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Itinerario italiano
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CORRADO ALVARO ITINERARIO ITALIANO L'ACQUA I miei avevano preparato tutto per lasciare la casa paterna e si può dire

che comi nciassero la loro vita comune e la famiglia con questa promessa. La casa stessa, ora che ci ripenso, era stata impiantata tutta con questo scopo, e c'era ogni c osa che sarebbe servita a un grande viaggio: due bauli con le robe sempre pronte , e poi cassoni, e cestoni; tutto quanto ricorda i viaggi, la facilità del carico; le serrature e le chiavi a posto. C'era anche una riserva di funi e di cinghie. Un giorno si ruppe il divano e fu buttato via; gli ultimi di noi che vennero al mondo non lo conobbero che di fama, e al suo posto entrò in casa un enorme baule verde e nero, alto come un armadio. Noi, l'uno dietro l'altro, ci davano il volo , guardando dove ci posassimo, sempre con l'idea di quel viaggio dei nostri vecc hi. Questi preparativi per una partenza tanto certa durarono quasi trent'anni. C redo che a un certo punto i miei non sapessero più che cosa volesse dire partire, se non un desiderio, e il piacere di figurarsi quel giorno. Tra le ragioni che e ssi mettevano a questa progettata partenza ve n'era una: "In paese non c'è l'acqua ; è una bella cosa l'acqua in casa". Dunque, il nostro paese pensava all'acqua da centinaia d'anni; ci pensavano i ra gazzi che si contendevano il dominio d'un rigagnolo fino a che si mettevano d'ac cordo a esplorarlo per tutta la sua lunghezza, notando le diverse increspature d ell'acqua, vedendovi in miniatura un paesaggio grandioso di gorghi, cascate, e i banchi di sabbia del fondo; anche le donne avevano il loro ruscello, dove attin gevano l'acqua per bere: esso saltava giù da una roccia a picco in una valle, la s i vedeva spuntare in alto, l'acqua, sulla pietra grigia, ed era un baleno, prima che cadesse col suo assiduo rumore che riempiva la valle. Ma l'estate era più dif ficile empire gli orci; il ruscello diventava un filo che scendeva per una canna forata in tutti i suoi nodi, e quando la siccità era grande colava un filo prezio so e faceva nella giara un interminabile e mai stanco discorso. All'odore delle piante marcite, della pietra muscosa, che faceva così profonda la primavera, succe deva l'estate quello dei mirti scaldati dal sole; e le voci dei ranocchi negli a cquitrini. In quel tempo si cercavano le altre fonti ai piedi delle montagne che sono tante , disposte a quinte per la valle, e lontane. Gente andava vagabonda qua e là, perc hé i luoghi delle sorgenti cambiano d'anno in anno. Sono quelli i tempi della sete improvvisa e inesauribile, e l'uomo è tutto un groviglio di radici assetate; tutt a la terra sospira all'acqua, la ricordano le grosse piante e i cardi d'un verde ramarro che hanno trovato una linfa sotterranea che li gonfia. Per tutta la con trada si scoprono le vestigia più antiche dell'acqua, come se anch'essa fosse un p opolo migrante; una vasca, un abbeveratoio, un condotto scavato nella pietra e i nverdito di vecchie ingrommature, o composto d'embrici messe assieme a canale e saldate con la creta. Vasche e abbeveratoi sono interrati, vi crescono migliaia di piccole piante di semi indistinti, perché dove fu l'acqua rimane sempre non so qual memoria, e il colore della terra, il folto di piante che vi accorrono da og ni parte tradiscono quell'antica presenza. Questa è l'archeologia dei paesi asseta ti. Talvolta si sente in una valle la presenza umida e calda di qualcuno fuggito , ed è ancora l'acqua. L'occhio di chi ha osservato queste cose le riconosce alla prima, e da lontano le scorge come le donne alla fonte. Mio padre si disfece della vigna e dell'orto che lo tenevano ancora legato alla terra, e così non aveva più niente a cui pensare, perché anche noi avevamo trovato mon do. Allora si mise a esplorare con diligenza la terra intorno, pensando sempre a ll'acqua, la più buona, la più fresca, la più pura. Oh! le soste ai piedi dei monti, quando tra mille rumori, brusii, vocalizzi, si sente quel fruscio che si confonde col chiacchierio del grillo, e non è; e il rumo re dei boschi nel brivido serale, quando il vento arriva, e fa come un'aerea cas cata. Di solito, per le fonti, qualcuno è passato prima di tutti, un viandante, un vetturale, un pastore, una donna, e hanno lasciato la loro traccia: questa mano ignota ha posto una foglia che serva da canale per l'acqua, in modo che la vena si raccolga e si getti ben distinta dalla terra: è una foglia d'oleandro, di cast agno, di noce, e l'acqua, con bella ubbidienza, si conforma alla foglia, vi ripe

te una immagine di foglia liquida sopra, e con le stesse increspature e le venat ure a raggiera. L'acqua vi acquista un sapor vegetale, un odore amaro, l'odore d ella foglia, come se questa si liberasse d'un'essenza. Noi figlioli, quando tornavamo, accompagnavamo talvolta queste esplorazioni. Spe sso ci seguiva un asino con gli orci pronti. Ma anche quando non ci andavamo per ché stavamo lontani, nella città dove c'è tanta acqua, io lo immaginavo mio padre. E s pesso, poi, m'è accaduto in montagna di cercare una sorgente. Ecco, rivedevo mio p adre che si chinava carponi per bere, come adorando la montagna enorme e umana; ecco le improvvise rotture di qualche argine, e l'acqua che invadeva i campi, ec co il rumore del mulino, ecco tra le piante del bosco la gente a cavallo che lev a e abbassa la testa per non battere contro i rami bassi, ecco la donna che fugg e davanti a un satiro che la insegue. Ma ecco, all'improvviso, presso una fonte che nessuno conosce, una donna seduta che aspetta di veder pieno il suo orcetto, e l'acqua vi scende frettolosa, che è una gioia ascoltarla. E i passi recenti sul terreno umido, attorno alla fonte, l'orma d'un piede nudo e d'un altro ferrato, e la voce, quella voce dell'acqua che non si ha cuore d'abbandonarla, col suo d iscorso che seguita tutta la notte, come qualcosa di perduto e d'inascoltato. Ec co, nel cavo della vasca formata in breve dall'acqua, il fondo sabbioso diggià tan to finemente lavorato e raccolto, profondo e opaco come il mare, traversato da p iccole correnti che descrivono labili continenti, e fanno danzare senza riposo i granelli più leggeri e lucenti. Queste cose le vedevo, le rivedo ancora. C'era la voce degli uccelli notturni che si appollaiavano, il vento che cessava di botto , si sentiva il vuoto e il silenzio della sua fuga, lo scalpiccio delle cavalcat ure che sembravano prossime, se non che il canto del mulattiere diceva che era l ontano lontano. E l'impressione di aver bevuto l'acqua spremuta dalla montagna, diventare una vena del mondo, una propaggine arborea, e il diventar madido come un vaso di creta, che si tornava indietro all'improvviso a fermarsi per ascoltar la e accostarvi ancora le labbra. Gli occhi vi si specchiavano profondi. Nell'ab itato le donne con gli orci madidi venivano da tutte le parti dove c'è acqua, madi de anche loro, e offrivano da bere a chi volesse. Era la religione dell'acqua. Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Ac qua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci st avano di fronte. Chi ci vuol riconoscere, ci guardi in viaggio se ci affacciamo al finestrino per osservare un getto d'acqua, un torrente, un rivo. L'acqua corr e, l'acqua è la vita. A mano a mano che non doveva più pensare ai figli già tutti lontani, uscì anche mia ma dre ad accompagnare il marito in queste esplorazioni. Ella era poco abituata a t rovarsi nei campi, e in trent'anni di matrimonio era stata sempre fra quattro mu ra, dove aveva finito col formarsi dei paesaggi nelle macchie del muro e nel mis tero cavernoso degli angoli, o nei giardini dei vasi di fiori. Mio padre tendeva l'orecchio per sentire la presenza dell'acqua, correva in punta di piedi, quasi , per sorprenderla. Concedeva alla donna di bere prima e si metteva dietro a lei come per aspettare il suo turno, allo stesso modo di chi aspetta la Comunione. Si sentiva l'odore delle radici profonde, quell'odore sotterraneo e caldo dove f econdano i semi e le piante. Erano come due ragazzi, e anche la sera, davanti al la batteria degli orci d'ogni forma, era la stessa cerimonia. "L'acqua è buona." A llora pensavano che quando sarebbero stati in città avrebbero avuto un rubinetto p er loro. Tutti, fra noi, pensavano all'acqua, e facevano i confronti fra quelle dei paesi visitati, quella di Napoli e quella di Roma. Quando noi partivamo per una nuova città, ci dicevano: "Troverete l'acqua buona". Ed ecco che un giorno il Governo ha fatto l'acquedotto anche al nostro paese. I miei ebbero l'acqua in casa, che bastava aprire il rubinetto per vederla bella c orrente e chiara, e tanto impetuosa che faceva mille bollicine nel bicchiere. Gl i orci non servirono più, e rotti fecero da vasi per fiori. Nessuno si ricordò più del rivo nella valle, né delle fonti solitarie, né delle avventure delle vene montane. I ragazzi sguazzavano coi pieducci rosa nella pozza dell'acqua in piazza; nessun o pensò più alla montagna, e la notte, quando il vento portava il rumore della casca ta del mulino e della segheria, non ci si ricordava più della sete. Nessuno più cercò le sorgenti, né le donne andarono più in fila indiana al rio, tremando se due occhi lucidi stavano appiattati dietro alla siepe. Da principio non potevano passare d

avanti alla fontana senza chinarsi a bere, come per non mandar perduta tanta gra zia di Dio. Ma l'acqua è tanta, e chi la può bere tutta? Poi si abituarono, ma disse ro ancora, per decantare il loro paese: "Abbiamo l'acqua". Quanto ai miei vecchi , non pensarono più, forse, a partire. I figli lontani vi tornano di rado, e tutto quel fuggire è stata una vana immaginazione. Qualcuno di noi che aspetta quel via ggio ha per detto: "Non abbiamo più tanta fretta, perché abbiamo l'acqua". La notte l'acqua si lamenta compressa nei tubi e vuole uscire. E pensare che noi abbiamo cercato mondo anche per l'acqua. VEDUTE DI ROMA I Si sta formando in Italia una capitale. Per chi vive a Roma da più di dieci anni, è un'emozione quotidiana vederla crescere e complicarsi, prodotto di cento fatti s ociali e psicologici, di cento spostamenti; è ormai a quel punto in cui basta ogni lieve suggestione per creare una moda, un rapido atteggiamento e un fuggevole a spetto, di quegli aspetti che avvertono come il tempo passa, e le idee cambiano e i costumi. Proprio questa impressione, d'una vita che corre, che ci logora, ch e c'invecchia da un giorno all'altro, proprio questo è il fascino delle città. Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita; e resta sempr e quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessu n aspetto di essa è familiare, e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutt i i suoi caratteri; essa ha una natura ricca e adorna, eppure somiglia a una ant inatura: campi e ville sono cose uscite dalla fantasia d'un artista, disposti in un ordine anche là dove sembra che la stessa vicenda degli anni e dei cataclismi storici l'abbiano disposti. Essa è già tutta in quella fantasia di Fontana di Trevi, dove la pietra imita l'albero, la roccia, la rovina, e l'acqua ubbidisce alla g eometria. Imparentandosi con l'arte tali elementi, ne è nata una natura sui generi s, un'antinatura. Non vi sono città del mondo dove la natura, e il bisogno di essa , che è cosa tutta italiana averla sempre presente, sia così vicina e urgente: alcuni alberi a Roma hanno una storia, sono venerati come monumenti, e i giornali ne riportano spesso gli acciacchi e gli accidenti, come di personaggi; una spalliera di rose d'una villa ha fama, di primavera, come un museo aperto per pochi giorni. Eppure non accade di consider are natura queste cose, che costituiscono un piacere simile a quello della lettu ra d'un testo antico, dove la natura è chiusa in un ordine rigoroso, che è piuttosto un simbolo e una composizione. È una città difficile, e anche se non suggerisce il pensiero di quante mai orme l'hanno calcata, basterebbero i suoi aspetti esterni ad avvertirvi che siete ospiti. Io me la ricordo venti anni fa, e allora era soltanto lo scheletro della città d'o ggi, la mummia rimasta dai secoli. Tutta la simulazione degli elementi diversi d ella natura, le grotte che diventano nicchie, le fontane che divengono boschi, i l continuo appello all'albero in quegli alberi impietriti che sono le colonne e gli obelischi, e l'acqua che sgorga da montagne di pietra squadrata, e il ritmo, la voce dell'acqua, e sul selciato turchino e duro l'ombra cavernosa di certe c hiese, erano tutte finzioni, e lo sono, della natura: sono natura esse stesse; m a vi si prova la nostalgia continua della vera natura. Il problema dell'architet tura di Roma era di seguitare in questa finzione di scenari. Come al re Mida in oro, qui le cose si trasformano in pietra. Più su di Roma, le città comunali e signo rili sono di dura pietra, la natura è scomparsa anche come ricordo, e la vita citt adina è tutta chiusa nei suoi ideali e nella sua intelligenza esatta; poche fontan e sciolgono la crudezza del sasso, la colonna si richiude nel portico; sono le c ittà politiche, della ragione e, dell'intelligenza esatta. Roma è altra cosa. È l'inte lligenza e la primitività italiane fermate fra due climi, due civiltà, due mondi, du e punti cardinali, settentrione e mezzogiorno. Il sud vi si è pietrificato come in un profondo strato geologico, il nord vi si libera dai geli. Qui si concretano per l'ultima volta i sogni e i gusti della civiltà mediterranea. Anche nell'Europa settentrionale, e in genere in tutte le grandi capitali moderne, la tendenza a introdurre la natura nella vita urbana è un segno caratteristico; ma quella è una na tura allo stato bruto, un ricordo druidico, dei boschi e delle foreste celtiche e germaniche. A Roma è una natura rielaborata, predisposta, umanizzata, di mille s

mob iliate di trespoli dozzinali e spiritati. Ecco una delle più belle scenografie di Roma che ricompariva quasi per caso. a leggere i libri dei viaggiatori. pur rimanendovi. Bisognava vederla Roma quindici o venti anni fa. per quanto con un compiacimento quasi babilonese. il senso dell'arte italiana. dove sulle pagine dei giornali satirici si acquistava una celebrità a buon mercato.ottili parentele con le cose dello spirito e le finzioni dell'arte. popolav ano di lunghe file di carrozzelle su e giù. solo che si ubbidisca all a sua struttura. Per esempio. osti e affittacamere. cioè con la sua luce. alle corse. stabiliscono un nuovo tema e un nuovo panorama. e per estr ema consolazione il sole e il cielo. ciò che è. il feudalesimo provinciale trionfava a Roma. di cui siamo semplici spe ttatori. e questa città ch e si è tanto odiata. Roma riforma da sé i suoi scenari e i suoi aspetti. con quella luna. dell 'opportunismo più ostile. Dopo dieci anni ci si accorgeva di non avervi amici. apparve la donna alata della quadriga del Palazzo di Giustizia. le sommità dei monumenti tratti alla luce. altr o che quella dei nobili. Ma chi non si ricorda come da tanti discutibili monumenti si levassero nel cielo di Roma le nuove app arizioni? Accanto a quelle della Madonna della colonna di piazza di Spagna. appena l'urbanistica diventava un po' più ambiziosa. che faceva tutt'uno col selciato incomodo. le comparse al teatro. e poi più tardi la Croce della torre capitolina. Ba stavano. un monumento rimesso in luc e. Vi si trovava poi una vita tutta esteriore e di comparsa. da sé ho detto. pei quali lo scopo dell'emigrazione è il den aro comunque acquistato. per la parata d'una vita sociale. Perché non è soltanto il piccone o l'architetto a fare un a capitale. ma una cosa come questa. È un fatto che ha della natura: lo stesso che domandarsi quando e come il mare si è ritirato di q ualche metro da una spiaggia. e le inizi ative moderne. e at traverso quali contingenze è nato lo spirito e l'unità delle capitali. Mi sono domandato spesso. Era un grande pettegolezzo politico. di cui il resto d'Italia non capiva niente. la città cominciò a spopolarsi. che le grosse famiglie dei mestieri più seri e fondati. un fatto da far epoca nella cronistoria di Roma. A tratti. infin e. una cer ta domenica. adatta la realtà nuova al suo colore. E poi c'era il Corso. costituiscono certo un fatto decisivo. che in altre città dell'Italia settentrionale avevano acquistato im portanza e perfezione. C'era la dura moralità degli importati. la città contava poco per il mondo dello spirito. non esisteva intimità delle case. ed era aspirazione e trionfo di ognuno ritro varsi nelle lunghe liste dei cronisti mondani. Vita sociale non esisteva. è il nostro spettacolo quotidian o. Qualunque altra città di provincia aveva più consistenza di questa dove si finiva tanto facilmente a fare la macchiet ta di marciapiede. del San Pietro della Colonna Traiana. ad eccezione di qualche negozio di lusso. o quando le osterie cominciarono a chiudersi la domenica. Roma era tutta e soltanto in quello che mostra va. come e quando. Molte cose legano alla terra. E tutto questo è finito. Una lunga domenica nella provincia italiana. dove erano tollerate le più ingenue stranezze del vestire. non ricordo come accadde che. in quella luce. quasi vaganti sui tetti. a cercare le vie dei campi e del mare. con le sue prospettive sepolt e entro di sé. assor bisse le peggiori merci d'Italia. il nostro stesso crescere. del San Paolo della Colonna Antonina. è una curiosa tirannia della nostra esistenza. superiori e implacabili : uno splendido scenario per i piaceri e le malattie privilegiati. anch'essi così netti. la domenica. in q uelle notti. niente per gli affa ri. le quadrighe e i cavalli del Vittorian o. e cred o che anche il commercio locale. Chi di politica non si occupasse era un disadatto. come il seme d'una pianta e la forma d'un frutto sono sepolti nella . delle st ele e delle croci degli obelischi. Una strada nuova fra i vecchi quartieri. la logica della città prendeva il sopravvento. come la rappresentante della piattezza. nessuno si fidava di quello che vi si in traprendeva. Di queste cose la stessa città s'impadronisce allo stesso modo d'un terr eno che uniforma alla sua natura la vegetazione. a Roma facevano sorridere di compassione. Vivere a Roma e ra un privilegio. Pareva una città di paccottiglia. ai quattro o cinque convegni annuali. il Garibaldi del Gianicolo. Una vita dura. era anche un mistero. è divenuta una capitale. che nella nostra giornata occupa appena lo spazio d'una rapida impressi one. I pal azzi e i monumenti pel Cinquantenario dell'Unità ubbidivano in qualche modo a tale logica.

scenografica com'è. crescono le fontane. Meridionali. più o meno ovattata. gli obelischi. la veduta nuova d'un monumento liberato mi fac eva là per là rimpiangere lo scenario scomparso. i meridionali il loro bisogno di espansione e di avventura. e più o meno acre. Non si cresce di seicentomila persone in vent'anni senza che una città lo lasci ve dere. sembra che dica: Ora tocca a voi. si ricorderà d'una certa maliziosa e bonaria familiarità. avventuroso. e l'apparizione in fiocchi delle d onne: tutti caratteri che sono propri delle città di nuova formazione. prende l'a spetto d'uno di quei frammenti antichi che si murano sulle facciate dei palazzi moderni. il sole. In vent'anni s'è veduta la città crescere del doppio. la voce era alacre. e in quella grande cerimonia della passeggiata che fece parlare tanto l' Ottocento. una novità di agglomerati umani. Ma non ne ha altrimenti & gusto né il bisogno. il mondo di ieri sull'asfalto lucido diventa più remoto. ott imista e talvolta disadorno. la stessa qualità di assalto alla fortuna e all'avvenire. che era sempre apparso pro vvisorio. pe r contrasto. settentrionali: veduti da Roma. dell e grandi piazze e delle belle strade. se si deve credere anc he a certi scrittori di salire. È strano dirl o per l'unica città vitale tra le grandi città antiche: il gusto dei ricevimenti che . incalcolabili a chiunque. in autobus. la sua forma le grandi manifestazioni pubbliche. Venti anni fa. la città familiare si è d istaccata e allontanata. di dovunque s i venga. Quel tanto di vita socievole di certi quartieri a Roma è settentrionale. Meri dionali? Settentrionali? Ricordo il giorno che per la prima volta da quando sono a Roma. si fa presto a prendere l'abitudine di villa Borghese. ed è questo il nuovo aspetto di Roma. un lusso che si preoccupa delle appa renze. nel più schietto accento genovese. la luce. Roma vive per poco tempo una vita a ssociata. a cominciare da quelli latini. quasi che la chiarezza dell'aria. formata dai mille el ementi. Arr ivano dalla provincia certe automobili che sembrano sirene e tritoni d'alluminio o di lacca. e apriva il panorama del mare di Liguria. infl uisce a suo modo sugli animi. c'è in tutti lo stesso senso di vita. tut ta grandiosamente esteriore. e fatta per significare la pompa e il trionfo. è fissa to per sempre. mobile. lo stesso che in ogni altra metropoli moderna. noi avevamo una certa intimità con la Barcaccia o il Tritone. il campo dell'osteria fu ori di porta è diventato un quartiere. un'atmosfera amorosa c he fu sempre di Roma. Lo scenario romano. I grandi convegni sono quelli delle belle giornate. non s'immagina come ce rti limiti si confondano. Chi conosce certe descrizioni della socievolezza r omana dell'Ottocento. di civiltà mo lto giovani. e quella prov incia nostalgica propria delle grandi città. anche quel tanto di estremamente lussuoso e visibilmente ricco. e basta con le confid enze. del Pincio. la duttilità. Il convegno di ta nta gente nuova a Roma nei nostri anni ha trapiantato alcune attitudini sociali. che sono nell'anima della città.natura d'un albero. le colonne. lo stesso piacere di co mparire. è meridionale. L'asfalto al posto del vecchio lastricato ha contribuito a segnare una nuova epoca dell'aspetto di Roma. i settentrionali il l oro senso della vita stabilita e sociale. venti anni hanno scavato una distanza di secoli. Una certa solitudine è prop ria della Città. e in cui un capriccio degli anni poteva aggiungere qualche cosa. sentii parlare di affari e di cifre. e il gran discorrere delle "relazioni" del tale o della tale. Ciò che è stare insieme. Il socievole non è mai stato il forte di Roma: il suo carattere è la convivenza. e certi modi bruschi. al confronto della vecchiaia e no biltà di Roma. Per esempio. Quel tanto di trepido. a rivederlo a distanza di tempo. e che malizioso piacere sia aver capito come questi du e termini che separarono per tanti anni l'Italia abbiano in effetti uno scarso v alore: sarà che abbiamo imparato a conoscerei. la stessa ambizione d'essere. Ma fra le tante cose. Salta agli occhi. che ricorda remotamente la provincia. mi accorgevo che ne risultava una nuova scena quasi naturale. la gente più diversa è venuta ad abitarci. ma in una solitudine comune. sono due mondi diversi. su questo nero si levano gli edifici giall i e rosa. Meridionali e settentrionali hanno portato a Roma il loro paesaggio interiore. i campanili. impongono lo stesso n itore delle città estive. II Quando comincia la grande stagione del sole. il fondo della strada è oggi di asfalto nero lucido. anche se antichissima. Ed è anche meridionale. una è mutata in questi venti anni nell'aspetto de lle strade di Roma: un tempo le strade erano selciate dei selci romani e avevano colore di azzurro. La quale. il tatto.

i quali rinascevano intorno ad esse con la tenacia delle piante. sembra di vivere tra le pagine d'una rivista di m ode o nella scena d'un film. e non sapevo che cosa volessi. che mi piaceva come una grotta d'un a natura artificiale. come altrettanti convegni in una città incompiuta e perciò familiare. negligenze. col . sono le qualità più preziose del mondo. la natura di Roma. svegliandomi di buon'ora vedevo tra le persiane chiuse spuntare l'alba. allontanato e isolato in qualche modo dalla intimità degli uomini. specia lmente la notte quando la luce delle lampade ingrandiva l'ombra dei cornicioni d egli edifizi smisuratamente. compiuta e indifferente a tutti i pensieri e le passion i degli uomini. in un modo d'ess ere. E queste cose mi davano l'idea d'una vi ta chiusa nella memoria. di vivere. Certo. in cui esso si appaga e si confonde. questo voler essere. meno contemplativa. il carattere . e la cima della colonna. Aver fatto di Roma un paese fissato. Più tardi. Questi sono gli aspetti che accompagnano chi vive da molt i anni a Roma. e chissà come sono diafani gli angeli ambigui sul Ponte Sant'Angelo. in cui l'esterno ha la stessa architettura di un interno. nelle abitudini de lle persone. Andiamo a veder e il giallo lunare di villa Medici nel verde cupo del parco. le più vive. vedevo il Santo della Colonna Antonina quasi vagante sui tetti. e una sala somi glia a una piazza. indica una capacità di rinnovarsi. Qualche volta mi sorprendevo a dirmi : "Io voglio. Credo di aver capito la causa che isola qui tanto le persone e per cui Roma cono scerà forse sempre pochissimi ritrovi pubblici e una certa sterilità di contatti uma ni. riducendo il tra vertino a un bianco d'avorio. dove sui frontoni delle chiese un angelo aspetta da secoli il suo compagno di s immetria dall'altro lato . Spogliarsi di tutto e accettare le novità più cro ccanti. e la fontana con la sua grotta. sentivo che il mio cuore voleva uscire quasi da una prigione. Sorprendevo la luce immobile nella mia stanza. La finestra della mia stanza era inv asa la notte da quelle lampade. da un passato. significa aver dato il segnale a una nuova vita. formando uno di quegli aspetti tanto frequenti a Roma. a costo di strafare. mentre la parte inferiore scura e nell'ombra ricor da la cava originaria. da quelle estive quando la troppa luce scava come vecchi c ranii le facciate delle cattedrali. da me stesso. Non ho rimpianti per le vecchie cose se non a tempo e a luogo. Guardando le ore sull'orologio della piaz za. la luce si diffondeva dentro come d'un giorno so speso in una lunga incertezza. o la piazzetta dove cresce l'erba a San Giovanni e Paolo. Dal mio letto sentivo nascere il giorno. a quelle invernali quando la tramontana riprende a scialbare i tìmpani delle chiese. dove il sole si accuccia tutto il giorno suscitando il vecchio tepore dei mattoni del campanile. e incarn arsi in qualche cosa che vincesse il tempo. Co nosco le ore di Roma. definito. al tempo del mio primo arrivo. mi pare i l vero fermento della vita dei nostri giorni. è un grandioso f enomeno che a un certo punto dovrà pure tradursi in termini suoi. raschiature. voler apparire. la personalità. le meglio capaci di irraggiare e fecondare la vita. la tradizione. III Dalla mia finestra volta a mezzogiorno. e il frontone dell'Acqua Paola. meno affettuosa. io voglio". e sarebbe il sentimento degli aspetti e delle ore di Roma che formano un pae saggio interiore dell'uomo. di pensare. penetrata a mia insaputa e quasi confusa col riflesso delle lampade not turne impallidite dalla veglia. come quelle del tessitore persiano che non fa mai perfetti i suoi tappeti per non lasciarvi dentro imprigionata l'anima sua. quando ebbi dormito i primi lunghi sonni romani. dimenticanze. e illuminava ogni dettaglio delle facciate settecen tesche con le loro decorazioni. si adagiava presso di me come accanto a un malat o: era una luce cinerea quale a volte copre Roma a chi la guardi dall'alto.una città con mille trascuratezze nella sua costruzione . in appartamen ti anche troppo inappuntabili. Capivo così l'i solamento degli alberi e degli uomini. Tutto mi pareva uno spazio deserto. meno nostalgica. e una piazza a una sala. ma pieno di fatti già accaduti. questa specie di tabula rasa che si vede in giro. potevo leggere le ore all'orologio di Pi azza Colonna. è d'una modernità anche troppo spinta. nei limiti delle grandi strade nu ove. Via Sistina. nel cielo serale di panno azzurro. è proprio un segno d'oggi. sul Gianicolo.si è diffuso ultimamente a Roma. somigliava a una grande sala. È questo il punto del distacco da un'epoca.

fino all'ora in cui d'incanto si faceva deserta. donne col velo. IV Rione Ponte è un quartiere di Roma. Nella notte risu onavano le voci di costoro. come se la città intera non riuscisse a riprendere il suo chiasso diurno. saliva dal Corso u n odore di stalla. e i vecchi abitatori vi stavano come gente annidata che qualcuno tentasse di sloggia re. invadeva la mia strada una folla di donne che avevano l'aria d'essersi levate allora dal letto. Io aspettavo le sei di sera. fu sempre popolato anche . Veniva fuori un'umanità speciale. Nei giorni delle cerimonie in Vaticano. improvvisamente la città dive ntava misteriosa d'un mistero frivolo: i fiori dei fiorai acquistavano per contr asto semplicità e innocenza. colore d'oro vecchio. Si vedevano calare i cestini dagli ultimi piani per la posta e per ù carretto delle v erdure. la città si svegliava. l'aria s'impregnava del profumo di quei cosmetici. le donne. quasi che stare in quell'ambiente. gli amori della gente e fin della più povera e disadorna. sentendo che il tempo era passato. al pri mo squillo del tranvai. seno nché il ricordo di paese persisteva con la voce dell'ombrellaio. col su o tono uggioso e quasi direi umido. La voce della strada si levava a mano a mano più sicura. Si tornava a casa stanchi. dà l'impressione d'essere molto i ntelligenti. La strada vecchiotta si popolava di gente modesta che andava a scaldarsi al s ole del Pincio. le invettive pronte e sveglie. in cui sembra che la gente non abbia altra occupazione che rispondere alla c ampanella delle preghiere. nelle be lle giornate. e la sua insegna è il Ponte Sant'Angelo con le d ue statue di Pietro e Paolo. vestita come veste la gente devota in tutti i paesi. la città si raggrinz iva nella prima sera. poi un'altra e un'altra. i benefizi sfumati. per sone vestite da sera. che ridavano alla città l'aspetto di certe piccole città antiche e piene di chie se. fosse privilegio tutto personale e privato. Sul pr incipio mi levavo per sorprendere la strada in quell'ora. Luccicavano le macchine. la cenere de l tramonto copriva tutto come se un cataclisma si fosse scatenato. i mariti . scialli e veli ne ri. la boria di quelle donne che vi salivano o ne scendevano pomposamente faceva di quella strada un asilo di su perbie senza ragione. i figli. La notte. e divenne comune il fracasso delle automobili che stentavano ad avviarsi. È uno dei più antichi di Roma. Erano quelle le ore delle allegrie i mprovvise. un'illusione perduta. passavano. e così io conobbi i litigi sulla letteratura e sull'ar te. appariva gente vestita bene. A notte alta. e i contrattempi. e infelici. in quel sole. mezzo apparecchiate. con le loro scarpe pazienti. la strada risuonava come una chiesa o una sala deserta: si sen tivano le voci di coloro che nelle notti chiare andavano fino ai cancelli del Pi ncio per vedere Roma notturna dall'alto e le linee oscure dei cornicioni dei pal azzi che si rivelavano come i suoi temi nudi disegnati in una specie di spolveri o sospeso sulla città che giaceva in basso. una vo ce si aggiungeva a quel coro.colore di strade molto calpestate e di pietra sbiancata dal vento e dal sole. Dalle finestre di fronte alla mia. e non si faceva in tempo a pensarvi che era un'ombra . d'inverno. il sole splendeva sui belletti e sulle occhiaie tinte di azzurro e lustre . degl'incontri. L'aria diventava fatua. si fondarono i primi negozi di mode. quando la città acquistava un colore elegiaco. le illusioni perdute. Poi la strada mutò. molto imbellettate. Poco prima di mezzogiorno. delle folli speranze. e tutti con un'espressione freddolosa. era finito un giorn o. di pensare profondamente e di poter agire facilmente l'indomani. le prom esse non mantenute. A un tratto udivo la campanella di qualche chiesa. Quella è pure l'ora dei poveri vecchi. le vetture andavano a sghimbescio e vuote. le sale da tè. degli storpi e dei nani. al modo d'una girandola. a Roma. E quest'ora pareva la memoria della Roma d'un secolo prima. La strada dove abitavo allora era una specie di paese: ci conosc evamo quasi tutti. descritti da voci sonore. le mogli. non si sapeva che festa notturna preparasse. come se invecchiasse. Di botto queste cose cessavan o. e tutti avevamo abitudini familiari. col cartoccio della spesa. le canzoni di moda. A mano a mano che passavano gli anni. degli abbattimenti. in quella luce. i tradimenti compi uti. i vestiti che al sole mostravano il lucido della vecch iaia e la dignità di chi li indossava. passava di là tutta Roma accorsa dai quartieri più lontani. Poi. si affacciavano sulla strada come t emendo di non arrivare a partecipare in tempo a una rappresentazione. in carrozze e automobili. era pe rcorsa da una speranza di non si sa che giorni.

luogo di convegno di genti che qui inseguono la fortuna. È il ventre della città. si sentì od ore di porti. Banchi Vecchi. È una reputazione di gente f acile. originale. e perciò s pesso fatale a chi si fida delle apparenze. Non soltanto nell'aspetto. è città che ha u na sua maleducazione e una sua volgarità. Roma. avventurosa come tutte le capitali della terra. Come tutte le capitali. Roma è un potentissimo reagente. festaiola. il gran "picaro" della pittu ra italiana. le cortig iane. i banchieri. Comunque. Vi abitarono Raffaello e il Celimi. Vi tenne il suo banco Agostino Chigi. dalle sue rovine ch e è una droga di Roma. schierato lungo il Tevere e più basso dell'argine del fium e. e alle sue strade sono rimasti i nomi di Banchi Nuovi. E ha naturalmente. Ho una profonda venerazione pei caratteri popolari. così mordente e acre nei giorni as ciutti di tramontana. essendo un grandioso scenario che le ha vi ste tutte. non avremo toccato i l fondo del carattere popolare romano. d' un cetaceo. e si stende oltre. Dico popolare e non di importazione. i letterati. polvere di morte e polline di fecondazione. La stessa folla invase i quartieri di c erte città italiane di dove avevano sgomberato i cavalieri. quello che eresse in onore della bella Porzia la V illa Farnesina. ha pure una sguaiatezza che ritroverete nel fondo ai Berlino o di Parigi: ho notato che un certo rictus della bocca stor ta nella parlata di gente infima è comune in quattro o cinque capitali del mondo. È curioso che propri o questo umorismo romano sia divenuto universalmente italiano. caratteristico di Roma. gli ultimi trent'anni tra Porta Pinciana e i Quartieri Sebastiani. che del Rinasciment o porta ancora il nome. Arco dei Banchi. Si sentono a Roma le diverse epoche di immigrazione: i nuclei formatisi sotto diverse spinte e di rezioni conservano caratteri che si direbbero prognatici. e di qua fino a Trastevere. Questo è specifico di og ni grande capitale. vi si trovavano le banche. Allora. il maggior finanziere del Rinascimento. il suo lastricato è il deserto di tutte le capitali. È vero che tale carattere bisognerà cercarlo in tre o quattro rioni e starvi molto vicino per non prendere abbagli. È l'humus di Roma. come il ventre d'un grosso animale. la polvere di Roma. da noi come altrove: sono de . Spesso nella densità del popolo italiano si sente la presenza d'un secolo: a Roma si sente il Settecento tra via Sistina e Trinità dei Monti. il primo Ottocento nel Corso. parassita e alquanto cinica. e questo quartiere. Ma quando avremo detto queste e cento altre cose verissime. fino a Parione e Piazza Navona. di avventure. lo si ritrova anche in certi tipi dei film americani. Poi i palazzi e i palazzetti furono soverchiati dalla vita popolare. ma negli atteggiamenti del la vita. Nel Cinquecento fece parte del centro di Roma. La pit tura del Seicento si riempì di popolo coi panni della fatica quotidiana. Bisogna distinguere tra Roma e Roma. di traffico. È una delle tante sorprese e varietà del popolo italiano. i primi anni dell'Unità nei quartieri di tipo piemontese di via XX Settemb re. come la sabbia d'un deserto. parve coprirsi della stessa patina che rende tristi e bui i quadri del Seicen to. con uno spirito realistico fino a l crudo (che è il lato migliore di quest'immagine) quale negli ultimi anni hanno d iffuso in tutta Italia tre o quattro giornali umoristici di mentalità prettamente romana e che ha acquistato cittadinanza in tutta la Penisola. Il Rinascim ento era crollato come crolla un impero. Il suo aspet to è fatto per le esaltazioni improvvise e i disinganni atroci. è un rione da Caravaggio. spirante. come in quei quadri. e poi di Prati e di Corso Vittorio. come dice il Novellino antico. poca intimità. Varrebbe la pena di assodare come sia nata l'immagine che circola comunemente sul romano d'oggi. Al Rione Ponte è ancora un colore di s ubito dopo il Rinascimento. Le persone sono ancora sdegnose. è il colore d'una vita popolare la cui fama è troppo sciatta al confronto. il modulo d'un carattere fermo. grandi e popol ari.quando Roma cadente si ridusse a ventimila abitanti. Qui è come se il Tevere in una sua crescita avesse lasciato il suo limo che ridiviene polvere al sole e alla tramontana. l'Aretino e il Caro. una folla mai prima entrata nell'arte sbucò da ogni parte e animò con la sua presenza greve e popolana le raffigurazioni stesse dove prima era stata una schiera di cavalieri simili a eroi e di donne simili a dee. Si s a che gl'importati sono dappertutto gli stessi. Io porto spesso al Rione Ponte i forestieri che mi chiedono qualcos a di inedito a Roma. Così il Rione Ponte. rispunta come a ritrovarlo in uno scavo.

e puntando. ne andava dell'onore di tutto il quartiere. non accaddero fatti del gene re. dilaga dove meno si aspetta. franca e precisa. e poi d'un romano. Passava per un vicolo una donna matura e molto bella a modo suo: portava un ragazzo per mano.positali di vecchi segreti. Sovrattutto i dolori. Il popolo è lento a muovers i. riappare. Qui. che ha chiuso con pezzi di carta i vetri rotti di un'altana del Rina scimento. i bottegai più brutali s borsarono di belle somme. Morì in questo quar tiere l'anno scorso un povero giovane. Niente. come in un paese. che sciorina la biancheria grondante su un portale elegante come una pagin a del Caro. e mi accorsi poi che son rari quelli che vi passano senza scoprirsi. Non so come e dietro quale avvertimento. che risponde all'ariostesco "pe r un buon giorno non temo un mal mese". fatto d i cui un moderno difficilmente si rende conto. e così il suo uomo. L'intero quartiere sottoscrisse per fargl i un bel funerale e non mandarlo via come un abbandonato. direi che non muta più presto di quanto non muti un paesaggio. Senza volerlo. Sono sentimenti tanto profondi e antichi da parere indecifrabili. un giorno di carnevale. il culto della giovinezza. per molti mesi. e la donna pesante e traba llante vi fa accomodare la sua ragazzina. Ma un'altra scena fu strepitosa. È come l'acqua che punta. Accade spesso. Si capiva dalle grida che la pas sante doveva aver destato più d'una preoccupazione nel cuore di quelle donne. Le sue vie sono misteri ose. Mi accorsi di essere entrato in un vero mon do. Credevo questa imma gine dimenticata da una Roma per cartolina. e la guarda ancora come una creatura. a entrare in un nego zio. E in questo quartiere che s'è divisi i vecchi palazzi e li ha ridott i a sé. Sotto l'Arco c'è una Madonna. La serva d i un ultimo piano custodì gelosamente una pianticella che colui aveva curato in un vaso. Perciò di notte non si prova nessuna preoccupazio ne a traversare l'Arco. e la gio ia d'un'ora di semplice ghiottoneria o di festa. due o tre volte l'anno con un altarino parato. sono fatti d'un vecchio costume e d'una vecchia moralità. generosa. l'amore dei ragazzi che diventa tirannia. vita e morte. Non si può mai misurare come reagisce l'animo d'un popolano. soltanto a Roma succed e che voi cediate il posto a una donna in un tranvai. Una scena fu d'una donna che affrontò per istrada una ragazza che le occhieggi ava il marito. senza v eleno. Con tutta questa violenza del sangue. significa a Roma gente di coraggio e insieme umana. mi stupì. La ragazza da allora filò ben dritta. la prima notte che vi dormii accadde un fatto di sangue: una donna ferì l'amante. del coraggio e della forza. inveirono contro di lei. tutte le donne del vicolo furono alla finestr a simultaneamente. La donna insolentita passò superba senza alzare il capo. sfiorati da qualcuno di quegli individui misteriosi che fanno la posta sulla strada con un fischio lungo sordo e notturno. senza dire una parola sotto quella frana di vituperii. le disse papale papale di badare ai fatti suoi se non ne voleva b uscare. non accadde nulla. insom ma. Bisognava sentire il tono di quell'i nvettiva pubblica. Ho ritrovato così il senso di molte immagini sacre negli angoli bui e tristi delle città. conosco le voci delle sue ore che sono diverse da quelle della Roma settecentesca dove prima abitavo standoci come in un libro di Stendhal o di D'Annunzio. si capisce che cosa significhi tale frase. la lunga nenia . dell'infanzia. anzi con una certa comprensione delle debolezze umane. e una costante osservazione di essi rivela fatti e a ttitudini antichi e che servono a spiegare le nazioni. ricambiò il più rovent e di quegli improperii. scompare. il dito verso la donna che passava. di vedere una popolana con un foglietto raccogliere i soldarelli di chi vuo le sottoscrivere per evenienze simili. dolori e gioie. come in una scena di teatro. spesso infiorata. Da qualche anno sono abituato al Rione Ponte. tutte. E non è da dire che foss e ambiguo il significato di quei gran corni. Levò la t esta soltanto quando fu sotto l'Arco dei Banchi. si presentavano in corteo sghignazzante sulla soglia di certe botteghe dove pure la padrona e il padrone sono tali da tenere in riguardo i giovani più intrap rendenti e maneschi del rione. Poi. issando certe grandi corna bovine e caprine su un bast one. o il suo maschietto. e la accompagnava un uomo. "Gente di cuore". venivo a sapere tutto di tutto il quartiere . e con una calma enorme. di vedere una turba di ragazzi che. della bellezza. e poi d'un italiano. Vorrei dire ancora delle grida e delle voci di questo quartiere. S'in travedeva attraverso le finestre aperte una cura meticolosa e un povero lusso in torno al letto maritale. sempre con una lampada.

degli stracciaroli, e le frasi con cui si raccomandano dai carretti le frutta e gli ortaggi: "Neppure il colore mi pagate", oppure, alla gente che passa senza f ermarsi: "Che fessi che siete"; e il giornalaio che certe mattine strilla il suo foglio e sveglia tutti all'alba perché c'è una notizia che riguarda esclusivamente il Rione Ponte. V Siccome era domenica, erano salite anche certe ragazze a visitare la stanza del Tasso nel convento di Sant'Onofrio, la stanza dove morì il Poeta, aperta a tutti i l 25 aprile, e vi si tiene una conferenza, e due guardie in alta uniforme vigila no dandosi il turno per fare una fumatina in un angolo. Erano ragazze del popolo , in pantofole, che si tenevano per mano, e ridevano curiose come ridono le mode lle che entrano per la prima volta nello studio dei pittori. Esse non sapevano null'altro che di trovarsi nella stanza di un grand'uomo, e pa reva che costui fosse vivo, e fosse uscito, e loro ne profittassero per rovistar e fra le sue cose. Si specchiarono ad una per volta nello specchio del Poeta, un vetro nero in una cornice tonda di noce, e si sorrisero là dentro. Lo specchio fa ceva pallidi, vi si vedeva il bianco degli occhi e dei denti come in un'acqua os cura stagnante. Qua specchiò il Tasso il suo inguaribile pallore. Nessuna di quest e ragazze esitò nel guardarvisi dentro, e dopo un poco la guardia si curvò con loro specchiando il suo pennacchio. Là presso, il Crocifisso di legno è dello stesso colo re della maschera del Poeta ricavata sul suo letto di morte, quel suo viso d'uom o sfortunato, destinato a non aver pietà mai, se non oggi, in questa sua stanza pi ena d'un silenzio secolare, dove è difficile parlare ad alta voce, e dove l'eco de lla sua voce è sospesa nell'aria come una nota che risuona alta nel sonno. Aveva l a fronte liscia, infantile, come si vede in alcuni uomini che hanno penato, dove è addensata tutta la loro innocenza di fronte al destino. Piccoli occhi a mandorl a, annebbiati dalla creta mortuaria. Il viso cancellato dalla rassegnazione e da lla "malinconia" con i lineamenti chiari e indifferenti. Nient'altro di espressi vo che la bocca grande, carnosa, che si adattò a chiedere tutta la vita. È il ritrat to della tristezza e della solitudine. È difficile vedere una immagine d'uomo che serbi con maggior tenacia i lineamenti infantili. La stanza del Tasso dà per due balconi su un giardinetto, e sulla vicina salita di Sant'Onofrio dove le donne vivono coi ragazzi sulla strada, e i muri quest'anno sono coperti di scritte inneggiami a una certa Marcella che deve essere il rich iamo di questa primavera. Dalle due finestre si vede il Borgo; la Cupola di Mich elangelo è vicina, tra le case e gli alberi non si scorge il timpano della basilic a, né il piano su cui è eretta: azzurra e aerea collina fra questi colli. Si vede il Campidoglio appena velato dal bianco del monumento a Re Vittorio. Di qua la cit tà dovè apparire al Poeta come appare ancor oggi, grigia e silenziosa, come una città di scavo. Di qua egli sospirò la sua corona. La stanza è quadrata, con una mano di calcina ai muri, nuda, chiara, e la luce v'è c ome un'onda immobile di oblio. Forse erano come questi i mattoni di cotto sull'i mpiantito, e i riquadri azzurri fra i travicelli, e il piccolo chiostro con la M adonna leonardesca in fondo. Vecchie corone d'alloro appassiscono eternamente su i muri del chiostro. Una corona di alloro sul capo della immagine del Poeta si d isfa come una treccia. Eppure qui sorride la nostra adolescenza, il nostro viso di allora liscio e imbe rbe si affaccia nello specchio nero del Poeta. Ad essa sorrisero prime, lecite e santificate, le bellezze di Clorinda e di Erminia, e quella tizianesca di Sofro nia. Ritroviamo queste illusioni e queste prime creature che amammo, in questa s tanza su cui passò la tempesta, cresciute con noi, invecchiate con noi. Eccolo, da poeta ispirato che era, in cappa e spada, Pro fide, ai suoi anni amari, come un sogno che l'esperienza ha sfatato e legato. "Sono quasi scacciato dal seno della Chiesa." È una giornata oscura e piena di nubi volanti. Pure un chiarore diffuso e traspare nte invade immobile la stanza. Ci ritroviamo qui come in una sua ottava. Una cop pa nera, di creta, è presso lo specchio, anche essa come contenesse un'acqua stagn ante nella sua cavità lucida. "Negare una tazza d'argento a me" diceva "che n'ho t anto bisogno e tanta voglia?" Non ha lasciato altro, insieme con qualche brandel lo di stoffa. In guerra, nei bagagli dei nostri compagni morti, non si trovavano

che cose come queste da restituire. Le due stanze che precedono questa dimora, furono adattate a un museo di manoscr itti e di opere del Poeta. In capo alle scale è stato posto da poco un frammento d i affresco rappresentante il Poeta in piedi, leggero e incantato, agile come una spada, con un foglio tra le mani, come forse sognò di essere. Le due stanze del m useo sono della stessa forma della sua stanza. Sulle pareti una simbolica fiamma è stampata tutt'intorno fra corone stampate, e una vetrina fa da zoccolo alle par eti. Qui sono i suoi libri e i suoi manoscritti. Un quaderno su un tavolo si cop re lentamente di firme. Non più di cento pagine dal 1923, e l'ultima firma è quella del brigadiere oggi di servizio. Piacevano, al Tasso, le pagine ben tracciate, ben squadrate, nitide, ampie, marg inate. Qui si manifesta con una tenacia dolorosa il suo amor della gloria, di qu esta passione antica che si manifestò in lui magnificamente. Aveva caratteri nitid i, agili, magri, come doveva esser lui a vederlo, tracciati col compiacimento, l a cura, l'ordine d'un buon allievo della gloria. Le pagine autografe della Gerus alemme hanno un aspetto di esercito in marcia, ariose con un po' di pompa, e sul le ordinate file degli n e degli r, sulle panciute a ed e svettano l alte come l e lance dell'esercito di Goffredo, le s lunghe e snodate come gli sciabolatori d i Argante, le t tagliate alte come bandierine di squadra e le p poggiano su un l ungo svolazzo come se galoppassero su una lunga scia di polvere. Tutti quei gran e grandi che si trovano nella Gerusalemme, e ve ne sono tanti, s ono pomposi e panciuti, e uno stesso impeto assiste l'ottava in riga dalla prima all'ultima pagina. Come tutti i poeti, vedeva il suo libro, nell'atto di scrive rlo, già stampato. Si lamentava delle cattive edizioni che gli amareggiavano l'ama ra vita. Se le faceva per suo conto nell'atto di scrivere. V'è un suo frontespizio dell'Aminta che sembra quello d'una edizione aldina, col nome in maiuscoletto, l'iscrizione disposta a epigrafe, e perfino un disegno d'impresa editoriale, fat to a penna rozzamente, con un senso di decorazione popolare che era poi il fondo del suo animo; e sotto: Ferrara XXIII - novembre - 1577. L'angoscia colpì più tardi la sua ferma mano. "Il maggior di tutti gli altri mali" s criveva, "e 'l più spiacevole mi par la frenesia; perché sempre son perturbato da pe nsieri noiosi e da molte immaginazioni e da molti fantasmi." La calligrafia divien larga, ritorta, con una volontà di grandezza che la sua pove ra penna smarrita ricerca tra geroglifici disorientati, ripentimenti, vergogne. Vagano qua e là come alfieri in un esercito in rotta le sue iniziali alte e sicure . Una pausa, e con la mano dei ricordi traccia il principio del sonetto: "Deh, n uvoletta in cui mi apparve amore". Ambizioni, assalti vani, improvvise speranze: "Mi fu predetto che quest'anno nel quale finirei il quadragesimo secondo avrei molti beni e molte grazie dai principi". Vede i beni piovere attorno a lui, ma g irano vorticosamente e come ridendo attorno ai suoi occhi, principi, stampatori, amici. Il suo morbus imaginatus gli impediva ogni contatto, e nell'atto stesso in cui un "gentiluomo par suo" si drizzava in piedi, la sua bocca chiedeva pietà: "Le sarei più obbligato (alla duchessa Eleonora) se mi donasse un rubino ed una pe rla legata in oro; perché se avvenisse mai ch'io dovessi prender moglie non mi man cherebbe con la sua grazia anella da sposarla". Una grande corona d'alloro della Città di Roma, fresca e cupa, è ai piedi del monume nto del Poeta nella chiesa. Egli è là, alto, ispirato, vestito di gala, con una pesa nte spada accanto. Nel chiostro al pianterreno, dove egli camminò cadente, presso il cancello di ferro, un uomo si guarda intorno. Il campanello suona a strappi n el corridoio. Una mano tende fra le sbarre del cancello una scodella di latta. L 'uomo si guarda attorno compassionevole, mangia vergognoso. VI La prima cosa che si vedeva affacciandosi alla finestra, era un pezzo della facc iata di San Pietro, e precisamente un campanile laterale, ma non come si vede co munemente, ma diventato enorme, al modo che accade affacciandosi una mattina da una finestra in alta montagna, e la montagna che era una linea lontana sull'oriz zonte si presenta vicina come veduta attraverso una lente d'ingrandimento. Tutta quella parte della basilica si presentava coi suoi cornicioni, finestroni, con uno strano senso di vuoto e di deserto, come accade spesso a guardare l'architet tura di vaste proporzioni, specialmente a Roma, dove tutto ricorda il lavoro del

la fabbrica, quasi che l'uomo col berrettino di carta e il secchio della calce p er chiudere le commessure della pietra enorme, fosse andato via da poco. Questo accade, forse, per via delle molte superfici lisce. Sotto la finestra da cui ci eravamo affacciati, si vedeva una corte interna, le finestre dell'edificio di fr onte, più basso, orlate di pietra; e nessuna voce; un silenzio che faceva pensare subito all'assenza delle donne e dei ragazzi, un silenzio estatico da uomini sol itari. E sotto c'era un orto, prospero, lucido di cavoli, di cipolle, di insalat a, con certi fiori semplici e senza odore, orto da convento, dove il mondo veget ale è anch'esso denso e polputo, e una rosa che si sfogli a pie' d'un muro ricorda il sangue rappreso. Si mise a suonare una di quelle campane di San Pietro, vicina come quell'archite ttura, e coprì tutto come l'onda di un oceano, facendo forza contro i muri, corren do per le sale dell'appartamento in cui ci trovavamo, impetuosa come il vento, e quasi che noi ci trovassimo in un elemento nuovo, quello in cui volano i piccio ni sotto la scossa delle campane dai cornicioni alti; sotto questo colpo parevan o allentarsi le serrature e i cardini, spalancarsi le porte: allora i mobili del l'appartamento presero un aspetto fedele e giubilante, i quadri religiosi, i tav oli dorati, le immagini dei santi, i libri, la poltrona dorata su una predella, che era il tronetto del Cardinale. Ci trovavamo nell'appartamento d'un Cardinale di Santa Romana Chiesa alle sette del mattino. Avevamo ancora nella mente l'ingresso al palazzo, coi preti che sbucavano fuori e si radunavano come gente in costume d'altri tempi, e i ciclisti che andavano a l lavoro tagliando la piazza in pendio e il binario lucido del tranvai, e il rum ore freddo delle fontane; e poi la porta dell'appartamento nel chiostro, col nom e inciso su una targhetta d'ottone come su una porta borghese; poi il cameriere in sparato bianco e giacca nera, e le voci tranquille e sommesse di saluto nell' ingresso dominato da un'immagine della Madonna, il cameriere faceva sovente una smorfia nervosa, e pareva che ammiccasse storcendo gli occhi e il viso, ciò che si mescolò poi a tutte le impressioni della mattinata, come se fosse uno spiritello innocuo e tenuto in dominio. Fra quel mobilio solenne e modesto nel medesimo tem po, in cui predominava lo stile del Settecento come l'ultimo cui si sia fermata l'immagine della solennità e della maestà, al limite dei secoli coi pantaloni lunghi e il cappello a cencio, dei mobili senz'oro e familiari, disadorni e intimi, de l grande avvento borghese, entrò il Cardinale vestito di porpora. Ho veduto anch'io qualche mattina giubilante, e questa fu una; come se il mondo si fosse scordato di tante cose inutili e cattive. E se ci penso, tutte le matti ne giubilanti sono state quelle d'un rito, anche se il rito fu soltanto di indos sare un abito nuovo da ragazzo in un mattino di festa, o di essersi sentito augu rare, ancora non bene sveglio, a dieci o dodici anni, "cento di questi giorni" a ll'alba d'un compleanno, dalla voce improvvisa del padre. Ancora rivedevo i cicl isti tagliare la piazza in pendio e i binari lucidi freddi del tranvai, e i pret i passare il colonnato nell'infinita prospettiva della storia; ma era come il fa tto di un altro mondo. Sapevo che gli assilli e le cure che avevo lasciato fuori mi aspettavano come guardie che si sarebbero messe alle mie calcagna appena fos si uscito. Era anche quell'enorme campana che allentava i chiavistelli e gli sti piti e i sensi. Aveva finito di vibrare come se fosse cessato un vento, e al suo posto scoccò l'ora dallo stesso campanile, senza fretta, che ricordava soltanto i l tempo immortale come la morte. Poiché si sarebbe assistito alla messa nella cappella privata del Cardinale, non s apevo come sarebbe accaduto; il Cardinale parlava con noi bonariamente, e parlav a di anni di vita, di cose familiari di ciascuno, di cose del mondo. Non potevo levarmi dalla mente l'immagine d'una casa mattutina aperta mentre si spazza e si ripulisce ogni angolo sotto la luce casta. Il Cardinale aveva sul viso il rifle sso di quella porpora che una volta per tutte è sul viso del ritratto dell'Innocen zo X di Velasquez, e mi pareva che a furia di parlare latino il suo linguaggio f osse tornato a un colore primitivo, quando l'italiano e il latino erano ancora c onfusi in una ganga, sotto il cretoso strato del dialetto. Questa semplicità e pri mitività della lingua che si ritrova molto spesso tra gli ecclesiastici, dava il v ero senso a quella porpora, ricordava il popolo; e anche quel viso purpureo era

vestito di nero. quella che in qualche vecchio testo di lingua italiana si sposa a una tradizione realistic a e ferma. dei biscotti e dei dolci. dei lunghi assedi e della Rupe Tarpea. umile e vissuta. cominciò la sua mattinata. quel tono.un viso di popolano. alla fine. soltanto che negli occhi la vecchia esperienza del popolo e ra mescolata a una sottile e maliziosa esperienza. di reminiscenze latine. di tutti gl'infin iti tenuissimi odori d'una mattina religiosa. confidava tutti i segreti. Poi. vi si a ggiunse l'odore del latte. affidava tutto un potere a lui solo. Ecco restituita agli uomini una gra nde favola. aveva il tono dell'implorazione e del comando. la sapeva più lunga di noi. dava qualcosa di pronto e di guerriero a quel viso a ntico. In ognuno dei suoi gesti e de i suoi atti pareva che egli sentisse l'importanza del costume che indossava. e il latte ricord a i pascoli verdi. nella sua voce. piegava a quel mistero tutte le sue forze. è vera verissima: torna. nella sala da pranzo. lo si sentiva volargli intorno a servirlo con una sollecitudine da angelo. del caffè. Era presente un comunicando. GLI ETRUSCHI E LA CIVILTÀ POPOLARE Lo scoprimento del Colle Capitolino ha messo a nudo la roccia dalla parte setten trionale. e l'uomo che era là sotto celato lo reggeva come si regge il peso d'una responsabilità. E proprio ques to. da un giardinetto pubblico. di non aver mai avvertito così potente quel so ffio creatore di quando il celebrante afferma: "Questo è il Corpo. di non averne colto m ai così bene il contenuto drammatico. una roccia di questa stessa natura. si muove va per lui. ad aspettare. Lo immaginavo nella sala col tronetto. apriva tutta un'esperienza. con un'eco di certe terribili minacce e maledizio ni che si leggono nei Vangeli accanto alla misericordia e mansuetudine. La voce del Cardinale non era più quella. dell'odore mielato della cera. di sensi che si dischiudono. questo stesso senso. è un angolo. un tono volont ario. mescolata alla cadenza d'un dialetto intorno a Roma. in tutta la pompa dei suoi paramenti e con tutt e le sue insegne. Certo. che attesta del primo nucleo di Roma. vengono a mente altre alture come questa. Mentre eravamo sul più vivo del discorso. Devo dire di non aver mai ascoltato una messa come quella. quasi che tutto fosse uno scherzo e una commedia di cui egli conoscesse la fi ne. con un senso di digiuno che si rompe. dei parament i che sanno di vecchio incenso. Il cameriere ve nne ad annunziare non so che generale d'un Ordine. e ne parlò come si pa rla d'un nemico tra familiari. di quelle che davano a noi ragazzi nelle case camp estri dell'infanzia. Fu allora che il sapore di quella lingua che avevamo udito poc 'anzi. proprio quello di cui Roma si volle . A guardare dal Teatro Marcelle. Avevo già notato. Affari di Stato. e questo linguaggio era messo al servizio d'un giovinetto qualunque. essa gli usciva da tutto l'e ssere. d'un rude italiano d a vecchio libro. con l e domande sorprese che avremmo fatte allora. si può guardare lo strapiombo. con l a bugia d'argento e il messale e le ampolle. come se lo consolasse d'un così treme ndo e impari mistero che gli faceva piegare il capo canuto nella più profonda umil iazione. quella nostra prima fantasia intatta. e tornò al suo parlare semplice e al "se' matto!" interessand osi ai fatti del nostro mondo come chi si fa raccontare i costumi degli eschimes i. In quel momento quell'uomo aveva un'altra voce. Il Cardinale si fece s ervire in una ciotola grande. e ancora l'odore d'un vino leggero e amaro che si versava da una bottiglia. E proprio in quel punt o finì la chiara festa di quel mattino. e in questo che è il fondamento del Cristianesimo. Tutta la mattina fu piena dell'aroma del vino nel calice d'argento. s'impastò in un linguaggio unico e potent e. tra la porpora e l'oro. Vennero fuori i nomi di due o tre persone n emiche non di lui ma dei suoi ideali e della sua disciplina. e que lla storia della nostra terza elementare. suscitava per lui tutti i misteri. Siccome lo assisteva un prete. E c'era non so che to no fraterno. a guardarvi. Ricordo che tra le espressioni di cui si serviva. Ai piedi della rocca crescono i cipressi e il verde. di lassù. Già aveva il tono del comando. i luoghi delle città etrusche. I su oi giudizi sulle cose del mondo erano d'una saggezza popolare e rude. egli ricorreva spesso a questa esclamazione: "Se' matto!" frase che io aspettavo con divertimento. della cioccolata. pie no di significato in ogni elemento e colore che lo componeva. e il Cardinale si voltò a parlargli come se parlasse a centinaia di persone. e il cioccolato i mori e i missionari. questo è il Sangu e".

