dal Borbonese. l'aria diventa più vibrata e viva. si camminava in un bosco profondo di abeti. e in due o tre ore. la piana si anima di fattorie e di armenti c on un senso di presepe. abituato naturalmente a distinguere le età della terra. le b orgate e le città pingui in una terra ben grassa dove la vite a ceppaia è grossa e n occhiuta come da noi un arbusto. primitivo e raffinato. cioè rifatta dagli elementi. di ogni slancio verso l'inconoscibile e il cielo. Lassù la vita è chiusa. parla animatament e. le torri diru te. L'abitato rustico prende l'individualità propria di questa sponda del Mediterran eo. e le città raccolte. dovette appari re a quel tempo enorme. fra tribù pastorali e greci. è nuova. questo appare proprio un altro mondo. e la viola alpina. di paesaggio. Conoscevo la Calabria che si percorreva a piedi o sul mulo. Da Rouen a Bourges la s toria locale è chiara: all'epoca delle chiese gotiche e del castello feudale succe . tenuta a bada dall'uomo che ad essa adatta la sua abitazione c ol patio e il suo campo difeso da cipressi in fila uniti come canne d'organo. come spiega le fero ci passioni e insieme il discettare più filosofico e cavilloso. dal Delfin ato.

proprio l'unità darà un carattere alle città provenza li: il Cinquecento e il Settecento. e anche della sua disgregazione. Alla fine. Ora. ed è ancora quell'acqua della sorgente cui Nîmes deve il suo nome e intorno a cui fu fondata la città. dove non riuscì né il feudalesimo né il principato. colui che legg eva quei fogli mi pareva senza età come quell'acqua. Unitaria ma federalista. il più recente è Charles Maurras. senso profondo della propria civiltà e non in quanto cucina abitudini e usi. e con più accanimento i vecchi. i suoi pensieri forbiti e acu minati sembravano di qualche antico nel chiacchiericcio del Foro o del Pecile. un'Italia in cara tteri minuscoli e domestici. di amore dell'assoluto. Ebbe la lotta civile ma no n la prosperità civile. Perciò essa prese l'iniziativa di tanti rivolgimenti francesi e si oppose poi ai loro eccessi. della moda e dei misteri della fama. hanno bisogno di animars i e di crearsi uno scopo alla loro animazione. incapace di obbedire senza brontolare. perché universalità è tipicità. le feste. le fiere. la personalità alla disgregazione del sentimento civico e nazionale. le don ne coi bimbi in braccio. Di questo anche noi italiani sappiamo qualche cosa. Così l'intelligenza provenzale. È l'unico popolo che possa dare l'immagine di quello che fu il ciarliero popol o ateniese coronato di cicale. né il C omune né la Signoria. arriva difficilmente all'universale. I pr ovenzali. Detestano il pariginismo che pesa tanto sulla Francia intera. Si possono dividere i popoli in antichi e moderni a seconda che hanno tempo per parlare di cose che non portano utile.dono secoli di vita accentrata che impoveriscono i focolai di civiltà locale. un'Italia mal sortita. costruito nel Settecento su terme romane. Che siano le lotte di tori nelle vecchie arene romane ancora frequentate. I provenzali sono irrimediabilmente antic hi. poiché la popolazio ne è greco-romana e ligure. Ma non ho mai ascoltato un brontolare più vivo di quello che nei giardini di Nîmes fac eva un vecchio provenzale seduto davanti a un bicchiere d'assenzio. L'insegna della Pr ovenza è la famosa cicala ciarliera. tre suoi foglietti pieni di fr izzi in cui si prendeva gioco delle squisitezze parigine. l'acqua corre a ncora in quelle piscine adattate a fontane. se nza declamare. Daumier e Cézanne. non fiorirono Comuni né Signorie che resero tempestosa ma avventurata e profonda l'Ita lia. Zola e Vauvenargues. poi fino a oggi di autonomia provenzale. Ma della Provenza si pot rebbe dire che è un'Italia andata a male. La Provenza al carattere e all'aspetto è tutta nei suoi uomini : Mirabeau e Thiers. fosse la Convenzione o Napoleone. dove tutti vogliono comandare. parla fino al Cinquec ento di Nazione Provenzale. Leggeva stando seduto. ha caratteri così contrastanti da irritare quelli che non capendoli li trovano tortuosi e pieni di "combinazion i". senza asprezza e col ritmo di un epigramma. si radunano volentieri. E allora si vedono le numerose famiglie provenzali. né Roma né Atene. E tuttavia è una r iserva per la Francia. Gelosi delle tradizioni locali. ma co me animo e ingegno. i suoi uomini fanno una macchia d'olio nell a vita francese. "Lou solèu mi fai canta": il sole mi fa cantare . i provenzali sono facili a imbastardire nel feti cismo delle mode straniere che ha poi per suo contrapposto il senso dell'avventu ra e del cercar mondo anche proprio di loro. parlano della loro terra come d'un mondo nella nazione. Firenze. I provenzali parlano volentieri. essa ha serbato quello che per Renan è il senso dominant e del Cristianesimo. Però la Provenza rappresentò la borghesia del vecchio regime oppressa dal feudalismo celta e sempre in lotta con lo strapotere della Capitale e diffidente del poter e centrale. i provenzali tutte le volte che hanno avuto da dire nell'arte e . gli uomini coi ragazzi sulle spalle. Egli lesse p acatamente a un gruppo d'amici che si trovavano là. chius a tra le sue mura. Quel luogo dei giardi ni di Nîmes è assai bello. ha una stor ia comunale per quanto il comunalismo non vi abbia recato che frutti amari e nie nte che regga al paragone di Siena. Per conto loro. "la rivalsa delle parti inferiori dell'umanità sulle superior i. un eccesso di sensibilità". né il Papa né la repubblica. quella che serba più vivi certi caratteri di cavalleria. dell'intellettualismo e dell'arrivismo. La foga e l'estrema s ecchezza. e dove l'individualismo spinge all'invidia. I fr ancesi hanno in compenso gratificato la Provenza d'una stima assai modesta. è sensuale pagana e cristiana. Venezia. Poiché lungo il corso del Rodano en trarono in Francia la cultura greco-romana e il Cristianesimo. i balli popolari e i fuochi d'artificio. La Provenza si stacca da tutto il complesso francese.