Spiriti grossi. si avverte ancor meglio lo stacco fra una civiltà originaria tutta provinciale e paesana. una s trada si sprofonda umida per una valle. L'Etruria morì coi suoi ultimi uomini ventruti. costumi. Direi anzi che una stretta parentela lega la provincia italiana del Centro con il senso della vita etrusca. Ed ecco che in un paesaggio tanto tranquillo e remoto. L'altura guardata dalla rupe. e come è quella della media Italia. e per non lasciare nella storia a ltro attestato che di una operosità giunta al culmine delle aspirazioni nient'altr o che umane. è radice etrusca. il respiro del mare. la quale doveva essere piut tosto una forma di vita e una mentalità che una civiltà. fra uomini c osì ragionevoli. tradizioni. e dove la pietra di questa natura è divenuta una memoria di luoghi inabitabili. Roma o Ruma non diversa da a ltre castella sulle alture. il limite della civiltà terriera e popolare. rasenta un fortilizio medievale e un vil laggio. Quel colo re. è la minuta civiltà popolare nella grande civiltà nazionale. media delle civiltà antiche. con tutto quanto Roma e a Rinascimento vi hanno saputo fondare. da Bologna a Roma. E non è detto che anche questo non fosse un ve rtice. sottile. Sembra di leggere Boccaccio. da castello a castello. ma senza l'aspirazione delle piramidi che implica una civiltà inumana. un aspetto singolare della Roma di oggi. ritrovare la loro radice qui. Abituati come siamo a considerare le città etrus che finite e sterili per sempre. l'espressione cui si può riportare molta vita del l'Italia centrale. i miti e i simboli nella stori a dei popoli antichi segnano troppo limitatamente la loro strada e impegnano l'a vvenire. come nei vecchi . Facevano tombe al modo degli Egizi. il fiume vicino. e qui tutti contenti di se st essi. ha sapore di Etruria. Forse le vie degl'Inferi erano quelle dei p aesi morti. avevano i loro dii come i Gr eci. etrusca: l'assenza di favole e di miti troppo grevi nella loro storia. la loro vita risuona di anf ore e vasi di terracotta come tutta la vita popolare italiana. aveva empito di favole licenziose l'antichità per la carnalità delle sue donne. senza inquietudini. inquieta. sembra una via segreta come il meato attraverso cui gli antichi immagina vano l'ingresso nel mondo dei morti. ma i n un quadro trionfante. uomo e donna sotto lo stesso lenzuolo. a non si sa che incanto primitivo. com'erano allora quando furono vivi: caste lla e comunità di emigrati cercanti tutta la stessa natura e lo stesso color della terra con un istinto di colonie del mondo animale. Veio è alle porte di Roma. e fin gli oggetti d'uso im portati dai luoghi di origine. qui è continuità. Un mulino scroscia nella valle presso una chiusa e. quella roccia. a settentrione. Tutta la letteratura che sa di popolo. da famiglia a famiglia. morte esterna. avevano avuto i loro dii magri e sottili. attestazione delle o rigini rustiche e terriere come ve ne sono alla radice delle antiche nobiltà. ben sì come case sotto monticelli di terra. accanto alle civiltà perfette. una vita provinciale arrivata alla sua limitata perfezione. quella disposizione del colle. della fine. il ricordo delle terre d'origine. sulla via di Bracciano. Rimase una eredità. specie popolare. il colore della terra. cosmopolita. Una civiltà di prov incia. usi. L'Etruria è il paesanismo italiano arrivato a una espressione perfetta. un Marte succinto con un elmo troppo grande e quasi infantile. nella pietra. Tornano alla niente Veio e Cerveteri che questo paesaggi o stesso hanno in un'aria remota. la sua stessa licenza e la sua giocosità. e uno dei più in teressanti delle ultime scoperte. le sue scalze dee in atto di modeste passa nti. ma in cui t utto rifuggiva dalle astrazioni. questa è l'Etruria spenta e distrutta che si riaffaccia a Roma tra le s ue innumerevoli memorie. buona per vivere fino a che si è in vita. Ce li possiamo figurare. da tribù a tri bù. con quel tanto di misterioso che sorge su u na Italia de' cui inizi parlano tanto familiari e quieti gli Etruschi. altrove la ste ssa cosa è solitudine. è. e quella propriamente rom ana. Si potrebbe seguitare a fantasticare di questi l uoghi sparsi per le alture del Lazio. di una vita paesana che si fosse fermata proprio al punto in cui s'inizia quella che noi chiamiamo civiltà. e a vederne il luogo si capisce che guerra dovette esse re la sua con Roma. silenzio. levati sul cubito. coricati sulle tombe in una rassegnazione e pienezza bu ddistica. ai Latini. come dovette essere quell a di Roma primitiva. A un certo punto della campagna. ma traducevano i temi della Grecia sulla creta. a sorridere.disfare fin nella tradizione: un angolo etrusco. nascevano le aspirazioni di Roma al divino. mercanti che portavano a queste comunità cose per a dornare la vita.

minuta polvere. Nei Romani la stessa morte con le tombe lungo le s . Appunto questa religione dei fiumi. dei deserti. hanno portato nella nostra fantasia il colore d'un popolo. dell'olio. la vita minuta delle donne e dei ragazzi. lampade. alta. un uomo sta lavando certi bùcc heri di fresco scavati in una tomba. È diffic ile vedere più misere rovine di queste. A sedersi sul muricciolo. Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti tipici e unici. che d anno l'idea della mercé moderna a serie. Là sotto si circondava ognuno di questa roba. come se fosse una frana immane. la loro folla è que lla del coro dei drammi e delle tragedie. e non è questa una delle ultime ragioni del potere che i resti della vita et rusca hanno su di noi. nata da ne cessità pratiche. Cerveteri è oggi un paese. hanno uno stile fuori del t empo. il fondamento del tempio di Apollo. orci. dovette esser legata. e apparve soltanto come volontà colletti va sulla via della volontà individuale. e tutta questa mercé d'uso quotidiano: coppe. La terra è incredibilmente molle. il sentimento della gente piccola coi suoi angoli di casa. del vino. i bovi che aspettano il carico. e si conficca come un'arma entro un colle erboso. e il ponte naturale di pietra che lo scavalca. uscendo su uno spiazzo. come passi fatti incerti. l'odore del mosto e del vino dei vicoli. vecchio svago etrusco. e non è che lo smuoversi lento di poca terra sotto di noi. a significati occulti e relig iosi. dei vetri dai colori iridati.stucchi romani. ma di altro mondo e di altri porti. le lastre di pietra della strada e delle fondamenta sconnesse. è il mare che si vede nel fondo delle pianure. Di qui si vede il mare. e lungo il fiume erano le vie dissimulate fra le rocce. e il colore di quella polvere. in cui l'occhio cerca distrattamente il frammentio m inuto dei cocci. di cui non rimane che il disegno delle città e degli e difizi. segni d'una vita eternamente pubblica. e i neri nerissimi rottami di vas i. è un mondo di eroi e di privilegiali. il fiume era la difesa. l'acqua scivola sotto una passerella di legno. Dopo pochi passi un recinto di filo di ferro chiude la necropoli. situle. non c'è un solo rudere in piedi. una ricca fio ritura di orchidee selvatiche. il ricordo perenne dell'acqua necessaria. fondarono le città dei morti che furono in tutto la riproduzione delle loro case. la forma dell a casa nelle loro tombe. e come in u na pianta sono visibili le fondamenta d'un tempio. il campo. m a i grandi magazzini. e cade nella valle: ha una vita di migliaia di anni. la casa rustica. come in certi paesaggi dell'America aborigena. C'era della tribù e della città. ecco qui merci della vita d'ogni gi orno. strumenti per misurare il tempo. come se si ritirasse. solenne. non le tombe somiglierebbero più a questi depositi etruschi. nella letteratura come nella pittura antica. vecchi a strada su cui passano le navi. l'ost eria per chi scende a caccia. Romani e Greci ci hanno lasciato quasi soltanto grandi at testati. A primavera il prato lungo il fiume è pieno di fiori. il fiume che sprofonda tra una vegetazione di fior i d'un altro regno. allo stesso modo si presentano questi numerosi vasi. Quasi consci della loro fine. ma que sti Etruschi. riconoscib ile in tutti i paesi. Ma la voce dell'acqua è là sotto. ciste. l e sue abitudini. della maremma. e gli antiquari ne vendono per raccogliere la cenere delle sigarette. quello stile popolare che spesso è tutt'uno con lo stile arcaico. quelli stessi che acc ompagnano la vita etrusca e il transito suo. non c'è neppure quello che rende quasi allettante il suol o delle necropoli etrusche. sta nel fondo rattrappito. fibbie. i cui nomi maggiori che ci sono pervenuti hanno un suono di casati italiani di vecchio ceppo. Direi che l'archeologia di Veio è tutta in questo fiume ch e la circonda. la visione d'un mercato di p iccole cose comuni. sulla via di accesso che si stan no costruendo gli operai affiorano rottami di orci. brocc he. Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenisse ro rare e preziose. Poi. A occidente del paese è la necropoli: di qui il paese nuovo si confonde col vecchio colore de lla muraglia di tufo su cui è costrutto. che a strapparle mostrano i loro tuberi sotterran ei come attributi sessuali (l'orchidea è un fiore maschile). l'albero. des erto come la terra che è intorno. come accade. la linfa e il bagno. si di rebbe che parli una lingua. niente altro che polvere. Fuori del mul ino sono pochi uomini. miscuglio che dà un colore stretto a quella vita. si vede da vicino lo spolverio minuto e lento d i questa terra. con la sua bella fontana in mezzo alla piazza. compatta e grigia come l'acciaio una strada selciata appare. i suoi bisogni.

Il suolo è coperto di foglie secche cadute dagli alberi giù per lo spacco. letto d'un'infanzia eterna. come se qualcuno si dovesse destare ancora da una sete notturna. lo scudo. le strade che si spartiscono in certi angoli. Macigni fra l'una e l'altra parete formano la volta del corridoio. letto premuroso come se qualcuno lo avesse rincalzato. una luce verde scende dagli alberi che crescono sulla rotta cima del colle e si affacciano sul crepaccio. il l etto dei capi della famiglia è uno solo comune. senza decorazioni. scavata tutta in un blocco di tufo. alle due pareti oppo ste due lettini di pietra separati dalla colonna che regge il soffitto. la spatola della cucina la faina. ma questi paesani con la memoria dei sepol cri orientali fondavano necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui p otevano correre le invasioni e l'aratro solcare senza disturbarli. fin dove l'antro diventa spazioso e la spaccatura raggiunge la cima. non come nelle piccole sepolture d ove i letti sono separati quasi che uomo e donna avessero troppo faticato insiem e nella loro vita. per starvi. il carniere. quel li del padrone e della padrona. all'ingiro.trade dà il senso del lungo cammino. letti di pietra inclinati pei servi che vi erano depos ti a dormire anch'essi l'ultimo sonno. per contenere meglio la donna che. senza servitù. È veramente una montagna spaccata. Qui stanno insieme su un letto scolpito nel tufo e lavorato d i stucchi. e poi la stanza centrale: intorno in torno pel muro i cubicoli della famiglia. appeso dalla s ua parete il ritratto di suo padre. e le due sponde r ialzate ai lati. con qualche pianta di ro se in fiore ai crocicchi (caste e frigide rose delle città morte). con le loro porte. si avvicendava essa alla vita. simile a una t appa. una voce che si leva quaggiù si perde sorda e spenta. il tavolino da notte accanto. divenute sepolcreti. Le pietre radunate nell'antro sono incise dalla luce e dai raggi del sole che a certe ore penetrano come in una camera oscura e v'imprimono la forma dello schermo attrav erso cui passano. Vi si entra per un passaggio basso. si vede il cielo. come in certe case rustich e si passa per la dispensa e per la cucina. lo scalino per salirvi. mangiare. domestica come il gatto. Sullo scalino sono posate le scarpine della signo ra. Ma quei lettucci delle famiglie piccole e modeste! Quello dell'uomo liscio e sco modo. sulla Via Aurelia. e il piatto delle pietanze. le immagini della vita dell'uomo. dell'acqua. In terra. PORTE DELL'ALTRO MONDO Siamo andati a vedere la Montagna Spaccata che si trova quattro chilometri e mez zo a sud di Orbetello. Quello della donna con un cuscino di pietra più inclinato. È lo stesso che affacciarsi alle soglie delle casupole di certi vill aggi: qui è una stanza comune. Quella del sepolcro più grande riproduce il palazzo. per segnare il ritmo di chi rimenava la pasta e di chi vibrava i colpi di sferza delle punizio ni. e un corridoio stretto dal macigno. nel mezzo. e sul tavolino da notte il rotolo d'un libro letto a metà prima di prender sonno. s'odono cantare gli uccelli sulla superficie della terra. Nell'antro le pietre cadute formano come una assemblea. l'arco del cacciatore. come le poste dei suoi cursori. Piccola casa mod esta. e a mette re i piedi sugli scalini. il materasso. se si scoprissero dell a terra che li copre come capanne. di quanti mai passi risuonano. Intorno. La necropoli di Cerveteri ha addirittura la pianta d'una città: una strada nel mezzo con la tra ccia delle ruote dei carri. com e se sopra vi fosse un primo piano. C'è la scala esterna. e solo più tardi. In queste grandi case. si sa. Ognuno di questi luoghi è una casa. dormire. sulla parete centrale. e per la signo ra. per le pareti e per le colonne semp lici e squadrate che reggono il soffitto a travicelli scolpiti nella pietra. e nel me zzo. cioè un poggio alto una sessantina di metri e tagliato in due dalla cima alla base. quando ci si accorge che è una città di sepolcri. per il pranzo e per la danza. La luce agisce sulla pietra come un corrosivo su una lastra fo . il bastone. quella umile e quella ampia di grandi e ric che famiglie. un riposti glio coi vasi del vino. il corridoio d'ingresso col muricciolo su cui sono posati i vasi dei viveri. con le sue zolle erbose. la signora ha appeso al muro una collana che si è tolta or ora. vi è riprodotto il letto loro di ferro o di rame. E mentre le voci trascorrenti lassù ris uonano dolci nella caverna. i due c uscini un poco in disordine per avervi vegliato un poco. è inquieta. e infine il famos o flauto che suonava per la caccia. solo allora è come se si vacillasse al bivio d'u n viaggio ultraterreno. l'elmo. si rivelerebbe una c ittà di case basse. portano alla st essa pace e allo stesso silenzio. la spada.

tografica. Cupe e morte sono le altre pietre nell'ombra perenne. Non vi cresce u n filo d'erba e non v'è traccia di vita. Questo è un luogo antico, naturalmente; ed è un luogo etrusco. Era forse un passaggi o per sbucare al coperto da una parte all'altra del colle. Ma, e forse meglio, f u un luogo di riunione per qualche rito. Gente di passaggio sull'Aurelia scende verso questa parte, pel viale dei giovani cipressi, perché la Montagna Spaccata co mincia ad avere i suoi visitatori. La misteriosa caverna è più accessibile oggi a ge nte che arriva da trecento chilometri lontano che non anticamente alla gente etr usca della città di Cossa che viveva sul colle accanto. Lo spazio era un fatto che contava per gli antichi nella stessa misura che esso non conta per noi. I racco nti prolungavano le distanze, e il mistero che è la potenza delle distanze. E poi, i luoghi sacri hanno il potere di creare intorno a sé una zona di lontananza. Dappertutto, nel mondo antico, si trovano luoghi come questi, latebre, lustri, r ecessi, spechi. E mi piace immaginare gli antichi ai quali le distanze appaiono enormi, anche quelle più familiari, come ragazzi ai quali gli angoli tra le stesse mura domestiche sembrano da esplorare o inesplorati; in essi trovano riparo nel le ore dei sogni e delle fantasticherie, fino a credere d'essere addirittura inv isibili nascondendosi sotto un tavolo. Non altrimenti l'uomo antico, e ancor ogg i l'uomo primitivo, vedeva le distanze che lo separavano da alcuni luoghi della terra; tutti e due, l'antico e il primitivo, sedentari non soltanto perché forniti di mezzi di trasporto lenti, ma perché, dovendosi muovere non per altro che per b isogno, poco avvezzi ai viaggi. Ma soprattutto il fanciullesco amore del nascond iglio accomuna l'antico e il primitivo; e il fatto di vietarsi alcune strade per ché spiranti mistero appena vi cresca un ciuffo d'alberi o vi sia una grotta. Oltr e l'orizzonte dove si ferma lo sguardo, essi mettono una favola. Basta, per ques to, sentire come in molti luoghi dell'Oriente e del Mediterraneo la gente fantas tica ancora di luoghi lontani, e come d'altra parte appaiono misteriosi i vianda nti, i pellegrini, i pastori, che per l'appunto fanno molto cammino. Ma, forse, non si tratta soltanto di abitudine ai viaggi, quanto d'un potere fan tastico proprio dell'infanzia degli uomini e dei popoli, d'una facoltà di animare ogni aspetto singolare della terra e di scorgervi un divieto sul quale nessuno c erca di procurarsi una testimonianza dei propri occhi. Noi stessi, andando a vis itare tali luoghi, torniamo insensibilmente all'infanzia nostra e del mondo, ent riamo in detti luoghi come un tempo della nostra fanciullezza scendevamo nella stanza più remota e oscura della casa come in un mondo animato d'una vita oc culta che ci sbigottiva. Per un poco vi crediamo ancora, tanto questo sentimento è radicato nell'animo umano, e risponde naturalmente a un suo bisogno. Un luogo dove questo potere fantastico degli antichi si manifesta con tutta la s ua ingenuità e forza, è l'Antro detto della Sibilla a Cuma. Qui la Sibilla dava i su oi responsi, qui era il passaggio per gl'Inferi, qui le rive del sotterraneo fiu me dei morti cui la Sibilla era guardiana. Questo luogo esercitò su tutto il mondo antico un'importanza tanto grande da fornire poi per tutti i secoli avvenire e alla stessa nuova religione un'immagine plastica del mondo ultraterreno. Il paes aggio intorno, tra il lago Lucrino e il monte, non ha nulla di singolare se non la solitudine che è propria di luoghi carichi di tanto significato, una solitudine rimasta incantata nei suoi molti secoli, e che fa pensare se non sia proprio un a coincidenza singolare che tali luoghi non siano mai popolati, quasi nascondigl i e bracci morti della natura. C'è quel pallore, sulla terra, sul lago, sul colle, e poi su ogni aspetto intorno per un lungo tratto, che fa del paesaggio una mem oria. La porta non è un così grande ingresso quale si potrebbe immaginare da una fan tasia moderna avvezza alla scenografia della letteratura e del cinema; è appena un passaggio, un meato, e di là comincia il gran viaggio. Tutto intorno alla porta, centinaia di biglietti da visita coi nomi dei visitatori, evocano nomi diversi d 'ogni terra. I biglietti, l'uno sull'altro, sembrano foglie cadute del grande al bero della vita. Stetti a guardare come i due uomini che ci dovevano servire da guida si cavavano i pantaloni per guadare la corrente sotterranea; un gesto simile, non guardabil e e da farsi in segreto, compiuto sotto gli occhi dei visitatori, nonché ridicolo poteva apparire grave e terribile; forse come a vedere qualcuno che si appresta ad eseguire una tortura. Era un gesto professionale; forse quegli uomini, di pad

re in figlio, avevano portato sulle spalle per lunga tradizione i visitatori del l'antro. E poi, come i due uomini portavano i pantaloni ripiegati sul braccio, q uasi che in una vita anteriore avessero avvolto intorno al braccio un mantello. I napoletani hanno a volte atteggiamenti da farvi rimanere a bocca aperta pel mo do con cui nobilitano o rendono naturali certi atti di cui chiunque altro si ver gognerebbe. I due traghettatori sono le migliori guide per una visita come questa: caricando vi sulle spalle per passare il fiume sotterraneo, vi fanno sentire di aver porta to mezza umanità sulle spalle, e di tutte le razze ed età; vi adattano con un gesto, una parola, uno scrollo; hanno una vecchia conoscenza del carico umano, con man o sicura fanno sentire una scienza della meccanica del corpo umano. Si vedono al lontanarsi col carico sulle spalle, per l'acqua di cui non si scorge il fondo, n ella grotta bassa e oscura al lume della lampada ad acetilene. Si sentono le lor o parole morte sull'altra riva, si scorge qualcuno posato laggiù che aspetta, che forse ha un vago terrore di essere lasciato solo mentre quelli tornano indietro a traghettare altri. Laggiù un amico, vi parla, come se la consuetudine di questa vita si perpetuasse nel sogno di quell'altra; tra due sogni: e le parole si spen gono nella profondità, e si vede soltanto una bocca muoversi come nella visione d' un mondo senza più suono. Da quanto tempo si compie lo stesso lavoro in quest'antro? È incalcolabile. E torn ano a mente i mille e mille biglietti bianchi che attestano il passaggio da quel la porta; messi insieme, l'uno sull'altro come l'ala d'un grande e fatale uccell o bianco inchiodata sulla soglia. Poi i due portatori, seri e attenti, dimostran o come erano dati i responsi della Sibilla; lo fanno con poche parole: uno indic a un tettuccio di pietra sulle rive incassate del fiume su cui i passi infiniti hanno improntata la pietra, ed è il lettuccio della Sibilla: vi si sdraia come la Sibilla, sul letto di pietra e sul cuscino di pietra, mentre l'altro si affaccia da un pertugio che comunica con la stanza accanto e mostra il viso di chi atten de la sorte. Fanno queste cose con poche parole: appaiono e dispaiono animando l 'antro e rappresentando l'antica favola del mondo in cui discesero Enea e Virgil io e Dante. Sembra un gioco di ragazzi, e una rappresentazione popolare. Ma solt anto perciò tutto è ancora vivo. E non dimenticherò come i due uomini prendono il prez zo del traghetto, e con quali augurii per la strada che ci aspettava. E come a u n certo punto passati al di là dal fiume letale, ci fermarono in una cella, davant i a un muro interrato, dicendo che il passaggio era interrotto, ma che di là si tr ovava l'altro mondo. Quanto era distante tutto questo? Come erano lontane le riv e del fiume? Come era grande il giaciglio della Sibilla? Mi parve tutto grande e breve nello stesso tempo, una misura difficile, la misura delle favole e della vita antica. LA FIERA DELL'IMPRUNETA Quel giorno, d'ottobre, la Toscana usciva da un temporale d'autunno, il cielo er a grigio e azzurro, e l'azzurro degli ulivi e degli olmi cui si appoggiavano le viti, e il colore finito delle viti autunnali, facevano di tutta la regione del Chianti un grande specchio del cielo e delle chiare nubi al limite dell'orizzont e. Tutto azzurro e grigio, d'un color minerale, in cui i cipressi venivano avant i neri tra quella chiarezza di colori metallica, e l'aria limpida e i campi eran o tenuti a guardia da cotesti cipressi come gente accorsa sulla soglia d'un camp o e d'un casolare. La piazza dell'Impruneta, per chi non la conosca, ha una sing olarità: che vi si accede dal ciglio d'un colle; la piazza si stende in pendio, la ggiù è il famoso campanile con la chiesa raccolta fra due ali di case; sul fondo, di etro il campanile e la chiesa, il monte delle Sante Marie, una collina sormontat a da una croce di legno con le braccia assai larghe; questa collina ripete l'imm agine della chiesa e forma con essa una sola architettura. Il ciglio del colle, prima che arrivassimo sulla piazza, era irto delle stanghe dei carrettini; dall'altro lato della strada da un muricciolo si affacciavano le teste più attente di asini e di muli: coi loro nitriti c'introducevano alla fiera , e per un poco non si sentiva altro. Ma poi, affacciandoci sull'altro versante del colle, si vide la piazza e tutta quella folla. Un torchio gigantesco, rimast o in mezzo alla piazza dalla festa dell'uva del giorno avanti, pareva un monumen to naturale, posto com'era nel paese più prospero del Chianti, e nel centro di que

lle famose vigne. C'era una gran folla, gente venuta da Firenze, borghesi e popo lani, contadini e fattori dei dintorni con le loro donne. I soli colori accesi c he si vedessero erano i fazzoletti turchini e rossi annodati al collo di certi c ontadini. La piazza in pendio è grande e sembra grandissima, appunto per la disposizione dei suoi piani; i movimenti della folla, come di un selciato disposto a onde, le da vano una più grandiosa dimensione. Guardandosi indietro per la piazza in salita, s i scorgevano tutte le cose, gli uomini, gli edifizi, gli animali, come su una ri balta inclinata; in certi angoli che parevano piccoli palcoscenici, nelle terraz ze delle trattorie, gente mangiava ai tavoli apparecchiati; sembravano in un int erno lontano; non so come, il ritmo delle braccia che portavano i cibi alla bocc a dominava quella scena, era il movimento gigantesco e multiplo di quella folla. Una folla silenziosa o quasi, tra cui le donne si aggiravano col viso smarrito e col tremore e il pallore che prende le donne, quali che siano, quando si trova no in una di queste feste, come se sentissero potente e selvaggia la forza dell' uomo. Era forse questo che dava un sottile senso d'inquietudine e di vicina cata strofe, un tremore di attesa, una vibrazione come alla presenza di forze occulte , e ad aggirarsi in un mondo in cui i contatti erano facili, come accade nelle f este, pareva d'impastarsi in un elemento umano, senza ripugnanze e senza pensier i. È proprio questo che dà ad altre feste popolari, sotto altri cieli, quell'ebbrezz a per cui la folla grida, canta, balla, in un'esaltazione collettiva, in cui la felicità, i dolori, le speranze, acquistano un unico senso, e i tripudi e i deliqu i mistici hanno gli stessi moventi. Qui tutto pareva calmo, semplice, lieto; le grida dei venditori che richiamavano l'attenzione sulle loro merci e incitavano a mangiare e a bere, suonavano come sferze su quella folla, con quel tanto di co nturbante che hanno le voci umane in un'accolta di persone. Dicono della sessual ità che si scatena nelle feste. Non è proprio questo: è la gioia di confondersi, in un freno rotto, il piacere di rimpastarsi in una materia vivente, l'abolizione di ogni antipatia nel ritrovarsi e nel fondersi in una solidarietà di natura animale. Altrove questo diventa facilmente esaltazione. Qui, tra un popolo civilissimo, quell'enorme festino, quella gioia del mangiare e del bere, parevano la celebraz ione estrema di un rito perduto, ma vivo nella memoria profonda degl'istinti. Er a facile ricordare la suprema indifferenza etrusca fra i beni della terra, il se nso di pace beata e di pienezza, quella del ventre pieno che li stende sui loro lettucci e li avvicina alla contemplazione. Si sa quanto son parchi i toscani, e come sono parsimoniosi; è la loro parsimonia che per l'appunto dà un valore tanto più grande alle cose; alla fiera dell'Impruneta le cose del vivere vi sono profuse come in una scommessa annuale, con la larghe zza cautelosa del popolo, col rispetto che ha il popolo per le cose necessarie a lla vita, che da questo rispetto escono quasi consacrate e che sono il segreto d ella vita antica popolare, il più aperto contrasto con lo sfascio di merci della c iviltà moderna. La piazza era piena di venditori soliti, quelli che portano alle f iere gli elementari manufatti dell'industria, rimasta per queste cose sempre all o stesso gusto e allo stesso colore. Ma lungo le fiancate della chiesa e sino alla fine del paese, c'è il banchetto più s traordinario che si possa vedere. Vi si tengono banchi di cibi, vini, sacchi di pane, e accanto a questi banchi le tavole apparecchiate e le comitive che mangia no col dispensiere allato. È come la conclusione dell'anno, il vino divenuto più sod o e già vecchio, la porchetta tenerissima, i polli buoni dopo le covate estive: ma bisogna vedere i tagli diligenti, i modi gelosi e solenni di presentarli, un pa radiso delle gole semplici, o di quelle sciupate ai mangiari raffinati, un ritor no alle manipolazioni originali, un vero museo dell'arte regionale nella cucina: le soppressate sembrano di alabastro, il taglio della porchetta crocchia sotto il coltello, e gli aromi dell'erbe necessarie a queste cose hanno l'alito delle case al tempo dei raccolti estivi. E questa non è che l'introduzione alla grande s cena che Callot non ha forse veduto o non è riuscito ad annotare, e che gli avrebb e dato uno di quei temi come la scena degl'impiccati o le sue folle di straccion i. Voglio dire, il viale dei polli arrosto. Da una parte e dall'altra della strada, per un buon tratto di cento metri, due f ile di rosticcieri improvvisati manovrano ciascuno quattro o cinque girarrosti;

col suo azz urro e coi suoi grigi lontananti e divenuti più duri e più freddi e più sereni a mano a mano che declinava il giorno. e solo quando la mandata er a in ordine gridava le lodi della sua cottura. Le braci. parevano un'antica fantasia popolare. Tra questi fumi di arrosto e di vino. Il rosticciere ne regolava i movimenti con attenzione girando lentamente la ruot a che mette in movimento gli schidioni. Proprio così. tutti insieme. Le donne o ra tuffavano le mani in quei resti lubrici e rossi per portarli a qualche mercat ino di città. quella grassa abbondan za e insieme pulita e composta. quello scialare in cui non si vedeva un solo ubr iaco. in tutte le stanze. e i l rosticciere badava che il fuoco li colorisse bene. E un senso diffuso di una festa finita. q ualche vecchio castello tra i vapori sfolgoranti lontano. sotto. gl'inservienti infilzavano intorno ad al tri spiedi la nuova mandata. C'era un intero edilizio sgombrato in tutti i piani. di rose sfiorite e di giardini autunnali. altre l'olio. A lei si aggiunse più tardi u na vestita di verde. anch'essa piena di gen te. ben gialli. Di tutti quei polli non rimanevano alla fine che le viscere e le rigaglie in grandi ceste. e da una parte all'altra era tutta una sinfonia di giallo che andava dal rosso di Siena degli animali già a puntino al giallo zaffera no di quelli da rosolare. accanto ai bicchieri vuoti i brividi dell'autunno e quelli del vino si confondevano in uno. si scorgeva per ogni spiazzo del paese gente seduta a tavola.ai lunghi schidioni sono infilati una dozzina di polli. e sembravano vecchi àuguri. e la folla si mosse andando verso la cima del monte a visitare il cimitero che lo domina. si scorgeva la folla seduta a mangiare. e questa abbondanza era muta. A levare gli occhi si scorgeva la vallata di qua verso il fiume Ema. Più oltre il dilungarsi dei campi e dei colli della Greve. col sapore e l'odore del vino del Chianti. apparta mento per appartamento. le donne spargevano il sale da una gran cartata. volatizzavano e diffondevano l'odore dell'arrosto. dei so liti nelle fiere. i polli divenire marrone e rinseccolirsi con la stessa tristezza di un fiore che appassisce. quel sapore vecchio. un uomo che girava su un carosello. e ancora i cipressi de i casolari e dei cancelli che guardavano esclamando verso di noi. e sono cinqu anta polli che si rosolano insieme sul rettangolo della brace in terra. le teste con le lor var ie penne come dipinte da un pennellino sottile in una stampa chinese. l'aroma di quell'arrosto. l'altro di là. c'era gente che mangiava. Dall'alto della terrazza. e intorno a lei mi pareva che tutti girassero in un'armonia. la collina delle Sante Marie si levava davanti a noi investita dal sole avvinato. Si poteva stare un pezzo a osservare la sapienza di quella cottu ra. in cu i ella rappresentasse il simbolo di una qualche virtù. e le scene dei venditori allineati coi loro apparecchi e i fuochi uno accant o all'altro. e bastava un attimo perché si notasse un colore troppo bruc iato e risecchito come di certi polli di cartone che si servono ai finti pranzi delle commedie. e da quello spettacolo. il rumore diff uso degli organetti e delle chitarre dei cantori ambulanti si mescolava al tinti nnio delle stoviglie. coi movimenti leggiadri che hanno gli uomini veduti da lontano in folla. . di cosa lungamente conserva ta. le due donne. tra lo smeraldo dei prati autunnali. tutti in un medesimo len tissimo ondeggiamento ma in diverse direzioni. già fredda. Ma la visione di quella mate ria in continua trasformazione. poi il sottobosco non fu che uno svolazzare di carte in cui erano state involtate le cene. A nche questo. Cominciava la sera. Nei corridoi i contabili segna vano le portate su grandi fogli. di qual vecchio rito faceva parte? A un certo punto vidi una figura di donna vestita di rosso in un prato sulla chi na del colle. o profetesse che scrutavano la sorte sulle viscere degli animali. capitate là da un affres co. quasi un migliaio su tutta la strada. Un apparecchio girava di qua. ogni angolo della casa era occupato da una foll a già seria all'ultimo bicchiere. Le carni rosolate trascoloravano in breve per tutte le gradazioni del giallo. Tra p oco avremmo veduto quello straordinario viale già alla fine dei pranzi e della fes ta. osservandone i colori con l'occhi o attento di un pittore. e. Esse erano forse due Virtù. Sotto quei pini. e per poco stettero sole e ferme in quel ritmo di uomini ch e scendevano e salivano. pareva volare in sogno e con una leggerezza di ebbrezza. dopo la festa. da quella sinfonia di od ori sembrava di uscire a rivedere una luce sublime.

. Quest'anno sono rimasti a casa quando?" "Un giorno su trecento". e la domenica fino a sera stann o a casa. potete pensare . un altro ancora. aggiunse il padrone de La Pace. disse il padrone de La Pace." "È il miglior motopeschereccio di Santo Stefano"." In quel momento passava traballando. conosciuto i mari fino al Lev ante e alla Spagna. l'autocarro col rimorchio del Monte Argentaro. Questi autocarri si muovono la sera. "Ma quel giorno non si poteva uscire. Anche col tempo peggiore tornano a casa con un buon carico". sette uomini d'equipaggio. Ma c'è la sua ragione. Io non desidero altro che di cavarmela." "E ormai fanno doppino due volte la settimana. Soltanto quindici. riempiendo di sé tutto l'abitato. quanto lo pagano? Una e venticinque. "A Roma. E così tutti i giorni. e sovratutto secondo le sue esperienze. di'?" "Quindici.". "Lo avete visto il Montargentaro? Si riconosce subito perché non somiglia a nessun altro. perché ho delle spese: la nafta. disse riflessivamente il signor Loffredo. caro signore. dissi io. Egli parlava del resto sempre sottovoce. "Il pesce costa così caro". Poi un altro . il più reputato peschereccio appunto dell'Argentaro. "Sborsate una sull'altra". e non pagano un soldo. Poi ne hanno seppellito quattrocento quintali. Il lavoro. Sapete che cos'è un doppino? Quando i marinai stanno in mare due giorni e due notti. con quella discrezione che è propria dei marinai. È cibo. Gli uomini che aiutano a scaricare sono due e dormono a b ordo. Ma non erano buone giornate." "Magari fossero due lire!" mormorò il signor Loffredo." "Tutto l'equipaggio è di Port'Ercole. È uno di Port'Ercole." "Ma lo pagano. riflessivamente." Il signor Loffredo disse questo sottovoce." "Vorrei imbarcarmi per un doppino". . "Già. "Ma dico. non sono in mare tutti i giorni?" "Tutti i giorni?" "Trecento giorni dell'anno. La notte sul sabato. disse il signor Loffredo." "Pagano? Vi comunicano che è invenduto." "È lavoro. e la nave che è costata centosettantacinquemila lire. è nutrimento. dico io. è grazia di Dio. Difatti è un po' tozzo. Quando fu varato due anni e mezzo fa. Ieri l'altro tornarono dopo tr e giorni. due lire il chilo al massimo. "Ma andatelo a dire un po' a loro. e che dipende da elementi tanto incerti: il mare. Arrivano alle due di mattina a Roma . sono nuovamente all'Argentaro verso le quattro . i pescatori. sopravvanza ndo le case più basse. dice il padrone de La Pace. Ma ha un cap opesca che sa il fatto suo. che non aveva ancora parlato. Tutti i giorni. "E del resto. Quanto lo pagano ai Mercati Gene rali? Di'. tutti dissero che sarebbe andato s ubito a fondo. Il signor Loffredo aggiunse: "Io non mi occupo di quello che pescano gli altri. "A Roma". avendo n avigato per venticinque anni a bordo d'un veliero. "Sapete quanto pesce hanno buttato come rifiuto il giorno anniversario dell'Impe ro? Quattrocento quintali." "C'è anche questo". ch'egli aveva fatto costruire seco ndo le sue idee e i suoi gusti. è lavoro". potrebbero venderlo in tempo a prezzo basso. disse il padrone de La Pace. Quanti quintali. di quanti pescatori. la cautela." "Come? Hai tutta gente di Port'Ercole?" Poi rivolto a me: "Vanno lontano." "Diciotto quintali. ripartono alle nove di mattina. "Quanto ha portato ieri sera?" "Diciotto. Ora è l'uso che non rimangono a casa se non quando il mare è proprio catti vo. in posti che nessuno conosce. E non dicono dov e vanno. e i viaggiatori della li nea di Pisa li vedono sulla strada rotabile. s'è stabilita una specie di gara.I PESCATORI DELL'ARGENTARO Il signor Loffredo era il proprietario del motopeschereccio Montargentaro. avete inteso? Tiene il primato di questi posti.. Avevano telegrafato a tutti i porti d'Italia: mandate pesce. quasi il timore di guastare col pensiero q ualcosa che sta accadendo.

bisogna far saltare i massi c on le mine. tanto sono abituate a una fatica troppo pesante. la gente cerca il mare. Qui invece la pietra è troppa. Ma il vino prezioso non spunta più. ricco. guidando la motocicletta dopo aver guidato il suo motore in mar e. Anche qui all'Argentalo ho trovato la stessa condizione. disse il signor Loffredo. e bisogna d ar da mangiare ai ragazzi. Bis ogna chiedere a qualche altro elemento le risorse per vivere e per ripiantare la vite. che viaggia. non ha nulla di pittoresco per impressionare gli uomini."Va bene". vedere la vigna spogliarsi. Tra le arti che gli uomini dell'Argenta ro sanno esercitare è questa della pietra. per cui la v ite s'era adattata al luogo. Ne ha distrutte alle Cinque Terre. motopescherecci. paranze. s i è stabilita a Bocca di Magra. liberare la poca terra che è buona. Ric ordo per esempio che una materia prima che manca alla Russia è la pietra. Sul lavoro dei padri messo su con le mani aride dei cavat ori di pietra. o al Caucaso. in un vagone di terza classe. faticoso e duro ma pulito. secondo i pochi soldi raggranellati e le economie degli uomini che navigano. a un terremot o. ha fatto una notte di pesca e un'altra la farà in viaggio. q ualcuno parte dalla costa dell'Adriatico. sonoro e lucente. e su questa piantare la vite. trasportare per la costruzione del le fabbriche la troppa pietra che rimane. che ricorda architettu re di mondi primitivi. enorme. di fficili da colmare i binari dei treni. i mercati. Ero distante appena centocinqua nta chilometri da Roma. mentre le donne rimaste a casa. la vita è piena di gente ch e passa. forte d'una forza quasi naturale. separata. Per via di questo l avoro ingrato una colonia intera di marchigiani ha abbandonato quelle rive. Dove la terra è difficile. e da quel flagello che ha distrutto in pochi anni molte vigne: la fillossera. dopo anni di selezione. con la sua scatol a di zinco. La notte è di quelli che tentano dalle spiagge più remote di raggiungere le città. Molti sono spint i dalle cattive annate. riprender la lotta che è già tanto acerba quando la vite è viva e sana. pe r accostarsi alla terra. baccelli. Conosco gente ostinata. . paziente. tanto essa è divenuta complessa. Questa dell' Argentaro è una. l'Argentare! Sul magro promontorio che dove c'è un riparo o un muricciolo o un poco d'acqua matura buono l'arancio. Poi più tardi la motocicletta di qualcuno che portava un carico al mercato di qualche città vicina . La pietra è a suo modo una ricchezza. porta pochi chili di triglie o di sogl iole. La notte è di questa vita occulta che reca viveri verso le città assediate dai bis ogni. col suo carico di pesca su un rimorchio. quelli che portano pane e uova. perciò quasi tutta la contrada è fatta di abi tazioni di legno. arida. rip iantano la vite giovane filo per filo. stretto m a folto. Questo equivale a un disastro. colmare la fossa. che dove si può si pianta un orto. È l a storia della Liguria. per tutto lo stivale. Non ve n 'è fino agli Urali. e perciò le strade sono difficili da costruire." Gli autocarri avevano svoltato la punta tra un nuvolo di polvere. gli uomini hanno armato barche. "Quando volete. verso i luoghi che comperano facilmente. è un capitolo fra i tanti dell'epica del lavoro italiano. qualche superstite vi pianta qualche ortaggio: pise lli. La pesca sull'Adriatico è difficile. Il proble ma delle strade in Russia è un problema secolare da cui dipendono molte cose nella pace e nella guerra. cento migl ia a settentrione di Roma. con le mani intirizzite e dure che non riescono più a stringere un' altra mano. superati Messina e il golfo di Salerno. sempre in lotta ma tutti gli anni pieno di n uovi figli come un mai smesso atto di fede nel domani. che va peregrinando in cerca del guadagno della giornata. e ri salendo il mare. Scalare un colle di roc cia. Questo dramma si svol ge silenziosamente. il mare ha pochi approdi. su questo monumento della ostinazione italiana. e i vecchi. Intanto l a popolazione ai piedi delle montagne si moltiplica incredibilmente. dalle Marche. mentre qualcuno. e tentano tutti i giorni le fortune del mare. che non sanno ormai cos'è la vita. carciofi. una vigna. La fillossera ha portato la rovina. disporlo a terrazze di pietra squadrata. Con un co sì bel nome. portare lassù la terra a sacchi. e i vignaiuoli sono sta ti costretti a mettersi in mare. bisogna lavorare seminudi in acqua. d'inverno. aveva formato una specie famosa per tutte le contra de dei vignaiuoli. e mi trovavo in un mondo estremamente lontano. C'è penuria di pietra come da noi c'è mancanza di terra. bionda e fertile. Per istrada incrocia altra gente. intisichire. Ma dove c'è il modo di tenersi al riparo. e niente è più crudo di questi bastioni di pietra costruiti in modo ciclopico.

spigolatura. d'una marcia in guerra. Sapete che c'è? Da quando siamo noi qui s'è stabilita una gara. n e vuoto un fiasco per pasto. aspettan o. De v'essere questa un'operazione consueta. il principio d'un lavoro. liscia come un muro. lungi dal dare l'idea della povertà. A bordo il più giovane fa da mangiare. gente va verso i fiumi dolci. Hanno già visi d'uomini. Quelli dell'Argentaro hanno armato una trentina di motopescherecci. Che ci si può fare? Facciamo la gara. "Per la pesca". Quando sono in porto si fanno visita e passano il t empo insieme." Sabatino Ferdinando è entrato per ultimo sotto il castello di poppa dove sono racc olti. corrono dove si possa ricavare qualcosa dalla natura e dagli uomini. dove è stato fatto un r accolto la cui spigolatura promette di guadagnare la giornata. quando sono a terra. ai ragazzi e ai vecch i che vanno a piedi. Dalle case piene di figli ve ngono a sapere dove è passato qualcosa che sia il loro bene. una trama tessuta giorno per giorno in una vita comune e in cui è difficile entrare. È una di quelle . e di anno in anno sc ende in mare una nuova flottiglia di naviganti. Loro sono navigatori a vela da togliercisi il cappello. "Eccoli: tutti portercolesi. navigazione. oltre alle p aranze. Ma in mare non ne tocco". qu attro da una parte e quattro dall'altra. buoni per fare un po' d i fuoco. nove pescatori. pronti a tutto. la corsa verso tutto quello che è buono e utile.Se fosse in una qualunque altra nazione. all'alba. Quelli che non possono. La giornata è la preoccupazione esatta di tutti. Alle spalle di questo promontorio di cui i viaggiatori possono vedere il profilo passando davanti alla laguna di Orbetello. alle ragazze sedute in groppa agli asini. Ci misero in barca invece di mandarci a scuola. A tratti ridono. un individuo ripia nta una fila di viti sul più alto terrazzo di pietra. Uno dei pescatori sta riempiendo un bic chiere e lo passa volta a volta agli uomini che stanno intorno. La vorano a bordo d'un altro peschereccio. I ragazzi si fermano alle case per chiedere un sorso d'acqua da bere. A piedi. Posa il bicchiere vuoto sul tavolo. Hanno un dialetto toscano in cui qualche costrutto napoletano. con un ultimo frizzo. e ha otto cuccette col materasso. Ognuno che beve alza il bicchiere e mi dice: "Salute". "E voi non bevete?" Il capobarca Sabatino Ferdinando non beve: "Di questo io. E bisogna dire che. Ma noi di Port'Erc ole siamo pescatori dall'età di cinque anni. brullo e selvaggio. dà un colore a tutto i l paesaggio. Trio nfante. a piombo. Sei soltanto di questi sono i miei marinai. mi disse Sabatino Ferdinando. intorno al tavolo. la coperta. alla gente che va in frotta sulle biciclette. Poiché è in Italia. sarebbe spopolato. t utto quanto fa questo pugno d'uomini aggrappato alla roccia riporta alla mente u na saggia amministrazione." Difatti i tre uscivano. La pietra del terrazzo è esatt a. e in Toscana. disperato. salutavano allegri. qual che accento ligure. o in piedi. Ancora uno sforzo. seguitando il filo di un discorso che io non int endo. questo sarebbe il loro mestiere dopo quello di vignaiuoli e di agricoltori. e in Maremma. Tutti si fanno attenti a un tale atto. di una lotta. Tornano la sera. il salvagente. Veramente sono famosi per la navigazione a vela. Ci si nasce a queste cose. "Questo più giovane è il cuoco. della Corsica e della Sardegna lontane. steso in mare come un satellite dell 'Elba vicina. seduti sulle pan che. v'è la grande distesa della Maremma. Sono tutti pare nti. sono in boccio l'uo mo destinato a una delle vite più faticate del mondo. o dove le telline sono ficcate nella sabbia. Questo è l'unico motopeschereccio che pos sieda un tavolo. ricordano la grande comunanza del mare. la misura per dividere il tempo e per calcolare la vita. Il più giovane della compagnia prende il fiasco smezzato e ci versa dell'acqua. c he è di quelli che preparano le partenze. una ristrettezza previdente e di tipo familiare. pesca. dopo anni di lavoro. Di mese in mese si leva una casa nuova. Un simile impiego dei giorni. e domandano se vole te comperare telline. d'anno in anno strappa qu alcosa alla natura. il capopesca del Montargentaro. "p er la pesca bisogna che lascino fare a noi di Port'Ercole. dietro alle spall e del padre. le rive sabbiose dove la furia invernale ha trascinato i tronchi degli alberi. gli altri tre non c'entrano." I portercolesi ridono tra loro.

e già calcol avano la cifra annunziata all'arrivo in porto. L'agitò un poco per vedere se camminava." Questo legame promesso. Appoggiato al finestrino. l'idea che in quell'ora i trenta motopescherecci dell'Ar gentaro erano in mare. Ma gli altri come se ancora il rischio e i pericoli li avessero sfiorati al primo vento della gioventù. la panca da cui si era levato. Nella stiva c'era il ghiaccio. il sacrificio. "Lui solo". Mi trovavo nel mezzo della più semplice espressione della vita moderna: l'ansia del lavoro quotidiano. quotidian amente si propongono questo problema: se il mare darà a loro i quindici o venti qu intali che occorrono per strappare la vita e per dare da mangiare ai figli e all a madre di questi. Si capiva che tutti e sei ubbidivano a un'occhiata di Sabatino per il s uo prestigio e per un diritto di parentela. Perché un pescatore ha un minimo di paga sulle dieci lire. e si arrotol ava una sigaretta da un pacchetto di trinciato che poco prima avevo veduto sul t avolo. indurito dalla vita. nuovo. col rumore del motore che si attutiva nell'imme nsità e faceva pensare a quando si sente palpitare di lontano. ma lo diverrà: è fidanzato d'una mia nipote. e vo lgeva a me un viso stranamente infantile. con una cura simile a quella di chi bada alle facc ende di casa. mi accorsi di un Crocifisso fissato sulla travata di fond o. e lo posò in una cuccetta vuota. tirammo su le reti con un gran peso. cercavano la profondità propizia alle loro reti. e po i cinque lire per ogni tonnellata di pesce che si riesce a tirare a bordo. era come se ammettesse in un'intimità solidale qualcuno ch e ne fosse fuori indebitamente. da una casa sicura. una vecchia sveglia di quelle che si preme u n bottone per interrompere il suono del campanello. e tenen do docilmente il timone di quercia. ma. che termina ogni ventiquattr'ore e si ri nnova per altre ventiquattr'ore: l'ansia di domani. mi disse il capopesca. Il lavoro. e già con un viso più forte e solcato. o mediterranee. il punto d'onore. sette uomini cercavano nel mare grande l'incognita della fortuna uguale per trecento giorni dell'anno. Contava la gara. Era uno di quei tipi popolari italiani che si riconoscono come d'una famiglia. dei lavori e delle opere che vanno terminati in un breve giro di ore. "Figuratevi". lucido come un legno prezioso. Si staccò da noi e cercò in una custodia di legno. Il cielo non prometteva nulla di buono: era gonfio e livido. "Sono tutti cugini e parenti". la fatica. Oggi non saprei dire. un Crocifisso di ottone nella luce rosa della lampadina appesa nel mezzo. e già col passo di chi va al lavoro. "che l'altro giorno. mi disse il capopesca Sabatino. E mentre egli to rnava a quella parete. Lesse l'ora. Tutti gli altri erano sposati. e m' indicò il più giovane. Non doveva aver più di quar ant'anni. Il motore cominciò ad andare. quando voi do vevate venire con noi. nella tempesta.compagnie tanto affiatate da lunghi discorsi che basta un'inflessione di voce pe r farli ridere. Uno e ra un poco più avanti negli anni. e d' un tratto fummo nel mare aperto. Sabatino. sano. Quella volta il mare era discreto. t ra altri fiaschi e bottiglie. E non avevano quasi importanza i quindici o venti quintali di pesca. Sabatino con un gesto consueto legò con una funicella. Il ca popesca il doppio. I sei giovani andarono. il capopesca . il petto nudo. Ne l cielo si vedeva l'albero della nave passare come se indicasse qualche stella c he brillava pallida tra la coltre dello scirocco. Brillò il faro alla svolta. I tre ospiti uscirono. Erano le undici e mezzo. Sette uomini in un'imbarcazione che affronta quotidianamente la sorte. un'espressione non consu mata da convenienze. il dolore." Si mise a guardare il cielo dal finestrino della gabbia del timone. Sabatino aveva ancora la giacca sul braccio. donne della stess a famiglia e dello stesso sangue pensavano in quel momento ai sei giovani. Posò la sveglia. Ridono d'un riso naturale. aveva qualcosa di ridente e di giovanile. "non lo è. e questo atteggiamento faceva risaltare quanto di virile e di già us ato alla fatica era in lui. come succe de di vedere in certe figure etrusche. a cui. alla gamba del tavolo. Erano blocchi di asf alto di qualche nave che s'era disfatta del carico. Il tempo non ha ancora deciso quell o che vuol fare. e le ca ssette che aspettavano d'essere riempite. si disperse ro alle loro faccende. avevano attinto gli uomini dell'equipaggio. paffuto. i pantaloni con la cinghia stretta sotto il ventre. fissata tra una cuccetta e l'altra. per v ia di un certo naso all'insù. il viaggio dei naviganti. come a un bene comune. I l più giovane aveva finito di annacquare il vino.

aggiunge Sabatino." Sabatino m'ha ceduto la sua cuccetta. e si trattava di ra ggiungerlo in tempo per buttare le reti. D 'altra parte. Stando sdraiato vedevo che al posto del timoniere due gambe coperte da un paio di panta loni turchini erano ritte e reggevano un uomo di cui non vedevo il viso. l'odore acerrimo di questa fat ica. Stando sdraiato vedo sopra di me passare lenta la catena del t imone. quando sarò do ve dico io." Sabatino. dice Sabatino legando con una fune il timone a un u ncino. "Possiamo andare a dormire". e pre cedere i mutamenti del vento. e il cuscin o cui Sabatino ha cambiato la fodera. ha la sua riforma da adottare ch issà quando. il pugno sulla guancia. Avevano tentato di tenergli dietro per scoprire dove fosse quel luogo. come se si assestasse. "Noi adesso spostiamo di un vento e mezzo". il mare. Nella notte si sente appena il fasciame d ella nave crocchiare. che avevano un ritmo costante. Guardate che noi non torniamo indietro e non facciamo scalo in nes sun porto. ma ormai conosciuti e fidati. il motore. nuovi. e prevenire le sorprese dei venti. andare a scaricare il pesce a Livorno. sparsi. e che sapeva di dover svegliare i . Voi soffrite il mal di mare? All'aspetto si direbbe che sopport iate il mare. con un gomito sul finestrino.Sabatino mi raccontava che egli aveva il suo posto sul mare. ma tenetevi bene stretto alle sartie". Sabatino. dalla cassetta che la raccoglie. Sabatino invece si levava ora dalla sua cuccetta. Alle quattro vi faccio svegliare io. A volte si addo rmenta anche il motorista appoggiato alla macchina. ma una riforma: "Noi ora andiamo anche cento o centoventi miglia lont ano. e correva ve rso il timone. e io mi ero addormentato sui rumori che si accor davano insieme. in trenta anni di questa vita. È coperta con un'asse di legno con sopra un pentolino per attingere. in questi scomparti. E poi qua e là. vedo i marinai ciascuno nella sua cuccetta. Vedo osci llare l'alberatura nel cielo smorto. La nav e va avanti da sé. Sotto la garritta una grande giara di cr eta con l'acqua dolce oscilla appena. di bordo. altrimenti ci taglia la strada e bisogna spingere molto più in su. fedele alla consegna. ma che non era Sabatino. Egli divide l'uni verso in otto correnti. rumori elementari. Il motore batte esatto e uguale. Sento di etro a me un salvagente che attutisce gli urti contro la parete di legno. Poi bisogna tornare indietro più che in fretta. Ma i pescatori non dicono mai dove sono stati. la val igetta che mi fa da schermo contro la luce. A me. odore di equipaggio. Qui dentro s ono in mezzo all'odore più profondo di bordo. C'è un istinto sveglio nel sonno. Andiamo tutti a dormire. accesa nel mezzo. prima di coricarsi. avrei più tempo per pescare e n on dovrei perdere sei o sette ore per trovarmi sottovento. Domani il vento ci batte magari di prua. pieno di vita. Al lume de lla lampada. La coperta. s'è fatto anche un suo piano. e alla fine divenuti ragionevoli: ma poi un altro rumore. Succede. dove poggio le s palle si sente l'onda battere come la schiena di un grosso cetaceo. e questo era il picchiare d'un piede calzato che batteva due o tre volte sul palchetto della garritta. poiché quel battere del piede era tutto quanto bastava per svegliar lo e chiamarlo al suo posto. siamo otto qui dentro. "Da come si mette il cielo mi pare che venga vento di terra. per esempio. Bisognerebbe che i pe scatori potessero indifferentemente portare la pesca nel porto che hanno più vicin o. Parla esattamente. sono impregnati dell'odore forte e umano d ella vita di mare. il Mortargentaro aveva un motore di centoventi cavalli. farebbe comodo. sporgetevi a poppa. la più vicina al centro della nave e al gabb iotto del timone. bastò a farmi saltare sulla cuccetta. lo scricchiolio de lla nave. "Domani all'alba ci sveglieremo. Dal boccaporto arriva l'alito profondo del mare come una ventata. poteva sta re in mare molti giorni. Di tanto in tanto. Ma per poco. Io impiego almeno dodici ore tra vi aggio di andata e viaggio di ritorno. Bisogna andare dove si possa pescare al riparo. Un marinaio s'era sostituito a lui durante la rotta tranquilla della notte. di energi a e di volontà. una man o al timone. Invece devo tornare di dove sono partito. da quello che prevedo. come tutti coloro i quali conoscono un lavoro intimamente. mi tiro addosso la coperta. vari oggetti fra cui riconosco una pipa. mi dice: "Se avete qualch e bisogno. e taglia ognuna di queste correnti con precisione come s e tagliasse il pane. e s'impiega il doppio per tornare indietro. Vestito coi pantaloni lunghi. in cui non lavoro".

abitabile. il sole si intravvedeva appena come di carta velina tra le nuvole. quattromila lire tra reti e cavi. fumava il buon c affè nero. a perdita d'occhi o. Abbiamo passa to un vento e mezzo. ognuno stendeva la rete abbottonandola a questo dito. Qui il mare e ra profondo cinquecento metri. come se uscisse da una diga. e le onde che si levavano ora da una parte ora dall'altr a come apparizioni che prendessero strani aspetti. sotto una larga fetta di pane messa a coperchio. Su questa terrazza costituita dalla poppa. Nello stesso tempo. la rete scivolò sul rullo mobile di legno ch iaro e si sprofondò nel mare. "c'è il pericolo di impigliare nelle navi affondate. e si sentiva che qualc osa ci imbrigliava alle profondità. millecinquecento metri di cavi di acciaio. senza un punto di riferimento. Per me era stesa una stuoia perché mi potessi sdraiare. Ora. perché disse: "Pronti". per me alme no. Ora la nave pareva tenuta alla briglia da questi millecinquecento metri di funi e dall'acqua che doveva a quell'ora gonfiare il sacco e tenerlo aperto sulla vita cieca dell a profondità. e si muoveva pigramente. limitato da ogni part e da una fitta nebbia opaca. Se fossimo dove ci trovavamo stanotte non potremmo regger i l mare. Ora si capisce quello che vu ol fare il vento. tirando su ogni cosa. nel mezzo del nostro dormitorio. Raggiunsi Sabatino presso il timone. il mare dava colpi forti. di sotto il tavolino. e bisognava tenere l'equilibrio stando sull'asse di tutto il corpo. Sabatino disse: "Non vedo dove siamo. Dico che non c'era n essuno in mare. Il ven to era caduto. senza un segno. A un certo punto Sabatino ricon obbe quasi uno di questi paesaggi. strigliando il fondo dell'abisso. difatti avanzava. E intanto il marinaio più giovane veniva avanti portando certe grosse tazze in cui. e l'odore del caffè si me scolò a quello della carbonella e a quello della nafta. il mare. Ma sulla scia della nave. vedevo i pantaloni da soldato di Sabatino. Dal finestrino si vedeva. mentre stavamo aspett ando che passassero i quaranta minuti per la levata delle reti. ora di veli. Erano giorni che piovve cenere su tutto il bac ino del Tirreno. che dovevano permettere alla ret e di trascinarsi sul fondo raccattando tutto quello che trovava. I sette marinai vi si erano radunati e. Difatti l'aria era grigia. Sdraiato nella cuccetta. e con la destra pass avano lo spago con una specie di spola. e indo . tenevan le dita della mano sinistra infilate nei buchi della rete. di cui il dito gro sso s'era fatto piatto e largo nell'esercizio continuo di puntarsi sulla tavola col mare inquieto. Vento di terra. lontano si stendeva una coltre di nubi come un grande eccetera sullo spazio. Il mare era grigio. sicuro. sul gorgo dove si stava compiendo qual cosa. spiando di quando in quando con occ hio distratto i flutti. sommovendolo. alberature che impicciano. s'era messo a fumare un fornello. Non vorrei tornare a casa con questo be l guadagno. un marinaio mi v enne a dire se volevo accomodarmi a poppa. le onde cominciarono a levarsi a ventaglio verso poppa. la scena aveva qualcosa di familiare. ma lentamente. E poi velieri. nuovo ed energico. Ci sono sette sottomarini colati a picco du rante la guerra. Ma dobbiamo essere sul rovescio dell'Elba". aggiunse." La nave andava avanti come un cavallo che morde il freno. Intanto i cavi di acciaio arrotolati verso prua si s ciolsero e cominciarono a scendere per centinaia di metri in mare. e si sentiva lo scroscio mentre ricadevano o si rompevano. "Guardando la carta!" rispose. a una velocità di non più che tre chilo metri l'ora.l suo capo a una certa ora. e che possono costare caro. seduti in cerchio. sperduto e grigio sorse un gabbiano che poi scomparve come se avesse dato l'annunzio della morte dei pesci. "Cinquanta miglia più su". riparavano le reti la cerate dalla pesca dei giorni passati. Io non mi reggevo né sdraiato né seduto e dovet ti riparare presso la gabbia del timone mentre il mare diventava più forte. sotto una raffica di vento che lo s batteva come si sbatte un liquido in un secchio. cui seguì poi un naufragio. "Come avete trovato questo posto?" chiesi a Sabatino come se fossimo arrivati in un luogo riconoscibile. Col piede nudo e teso. I marinai si addensarono verso poppa. e l'acqua si smuoveva ora enorme e lenta. e i cavi dovevano essere mollati per tre volte ta nto. perché questi marinai stavano a loro agio. Laggiù dev'essere un inferno. di animali curiosi. spazzandolo. Non so quanto durò questa occupazione. ora di stracci. Il vento la sbatteva più forte trovando resisten za.

Il mucchio lubrico. e portava da t ribordo. arrestano i pescatori. mostru oso dei pesci si accumulò e si sparse. si mise stupidamente a minacciare con le pinze che portava come due altri animali attaccati a lui. Egli regolava il timone come avrebbe guid ato un cavallo in un maneggio. e un altro sembrava un topo. Ma niente altro. mi parvero riprodur re. Gli argani si misero a girare. "Vado più avanti". un altro aveva l a testa a martello. Se faccio in tempo: prima che il mare si faccia impraticabile da questa parte. Il gruppo dei marinai s'era levato in piedi a poppa." Il giglio araldico della bussola segnava fisso il nord. Stavo appeso. Si per de molto tempo. si mise ad andare più lest a. e la bolla d'acqua sul quadrante si stravolgeva vio lentamente. la barca era come un enorme animale che volteggia sse sul luogo d'una preda. Dopo aver inseguito un tratto la nave. alle sartie. una testa grande come il petto d'un uomo. "e torno più tardi a buttare la rete sullo stesso posto. come spuntate dal nulla. ma la bussola oscillava forte sulla sua sospensione. le o nde s'incontravano a grandi blocchi spalancando abissi per ricolmarli e riaprirl i. Si saltava. sotto i colpi del mare che in quello s quilibrio del peso diventavano enormi. e riponendoli poi nella stiva tra il ghiaccio . Come colpito da una lama. come liberato da un fr eno che lo aveva piegato in una sola direzione. e la nave riprende va con violenza e con uno strappo vittorioso il suo viaggio. le funi si arrotolarono di nu ovo. disse Sabatino. in un mondo abissale cieco e lento. I gendarmi sequestrano le navi straniere che vi capitano. alle lucerne. con un mante llo che pareva di panno turchino intorno a un corpo da uccello. spuntato dal nulla. con le pinze lunghe quanto un braccio. Non ci si può avvici nare a più di cinque miglia dalla costa. ai palombi.vinavo ogni suo gesto e atteggiamento. "La Corsica!" disse Sabatino. e una pioggi a che mi parve rosa come un getto di fiori. il mare. "Andiamo avanti e torniamo qui fra cinque ore. mentre le sommi tà si levavano in un cielo ugualmente grigio e brumoso. Uno palpitava. A un tratto. disponendo ciascuna qualità nella sua cassetta. "Se volete vedere". tirava su il carico. I marinai seduti a poppa facevano lo scarto dei pesci. Mi tenevo alle sartie quasi appeso tra gli sbandamenti della nave che. il sacco chiuso della rete. L'acqua colava come un umo re vitale." Raggiunsi la coper ta traballando. Quel viluppo mi pareva incredibilmente nudo. e tutto palpitava co me nato alla creazione. sciolta dalla briglia della lunga rete. accanto ai merl uzzi. gridando. mentre tutto mi traballava intorno. "Quella è la Serra della Corsica. erano soffuse di bruma alla base. come per un'apparizione. Un ma rinaio aveva fatto scorrere la rete su un argano che si sporgeva. e da qualche rottura si vedevano spenzolare i tentacoli viscidi di qualche piovra. rigurgitava e si sommoveva." L'imbarcazione. alle sogliole. come ho detto. Devo saltare ancora mezzo vento. Il sacco si sciolse. "andate in coperta. si aprì come un velario. Quando le cose si mettono a questo modo è un affare serio. si rovesciò sul ponte. lo stormo dei gabbiani si posarono l'un o dopo l'altro sulla scia dove galleggiava qualche relitto di pesci sventrati e mozzi. e come decisi a demolire tutto. mentre la rete si abbassava. forme umane. il motore a rrotolava ora i millecinquecento metri di funi che aveva mollato. alcune code vibravano. vincendo la resistenza delle onde. che là per là. e turchina come un mucchio d'armi. "Sono appena cinque quintali". Nel mucchio palpitavano. Uno che io conosco ci capitò una volta. poi a un tratto la nave si impigliò come se toccasse l'acqua ormai sol tanto con la poppa. disse Sabatino. come un braccio gigantesco. Su di esso un enorme granchio. Questa rete rim ase un momento sospesa nel cielo. tornò al timone e puntò nuovament e verso nord. e il riscatto dell'imbarcazione costa mo lte migliaia di lire. Ecco il sacco sugli otto uomini adunati. Non guardavo e non vedevo che il cielo. Uno di loro slegò il nodo che aveva fatto. si profilarono a sinistra grandi montag ne in una fila di cime uguali. agli scorfani. bianca come uno scrigno di perle. Ora che il vento accennava a cadere. che era sceso a considerare la pesca. Per sfuggire all'arr . Sabatino. ai dentici. il sacco si sciolse. E così appe so mi sentivo levitare. certi mostri ciechi. uno stormo di una cinquantina di gabbiani venne avanti da poppa come una raggiera. E nello stesso momento. mi disse Sabatino.

e anche qui intorno c'erano velieri. era. mi diss e Sabatino. si distinguono le case. poi aggiunse: "Nelle sere chiare si vedono i paesi sulle spiagge. al modo dei canguri. Si vedono i fanali e i fasci di luce delle automobili". disse Sabatino. ma ora la nave cominciò a picchiare di prua. con questi mari si sta male anche noi". con i suoi ogget ti e le sue consuetudini. Non avevo provato mai un'impressione simile. Po i. ma credo di poterla significare assomig liando me in quel momento a una stella marina. verso la Capraia. come se le avessero dato un gran pugno da sotto. traeva il suo oro scopo esatto e senza pena sul tempo e lo stato del mare. piegandosi sui pantaloni da soldato." Sabatino stette un poco a contemplare le grandi e serene montagne. La nave andava avanti per quella solitudine con lo stesso stupore di chi la solcò per primo. e buttava nella pentola certi pesci spellati che avevo visto la sera avanti in un secchio. sull'una e sull'altra d i queste cinque punte indifferentemente. La nave tornò sulla sua rotta cercando il luogo che conosceva Sabatino. Rispose: "Certo. "ma non fate troppa forza." Si accor se dal mio viso che stavo male. il cimitero dei sottomarini. nello stomaco. Sabatino in questo mome nto fuggiva la bufera spingendosi verso nord. con le cinque punte formate dalle estremità e dalla testa: avrei potuto poggiare. Il marinaio più giovane stava accendendo il fuoco sotto il fornello del cacciucco. Anche Sabatino si regolava secondo il suo istinto e l'esp erienza. mi parve. mi ritrovai con le spalle allo scafo. Andando av anti somigliava a chi. la sveglia. e le mie facoltà di orientamento mi sfuggivano. si mette controcorrente: il mare ven iva in su come se premesse verso un punto in cui le acque erano più calme. Il cuciniere disse: "Eh. Per quan to toccasse il porto tre volte la settimana. Ma non vi preoc cupate di me". nel fondo del mare. Io dissi in un ridicolo barlume di convenienza: "Mi dispia ce. mentre il mot opeschereccio andava alla deriva. Levò gli occhi e mi disse: "State male?". Alla fine riuscii a scivolare dentro la cuccetta. mi diceva: "Tenetevi forte. piegato sulle ginocchia. e il centro della mia vita s'era trasfe rito stranamente nel mezzo. Sabatino. Sabatino si pu ntava forte stendendo le braccia e formando con tutta la persona una croce. Risposi di no. altrimenti arrivate a stasera coi polsi rotti. Non aveva denari per riscattarlo e lo lasciò ai gendarmi. si legge il bollettino del tempo a uso dei navi ganti". sarebbe comodo". credendo che dopo due o tre balzi avrei potuto stabilirne i movimenti e regolare su di essi i miei. mentre seralmente un uomo. "Tenetevi fermo". ma ora il fasciame non scricchiolava più. "Voi mangiate?" mi chiese il cuciniere. alla radio. e per un giorno la settimana rimane sse ormeggiata. Per quanto abbia navigato non ho mai sentito un mare simile. la nave costituiva un'altra dimensione di vita. con l'aiuto della scienza. i giacigli e il vasellame. Scesi per la scaletta nel ridotto delle cuccette . Egli tirava fuori da un r ipostiglio certe tazze fonde e vi posava grandi fette di pane che tagliava compa . mi accorsi che un modo per tenersi in un certo equilibrio era di andare avanti a balzelloni. Gli dissi: "La sera. fece un salto. Io cercavo di reggermi in eq uilibrio sul plancito.esto si buttò coi suoi uomini in una barchetta e approdò alla Capraia. Avevamo avuto una rotta sempre su un ritmo dell'imbarcazione che oscillava sul suo asse . so tto di noi. si sprofondava e si risollevava. Ma a bordo tutto era elementare. Dopo qualche secondo che mi parve lunghissimo. e si prendeva cinque o sei ore di sosta prima di tornare là dove sapeva di dover pescare. era un blocco compatto. Laggiù. e io mi senti i scagliato contro il soffitto della garritta dove era il limone. in una grande folla. Come sapeva tutte queste cose Sabatino? Egli reg olava la sua rotta sulla bussola e sulla vecchia sveglia. Ma mi sentii preda d'una forza troppo grande. altr imenti vi fate male". quasi che asse per asse tutta quella m ateria inanimata si fosse rinsaldata al modo dei blocchi umani contro il pericol o. Sabatino s'era messo al riparo di questi monti come chi si sposti per evitare la corrente d'una finestra aperta. dove avevo sentito battere l'onda la notte prima. Mi ripetè soltanto che non s arebbe tornato indietro prima del giorno e dell'ora fissati.

raccolse intorno a sé gli altri cinque uomini dell 'equipaggio. A quell'ora. Se volete. è meglio che ve le risparmiate. e suoni come di sassi squillanti che si urtassero tutto intorno. mentre scorgevo nello scroscio enorme e continuo i marinai legati a una fune. gr ida. lavoravano a mettere al sicu ro i barili della nafta in coperta e a legare e a proteggere gli oggetti che il mare s'era ostinato a strappare. "Eccoli". "Peccato ". vidi che al posto del timoniere si trovavano ora due persone. "noi non sappiamo che mare avremo da quelle parti . qualche centinaio d'uomini st avano in mare. Scendevo con la mia ridicola valigetta. Stando sdraiato. in una giornata come quella. poi tirò fuori una grande zuppiera con due manici.tte e sottili da una pagnotta. legata nel mezzo della tavola. giunti al porto e scendendo dall'imbarcazione. quello in cui. mi pareva di viaggiare in una grande bolla d 'acqua. e uscivano sul boccaporto. accorciava stranamente le ore. difatti. Un marinaio che entrava allora prese una funicella. Aprii gli occhi e chiesi: "D ove sono i marinai?". "Non si torna neppure se il mare è peggio di così. aspettando il solo momento che contava nella loro vita. "che io non posso saggiare di codesto buon piatto." Ora che stavamo entrando in porto all'isola del Giglio. la riempì con quanto era rima sto nella pentola e la posò sulla tavola. vedevo i marinai l'uno a ccanto all'altro aspettare di vedermi scendere. Gli altri mi strinsero la mano l'uno dopo l'altro. avrebbero dichiarato la cif ra dei quintali pescati. La zuppiera. scrosciava s ul castello di prua." Doveva essere passato molto tempo. perché la monotonia di quei rumori. Molti hanno fatto naufragio pur d i non tornare". "Soltanto". disse il marinaio lavando i piatti con diligenza in un secchio." Egli parlò tranquillo. roba da nulla. Chissà che cosa faran no gli altri motopescherecci con questo tempo!" Una voce replicò: "Non tornano ind ietro. e una reciproca premura troppo n aturale per sembrare affettuosa. e ormai sbattevo senza più forza nella scatola della cuccetta. e me . ascoltando la traversia del mare. i suoi uomini stavano intenti alla voce spaventosa del mare . canti. d ue paia di gambe. fermandola con una mano. a giudicare dal tempo che stette assente. Vi versò la zuppa e ne portò una prima a Sabatino che stava al timone. la giac ca e il cappuccio d'incerata. L'onda si mise a spazzare con un rumore di pioggia uguale il ponte. tutti eravamo preda di un elemento più forte di tutte le forze umane. mi disse Sabatino. e assicurò poi l'altro capo all'altro manico. senza ranc ore né risentimento. Gli altri marin ai entrarono l'uno dopo l'altro. Dal punto dove stavo. Erano sdraiati. L'odore di quel pasto era molto buono. dissi. Nel barlume di coscienza che mi rimaneva. mentre stavamo al timone: "La nave è fatta bene. e tutto quello che è di metallo è rame. e a un tratto mi pareva di sentire che l'elica non toccava l'acqua e che il motore batteva a vuoto. Ve lo consiglio. al motoris ta. Uno era saltato sullo specchio d 'acqua staccando una barchetta presso un veliero e si accostava a me per traghet tarmi. a girare il vento . "E quando si pesca di nuovo?" "Abbiamo pescato. nelle loro cu ccette. cavavano da un ripostiglio i pantaloni. Ancora sedici ore di mare peggio di questo . for mava tutto un tempo. per ogni chiodo ne fece pi antare due. il mio ridicolo cappello di feltro. Mangiavano allungando la mano e il cucchiaio ordinatamente. quando fu costruita. l'annodò a un manico della zuppiera. e per ogni travata una doppia tr avata. ruggiti. un'altra. Non ci sarà da stare allegri. Nessuno torna indietro". quattro braccia che facevano forza sul timone. siccome passiamo dietro l'isola del Gig lio. mi rispose la voce di Sabatino." "È andata bene?" "Quattro quintali. Le ondate li avvolgevan o e li trascinavano con loro. vi sbarchiamo lì. risentivo le parole che mi aveva detto Sabatino un certo momento. accecati e grondanti. con gli occhi aperti. Ora si va verso Montecristo. pensavo. la passò s otto l'asse del tavolo. L'armatore. senza a ver l'aria di farsi posto e di cedersi qualche cosa o di contendersela: c'era un a disciplina e una giustizia in ogni loro atto.

ditegli che fino a questo momento ab biamo riempito trentasei cassette. fece una retata di naselli piccoli come un dito mignolo. fa questo lavoro. "Bravi pescatori". Il fatto curioso è che il primo parlare che si fece della montagna pistoiese fu de i linguaioli. un viaggiatore borghese avrebbe avuto tanta premura intorno a lui. Vogliamo i fores . ment re l'oste mi serviva un'alice con olio e aceto e un bicchier di vino. li riconoscevo come s'erano accostati al mio giaciglio. Il Montargentaro si allontanava." La donnina andava più in là a sentire un'altra canzone. Conos cevano di fama l'equipaggio del Montargentaro.canterò benin benino. "Che vergogna. Altro che caffè. Gli abitanti. e vocabolar isti come il prof." "Ma". al tempo della pesca a vela. e di cui qualcuno della generazione di mezzo ricorderà le descrizion i dell'abate Giuliani. queste reti rivangano il nutrimento dei pesci. erano fuori dalle c ase. recentemente. dicendo ch e questo era un sovrano rimedio contro il mal di mare. ma quelli di là d'Arno. e non era proprio un canto. ma un parlare ad aita voce in cadenza. Quelli sono signori. e la montagna pistoiese uno dei luoghi inesplorati d'Italia. fra i quali molti ripassando il Ponte non hanno più cittadinanza di qua. il giorno dell'Anime del Purgatorio. Rivedendoli in viso uno per uno. Siccome mezzogiorno avanzava. dieci lire se gli va bene. La barchetta mi posò sulla riva. è una fila di case disposta a semicerchio. quasi tutte donne. mattoni. Uno di questi motopescherecci. la portavano nel pugno. raccoglitori della parlata spontanea come il Giuliani. e fui la novità di quella giornata. dicevano. Policarpo Petrocchi. DALLA MONTAGNA ALLA MAREMMA "Se mi date un po' di vino . guadagna nove. "smovendo il fondo del mare. e poi come entravano e uscivano nella bufera a testa bassa tra gl i scrosci dell'acqua. ma hanno il motore. è un mese. e io devo pagarti i piselli diciotto soldi il chilo. come fanno pure i canzonieri francesi. certe bambine vennero alla spicciolata in bottega a comprare una sarda sala ta. Sabatino mi disse l'ultima parola: "Se vedete il signor Loffredo . "bra vi. E allora i pesci trovano cib o più facilmente. li facev ano scorrere tra le mani. io pensavo che in nessun altro paese del mondo. autore del famoso vocabolario italiano.ntre ciascuno di loro mi stringeva la mano. qualcuno tornava a casa dall'aver pes cato un piattello di pesci. Dovranno andare sempre più lontano. hanno la rete con gli argani. "Non vogliamo case affumicate. Ravvolta in un pezzo di carta gialla. noi: quando si andava verso la costa della Sicilia. d'ottobre. e sull e coste inospitali della Calabria. ed erano i poeti popolari a cantarla. la galletta e una sarda salata era la nostra razione. almeno nelle antologie di scuola. diceva la filastrocca. Le donne frugavano tra quei piselli. e tra poco non ci sarà più pesce. tutti pesciolini cui non si dà il tempo di crescere. Andavano essi di porta in porta. e pensavano alla spesa della mattina. come chi per seminare rivolta la terra. Tartane e velieri sono in secco. forse. È una canzoncina d'improvvisatori della Montagna Pistoiese. Il resto lo faremo sotto Montecristo". Io sbarcavo come un naufrago. al punto che il suo vocabolario non registra i modi neppur di Firenze. poiché gli uomini navigavano. che non sapevan o di lettere. un bravo figliolo che conservava il guardaroba della sua mamma che nessuno dovev a toccare. e usciva odore di cucina da tutte le c ase. Conservatore in fatto di lingua. E capii che tra le altre preoccupazioni.s i farà un po' più massiccia". e di tratto in tratto vi accostavano la lingua a leccare il buon sapore del sale. " Il mio figliolo è su un veliero sulle coste della Sardegna. il Petrocchi fu invece progressista per quanto riguarda la sua montagna. avevano avuto anc he quella d'un estraneo che s'era voluto imbarcare e che soffriva fino a perdere la conoscenza. cemento. Una donna con un viso antico si mise a leticare con una vecchina che portava da soglia a soglia una sporta di piselli. Scarica e car ica calce. disse filosoficamente un marinaio d'una tartana. dissi io. sul porto. poi lasciavano andare e rimanevano pensierose a guarda re il mare. poiché arriverete col postale prima di noi." "Anche questa è una teoria". I pescatori presso le botteghe s'informarono di me e di come ero arrivato. Spazzano il mare con le lunghe reti. cantando a questo modo . una borgata della montagn a. Vendeva i pis elli a diciotto soldi il chilo. Il Giglio. e poi hanno il caffè alla ma ttina. che vergogna!" diceva la donna. Le case erano di cannicci affumicati. Se mi date un po' di ciccia . Veramente il Petrocchi era nato a Castello.

La ve cchia con cui sto parlando. sono solidali fino al sacrifìcio.alla porta veniteci aprì".pregherò per le galline . a esprimersi più per gesti che per parole. Trattati da amici. C'è ancora brava gente di qua e di là da una strada modernissima e li scia. che ridono della vecchia lingua e delle capanne affumicate d'un tempo. e di que i modi. Ora l 'infilo la gonnella e viengo giù. e ha il diritto di dire che la lingua s'è corrotta praticando i fore stieri e leggendo i giornali: tutto il contrario di quello che dicono questi vec chi. che scaricava il barile di birra nella sua casetta in Pensilvania. E i questuanti dell'anime del Pu rgatorio seguitavano: "E per l'ova che mi date . ricorda ancora qualcuna delle strofe volate un tempo . la noia degl'inglesi. La lingua è la pat ria. che contrastano dandosi un tema e rispondendosi in ottave. lo fa ancora. lascia intravedere il dramma della vita familiare ital iana. e rifà il suo stesso verso di quando era malata e le pareva di non riuscire a dir tutto in inglese: "I am sick.che da volpi e da faine . a costo di tutto. Londra. Il ricordo di questi versi. sorvegliata. Eppure ella ha girato Parigi.tieri". Si sente suonare una campa na. Ce ne sono. Dice dei meridionali: "Sono buoni. Tutti attorno ridono. il passo delle guardie presso le dimore dei signori di Londra.ra gazzine coi vostri amatori . spende tutto il suo per restaurare la chiesa e il cimitero. e dai suoi mutamenti si misuravano gli anni che sono passati. per tre quarti della sua vita fra stranieri. C'è fra noi una vecchia donna. ho male. ho male". versi. Gioventù. e qualche soldo da parte. Va' a piglia' la legna giù nella stalla. Gli cocerò du' ova". Più sopra c'è una chiesetta di pietra col campa nile pendente. come un veterano i suoi compagni di marcia. gente ingenua. e fece arrivare tolette e cassettoni. un ingrandimento fotografico del temp o giovane. ed è lei a rifare il verso di quella parlata. Le macchine vanno e vengono. Fece preparare per primo a una sua nipote due stanze per un cert o signor Pupilli di Milano che fu il primo villeggiante della montagna pistoiese . gioventù!" Non ricorda che gioventù. Ma già ai piedi della montagna. nella montagna pistoiese. Ella ricorda i compagni di strada . E dietro i vetri incrinati c'è un bravo prete che mangia sì e no una pappa. e ricorda l'umanità vi va avida e potente dell'emigrazione di quarant'anni fa. un tappetino d'incerata sul tavolo. ed è curioso che fra toscani i tempi che passano si riconoscono spesso alle parlate. anche il prete scrive. Ohi .coronato di rose e di fiori . batte un'incudine. E oggi. nel loro dado di cemento tinto di turchino. Spesso sono boscaioli e carbonai. È vienuto il professore. di ogni regione d'Italia. Ognuno ha il suo modo d'intendere la razza e la discendenza. e rifà il verso del birraio tedesco. si sente il crollo d'un ramo tagliato nel bosco spoglio d ei castagni. le tendine dietro i vet ri della porta. sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l'orologio del luogo e che fiorisce a primavera lassù. come li chiamano qui berneschi. sbattuta di qua e di là. mentre il marito era al lavoro nella miniera di carbone. Quando parla di essere stata male e di non averlo potu to dire nella sua lingua. sick. ma abituata. dei loro piccoli piedi n egli scarponi. si discuteva ancora di lingua tra boscaio li e carbonai. Ce n'è uno che ha tutto un poema sulla guerra. la parlata era a questo modo: "Ora mi viesto. di questi poeti popolari. dicono. Qua rant'anni fa nella montagna. l'America: ricorda le cimici di un albergo di Parigi. Ella mastica un po' d'in glese e di francese. Una strada tra le più belle d'Italia corre tra Pistola e l'Abetone. le donne in costume da sciatrici non finiscon o di stupirsi dei loro fianchi stretti dalla cintura. diceva. in una borgata. A volte non sanno neppur leggere. e il ve rso del meridionale italiano bracciante. in terra d'America. del loro ventre sotto le b rache alla marinaia. e sotto a ciascun nome il paese. sui cui margini sono trapiantati in bell'ordine i gin epri. è ancora vivo nella mente di costei. Questo accadeva verso il 1890. avevo letto il manifesto annunziante una gara poetica in cui i nomi dei competitori erano scritti come siamo abituat i a vedere quelli degli attori dei manifesti dei teatri. e secondo quello che sentono dire . ma non toller ano sopracciò. con due parole ne disegna il carattere. dei loro seni sotto il giacchetto.le vi siano riguardate". una strada mod erna. ohi. per la quale quarant'anni di emigrazione dopo dieci anni di vita di carbonai sono rappresentati da una casa pulita. curata. un orologio "germanese" che batte forte e sicuro da trentacinque anni. come questa: "Il bel mese di maggio ritorna . compongono poemi a memoria. la tromba di un'automobile suona alla svolta alternata di strisce b .

e torna no il 24 di giugno. rappresenta un enorme afflusso di popoli tra i pericoli di un'odissea. La famiglia. La partenza è piena di promesse. a queste delusioni. Vanno. Dietro a queste spine. conoscono la Francia: straviati. Il mondo divenuto piccolo e praticab ile. Ecco che cosa as pettano le donne inginocchiate con gomiti troppo alti sul banco. un tempo. si fanno la capanna di zolle. Li arruola un padrone che viene dai boschi della Maremma o della Sardegna. in mezzo alla capanna c'è il fuoco acceso. più di trecento uomini. dice: "Con le macchine hanno rovinato tutto il mondo". e non deve saltare. in questo torrente umano. e la banca non esisteva. dai boschi. in Australia. e li distribuisce in giro. cioè del tempo non controllato. Non c'è atteggiamento italiano. p er tutti i popoli del mondo la donna è importante e per essa si torna a casa. taglia la polenta o il cacio. la Calabria. in Maremma. E soltanto una tecnica precis a. Venne il tempo delle miniere. Non soltanto. Il garzoncino è un ragazzo di sedici o diciassette anni. questa costruzione su cui è tutto l'assalto del popolo italiano da anni. là stende il tovagliolo per mangiarci. Il l avoro italiano non trasformò soltanto la capanna affumicata in un dado di cemento. Se l'altro non ubbidisce. ma arricchì e alimentò categorie intere di persone per le cui mani passava cotesto lavoro come l'oro. senza sole. rappresentava una garanzia di difesa dai pericoli. che cosa sarebbe una partenza? Quando arrivano sul posto. Dove sono gli uomini? Li aspettano. vestite di nero. guai. ottant a compagnie di carbonai. e che è tutto un altro mondo. le speranze diventavano spine . la Sardegna. è piena di speranza. Piantato sui pi edi grandi e con le punte aperte.ianche e nere. ge neralmente una cinquantina di compagnie. Nella montagna pistoiese. e s pesso. quest'uomo di settant'anni. che non nasce da que sta responsabilità. fondamentale è la famiglia. tutta la persona aperta nell'atto di vibrare u no strumento di lavoro o di gettare un peso. Il guadagno si spartisce alla fine della stagione. per tenere i piedi caldi. il guadagno vien meno. a questo travaglio. ma che implica una famili arità con gli elementi. Certo. dava e dà loro diritto alla vita. quella buon a e quella cattiva. lasciando ancora a ntica la vita. "Mia madre morì sei mesi dopo che io ero tornato. la cintura di cuoio nero che stringe loro i fianchi è l'unica loro e leganza mentre stanno in ginocchio. tutta la sua salute. in chiesa: gli uomini lontani da anni all'estero. a una banca. Ognuno d eve prendere con le sue mani il suo pezzo. poi tre uomini e un garzoncino. per San Giovanni. e quelli che torneranno ancora di qui a sei m esi. come dicono qui. divennero minatori in A merica. banditi di strada e profittatori e venditori di carne umana. cari i figli. antica come il mondo. Ogni compagnia ha la capanna. ogni compagnia ha un capoccia. in Francia. finito il lavoro. in Sila o in Corsica. la lavorazione va all'aria. Soltanto una formazione familiare. furono mandati a una città lontana cento chilometri. il mestiere è quello del carbonaio. la casa. la testa piccola sullo sviluppo eno rme del tronco largo. Un tempo l'acquisto dei generi era obbligatorio presso i padroni delle macchie che davano il granoturco e il formaggio a prezzi esorbitanti. D ove il carbonaio siede. cominciarono le partenz e per l'America e per la Francia. la Co rsica. Nella chiesa non ci sono che donne. Una volta. la compagnia si disperd e. Cocitori e carbonai si formano in compagnie. che entra veloce nel vivo del paesaggio. come andavano . Questa è la salute del carbonaio. veloce. il mondo moderno della strada e di pa ssaggio. capace ancora di ridere e di r icordare i vecchi tempi. in tutta Italia e fuori: conoscono la Maremma. do po trent'anni di assenza". il capoccia gli domanda: "Perché hai saltato? Tu non devi saltare ". Però mai come nella vita italiana questi fatto ri sono decisivi. all'apparenza molto semplice. che non riesce a fermarsi per vedersi. altr imenti. il capoccia fa le p arti del cibo. coi gomiti levati sul banco troppo alto. alla maniera che chiamano "a b uon Gesù". alla quale si può ridurre molta della nostra storia. Il capoccia è il padre della compagnia. ogni compagnia è di quattro o cinque pers one. ma cinque sono già troppe. Partono ancora il giorno dopo i Santi. RIOMAGGIORE Suona bene il rivo di Riomaggiore e fa più allegria che il nome stesso del paese. dice il vecchio con cui sto parlando. a pensarci. . prima della protezione sindacale. ma il nucleo familiare è la formazione di combat timento dell'italiano: il panorama delle prime lotte del popolo italiano. secondo l'ordine. Se salta. e la sua gioventù di dieci anni da carbonaio.

scompare sotto le case fatte a cavalcavia. le scale e i ponticelli danno ingr esso alle case brune e rosa a ridosso del monte sull'altra sponda. e dicono il sito dei luoghi. sfocia in breve nel mare per un delta largo di pietra che è un difficile approdo. nascono dallo strapiombo sul mare . Né da destra né d a sinistra nel breve arco dell'approdo si scorge la costa. e lava sempre la roccia ch e regge sicura la montagna. Come nei racconti dell'infanzia. Questa è la regione della Liguria famosa pel suo vino. e lo riempie della sua presenza. scendendo giù dalle Cinque Terre. fra gente che lavora a regola di mestiere. apre gli orizzonti. la natura delle piante e i sistemi degli uomini. il mare non ha risparmiato neppure un pugno di terra. un disegno di fili di f erro regge i tralci della vite. Questi luoghi e colori amò il pitto re Telemaco Signorini. Al contrario di quella arborea dell'I talia meridionale che confonde la cima con l'olmo e il pioppo cui s'appoggia. un nome dritto c ome uno sparo. e mi r accontò come e quando l'aveva avuta. Passo dietro passo ha costruito per tutti i colli e mo nti attorno un sistema di terrazze. mi disse indicandomi il colle "è un sistema da Cinque Terre. si accordano in quella luce che è densa come in tutte le valli. È un lavoro di gen erazioni: un incalcolabile numero di gesti per assestare la pietra della moricci . mi piacciono i contadini che parlano di regioni remote. ancora s'immaginano le distanze come nei tempi dei tempi. qualche barchino in sec co attesta una piccola vita di pescatori. Lo so. anzi aveva una vite di questa contrada fra le sue. chiusa tra il mare e la parete verticale di pietra bruna. quello big io del muro nudo. I colli sono nudi d'alberi. su cui si leva qualche abitazione alta e scarna. è un'opera dell'in gegno italiano come tanti altri luoghi di una Italia troppo stretta. La valle sale ripida verso settentrione incontro ad altre valli che solcano la r egione aspra delle Cinque Terre. continuamente all'assalto della terra. quando viaggiatori e naviganti portavano da terre lontane le piante utili e buone. "E questo". Parlano guardando l'orizzonte. Son dive rsi i vini che vi si producono. Scavalcando il rivo. dal primo gradino formato dallo scoglio che rattiene l'onda." Questa celebrità contadina . E anche qui era cominciato il lavoro per cui giustamente va famosa la contrada del le Cinque Terre: la scalata della vite alla montagna. è un massicc io con cinque paesi che da secoli hanno dato la scalata al monte portando la vit e sino alla vetta. Stretta tra monte e mare. spesso là dal mare. un pergolato si stende su un diligente intreccio di fili per tutto il corso dell'acqua. Qui il mare batte profondo e cupo tempestando contro la roccia. presso gli arch i e le caverne vuote. M'accadde in Maremma. che si stende tra valli e monti per tutt o il massiccio che precede La Spezia. Forse l'att itudine italiana alle arti ha inizio nel suo contadino e nel suo lavoratore di t erre. una terrazza sull'altra come una scalinata c omposta pietra per pietra e colmata di terra palata per palata. Il mare qui è molto inospitale. Anche qui in Maremma la vite era piegata sul filo in modo da frondeggiare contro il salino del vento e riparare il grappo lo. raccolta come una bestia sul suo nato. il rosa delle abitazioni. umide di colaticci. Così è nelle Cinque Terre. di dire a un vignaiuolo de l mio viaggio. Me la indicò tra i filari come un personaggio. chiusa tra i monti e il mare. un tempo celebre in tutta Europa.suona chiaro nel suo letto di pietra per la valle chiusa in cui si raduna l'abit ato. nemico e intrattabile. sono famosi quei di là. l'uomo ha comi nciato la sua ascensione. la contrada delle Cinque Terre. avvicina le con trade in una consuetudine primitiva di rapporti che passano i monti e le regioni . e. Qui risuona il rivo che ho detto. Il maremmano conosceva di fama la regione. forse il p iù stretto fra i paesi italiani. gli scogli lo chiudon o. il verde della vite. Dunque. e la strettezza a un'armonia addirittura formale. Questa è sul mare la porta stretta d'uno strettissimo paese. Il colore crudo della pietra. è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vite di questa cont rada. E naturalmente uno dei più diligenti. per un sottopassaggio tra le gole di mac igno si raggiunge l'abitato. tra una spall etta e l'altra del rivo incassato in un letto di pietra. Basta guardare come l'opera dei campi è bella dove è nata la nostra arte. La s tessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico. per il paese folt o nella valle in pendio. uno famoso si chiama Sciacchetrà. Il treno dà accesso al luogo per una stazione tra due gallerie.

costruiti come fortilizi. e non è strano che molt i viaggiatori li abbiano sfiorati senza capirli. il miracolo di chi vi camminò sopra. Per uno spazio di otto miglia in lungo e in largo. della pietra d'una volta. dall'altro lo strapiombo sul mare. La trovai seguendo una compagnia di ragazze e di giovanotti vestiti a fest a. anche perché dettato dalla somiglianza del terreno dovunque siano sbarcati: si sono dovuti sempre arrampicate. scalette strettissime per la china rendono praticabile quest'opera e raggiungono le case solitarie tra i vigneti sulla cima del monte. rendeva lieta la brigata dei giovani che andava su e giù pel sentiero or nato di qualche panchina. che fa ricordare. S i può immaginare quale fosse Genova nel suo tempo comunale mettendo insieme i rico rdi genovesi disseminati nel Mediterraneo fino al Mar Nero: la pietra scabra. la torre domina cilindrica come un silo. In una lotta così esatta con la strettura. i monti delle Cinque Terre si levano col sistema loro di terrazze innumer evoli. delicata come una donna dei paesi del sole. Come in una grandiosa scena di teatro. Dal punto più alto della città. L'idea che balenò qu alche anno fa. e alla svolta un viottolo a mezza costa del monte. di riscoprire quello che poteva rimanere di Genova medievale e co munale. Questo sentimento di spazio. non s'è fermata a una stagione della propria vita né a un tempo né a un costume. senza più sp azio di quello che la città concede a una qualunque abitazione. COLORI DI GENOVA Il carattere e la struttura di Genova sono fra i più gelosi. fino a settecento metri di al tezza. intrecciarvi sopra il filo di ferro in modo che la montagna tutta e le alt re son coperte da questa ragnatela su cui ogni anno si stende il tralcio nuovo e si lega. Ricordo. del panoramico. ridenti. hanno il movime nto d'una spirale. Era come voler mettere ordine i n un blocco unito atteggiato nella sua architettura dalla natura e dal tempo. Tra le fratte e i pini marittimi ci si ritro . l'ultima torre genovese del Bosforo che di lontano risponde al tronco della torre di Galata. forse non si riguadagnerebbe il carattere antico. In tutto quello che è architettura genovese v'è un'estetica del perpendicolare. da un lato la parete scoscesa del colle coronato di viti. versarvi la terra trasportata dalle donne cofano dietro cofano. nelle più antiche chiese geno vesi la cupola è tutt'uno col campanile. si perderebbe quello nu ovo che è singolare. e sotto il mantello di qualche trasmigratore è stata portata come un esemplare fidato oltre la stretta catena delle Cinque Terre. La vecchia ebbrezza del vino no n ha una storia più faticosa di questa da cui son nati e hanno prosperato cinque p aesi. qualche pianta smagrita dal libeccio. e si stende in un fondo compatto il tonfo uniforme del mare. dove pure il suolo è crudo e ha bisogno di piante tenaci. qualche agave. un nastro di strada davan ti alla stazione.a. De ve rimanere assai poco. in una brumosa matti na di primavera. o in una cupola gigantesca. la cui importanza sta nella sua continuità di vita e d'animo. dove il salino pure minaccia le piante. porsi tra monte e mare. il mare grande. si potrebbero tradurre in suono: un sibilo lungo echeggiante da valle a valle nella solitudine in cui rompe preciso lo schioccare della forbi ce del potatore. e lo stesso aspetto dei magazzini che si vedono ancora oggi a Costantinopoli. quand'uno è costretto in poco spazio. qu el tanto di ciclopico che l'architettura genovese ha portato fino alla Crimea. libe ro. e poi il tralcio frondoso è adagiato in modo da riparare dal vento bruci ato del mare il segreto dove il grappolo matura. fortunatamente non fu mandata a effetto. l'acciottolio della zappa. q uasi un ricordo della città costruita nel sasso. tentativo fedele d'una scalinata celeste. non gravita intorno ad essi. Il viottolo gira per le pendici fino alla prossima valle. sotto il muro del Sette e Ottocento. dal Castellaccio. si può st udiare bene la struttura di Genova. dal muro a strisce bianche e nere dell'anno Mille fino al palazzo floreale della Borsa. Questa un iformità dello stile dei genovesi è il loro carattere più vecchio. è dive nuta famosa. Un passaggio tra pietre. e t utti i suoi monumenti sono schierati lungo lo scoglio cui è aggrappata. piantarvi la vite. e pareva una passeggiata intorno al bastione d'una fortezza. verdi. è piantata nel mezzo della chiesa dove soli tamente si leva la cupola. anche la passeggiata di Riomaggiore è ang usta. una galleria nella roccia. ma li comprende tutti. tarchiata e nocchiuta come un vecchi o italico resistente al lavoro. ugualmente impraticabile come la valle stretta. La buona vite cui basta poco terreno. Poiché Genova offre monumenti ill ustri quasi per caso.

sul mare. Così il parallelepipedo della casa prende un colore teatrale. in alt o. L'ardesia grigia e azzurra dei tetti de lla città forma un lastrico compatto che si alza e si abbassa a seconda del terren o.. bastioni. che ricorda vecchie città del nord. perde il senso del volume e non è più che colore e illusione di scena. traversando un po nte. tra la gente migliore. Esiste nel profondo de lla vita del Mediterraneo. di sette o otto piani. V'è un senso di vicinanza nelle facciate strette e nelle finestre vicine. di semplice lusso. A Genova e in Liguria si trova poi una forma di città e di abitazione che ne lla costiera napoletana è appena accennata: la casa altissima lungo i porti e gli approdi. un orto. e questi ricordano quelli. tempo del teatro e delle grandi fortune marinare. se ne vedono lungo la costa del Tirreno. più oltre appare una strada. le rotonde dei muraglioni ch . stranissima al primo vedere: sembrano enormi vocabolari allineati. che a certe ore. e più su s embrano di un piano solo. V'è qualcosa della nave nel loro disporre i paesi. fin verso Amalfi. all'improvviso. e sulla ripa di Genova si allineano i grattacieli come li poteva concepire il Sette e l'Ottocento.. le finestre lunghissime e stret te. Dovendo pro fittare di tutti i capricci del terreno. i grattacieli del porto di N uova York. Dal più alto al più basso. archi. poi le strade che dividono questi edifizi sfogano da una pa rte e dall'altra su un panorama di tetti più bassi. Che ci sia una spianata e si allineano quattro o cinque enormi cubi da città m odernissima e piana. il rosso e il rosa sono i colori delle loro c ase. come per un vago odore o ric ordo o suono. i tetti sembran o quasi aiutarsi a salire. sul cielo. Dai pianerottoli. scorre per i pendii come un fiume. ma una grande città costruita tutta a questo modo diventa un capolavoro. A un certo punto l'architettura piemontese si fa sentire. un modo di abitare che si s omigliano nei luoghi più diversi del Mediterraneo: forse per questo a chi viaggia sembra che i vecchi luoghi sul mare siano stati sotto un solo impero. vi ricordate di cento altri luoghi diversi. un vicolo stretto fra due mur iccioli. come i n quella piazza e chiesa Carignano. Ho detto che Genova ha in sé il tema di molti luoghi e di tutte le città marinare de l Mediterraneo. ne è una capitale. torri castelli e fortezze ricordano i mag azzini. Paesi arrampicati sul declivio del monte. sembra precipitare in disordine negli avvallamenti. ma in Liguria tutto questo è svolto in grande. superfici lisce. i colori li distinguono. una razza unica cui è difficile assegnare altro ceppo che il mare. tutto dipinto. nella luce de lla sera. La ristrettezza dello spazio impone dovunque le sue necessità. rifanno aspetti di vita simili fra loro. e viene a mente come in un altro porto l ontano lo stesso odore si mescoli alla nebbia e al fumo del carbone. finestre con gente affacciata. la città non è più che un'ultima casa bassa. bugnature. come si vede. Essa appartiene all'internazionale dei paesi marini . si scorge il qua rtiere sottostante con le sue convergenze di scale. Dovunque vadano. anche la più modesta.va come quei gruppi che nelle vecchie carte panoramiche siedono fra gli svolazzi del titolo: un bimbo raccatta sassi. fin dove. lastricato nel mezzo di mattoni rossi disposti per taglio. o che proprio la loro scelta cada su terre difficili per la necessità di abitare gli approdi. Stando a Genova. e il cubo monotono della casa moderna che richiama alla memoria città orizzontali. edifizi stretti e alti. quando lo vidi la prima volta. v'è una forma di costruzione. Hanno vivi colori. al punto da ricordare un'altra curiosità architettonica. una ragazza col suo cane segue l'entrata d elle navi in porto. con la bizzarria degli edifizi intorno a cui corre e serpeggia la medesima strada che li tocca al pian terreno e giran do li sovrasta all'ultimo. leggero. muraglioni. dando il senso di un'altura resa prati cabile in cui alla fine ogni accidenza del terreno è sfruttata a scopi di architet tura. è difficile scorgere una strada o la facciata d'una costruzione. è sospeso in alto come a una gru. edifizi che da una parte son di sette piani. Anche sulla costiera di Amalfi l'architettura popolare si adatta alla monta gna colle sue scale lunghe come viottoli. ques ti edifizi si puntellano l'uno con l'altro. un gruppo di scolari ripete la lezione per gli esami: "Quand o si determina il rialzo dei prezzi. con un'uscita sotto e una sopra. cor nicioni. Genova si configura nelle forme più diver se. lontano. si respira il forte odore del porto. queste decorazioni danno l'impressione di scenari del Settecento. ma decorate spesso di false prospettive. ma senza quasi dislivelli repentini. Questo mi parve curioso a Porto d'Ischia. solo qu alche cupola emerge come su uno specchio. tra casa e casa a un tratto appare il mar e.". quasi irreale.

c ol viso di tutti gli adolescenti dell'arte primitiva. diventò un gran sim bolo. Qui si ha il senso della vecchia città. con un forcone divenuto lancia tiene a bada il diavolo serpente ai suoi pie di. tanto che è causa di c ontinuo stupore vedere aprirsi in questa incredibile dimensione porte e androni. il sole vi si fa strada a fette. ma meg lio. fino a Sotto Ripa dove si sente. Chi s'è trovato qualche volta in un palcoscenic o su cui è disposta la scena di una strada. intima come una casa. Da lle luci sfolgoranti dei luoghi alti si passa a luci di acquario. come nel Sestiere di Porteria. del la Spina. ed egli. così accade di sentire leggendo un verso classico magro e t emprato nella sovrabbondanza di una prosa recente. meglio. Basta che si apra una piazza su una dimensione sufficiente del terre no. una galleria coperta. là è il più vecchio colore d i Genova. giovane. l'ho sognata. nel portico schiacciato . bolognese o napoletana o lombarda. Si è sicuri di percorrere una strad a. un acquedotto divenuto modello d'un'architettura sacra. edifiz i contenuti fra altri edifizi come in una custodia: la chiesa di San Matteo. d'un canto antico e primaverile. veniva su da quelle annunciazioni improvvise con cui il popolo a un certo punto ridà l'avvio all'arte . come se nel sogno potessi ravvisarla e c apirla meglio. In breve. Piazzette nelle piazze. quello che sovrast a la chiesa dello stesso nome. e ad aggirarvisi prova l'impressione d i esser fuori e nello stesso tempo in un interno. riassunto delle cucine del Me diterraneo. c'è una pennellata di verde. dagli spiragli fra casa e casa. quando tutto è morto e tutto ricomincia. le terrazze delle case. c ome se entrasse da finestre in un luogo chiuso. appaia coi suoi colori stinti e tenaci. Sul grigio pan orama dei tetti. danno in grandi stanze profonde. di mercato settimanale. quest'angelo mi appariva come la resurrezione d'un mondo sulle rovine di quello vecchio. dritte. a triangoli. non si scorge aperto che un quartiere per volta. uscendo dagli ascensori che trivellano la roccia. ricciuto e paffuto guarda il mondo. è un arcangelo dal viso di contadino adolescente. in Piazza Sarzano. il giallo e il rosso. i vestiti all'ul tima moda. in cui la luce filtra con un colore marino. ma questo a me accadeva naturalmente. e l'Italia il punto di convegno di tutte le favole. Gl'interni sono la continuazione della vita della strada. raggiungono il pianerottolo.e arginano uno sprone del monte e formano un nuovo principio di strade. E mi pareva di sentirlo cantare. Dove lo spazio si restringe. le piante odorose che condiscono la cucina genovese. sempre o quasi sempre a livello di una strada più alta. il giardinetto col basilico. più in alto di quanto si pens i. dall'alto del timpano della chiesa a più o rdini di colonne sovrapposte. Mi riapparve l'Arcangelo San Michele. perché la vecchia piazza pop olare italiana. come l'architettura di questi luoghi imparò dagli ac quedotti romani. Sugli spiazzi elevati tra i muraglioni appaiono d'improvviso. un'umanità indaffarata. e ogni cosa si rivelava con l'improvvisa facilità con cui i sogni apro no il senso della verità. È difficile dominare la città. e il senso di ritrovo di ragazzi di sera chiass osa. come è il popolo. lunghe . le religioni tutt'una. quasi vie naturali che immettano in un regno di natura sulla cima di u n monte. porta un gran mondo nel pu gno. come si sente il peso d'una roccia e d'una grotta su l mare. come succede a chi va in montagna. può dire se non è la medesima impr essione che dà Genova nella sua parte più vecchia. quest'angelo dal viso né adulto né giovane. più si sale e più si chi ude il lastricato dei tetti. strade c he ricominciano sempre daccapo. come i contadini e i pastori all'alba. Cento altre chiese e palazzi di Genova sono tra gr andi edifizi che sembrano coprire cotesti monumenti quasi col loro stesso tetto. Quello che avevo veduto il giorno prendeva senso da questa memori a notturna. o il palazzo Doria. Ora. il mondo trascors o era un grande deposito di favole umane. MEMORIA DI LUCCA Ho veduto Lucca e poi. da questo impiego d'un tema antico. ma nello stesso tempo sembra di aggirarsi in un interno. il peso della città intero. . menta. di piccoli monumenti arcaici imprigionati tra costruzioni del Sette e dell 'Ottocento come è raro vedere altrove: la misura antica contenuta nella popolosità e smisuratezza moderne. È come un grande palazzo diviso . cortiletti. molto in alto. la strada è coperta. quello che essa possiede in modo unico. tutto quello che avevo veduto il giorno si legava a lui. Raramente accade di sognare una cit tà. tutt'uno i popo li e le civiltà. in ombra. Vi sono edifizi dove le scale seguono nell'interno la pendenza del monte. interni.

quando questo era un modo di vivere e di c redere. quando si conquista intera potrà tardare il giorno della sua gloria. ad aprire. e tuttavia avev a trovato il tono giusto. la grandezza del mondo nuovo era tutta nel fatto che potesse assomigli are ai grandi temi antichi. paesi. questo. d'una discendenza e d'una storia anche nelle passioni dell'uomo. ma piuttosto una città al punto più alto del geni o popolare. il segno del potere degli italiani a ridurre il mondo alla loro misura? Civiltà difficile a tutti. differenze. sulla soglia delle cattedrali ricorda l'a ntichità e le favole perenni del mondo. diventa un fat to coloniale. dicembre tra i boschi a caccia. guai a lei se si arrende. la cui v italità può rimanere più o meno nascosta. morire. e non soltanto perché qui amò una donna di carne. da cui nacque la stessa architettura romana del Rinasc imento. è ricorda to alle soglie della nuova religione come è alle soglie del viaggio dantesco. aprile a cavallo e un fiore tra le dita. comunale. cioè la capacità di assorbire molte cose del mondo senza lasciarsene turbare. e alla fondazione d'una chiesa non trovava stra no ricordare le favole pagane. era il nuovo. una sola epoca. anche le operazioni quotidiane. i libri d i quel tempo. Essa coincide con le qualità più profonde e naturali dello spirito u mano che nell'arte si vuol sublimare. col disegno d'un acquedotto costruiva una chiesa. per cui esiste una sola stagione. ma lo schema della bellezza e dell'armonia nell'arte sarà sempre suo. Tutto vi assume un colore di mitologia. infine. come un mondo di passioni e di fatti fermi sui qu ali si ricalcava ogni altro avvenimento: la necessità. Dante qui m'era vivo presso la sua casa di Gentucca più che in ogni altro l uogo della Toscana. lo stesso sen timento del mondo ch'ebbe Dante. maturare. Il mondo era stato fondato per sempre con gli antichi: v'era un sol modo di atte ggiare le passioni. ingrandire. C'è la stessa audacia. una civiltà nata dalla più stretta aderenza all'uomo e alla natura. il mondo antico è come il presentimento del mondo nuovo. è la sua predestinazione. eguagliandole a se s tessa.Infine. Virgilio e Davide. chiusa talvolta come un'entità particolare e lo cale. febbrai o all'amo. la vecchia religione non è altro che un regno non ancora toccato dalla grazia e sta alle soglie della fede come il labirinto inciso sulla colonna del Duomo di Lucca . riducendole al suo senso. e l'architettura lo stesso. non cercò di superare se stessa. dopo di che quasi non costruì più c hiese né palazzi né torri né santi. dopo averla visitata. essa il par agone migliore. quella in cui la c iviltà italiana era naturalmente l'erede d'ogni cosa che avesse senso umano. varietà. Non sembra di leggere an cora Dante? Non è lui il gran costruttore di cattedrali. Lucca è rimasta a quella fioritura. Questa è la posizione dell'italiano nel mondo umano. Lucca non mi apparve come una di quelle città dove l'arte ha la sua parabo la tra crescere. Tutto questo è chiar o e vivo a Lucca. ma che vive della propria tipicità. È un m odo. quella che allo stesso modo si riallacciò alla paganità e che dai monumenti superstiti trasse i motivi per le sue nuove costruzioni. s'ha l'impressione di aver visitato quell'umanità. un disegno s ulla pietra c'informa del Labirinto. e una scritta dice pressappoco: "Questa è la forma del famoso labirinto di Creta". aboli va le distanze. quando mescolò l'antichità al tempo suo. un'architettura ferma pressappoco al tempo di Dante. che non cerca l'universalità in una misura com une che si accetta o si dimentica. il medioevo italiano ne compì la parabola facendo lo stesso per la romanità e per l'antichità mediterranea: profeti ebraici e grandi poeti romani. allo stesso modo il Cristianesimo si servì della Bibbia. ma perché qui ma ggiormente è il colore e l'ingegno del tempo suo. trova r parentele ed echi nei mondi scomparsi. marzo alla potatura. e nei nuovi sentimenti la grandezza di quelli vecchi. tra la Deposizione dalla Croce e la Carità d i San Martino ricorda i dodici mesi dell'anno. traversie dell'uscita d'Israele e favole d'Ercole e di Minosse. era il mondo nuovo che al suo nascer e ricordava i drammi dell'umanità. terriera. d'essere universali e civili. ottobre sul tino. non aver vissuto invano. aveva un solo accento e nuovissimo sempre per cantar e queste cose. C atone ed Ezechiele. che dalla assoluta contemplazione di essi tocca le magg . Lucca trovò queste cose a l primo stadio della sua ispirazione. costumi. creando su gli antichi i nuovi miti. Su una colonna del portico del Duomo. e in questa contaminazione. gennaio con la conocchia. Una civiltà rimasta interna. che lo abbraccia tutto e vi si riconosce. novembre all'aratro. di esser cittadini del mondo universale. Lucca è una città che ha il segreto di molti fatti italiani. i fatti umani avevano un sol corso e una determinazione quas i fatali. Esso è qua come nell'opera di Dante.

tutto nell'atto più bello dei fatti umani che è il principio . lo fanno risal tare meglio. sulle ginocchia rigid e che sole attestano la pesantezza della morte. angeli né tristi né lieti reggono la ghirlanda intorno al suo sarcofago. non ne delinea la struttura carnale. Tutto è composto nell'atto della vita e della grazia. dalla rapprese ntazione d'un breve attimo umano ricava i misteri profondi. IL POPOLO. e pare di leggere in quegli angeli l'attenzione dell'artista. Antich i poeti. e forse soltanto sogguarda le pieghe de lla veste che convergono al seno e al petto. egli trema ad atteggiarle la veste: là dove le gambe si stendono. e per esempio in Toscana. la piccola scena di un attimo. ma si avvolge dal piede sinistro al piede destro confondendo lo stampo del corpo. l'occhio di chi non ha veduto nulla. il quale cert o la immaginò più che ritirarla. il principio d'un nuovo canto. quando un nuov o accento dell'arte nasce nel mondo. C'è il sapore di cen ere di tutta la poesia italiana. fu sposa. È un a ttimo. Sorride? Pensa? Vede entro di sé? Ha l'occhio come un fiore chiuso e mai sboccia to. Tra i frammenti sparsi nel muse o di Lucca v'indicano lo stemma d'Ilaria. donano all'ambiente e a l paese. Ma all 'alba. e un medesimo pudore. fragilità. annullamento. Porta una ghirlanda s ulla testa. al contrario dell'arte italiana che dà per misura l'uomo. che dalla esattezza della verità trae qualcosa di attonito. antiche pietre. I VETRI Uno dei fatti più nuovi dell'Italia d'oggi. della forza. è lo sviluppo delle industrie in paesi v ecchi. Il pudore dell'artista si confonde col suo pudore. come raggi che sfiorano il centro d ella sua vita di madre. al gran Jacopo. che si domandano quale simbolo chiuda. Ma poi. soltanto la s ua fine è l'episodio più importante del suo passaggio sulla terra. forse in quel solo punto gli fu lecito contemplarla . Perché non si vedono i piedi? La veste è tirata sui piedi come il lino d elle antiche statue sacerdotali. cari alle oleografie. Solo in questo punto della morte fu affidata a un artista. a un tratto. e poi la nascita dell'industrialismo in I . è sospesa come sul pun to di dormire o di annegare. andando di chiesa in chiesa. col giglio fiorito. ebbe figli. Dietro a questi le vecchie tavo le delle Madonne tra putti nudi. Si capisce come ad ognuno di questi accenti qualsiasi pellegrino abbia trovato l'accento d'una nuova gioventù. da noi lo dà lo spettacolo perenne della vita che vuol vincere il tempo. eccolo che ancora una volta ricorda la fant asia tra popolare e classica italiana. Lungi dallo sfigurarvi. "Morte immortale". nelle solite cornici dorate: la Madonna dal profilo emaciato e dalle grandi lacrime tonde che paion di vetro. il segno più ermetico. che non è dei meno interessanti: egli porta sempre qualcosa dell'artigiano. e i grandi paesaggi. tutta lei è la testimonianza d'un ingegno che da un fatto naturale. Là presso giace colei che fu chiamata fino a ieri Ilaria del Carretto. i Santi dal mantello turchino e g iallo. È composta come in un sonetto del Petrarca. e sembrerebbe uno di quegli adolescenti pag ani se la sua non fosse l'adolescenza perpetua delle spose di un tempo. L'occhio n on si sazia mai di percorrere questi punti dove è il segreto d'una vita e di un'ar te. Santi in contemplazione. Mi parve questo. Q uel senso di sbigottimento che nel settentrione è dato dalle infinite Danze Macabr e. notai che ai piedi delle vecchie ta vole degli altari erano state erette altre immagini più moderne. il compendio di tutto lo sforzo i taliano. EMPOLI. Amò. a Lucca. e anziché sopraffare il vecchio colore d'una vecchia vita. Prima di tutto c'è lo spettacolo di come l'italiano si trasforma a co ntatto con la vita organizzata e collettiva. del la gioventù. non segue la lunghezza delle gambe. chiuso nella sua cappella come in un antro sibillino. non più grandi d'un metro quadrato. È un fatto che i santi di allora nessuno più li prega. un a donna per cui s'è compiuto il miracolo della morte immortale. Il cane ai suoi piedi leva il muso interrogativo. dice in greco una lapide del Duomo di Lucca.iori altezze: è un antropomorfismo con cui non ha nulla da fare gran parte dell'ar te moderna che taglia agli uomini i legami con l'originarietà per farne manichini di idee e di religioni che rinnegano l'uomo qual è e volendolo elevare lo umiliano . ognuno che è entrato qui s'è seduto sul banco lungo la parete a guardarla. i capelli ben pettinati. leggerezza. La gloria è la gran droga italiana. come una visita di dovere. Giusto il Santo Volto col suo terribile aspetto. tutta Lucca ve lo ricorda. Chiunque è passato di qui è venuto a visitare Ilar ia. Ed eccola sospesa nella fantasia degli uom ini. la veste è drappeggiata come una c oltre di pudore. come il lino dei pontefici in trono.

Mi domandò se fossi venuto a E mpoli per lavorare. i mer cati. In mancanza d'altro. e si correrebbe non so quanto al ric hiamo di questo vino dal sapore di vecchie rose. e questo lavoro senza volto. la tendenza è la stessa. saputo che venivo da Roma: "Oh". il grande nuovo articolo che preparava una vetreria era uno spet . Perf ino i prodotti a serie dei magazzini sembrano appesi a un albero di cuccagna. ma non di più lontano. d'insegne che avevano portato qualche cosa di artis ticamente popolare nello zinco verniciato. in Italia tutto si concluderebbe in architettura e in arte. e nulla è tanto eterogeneo che non entri in quest'atmosfera che è pur dura e di lotta. giacché viaggiavo. I fuori porta si vedono dalle sue strade dritte tra balenii di biciclette che si confondono con quelli delle foglie degli olmi prese da un lung o tremito come se pullulassero. e l'atteggiamento di chi tira i due capi dello spago nelle braccia u n po' discoste. il contado. è u n meritato riposo. di tutto il mangiare semplice. quattro donne di marmo sorridono nude. E che dire di quest'insegna che porta scritto "Bazar fantastico"? Empoli è in piano. come altrove "tout fini t par des chansons". La razza vuol p ur dire. una fo ntana ricorda la munificenza d'un signore che dotò la città d'acqua potabile. e riacquistano il vecchio prestigio dell'infanzia. noi l'Italia fummo abituati a c onsiderarla così: si rimpiansero i più abili artefici e artigiani d'Europa. la sua lotta. D'estate i vetrai son chiusi. ma si to rse il muso davanti ai fumaioli delle fabbriche. e poi. queste osterie a ogni passo che spengono l'arsura della strada polv erosa.talia non è quella cosa nuova e strana che s'è creduta per un pezzo. Al tempo del gr ande artigianato e delle vecchie corporazioni. Il popo lo intorno a questi nuclei formò i suoi. perché in conclusione. Gl' impresari cambiano. fatti di botteghe sotto i portici. Basta tuttavia che la società si organizzi su un dato schema. "venite pe r l'appunto da Roma: come corre il Tevere? Io ci manco dal 1885. Mi chiese anch e notizie di Prato. I carrettini dei fiaschi da impagliare sono fermi davanti alle porte. è già la nudità moderna che ricorda la camera da letto. C'è un modo di disporre e di mostrare le cose del vivere che ha della compos izione. sarà una torre. vi si attardavano donne coi bambini in braccio. e ho sempre pen sato se corre più il Tevere o l'Arno. e i richiami delle trippe e della zampa. Ci s'imbatte a un certo p unto nell'Arno. Si starebbe delle ore qua in mezzo. Per chi detesta la spocchia di certa vita moderna tutta nel parere quel che non si è. a vederne alcuni ancora aperti. i manifesti che laggiù sono più larghi e coloriti. I rag azzi giocavano in piazza. una colonia estiva. Di sera sono aperte le finestre. ci sono i santi agli angoli. Nacquero perciò tanti monumenti senza scopo. le donne cuciono sui balconi. Il tramonto rosso e il perdersi del fiume nel piano ricordano il mare. le insegne e le merci. perché Empoli ha almeno una quin dicina di fabbriche di vetri. riprende il suo vecchio potere. e sott o un calice di marmo grondante acqua. come se tutto questo fosse l'annunzio d'una fiera e d'un Luna Park. perché quella funzione torni in pieno. Non è più la nudità d'un tempo. che imitavano nell'apparenza le vecchie logge e i vecchi palazzi d'arte. In quella venne avanti un ciabattino. un cam po di gioco. le città ebbero centri nati da quel l'assetto. Sulla s palletta del fiume c'era un uomo seduto a guardare. qua ndo era ancora fresco. con lo stesso color verde che ha a Firenze. E non era più l'Italia quella div enuta soltanto agricola e che aveva abbandonato ogni ambizione civile. mi disse. ma sono arrivato in tempo. e cioè la capac ità del lavoro a crearsi i suoi monumenti e le sue testimonianze come l'avevano av uta un tempo i tintori o i lanieri. che ritrovi in qual che modo la sua attitudine naturale. Su un banco del fiume all'asciutto giocano i ragazzi . di vecchi vasi. il popolo s'è fatto la sua decorazione per la vita quotidiana. di mescite di vino. come era considerato il lavoro industriale. poi divennero i musei di quel lavoro. a prender aria. Si dilungano laggiù i quartieri degli operai. e la polvere. E poi le merci sulla strada. e la vita si riannoda al vecchio filo. e il contadino nei campi contigui non ha finito mai di lavorare. Qualche cosa però non era andato perduto. Non sa ranno più i palazzi dell'Arte d'un tempo. questo m ercato quotidiano che ricorda da vicino la vita. Aspettavo qualcuno per domandarglielo". col fare filosofico dei "ciaba" di tutti i paesi del mondo. gli steccati gialli di qualche cam po sportivo. di vec chi caffè. Ecco che cosa può pensare un uomo solitario sulla spalletta d'un fiume. A Empoli mi accadde di pensare a queste cose davanti al suo vecchio Duomo.

e questo bicchiere. fiori e frutti di tutti i colori. il gruppo degl i operai sta raccolto in mezzo. dell a vita. di alcuni n on rimane che un ricordo vago. o di paesi visitati. va si e lampade. col gesso. Ancora una volta penso per esempio a una grandinata su ques ti vetri. accompagna la vita. E si scorgevano vecchie forme. della nostra infanzia. come d'un'antica fabbrica o d'un'antica chiesa. coi loro turaccioli. Ecco cose fatte per con sumarsi. nasce come un frutto duro e verde. A un certo punto vien quasi il panico di quella estrema deperibilità. Ma in un altro magazzino chiuso. ognuno col suo grumo incandescente che p assa attraverso tutti i colori e le forme. le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri. antichissime. e il naso e lo stemma della loro squadra erano le cose più rilevanti. questo vaso. viaggia. ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi . S'immagina quanti esemplari. sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano. Passano i tempi. e trecento di vetro artistico. e su questo tema. le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tas toni. all'infinito. Dev'esser la stessa l'emi ssione del fiato. gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine. che è tutto dire per un'operazione delle più faticose. crollano monumenti di pietra. la testa di vetro bianco. e le razze diverse erano i diversi colori d'ognuno sotto le stesse forme. ognuno di quegli oggetti ricordava un amb iente. Appeso in basso a una lung a canna si gonfia come una nota profonda il bottiglione. forme che furono dei Fenici. qui acqui stano quasi aspetti di tribù. È un m ondo assai precario. si sono rotti per uno che ha varcato il tempo. sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidi ane degli operai. abituati come siamo ad essere circondati di cose non fragili. le oliere all'infinito. si disperde perfino la traccia della pianta d'una città. con tutti i toni del verde. la bottiglia della camera d'albergo. pressappoco come quella cornetta del jazz che pare riesca a stento a gonfiare una palla di gomma ficcata nel padiglione. il bicchiere dell'osteria. Paiono orti di grosse zucche. gli ornamenti dei salotti. a migliaia. dura in qualche lembo di terra. e fra l'uno e l'altro n on v'è che un'oscillazione media di venti grammi di peso. eppure esistono vetri di mille e duemila anni di vita diseppelliti dall a terra dove hanno dormito per secoli. per generazione. Soli e insieme. d i travi e d'assi. la maglia di colore. i comodini da notte. Fuori. fra solitudine e solitudine. Il soffitto è altissimo. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola. a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi. tant'è vero che ogni esemplare è uniforme. i cestini da viaggio. il ritmo del le canne lunghe disegna fra uomo e uomo. e in circolo ognuno si dispone co n la sua canna. Oggi escono da ognun a di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno. le bottiglie. si colora come una bolla. paiono delle bambine con la testina e il collaretto. che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali. si ferma in qua lche angolo ignorato. La fragilità del vetro è una cosa di cui bisogna ricordarsi ad ogni mo mento. Su una tavola disegnata al modo dei campi di gioco. Questo un gran m agazzino di tali manifatture: c'erano rose. E i vasi per fiori.tacolo di partita di calcio. ripetute all'i nfinito da tanti anni e secoli. dietro l'ispirazione d'un artigiano ignoto che t rovò quella prima misura all'emissione del fiato nella canna. altre oliere da trespo lo. C'è la solitudine del lavoro individuale e insieme un colore di vecchia comunità intenta a un lavoro che ha perfino del gioco. o veduti in qualche museo. i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie. È come se concertassero degli strumenti. C'erano violente simpatie e antipatie. quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case. separati da muriccioli tra magazzini confinanti. questo pupazzo. Sembra un grande concerto che non arriva a esprimersi altro che in fo rme rotonde. il forno del ve tro è come un gran calamaio cui attingono tutti. mentre dall'altra parte le bottiglie striminzite e verdi da un quarto di litro fanno un altro suono di . e gli ospedali. una coinci denza di linee e un gioco di rette ripetendo il ritmo convergente delle assi del soffitto. A un tratto questa di vetro mi se mbra come un'umanità: corre il mondo. tra i potenti ventilatori e le finestre. a perdita d'occhio. Ma forse in questo contrasto sta tutto il fascin o di questo spettacolo. aprivano bocche mostruose o sembravano pezzi d'anatomia. erano disposti i giocatori. ricordo d'una civiltà. su una tabella. s'infiamma a mano a mano che prende più aria.

dalla direzione delle f enditure del masso intuisce il metodo di cavarlo. una lapide come lo chiamano. accompagna la vita dei cavatori nelle va lli bianche. altrimenti egli sa che il marmo si cava pazientemente. Furono come correnti troppo dense. da quegl'indizi che non tradiscono mai il suo occhio esperto che ha con la pietra la stessa confiden za del contadino verso le piante e la terra. che ogni masso è inclinato dalla parte della levata del sole. dal globo alla coppa. i ragazzi portano al forno della tempera i recipienti finiti in cui alegg ia ancora l'ultima fiammella e fa sprizzare scintille dal bastone. si vela tuonando in un nembo di fumo e di polvere. gravitare. È questo uno dei più stretti rapporti d ell'uomo con gli elementi. come una pianta che vedesse ingrandire enormemente un frutto. Sono questi gl'incerti del cavatore. l'alta pressione le formò in blocchi. si consolidarono. In qualche luogo è il propri etario della cava. Gli alberi incarboniti traversarono la superficie candida. Fra p oco. dà uno squa rcio atterrito. La scienza del cavatore è lunga come la vita di questa pietra. L'esperienza gli dice che ogni masso giace nella montagna in forma di rombo pressappoco come una forma tombale . altrove le piante incarbonite macchiarono trop po il marmo. In quest a orchestra di forme. la portentosa musica del marmo che chi non l'ha udita non può figurarsela. l'aiuto d'un compasso di legno per le misure e per aprire e regolare le corolle del vetro. ancor molle. di laceramenti dell'aria. si amalgamarono. le cime dei monti into rno sono gremite di spettatori accorsi da ogni parte. in cima a un bastone bruciacc hiato. e s omiglia a una di quelle giornate d'artiglieria in guerra con la sua sinfonia di schegge. si lacera come un cratere. il ragazzo gli sta attorno c ome in uno di quegli esercizi perfetti di acrobazia che vediamo sui palcoscenici . Il quale passa nelle sue mani attraverso tutte le forme. di cui non si sente a tratti che lo sgrigliolio dello stac co del vetro. A tratti. spesso egli si serv e degli stessi metodi che servirono ai romani. una striscia di quarzo più accentuata minacciano la durabilità del masso. come s e fosse stato disposto con ordine in una scatola. dalla conformazione. poi le montagne sorte dagli abissi marini compressero questi blocchi. e che nessuna pr eparazione scientifica può eguagliare. lo stesso soffiatore è compreso di quel volume che nasce al s uo fiato. Il marmo è il risultato del lavoro di secoli.questa musica acuto. se ne trae soltanto un piccolo blocco. o strati di quarzo più compatti resero più fragile la superficie del mi nerale. il ragazzo vi salda un ornamento. Per un pezzo la vallata risuona del rotolare dei massi e dei detri ti. ripetend o nelle venature del marmo le ramificazioni delle piante. e da q uesto connubio della vita marina e vegetale nacque il marmo. perché raramente egli ricorre al le grosse mine. o dalla parte di t ramontana. una di quelle grosse mine da qualche q uintale d'esplosivo. quando si sarà diradata la nube di fumo. e dove la materia era meno compa tta la incrinarono col loro peso. egli vedrà forse scoperti i blocchi ch e giudicherà con un'occhiata dal colore. Una macchia troppo forte di nero. come un riepilogo rapido di tutta un a discendenza di volumi geometrici. e solo quando si ripromette la scoperta d'un banco considerevole . l'esperienza. si vede la montagna gonfiarsi come un petto forte sotto un respiro poderoso. che ha il privilegio d'u n piccolo inserviente. il ragazz o stacca il dippiù. di scoppi. in cui conta la razza. da un masso considerevole. U . sta quasi da parte un lavoratore di fino. crolla poi come una nube. più o meno intensa. A volte. nella sua forma. Questa stessa musica. che dallo scoppio giudica l'importanza dell'operazione. Raramente accade di ammirar tanto l'uomo come in questo rapporto con la pietra. e questo è appena il principio della sua scienza. o del principio di quei metodi. Dal colore d'una superficie indovina quello che c'è sotto. Le bottiglie stanno nel forno a indurire e sembrano pani. il ragazzo vi aggiunge il piedino. e bisogna purgarlo. queste sommità erano coperte dal mare: miliardi di conchiglie si impas tarono alle materie organiche trascinate dalle correnti. egli ha trovato la di rezione del pelo del masso come per un tessuto. al piatto. I giornali avranno annunziato lo spettacolo. IL MARMO Quando scoppia una mina sui monti Apuani. nella profondità si fuser o. marmorizzarsi s otto il suo fiato le grandi bolle verdi. rimane un attimo lungo in quello straordinario atteggiamento c he ricorda la sofferenza di un parto immane. E intorno tutto un coro è intento a sentir oscillare.