arido. Arles. grigio su grigio. un'edicola dedicata alla famiglia di Augusto e u n Arco. germinato da quella durezza. sul colle tagliato con la liscia parete della cava. il paese fatto di piet ra è come se vi fosse nato da solo. qua prospero e ordinato. sotto altri cicli. bisognerà girare molto in Franci a per ritrovare un aspetto simile. Roma è presente ma molto lontana. solo che sono più gracili e solitarie nella pianura. e i Greci quando vedevano quel lembo di terra brucia to del Palerò tremavano nel cuore. nella Crau. di montoni e di tori. Sentirete parlare in Francia di alcune sommità famose. È ancora un riflesso del mondo antic o riconoscere la patria in una sommità. Il paese sul colle ha un'aria nostrana. diventano cav e di pietra. . Questo è il patriottismo. e sulla via di quell'inva sione ricorda anch'esso l'Italia. come qui. hanno il profilo d'un parente o d'un amico. giovane come le stagioni. poiché la Francia s i riconosce celta e nordica: Mistral è ancora un trovatore. lo ntana quanto la vecchia strada che dal Foro partiva. il Soratte o il Vesuvio. come là. da qui. e mai come a Roma. Più a occidente. vecchia e ossificata come i secoli. colore di scavo romano. confusa col mare. il Tempio della Fortuna Virile a Roma. Nessuno sa in che consista il loro fascino. le Alpi Apuane o i Colli Eug anei. una specie di i nfinito della terra come sanno combinarne i fiumi impetuosi alle loro foci. ce n'è. E a un certo punto leva i l suo viso colore di terra. e non è altrove l'Acquedotto romano sul Gard . una regione che ricorda la Maremma e il Basso Po. ha il sentimento della patria locale nella patria grande. di qua passava per prendere il nome della provincia seguente. l'una sfonda nell'intellettualismo e nel metafisic o cui adatta male l'opposizione tra internazionale e nazione. "il più bel muro del mio regn o" come lo chiamò Re Sole. la Casa Quadrata di Nîmes. ma il gran teatro di Grange. allontanandosi come echi sempre più fievoli. contro il vento che qui si chiama mistral e che arriva sulle coste settent rionali del Tirreno dove si chiamerà Provenza. sulle Basse Alpi. E al trettanti ne ha la Provenza. paludoso.nella vita francese l'hanno richiamata a certi termini latini. Un fatto colpisce parlando coi provenzali. In questo non ci può che la natura col suo modo di atteggiare i monti. A Saint Remy. La bellezza d'una terra è qualcosa di spontaneo e sen za ragione. là stepposo. come a Nîmes. nel profilo d'un monte. il paese diviene più arido e selvaggio. o del semplice colle di Montmartre. forse i monti sono i profili e le facce della terra. Inso mma. verso settentrione. Ma anche per questo è un freno agli eccessi delle ideologie francesi. ed è che essi discorrono delle loro ves tigia romane senza nessun riferimento a Roma. e in una natura simile a quella della campagna piemontese. I fi umi che hanno creato questo paesaggio. nel giro d'una cos ta. Perciò la Provenza è cronicamente inquieta. e hanno l'eternità dei secoli. Grecia e Italia hanno cento di questi profili p er riconoscerli di lontano. La Provenza ha q uesti volti e i caratteri della bellezza antica. Così l'A lyscamps di Arles ricorda la via Appia. verso i Baux. cui legare la nostalgia e la gioia del ritorno. nella Francia centrale. Il magro profilo delle Basse Alpi ha lo stesso senso delle Alpi Liguri. così la porta di Nîmes si chiama Porta di Spagna. il Falero e l'Olimpo. è la veduta della piana di Avignone c oi suoi cipressi stretti come nel fondo del quadro tizianesco della Venere del P rado. quando confrontano i monumenti rom ani di Provenza. ma la Provenza è Roma. in cui è mescolato il senso della campagna toscana ma come distesa su un più largo spazio. intatti quasi come sono spesso intatti i monumenti romani in Provenza. naturale e senza scopo. come è sempre la bellezza. so no la Duranza e il Rodano. su cui si fis sarono sempre gli occhi dell'uomo. i colli. quest'altra è fantas tica e umana. più in qua. e in definitiva rinascimentali: Parigi s arà Atene. Cézanne ripropone alla p ittura francese i grandi temi classici. Perciò la sua storia è sconclusionata. per simpatia della pietra. Dall'altro versante è la Camarga. s egnano la strada romana. popolato di pastori. non è altrove. qualcuno rifugi ato su un cocuzzolo. ricordano soltanto la Provenza. il Mont Saint Michel o il P uy de Dôme. quella che si ritroverà poi a passare sotto gli Archi di Nîmes e di Grange. Si ritrova spesso il ritmo di certe visioni romane come di ricordi che sorprendono a distanza. come a Grange. di stendere i piani. questa pietra servì sempre a costruire i paesi sui colli aspri e denu dati. e una natura sottile come quella del Mediterraneo lavorata dalle piogge dai vent i e dal mare. come a Arles. sulla strada che percorse Cesare.

e si domanda qu anto tempo hanno i bambini. Ma diciamo un po' come li portano le l . ed era il mese scorso quell'altro tempo in cui venivano alle labbra domande com e queste: "Mi vuoi bene? Mi ami? Sempre?". Il segno più antico della Provenza si trova in Camarga. Ieri era ancora troppo fresco. Bisogna pensare che pure i fiumi più torbidi diventano verdi. e anche il vello sfr angiato delle bestie piccole e il piumaggio degli uccelli da nido. Sono i ricordi d'un'abitazione preistorica. e per questo ridiamo. gli operai non avevano fatto in tempo a terminarlo . perfino i nostri. questo è un ricordo vivo del mo ndo romano quale appariva e come pensava. disposte in modo animato sembrano un f ocolare abbandonato. Ci si ferma per istrada. Come in un ambiente favore vole. si capisce senza neppure esser troppo pratici quanto tempo hanno. È lo stesso per i bambini. naturale. senza suscitare pensieri p rofani né significati nascosti. fra poco farà caldo. E gli occhi delle creature d iventano chiari. E perciò si guar dano i bambini che hanno le mani semichiuse. Non siamo ancora al tempo che le donn e piangono e gli uomini diventano bruschi con l'inquietudine della vastità estiva. Hanno tanti capelli sulla testa che fanno meravigliare. più tardi avranno i c apelli vivi dei ragazzi. come si pens a che il cielo è trasparente e come si guardano i fiori.Nei discorsi dei provenzali. È passata l'inquietudine della primavera. non hanno più di tre o quattro mesi. Tutti sembrano ricordare d'improvviso qualche cosa di urgente. È un tempo raro nell'anno. Niente l'offende come non offende i fiori. Anche per le rose c'è una bellezza buona e familiare. È un mese sano. le genti lontane la ri cordano col mondo nel pugno. Ma stavo parlando dei bambini. libera e chiara. e nella pianura vasta fin o al mare sembra che di qui qualcuno abbia spiccato il volo lasciando la sua orm a. in nessun'altra stagione dell'anno si fanno queste c ose. non soltanto i nomi iscritti tra le panoplie sono gallici con una terminazione in us e in osus. ma ora l'aria è della stessa temperatura del corpo umano. ma una grazia semplice e devota essa può stare nel bicchiere della casa quieta o in chiesa. come era solita del resto in tutto i l mondo. poche pietre nella maremma. le mandorle) sono ancora immaturi sotto la calugine e la peluria che li copre. ma semplice bestialità. parlano di cose semplici: è il piacere di dire cose umane. una frase appena udita. rigoglioso. ma qualche elemento che si potrebb e dire neoclassico in confronto al classicismo è già qui come sarà poi in tutti i rito rni neoclassici francesi. e non è altro che l'aspetto di un viso. Una parte di quest'arco non è f inita. Voglio dire che una certa eleganza in qualche modo speciosa e fragile d ell'architettura francese è già nell'architettura romana in terra di Provenza. un ricordo di quando non ci si conosceva tra amanti. lungo i recinti delle ville. perfino il Tevere. il corpo umano fiorisce. perché ricordano appunto queste cose. Ma i f iori sono troppo grevi diggià. Quando i bambini sono così. Se sentite gli innamorati lungo le spallette dei fiumi. Roma è distante venti secoli. Risalendo da Arles verso l e Basse Alpi. e non siamo al distac co dell'estate. amici miei. tra la Maddalena e il Palazzo Borbone e le ville versa gliesi. sono troppo grandi e maturi. Quando Augusto vi passò. li portano fuor i. Così si capisc e che i frutti (i pomi. Non s oltanto le figure che ornano gli archi di trionfo sono di Galli coi baffi appesi sotto il naso e i pantaloni. Ma i visi umani hanno il colore di quando si specchiano in una bell'acqua. quell o che ha detto uno che non si conosce. ma libere e autonome. insomma una b estialità di tutta la natura. un gesto. resti d'un lastrico che forma quasi un'impronta di passi su l deserto. fra noi. C'è una bellezza per tutti e fiori per tutti. È un tempo di mezzo. sembra naturale accostare le altre p ersone nella luce nitida. e guardare la madre pensando che è bella. E anche l'arte romana qui. ESTATE IN ITALIA Giugno è il mese che si vedono molti bambini. Siccome l'aria è buona. i floridi e vegetali capelli dell'infanzia. Siamo in un mese tranquillo in cui si sta bene insieme. Dal vello che copre la loro testina . senza mutar e struttura. e perciò non c'è niente di male a guardare un bambino port ato in braccio dalla madre. prendeva il colore dei luoghi. una belle zza non più vana come è solitamente della rosa. poiché il tempo è buono. e di ridire quello che si vede. una memoria lontana. poi non lo terminarono mai più. che crescon o ritti come il fieno dopo la falciatura. E il ricordo più vivo è nell'Arco di Augusto a Nîmes.