rimangono qui i detriti di tremila anni di scavo. la morte. ma vi è qualcosa di vaporoso e di sfumato. gli spiazzi pieni di l astre e di blocchi. i detriti si sono aggiunti ai detriti. Ne ho conosciuto uno. il cava tore resta con la sua pietra. si vedono gli effetti dei contraccolpi e gli spostamenti nei mille atomi che la compongono. i riquadri di marmo delle por te e delle finestre rustiche. La valle bianca sembra colma d'una neve in una stagione in c ui le cime siano disgelate. ha il colore d'una grotta montana. lo si scava da tremila anni. un lastricato di marmo davanti a un'osteria. Io l'ho visto sc alpellare in non so quanti luoghi del mondo. Anche l'uomo. Gli Et ruschi. Sono occhi a for ma di virgola. riflette su Carrara quel colore lattescente in cui le ore passano come davanti a uno schermo frapposto a l sole. la gloria. quella mazza del peso di otto chili. in cui è rifugiata la pupilla. il duomo di Carrara . statue e colonne. la pr esenza. imbianca lontanamente le strade. dove l'orbita è più fonda sotto la fronte. Per chi la veda dal mare. Ma. Con uno strumento così pesante non oltrepassano d' un millimetro il segno. il marmo lentamente riprende il colore d'acciaio delle sue montagne. di straordinariamente duttile. sono arrivate in capo al mondo. in esso sono sepolti secoli interi. che adoperavano la creta. infine. non ha mai voluto andare in pensione. con cui seguono i dife tti e le incrinature del masso. le ombre vi si adagiano den se come di velluto. tra esse s'aprono tre valli bianche. tagliano come con un coltello. perché da palmo a palmo la montagna è diversa e il minerale assume diverse confi gurazioni. templi. e sarà difficile che non si ecciti al pensiero d'u na mina. tutto di marmo anche internamente. dà una luce speciale a ogni cosa. con cui danno colpi che hanno la precisione d'un taglio. i depositi di marmo. Perciò la cava di marmo è un fatto personale. di settant'anni. Con un braccio di meno diverrà guardiano. a un materiale cui si affida la memoria degli uomini. Già lungo il percorso. una delle cose più solenni che la natura e l'uomo abbia no messo insieme. promosso capocava si rassegnerà male a non avere il suo bl occo da purgare e da squadrare. . colonne. il sole a diverse ore vi stampa in finite gradazioni. si aggiung eranno poi quelli dei secoli avvenire. danno quello sgomento che è un carattere di questa pietra. Sono tremila anni di statue. vecchio ch iederà ancora di servire.na volta venne quassù un ingegnere fresco di studi e di poca esperienza. Ma se tutte queste cose. come d'un minerale fuso e rappreso. come l'arte e l'artigianato. le cime son o scabre. la montagna differisce da ogni altra che la circonda: sono quattro cuspidi di pietra. ed è questo i l presentimento di quell'implacabile polvere che colma tutte le valli. e uno d i loro disse in modo d'essere inteso: "Costui è troppo presuntuoso. A lui non inse gneremo nulla di quello che sappiamo". que l confuso pensare a un fatto definitivo. Di marmo si vestono cose definitive. bianca e gelida di questo minerale dovunque ricorda il lusso. è il mondo sopravvissuto che parla attraverso il marmo. Gli occhi dei cavatori sono quasi interamente chiusi. Lungo la strada l'insolita presenza d'una pietra così preziosa. là è il blocco e l a lastra di marmo. voleva fa re e disfare a suo modo. Questi danno i l colore bianco di neve alle valli tra cui formano una immensa corrente perenne. Non è questo l'ultimo sentimento che accompagna chi visiti ques to immane mondo di pietra. in ci ma a tutti i tempi. la luce le tempra come l'acciaio. Ho detto tremila anni di escavazione. ed essendo capocava non s'è rassegnato a guardare il lavoro degli altri: i suoi padro ni lo sorprendevano con la mazza nel pugno. qui usavano il marmo. dimenticando la loro civ iltà di fornaciai. in quest'operazione la pi etra diventa qualcosa di elastico. i secoli spenti che vogliono per essa sopravvivere. Due vecchi cavatori si scambiarono un'occhiata. Dove è uno che nel mondo vuol lasciar memoria di sé. Il cavato re conosce la sua cava come la sua casa. Sono venticinque le vittime annuali di quest'opera. fino a quando può. Miliardi di tonnellate di scheggioni si s ono accumulati in queste valli mutandone di dieci in dieci anni la fisionomia. una lastra che fa da scalino malfermo a una casupola. d ai residui di blocchi da cui furono cavati gli stipiti del Pantheon sino a quell i dei lavandini di cucina. meno che in un tondo. distingue il suo pezzo di marmo tra mil le. da Pietrasanta.

pietra per pietra è sotto il passo una lunga musica minerale. che preme la valle da tutte le parti. da secoli. disposte come celle d'un apiar io nel monte. correnti. una delle più difficili e delle più importanti d el cavatore. si ha l'impressione d'un fiume gelato e miracolosamente praticabile. hanno sepolto perfino alcune ca ve. è la montagna che cammina. È questione di vita o di morte delle cave. fra tanto rovini o. sospesa. Michelangelo diceva: "Io ne cavo via il dippiù". villaggi di cavatori. ab bagliante. La musica degli scalpelli in fondo alla valle. come se si cammi nasse per una tastiera. così fantasticò qualcuno. sono l'elemento fluido di questi luoghi. so tto di loro. i massi rotolano con un fragore lungo. si levano su dalle cave le lisce pareti del marmo compatto. alla corrente di marmo si mile a un'onda immobile. impercettibilme nte. Da questi scheggioni di marmo rifiutati cavano appena una tazza. di crolli. delle squadrature dei blocchi. Essi sono detti comunemente "spartani". Il blocco di marmo intero. La montagna dove stavano compressi è scomparsa sotto di loro. di rovina . quasi campestre. rifugi di cavatori e osterie. cambia d 'anno in anno l'aspetto dei luoghi. Si cammina su un elemento incerto. su cui la fantasia leggerebbe chissà che immagini p rigioniere. un mortaio. ha il ritmo d'una pioggia calma. che sta intorno a loro. una statua che si potesse vedere dal mare. le diverse onde del marmo voglion congiungersi in fondo alla valle. gli scoppi delle mine. mostra quasi un'immagi ne sepolta dentro. Il bianco immenso è intorno. trovano qualche blocco più grande. e le valanghe nuove che scendono d all'alto. incombe sulle cave stesse. In molti punti hanno quasi r aggiunto la sommità. i detriti per la china diventano velocis simi. in un interminabile lavo ro. Dall'alto delle cave. come di tuoni. anch'esse composte di detriti. qua e là. E sopra questo mare di pietra bianca. sembra che la stessa montagna rovini. fra le altre. si accumulano all'immensa distesa dei blocchi bianchi. e si dan no a squadrarlo. Dal l'alto delle terrazze. d'un bianco cavato ieri. per liberarsi dalla loro invasione i cavatori scavano sempre più in alto. La lotta coi detriti è. tavole gi gantesche di bianco o di nero. Li sbozzano sul posto. dà l a vertigine. e spesso trovano di quel mar mo egregio che sembra una neve densa e posata quando si unge d'azzurro. ondosa. ogni cava ha un suo versante che scarica. Altri vengono dalle marine a piedi. i rombi. un vaso di fiori. Lentamente. tra marmo e marmo. abbaglia come la neve. minaccia di seppellire le cave. sembra che seguano una corrente. sot to la minaccia dei detriti che rotolano a valle. fino a oltre mille metri.È quanto rimane delle mine. o le case costruite in prossimità del lavoro. fitta. le scariche accompagnano chi sale per l'erta dove sull'ammasso delle pietre i passi dell'uomo hanno formato un viotto lo. il lungo lamento del filo elicoidale che taglia gl i immani blocchi delle cave. solleva la strada del fondo valle ogni anno a una più forte inclinazione. nel bianco indistinto dei detriti si disti nguono quelle forme uscite appena dalla sbozzatura. Queste hanno dovuto cercar sempre un più alto gradino della montagna per sottrarsi al peso del materiale di scarto: formano pel monte come giganteschi scalini. in breve sono incrinate dai ced imenti del terreno. è già un lavoro salire quest'erta di dove si s corgono le grotte profonde e solide delle cave in un panorama da Purgatorio dant esco. di questi indipendenti dalle grandi famiglie delle cave. I cavatori isolati. esso va avanti come un fiume. spinte. rigido. Il cumulo dei detriti non ha mai un assetto stabile. attraverso nuovi moti. di trenta e trentacinque metri di altezza. dolce. Non si vede che la pietra su cui s'impara a stare in equilibrio. Alcuni operai abitano villaggi vicini. i suoi detriti. sembra venire avanti e sommergere i rifugi e l'osteria dove cresce gracile in quel bianco un garofano. il moto di esso è così fatale e sicuro che le casupole piantate nella v alle o sul pendio. qualche . e contrappunta il rombo dei de triti. squadrato. Dopo un poco si distingue il marmo calcinato dal tempo. sui bianchi abissi gli uom ini sganciano il carrello e lo rovesciano gridando dall'alto se qualcuno passi. scavano già sotto la cima in cui la pietra si atteggia a statua . per sfuggire a questa corrente. fra tanti detriti. alto. Lungo. e quello fresco. il terreno è coperto di quest o materiale. rabbuffata. a dieci centimetri l'ora. che sembrano grilli. Sono cinquecento cave a compiere nelle tre vallate questo lavoro quotidiano. radicata nel monte. alta. rumore di questi poveri spigolatori del marmo. un grappolo di rose.

con v ittime umane. per le diverse strade di lizzatura. sotto. sul gradino più alto. epigrammi su un masso ca vato male. i bloc chi portati al piano mostrano di queste iscrizioni. uomo! . Forza. assai in alto. Il capo lizza sta va. Già questa corrente bianca che sembra di veder muovere. stavano intorno al carico badando a to gliere di dietro le assi a mano a mano che il blocco avanzava. venti tonnellate. si ruppe. tesa da quattordici metri. una parentela riunisce tutte queste fatiche. quello con cui gli uomini si danno la voce per lo sforzo comune. pietra su pietra. era trattenuto da corde d'acciaio che un uomo mollava gradatamente dall'alto. una mano al mattino ha scritto: "Forza Bind a". è la vertigine. che. davanti al suo blocco che precipitava. Spesso sono intaccati come da un taglio per lo sforzo delle corde. fu come un proietti le. Il viottolo gira per la china con una sapienza d'orientamento. Già i muri dei villaggi. Dove l' erta è più faticosa. sui carri dalle ruote formidabili. serve a tagliare la montagna di marmo. con lo stesso metodo con cui spost ano le travi saponate sotto i grandi blocchi. perché non precipitasse per la china. e per evitare che ne siano troncati l'uomo del canapo li lubrifica con olio minerale. Per contenere la massa dei detriti nel suo continuo moto verso il basso. le filovie passano sopra coi loro carichi di sabbia. Sentenze. intorno a un blocco. all'attri to del filo elicoidale nel masso. formano camminamenti sulle strade p raticabili. Talvolta è accaduto qualche scontro fra questi carichi. il blocco slittava per una ventina di metri. di arrivare primo. colpì l'uomo del piro. sciv olava lentamente su altre assi insaponate come i falanghi su cui si mettono in s ecco le barche. sorreggono le piattaforme delle cave stesse. dai buoi magri che appaiati a decine aspettano l'enorme carico dei blocchi squadrati. La montagna è trattenuta da questi muri. senza fare altre vittime. legato e fornito sotto di alcune assi. È un "oh" più lungo di quello dei pescatori alla rete. escono dal muro compatto e fanno da scala alla sommità per quando si seguiterà a innalzare contro l'incombente marea di detriti. una dozzina.doveva dire. fece appen a in tempo a buttarsi da una parte. bollettini dello spirito della giornata. Il masso. . ricomponendosi più avanti a s eguitare sino a che l'hanno portata al piano. poi tutt'intorno le cave con le lapidi immani su cu i è la storia lenta del taglio del filo elicoidale come una rigatura su un foglio di musica. sempre al riparo dalla corrente dei detriti buttat a dall'alto. fanno da trincea dove lo scarico dei detriti minaccia di straripare. e poi la valle bianca. dai carri. d'una ventina di tonnellate. I lizzatori. risolvo no problemi difficili di pendenze. vedevo scendere una "carica" di blocchi per la lizza ripidissima. A voltarsi indietro. i lizzatori gareggiano a chi arriva prima col suo carico a valle. etnische. incorniciano la parte superiore d elle cave. hanno costruito formidabili baluardi co n le stesse schegge del marmo. coronano le sommità come fortezze. u na goccia di sangue su un ciottolo di marmo. là dove il suolo è minuta polvere bianca macinata dal passo degli uomini . e corre anche una strada ripida. capolavori di tecnica che seguono le accidenze del terreno. Il carico. come in liberi portabandiera della fatica umana. costruirsi un riparo e un confine. srotolandole da un gruppo di pali di legno infissi a un blocco di cemento. tornò indietro. intorno. Ho sentito anche qui un canto. Tra questi baluardi corre o è contenuto il f iume dei sassi. per il trasporto al p iano dei blocchi cavati e squadrati. e così sicuri e fermi che altri blocchi sporgen ti. Forse si salverà. delle case sparse.straordinario ciuffo di fiori o erbe azzurre. perché arrivavano contemporaneamente al traguardo. esclamazioni. gli uomini. Sono i bollettini quotidiani della folla. tutto parlava dei due corridori ciclisti allora in gara . piccolo davanti al masso pauroso. Trenta uomini si mettono pel ripido sentiero e si passano la vittima. l e mura pelasgiche. Quando vi passai. Era l'alba. e non sono questi gli ultimi elementi che ricordano la vita di guerra. L'altro giorno accadde che la corda d 'acciaio. e in uno di questi campioni è compendiato lo sforzo degli ope rai. la più antica fatica dell'uomo. e sopra. la fatica di lottare e di vincere . raggiunta la sommità. Muraglia dietro muraglia ricordano il Colosseo. il lavoro secolare de i muri di riparo. nei tempi di gran lavoro. la manifestazione d'uno spirito colle ttivo. Ho visto. il solo canto delle cave. Questi pali son detti "piri". e accanto: "Forza Binda!". evviva e abbasso. la lizza. al posto più rischioso. Il capo lizza. disposti a ventaglio. Eppure. gli spezzò un braccio e le costole.

orti. che dopo un poco si rompono e scottano nel pugno. che non è classico. oggi il posto di quegli scenari naturali della mia immaginazione è oc cupato dalle città di pietra: la natura si è allargata e diradata. la vita civile trionfando si ammantava del co lore della primitiva barbarie. LE CITTÀ DI PIETRA Quando conoscevo meno bene l'Italia ne avevo tutt'altra idea da oggi. Così. le cave non abbiano più dato materiale per le costruzioni.una modulazione graduata. Il concetto dei clan si temperò. giardini. fresca. Ho veduto le giacche appese dei cavatori. delle acropoli. vere spoglie del tempo e della fatica. il lamento del filo elicoid ale. Di lassù si vede il mare. ridotte in sacrestia e poi messe in onore nelle navate della cattedrale. Fu un a civiltà puramente sociale. Il ragazzo passa di quando in quando colla cassetta degli scalpelli. come fu sempre quella degli abitanti delle montagne in nuclei caratteristici. sopravvivevano con lo stesso significato e la stessa funzione. Il ragazzo li arrota sulla pietra dura. dopo il seic ento. dell'Angelo Annunziatore e della Vergine. che da paese a paese formarono barriere quasi d i nazioni. hanno fatto ricordare a più d'un visitator e la mano d'un grande maestro. per cui essere artisti originali fra noi è legato a tanti sottintesi. maturata però in un clima dove il se nso politico era già perfetto. quella che fu fondata dai contemplatori solitari. una civiltà politica. ma che nella nostra fanno disperare addirittura dell'arte come se tutti g li accenti fossero stati detti. e come tagliano la pagnotta. in quel clima si svolsero i termini di quella civiltà italiana che ancor oggi ha per base la famiglia. Ricomincia la musica degli scalpelli. Più tardi le mie id ee mutarono. Il fabbro li ritempra. e come si appartano solitari a consumare la loro colazione. da rivelazione a rivelazione. alla storia del paese italiano. nella provincia italia na del centro queste esigenze primitive delle abitazioni di pietra si mescolaron o a quelle delle arti e del lusso. nella cava. delle lotte fra le gent i delle vallate confinanti. Tutta la civiltà politica italiana fu poi per lungo t empo una questione di famiglie e di gruppi. che avevano formato i clan delle società primitive. alla sua civiltà moltiplicata per centinaia di lu oghi e genti. l'acqua arriva nei tubi sospesi attraverso le valli. due sculture di le gno. Ultimamente a Montepulciano. l'unità familiare . col primitivismo dei montanari e il loro potere di contemplazione. discendenze. E s'è spiegato tutto. come un medico gua rda un malato. la civiltà basata sui doveri e sui diritti del chiuso circolo familiare. si dice ancor oggi di chi merita ogni attenzione. dove nello stesso tempo è presente una cultura e una c iviltà come d'un tempo fiorito sui monti e sui luoghi alti. che quasi ogni atteggiamento dello spi rito ha un legame e un richiamo. dai ricchi ugualmente solitari. dovette essere un gran giorno quello in cui gl'intonachi colorati fecero la loro apparizione. i d . che ha l a natura d'un privilegio. e non mi riesce q uasi di vedere un uomo pei campi senza pensare al suo campanile. i soprassalti della montagna ai colpi di mina e alle scariche. di rapporti e di classi. Lassù. una specie d'epoca mon tanara. Ve un'epoca del macigno nella vita italiana. di cui è difficile stabilire la gerarchia. quasi ancora lottando. "Ha famiglia. ognuna coi suoi maestri g randi e piccoli che in civiltà meno ricche sarebbero ognuno un capostipite e un ma estro. È il colore inconfondibile dell'Italia antica. incessante di questo enorme sforzo umano. Gli operai guardano il loro blocco. Se altrove rimangono d'una vita remota i dolmen e i nuraghi. Ho veduto il loro pane e il companatico. da essa provenne l'assetto civile di poi. La vita italiana ebbe in tal mod o alle origini una civiltà di tipo patriarcale. tanto da sembrare che. vecchie giacche di velluto consunto. e in questo scenario ge nerico immaginavo qualche opera d'arte solitaria e miracolosa. si gira nella città di pietra della provincia it aliana. e i doveri di questo nucleo e i suoi diritti. e forse un 'idea più ridente. e da regione a regione quasi di razze. una specie di Sassetta della scultura: e di lui non se ne conosce pur il nome. alla sua torre. e tale è ancora il colore di quella vita. prima di lavorarlo. d'un grande scultore esistito prima di Donatelle. ha figli". che non hanno più nulla del tessuto. ricordi. cipressi. In essa le famiglie. in quell'isolamento della vita da cui nacquero i motivi che resero tan to difficile e lunga la sua unità. i luoghi che non avevo veduto li chiudevo con la fantasia nelle più facili reminiscenze. olivi. che porta ancora in sé il ricordo delle fortezze sui monti.

La quale fece come chi diventi attore eg li stesso e rintracci le forme con cui si possono atteggiare le persone e i sent imenti. e preannunzi gli stili che s i dovevano sviluppare. i pensieri degli uomini si s ono chiusi per sempre nei concetti civili. il popolo ha gl'impulsi di ascensione e di perfettibilità della sua razza. Il fatto è questo: che da città a città si ritrovano quasi gli stessi ideali costruttivi. le città si chiudono di fronte alla natura e ai più straordinari panorami perché tutto spira vit a civile e umana. e le sue raffigura zioni sono come ricordi lontani d'una vita naturale ridotta a modello. E quale pietra. e cioè. un a specie di antropomorfismo di nuovo genere. A tal punto che per molto tempo esaurirono il tema. pe r questo assetto quasi antinaturale in seno alla stessa natura spesso ricca e fi orente. e in mol ti di cotesti esemplari. d'essere composta di tanti microcosm i familiari. in un tal ordine per cui il popolano italiano ha in sé tutte le possibilità della vita civile. Senza contare c he noi oggi molte cose. la pompa. quasi il sogno delle cose che voleva rappresentare. Un simile aggregato nelle sue forme originali dovette essere adattissimo allo sviluppo delle arti. C'è un grandioso mimetismo i n fondo a tutta l'arte italiana illustre. Al contrario oggi. Fu questo già un fatto etrusco. Fu questa ispirazione popolare. mentre i pagani attribuivano agli dei i loro sentimenti in forme perfettissime. pietra sono le strade. e in questo ambiente. mett endo intenzioni in ogni dettaglio. Anche le arti si composero in gruppi di famiglie. non si tratta soltanto di modelli classic i ripresi e riecheggiati. Pietre d'ogni natura. i gregari stanno in basso. ciò che sarebbe andato poco oltre. gl'italiani non soltanto i se ntimenti. lo fu poi di tutta l'età di mezz o. rompe i rapporti con l a natura. della beatitudine. del dolore. la potenza come un ideale. in cui non sai dove cominci l'ingenuità popolare e dove p oi quella grande forza d'un concetto quasi religioso. ma gli atteggiamenti. rappresen ta quell'evasione che un tempo era funzione specifica dell'arte. meglio ancora ne simula l'ordine. che le opere portano nomi qu asi del tutto sconosciuti. e riproducono in forme locali le creazioni dei centri maggiori. tutto è dura e arida pietra. Ultimamente in una di queste città mi aggiravo con questi pensieri. la natura entra come un lusso e un correttivo. e al più avrebbero dato freddi risultati come quelli che vennero dipoi. della sua vocazione. ma immaginando gli artisti. Nelle città antiche non si trova un solo spazio di verde e respirabile. pietra i selciati. Ma nelle città antiche. poiché gli architetti antichi non fecero altro che monumenti alla potenza come concetto astratto.iritti prevalenti delle grandi famiglie si diffusero in ogni pur umile aggregato familiare. palazzi all'astratto dominio e potere. che assume a momenti l'aspetto d 'una gigantesca costruzione in una cava di macigno. delle sue lotte. e cominciarono le discendenze delle famiglie ar tigiane. ma la perfeziona. al modo stesso che nella pittura vi fu quasi un solo modo di raffigurare gli atteggiamenti dello stupore. ornamentali. avessero un linguaggio unico. un occhio acuto può scoprire quasi l'anticipazione di molte forme nate più tardi. in cui la natura porta soltanto turbamento e squilib rio. fantasie sul po tere e sulla forza. Le prospettive si form ano da sé come le prospettive sociali: la potenza e la forza hanno spazio e altezz a. è il segreto della vita italiana. e uno stupore di tale mimetismo. senza pur conos cersi: quasi che il decoro. raffigurativi. spesso creano sulla stessa linea di questi. la maestà una forma sola di apparire. li consideriam o come natura. allo stesso mo do della bellezza. Se c'è un fatto sociale profondo che distingue ancor oggi l'Italia nel novero delle società moderne è appunto questo. p ietra le facciate e le statue. L'uomo crede a se stesso. che si ritrova in ogni maggior arti sta come una determinante della personalità. il costume. Per questa limitazione. la razza. att raverso figure vedute e rappresentate. che dà il tono unico dell'arte italiana. L'arte antica sarebbe dunque stata simbolica e fantastica . Sarebbe bastat . fa a meno di ogni altra creazione che ritiene spuria. per ché l'arte è una realtà fittizia. e le loro costruzioni furono quasi simboli e concetti. Quanto all'architettura di queste città. della sua qualità. per esempio gli antichi edifizi e rovine. intelligenza. quasi rintracciando un mito. o meglio. narrativi. dei suoi trionfi. della sua impenetrabilità. la potenza. Entrato n el concetto dell'arte. da quella più dura a quella più friabile. talvolta dei suoi squilibri. fu un fatto romano. c'era un compiacimento in cui la fede e la curiosità facevano tutt'uno. costruirono quasi sognando.

stanno ferm i e seri dietro la mezza porta su cui è scritto il loro nome. in bicicletta. oppure sul filo d'una m emoria felice. è un ambiente. con una mano teneva il manubrio. Eppure v'è un passare continuo di veicoli. il loro assetto. con l'altra stringeva la briglia del cavallo. di là d'una grata buia gl'inni delle monache sembravano parlassero a noi che ascoltavamo. su l mare. e i suoni dei nostri passi sul selciato. da Bologna a Rimini. In carretto. ma prima sulla strada. fino a quando s'apre come un delta nella imminenz . si ritrovano in fondo alla strada. ma per guardare al cimitero. Altre regioni sono difficili da esplorare. C'è qualcosa di conturbante in questa inquietudine animale tra gli uomini affannati al più picc olo sintomo d'una bestia che non può parlare come chi non riesca a dire quanto sof fre.o entrare in una chiesa per rivedere il popolo stesso nelle immagini sacre. traversa paesi in piano che vi convergono tu tti come alla via centrale d'una grande città. nei grandi prati degli allevamenti. Ma questo pare svolgersi sen za stupore alcuno. La Via Emilia. o a una chiesa più in bas so. al trotto. il cavallo era bianco. Non è soltanto una strada di transito . e due angeli li servono nei loro panni argentei e con le loro ali. ai carrettini. Anche questo aveva dell'arte. Là come gli amici più vecchi dell'uomo i n cammino. come se si confidassero. LA VIA EMILIA L'uomo se ne andava in bicicletta. la madre gliela la scia e va a quella di lui. Volteggiano nella stalla come duttili spade. le loro abitudini. come d'una troppo forte ispirazione: lo stesso s enso di pena e di sbigottimento che si prova davanti ai ragazzi prodigio che pen sano cose più grandi di loro. Ero a Cortona. il loro costume. viaggiare sulla Via Emil ia è mettersi in rapporto con un popolo. che entrano nel mare come i cavalli del sole. Non so se questa situazione sia un segreto delle arti antiche. prima d'Imola. anche se alla fine i colli e i monti impro vvisi danno coi loro castelli un lato insospettato d'un carattere ch'era parso t anto facile. una grillaia di biciclette. È una strada che la meccanica ha restituito alla originale funzione di arteria centrale. C'e ra una zona di silenzio in cui risuonavano le voci dei conventi. il cavallo teneva dietro alla bicicletta al trotto. e nel novero delle possibilità. fa un ben curioso effetto. E le chie se gigantesche le quali hanno finito ad assumere l'aspetto medesimo d'una roccia . la più mossa ch'io conosca. Questo gruppo me lo ricorderò co me se lo avessi veduto dipinto. e dietro a loro era la storia dell e violenze e delle ambizioni che era costata l'affermazione di quella umanità. Vedere questo sentimento dell'attesa. ma anche di là il figliolo la caccia. I nomi dei passati signori del luogo risuonavano da palazzo a palazzo come di esploratori travolti tutti ne lla medesima distanza e nel medesimo viaggio. I cavalli animano della loro presenza la Via Emi lia. corta al barbazzale. qua nelle loro stalle dove non fanno che mangiare coi loro piccoli. Ha un malizioso e ironi co avvertimento. in automobile. nelle mura della città di pietra. una via dove si sentono gli uomini coi loro pen sieri. un cardinale che va a piedi col segre tario a lato che gli legge qualcosa. All'imbr unire non è raro incontrarvi. ma una via familiare: vi si legge la vita di due regioni. andammo a visitare una tavola dell'An gelico. della vittoria in una bes tia. pur senza straordinarie prospettive: nient'altro che due parallele attraverso ca se sparse e campi. della gara. di questa basta percorrere la sua strada vitale per averne un'idea. pei campi. tanto pareva impossibile che quelle armonie di accenti sorgess ero per dileguarsi nel silenzio più sordo. al p unto da non saper distinguere se l'arte ha dato a quelle fisionomie una nobiltà. Per vedere qualcosa di vicino alla natura. come un fatto credibile. e l'unica vista che si apriva dall'al to non per mirare la valle. Presentono la vigili a della corsa come una ballerina la vigilia della sua grande serata. o se i visi di quel popolo hanno dato umanità ai santi. ai calessi. i l figliolo vuol mettere il muso nella mangiatoia della madre. come se andassero per un parco. si sentiva il fruscio lungo della bicicletta e il ton fo regolare degli zoccoli. guardano come se vi guardasse la natura. Ma è viva. i commensali nelle tonache bianche e nere. rari colli. rammemorava gli aspetti lasciati alle soglie della vita contemplativa? In uno dei riquadri della predella è raffigu rato come due angeli soccorressero i domenicani che mancavano di pane: si vede u n piccolo refettorio. Aveva l'Angelico coscienza di quello che faceva.

delle contadine che ballano col vestito da sera un po' scollato s ulla pelle brunita dal sole. Lo fecero uscire sul prato. che al trove. con la loro torre. e che. i ballabili della radio parevano divenuti agresti. le ragazze di quelle che il giorno hanno da fare con le be stie e l'opre della campagna e che affondano le vanghe nella terra con le loro p oderose strutture di corpi. le città in piano. si trova il raduno d'una vita alacre. sembra si as petti continuamente l'arrivo d'una gara. ne ho viste alcune portare maz zi di fiori di campo e frutta. A una t erra che richiede così grandi sforzi ci vogliono cose robuste. ma delle loro vesti e in qualcosa di loro. uomini. Arano con talvolta tre o quattro coppie di buoi per aprire la terra. o le sere di festa i loro ves titi da festa. animali. Qua e là. coi campanelli argentini delle biciclette. Tutto era vacanza e riposo. lo stagno per l 'acqua delle bestie. illuminata in un gran prato. e la scena la si poteva immaginare in una contrada as sai più lontana dove convergono genti che hanno da fare con una vita attuale e pre cisa. Le bic iclette alle porte della città sono come telai fermi. la malinconia urbana era una fantasia nostalgica. sono i grandi concentratori d'una energia diramata agli estremi dell'orizzonte. al beri. manubrio co ntro manubrio come i cavalli o i cammelli in cerchio muso a muso. e quel che d'azzurro che non è soltanto del cielo. e in una casa solitaria. e un cane ai suoi piedi mangiava quello che la mano dell'oper atore buttava via. gl'improvvisi chiari del volto e gli zigomi forti che sono come d ue punti di luce. la solidarietà di questi uomini con gli animali. mettiamo in Ispagna. mi sono domandato più volte di . parlare con la stessa am mirazione d'una gran quercia o platano a qualche chilometro di distanza. Qui era tutto nel rea le. alcune a coppie . dall'uomo che lavora alla donna che regge. A ognuno il suo. all'ombra del pioppo. gli uomini da una parte contemplavano la nera bestia giudicando della sua bellezza e della sua potenza. S'aprono improvvisi panorami sugli argini dei magri fiumi dove una fila di piopp i e una proda creano qualcosa di appartato. Ed è tuttavia una delle contrade p iù prospere d'Italia. raccolgono un poco quella vita fuggente. Una scena d'una chiarezza e d'un realismo ben stretti. sempre intenta a qualcosa. il loro portico. le ragazze col loro vestituccio da sera erano scese e ballavano nella sala. Una sera. tra la scuola e la bottega che talvolta formano tutto il centro d'un villaggio sparso. Qui era soltanto un'eco di vita del mondo grande. v'assicuro che sembra un signore. donne vengono avanti tra i filari de gli alberi argentini. lo fecero un poco girare attorno . chissà che colore avrebbe avuto. Tanto i cavalieri che le dame era no gente del contado. Le biciclette stavano in cerchio sul prato. e la bellezza un continuo richiamo alla forza e a ll'utilità. o del mare ch e già imminente trema nell'aria. negli stessi luoghi. la stalla. C'è una gerarchia dall'u omo alla terra. È un'umanità che ha la terra dura. per le borgate. quasi domandandomi che me ne paresse. e t utto questo non riusciva a diventare borghese o comune. dovunque vadano. È tutto ordine. il lavoro duro. Vi si cercherebbe inutilmente quel tanto di decorativo di al tre regioni meno ricche e più felici. Altrove potrebbe sembrar provinciale . tutto è forza. tant o fa con delicatezza". Le case dove si trovano fanno un paesaggio. il loro campanile. di sabato. portano l'eco ultima della vita civile. ma di cose necessarie: il cane legat o al lungo filo di ferro su cui scorre la sua catena. si teneva gran ballo. nude le braccia che sanno l'angolo forte della vang a. A internarsi nei campi. in basso cercano ass ai profonda l'acqua per gli uomini e pei campi. Ho sentito. e siccome tutto è necessario. E non so s e con la medesima naturalezza. mentre arrivava an cora qualche automobile da Imola o da Bologna. nella casa del Dopolavoro d'un piccolo comune di case spars e. in alto sui magri colli raccolgono in grandi vasche l'acqua invernale per dissetare d'estate le bestie.a del mare. In uno di questi luoghi io visitai un famoso toro di Romagna come si v isita un monumento. alla bestia che serve : c'è una gratitudine nella fatica comune. e discorrono mentre il pedale dipana la strada. appesi al manubrio. alle soste davanti alle botteghe dei meccanici. come altrove si guarda uno spettacolo. i casolari sparsi. ma c'era un'ammirazione come verso un capolavoro dell'uom o. E poi. dove la terra f a una ruga o il torrentello una valletta. In una sosta a coteste case c'era un veterinario che castra va certe maialine. Uno degli spettatori mi disse: "E poi. la sua bellezza è di tutt'altro genere dall'us uale.

Così. emigrano. a Cesena. In quest'estrem a fase di vita civile. Qualcuno va a piedi lungo il m argine della strada. come in un trattato degli istinti. Il nucleo emigrato con serva gelosamente il tipo di vita anteriore al suo distacco dalla patria. e la terra è tutta una cosa ordinata. Il sole s'infila per la lunga strada col suo color rosso come in un corridoio. e contro di esso la valanga dei veicol i torna col rombo di una tempesta fuggendo la notte imminente. Sotto la spinta del biso gno. La notte si sente la lunga e incessante vicenda dei carri. si può d ire che. forse sono gli stessi luog hi d'un tempo trasformati pei cavalli d'acciaio d'oggi. queste stesse don ne portano i ragazzi. nella polemica co ntinua con la nuova vita. la veste. e ciò sarebbe. sembra si facciano rapire. . secondo lui. dove le botteghe di rifornimento per le biciclette e le macchine hanno un colore d'arri vo equivalente a quello dei vecchi alberghi di posta. ma che non ha rotto i suoi veli. non rapp resentano oggi che una curiosità e un impaccio. danzare. Al punto cui sono i dialetti italiani oggi. i bisogni l'hanno temprata. e vediamo che cosa significherebbe un'unità lin guistica. stride. e vado notando che essa polemica tend e a ravvivare in detta comunità il senso della patria svolgendosi quasi del tutto intorno agli uomini più o meno grandi che la regione di questa comunità ha dato alla cultura nazionale. Seguo da anni la polemica d'una ce rta comunità regionale dell'America del Sud. Talvolta qualcosa si ferma. e ch e gli diano diritto di sedere fra popoli civili.dove venga quel colore di certi angoli di città a Imola. quasi fra le sue braccia. Si legg e chiaramente la funzione vitale dell'uomo in una specie di rappresentazione sen za ipocrisie. Sì. m entre in certa borghesia italiana il fatto della cultura si fa sempre più genere d i importazione. È un grande ordine naturale. Pare che una gran de porta si chiuda sull'orizzonte e per il piano. v'è l'incanto di una primitività. Si capisce che ogni ora va vissut a come un compenso dell'uomo. Si dorme quasi sulla sicurezza di questo ritmo. forse perché questa è una civil tà nata coi problemi più gravi dell'esistenza presi d'assalto. I fattori che dissociano la vita sono quelli economici. Ma for se l'ora più bella della Via Emilia è la sera. è la strada. È una vita vagant e come quella del polline dei fiori. e le conquiste sono così dure ch e fanno un solco nella vita più immediata. l'italiano all'estero ricerca i t ermini della cultura nazionale come i soli nei quali si possa rispecchiare. è appa rso chiaro sempre che i popoli più colti e più legati alla lingua nazionale non hann o ceduto alla nazionalizzazione. penetrati profondamente di linguaggio nazionale. Appaiono i grandi convogli notturni dei grossi trasporti che vanno lontano. i giovanotti col fiore tra le dita hanno accompagnato la ragazza dal centro d ella borgata. le gambe nude. una civiltà degli uomin i tutti e non d'una sola categoria d'uomini. e quindi al progresso e alla bellezza dell'universale. e i panni svolazzanti. e solo nella notte abbandonata ci si accorge che vi sono de i viandanti. ritrovarsi con altre creature. i capelli. reggendoli con un braccio sul manubrio della bi cicletta. partono. Nella pratica dell'emigrazione e dell'espansione. un male. è la vita. che è come il respiro e il battito di un organismo. si dividono le famiglie. quasi direi di colonizzazione. È un incontro assai semplice. sedute davanti a l ciclista. Mi diceva qualcuno che in Emilia e in Romagna la nuova generazione si esprime se mpre meno nel suo dialetto. mentre la comunità rimasta in patria si adegua alla real tà viva dei tempi. E sono belli i sabato sera sull'ai a. al paragone d'una comunità italiana fissatasi a Nuova York mettiamo quara nt'anni fa. cercano ventura. i bambini. o hanno costituito addirittura un impero lingui stico che è quanto a dire morale e in moltissimi casi politico. si fissano nuo vamente e si riuniscono davanti al sorriso della fortuna. e con un ormai poverissimo vocabolario veramente arcaico e veramente locale. il fazzoletto nero sul capo. Altre. cioè una cultura. È bello stare insieme. precipita. andare incontro all' amato. Immaginiamo una s ocietà italiana interamente evoluta. Nei giorni di lavoro. Le donne si compongono c ontinuamente sul sellino. a Forlì. p are che volino e i piccoli imparino a volare. e si capisce che badano a non sci upare nulla delle loro acconciature pei ritrovi festivi. Lotte e rivolte hanno fatto misurar e il peso della vita. le comunità rimaste in un paese italiano sono in un certo senso più evol ute e hanno assorbito assai più dalla vita moderna: il nucleo emigrato conserva le sue abitudini e tradizioni sotto la stretta della lontananza. Ripr ende.

fenomeno ripugnante. particolarmente di giovani contadini. L' emigrazione è un prodotto del disagio materiale. Ma è soltanto un'unificazione del costume che rende fisse le categorie umane e che determina il minor numero di s postamenti e d'inquietudini. La ripresa agricola e dell'interesse agricolo ha prodotto qu i come in ogni altra parte d'Italia un fenomeno che si fa sentire nella città: è ces sata anche l'emigrazione delle ragazze che dalla campagna andavano a servire nei centri urbani. una maggior proprietà. Il cinematografo. i ragazzi che giocavano coi biscottini della festa. il contadino che da anni ormai non riusciva più a comperare il bestiame da allevare in partecip azione coi padroni. progredita tutta sullo stesso piano e t utta mossa dai medesimi impulsi. accade neg li animi. tale evoluzione si fo nda su un terreno di tradizioni locali. e che h a stabilito uno dei nuclei più compatti del vivere sociale. e per le donne del contado piacere come piacciono le donne della città. il contadino col suo abito da festa di buona stoffa e di buon ta glio mi fece entrare nella stalla. Il problema della vita italiana è sempre consistito n ella mancanza di una società. vestito di buona st offa e di buon taglio. ma col senso della sua personalità. perché l'imitazione esteriore è causa di uno squilibrio totale delle qualità femminili. e gli uomini che andavano attorn o alle bestie. il cui influsso non è stato ancora abbastanza conside rato fra noi. significa voler differenze di classi e di caste. In pochi mesi si sono ripopolate le stalle. che è il grande colonizz atore e livellatore moderno. e le donne se dute a discorrere. qualcuno si domanda dove andremo a finire. E questo è il sol o modo per tenerlo legato alla sua terra e alle sue occupazioni tradizionali. non è per niente ridicolo o vano. Quasi tutti quelli che emigrarono dalle campagne sono finiti male. i profili degli alberi e delle viti ingigantiti. incluse quelle più intime e fisiologiche. Egualitario.Siamo in un tempo di grandi mutamenti che di giorno in giorno incidono nell'aspe tto e nella mentalità del nostro paese. alla ricerca di un lavoro di operai. che consiste nel superare di continuo l o schema delle categorie. Quello che accade nella trasformazione dei dialetti i quali tendono sempre più a confondersi con la madre lingua. Poi i prodotti agricoli aumentarono di prezzo. e vedremo che la vita familiare subirà in città profonde modificazioni. ha in queste regioni poca presa. Il contadino che m'ha accolto sulla soglia della sua stalla. che è poi il carattere dell'italiano in genere. Immaginiamo che duri ancora un pezzo questo fenomeno. Là dentro. La nebbia di fuori entrava a buffi per lo spo rtellino praticato nell'uscio: al di là si vedeva la campagna addormentata nell'in verno. ed è ricorso perfino ad alcuni metodi di allevamento moderni che hanno dato per risultato l'aumento del peso del bestiame. Non filavano neppure la canapa lucente e leggera nella conocc hia di canna. È una ricerca di individualità voler vestire in campagna come tutti gli altri. nel limite delle sue condizioni. forse unico. Il popolo i taliano non è fatto per queste cose. vestito da festa perché è Sant'Antonio abate protettore degli animali. sempre sulla linea di questo paese egualitario. Esiste inv ece qui un adeguamento alla vita moderna. I vecchi bronto lano. due innamorati si dicevano qualcosa di molto serio. s'inc ontrano meno che a Roma ragazze che vogliono somigliare a Jean Harlow o a Greta Garbo. In un angolo. il basso prezzo del bestiame e delle d errate li spingeva a inurbarsi. gerarchico ma non s ervile. che vuol star bene sulla sua terra. tutti oss ervavano la festa del protettore degli animali. le cose più serie del mondo presso i vitelli con le zampe ancora troppo grosse e c . Sotto i portici di Bologna. dunque. Quando. vi ritrovai tutta la famiglia raccolta nel bu on tepore e in quel vivo ruminare. e pur rimanendo contadino e operaio avere gl'interessi e i bisogni di chiunque altro. in pochi mesi è ridivenuto proprietario. In queste campagne. Negli anni scorsi vi fu una certa emigrazione dalla campagna emiliana verso la c ittà. Il segreto stesso della sua fortuna è in un suo atteggiamento particolare. e grandi nella nebbia gl i uomini che apparivano e sparivano alla svolta della strada. una unificazione del costume. nelle tradizioni. Qui ab biamo invece gente che si trova bene sulla sua terra difficile ma grata. negli usi. Pretendere usi e costumi che stabilisc ono una differenza. il nostro urtò sempre alle dif ficoltà d'una vita collettiva e unificata. ma più del disagio morale in una st ruttura sociale oppressiva e di troppi privilegi: basta osservare la storia dell 'Italia meridionale nei primi quarant'anni della vita nazionale italiana. Paese d'individualisti.

p erché il modo di muoversi d'oggi è un altro. Quando esce la sua bella. con la smoderatezza delle persone mascherate. le si mette accanto. sembrano d'un guardaroba teatrale. Non c'era più da chiedersi se i mutamenti del vestito e una diversa concezione del la vita avessero distrutto una tradizione. il Fegato che si trovava ra ffigurato presso gli etruschi. o il ballo del Dopolavoro. Ho veduto più volte balli folclorist ici. otto giorni dopo. Il ragazzo che ha adocchiata la sua bella e che vuole sposarla. e questo era il suo vanto. non un modo di ballare e di puntare i pugni sui fianchi. E zitti. A questi vecchi tutti debbono obb edire. La sposa provvede alla biancheria della casa e al vestito di nozze dello sposo. che vanno al loro ballo del sabato sera. e nello stesso tempo sospettare ch e qualcosa della loro vera e profonda vita antica sia rimasto in esse. rossi in viso. spesso camminano e camminano senza sapersi dire una parola. Da quando sono in mezzo ai contadini e a chi lavora non sento parlare d'altro. ho sempre veduto a tali spettacoli. e i fatti della vita non cu lminano in altra parola. Poi ci sono tante maniere d'incontrarsi. dopo essersi acc ertato d'essere ricambiato va in chiesa. entro la strettura del v ecchio pudore. Ella entra a far parte d'una nuova famiglia. sono qui a prendere il voi". Un piatt o del pranzo di nozze è il fegato di bue. ella venne avanti e mi disse che difatti i tori non le facevano nulla. ma un'altra umanità vestita di panno . tanto comuni e piene di senso. una nuova stirpe come si dice qui. spesso i gio vani sembrano in maschera. Questo è il segno che la vuole. Bisogna d iffidare di chi vuol richiamare in vita tutto quanto è colorito. ubbidienza. e così gli usi e le tradizioni. e dopo la cer imonia aspetta fuori della porta. e me ne è venuta un'im pressione di malinconia. si affa cciava dalle vignette tutto un altro mondo da quelli prima veduti. Mi f a più piacere vedere le ragazze di qui che vogliono vestire come le signore delle città. La madre dice allora alla figlia. altrimenti la stirpe si divide. col cuore in tumul to. o con quelle parole che nessuno ha mai scrit to. come se ella portasse un potere naturale. Le si mette accanto e cammina con lei per un poco . sbriga le faccende. fino a quando. col passo uguale che va sulla strada molle. TORINO E L'ARCHITETTURA Nel libro di storia delle nostre prime scuole. Ubbidienza. della vecchia riservatezza. quando la sposa torna in casa della madre e. o le sere d'inverno nella stalla dove le famiglie passano la stagione cruda in cui la terra riposa e i buo i seguitano a ruminare. Le famiglie che s imparentano s'incontrano il giorno in cui è stabilito il matrimonio. e i movimenti che essi fanno non sono più quelli d'un tempo. dandole del voi che poi le darà sempre perché ella è divenuta sposa e sarà madre: "Accom odatevi". e vi fa come una ripet izione dei suoi doveri di madre e di sposa: aiuta i lavori. Ella entra e dice all a madre: "Mamma. lo sposo porta i mobili della stanza da letto e la cucina. sotto il comando dell'ascendente più vecchio che al sabato divide tra i suoi fami liari il denaro per gli svaghi della domenica. "va a prendere il voi". le s ere della spannocchiatura. il famoso Fegato di Volterra. Ma già la ragazza. sotto quei panni da museo. E vorrei immaginare la scena che si svolge otto giorni dopo il matrimonio.ol pelame di latte sfrangiato come i primi capelli degl'infanti. né scudi né armature né elmi erano. poco più alti della siepe che divide i campi. si aggirava senza paura tra quattro tori le gati all'anello. voltata una certa pagina. come si dice. Insomma . Tutti. e dividendosi non ha più le braccia suffici enti per condurre il terreno. né le teste arr icciate del medio evo. qualcosa che non sia soltanto un atteggiamento. alla funzione della sera. Mi domando di dove venga questo piatto r ituale e mi viene a mente qualcosa di molto lontano. sol perché è colorito ma che non dice più nulla al cuore di nessuno. il marito verrà a riprendersela. col fazzoletto rosso sulla testa. né i profili taglienti del Rinascimento che a mano a mano d ivengono obesi. ha detto ai suoi parenti che ella si è promessa. quando mi fecero notare questa sua v irtù. Gli stessi costumi che in tali circostanze indossano i giovani. Una donna adult a. un costume è u n modo di pensare. ma acquistano qualcosa di equivoco. un costume bisogna saperlo portare. che cos'è la tradizione? Niente altro che il culto delle cose vere. E poi. vi provano i l fastidio che danno le cose false e senza più significato. le ragazze in costume col viso imbrattato di belletto. bada ai bambini. dei sentimenti veri e connaturali. La sposa rimane nella casa materna otto giorni.

In tutto il resto d'Ita lia s'era già finito di costruire. nell'argenteria. entrano nella categoria dei servi di Dio all o stesso modo dei Cavour o dei Vittorio Emanuele servitori della patria da uomin i moderni e da borghesi. Primitivi e cinquecentisti. occhiali a stanghetta. il Barocco riso rge a Roma. Che siano legislatori o santi. e che sta accanto al Vieux Paris. delle strade. comune. all'Altes Wien. gentiluomini travesti ti. né apollinei né angelicali né eroizzati. I tempi si corri spondono. un punto non accettano. lamenti. senza infatuazioni né depressioni. degli eserciti. l 'arroccamento della città moderna nasceva a Torino. eroi. fede nell'opera dell'uomo. nel mobilio. spesso ai conf ini della favola. uno stile che si chiama Ve cchia Torino. Se la villa rinasceva in Francia sulle ceneri della villa italiana del Cinquecento. le città a scacchiera come un campo trincerato. nasce l'industria. invece delle ce late.. tra uomini e tra borghesi: e non è raro trovare nei loro accenti e nella loro fede una punta di scetticismo o di bonaria ironia. costruita come espressione d'una monarchia militare. e le tendenze civili. profeti. Due santi. Proprio a Pietroburgo ebbi l'i mpressione che sia la città d'Europa più somigliante a Torino. Più tardi. I baffi grandi e le barbe non nascondevano i nasi a scarpa. E don Bosco? Ha lo stesso viso. a Riga. appelli. una generazione nuova in pantaloni lunghi. avesse alla fine raccolto l'appello di ben tredici secoli. e uomini di qui. a Praga. improvvisi delle architetture. i grandi movimenti rivoluzionari si coagulano in patrie. legislatori. ma è intento a rinnovar chiese. profezie di gente in cappa. segui tai a vederli in ogni manifestazione della vita e dell'arte piemontese: santi. ecco il Cavaliere col cranio da alpigiano sullo sfondo dei salotti rococò. come ogni altra arte minore. in corazza. don Bosco e il Cottolengo. reale. a Varsavia. Una razza fino a quel momento sconosciuta. le influenze del Rinascimento. in cima a tutta l'idealizzazione o convenzione rinascimentale ecco un viso da montanaro. Così il Piemonte entrò nella nostra fantasia di non piemontesi. anche nella tras figurazione e gloria che se ne fece in Vaticano il suo arguto e realistico viso di piemontese rimase immutato tra la gloria degli angeli. il mondo pareva rivestirsi in borghese. accettando in Piemonte la cifra in voga nell 'arte italiana. e non più con visi i deali. con la sua cupola e la sua freccia puntata nel cielo. e le epoche. soltanto Garibaldi ricordava ancora il viso e il co stume antico dei Camilli o dei Giovanni dalle Bande Nere. Torino. è il r icordo della Mole Antonelliana. tramandò la sua strut tura fino a Vienna. g uerrieri. tutti del medesimo stampo. dopo predicazioni. a sistemare piazze e fontane intorno a lle chiese. alla quale si potevano contare i bottoni di metallo sulla giubba. Esiste nell'antiquaria. Solo uomini. in lucco. delle prospett ive. sia idealizza2Ìone o adulazione cortigianesca. a Torino si dedica a erigere palazzi e abitazioni per la nuova civil tà dei re. quando l'arte piemontese risen te. c'erano. quasi che. in tonaca. era il Piemonte che bucava la pagina coi suoi re e i suoi ministri. nuova. la politica diviene economia e amministrazione. mentre i capelli corti scoprivano le fronti dri tte da ragionatori: in una grande storia di santi. di donne virili e bruciate della stessa febbre troppo divina o troppo umana degli uomini. L'arte grande e aulica ha finito di corrompersi. quella prima impressione si schiarì. ma una fedeltà a quello che cotesto tipo signific a: ed è realismo. sono proprio g enti delle vallate. d'una città visitata in sogno. a Pietroburgo. apostolo. disadorna. Imparenta queste città non soltanto la nascita sotto la volontà d'una monarchia mili . Non conosco nulla che stoni ta nto quanto quella scultura che rappresenta Vittorio Amedeo n in effigie di Apoll o. a Potsdam. ma precisamente quella che nella storia d'Italia ricomincia va. Prete. e non rimane che l'arte per l'uomo. i palazzoni cadevano in rovina. poi santo. Un'impressione come di elementi noti che avesser o cambiato posto. ma con gli elementi d'un'a ltra città e gli echi. Piazze squadrate come piazze d'ar mi. ed è la trasfigurazione delle sembianze um ane. Quei visi di tutti i giorni entrati nella storia. e non. degli amministratori. strade dritte e grandi viali. gli zigomi da montanari. ma di vicini di casa. come accade nell'arte francese. perfino in quel Palaz zo dell'Ammiragliato. Tutto ciò mi pare nella valutazione dell'arte piemontese un punto che scopre non s oltanto una fedeltà al tipo umano. accostandomi al Piemonte. non hanno operato altro che nell'umano. nascono le capitali moderne e monarchiche . lo stesso.

dei Juvara. e ce lo faran no riconoscere solo a vederlo riprodotto. l'uomo ha l'impressione d'aver già veduto e di conoscere. Tali elementi parenti sparsi nel mondo formarono una sol a famiglia e partorirono a loro volta altri schemi. dei Castellamonte . div iene il tipo di costruzione dell'influsso germanico sul Baltico. rosa arancione e malva. dell'unica grande epoca della pittura russa. A me. Nell'Europa centrale. ricorda Gaddi e l'Angelico. dove non ero mai stato. da Santa Sofia alla chiesa dell'Assunzione di Mosca. possiamo perdere il senso del luogo e pensare di trovarci a mille miglia di là. e assurte perciò a uno stile riconosciuto. i pittori italiani. in una piazza o in una strada di città nuova. ma ostinatamente ribadi te su un'ispirazione tutta propria. g l'iconisti russi. come se noi ci rico rdassimo subitamente un paese visitato oscuramente nell'infanzia. per Atene l'Eretteo. nell'architettura russa. Guarirli e Castellamonte. essa nacque in Grecia e in Italia. sembrò che per caso l'arte alla sua nascita scoprisse di colpo le leggi superiori dell'armonia e della composizione. le città ricordano Torino. che spesso degenerarono. ma respirante in un clima vivo e attuale. raga zzo. s'influenzavano a vicenda. San Marco apre le porte della conoscenza di tutto il nord e il sud messi assieme. fare uno sforzo pe r ritrovare il nome della città e della nazione in cui ci aggiriamo. sia pure attraverso un tralignamento o una trasformazione in un'archit ettura spaesata e divenuta popolaresca. Noi. E intanto quest o tipo di architettura aveva conosciuto il Rinascimento italiano attraverso l'am mirazione che ne nutriva Francesco I. attraverso le letture e gli aspetti naturali . sarebbe uno studio interessante rintracciare i rapporti dei Guarirli. Vi sono città e luoghi che. Non b isogna dimenticare che. è cur ioso vedere la galanteria francese dei Boucher e dei Fragonard diventare scontro sa e sanguigna alla maniera montanara nei pannelli decorativi di certi palazzi t orinesi. ma il f atto è che in un tempo. il sodo del muro tra c olonna e colonna è a colori vivi. e in un padiglione del Louvre c'è tutta la vecchia civiltà architettonica della Francia. si va nel Settecento dal vecchi o schema tartaro che già qualche italiano aveva tradotto in termini rinascimentali al Barocco italiano. con i Rastelli e gli altri architetti italiani che lavorarono in Russia. Esistono ben pochi luoghi di città di carattere tanto forte da assorbirci interamente e da form are quella dimensione unica in cui sia impossibile ogni evasione. Così un bosco o una dolomite ci avranno già suggerito l'idea del Duomo di Milano. e la provenienza di quell'architetto italiano Gonzago di cui parla Glinka. gli artisti più lontani si conoscevano. n ello stesso clima di allora. Per Roma bastano le tre colonne del tempio di Castore e Polluce. e per questo la scuola di Nij ni. ch e impronta di sé il palazzo tedesco del tempo di Federico e di là va a Varsavia. il mobilio e la decorazione. basta a dar la chiave a tutto un mondo c ostruttivo. ma serbarono qualcuno dei caratteri primitivi. Le arti minori vi sono di riflesso. Così per le città. Una di queste impronte. o dai pochi elementi artistici con cui noi facciamo primamente conoscenza. ci sembra di aver veduto. parve d'aver conosciuto l'Alhambra.tare. A molti. in cui sono legati al medesimo atteggiamento i miniaturisti indiani. in quel cielo boreale. che tutti insieme empiono del loro ricordo esattamente il quadro nuovo. piccola di fronte alla formazione dell'Impero austr ungarico e dell'Impero russo. Questi riconoscimenti improvvisi. la suggestione . Solo che lassù. fino al Baltico. Due temi di architettura torinesi mi paiono gra ndissimi e imitatissimi: il Palazzo Carignano e la Piazza San Carlo. Ed ecco da quali elementi vaganti per cui non esistono frontiere. che costruì nell'Ottocento le chiese del Cremlino riandando sempre al modello barocco. i disegnatori cinesi. per altri paesi e contr ade. conosciuta u na volta. appena buttai g li occhi su una cartolina che la rappresentava. quasi che coi caratteri aviti noi ere ditassimo la memoria dei luoghi veduti dagli occhi materni e paterni. Si potrebbe tenere lo stesso discorso per la pittura dei primitivi. Bisogna dire che vi fu una stagione unica della grande architettura. scorgendone l'immagine. Dove ? Quando? In un sogno anteriore a noi. accadrà la stessa cosa. nella vita e n ella memoria dei nostri avi che vi furono. e in quel tempo Juvara e Castellamonte avevano già fatto la loro parte a Torino. si potrebbe quasi credere. e a Torino rimane lo sca bro e brusco colore del mattone. nascono da una somma di elementi a noi familiari. e che qua come là furono architetti italiani a lavorare. reputato da noi di difficilissimi rapporti.

e anche senza che noi c onosciamo la storia del luogo esse ne raccontano gl'ideali. perché laggiù si mescola a l ricordo delle torri e dei fortilizi mediterranei. e noi italiani lo sappiamo. stanno ad essi come satelliti a un pianeta. quando mi trovo a Venezia. Noi stessi. e cost ituisce la matrice d'altre città molte. ride col riso carnoso del Mediterraneo. come non c'è di fronte a piazza Navona. D ietro ad essa non v'è la sola Toscana. che è Italia ma remotissima. qu ella davanti al Palazzo d'Inverno a Pietroburgo. tanto sono divenute aereamente chiare. tornando di Spag na o di Grecia. fluviali. il vecchio centro di Bergamo. come è la p iazza del Palio. parliamo di Granata o del Partenone come d'astri solitari e disa bitati intorno a cui la vita sia interrotta. ad Amsterdam. la riecheggia Palazzo Vecchio. di pensare e di agire come se mi trovassi in un altro mondo. ci chiudono da tutte le parti. la piazza del Palazzo Gonzaga a Mantova. il colore della vita che espresse cotesti ideali di scenari umani. E che cos'è la Firenze rinascimentale se non la capitale delle città di pietra? È imminente la pietra azzurra del monte Céceri di cui il campanile di Fiesole è la prima catasta. di mescolare insieme il nobile col comune . mentre in basso nelle incr ostazioni di nero si sente l'umidore dell'acqua. lo stesso linguaggio c he vi si parla mi tocca appena. quella di Volterra. arriva ai margini della civiltà costruttrice del mattone che è l'Emilia e la Romagna. le colonne del Palazzo Ducale basta scorgerle di lontano obliquamente dalla piazza San Marco per avere l'impressione dell'acqua in cui s embrano affondare fino a mezzo. piazza del Popolo. In luoghi come questi. stende le sue Colonie fino a Cipro e a Costantino poli. si siano quasi sempre occupali pochissimo della vita italiana. e all'estero la piazza Vendôme. di Santa Sofìa a Costantinopoli. Ma mentre le colonie delle grandi architetture permettono di evadere. altro che per le f igure tra marine. e di là penso alle mie cure. tropicali con le loro strane membra. i passaggi obbligati. l'ultima nostra sollecitudine sarà l'uomo. u n appoggio cui siamo abituati. risale il corso del tempo. e dove in Calabria e in Sicilia si sveglia l'ar chitettura dopo il Rinascimento. sulla linea d ella grande architettura. Vi sono luoghi che. dalle dantesche labbra strette. scende fino al sud. quella di Perugia. e con accordi che la stessa architettura maggiore non conosce. la piazza Cas tello di Torino. ma che intanto sono uniche. quella del Cremlino. Questo spiega perché molti stranieri. svolgono i temi maggiori con una libertà e una fantasia tanto sveglie. il loro carattere tanto imperioso. Son queste le città prepotenti. dei palazzi spagnoleggianti. dove gli archi hanno forma di chiglia. delle case d'una campagna malfida che divenivano difese. e per esem pio la fontana di piazza Pretoria a Palermo non sembra dissimile da quella d'un parco fiorentino o dai gruppi che si trovano a piazza Navona. Un capo luogo di questi regni è Venezia. a me. A un certo punto la grande arch itettura è prossima alla natura. alla mia casa. la civiltà costruttiva della pietra ha quel tema e lo riecheggia in modi infiniti. riprende più in su. e la fantasia anziché andare vagando ad altri aspet ti. che in altre piazze simili che le ricordano sembra manchi qualcosa. che ci sembrerà di essere entrati in un altro regno. come a fatti da ritrovare uscendo da quell'astro fulgente dove l'architettura stessa è impregn ata degli elementi in cui essa crebbe come un prodotto naturale. La piazza della Loggia di Brescia. venendo i n Italia. quella dei Mercanti a Milano. e molte piazze di Viterbo. a ricordare altri luoghi. sino a parere bizzarra. il luogo. la vita. i costumi. quella del Duomo di Lucca. La virtù che hanno molti di questi luoghi. Esse sono concluse a tal punto. e sulle sommità degli edifici del Sansovino è il col ore del vento. formano paesaggi obbligati tan to tipici. e il rigore di Firenze . dove vi siano vie d'acqua. Po iché questi sono i fatti tipici dell'architettura. ma l'Umbria. che hanno per qua lche aspetto parenti in molte città del mondo. ma questa è la più difficile.di luoghi come questi è tale. Le grandi civiltà dell'arte hanno bis ogno d'una gran forza per rinascere alla storia. al Cremlino di Mosca. quella di Assisi. non mi ricordo quasi l'aspetto degli uomini e il colore della vita. e non so quante altre. senza raggiungere l'imperiosità di questi. davanti a Palaz zo Vecchio non c'è possibilità di evasione. a Mantova e a Bergamo. Mi accade solitamente. attratt i nell'orbita di città fra le più prepotenti del mondo. L'Italia ha in sé molte capitali di tali regni. che non ammettono altri ricordi. uno scalino su cui siamo soliti posare il piede. la più esigente. per dirne alcune. quella di San Pietro.

Chi vuoi conoscere una di queste trappole . a Roma. curva. al lato di Palazz o Venezia. vi si estesero l e grandi arterie. è bene buttarcisi subito in mezzo. Vi si vedrebbe come i te mi di questa siano assai pochi. arruffati labirinti di strade. ed è interessante ritrovare lo stesso schema e lo stesso ideale costrut tivo nelle città operaie della Russia dove la città non è più che un immenso viale. e non è più per l'uomo che vi appariva su una strada stretta. senz a piazze. la folla. Credo che in ogni città si trovi uno di questi nodi intricati. Con questo v'è tutto un fatto sentimentale. le sue leggi immutabili: ritmo. piccola scena dove egli era nello stesso tempo bersag lio e spettacolo. densa e com patta. o in quella del Comune di Bergamo alta? È un'espressione scaltrissimo di potenza pubblica e di buona vita privata. faccia a Roma il quartiere che si estende dietro il Pantheon. o molto più giù alla Chiesa Nuova. gerarchia. e Bergamo a un Rinascimento che s'è spinto nel punto più settentrionale d'Italia rimanendone meravigliosamente puro. Con le nuove strade nasce il potere delle polizie. Così l a piazza di Brescia ricorda Venezia e la Loggia è già oltre. ma per la folla che mareggia nelle grandi arterie. o nella piazza della Loggia a Brescia.e quotidiano. Quartieri come questi danno l'idea che i punti di riferim ento si spostino stranamente. come sono simiglianti gl'ideali delle classi che hanno fatto le civiltà. d'ins eguimenti attraverso dedali di strade. a rischio di per dercisi. direi che i modelli grandissimi dell'architettur a ci portano nella profondità del tempo. Chi sa più mettere un muro ciec o e una casa modesta tra nobili edifici come nella piazza del Mercato di Mantova . ai mondi parenti. percorrerla a piedi. e su cui si basa tutto il colore d'un'urba nistica. ricordi d i città visitate sotto altro cielo e spesso lontanissime. dei traffici. Poiché le città vecchie corris pondono a una data ben fissa della storia della società. ordine. all'Oriente. Se non temessi di semplificar troppo. e che ci conducono naturalmente verso le piazze con l a certezza del filo d'una corrente che porta al mare. Vi sono strade che noi p ercorriamo la prima volta. nel suo bronzo ricorda il cannone napoleonico e tutta un'epoca e un materiale d'armi. senza neppur vicoli tra casa e casa. con tut te le licenze che si può prendere uno che architetto non è. compensi tra vuo to e pieno. tra la piazza de lla Minerva e Navona: bisogna sia praticissimo per non perdere l'orientamento e non trovarsi volta a volta a sboccare dove meno se lo aspetta. ma quella colonna n apoleonica di pretto tipo romano. quando l' architettura era nelle prospettive. pieni di sparizioni e di apparizioni. ed è i nteressante notare come il filo della nostra fantasia si svolga e si annodi pass ando attraverso suggestioni diverse. senza quelle curve che un tempo bastavano a d are tutto un sapore alle città vecchie. e così Manto va. Vi sono le città dei mercanti. senza soste. hanno luoghi e passaggi e curve simiglianti. quasi che gli agenti dell'ordine debbano dominarle con un'occhiata. alle grandi correnti della civiltà. è spesso d'un seducentissimo effetto. Così nacquero i grandi b oulevards. per esempio. in pendio. la fantasia di quell'architettura che in poco diventava profonda. avere la rivelazione della sua essenza. quasi improvvise correnti d'aria. dritte e uguali. CASALE Vi sono città in piano che seguono la squadratura del solco e del campo: è la manier . diversissima da oggi c he ha bisogno di enormi spazi. Noi abbiamo in noi quasi naturalmente la logica delle vecchie città. tanto si sente vicino il modello italiano. ma una folla: questo tipo di città fu iniziato a Pari gi con gli sventramenti di Napoleone III ma proviene da Torino. quartieri che hanno del misterioso e dove si svolsero nella mente dei romanzieri gl'intrichi dei lor o libri avventurosi. le vie Montenapoleone e Bo rgonuovo a Milano. il nuovo protagonista della storia del mondo. Per entrare subito in contatto con una città nuova. i parenti minori di questi modelli ci fan no vagare nello spazio. A cercare di queste parentele v'è da scrivere un trattato di architettura. Così vi sono le città nate d all'accrescimento enorme della popolazione e dalla necessità di tenere a bada non più un individuo o un partito. La piazza Vendôme di Parigi non sareb be neppur tipica. dei porti. Essi sono quanto rimane dei misteri delle città vecc hie. E a leggere la storia che corrisponde all'epoca di queste strade la si trova piena d'imboscate. nelle false distanze. e che fa tanto caratteristiche. Nelle vecchie città vi sono perfino delle licenze. i cui quartieri corrispondono come corrispondono nella vita dei popoli gli strumenti stessi del la ricchezza. tra riposo e movimento.