Ricordo una giovane madre di campagna che fu invita ta a un gran pranzo. Si portano i ra gazzi perfino nel chiasso dell'osteria. Ci se ne accorge in città dove già alla fine d i giugno gl'innamorati hanno cominciato a disputarsi e a leticare. con un'aria di appr endisti. Aveva quarantenni e non era mai stato a Sorrento. O stretti con un braccio sul seno. nessuno immagina dove si portano. "Ma ti giuro c he non l'ho più veduto. che perfino gli uomini se li caricano in braccio? Partono famiglie intere e vagano nell'aria saporita.. È tutta una q uestione di clima. l'inverno che chiude.. grande. Se apriamo con un dito la mano al piccino. nessuno lo può capir e altro che noi. No. andando su una nave a Sorrento. Ci si sente animali. rideva. vi buttano in faccia una manata di polvere. Il primo istinto è offensivo e aggressivo. Quando vengono di queste grandi indulgenze plenarie fra di noi. E una volta. O sono occupati a distruggere qualche cosa. e non s iamo altro che istinto. E vedono i ragazzi grandi che si cominciano a o rientare nel mondo. una t ana di formiche o un cespuglio. e i marmocchi stanno a guardare coi loro occhi incerti. e le donne sdraiate a prua facevano pe nsare soltanto alla felicità. guardano l'acqua che corre. quasi non vole va vedere. e invece la festa è tutta nel la luce. niente altro che per prendere l'offensiva. Si pensa che sia festa. ella si fida di noi senza timore che gli si faccia male. col ventre pieno di amore. il campo del nostro grano. non era mai stat o a Sorrento. voci arrivavano e canti. Questo è un mese senz'ombra. non si capisce poterla gode re da soli. è un mod o nostro di godere il mondo. stanno curve sulle spallette del fiume abbracciate al loro uomo. Se nessuno fa lor o attenzione. pen sano alla gioventù infinita e alle sempre stesse parole. Soltanto noi sappiamo parlare a una donna col suo bambino. il cielo grande.. Questo è un segreto della nostra vita. le sono legati. noi soli possiamo sentirle come si sente l'aria di casa nostra e le voci famili ari. Ora ci andava perché era obbligato. si pensa alla vita Non si possono dire belle. si pensa che v errà l'autunno che riavvicina. che è bella perché ha un bambino e per questo anche è in pace. come se fossero appiccicati al ramo e come si vede nelle statue della Madonna. "Ma tu m'avevi detto. Se si pensa che ancora due anni fa ella v olava come le sue compagne. Il mare era bello. Vedono la strada. un mese sano.". e sotto di loro si scorgeva l'acqua profon damente limpida." Superato questo mese. Abituati alla bellezza del mondo. Questo. Quelle di ie ri passano col piccino appena impastato. si stringeva sotto la grondaia al suo uomo nella pioggia di primavera. Il piccolo uomo vestito di nero guardava assorto. E la madre appartiene a loro. Non giova neppure all'arc . Mi disse che non era stato mai a Sorrento. ed era napoletano. calme e paghe. vedono le pe rsone. quando gli animali sono buoni. hanno gli stessi sguardi come se niente al mondo avesse importanza che quello sguardo fisso. feci conoscenza con un piccolo uomo vest ito di nero che guardava il mare sospirando. vedono gli altri bambini. Ma i piccoli appartengono ancora alla madre. su una mano quando sono fasciati. al nostro paese. e non poteva andare in un luogo bello da ved ere senza i suoi bambini.. Che significa questa grande uscita dei ragazzi? E portarli fuori in questo modo. nei viali sol itari e nelle ville non si sente altro. Si sta tranquilli come in seno alla natura qua ndo tutto opera per suo conto e non c'è niente di male. all'umore delle piante. e soltanto noi lo possiamo capir e. la vigna con le fogli e spante sul grappolo che matura. forse un angolo minuscolo e ordinato della natura. e son tutte del colore del loro seno. Gli pareva troppo bello pe r un uomo solo che non poteva offrire queste cose a nessun altro. Perché aveva i bambini. piangeva. tutto si accomoda. hanno i l viso veramente nudo. ma accanto a loro non si può pensare a male. Luglio è il mese che separa le persone. un mese realistico. le barche carich e di gente felice navigavano leggere. e lo sanno soltanto loro. curvi sul braccio come su un balcone. È un modo italiano quello che dice "Chi mangia solo si strozza". Essi sentono certo la madre. Chi pensa alla bellezza? Si rasentano come si ra senta il forno del nostro pane. e questo è il primo sveg liarsi dell'uomo giovane e nuovo. e siccome la roba era buona si mise quasi a piangere e non voleva mangiare perché non poteva far saggiare la roba al suo bambino. gente dei paesi della luce. un mese non romantico. Fanno pensare al latte s correvole. E ora nuove schi ere di altre donne camminano sotto gli alberi. Guardava malvolentieri. Nessuno di noi può godere nulla senza pensare a casa sua.oro madri.

s ono come essa trasparenti. come ora. Si distingue foglia per foglia sugli alberi. quel sommoversi del ve nto percorre le vie della città. i fiori dei prati. a quelli che furono e a quelli che saranno. Si sa che la luce isola l'uomo. un vento fresco corre a scuotere quella immobi lità. al più lieve tonfo scattano fuggendo a raggiera. un moto che invita a inseguirl o. Alla stessa ora. la stagione ferma e lontana come una memoria di breve viaggio. con tutto il lor o essere. Forse è questo il mese in cui si prendono le fotografie per le cart oline illustrate delle città. e l'uomo conta il suo raccolto come riepiloga i suoi pensieri. dei mietito ri che partono lontano. le piante e i fiori stregati dal sole come le donne e gli uomini sull e spiagge. crede di sentir passare furtivamente e senza las ciar traccia né impronta. In altri tempi. come di chi fora la carta con uno spillo. gonfiare le vele.hitettura: i più bei monumenti. la terra sia divenuta gr ande e avventurosa. Nei mari le nuove famiglie dei pesci si accostano all'acqua tepida delle rive. da Stoccolm a a Palermo. il rosicchiare. sulle colonne istoriate e sui monumenti si legge fino all'ultimo bassoril ievo nel più alto rocchio e nella più alta cuspide: si pensa all'infinito lavoro del la natura e degli uomini. C'è qualcosa di occulto che passa fra terra e cielo. sui piani e sui mari. Non soltanto albero per albero e foglia per foglia sono netti nella luce. e i passanti vestiti di chiaro. forse è proprio questa la stagione in cui. Tutto il creato si ricorda della natura e anche i colori artificiali delle vesti sple ndono ricordando i mari. uomo o animale. Ma non soltanto di questa solitudine nella luce io voglio parlare. di quelle che vanno lungo i lidi a raccogliere i frutti di mare. con tutte le loro foglie. palazzi e cattedrali. più realistica e umana l'arte. agita le tende e fa ondeggiare le vesti. sotto q uesta luce impiccioliscono si scopre quanto sia grande la loro vecchiaia calcina ta dai secoli. Le piante si tendono verso l'alto. Le vele sembrano ingi nocchiate. negl i uomini intenti al lavoro dei campi: è la solitudine dell'opera compiuta. dalle città di maggio e di giugno dove la sera pare che a torme gli uomini vadano con passo lieve incontro alla gioia. delle cartoline illustrate. del r iccio nei boschi. perché proprio di questo mese si formano i nuovi branchi dei pesc i e degli uccelli. ed è simile al rombo del mare che si riode nelle conchiglie vuote. mentre i frutti sono appesi agli albe ri. l'ombra torna a modellare le facciate e le cattedrali. si scorgono gli oggetti più lo ntani. fugg endo i cattivi raccolti e andando incontro a terre più propizie. le più belle facciate. Verso mezzogiorno si può sorprendere un aspetto di questo mister o. non si sa come. i papaveri. come se bevessero o fossero bevute dal sole. col brivido del meriggio. Questo è un mese ch e rende vasti gli orizzonti. una visione aspettata da tempo o una preda. e il canto nuovo degli uccelli che hanno abbandonato il nido. a tante ma ni quante foglie passano sul mondo. Se non si conosce all'alba il passare a frotte delle persone che vanno a spigola re. Dalla pr imavera brulicante di piante e di creature. le città mostrano ugualmente le loro strade profonde fiancheggiate di chiara ombra. Dal profondo dei boschi. di questa stagione emigravano i popoli. gli alberi dell'estate si levano reali e carichi di frutti sui campi mietuti . assorte. più disti nti gli alberi e l'architettura più ordinata. tra il rombo esaltato delle macchine e le voci dritte come voli nell'aria legge ra. Un nuo vo ciclo della creazione anima l'universo. poiché mai il cielo è. in qualche recesso profondo o in qualche solitudine aperta. di questo mese. fa suonare e imbaldanzire le foglie. più chiari e dritti anche i pensieri. ripo pola le chiome degli alberi di quel mistero che fa rimpiangere la terra e la gio ia della luce come se si fossero perdute. una sazietà di tutta la terra. È l'ora in cui si pensa all'eternità dei g iorni. che dove la luce è più grande l'uomo è più solitario e più suo. Gli animali messi in allarme inse guono con gli occhi la preda invisibile. È una breve sosta. e tra poco si sentirà lo squit tio delle volpi. ma anc he gli uomini. È la grande ora. Voglio dire della solitudine che è nella natura. di tutti gli animali del creato. come gli animali docili in uno slancio di amore verso il padrone: stan no immobili. Soltanto verso sera. grandi le strade: è un mese che più volte ha aperto le . Qualcuno. quando il sole è sull'orizzonte e fa una luce radente sulla terra. buono alla terra. Esiste una separazione nella luce e nella natura. irrompe nelle botteghe piene d'ombra odorosa di merci come del ricordo di un mondo che f u natura.

La temono come un padrone che concentra in sé tutti i poteri. lucente. frutta. La mattina dopo . e il millenario lavoro umano. Fra la polvere si vedono figure apparire e scomparir . m'incuriosì quando. Ed è pure questo il tempo per coricarsi sulla terra: ricco o povero. Nel me zzo Lipari. piantata com'è sugli abissi. e delle costellazioni avevano la fermezza e la vecchiaia e stupefacenti per questo: ché in esse la vita della terra e degli elementi era domi nante. giurò che a rimanere un giorno di più a Milazzo sarebbe mo rto di noia. di Stromboli. due scogli bianchi e aguzzi fra l'impetuosa corrente del canale. in u na contingenza fuori della legge dei secoli. Tra le quattro isole che si vedevano correva quasi un'armon ia di costellazioni. facendogli intendere che mai sarei passato da lu i. autonoma.pioveva . La terra in fermento è un nemico per i futuri e non per i presenti. poi. Mi decisi a chiedergli l'itine rario d'un viaggio nelle Eolie. i semi e le radici. sorpassato i l promontorio. con le sue case orientali. Le isole. Ai piedi della montagna un gruppo di abitazioni è av volto in una polvere densa. nell'incrinatura. a guardare il deserto mare schiumoso sotto il maestrale e le isole in fondo ferme e nette sulle onde incerte. Uno di quei compagni. In una rada di Lipari. Terra sempre nuova e da creare. quand o il bastimento si mosse. Non che la terra poss a andare in perdizione. ora denso e lucente come un cristallo. lieve. Poi. al di sopra di ogni traccia della vita degli uomini i quali ad ogni picco sul mare hanno messo immagini sacre in tabernacoli. risentire il suo anti co odore. co me in procinto di chiudersi in una terra deserta. l'arcipelago si parò nel fondo. Il bastimento scricchiolava a ogni giro d'elica. a sinistra. fiammiferi. tornarla ad amare come l'amano i ragazzi. con le sue sette montagne senza riva. era una striscia tremante e fulgida. Sembra che quella terra viva d'una vita cieca e istintiva. Credo che mentalmente egli calcol asse le ore da rischiarare nella sua isola. si scoprì il cratere di Vulcano. corrose e sezionate dal mare avevano contorni netti che parevano incrinare il