Le architetture salgon o al cielo accompagnate dal sentimento di questo ritmo sonoro dei mattoni posati l'uno sull'altro. è la città. Ultimamente. verso l'infinito. ariosa e riparata: bisogni che dà la pianura. il sapore dell'acino legnoso. Nei cortili l'oc . riunione di più case in aperta campagna. l'altro di scena e di colore. l'effetto è d'un materiale d ivenuto prezioso.a più semplice di risolvere il problema. la corte è vasta. danno l'idea della immensa fede e pazienza dell' uomo. riparano dal vento e dal gelo. Ne ll'architettura più tarda. non ha perduto quel senso. Hanno qualcosa di carnale. Alla fine il mattone è il colore stes so della città. colonne. e punt eggiati dal grigio della calce. Spesso l'effetto è quello spoglio e nudo di certe strutture di monumenti romani di cui è rimasta l'ossatura di cotto. tra affreschi. da romanzo. Ho cercato inutilmente di dove prenda il suo nome Casale. Ogni ingegno locale ha lavorato a modo suo con un materiale tanto uniforme e di una plastica difficile. diventano motivi ornamentali. Quando si saranno visitate dieci città padane costruite di matto ne. queste città danno l'idea dell'infinito e n on del finito. da stampa antica. si allontanano ve rso la pianura. Il mattone. Rinascimento e Barocco elaborano a Casale il medesimo mattone e ne cavano effetti ognuno a suo modo: l'uno un effetto di massa. il vento ha stinto certe sommità di facciate sino al rosa antico. e tu tto vi è estremamente urbano e civile. rompendo ogn i rapporto con l'uniformità del piano. si avranno dieci sentimenti diversi. gli edifizi di mattoni coi loro scabri ornamen ti acquistano risalto nel grigiore della strada che si confonde lontano coi verd i pallidi dei giunchi. C'era una comunità di fedeli sulla pianura e una chies a. A Casale gli edifizi hanno spesso due uscite su due strade parallele. fontane. S'immagina facilmen te che il centro siano quei due campanili e quella torre. nelle chi ese costruite in istile funzionale. nelle più difficili combinazioni. piet re. Il Duomo fu la prima fortezza di questa città fortificata sino all'Ottocento. non trovando appigli esterni per variare le loro costruzio ni. Ci si accorge da vicin o che quei due campanili sono anch'essi due torri. casale. queste torri si assottig liano. sono appena un ricordo della primitiva funz ione: tutte le cuspidi ai lati delle facciate delle chiese. Siamo poco dopo il Mille. l'odore del pampano. Al modo del vino dei suoi colli. e del Duomo di Arles e di Saint-Nectaire in Francia . girano come un ragionamento intorno a un tema. fu anzi una chiesa fortificata al modo di quella di Vercelli. vedere apparire sull'orizzonte queste città di cotto. i ricordi di quelle torri sono riapparsi com e decorazione. di pieno. Le sue strade vanno come passaggi d'una gra nde fortezza. Esso ricor da la vite e l'uva. l'aspetto della foglia e del graspo. una fattoria da racconto. Così è Casale. e inventato una natura artificiale. scalinati nel fregio. colonne e capitelli. è stato trattato qui come se i diversi architetti avessero avuto davanti agli occhi l'effetto che può produrre un cumulo di mattoni considerati nell'insieme. sfrangiati nel capitello. Casale è la grande signorile fattoria della pianura padana. sui ricordi di questa chiesa si può immaginare qual era la vita in questi centr i della pianura non ancora prospera. e tutto insieme fa un vino nobile e importante. e su questo è cresciuta una città signorile: le belle fattorie che nella campagna aperta fanno ombra. Ed è un sentiment o speciale. sofisticata. Si direbb e che gli architetti. che è l'elemento costruttivo della pianura. saranno ancora per u n paio di secoli il ricordo di quelle chiese fortificate. infestata dalle acque e dalle invasioni. Lungo le strade che tagliano a raggiera il cerchio del centro. quali angoli di natura e immagini di vita rustica. Quando la si sarà ben visitata. come un solo blocco di marmo o d i pietra. l'umore dolce della polpa nella buccia forte e densa . Casale si svolge a chiocciola intorno al suo centro. frescura. Fra l'una e l'altra. Tanto è vero che in architettura non si può proscrivere nulla in nome della stretta ragione. abbiano eretto questi palazzi come altrettante variazioni per scenari intern i. ma a rrotondati nella colonna. Il suo modello sarebbe insomma l a fattoria. del gotico e del Rinascimento. Alla fine. Immagino: da casolare. con tut te le varietà di tinte d'un campo di gerani. non soltanto nella squadratura della torre. Tutti quei mattoni posati l'uno sull'altro. della sua diligenza e delle sue qualità d'invenzione. le torri sono di venute colore del ferro. l'argento dei pioppi. ci si accorgerà che è profonda e vasta nel suo interno come una ricca fat toria.

i mazzetti del riso buttati giù dall'uomo sul carro punteggiano regolarmente la superficie liscia e grigia col l oro verde intenso. c'è il seme di qua si un milione di persone. vien fatto di ricordare qualche luog o simile in città dell'Oriente dove. delle 180. Si capisc . tutti i ginocchi andavano avanti con uno scatto uguale. sicuro. di spose. e i mazze tti del riso verde si accumulavano accanto a loro. Da campo a campo ques to spettacolo anima grandi distese in cui l'acqua dorme liscia.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie. lo scros cio degli oricalchi d'una banda. ed è fatica. i treni hanno trasportato 60. e non so quante volte tanti figli domani. A Casale è la piazza del Mercato e quella intorno alla Fortezza. fino a ricongiungersi all 'imperio femminile dell'antica Venezia. occupa tanta storia e tanta vita.chio ritrova quello che cercherebbe invano nella pianura. di fidanzate. verso i loro paesi i n Lombardia e in Emilia. Il lavoro grande. Erano treni speciali composti soltanto di donne. e hanno il loro infinito. si ap rono d'un tratto piazze bianche enormi con una modesta cornice architettonica in torno: sono le piazze in cui la pianura prende il sopravvento. paziente. Tutto vi acquista colo re e movimento. un'al tra si trova dietro il Palazzo Farnese a Piacenza. le braccia n ude a cercare. qualcosa vacilla nella memoria in piazze come queste. nella grigia atmosfera delle stazioni squillano i nastri scarlatti con le scritte sui cappelli. si spalancano di questi spiazzi che paiono tanto più strani quanto più le città s ono fatte con la strettura rigorosa d'un tempo. ai fine strini una testa sull'altra. anche l'ingresso che sale lievemente in pendio e che basta a dar moto a tutta la scena. i canti d'amore e i canti patriottici fanno tutto un fragore. la s ua personalità. verdi. un riparo ombroso. il suo tono. e a quello non meno femminile della Rave nna bizantina. gestire. i ca valli a ogni passo si schizzano il muso paziente. decorate come i p alchi dei teatri settecenteschi. qui si potrebbe essere ugualmente a Piacenza o a Ferrara o a Bologna. una fattoria alpina. turchini. una tenera macchina umana che si muove puntualmente in un ritmo di gambe e di braccia nude. anche sotto i copricapo da fiera e da veglione. o un muro di vecchio mattone. Questo significa la pianura padana durante i lavori de lle risaie: centottantamila donne. grandi e deser te. Le avevo viste piegate sui ginocchi nudi. ragazze per la maggior parte. è compiuto da queste centot tantamila donne. Non è soltanto la piazza padana. avanzare nell'acqua. le piazze dei mer cati e delle caserme. tanto costume. Nel treno delle mondine i corridoi. contenersi. Sotto il tiro della stampa che si rovescia da Milano e d a Torino. cantano. r idono. questa. gridano. Casale è un mond o intimo. Si apre i l capitolo grande della donna che. Allora uno immagina: 180. una valletta. fino alla metà di luglio. Spesso il cortile sembra a sua volta un esterno di quell i che si dispongono in teatro per figurare una strada o la scena d'una piazza ra ccolta. facevano un gran muro di donne. di innamorate. con tu tti i visi le stirpi e le semenze della valle padana. i nastri scarlatti. una fila di c ase basse sul fondo chiaro e non lastricato della piazza dove la polvere d'estat e e la neve d'inverno ricordano la pianura. vive nell'ombra dei suoi cortili luminosi come in una natura fatta art ificialmente. Davanti alla pianura spalancata. le finestre si aprono sui cortili come logge barocche. Sul riquadro destinato ai tra pianti.000 monda riso. i sedili. quali li avr ebbe disegnati uno scenografo per un ballo di corte. Qui si capisc e qualcosa dell'Italia. m a la piazza delle città di pianura in genere. i finestrini erano invasi. queste donne hanno imparato a vestirsi. a mano a mano che si scende lungo il corso de l Po. ha del coro. passava il carro tirato dai cavalli. In questo sistema chiuso. da Vercelli e da Mortara. all'ombra dei grandi cappelli. nel fitto delle vecchie città tartare e mongoli che. anche se sono tutt e ugualmente rosa le bocche che chiamano strillano cantano ridono. altrettanti uomini che le amano. i cappelli di carta colorata. le ruote affondano nell'acqua. con lo sfondo d'un muro di mattoni. sono una lacuna e uno strappo nel ra gionamento rigoroso della città ben costruita. e nello stesso tempo vasto e spazioso di Casale. Sono composte di pochi elemen ti: un vecchio palazzo da una parte. Di questo tempo tutta la zona delle risaie nella valle padana respira la donna: diecine di migliaia di ragazze.000 donne. ciascuna con la sua grazia. IL TRENO DELLE MONDINE Per due giorni.

quale si vede nei giornali e al cinema. che morì lasciando la sua sostanza in favore di donne che si volessero redimere. Que . la calzatura. le valigette. le rivoltelle battevano sulle cosce tonde. a un uomo che l'aveva offesa manda un cartello di sfida per fare acerba vendetta. Forse perché. Tra l e cassette. Tutte in massa arrampicate ai finestrini vogliono p iacere. le sole di cui possa disporre. il femmi nismo data da almeno tre secoli. Per eguagliarsi a questi ideali hanno tentato di eguagli arsi agli uomini. E d'altro canto. s enza i problemi e senza le complicazioni tanto cari al puritanismo. Si dice che la letteratura italiana di quel tempo è per la maggior parte letteratu ra amorosa ed erotica. nella Mongolia. cortigiana di Venezia. un migliaio di gambe nude un poco strette o un poco discoste ai ginocchi. non s'è mai visto come nel mondo attuale un così gran numero di donne che si annoiano e si sentono inutili quasi fossero scad ute dagli ideali umani. Essa mise sempre in chiaro i rapporti tra uomo e donna. E i giornali r iportano spesso la stranezza delle ariete che cambiano addirittura sesso e diven tano uomini. ai margini della Romagna e nella Romagna stessa. E si vede nelle rivoluzioni più elementari come il primo fatto che impressiona la donna è il vestito. i regni femminili e add irittura matriarcali si sono sviluppati lungo il Po. la quale. ma fu una rivelazione delle qualità positive e più femminili della donna. ben pet tinate. Ma in Italia. tanto più forte è la spinta della donna v erso il lavoro: la donna si dà al lavoro come allo strumento più rivoluzionario dell a nostra epoca. assorbì le invasioni. nell'Oriente. uno dei fatti de l tempo attuale è la donna che lavora fuori di casa. l a piega e il taglio dei capelli. perché storicamente il femminismo italiano del Rinascimento non pensò mai di agguagliarsi all'uomo. sembra un bivacco. anche quelle che vivevano da secoli nella capanna accanto allo streg one e facevano tutt'uno con l'immobilità e l'infinità della steppa. Ecco un treno di mondine che sembra vadano a marito: ben vestite. Dapprincipio l'i ntonaco delle pareti e la carta tinta di rosso servirono di cipria e di belletto . i seni tremav ano a ogni passo e facevano ondeggiare la schiera. la donna avrebbe occupato naturalmente ben altro pos to da quello che. ritoccate con garbo. ricordano il mondo civile pulito e ben vestito. raddoppiò la popolazione negli ultimi cinquant'anni. Il fatto della donna che lavora s'è posto in tutta Europa e in tutto il mondo civi le. e che sia divenuta poi la letteratura amorosa per eccellenza. a Mantova. e senza certi avvenimenti che fecero rientrare tante grandi cose italiane. si sono mossi eserciti di donne dall'interno dell'Asia. Nella Turchia appena svelata. occupò fino all'Ottocento e che sta per riprendere oggi. la pettinatura. e rivela il fenomeno che è capo di tutta la biologia italiana: l'impulso verso la generazione che si impresse con la violenza d'un fenomeno naturale nei momenti delle riprese della nostra storia. Penso che altrove vidi un battaglione militare di donne: in maglietta at tillata quasi da bagno. il fenomeno è tutto particolare. sembrava intonato con le unghie e coi capelli. voglio dire nell'Italia che fu rinascimentale e comunale. Penso che in Italia dove la donna lavora fuori di casa. la figura. Quanto più i paesi sono arretra ti e sotto il peso di pregiudizi secolari. abbastanza feroce. pur notevole. ma con le ar mi femminili. Ho visto alcune folle di donne in vari paesi del mondo. a Venezia. a causa della prevalenza femminile viva fra noi da molti secoli. rammentavano tanto la fragilità della donna: l'inno che cantavano. i fagotti. e insomma la somiglianza a que l tipo unico che è la donna oggi. e qualcosa ne è rimasto nel l'ordine familiare. Infatuazioni.e l'irrefrenabile spinta civile del popolo di questa pianura che consuma tra l'A lpi e l'Appennino due terzi dei fogli e dei libri stampati della penisola. e si capisce che la letteratura nostra abbia d urato tutto il Cinquecento a descriverlo. nelle classi medie. In questa folla un occhio esperto può leggere l'appartenenza a una regione: il vestito un poco teatrale dell'emiliana (non per nulla l'Emilia è il paese dell'Opera). Mi torna a mente Veronica Franco. ed ecco che la veste alla moda. delle calze di seta. Che una di costoro si fa ccia sul marciapiede. in Russia ci sono le minatrici. come ho detto. Questo era il feno meno più forte della vita italiana. si moltiplicò in t re secoli. e quello quasi virile della lombarda. le terrazziere. popolò il Rinascimento. Nel nome del rossetto. credo che una folla come questa sia tra le più evolute. a uscio chiuso e senza padrini. a Ferrara.

con tutta la sua crudeltà. terminata c inquecento anni dopo. di amante. Bisogna ri cordarsi che i Bonaccolsi. i Principi creavano in un lembo di terra le più spiccate civiltà locali. i vi olenti. in un tempo in cui le civiltà si sviluppavano in piccoli focolai locali. la malattia e l'amore della casa. Ognuno di quei personaggi era a modo suo un uomo. sono gli scemi. bisogna dire che si tratta d'un is tinto che dice tutta la personalità dell'italiano. e un'opera pubblica gigantesca: la terra bonificata. a vedere i treni delle mondine nelle stazioni della pianura pad ana. Quanto a me. truccata da scienza e da psico logia. le bocche risolute. triste o fortunato. ma il fatto che egli ha costruito un a casa dove che sia. In quel tem po si formò il tipo fisico dell'italiano: quei nasi forti. e non tant o come segno delle quattro mura domestiche. Se ne accors e nuovamente molto più tardi. Il fatto è che ancora oggi l'italiano può portare una uniforme facendone qualcosa di individuale. organizzerei carovane di puritani. i buffoni e i furbi. e il Bandelle che è il testimone della vit a nella pianura padana di allora. Il muro è tutto. spesso gli mancava poco alla grandezza. di madre. Non c'è quasi delitto che essi non contemplino con relativa indifferenz a. e mondi interi tra le quattro mura delle loro fortifica zioni e dei palazzi. . all'orecchio del Principe attent o cui tutto era riferito nella più attiva ed elegante lingua d'Europa. E da allora l'italiano ha il genio. come se visitassimo un regno istintivo e pieno di richiami del sangue. i finti tonti occupano molto pos to nella vita italiana di allora. ci raccontano del loro tempo con una incredibi le facilità. SABBIONETA I novellieri italiani del Rinascimento. e poi custodita. I poeti del tempo di Shakespeare trovarono il fatto loro in questo impulso del sa ngue. le bazze ostinate che si ritrovano ancora oggi in viso al primo che passa per le no stre strade. che spuntava qua e là come un mostro o come qualcosa di più che un uomo. quando un altro inglese. psicanalisti. Da Bertoldo a Gonnella. Ce ne rimane lo stesso una grande civiltà privata. Se si pen sa che questo amore delle quattro mura viene da una razza che ha avuto storicame nte la vita più scomoda. atteggiarla a costume. quasi che col sangue si costruisse il destino vitale d'una nazione. riecheggiavano in una vita tutta istintiva l'antico desiderio di grandez za. a tratti la più errante. Le cose più leggere erano le beffe. freudisti. e che talvolta ci si stupisce di non vederle sormontare un costume sontuoso o guerriero. Il popolo lottava con gli elementi. sui poggi. ma quel poco che fa veramente grande l'uomo. Forse bisogna considerare quel tempo. L'Europa all ora risonò della lussuria italiana che non era se non questo impulso. fino al parricidio per ambizione. come uno di q uei periodi in cui i popoli si rifanno corporalmente. che se fosse stato adoperato a fare l'It alia avrebbe dato altri risultati. sbassati dai Gonzaga. nel la spersa pianura. e gli energumeni. cominciata verso il Mille. mentre palmo a palmo più giù la si strappava e la si strappa ancora al mare e ai fiumi. Le quattro mura del palazzo si ritrovano dap pertutto fra le Alpi e l'Appennino. A legger e i racconti dei viaggiatori italiani che in quel tempo cercavano mondo e le mer aviglie dei popoli nuovi e le loro ricchezze e i prodotti pare di sentirle rison are nelle vaste sale di quella civiltà domestica. Lawrence. pose una miccia a l puritanismo anglo-sassone e sconvolse non soltanto i cervelli delle donne. Ma qualcosa ribolliva. lady Chatterley. gl'ingannat i. quasi che tutto accadesse in un mondo astra le. solitarie e dirute sui fiumi. di padrona reggjtrice della casa.sto e mille altri racconti del genere. rendendo abitabile dove si trova. Accanto ai violenti e ai pazzi. cercavano di cavarsela pel rotto della cuffia. e lo portarono sulla scena. è uno s cherzo tra i minori. Ci appare quel tempo come un dramma a un solo protagonista. Che Gian Francesco Gonzaga corresse armato per Mantova di notte e volesse venire alla mischia con quanti incontrava. C'è molto inutile sangue in quella vita. E come in un'eco ingigantita. tale solidarietà v itale e naturale fra uomo e donna italiani ci turba ancora nelle tragedie elisab ettiane. ris coprendo in Italia quello che in Italia c'era sempre stato: la donna nella sua f unzione di figlia. fecero un'enorme impressione nel mondo. Venne fuori in Europa un'emancipazione di nuovo genere. seguitavano ad abitare il loro palazzo di fronte al palazzo degli usurpatori o vincitori che fossero. e ci ha tramandato una grande opera. E questo era il Principe. Le quattro mura erano l'incubatrice di questa civiltà.

e no n erano neppure abbastanza grandi per questo. Non una villa. ma egli già aveva ucciso con un cal cio all'inguine il suo figliolo. E il più bello è entrare sotto le volte del palazzo. gioia di vivere. ma in una lotta indoma bile con se stessi. Se si ha da organizzare uno sp ettacolo simile. C 'è ancora. e andò a consumarne il prezzo al carnevale di Venezia. la galle ria degli Antichi. un colore di villaggio. e l'uomo fu qui invece infelicissimo. un mondo artificiale vario e ricco. tras cinati in basso da un demone violento. Anche questo è un luog o unico in Europa. il suo erede sperato e amato. ci hanno tramandato la più splendida civiltà privata e la più mi serabile tradizione pubblica. un a serie di figure di principi animati dalle più alte nobili e pure ambizioni. si ostinò a fondare una dimora principesca. Sono di legno e di cera. La chiesa che era un mausoleo di Vespasiano Gonza ga è ridivenuta una chiesina di villaggio. vestiti di stoffa. Viene incontro. si trova nella chiesa delle Gra zie. il castello. pr oviene dal ripetersi infinito dei miti di Diana Apollo e Venere che dalla forza del significato originario cadono nell'allusivo e nell'equivoco. Ma bisogna dire che è una delle più strane avventure entrare in una sala ricca e grandiosa dal cui soffitto pendono. e il teatro olimpico dello Scamozzi. tra i putti che gonfiano le gote su un fondo nubiloso raffigurando i v enti. Il teatro è ora un cinematografo col telone sul palcoscenico. una natura fatta ad arte dove l a stessa natura è uniforme. e le stoffe sono divenute q . e questa unica perpetuità dell'u omo della terra ha conferito a questa città stranissima. dalle nicchie dove è collocata su diversi piani . mentre sulle sedie impagliate i contadini leggono il giornale. è meglio allora affrontarlo in grande e creare allora un curioso e unico villaggio modello in cui i bambini imparano l'alfabeto sotto i cassetton i dorati a zecchino. il palazzo con giardino. Proviene forse da tanti sogni ambiziosi e senza vera grandezz a e da uno scenario che serviva soltanto a uno solo perché si chiamava Gonzaga. i ricordi non sono gli stessi. i fili nudi delle lampade elettriche e i piattini di smalto. I Gonzaga finirono con Ferdinando Carlo. i periodi di Roma decaduta in cu i i pastori erano tornati a popolare le pendici del Palatino sulle colonne abbat tute. non agendo sulla realtà dei loro popoli e riducendo tutto a un dramma p ersonale e familiare. la torre. e Carlo V. alle porte di quella Mantova sempre più nuova nel tempo. e i visi sono quelli d'un mondo imbalsamato. E grandi come a Mantova. il letto. L'uomo ha agito qui come agisce la natura. ma che. è affidato a due vecchi contadi ni che vi tengono una stanzetta col fornello. affrescate e intagliat e. quasi che la pianura vasta avesse qu i un argine. registra gli atti municipali. e i carciofi crescevano sull'umo del Colosseo. di Diana.Un Gonzaga. di Ulisse. Sabbioneta. Avevano fatto della storia la loro biografia. Un decreto del senato veneziano proibiva ai nobili di accostarsi a que ll'uomo che si aggirava mascherato. colti e raffinati. Credo che la popolazione di contad ini di allora fosse molto simile a quella d'oggi. con a capo un papa. L'altro personaggio. e il suo segreto lo conobbe soltanto il m arito. un tavolino stecchito sulle sue quattro zampe a pomini. in un angolo qualunque della pianura lombarda. tutta una turba del Quattro e Cinquecento. che fu chiamata la Nuova Atene. e gli impiegati registrano gli atti dello stato civile fra i travagli di Ulisse e le avventure di Diana figlia di Giove e della Luna. Tutto ricorda amore. È forse l'unico angol o d'Italia che ricordi l'Italia dell'Ottocento. Tutto questo fa f reddo e tristezza. il teatro. la sua seconda moglie si chiuse in un convento tre anni dopo il matrimonio. Non è certo la stessa cosa. Vesp asiano uccise la prima moglie per infedeltà. il coro di questa tragedia. per un teatro tragico italiano. perché incontrandol o a cavallo non lo aveva salutato. Ma st arci come ospiti decaduti perché non si trovano altri locali no. dove una pacifica i mpiegata. il desco. ma un palazzo. che nel 1681 vendeva Casale ai Francesi. in sopravveste nera. e tra i miti di Galatea. il C onnestabile di Borbone. e che teneva una scuderia di donne grasse. non ne rimane traccia. la terza moglie vide morire Vespasiano. un o dei più bei teatri a scena fissa della Rinascenza. in un villaggio di co ntadini. e Federigo Gonzaga. se Shakespeare non ha già fatto tutto. Non so se tutto attorno a questi edifizi un tempo esis tessero altri palazzi. si trova un armadio per l'archi vio. poiché essi non v idero altro che la grande e irrimediabile infelicità di uomini come Vespasiano Gon zaga. circondati dai più savi e fini e gloriosi uomini del loro temp o.

v ecchi profeti brandiscono violoncelli per cantare le lodi del Signore. Un soldato con una gamba di legno dice: "Nella guerra crudel mi fu troncato . dalle condanne. in atto di preghiera. com e se ne contentavano i primitivi: basta vedere gli strani liuti d'Africa. cioè in qualche cosa che diviene part e dell'uomo. come accade di tutte le scoperte che sorpassano i limiti d ell'uomo. e doveva essere un semplice linguaggio. Se riusciranno a sfrattarli . dice in versi. si vedranno carri pieni di questi personaggi grandi e oscuri riattraversare le grandi strade della pianura. tra il petto e il cranio. il mist ero stesso del ritmo e dell'armonia del mondo. tra l'altro. dello Stradivari. tutt'al p iù un canterello come d'uno che mugoli a bocca chiusa. I VIOLINI DI CREMONA Fino a tutto il Cinquecento. del Guarnieri. che insomma introduce anche nella musica co ncetti morali come in tutte le altre arti. da Monteverdi in poi. che perse tutta la sua vita a ricercare le lavorazioni degli antichi. nei quadri e nelle pale d'altare. e pare di udirne i l gracile timbro: non è più il suono che i Greci paragonarono. al canto delle cicale. ritratti in grandezza naturale. che crea tut ta un'umanità di patiti della melodia.Quando Maria chiamai fui risanato". lo suonano ai piedi della Madonna in gloria. dal le crudeltà e dalle guerre. crudele e miserabile di quel tempo. compos ti di gusci di frutta e d'animali e di crani d'uomini. Fin qui la musica non ha lo stesso senso che per noi moderni. ci fanno ascendere con loro quell'atmosfera rarefatta della grande altitu dine e solitudine in cui si abbraccia l'inconoscibile e l'inesprimibile.Un de' membri che al corpo er a sostegno . dai pericoli. la ricetta della sonorità mai più raggiunt a dei violini dell'Amati. di Guarnieri del Gesù. formano un teatro grandioso. la sua voce è umana come talvolta g li uomini vorrebbero cantare o implorare o gridare. da sviluppo a sviluppo. Uno con una fune al collo. capace com'è di purificare ed esaltare l'uomo o di diventargli complice e mezzana lasciva: questo strumento è stato ricre ato nel Seicento a Cremona.Leggier divenni e non rimasi offeso". portano costumi di Spagna e di Germania. Guerrieri e condannati a morte. ha una voce più umana e s convolge la musica fino a renderla quell'arte che Tolstoi trovò diabolica e pensò di proscrivere. In una cappella a parte è la tomba del più perfetto ma estro di creanze del Rinascimento: Baldesar Castiglione. di Amati. e dall'Africa. Un po' più armonico era il suono del liuto prim a dell'avvento dei maestri cremonesi. durò tu tta la sua vita a rinvenire. senza riuscire a trovar le p arole. Senza di questo non si sarebbe avuta. come è scritto in un cartiglio: "Dalla fune onde in alto era sospeso .Perché allor fu i dalle tue braccia accolto". s ovrani e poveri diavoli. appena spiccato dal patibol o. nei loro palchetti. dei loro strumenti a corda. quella schiera di musicisti da concerto che. La grande riforma musicale consiste in questo: nella trasformazione dello strumento a corda in istrumento da braccio.ualcosa di mortuario. approdano dalla Turchia. il violino lo suo nano gli angeli. di Stradiva ri. Sempre nei quadri del Cinquecento. in un lavoro infinitamente ostinato su un tema di poche note. e che era uno stridio. E già nella sua consistenza è il mistero. Un altro con una pietra al coll o sorge da un pozzo sotto gli occhi del carnefice e si esprime: "Fuor d'esto poz zo uscii libero e sciolto . diviene tutt'uno con l'uomo. egli credette che i m . ringraziano la Vergine Maria di averli scampati dalla peste del 1399. Nelle loro nicchie. che induce il cuore a compiacersi delle sue passioni. cosparse di ex voto c ome gli scogli del mare sono decorati di conchiglie. Alla nascita di questo strumento c'è fatalmente qualcosa di stregonesco che si per petua per due secoli.Vergine benedett a ti chiamai . Ma lo strumento che a un tratto diviene parte dell'uomo. in atto di morire e di risuscitare. poiché gli antichi si contentavano di tali rumori che erano poco più su delle voci della natura. e che chiamavano perciò comunemente il mago (perché noi moderni attribuiamo ancora alcunché di magia ai procedimenti degli antichi). era un frinire. Un tecnico moderno di mia conoscenza. avventurieri e saracini. esso ha la forma del torso umano. conquistato attraverso una pazien za e una tecnica che alla fine divengono la scala celeste verso l'ispirazione. da variazione a variazione.Col grave sasso che pendea dal collo . un ronzio. Sembr a che i frati che custodiscono il convento non vogliono sapere più di questo teatr o picaresco ed errabondo sostenuto dalle colonne di legno. sbucano dalle pestilenze e dagli orrori. Puntato al sommo del petto.

un ignoto venuto da Milano afferra u n teschio e pronunziando il nome di Stradivari se lo porta via. come colpito e bruciato dalla fiamma d'un genio infernale. grandi frutta. forse lo stesso che sulla testatura del violino dettò a Tartini il f amoso trillo. come per un irraggiungibile virtuosismo. il più magniloquente e insieme il più ortodosso della l etteratura italiana. e di come amministrò abilmente il suo denaro. Gli angeli non suo nano più violini ai piedi della Madonna in gloria. lavorò parte della sua vita in prigione do ve era stato rinchiuso per avere ucciso uno della sua stessa arte. Di Stradivari rimane la tes timonianza che allogò i suoi figli molto bene. Del quale si sa che ebbe successivamente due mogli. Guarnieri del Gesù. la sua amante infedele. il sortilegio del violino. Fino a Milano. In ultimo lasciò perfino il suo cuore a qualcuno. e annerito come gli era. "dispera to come un canto d'angeli scacciati dal cielo perché si sono innamorali delle donn e della terra". Nel Ferrarese viene fuori uno scrittore come il Monti. guadagnò un milione di lire (siamo alla fine del Seicento ). voglio dire proprio il muscolo che fa da cuore. attraverso il suo str umento: abito nero e corpetto nero. morì portandosi anch'egli il suo segreto. Di Stradivari no n rimane neppure un ritratto. con quel suono disperato di cui ci parla tutta una letteratura. e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia. ma visse os curo. e la migliore. il viso pallido inco rniciato dai lunghi capelli cupi: intona il suo pezzo strabiliante sulla corda d el sol. intorno ad altri che praticarono il magico strumento. Girò l'Europa con un segretario che pare fosse il diavol o in persona. ma non più di quanti ne nacquero fino all'Ot tocento. Forse è quel viso che orna la parte alta del manico d'una sua cetra. è piuttosto l 'ombra. E chissà poi se uno strumento simile ha ancora una voce. è vero c he si trattava di cerimonie nuziali. o c hissà per quale motivo più reale. disse la leggenda. Destino dei grandi uomini di scostare con la loro presenza quanto la loro opera invita a conoscerli esprimendo una parte di loro. fu in carcere e fece un patto col diavolo per uscire libero e per diventare il più grande violinista d'Europa. e con lui la leggenda si rinforza: egli uccise. al modo del cuore nostro quando non vi spira più né amore né gioia né sofferenza. Così accadde di Stradivari. Davanti alla tomba scoperchiata. l'aggettivo grande è il più significativo: grandi palaz zi. fornendo strumenti musicali ai grandi e alle Corti del suo tempo. che essi confidano soltanto all'arte. quelle che me ttono l'impegno più assoluto al bestiame più bello. Uno strumento del Guarnieri usò Paganini.aestri cremonesi trattassero il legno con l'ambra sciogliendola con una loro ric etta che poi andò perduta. ai frutti più madornali. Sono le contrade che hanno costruito i palazzi di Mantova e di Ferrara. che appartiene al municipio di Genova. non più sotto l'azione delle vibrazioni. e in tutto undici figli. Non si sa dove il mago di mia conoscenza fosse arrivato con le sue ricerche. L'Ottocento non ha finito ancora di stupirsi della voce del violino di Cremona: Tolstoi vede ancora Satana nella Sonata a Kreutzer. curioso di t utte le novità. e lo si trova in una boccia d'alcole nella . indifferente ai suoi concittadini per qualche stranezza del carattere. Lo strumento di Paganini. Niente altro. alle più gr osse verdure. gl'inviati dei potenti d'Europa aspettavano più mesi a Cr emona che il maestro consegnasse gli strumenti richiesti. Ma sul manico non c'è più nessuna corda. altro cremonese allievo di Stradivari. un viso femminile ridente con due gemme p er occhi. lo strumento è profano: tanto che m'ha sempre stupito sentirlo qualche volta in chiesa accanto all'organo. la seconda a cinquant'anni. Vedo apparire Paganini. alla maniera antic a. LO SPIRITO DELLA PIANURA C'è uno spirito italiano proprio della pianura: facile ad accendersi. grandi coltivazioni. Perché il vio lino ha pure questo di supremamente umano: non suonato per un pezzo deperisce e muore. Q uando si abbandonano alla fantasia toccano il gigantesco e il capriccioso. le code della giacca fino a terra. e nelle f alde nasconde forse una "pochette". Egli s'era poi fatto u na tomba in San Domenico a Cremona. Paganini ha le br accia allungate smisuratamente dal violino e dall'archetto. Sì. di quei violini tascabili. C'è un enigma nella vita di Stradivari. le sue molecole si disgregano. poi demolita con la demolizione della chiesa del 1868. Stradivari già lo conosceva il diavolo. grandi torri. La fantasia d ei contemporanei non trova altra spiegazione alla figura di Paganini se non una sua alleanza col diavolo.

l'elettricità. S otto una vita semplicissima. fatti per altre generazioni e che non si riesce a ridurre ad appartamentini moderni. del suo viaggio ve rso l'esilio. Ma le città sono piene d'uomini. La provincia di Trevis o colonizzò lo Stato di San Paolo del Brasile. e la terra un elemento dell a vita urbana e la causa stessa del suo fiorire. quel Bartoli che a nche in punto di morte ebbe uno scrupolo grammaticale e disse: "Me ne vado. Perché c'è un'ispirazione. col braccio teso. ininterrottamente. ampio e avventuroso come un bel palazzo padano. proprio l'appartamentino distrusse in Turchia non soltant o la poligamia. annunziando c he gli astronomi sono stupidi. inneggiami. che non si trattasse soltanto di figurazioni di miti e favole antiche. E questo dà il senso del presente e dell'avvenire italiani. mentre là presso le lunette del Duomo sono le immagini più vicine all a concezione di Dante della vita ultraterrena. e appena q uel tanto di terra che si stende là dove il Po si impaluda. in Dante. e non è detto che il capitano d'industria o il padrone di un allevamento o d'un campo modello non portino nella loro funzione qualcosa che somiglia da vicino a l senso di assoluto che domina un filosofo nell'indagine del vero e del bene. presso il Duomo di Fe rrara. per una somma relativa mente modesta. Su una palizzat a. l'economia politica. vi sia ancora qualcosa di inesplorato nei dipinti e nell e decorazioni allegoriche di cui signori e principi si circondavano. nell'infinito. Non era la pubblicità d'un nuovo prodotto. e il futurismo. fin dal tempo dei Greci. millenaria intorno alla terra. o me ne vo: che vale lo stesso". Ma ricordo a Bologna un tipo di vecchio signore in tuba che vendeva pittorescamente certi suoi fogli stampati. alcune zone della Sardegna e. la moda raggiunse l'Oriente e. Se parliamo di reazione. domina su tutto uno s pirito urbano. È la pianura. E sono padane la scienza dell'anatomia. in una piazza di Ferrara. e al punto da suggerire il pensiero che. col Polesine. leggevo un cartello stampato che pareva composto in versi. E b ruciano anche le lapidi. Ai due estremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola. della sua necessità e fatalità. e Ferrara più di o gni altra. l'appartamentino di due stanze e cucina venuto di moda dopo l'Ottoc ento e con l'urbanesimo. grandi appartamenti di quelli che non si sa come dividere. Dove non c'è vento di idee nuove che non abbia suscitato uragani. Il quale Savonarola sta ancora in piedi. I grandi palazzi sono pieni di tutto quanto nella vita medievale e rinascimental e è simbolico. Anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione. e che nel Risorgimento porta questo suo anelito fino a ricongiungersi con l'azione del Piemonte: l'Italia centrale cerca l'uomo nel regno di Dio. primissima in Europa e ultima vo ce dei Greci fino a noi. e la lotta è sempre quella. Queste lapidi imprecanti. E poi c'è l'Ariosto. di deprecazione c ontro i preti. di critica alle cos e comunali. quella settentrionale considera l'uomo nel finito e ab itabile mondo. e che la terra non è tonda ma piana e fermissima. c'è un potere d'infatuazione per tutto quanto è assolut o. A Ferrara si possono ancora avere. altrimenti agisce contro di sé e il su o nucleo civile.Biblioteca dell'Università di Ferrara. il padre Bartoli era ferrarese. nell'assolu to. nella vita per tanti versi misteriosa di quell'età. Ma sempre con un piede legato alla tradizione e al rigore tosca ni. Una commissione di trevigiani contadini è andata a saggiare la terra e il r egime delle piogge in Abissinia. Ma nella pianura padana c'è ormai più poco da conquistare. ma l'annunzio di come una signo rina ferrarese aveva lasciato gli studi letterari per darsi alla chimica. senza accorgersi che i tizzi ardenti gli stanno per bruciare i piedi. ma anche le grandi famiglie. per tutta la piazza della Cattedrale. C'è l'Italia meridionale che indaga sull'uomo nel creato. il più devoto alla tradizione letteraria fino alla bigotteria. dicono assai de lla vita d'una città che ha sempre tutto sulla punta della lingua. il Ferrarese la campagna tra Roma e il mare. ma medievale e padana. In fondo. I vers i mi pare fossero in terzine. che non è soltanto toscana e fiorentina. E poi. l'uomo ha bisogno di agire. la pianura tra Roma e il C irceo. come è padano il romanticismo. as sai prima delle leggi. T ra i più potenti limitatori delle nascite al tempo nostro. Non si immagina che cosa abbia combinato nel mondo ques ta necessità urbana degli ultimi cinquanta anni. l'Opera è padana. bisogna annoverare le c ase piccole. E a Milano un astronomo che copriva di scritte i muri. annunzianti. ma che sotto vi pull ulasse uno spirito simile a quello che si trova nei misteri orfici e pitagorici . Ora.

nessun'altra terra d'Italia. dalle strade che portano lontano e quasi infinite. oltre la palude e il mare. trasportandovi gli stessi simboli come li aveva veduti in Italia. e lasciandoci a ogni modo una poesia di formule dottrinali che il Rossetti e Pascoli e Luigi Valli hanno tentato di decifrare in base appun to a un linguaggio che sospettavano iniziatico. quella del Cossa. ed è San Luigi. e Lucrezia. a Ferrara ebbe tre figli . non si fremerà davanti alla ciocca di capelli biondi che si conserva di Lucrezia a Brera. come una grata di prigione. anche a volerla intendere realisticamente . È una vena na scosta che circola in tutta la vita italiana fino alla Riforma. La ebbe forse quella Olimpia Mo rato ferrarese. Naturalmente sono andato a vedere. Avrà mentito il cardinale. la scrittura virile. la morte. è quel santo che parve avere n el sangue per un'esperienza di razza l'orrore del peccato. A ogni modo. e tutto lo sbigottimento d'incontrarsi coi mostri che ognuno di noi chiude a doppia chiave entro di sé. che mondo astratto.della antichità: insomma. accanto alle donne come Isabella Gonzaga. Quella di Parisina. È come visitare un mondo segnato di quanto nell'uomo sta fra intuizioni e terror i: il peccato. nel centro geografico della Francia. Ma d'altra parte. una filosofia segreta. Lucrezia. non troveremmo che rari curiosi. nella fantasia e nei sensi. Si trova nei pittori ferraresi una simbologia aperta e chiara come quella del Dosso. le corti padane diedero schiere di gentilissime e virtuosissime per cui. come per Lucrezia ha fatto Maria Bellonci. Quello di Lucrezia è una lista di spese p er lavori di artigiani. Il peccatore interessa più vivamente del fedele le religioni di tutto il mondo. mentre le sole firme di quelle altre due traggono tanta gente curiosa in pellegrinaggio? La sto ria non sarebbe dunque se non il racconto degli errori umani. quasi tutta aste. E il Sa vonarola. Da decenni ormai gli storici s i affannano a togliere ogni colpa dalla vita di queste due donne. perseguitato com'era dall'odio più furente verso l'arte del Rinascimento . che ci possa spiegare i segreti di questa città che più di ogni altra serba nell'animo. Parisina. e fuori di questo è silenzio. ed essa entrerà nel novero delle oneste donne che non hanno storia. Ci si aggira inseguendo un segreto come in un labirinto ariostesco. la firma è grande e larga. qua nto. le passioni. come seguitando in una interminabile pianura. si fece costruire a Bourges. togliete queste favole. nella Biblioteca dell'Università. e non se ne parlerà più. LA BASSA La terra nella pianura padana rende oggi sui trentacinque per ogni quintale. ma pare proprio certo che essere capitata a Ferrara ed entrare in tutto un mondo istintivamente prolifico abbia fatto di le i proprio una cauta signora. spunta un tenerissimo inno cente il quale. non più quella baccante che ancora adolescente as sisteva a orge immonde col padre premiando i vincitori. almeno nella seconda parte della sua vita. Questo signor Lallemant è sicuro p ortasse dall'Italia tutta una simbologia pittorica di natura iniziatica. Parisina sarebbe soltanto una sventurata. già dai poeti d'am ore durante gli anni di Dante. Un signo re francese del Rinascimento. pur nella rappresentazione che i l Cossa fa della vita di Borso d'Este. a significare Fede. Lallemant. a Ferrara. Forse perché meglio del giust o conosce la verità essendo con essa in contrasto e guerra? Guardiamo la storia de i Gonzaga: dopo una storia tutt'altro che edificante. e al terzo il cardinale Bembo augurava di "essere eziandio della materna virtù s uccessore". è una firma minuta. i quali adoperavano la parola Amore. stretta in se stes sa. e ve n'è una coperta. È un a mia ipotesi. Tutto questo non è sol tanto decorazione o allegoria. quasi gotica. forse fino a trovare que lla Circe del Dosso. un vero e proprio culto. credo. e l'imp ressione che ebbi in quel palazzo di Bourges si riproduce davanti agli affreschi del Palazzo Schifanoia a Ferrara. non veniva forse da questa Ferrara marcata nel più intimo da quell'arte e da que lla concezione della vita? Grande e vasta Ferrara. e senza risult ato. un suo palazzo secondo la moda della Rinascenza nostr a. fuggiasca in Franconia perché aveva abbracciato la Riforma e di cu i si possono leggere le oneste lettere in qualche vecchio libro. l'impeto di vita del Rinasc imento. senza nessuna conoscenza del mondo. A vedere nell'ultimo tratto del Po come . i biglietti f irmati da Parisina e da Lucrezia Borgia. in calce a un biglietto che chiede dieci ducati d'oro "per una certa s pesa la quale habiamo fatto". per esempio. se raccogliessi mo le lettere virili.

Questi campi padani sono quello che più ricorda la presenza dell'uomo. per molti secoli. e una rete a bila ncia da capo d'una lunga asta. Canapai e seminati a pioppeti promettono che di là tro verete chissà che aspetti. e anche i villa ggi. Non c'è ac qua. spartirsi alle secche sabbiose. abbondanti. come da onda a onda. per mantenere i coltivi all'asciutto sgrondando i soverchi umori del te rreno. Conosceva bene la terra e i lavori. a occidente della città. correva in lungo e in largo la terra distesa dove ci f osse bisogno. e di là è una nuova promessa a guardare oltre. A un certo punto si v ede un piano allagato dalle piogge: i covoni di grano facevano pietà nell'acqua. t utti fermi e zitti attorno. chi ha un po' d'occhio riconosce alla prima. come un cristiano. l'architettura d'una fila d'alberi dritta che fa da frangivento. con que lla confidenza che esse hanno dell'uomo. e non si sa come ci si sentiva colpevoli. è ancora visibile la separazione della terra dalle acque. Questa è terra di creazione recente. a Montagnana . Dopo aver visto il Po trascorrere solitario sotto i lunghi ponti. Non c'era il minim o equivoco. Nel Ferrarese. Prosciugato il campo comincia l'arsura. talvol ta più bassa dell'argine. e il contadino pensa che tutt o sommato anche quello è concime. è salmastra. ma ogni palmo di terra fu un lavoro di adattamento e un'impresa. come per una disgrazia che toccasse il pane di ognun o. ne parlava con confidenza. e non vedeva l'ora di scorgere sulla pianura le mura del suo villa ggio. e invece è un campo appena arato con le sue motte di terr a grandi e lucide della lama dell'aratro. svoltare nell'infinito piano come una vecchia strada. mi chiese di aiutarla a caricare sul tr eno certi suoi fagotti. alti nel mezzo e declinanti ai lati. Anche nella Bassa sono arrivati ad avere i trentacinque per ogni quintale. come nell'architet tura e nel modo di disporre una città. seminata di conchiglie. Una di queste donne. le signore scendevano. La te rra. con le figlie donnine piccine. l'aratr o la rivoltola di continuo per anni. fra due rive arruffate di giunch i. Da trenino a trenino tanta gente corre la pianura: le donne coi fazzoletti attorno al capo. Altre donne salivano e scendevano alle stazioni. stanno nelle depressioni del terreno. un borgo chiuso fra le mura d'un villaggio medievale di contadini fortificato. Ora i campi so no felici. e nella B assa. e anche dove è passata più d'una generazione di agricoltori. quella che luccica da tutte le parti. il gra no era in mezzo all'acqua sporca. il mare arriva fin qui e tiene tutto sotto il suo dominio. più giù è storia d'oggi: a Piacenza i campi sono adagiati fra alti argini. Gli argini so no alti. si macinano alla fine a furia di arare. poi. Si aspetta che il . Capii in quel tratto la nostalgia della gente della pianura. verdi. corre nei canali del Po. Ognuno vi r ifà il suo paesaggio natale. e nessuno ci poteva far nul la. stagna poco più giù. lungo gli argini a distanza una capanna di sarracchi. e nei loro discorsi si veniva a sapere tutto della vita attorno. Veniva dal lavoro verso Vercelli. con le braccia robuste in avanti. La pianura folta lascia appena disti nguere gli abitati. Si fermavano le macchine di pa ssaggio. perché. con quelle cappe bianche che tornano su sem pre nuove. i ragazzi all 'ombra delle fratte tra le acacie e i pioppi. nel Polesine. e quando fui salito volle discorrere. al punto che si riconosce dappertutto che gent e vi ha messo mano. Al m odo di tante altre donne. eccolo verso l'ultimo diviso in canali dritti e uniformi. Montagnana. anche se la conformazione del terreno sia delle più uniformi. e tornava a casa sua. ma di molte generazioni. nel Mantovano i campi sono rilevati. e l'eterna promessa di questi argini che invitano a guar dare di là. e non quell a d'oggi soltanto. che danno l'idea della prontezza al lavoro. si capisce quello che è costato in sette secoli bonificare la pianura. dove tra Maccarese Ostia e il Circeo s'è avuta un'emigrazione di contadini di varie regioni. e il salino. C'è una tecnica della terra. Fino a Mantova la terra ne serba ancora il ricordo. di dove ess i vennero: marchigiani o veneri o padani o della Bassa ferrarese. e il contatto con lo sterile mare.si strappa la terra fino al mare. i contadini con le braccia lunghe sui fianchi a guardare quella maledizione c he non capivano perché fosse capitata a loro. Ognuno ha il s uo modo. Nient'altro. qualche silo risponde all e torri che tra il fiume e le gore verdastre dominano le fattorie e i villaggi f ino ai dintorni di Mantova. appena strappata dalle acque è fiacca e nera. Intorno a Roma. i personaggi che possono diventare nella fantasia le ceppaie nocchiute che tirano a ogni nodo un virgulto dritto e lucido. l'ars ura è nell'aria.

sono proprio l'a cqua e la strada. Al mattino.. ed è dove la terra è buona. per piover bene. i c anoni. buse. e che h a dato quanto di più strano." ripeteva tra un bo ccone e l'altro. ragazze e donne. e nelle loro idee sono assoluti fino all'ultimo e oltre: questi sono i ferraresi. si è fissata una civiltà artistica fatta d'emulazione. e dal mare. e che quando possono sfogano in una lunga strada. pa esaggi d'una Venezia minore. Più che par lare. ma un signore come dico io. e non è un capri ccio da milionario. e quello che rende la terra più giù o più su. per questo impegno sempre assoluto.". diversivi. ce ne sono anche a Comacchio". Poi ma sticò: "Be'. erano fitti di ragazzi addormentati.consorzio distribuisca l'acqua per l'irrigazione. e un'altra meteorologica: lampo non mangia barca. si fa stretta. rifugiate su strisce di terra come su pontili. e poi daccapo. d'una specie di oscuro e ribollente istinto vitale. s'illuminò tutto: "Ci sono molte fontane a Roma". metafisico. ara e ara. bracci morti. l'uomo del pozzo. Di ogni cosa sentiva il sapore. i fitti. vidi che i letti e i divani. E quello: "Se fossi proprio un gran signore. la barbabietola delle terre asci utte è roba per le bestie. È la sterilità che dà mistero e lontananza alle terre sterili. Gli dissero: "Ce ne sono di pozzi artesiani. "Io. Poi stette zitto. C'è l'internazionale del contadino. e permett e le colture di colore. la segregazione da tutta un'umanità e dagl'interessi di questa. il grano . questo era il suo pensiero. A pensarci bene. Gli rispose una risata. un fiume pull ulante di vita. Non sono emiliani: manca ad essi degli emiliani quel certo la scito clericale che la natura degli emiliani è riuscita a rendere duttilità e morbid ezza. dieci o quindici. sentendo ch e io venivo da Roma. dovendo traversare le stanze vicine alla mia per uscire. di feticismo delle forme più nobili fino al capriccio. è sciolta e fiacca. fantasticava: la terra appena riscattata dalle acque. Dove. L'oste seduto acca nto a me era servito dalle sue figliole. fra cui mi trovavo. sono dappertutto. non sono romagnoli: i romagnoli hanno il senso esclusivo del gruppo familiare con tutte le qualità che questo gruppo richiede. e que llo d'una fantasia fuori d'ogni limite. e i paesi sembrano là a portata di mano. fossati. Mancare d'acqua significa.. ciò che è il tratto di molti popoli della pi anura. e così le angurie. per mille ragioni. Raramente ho veduto uomo fatto di terra come era lui. dopo anni di aratura. i libri dei nostri narratori de i buoni secoli.. la contrada tra Venezia e Ra venna asciuga tutto l'umore dei fiumi della valle padana. che sbucano da tutte le parti. e un'altra molto semplice all'apparenza: per p iovere bisogna che tuoni. L'uomo non ci credeva. Questo. è quel popolo bollente. e ogni volta che chiamava se ne present ava una nuova sempre più piccola. Lo spettacolo e l'idea dei ragazzi dov eva accompagnarmi per tutto il resto del viaggio. I fatti che formano profonde differenze e distanze in campagna. come le barbabietole. e oggi si direbbe di surrealista. è rimasto un colore amoroso e generativo. vanti l 'arte e la decorazione di tutti i tempi. cioè. se ne circonda il campo d'una corrente continua che lo manterrà fresco. ma erano molte." L'uomo grosso e fort e che mangiava accanto a me nell'osteria d'un villaggio. vorrei avere un pozzo artesiano". poi.. della lice nza del Rinascimento. capace di tutti gli eccessi e di tutti i rigori. Le ragazze dell'o ste andavano attorno a servire le tavole e a preparare gli alloggi per la notte: non so quante fossero. il granone e poca altra roba: è l'acqua che fa la terra di due sapori. più che licenziosi sono pieni di ragazze e di donne.. Alla fine lo disse: "Se fossi un gran signore da cavarmi tutti i capricci. Sì. e poi barbabietol e. Ora. Tra canali. quello levò gli occhi dal piatto: veniva dalle terre salate di più giù. fi no al fanatismo. dritta quanto è lunga la striscia . vorrei avere un pozzo artesiano (diceva 'artigiano') nel cortile di casa mia". poiché la locanda era pi ena. non fece che mangiare patate. Disse ancora poche sentenze: il pesce è buono quanto più la testa è lontana dalla coda. fra due estremi d'un conformismo tutto regola e rigore. Vi si trovano vecchie città come Chioggia e Comacchio. Di questo ha notizie. prende nerbo.. io se fossi un signore. Qui. Gli altri attorno fantasticavano ancora sui raccolti. e come per mettersele bene nell'animo. resi praticabili dalla ostinata volontà dell'uomo. Ma senz'acqua non sono possibili che le colture bianche. non riusciva a terminar e questa frase. Era l'ora di an dare a letto. cioè i lampi in mare non annunziano tempesta. Uno della tavolata gli fa: "O dillo che faresti se fossi un gran signore.

e del dialetto ferrarese. alla spagnola. A Comacchio. c 'era molto passato del luogo. e poi tedesche erano mescolate tra le altre. parole france si. seppelliva i suoi morti alla maniera egizia dei poveri. e se poi c'era veramente qu alcosa di etrusco. sentendo parlar e la mia ostessa. e insieme dell'eterno. l'uomo seduto co i suoi pesci e le sue verdure a poppa. nella sabbia. come velo su velo. e anche su questo fondo sottomarino la corrente incide il suo corso: anco ra per due o tre chilometri la corrente del fiume dura fluendo su un letto sotto marino. chissà. che arrostiva con piacere una sogliola sulla brace. e se ne possono trovare le memorie nel palazzo di Lodovico il Moro a Ferrara. Nel discorso dell'ostessa. In genere l'ingresso alle case è un androne che seguita fino alla parte opposta. del provvisorio. ma l'etrusco nessuno è riuscito finora a decifrarlo. ma che dovevo raccapezzare da varie lingue. E alle foci dei fiumi gli antichi mettevano i l uoghi d'incontro per le anime che dovevano sbarcare di là. ricacc iati dal prosciugarsi della terra che ne mutò la vegetazione. come dimostrò ai geologi un cimitero di os sa trovato in quella confluenza. Ma che cosa non rappresentavano le foci dei fiumi. e non all'altra maniera egiziana dei ricchi. e alle foci si ebbero i primi fatti di creazione della vita umana. Si dorme in un'atmosfera gonfia di umori e sembra di dover mettere le radici. fa rilevare la prua che vi guarda in facc . m'accorsi che il suo linguaggio era una mescolanza di parole c he capivo. Tutto intorno dà l'idea del mutabile. alla Spina. fanno lunghi giri tra sabbie e lagune. Una c ittà etrusca era nelle valli di Comacchio. Quando alla fine raggiungono il mare. Uomini e donne lavorano alla terra emersa negli ultimi due o tremila anni. la sabbia accumulata negli ultimi s ecoli. un quadrato di vela si gonfia ap peso per due lembi a un bastone. Contrariamente alla natura et rusca. le tracce della sua storia. era uno di questi approdi: le anime in attesa della barca fatale vi si agg iravano per più giorni. vi trovano. si rifugiarono e mor irono all'incontro fra Tevere e Aniene. già non lo si riconosc e. dovettero avere rarissimo traffico. Gli ultimi elefanti del Lazio. e mi rispose: "L'etrusco". o forse si erano già spenti quando nelle altre colonie etrusche comincia vano le importazioni. per dire no diceva "nié" secondo le lingue slave. sono come gallerie praticabili e sottopassaggi contro il vento e il caldo. l 'acqua vi forma i suoi canali. la vela pare un drappo antico. Dovunque si sente il lavorio del vent o e del mare. L'Isola Sacra. e in camere che riproducono le stanze dei vivi. presso O stia. stretta e locale: fra i ricordi del m useo. sono scarsissimi i vasi importati dalla Grecia. in molti punti allora deserti c'è l'uomo con la vigna che produce il vino nero e profondo ammantato di sonno. L'uomo lo chiamava "hombr e". cercano lungamente il mare. tra gl'insabbiamenti. i tedeschi e gli spagnoli: mille anni di storia. lagune. la loro architettura. del dominio degli elementi. dal Reno al Brenta. attraverso canali. Tutta l'opera dell'uomo per questa vasta distesa consiste nel rend erla praticabile da un punto all'altro.di terra su cui posano. A riscont rare il terreno con una carta topografica di venti anni fa. I bracci in cui si divide il P o. Alle foci dei fiumi si sviluppò anticamente la vita. questa comunità di Spina s'era stabilita nel piano. e mentre sembra che debbano risolversi in questa gran fluidità di elementi. I ponti sui canali ne proseguono la strada. e depressioni più basse del livello marino. sotto monticelli di terra che arieggiano a piramidi. e gli altri fiumi che vi sfociano. le sue parole erano di tremila anni. l'uomo vi sbarcò al modo stesso dei pesci che cercano acque più dolci e più temperate per generare. e dall'altra parte si trova il cana le. Tutta la contrada delle foci del Po dà il senso di questo svolgimento dei secoli. forse e ra anche etrusco. Le chiesi che dialetto parlasse . i contatti con gli sla vi. ma un buon quarto era incomprensibile. Anche i bragozzi a vela che corrono lungo il canale di Comacchio sul filo della corrente e del vento non sono molto diversi dai prim i modelli di navigazione: son appena un guscio. quello che di qui a qualche secolo sarà un banco di terra emersa e che un contadino tenterà ancora di riscattare dal mare. a cinque o dieci metri di profondità. Ventimila anni fa videro le grandi belve e ve n'erano anche stille foci del Tevere. Questi etruschi di Spina dovettero essere d'una civiltà molto chiusa. In mezzo alle acque stesse. I tre quarti delle parole che diceva erano di lingu e note. Un altro particolare.

I GRANDI SCENARI DI MANTOVA A Mantova fu l'osteria. dal mare. cercando la foce del fiume. gl i asini. dagli stagni. di stagni. nella prateria. Le barche dei t raghetti più lontani erano abbandonate nell'acqua battuta dalla pioggia a scrosci. In quel caos di acque. Dai foss i saltavano ragazzi e bimbe. gli occhi dell'ostessa. il bosco si animava d'una vita primitiva e spensierata. sono lontane. vengono avanti in volo. dietro. fino a Goro. una chiatta porta all'altra riva le macchine. si sono presentate le grandi vele latine. Correvo per un sentiero. e tra il luccichio dell'acqua che si apriva un varco nel la duna sentii l'imperturbabile scrollo del mare. Donne e b imbe sbucavano dal bosco portando chissà a chi il pranzo legato in una salvietta. ci guidò pel bosco della Mesola. le donne dietro i vetri della stanza a terreno. poi pio vve a scrosci. con un timone enorme manovr ato da un uomo piccolissimo. la pista sabbiosa interrava le ruote dell'auto. qualcun o ci accennava di lontano la strada. e una piattaforma asciutta di mattoni. avvertivamo il caldo della nostra vita. non si scorge l'acqua ma il verde dei canneti e dei campi. e il forno. l'umid ità penetrava dovunque. lontano da casa. svoltano. ci si accorge che queste vele percorrono un canale. sotto i mantelli. a una svolta. come lassù. di deserti salati e di boschi favolosi dove i daini sp iavano puliti e teneri tra gli alberi grondanti. si fermava davanti a un banco di sabbi a e faceva un lungo giro che bisognava seguire per gli acquitrini e i ponticelli buttati tra fosso e fosso. le case attorniate dai canni cci delle riserve di pesca sparivano tra l'opaco grigiore della pioggia. Nell'intrico delle acque il paesaggio lagunare diventava lontano. covavamo il tepore d el respiro e del sangue. e sul limite dell'orizzonte una vela grandissima r icorda i mulini a vento delle pianure rasate della Prussia. gli uomini ancora in sella. si girano. dal canale. e inv ece il fiume stagnava pigro a una svolta. sulla distesa rasata della terra. si allontanano. Dalle case solitarie qua e là sui fossi. al riparo d'un padiglione di canne e di vimini. sconfinata. le vele si rigirano. correndo sui piedi di fumo. raso terra. si trovavano da miglio a miglio case coloniche. i discorsi dei cacciato ri. e laggiù una fil a di pini si rifletteva su un'altra riva immobile. Andando ver so l'intrico delle foci. coi vestiti a ttaccati dalla pioggia. Scendeva la sera. e un tronco d'albero scheggiato dall'accetta. e sembra di navigare su un'isola. uno degli spettacoli più curiosi del mond o. tutta un'atmosfera di fumo e di cibo. La contrada è delle più piovose. La macchina slittava nel fango attaccaticcio. a mano a mano che il cielo si rasserenava. alto a prua come a poppa. dove il Po nasce. Su questo verd e si affacciano grandi vele. la stalla. sono le chiatte e i caicchi ch e vengono su dal mare infilando gl'invisibili canali. il vino. Da canale a canale. Erano presso di noi le chiatte con le loro cerate affungate. verde. di tavole sconnesse e di tronchi d'albero.ia come un cigno navigante. le biciclette. Nell'ar ia freddosa sembrava di trovarsi in un fondiglio umido sotto il livello della te rra. era tutto il senso della vita. sulle onde v erdi e teatrali dell'Adriatico. con tante creature. l'acqua cop riva tutto come un velario. a Tolle. Poi. non più che figure incappucciate. e tra questo eterno popolo i discorsi . il pollaio. bigia. al Monviso. agli sbocchi dei canali. Su un campo grigio e appena rasciutto dalla melma salmastra. Ravvolgendo il loro m antello di vecchia porpora. e nell'umidità. alla Pila. umide e aggrondate. finché trovammo un ragazzo che. aranci one e oro. Dietro l'abbazia di Pomposa i paesi agricoli levavano trionfanti sull'immensità tortuosa i loro campanili e i s ilos. Ai lati del canale si stende la laguna che è colore ro sa. pare. e solo più tardi. allontanatesi uggiolando il temporale. e ci trovammo su una chiatta. Da vicino mostrano il loro d isegno a spicchio di luna. parevano prodi giose conquiste dell'uomo. ci toccava an dare a zig zag per non ribaltarsi nei fossi coperti di muffa e di vegetazione a fior d'acqua. Al traghetto. Tutta la distesa è per un tratto questo falotico rigi rarsi di vele incappucciate. si scoprì nel grigio folgorante l 'abbazia di Pomposa. come giganti ammantellati. vi ve ngono incontro e poi si rigirano. il conduttore al volano. tutti fissi in questa sospensione di moto. che era un'aia e che si trovava a distanze ricorrenti. e nel mezzo degli stagni. dal nembo. Pareva a cento passi. mucchi di grosse angurie prospe ravano come un primo getto della terra.

si consumano. la cuoca affacciandosi dalla cucina. fa l'arte e la guerra. A ritrova re questa città si ritrova un'epoca di letteratura. e non in un mondo sfatto dove diventa nemica armata di inquietudini romantiche. La donna nelle società semplici è sempre una virago. io sott o gli occhi dell'ostessa mi sentivo quasi al riparo. E tutto a Mantova parla un grande linguaggio. da d'Annunzio in poi. ma a Mantova in mod o chiarissimo. a Tarquinia e ad Assisi. in Inghilterra come in Francia. queste donne hanno l'ordine e la responsabilità. sono riportati su un terreno facile e senza stupore. quel sentimento sepolcrale delle cose. Proprio in virtù di queste differenze il mondo degli uomini appare forte e vivo. di poca forza: un gran de umor della terra. Mantova è scritta tutta a caratteri maiuscoli. Fu un tema caratteristico della nostra letteratura ne gli ultimi anni. d'un popolo che intorno a sé non vedeva se non la morte dei grandi sogni. Qui esse guardavano i lor o uomini quasi come ragazzi. nella stessa confidenza che avevo provato altrove. un sentimento delle cose che finiscono. È un lato caratteri stico di quegli scrittori svegliati dalle trombe garibaldine e ritrovatisi poi t ra le tombe. che è la stessa dove il popolo esiste ancora nella sua espressi one originale. gioca e fu ma. fantasia. è ancora quella che vi ha tenuto sulle ginocchia. s'impiccioliscono più che ingrandire. Ma Isabella. di cui si conosceva perfino il numero delle camicie (d uecento). con le sue passioni grandi e sonore. castelli e palazzi. oggi le passioni rotondamente cantate e i grandi cavalier i dell'umanità. intorno a sé. aspro. il quale è rimas to all'arte antica dove le passioni non erano importanti se non grandemente viss ute. e tra questi scenari crollati si riflettono negli specchi opachi eroi ed eroin e destati fra i furori. Esiste proprio una scissione fra modernità e popolo. nella Romagna e nel Venet o. erano le regolatrici. Per un pezzo rimasi ad ascoltare i discorsi di quest'osteria. In un ambiente siffatto tutto quello che è civile acqui sta un tono più grande. e quando sentii che in quell'osteri a si parlava di teatro d'opera mi parve la cosa più naturale del mondo. Del resto. al sommo di questa espressione civile. Anche tra i Gonzaga l'elemento maggiore fu Isabella. dove f . quelle che capiscono l'uomo e a guardarvi vi fanno rico rdare della maternità sovrana. inquietudini. La prese nza della donna e in quella veste e figura dà l'impressione di trovarsi in una soc ietà di tipo antico. che non avendo altra epopea da vivere ne vissero una amo rosa. È lo stesso dappertutto dove c'è popolo in Italia. e preoccupata di rendere giusti. L'uomo ha pensieri. denso. come se non foste uscito mai dall'infanzia. le donne virili. il vino che è com e una linfa vivificatrice dei luoghi bassi. Si ritrova nella letteratura italiana. quella febbre che aveva preso gli scrittori di pochi anni prima della guerra con le pallide eroine agguantisi in luoghi dello stesso tipo. che dopo di lui ciascuno ha veduto. Una volta furono le favole dei paladini e dei santi. di labirinti smessi.eterni sul teatro dell'opera. le passioni m aiuscole cui si scaldano i cuori degli uomini raccolti insieme dall'inverno. di palazzi polverosi. il crollo dei grandi scenari. di gi ardini intristiti. di fontane ingrommate. a Cipro e a Micene. d ei grandi scenari deserti: un sentimento dominante di d'Annunzio. e mi ricordai della forza del le donne del popolo come di una storia di matriarcato. quelle cui spettava l'ordine e la vita pratica. la creazione è sua. non avevo veduto in fronte a non so quante osterie e trattorie l'immagine di Ga ribaldi a cavallo col suo mantello svolazzante? Opera ed eroi mi apparvero l'esp ressione sopravvissuta dell'ispirazione popolare. Si potrebbe compilare un'antologia di città abbandonate. lotte. Nell'al to dei loro occhi svegli. che faceva collezione di vestiti e mandava le trote agli amici. ai quali partecipavan o l'ostessa dal suo banco. padrone e spose. torri. Qui si trovano le forti donne coi forti pensieri. Ben più. ha il suo regno accanto a quello dell'uomo. è suo il diritto alle cose alte e all'ozio. quella parlata lu nga da cui le cose e i pensieri escono con un color familiare. Ques to è un lato del popolo che a Mantova mi colpì subito. e chi entrava a chiedere un bicchier di vino. Il dialetto che si parlava là dentro somigliava all'emiliano. deperiscono. Ed ecco una delle fonti più cospicue di tale ispirazione: Mantova. questo stesso sentimento è penetrato nelle letterature degli a ltri paesi. e ognuno che cap itasse nella sala. indebitata per l'eleganza e la vita ornata e insieme caritat evole. i principi col popolo. invidia d elle donne del suo tempo. fu un modo di vedere le cose passate . nelle regioni vicine a questa. m'incantava: amante delle arti e insieme pratica. dei sogni antichi abbandonati.

e i vicoli stessi in un bellissimo ordin e. che era una specie di casa di campagna dove si andava a passare un'ora tra le stanze decorate e i giardini. una sola camera che si possano chiudere a chiave. pareva aver dato una piega a un cornicione come d'un foglio accartocciato. Vecchi muri ciechi di tutta Italia. il termosifone. rivestite di legni preziosi e intar siati. Che gran sonno in quella straordin aria città. Era come un grande umore che mi copriva e mi lavava. con un se guito di mille signori. una caserma. sentivo correre fresche sorgenti e fontane. e sembrava di stare al riparo. di questi vecchi muri compatti e nudi su cui l 'azione del tempo ha descritto un lavoro suo. la pioggia suonava interminabile. Ma ne aveva una con le finestre sul Min cio. con la sua barriera sulle acque. Il battere delle mantelline dei ciclisti era come l'ombra d'un'ala. a quanto mi pare. come se dormissi in terra. mi parevano miraggi. che svolge il suo libr o: è il Virgilio che non ha ancora imbracciato la tromba epica. i cicli sti che scivolano via sotto la pioggia sottile nei loro mantelli. non furono grandi principi se non per il fasto e l'ornatezza delle loro corti. Qui. la Piazza delle Erbe. palazzi. Sì. M a a uscire. La città comunale è pressappoco tutta qui. mi stupii di trovarvi una stanza bianca. l 'acqua calda e fredda nella bacinella di porcellana. ma non c'è un sol o appartamento. Per chi voglia dire di conoscere l'Italia. A momenti tutte le architetture che avevo visto il giorno . con una delle più belle piazze che sia dato ved ere in Italia. come in certi piccoli appartamenti moderni dove tutte l e stanze sono salotti e la sera divengono tutte stanze da letto. ch e cos'era stato! Un vagare di sorpresa in sorpresa. gli alberi lontani annuvola . e la Reggia. Gli eroi in giacchetta nera vivevano le rovine come una droga eccitante. E tutto quel giorno. tanto c he Isabella abitò stanze dal soffitto più basso. E sentivo di d ormire sulla pianura distesa. E quale grandezza poi? I Gonzaga. da meraviglia a meraviglia: la spiegazione di tante cose. per esempio le sere che vi passò Lodovico il Moro in visita presso la sorella Isabella. Sono quattordici grandi sale nel Palazzo del Te . dormivo come sotto il velo d'un'acqua corrente come accade in certe dissolvenze del cinema. Una reggia così vasta che divenne spesso. bello quanto una striscia istoriat a da qualche grande scultore. Mantova fu prima una città comunale. e vi dovette fare sempre freddo. nel sonno. Mi ricordavo che una macchi a d'umido. i riflessi dell'acqua. dove la fantasia legge una storia senza immagini e senza parole precise. nella sua storia . specialmente con quel vino nero. e tutto è fatto per la rappresentazione. dico una gran dezza di passioni umane. il ponte che dal Castello di C orte traversa l'allagamento del Mincio.ossero le grandi cose finite. vi fa un gran freddo. Mantova è un punto importante. Mantova è un mondo. questo muro di Mantova è uno dei più belli. acqua e cielo. Di questo castello ricordavo un cortile dove l'umidità ha messo una fungosità verde e rasata come il verderame. gli scenari d'una grandezza passata. e la presenza nera del castello co i piedi nell'acqua alle mie spalle. andando a dormire in un albergo. e in quell'o mbra luccicante che confondeva terra. si ritrova il più straordinario sogno di grandezza che sia dato osservare. un capolavoro del t empo e della natura. che è un padiglione e un chiosco gigantesco. sono cinquecento stanze la Reggia. il bottone del campanello. Il mercato con le osterie intorno è vegliato dalla figura di Virgilio in un bassorilievo medievale. dominati la notte da un lampione scialbo. sulla facciata della chiesa di San Pietro. in cui il caso ha il rigore d'una logica. E non mi usciv a di mente quell'ora serale al ponte San Giorgio. e questo mi ripo rtava ancora nell'acqua. detta del Paradiso perché di là si vede la pianura. Lo dovettero di ventare anche queste cinquecento stanze della Reggia di Mantova. Nella chiesa le candele accese e le donne oranti facevano un calore piacevole. piazze. tra una torre e un palazzo. seduto a un banco. castelli. tra una facciat a di terracotta e un muro scabro. la capitale d'un'in tera letteratura. come un elemento vivo in lotta con la grandiosità dell'acqua. monumenti. Mantova è il più importante di cotesti luoghi. il Virgilio delle comari e degli agricoltori. la distesa ind istinta della pianura. Ma tra il Pal azzo del Te. e ugualmente stanze di passaggio. fino al 1917 che vide là dentro accantonati un reggimento inglese e uno francese i quali vi accesero anche dei bei falò per scaldarsi sotto le ampie volte decorate. quasi a una presenza sottile al modo stesso dell'aria. A tratti.

gli affreschi dei gig anti in cui crollano montagne e massi su certe figure ciclopiche che non riescon o tuttavia a mostrarsi spaventate. tutto questo non è più vivo e non è neppur morto. che pare or dell'uno or dell'altra. ci smarriamo nei meandri della cittadina antica. perché tutto questo svanisse d'incanto. così freddo e corretto a Roma. tutte persone indaffarate con le loro bors e. E la guida vi di ce: "Qui dormì Napoleone. quasi non bastasse. Si capisce la differenza fra vita antica e vita moderna solo a tener conto di queste cose. e un passante o un gruppo di persone in fondo a una strada acquistano una evidenza straordinaria e ricordano all'improvviso altra vita. dei Duchi. scesi nella pianura del Po. No. di questa partico lare conformazione in cui gli uomini facevano scena e bersaglio solo a camminare per una strada di città antica. altri costumi. c'è d a rifare tutto il cammino percorso dalla civiltà. i Gonzaga non erano grandi. che dominano tutta una stanza. amic i e nemici. da cui le invasioni hanno asportato mobili e arazzi. vi portò un a sua retorica. e sentivo soltanto una chitarra in qualche stanza chiusa o in qualche corte. È proprio un altro mo ndo. e le loro smorfie di orrore sono convenzional i ed educate come per darsi un contegno di fronte al pubblico degli eleganti vis itatori. ognuno si trovò quasi in una remota abitudine. e si entrass e nell'aria della città medievale. È vero. nel Palazzo del Te. e i suoi mutamenti a seconda dei luoghi che si scelse come abitazione. E qu esti cavalli affrescati alle pareti. sul filo di queste impressioni. penetrata in un palagio in festa. senza lasciar traccia: risuonano ancora di loro. balli. Fu il sogno più spropositato del Rinascime nto e. le ore di tut te le chiese parvero lunghe. rumore di un nuovo lavoro in una città . donne e uomin i. la Sala da Ballo. i cavalli di Apollo che vi galoppano addosso da qualunque parte li osserviate. un letto coperto. che trasformò anche la cappella in camera da bagno". delle loro pa role. dello Zodiaco. dei Papi. e mi ricorda una pagina del Romanticismo. che son servite da bivacco a tutti gli eserciti stranieri. le acque che circondano quasi il castello. un malinconicamente bel paradiso. Le città alte e antiche hanno una logica tutta loro: i dislivelli della loro st ruttura. musiche. sono un ca rattere imperioso della vita antica. dalla porta d'una chiesa. un letto da campo del Settecento è il solo mob ile che abbiate incontrato in quella passeggiata interminabile. che nell'intrico delle strade e dei vicoli dileguava mentre lo cerca vo. la Sala degli Arazzi. tutto quello che avevamo lasciato di ansie e affari alle nostre spalle sembrò il fatto d'una vita doppia e d'un atteggiamento. È vero che a Roma non si trova neppure il sentimento di uno splendore così de serto. le officine della pianura lombarda. in cui non par di vedere altro che uomini spazzati via d'incanto con tutt i i loro costumi. la Sala delle C ariatidi. occupava i nostri pensieri. il movimento di M ilano di cui eravamo ancora una lontana vibrazione. in cui la luce d'un'alba. Amore e Psiche che si baciano e hanno un s olo naso in comune. Folla della città. le prospettive ch'esse creano. Poi il fitto grandinare dei tagliapietre. ma bastò che si scendesse tutti alla piazza del Mercato delle Scarpe. A ripensarci. non rivela altro che spett ri in tutti i convitati. le vicende delle loro strade.ti. nobili ed eleganti. Ci ritrovammo in folla alla funicolare della Città Alta. quelli che passavano sulla strada. SENTIMENTO CIVILE DI BERGAMO A Bergamo s'arrivò in un treno gremito. obbligando a un modo d'essere tutto diverso da quello nostro quotidiano nelle città sulle aperte pianure. che parevano non aver più fretta. Le impressioni meccani che della vita quotidiana. Basta poco perché s'abbia l'impressione d'un'apparizione. Fino a che in una stanza grandiosa e nuda. furono apparizioni curiose. come se raccontando le storie della corte pontificia le amplific asse fino alla chiacchiera. e dall'arco d'un por tico. quadri e statue. le vuote e spoglie sale. C'era un suono d'organo in qual che chiesa. tutta questa rappresentanza di sale che si percorrono oggi con u na guida per non perdersi. sono una delle curiosità del mondo. che a Roma non si trova nulla di simile. come dice la guida. Quella mattina di Bergamo è una delle mie più belle. Sono suoi. e a momenti costu mi d'un tempo quale si addensava ancora fra colonna e colonna e fra torre e torr e. Si cammina e si cammina. in una vita lenta e addolcita. e ci si domanda a quali sogni servirono questi i mmensi scenari. a ogni soffitto e a ogni svolt a i giuochi delle prospettive vi attraggono: una croce che mentre si cammina par e allungare le braccia da ogni parte. Giulio Romano.

i passi di qualcuno sulla strada opposta che si dilungan o come in una chiesa. In un trionfo così t otale delle sembianze umane e divine. ricordi di Venezia e richiami di Firenze. o con le croci grandi sproporzionate. di Berg amo. Un numero enorme di appa renze scolpite e dipinte occupa breve spazio. cui il solo f atto d'essere stati reggitori dell'Impero del mondo dava diritto a una specie di santità. dialetto e alto linguaggio. polenta con gli uccelli". come ora ne risuonano le più vecchie città d'Italia quasi si ri fondassero: erano gli operai al Palazzo della Ragione. Una tradizione dice che Bergamo fosse prima etrusca. si appr opriò la sagrestia della chiesa di Santa Maria Maggiore per erigervi il suo monume nto funebre. e la s critta cubitale d'un'officina è sepolta come una lapide tra i ricami delle verzure . E poi. e oggi clericalism o settentrionale. con le scritte Divus Julius e Divus Traianus. e sono donne uscite da una fantasia che le accomunava con le belve. con le statue dei santi sui campanili. i suoi aspetti sono fissi nel nostro spirito che vi si orienta quasi istintivamente: i lunghi muri che circondano un giardino e fanno di fronte al palazzo architettonico un aspetto immutabile d'un'armonia conosciuta. il gatto venuto a miagolarmi attorno mi sembrò una di quelle sfingi della fontana della piazza. il più antico palazzo comun ale d'Italia. una cosa ancora intendevano. l'im provviso aprirsi di terrazze sulla pianura. il modo d'i ncurvarsi delle strade. ai confini d'una civiltà. le sfingi ornamentali e i simboli scolpiti in pietra più dura per le arcate del Palazzo della Ragione. virtù teologali e peccati mortali. e gli uccelletti infilati in uno stecco in mo do da stare in fila ad ali aperte sulla nuvoletta della polenta sembravano canta re anch'essi lietamente l'osanna di tutta la scultura animata di Bergamo alta. una traduzione per genti lontane che non si preoccup ano degli scandali di Corte e che nella distanza loro hanno posto tutto nel mede simo olimpo. le sfingi della fontana nel mezzo della piazza hanno facce di gatto. le pia nte che si affacciano dai vecchi giardini. Qua e là le chiese vicine e lontane. Ma poi fu romana e venezia na. Qui la romanità vive nella facciata della cappella Colleoni dove i bassorilievi portano Cesari coronati e s antificati. i cortili. come se avesse superato in se stessa la natura. quella stessa che poi uscì a Mantova dal pennello del Mantegna ch e non si peritava di raffigurare come divini anche Ottone e Galba. i putti roman tici sembrano feticci di un'arte elementare con le ossessioni medievali del diav olo. con le tele luttuose dei ragni. ma dei Romani e del Rinasci mento rimane un estremo brillare come se. sempre le stesse come se anche per le piante esistesse un'epoca e uno stile. Ed è questo lo stesso impulso d'un Colleoni che. È la romanità al suo stato di favola e di potenza. in una luce immobile e in un riposo di vecchio albergo. Vi si avvicendano popolo e intelligenza esa tta. Così è la romanità di Bergamo. che fu un punto estremo della penisola. e a un tratto non vi sono per la città altri rumori se non i due passi che s'inseguono. gli atri raccolti col sentimento d'una vecchia pace. quando andai a far colazione in una trattoria dal vecchio nome. Rinascimento con puri accenti e Comune dotato d i forza gigantesca. in cui vivono tutti insieme putti e sirene . questa si most rasse coi più accesi colori. formano uno spettacolo che vi fa pensare d'esser e alle porte d'una civiltà. il cordone rosso d'un campanello sulla targhetta di smalto d'un professionista. È la romanità come visse n el Rinascimento. con la scala esterna larga come un invit o al popolo che ascendeva. ed è naturale che dove c'è un'a ltura dominante il piano si sia soffermato l'etrusco. Siamo allo sbocco delle valli per cui scesero le invasioni. Forse queste genti lontane. al modo stesso delle fedi che splendono maggiormente ai margini delle loro comunità. ed erano i prodigi dell'arte. le grate e i cancelli che non si aprono da tempo.anticamente fondata. tutte verdi. la sua facoltà di tramandar . come se in questo. E poi il crepitio d 'un girarrosto che faceva spiccare il cartello d'una trattoria: "Specialità bergam asche. in questo labirinto di pensieri di ieri. e le porte verdi. nel luogo di un'antica difesa. Da queste cose la campagna acquista un color nuovo. e come la fine di una resistenza. Il nucleo d'una città antica è come una strofe che si rifà a memoria. come dicono. anc he la religione tenesse più fortificate le sue posizioni. Degli Etruschi non v'è che la memoria topografica. che avevano smarrito l'unità romana. Una forte e rigogliosa pianura in cu i le colonne di fumo delle fabbriche reggono la volta nebbiosa del cielo. streghe e visi di Cesari. di amore e di culto della potenza e dell'unità civile. imbracato nette armature.

e l'estrema grandezza e gloria dei monumenti. e quindi verso una forma di vita apparentemen te gelosa. e quelli can cellati dal tempo sulle facciate di alcuni edifizi. È. Di questo la nostra civiltà ha più di un esemplare impressionante: è una massa disposta verticalmente. dove batte il sole le finestre coi fiori. ai bisogni di una giorna ta e d'una stagione. un concetto. le rivoluzioni politiche e artistiche. che hanno veduto moltiplicar si la loro popolazione. E non soltanto il popolo enorme di figure adunate in tanto breve spazio fa impre ssione a Bergamo. e dove la popolazione stessa è prima di tutto produttrice e consumatrice dei prodot ti stessi. e ve ne sono cresciute i ntorno a nuclei formatisi per diverse combinazioni. attaccati alle mode delle merci di maggior consumo. trasformazione. una forma di cointeressenza. i giardini con una vegetazione che diresti meridiona le. LE ORE AMBROSIANE Si parla di Milano in Italia in vari modi ma una cosa è certa: che le parole Milan o e milanese indicano. in cui il produtt ore è ugualmente consumatore. Ma non è vero. è uno schema più elastico ma anche più antico di vita sociale. le lotte per la vita. una città commerciale vive già della continua ascesa dei suoi bisogni e della capacità di consumo dei suoi stes si abitanti. . Non s o se questo sia giustificato dalla storia in particolare di Bergamo. sono i caratteri della Città Alta. di esprimersi. Di questo tipo è Milano. ma qui ho s entito un punto di confluenza di molte ispirazioni. un cost ume. Esistono città che sono empori nazionali e mondiali. med ioevo pesante e gigantesco. Questo fu l'ultimo appello italiano alla gloria anche quando mancò una vera grandezza. per le case che gu ardano dall'alto del colle. Una città industriale ha magnati e lavoratori. poiché tutto è movimento. le conquiste del benessere. in cui i bisogni creano l'organismo e l'organismo i bisogni. non è più il cosiddetto vile denaro. il denaro diviene un mezzo vitale che ne sostituisce ogni altro. la capacità di espandersi e di riprodursi. con una serie di azion i e reazioni di cui si può difficilmente stabilire la natura e il ritmo.e la storia ai posteri. Città come coteste sono il centro più forte della borghesia. una delle mescolanze più istruttive. ma i colori festosi dei dipinti delle sue chiese. In città come queste vivono grandi nuclei collettivi. acquistano un senso che supera le necessità elementari. e più sotto risponde la natura con la sua conformazione diversa. porta in sé tutte le spinte verso l'ascensione. primi voli verso la classicità del Rinascimento. Una città i ndustriale suppone un'espansione nazionale e mondiale. il loro potere è in una serie di sforzi concordi. forma città dall'aspetto particolare. e lo stes so denaro ha una spinta che in altre società ebbero idee e ideali. un modo d'essere. Qui le r iforme. ha scarsi elementi tecnici e porta in sé nuclei in perpetuo movimento e trasformazio ne. Questo secondo modo d'essere. di altre regioni. il punto in cui l'arte italiana si fonde coi temi venuti dal settentrione. gli sforzi collettivi. questa. dove il grigio e l'azzurro d i Venezia salgono dagli affreschi scoloriti con una nettezza di colori d'alta mo ntagna. U n fatto è certo: il primo monumento del Rinascimento lombardo è a Bergamo. il modello naturale di quell' economia vagheggiata da Ford nell'assetto delle sue fabbriche. timorosa. e un sentimento di altre terre. un'aria di frontiera dell'ar te. capitani e soldati. ma il mezzo attraverso cui la società conquista la sua pie na espressione. Lentamente. Una città commerciale ha una diversa complessità. verso un assetto borghese tendo no tutte le partì che le compongono. Tenebra e luce. I colori delle volte e delle lunette sono tra le cose che si ricordano d i Bergamo come se si fosse visitato un paesaggio. poco amante del rischio e delle novità. più che un'immagine. la cui efficenza è in rapporto diretto con tale aumento. in cui l'uno regge l'altro e tutti insieme si tengono in equilibr io. che impercettibilmente muta da luogo a luogo. è una r epubblica di tecnici in cui le classi non sono che specializzazioni e differenzi azioni di attitudini al lavoro. le guerre trovano i loro naturali fautori. E anche il paesag gio veduto dai punti più alti è la stessa cosa: il castello di Venezia ha il colore aggrondato che si trova fino agli estremi limiti del dominio veneziano in Orient e. nella creazione di bisogni compl essi: questo è il terreno più adatto alla formazione di quella moderna borghesia che solo in apparenza è materialista ma è pur capace di slanci e di vibrazioni morali a ltissimi. la pianura con la sua verde abbondanza più sotto e. hanno dell'ideale popolare e d ella rimembranza di arti che si aprono sotto cieli più felici. una vigna giù pe r il colle.

la sua fedeltà e la sua memoria lunga. pel loro culto delle conquiste umane individuali. è difficile entrare nei s uoi gusti e nelle sue abitudini. conquista. e se le civiltà d'oggi danno. e sono la semplicità. più disposto ad ammirare e a fare da spettatore. amore delle arti. Ma accettandovi una volta si ricorderà sempre di voi. i m ilanesi si sono ricordati di un loro artista credo più che settantenne. da ogni diversa formazione. Questo riferimento l'ho trovato in germe nelle pagine di Stendhal su Milano. a ffaristica. superamento dei bisogni. ha conservato agli uomini i doni della semplicità e il co lore d'una vita naturale e senza ipocrisie. La differenza è tutta qui: Milano conserva in grado eminente alcune qualità che paio no fuggite alle società moderne. gusto. invidiabilissima. ne costituiscono ormai il fondo. per esempio. e volentie ri diviene un atomo del grande aggregato collettivo. in brev'ora persone e modi declinano. dalla Sicilia al Veneto. Si affida facilmente e lascia fare a coloro che ha scelto per guide. e perfino d'una certa gloria e d'una certa nobiltà di discendenza. E questo sentimento della c ollettività è un altro carattere tipico di tale società. a . costume divengono effimeri. spinta in avanti e culto delle forme di vita proprie senza infatuazioni di sorta. ed è il solo aspetto che l'assomigli a ai paesi materialisti. dovendo provvedere a certi lavori pel teatro della Scala. Lo stesso colore lo ritrovo oggi. Vi hanno acquistato anzi le stesse doti di entusiasmo. Di Milano. e m i pare che non si potrebbe trovare a questa città un più adatto paragone. e gente che nel suo paese ha il lavo ro nel conto d'una condanna. È difficile arrivare a queste conclus ioni venendo a Milano dalle città nostre dell'Italia centrale. mercantile. Chi è entrato nelle loro grazie sa rà sempre poi salutato al suo passaggio. si scorgono i caratteri. di piacere di vivere e di agire. s i riconosce quel colore tutto speciale di Milano di cui gli stranieri parlano co n una viva impressione delle differenze. Se poi v'è qualcosa di falso nel gusto che generalmente è detto milanese. dell a vita ornata. e cioè da città commerciali moderne. gloria e fortuna e ricchezza improvvise. quando le danno.Si pensi a quello che fu l'Olanda del Cinque e Seicento. nei felici paesi degli scarsi bisogni. Una raccolta simile di gente vi ha creato strade come il Corso B uenos Aires. della costanza. pur ponendo questa città fra quelle della media Europa. piaciuto l oro da giovane. qui entra in un ordine e in una disciplina. proprio questo è un carattere notevole: essa apre a ognuno il senso della sua vita. onorato e ricordato da vecchio. bisogna dire che questo paese. o ne davano fin o a ieri. una vera assemblea popolare italiana: è il popolo italiano in una delle sue invenzioni più a perte. senso antico e familiare della vita. Ho parlato di fedeltà. ma alla fine il lavoro stesso è divent ato un termine sacro. Ultimamente. e con qu este il vecchio scetticismo italiano ha un punto in comune. se qualche volta alcune lotte artistiche e letterarie e sin politiche in Italia hanno assu nto un carattere di netta opposizione a Milano. Il fatto è questo: arrivando da qualsiasi regione. un mito. la naturalezza. e tutte queste divers e qualità non vi si trovano per nulla isolate. più curioso. e quella. ultimi balua rdi dell'antica saggezza. È un paese che conosce il significat o del lavoro. certi nomi fra di loro divengono addiritt ura magici. un colore probabilmente sopravvissuto a un assetto di socie tà quale fu quello della borghesia dei Comuni. gli uomini in questo clima si orientano: sarà che le cose parlano un linguaggio rudim entale. La memoria corta è propria delle collettività moderne. e da quella che aspira a un assetto borghese. un concetto. È questo il carattere più crudele delle civiltà moderne. lotta. una delle più caratteristiche d'Italia e dell'Europa intera. della durata. di costituire il pubblico più attento. facile a tutti: benessere. ricchezza. Ma a scendervi da B erlino. io credo. la credulità. Migliaia di persone d'ogni parte d'Italia. e significa che dall'Ottocento restò in questa città un sens o uguale e continuo. l a fedeltà. e non tanto pel valore che essi vi annettono. e si pensi all'immagine che ce ne viene da Rembrandt o d a Hals. Senza queste qualità fondamentali non si spiegherebbe la formazione di Mi lano e la sua espressione quotidiana. altrettanto facilmente si disfano dei loro prediletti di una stagione. sotto un'apparente brutalità. arte. I personaggi della sua vita si possono contare a decenni di esistenza e di voga. l'Olanda commerciale. sa rà che questa vita. Dato per certo che sia costituita dalla società più borghese e più posata. quanto.

Sorgono qui le vecchie chiese d'una vecchia devozione. della prima chiesa ambrosiana. un po' operisti co. i balc oni lunghi che nell'interno formano il passaggio da porta a porta. La periferia di Milano ha un modo di comporsi tutto proprio. Una donna. i lavoratori a squadre spuntano all'improvviso sul selciato d 'acciaio. Si osservi come proprio Milano ebbe fra le città italiane i primi esemplari di un'architettura e d'una decorazione moderne perfin o nei bar e nei caffè. e vi spuntano anche i primi desideri degli agi. come d'una delle quotidiane meraviglie della città. i cartelli di pubblicità vi parlano un nuovo linguaggio. sono come i forieri dell'alba. quelli dove una trovata ingegnos a nella distribuzione e nell'organizzazione delle vendite fa parlare le famiglie la sera al desco. perché si rammemorino lunghe storie lo ntane e s'animino scene del più bel romanticismo italiano. diventano un esercito. Più oltre è la campagna in disord ine come se presentisse l'arrivo dei nuovi sconvolgimenti per le nuove fondament a. Tali oggetti sono qui spaesati da un borgo lontano: vi si può studiare la moda che passa. ha avuto spesso dei cattivi servigi dagli organi che dovevano guidare la sua grande curiosità e la sua grandissima capacità di acquisto. l'osteria ancora rustica sul Nav iglio grigio parla di pace e di rifugio domenicale. o il grigio colore dei portici del Duomo la mattina. come agavi meccaniche. le mille fami glie che vi abitano come in un chiostro. un po' romanticamente borghese. co me se Porta Venezia non si schiudesse pochi metri più oltre sul centro di una città curiosa e febbrile. Ma dall'altra parte esiste l'altro polo: Via Torino. il sapore del lavoro che comincia. una dura speranza della vi ta. i suoi maestri spirituali. come se gli anni passassero inutilmen te. si dissolve lontano nella nebbi a della periferia. vi sorg ono qualche volta i campioni dell'architettura più appariscente accanto a un negoz io che ricorda i vini di un paese lontano. come l'idolo d'u n nuovo fanatismo. raffigurata in un cartello alto qualche metro. Qui c'è ancora una forte tristezza. è la profonda dimensione della vita urban a dove si ritrovano fatalmente le regioni sbarcate da poco nella città. la vita di ques ta strada s'apre profonda e misteriosa con le sue case dalle ampie corti. i maga zzini che seguono la moda di quelli del centro. dove la facciata d'un cinema si può dipinger e tutta d'una vernice rossa con una corona regale e uno scettro d'argento. il simbolo delle illusioni facili della città. Il prestigio di cui hanno goduto certi organismi della sua vita pubblica. di quelli che costituiscono il fondo della cit tà da qualche centinaio d'anni. questo è un aspetto della sua credulità. Vi si trovano ancora gli ombrelli larghi e colorati dei contadini. questi s ono stati impari al popolo che dovevano guidare e si sono preoccupati spesso più d i servirlo che di interpretarlo. la chiatta sulle acque ondeg gia aspettando di partire sul filo della corrente. nell'atto in cui è passata. quella del primo nucleo. sensibile a tutte le correnti nuove che traversano il mondo dell'Europa contine ntale. O i lattai mattutini. La via del ventre della cit tà. grande emporio di libri e di opere d'arte. Il Corso Buenos Aires all'alba. dove i negozi ridono già alle prime illusioni del lusso e del benessere. la via della vecchia Milano. i suoi informatori.perto a tutte le suggestioni moderne. di vecchia città. sulla via profonda. Alcuni neg ozi vi acquistano un colore di vecchie botteghe di provincia. e vi si trovano ancora le più ingenue insegne. i cibi speciali di una regione remota . E basta un angolo sopravvissuto. i modelli d egli stivaletti delle massaie di provincia. È qui che la città si dip inge del colore festoso delle prime conquiste. e per essi il tr anvai ancora notturno col suo lume scialbo intona il primo inno. proclama le qualità d'un cosmetico. Accanto alla cascin a sorge la casa nuova della città che si allarga. dei p alazzi storici. Qualcuno non s'è ancora dimenticato dei fiori alla finestra e dei garofani. Le cose del mondo grande vi hanno una strana risonanza. grigio. fu un bene talvolta usato improvvidamente. quando dalla periferia al centro è tutto uguale colore e un medesimo . un cancello che separi dal movi mento una chiesetta appiattata fra le case. Spesso. della conquista che si rinnova. del govern o intellettuale che ha avuto per qualche tempo. la via degli inurbati da tempo. un po' retorico. e i pali della energia elettrica vi mettono i loro fiori di porcellana. sta alta nel cielo brumoso. È una strada come ve ne sono in vicinanza dei grandi porti. deserto. e si pensi che se mausolei e sarcofaghi di tipo equivoco in festano la sua edilizia moderna. e vi confluiscono le strade d'una be n più remota Milano. coi tappeti "vera imitazione".

la nebbia che sta a fior di te rra come un'acqua sottile e impalpabile. l'afrore dell'alcole c he scuote i risvegli. questa natura di sobborghi che sembra tanto distante dalla libera e sovrana natura. i loro colori meravigliosi nelle gabbie delle corti umide o nei bo schi e nelle bandite. e il sole brilla roseo attraverso le nebbie come per le vetrate del Duomo. quel riposo dalle fatiche. qu esto spettacolo è sempre nuovo e non riesce mai a diventarmi familiare. ne forma il fascino e insieme le dona quella nuova e vag a sessualità da cui sono nate le inquiete filosofie moderne. dell'emozione d'un perpetuo assalto. le biciclette le aspettano da stazione a stazione. quel ritrovarsi gen ti diverse accomunate dalla medesima disciplina. La periferia vive tutta in una specie di assalto perpetuo. qualcosa di olandese. come se corressero in aiuto alla città assediata dai bis ogni che chiama col lamento lungo del suo movimento. Già la città si affaccia fin qua. gialle. è uno spettacolo sempre nuovo e dram matico. con le loro voci lunghe e concilianti. Per me che ho veduto nell'infanzia il libero lavoro della gente di pochi bisogni . È una natura posta alle soglie della città come un'officina anch'essa. ha rinunziato alle illusioni della vita idilliac a. l'acqua che trascorre come un velo sulle marcite. le prime voci. in attesa d'una fatica nuova.tono di vita: i primi risvegli dei negozi. e sul filo di questo nome risognavo i paesi del sole. e la contadina sulla soglia della sua casa sembra spiare la valanga uman a che avanza. il correre della gente verso la città. i papiri e le muse d'una corrente mediterranea. i bambini che saltano nel meticcio col si llabario. o già pensierosi del lavoro avven ire. e gli scolaretti in grembiulino che poi seguiranno il fruscio della bicicletta come il fruscio d'una gonna. Ricordo su una scarpata. parla un linguaggio pieno d'ill usioni. o come una buona bestia. gli alberghi enormi con le loro cupole f ormano prospettive che ricordano il barocco di altre piazze in città secolari e as sodate. che alegg ia sulla città laboriosa. la città svegliata come verso una l otta. i grandi viali si aprono in immense piazze vuote pronte per l'avanzata di domani. il loro modo di vivere e di considerare le cose. Propri o queste cose lasciano un rimpianto nuovo nell'atto in cui le viviamo e non ce n e siamo ancora allontanati. I cortili delle cascine coi paperi e i tacchini. I vaporetti scivolano fuori da una stazione nera in un cortile. verso l'albero del bene e del male. là dove le cascine si dilungano per la campagna irrigata. e i visi degli uomini di fatica assorti. Ma anche il contadino dei campi verrebbe voglia di chiamar lo operaio. C'è un senso di pianura bassa e umida. c'è quasi un calore nuovo e un a solidarietà avventurosa alle fermate del tranvai dove quel movimento. col secchiello della minestra. O i gridi dei fagiani negli allevamenti. un c artello col nome di una strada: Via Aretusa. i campi che ingialliscono dei colori dell'autunno settentrionale che altrove sembrano fantasie di pittori romantici. davanti alla campagna fradicia di un autunno. le donne vanno come al loro soccorso. le luci ancora accese. Mi pare sempre che tutto questo agitarsi sia un gioco. e questo non ha nulla del riposo della vita dei campi. Più volte ho voluto rivedere queste cose. immerso com'è in una natura trattata scientificamente. il complesso sentimento della individualità in una collettività che ha . coi fischi infreddati dei t reni nella nebbia. la scalza pa stora che si ferma a cogliere un frutto dimenticato dall'estate su una siepe. Eccoli che all' ora della colazione mangiano nel loro pentolino lungo l'argine. quel chias so. col giornale in mano. fino a che l'inno del lavoro si scatena come un ruggito. con una trama di fili multicolori alla ruota di dietro. le partenze mattutine fra chiacchiere e voci e racconti di sogni. pantanose. Le maestre ri empiono il trenino con le loro chiacchiere mattutine. muovendosi contro gli uomini in bicicletta con ferri e spranghe ed assi e ceste. e questo viavai di spose e di figliole in ciabatte h a un'espressione di vita forte. allontanandomi su un tranvai mattutino l ungo il corso Vercelli. le risaie tosate. col giornale ancora umido comprato alla bianca luce della lampada ad acetilene. suggerisce un sentimento vergine d'incontro e di ritrovamenti. Così si forma la nuova sensibilità dei popoli urbani. Proprio in queste ore il centro della città è a rumore. la loro morale. che tutta q uesta gente corrente viva di bisogni creati per avere il piacere di muoversi e d i agitarsi. la città da una parte la invade. La campagna è qua intorno ed è già re mota. es sa si avvicina alla città.

il sens o dell'individualità. La sera. città. Ammirano la macchina urbana come se fosse un paesaggio: una luminaria come una pubblicità di nuovo genere. la lotta vi assume forme più attraenti che n ella natura libera dei campi e dei boschi. la lo ro folla. a percorrerla per lungo. dagli archi. E con questo mi preme di stabilire sov ratutto: che appunto per una certa capacità d'infatuazione naturale dei milanesi. dov e si può leggere la lotta e l'assalto. miseria e ricchezza. da cui si riconosce la casa toscana cresciuta lentamente e che ha finito col formare un complesso tipico di casa popolare. chi dirà la storia di tant e ragazze che arrivano in cerca di lavoro e che dormono nel così detto "letto in f amiglia". più forti. più sani. A nord è la vasta cascina che contiene un mondo. a profitto talvolta di altri più coscienti. la naturalezza che impressionò i vi sitatori stranieri d'un secolo fa. i gr andi ristoranti economici che vanno dalle dieci alle tre lire e cinquanta. ballatoi. luoghi dove è una vibrazione affascinante di vita. Tali fluttuazion i aggiungono alla città un ritmo nuovo. i contadini tornano agli abitati sui monti e sui colli. il loro speciale odore e colore. quel p ittoresco agglomerato di aggetti. Movimento e riposo. dai terrazzi. questo strato forma una categoria grandiosa di uomini e di donne non anco fissati nella macchina urbana. Mentre tutta Italia. ricerca di piaceri e conquiste materiali. un'iscrizione luminosa come una nuova architettura. si trova la casa di campagna napoletana. suggerendo q . e nuove combinazioni di concetti morali. sovrastrutture. in alto sullo sprone dei monti o dominante su una roccia il suo pezzo di terra strappato alla montagna. sita nei luoghi più impe nsati. il ques to è il colore mai smentito della vita milanese. la mensa che ha assunto l'aspetto d'u n grande servizio pubblico. volte. LA MARCA ALL'OMBRA DEI PALAZZI Uno degli aspetti più interessanti dell'Italia. di animi. Hanno fatto ore di cammi no per rincasare nella stanzuccia a terreno del villaggio. esso è uno dei popoli più aderenti alla propria personalità. e pare che p er vederlo meglio alcuni romiti si siano incantati a contemplarlo dalle serene f inestre. fattorie. Non si può capire il senso d'una città come Milano se non si tiene conto di queste forme di vita. cortil i. e due o tre generazioni con un'abitudine secolare alla terra. civ ili. anche se meno comuni. Si pensi soltanto alle profonde modificazioni che subisce in una simile società il sentimento dell'amore o dei rapporti fra i sessi. si traversano regioni per centinaia di chilometri senza incontrare una cas a colonica. ciò che rende tanto vago il paesaggio. gli strati di cui è formata questa società. e metodi di vita. pare molto popolata e quasi senza soluzione tra paesi.bisogno d'una disciplina di ferro. Fra l'uno e l'altro regno. Alcuni concetti tradizion ali vi sono aboliti. con la donna. scale. circondati d'orti felici tra la pietra e la lava. e che questo sia una scienza altr ettanto complessa quanto quelle liberali. Creati i bisogni e le necessità civili. come da secoli. cioè dietro a un paravento nella stanza da pranzo o nella stessa stanza della padrona di casa di cui sono ospiti? È l'individuo in lotta per la conquista della sua indipendenza e della sua solitudine. Sono categorie costrette dal lavoro e dalla coabitazione a trascorrere gran parte della giornata fuori di casa. la sua filosofia. le attrazioni e le antipatie. la casa colonica diventa un rifugio in campagna fino a scomparire del tutto. Non ho detto dei luoghi dove si mangia. la sua tecnica. E anche il loro riposo e le loro soste sono spettacoli interessanti. la rendono profonda e allettante e le dann o quel particolare tremito inquieto che assale le persone più posate. tra i più naturali. e domani ne faranno a ltrettanto per raggiungere il lavoro. Per esempio. La città mobile si arresta la sera a guardare la successione di proiezioni luminose davanti a un a bottega. dalle Alpi al Golfo di Salerno. è la casa c olonica. l'asino. case coloniche. Si capisce alla fine come l'arte di vendere e di commerciare abbia i suoi canoni. Scendendo per la Penisola. borgate. Nell'Italia centrale è la vecchia casuccia d i campagna che reca nella sua struttura i segni della conquista terriera. gradazio ni diverse di attitudini. Si può dire che il resto d'Italia da Salerno in giù non abbia un abitato rusti co: la malaria e la poca sicurezza della vita sconsigliavano fino a ieri ogni so litudine in campagna durante la notte. silenzi improvvisi e valanghe di rumori. il fascio di legna. per quanto oggi la facilità delle comunicaz ioni e il risanamento di quasi tutta la contrada abbiano trasformato la vita soc iale.

ma intanto si entra subito in rapporto con questa regione come se si fosse penetrat . I padr oni delle terre fecero ad essi buon viso. sulle soglie delle porte o nelle stanze a terreno le donne lavorano i loro pizzi e ric ami. vallate. succedono spazi interminabili. ti do le sementi". da Salerno in giù. vive spesso una famigliola . alle borgate e alle città annidate tra le gole e sui monti. si domina il panorama col sentimento di trovarsi fra gente molto diligente. le abitazioni si ampliarono. buoni cos truttori con l'unico elemento che offra il paese. sui colli che salgono e scendono con un ritmo uguale. nel pae saggio dolce e aspro. si popolaron o di famiglie e di animali. che è un miracolo di diligenza. ottimamente col tivati e senza quasi traccia di abitazione umana. e all'ombra di essi una popolazione tutta operosa che lavora ancora ai ferri battuti e che ha imparato bene i vecchi mestieri. I paesi sono quasi t utti di mattoni. Vecchi terrori della solitudine. si scopre sempre una traccia di vecchia nobiltà. Vi sono coste intere su cui si allinea no case senza interruzione. della nazione più folt a del mondo. Appena un poco in alto. Era sicuro che i contadini la abitassero perché ved eva un lumicino rischiarare la finestra tutte le sere spegnendosi a un'ora di no tte. in un ettaro di terra. artigiano. da poggio a poggio sugli scrimoli dei colli e dei monti tutti col loro profilo a mucchio e a pigna culminanti nella chiesa col suo campanile a freccia. a due piani. I pacifici conquistatori non avevano neppure arnesi di lavoro. sono come tutte le abitaz ioni nate dall'emigrazione. La casa colonica delle Marche ha la sua storia. Prima fu di mota e quasi un attendamento sulla terra non ancora dissod ata. diedero quell'aspetto a tutta la Marca interna dove. un cielo intenso e rinascimentale. Così nacque la mezzadria. naturalmente. di qua e di là dalla strada. gli uomini e gli animali lasciavano all'imbrun ire la casa per raggiungere la borgata vicina. cittadino. avevano abituati anche i polli a seguirli dritti e zitti in questa trasmigrazione quotidiana. l'embri one del vecchio abituro di mota rispunta ancora. La conquista della terra per pa rte dei contadini delle Marche fu un'opera lunga. "Se tu coltivi questo pezzo di terra t i fornisco gli utensili. Bene. ciò che dà a certe strade sul mare da noi qualcosa di esoticamente moderno. sul cocuzzolo del colle cretoso gli abitati sono dello stesso elemento: vengono fuori le più bel le intonazioni di rosso. una chiesa romani ca.uell'idea che stupisce ogni volta che vi si torna da fuori. Eppure. come più prospere. Le Marche ha nno un colore tutto loro in Italia. Pregiudizi lenti a scomparire non più dalla fantasia. Nelle Marche non c'è niente di quel pittoresco che incuriosisce il visitatore. La luce che rischia rava tutte le sere il vetro della finestra era un mozzicone di candela che si co nsumava solo tutte le sere. un palazzetto sett ecentesco. Appena qualche pagliaio e qual che rifugio sotto un mucchio di pietre rammentano la presenza dei guardiani al t empo dei raccolti. Ora la proprietà è molto spartita. montagne. monotono e inesauribile. istinto di difesa e di diffidenza verso la nott e. diligente come la terra in Toscan a e in Romagna." Bene. e per esso lasciava una casa comoda e ariosa in campagna. Mi raccontava un proprietario calabrese di avere una volta istituito una prima c asa colonica nella sua tenuta. a entr are nei paesi. ma dalle abitudini e dalle tradizioni. dell'epoca delle novissime fortune della borghesia. Scoprì poi che. Tra lo squillo dell'incudine e il raschio della pialla che è il suono di molti paesi qui. Appena il meridionale potè farsi una casa coi soldi dell'America. fabbri e falegnami. e il mattone dà un senso di diligenza umana. preferì la marina e le terre della marina. un senso di terr e lontane e di semplici fortune che cercano una boccata d'aria. Fu uno sconfinamento al sovrappiù d'una popolazione che trovava terre non sue ma t rascurate. Nacque spontanea come un fiore e rrabondo. tra casa e casa. il mattone è messo anche di taglio per lastricare. popolata appena trent'anni fa di vagabondi. quatti quatti. come deve essere nei villaggi operai di America. esatto. Ritrovo queste f ile di case anche sulla costa delle Marche. questa famigliola abitava nel villaggio una specie di sottoscala. sotto un cielo dolce luminoso e un poco freddoloso di cui non si scordò mai Raffaello. piani. E poi: "Ora che lavori. il cotto. quando l'agricoltura italiana non era arrivata alla sua perfezione d'oggi. col balcone che sporge in fuori nel cen tro della costruzione.

la stessa vita d'un tempo e la vicenda familiare di allora: padri imperiosi come si conviene a una razza teocr atica. un focolare marchigiano. Tutta la sua poesia ris uona dell'alacre voce di questi mestieri. e visitata la città di Recanati. Chiuso nella sua stanza . Per quanto Giacomo non abbia legato l'opera sua alla sua regio ne. come in quella poesia. Ci si sente la Marca papale. e tutto il pittoresco si riduce alla visione del fabbro. Una divisione vecchia come la costituzione della società marchigiana. separa i vec chi palazzi dalla vita popolare. Esse levano gli occhi al sorriso. è la sua intimità. Ma pure. rappresentano essi la vita nella sua s olitudine. giovani che pensano al mondo grande fuori dell'infinito digradare e risal ire dei colli fino all'ultimo monte. vi si intuisce una vita familiare molto chiusa e gelosa .i in un cantiere di quelli all'antica. caso piuttosto raro nella nostra letteratura. e nel medesimo tempo quel rimanere legati a certi cara tteri della regione che sono esclusivi. insomma. una febbre di conoscere e di essere nella v ita civile di là dal monte. Qui non è il palazzo s olitario tra la chiesa e la torre. di quello che rende avventurose tante regioni nostre. un tranquillo sorriso. e pure vi si intuisce uno stretto rapporto. o del suono d ell'ora. che ha improntato di sé l'artigianato e il complesso familiare con caratteri n on tanto facili da penetrare. e forse troppo. Bisogna ricordare che la storia dei rapporti di Leopardi con la sua famiglia. com e fra gente libera e che conosce il valore della gerarchia. una vita signorile sepolta negli anni e rimasta ferma e orgogliosa. Ho cercato i nutilmente. l'improvviso tur bamento dell'aria che si riempie di voci di ragazzi. e non un fatto specifico del più grande poeta lirico italiano e di uno dei nostri ma ggiori pensatori. propriamente artigiani e individuali. Dentro i palazzi. è un poco la storia di molti marchigiani. in lui come nella sua gr ande famiglia regionale. Leopardi rappresenterebbe la biografia modello del marchigiano. All'ombra di essi vive un'umani tà ben limitata nei suoi confini e certa dei suoi confini. per quanto dalla regione natal e egli appaia il più distaccato fra i nostri poeti moderni. Domina il medesimo silenzio fra questo coro di rumori e brusii della fatica umana. del gruppo di ragazze che in una stanza a terreno dietro la finestrella stanno intor no alla macchina da cucire. ragazzo solitario. i vecchi mobili. Ne rappresent erebbe in sommo grado l'ingegno naturalmente cittadino. la madre com'era sua madre. simili ad altrettante tappe nel giro i nfinito da altura ad altura. È un paese che sta sulle sue. il suo rapporto stretto con la sua terra. . il nodo familiare s tretto da non lasciare quasi respiro. i vecchi orgogli e le vecchie tirannie familiar i. questo è pure il solo pittoresco leopardiano. che è nelle Marche molto vivo e che ultimamente molte scuole professionali hanno ribadito nel suo assetto. meglio. insomma un a nobiltà provinciale di cui sono arrivati nella grande tradizione italiana gli ec hi. il padre rigido. le fortune matur ate discretamente all'ombra della Chiesa. Orb ene. se pittoresco può dirsi. mi accorsi che quell o che dà un senso alle Marche è il tipo di vita dedicata ai semplici mestieri umani. egli è tutt avia lo specchio di quella mente cittadina che è proprio marchigiana. che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto dell'ingegno tutto citt adino delle Marche. ma più palazzi. e sebbene egli fosse c ittadino dell'Italia grande e universale e dell'universo ottocentesco. come se gli accenti egu alitari che hanno dominato tanta parte del nostro tempo non vi fossero pervenuti . con una certa bruschezza e un certo orgo glio di persone abituate secolarmente alla dolce e dolorosa tirannia familiare. Quando Leopardi si affacciava al balcone per guardare la Nerina o la Silvia. quando ebbi veduto tre o quattro di queste borgate e cittadine lungo lo schienale dei colli. Leopardi intuì. della tessitrice. la sorella amica. Inutilmente se ne cercherebbero gl i echi in Leopardi. o quasi. Si dice comunemente che il marchigiano sia esatto. nella sua biblioteca sotto gli occhi del padre severo che lo sorvegliava dal s uo tavolo. È l'artigianato. che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri. molti segreti del mondo grande che n on aveva ancora visitato. il coro sereno nella sua inquietudine. e del mondo avvenire. d oveva avere la medesima impressione di colui che oggi da uno di questi balconi o sserva una donna che lavora tra le amiche nel suo pianterreno intorno alla lampa da. Qui non c'è un solo accento di colore locale. quello stesso che anima violentemente il panorama del vicino Abruzzo. o d'un canto. non si trova un solo accento popolaresco. e tutto ciò dal suo angolo di prov incia.

se mai un autore ha nel sangue la sua origine. di cui si coprivano con un lembo la testa contro gli odori dell'autobus. quella che parla con la divinità. Anch'essa parlava allo st esso modo. esatto. il creato. Prima che nascondessero il viso. Erano state a Lore to in pellegrinaggio. e il ricordo degli aspetti di questa vita. Mi pareva re citassero dei mottetti. La sua poesia. IL LUPO E LE VERGINI D'ABRUZZO Nell'autobus che mi portava dal mare alla montagna. Voglio dire che Leopardi. Ma non vorrei definire l'Abruzzo sullo schema di d'Annunzio. con la loro voce profon da. Il racconto che se ne facevano l'una e l'altra voce. L'ho detto. e rimpiangerla di con tinuo. Discorrevano dunque tra di loro con quel tono di lunga preghiera. il suo fantasticare. così agli uomini. è chiaro. anche questa specie di virago si tirò lo scialle sulla testa. come in chiesa. LE SERPI. incantarsi su sequenze interminabili di parole. grande. aveva due occhi colore del caffè. la bocca stretta dalle r ughe: aveva l'aria di chi abbia parlato d'una sua grande miseria di dolore a un personaggio onnipotente che le avesse detto di stare tranquilla. Così parlano nelle loro case. è animata di queste visioni. che può parere anche troppo som messo. Vi sono dialetti che serbano nella loro struttura un tono li turgico. la giovine era tutta dedicata a costei. in un mondo uguale di abitudi ni e di atteggiamenti. coi loro sci alli e i loro fagotti di tela bianca. La più vecchia. nella s ua fuga ed evasione da questo mondo è proprio il personaggio che delle Marche ha s erbato la memoria eterna come possono essere eterni gli accenti dei poeti. e tornarvi. una scala contro un muro illuminato dalla luce di certe sere. come se la macchina portasse due simulacri coperti. nel dramma patetico dell'intimità familiare. un telaio. ma alacre e viva. ordinato. se gna in calce ai suoi scritti la data ricordando il giorno. Non c'era che l'impressione dei loro grandi scialli neri. e Dio. in un gesto molto nobile. Parlavano di là sotto con una monodia come se ne leggono in d'Annunzio. acc anto a certi oggetti.Quel fuggire la propria terra che era proprio di Leopardi. e con quell'armonia che è propria dei luoghi dove ognuno è li mitato nella sua attitudine e mestiere. Basta ricordare di certi canti leopardiani e di molti suoi appunti in prosa il senso che acquistano le voci dei ragazzi. ha il rilievo fermo di un mondo fermo. domanda e risposta. tanto sommessa. veduto at traverso una secolare ombra di grandi stanze vegliate dai ritratti arcigni degli avi. come tutta la Marca interna. Fuori è l'incanto semplice della vita piena d'una felicità inconsapevole. Così il suo senso delle cose e il suo balzo continuo n . son cose proprio di lui. e la sua terra lo spiega. le accomodav a il lembo dello scialle sulla testa. e la persuadeva ad appoggiarsi alla sua sp alla contro i balzi dell'autobus. La più giovane era più se rena. Guardavano gli altri come se sentissero di appartenere a una grande famigli a. che v i rimanda da paese e da monte a monte come un'eco. un mazzo di fiori: questo accompag namento della vita di tutti i giorni come una nostalgia e un rimpianto di non si sa quale vita intima e felice nei suoi trasalimenti e nelle sue voci. Così avvo lte. e quest'acce nto desto e urbano. una lucerna. e guardava tutto dall'alto di questa certezza. e lo stesso Leopardi. è tutto ne l fondo popolare abruzzese. una specie di stampo irsuto e selvatico come se ne trovano nel profondo del popolo. in una composizione inalterabile da coro. che si domanda che sia la vita. biondastr a. la discreta feli cità di vivere in un mondo chiaro. Poi entrò un'altra donna con uno scialle color tabacco. senza selvatichezza. Dove suonano le campane a vespro. Questo era il s uo segreto. venerdì dell'Addolorata". fra gente vestita alla cittadina. uniforme. rivolto tutto alle cose reali. come vidi poi a una fermata quando ella abbassò il lembo dello scial le. storditi ma pronti. Piano pi ano sentivo che parlavano di sotto lo scialle che le copriva. cosparsa di una peluria virile colore del rame. erano salite due donne. parlavano. aveva un uguale tono di preghiera. così a D io. come un contadino dei suoi luoghi: "29 marzo. avevo veduto che una er a giovane e l'altra matura. piena soltanto dell'esperta tristezza della donna matura che le stava acca nto. e sarebbe chiarissimo se si dicesse che il suo svagare. Ma che d'Annunzio abbia portato nell'arte sua molte cose radicate profondamente nel suo popolo. è ancora la storia di molti marchigiani. Non mostravano nessuna timidezza. l'affacciarsi di una donna. e ripartire. colorire. le strade si riempiono di gente del con tado. è sempre l eopardiano.

I loro discorsi erano una lunga enumerazione. presso un abruzzese anche di media cultura si può notare una cura particol are del linguaggio significativo. lo stesso complesso del peccato e del ser pente tentatore. lo scatenamento dei sensi. e la pietra che un tem po era soltanto nello scalino della porta. alle orecchie e ai p olsi. Ma abituati alle cose ornate. Ovi dio e d'Annunzio. e anche tro ppo. a complessi originarii. anche questi sono spariti. il serpente col suo linguaggio tentatore. e poi la verginità. La stessa arte abruzzese partecipa di queste cose. incantatori. in una solitudine in cui tutto acquista lunghissime risonanze. e il loro rovescio. architettura. rimasto a una civiltà ch iusa e impervia. dettato da un istinto sicuro. Terrore delle forze della natura ch e soverchiano l'uomo. esorcisti. fino a quando anche nell a mia mente queste trecce si impressero piene di strani sensi. a fatti supremi. la ca stità. Ab ituati secolarmente a definire la posizione dell'uomo di fronte alle forze della natura. due bimbe della città salirono a curiosare sul predellino. trasformata in una dimora neoclassica. insomma l'ultimo degli scrittori puristi. Insomma. un lungo dire la stessa cosa. ora fa qui un gran lusso morto dapper tutto. e i santi si confondevano con essi. e non importa se a Pescara la sua casa fu. ecco il complesso tipico abruzzese. ma piena di un impeto primitivo. e non impor ta se poi vien fuori una parola soltanto colorita. attanagliato dalle tentazioni più oscure nei suoi recessi. le quali mostravano i capelli ancora troppo corti per poterli avvolgere intorno alla testa. appena svegli alla civiltà. nei suoi paesi solitari sui cocuzzoli dei monti o nelle valli. rozza. E la fantasia e il linguaggio dei due poeti abruzzesi lontani nei secoli ma parenti per ispirazione naturale. le forz e occulte e nemiche dell'uomo. il senso dell'u omo e della vita torna in questi uomini esatto. un ricercatore di espressioni esatte. le fanciulle ornate di or i e di amuleti. le trecce delle bambine.el favoloso. la stessa ricchezza di enumerazione del loro popolo. della parola più efficace ed esatta. intervento delle forze occulte e divine. nella sua parte popolare. scultura. serbano un certo ornamento nel loro modo di espr imersi. si misero a parlare con le donne dello scialle. Si può immaginare questo popolo. E poi quella del lupo. come aprendo due ali nere felpate. Si direbbe che la fantasi a abruzzese riproduca di continuo le immagini della vita amplificandole e riempi endole dei significati più occulti. sono state riprodotte con una fant asia popolare. sotto la coloritura del suo linguaggio. Sono proverbialmente pratici . coronate di fiori. i serpenti appena svegli strisciano in un cerchio di persone. sono intrecciati a forma di monile al collo delle giovani donne e dei giovani dai visi estatici. Le forme illustri che qui son o pervenute. M ille mediatori. pittura. c'è una sensitività naturale di gente che annette a tutte le cose un se nso esoterico. Le donne dello scialle co nsideravano come usano queste trecce nelle città. C'è qualcosa di molto più antico della paganità. ornati di nastrini verdi e rossi. il lupo. potere propiziato rio dell'innocenza e della verginità. Nelle feste ch e cominciano di primavera. Le donne posarono le braccia coperte dallo scialle sulla spalliera davanti. lui vivente ancora e die tro suo suggerimento. prima che le strade d'oggi vi portassero tutta la no vità del mondo attuale. lo st esso compiacimento delle similitudini. la violenza della natura. L'Abruzzo è ancora legato. e infine lo stesso potere di celebrare quello che è fortunato: ca ntori di fasti. il suo significato terreno e ultraterreno. Lo stesso d'Annunzio fu. Appena ieri si è celebrata la festa delle vergini. sono penetrati del medesimo scrupolo del linguaggio elegante. Poi. Accade sempre nella vita popolare abruzzese che i fatti acquistino un significat o superiore. In tutti i loro discorsi c'è un a ricerca di questa esattezza di espressione. del potere di rendere miti e favole apparentandole con la natura in una fantasia del medesimo colore. si orientano subito in quelle della civiltà. quasi che egli foss e nato nell'architettura di Gardone e non in una casuccia marina appena intonaca ta. tenevano rapporti con l'incono scibile. che si potrebbero definire brevemente: il serpente. Le bimbe sedettero sul predellino dell'autobus come sulla soglia d'una ca sa. Il senso dell'animo abruzzese è contenuto nei termini di vita e mo . Quando il mio autobus sostò a Chieti. e i modi di rigirarle e di appun tarle. coi loro sguardi acerbi e le bocche sigillate e proterve. E domani si celebrerà la festa dei talami. L'attenzione di que ste donne si puntò sulle trecce delle bimbe. stregoni. coi balconi inginocchiati. n ei suoi boschi.

Entrarono in chiesa. come i vecchi toscani. Di questi giorni si recita a Pretoro lo spettacolo del Lupo. si sono divise le parti. del riparatore di armoniche. si misero diligenti a raccomodargli un velo. introduce un grano di pazzia. S'erano ritirati il prete e il chierico. non è misticismo. di quei confetti co me di Pasqua combinano in Abruzzo. verginità e lussuria. Intorno alla bara bianca era affaccendato il gruppo delle ragazze. la folla si dispone ad anfiteatro davanti a un palcoscenico di assi. cercavano di levare la testa di sopra al cumulo dei morti. fino a quando si abbattevano con la testa ciondoloni fuori del carretto. La moglie sta preparando il desinare. Quelle mani diligenti ed espert e si muovevano su di lui ad accomodare. quella mistica c he pure tra i popoli più realistici della terra. Non si accorge che il lupo è entrato (è un altro contadino rivestito d'una pelle di lupo . e nei grandi avvenimenti della vita. Lungo il declivio d el paese. e invoca il Santo. matrimonio. Quello vestito da donna recita in falset to. il risveglio dei nudi istinti nella grande estate arrabbiata sotto la sferza del s ole. Questa contro le bestie è la crud eltà meridionale. Questi solch i di dolore innocente passano tra l'indifferenza di tutti con la fatalità che hann o i dolori sotto il cielo alto e chiaro del sud. Precedevano il prete e il crocifero. Tutto umano. poi esce. Tanto che poi gli abruzzesi immessi ne lla vita urbana hanno un potere reale di capire e di orientarsi. carnale. vestite di verde e di rosa. A tratti era un lung o belato di agnelli. E strascinare la lingua sul pa vimento dei santuari. Sono terribili scon giuri per placare l'ignoto che è intorno all'uomo. lo stesso d'Annunzio non è riuscito mai a correggere il suo accento dialettale. e quelle caramelle. ed è il sol o personaggio non reale della scena. l'animo loro è tutto nella vittoria dell'u omo in quanto tale. nella piazza di Guardiagrele. A sentire ch e la donna si è rivolta al Santo. Poco dopo le ragazze uscirono in frott a. ornare. ogn una con una sua idea. e spesso la sua eleganz a era tipicamente provinciale non senza sospetto di pacchianeria. Le campane d'Abruzzo fanno uno squillo acuto come quello dell'incudine. non pareva più che fosse un bimbo morto. disposti a modo di foglie intorno a un ramett o verde. e che ha calzato un paio di guanti con tre dita). coronarsi di serpenti. sanguin anti e digiune.rte. La donna torna alle sue faccende di casa. frettolose come i colpi dell'incudine. due uomini poiché come nell'uso antico le donne non fanno teatro. La donna ringrazia il Santo. e portato a i culmini del fantastico e del simbolico. il lupo torna indietro. morte. un simulacro. si dispera. un b imbo di quattro anni. la scoperchiarono. mangia e beve. La donna se ne accorge . e quatto quatto rimette il bimbo nella culla. Il lupo va carponi verso la culla del bimbo. le mani fugaci e pro nte. col risveglio dei serpi a primavera. Grandi ri sate del pubblico. chi nella tasc a del vestituccio. Al suono della campana. Poiché tutta la tradizione abruzzese è fondata sull'uomo. Dietro veniva un gruppo di giovani donne. scosse da un brivido terribile e continuo. che poi si fermarono sull'orlo della bara bianca. ma una creatura incorr uttibile. e questo suono non si ode che in Abruzzo. Le quali si chinaron o su di essa. Il marit o siede. Seguivano quattro ragazzi che tenevano leggera su due fasce bianche una bara bianca. magari con quel tanto di pastorale che rimane attaccato a ognuno di essi. La donna gli parla e invoca la sua protezione. quelle di sopra. Intanto è rincasato il marito. La vita abruzzese culmina nelle grandi feste dell'anno. e tornarono con le mani piene di caramelle e di confetti. vidi sbucare sulla strada un piccolo corteo. Quelle di sotto erano tramortit e o già morte. sconfitta e vittoria. nascita. chi di lato. E poi nelle m ani del morticino ponevano quei confetti e quei rametti. D ue contadini. Un bimbo vagisce nella culla. Le b estie erano legate e giacevano l'una sull'altra. atteggiare. Non immagino neppure una mistica abruzzese. è la stessa immagine che è stata portata la mat tina in processione. chi gliela posava sul cuscino. moglie e marito. La chiesa era deserta. qualcosa di pasta dolce. Passavano i carretti carichi di agnelli per la Pasqua. la pazzia dei toccati da Dio. Il marito fatto sicuro della divina protezione prende a calci il lupo. Le ascoltai tutta una mattina. Il Santo appare in forma di immagine. lo addenta alle fasce e se lo porta via. La rappresentazione dura un quarto d'ora. i visi si chinarono a bac . A tratti veniva da un nego zio il sospiro di un'armonica. e guardarono il morticino che era là dentro.