cielo. presenti. Come spuntato dal mare. si fermò a ogni striscia di te rra riconoscendo le piante più familiari e gridandone il nome con entusiasmo. andammo lungo la spiaggia di ponent e. cocci.strade delle guerre. una pioggia fitta e sottile irrorava le corone di fiori a poppa. che un nuovo strato si sovrapponga agli altri che si distinguono come coluri di vario colore. traversando gli orti di Milazzo. aspettando il treno per Palermo. Stromboli con la sua bandiera di fumo che segnava la direzione del vento: scirocco. avevo in mente tutt'altre cose che d i andare a fare esplorazioni. A dest ra si scoprivano alternamente le altre isole: Panaria come una balena boccheggia nte. a picco. fra cui ve n'è uno ch'è la schiuma della pomice. e per nulla al mondo avrei sottratto alla sua casa la luce d'una di quelle ca ndele comprate con tanta previdenza a Milazzo.m'imbarcai con la stessa inquietudine di chi vada al le isole Fortunate. distese una sull'altra. Il cielo. dormirci sopra. Un omino magro e nervoso. con le case fatte di pomice chiuse da tetti piatti. come vasi ben costruiti: su di essi battono i costruttori fino a che si ode tuonare la casa armonicamente come un gigantesco vaso di coccio per cosso da nocche mostruose. Gli abitanti delle isole mettono ogni calcolo orrido nell'ordine naturale delle cose. francobolli. potente o deb ole. Conobbi in un albergo due abitanti delle isole Eol ie e si cominciò a discorrere. ma che cambi positura. questo è il tempo per l'uomo di riprendere contatto con le forze della terra. a picco sul mare che ad ogni spostamento del naviglio parevano alter narsi e cambiare luogo. Le aperture fatte nel minerale sono stranamente incorniciate da strati diversi. lastricata di cacti. il cielo si aprì e il mare apparve nero come il catrame e corruccia to. considerando tuttavia se stessi. C'erano a poppa due corone di rose e non si potè appurare qual e signore fosse morto nelle isole. dopo cena. tra cui nulla della vita degli uomini che furono si ritrova. L'ARCIPELAGO FAVOLOSO A Milazzo. dalla montagna bianca di pomice si affacciano gli uomini da tutte le finestre scavate nella montagna. Poi improvvisamente. avvertire come sale in noi la sua forza tranquilla in cui giacciono i minerali e le acque. Primo. di pomice bianca sormontata da una montag na bianca bucata regolarmente come un immenso bugno. E pe r tutta la sera smaniò di comprar lumi.

chiuse in certe uose grigi e ed alte si trascinano in terra. Una voce diffusa nelle isole dice che essa ha tracce d'oro. risecchisce le rare piante intorno. Arrivammo all'alba con una barchetta da naufraghi. addentati dalle mille bocche della foresta dei vapori. che è terra nera. galoppante per la china brulla. sterile. che sostengono il cielo come una tenda. Gli alberelli macerati dal vento. mi porgono un boccale di vino. La terr a scoppia ad ogni passo come premuta da un seme che ha aperto una ferita giallas tra e netta da cui sgorga il soffione. e Polifemo accecato e furente. Il signore dell'isola. da lontano. rasentando gli scogli percoss i dal mare e fermati in quella positura che è quasi una volontà di movimento. Allungo la mano verso il cancello. La gente scalza che sta nel sole invernale sulla baia di Lipari at tende gli scopritori del tesoro. le mensole dei balconi cadono a pe zzi. e io vedo per un attimo il suo viso riflesso nel liq uido odoroso e cocente. al principio della sua vita: era gialla e appena fatta. Il padrone. attraverso una stanza terrena soffi a su di me il fiato pestilenziale di una bocca di zolfo. e la popola d'un fruscio perpetuo. Le sbarre di ferro sono friabili e si frantumano fra le mie mani.e sembra d'udirne il perpetuo fracasso . IL TEMPO Anche da noi il Governo ha fatto belle e comode strade. dicono davanti a quegli scogli e al mare: "O ggi è mansueto. piccolo in confronto al suo respiro e al suo sign ificato fantastico. poi m . tanto che dapprincipio n on si capì bene se non fosse un lusso straordinario. saltellare per la spiaggia.e a capo basso. i davanzali. Bianchi i letti. Il Ciclope allora m ugola come un cane che sogna. La foresta dei vapori domina l'isola. e un Ciclope rachitico che schizza sangue da tutti i pori. Io vidi la strada dei miei lu oghi tre anni fa. prender manate di sassi e gittarli da ogni parte g ridando: "Questa è moneta!". quel tal Bacco peloso. Il padrone perc orre sulla sua asina nera. I due uomini che mi accompagnano. Come una bestia che appaia di sorpresa. È sua la parte infernale dell'isola. Gli uomini che compiono quella fatica ne tornano laceri e scalzi. un Bacco che era stato emigrante in America. Viene avanti la più giovane. e risale tingendosi di rosso in un cono perfe tto. la sua terra che non ha scoperto tutti i suoi segreti. e ogni sasso sulla spiaggia fa parte di quel l'ordine violento.si possono ricordare i Ciclopi. al riparo da quel mondo in fermento. per conto suo. penetra dovunque. s otto la montagna coperta di lava: i contadini delle isole vicine se la sono spar tita e vanno in barca a guardarsela. Scende e mi mostra la sua vecchia residenza. Poi il terreno sprofonda. il Bacco barcaiolo mi chiama. C'è una parte dell'isola. un po' di zolfo. Somigliava a un Bacco tozzo e peloso sino al naso. Ecco. Le sue gambe lunghe. Mi sembra di bere le sue fattezze di maga decaduta. uscita d a un racconto cavalleresco. come da fiori alti e maligni. l a villa che ha dovuto abbandonare. per la china cinerea arriva al trotto. LE STRADE. trae da tutto quel purgatorio. bianche di polvere le modanature d elle finestre e delle porte. a cavallo dell'asino nero e nano. impregna gli uomi ni. fra pian te gracili nella palude salmastra. I balconi di ferro battuto sono crollanti. fa un vino malinconico ed ha l'unica fonte d'acqua dolce di tutto l'arcipelago. Davanti agli scogli precipitati in mare . si spinge sul mare bluastro come il verderame. ma glielo dico io che alle volte fa piangere". Qualcuno si affaccia sulla ri va all'approdo del battello ripensando alle felici contrade della terraferma dov e sgorgano le acque limpide e le piante rinverdiscono. le ringhiere. con metodi primor diali. circondata da soffi di va pori di zolfo e di anidride carbonica per tutta l'insenatura d'approdo. Ricordo uno dei barcaioli. Il padrone di Vulcano risiede a Lipari. La casa ha le finestre aperte ed è disabitata. le sole abitatrici del versan te orientale. che mi portò a Vulcano . Le macine di pietra tritano la pomice che si leva a nuvoli. hanno quel rapporto stupefacente dell'arte antica. comune alle opere d'arte incompiute e alle terre vulcaniche. Tre donne sulla scala esterna d' una casupola. Mi accorgo allor a che le grate del pianterreno. i magr i alberelli di acacia piantati sull'argine ancora sollevato come un solco. Ovunque la forza delle pr oiezioni vulcaniche sembra di ieri. vestito di nero. quell a che spande sul mare un fetore di idrogeno solforato.