In nessun altro paese si ha l'impressione come qui che veicoli. Qui nella scala sociale. come in una figurazio ne popolare. La cas sa fu chiusa come le ragazze avrebbero chiuso la madia di casa. si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratt eri comuni. E poi. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l'uomo. è durissima pietra e non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico. questo è accaduto ai primordi delle città italiane. Dico che solamente l'uomo stretto parente della natura riesce a costruire aspett i di città di pietra terribile. al contrario. le sue attitudini che vi parlano ch iaro al primo passo. e poi lo stesso corteo uscì dalla chiesa. e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze. come con un giocattolo poco serio. Non c'è che a Napoli un'architettura monumentale così estranea alla terra. come un' eterna campagna mediterranea. la media d'una civiltà che è metropolitana e paesana. a Na poli un tranvai e una carrozza carichi di gente danno l'idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo. d el cielo. dal pugno di una di quelle ragazze. vi ha formato i depositi sociali composti d'un a vera e propria razza. siano minori di proporzioni che altrove. la sua architettura. E il gu sto del plebeo. che isola uomini e cose in un'armonia che fu già il fondamento di un'arte felice e di pieno equilibrio. neppur tristi. con caratteri comuni. tanto che il barocco spag nuolo porta qui tutti i suoi caratteri di tetraggine e d'isolamento. La pietra. a Napoli è un carattere naturale tra i più raffinati cittadini. risponde al fondamentale pessimismo napoletano. ma a Napoli l'architettura n on ha un predominio schiacciante come nel settentrione. un'evasione festiva. a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti fermi a un tempo ch e non è di ieri né d'oggi. scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana. È ancora qualcosa che rimane della vecchia Italia. Sarà effetto dell'aria e della luce che vi si stende specchiata dal mare. la sua storia. perché non c'è luogo come questo dove i limiti delle classi s iano segnati da ogni cosa.iare l'oggetto delle loro cure. Certe donne si curvarono a raccattare i confetti. e nello stesso tempo troppo grevi e forti perché non vi si insin ui il sospetto d'una certa ironia o esagerazione. è invece qualcosa come un sentimento e uno stato d'animo. ma intanto esse sono solidali. che oggi è un atteggiamento delle società eleganti e un curioso segn o dei tempi. importata anch'essa. spesso lavorata fino al vaniloquio. l'idea del mare. Certi rag azzi coi capelli arruffati e il berretto tra le mani guardavano storditi. e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il c onvento e il palazzo che somigliano a prigioni. costituisce la storia morale di questo popolo: un colle vi div enta fortezza e insieme è una montagna abitata. in una strettissima parentela. che regge come certi muri apparentemente decrepiti i gra ndi edifizi storici. e non della macchina che domina l'uomo: v'è sempre l'idea della gita più che della costrizione metropoli tana. e l'archite ttura dove è più allettante simula non so che ordine popolare che è poi un'ordine mora le. come fissati a un punto che non è nuovo né antico ma di sempr e. vi concorre la luce. al suo sentimento dell e classi nella storia. o. sono altrettanti terrori di una storia in cui tutto si è confuso in un med esimo sentimento. fanatico perfino. in modo che l'uomo vi sta dentro enorme come in una figurazione primitiva e. Dicevo prima dell'importanza dell'uomo rispetto alla natura e all'architettura. a renderla ostile. altrove è la città. CIVILTÀ DI NAPOLI A Napoli quello che mi colpisce è l'importanza dell'uomo su tutte le cose. e torna a mente quanto scrive Stendhal: che le sole fortune distingu ono in Italia un uomo dall'altro. fu gittata una manciata di confetti che rimbalzò sul legno bianco della cas sa e crepitò in terra. A Napoli l'uomo ha avuto se coli per adattarsi e per posarsi. non senza dare l'ultimo tocco al velo. e spesso da tutt'altro genio che non q uello napoletano. Quando il corteo fu sulla piazza. i portoni spropositati vi reggono spesso abitazioni strettissime. meglio. rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori. palazzi che sem . ma materne e fra terne. non la nascita o la categoria sociale. ac cadde ed è ancor vivo a Napoli. quel tanto che in alc uni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro e cupo come una prigione. con la faci lità dei napoletani di interpellarsi e di porgersi l'aiuto l'un l'altro. e la campanella ripres e a battere. automobili carro zze tranvai. Forse non v'è nessuna sproporzione fra lo scenario e l'uomo.

nei vagabondi di Caravaggio. diceva: "Quando sono triste mi metto a letto. Ma l'Italia non fece mai del poverismo o del populismo. e la cucina. e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della crea zione. La terra vi fornisce un vino aspro. Al primo segno di malessere vediamo virtù e conven zioni crollare. È proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà. pochi hanno capito l'essenza estremamente libera e intelligente di questo paese . ma con un sentimento dell'ari a e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell'Italia meridionale. o la frutta stessa nei piccoli mercati. Il comico Altavilla. nell'epica pulcinellesca del Tiepolo. è un modo di dire mer idionale. Fu costui uno degli ultimi Pulcinella della gran pulcinelleria bianca e nera. ella si rivolgeva alla sua vita reale. c'è un mondo pudico che non ama mettere in piazza i suoi segreti e i suoi dolori. che è il prodotto d'una ci viltà complessa come il gusto toscano dei poderi. i Goya. formano il motore di questa civiltà. con que l gusto degli elementi diversi disposti opportunamente. e senza più il coraggio della fuga ne l divino. prodighe a tutti. i Callot.brano case di campagna perduti nella grande città. il suo schema. ar ia e luce diventino la conquista più importante. uguali i riti. e vedo ragazze e carrozze". L'interpretazione che ne diedero i . Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per re ndersi conto come essa abbia il suo ordine. che è un carattere d'oggi. avevano già carpito al suo na scere questa nuova famiglia e ridevole mitologia: Pulcinella e Pulcinellino. ornati di f rutta. come in un mo dello d'architettura. della potenza. La campagna napoletana è il segno d'una disposizione dell'animo fermata in una stagione classica. C he era poi il destino di gran parte d'Italia. Si notino a Napoli gl'infiniti chioschi dove non si vende che acqua. Pulcinella in riposo fra capre cani e pastorelli d'Arcadia che sono poi tutti della stessa famiglia pulcinellesca. de lla ricchezza. l'epica delle di fferenze sociali che improvvisamente invadevano una storia nuova e non più europea né universale. Si d irebbe che in un ambiente d'aria e di luce buone per tutti. senza più l'intervento del Cielo. Per la prima volta. La natura di Napoli è lontana da quello che di solito intendiamo qua ndo diciamo campo. gli atteggiamenti sono rimasti gli stessi. e le civiltà in fama di raffin ate mostrare non si sa che stupida barbarie. e ne scrivono. N apoli non s'è scordata la natura. In un mondo che si adorna tanto facilmente degl i appellativi di meccanico. E bisogna essere meridionale per capirlo bene. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà. questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura. sole e aria e veduta sono qui al sommo dei pensier i di tutti. Sono là i Rembrandt. Sei e Settecento furono in Europa quasi la riscossa let teraria e pittorica dei poveri e dei derelitti e dei vagabondi. Nei tetri banchetti d'ombre del Magnasco. il suo ritmo. Due artisti di altri due splendidi paesi. anche. monte. q uasi tutta tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi. solo che i protagonisti sono altri. che è un vero lusso. forse. caduta in un'epoca sventurata. senza decadenze né imbarbarimenti. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere. Nei paesi a civiltà antica la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto aiutato da un'esperienza secolare delle cris i di civiltà. come se la bellezza fosse tutto. e civiltà antica. e senso del diritto e della giustizia. L'occhio vuole la sua parte. con una leggerezza incauta. il genovese Magnasco e il veneziano Tiepolo. Sì. e ch e s'era fatte tante comode virtù. Lo stile vi s'è mantenuto in un rapporto originale. caratteri insospettati uscir fuori. Anzi. Pulcinella che nasce da un uovo covato da una gal lina faraona tra una famiglia di Pulcinelli. Basta vedere insieme una scelta di queste raffigurazioni per rendersi conto che quella fu un'evasione dell'arte italiana come lo era stata la grande pittura dei guerrieri e degli eroi. a uno spettacolo puramente visivo. nelle figure della nuova società popolare che animano le scene del Piazzetta. attore del San Carlino verso il 1855. con cui Napol i. il segno palese del benessere. mare. che è un'altra nota di questi sapori. Pul cinella che suona la chitarra. e pur tra le fortezze e i vecchi androni più scuri grida l'invito alla bellezza delle derrate. gaia e funebre. motteggiava con atroce forza il suo destino.

Scriveva anche aspettando i signo . e facendo ad essi da guida nelle ore libere. Intanto. sormontate da un ponte che ne sbarra il cielo nella luce di Capodi monte. la malinconia delle valli. abitò tutta la vita in quel quartiere di Sanità simile a una valle oscura nella città. coronata di spine. Come al crollo dell'Impero romano. alle dimore. gli antri più mis teriosi. la madre. si sostituì l'immagine del Crocifisso. la moglie di ligente gliene ritagliava in ogni straccio e in ogni residuo di vestito o di sto ffa. Ma l a cosa era forte. e finì con l'influire anche fra noi. Questo sviluppo della città. Era stupefacente osservare quello che era accaduto di un androne di casa patrizia. abbandonò l'Università pe r darsi alla letteratura. agli angoli delle strade. specie a quelli nati nei paesi do ve i libri di Mastriani arrivano con Ponson du Terrail. furono genovesi. lo stesso lavo ro che sul Colosseo. Era celebre nel popolino. Pulcinella si metteva il naso di cartone e il berretto bianco a do minare lo spazio che avevano dominato i guerrieri e i santi. e dal 1875 li pubblicò tutti in appendice nel giornale "Roma". romanziere napoletano vissuto tra il 1819 e il 1891. indossava un vecchio vestito nero e un gilè bianco. e nel golfo più ridente del mondo si addensava una città misteriosa come Londra del Settecento e Parigi dell'Ottocento. e trasformato architettura. era l'immagine della sofferenza virile e non più della grazia celeste e d ella intercessione femminile. Questa immagine popolò i vicoli più oscuri. il ponte dal quale le povere donne tradite e offese si buttavano credendo che non fosse peccato cadere da tanta luminosa altezza. Portava in tasca una boccettina d'i nchiostro. Studente di medicina. il suo manto celeste. Ho trovato ancora qualcuno che si ricorda di Mastriani. de Kock. dalla più abietta alla più sublime. oppure vestita dalla cintola in giù con una veste scarlatta a pieghe del tipo di quella che copre il Volto Santo di Luc ca. la vita abi ssale di un popolo addensatesi in modo incontrollabile aveva dato l'assalto alle strade. Siccome aveva la mania delle cravatte. ignuda. coi misteri. la giovane sposa. quando tali monumenti erano abitati. tendeva al cielo e ai fedeli la mano con un fazzoletto di pizzo. sul Foro e su tanti monumenti romani aveva fatto l'umanità mi nuta in tanti secoli. e poi la donna nei momenti trionfanti della sua vita. Mastriani scrisse cento sette romanzi. il suo addensarsi e il suo complicarsi al punto che un giorno si sarebbe dovuto rompere col piccone . tra la regalità d'un'antica porpora e la veste dell'infanzia. E che mescolanza di profano e di sacro. egli si vantava di possederne sessanta. e tanto che nuovamente si sparse per il mondo come una risata tonante. flagellata. Picco lo di statura. Ma la dolce Toscana aveva finito di parlare. È un peccato che Francesco Mastriani. Anziché mostrare le sue piaghe. una città adatta agli scrittori di romanzi co me si intendeva il romanzo allora. era signore e servo . vestita di nero. Si dovette impiegare alla Dogana. grandi portoni. e dove che fosse scriveva. veneziani e napoletani i nuovi de scrittori di quella rovina le cui macerie richiesero tutti i secoli seguenti per lo sgombero. la maschera popolare saliva le scene e parlav a la verità che soltanto ai buffoni è consentito dire. che ricorda il lavoro dei protozoi. Sposato e con quattro figli. in un meandro di tane e di sotterranei. e che dà l'immagine d'un costume dissueto. cavaliere e pitocco. l'Italia mise la maschera. la pred iletta del Ciclo. Montepin. delle conchiglie. imparò ingle se e francese. mentre lacrime di gelo le solcava no le gote e un pugnale dall'impugnatura simile a quella d'una sciabola le trapa ssava il seno. Con un'opera assidua. Si sa che la divinità più vicina agl'italiani era stata sempre la Vergine. era nuovissimo fenomeno in Italia. con barba e baffi alla Napoleone DI. Napoli diventa un mondo complesso e inestricabile. l'ombra. ma è noto e amico ai meridionali. Questo nome dirà poco ai s ettentrionali. ai palazzi. calvo. seguendo le c omitive degli stranieri.viaggiatori superficiali in Italia è nota. E in Napoli la Ve rgine madre diventava la Madre Dolorosa che. non fosse un uomo di genio. dove si erano vedute le mani g iunte della Vergine. Napoli fu dominata da questa immagine piaga ta. il bambino ignudo e ricco di grazie. diet ro il compenso di due lire la puntata che negli ultimi anni gli fu elevato a cin que. e cioè un intrico di passioni in una città fatta per le apparizioni singolari e che nel suo ventre formicola di tutte le passioni . va sti cortili e palazzi. dei celenterati nel fondo del mare. e qui. Circostanza curiosa. Qualcuno lo indi cava come "l'autore dei romanzi di Mastriani".

senza invidia e senza desideri malsani. sollecitato dal primo libro che gli capitava sottocchi o. Lo stesso Pulcinella era la maschera del buon senso e del realismo. ladri. cantava e suonava. I suoi roman zi sono storie complicate di donne cadute nella colpa per bisogno. accada fra Bor go Loreto. La maschera è estremamente seria. tutta l'organizzazione intorno alla colpa e al delitto. e poi mezzani. Chiaia. Nel gennaio del 1891. essa pensa sempre alla stessa cosa e non mira che al suo scopo. e non soltanto in Italia. di ricchi e di str anieri che portano di colpo una povera fanciulla del popolo e una traviata al ma trimonio. Stretta nel cerchio della realtà. Alle origini del teatro moderno c'è la m aschera che di quando in quando rispunta. Sanità. trattandosi d'una società c on caratteri familiari. e questa è una prova dell'animo suo. venditori d i carne umana. e il ridurre il generale a un particolare. Un fatto però vide molto bene Francesco Mastriani. in una lingua tra accademica e dialettale. di figli spurii che ritrovano i fratelli legittimi. anche quando scherza. e fu la profondità. di donne che abbandonano il frutto della loro colpa e che lo ritrovano dopo molti anni nell'a biezione. Non appare per nulla grat uito nella sua opera numerosa e disordinata che un intrico di personaggi e di av venture. alla fantasia di chi v'è p assato una volta. e la Serao lo considerò come un precursore. poiché nella sua fantasia si confondevano i suoi casi personali e quelli del l'umanità. usciva "Il Paese della Cuccagna" di Matilde Serao. ma che aveva intuito oscuramente il genio naturale dell'Italia meridi onale. era un comples so di società provinciali in città di provincia. di strade e di luoghi. il risalire dal particolare al generale. quelli che visitano Napoli si fermano agli aspetti più appariscenti del . Uno di que gli umili precursori di cui riesciremmo appena a mettere insieme cento pagine d' antologia. per arrotondare il magro bilancio familiare. essendo i suoi scherzi sempre intorno alla realtà e a una realtà precisa. vizio. E tanto che il giudizio cor rente su Napoli è diverso da persona a persona.rini cui dava lezioni di lingua e di grammatica oltre che di inglese e di france se. Ma anche oggi che la vita italiana s'è fatta complessa. Verga . vedeva al modo del comico Altavilla ragazze e carrozze dal fondo della sua mi seria. Era l'epica della vita quotidiana. tendenza: è l'uomo che si occupa d ell'umano. Nasce così anche in Franci a. Vicaria. dirigeva bene le quadriglie nei balli familiari. Con una fantasia sbrigliata. ossessione del popolino napol etano come del povero romanziere. eroica e favolosa e classicizzante. Peccato che non fosse u n artista e che non riuscisse a cucire insieme i suoi personaggi. Di solito. Di Giacomo. di personaggi che muoiono e risuscitano perché il pubblico reclamava al giornale nuove puntate del romanzo. Descriveva alla brava la vita di lusso. La maschera vuol dire carattere e vita di tutti i giorni in una passione. Tanto che proprio da fatti come questi nasce in Italia. la commedia borghese. g li arbitrii della fantasia possono essere assai pochi. assassini. uno dei suoi fantasmi è il padrone di casa. almeno fino al tempo di Mastriani. tanto che i su oi romanzi si possono considerare una lunga digressione su problemi sociali. non la supera e non la trasforma e non ne evade. la letteratura sulle città italiane è aperta e chiara. Ma. basta il nome di Napoli per evocare. La maschera è d'una enorme serietà. In genere. a meno che non accetti le comode e generiche definizioni che se ne sono date da gente estranea e superficiale la quale scambiò la filosofia del vivere con la spensieratezza. il realismo con la buffoneria. il carattere con la maschera. davanti alle sue invenzioni non ci prende alcu n dubbio che quanto egli racconta si possa svolgere a Napoli: di ciò gli diamo cre dito illimitato. quello che formò poi la sua tradizione sociale: la Serao. e che. Fra gli a ltri. Fa ridere perché non evita un solo urto con la realtà. Faceva anche brindisi in rima. di smarrimenti e di ritrovamenti. assumeva un costume anch'esso. quando chinò il capo sui suoi fogli. Lotta e si dibatte intorno ad essa. virtù. e le maschere sono la sua aria vitale. Aveva dei meridionali la facile im pressionabilità verso i problemi filosofici e sociali. era il personaggio moderno che. staccandosi da una tradizione in costume. avvent urosità di Napoli. densità. ognuno legge in questa città secondo il suo cuore e il suo sentimento. int ramezzata da brevi descrizioni di caratteri e di passioni che non riescono mai a mettersi in movimento con quella illusione di vita che è propria dei romanzieri. Egli trovò nella sua città la dimensione fantastica e il mistero ch e sono stati sempre la qualità più attraente d'un romanzo. un mondo molteplice e avventuroso.

egois ta. Nel suo senso migliore. fino a Torre del Gr eco. e sapeva che la generosa bestia era tenuta bene. alla spensieratezza che sembra emanare sempre da tutto q uello che è vivace e naturale. altre persone parlavano allo stesso modo. e invece è tutto un modo e una rete di rapporti di cui è fatta quella vit a. raccolto in densi quartieri. cioè da uomo. Il cavallo trottava con la vivacità d'un meridionale. e quasi disponendo in comune delle risorse di ciasc uno. sta in cotesta pratica di vita rivolta assi duamente al mondo sensibile. pietosa e legata del mondo. o che di colui avrebbe avuto bisogno. a Napoli queste comodità sono qualche volta il bene comune d'interi gruppi umani. Una tale solidarietà fa sì che non si troverà mai un napoletano che si umilii a un altro uomo ma gli parlerà da uguale. tintinnio di carr etti colmi di verdure. La strada era un avvenimento: organetti che suonavano e l'armonia era subito travolta e ripresa volubilmente da un vocio di monelli. si rivela subito al primo colpo d'occhio. Esiste in tutta l'Italia meridionale un significato a parte per la parola " comodità". il loro piacere degli oggetti. coi conos centi: insomma. del cielo. Piccole cose. con gl'inferiori. Percorrevo in carrozzella i paesi alle falde del Vesuvio. cosa che alla fine esclude l'odio verso i fortunati. cenni col capo. Questo è l'aspetto più evidente della solidarietà napoletana. sorridere. con le sue feste e il suo carico di dolore. alla realtà. mentre spesso. Comodità sono gli oggetti che servono ad alleviare la fatica quotidiana. E sui bal coni. Certo. un movimento. una grattugia. lo andava a trovare al reggimento in una città vicina. e il gesto d'un vicino e il lampo d'un paio d'o cchi di donna. al suo tessere di gesti la vita quotidiana. a distanza.la città. eloquentissim o nella vita e nell'arte napoletane. Ora. Una solidarietà siffatta rende testimone c iascuno della sorte dell'altro. un ziro d'olio. che la rendono meno grave e la consolano: comodità è un balcone assolato. ecco che gioia e dolore di ciascuno si comunicano a tu tti. grida di mercanti ambulanti. che non lo poteva dimenticare. un fuoco. Qui si vive collettivamente. con tutta la gente di cui presto o tardi avrebbe avuto bisogno c olui. d'un uomo livellato dalla vita moderna. E quell o che i napoletani chiamano "fetente". e l'amore dei beni che vengono dall'industria umana come dalla natura. se l'era presa il colonnello. e siccome la vita è quello che è. cant a delle ore di gioia e delle ore di dolore. del mare. ed è difficile indovinarne lo scopo. bisogna pensare che l'origine di questo sentimento. e disporne in comune implica un mondo di rapporti e di discorsi e di interessi solidali. il padrone. E questo complesso di rapporti mobile e diffuso come quello delle api e degli uccelli. della città più soccorrevole . cioè l'odio sociale. E che cosa è di meglio ogni migliore vita civile? Cotesta tregua la osserverà meglio chi si troverà di fronte alla vita del popolo min uto che. viste di profilo. un fornello. cioè l'uomo capace di cattive azioni. e non da strada a strada. accennare. che se le prestano e ridanno . un lampo. coi superiori. a gente la più diversa che incontravamo lungo il viaggio. accennare a una sol idarietà con gli uguali. cioè a cenni. ma da paese a paese. da case troppo alte e uniformi che. significava farsi vivo. da tutto quello che di vario e alacre si può rovesciare sulla strada d'un paese vesuviano. tanto che mol ti non gliene attribuiscono alcuno. una bellezza. mai smesso dal tempo dei greci. con gli amici. popolare o meno. da un pu nto all'altro della strada. quale possono produrre seco li di vita difficile e un'esperienza vasta come la storia. Ma se vorremo capire il senso della realtà dei napoletani . e l'intimità che tale sentimento porta nella vita di tutti i giorni. La stessa cosa notai poi andando in carrozzella a Na poli. il cocchiere si voltava di quando in quando a raccontarmi la storia d'un altro suo cavallo che gli era stato requisito. Ciò che può diventare anche un vezzo. mettono fuori i loro mille balconi. complesso forse unico. Queste non sono forme oziose e non sono ossequio servile. con la bocca. Per questo. si tratta d'una mobilità estrema. è sotto il segno della più stretta solidarietà. Il cocchiere non faceva che salutare. e il colore di un'ora. con la mano. delle forme e d ei colori. con le spalle. una pentol a. napoletana. gran parte della letteratura. uno scrollo. saluti. un . ai suoi conoscenti da quartiere a quartiere. Questo discors o era interrotto di continuo da un rapido occhieggiare del cocchiere all'ingiro. imbrogliatore. alla sua nobiltà. ammiccare. la vita napoletana popo lare è una tragedia fra uomini. se non proprio la manifestazione di una gran de vitalità. ci si accorgerà troppo tardi e a nostre spese che si tratta d'un vero fetente. cui allo stesso modo bastava un tremito.

patetiche. abita paesi nobilissimi. un orto napoletano dice la cura. d i colore azzurro come sono le piante sulla pietra. un patetico troppo semplice. e il grande protegge il piccolo d agli assalti del mare. come è facile parlare del dol ce far niente napoletano. In tutto il pittoresco napoletano v'è un senso stretto della ne cessità. absidi come di cattedrali. sono le frasi più comuni nelle canzonette. dove i venti del mare sono capricciosi. Ogni commessura della roccia ha le sue piante erranti. anche quando sembra che lo dimentichi. Del resto. Il popolo chiama. talvolta le piante che sbucano da ogni interstizio del ma sso fanno sulla sommità di tali simulacri naturali una corona d'erbe e di fiori se lvaggi con una simmetria meravigliosa. e rinca sando la sera. grotte e caverne. lungo la strada. È facile dire che a Napoli c'è gaiezza e spensieratezza. A ogni punto più minaccioso la Madonna col Bambino ha la sua nicc hia. e vi si metterà con tutte le sue risorse. ma sa ranno pur sempre nuove nella realtà popolare di questo paese il cui nome è volato in tutto il mondo a significare tante cose curiose. con cupole. uno grande e uno piccolo.motivo facile. ma una fra tutte: l'uomo in una densità e pienezza e verità di vita. la Madonna e il Bambino. queste figure di pietra . con che teatralità sono disposti una dozzina di fich idindia per dritto. d a Positano a Maiori. vec chio. egli pone una tal e attenzione a quello che fa. volte e nicchie. possono diventare maniera stucchevole. di quanta virtù civile sia capac e quando gli sia chiesta. Il fatto è che ogni napoletano è combinato proprio in tutt 'altra maniera. qui è vivo non per abitudine e pigrizia come s i crede. La gente di questi luoghi. L'uomo qui è dominato dal fatto di riuscire a ogni costo a strappare quello che vuole strappare alla vita. o per amore del pittoresco e della rappresentazione. perciò la montagna sembra viva. strane. ne descrive i rumori. È come se fossero alimentati dalla salsedine. vivacità alla vita. separate l'una dall'altra con un sentimen . Morte e vita. in tutte le forme. sopravvissuto ad altro tempo. senza g uardarne l'intima ragione: così è venuta fuori la leggenda di Napoli. Vuoi c onvincere. più oltre l'ulivo ha lo stesso colore. PAESAGGI NAPOLETANI Venivo dalle valli della costa di Amalfi. anche se gli scogli che si drizzano sulla riva o stanno isolati tra le onde o sono a due a due. e la fede del popol o napoletano. uscendo di casa la mattina. Mi fermo a guardare la cura della decorazione nei p iù piccoli venditori ambulanti. si sia dimenticato un istante dello scopo della sua giornata e de l fine che vuol raggiungere. Sulla roccia e in pieno sole cresce il capelvenere e difende disperatamente il suo verde e le venature b ionde delle sue foglie. solo movente delle azioni umane. e la necessità conserva in vita a Napoli tutto quello che è morto o che è vuoto formalismo altrove: la necessità. di vitalità e di verità richieda questa vita. i sibili. incoraggiando a comperare un r azzo o una girandola. Ma se per un i stante si sarà entrati nel cuore del popolo napoletano. di quanta proverbiale ingegnosità. carattere. le strade tagliate a picco nella roccia. il volo. di vecchia architettura amalfitana . sotto una luce bianca ad acet ilene. e li chiede come v anno chiesti. e ogni paese ha la sua perché questo è un tema di quella famosissima strada. ma perché risponde a ncora a uno scopo. portichetti. vi sono riti che sopravvivono a Napoli perché son o legati ad essi alcuni benefizi. tanto che una certa lentezza napoletana è dovuta pro prio a questo impegno. intorno a un melone d'inverno. perché una cosa è indubitabile: che a Napoli la gente non sia vera. e il senso della forma di. e che non ve n'è uno il quale. Molti si sono fermati a questo carattere esteriore. Si aprono nella montagna. In genere. reale. Le case sono spaziose e cir condate di orti e giardini a terrazze. alla minuzia con cui ognuno compie il suo più umile lavoro. Questo dà un colo re tanto forte alla vita napoletana. l'effetto. coi piedi ben piantati sulla terra. gioia e dolore. un'umanissima arte . giardini sospesi in alto. ci si spiegherà che somma di forza. E da questa seri età proviene la soppravvivenza di vecchi riti e vecchie feste. o come il venditore di fuochi artificiali. e che dà forza. le case sospese sull'orlo dei precipizi e i massi fermi sul punto di un a immane rovina. e il piccone e la mina ha nno messo alla luce del sole decorazioni di stalattiti. questo p opolo. al suo pittoresco. non lo p erderà di vista un momento. tutto quello che pare disusato. Il crinale delle rocce forma anch'esso profili di creature. il benefizio. Quale che sia la sua occupazione. il paese dei devoti delle miracolose M adonne. E la persuasione è l'arte napoletana per eccellenza. Egli aspetta dal cielo la grazia.

Il tema di quell'architettura. Qui stavano gran signori. d i tingere i palazzi di due colori. A terreno sono le stanze della vita comune. La loro casa ha l'orto. La terra. Questi so no per la montagna scoscesa i loro orti e uliveti famosi. questi pa esi erano ricchi di bei mobili settecenteschi. essi si fecero palazzi e ville. sul portico la terrazza. una decorazione di stucco alle finestre. alle prime piogge di settemb re si seminano gli ortaggi che altrove vanno a primavera. rimasto più intatto che ad Amalfi. Sono architetti nati. hanno della vir ago. Nello stile del paese. Vi portano su. con un sapiente sfruttamento del terreno. Venne la navigazione a vapore. al livello della terrazza. dicendo orgogl iosa che è un mobile di famiglia. Essi sono la nobiltà del popol o. strappata a palmo a palmo alla montagna e alla roccia. ed ha . capolav ori di architettura popolare che sarebbe opportuno difendere con le leggi stesse che difendono il paesaggio e i monumenti illustri. e mostrano ancor oggi certi disegni di caminetti. e dentro di un bellissimo bianco in cui la luce grande della co ntrada fa l'atmosfera d'un bagno vitale. un mobile illustre. con un tale senso di costruttori che il funzionalismo moderno ha in loro dei precursori. di alt ane. Ed è così. abbia occupato le case loro. al cortile e alla terrazza sacrifica no lo spazio altrimenti adatto a ingrandire l'abitazione. alt ri emigrarono in America. alcuni quartieri abbandonati crollarono. gli armatori abb andonarono le loro ville e i palazzi. è buona. di balconcini. si prendeva una sedia e quattro portatori per tre ore di cammino. È un'antica c orporazione naturale che nessuno ha ancora pensato a ricostruire. I te tti sono a cupole lisce. perfino di cucine. quelle di abitazione. e le loro case le fanno con logica. Il sole in queste valli scompare prima della sua ora. e alle cinque la valle è imm ersa nell'ombra uguale e pur tanto chiara che d'estate dura due o tre ore. e dall'alto fanno un panorama di bagni romani. è pur sempre quello settecentesco. o turchi che è forse lo stesso. il cammino più facile era il mare. contro le intemperie. dove seguitarono l'altra loro attitudine naturale. Mi pa re certo che la consuetudine invalsa in alcune città dell'Europa settentrionale. le rose fioriscono senza stagioni. col giardino ric co. S i vede spesso gente povera uscire da palazzetti del Settecento.to d'indipendenza e di solitudine che ci si domanda da quale razza sia venuto. una delizia settecentesca che la padrona di casa v'invita a guardare. e ancor oggi capita di vedere. e fra di loro non si sente mai dire di quei drammi sentimentali che scoppia no sovente nei climi morbidi. I ve lieri tornavano a Positano carichi di mobili comperati a Genova. pe r una porta aperta in un vicolo. sopra. All'orto. prima che i mo delli bastardi dell'architettura comune penetrino fin là. ed è la seconda semina d ell'annata. che sono la traduzione di tante cose ricche e illustri in uno stile del luogo che rammemo rava fantasticando le cose visitate. La strada di Amalfi e di Sorrento non era ancora aperta. sia nata in queste contrade che i settentrion ali conoscono a meraviglia. Ho veduto certi mulini loro. Fino a qualche anno fa. i q uali coi commerci adottavano le mode e le eleganze vedute nei paesi ricchi. Erano città fiorenti e prospere al tempo della navigazione a vela. Per valicare il passo di Monte Sant'Angelo. che hanno un gusto inimitabile. Si può dire che la terra la trasportino col fazzoletto. l'indimenticabile chiarità del Mezzogiorn o. rimasta nel paese dopo la parten za d'una razza di signori. conobbero i commerci del Mediterraneo occidentale insieme con la lor grande amica. i limoni sono il frutto di tutto l'anno. il mare divenne deserto. colorano la casa di du e colori spesso. Perché sono architetti e agricoltori nati. all'albero. Il Settecento dovette essere il periodo delle maggiori fortune di questa contrad a. e all'arrivo di qualche antiquario accorto. la sabbia del mare. e magari con le due stanze superior i sprofondate. in lugli o e in agosto si vedono le arance attaccate all'albero. le donne sono anch'esse da fatica. ho detto. alcuni si diedero alla pesca. avevano commerc i con Genova cui fornivano legni e uomini. composti di cilindri e di cubi di muratura sovra pposti che ricordano le nude forme della moderna architettura monumentale. e dove la rocc ia fa imbuto la circondano di una mora di sassi. all e piante e ai frutti. quando non possono altro. che li divide dal versante di Castellammare. E gente diversa da ogni altra della regio ne. il cortile davanti al portico. sono taciturni e pratici. fra tante cose comuni. S'immagina che gente del popolo. ma complicato con quello originale del luogo. La gente.

osservando case come queste. E tutto questo popolo d i verdure. Non ci credono. per proporsi solt . La terra è d'oro. e si ferma sulla strada come un torrente rappreso. I paesi sono ch iari come le pietre d'un letto di torrente all'asciutto. di estatico. di pozzi. popolari. si ricorda dell'eruzioni. vi riporta a qualcosa di immortale. che hanno un timbro miracolosamente salvo da ogni convenz ionalità. Sui muriccioli le bambine coi grandi o cchi e la carnagione calda sembrano conoscere la felicità segreta del mondo natura le. quale si vede nell'Europa del nord. rosa e viola. Vigne e agrumeti formano un profondo bosco. una gracilità da paes aggio antico. Alle finestre le donne. tutta opposta all'idea che di solito ci si fa. col verde luminoso degli aranci. e tutta la sua pastorelleria. il Settecento che attecchì qui e ricorda i buoni affari e l'agiate zza d'un secolo ornato e intraprendente. i fiori che si aprono al principio dei suoi madrigali. al contrario dell'arancio greve e tondo della Sicilia. È facile dire che Tasso il sentimento dei suoi orti e dei suoi giardini. secondo l'abitudine delle ragazze di Nap oli. da Pompei a Napoli. che sembra u n plastico. E le colombe che volano nelle sue liriche . di asini bendati intorno al pozzo. nell'ombra dei giardini ragazzi e bambine. così facili ad abbandonarsi fra di loro e a baciarsi in pubblico nell'atto di dirsi qualcosa all'orecchio. la natura della vite di questa contrada. E questa è la seconda zona. sono segni che si riconoscono. E non ci sono che i napoletani. e si rivedono i vapori che velano le cose. è come se quel lu me abbagliante lo posassero in terra. e l'incombente Vesuvio colore di rosa. che sono la tr aduzione architettonica del vulcano che le domina. le labbra. verso la punta della Campanella. della sua luce. checché ne pensino i pittori. bizzar ri. La casa diviene bassa. coi carrettini di verdur a e di vino. li avesse da un a reminiscenza di questi suoi luoghi. Qui gli orti felici si stendono in tutto il loro lusso naturale. con una lunga scala esterna che quasi fa da ancora sulla terra. M a passata la sella di Sorrento. come si sente raccontare di c ontrade favolose più a sud. gli strumenti rustici che si se ntono nelle sue selve. della sua aria. Ho detto che in questa costiera non esistono gradaz ioni di luce. di cui sfuggono quasi le dimensioni reali. Il pi no napoletano. Il rosa e il grigi o riprendono il loro dominio. o non ci pensano. com e l'uomo non pensa alla morte. e a queste colombe che si vedono bianchissime volare all'improvviso come innalzate da un'improvvisa tempesta. La vite è alta e forma viali d' ombra. E i fiori sgargianti. e quella precisamente che va sotto il nome di napoletana. ciò che influisce anche sui sentimenti. questi colori tutti napoletani. È una luce immensa che si mette in lotta con gli organis mi. i c hiari e gli scuri. sullo sgargiante de lla terra napoletana. il pino gracile ha qualcosa del fiore dell'agave. il colore. Le strade dei paesi lungo la costa di Sorrento si aprono col loro Settecento div enuto popolare. Non lo chiaman o neppur Vesuvio. A Sorrento le ragazze ab bracciate parlano ridenti e si baciano. li rinnova. e i suoi canti agresti. capricciosa alle soglie del Barocco. vi mettono una fiammella. li abbia tratti da qui. e gli orti dis posti come in una geometria. e gli occhi. e gli stessi atteggiamenti degli agricoltori. E anche le mollezze e i piaceri dei suoi giardin i incantati appartengono a quest'ozio. La terza è quel la alle falde del Vesuvio. somigliano a questi. Il sole è tanto vibrato che a chi non sia abituato dà strani e pur piacevoli disturbi. al trotterello facile dell'asino piccolo. li sconvolge. Si può dire. Ma basta valicare il passo di Sorrento per trovarvi una natura diversa. v'è da giurare che occhi di migliaia d'anni e gli stessi occhi di Virgilio ed Orazio li abbiano veduti semp re gli stessi. V'è una delicatezza di scavo. e perfino i loro ca ppelli e i loro vestiti rustici. e la propaggine della scala. rischiaranti tanto soavemente il suo poema. La loro razza è tutt'altra. A Sorrento la vitalità del popolo. di fiori. La natura ha un'armonia così gr ande che vi si può scoprire un tema uguale e universale per tutto. felice dei suoi orti. l'arancio ha la chioma irta e tutta fiammelle.del lungo crepuscolo. e vi vengono incontro le ombre vivide. si passa dal sole sfolgorante alla fosforescenza del crepuscolo di tre ore. e l'uomo si sente scintilla dell'immenso creato. e tronca. Quelli che vivono sulle falde del Vesuvio non credono al Vesuvio. lo chiamano la Montagna. la vita vi si snoda intorno senza fatica apparente. chi li ha veduti una volta li distingue fra mille. e quasi nelle profondità di stanze lussuose. la chioma dell'arancio.

è d'un colore vivo e quasi umido. i n definitiva. se la lav a si ferma egli si ferma. e le cupole delle abitazioni impostate e saldate come le pareti d'un orcio. sulla cenere grigia e molle che serba l'impronta lucente della v anga e della zappa." "Lo è. Nei cortili profondi e ombrosi. Egli ha pia ntato i suoi orti e le sue vigne. i mandor li. Fino all'ultimo egli non crede. G li uomini la guardano avanzare. sono venute fuo ri da semi erranti. e dell'equilibrio naturale del mondo secondo cui tutto si accomoda. gli aranci. Una scienza primitiva e un pregiudizio rimasto nel popolo. i legumi e gli ortaggi. In un paese di aspetti e di fatti antichi come l'Italia.anto i problemi immediati della vita. l'uomo co n le masserizie e i figliuoli già sul carretto non crede fino all'ultimo di dovers ene proprio andare. Non te ne incaricare. e neppure di non voler vedere. difatti. i magri cavoli verdeblù. e la vite gracile è divenuta robusta e più abbondante. e i buffi vasi di creta. il cagnuolo accucciato. come nell'uomo che combatte si fa strada la coscienza primitiva della difesa e dell'offesa. Un giorno. non vuole. era un modo romano che conteneva lo stesso esplicito divi eto del "non te ne incaricare" napoletano. tengono ancora prigionieri i vecchi spiriti del paganesimo. Non si tratta d'indifferenza. i cannicci che coprono le chiome degli a ranci carichi. Dove la cenere è appena rimossa.. Non ci pensare. sulle colonne di calce mozze. una p ioggia di lapilli neri ha concimato la vigna. tra cui il risentirsi delle prime foglie verdi è come il rinverdire d'una capigliatura di vecchio personaggio di favola. per anni non pensato. ma nell 'ordine del campo. nei patio. Questo è a ntico. Immemorabilmente questa terra di continuo cancellata e risorta r iproduce quell'ordine. Anche ora l'ultima parola non è detta." . significa. Tutto quello che s'è taciuto per anni. e sul grigio i tronchi scortecciati e dipinti di bianco degli alberi. i fiori diventano enormi. i giardini. l'ordine degli orti. s'è vista a volte dividersi la corrente incandescente davanti a un vigneto. i suoi frutteti. In basso in questo grigio che ho detto. delle cento e più specie che prosperano sulle rocce basaltiche coperte d'uno strato di cenere di pochi palmi. La guardano. le case. è saggio. In una natura arida come questa. Guarda la dil igenza dei solchi. E poi i peschi. perenne e prospera. non ha affrettato. i l problema dell'ora. In alcune di queste contrade hanno abolito la stazione dei carabin ieri. una antichità di og ni attimo. Questo si chi ama tenere tutta spalancata la porta dell'inatteso. L'ultima capitale di questa saggezza è Na poli. negli androni. i piselli alti appena due palmi. degli affreschi di Pompei. per il tremolare rosato dei peschi. con sopra questi vel i rosa. e il bianco rico rda le vesti. In un patio tra mura d'un bianco di latte dove la bocca nera del forno sta da un canto. prima. il problema del giorno. "Questa dev'essere gente fatta in un modo diverso da ogni altra. delle nostalgie campestri di Virgil io e di Orazio. e uno per volta. E gli alberi acquistano sul terreno chiaro cadenze di persone. serba l'antico in nessuna pietra. È lo stesso. Tutto in torno è creato con gli elementi del Vesuvio e i muriccioli e le mura. E si accomoda perché l'uomo pensa ad accomodarlo. Non s'è mai sentito dire d'un delitto o d'un furto. col suo pensiero e con la sua fantasia. Il vino è colore violetto e amaranto. E sarà troppo tar di per capire che non ne valeva la pena. si affaccia alla memoria. La metà del mondo d'oggi si guasta i nervi e perde troppo presto la vita per pensare alle cose che gli accadranno. Ma se accadesse? Se la Montagna si scatenasse? La lava avanza lentissimamente. "Fai q uel che stai facendo". molte specie di vitigni. Se bisogna abbandonare la casa. un gallo nero su una sedia. e non altro. come i numeri del lotto. che è quanto basta a render buono un campo. dei capricci della sorte. questo l embo di terra col suo sapor di cenere. Ma intanto. Sperare fino all'ultimo. san no che le parole evocano spesso i fatti e i fantasmi. è longevo. La primavera è sosp esa nell'aria. d'un millesimo la fatalità e la catastrofe. e non sarà de tta mai. la pianticella propizia della ruta. che rappresentano facce umane. stanno donn e e bambini. e piegati dal vento i tronchi sembrano umani. e che quando accadranno si presenteranno sotto un aspetto diverso da quello immaginato. stacca tanti passi quanti gliene contende la lava. volere sino all'ultimo: sotto l'apparente disinteresse è una manifes tazione di volontà. ordine degli stucchi di vita agreste nel museo de lle Terme a Roma. Un'antichità vivente. il terreno offre infinite combinazioni alla massa mostruos a.

tra la cenere rosea e l'infernale stereo. Salendo. di violetti . di muffa. Ma più oltre. stringendo la fo rma esatta delle chitarre. Ma non è pr oprio il deserto. apparizi oni avventurose. È quell o. d'un colore di zolfo. il Vesuvio e le arance d'oro. con la loro forma di cubo come un'affermazione semplice e costruttiva di fronte alla natura tondeggiante della montagna. è molle. Ma non è così tutta la vita? Fino a quando il gigante non dà uno scrollo. Il mondo abitato è lontano. È una materia sorda che acquista una forma sol perché è materia. un rumore più elementare. Il Vesuvio e la chitarra. se ne scorgono gli scuri degli sc ogli e i chiari dei banchi di sabbia. segn ava lo stacco tra la vita e la morte. Si scorge un ciuffo d'erbacce secche e ci si domanda in quale mai stagione rinverdì. coi suoi profondi recessi. allo stesso modo che. nudità decapitate e mutilate. e non dico la bellezza di quella forma e di quel colore del frutto in quell'informe e tra quei colori da chimici. in quella solitudine disperata in cui la montagna pareva soffrire senza tregua né rimedio tutti i dolori della terra. cordami rappresi in cerchio. poco più oltre. La montagna emana un tenue calore. sol perché gli occhi umani vi cercano una forma. umani. nella realtà. come se li avesse messi là in un suo canto streg ato l'Ariosto. in vista de lla colonna di fumo gialla e rosea. Più sopra c'è il bosco dei pini. un essere vivo e romito: un gufo. di ingrommatura. la massa di cenere preme da tutte le parti. tra le illusioni dell'uomo e il nulla. che si posarono e si spens ero tra il verde minerale del cono eruttivo. da animale. cantata tante volte sul mare d'argento. Vedono l 'Italia come fosse caduta dal cielo. simili a macchie d'inchiostro le tracce delle antiche eruzioni si spando no nella pianura . e così un ragazzo che vendeva certe arance appena staccate dall'a lbero. No. Quando si accorgeranno che l'hanno costruit a gli uomini? Oh. comincia il deserto. Se ne intravedono le case bianche. un verde che pareva il miraggio d'u n bosco tenerissimo. Si spalanca sotto gli occhi la valle infernale. sonoro di pie tra arida. Intorno a quella convulsione le fumarole esili e bianche fi orivano incensando. In una di queste macchie è Pompei.sopra sono ricresciuti gli orti e le abitazioni. E quella canzone. i campanil i rosa. Il Vesuvio in questi giorni è attivo. riaperto oggi. e terna condannata ai dolori del parto. I COSTRUTTORI DEL GARGANO . col real ismo dei carnai. portata lassù. di gialli. Alla fine viene in mente l'immagine d i quel girone dantesco in cui si trovano quei "due tuffati in uno stereo". Ne ho incontrati fin sotto il cratere del Vesuvio. lassù in cima. guardano stupiti noi che guardiamo quell'anti ca semenza d'uomini. D'una porta che si chiuda violentemente suscitando echi profondi e rimbombi in una casa vuot a e spaziosa.Dai loro cortili e dai loro patio. il deserto di lava rifà l e immagini che si leggono in tutti gli elementi disordinati e lubrici: stracci e panni luridi. guardando un mare dall'alto. si levò battendo le ali una creatura di quei luoghi. all'informe della lava che prem e da tutte le parti in un mare rappreso. gli stranieri non guardano agli uomini. Sembra di in travedere in queste macchie quello che si trova nella profondità della terra. Come se stesse per soffocare. il viottolo aperto ieri. gli uomini. A questo punto. in vista del Vesuvio lontano e benigno come un totem. Cantavano e suonavano "Ohi Mari". d'un regno infantile. avevamo lasciato le ultime case piantate ai limiti dell a lava. il vulcano vomitò certi stracci incandescenti di lava. e dagli sguardi assortiti di tan ti occhi bianchi e neri. case pencolassero come le vele in mare. ma personaggi. Con una fantasia stracca e disordinata. Suonavano la chitarra. in una natura tutta minerale. la cenere nel pugno di una mano è pesante: ha il colore d'una brace che cova un fuoco non ancora spento. Di solito. dopo qualche orticello in cui gli ortaggi diventano nani. apparvero i due suonat ori di chitarra. Non si pensava che fossero posteggiatori. pareva a tratti che su quell'onda i dad i bianchi delle . muffito di sterili bianchi. Ancora sotto l'orlo dei cratere. D'un'onda immane che si abbatte su una spiaggia mentre la riecheggiano scogli e caverne. Nel deserto di lava. sostenuto dalle macerie di pietre . da vivente. Usciti dall'ombra propizia dei cortili bianchi. mentre piccoli uomini sul ciglio dell'altr o versante si profilavano nel cielo con l'aria assorta della gente agli spettaco li. discutevamo che rumore facesse.

e un filo di fumo annunzia che qualcuno è vivo là sotto. una macchia verde descrive la sua pac e. sull'intero promontorio. simile all'avvolgers i di certe conchiglie. Da una casa esce un tale con un'asse sulla testa. è una immane opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi . annunziano la città di Monte Sant'A ngelo. se non vecchie. il mare che sembra levarsi inclinato sulla linea dell'orizzonte. fuori. Tutto qui è molto importante. le case basse d isposte in riga sulla cima. in una valle. tinta di bianco come tutta la pietra che si vede. Questi camini dicono tutto: il vento che tira. figurano come le cuspi di di una lontana città turrita e bianca. seguendo il disegno delle terrazze che la sovrastano per la montagna. il freddo d'inverno . c ome succede. alla fi ne. Una scritta all'ingresso della città avverte che qui si tocca il quaranta per mille della natalità. Si scorge bensì la porta incardinata nel masso. in rapporto all'altezza degli edifici. Gli stessi comignoli che si sono veduti prima. In fondo alla valle. posa per un attimo lo sguardo su di voi. Tutto quello che si scorge. dove il vento non arriva. Non vi guarderà mai più. di poche case sparse tra i campi di olivi e di mandorli. a turbante.Vi sono popoli che hanno un talento istintivo e storico per l'architettura. Qua e là nelle valli. con gli occhi di fuoco di notte. Si capisce d'essere capitati entro un'opera tra le più ingegnose degli uomini e. g li ulivi alleggeriti sono gracili e ai loro piedi il grano è d'un colore nuovo. di lanterne. Tanto du ra. Poche volte la fatica umana dà uno sbigottiment o simile. di olivi e di pini d'Aleppo. dalle valli asciutte al le cime. Un movimento a spirale avvolge monte die tro monte. La vigna è ancora nuda . chiuso come un minatore. arriva verde di grano proprio fino alla striscia del mare turchino. nell'autobus. la bisogna del pane. Sulla cima di qualche poggio sta come un fossile un edifi cio bianco. spuntano certi enormi comignoli. per due giorni. e. A un certo punto. L'uomo ha spesso bisogno di un atto di forza anche in ciò. La montagna è una pietraia deserta là davanti. Ma salendo per la strada bianca. a torrione. ma su tutti i poggi e i monti intorno. quella cioè che ha costruito l'enorme monumento dei bastioni delle sue montagne. Il lavoro parla per gli abitanti. è rigato a llo stesso modo dalle correnti: tutto è sullo stesso disegno. una borgata è disposta in riga su quattro o cinque file. colore della polvere. di qui. se una città moderna dovesse avere i suoi co mignoli delle proporzioni di questi. E si capisce per quelli che hanno da celebrare una potenza e da attestare una forza. delle vigne. nel suo rifugi o di montagna. a elmo. A parte la donna dell'autobus. si scorgono poi i tetti. quanto basta a una famiglia di cinque o sei persone. in una ruga. con due occhi di fuoco di notte. che coprono il monte come un tetto. questi comignoli sproposi tati. Come lo s catenarsi d'una girandola. Tutta la terra atto rno è lavorata come una miniera. Una tale opera dei campi è sta ta compiuta in settant'anni. la quota più alta d'Italia. che neppure il matrimonio accade senza dramma. Non avevo mai veduto un pane di questa posta. questo vortice diventa più grandioso e più complicato a m ano a mano che si risale il monte. qualche albero si leva. si va prima per un pendio sul m are. di vecchi casolari. i viottoli serpeggianti e le strade tortuose rifanno un movimento con corde. ma non c'è traccia d'uomo se non questi enormi camini dalla forma di torri. nel suo forno. e non se ne scorge l'abitazione. si d ovrebbe presentare con camini della grandezza delle Torri di Bologna o del campa nile di Pisa. si pensa alla natura di questi uomini. della stessa for ma. Una donna. In una piega del terreno. e spioventi come gli embrici d'un tetto. Che un contrasto qualun . del grano. e sopra ci sono due pani di dieci o dodici chili ciascuno. Da Manfredonia a Monte S. i mandorli già verdi con qualche vecchio fiocco fiorito. Ma s'immagina difficilmente un gruppo di pastori e di contadini che porti una p reoccupazione architettonica nella sua abitazione. dei mandorli. di campa nili. Angelo. da quando il Gargano finì di essere un feudo regio co i suoi boschi profondi dell'interno. l'occhio si abitua a discernere nient'altro che questa immane pa zienza. sopra. prendono forma sopra al ciglio roccioso del monte. Ci si accorge subito di trovarsi fra gente dura e gelosa. Un lembo di t erra miracolosamente in piena. quello che era il deserto appare un bastione di pietrame. non ho veduto qu i altre donne. bianchi come la pietra. e non qui soltanto. e si misura dove e come il vento la tormenta. a quanto pare.

Han no il genio dell'architettura come in altri. In molti luoghi. un s ibilo sordo come dei grilli d'estate. dove sono scavate nella roccia le gabbie per i torchi. Pensano gli amici a preparar e una lauta cena ai due fuggiaschi. dove il vento è chiamato lucifero. negati a ogni forma d'industria. Il ra tto può capitare anche a una donna sorda al richiamo dell'amante. sull'altra sponda de ll'Adriatico. o nel co rso d'una festa. quest i montanari trasportarono sulle loro abitazioni il modello delle facciate di que lle chiese. le madri d ei due sposi per amore e per forza. La mattina dopo. Spesso. È tanta la vocazione di questi di Monte Sant'Angelo. strisciando lungo il mu ro fino alla porta di casa sua. passaggi. Arte di fare scale. adattate già mirabi lmente ad abitazione. è ancora la caverna primiti va sormontata da un comignolo e chiusa da una di queste facciate. e quando i suoi compagni con l'inganno e con la forza hanno condotto fuori la vecchia. a cava llo. Appena il romanico glorioso fece illustre la Puglia. per la povera condizione degli sposi che non possono redigere lunghe note di be ni e di oggetti di corredo da far leggere solennemente per bocca del notaio dava nti al vicinato. al modo degli uccelli e delle fiere. A ogni denunzia di colpi di questo genere. si affac cia dietro i vetri o sulla porta. E poi i figli. le grandi famiglie che servono pe r il lavoro della montagna. e che per avvent ura ami un altro. e dava nti alla loro città costruita mirabilmente sullo scrimolo del monte e su due valli . non più molti. rimanen do carpentieri. dove gli uomini ripetono sempre la medesima storia e nascono forti. cui la donna. con la madre muta testimone. in modo che la più modesta cas uccia ha questo egregio frontespizio. quadrate e rettangolari. prendendo il posto di Apollo che qui aveva un tempio. se è fuori. . e da far portare alle comari nelle canestre. che lo prenda un dubbio sui se ntimenti della donna amata. Non esiste da noi un documento che metta sotto gli occhi l'arte di costruire una casa come fanno qui. e dei ratti in campagna. egli si chiude la porta alle spalle e diventa signore dell'ama ta. tante invenzioni preziose d'architettura. ad Amalfi. vanno a informarsi se tutto sia andato bene. Arte di legare gli uomini ai loro luoghi. per avventura. per un buon grande pane sicuro. dove sono di pietra anche gli ammostatoi. Il letto è molto alto. quest'uomo spalleggiato dai suoi compagni si presenta nella casa di lei. I loro avi d ella preistoria abitavano qui in caverne che si vedono ancora. e che neppure nell'emigrazione scordano le loro attitudini. dove si lavora fino a settant'anni e si campa spesso fino a cent o. in un'ora in cui ella è sola con la madre. muratori e imprenditori di lavori stradali e di costruzioni. che fino a quel giorno non è riuscito a parl are alla sua sospirata se non stando sulla soglia della porta. Quella del ratto è una vecchia usanza illirica. di variarle infinitamente. prima della celebrazione. il rituale del matrimonio comporta anche un ratto simulato. portici. Ed è una caverna il famoso santuario di S. Qui è rimasto l'uso nel suo vigore primitivo. non vadano proposte a modello d'una moderna architettura povera di idee e pretenziosa. dove i pani sono grandi come la lun a piena.que coi parenti della sua bella si faccia strada. le assi sono sostenute da due alti trespoli. che essi chiamano pagliai anc he certi rifugi di montagna costruiti di pietra a forma di capanna. i carabinieri sanno che tutto finirà col pranzo di nozze. il ratto è buonissim o rimedio che dispensa da tante malagevoli formalità. i pellegrini di tutta l a regione e delle regioni vicine tracciano sui muri e sulle scale del santuario l'impronta della loro mano e il loro nome. ma con quale cuore? E si tratta proprio d'un richiamo d'amore. È noto che di là. ci si può chiedere se. e adattandole. se vuoi rispondere. a cui corre. a Ischia. Tutto finirà ugualmente col matrimonio. e la fanciulla rifugiata ai piedi del letto. Poiché egli lasciò l'impronta del suo piede nudo. di prospettive. Michele Arcangelo che pare sia apparso qui per la pri ma volta alla adorazione dei fedeli. e per salirvi ci vuole una scaletta o una sedia. non soltanto popolare. Le impronte di quei piedi e di quelle mani sono come una lunga eco delle sessant amila persone che passano qui ogni anno. di risolvere problemi di pendenz e. come è quella che ci propone stabilimenti balneari e palagi tutti del medesimo stile. paesi d'Italia. anche al prete e al medico quando sarà l'ora. m a per quello che sanno fare ricercati in tutto il Tavoliere. e suscita nei crudi inverni i racconti delle streghe. a Positano. e un buon letto. e l'uomo. crescono intraprendenti contadini pastori e artigiani.

con lo stesso struggimento che dà l'atteggiarsi d'una figura familiare terri bile e alta ma cara come è in Calabria la paternità.e lo so. e la Colonna di Giunone Lacinia sul mare di Croto ne. forse per ciò. il colore di quella guerriglia: le bande defilate sui costoni dei monti. Non si potrebbe essere più giusti. Courier tornò tre volte al campo spogliato dei suoi panni. Un tema divenuto chiariss imo e dominante di questa regione povera di grandi memorie archeologiche perdute in cento flagelli naturali. Per quanto egl i si soffermi poco sul paesaggio. Poiché il calabrese s'innamora come pochi delle grandi idee e delle idee universal i. gli sciocchi mitici sono sciocchi filosofici che dis tinguono. essa è tutta nell'atteggiarsi dei monti. Ci penso spe sso. Gli alberi solitari nella valle nuda. e quando ru ppe in mare e la tempesta lo portò sino a Scilla. basta per dargli colore. con tutto quanto è insondabile in questa affez ione. poiché per esse abbiamo tenuto fede alla nostra tradizione. Ancora pietra. Guardate la chiesetta bizantina di San Marco a Rossano. la violen za: eppure. l'opera dell'uomo che fa tutt'uno con essa. Quale sia la tradizione dei calabresi è difficile dirlo. Certo non è più bella Egina davanti ad Atene. o il panorama di Corigli ano Calabro. e ai greci vecchi e nuovi trema il cuore a scorgerla di lontano. spartire giu sto e ingiusto. come se l'uomo li avesse ridotti in suo po tere e resi soggetti. ma vi sta come figlio. v'è la Toscana do ve la natura non è che l'introduzione all'architettura e la sua più bella introduzio ne. poiché era u n uomo di lettere. attraverso terrem oti. e gli offrì di scegliersi lui stesso la morte che meno gli disp iacesse. sotto la grotta umida ed enorme che si apre nella chie sa. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore. Chi ama queste cose . facendosene anzi un culto disperato e una missione come della giust izia: posizione esatta da angelo condannato. che sono la chiara immagine della sua storia e delle sue a bitudini: c'è nella Lombardia dei canali la geometria di Leonardo. non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia. e diciamo p ure la sua cavalleria e il suo talento filosofia). il cocuzzolo accanto pela . la grandezza umana. interpretano.Il sagrestano del tempio. la forza civile. Ma in Calabria siamo ancora al primo balzare dell'uomo nella sua abitazione terrena tra mille forze nemiche. In ogni terra è la lotta fra giusto e ingiusto. è difficile amarle -. alluvioni. il sopruso. non conosce neppure il pe rché di questo suo attaccamento. e tale sentimento è il patriottismo. il paese sul colle addensato come un mucchio di semi o un armento. franamenti. giacché percorreva la Magna Grecia con la spada e un Virgilio: il tribunale ebbe un occhio di riguardo per lui. distinguere. nelle sue lettere. vanno al fondo delle cose e delle parole trovandovi la s uprema imbecillità. uomo. e lo spettacolo degli invasori c he tra il vino e le cose saccheggiate li schiantava di colpo la perniciosa. Poic hé questo è il paese. l'uomo vive in mezzo alla natura ancora sottomesso. Tomaso Campanella. questa regione tiene al sommo del suo carattere il sens o del diritto e del torto. roccia. Figurarsi la discussione. è la stessa natura che prende atteggiamenti d'archite ttura. dei colli. e in ogni cuore d'uomo. delle sp iagge. perciò esso è tra i più facili a diventare ingiusto e prepotente sapendo di esserlo. pietra. il senso delle cose. Un giorno capitò in uno di questi tribunali uno degli ufficiali invasori. CALABRIA Se dovessi citare uno scrittore che ha capito la Calabria parlerei di Paul-Louis Courier che venne da noi con le truppe napoleoniche del Massena. ha resistito. Sono pochi i paesi d'Italia c he abbiano conosciuto meglio della Calabria l'ingiustizia. Vi sono altri e più bei paesaggi che danno il senso della trionfante presenza dell'uomo. i boschi con g l'impiccati agli alberi da cui qualcuno si spiccava facilmente ("s'impicca prest o e male"). Uno di questi luoghi è Tiriolo. e non sa bene se nem ica o amica. e l'attitudine a giudicare. E nelle sue favole popolari. e l'i mmagine delle cose. il passato. mi offre una reliquia. l'arrivo improvviso nei paesi dell'altopiano (chi arrivava primo sparava). come press o una bestia di cui non conosce la forza ma che sa potente. Da noi essa fu sempre quotidiana anche con la natura. E i tribunali rustici. natura. parlano a lui con accenti de l suo sangue. quello che. Da secoli noi amiamo la verità come gli aspetti della nostra terra. Una scheggia del masso. Francesco da Paol a. Questa è proprio la Calabria con la sua natura. persona colta a quanto pare. la pietra. il suo carattere. e Santa Severina. albero.

ciascuno ha il suo linguaggio. l'hanno risecchita. in uno di nostri paesi. da signore il signore. prima del lavoro delle m acchine. Abbiamo veduto che le rivoluzioni di tipo socialista di dopo guerra hanno sommosso popoli inte ri con l'introduzione di alcune comodità materiali. e la ri voluzione socialista ha per veri autori le macchine. dai vicoli. pensare. da rozzo il rozzo. gli rispo se un coro enorme di risate. In Calabria i venti del mare e la luce e il sole hanno compiuto l'opera. Mi fa ancora pena se ripenso all'avven tura d'un agitatore socialista che venticinque anni fa. paesi rifugi ati sui colli e sui monti in guardia. l'elaborazione della natura e il suo rivolgimento e il suo cambiar positura e aspetto. Altrimenti non si capire bbe il significato della parabola che percorre ogni calabrese di modesta condizi one che si affaccia alla vita: proprio nel momento in cui egli. nel tempo di prima non v'era al tro mezzo che l'emigrazione. la vita. E questo non è tanto primitivo come sembra a prima vista. La famiglia è la sua spinta vitale. Il mare deserto. certo. Era la povera gente che rideva. ragionante. Come nei drammi di Shakespeare. per mutar condizione. dove ognuno è il suo personaggio e nient'altro. Vale a dire che la vita ant ica regge dove le differenze materiali sono più profonde. alle manifestazioni più sfrenat . porterà il suo individualismo. il passato. degli oceani che lambivano le cime dei mon ti e ritirandosi hanno scavato le terrazze. senza il peso del gruppo familiare a lui pare inutile comb attere. dei geli delle epoche remote. e così l'avere fatto parte dell'esercito per un numero di anni. di con formazione del terreno e di storia della terra. teneva un suo discorso dal balcone d'una casa. È una bellezza di pura geologia. che ha il ricordo di un cosmo op erante. La Calabria è ancora sul punto di questa trasforma zione. una promessa e una speranza. Ma una penisola così stretta ha una vita profonda e di lenta penetrazione. non ne ho bisogno. La vita dura. I figli rapprese ntano un continuo atto di fede nella vita. il campo del suo genio. là dove dalla semina del grano allo sfornare il pa ne l'uomo è schiavo di se stesso. castelli e palazzi solitari. dai ballatoi. Questo permette di star fermi. Ancora per poco. nei quali benefizi. invecch iata. il suo dramma e la sua poesia. cavillosa.to. e la donna con la sua roba sulla testa. Grande solitudine dell'uomo. per esempio. quando misi mano al borsellino mi disse: "Grazie. e ogni mercé rappresenta le arti più antiche dell'uom o. una forz a che deve correggere il destino individuale dei padri. Ricorderò il gesto con cui una povera donna. l'ho fatto per rispetto di voi": e la sua veste era tutta una toppa. cioè l'adattamento dell'uomo ad altro lavoro e ad alt ra vita. al suo ritorno. proprio della sua stessa natura inquieta. dalle porte del paese ad anfiteatro. Non conosco altr i luoghi che come la Calabria abbiano il senso della gerarchia della vita. e che soltanto in questi anni allacciano buone strade. sola. è divenuta in Russia. l a stessa che nel paesaggio attorno a Roma. contemplare. il suo mondo. o nella loro limitatezza. e così reggono le distinzi oni e gli abissi fra le classi. lana e grano in casa è già la ricchezza. formano tutta l'immagine d'una società. mummificata. e quella che fu una volta l'el argizione dei diritti dell'uomo. giovane. vino. aiutandomi a portare una valigia in u na stazione sperduta. sia un frutto o un sacchetto di sementi. direi addirittura di discendenze. la vita di tipo antico dispone a queste cose. Ma ancora quanto basta per dare un ritratto della nat ura originale di questo paese. Perciò ogni conquista è la tr adizione. quando arrivò a dire "siamo tutti u guali". di smettere il c ostume della sua categoria. deve af frontare la vita. Uno dei caratteri d ella civiltà d'oggi è d'avere ridotto al minimo il prezzo di tali privilegi. e paesi dove a poche m iglia di distanza mutano il costume e il dialetto. e questo soltanto gli dava il diritto. mondata. dove l'imbecille parla da imbecille. appartiene a una tradizione di tipi e di fa miglie. mentre avrebbe bisogno di lottare solo. Tant'è vero che in Calabria. guardare. Ancora tutta la sua vita è nella mancanza di bisogni. era tutto il segno del privilegio di alcune classi. si c rea una responsabilità. come nella scogliera di Scilla. pensa a sposarsi. a tal punto che ogni cosa è cara per la fatica e la lotta che rappresenta. La forza della Calabria è nella sua struttura familiare. E con la mancanza di bisogni. pe r cui avere olio. terre coltiva bili rare e motivo di contese secolari. e fiumi rovinosi. Se rimane solo e libero di sé. che è poi la libertà suprema dell'uomo. diviene prezioso quello che la te rra e la luce danno. elargizione de i benefizi della vita confortevole.

ha il suo effetto. quello di fronte a ll'autorità. Poiché. il co mando della società. Poiché ha un senso primitivo della giustizia. egli diffida degli esecutori del potere. E questo è l'altro aspetto della questione. che crede di placare i rappresentanti del potere con le offerte di frutti della terr a. Si stabiliva così un contatto tra uomo e uomo. e sono destinati ugualmente ad aumentare il numero di detti avv ocati. in Calabria. Se si vogliono meno av vocati. È facile vedere gente del popolo. mentre colloca il potere nella dimensione più alta e inattaccabile. abituato a spartire il dritto e il torto in tutte le sue manifestazioni. e per un'abitudine secolare all 'oppressione. che vorrebbe fuggire. che s i spedivano non soltanto tra vicini ma da paese a paese. primordialmente femminili. vedevo che tutta la vita sociale girava intorno a q uesti doni stagionali. e s i può dire che non abbia il senso della conquista sociale se non ha una famiglia d a recare in porto. Per lui chi comanda ha il diritto di comandare. E non è una cagione trascurabile del malessere sociale. come oggi. il senso pate rno. Egli ha bisogno naturalmente del freno della famiglia. Qua ndo ero ragazzo in Calabria. Difatti è monarchico. un cesto di arance. Per quanto sia grande l'autorità cui il calabr ese si rivolge con questi mezzi primitivi. Ma nello stesso tempo. È escluso ogni senso edonistico. In Calabria è considerata una vergogna non essere abili al servizio militare. è buon soldato. sa tuttavia che si tratta sempre di una autorità di uomini. Per sé egli non conquisterebbe null a. Il calabrese non acquista neppure socialmente rispettabilità se non ha famiglia. dei mestieri e delle professioni tecniche. Migliaia di studenti escono ogni anno dalle scuole classiche del le tre Calabrie. se il calabrese ha il senso dell'autorità come un fatto irrazionale e indiscutibile. D'altra parte il potere. bisogna aprire più scuole professionali e officine. egli entra così nell'ordine sociale. sensibili. Da ciò proviene al calabrese un altro ordine di pensieri. sono considerati a tal punto. che l'uomo p ervenga alla famiglia dopo aver vinto la sua battaglia per l'esistenza. Lo spirito tradizionale del calabrese è dunque gerarchico. per cui nei vecchi tempi si eresse a brigante giustiziere. di una cesta di frutta o di un animale dei boschi dell'Aspromonte e della Sila? Vidi molti a nni fa uno di questi doni offerti a un cardinale in Roma. questo è il solo mezzo a ttraverso cui egli si potrà fissare nella società. la f amiglia di un carcerato che si presentasse all'avvocato non andava mai a mani vu ote. patriarcale. Il calabrese im magina il potere come qualcosa di astratto. un agnello. è unitario. e il comando è una funz ione indiscutibile. essendo la Calabr ia uno dei paesi che ha in maggior grado il senso della gerarchia. un barile di vino. È il contrario di quanto accade negli altri paesi. che tutto il movimento profondo della Calabria tende da cinquant'a nni al mutamento di condizione. col denaro portava anche doni. diventano pra tici. una bottiglia di essenze. il potere non è per lui altro che sost anzialmente giusto. e sovrattutto un valore emotivo. e ricordo come egli so rrise. come volete rimanere insensibili all' offerta semplice. il calabrese sa che il potere è un fatto umano e che basta pervenire a parlare con esso perché si pieghi alle necessità umane. Naturalm ente. sa che anche Dio sorrid erebbe del suo paniere di frutta. Manca in Calabria un assetto moderno che apra alle energie giovani il cam po delle arti. la famiglia li frena. Disposto naturalmente a una funzione patriarcale. Si tratta di temperamenti facile preda alle passioni: fantasio si. Una recente statistica ha rivelato che la città di Catanzaro conta un numero di avvocati maggiore che non la città di Milano. divent ando magari il più umile servo di esso. che parla a quanto abbiamo nel cuore di più antico. gli bastano la sua fantasia e la sua filosofia della vita. partecipare al potere in qualsiasi forma. L'ingegno calabrese tira facilmente al mestiere intellettuale come all'unica ris orsa per uscire da una costituzione fino a ieri di tipo feudale e di cui durano . dei frutti e degli animali. offerto da uomo a uomo e da vecchio ragazzo a vecchio ragazzo. l'invio delle primizie. questa etica calabrese richiede qualità virili anche nella donna. Q uesto è un sentimento tutto regionale dell'autorità e del comando. e le ingiustizie che ne possono derivare dipendono da chi am ministra questo potere. volubili. o come vol ete. lo appaga il mondo esterno del suo paese che egli ama. E annettendo ai prodotti della sua terra un valore inestimabile. Allora. capaci di astrarre. Questo è teocrazia e insieme senso degli uomini. cui torna sempre.e. Per quanto ciò possa sembrare un futile dono propiziatorio.

O meglio. Tanto più grave in quanto il calabrese è di sua natura m obile. avido di vita. il matrimonio cui pervennero per nuovi sacrifici. carabinieri. l'uomo considerato come partecipe d ella responsabilità familiare e del suo ordine. funzionari. E le sorelle andranno a marito per ordine di età. Molti matrimoni nell'ambiente calabrese sono ritardati perché la sorella maggiore non ha ancora trovato marito. soltanto allora i su oi fratelli hanno potuto sposarsi. In molti casi. intraprendente. molte famiglie hanno sacrifica to tutti i loro membri. virile. Questo indica l'annullamento totale dell'uomo di fronte alle necessità familiari. di sacrifici e sforzi eroici. essendo d'altra parte i calabres i eccessivi per natura e capaci delle passioni più sfrenate. Per quanto l'Italia abbia la famiglia come centro di ogni manifesta zione di vita. o partire soldato. la storia di tante ascensioni dalla vita popolare all'attività civile in Calabria è piena di drammi inauditi. Molte vite calabresi sono tutta una rinunz ia. in genere il più piccolo. sono le molle dell'esistenza. in alcune famiglie numerose. l'arruolamento set tennale. Nelle famiglie povere dove il padre non può arrivare a compiere l'oper a di elevazione familiare. il padre ris ponde offrendo la maggiore. Il figlio rimane legato alla ca sa fino a quando non siano in porto i fratelli o non si siano sposate le sorelle . L'uomo che entra in una famiglia è considerato subito un soldato e un difen sore di essa. e non per sé. rappresentano il riscatto di famiglie che non hanno altro mezzo per salire e migliorare la propria condizione se non mett endosi sotto le ali dei grandi poteri costitutivi. attivo. ha stabilito la sua condizione. dalla semplice sigaretta all'amore. aiutato d a ognuno dei suoi fratelli. il contributo finanziario per i dieci o dodici anni della durata degli studi. come si faceva una volta. l'emigrazione aveva rivelato che il calabrese può diventare anche u n uomo moderno. strano in un popolo d i virtù tanto primitive. per tirare fuori da uno dei figli. e comportano certo il loro dramma: una famiglia intera. e di fronte a un altro impegno per il resto dei loro anni. né si è abolito il concetto della differenza tra impiego di tavolino e mesti ere. la lib ertà interiore. Si veda a che punto è relegato il pi acere. la Chiesa e lo Stato. I fratelli maggiori. dominano questa regione come segni di quel genio tutto proprio della regione d . e di molte fortune che non si possono più tentare. Ecco una v icenda solita: sposarsi. dividendo con la famiglia paterna il salario e lo stipendio. solo dopo che il giovane prescelto. e dei giovani sulle soglie della vita si sono privati di tutto. Si pensi che umanità pr eziosa si può cavare da gente siffatta. la nessuna servilità. con una dose di amor proprio e di orgoglio molto s piccata. e in molti luoghi a uno che chieda la figlia minore d'una famiglia. Preti. e già predestinato. Sono qu esti i surrogati fatali dell'emigrazione di un tempo. un San Francesco da Paola. Sarà in alcuni strati la corsa verso l'impiego e il funzionarismo. Ma questo gli basta per spingersi nella vita. il figlio maggiore assume la parte di padre. e dopo quindici giorni o un mese di matrimonio emigrare . Per maturare un figlio che diventi avvocato o medico o prete. un intellettuale. e si tro va ad averla terminata vecchio come suo padre. ma non può sfuggire a nessuno questa attitudine del calabrese al sacrificio. È un paese questo dove la dignità. avendo già dato la metà della loro vita alla creazione dell'opera patern a. il padre ha imposto a tutti gli altri figli sacrifici di anni. un Campanella . la personalità. L'annullamento dell'uomo di fronte alla gerarchia patriar cale ha le sue ragioni.le conseguenze. alla totale dedizione di sé. per ordine di età. Ma intanto. e i figli si sono sottomessi se nza fiatare a tali sacrifici. la biografia del calabrese si può ridurre alla rinunzia. capace di correre il mondo a suo solo ri schio. I maggiori uomini della Calabria portarono sempre in sé qu esto avvertimento: un Abate Gioacchino. hanno affrontato l'emigrazione. la Calabria è tutta nella famiglia. e forse neppure tanto dolorosa dacché una tradizione antica ha segnato nel cuo re di ognuno questo potere. Questi fatti possono parere terribili a chi li considera senza l'animo del lu ogo. all'annullamento della sua personalità di fronte alla legge familiare. non si è ancora sviluppato il senso dell'iniziativa individuale e del rischio per sonale. aspettando la sistemazio ne del fratello minore. si sono ritrovati coi capelli bianchi. Tutte le rovine familiari e individuali della Calabria dipendono dallo sganciame nto della vita familiare e da questa struttura.

come su un'onda della radio. Tutto è bello. dei co lchici. Mi domando che cosa si tirerebbe fuori da ta nte e così ardenti vocazioni se questi ragazzi vedessero altri aspetti della vita e della conquista umana. e d'autunno la creta molle per farci le sta tuine. è la coabita zione con gli animali. intatta. poiché è di maggio. tras mette a distanze enormi i rumori e i suoni. f orti gli uomini. la terra più se vera e più scabra che sia in Italia sorride. Il lino azzurro fa laghi di gemma nei campi. le preghiere mormorate. dai fiori: le castagne. sedute sulla soglia d ella porta. le parole dette. e poi gli oleandri. e l'universo considera to come una sola famiglia. dei germogli delle piante e delle foglie tenere della lattuga. la gerarchia. accanto ad esse è la madre nera cosparsa di rughe che registrano sul s uo viso i dolori sofferti. il trifoglio che in Calabria è sgargiante copre di colore granato i poggi. chi parla è come se mettesse inavverti tamente la mano sul tasto pronto di un organo. e poi la canna quando è verde. Qualcuno ha visto i segni della forza e della potenza nei carabinieri. del croco. Per questi due mesi l'anno. in un'eterna felicità di voci umane. La ragazza è appena nuova. orientale e boreale. dalle tane oscure. Qui intuiscono qualcosa di alto. dai frutti. Sono tornato in Calabria dopo molti anni. di impersonare la missione dell'uom o nel viaggio verso la giustizia. le nocciole . simili a quelli di tutta la be llezza e la gioventù del mondo dove che sia. un bambino era rimasto nella chiesa vuota. I ragazzi sono la maggioranza dei frequentatori nelle chiese. e i fiori posati da vanti alle immagini. A tratti. Se dappertut to l'infanzia e l'adolescenza sono la primavera del mondo. e ho riveduto queste eterne cose. tutta la mob ilità meridionale è fissata in queste rughe come i moti della terra sull'intrico di linee dei sismografi. e poi le ciambelle e i dolci delle feste. di superiore all'uomo. e dice che si farà carabiniere. di suoni e di voci. striscia fino ai pie di dell'altare. Poss o immaginare che il ragazzo rimasto solitario nella chiesa vuota nutra chissà qual e inconscia vocazione verso le cose alte e nobili. varia . Ne ho visto uno che a dodici anni portava un paio di pantaloni con due bande scarlatte. ella si le va con la sua bellezza ignara e gli occhi sereni. e tuttavia i ragazzi sono belli e sani. belle le donne. Ho riveduto le ragazze nuove di quest'anno. hanno la natura per trastullo fantasioso. Per poco essa è so spesa in quella stagione sublime. Fuori è un mucchio di stracci. e tra un colore e l'altro quello della terra ora grigio. di solenne. d'un colore che nulla in torno ha. Saranno . È il tempo che bisogna visitarla. e dagli stracci. una intera frase arriva ai vostri orecchi. l'ordine. e le donne tornano dai campi la sera con un mazzolino di fiori per la Madonna vestita di azzurro con una parrucca d'oro sot to la corona grande. l'olean dro quando si scorteccia facilmente. coi piedini nudi non ancora appiattiti dal troppo cammin are. le zagare: l'aria è un profumo fluido che s i respira come un'atmosfera sensibile. perciò tutto è popolato. L'aria è trasparente e sonora. f anno un pubblico turbolento che si aggrappa alla balaustra. in paesi come questi formano la stagione incantata. e poi tut ta la gamma dei verdi. Sta va inginocchiato dietro un pilastro. da quello colore della muffa a quello gemmante come il mu sco. È uno dei fenomeni più incantati della Calabria. sotto il cie lo di cristallo che prolunga la sera indefinitamente in una chiarità di altri mond i lontani nel firmamento. piccolo come possono essere piccoli i bambi ni già vestiti da adulti. di richiam i e di canti. di scampanii di pecore. La primavera è allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera. mediterranea e interna. nel vecchio e scabro abitato: il colore ielle cose nuove della natura. Qui i ragazzi percorrono gloriosamente le feste e le stagioni. i piedini nuovi e paffuti come le sue mani giunte. tutto è grande e maestoso. ora color della fe ccia. non si sa di dove. i simboli e le immagini. ed è tutto un esclamare vago e diffuso. queste cose non si ve dono altro che in chiesa nei poveri villaggi calabresi: in chiesa è la calma e la pace e il lusso dovuto alle cose divine. nella stagione che dura sessanta o settanta giorni. ora giallo e bianco abbagliante. e poi la fioritura degli asfodeli. i loro giocattoli sono d ipendenti dalla natura. le noci. e si appiatta dappertutto per assistere da vicino ai misteri che si celebrano. La sua preghiera consist eva nel guardare tutto all'intorno. Terminata la cerimonia in chiesa. Così sono maturati fra noi i mi gliori uomini.i abbracciare le grandi idee di abnegazione.

dovette appari re a quel tempo enorme. Dopo tre ore mi r itrovavo sulla spiaggia calda del mare fra lo scampanio dei greggi e le loro sch iere ordinate che andavano brucando in fila e avanzando compatte le erbe magre d ella spiaggia e l'arsenico. Su ll'Altipiano Centrale la foresta è ancora druidica. le crete aride. Ma la gente si chiama da poggio a poggio. per sentirla allargarsi e diffondersi. qui la natura è capric ciosa. si camminava in un bosco profondo di abeti. e le città raccolte. cioè rifatta dagli elementi. parla animatament e. primitivo e raffinato. i fiumi si fanno torrenti e si manifesta la lotta contro i venti e contro le acque. il cielo si apre. suscettibile di ogni perfez ionamento. le rocche medievali sugli sproni dei monti. vigorose nella mollezza dell'aria. Non si tratta soltanto di alcuni richiami evidenti. quelle che vanno da Atene a Barcellona . si sent e il mare. di paesaggio. appaiono il cipresso e l'olivo. la piana si anima di fattorie e di armenti c on un senso di presepe. di ogni slancio verso l'inconoscibile e il cielo. in terra fra la nev e aveva bucato il croco violetto e azzurro. e tutta l'aria si mette in moto mentre il lume bianco del sole vibra di questi messaggi. Lassù i fiumi sono contenuti in una terra sicura e qua straripano. Ora la Calabria si può percorrere in lungo e in la rgo con le strade tra le più belle d'Italia. i paesi disertati sui colli franosi. La Provenza è vecchia come la Grecia e l'Italia. L'impressione è di trovarsi in una delle provincie del Mediterraneo. l'aria diventa più vibrata e viva. con la luce che si affaccia alle finestre vuote dai tetti sprofondati. col suo colore di terra antica fr a i colli digradanti dal balzo abissale dei monti. Una distanza di continenti. patriarcale e avventuroso. di pochi figli. Si stendeva infinitamente quella sponda greca che da Crotone si prolunga fino al Capo Spartivento. coi suoi altipiani interni che paiono d'una co ntrada boreale d'Europa. La n eve andava ricamando sui rami e sulle gemme i suoi merletti. LA PROVENZA "INTRODUZIONE ALL'ITALIA" I vecchi libri dei viaggiatori francesi parlano della Provenza come d'una introd uzione all'Italia. l'abitato rustico scarso. e per un occhio come quello dell'italiano. Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso. dalla Borgogna e dell'Alvernia. Conoscevo la Calabria che si percorreva a piedi o sul mulo. qui in Provenza la gente vive sulla strada. è nuova. sveglie. riservata. e la viola alpina. dalla storia e dagli uomini. è un fatto unico nell'Italia che p ure è tanto prodigiosa. fra tribù pastorali e greci. A chi scende dal Borbonese. Da Rouen a Bourges la s toria locale è chiara: all'epoca delle chiese gotiche e del castello feudale succe . i castelli abbandonati. le fioriture enormi di certi poggi. La massa della Francia fino al Rodano è compatta come la configurazione del suolo. Si può pro vare a pronunziare una frase a voce discretamente bassa. Avev o trovato la neve nella Sila. è carica di parole. La distanza che oggi in auto è breve. Ci si trova in una regione combattuta dagli elementi e difesa dagli uomini. e spiega molta storia calabrese dibattuta di continuo fra le stirpi indigene dell'interno e i popoli nuovi. eccessiva. e la loro antica t radizione monacale. Nessuno sa che sia. abituato naturalmente a distinguere le età della terra. tenuta a bada dall'uomo che ad essa adatta la sua abitazione c ol patio e il suo campo difeso da cipressi in fila uniti come canne d'organo. tra i castagni ancora spogli e irti come piume di aspri sui dorsi delle montagne. mercantili e civili della cost a. Lassù la vita è chiusa. le b orgate e le città pingui in una terra ben grassa dove la vite a ceppaia è grossa e n occhiuta come da noi un arbusto. le torri diru te. come i ri cordi della vita pubblica romana in tutte le città della Provenza. questo appare proprio un altro mondo. Questo spiega pure il carattere dei calabres i. vecchia.le sue montagne ad amplificare e armonizzare le voci. Le voci sono pronte. sarà l'aria lieve e pronta. come a molti di noi nell'infanzia appariva ancora insupe rabile. Prima di scoprire l'archeologia delle città provenzali si scoprirà l'antichità della terra di Provenza. qualcosa rende più vivaci: siamo in Provenza. di natura. dal Delfin ato. la Calabria impervia per cui era un mistero quello che si trovava dall'altra parte delle sue montagn e o nei suoi altopiani solenni. e la sua vecchia consunta sponda greca dell'Jonio. L'abitato rustico prende l'individualità propria di questa sponda del Mediterran eo. come spiega le fero ci passioni e insieme il discettare più filosofico e cavilloso. Scendendo lungo il corso del Rodano. Questo mutamento di clim a. e in due o tre ore.

si radunano volentieri. dove non riuscì né il feudalesimo né il principato. quella che serba più vivi certi caratteri di cavalleria. dell'intellettualismo e dell'arrivismo. ed è ancora quell'acqua della sorgente cui Nîmes deve il suo nome e intorno a cui fu fondata la città. è sensuale pagana e cristiana. ha una stor ia comunale per quanto il comunalismo non vi abbia recato che frutti amari e nie nte che regga al paragone di Siena. essa ha serbato quello che per Renan è il senso dominant e del Cristianesimo. parlano della loro terra come d'un mondo nella nazione. l'acqua corre a ncora in quelle piscine adattate a fontane. "Lou solèu mi fai canta": il sole mi fa cantare . È l'unico popolo che possa dare l'immagine di quello che fu il ciarliero popol o ateniese coronato di cicale. E allora si vedono le numerose famiglie provenzali. le don ne coi bimbi in braccio. I provenzali sono irrimediabilmente antic hi. proprio l'unità darà un carattere alle città provenza li: il Cinquecento e il Settecento. arriva difficilmente all'universale. Alla fine. Firenze. un eccesso di sensibilità". i suoi uomini fanno una macchia d'olio nell a vita francese. Quel luogo dei giardi ni di Nîmes è assai bello. I provenzali parlano volentieri. perché universalità è tipicità. Che siano le lotte di tori nelle vecchie arene romane ancora frequentate. poiché la popolazio ne è greco-romana e ligure. hanno bisogno di animars i e di crearsi uno scopo alla loro animazione. I pr ovenzali. se nza declamare. Di questo anche noi italiani sappiamo qualche cosa. le feste. ha caratteri così contrastanti da irritare quelli che non capendoli li trovano tortuosi e pieni di "combinazion i". gli uomini coi ragazzi sulle spalle. né il C omune né la Signoria. Ma non ho mai ascoltato un brontolare più vivo di quello che nei giardini di Nîmes fac eva un vecchio provenzale seduto davanti a un bicchiere d'assenzio. Venezia. E tuttavia è una r iserva per la Francia. un'Italia mal sortita. i suoi pensieri forbiti e acu minati sembravano di qualche antico nel chiacchiericcio del Foro o del Pecile. i provenzali tutte le volte che hanno avuto da dire nell'arte e . poi fino a oggi di autonomia provenzale. un'Italia in cara tteri minuscoli e domestici. Gelosi delle tradizioni locali. Per conto loro. Unitaria ma federalista. dove tutti vogliono comandare. né il Papa né la repubblica. tre suoi foglietti pieni di fr izzi in cui si prendeva gioco delle squisitezze parigine. colui che legg eva quei fogli mi pareva senza età come quell'acqua. i balli popolari e i fuochi d'artificio. di amore dell'assoluto. della moda e dei misteri della fama. non fiorirono Comuni né Signorie che resero tempestosa ma avventurata e profonda l'Ita lia. Ma della Provenza si pot rebbe dire che è un'Italia andata a male. Ora. senso profondo della propria civiltà e non in quanto cucina abitudini e usi. La foga e l'estrema s ecchezza. chius a tra le sue mura. fosse la Convenzione o Napoleone. i provenzali sono facili a imbastardire nel feti cismo delle mode straniere che ha poi per suo contrapposto il senso dell'avventu ra e del cercar mondo anche proprio di loro. L'insegna della Pr ovenza è la famosa cicala ciarliera. le fiere. Così l'intelligenza provenzale. parla fino al Cinquec ento di Nazione Provenzale. I fr ancesi hanno in compenso gratificato la Provenza d'una stima assai modesta. la personalità alla disgregazione del sentimento civico e nazionale. incapace di obbedire senza brontolare. Detestano il pariginismo che pesa tanto sulla Francia intera. Zola e Vauvenargues. il più recente è Charles Maurras. e dove l'individualismo spinge all'invidia. Leggeva stando seduto. ma co me animo e ingegno. La Provenza si stacca da tutto il complesso francese. e anche della sua disgregazione. Però la Provenza rappresentò la borghesia del vecchio regime oppressa dal feudalismo celta e sempre in lotta con lo strapotere della Capitale e diffidente del poter e centrale. senza asprezza e col ritmo di un epigramma. Daumier e Cézanne. Ebbe la lotta civile ma no n la prosperità civile. Egli lesse p acatamente a un gruppo d'amici che si trovavano là. La Provenza al carattere e all'aspetto è tutta nei suoi uomini : Mirabeau e Thiers. né Roma né Atene. Si possono dividere i popoli in antichi e moderni a seconda che hanno tempo per parlare di cose che non portano utile. Perciò essa prese l'iniziativa di tanti rivolgimenti francesi e si oppose poi ai loro eccessi. "la rivalsa delle parti inferiori dell'umanità sulle superior i. e con più accanimento i vecchi.dono secoli di vita accentrata che impoveriscono i focolai di civiltà locale. Poiché lungo il corso del Rodano en trarono in Francia la cultura greco-romana e il Cristianesimo. costruito nel Settecento su terme romane.

cui legare la nostalgia e la gioia del ritorno. sotto altri cicli. poiché la Francia s i riconosce celta e nordica: Mistral è ancora un trovatore. vecchia e ossificata come i secoli. naturale e senza scopo. È ancora un riflesso del mondo antic o riconoscere la patria in una sommità. nel giro d'una cos ta. Nessuno sa in che consista il loro fascino. Cézanne ripropone alla p ittura francese i grandi temi classici. paludoso. e non è altrove l'Acquedotto romano sul Gard . ed è che essi discorrono delle loro ves tigia romane senza nessun riferimento a Roma. s egnano la strada romana. non è altrove. forse i monti sono i profili e le facce della terra. come a Nîmes. Il paese sul colle ha un'aria nostrana. e in una natura simile a quella della campagna piemontese. il Falero e l'Olimpo. e i Greci quando vedevano quel lembo di terra brucia to del Palerò tremavano nel cuore. diventano cav e di pietra. arido. Il magro profilo delle Basse Alpi ha lo stesso senso delle Alpi Liguri. qua prospero e ordinato. il paese fatto di piet ra è come se vi fosse nato da solo. "il più bel muro del mio regn o" come lo chiamò Re Sole. una regione che ricorda la Maremma e il Basso Po. hanno il profilo d'un parente o d'un amico. come a Arles. l'una sfonda nell'intellettualismo e nel metafisic o cui adatta male l'opposizione tra internazionale e nazione. le Alpi Apuane o i Colli Eug anei. quando confrontano i monumenti rom ani di Provenza. Ma anche per questo è un freno agli eccessi delle ideologie francesi. Si ritrova spesso il ritmo di certe visioni romane come di ricordi che sorprendono a distanza. E al trettanti ne ha la Provenza. così la porta di Nîmes si chiama Porta di Spagna. di stendere i piani. Perciò la sua storia è sconclusionata. di qua passava per prendere il nome della provincia seguente. e mai come a Roma. popolato di pastori. sulle Basse Alpi. come là. una specie di i nfinito della terra come sanno combinarne i fiumi impetuosi alle loro foci. Arles. La bellezza d'una terra è qualcosa di spontaneo e sen za ragione. germinato da quella durezza. qualcuno rifugi ato su un cocuzzolo. allontanandosi come echi sempre più fievoli. ce n'è. e hanno l'eternità dei secoli. e sulla via di quell'inva sione ricorda anch'esso l'Italia. un'edicola dedicata alla famiglia di Augusto e u n Arco. intatti quasi come sono spesso intatti i monumenti romani in Provenza. colore di scavo romano. nella Crau. ha il sentimento della patria locale nella patria grande. verso settentrione. quest'altra è fantas tica e umana. bisognerà girare molto in Franci a per ritrovare un aspetto simile. La Provenza ha q uesti volti e i caratteri della bellezza antica. Più a occidente. grigio su grigio. in cui è mescolato il senso della campagna toscana ma come distesa su un più largo spazio. Sentirete parlare in Francia di alcune sommità famose. e una natura sottile come quella del Mediterraneo lavorata dalle piogge dai vent i e dal mare. il Soratte o il Vesuvio. Inso mma. o del semplice colle di Montmartre. questa pietra servì sempre a costruire i paesi sui colli aspri e denu dati. quella che si ritroverà poi a passare sotto gli Archi di Nîmes e di Grange. contro il vento che qui si chiama mistral e che arriva sulle coste settent rionali del Tirreno dove si chiamerà Provenza. Un fatto colpisce parlando coi provenzali. i colli. verso i Baux. Dall'altro versante è la Camarga. E a un certo punto leva i l suo viso colore di terra. Perciò la Provenza è cronicamente inquieta. nella Francia centrale. la Casa Quadrata di Nîmes. il Tempio della Fortuna Virile a Roma. Questo è il patriottismo. sulla strada che percorse Cesare. giovane come le stagioni. più in qua. su cui si fis sarono sempre gli occhi dell'uomo. so no la Duranza e il Rodano. di montoni e di tori. solo che sono più gracili e solitarie nella pianura. confusa col mare. Così l'A lyscamps di Arles ricorda la via Appia. A Saint Remy. . il Mont Saint Michel o il P uy de Dôme. lo ntana quanto la vecchia strada che dal Foro partiva. è la veduta della piana di Avignone c oi suoi cipressi stretti come nel fondo del quadro tizianesco della Venere del P rado. nel profilo d'un monte. Grecia e Italia hanno cento di questi profili p er riconoscerli di lontano. da qui.nella vita francese l'hanno richiamata a certi termini latini. per simpatia della pietra. ma la Provenza è Roma. il paese diviene più arido e selvaggio. là stepposo. ma il gran teatro di Grange. In questo non ci può che la natura col suo modo di atteggiare i monti. I fi umi che hanno creato questo paesaggio. sul colle tagliato con la liscia parete della cava. come è sempre la bellezza. ricordano soltanto la Provenza. Roma è presente ma molto lontana. e in definitiva rinascimentali: Parigi s arà Atene. come qui. come a Grange.

e per questo ridiamo. e anche il vello sfr angiato delle bestie piccole e il piumaggio degli uccelli da nido. Quando Augusto vi passò. E il ricordo più vivo è nell'Arco di Augusto a Nîmes. ma una grazia semplice e devota essa può stare nel bicchiere della casa quieta o in chiesa. sono troppo grandi e maturi. le genti lontane la ri cordano col mondo nel pugno. poche pietre nella maremma. poiché il tempo è buono. una memoria lontana. una frase appena udita. insomma una b estialità di tutta la natura. ma ora l'aria è della stessa temperatura del corpo umano. e si domanda qu anto tempo hanno i bambini. una belle zza non più vana come è solitamente della rosa. Risalendo da Arles verso l e Basse Alpi. libera e chiara. Voglio dire che una certa eleganza in qualche modo speciosa e fragile d ell'architettura francese è già nell'architettura romana in terra di Provenza. ESTATE IN ITALIA Giugno è il mese che si vedono molti bambini. resti d'un lastrico che forma quasi un'impronta di passi su l deserto. Una parte di quest'arco non è f inita. non soltanto i nomi iscritti tra le panoplie sono gallici con una terminazione in us e in osus. il corpo umano fiorisce. come era solita del resto in tutto i l mondo. È passata l'inquietudine della primavera. Non siamo ancora al tempo che le donn e piangono e gli uomini diventano bruschi con l'inquietudine della vastità estiva. sembra naturale accostare le altre p ersone nella luce nitida. perché ricordano appunto queste cose. Non s oltanto le figure che ornano gli archi di trionfo sono di Galli coi baffi appesi sotto il naso e i pantaloni. Il segno più antico della Provenza si trova in Camarga. disposte in modo animato sembrano un f ocolare abbandonato. Tutti sembrano ricordare d'improvviso qualche cosa di urgente. come si pens a che il cielo è trasparente e come si guardano i fiori.Nei discorsi dei provenzali. tra la Maddalena e il Palazzo Borbone e le ville versa gliesi. in nessun'altra stagione dell'anno si fanno queste c ose. i floridi e vegetali capelli dell'infanzia. e non siamo al distac co dell'estate. Ieri era ancora troppo fresco. Ma i visi umani hanno il colore di quando si specchiano in una bell'acqua. ma qualche elemento che si potrebb e dire neoclassico in confronto al classicismo è già qui come sarà poi in tutti i rito rni neoclassici francesi. naturale. È un tempo raro nell'anno. Anche per le rose c'è una bellezza buona e familiare. perfino i nostri. le mandorle) sono ancora immaturi sotto la calugine e la peluria che li copre. Niente l'offende come non offende i fiori. un gesto. e guardare la madre pensando che è bella. un ricordo di quando non ci si conosceva tra amanti. rigoglioso. amici miei. e di ridire quello che si vede. Ma diciamo un po' come li portano le l . e non è altro che l'aspetto di un viso. poi non lo terminarono mai più. questo è un ricordo vivo del mo ndo romano quale appariva e come pensava. prendeva il colore dei luoghi. E gli occhi delle creature d iventano chiari. quell o che ha detto uno che non si conosce. e perciò non c'è niente di male a guardare un bambino port ato in braccio dalla madre. Quando i bambini sono così. Se sentite gli innamorati lungo le spallette dei fiumi. È un tempo di mezzo. Bisogna pensare che pure i fiumi più torbidi diventano verdi. Dal vello che copre la loro testina . Sono i ricordi d'un'abitazione preistorica. ma libere e autonome. C'è una bellezza per tutti e fiori per tutti. parlano di cose semplici: è il piacere di dire cose umane. Così si capisc e che i frutti (i pomi. perfino il Tevere. ed era il mese scorso quell'altro tempo in cui venivano alle labbra domande com e queste: "Mi vuoi bene? Mi ami? Sempre?". ma semplice bestialità. Roma è distante venti secoli. Ma stavo parlando dei bambini. Siamo in un mese tranquillo in cui si sta bene insieme. si capisce senza neppure esser troppo pratici quanto tempo hanno. Ma i f iori sono troppo grevi diggià. li portano fuor i. più tardi avranno i c apelli vivi dei ragazzi. Come in un ambiente favore vole. fra noi. È un mese sano. Siccome l'aria è buona. e nella pianura vasta fin o al mare sembra che di qui qualcuno abbia spiccato il volo lasciando la sua orm a. senza mutar e struttura. Hanno tanti capelli sulla testa che fanno meravigliare. È lo stesso per i bambini. che crescon o ritti come il fieno dopo la falciatura. E anche l'arte romana qui. Ci si ferma per istrada. senza suscitare pensieri p rofani né significati nascosti. lungo i recinti delle ville. gli operai non avevano fatto in tempo a terminarlo . non hanno più di tre o quattro mesi. E perciò si guar dano i bambini che hanno le mani semichiuse. fra poco farà caldo.

oro madri. E vedono i ragazzi grandi che si cominciano a o rientare nel mondo. Se nessuno fa lor o attenzione. hanno i l viso veramente nudo. Il primo istinto è offensivo e aggressivo. e siccome la roba era buona si mise quasi a piangere e non voleva mangiare perché non poteva far saggiare la roba al suo bambino. nessuno immagina dove si portano. pen sano alla gioventù infinita e alle sempre stesse parole. come se fossero appiccicati al ramo e come si vede nelle statue della Madonna. al nostro paese. e soltanto noi lo possiamo capir e. Vedono la strada. nei viali sol itari e nelle ville non si sente altro. quasi non vole va vedere. Gli pareva troppo bello pe r un uomo solo che non poteva offrire queste cose a nessun altro. si stringeva sotto la grondaia al suo uomo nella pioggia di primavera. e i marmocchi stanno a guardare coi loro occhi incerti.. non era mai stat o a Sorrento. una t ana di formiche o un cespuglio. col ventre pieno di amore. È un modo italiano quello che dice "Chi mangia solo si strozza". su una mano quando sono fasciati. si pensa che v errà l'autunno che riavvicina. E la madre appartiene a loro. Se apriamo con un dito la mano al piccino. Questo è un mese senz'ombra. vedono le pe rsone.. e lo sanno soltanto loro. È tutta una q uestione di clima. guardano l'acqua che corre. Ma i piccoli appartengono ancora alla madre. ed era napoletano. Ora ci andava perché era obbligato. quando gli animali sono buoni. tutto si accomoda. Essi sentono certo la madre. O stretti con un braccio sul seno. vi buttano in faccia una manata di polvere. Perché aveva i bambini. stanno curve sulle spallette del fiume abbracciate al loro uomo. "Ma tu m'avevi detto. Ricordo una giovane madre di campagna che fu invita ta a un gran pranzo. Questo è un segreto della nostra vita. calme e paghe. che perfino gli uomini se li caricano in braccio? Partono famiglie intere e vagano nell'aria saporita. non si capisce poterla gode re da soli. Quelle di ie ri passano col piccino appena impastato. e son tutte del colore del loro seno. Abituati alla bellezza del mondo. e sotto di loro si scorgeva l'acqua profon damente limpida. Guardava malvolentieri. rideva. Fanno pensare al latte s correvole. Mi disse che non era stato mai a Sorrento. niente altro che per prendere l'offensiva.. noi soli possiamo sentirle come si sente l'aria di casa nostra e le voci famili ari. Se si pensa che ancora due anni fa ella v olava come le sue compagne. le sono legati. E una volta. un mese sano. Si portano i ra gazzi perfino nel chiasso dell'osteria. Aveva quarantenni e non era mai stato a Sorrento. all'umore delle piante. No. gente dei paesi della luce. Il mare era bello. feci conoscenza con un piccolo uomo vest ito di nero che guardava il mare sospirando. vedono gli altri bambini. Chi pensa alla bellezza? Si rasentano come si ra senta il forno del nostro pane. un mese non romantico. ma accanto a loro non si può pensare a male. Il piccolo uomo vestito di nero guardava assorto. l'inverno che chiude. Non giova neppure all'arc . le barche carich e di gente felice navigavano leggere. E ora nuove schi ere di altre donne camminano sotto gli alberi.. e invece la festa è tutta nel la luce. Che significa questa grande uscita dei ragazzi? E portarli fuori in questo modo. un mese realistico. il cielo grande. ella si fida di noi senza timore che gli si faccia male. O sono occupati a distruggere qualche cosa. forse un angolo minuscolo e ordinato della natura.". grande. Si sta tranquilli come in seno alla natura qua ndo tutto opera per suo conto e non c'è niente di male. piangeva. Ci si sente animali. Quando vengono di queste grandi indulgenze plenarie fra di noi. Soltanto noi sappiamo parlare a una donna col suo bambino. Si pensa che sia festa. andando su una nave a Sorrento. hanno gli stessi sguardi come se niente al mondo avesse importanza che quello sguardo fisso. e non s iamo altro che istinto. "Ma ti giuro c he non l'ho più veduto. e le donne sdraiate a prua facevano pe nsare soltanto alla felicità. che è bella perché ha un bambino e per questo anche è in pace. Nessuno di noi può godere nulla senza pensare a casa sua. Ci se ne accorge in città dove già alla fine d i giugno gl'innamorati hanno cominciato a disputarsi e a leticare. curvi sul braccio come su un balcone. e non poteva andare in un luogo bello da ved ere senza i suoi bambini. la vigna con le fogli e spante sul grappolo che matura. voci arrivavano e canti. e questo è il primo sveg liarsi dell'uomo giovane e nuovo. nessuno lo può capir e altro che noi. Luglio è il mese che separa le persone. Questo." Superato questo mese. il campo del nostro grano. è un mod o nostro di godere il mondo. si pensa alla vita Non si possono dire belle. con un'aria di appr endisti.

Alla stessa ora. fa suonare e imbaldanzire le foglie. i fiori dei prati. come di chi fora la carta con uno spillo. Si distingue foglia per foglia sugli alberi. Ma non soltanto di questa solitudine nella luce io voglio parlare. un moto che invita a inseguirl o. Esiste una separazione nella luce e nella natura. col brivido del meriggio. più chiari e dritti anche i pensieri. di questo mese. gonfiare le vele. agita le tende e fa ondeggiare le vesti. Si sa che la luce isola l'uomo. perché proprio di questo mese si formano i nuovi branchi dei pesc i e degli uccelli. con tutte le loro foglie. assorte. mentre i frutti sono appesi agli albe ri. l'ombra torna a modellare le facciate e le cattedrali. s ono come essa trasparenti. come se bevessero o fossero bevute dal sole. Le vele sembrano ingi nocchiate. uomo o animale. fugg endo i cattivi raccolti e andando incontro a terre più propizie. la terra sia divenuta gr ande e avventurosa. a tante ma ni quante foglie passano sul mondo. come ora. gli alberi dell'estate si levano reali e carichi di frutti sui campi mietuti . sotto q uesta luce impiccioliscono si scopre quanto sia grande la loro vecchiaia calcina ta dai secoli. Verso mezzogiorno si può sorprendere un aspetto di questo mister o. Voglio dire della solitudine che è nella natura. la stagione ferma e lontana come una memoria di breve viaggio. di quelle che vanno lungo i lidi a raccogliere i frutti di mare. e tra poco si sentirà lo squit tio delle volpi. le piante e i fiori stregati dal sole come le donne e gli uomini sull e spiagge. che dove la luce è più grande l'uomo è più solitario e più suo. ed è simile al rombo del mare che si riode nelle conchiglie vuote. Questo è un mese ch e rende vasti gli orizzonti. dei mietito ri che partono lontano. di tutti gli animali del creato. un vento fresco corre a scuotere quella immobi lità. più realistica e umana l'arte. dalle città di maggio e di giugno dove la sera pare che a torme gli uomini vadano con passo lieve incontro alla gioia. le città mostrano ugualmente le loro strade profonde fiancheggiate di chiara ombra. una sazietà di tutta la terra. forse è proprio questa la stagione in cui. le più belle facciate. e il canto nuovo degli uccelli che hanno abbandonato il nido. negl i uomini intenti al lavoro dei campi: è la solitudine dell'opera compiuta. È l'ora in cui si pensa all'eternità dei g iorni. Tutto il creato si ricorda della natura e anche i colori artificiali delle vesti sple ndono ricordando i mari. tra il rombo esaltato delle macchine e le voci dritte come voli nell'aria legge ra. irrompe nelle botteghe piene d'ombra odorosa di merci come del ricordo di un mondo che f u natura. Un nuo vo ciclo della creazione anima l'universo. del r iccio nei boschi. più disti nti gli alberi e l'architettura più ordinata. poiché mai il cielo è. come gli animali docili in uno slancio di amore verso il padrone: stan no immobili. con tutto il lor o essere. Non soltanto albero per albero e foglia per foglia sono netti nella luce. È la grande ora. i papaveri. ma anc he gli uomini. una visione aspettata da tempo o una preda. al più lieve tonfo scattano fuggendo a raggiera. a quelli che furono e a quelli che saranno. il rosicchiare. quando il sole è sull'orizzonte e fa una luce radente sulla terra.hitettura: i più bei monumenti. delle cartoline illustrate. Gli animali messi in allarme inse guono con gli occhi la preda invisibile. Le piante si tendono verso l'alto. C'è qualcosa di occulto che passa fra terra e cielo. Se non si conosce all'alba il passare a frotte delle persone che vanno a spigola re. Dalla pr imavera brulicante di piante e di creature. Nei mari le nuove famiglie dei pesci si accostano all'acqua tepida delle rive. Forse è questo il mese in cui si prendono le fotografie per le cart oline illustrate delle città. Qualcuno. buono alla terra. crede di sentir passare furtivamente e senza las ciar traccia né impronta. di questa stagione emigravano i popoli. quel sommoversi del ve nto percorre le vie della città. sulle colonne istoriate e sui monumenti si legge fino all'ultimo bassoril ievo nel più alto rocchio e nella più alta cuspide: si pensa all'infinito lavoro del la natura e degli uomini. grandi le strade: è un mese che più volte ha aperto le . Soltanto verso sera. non si sa come. È una breve sosta. si scorgono gli oggetti più lo ntani. e l'uomo conta il suo raccolto come riepiloga i suoi pensieri. In altri tempi. sui piani e sui mari. Dal profondo dei boschi. e i passanti vestiti di chiaro. palazzi e cattedrali. da Stoccolm a a Palermo. in qualche recesso profondo o in qualche solitudine aperta. ripo pola le chiome degli alberi di quel mistero che fa rimpiangere la terra e la gio ia della luce come se si fossero perdute.

Terra sempre nuova e da creare. giurò che a rimanere un giorno di più a Milazzo sarebbe mo rto di noia. di Stromboli. al di sopra di ogni traccia della vita degli uomini i quali ad ogni picco sul mare hanno messo immagini sacre in tabernacoli. Un omino magro e nervoso. ora denso e lucente come un cristallo. che un nuovo strato si sovrapponga agli altri che si distinguono come coluri di vario colore. Conobbi in un albergo due abitanti delle isole Eol ie e si cominciò a discorrere. in u na contingenza fuori della legge dei secoli. considerando tuttavia se stessi. fiammiferi. La mattina dopo . La terra in fermento è un nemico per i futuri e non per i presenti. tornarla ad amare come l'amano i ragazzi. dormirci sopra. potente o deb ole. corrose e sezionate dal mare avevano contorni netti che parevano incrinare il cielo. In una rada di Lipari. dopo cena. La temono come un padrone che concentra in sé tutti i poteri. francobolli. Sembra che quella terra viva d'una vita cieca e istintiva. si scoprì il cratere di Vulcano. Tra le quattro isole che si vedevano correva quasi un'armon ia di costellazioni. quand o il bastimento si mosse. lastricata di cacti. si fermò a ogni striscia di te rra riconoscendo le piante più familiari e gridandone il nome con entusiasmo. m'incuriosì quando. Gli abitanti delle isole mettono ogni calcolo orrido nell'ordine naturale delle cose. di pomice bianca sormontata da una montag na bianca bucata regolarmente come un immenso bugno. Credo che mentalmente egli calcol asse le ore da rischiarare nella sua isola. Nel me zzo Lipari.m'imbarcai con la stessa inquietudine di chi vada al le isole Fortunate. L'ARCIPELAGO FAVOLOSO A Milazzo. traversando gli orti di Milazzo. facendogli intendere che mai sarei passato da lu i. questo è il tempo per l'uomo di riprendere contatto con le forze della terra. A dest ra si scoprivano alternamente le altre isole: Panaria come una balena boccheggia nte. lucente. fra cui ve n'è uno ch'è la schiuma della pomice. cocci. Poi. Non che la terra poss a andare in perdizione. sorpassato i l promontorio. tra cui nulla della vita degli uomini che furono si ritrova. ma che cambi positura. distese una sull'altra. Poi improvvisamente. era una striscia tremante e fulgida. Le isole. lieve. avvertire come sale in noi la sua forza tranquilla in cui giacciono i minerali e le acque. come vasi ben costruiti: su di essi battono i costruttori fino a che si ode tuonare la casa armonicamente come un gigantesco vaso di coccio per cosso da nocche mostruose. dalla montagna bianca di pomice si affacciano gli uomini da tutte le finestre scavate nella montagna. andammo lungo la spiaggia di ponent e. due scogli bianchi e aguzzi fra l'impetuosa corrente del canale. l'arcipelago si parò nel fondo. i semi e le radici. nell'incrinatura. E pe r tutta la sera smaniò di comprar lumi. piantata com'è sugli abissi.pioveva . autonoma. co me in procinto di chiudersi in una terra deserta. Il bastimento scricchiolava a ogni giro d'elica. a sinistra. Mi decisi a chiedergli l'itine rario d'un viaggio nelle Eolie. Primo. aspettando il treno per Palermo. Fra la polvere si vedono figure apparire e scomparir . e per nulla al mondo avrei sottratto alla sua casa la luce d'una di quelle ca ndele comprate con tanta previdenza a Milazzo. Uno di quei compagni. Come spuntato dal mare. poi.strade delle guerre. a guardare il deserto mare schiumoso sotto il maestrale e le isole in fondo ferme e nette sulle onde incerte. con le case fatte di pomice chiuse da tetti piatti. a picco. Stromboli con la sua bandiera di fumo che segnava la direzione del vento: scirocco. e delle costellazioni avevano la fermezza e la vecchiaia e stupefacenti per questo: ché in esse la vita della terra e degli elementi era domi nante. e il millenario lavoro umano. una pioggia fitta e sottile irrorava le corone di fiori a poppa. con le sue sette montagne senza riva. con le sue case orientali. C'erano a poppa due corone di rose e non si potè appurare qual e signore fosse morto nelle isole. Ai piedi della montagna un gruppo di abitazioni è av volto in una polvere densa. presenti. Le aperture fatte nel minerale sono stranamente incorniciate da strati diversi. frutta. Ed è pure questo il tempo per coricarsi sulla terra: ricco o povero. a picco sul mare che ad ogni spostamento del naviglio parevano alter narsi e cambiare luogo. il cielo si aprì e il mare apparve nero come il catrame e corruccia to. Il cielo. avevo in mente tutt'altre cose che d i andare a fare esplorazioni. risentire il suo anti co odore.

Bianchi i letti. e risale tingendosi di rosso in un cono perfe tto. poi m . Io vidi la strada dei miei lu oghi tre anni fa. Ricordo uno dei barcaioli. fa un vino malinconico ed ha l'unica fonte d'acqua dolce di tutto l'arcipelago. hanno quel rapporto stupefacente dell'arte antica. IL TEMPO Anche da noi il Governo ha fatto belle e comode strade. Le sue gambe lunghe. I due uomini che mi accompagnano. Come una bestia che appaia di sorpresa. i magr i alberelli di acacia piantati sull'argine ancora sollevato come un solco. un po' di zolfo. con metodi primor diali. LE STRADE. Davanti agli scogli precipitati in mare . Il padrone perc orre sulla sua asina nera. al riparo da quel mondo in fermento. un Bacco che era stato emigrante in America. per conto suo. chiuse in certe uose grigi e ed alte si trascinano in terra. per la china cinerea arriva al trotto. da lontano. le ringhiere.si possono ricordare i Ciclopi. quell a che spande sul mare un fetore di idrogeno solforato. impregna gli uomi ni. al principio della sua vita: era gialla e appena fatta.e sembra d'udirne il perpetuo fracasso . a cavallo dell'asino nero e nano. I balconi di ferro battuto sono crollanti. la sua terra che non ha scoperto tutti i suoi segreti. le sole abitatrici del versan te orientale. penetra dovunque. bianche di polvere le modanature d elle finestre e delle porte. ma glielo dico io che alle volte fa piangere". Il Ciclope allora m ugola come un cane che sogna. trae da tutto quel purgatorio. e la popola d'un fruscio perpetuo. le mensole dei balconi cadono a pe zzi. Qualcuno si affaccia sulla ri va all'approdo del battello ripensando alle felici contrade della terraferma dov e sgorgano le acque limpide e le piante rinverdiscono. Ovunque la forza delle pr oiezioni vulcaniche sembra di ieri. prender manate di sassi e gittarli da ogni parte g ridando: "Questa è moneta!". C'è una parte dell'isola. comune alle opere d'arte incompiute e alle terre vulcaniche. addentati dalle mille bocche della foresta dei vapori. Il signore dell'isola. Ecco. che sostengono il cielo come una tenda. Mi accorgo allor a che le grate del pianterreno. rasentando gli scogli percoss i dal mare e fermati in quella positura che è quasi una volontà di movimento. uscita d a un racconto cavalleresco. Allungo la mano verso il cancello. circondata da soffi di va pori di zolfo e di anidride carbonica per tutta l'insenatura d'approdo. vestito di nero. risecchisce le rare piante intorno. La foresta dei vapori domina l'isola. dicono davanti a quegli scogli e al mare: "O ggi è mansueto. tanto che dapprincipio n on si capì bene se non fosse un lusso straordinario. s otto la montagna coperta di lava: i contadini delle isole vicine se la sono spar tita e vanno in barca a guardarsela. Viene avanti la più giovane. Il padrone. l a villa che ha dovuto abbandonare. Gli uomini che compiono quella fatica ne tornano laceri e scalzi. i davanzali. che mi portò a Vulcano . quel tal Bacco peloso. La casa ha le finestre aperte ed è disabitata. il Bacco barcaiolo mi chiama. fra pian te gracili nella palude salmastra. e ogni sasso sulla spiaggia fa parte di quel l'ordine violento.e a capo basso. Le sbarre di ferro sono friabili e si frantumano fra le mie mani. Mi sembra di bere le sue fattezze di maga decaduta. È sua la parte infernale dell'isola. Una voce diffusa nelle isole dice che essa ha tracce d'oro. si spinge sul mare bluastro come il verderame. che è terra nera. Il padrone di Vulcano risiede a Lipari. Poi il terreno sprofonda. Arrivammo all'alba con una barchetta da naufraghi. Tre donne sulla scala esterna d' una casupola. mi porgono un boccale di vino. e io vedo per un attimo il suo viso riflesso nel liq uido odoroso e cocente. Gli alberelli macerati dal vento. sterile. La gente scalza che sta nel sole invernale sulla baia di Lipari at tende gli scopritori del tesoro. e un Ciclope rachitico che schizza sangue da tutti i pori. e Polifemo accecato e furente. Somigliava a un Bacco tozzo e peloso sino al naso. La terr a scoppia ad ogni passo come premuta da un seme che ha aperto una ferita giallas tra e netta da cui sgorga il soffione. galoppante per la china brulla. piccolo in confronto al suo respiro e al suo sign ificato fantastico. come da fiori alti e maligni. saltellare per la spiaggia. Le macine di pietra tritano la pomice che si leva a nuvoli. Scende e mi mostra la sua vecchia residenza. attraverso una stanza terrena soffi a su di me il fiato pestilenziale di una bocca di zolfo.

Ancora oggi non riesco a concepire bene questo fatto nuovo. Già sui miei monti gli uomini non credono più alle fav ole. si entrava d a luogo a luogo nei misteri d'una comunità umana. armenti. Ma per noi che la percorremmo a piedi o a cavallo ogni cosa h a cambiato senso. è umano. aspetti di e ssa sono un lampo. ma senza occupare il sentiero . e dall'alto di quel terrapieno della strada scorgevo i sent ieri secolari disegnati da tante orme. Erano venti chilometri di sentieri e facevano tutto un mondo. un casolare. come alle orig ini della sua invenzione. è forte. creature. davanti a cui si fermavano in argini più folti che mai le piante. e oggi simultane a. quasi il cammino della civiltà. al coro immenso di sospiri. Ora. ai quattro canti della terra.e la ricordo di primavera: le erbe e i fiori l'avevano invasa. una mandra. to rnava a girare. le automobili. come alla fine d'un'amicizia e d'un amore. e la facoltà di trovarmi di qua e di là. già prendono confidenza con le macchine e senza stupore. pareva di volare su quella sof fice nube gialla e rosata. girava. Potrei percorrere. e mettendomi in viaggio mi acc adeva spesso di pensare come è meraviglioso trovarsi in un luogo e dopo tre ore in un altro. guarda correre. ed è mirabile questa f acoltà umana di adattarsi: ogni fatto primitivo è lungi da uomini che hanno vissuto una vita primitiva. e alla fine il dado azzurro dell'autobu s animò di sé il paesaggio. chi. i cavalli e i muli in fila sulla viottola. ora era una successione rapida e irreale. sul filo di questo ricordo. si annunziava di lontano. rumori. mille gesti sono sorpresi in un attimo. Vi passai in au to. andava come ero andato io tante volte. opere. pensavo alle vite umane più lontane. da chilometro a chilometro tutto diventava lontano. vorrebbe anch'egli fuggire. spariva. discontinua. Tutto questo è grande. e neppure a concepirlo se non come una visione. si fermava. i fiori ch e da noi coprono i luoghi abbandonati. sono parvenze di viaggio. sperduto sotto il cielo e insieme disforme e unisono. il mo ndo antico. ma è un sogno impossibile. a bordo della macchina: la strada che avevo fat to a dorso di mulo le mille volte. a udire quel bambino. il percorso di venti chilometri su cui ogni c osa si presentava gradatamente. nell'a ria erano segnati quasi i confini. quasi che ieri avessimo tutti fatto un sogno e oggi ci trovi . Case. i fiori alti si piegavano sotto la macchina con un soave fruscio. Incontrai i viandanti in fila. avevano diversi aspetti da miglio a miglio. la stessa velocità è un filo che leg a tutto il creato. carbona i. Il tempo diventava davvero un fatto misterioso. a guardare quella donn a. né più né meno che se non l'avessero fatta. Era un lungo viaggio. e rimane soltanto come nostalgia. sotto quelle piante. ortolani: si annunziavano di lontano col loro rumore e odore e colore. i l sentimento dell'universo. è il trionfo dell'uomo. Così la strada cominciò la sua vita. Io arri vai a casa proprio in un baleno. in cui lo spazio e il tempo hanno altro senso cui non ci siamo ancora adattat i del tutto. animata di favole. Poi cominciarono i carri. l a macchina che corre rompe la solitudine umana. tanto che nelle mie fantasie puerili sognav o talvolta che tutti gli uomini a un segnale dato si mettessero a gridare o a ca ntare. fermo. orti. la prima volta. E ancora qualche viandante per l'immensità della valle. e chi la percorre ora può avere l'impressione di andar anche troppo piano con la macchina. necessità e vita. sono nello sforzo umano dei segni dell'ordine e della gerarchia. canti. l'uomo sulla sua mac china elementare ha conquistato se stesso e il suo potere sulla creazione. Non riuscivo con la fantasia a occupare q uello spazio del viaggio. e così il mio spostarmi . un'impronta incancellabile. Oggi io posso percorrere quella mia strada in venti minuti. e della strada non sapeva nulla. e solo nel mezzo le peste dei viandanti avevano tracciato un vio ttolo. la confondevano c on la campagna. ieri formata di cose distanti. La pres enza degli uomini lungo quel cammino di tre ore mi dava lo stupore della vita. io e le cose eravamo presi dalla fretta. il mondo della natura. sembrava di non arrivar mai. la strada rotabile. e ogni cosa stava nel suo alone di luce diver sa. e quelli che erano i misteri della vita lontana e separata diventano il gesto unic o d'un solo grande sforzo vitale. Ecco come finisce il mondo classico. era una meraviglia quella cosa semovente. e se si sarebbe udito questo immenso coro fino agli astri. Ci vogliono molti anni per cancellare un sentiero su cui sono passati uomini e uomini per trecento anni. invece. milioni di parole. Fu qui che io ebbi l'impressione del tempo e dello spazio. Era bello. Chi corre vorrebbe fermarsi un attimo solo fr a quelle mura.

svegli. In pochi mesi. è tutto un altro mondo. le donne andavano a raccogliere legna portata dall'al ta montagna sulla corrente. sovrastato dal suo lontano rombo nelle gole dei mont i. scegliendo la strada con un istinto sicuro. e il variare degli alberi. ingigantiva il paesaggio. se non i luoghi intravisti nei faticosi cammini a piedi o sul dorso de gli animali? Il mezzo di cui gli uomini si servivano. l'odore dei fo rni. infanzia e virilità: quella piena di giorni lunghi. che era immobile e fermo. Sembra impossibile che qualcuno vada ancor a a piedi o sull'asino. Usciti al piano. per misurare il tempo. gl'improvvisi galoppi e le impennate. Per questo gli uomini erano amici fra di l oro. sotto la stessa corrente che facev a inclinare le onde e le piante dalla stessa parte e con un solo colore.amo adulti. e poi l'improvviso odore del mare. un albero. e si fa appena in tempo a vederli gira re: tutta la natura s'è appartata. pei torrenti. dove il torrente aveva invaso il campo. il cavallo era stordito da quel chiasso. è utile. assediata dal tempo e dallo spazio. Ieri erano la fatica di vivere e di camminare. m i ricordo. Allo stesso modo della vi ta nostra. e talvolta era tanto impetuosa l'acqua che le buone donne m'invitavano a scendere sulla riva. questo era tutto in poco spazio. Talvolta. come le mac chie d'un manto d'ermellino. un tempo lungo e pie no di meandri. e la stessa impressione di sicurezza d'aver trovato il fondo. di cui mi sono servito anc h'io per metà della mia vita. Ora gli alberi si piegano al passaggio dell'auto. era pieno quel breve spazio di straordinarie avventure. annusando l'aria. i girini formavano. questa che guarda l 'orologio e dice di soprassalto: "Com'è tardi!". e lentamente. sibilare. Gli stessi animali che ci portavano aumentavano il mistero con le loro improvvi se paure. è crollato un s ecolo. l'odore dell'abitato come di una stanza che ha aperto le su e finestre al mattino e la nebbia del sonno non s'è ancora diradata. E il cavallo. ulivi. Le favole antiche non ebbero altro che il potere della fa ntasia sul concetto dello spazio. di liete liberazioni. levava le froge al cielo. s'erano scelti sul cammino alcuni p unti di riferimento: una casa solitaria. . per venti chilometri di strada. e sentivo nella schiena della portatrice lo stesso sforzo e la stessa incertezza della groppa del cavallo. perfino le pietre portate sulla groppa degli asini. Per la necessi tà di proporsi un fine. e l'occhio di chi passa giudica soltanto se è pro spera o no. e ogni cosa segnava la sua ora al sole. dava una conoscenza più stre tta e insieme più misteriosa con le cose. prezioso. dove erano accaduti incidenti di viaggio . con quel tumul to intorno. ce n'è ancora qualcuno. dove era caduto un fulmine. in definitiva. Lo si guarda come ai piedi della scala umana. d ove una creatura era stata travolta dai torrenti. con quella voce. Il sentimento della distanza stringe gli uomini in comunità chiuse. Nel le pozze intorno. da quel movimento dell'acqu a. degli agrumeti. Un simile viaggio portava queste ed altre avventure. uno sbancamento del terreno. di orrori. Io vedevo le loro gambe nude col polpaccio duro tuffarsi nella corrente. e andava all'impazzata minacciando di sbattermi contro gli alberi bassi. e vi sarà semp re in qualche luogo della terra. l'odore degli orti. Tutto diventava faticoso. dove una mandra era stata sorpresa dalla bufera. sulla sabbia del fondo chiaro. Mi ricordo che a un certo punto di questa strada il cavallo mi aveva preso le re dini. e si misurava la profondità dell'acqua da quel fischi are. risucchiare. L'odore del fiume. Allora la strada s' animava di remote presenze. di timori. il piede diventa re cereo. passava accanto a noi in una raggiera di spruzzi. gl'incon tri degli animali fra di loro pieni di nitriti e di richiami. pioppi. le loro ripugnanze a proseguire. e mi portavano sulle spalle. brevi nostalgie c he si cacciano l'una con l'altra. E che c osa sono ora queste cose? Parvenze labili d'un viaggio rapido. c ome l'infanzia della terra. le loro attrazioni verso certe strade e verso certi luoghi. quando dovevo traversare il torrente. i boschi. tastava il fondo dell'acqua con lo zoccolo. il galoppo delle cavalcature incontro al sole era una festa. e a ogni passo si misurava la misera condizione umana . salici. come erano gl'inco ntri degli uomini. i mondi sot terranei. questa era la terra. se. crea nelle pat rie le piccole patrie. Che cos'erano gli antri. illusioni di pace e di felicità dove ci si vorre bbe fermare. l'odore delle mandre.

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