a guardare quella donn a. Io arri vai a casa proprio in un baleno. si annunziava di lontano. quasi che ieri avessimo tutti fatto un sogno e oggi ci trovi . Non riuscivo con la fantasia a occupare q uello spazio del viaggio. la confondevano c on la campagna. discontinua. La pres enza degli uomini lungo quel cammino di tre ore mi dava lo stupore della vita. i cavalli e i muli in fila sulla viottola. l a macchina che corre rompe la solitudine umana. il percorso di venti chilometri su cui ogni c osa si presentava gradatamente. ai quattro canti della terra. è il trionfo dell'uomo. e della strada non sapeva nulla. a bordo della macchina: la strada che avevo fat to a dorso di mulo le mille volte. si fermava. Ora. ed è mirabile questa f acoltà umana di adattarsi: ogni fatto primitivo è lungi da uomini che hanno vissuto una vita primitiva. Fu qui che io ebbi l'impressione del tempo e dello spazio. animata di favole. da chilometro a chilometro tutto diventava lontano. come alla fine d'un'amicizia e d'un amore. in cui lo spazio e il tempo hanno altro senso cui non ci siamo ancora adattat i del tutto. un casolare. si entrava d a luogo a luogo nei misteri d'una comunità umana. il mo ndo antico. Così la strada cominciò la sua vita. sembrava di non arrivar mai. carbona i. a udire quel bambino.e la ricordo di primavera: le erbe e i fiori l'avevano invasa. girava. nell'a ria erano segnati quasi i confini. chi. sul filo di questo ricordo. necessità e vita. i fiori ch e da noi coprono i luoghi abbandonati. Già sui miei monti gli uomini non credono più alle fav ole. invece. Chi corre vorrebbe fermarsi un attimo solo fr a quelle mura. Vi passai in au to. e la facoltà di trovarmi di qua e di là. una mandra. guarda correre. quasi il cammino della civiltà. e così il mio spostarmi . vorrebbe anch'egli fuggire. to rnava a girare. canti. aspetti di e ssa sono un lampo. il mondo della natura. ortolani: si annunziavano di lontano col loro rumore e odore e colore. ora era una successione rapida e irreale. Erano venti chilometri di sentieri e facevano tutto un mondo. davanti a cui si fermavano in argini più folti che mai le piante. l'uomo sulla sua mac china elementare ha conquistato se stesso e il suo potere sulla creazione. e mettendomi in viaggio mi acc adeva spesso di pensare come è meraviglioso trovarsi in un luogo e dopo tre ore in un altro. la prima volta. Potrei percorrere. sotto quelle piante. già prendono confidenza con le macchine e senza stupore. e alla fine il dado azzurro dell'autobu s animò di sé il paesaggio. avevano diversi aspetti da miglio a miglio. mille gesti sono sorpresi in un attimo. Ancora oggi non riesco a concepire bene questo fatto nuovo. è forte. pensavo alle vite umane più lontane. io e le cose eravamo presi dalla fretta. Era bello. andava come ero andato io tante volte. Poi cominciarono i carri. la stessa velocità è un filo che leg a tutto il creato. i fiori alti si piegavano sotto la macchina con un soave fruscio. e solo nel mezzo le peste dei viandanti avevano tracciato un vio ttolo. spariva. è umano. e dall'alto di quel terrapieno della strada scorgevo i sent ieri secolari disegnati da tante orme. né più né meno che se non l'avessero fatta. come alle orig ini della sua invenzione. Ecco come finisce il mondo classico. Case. pareva di volare su quella sof fice nube gialla e rosata. sperduto sotto il cielo e insieme disforme e unisono. tanto che nelle mie fantasie puerili sognav o talvolta che tutti gli uomini a un segnale dato si mettessero a gridare o a ca ntare. armenti. creature. ieri formata di cose distanti. un'impronta incancellabile. Tutto questo è grande. Incontrai i viandanti in fila. e quelli che erano i misteri della vita lontana e separata diventano il gesto unic o d'un solo grande sforzo vitale. e se si sarebbe udito questo immenso coro fino agli astri. e chi la percorre ora può avere l'impressione di andar anche troppo piano con la macchina. Il tempo diventava davvero un fatto misterioso. E ancora qualche viandante per l'immensità della valle. Oggi io posso percorrere quella mia strada in venti minuti. i l sentimento dell'universo. sono parvenze di viaggio. e rimane soltanto come nostalgia. Ci vogliono molti anni per cancellare un sentiero su cui sono passati uomini e uomini per trecento anni. e ogni cosa stava nel suo alone di luce diver sa. al coro immenso di sospiri. Ma per noi che la percorremmo a piedi o a cavallo ogni cosa h a cambiato senso. rumori. le automobili. fermo. sono nello sforzo umano dei segni dell'ordine e della gerarchia. orti. ma è un sogno impossibile. era una meraviglia quella cosa semovente. opere. la strada rotabile. ma senza occupare il sentiero . Era un lungo viaggio. e oggi simultane a. e neppure a concepirlo se non come una visione. milioni di parole.

Che cos'erano gli antri. Per questo gli uomini erano amici fra di l oro. uno sbancamento del terreno. è utile. e vi sarà semp re in qualche luogo della terra. gl'incon tri degli animali fra di loro pieni di nitriti e di richiami. le loro attrazioni verso certe strade e verso certi luoghi. l'odore dell'abitato come di una stanza che ha aperto le su e finestre al mattino e la nebbia del sonno non s'è ancora diradata. di cui mi sono servito anc h'io per metà della mia vita. i girini formavano. dove il torrente aveva invaso il campo. che era immobile e fermo. levava le froge al cielo. Allora la strada s' animava di remote presenze. crea nelle pat rie le piccole patrie. ce n'è ancora qualcuno. Il sentimento della distanza stringe gli uomini in comunità chiuse. e andava all'impazzata minacciando di sbattermi contro gli alberi bassi. infanzia e virilità: quella piena di giorni lunghi. l'odore degli orti. gl'improvvisi galoppi e le impennate. se non i luoghi intravisti nei faticosi cammini a piedi o sul dorso de gli animali? Il mezzo di cui gli uomini si servivano. l'odore delle mandre. c ome l'infanzia della terra. il piede diventa re cereo. di orrori. s'erano scelti sul cammino alcuni p unti di riferimento: una casa solitaria. e si misurava la profondità dell'acqua da quel fischi are. In pochi mesi. Un simile viaggio portava queste ed altre avventure. pei torrenti. ingigantiva il paesaggio. di liete liberazioni. un albero. e lentamente. sovrastato dal suo lontano rombo nelle gole dei mont i. . ulivi. tastava il fondo dell'acqua con lo zoccolo. questa che guarda l 'orologio e dice di soprassalto: "Com'è tardi!". Usciti al piano. L'odore del fiume. questa era la terra. risucchiare. dove era caduto un fulmine. Io vedevo le loro gambe nude col polpaccio duro tuffarsi nella corrente. e a ogni passo si misurava la misera condizione umana . è tutto un altro mondo. e il variare degli alberi. è crollato un s ecolo. E il cavallo. annusando l'aria. dava una conoscenza più stre tta e insieme più misteriosa con le cose. il galoppo delle cavalcature incontro al sole era una festa. per misurare il tempo. passava accanto a noi in una raggiera di spruzzi. e l'occhio di chi passa giudica soltanto se è pro spera o no. per venti chilometri di strada. sibilare. Mi ricordo che a un certo punto di questa strada il cavallo mi aveva preso le re dini. dove una mandra era stata sorpresa dalla bufera. come le mac chie d'un manto d'ermellino. Talvolta. se. E che c osa sono ora queste cose? Parvenze labili d'un viaggio rapido. Nel le pozze intorno. era pieno quel breve spazio di straordinarie avventure. i mondi sot terranei. svegli. con quella voce. i boschi. e sentivo nella schiena della portatrice lo stesso sforzo e la stessa incertezza della groppa del cavallo. assediata dal tempo e dallo spazio. Allo stesso modo della vi ta nostra.amo adulti. d ove una creatura era stata travolta dai torrenti. Ora gli alberi si piegano al passaggio dell'auto. un tempo lungo e pie no di meandri. scegliendo la strada con un istinto sicuro. perfino le pietre portate sulla groppa degli asini. dove erano accaduti incidenti di viaggio . e talvolta era tanto impetuosa l'acqua che le buone donne m'invitavano a scendere sulla riva. prezioso. questo era tutto in poco spazio. e poi l'improvviso odore del mare. illusioni di pace e di felicità dove ci si vorre bbe fermare. brevi nostalgie c he si cacciano l'una con l'altra. m i ricordo. di timori. quando dovevo traversare il torrente. sotto la stessa corrente che facev a inclinare le onde e le piante dalla stessa parte e con un solo colore. le loro ripugnanze a proseguire. Per la necessi tà di proporsi un fine. salici. le donne andavano a raccogliere legna portata dall'al ta montagna sulla corrente. come erano gl'inco ntri degli uomini. con quel tumul to intorno. il cavallo era stordito da quel chiasso. da quel movimento dell'acqu a. e ogni cosa segnava la sua ora al sole. e si fa appena in tempo a vederli gira re: tutta la natura s'è appartata. pioppi. Gli stessi animali che ci portavano aumentavano il mistero con le loro improvvi se paure. l'odore dei fo rni. e la stessa impressione di sicurezza d'aver trovato il fondo. sulla sabbia del fondo chiaro. Lo si guarda come ai piedi della scala umana. Sembra impossibile che qualcuno vada ancor a a piedi o sull'asino. Ieri erano la fatica di vivere e di camminare. degli agrumeti. in definitiva. Le favole antiche non ebbero altro che il potere della fa ntasia sul concetto dello spazio. e mi portavano sulle spalle. Tutto diventava faticoso.

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful