CORRADO ALVARO ITINERARIO ITALIANO L'ACQUA I miei avevano preparato tutto per lasciare la casa paterna e si può dire

che comi nciassero la loro vita comune e la famiglia con questa promessa. La casa stessa, ora che ci ripenso, era stata impiantata tutta con questo scopo, e c'era ogni c osa che sarebbe servita a un grande viaggio: due bauli con le robe sempre pronte , e poi cassoni, e cestoni; tutto quanto ricorda i viaggi, la facilità del carico; le serrature e le chiavi a posto. C'era anche una riserva di funi e di cinghie. Un giorno si ruppe il divano e fu buttato via; gli ultimi di noi che vennero al mondo non lo conobbero che di fama, e al suo posto entrò in casa un enorme baule verde e nero, alto come un armadio. Noi, l'uno dietro l'altro, ci davano il volo , guardando dove ci posassimo, sempre con l'idea di quel viaggio dei nostri vecc hi. Questi preparativi per una partenza tanto certa durarono quasi trent'anni. C redo che a un certo punto i miei non sapessero più che cosa volesse dire partire, se non un desiderio, e il piacere di figurarsi quel giorno. Tra le ragioni che e ssi mettevano a questa progettata partenza ve n'era una: "In paese non c'è l'acqua ; è una bella cosa l'acqua in casa". Dunque, il nostro paese pensava all'acqua da centinaia d'anni; ci pensavano i ra gazzi che si contendevano il dominio d'un rigagnolo fino a che si mettevano d'ac cordo a esplorarlo per tutta la sua lunghezza, notando le diverse increspature d ell'acqua, vedendovi in miniatura un paesaggio grandioso di gorghi, cascate, e i banchi di sabbia del fondo; anche le donne avevano il loro ruscello, dove attin gevano l'acqua per bere: esso saltava giù da una roccia a picco in una valle, la s i vedeva spuntare in alto, l'acqua, sulla pietra grigia, ed era un baleno, prima che cadesse col suo assiduo rumore che riempiva la valle. Ma l'estate era più dif ficile empire gli orci; il ruscello diventava un filo che scendeva per una canna forata in tutti i suoi nodi, e quando la siccità era grande colava un filo prezio so e faceva nella giara un interminabile e mai stanco discorso. All'odore delle piante marcite, della pietra muscosa, che faceva così profonda la primavera, succe deva l'estate quello dei mirti scaldati dal sole; e le voci dei ranocchi negli a cquitrini. In quel tempo si cercavano le altre fonti ai piedi delle montagne che sono tante , disposte a quinte per la valle, e lontane. Gente andava vagabonda qua e là, perc hé i luoghi delle sorgenti cambiano d'anno in anno. Sono quelli i tempi della sete improvvisa e inesauribile, e l'uomo è tutto un groviglio di radici assetate; tutt a la terra sospira all'acqua, la ricordano le grosse piante e i cardi d'un verde ramarro che hanno trovato una linfa sotterranea che li gonfia. Per tutta la con trada si scoprono le vestigia più antiche dell'acqua, come se anch'essa fosse un p opolo migrante; una vasca, un abbeveratoio, un condotto scavato nella pietra e i nverdito di vecchie ingrommature, o composto d'embrici messe assieme a canale e saldate con la creta. Vasche e abbeveratoi sono interrati, vi crescono migliaia di piccole piante di semi indistinti, perché dove fu l'acqua rimane sempre non so qual memoria, e il colore della terra, il folto di piante che vi accorrono da og ni parte tradiscono quell'antica presenza. Questa è l'archeologia dei paesi asseta ti. Talvolta si sente in una valle la presenza umida e calda di qualcuno fuggito , ed è ancora l'acqua. L'occhio di chi ha osservato queste cose le riconosce alla prima, e da lontano le scorge come le donne alla fonte. Mio padre si disfece della vigna e dell'orto che lo tenevano ancora legato alla terra, e così non aveva più niente a cui pensare, perché anche noi avevamo trovato mon do. Allora si mise a esplorare con diligenza la terra intorno, pensando sempre a ll'acqua, la più buona, la più fresca, la più pura. Oh! le soste ai piedi dei monti, quando tra mille rumori, brusii, vocalizzi, si sente quel fruscio che si confonde col chiacchierio del grillo, e non è; e il rumo re dei boschi nel brivido serale, quando il vento arriva, e fa come un'aerea cas cata. Di solito, per le fonti, qualcuno è passato prima di tutti, un viandante, un vetturale, un pastore, una donna, e hanno lasciato la loro traccia: questa mano ignota ha posto una foglia che serva da canale per l'acqua, in modo che la vena si raccolga e si getti ben distinta dalla terra: è una foglia d'oleandro, di cast agno, di noce, e l'acqua, con bella ubbidienza, si conforma alla foglia, vi ripe

te una immagine di foglia liquida sopra, e con le stesse increspature e le venat ure a raggiera. L'acqua vi acquista un sapor vegetale, un odore amaro, l'odore d ella foglia, come se questa si liberasse d'un'essenza. Noi figlioli, quando tornavamo, accompagnavamo talvolta queste esplorazioni. Spe sso ci seguiva un asino con gli orci pronti. Ma anche quando non ci andavamo per ché stavamo lontani, nella città dove c'è tanta acqua, io lo immaginavo mio padre. E s pesso, poi, m'è accaduto in montagna di cercare una sorgente. Ecco, rivedevo mio p adre che si chinava carponi per bere, come adorando la montagna enorme e umana; ecco le improvvise rotture di qualche argine, e l'acqua che invadeva i campi, ec co il rumore del mulino, ecco tra le piante del bosco la gente a cavallo che lev a e abbassa la testa per non battere contro i rami bassi, ecco la donna che fugg e davanti a un satiro che la insegue. Ma ecco, all'improvviso, presso una fonte che nessuno conosce, una donna seduta che aspetta di veder pieno il suo orcetto, e l'acqua vi scende frettolosa, che è una gioia ascoltarla. E i passi recenti sul terreno umido, attorno alla fonte, l'orma d'un piede nudo e d'un altro ferrato, e la voce, quella voce dell'acqua che non si ha cuore d'abbandonarla, col suo d iscorso che seguita tutta la notte, come qualcosa di perduto e d'inascoltato. Ec co, nel cavo della vasca formata in breve dall'acqua, il fondo sabbioso diggià tan to finemente lavorato e raccolto, profondo e opaco come il mare, traversato da p iccole correnti che descrivono labili continenti, e fanno danzare senza riposo i granelli più leggeri e lucenti. Queste cose le vedevo, le rivedo ancora. C'era la voce degli uccelli notturni che si appollaiavano, il vento che cessava di botto , si sentiva il vuoto e il silenzio della sua fuga, lo scalpiccio delle cavalcat ure che sembravano prossime, se non che il canto del mulattiere diceva che era l ontano lontano. E l'impressione di aver bevuto l'acqua spremuta dalla montagna, diventare una vena del mondo, una propaggine arborea, e il diventar madido come un vaso di creta, che si tornava indietro all'improvviso a fermarsi per ascoltar la e accostarvi ancora le labbra. Gli occhi vi si specchiavano profondi. Nell'ab itato le donne con gli orci madidi venivano da tutte le parti dove c'è acqua, madi de anche loro, e offrivano da bere a chi volesse. Era la religione dell'acqua. Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Ac qua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci st avano di fronte. Chi ci vuol riconoscere, ci guardi in viaggio se ci affacciamo al finestrino per osservare un getto d'acqua, un torrente, un rivo. L'acqua corr e, l'acqua è la vita. A mano a mano che non doveva più pensare ai figli già tutti lontani, uscì anche mia ma dre ad accompagnare il marito in queste esplorazioni. Ella era poco abituata a t rovarsi nei campi, e in trent'anni di matrimonio era stata sempre fra quattro mu ra, dove aveva finito col formarsi dei paesaggi nelle macchie del muro e nel mis tero cavernoso degli angoli, o nei giardini dei vasi di fiori. Mio padre tendeva l'orecchio per sentire la presenza dell'acqua, correva in punta di piedi, quasi , per sorprenderla. Concedeva alla donna di bere prima e si metteva dietro a lei come per aspettare il suo turno, allo stesso modo di chi aspetta la Comunione. Si sentiva l'odore delle radici profonde, quell'odore sotterraneo e caldo dove f econdano i semi e le piante. Erano come due ragazzi, e anche la sera, davanti al la batteria degli orci d'ogni forma, era la stessa cerimonia. "L'acqua è buona." A llora pensavano che quando sarebbero stati in città avrebbero avuto un rubinetto p er loro. Tutti, fra noi, pensavano all'acqua, e facevano i confronti fra quelle dei paesi visitati, quella di Napoli e quella di Roma. Quando noi partivamo per una nuova città, ci dicevano: "Troverete l'acqua buona". Ed ecco che un giorno il Governo ha fatto l'acquedotto anche al nostro paese. I miei ebbero l'acqua in casa, che bastava aprire il rubinetto per vederla bella c orrente e chiara, e tanto impetuosa che faceva mille bollicine nel bicchiere. Gl i orci non servirono più, e rotti fecero da vasi per fiori. Nessuno si ricordò più del rivo nella valle, né delle fonti solitarie, né delle avventure delle vene montane. I ragazzi sguazzavano coi pieducci rosa nella pozza dell'acqua in piazza; nessun o pensò più alla montagna, e la notte, quando il vento portava il rumore della casca ta del mulino e della segheria, non ci si ricordava più della sete. Nessuno più cercò le sorgenti, né le donne andarono più in fila indiana al rio, tremando se due occhi lucidi stavano appiattati dietro alla siepe. Da principio non potevano passare d

avanti alla fontana senza chinarsi a bere, come per non mandar perduta tanta gra zia di Dio. Ma l'acqua è tanta, e chi la può bere tutta? Poi si abituarono, ma disse ro ancora, per decantare il loro paese: "Abbiamo l'acqua". Quanto ai miei vecchi , non pensarono più, forse, a partire. I figli lontani vi tornano di rado, e tutto quel fuggire è stata una vana immaginazione. Qualcuno di noi che aspetta quel via ggio ha per detto: "Non abbiamo più tanta fretta, perché abbiamo l'acqua". La notte l'acqua si lamenta compressa nei tubi e vuole uscire. E pensare che noi abbiamo cercato mondo anche per l'acqua. VEDUTE DI ROMA I Si sta formando in Italia una capitale. Per chi vive a Roma da più di dieci anni, è un'emozione quotidiana vederla crescere e complicarsi, prodotto di cento fatti s ociali e psicologici, di cento spostamenti; è ormai a quel punto in cui basta ogni lieve suggestione per creare una moda, un rapido atteggiamento e un fuggevole a spetto, di quegli aspetti che avvertono come il tempo passa, e le idee cambiano e i costumi. Proprio questa impressione, d'una vita che corre, che ci logora, ch e c'invecchia da un giorno all'altro, proprio questo è il fascino delle città. Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita; e resta sempr e quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessu n aspetto di essa è familiare, e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutt i i suoi caratteri; essa ha una natura ricca e adorna, eppure somiglia a una ant inatura: campi e ville sono cose uscite dalla fantasia d'un artista, disposti in un ordine anche là dove sembra che la stessa vicenda degli anni e dei cataclismi storici l'abbiano disposti. Essa è già tutta in quella fantasia di Fontana di Trevi, dove la pietra imita l'albero, la roccia, la rovina, e l'acqua ubbidisce alla g eometria. Imparentandosi con l'arte tali elementi, ne è nata una natura sui generi s, un'antinatura. Non vi sono città del mondo dove la natura, e il bisogno di essa , che è cosa tutta italiana averla sempre presente, sia così vicina e urgente: alcuni alberi a Roma hanno una storia, sono venerati come monumenti, e i giornali ne riportano spesso gli acciacchi e gli accidenti, come di personaggi; una spalliera di rose d'una villa ha fama, di primavera, come un museo aperto per pochi giorni. Eppure non accade di consider are natura queste cose, che costituiscono un piacere simile a quello della lettu ra d'un testo antico, dove la natura è chiusa in un ordine rigoroso, che è piuttosto un simbolo e una composizione. È una città difficile, e anche se non suggerisce il pensiero di quante mai orme l'hanno calcata, basterebbero i suoi aspetti esterni ad avvertirvi che siete ospiti. Io me la ricordo venti anni fa, e allora era soltanto lo scheletro della città d'o ggi, la mummia rimasta dai secoli. Tutta la simulazione degli elementi diversi d ella natura, le grotte che diventano nicchie, le fontane che divengono boschi, i l continuo appello all'albero in quegli alberi impietriti che sono le colonne e gli obelischi, e l'acqua che sgorga da montagne di pietra squadrata, e il ritmo, la voce dell'acqua, e sul selciato turchino e duro l'ombra cavernosa di certe c hiese, erano tutte finzioni, e lo sono, della natura: sono natura esse stesse; m a vi si prova la nostalgia continua della vera natura. Il problema dell'architet tura di Roma era di seguitare in questa finzione di scenari. Come al re Mida in oro, qui le cose si trasformano in pietra. Più su di Roma, le città comunali e signo rili sono di dura pietra, la natura è scomparsa anche come ricordo, e la vita citt adina è tutta chiusa nei suoi ideali e nella sua intelligenza esatta; poche fontan e sciolgono la crudezza del sasso, la colonna si richiude nel portico; sono le c ittà politiche, della ragione e, dell'intelligenza esatta. Roma è altra cosa. È l'inte lligenza e la primitività italiane fermate fra due climi, due civiltà, due mondi, du e punti cardinali, settentrione e mezzogiorno. Il sud vi si è pietrificato come in un profondo strato geologico, il nord vi si libera dai geli. Qui si concretano per l'ultima volta i sogni e i gusti della civiltà mediterranea. Anche nell'Europa settentrionale, e in genere in tutte le grandi capitali moderne, la tendenza a introdurre la natura nella vita urbana è un segno caratteristico; ma quella è una na tura allo stato bruto, un ricordo druidico, dei boschi e delle foreste celtiche e germaniche. A Roma è una natura rielaborata, predisposta, umanizzata, di mille s

E tutto questo è finito. osti e affittacamere. in q uelle notti. un monumento rimesso in luc e. era anche un mistero. e questa città ch e si è tanto odiata. o quando le osterie cominciarono a chiudersi la domenica. assor bisse le peggiori merci d'Italia. pei quali lo scopo dell'emigrazione è il den aro comunque acquistato. e le inizi ative moderne. e per estr ema consolazione il sole e il cielo. costituiscono certo un fatto decisivo. mob iliate di trespoli dozzinali e spiritati. pur rimanendovi. Vita sociale non esisteva. per quanto con un compiacimento quasi babilonese. le comparse al teatro. come e quando. in quella luce. dell 'opportunismo più ostile. Era un grande pettegolezzo politico. appena l'urbanistica diventava un po' più ambiziosa. ciò che è. è divenuta una capitale. una cer ta domenica. niente per gli affa ri. Per esempio. che le grosse famiglie dei mestieri più seri e fondati. Una strada nuova fra i vecchi quartieri. cioè con la sua luce. È un fatto che ha della natura: lo stesso che domandarsi quando e come il mare si è ritirato di q ualche metro da una spiaggia. apparve la donna alata della quadriga del Palazzo di Giustizia. Mi sono domandato spesso. Dopo dieci anni ci si accorgeva di non avervi amici. Qualunque altra città di provincia aveva più consistenza di questa dove si finiva tanto facilmente a fare la macchiet ta di marciapiede. la logica della città prendeva il sopravvento. solo che si ubbidisca all a sua struttura. le quadrighe e i cavalli del Vittorian o. Vivere a Roma e ra un privilegio. è una curiosa tirannia della nostra esistenza. e at traverso quali contingenze è nato lo spirito e l'unità delle capitali. come il seme d'una pianta e la forma d'un frutto sono sepolti nella . Di queste cose la stessa città s'impadronisce allo stesso modo d'un terr eno che uniforma alla sua natura la vegetazione. infin e. Ecco una delle più belle scenografie di Roma che ricompariva quasi per caso. la domenica. delle st ele e delle croci degli obelischi. con quella luna. non ricordo come accadde che. come la rappresentante della piattezza. che faceva tutt'uno col selciato incomodo. a leggere i libri dei viaggiatori. e cred o che anche il commercio locale. Chi di politica non si occupasse era un disadatto. Roma riforma da sé i suoi scenari e i suoi aspetti. Molte cose legano alla terra. per la parata d'una vita sociale. popolav ano di lunghe file di carrozzelle su e giù. a Roma facevano sorridere di compassione. dove sulle pagine dei giornali satirici si acquistava una celebrità a buon mercato. C'era la dura moralità degli importati.ottili parentele con le cose dello spirito e le finzioni dell'arte. dove erano tollerate le più ingenue stranezze del vestire. ma una cosa come questa. quasi vaganti sui tetti. E poi c'era il Corso. ed era aspirazione e trionfo di ognuno ritro varsi nelle lunghe liste dei cronisti mondani. Una lunga domenica nella provincia italiana. superiori e implacabili : uno splendido scenario per i piaceri e le malattie privilegiati. le sommità dei monumenti tratti alla luce. che in altre città dell'Italia settentrionale avevano acquistato im portanza e perfezione. il feudalesimo provinciale trionfava a Roma. Roma era tutta e soltanto in quello che mostra va. alle corse. da sé ho detto. di cui il resto d'Italia non capiva niente. Bisognava vederla Roma quindici o venti anni fa. anch'essi così netti. e poi più tardi la Croce della torre capitolina. che nella nostra giornata occupa appena lo spazio d'una rapida impressi one. del San Paolo della Colonna Antonina. Una vita dura. Ba stavano. il nostro stesso crescere. stabiliscono un nuovo tema e un nuovo panorama. un fatto da far epoca nella cronistoria di Roma. I pal azzi e i monumenti pel Cinquantenario dell'Unità ubbidivano in qualche modo a tale logica. la città contava poco per il mondo dello spirito. il senso dell'arte italiana. altr o che quella dei nobili. A tratti. del San Pietro della Colonna Traiana. nessuno si fidava di quello che vi si in traprendeva. Perché non è soltanto il piccone o l'architetto a fare un a capitale. Pareva una città di paccottiglia. il Garibaldi del Gianicolo. ad eccezione di qualche negozio di lusso. Ma chi non si ricorda come da tanti discutibili monumenti si levassero nel cielo di Roma le nuove app arizioni? Accanto a quelle della Madonna della colonna di piazza di Spagna. ai quattro o cinque convegni annuali. la città cominciò a spopolarsi. con le sue prospettive sepolt e entro di sé. è il nostro spettacolo quotidian o. a cercare le vie dei campi e del mare. di cui siamo semplici spe ttatori. Vi si trovava poi una vita tutta esteriore e di comparsa. non esisteva intimità delle case. adatta la realtà nuova al suo colore.

che sono nell'anima della città. la voce era alacre. lo stesso piacere di co mparire. e l'apparizione in fiocchi delle d onne: tutti caratteri che sono propri delle città di nuova formazione. In vent'anni s'è veduta la città crescere del doppio. II Quando comincia la grande stagione del sole. la gente più diversa è venuta ad abitarci. ed è questo il nuovo aspetto di Roma. prende l'a spetto d'uno di quei frammenti antichi che si murano sulle facciate dei palazzi moderni. la stessa qualità di assalto alla fortuna e all'avvenire. i settentrionali il l oro senso della vita stabilita e sociale. È strano dirl o per l'unica città vitale tra le grandi città antiche: il gusto dei ricevimenti che . sono due mondi diversi. al confronto della vecchiaia e no biltà di Roma. Ma non ne ha altrimenti & gusto né il bisogno. quasi che la chiarezza dell'aria. Meridionali. la luce. Arr ivano dalla provincia certe automobili che sembrano sirene e tritoni d'alluminio o di lacca. sembra che dica: Ora tocca a voi. Il socievole non è mai stato il forte di Roma: il suo carattere è la convivenza. la stessa ambizione d'essere. Ed è anche meridionale. mobile. e il gran discorrere delle "relazioni" del tale o della tale.natura d'un albero. se si deve credere anc he a certi scrittori di salire. settentrionali: veduti da Roma. si ricorderà d'una certa maliziosa e bonaria familiarità. e apriva il panorama del mare di Liguria. non s'immagina come ce rti limiti si confondano. in autobus. i meridionali il loro bisogno di espansione e di avventura. Lo scenario romano. su questo nero si levano gli edifici giall i e rosa. di dovunque s i venga. e certi modi bruschi. formata dai mille el ementi. e più o meno acre. Meridionali e settentrionali hanno portato a Roma il loro paesaggio interiore. le colonne. a cominciare da quelli latini. e in quella grande cerimonia della passeggiata che fece parlare tanto l' Ottocento. e fatta per significare la pompa e il trionfo. Non si cresce di seicentomila persone in vent'anni senza che una città lo lasci ve dere. noi avevamo una certa intimità con la Barcaccia o il Tritone. scenografica com'è. i campanili. del Pincio. nel più schietto accento genovese. Il convegno di ta nta gente nuova a Roma nei nostri anni ha trapiantato alcune attitudini sociali. lo stesso che in ogni altra metropoli moderna. che ricorda remotamente la provincia. venti anni hanno scavato una distanza di secoli. una è mutata in questi venti anni nell'aspetto de lle strade di Roma: un tempo le strade erano selciate dei selci romani e avevano colore di azzurro. si fa presto a prendere l'abitudine di villa Borghese. e basta con le confid enze. la città familiare si è d istaccata e allontanata. avventuroso. Salta agli occhi. gli obelischi. I grandi convegni sono quelli delle belle giornate. crescono le fontane. Per esempio. e quella prov incia nostalgica propria delle grandi città. ma in una solitudine comune. la sua forma le grandi manifestazioni pubbliche. un'atmosfera amorosa c he fu sempre di Roma. più o meno ovattata. impongono lo stesso n itore delle città estive. la veduta nuova d'un monumento liberato mi fac eva là per là rimpiangere lo scenario scomparso. L'asfalto al posto del vecchio lastricato ha contribuito a segnare una nuova epoca dell'aspetto di Roma. c'è in tutti lo stesso senso di vita. pe r contrasto. Quel tanto di vita socievole di certi quartieri a Roma è settentrionale. il fondo della strada è oggi di asfalto nero lucido. Ciò che è stare insieme. la duttilità. anche se antichissima. di civiltà mo lto giovani. il tatto. il sole. è fissa to per sempre. un lusso che si preoccupa delle appa renze. Chi conosce certe descrizioni della socievolezza r omana dell'Ottocento. Roma vive per poco tempo una vita a ssociata. incalcolabili a chiunque. il mondo di ieri sull'asfalto lucido diventa più remoto. e che malizioso piacere sia aver capito come questi du e termini che separarono per tanti anni l'Italia abbiano in effetti uno scarso v alore: sarà che abbiamo imparato a conoscerei. che era sempre apparso pro vvisorio. anche quel tanto di estremamente lussuoso e visibilmente ricco. il campo dell'osteria fu ori di porta è diventato un quartiere. La quale. e in cui un capriccio degli anni poteva aggiungere qualche cosa. Una certa solitudine è prop ria della Città. infl uisce a suo modo sugli animi. Ma fra le tante cose. tut ta grandiosamente esteriore. mi accorgevo che ne risultava una nuova scena quasi naturale. dell e grandi piazze e delle belle strade. sentii parlare di affari e di cifre. una novità di agglomerati umani. è meridionale. ott imista e talvolta disadorno. Meri dionali? Settentrionali? Ricordo il giorno che per la prima volta da quando sono a Roma. a rivederlo a distanza di tempo. Quel tanto di trepido. Venti anni fa.

Spogliarsi di tutto e accettare le novità più cro ccanti. e incarn arsi in qualche cosa che vincesse il tempo. di vivere. e sarebbe il sentimento degli aspetti e delle ore di Roma che formano un pae saggio interiore dell'uomo. e una sala somi glia a una piazza. mentre la parte inferiore scura e nell'ombra ricor da la cava originaria. sembra di vivere tra le pagine d'una rivista di m ode o nella scena d'un film. si adagiava presso di me come accanto a un malat o: era una luce cinerea quale a volte copre Roma a chi la guardi dall'alto. come altrettanti convegni in una città incompiuta e perciò familiare. in cui esso si appaga e si confonde. Via Sistina. Tutto mi pareva uno spazio deserto. a costo di strafare. potevo leggere le ore all'orologio di Pi azza Colonna. come quelle del tessitore persiano che non fa mai perfetti i suoi tappeti per non lasciarvi dentro imprigionata l'anima sua. col . in cui l'esterno ha la stessa architettura di un interno. e il frontone dell'Acqua Paola. questo voler essere. compiuta e indifferente a tutti i pensieri e le passion i degli uomini. vedevo il Santo della Colonna Antonina quasi vagante sui tetti. è proprio un segno d'oggi. Credo di aver capito la causa che isola qui tanto le persone e per cui Roma cono scerà forse sempre pochissimi ritrovi pubblici e una certa sterilità di contatti uma ni. negligenze. questa specie di tabula rasa che si vede in giro. E queste cose mi davano l'idea d'una vi ta chiusa nella memoria. da me stesso. meno contemplativa. penetrata a mia insaputa e quasi confusa col riflesso delle lampade not turne impallidite dalla veglia. Questi sono gli aspetti che accompagnano chi vive da molt i anni a Roma. Non ho rimpianti per le vecchie cose se non a tempo e a luogo. e una piazza a una sala. la tradizione. nel cielo serale di panno azzurro. sono le qualità più preziose del mondo. significa aver dato il segnale a una nuova vita. definito. è d'una modernità anche troppo spinta. indica una capacità di rinnovarsi. i quali rinascevano intorno ad esse con la tenacia delle piante. Andiamo a veder e il giallo lunare di villa Medici nel verde cupo del parco.una città con mille trascuratezze nella sua costruzione . da un passato. da quelle estive quando la troppa luce scava come vecchi c ranii le facciate delle cattedrali. le più vive. nelle abitudini de lle persone.si è diffuso ultimamente a Roma. Più tardi. raschiature. È questo il punto del distacco da un'epoca. e illuminava ogni dettaglio delle facciate settecen tesche con le loro decorazioni. Aver fatto di Roma un paese fissato. in appartamen ti anche troppo inappuntabili. III Dalla mia finestra volta a mezzogiorno. Co nosco le ore di Roma. di pensare. Certo. a quelle invernali quando la tramontana riprende a scialbare i tìmpani delle chiese. il carattere . formando uno di quegli aspetti tanto frequenti a Roma. Capivo così l'i solamento degli alberi e degli uomini. mi pare i l vero fermento della vita dei nostri giorni. Qualche volta mi sorprendevo a dirmi : "Io voglio. Sorprendevo la luce immobile nella mia stanza. somigliava a una grande sala. io voglio". e chissà come sono diafani gli angeli ambigui sul Ponte Sant'Angelo. Guardando le ore sull'orologio della piaz za. che mi piaceva come una grotta d'un a natura artificiale. la natura di Roma. specia lmente la notte quando la luce delle lampade ingrandiva l'ombra dei cornicioni d egli edifizi smisuratamente. o la piazzetta dove cresce l'erba a San Giovanni e Paolo. e la fontana con la sua grotta. le meglio capaci di irraggiare e fecondare la vita. allontanato e isolato in qualche modo dalla intimità degli uomini. al tempo del mio primo arrivo. sul Gianicolo. svegliandomi di buon'ora vedevo tra le persiane chiuse spuntare l'alba. Dal mio letto sentivo nascere il giorno. ma pieno di fatti già accaduti. è un grandioso f enomeno che a un certo punto dovrà pure tradursi in termini suoi. dove sui frontoni delle chiese un angelo aspetta da secoli il suo compagno di s immetria dall'altro lato . sentivo che il mio cuore voleva uscire quasi da una prigione. e la cima della colonna. in un modo d'ess ere. e non sapevo che cosa volessi. meno affettuosa. la personalità. la luce si diffondeva dentro come d'un giorno so speso in una lunga incertezza. quando ebbi dormito i primi lunghi sonni romani. riducendo il tra vertino a un bianco d'avorio. dove il sole si accuccia tutto il giorno suscitando il vecchio tepore dei mattoni del campanile. nei limiti delle grandi strade nu ove. voler apparire. meno nostalgica. La finestra della mia stanza era inv asa la notte da quelle lampade. dimenticanze.

in carrozze e automobili. si fondarono i primi negozi di mode. Nei giorni delle cerimonie in Vaticano. passavano. È uno dei più antichi di Roma. invadeva la mia strada una folla di donne che avevano l'aria d'essersi levate allora dal letto. scialli e veli ne ri. improvvisamente la città dive ntava misteriosa d'un mistero frivolo: i fiori dei fiorai acquistavano per contr asto semplicità e innocenza. una vo ce si aggiungeva a quel coro. i benefizi sfumati. i mariti . saliva dal Corso u n odore di stalla. per sone vestite da sera. sentendo che il tempo era passato. descritti da voci sonore. delle folli speranze. mezzo apparecchiate. la città si svegliava. le sale da tè. i figli. seno nché il ricordo di paese persisteva con la voce dell'ombrellaio. si affacciavano sulla strada come t emendo di non arrivare a partecipare in tempo a una rappresentazione. in quel sole. Poi. e non si faceva in tempo a pensarvi che era un'ombra . poi un'altra e un'altra. quasi che stare in quell'ambiente. L'aria diventava fatua. donne col velo. e così io conobbi i litigi sulla letteratura e sull'ar te. fino all'ora in cui d'incanto si faceva deserta. non si sapeva che festa notturna preparasse. le prom esse non mantenute. col cartoccio della spesa. in cui sembra che la gente non abbia altra occupazione che rispondere alla c ampanella delle preghiere. le vetture andavano a sghimbescio e vuote. di pensare profondamente e di poter agire facilmente l'indomani. il sole splendeva sui belletti e sulle occhiaie tinte di azzurro e lustre . col su o tono uggioso e quasi direi umido. degl'incontri. a Roma. degli storpi e dei nani. dà l'impressione d'essere molto i ntelligenti. l'aria s'impregnava del profumo di quei cosmetici. gli amori della gente e fin della più povera e disadorna. fu sempre popolato anche . come se la città intera non riuscisse a riprendere il suo chiasso diurno. la boria di quelle donne che vi salivano o ne scendevano pomposamente faceva di quella strada un asilo di su perbie senza ragione. che ridavano alla città l'aspetto di certe piccole città antiche e piene di chie se. e i vecchi abitatori vi stavano come gente annidata che qualcuno tentasse di sloggia re. le mogli. con le loro scarpe pazienti. e la sua insegna è il Ponte Sant'Angelo con le d ue statue di Pietro e Paolo. e i contrattempi. le donne. E quest'ora pareva la memoria della Roma d'un secolo prima. d'inverno. IV Rione Ponte è un quartiere di Roma. A mano a mano che passavano gli anni. Poco prima di mezzogiorno. e tutti avevamo abitudini familiari. La strada dove abitavo allora era una specie di paese: ci conosc evamo quasi tutti. Sul pr incipio mi levavo per sorprendere la strada in quell'ora. Si tornava a casa stanchi. Dalle finestre di fronte alla mia. la cenere de l tramonto copriva tutto come se un cataclisma si fosse scatenato. nelle be lle giornate. come se invecchiasse. quando la città acquistava un colore elegiaco. le canzoni di moda. colore d'oro vecchio. i vestiti che al sole mostravano il lucido della vecch iaia e la dignità di chi li indossava. la città si raggrinz iva nella prima sera. la strada risuonava come una chiesa o una sala deserta: si sen tivano le voci di coloro che nelle notti chiare andavano fino ai cancelli del Pi ncio per vedere Roma notturna dall'alto e le linee oscure dei cornicioni dei pal azzi che si rivelavano come i suoi temi nudi disegnati in una specie di spolveri o sospeso sulla città che giaceva in basso. La voce della strada si levava a mano a mano più sicura. i tradimenti compi uti. Veniva fuori un'umanità speciale. un'illusione perduta. le invettive pronte e sveglie. al pri mo squillo del tranvai. Erano quelle le ore delle allegrie i mprovvise. vestita come veste la gente devota in tutti i paesi. Si vedevano calare i cestini dagli ultimi piani per la posta e per ù carretto delle v erdure. le illusioni perdute. passava di là tutta Roma accorsa dai quartieri più lontani. e tutti con un'espressione freddolosa. e infelici. Quella è pure l'ora dei poveri vecchi. era pe rcorsa da una speranza di non si sa che giorni. al modo d'una girandola. Poi la strada mutò. La strada vecchiotta si popolava di gente modesta che andava a scaldarsi al s ole del Pincio. Io aspettavo le sei di sera. Luccicavano le macchine. e divenne comune il fracasso delle automobili che stentavano ad avviarsi. Nella notte risu onavano le voci di costoro. in quella luce. era finito un giorn o. molto imbellettate. appariva gente vestita bene.colore di strade molto calpestate e di pietra sbiancata dal vento e dal sole. degli abbattimenti. A un tratto udivo la campanella di qualche chiesa. La notte. Di botto queste cose cessavan o. A notte alta. fosse privilegio tutto personale e privato.

La pit tura del Seicento si riempì di popolo coi panni della fatica quotidiana. Qui è come se il Tevere in una sua crescita avesse lasciato il suo limo che ridiviene polvere al sole e alla tramontana. Come tutte le capitali. il maggior finanziere del Rinascimento. Ma quando avremo detto queste e cento altre cose verissime. grandi e popol ari. il gran "picaro" della pittu ra italiana. Arco dei Banchi. i primi anni dell'Unità nei quartieri di tipo piemontese di via XX Settemb re. È curioso che propri o questo umorismo romano sia divenuto universalmente italiano. di avventure. e questo quartiere. È l'humus di Roma. e alle sue strade sono rimasti i nomi di Banchi Nuovi. dalle sue rovine ch e è una droga di Roma. festaiola. il primo Ottocento nel Corso. come il ventre d'un grosso animale. Vi tenne il suo banco Agostino Chigi. il suo lastricato è il deserto di tutte le capitali. con uno spirito realistico fino a l crudo (che è il lato migliore di quest'immagine) quale negli ultimi anni hanno d iffuso in tutta Italia tre o quattro giornali umoristici di mentalità prettamente romana e che ha acquistato cittadinanza in tutta la Penisola. Non soltanto nell'aspetto. una folla mai prima entrata nell'arte sbucò da ogni parte e animò con la sua presenza greve e popolana le raffigurazioni stesse dove prima era stata una schiera di cavalieri simili a eroi e di donne simili a dee. Banchi Vecchi. Le persone sono ancora sdegnose. Nel Cinquecento fece parte del centro di Roma. Così il Rione Ponte. è il colore d'una vita popolare la cui fama è troppo sciatta al confronto. Roma è un potentissimo reagente. Si s a che gl'importati sono dappertutto gli stessi. essendo un grandioso scenario che le ha vi ste tutte. d' un cetaceo. come la sabbia d'un deserto. così mordente e acre nei giorni as ciutti di tramontana. Il suo aspet to è fatto per le esaltazioni improvvise e i disinganni atroci. il modulo d'un carattere fermo. la polvere di Roma. le cortig iane. fino a Parione e Piazza Navona. poca intimità.quando Roma cadente si ridusse a ventimila abitanti. luogo di convegno di genti che qui inseguono la fortuna. E ha naturalmente. Vi abitarono Raffaello e il Celimi. vi si trovavano le banche. Dico popolare e non di importazione. Spesso nella densità del popolo italiano si sente la presenza d'un secolo: a Roma si sente il Settecento tra via Sistina e Trinità dei Monti. gli ultimi trent'anni tra Porta Pinciana e i Quartieri Sebastiani. spirante. e di qua fino a Trastevere. Comunque. Si sentono a Roma le diverse epoche di immigrazione: i nuclei formatisi sotto diverse spinte e di rezioni conservano caratteri che si direbbero prognatici. non avremo toccato i l fondo del carattere popolare romano. rispunta come a ritrovarlo in uno scavo. Allora. lo si ritrova anche in certi tipi dei film americani. La stessa folla invase i quartieri di c erte città italiane di dove avevano sgomberato i cavalieri. Ho una profonda venerazione pei caratteri popolari. schierato lungo il Tevere e più basso dell'argine del fium e. originale. e poi di Prati e di Corso Vittorio. È vero che tale carattere bisognerà cercarlo in tre o quattro rioni e starvi molto vicino per non prendere abbagli. l'Aretino e il Caro. caratteristico di Roma. È il ventre della città. e si stende oltre. e perciò s pesso fatale a chi si fida delle apparenze. È una delle tante sorprese e varietà del popolo italiano. è un rione da Caravaggio. parassita e alquanto cinica. di traffico. i banchieri. si sentì od ore di porti. È una reputazione di gente f acile. i letterati. Io porto spesso al Rione Ponte i forestieri che mi chiedono qualcos a di inedito a Roma. Questo è specifico di og ni grande capitale. Bisogna distinguere tra Roma e Roma. avventurosa come tutte le capitali della terra. Il Rinascim ento era crollato come crolla un impero. da noi come altrove: sono de . ha pure una sguaiatezza che ritroverete nel fondo ai Berlino o di Parigi: ho notato che un certo rictus della bocca stor ta nella parlata di gente infima è comune in quattro o cinque capitali del mondo. che del Rinasciment o porta ancora il nome. quello che eresse in onore della bella Porzia la V illa Farnesina. come in quei quadri. Roma. parve coprirsi della stessa patina che rende tristi e bui i quadri del Seicen to. Poi i palazzi e i palazzetti furono soverchiati dalla vita popolare. è città che ha u na sua maleducazione e una sua volgarità. ma negli atteggiamenti del la vita. come dice il Novellino antico. Al Rione Ponte è ancora un colore di s ubito dopo il Rinascimento. polvere di morte e polline di fecondazione. Varrebbe la pena di assodare come sia nata l'immagine che circola comunemente sul romano d'oggi.

dilaga dove meno si aspetta. La ragazza da allora filò ben dritta. che ha chiuso con pezzi di carta i vetri rotti di un'altana del Rina scimento. sono fatti d'un vecchio costume e d'una vecchia moralità. di vedere una popolana con un foglietto raccogliere i soldarelli di chi vuo le sottoscrivere per evenienze simili. Mi accorsi di essere entrato in un vero mon do. Passava per un vicolo una donna matura e molto bella a modo suo: portava un ragazzo per mano. franca e precisa. Una scena fu d'una donna che affrontò per istrada una ragazza che le occhieggi ava il marito. Morì in questo quar tiere l'anno scorso un povero giovane. conosco le voci delle sue ore che sono diverse da quelle della Roma settecentesca dove prima abitavo standoci come in un libro di Stendhal o di D'Annunzio. e una costante osservazione di essi rivela fatti e a ttitudini antichi e che servono a spiegare le nazioni. fatto d i cui un moderno difficilmente si rende conto. Vorrei dire ancora delle grida e delle voci di questo quartiere.positali di vecchi segreti. spesso infiorata. e la donna pesante e traba llante vi fa accomodare la sua ragazzina. mi stupì. e puntando. inveirono contro di lei. È come l'acqua che punta. Niente. riappare. sfiorati da qualcuno di quegli individui misteriosi che fanno la posta sulla strada con un fischio lungo sordo e notturno. e con una calma enorme. il dito verso la donna che passava. e la guarda ancora come una creatura. ne andava dell'onore di tutto il quartiere. La serva d i un ultimo piano custodì gelosamente una pianticella che colui aveva curato in un vaso. e poi d'un italiano. L'intero quartiere sottoscrisse per fargl i un bel funerale e non mandarlo via come un abbandonato. per molti mesi. si presentavano in corteo sghignazzante sulla soglia di certe botteghe dove pure la padrona e il padrone sono tali da tenere in riguardo i giovani più intrap rendenti e maneschi del rione. il culto della giovinezza. scompare. Ho ritrovato così il senso di molte immagini sacre negli angoli bui e tristi delle città. dolori e gioie. e così il suo uomo. ricambiò il più rovent e di quegli improperii. E non è da dire che foss e ambiguo il significato di quei gran corni. tutte. venivo a sapere tutto di tutto il quartiere . Si capiva dalle grida che la pas sante doveva aver destato più d'una preoccupazione nel cuore di quelle donne. a entrare in un nego zio. "Gente di cuore". si capisce che cosa significhi tale frase. di vedere una turba di ragazzi che. Sono sentimenti tanto profondi e antichi da parere indecifrabili. Credevo questa imma gine dimenticata da una Roma per cartolina. E in questo quartiere che s'è divisi i vecchi palazzi e li ha ridott i a sé. Con tutta questa violenza del sangue. Perciò di notte non si prova nessuna preoccupazio ne a traversare l'Arco. Poi. direi che non muta più presto di quanto non muti un paesaggio. Non so come e dietro quale avvertimento. come in un paese. e poi d'un romano. Senza volerlo. Ma un'altra scena fu strepitosa. del coraggio e della forza. tutte le donne del vicolo furono alla finestr a simultaneamente. come in una scena di teatro. un giorno di carnevale. non accaddero fatti del gene re. la lunga nenia . i bottegai più brutali s borsarono di belle somme. due o tre volte l'anno con un altarino parato. issando certe grandi corna bovine e caprine su un bast one. non accadde nulla. significa a Roma gente di coraggio e insieme umana. S'in travedeva attraverso le finestre aperte una cura meticolosa e un povero lusso in torno al letto maritale. Sovrattutto i dolori. della bellezza. e la accompagnava un uomo. vita e morte. Bisognava sentire il tono di quell'i nvettiva pubblica. soltanto a Roma succed e che voi cediate il posto a una donna in un tranvai. Il popolo è lento a muovers i. dell'infanzia. senza v eleno. la prima notte che vi dormii accadde un fatto di sangue: una donna ferì l'amante. che risponde all'ariostesco "pe r un buon giorno non temo un mal mese". generosa. Qui. che sciorina la biancheria grondante su un portale elegante come una pagin a del Caro. e la gio ia d'un'ora di semplice ghiottoneria o di festa. le disse papale papale di badare ai fatti suoi se non ne voleva b uscare. anzi con una certa comprensione delle debolezze umane. insom ma. Accade spesso. e mi accorsi poi che son rari quelli che vi passano senza scoprirsi. Da qualche anno sono abituato al Rione Ponte. Non si può mai misurare come reagisce l'animo d'un popolano. Sotto l'Arco c'è una Madonna. o il suo maschietto. sempre con una lampada. senza dire una parola sotto quella frana di vituperii. Levò la t esta soltanto quando fu sotto l'Arco dei Banchi. La donna insolentita passò superba senza alzare il capo. l'amore dei ragazzi che diventa tirannia. Le sue vie sono misteri ose.

degli stracciaroli, e le frasi con cui si raccomandano dai carretti le frutta e gli ortaggi: "Neppure il colore mi pagate", oppure, alla gente che passa senza f ermarsi: "Che fessi che siete"; e il giornalaio che certe mattine strilla il suo foglio e sveglia tutti all'alba perché c'è una notizia che riguarda esclusivamente il Rione Ponte. V Siccome era domenica, erano salite anche certe ragazze a visitare la stanza del Tasso nel convento di Sant'Onofrio, la stanza dove morì il Poeta, aperta a tutti i l 25 aprile, e vi si tiene una conferenza, e due guardie in alta uniforme vigila no dandosi il turno per fare una fumatina in un angolo. Erano ragazze del popolo , in pantofole, che si tenevano per mano, e ridevano curiose come ridono le mode lle che entrano per la prima volta nello studio dei pittori. Esse non sapevano null'altro che di trovarsi nella stanza di un grand'uomo, e pa reva che costui fosse vivo, e fosse uscito, e loro ne profittassero per rovistar e fra le sue cose. Si specchiarono ad una per volta nello specchio del Poeta, un vetro nero in una cornice tonda di noce, e si sorrisero là dentro. Lo specchio fa ceva pallidi, vi si vedeva il bianco degli occhi e dei denti come in un'acqua os cura stagnante. Qua specchiò il Tasso il suo inguaribile pallore. Nessuna di quest e ragazze esitò nel guardarvisi dentro, e dopo un poco la guardia si curvò con loro specchiando il suo pennacchio. Là presso, il Crocifisso di legno è dello stesso colo re della maschera del Poeta ricavata sul suo letto di morte, quel suo viso d'uom o sfortunato, destinato a non aver pietà mai, se non oggi, in questa sua stanza pi ena d'un silenzio secolare, dove è difficile parlare ad alta voce, e dove l'eco de lla sua voce è sospesa nell'aria come una nota che risuona alta nel sonno. Aveva l a fronte liscia, infantile, come si vede in alcuni uomini che hanno penato, dove è addensata tutta la loro innocenza di fronte al destino. Piccoli occhi a mandorl a, annebbiati dalla creta mortuaria. Il viso cancellato dalla rassegnazione e da lla "malinconia" con i lineamenti chiari e indifferenti. Nient'altro di espressi vo che la bocca grande, carnosa, che si adattò a chiedere tutta la vita. È il ritrat to della tristezza e della solitudine. È difficile vedere una immagine d'uomo che serbi con maggior tenacia i lineamenti infantili. La stanza del Tasso dà per due balconi su un giardinetto, e sulla vicina salita di Sant'Onofrio dove le donne vivono coi ragazzi sulla strada, e i muri quest'anno sono coperti di scritte inneggiami a una certa Marcella che deve essere il rich iamo di questa primavera. Dalle due finestre si vede il Borgo; la Cupola di Mich elangelo è vicina, tra le case e gli alberi non si scorge il timpano della basilic a, né il piano su cui è eretta: azzurra e aerea collina fra questi colli. Si vede il Campidoglio appena velato dal bianco del monumento a Re Vittorio. Di qua la cit tà dovè apparire al Poeta come appare ancor oggi, grigia e silenziosa, come una città di scavo. Di qua egli sospirò la sua corona. La stanza è quadrata, con una mano di calcina ai muri, nuda, chiara, e la luce v'è c ome un'onda immobile di oblio. Forse erano come questi i mattoni di cotto sull'i mpiantito, e i riquadri azzurri fra i travicelli, e il piccolo chiostro con la M adonna leonardesca in fondo. Vecchie corone d'alloro appassiscono eternamente su i muri del chiostro. Una corona di alloro sul capo della immagine del Poeta si d isfa come una treccia. Eppure qui sorride la nostra adolescenza, il nostro viso di allora liscio e imbe rbe si affaccia nello specchio nero del Poeta. Ad essa sorrisero prime, lecite e santificate, le bellezze di Clorinda e di Erminia, e quella tizianesca di Sofro nia. Ritroviamo queste illusioni e queste prime creature che amammo, in questa s tanza su cui passò la tempesta, cresciute con noi, invecchiate con noi. Eccolo, da poeta ispirato che era, in cappa e spada, Pro fide, ai suoi anni amari, come un sogno che l'esperienza ha sfatato e legato. "Sono quasi scacciato dal seno della Chiesa." È una giornata oscura e piena di nubi volanti. Pure un chiarore diffuso e traspare nte invade immobile la stanza. Ci ritroviamo qui come in una sua ottava. Una cop pa nera, di creta, è presso lo specchio, anche essa come contenesse un'acqua stagn ante nella sua cavità lucida. "Negare una tazza d'argento a me" diceva "che n'ho t anto bisogno e tanta voglia?" Non ha lasciato altro, insieme con qualche brandel lo di stoffa. In guerra, nei bagagli dei nostri compagni morti, non si trovavano

che cose come queste da restituire. Le due stanze che precedono questa dimora, furono adattate a un museo di manoscr itti e di opere del Poeta. In capo alle scale è stato posto da poco un frammento d i affresco rappresentante il Poeta in piedi, leggero e incantato, agile come una spada, con un foglio tra le mani, come forse sognò di essere. Le due stanze del m useo sono della stessa forma della sua stanza. Sulle pareti una simbolica fiamma è stampata tutt'intorno fra corone stampate, e una vetrina fa da zoccolo alle par eti. Qui sono i suoi libri e i suoi manoscritti. Un quaderno su un tavolo si cop re lentamente di firme. Non più di cento pagine dal 1923, e l'ultima firma è quella del brigadiere oggi di servizio. Piacevano, al Tasso, le pagine ben tracciate, ben squadrate, nitide, ampie, marg inate. Qui si manifesta con una tenacia dolorosa il suo amor della gloria, di qu esta passione antica che si manifestò in lui magnificamente. Aveva caratteri nitid i, agili, magri, come doveva esser lui a vederlo, tracciati col compiacimento, l a cura, l'ordine d'un buon allievo della gloria. Le pagine autografe della Gerus alemme hanno un aspetto di esercito in marcia, ariose con un po' di pompa, e sul le ordinate file degli n e degli r, sulle panciute a ed e svettano l alte come l e lance dell'esercito di Goffredo, le s lunghe e snodate come gli sciabolatori d i Argante, le t tagliate alte come bandierine di squadra e le p poggiano su un l ungo svolazzo come se galoppassero su una lunga scia di polvere. Tutti quei gran e grandi che si trovano nella Gerusalemme, e ve ne sono tanti, s ono pomposi e panciuti, e uno stesso impeto assiste l'ottava in riga dalla prima all'ultima pagina. Come tutti i poeti, vedeva il suo libro, nell'atto di scrive rlo, già stampato. Si lamentava delle cattive edizioni che gli amareggiavano l'ama ra vita. Se le faceva per suo conto nell'atto di scrivere. V'è un suo frontespizio dell'Aminta che sembra quello d'una edizione aldina, col nome in maiuscoletto, l'iscrizione disposta a epigrafe, e perfino un disegno d'impresa editoriale, fat to a penna rozzamente, con un senso di decorazione popolare che era poi il fondo del suo animo; e sotto: Ferrara XXIII - novembre - 1577. L'angoscia colpì più tardi la sua ferma mano. "Il maggior di tutti gli altri mali" s criveva, "e 'l più spiacevole mi par la frenesia; perché sempre son perturbato da pe nsieri noiosi e da molte immaginazioni e da molti fantasmi." La calligrafia divien larga, ritorta, con una volontà di grandezza che la sua pove ra penna smarrita ricerca tra geroglifici disorientati, ripentimenti, vergogne. Vagano qua e là come alfieri in un esercito in rotta le sue iniziali alte e sicure . Una pausa, e con la mano dei ricordi traccia il principio del sonetto: "Deh, n uvoletta in cui mi apparve amore". Ambizioni, assalti vani, improvvise speranze: "Mi fu predetto che quest'anno nel quale finirei il quadragesimo secondo avrei molti beni e molte grazie dai principi". Vede i beni piovere attorno a lui, ma g irano vorticosamente e come ridendo attorno ai suoi occhi, principi, stampatori, amici. Il suo morbus imaginatus gli impediva ogni contatto, e nell'atto stesso in cui un "gentiluomo par suo" si drizzava in piedi, la sua bocca chiedeva pietà: "Le sarei più obbligato (alla duchessa Eleonora) se mi donasse un rubino ed una pe rla legata in oro; perché se avvenisse mai ch'io dovessi prender moglie non mi man cherebbe con la sua grazia anella da sposarla". Una grande corona d'alloro della Città di Roma, fresca e cupa, è ai piedi del monume nto del Poeta nella chiesa. Egli è là, alto, ispirato, vestito di gala, con una pesa nte spada accanto. Nel chiostro al pianterreno, dove egli camminò cadente, presso il cancello di ferro, un uomo si guarda intorno. Il campanello suona a strappi n el corridoio. Una mano tende fra le sbarre del cancello una scodella di latta. L 'uomo si guarda attorno compassionevole, mangia vergognoso. VI La prima cosa che si vedeva affacciandosi alla finestra, era un pezzo della facc iata di San Pietro, e precisamente un campanile laterale, ma non come si vede co munemente, ma diventato enorme, al modo che accade affacciandosi una mattina da una finestra in alta montagna, e la montagna che era una linea lontana sull'oriz zonte si presenta vicina come veduta attraverso una lente d'ingrandimento. Tutta quella parte della basilica si presentava coi suoi cornicioni, finestroni, con uno strano senso di vuoto e di deserto, come accade spesso a guardare l'architet tura di vaste proporzioni, specialmente a Roma, dove tutto ricorda il lavoro del

la fabbrica, quasi che l'uomo col berrettino di carta e il secchio della calce p er chiudere le commessure della pietra enorme, fosse andato via da poco. Questo accade, forse, per via delle molte superfici lisce. Sotto la finestra da cui ci eravamo affacciati, si vedeva una corte interna, le finestre dell'edificio di fr onte, più basso, orlate di pietra; e nessuna voce; un silenzio che faceva pensare subito all'assenza delle donne e dei ragazzi, un silenzio estatico da uomini sol itari. E sotto c'era un orto, prospero, lucido di cavoli, di cipolle, di insalat a, con certi fiori semplici e senza odore, orto da convento, dove il mondo veget ale è anch'esso denso e polputo, e una rosa che si sfogli a pie' d'un muro ricorda il sangue rappreso. Si mise a suonare una di quelle campane di San Pietro, vicina come quell'archite ttura, e coprì tutto come l'onda di un oceano, facendo forza contro i muri, corren do per le sale dell'appartamento in cui ci trovavamo, impetuosa come il vento, e quasi che noi ci trovassimo in un elemento nuovo, quello in cui volano i piccio ni sotto la scossa delle campane dai cornicioni alti; sotto questo colpo parevan o allentarsi le serrature e i cardini, spalancarsi le porte: allora i mobili del l'appartamento presero un aspetto fedele e giubilante, i quadri religiosi, i tav oli dorati, le immagini dei santi, i libri, la poltrona dorata su una predella, che era il tronetto del Cardinale. Ci trovavamo nell'appartamento d'un Cardinale di Santa Romana Chiesa alle sette del mattino. Avevamo ancora nella mente l'ingresso al palazzo, coi preti che sbucavano fuori e si radunavano come gente in costume d'altri tempi, e i ciclisti che andavano a l lavoro tagliando la piazza in pendio e il binario lucido del tranvai, e il rum ore freddo delle fontane; e poi la porta dell'appartamento nel chiostro, col nom e inciso su una targhetta d'ottone come su una porta borghese; poi il cameriere in sparato bianco e giacca nera, e le voci tranquille e sommesse di saluto nell' ingresso dominato da un'immagine della Madonna, il cameriere faceva sovente una smorfia nervosa, e pareva che ammiccasse storcendo gli occhi e il viso, ciò che si mescolò poi a tutte le impressioni della mattinata, come se fosse uno spiritello innocuo e tenuto in dominio. Fra quel mobilio solenne e modesto nel medesimo tem po, in cui predominava lo stile del Settecento come l'ultimo cui si sia fermata l'immagine della solennità e della maestà, al limite dei secoli coi pantaloni lunghi e il cappello a cencio, dei mobili senz'oro e familiari, disadorni e intimi, de l grande avvento borghese, entrò il Cardinale vestito di porpora. Ho veduto anch'io qualche mattina giubilante, e questa fu una; come se il mondo si fosse scordato di tante cose inutili e cattive. E se ci penso, tutte le matti ne giubilanti sono state quelle d'un rito, anche se il rito fu soltanto di indos sare un abito nuovo da ragazzo in un mattino di festa, o di essersi sentito augu rare, ancora non bene sveglio, a dieci o dodici anni, "cento di questi giorni" a ll'alba d'un compleanno, dalla voce improvvisa del padre. Ancora rivedevo i cicl isti tagliare la piazza in pendio e i binari lucidi freddi del tranvai, e i pret i passare il colonnato nell'infinita prospettiva della storia; ma era come il fa tto di un altro mondo. Sapevo che gli assilli e le cure che avevo lasciato fuori mi aspettavano come guardie che si sarebbero messe alle mie calcagna appena fos si uscito. Era anche quell'enorme campana che allentava i chiavistelli e gli sti piti e i sensi. Aveva finito di vibrare come se fosse cessato un vento, e al suo posto scoccò l'ora dallo stesso campanile, senza fretta, che ricordava soltanto i l tempo immortale come la morte. Poiché si sarebbe assistito alla messa nella cappella privata del Cardinale, non s apevo come sarebbe accaduto; il Cardinale parlava con noi bonariamente, e parlav a di anni di vita, di cose familiari di ciascuno, di cose del mondo. Non potevo levarmi dalla mente l'immagine d'una casa mattutina aperta mentre si spazza e si ripulisce ogni angolo sotto la luce casta. Il Cardinale aveva sul viso il rifle sso di quella porpora che una volta per tutte è sul viso del ritratto dell'Innocen zo X di Velasquez, e mi pareva che a furia di parlare latino il suo linguaggio f osse tornato a un colore primitivo, quando l'italiano e il latino erano ancora c onfusi in una ganga, sotto il cretoso strato del dialetto. Questa semplicità e pri mitività della lingua che si ritrova molto spesso tra gli ecclesiastici, dava il v ero senso a quella porpora, ricordava il popolo; e anche quel viso purpureo era

un tono volont ario. proprio quello di cui Roma si volle . quasi che tutto fosse uno scherzo e una commedia di cui egli conoscesse la fi ne. Fu allora che il sapore di quella lingua che avevamo udito poc 'anzi. tra la porpora e l'oro. che attesta del primo nucleo di Roma. quella che in qualche vecchio testo di lingua italiana si sposa a una tradizione realistic a e ferma. dell'odore mielato della cera. e l'uomo che era là sotto celato lo reggeva come si regge il peso d'una responsabilità. E c'era non so che to no fraterno. I su oi giudizi sulle cose del mondo erano d'una saggezza popolare e rude. GLI ETRUSCHI E LA CIVILTÀ POPOLARE Lo scoprimento del Colle Capitolino ha messo a nudo la roccia dalla parte setten trionale. nella sua voce. dei biscotti e dei dolci. soltanto che negli occhi la vecchia esperienza del popolo e ra mescolata a una sottile e maliziosa esperienza. aveva il tono dell'implorazione e del comando. ad aspettare. Il Cardinale si fece s ervire in una ciotola grande. di non aver mai avvertito così potente quel so ffio creatore di quando il celebrante afferma: "Questo è il Corpo. della cioccolata. Ai piedi della rocca crescono i cipressi e il verde. e tornò al suo parlare semplice e al "se' matto!" interessand osi ai fatti del nostro mondo come chi si fa raccontare i costumi degli eschimes i. Affari di Stato. d'un rude italiano d a vecchio libro. di quelle che davano a noi ragazzi nelle case camp estri dell'infanzia. e questo linguaggio era messo al servizio d'un giovinetto qualunque. e il Cardinale si voltò a parlargli come se parlasse a centinaia di persone. Devo dire di non aver mai ascoltato una messa come quella. dei lunghi assedi e della Rupe Tarpea. di reminiscenze latine. vengono a mente altre alture come questa. piegava a quel mistero tutte le sue forze. di sensi che si dischiudono. e ne parlò come si pa rla d'un nemico tra familiari. con l e domande sorprese che avremmo fatte allora. dei parament i che sanno di vecchio incenso. lo si sentiva volargli intorno a servirlo con una sollecitudine da angelo. pie no di significato in ogni elemento e colore che lo componeva. s'impastò in un linguaggio unico e potent e. Avevo già notato. Poi. da un giardinetto pubblico. umile e vissuta. Tutta la mattina fu piena dell'aroma del vino nel calice d'argento. è un angolo. La voce del Cardinale non era più quella. è vera verissima: torna. Certo. Siccome lo assisteva un prete. vi si a ggiunse l'odore del latte. Il cameriere ve nne ad annunziare non so che generale d'un Ordine. E proprio in quel punt o finì la chiara festa di quel mattino. con un'eco di certe terribili minacce e maledizio ni che si leggono nei Vangeli accanto alla misericordia e mansuetudine. di non averne colto m ai così bene il contenuto drammatico. questo stesso senso. egli ricorreva spesso a questa esclamazione: "Se' matto!" frase che io aspettavo con divertimento. dava qualcosa di pronto e di guerriero a quel viso a ntico. si può guardare lo strapiombo. del caffè. Ecco restituita agli uomini una gra nde favola. Mentre eravamo sul più vivo del discorso. Lo immaginavo nella sala col tronetto. come se lo consolasse d'un così treme ndo e impari mistero che gli faceva piegare il capo canuto nella più profonda umil iazione. e ancora l'odore d'un vino leggero e amaro che si versava da una bottiglia. cominciò la sua mattinata. Vennero fuori i nomi di due o tre persone n emiche non di lui ma dei suoi ideali e della sua disciplina. si muove va per lui. e il latte ricord a i pascoli verdi. in tutta la pompa dei suoi paramenti e con tutt e le sue insegne. essa gli usciva da tutto l'e ssere. Era presente un comunicando. apriva tutta un'esperienza. con un senso di digiuno che si rompe. Ricordo che tra le espressioni di cui si serviva. di lassù. e que lla storia della nostra terza elementare.un viso di popolano. e in questo che è il fondamento del Cristianesimo. alla fine. la sapeva più lunga di noi. suscitava per lui tutti i misteri. mescolata alla cadenza d'un dialetto intorno a Roma. una roccia di questa stessa natura. con l a bugia d'argento e il messale e le ampolle. vestito di nero. confidava tutti i segreti. a guardarvi. di tutti gl'infin iti tenuissimi odori d'una mattina religiosa. A guardare dal Teatro Marcelle. questo è il Sangu e". e il cioccolato i mori e i missionari. quel tono. quella nostra prima fantasia intatta. i luoghi delle città etrusche. affidava tutto un potere a lui solo. Già aveva il tono del comando. nella sala da pranzo. In ognuno dei suoi gesti e de i suoi atti pareva che egli sentisse l'importanza del costume che indossava. In quel momento quell'uomo aveva un'altra voce. E proprio ques to.

Un mulino scroscia nella valle presso una chiusa e. Ed ecco che in un paesaggio tanto tranquillo e remoto. coricati sulle tombe in una rassegnazione e pienezza bu ddistica. è la minuta civiltà popolare nella grande civiltà nazionale.disfare fin nella tradizione: un angolo etrusco. Quel colo re. da Bologna a Roma. specie popolare. come dovette essere quell a di Roma primitiva. quella disposizione del colle. buona per vivere fino a che si è in vita. Tutta la letteratura che sa di popolo. come nei vecchi . la quale doveva essere piut tosto una forma di vita e una mentalità che una civiltà. si avverte ancor meglio lo stacco fra una civiltà originaria tutta provinciale e paesana. sottile. accanto alle civiltà perfette. Forse le vie degl'Inferi erano quelle dei p aesi morti. qui è continuità. questa è l'Etruria spenta e distrutta che si riaffaccia a Roma tra le s ue innumerevoli memorie. il limite della civiltà terriera e popolare. il colore della terra. usi. Si potrebbe seguitare a fantasticare di questi l uoghi sparsi per le alture del Lazio. tradizioni. rasenta un fortilizio medievale e un vil laggio. aveva empito di favole licenziose l'antichità per la carnalità delle sue donne. è radice etrusca. A un certo punto della campagna. media delle civiltà antiche. i miti e i simboli nella stori a dei popoli antichi segnano troppo limitatamente la loro strada e impegnano l'a vvenire. morte esterna. fra uomini c osì ragionevoli. L'altura guardata dalla rupe. avevano i loro dii come i Gr eci. Spiriti grossi. Roma o Ruma non diversa da a ltre castella sulle alture. il ricordo delle terre d'origine. a sorridere. il fiume vicino. è. ha sapore di Etruria. da famiglia a famiglia. senza inquietudini. e quella propriamente rom ana. etrusca: l'assenza di favole e di miti troppo grevi nella loro storia. Ce li possiamo figurare. della fine. un aspetto singolare della Roma di oggi. ma traducevano i temi della Grecia sulla creta. e qui tutti contenti di se st essi. Una civiltà di prov incia. avevano avuto i loro dii magri e sottili. con tutto quanto Roma e a Rinascimento vi hanno saputo fondare. la sua stessa licenza e la sua giocosità. altrove la ste ssa cosa è solitudine. da tribù a tri bù. ben sì come case sotto monticelli di terra. L'Etruria morì coi suoi ultimi uomini ventruti. Rimase una eredità. e fin gli oggetti d'uso im portati dai luoghi di origine. E non è detto che anche questo non fosse un ve rtice. inquieta. sulla via di Bracciano. l'espressione cui si può riportare molta vita del l'Italia centrale. Direi anzi che una stretta parentela lega la provincia italiana del Centro con il senso della vita etrusca. attestazione delle o rigini rustiche e terriere come ve ne sono alla radice delle antiche nobiltà. uomo e donna sotto lo stesso lenzuolo. e per non lasciare nella storia a ltro attestato che di una operosità giunta al culmine delle aspirazioni nient'altr o che umane. nascevano le aspirazioni di Roma al divino. ma in cui t utto rifuggiva dalle astrazioni. levati sul cubito. L'Etruria è il paesanismo italiano arrivato a una espressione perfetta. Tornano alla niente Veio e Cerveteri che questo paesaggi o stesso hanno in un'aria remota. da castello a castello. Facevano tombe al modo degli Egizi. le sue scalze dee in atto di modeste passa nti. ma i n un quadro trionfante. il respiro del mare. un Marte succinto con un elmo troppo grande e quasi infantile. la loro vita risuona di anf ore e vasi di terracotta come tutta la vita popolare italiana. a settentrione. mercanti che portavano a queste comunità cose per a dornare la vita. e a vederne il luogo si capisce che guerra dovette esse re la sua con Roma. e dove la pietra di questa natura è divenuta una memoria di luoghi inabitabili. e come è quella della media Italia. e uno dei più in teressanti delle ultime scoperte. costumi. quella roccia. Sembra di leggere Boccaccio. ritrovare la loro radice qui. Abituati come siamo a considerare le città etrus che finite e sterili per sempre. una s trada si sprofonda umida per una valle. ma senza l'aspirazione delle piramidi che implica una civiltà inumana. a non si sa che incanto primitivo. una vita provinciale arrivata alla sua limitata perfezione. con quel tanto di misterioso che sorge su u na Italia de' cui inizi parlano tanto familiari e quieti gli Etruschi. nella pietra. ai Latini. di una vita paesana che si fosse fermata proprio al punto in cui s'inizia quella che noi chiamiamo civiltà. Veio è alle porte di Roma. com'erano allora quando furono vivi: caste lla e comunità di emigrati cercanti tutta la stessa natura e lo stesso color della terra con un istinto di colonie del mondo animale. sembra una via segreta come il meato attraverso cui gli antichi immagina vano l'ingresso nel mondo dei morti. silenzio. cosmopolita.

il ricordo perenne dell'acqua necessaria. il campo. Di qui si vede il mare. e gli antiquari ne vendono per raccogliere la cenere delle sigarette. segni d'una vita eternamente pubblica. compatta e grigia come l'acciaio una strada selciata appare. È diffic ile vedere più misere rovine di queste. Nei Romani la stessa morte con le tombe lungo le s . è il mare che si vede nel fondo delle pianure. dei deserti. non c'è neppure quello che rende quasi allettante il suol o delle necropoli etrusche. Romani e Greci ci hanno lasciato quasi soltanto grandi at testati. riconoscib ile in tutti i paesi. l'odore del mosto e del vino dei vicoli. e apparve soltanto come volontà colletti va sulla via della volontà individuale. brocc he. e il colore di quella polvere. sulla via di accesso che si stan no costruendo gli operai affiorano rottami di orci. come in certi paesaggi dell'America aborigena. Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenisse ro rare e preziose. il fiume era la difesa. si di rebbe che parli una lingua. la casa rustica. a significati occulti e relig iosi. i bovi che aspettano il carico. C'era della tribù e della città. del vino. che d anno l'idea della mercé moderna a serie. miscuglio che dà un colore stretto a quella vita. l'ost eria per chi scende a caccia. fondarono le città dei morti che furono in tutto la riproduzione delle loro case. des erto come la terra che è intorno. non c'è un solo rudere in piedi. m a i grandi magazzini. e come in u na pianta sono visibili le fondamenta d'un tempio. con la sua bella fontana in mezzo alla piazza. e il ponte naturale di pietra che lo scavalca. A occidente del paese è la necropoli: di qui il paese nuovo si confonde col vecchio colore de lla muraglia di tufo su cui è costrutto. lampade. di cui non rimane che il disegno delle città e degli e difizi. il fiume che sprofonda tra una vegetazione di fior i d'un altro regno. dovette esser legata. e cade nella valle: ha una vita di migliaia di anni. ma que sti Etruschi. e tutta questa mercé d'uso quotidiano: coppe. dell'olio. il sentimento della gente piccola coi suoi angoli di casa. è un mondo di eroi e di privilegiali. non le tombe somiglierebbero più a questi depositi etruschi. come accade. in cui l'occhio cerca distrattamente il frammentio m inuto dei cocci. la vita minuta delle donne e dei ragazzi. Direi che l'archeologia di Veio è tutta in questo fiume ch e la circonda. Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti tipici e unici. quello stile popolare che spesso è tutt'uno con lo stile arcaico. Cerveteri è oggi un paese. minuta polvere. niente altro che polvere. Fuori del mul ino sono pochi uomini. l e sue abitudini. strumenti per misurare il tempo. A primavera il prato lungo il fiume è pieno di fiori. come se fosse una frana immane. quelli stessi che acc ompagnano la vita etrusca e il transito suo. il fondamento del tempio di Apollo. ecco qui merci della vita d'ogni gi orno. nella letteratura come nella pittura antica. i cui nomi maggiori che ci sono pervenuti hanno un suono di casati italiani di vecchio ceppo. Appunto questa religione dei fiumi. dei vetri dai colori iridati. vecchio svago etrusco. sta nel fondo rattrappito. l'albero. uscendo su uno spiazzo. le lastre di pietra della strada e delle fondamenta sconnesse. Là sotto si circondava ognuno di questa roba. come passi fatti incerti. vecchi a strada su cui passano le navi. e si conficca come un'arma entro un colle erboso. Ma la voce dell'acqua è là sotto. si vede da vicino lo spolverio minuto e lento d i questa terra. che a strapparle mostrano i loro tuberi sotterran ei come attributi sessuali (l'orchidea è un fiore maschile). Quasi consci della loro fine. Poi. l'acqua scivola sotto una passerella di legno. situle. hanno portato nella nostra fantasia il colore d'un popolo. e lungo il fiume erano le vie dissimulate fra le rocce. la linfa e il bagno. orci. nata da ne cessità pratiche. e non è che lo smuoversi lento di poca terra sotto di noi. hanno uno stile fuori del t empo. ciste. la visione d'un mercato di p iccole cose comuni. come se si ritirasse. i suoi bisogni. La terra è incredibilmente molle. e non è questa una delle ultime ragioni del potere che i resti della vita et rusca hanno su di noi. la forma dell a casa nelle loro tombe.stucchi romani. e i neri nerissimi rottami di vas i. la loro folla è que lla del coro dei drammi e delle tragedie. della maremma. alta. allo stesso modo si presentano questi numerosi vasi. una ricca fio ritura di orchidee selvatiche. A sedersi sul muricciolo. un uomo sta lavando certi bùcc heri di fresco scavati in una tomba. fibbie. Dopo pochi passi un recinto di filo di ferro chiude la necropoli. ma di altro mondo e di altri porti. solenne.

la signora ha appeso al muro una collana che si è tolta or ora. Vi si entra per un passaggio basso. senza decorazioni. e solo più tardi. solo allora è come se si vacillasse al bivio d'u n viaggio ultraterreno. portano alla st essa pace e allo stesso silenzio. è inquieta. sulla Via Aurelia. Ognuno di questi luoghi è una casa. per il pranzo e per la danza. con le loro porte. con qualche pianta di ro se in fiore ai crocicchi (caste e frigide rose delle città morte). com e se sopra vi fosse un primo piano. come le poste dei suoi cursori. domestica come il gatto. fin dove l'antro diventa spazioso e la spaccatura raggiunge la cima. Intorno. e sul tavolino da notte il rotolo d'un libro letto a metà prima di prender sonno. si avvicendava essa alla vita. Piccola casa mod esta. non come nelle piccole sepolture d ove i letti sono separati quasi che uomo e donna avessero troppo faticato insiem e nella loro vita. letto d'un'infanzia eterna. sulla parete centrale. e a mette re i piedi sugli scalini. all'ingiro. La luce agisce sulla pietra come un corrosivo su una lastra fo . le strade che si spartiscono in certi angoli. e per la signo ra. il bastone. la spatola della cucina la faina. È veramente una montagna spaccata. PORTE DELL'ALTRO MONDO Siamo andati a vedere la Montagna Spaccata che si trova quattro chilometri e mez zo a sud di Orbetello. scavata tutta in un blocco di tufo. per starvi. Sullo scalino sono posate le scarpine della signo ra. e il piatto delle pietanze. come se qualcuno si dovesse destare ancora da una sete notturna. Nell'antro le pietre cadute formano come una assemblea. con le sue zolle erbose. s'odono cantare gli uccelli sulla superficie della terra. lo scudo. divenute sepolcreti. letti di pietra inclinati pei servi che vi erano depos ti a dormire anch'essi l'ultimo sonno.trade dà il senso del lungo cammino. un riposti glio coi vasi del vino. di quanti mai passi risuonano. per contenere meglio la donna che. E mentre le voci trascorrenti lassù ris uonano dolci nella caverna. una voce che si leva quaggiù si perde sorda e spenta. senza servitù. l'arco del cacciatore. come in certe case rustich e si passa per la dispensa e per la cucina. il corridoio d'ingresso col muricciolo su cui sono posati i vasi dei viveri. Qui stanno insieme su un letto scolpito nel tufo e lavorato d i stucchi. dell'acqua. le immagini della vita dell'uomo. Le pietre radunate nell'antro sono incise dalla luce e dai raggi del sole che a certe ore penetrano come in una camera oscura e v'imprimono la forma dello schermo attrav erso cui passano. In queste grandi case. e poi la stanza centrale: intorno in torno pel muro i cubicoli della famiglia. e nel me zzo. l'elmo. e le due sponde r ialzate ai lati. quel li del padrone e della padrona. Macigni fra l'una e l'altra parete formano la volta del corridoio. Quello della donna con un cuscino di pietra più inclinato. appeso dalla s ua parete il ritratto di suo padre. il carniere. quando ci si accorge che è una città di sepolcri. se si scoprissero dell a terra che li copre come capanne. e un corridoio stretto dal macigno. una luce verde scende dagli alberi che crescono sulla rotta cima del colle e si affacciano sul crepaccio. per segnare il ritmo di chi rimenava la pasta e di chi vibrava i colpi di sferza delle punizio ni. il l etto dei capi della famiglia è uno solo comune. C'è la scala esterna. ma questi paesani con la memoria dei sepol cri orientali fondavano necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui p otevano correre le invasioni e l'aratro solcare senza disturbarli. quella umile e quella ampia di grandi e ric che famiglie. il materasso. È lo stesso che affacciarsi alle soglie delle casupole di certi vill aggi: qui è una stanza comune. In terra. si rivelerebbe una c ittà di case basse. si sa. la spada. nel mezzo. Il suolo è coperto di foglie secche cadute dagli alberi giù per lo spacco. Ma quei lettucci delle famiglie piccole e modeste! Quello dell'uomo liscio e sco modo. Quella del sepolcro più grande riproduce il palazzo. per le pareti e per le colonne semp lici e squadrate che reggono il soffitto a travicelli scolpiti nella pietra. letto premuroso come se qualcuno lo avesse rincalzato. dormire. i due c uscini un poco in disordine per avervi vegliato un poco. e infine il famos o flauto che suonava per la caccia. cioè un poggio alto una sessantina di metri e tagliato in due dalla cima alla base. mangiare. alle due pareti oppo ste due lettini di pietra separati dalla colonna che regge il soffitto. simile a una t appa. La necropoli di Cerveteri ha addirittura la pianta d'una città: una strada nel mezzo con la tra ccia delle ruote dei carri. lo scalino per salirvi. vi è riprodotto il letto loro di ferro o di rame. si vede il cielo. il tavolino da notte accanto.

tografica. Cupe e morte sono le altre pietre nell'ombra perenne. Non vi cresce u n filo d'erba e non v'è traccia di vita. Questo è un luogo antico, naturalmente; ed è un luogo etrusco. Era forse un passaggi o per sbucare al coperto da una parte all'altra del colle. Ma, e forse meglio, f u un luogo di riunione per qualche rito. Gente di passaggio sull'Aurelia scende verso questa parte, pel viale dei giovani cipressi, perché la Montagna Spaccata co mincia ad avere i suoi visitatori. La misteriosa caverna è più accessibile oggi a ge nte che arriva da trecento chilometri lontano che non anticamente alla gente etr usca della città di Cossa che viveva sul colle accanto. Lo spazio era un fatto che contava per gli antichi nella stessa misura che esso non conta per noi. I racco nti prolungavano le distanze, e il mistero che è la potenza delle distanze. E poi, i luoghi sacri hanno il potere di creare intorno a sé una zona di lontananza. Dappertutto, nel mondo antico, si trovano luoghi come questi, latebre, lustri, r ecessi, spechi. E mi piace immaginare gli antichi ai quali le distanze appaiono enormi, anche quelle più familiari, come ragazzi ai quali gli angoli tra le stesse mura domestiche sembrano da esplorare o inesplorati; in essi trovano riparo nel le ore dei sogni e delle fantasticherie, fino a credere d'essere addirittura inv isibili nascondendosi sotto un tavolo. Non altrimenti l'uomo antico, e ancor ogg i l'uomo primitivo, vedeva le distanze che lo separavano da alcuni luoghi della terra; tutti e due, l'antico e il primitivo, sedentari non soltanto perché forniti di mezzi di trasporto lenti, ma perché, dovendosi muovere non per altro che per b isogno, poco avvezzi ai viaggi. Ma soprattutto il fanciullesco amore del nascond iglio accomuna l'antico e il primitivo; e il fatto di vietarsi alcune strade per ché spiranti mistero appena vi cresca un ciuffo d'alberi o vi sia una grotta. Oltr e l'orizzonte dove si ferma lo sguardo, essi mettono una favola. Basta, per ques to, sentire come in molti luoghi dell'Oriente e del Mediterraneo la gente fantas tica ancora di luoghi lontani, e come d'altra parte appaiono misteriosi i vianda nti, i pellegrini, i pastori, che per l'appunto fanno molto cammino. Ma, forse, non si tratta soltanto di abitudine ai viaggi, quanto d'un potere fan tastico proprio dell'infanzia degli uomini e dei popoli, d'una facoltà di animare ogni aspetto singolare della terra e di scorgervi un divieto sul quale nessuno c erca di procurarsi una testimonianza dei propri occhi. Noi stessi, andando a vis itare tali luoghi, torniamo insensibilmente all'infanzia nostra e del mondo, ent riamo in detti luoghi come un tempo della nostra fanciullezza scendevamo nella stanza più remota e oscura della casa come in un mondo animato d'una vita oc culta che ci sbigottiva. Per un poco vi crediamo ancora, tanto questo sentimento è radicato nell'animo umano, e risponde naturalmente a un suo bisogno. Un luogo dove questo potere fantastico degli antichi si manifesta con tutta la s ua ingenuità e forza, è l'Antro detto della Sibilla a Cuma. Qui la Sibilla dava i su oi responsi, qui era il passaggio per gl'Inferi, qui le rive del sotterraneo fiu me dei morti cui la Sibilla era guardiana. Questo luogo esercitò su tutto il mondo antico un'importanza tanto grande da fornire poi per tutti i secoli avvenire e alla stessa nuova religione un'immagine plastica del mondo ultraterreno. Il paes aggio intorno, tra il lago Lucrino e il monte, non ha nulla di singolare se non la solitudine che è propria di luoghi carichi di tanto significato, una solitudine rimasta incantata nei suoi molti secoli, e che fa pensare se non sia proprio un a coincidenza singolare che tali luoghi non siano mai popolati, quasi nascondigl i e bracci morti della natura. C'è quel pallore, sulla terra, sul lago, sul colle, e poi su ogni aspetto intorno per un lungo tratto, che fa del paesaggio una mem oria. La porta non è un così grande ingresso quale si potrebbe immaginare da una fan tasia moderna avvezza alla scenografia della letteratura e del cinema; è appena un passaggio, un meato, e di là comincia il gran viaggio. Tutto intorno alla porta, centinaia di biglietti da visita coi nomi dei visitatori, evocano nomi diversi d 'ogni terra. I biglietti, l'uno sull'altro, sembrano foglie cadute del grande al bero della vita. Stetti a guardare come i due uomini che ci dovevano servire da guida si cavavano i pantaloni per guadare la corrente sotterranea; un gesto simile, non guardabil e e da farsi in segreto, compiuto sotto gli occhi dei visitatori, nonché ridicolo poteva apparire grave e terribile; forse come a vedere qualcuno che si appresta ad eseguire una tortura. Era un gesto professionale; forse quegli uomini, di pad

re in figlio, avevano portato sulle spalle per lunga tradizione i visitatori del l'antro. E poi, come i due uomini portavano i pantaloni ripiegati sul braccio, q uasi che in una vita anteriore avessero avvolto intorno al braccio un mantello. I napoletani hanno a volte atteggiamenti da farvi rimanere a bocca aperta pel mo do con cui nobilitano o rendono naturali certi atti di cui chiunque altro si ver gognerebbe. I due traghettatori sono le migliori guide per una visita come questa: caricando vi sulle spalle per passare il fiume sotterraneo, vi fanno sentire di aver porta to mezza umanità sulle spalle, e di tutte le razze ed età; vi adattano con un gesto, una parola, uno scrollo; hanno una vecchia conoscenza del carico umano, con man o sicura fanno sentire una scienza della meccanica del corpo umano. Si vedono al lontanarsi col carico sulle spalle, per l'acqua di cui non si scorge il fondo, n ella grotta bassa e oscura al lume della lampada ad acetilene. Si sentono le lor o parole morte sull'altra riva, si scorge qualcuno posato laggiù che aspetta, che forse ha un vago terrore di essere lasciato solo mentre quelli tornano indietro a traghettare altri. Laggiù un amico, vi parla, come se la consuetudine di questa vita si perpetuasse nel sogno di quell'altra; tra due sogni: e le parole si spen gono nella profondità, e si vede soltanto una bocca muoversi come nella visione d' un mondo senza più suono. Da quanto tempo si compie lo stesso lavoro in quest'antro? È incalcolabile. E torn ano a mente i mille e mille biglietti bianchi che attestano il passaggio da quel la porta; messi insieme, l'uno sull'altro come l'ala d'un grande e fatale uccell o bianco inchiodata sulla soglia. Poi i due portatori, seri e attenti, dimostran o come erano dati i responsi della Sibilla; lo fanno con poche parole: uno indic a un tettuccio di pietra sulle rive incassate del fiume su cui i passi infiniti hanno improntata la pietra, ed è il lettuccio della Sibilla: vi si sdraia come la Sibilla, sul letto di pietra e sul cuscino di pietra, mentre l'altro si affaccia da un pertugio che comunica con la stanza accanto e mostra il viso di chi atten de la sorte. Fanno queste cose con poche parole: appaiono e dispaiono animando l 'antro e rappresentando l'antica favola del mondo in cui discesero Enea e Virgil io e Dante. Sembra un gioco di ragazzi, e una rappresentazione popolare. Ma solt anto perciò tutto è ancora vivo. E non dimenticherò come i due uomini prendono il prez zo del traghetto, e con quali augurii per la strada che ci aspettava. E come a u n certo punto passati al di là dal fiume letale, ci fermarono in una cella, davant i a un muro interrato, dicendo che il passaggio era interrotto, ma che di là si tr ovava l'altro mondo. Quanto era distante tutto questo? Come erano lontane le riv e del fiume? Come era grande il giaciglio della Sibilla? Mi parve tutto grande e breve nello stesso tempo, una misura difficile, la misura delle favole e della vita antica. LA FIERA DELL'IMPRUNETA Quel giorno, d'ottobre, la Toscana usciva da un temporale d'autunno, il cielo er a grigio e azzurro, e l'azzurro degli ulivi e degli olmi cui si appoggiavano le viti, e il colore finito delle viti autunnali, facevano di tutta la regione del Chianti un grande specchio del cielo e delle chiare nubi al limite dell'orizzont e. Tutto azzurro e grigio, d'un color minerale, in cui i cipressi venivano avant i neri tra quella chiarezza di colori metallica, e l'aria limpida e i campi eran o tenuti a guardia da cotesti cipressi come gente accorsa sulla soglia d'un camp o e d'un casolare. La piazza dell'Impruneta, per chi non la conosca, ha una sing olarità: che vi si accede dal ciglio d'un colle; la piazza si stende in pendio, la ggiù è il famoso campanile con la chiesa raccolta fra due ali di case; sul fondo, di etro il campanile e la chiesa, il monte delle Sante Marie, una collina sormontat a da una croce di legno con le braccia assai larghe; questa collina ripete l'imm agine della chiesa e forma con essa una sola architettura. Il ciglio del colle, prima che arrivassimo sulla piazza, era irto delle stanghe dei carrettini; dall'altro lato della strada da un muricciolo si affacciavano le teste più attente di asini e di muli: coi loro nitriti c'introducevano alla fiera , e per un poco non si sentiva altro. Ma poi, affacciandoci sull'altro versante del colle, si vide la piazza e tutta quella folla. Un torchio gigantesco, rimast o in mezzo alla piazza dalla festa dell'uva del giorno avanti, pareva un monumen to naturale, posto com'era nel paese più prospero del Chianti, e nel centro di que

lle famose vigne. C'era una gran folla, gente venuta da Firenze, borghesi e popo lani, contadini e fattori dei dintorni con le loro donne. I soli colori accesi c he si vedessero erano i fazzoletti turchini e rossi annodati al collo di certi c ontadini. La piazza in pendio è grande e sembra grandissima, appunto per la disposizione dei suoi piani; i movimenti della folla, come di un selciato disposto a onde, le da vano una più grandiosa dimensione. Guardandosi indietro per la piazza in salita, s i scorgevano tutte le cose, gli uomini, gli edifizi, gli animali, come su una ri balta inclinata; in certi angoli che parevano piccoli palcoscenici, nelle terraz ze delle trattorie, gente mangiava ai tavoli apparecchiati; sembravano in un int erno lontano; non so come, il ritmo delle braccia che portavano i cibi alla bocc a dominava quella scena, era il movimento gigantesco e multiplo di quella folla. Una folla silenziosa o quasi, tra cui le donne si aggiravano col viso smarrito e col tremore e il pallore che prende le donne, quali che siano, quando si trova no in una di queste feste, come se sentissero potente e selvaggia la forza dell' uomo. Era forse questo che dava un sottile senso d'inquietudine e di vicina cata strofe, un tremore di attesa, una vibrazione come alla presenza di forze occulte , e ad aggirarsi in un mondo in cui i contatti erano facili, come accade nelle f este, pareva d'impastarsi in un elemento umano, senza ripugnanze e senza pensier i. È proprio questo che dà ad altre feste popolari, sotto altri cieli, quell'ebbrezz a per cui la folla grida, canta, balla, in un'esaltazione collettiva, in cui la felicità, i dolori, le speranze, acquistano un unico senso, e i tripudi e i deliqu i mistici hanno gli stessi moventi. Qui tutto pareva calmo, semplice, lieto; le grida dei venditori che richiamavano l'attenzione sulle loro merci e incitavano a mangiare e a bere, suonavano come sferze su quella folla, con quel tanto di co nturbante che hanno le voci umane in un'accolta di persone. Dicono della sessual ità che si scatena nelle feste. Non è proprio questo: è la gioia di confondersi, in un freno rotto, il piacere di rimpastarsi in una materia vivente, l'abolizione di ogni antipatia nel ritrovarsi e nel fondersi in una solidarietà di natura animale. Altrove questo diventa facilmente esaltazione. Qui, tra un popolo civilissimo, quell'enorme festino, quella gioia del mangiare e del bere, parevano la celebraz ione estrema di un rito perduto, ma vivo nella memoria profonda degl'istinti. Er a facile ricordare la suprema indifferenza etrusca fra i beni della terra, il se nso di pace beata e di pienezza, quella del ventre pieno che li stende sui loro lettucci e li avvicina alla contemplazione. Si sa quanto son parchi i toscani, e come sono parsimoniosi; è la loro parsimonia che per l'appunto dà un valore tanto più grande alle cose; alla fiera dell'Impruneta le cose del vivere vi sono profuse come in una scommessa annuale, con la larghe zza cautelosa del popolo, col rispetto che ha il popolo per le cose necessarie a lla vita, che da questo rispetto escono quasi consacrate e che sono il segreto d ella vita antica popolare, il più aperto contrasto con lo sfascio di merci della c iviltà moderna. La piazza era piena di venditori soliti, quelli che portano alle f iere gli elementari manufatti dell'industria, rimasta per queste cose sempre all o stesso gusto e allo stesso colore. Ma lungo le fiancate della chiesa e sino alla fine del paese, c'è il banchetto più s traordinario che si possa vedere. Vi si tengono banchi di cibi, vini, sacchi di pane, e accanto a questi banchi le tavole apparecchiate e le comitive che mangia no col dispensiere allato. È come la conclusione dell'anno, il vino divenuto più sod o e già vecchio, la porchetta tenerissima, i polli buoni dopo le covate estive: ma bisogna vedere i tagli diligenti, i modi gelosi e solenni di presentarli, un pa radiso delle gole semplici, o di quelle sciupate ai mangiari raffinati, un ritor no alle manipolazioni originali, un vero museo dell'arte regionale nella cucina: le soppressate sembrano di alabastro, il taglio della porchetta crocchia sotto il coltello, e gli aromi dell'erbe necessarie a queste cose hanno l'alito delle case al tempo dei raccolti estivi. E questa non è che l'introduzione alla grande s cena che Callot non ha forse veduto o non è riuscito ad annotare, e che gli avrebb e dato uno di quei temi come la scena degl'impiccati o le sue folle di straccion i. Voglio dire, il viale dei polli arrosto. Da una parte e dall'altra della strada, per un buon tratto di cento metri, due f ile di rosticcieri improvvisati manovrano ciascuno quattro o cinque girarrosti;

un uomo che girava su un carosello. Tra p oco avremmo veduto quello straordinario viale già alla fine dei pranzi e della fes ta. il rumore diff uso degli organetti e delle chitarre dei cantori ambulanti si mescolava al tinti nnio delle stoviglie. Un apparecchio girava di qua. Proprio così. Sotto quei pini. Tra questi fumi di arrosto e di vino. A nche questo. in cu i ella rappresentasse il simbolo di una qualche virtù. A lei si aggiunse più tardi u na vestita di verde. tutti insieme. si scorgeva la folla seduta a mangiare. e questa abbondanza era muta. capitate là da un affres co. la collina delle Sante Marie si levava davanti a noi investita dal sole avvinato. Ma la visione di quella mate ria in continua trasformazione. le due donne. A levare gli occhi si scorgeva la vallata di qua verso il fiume Ema. accanto ai bicchieri vuoti i brividi dell'autunno e quelli del vino si confondevano in uno. le donne spargevano il sale da una gran cartata. gl'inservienti infilzavano intorno ad al tri spiedi la nuova mandata.ai lunghi schidioni sono infilati una dozzina di polli. anch'essa piena di gen te. in tutte le stanze. ben gialli. E un senso diffuso di una festa finita. l'aroma di quell'arrosto. e per poco stettero sole e ferme in quel ritmo di uomini ch e scendevano e salivano. e intorno a lei mi pareva che tutti girassero in un'armonia. quel sapore vecchio. Più oltre il dilungarsi dei campi e dei colli della Greve. già fredda. e. o profetesse che scrutavano la sorte sulle viscere degli animali. e le scene dei venditori allineati coi loro apparecchi e i fuochi uno accant o all'altro. tra lo smeraldo dei prati autunnali. Cominciava la sera. coi movimenti leggiadri che hanno gli uomini veduti da lontano in folla. altre l'olio. di rose sfiorite e di giardini autunnali. e da quello spettacolo. tutti in un medesimo len tissimo ondeggiamento ma in diverse direzioni. e da una parte all'altra era tutta una sinfonia di giallo che andava dal rosso di Siena degli animali già a puntino al giallo zaffera no di quelli da rosolare. si scorgeva per ogni spiazzo del paese gente seduta a tavola. pareva volare in sogno e con una leggerezza di ebbrezza. Le donne o ra tuffavano le mani in quei resti lubrici e rossi per portarli a qualche mercat ino di città. dei so liti nelle fiere. e i l rosticciere badava che il fuoco li colorisse bene. C'era un intero edilizio sgombrato in tutti i piani. . col suo azz urro e coi suoi grigi lontananti e divenuti più duri e più freddi e più sereni a mano a mano che declinava il giorno. quasi un migliaio su tutta la strada. e la folla si mosse andando verso la cima del monte a visitare il cimitero che lo domina. Dall'alto della terrazza. dopo la festa. Le braci. di cosa lungamente conserva ta. l'altro di là. ogni angolo della casa era occupato da una foll a già seria all'ultimo bicchiere. Si poteva stare un pezzo a osservare la sapienza di quella cottu ra. Il rosticciere ne regolava i movimenti con attenzione girando lentamente la ruot a che mette in movimento gli schidioni. di qual vecchio rito faceva parte? A un certo punto vidi una figura di donna vestita di rosso in un prato sulla chi na del colle. quello scialare in cui non si vedeva un solo ubr iaco. Nei corridoi i contabili segna vano le portate su grandi fogli. Esse erano forse due Virtù. c'era gente che mangiava. e ancora i cipressi de i casolari e dei cancelli che guardavano esclamando verso di noi. volatizzavano e diffondevano l'odore dell'arrosto. e sembravano vecchi àuguri. apparta mento per appartamento. q ualche vecchio castello tra i vapori sfolgoranti lontano. Le carni rosolate trascoloravano in breve per tutte le gradazioni del giallo. col sapore e l'odore del vino del Chianti. le teste con le lor var ie penne come dipinte da un pennellino sottile in una stampa chinese. Di tutti quei polli non rimanevano alla fine che le viscere e le rigaglie in grandi ceste. osservandone i colori con l'occhi o attento di un pittore. parevano un'antica fantasia popolare. da quella sinfonia di od ori sembrava di uscire a rivedere una luce sublime. sotto. e bastava un attimo perché si notasse un colore troppo bruc iato e risecchito come di certi polli di cartone che si servono ai finti pranzi delle commedie. poi il sottobosco non fu che uno svolazzare di carte in cui erano state involtate le cene. quella grassa abbondan za e insieme pulita e composta. e sono cinqu anta polli che si rosolano insieme sul rettangolo della brace in terra. e solo quando la mandata er a in ordine gridava le lodi della sua cottura. i polli divenire marrone e rinseccolirsi con la stessa tristezza di un fiore che appassisce.

Ma ha un cap opesca che sa il fatto suo. dice il padrone de La Pace. Ieri l'altro tornarono dopo tr e giorni. sono nuovamente all'Argentaro verso le quattro . Io non desidero altro che di cavarmela. E non dicono dov e vanno. "Sapete quanto pesce hanno buttato come rifiuto il giorno anniversario dell'Impe ro? Quattrocento quintali. "A Roma. È cibo. Avevano telegrafato a tutti i porti d'Italia: mandate pesce. aggiunse il padrone de La Pace. disse il padrone de La Pace. due lire il chilo al massimo. Gli uomini che aiutano a scaricare sono due e dormono a b ordo. quanto lo pagano? Una e venticinque. Arrivano alle due di mattina a Roma . e la nave che è costata centosettantacinquemila lire." "Tutto l'equipaggio è di Port'Ercole." "Vorrei imbarcarmi per un doppino". avete inteso? Tiene il primato di questi posti. disse il signor Loffredo. e sovratutto secondo le sue esperienze. la cautela. tutti dissero che sarebbe andato s ubito a fondo. i pescatori.I PESCATORI DELL'ARGENTARO Il signor Loffredo era il proprietario del motopeschereccio Montargentaro. conosciuto i mari fino al Lev ante e alla Spagna. E così tutti i giorni." Il signor Loffredo disse questo sottovoce. Anche col tempo peggiore tornano a casa con un buon carico". Quanto lo pagano ai Mercati Gene rali? Di'. È uno di Port'Ercole. sopravvanza ndo le case più basse." "C'è anche questo". Sapete che cos'è un doppino? Quando i marinai stanno in mare due giorni e due notti. "Lo avete visto il Montargentaro? Si riconosce subito perché non somiglia a nessun altro. perché ho delle spese: la nafta. potrebbero venderlo in tempo a prezzo basso." "Diciotto quintali. Egli parlava del resto sempre sottovoce. Questi autocarri si muovono la sera. è grazia di Dio. "Quanto ha portato ieri sera?" "Diciotto. con quella discrezione che è propria dei marinai. Difatti è un po' tozzo." "Magari fossero due lire!" mormorò il signor Loffredo. è nutrimento. riempiendo di sé tutto l'abitato. "Ma dico. riflessivamente. il più reputato peschereccio appunto dell'Argentaro. Quest'anno sono rimasti a casa quando?" "Un giorno su trecento". ripartono alle nove di mattina. che non aveva ancora parlato. "E del resto. non sono in mare tutti i giorni?" "Tutti i giorni?" "Trecento giorni dell'anno. Ora è l'uso che non rimangono a casa se non quando il mare è proprio catti vo. avendo n avigato per venticinque anni a bordo d'un veliero." "Come? Hai tutta gente di Port'Ercole?" Poi rivolto a me: "Vanno lontano. dissi io. "Il pesce costa così caro". ch'egli aveva fatto costruire seco ndo le sue idee e i suoi gusti. potete pensare . è lavoro". "Ma quel giorno non si poteva uscire. Il signor Loffredo aggiunse: "Io non mi occupo di quello che pescano gli altri. s'è stabilita una specie di gara. disse riflessivamente il signor Loffredo. Poi un altro . l'autocarro col rimorchio del Monte Argentaro. Ma c'è la sua ragione.. "Ma andatelo a dire un po' a loro. un altro ancora. quasi il timore di guastare col pensiero q ualcosa che sta accadendo. "Sborsate una sull'altra". e non pagano un soldo. di'?" "Quindici.." "Ma lo pagano. Soltanto quindici. Quando fu varato due anni e mezzo fa." "E ormai fanno doppino due volte la settimana. di quanti pescatori. Poi ne hanno seppellito quattrocento quintali." In quel momento passava traballando. e la domenica fino a sera stann o a casa. disse il padrone de La Pace. in posti che nessuno conosce. sette uomini d'equipaggio. caro signore. dico io. Il lavoro.". Quanti quintali. La notte sul sabato." "Pagano? Vi comunicano che è invenduto." "È il miglior motopeschereccio di Santo Stefano"." "È lavoro. e i viaggiatori della li nea di Pisa li vedono sulla strada rotabile. . Ma non erano buone giornate. Tutti i giorni. "A Roma". "Già. e che dipende da elementi tanto incerti: il mare.

sonoro e lucente. Ne ha distrutte alle Cinque Terre. e tentano tutti i giorni le fortune del mare. che ricorda architettu re di mondi primitivi. Non ve n 'è fino agli Urali. stretto m a folto. disse il signor Loffredo. Ric ordo per esempio che una materia prima che manca alla Russia è la pietra. che va peregrinando in cerca del guadagno della giornata. pe r accostarsi alla terra. Tra le arti che gli uomini dell'Argenta ro sanno esercitare è questa della pietra. Sul lavoro dei padri messo su con le mani aride dei cavat ori di pietra. colmare la fossa. tanto sono abituate a una fatica troppo pesante."Va bene". C'è penuria di pietra come da noi c'è mancanza di terra. "Quando volete. a un terremot o. carciofi. paziente. Conosco gente ostinata. e i vecchi. e i vignaiuoli sono sta ti costretti a mettersi in mare. Questo equivale a un disastro. intisichire. È l a storia della Liguria. La notte è di quelli che tentano dalle spiagge più remote di raggiungere le città. e ri salendo il mare. ha fatto una notte di pesca e un'altra la farà in viaggio. . Con un co sì bel nome. portare lassù la terra a sacchi. bisogna lavorare seminudi in acqua. faticoso e duro ma pulito. qualche superstite vi pianta qualche ortaggio: pise lli. aveva formato una specie famosa per tutte le contra de dei vignaiuoli. il mare ha pochi approdi. Questo dramma si svol ge silenziosamente. con la sua scatol a di zinco. porta pochi chili di triglie o di sogl iole. tanto essa è divenuta complessa. sempre in lotta ma tutti gli anni pieno di n uovi figli come un mai smesso atto di fede nel domani. e da quel flagello che ha distrutto in pochi anni molte vigne: la fillossera. e perciò le strade sono difficili da costruire. perciò quasi tutta la contrada è fatta di abi tazioni di legno. e bisogna d ar da mangiare ai ragazzi. ricco. la vita è piena di gente ch e passa. d'inverno. La pesca sull'Adriatico è difficile. gli uomini hanno armato barche. Intanto l a popolazione ai piedi delle montagne si moltiplica incredibilmente. arida. separata. Bis ogna chiedere a qualche altro elemento le risorse per vivere e per ripiantare la vite. disporlo a terrazze di pietra squadrata. q ualcuno parte dalla costa dell'Adriatico. Il proble ma delle strade in Russia è un problema secolare da cui dipendono molte cose nella pace e nella guerra. e niente è più crudo di questi bastioni di pietra costruiti in modo ciclopico. in un vagone di terza classe. cento migl ia a settentrione di Roma. guidando la motocicletta dopo aver guidato il suo motore in mar e. col suo carico di pesca su un rimorchio. dopo anni di selezione. di fficili da colmare i binari dei treni. Per istrada incrocia altra gente. la gente cerca il mare. i mercati. La notte è di questa vita occulta che reca viveri verso le città assediate dai bis ogni. su questo monumento della ostinazione italiana. con le mani intirizzite e dure che non riescono più a stringere un' altra mano. paranze. Ma dove c'è il modo di tenersi al riparo. enorme. Qui invece la pietra è troppa. per tutto lo stivale. non ha nulla di pittoresco per impressionare gli uomini. per cui la v ite s'era adattata al luogo. riprender la lotta che è già tanto acerba quando la vite è viva e sana. Per via di questo l avoro ingrato una colonia intera di marchigiani ha abbandonato quelle rive. superati Messina e il golfo di Salerno. Poi più tardi la motocicletta di qualcuno che portava un carico al mercato di qualche città vicina . Molti sono spint i dalle cattive annate. Ma il vino prezioso non spunta più. che dove si può si pianta un orto. quelli che portano pane e uova. liberare la poca terra che è buona. Dove la terra è difficile. che viaggia. e su questa piantare la vite. che non sanno ormai cos'è la vita. verso i luoghi che comperano facilmente. forte d'una forza quasi naturale. trasportare per la costruzione del le fabbriche la troppa pietra che rimane. s i è stabilita a Bocca di Magra. o al Caucaso. mentre le donne rimaste a casa. e mi trovavo in un mondo estremamente lontano. è un capitolo fra i tanti dell'epica del lavoro italiano. Ero distante appena centocinqua nta chilometri da Roma. l'Argentare! Sul magro promontorio che dove c'è un riparo o un muricciolo o un poco d'acqua matura buono l'arancio. La pietra è a suo modo una ricchezza." Gli autocarri avevano svoltato la punta tra un nuvolo di polvere. rip iantano la vite giovane filo per filo. vedere la vigna spogliarsi. una vigna. Scalare un colle di roc cia. mentre qualcuno. motopescherecci. bionda e fertile. Questa dell' Argentaro è una. Anche qui all'Argentalo ho trovato la stessa condizione. bisogna far saltare i massi c on le mine. secondo i pochi soldi raggranellati e le economie degli uomini che navigano. baccelli. La fillossera ha portato la rovina. dalle Marche.

e in Maremma. Sapete che c'è? Da quando siamo noi qui s'è stabilita una gara. Ci misero in barca invece di mandarci a scuola. v'è la grande distesa della Maremma. "Eccoli: tutti portercolesi. La vorano a bordo d'un altro peschereccio. Quando sono in porto si fanno visita e passano il t empo insieme. Ognuno che beve alza il bicchiere e mi dice: "Salute". "p er la pesca bisogna che lascino fare a noi di Port'Ercole. Sono tutti pare nti. E bisogna dire che. Uno dei pescatori sta riempiendo un bic chiere e lo passa volta a volta agli uomini che stanno intorno. spigolatura. "Questo più giovane è il cuoco." Difatti i tre uscivano. A bordo il più giovane fa da mangiare. il salvagente. dove è stato fatto un r accolto la cui spigolatura promette di guadagnare la giornata. Alle spalle di questo promontorio di cui i viaggiatori possono vedere il profilo passando davanti alla laguna di Orbetello. a piombo. le rive sabbiose dove la furia invernale ha trascinato i tronchi degli alberi. il capopesca del Montargentaro. alla gente che va in frotta sulle biciclette. Posa il bicchiere vuoto sul tavolo. un individuo ripia nta una fila di viti sul più alto terrazzo di pietra. e domandano se vole te comperare telline. all'alba. Che ci si può fare? Facciamo la gara. il principio d'un lavoro. liscia come un muro. t utto quanto fa questo pugno d'uomini aggrappato alla roccia riporta alla mente u na saggia amministrazione. Hanno già visi d'uomini. Ci si nasce a queste cose. qu attro da una parte e quattro dall'altra. gente va verso i fiumi dolci. seguitando il filo di un discorso che io non int endo. Questo è l'unico motopeschereccio che pos sieda un tavolo. brullo e selvaggio. Tutti si fanno attenti a un tale atto. A piedi. c he è di quelli che preparano le partenze. dà un colore a tutto i l paesaggio. e di anno in anno sc ende in mare una nuova flottiglia di naviganti. la misura per dividere il tempo e per calcolare la vita. gli altri tre non c'entrano. A tratti ridono. Quelli che non possono. Poiché è in Italia. Trio nfante. disperato. Ancora uno sforzo. oltre alle p aranze. la coperta. "E voi non bevete?" Il capobarca Sabatino Ferdinando non beve: "Di questo io. con un ultimo frizzo. quando sono a terra." Sabatino Ferdinando è entrato per ultimo sotto il castello di poppa dove sono racc olti. Di mese in mese si leva una casa nuova. nove pescatori. La giornata è la preoccupazione esatta di tutti. seduti sulle pan che. Sei soltanto di questi sono i miei marinai. o in piedi. e in Toscana. e ha otto cuccette col materasso." I portercolesi ridono tra loro. ai ragazzi e ai vecch i che vanno a piedi. qual che accento ligure. "Per la pesca". d'anno in anno strappa qu alcosa alla natura. una ristrettezza previdente e di tipo familiare.Se fosse in una qualunque altra nazione. dopo anni di lavoro. mi disse Sabatino Ferdinando. Dalle case piene di figli ve ngono a sapere dove è passato qualcosa che sia il loro bene. pesca. Hanno un dialetto toscano in cui qualche costrutto napoletano. dietro alle spall e del padre. Tornano la sera. I ragazzi si fermano alle case per chiedere un sorso d'acqua da bere. questo sarebbe il loro mestiere dopo quello di vignaiuoli e di agricoltori. De v'essere questa un'operazione consueta. salutavano allegri. di una lotta. n e vuoto un fiasco per pasto. buoni per fare un po' d i fuoco. pronti a tutto. È una di quelle . Quelli dell'Argentaro hanno armato una trentina di motopescherecci. Un simile impiego dei giorni. una trama tessuta giorno per giorno in una vita comune e in cui è difficile entrare. La pietra del terrazzo è esatt a. la corsa verso tutto quello che è buono e utile. alle ragazze sedute in groppa agli asini. corrono dove si possa ricavare qualcosa dalla natura e dagli uomini. o dove le telline sono ficcate nella sabbia. aspettan o. Veramente sono famosi per la navigazione a vela. della Corsica e della Sardegna lontane. navigazione. sono in boccio l'uo mo destinato a una delle vite più faticate del mondo. lungi dal dare l'idea della povertà. intorno al tavolo. steso in mare come un satellite dell 'Elba vicina. d'una marcia in guerra. Loro sono navigatori a vela da togliercisi il cappello. sarebbe spopolato. Il più giovane della compagnia prende il fiasco smezzato e ci versa dell'acqua. ricordano la grande comunanza del mare. Ma in mare non ne tocco". Ma noi di Port'Erc ole siamo pescatori dall'età di cinque anni.

Mi trovavo nel mezzo della più semplice espressione della vita moderna: l'ansia del lavoro quotidiano. Uno e ra un poco più avanti negli anni. era come se ammettesse in un'intimità solidale qualcuno ch e ne fosse fuori indebitamente. da una casa sicura. "Figuratevi". e si arrotol ava una sigaretta da un pacchetto di trinciato che poco prima avevo veduto sul t avolo. donne della stess a famiglia e dello stesso sangue pensavano in quel momento ai sei giovani.compagnie tanto affiatate da lunghi discorsi che basta un'inflessione di voce pe r farli ridere. il capopesca . Posò la sveglia." Si mise a guardare il cielo dal finestrino della gabbia del timone. I tre ospiti uscirono. Ne l cielo si vedeva l'albero della nave passare come se indicasse qualche stella c he brillava pallida tra la coltre dello scirocco. come succe de di vedere in certe figure etrusche. paffuto. Il motore cominciò ad andare." Questo legame promesso. L'agitò un poco per vedere se camminava. Brillò il faro alla svolta. il dolore. Il tempo non ha ancora deciso quell o che vuol fare. "non lo è. o mediterranee. mi disse il capopesca Sabatino. I l più giovane aveva finito di annacquare il vino. cercavano la profondità propizia alle loro reti. l'idea che in quell'ora i trenta motopescherecci dell'Ar gentaro erano in mare. e po i cinque lire per ogni tonnellata di pesce che si riesce a tirare a bordo. Lesse l'ora. I sei giovani andarono. fissata tra una cuccetta e l'altra. E mentre egli to rnava a quella parete. e tenen do docilmente il timone di quercia. Era uno di quei tipi popolari italiani che si riconoscono come d'una famiglia. sano. con una cura simile a quella di chi bada alle facc ende di casa. Sabatino con un gesto consueto legò con una funicella. Il cielo non prometteva nulla di buono: era gonfio e livido. lucido come un legno prezioso. e d' un tratto fummo nel mare aperto. Erano blocchi di asf alto di qualche nave che s'era disfatta del carico. e già col passo di chi va al lavoro. i pantaloni con la cinghia stretta sotto il ventre. sette uomini cercavano nel mare grande l'incognita della fortuna uguale per trecento giorni dell'anno. "Sono tutti cugini e parenti". nella tempesta. si disperse ro alle loro faccende. Oggi non saprei dire. alla gamba del tavolo. il petto nudo. il punto d'onore. la panca da cui si era levato. Non doveva aver più di quar ant'anni. Tutti gli altri erano sposati. Si capiva che tutti e sei ubbidivano a un'occhiata di Sabatino per il s uo prestigio e per un diritto di parentela. che termina ogni ventiquattr'ore e si ri nnova per altre ventiquattr'ore: l'ansia di domani. e le ca ssette che aspettavano d'essere riempite. Il lavoro. t ra altri fiaschi e bottiglie. un'espressione non consu mata da convenienze. Il ca popesca il doppio. per v ia di un certo naso all'insù. il viaggio dei naviganti. indurito dalla vita. Perché un pescatore ha un minimo di paga sulle dieci lire. la fatica. E non avevano quasi importanza i quindici o venti quintali di pesca. Si staccò da noi e cercò in una custodia di legno. Sabatino. ma. un Crocifisso di ottone nella luce rosa della lampadina appesa nel mezzo. Erano le undici e mezzo. a cui. e m' indicò il più giovane. "Lui solo". il sacrificio. e questo atteggiamento faceva risaltare quanto di virile e di già us ato alla fatica era in lui. mi accorsi di un Crocifisso fissato sulla travata di fond o. una vecchia sveglia di quelle che si preme u n bottone per interrompere il suono del campanello. Ma gli altri come se ancora il rischio e i pericoli li avessero sfiorati al primo vento della gioventù. e vo lgeva a me un viso stranamente infantile. Sette uomini in un'imbarcazione che affronta quotidianamente la sorte. Nella stiva c'era il ghiaccio. col rumore del motore che si attutiva nell'imme nsità e faceva pensare a quando si sente palpitare di lontano. nuovo. Sabatino aveva ancora la giacca sul braccio. Appoggiato al finestrino. mi disse il capopesca. avevano attinto gli uomini dell'equipaggio. e già con un viso più forte e solcato. tirammo su le reti con un gran peso. aveva qualcosa di ridente e di giovanile. quotidian amente si propongono questo problema: se il mare darà a loro i quindici o venti qu intali che occorrono per strappare la vita e per dare da mangiare ai figli e all a madre di questi. quando voi do vevate venire con noi. "che l'altro giorno. ma lo diverrà: è fidanzato d'una mia nipote. come a un bene comune. Quella volta il mare era discreto. dei lavori e delle opere che vanno terminati in un breve giro di ore. e già calcol avano la cifra annunziata all'arrivo in porto. Contava la gara. e lo posò in una cuccetta vuota. Ridono d'un riso naturale.

per esempio. la val igetta che mi fa da schermo contro la luce. accesa nel mezzo. farebbe comodo. che avevano un ritmo costante. Dal boccaporto arriva l'alito profondo del mare come una ventata. il pugno sulla guancia. Un marinaio s'era sostituito a lui durante la rotta tranquilla della notte. "Da come si mette il cielo mi pare che venga vento di terra. e io mi ero addormentato sui rumori che si accor davano insieme. sporgetevi a poppa. bastò a farmi saltare sulla cuccetta. dice Sabatino legando con una fune il timone a un u ncino." Sabatino. Parla esattamente. con un gomito sul finestrino. rumori elementari. sono impregnati dell'odore forte e umano d ella vita di mare. mi dice: "Se avete qualch e bisogno. "Noi adesso spostiamo di un vento e mezzo". andare a scaricare il pesce a Livorno. Andiamo tutti a dormire. e taglia ognuna di queste correnti con precisione come s e tagliasse il pane. Sabatino. in trenta anni di questa vita. Ma per poco. di energi a e di volontà. aggiunge Sabatino. lo scricchiolio de lla nave. in questi scomparti. la più vicina al centro della nave e al gabb iotto del timone. Egli divide l'uni verso in otto correnti. e si trattava di ra ggiungerlo in tempo per buttare le reti. nuovi. e questo era il picchiare d'un piede calzato che batteva due o tre volte sul palchetto della garritta. D 'altra parte. fedele alla consegna. in cui non lavoro"." Sabatino m'ha ceduto la sua cuccetta. Il motore batte esatto e uguale. avrei più tempo per pescare e n on dovrei perdere sei o sette ore per trovarmi sottovento. Vestito coi pantaloni lunghi. Voi soffrite il mal di mare? All'aspetto si direbbe che sopport iate il mare. e correva ve rso il timone. Io impiego almeno dodici ore tra vi aggio di andata e viaggio di ritorno. Nella notte si sente appena il fasciame d ella nave crocchiare. e pre cedere i mutamenti del vento. una man o al timone. come se si assestasse. altrimenti ci taglia la strada e bisogna spingere molto più in su. "Domani all'alba ci sveglieremo. da quello che prevedo. vedo i marinai ciascuno nella sua cuccetta. e il cuscin o cui Sabatino ha cambiato la fodera. "Possiamo andare a dormire". ha la sua riforma da adottare ch issà quando. La coperta. dalla cassetta che la raccoglie. La nav e va avanti da sé. poteva sta re in mare molti giorni. sparsi. vari oggetti fra cui riconosco una pipa. Avevano tentato di tenergli dietro per scoprire dove fosse quel luogo. Sabatino invece si levava ora dalla sua cuccetta. Di tanto in tanto. mi tiro addosso la coperta. l'odore acerrimo di questa fat ica. Sotto la garritta una grande giara di cr eta con l'acqua dolce oscilla appena. siamo otto qui dentro. E poi qua e là.Sabatino mi raccontava che egli aveva il suo posto sul mare. È coperta con un'asse di legno con sopra un pentolino per attingere. Al lume de lla lampada. Guardate che noi non torniamo indietro e non facciamo scalo in nes sun porto. ma ormai conosciuti e fidati. ma tenetevi bene stretto alle sartie". Qui dentro s ono in mezzo all'odore più profondo di bordo. e che sapeva di dover svegliare i . ma una riforma: "Noi ora andiamo anche cento o centoventi miglia lont ano. Vedo osci llare l'alberatura nel cielo smorto. Invece devo tornare di dove sono partito. come tutti coloro i quali conoscono un lavoro intimamente. prima di coricarsi. dove poggio le s palle si sente l'onda battere come la schiena di un grosso cetaceo. poiché quel battere del piede era tutto quanto bastava per svegliar lo e chiamarlo al suo posto. Bisognerebbe che i pe scatori potessero indifferentemente portare la pesca nel porto che hanno più vicin o. C'è un istinto sveglio nel sonno. Stando sdraiato vedo sopra di me passare lenta la catena del t imone. Succede. pieno di vita. il motore. odore di equipaggio. Domani il vento ci batte magari di prua. Alle quattro vi faccio svegliare io. Bisogna andare dove si possa pescare al riparo. A volte si addo rmenta anche il motorista appoggiato alla macchina. e alla fine divenuti ragionevoli: ma poi un altro rumore. e s'impiega il doppio per tornare indietro. A me. e prevenire le sorprese dei venti. il Mortargentaro aveva un motore di centoventi cavalli. ma che non era Sabatino. quando sarò do ve dico io. Sento di etro a me un salvagente che attutisce gli urti contro la parete di legno. s'è fatto anche un suo piano. Poi bisogna tornare indietro più che in fretta. il mare. Ma i pescatori non dicono mai dove sono stati. Stando sdraiato vedevo che al posto del timoniere due gambe coperte da un paio di panta loni turchini erano ritte e reggevano un uomo di cui non vedevo il viso. di bordo.

Io non mi reggevo né sdraiato né seduto e dovet ti riparare presso la gabbia del timone mentre il mare diventava più forte. ognuno stendeva la rete abbottonandola a questo dito. cui seguì poi un naufragio. difatti avanzava. sperduto e grigio sorse un gabbiano che poi scomparve come se avesse dato l'annunzio della morte dei pesci. di animali curiosi. Ma sulla scia della nave. a una velocità di non più che tre chilo metri l'ora. fumava il buon c affè nero. spiando di quando in quando con occ hio distratto i flutti. Vento di terra. e l'acqua si smuoveva ora enorme e lenta. e indo . Dal finestrino si vedeva. Non vorrei tornare a casa con questo be l guadagno. ora di veli. Il vento la sbatteva più forte trovando resisten za. E poi velieri. perché questi marinai stavano a loro agio. sul gorgo dove si stava compiendo qual cosa. senza un punto di riferimento. strigliando il fondo dell'abisso. s'era messo a fumare un fornello. I marinai si addensarono verso poppa. la scena aveva qualcosa di familiare. e i cavi dovevano essere mollati per tre volte ta nto. tenevan le dita della mano sinistra infilate nei buchi della rete. ora di stracci. ma lentamente. e l'odore del caffè si me scolò a quello della carbonella e a quello della nafta. millecinquecento metri di cavi di acciaio. "Come avete trovato questo posto?" chiesi a Sabatino come se fossimo arrivati in un luogo riconoscibile. A un certo punto Sabatino ricon obbe quasi uno di questi paesaggi. nel mezzo del nostro dormitorio. vedevo i pantaloni da soldato di Sabatino. e bisognava tenere l'equilibrio stando sull'asse di tutto il corpo. a perdita d'occhi o. sicuro. per me alme no. che dovevano permettere alla ret e di trascinarsi sul fondo raccattando tutto quello che trovava. senza un segno. Ci sono sette sottomarini colati a picco du rante la guerra. Col piede nudo e teso. tirando su ogni cosa. spazzandolo. "c'è il pericolo di impigliare nelle navi affondate. Qui il mare e ra profondo cinquecento metri. le onde cominciarono a levarsi a ventaglio verso poppa. sotto una larga fetta di pane messa a coperchio. di cui il dito gro sso s'era fatto piatto e largo nell'esercizio continuo di puntarsi sulla tavola col mare inquieto. Il mare era grigio. il sole si intravvedeva appena come di carta velina tra le nuvole. il mare dava colpi forti. aggiunse. e si sentiva che qualc osa ci imbrigliava alle profondità. Raggiunsi Sabatino presso il timone. Per me era stesa una stuoia perché mi potessi sdraiare. Ora la nave pareva tenuta alla briglia da questi millecinquecento metri di funi e dall'acqua che doveva a quell'ora gonfiare il sacco e tenerlo aperto sulla vita cieca dell a profondità. Abbiamo passa to un vento e mezzo. Se fossimo dove ci trovavamo stanotte non potremmo regger i l mare. "Cinquanta miglia più su". e si sentiva lo scroscio mentre ricadevano o si rompevano. Difatti l'aria era grigia. Laggiù dev'essere un inferno. e con la destra pass avano lo spago con una specie di spola. sotto una raffica di vento che lo s batteva come si sbatte un liquido in un secchio. Nello stesso tempo. Ora. il mare. "Guardando la carta!" rispose. Ma dobbiamo essere sul rovescio dell'Elba". di sotto il tavolino. quattromila lire tra reti e cavi. Sabatino disse: "Non vedo dove siamo. la rete scivolò sul rullo mobile di legno ch iaro e si sprofondò nel mare. Dico che non c'era n essuno in mare. Il ven to era caduto. lontano si stendeva una coltre di nubi come un grande eccetera sullo spazio. sommovendolo. limitato da ogni part e da una fitta nebbia opaca. Non so quanto durò questa occupazione. un marinaio mi v enne a dire se volevo accomodarmi a poppa. E intanto il marinaio più giovane veniva avanti portando certe grosse tazze in cui. e si muoveva pigramente." La nave andava avanti come un cavallo che morde il freno. I sette marinai vi si erano radunati e. come se uscisse da una diga. nuovo ed energico.l suo capo a una certa ora. abitabile. Su questa terrazza costituita dalla poppa. e che possono costare caro. seduti in cerchio. Sdraiato nella cuccetta. mentre stavamo aspett ando che passassero i quaranta minuti per la levata delle reti. riparavano le reti la cerate dalla pesca dei giorni passati. e le onde che si levavano ora da una parte ora dall'altr a come apparizioni che prendessero strani aspetti. Intanto i cavi di acciaio arrotolati verso prua si s ciolsero e cominciarono a scendere per centinaia di metri in mare. Ora si capisce quello che vu ol fare il vento. alberature che impicciano. perché disse: "Pronti". Erano giorni che piovve cenere su tutto il bac ino del Tirreno.

si aprì come un velario. "andate in coperta. Questa rete rim ase un momento sospesa nel cielo. Sabatino. "Sono appena cinque quintali". Quel viluppo mi pareva incredibilmente nudo. certi mostri ciechi. sotto i colpi del mare che in quello s quilibrio del peso diventavano enormi. Ecco il sacco sugli otto uomini adunati.vinavo ogni suo gesto e atteggiamento. Se faccio in tempo: prima che il mare si faccia impraticabile da questa parte. lo stormo dei gabbiani si posarono l'un o dopo l'altro sulla scia dove galleggiava qualche relitto di pesci sventrati e mozzi. Come colpito da una lama." L'imbarcazione. disse Sabatino. Ma niente altro. e la nave riprende va con violenza e con uno strappo vittorioso il suo viaggio. la barca era come un enorme animale che volteggia sse sul luogo d'una preda. arrestano i pescatori. ma la bussola oscillava forte sulla sua sospensione. Si saltava. gridando. uno stormo di una cinquantina di gabbiani venne avanti da poppa come una raggiera. Devo saltare ancora mezzo vento. che là per là. agli scorfani. "e torno più tardi a buttare la rete sullo stesso posto. "Quella è la Serra della Corsica. il sacco chiuso della rete. "Se volete vedere". Nel mucchio palpitavano. il mare. e la bolla d'acqua sul quadrante si stravolgeva vio lentamente. Stavo appeso. e turchina come un mucchio d'armi. Il sacco si sciolse. Mi tenevo alle sartie quasi appeso tra gli sbandamenti della nave che. alcune code vibravano. e portava da t ribordo. si profilarono a sinistra grandi montag ne in una fila di cime uguali. ai dentici. e da qualche rottura si vedevano spenzolare i tentacoli viscidi di qualche piovra. Il gruppo dei marinai s'era levato in piedi a poppa. I marinai seduti a poppa facevano lo scarto dei pesci. con le pinze lunghe quanto un braccio. e riponendoli poi nella stiva tra il ghiaccio . come ho detto." Il giglio araldico della bussola segnava fisso il nord. come per un'apparizione. E nello stesso momento. Gli argani si misero a girare. Su di esso un enorme granchio. forme umane. mentre le sommi tà si levavano in un cielo ugualmente grigio e brumoso. accanto ai merl uzzi. e come decisi a demolire tutto. rigurgitava e si sommoveva. il sacco si sciolse. Il mucchio lubrico. "Andiamo avanti e torniamo qui fra cinque ore. alle sogliole. le o nde s'incontravano a grandi blocchi spalancando abissi per ricolmarli e riaprirl i. Un ma rinaio aveva fatto scorrere la rete su un argano che si sporgeva. si mise stupidamente a minacciare con le pinze che portava come due altri animali attaccati a lui. Ora che il vento accennava a cadere. sciolta dalla briglia della lunga rete. Egli regolava il timone come avrebbe guid ato un cavallo in un maneggio. e il riscatto dell'imbarcazione costa mo lte migliaia di lire. mi disse Sabatino." Raggiunsi la coper ta traballando. si rovesciò sul ponte. con un mante llo che pareva di panno turchino intorno a un corpo da uccello. Quando le cose si mettono a questo modo è un affare serio. I gendarmi sequestrano le navi straniere che vi capitano. Non guardavo e non vedevo che il cielo. erano soffuse di bruma alla base. mentre tutto mi traballava intorno. A un tratto. tirava su il carico. un altro aveva l a testa a martello. Uno di loro slegò il nodo che aveva fatto. in un mondo abissale cieco e lento. L'acqua colava come un umo re vitale. come liberato da un fr eno che lo aveva piegato in una sola direzione. mostru oso dei pesci si accumulò e si sparse. il motore a rrotolava ora i millecinquecento metri di funi che aveva mollato. e un altro sembrava un topo. E così appe so mi sentivo levitare. che era sceso a considerare la pesca. ai palombi. mentre la rete si abbassava. le funi si arrotolarono di nu ovo. vincendo la resistenza delle onde. disponendo ciascuna qualità nella sua cassetta. poi a un tratto la nave si impigliò come se toccasse l'acqua ormai sol tanto con la poppa. Non ci si può avvici nare a più di cinque miglia dalla costa. come un braccio gigantesco. Si per de molto tempo. Dopo aver inseguito un tratto la nave. mi parvero riprodur re. Uno che io conosco ci capitò una volta. "Vado più avanti". Uno palpitava. e tutto palpitava co me nato alla creazione. "La Corsica!" disse Sabatino. disse Sabatino. tornò al timone e puntò nuovament e verso nord. e una pioggi a che mi parve rosa come un getto di fiori. alle lucerne. alle sartie. come spuntate dal nulla. spuntato dal nulla. Per sfuggire all'arr . si mise ad andare più lest a. bianca come uno scrigno di perle. una testa grande come il petto d'un uomo.

Sabatino s'era messo al riparo di questi monti come chi si sposti per evitare la corrente d'una finestra aperta. al modo dei canguri. poi aggiunse: "Nelle sere chiare si vedono i paesi sulle spiagge. Risposi di no. "Voi mangiate?" mi chiese il cuciniere. Po i. mi parve. Per quan to toccasse il porto tre volte la settimana. credendo che dopo due o tre balzi avrei potuto stabilirne i movimenti e regolare su di essi i miei. mi ritrovai con le spalle allo scafo. Andando av anti somigliava a chi. La nave tornò sulla sua rotta cercando il luogo che conosceva Sabatino. Sabatino." Si accor se dal mio viso che stavo male. e buttava nella pentola certi pesci spellati che avevo visto la sera avanti in un secchio. la nave costituiva un'altra dimensione di vita. "Tenetevi fermo". si distinguono le case. Ma non vi preoc cupate di me". Io cercavo di reggermi in eq uilibrio sul plancito. Il marinaio più giovane stava accendendo il fuoco sotto il fornello del cacciucco. dove avevo sentito battere l'onda la notte prima. si mette controcorrente: il mare ven iva in su come se premesse verso un punto in cui le acque erano più calme. si sprofondava e si risollevava. sarebbe comodo". con l'aiuto della scienza. Anche Sabatino si regolava secondo il suo istinto e l'esp erienza. mi diceva: "Tenetevi forte. e il centro della mia vita s'era trasfe rito stranamente nel mezzo. e anche qui intorno c'erano velieri. con questi mari si sta male anche noi". Sabatino si pu ntava forte stendendo le braccia e formando con tutta la persona una croce. ma ora la nave cominciò a picchiare di prua. ma ora il fasciame non scricchiolava più. e per un giorno la settimana rimane sse ormeggiata. in una grande folla. Avevamo avuto una rotta sempre su un ritmo dell'imbarcazione che oscillava sul suo asse . Non aveva denari per riscattarlo e lo lasciò ai gendarmi. si legge il bollettino del tempo a uso dei navi ganti". come se le avessero dato un gran pugno da sotto. con le cinque punte formate dalle estremità e dalla testa: avrei potuto poggiare. mi accorsi che un modo per tenersi in un certo equilibrio era di andare avanti a balzelloni. la sveglia. Egli tirava fuori da un r ipostiglio certe tazze fonde e vi posava grandi fette di pane che tagliava compa . Il cuciniere disse: "Eh. Per quanto abbia navigato non ho mai sentito un mare simile. nel fondo del mare. e si prendeva cinque o sei ore di sosta prima di tornare là dove sapeva di dover pescare. disse Sabatino. Levò gli occhi e mi disse: "State male?". Si vedono i fanali e i fasci di luce delle automobili". con i suoi ogget ti e le sue consuetudini. so tto di noi. Come sapeva tutte queste cose Sabatino? Egli reg olava la sua rotta sulla bussola e sulla vecchia sveglia. alla radio. verso la Capraia. Ma mi sentii preda d'una forza troppo grande. fece un salto. il cimitero dei sottomarini. Rispose: "Certo. Mi ripetè soltanto che non s arebbe tornato indietro prima del giorno e dell'ora fissati. Sabatino in questo mome nto fuggiva la bufera spingendosi verso nord. "ma non fate troppa forza. Ma a bordo tutto era elementare. nello stomaco. mentre il mot opeschereccio andava alla deriva. mentre seralmente un uomo. Laggiù. Scesi per la scaletta nel ridotto delle cuccette . Gli dissi: "La sera. altr imenti vi fate male". e le mie facoltà di orientamento mi sfuggivano. mi diss e Sabatino. era un blocco compatto. Alla fine riuscii a scivolare dentro la cuccetta. La nave andava avanti per quella solitudine con lo stesso stupore di chi la solcò per primo. piegandosi sui pantaloni da soldato. quasi che asse per asse tutta quella m ateria inanimata si fosse rinsaldata al modo dei blocchi umani contro il pericol o.esto si buttò coi suoi uomini in una barchetta e approdò alla Capraia. Dopo qualche secondo che mi parve lunghissimo." Sabatino stette un poco a contemplare le grandi e serene montagne. e io mi senti i scagliato contro il soffitto della garritta dove era il limone. Io dissi in un ridicolo barlume di convenienza: "Mi dispia ce. piegato sulle ginocchia. altrimenti arrivate a stasera coi polsi rotti. era. sull'una e sull'altra d i queste cinque punte indifferentemente. i giacigli e il vasellame. Non avevo provato mai un'impressione simile. traeva il suo oro scopo esatto e senza pena sul tempo e lo stato del mare. ma credo di poterla significare assomig liando me in quel momento a una stella marina.

a giudicare dal tempo che stette assente. L'odore di quel pasto era molto buono. mi disse Sabatino. a girare il vento . l'annodò a un manico della zuppiera. perché la monotonia di quei rumori. "noi non sappiamo che mare avremo da quelle parti . Nel barlume di coscienza che mi rimaneva. difatti. Se volete. e ormai sbattevo senza più forza nella scatola della cuccetta. senza a ver l'aria di farsi posto e di cedersi qualche cosa o di contendersela: c'era un a disciplina e una giustizia in ogni loro atto. poi tirò fuori una grande zuppiera con due manici. vedevo i marinai l'uno a ccanto all'altro aspettare di vedermi scendere. in una giornata come quella. qualche centinaio d'uomini st avano in mare. e me ." Doveva essere passato molto tempo. "Eccoli". La zuppiera. vidi che al posto del timoniere si trovavano ora due persone. Ancora sedici ore di mare peggio di questo . raccolse intorno a sé gli altri cinque uomini dell 'equipaggio." Egli parlò tranquillo. Molti hanno fatto naufragio pur d i non tornare".tte e sottili da una pagnotta. "che io non posso saggiare di codesto buon piatto. Ve lo consiglio. e una reciproca premura troppo n aturale per sembrare affettuosa. fermandola con una mano. quello in cui. e tutto quello che è di metallo è rame. Mangiavano allungando la mano e il cucchiaio ordinatamente. al motoris ta. Dal punto dove stavo. mi pareva di viaggiare in una grande bolla d 'acqua. avrebbero dichiarato la cif ra dei quintali pescati. Uno era saltato sullo specchio d 'acqua staccando una barchetta presso un veliero e si accostava a me per traghet tarmi. vi sbarchiamo lì. il mio ridicolo cappello di feltro. Stando sdraiato. L'armatore. scrosciava s ul castello di prua. quattro braccia che facevano forza sul timone. la riempì con quanto era rima sto nella pentola e la posò sulla tavola. Nessuno torna indietro". "Soltanto". e assicurò poi l'altro capo all'altro manico. risentivo le parole che mi aveva detto Sabatino un certo momento. accorciava stranamente le ore. dissi. e per ogni travata una doppia tr avata. i suoi uomini stavano intenti alla voce spaventosa del mare . Ora si va verso Montecristo. d ue paia di gambe. la giac ca e il cappuccio d'incerata. Le ondate li avvolgevan o e li trascinavano con loro. legata nel mezzo della tavola. per ogni chiodo ne fece pi antare due. nelle loro cu ccette. Vi versò la zuppa e ne portò una prima a Sabatino che stava al timone. gr ida. ascoltando la traversia del mare. senza ranc ore né risentimento. aspettando il solo momento che contava nella loro vita. e a un tratto mi pareva di sentire che l'elica non toccava l'acqua e che il motore batteva a vuoto. ruggiti. siccome passiamo dietro l'isola del Gig lio. un'altra. e uscivano sul boccaporto. "Non si torna neppure se il mare è peggio di così. è meglio che ve le risparmiate. mi rispose la voce di Sabatino. roba da nulla. L'onda si mise a spazzare con un rumore di pioggia uguale il ponte. quando fu costruita. Gli altri marin ai entrarono l'uno dopo l'altro. disse il marinaio lavando i piatti con diligenza in un secchio. Scendevo con la mia ridicola valigetta. A quell'ora. Gli altri mi strinsero la mano l'uno dopo l'altro. mentre stavamo al timone: "La nave è fatta bene. e suoni come di sassi squillanti che si urtassero tutto intorno. Chissà che cosa faran no gli altri motopescherecci con questo tempo!" Una voce replicò: "Non tornano ind ietro. la passò s otto l'asse del tavolo." Ora che stavamo entrando in porto all'isola del Giglio. "Peccato ". Erano sdraiati. cavavano da un ripostiglio i pantaloni. Un marinaio che entrava allora prese una funicella. accecati e grondanti. canti. pensavo. mentre scorgevo nello scroscio enorme e continuo i marinai legati a una fune. lavoravano a mettere al sicu ro i barili della nafta in coperta e a legare e a proteggere gli oggetti che il mare s'era ostinato a strappare. tutti eravamo preda di un elemento più forte di tutte le forze umane. giunti al porto e scendendo dall'imbarcazione." "È andata bene?" "Quattro quintali. Aprii gli occhi e chiesi: "D ove sono i marinai?". Non ci sarà da stare allegri. "E quando si pesca di nuovo?" "Abbiamo pescato. con gli occhi aperti. for mava tutto un tempo.

"bra vi. qualcuno tornava a casa dall'aver pes cato un piattello di pesci. cantando a questo modo . Conos cevano di fama l'equipaggio del Montargentaro. fra i quali molti ripassando il Ponte non hanno più cittadinanza di qua. e poi hanno il caffè alla ma ttina. li riconoscevo come s'erano accostati al mio giaciglio. Le donne frugavano tra quei piselli. e pensavano alla spesa della mattina. Conservatore in fatto di lingua. Veramente il Petrocchi era nato a Castello. avevano avuto anc he quella d'un estraneo che s'era voluto imbarcare e che soffriva fino a perdere la conoscenza. Una donna con un viso antico si mise a leticare con una vecchina che portava da soglia a soglia una sporta di piselli. I pescatori presso le botteghe s'informarono di me e di come ero arrivato. una borgata della montagn a. ditegli che fino a questo momento ab biamo riempito trentasei cassette." "Anche questa è una teoria". Altro che caffè. dissi io. al punto che il suo vocabolario non registra i modi neppur di Firenze. fa questo lavoro. raccoglitori della parlata spontanea come il Giuliani. Vendeva i pis elli a diciotto soldi il chilo. Siccome mezzogiorno avanzava. che vergogna!" diceva la donna. certe bambine vennero alla spicciolata in bottega a comprare una sarda sala ta. almeno nelle antologie di scuola.canterò benin benino. che non sapevan o di lettere. hanno la rete con gli argani. Sabatino mi disse l'ultima parola: "Se vedete il signor Loffredo . cemento. Tartane e velieri sono in secco. e tra poco non ci sarà più pesce. ma quelli di là d'Arno. La barchetta mi posò sulla riva. erano fuori dalle c ase. fece una retata di naselli piccoli come un dito mignolo. e poi come entravano e uscivano nella bufera a testa bassa tra gl i scrosci dell'acqua. mattoni. dicendo ch e questo era un sovrano rimedio contro il mal di mare. dieci lire se gli va bene. "smovendo il fondo del mare. poiché arriverete col postale prima di noi. è una fila di case disposta a semicerchio. diceva la filastrocca. come chi per seminare rivolta la terra. recentemente. il Petrocchi fu invece progressista per quanto riguarda la sua montagna. Se mi date un po' di ciccia . il giorno dell'Anime del Purgatorio. la galletta e una sarda salata era la nostra razione. ma hanno il motore. E allora i pesci trovano cib o più facilmente. ed erano i poeti popolari a cantarla. Policarpo Petrocchi.ntre ciascuno di loro mi stringeva la mano. dicevano. li facev ano scorrere tra le mani. un viaggiatore borghese avrebbe avuto tanta premura intorno a lui. Il resto lo faremo sotto Montecristo". poi lasciavano andare e rimanevano pensierose a guarda re il mare. "Bravi pescatori". forse. Io sbarcavo come un naufrago.s i farà un po' più massiccia". guadagna nove. io pensavo che in nessun altro paese del mondo. e io devo pagarti i piselli diciotto soldi il chilo. la portavano nel pugno. "Non vogliamo case affumicate. al tempo della pesca a vela." "Ma". Vogliamo i fores . Rivedendoli in viso uno per uno. e di tratto in tratto vi accostavano la lingua a leccare il buon sapore del sale. autore del famoso vocabolario italiano. "Che vergogna. " Il mio figliolo è su un veliero sulle coste della Sardegna. un bravo figliolo che conservava il guardaroba della sua mamma che nessuno dovev a toccare. Le case erano di cannicci affumicati. e fui la novità di quella giornata. è un mese. E capii che tra le altre preoccupazioni. Uno di questi motopescherecci. ment re l'oste mi serviva un'alice con olio e aceto e un bicchier di vino. e non era proprio un canto. Scarica e car ica calce. Dovranno andare sempre più lontano. e di cui qualcuno della generazione di mezzo ricorderà le descrizion i dell'abate Giuliani. e sull e coste inospitali della Calabria. e usciva odore di cucina da tutte le c ase. Il Giglio. Andavano essi di porta in porta. Quelli sono signori. tutti pesciolini cui non si dà il tempo di crescere. Il fatto curioso è che il primo parlare che si fece della montagna pistoiese fu de i linguaioli. Il Montargentaro si allontanava. sul porto. Ravvolta in un pezzo di carta gialla. come fanno pure i canzonieri francesi. e vocabolar isti come il prof. È una canzoncina d'improvvisatori della Montagna Pistoiese. DALLA MONTAGNA ALLA MAREMMA "Se mi date un po' di vino . queste reti rivangano il nutrimento dei pesci. e la montagna pistoiese uno dei luoghi inesplorati d'Italia. quasi tutte donne. d'ottobre. poiché gli uomini navigavano. disse filosoficamente un marinaio d'una tartana. Gli abitanti. noi: quando si andava verso la costa della Sicilia. Spazzano il mare con le lunghe reti." La donnina andava più in là a sentire un'altra canzone. ma un parlare ad aita voce in cadenza.

versi. Fece preparare per primo a una sua nipote due stanze per un cert o signor Pupilli di Milano che fu il primo villeggiante della montagna pistoiese . e secondo quello che sentono dire . il passo delle guardie presso le dimore dei signori di Londra. Il ricordo di questi versi.le vi siano riguardate". le tendine dietro i vet ri della porta. sono solidali fino al sacrifìcio. e ricorda l'umanità vi va avida e potente dell'emigrazione di quarant'anni fa. e fece arrivare tolette e cassettoni. batte un'incudine. sui cui margini sono trapiantati in bell'ordine i gin epri. sbattuta di qua e di là. sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l'orologio del luogo e che fiorisce a primavera lassù. si discuteva ancora di lingua tra boscaio li e carbonai. Londra. per tre quarti della sua vita fra stranieri. nella montagna pistoiese. Qua rant'anni fa nella montagna. Una strada tra le più belle d'Italia corre tra Pistola e l'Abetone. e dai suoi mutamenti si misuravano gli anni che sono passati.pregherò per le galline . E i questuanti dell'anime del Pu rgatorio seguitavano: "E per l'ova che mi date . Spesso sono boscaioli e carbonai. E dietro i vetri incrinati c'è un bravo prete che mangia sì e no una pappa. mentre il marito era al lavoro nella miniera di carbone. ho male. l'America: ricorda le cimici di un albergo di Parigi. la noia degl'inglesi. avevo letto il manifesto annunziante una gara poetica in cui i nomi dei competitori erano scritti come siamo abituat i a vedere quelli degli attori dei manifesti dei teatri. Ella mastica un po' d'in glese e di francese. La ve cchia con cui sto parlando.tieri". lo fa ancora. di questi poeti popolari. sorvegliata. la tromba di un'automobile suona alla svolta alternata di strisce b . e di que i modi. gente ingenua. le donne in costume da sciatrici non finiscon o di stupirsi dei loro fianchi stretti dalla cintura. una strada mod erna. dicono. Tutti attorno ridono. un tappetino d'incerata sul tavolo. ed è lei a rifare il verso di quella parlata. nel loro dado di cemento tinto di turchino. Eppure ella ha girato Parigi. come questa: "Il bel mese di maggio ritorna . C'è ancora brava gente di qua e di là da una strada modernissima e li scia. Va' a piglia' la legna giù nella stalla. che contrastano dandosi un tema e rispondendosi in ottave. gioventù!" Non ricorda che gioventù. Questo accadeva verso il 1890. Quando parla di essere stata male e di non averlo potu to dire nella sua lingua. come li chiamano qui berneschi. a esprimersi più per gesti che per parole. Ma già ai piedi della montagna. E oggi. ho male". è ancora vivo nella mente di costei. ohi. e il ve rso del meridionale italiano bracciante. di ogni regione d'Italia. e sotto a ciascun nome il paese. come un veterano i suoi compagni di marcia. Più sopra c'è una chiesetta di pietra col campa nile pendente. e ha il diritto di dire che la lingua s'è corrotta praticando i fore stieri e leggendo i giornali: tutto il contrario di quello che dicono questi vec chi. C'è fra noi una vecchia donna. curata.che da volpi e da faine . Dice dei meridionali: "Sono buoni. la parlata era a questo modo: "Ora mi viesto.ra gazzine coi vostri amatori .alla porta veniteci aprì". e rifà il suo stesso verso di quando era malata e le pareva di non riuscire a dir tutto in inglese: "I am sick. Trattati da amici. un ingrandimento fotografico del temp o giovane. e qualche soldo da parte. Ora l 'infilo la gonnella e viengo giù. Gioventù. un orologio "germanese" che batte forte e sicuro da trentacinque anni. a costo di tutto. La lingua è la pat ria. Ce ne sono. dei loro seni sotto il giacchetto. Le macchine vanno e vengono. Gli cocerò du' ova".coronato di rose e di fiori . diceva. anche il prete scrive. ma abituata. spende tutto il suo per restaurare la chiesa e il cimitero. Ce n'è uno che ha tutto un poema sulla guerra. A volte non sanno neppur leggere. e rifà il verso del birraio tedesco. che ridono della vecchia lingua e delle capanne affumicate d'un tempo. È vienuto il professore. per la quale quarant'anni di emigrazione dopo dieci anni di vita di carbonai sono rappresentati da una casa pulita. ma non toller ano sopracciò. ed è curioso che fra toscani i tempi che passano si riconoscono spesso alle parlate. sick. Si sente suonare una campa na. Ella ricorda i compagni di strada . con due parole ne disegna il carattere. Ohi . dei loro piccoli piedi n egli scarponi. lascia intravedere il dramma della vita familiare ital iana. del loro ventre sotto le b rache alla marinaia. compongono poemi a memoria. in terra d'America. in una borgata. Ognuno ha il suo modo d'intendere la razza e la discendenza. che scaricava il barile di birra nella sua casetta in Pensilvania. si sente il crollo d'un ramo tagliato nel bosco spoglio d ei castagni. ricorda ancora qualcuna delle strofe volate un tempo .

ma che implica una famili arità con gli elementi. ma il nucleo familiare è la formazione di combat timento dell'italiano: il panorama delle prime lotte del popolo italiano. D ove il carbonaio siede. a una banca. coi gomiti levati sul banco troppo alto. là stende il tovagliolo per mangiarci. il mestiere è quello del carbonaio. ma cinque sono già troppe. dice il vecchio con cui sto parlando. ogni compagnia è di quattro o cinque pers one. a queste delusioni. la testa piccola sullo sviluppo eno rme del tronco largo. si fanno la capanna di zolle. La famiglia. furono mandati a una città lontana cento chilometri. e che è tutto un altro mondo. Il mondo divenuto piccolo e praticab ile. ogni compagnia ha un capoccia. dai boschi. cominciarono le partenz e per l'America e per la Francia. cari i figli. antica come il mondo. Il capoccia è il padre della compagnia. la Sardegna. veloce. Certo. banditi di strada e profittatori e venditori di carne umana. cioè del tempo non controllato. secondo l'ordine. la compagnia si disperd e. Un tempo l'acquisto dei generi era obbligatorio presso i padroni delle macchie che davano il granoturco e il formaggio a prezzi esorbitanti. senza sole. conoscono la Francia: straviati. alla quale si può ridurre molta della nostra storia. rappresenta un enorme afflusso di popoli tra i pericoli di un'odissea. in tutta Italia e fuori: conoscono la Maremma. che non riesce a fermarsi per vedersi. in chiesa: gli uomini lontani da anni all'estero. alla maniera che chiamano "a b uon Gesù". in mezzo alla capanna c'è il fuoco acceso. la Calabria. per tenere i piedi caldi. Il garzoncino è un ragazzo di sedici o diciassette anni. vestite di nero. come dicono qui. Dietro a queste spine. all'apparenza molto semplice. in Sila o in Corsica. Li arruola un padrone che viene dai boschi della Maremma o della Sardegna. in Maremma. la casa. lasciando ancora a ntica la vita. che non nasce da que sta responsabilità. è piena di speranza. poi tre uomini e un garzoncino. il guadagno vien meno.ianche e nere. la Co rsica. rappresentava una garanzia di difesa dai pericoli. un tempo. come andavano . "Mia madre morì sei mesi dopo che io ero tornato. le speranze diventavano spine . il mondo moderno della strada e di pa ssaggio. Una volta. Piantato sui pi edi grandi e con le punte aperte. Partono ancora il giorno dopo i Santi. prima della protezione sindacale. a pensarci. che entra veloce nel vivo del paesaggio. Questa è la salute del carbonaio. quella buon a e quella cattiva. la lavorazione va all'aria. ge neralmente una cinquantina di compagnie. che cosa sarebbe una partenza? Quando arrivano sul posto. e non deve saltare. ottant a compagnie di carbonai. Nella chiesa non ci sono che donne. finito il lavoro. a questo travaglio. la cintura di cuoio nero che stringe loro i fianchi è l'unica loro e leganza mentre stanno in ginocchio. Non c'è atteggiamento italiano. Il guadagno si spartisce alla fine della stagione. divennero minatori in A merica. Però mai come nella vita italiana questi fatto ri sono decisivi. in Australia. quest'uomo di settant'anni. p er tutti i popoli del mondo la donna è importante e per essa si torna a casa. Nella montagna pistoiese. e li distribuisce in giro. Ecco che cosa as pettano le donne inginocchiate con gomiti troppo alti sul banco. dice: "Con le macchine hanno rovinato tutto il mondo". capace ancora di ridere e di r icordare i vecchi tempi. e la sua gioventù di dieci anni da carbonaio. questa costruzione su cui è tutto l'assalto del popolo italiano da anni. e s pesso. tutta la persona aperta nell'atto di vibrare u no strumento di lavoro o di gettare un peso. do po trent'anni di assenza". Cocitori e carbonai si formano in compagnie. Il l avoro italiano non trasformò soltanto la capanna affumicata in un dado di cemento. dava e dà loro diritto alla vita. Ogni compagnia ha la capanna. E soltanto una tecnica precis a. in Francia. Se salta. tutta la sua salute. guai. taglia la polenta o il cacio. fondamentale è la famiglia. per San Giovanni. in questo torrente umano. Non soltanto. Vanno. e quelli che torneranno ancora di qui a sei m esi. La partenza è piena di promesse. . Dove sono gli uomini? Li aspettano. RIOMAGGIORE Suona bene il rivo di Riomaggiore e fa più allegria che il nome stesso del paese. Ognuno d eve prendere con le sue mani il suo pezzo. il capoccia gli domanda: "Perché hai saltato? Tu non devi saltare ". ma arricchì e alimentò categorie intere di persone per le cui mani passava cotesto lavoro come l'oro. più di trecento uomini. il capoccia fa le p arti del cibo. e la banca non esisteva. altr imenti. e torna no il 24 di giugno. Venne il tempo delle miniere. Soltanto una formazione familiare. Se l'altro non ubbidisce.

La valle sale ripida verso settentrione incontro ad altre valli che solcano la r egione aspra delle Cinque Terre. nascono dallo strapiombo sul mare . E naturalmente uno dei più diligenti. per il paese folt o nella valle in pendio. Né da destra né d a sinistra nel breve arco dell'approdo si scorge la costa. Il maremmano conosceva di fama la regione. l'uomo ha comi nciato la sua ascensione. sono famosi quei di là. Qui risuona il rivo che ho detto. chiusa tra il mare e la parete verticale di pietra bruna. Stretta tra monte e mare. Il colore crudo della pietra. Me la indicò tra i filari come un personaggio. presso gli arch i e le caverne vuote. uno famoso si chiama Sciacchetrà. spesso là dal mare. sfocia in breve nel mare per un delta largo di pietra che è un difficile approdo. Come nei racconti dell'infanzia. quando viaggiatori e naviganti portavano da terre lontane le piante utili e buone. tra una spall etta e l'altra del rivo incassato in un letto di pietra. chiusa tra i monti e il mare. e mi r accontò come e quando l'aveva avuta. il mare non ha risparmiato neppure un pugno di terra. Parlano guardando l'orizzonte. fra gente che lavora a regola di mestiere. scompare sotto le case fatte a cavalcavia. M'accadde in Maremma. quello big io del muro nudo. Anche qui in Maremma la vite era piegata sul filo in modo da frondeggiare contro il salino del vento e riparare il grappo lo. avvicina le con trade in una consuetudine primitiva di rapporti che passano i monti e le regioni . un nome dritto c ome uno sparo. Qui il mare batte profondo e cupo tempestando contro la roccia. un tempo celebre in tutta Europa. gli scogli lo chiudon o. nemico e intrattabile. scendendo giù dalle Cinque Terre.suona chiaro nel suo letto di pietra per la valle chiusa in cui si raduna l'abit ato. Basta guardare come l'opera dei campi è bella dove è nata la nostra arte. e dicono il sito dei luoghi. e lo riempie della sua presenza. le scale e i ponticelli danno ingr esso alle case brune e rosa a ridosso del monte sull'altra sponda. la contrada delle Cinque Terre. anzi aveva una vite di questa contrada fra le sue. è un massicc io con cinque paesi che da secoli hanno dato la scalata al monte portando la vit e sino alla vetta. Scavalcando il rivo. una terrazza sull'altra come una scalinata c omposta pietra per pietra e colmata di terra palata per palata. Dunque. Così è nelle Cinque Terre. E anche qui era cominciato il lavoro per cui giustamente va famosa la contrada del le Cinque Terre: la scalata della vite alla montagna. Il mare qui è molto inospitale. "E questo". e la strettezza a un'armonia addirittura formale. raccolta come una bestia sul suo nato. si accordano in quella luce che è densa come in tutte le valli. è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vite di questa cont rada. e lava sempre la roccia ch e regge sicura la montagna. il verde della vite. Questa è sul mare la porta stretta d'uno strettissimo paese. la natura delle piante e i sistemi degli uomini." Questa celebrità contadina . dal primo gradino formato dallo scoglio che rattiene l'onda. mi disse indicandomi il colle "è un sistema da Cinque Terre. forse il p iù stretto fra i paesi italiani. ancora s'immaginano le distanze come nei tempi dei tempi. mi piacciono i contadini che parlano di regioni remote. I colli sono nudi d'alberi. che si stende tra valli e monti per tutt o il massiccio che precede La Spezia. Forse l'att itudine italiana alle arti ha inizio nel suo contadino e nel suo lavoratore di t erre. qualche barchino in sec co attesta una piccola vita di pescatori. un disegno di fili di f erro regge i tralci della vite. Son dive rsi i vini che vi si producono. Al contrario di quella arborea dell'I talia meridionale che confonde la cima con l'olmo e il pioppo cui s'appoggia. continuamente all'assalto della terra. il rosa delle abitazioni. su cui si leva qualche abitazione alta e scarna. umide di colaticci. Passo dietro passo ha costruito per tutti i colli e mo nti attorno un sistema di terrazze. La s tessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico. Lo so. per un sottopassaggio tra le gole di mac igno si raggiunge l'abitato. Il treno dà accesso al luogo per una stazione tra due gallerie. è un'opera dell'in gegno italiano come tanti altri luoghi di una Italia troppo stretta. Questi luoghi e colori amò il pitto re Telemaco Signorini. e. un pergolato si stende su un diligente intreccio di fili per tutto il corso dell'acqua. Questa è la regione della Liguria famosa pel suo vino. È un lavoro di gen erazioni: un incalcolabile numero di gesti per assestare la pietra della moricci . di dire a un vignaiuolo de l mio viaggio. apre gli orizzonti.

Come in una grandiosa scena di teatro. L'idea che balenò qu alche anno fa. Era come voler mettere ordine i n un blocco unito atteggiato nella sua architettura dalla natura e dal tempo. tarchiata e nocchiuta come un vecchi o italico resistente al lavoro. intrecciarvi sopra il filo di ferro in modo che la montagna tutta e le alt re son coperte da questa ragnatela su cui ogni anno si stende il tralcio nuovo e si lega. di riscoprire quello che poteva rimanere di Genova medievale e co munale. la torre domina cilindrica come un silo. il mare grande. qualche agave. sotto il muro del Sette e Ottocento. l'ultima torre genovese del Bosforo che di lontano risponde al tronco della torre di Galata. libe ro. e t utti i suoi monumenti sono schierati lungo lo scoglio cui è aggrappata. si perderebbe quello nu ovo che è singolare. dove pure il suolo è crudo e ha bisogno di piante tenaci. è piantata nel mezzo della chiesa dove soli tamente si leva la cupola. dall'altro lo strapiombo sul mare. piantarvi la vite. ridenti. e non è strano che molt i viaggiatori li abbiano sfiorati senza capirli. si potrebbero tradurre in suono: un sibilo lungo echeggiante da valle a valle nella solitudine in cui rompe preciso lo schioccare della forbi ce del potatore. Tra le fratte e i pini marittimi ci si ritro . Ricordo. ugualmente impraticabile come la valle stretta. versarvi la terra trasportata dalle donne cofano dietro cofano. scalette strettissime per la china rendono praticabile quest'opera e raggiungono le case solitarie tra i vigneti sulla cima del monte. La vecchia ebbrezza del vino no n ha una storia più faticosa di questa da cui son nati e hanno prosperato cinque p aesi. Questo sentimento di spazio. hanno il movime nto d'una spirale. Per uno spazio di otto miglia in lungo e in largo. da un lato la parete scoscesa del colle coronato di viti. del panoramico. nelle più antiche chiese geno vesi la cupola è tutt'uno col campanile. dove il salino pure minaccia le piante. S i può immaginare quale fosse Genova nel suo tempo comunale mettendo insieme i rico rdi genovesi disseminati nel Mediterraneo fino al Mar Nero: la pietra scabra. ma li comprende tutti. In una lotta così esatta con la strettura. è dive nuta famosa. Dal punto più alto della città. quand'uno è costretto in poco spazio. qu el tanto di ciclopico che l'architettura genovese ha portato fino alla Crimea. e poi il tralcio frondoso è adagiato in modo da riparare dal vento bruci ato del mare il segreto dove il grappolo matura. Poiché Genova offre monumenti ill ustri quasi per caso. che fa ricordare. un nastro di strada davan ti alla stazione. dal muro a strisce bianche e nere dell'anno Mille fino al palazzo floreale della Borsa. porsi tra monte e mare. dal Castellaccio. e sotto il mantello di qualche trasmigratore è stata portata come un esemplare fidato oltre la stretta catena delle Cinque Terre. e si stende in un fondo compatto il tonfo uniforme del mare. della pietra d'una volta. La buona vite cui basta poco terreno. in una brumosa matti na di primavera. Il viottolo gira per le pendici fino alla prossima valle. o in una cupola gigantesca. anche perché dettato dalla somiglianza del terreno dovunque siano sbarcati: si sono dovuti sempre arrampicate. senza più sp azio di quello che la città concede a una qualunque abitazione. e alla svolta un viottolo a mezza costa del monte. qualche pianta smagrita dal libeccio. si può st udiare bene la struttura di Genova. forse non si riguadagnerebbe il carattere antico. q uasi un ricordo della città costruita nel sasso. COLORI DI GENOVA Il carattere e la struttura di Genova sono fra i più gelosi. Un passaggio tra pietre. verdi. non gravita intorno ad essi. i monti delle Cinque Terre si levano col sistema loro di terrazze innumer evoli. tentativo fedele d'una scalinata celeste. l'acciottolio della zappa. La trovai seguendo una compagnia di ragazze e di giovanotti vestiti a fest a. costruiti come fortilizi. fortunatamente non fu mandata a effetto. In tutto quello che è architettura genovese v'è un'estetica del perpendicolare.a. De ve rimanere assai poco. una galleria nella roccia. il miracolo di chi vi camminò sopra. anche la passeggiata di Riomaggiore è ang usta. e lo stesso aspetto dei magazzini che si vedono ancora oggi a Costantinopoli. fino a settecento metri di al tezza. Questa un iformità dello stile dei genovesi è il loro carattere più vecchio. delicata come una donna dei paesi del sole. la cui importanza sta nella sua continuità di vita e d'animo. e pareva una passeggiata intorno al bastione d'una fortezza. non s'è fermata a una stagione della propria vita né a un tempo né a un costume. rendeva lieta la brigata dei giovani che andava su e giù pel sentiero or nato di qualche panchina.

nella luce de lla sera. Esiste nel profondo de lla vita del Mediterraneo. e il cubo monotono della casa moderna che richiama alla memoria città orizzontali. come per un vago odore o ric ordo o suono. si respira il forte odore del porto. scorre per i pendii come un fiume. un orto. al punto da ricordare un'altra curiosità architettonica. leggero. A Genova e in Liguria si trova poi una forma di città e di abitazione che ne lla costiera napoletana è appena accennata: la casa altissima lungo i porti e gli approdi. A un certo punto l'architettura piemontese si fa sentire. di sette o otto piani. Essa appartiene all'internazionale dei paesi marini . il rosso e il rosa sono i colori delle loro c ase. anche la più modesta. finestre con gente affacciata.". tempo del teatro e delle grandi fortune marinare. V'è un senso di vicinanza nelle facciate strette e nelle finestre vicine. Genova si configura nelle forme più diver se. tra la gente migliore. Dai pianerottoli. Hanno vivi colori. Dovunque vadano. Anche sulla costiera di Amalfi l'architettura popolare si adatta alla monta gna colle sue scale lunghe come viottoli. ma una grande città costruita tutta a questo modo diventa un capolavoro. rifanno aspetti di vita simili fra loro. La ristrettezza dello spazio impone dovunque le sue necessità. Stando a Genova. una ragazza col suo cane segue l'entrata d elle navi in porto. con un'uscita sotto e una sopra. la città non è più che un'ultima casa bassa. superfici lisce. traversando un po nte. stranissima al primo vedere: sembrano enormi vocabolari allineati. edifizi stretti e alti. sembra precipitare in disordine negli avvallamenti. ne è una capitale. più oltre appare una strada. Ho detto che Genova ha in sé il tema di molti luoghi e di tutte le città marinare de l Mediterraneo. i grattacieli del porto di N uova York. ma decorate spesso di false prospettive. Questo mi parve curioso a Porto d'Ischia. muraglioni. solo qu alche cupola emerge come su uno specchio. e questi ricordano quelli.. i colori li distinguono. torri castelli e fortezze ricordano i mag azzini. che a certe ore. i tetti sembran o quasi aiutarsi a salire. ma senza quasi dislivelli repentini. quasi irreale. se ne vedono lungo la costa del Tirreno. sul mare. queste decorazioni danno l'impressione di scenari del Settecento. archi. lastricato nel mezzo di mattoni rossi disposti per taglio. ques ti edifizi si puntellano l'uno con l'altro. e più su s embrano di un piano solo. una razza unica cui è difficile assegnare altro ceppo che il mare. le rotonde dei muraglioni ch .. L'ardesia grigia e azzurra dei tetti de lla città forma un lastrico compatto che si alza e si abbassa a seconda del terren o. e sulla ripa di Genova si allineano i grattacieli come li poteva concepire il Sette e l'Ottocento. sul cielo. o che proprio la loro scelta cada su terre difficili per la necessità di abitare gli approdi. quando lo vidi la prima volta. all'improvviso. di semplice lusso. bastioni. Che ci sia una spianata e si allineano quattro o cinque enormi cubi da città m odernissima e piana. un vicolo stretto fra due mur iccioli. vi ricordate di cento altri luoghi diversi. un modo di abitare che si s omigliano nei luoghi più diversi del Mediterraneo: forse per questo a chi viaggia sembra che i vecchi luoghi sul mare siano stati sotto un solo impero. tutto dipinto. cor nicioni. poi le strade che dividono questi edifizi sfogano da una pa rte e dall'altra su un panorama di tetti più bassi. ma in Liguria tutto questo è svolto in grande. dando il senso di un'altura resa prati cabile in cui alla fine ogni accidenza del terreno è sfruttata a scopi di architet tura. è sospeso in alto come a una gru. perde il senso del volume e non è più che colore e illusione di scena. tra casa e casa a un tratto appare il mar e. in alt o. come si vede. è difficile scorgere una strada o la facciata d'una costruzione. e viene a mente come in un altro porto l ontano lo stesso odore si mescoli alla nebbia e al fumo del carbone. si scorge il qua rtiere sottostante con le sue convergenze di scale.va come quei gruppi che nelle vecchie carte panoramiche siedono fra gli svolazzi del titolo: un bimbo raccatta sassi. che ricorda vecchie città del nord. un gruppo di scolari ripete la lezione per gli esami: "Quand o si determina il rialzo dei prezzi. lontano. Dal più alto al più basso. Così il parallelepipedo della casa prende un colore teatrale. Paesi arrampicati sul declivio del monte. come i n quella piazza e chiesa Carignano. con la bizzarria degli edifizi intorno a cui corre e serpeggia la medesima strada che li tocca al pian terreno e giran do li sovrasta all'ultimo. edifizi che da una parte son di sette piani. fin dove. bugnature. V'è qualcosa della nave nel loro disporre i paesi. v'è una forma di costruzione. fin verso Amalfi. Dovendo pro fittare di tutti i capricci del terreno. le finestre lunghissime e stret te.

ed egli. Mi riapparve l'Arcangelo San Michele. raggiungono il pianerottolo. Cento altre chiese e palazzi di Genova sono tra gr andi edifizi che sembrano coprire cotesti monumenti quasi col loro stesso tetto. lunghe . di piccoli monumenti arcaici imprigionati tra costruzioni del Sette e dell 'Ottocento come è raro vedere altrove: la misura antica contenuta nella popolosità e smisuratezza moderne. a triangoli. dritte. così accade di sentire leggendo un verso classico magro e t emprato nella sovrabbondanza di una prosa recente. dall'alto del timpano della chiesa a più o rdini di colonne sovrapposte. le religioni tutt'una. Chi s'è trovato qualche volta in un palcoscenic o su cui è disposta la scena di una strada. o il palazzo Doria. una galleria coperta. meglio. là è il più vecchio colore d i Genova. Basta che si apra una piazza su una dimensione sufficiente del terre no. ma meg lio. Si è sicuri di percorrere una strad a. più si sale e più si chi ude il lastricato dei tetti. il peso della città intero. bolognese o napoletana o lombarda. intima come una casa. come nel Sestiere di Porteria. E mi pareva di sentirlo cantare. giovane. di mercato settimanale. tanto che è causa di c ontinuo stupore vedere aprirsi in questa incredibile dimensione porte e androni. Piazzette nelle piazze. con un forcone divenuto lancia tiene a bada il diavolo serpente ai suoi pie di. un acquedotto divenuto modello d'un'architettura sacra. . in Piazza Sarzano. È come un grande palazzo diviso . riassunto delle cucine del Me diterraneo. d'un canto antico e primaverile. Vi sono edifizi dove le scale seguono nell'interno la pendenza del monte. e l'Italia il punto di convegno di tutte le favole. la strada è coperta. non si scorge aperto che un quartiere per volta. MEMORIA DI LUCCA Ho veduto Lucca e poi. quando tutto è morto e tutto ricomincia. uscendo dagli ascensori che trivellano la roccia. appaia coi suoi colori stinti e tenaci. in cui la luce filtra con un colore marino. e ad aggirarvisi prova l'impressione d i esser fuori e nello stesso tempo in un interno. come si sente il peso d'una roccia e d'una grotta su l mare. il mondo trascors o era un grande deposito di favole umane. l'ho sognata. il giardinetto col basilico. interni. veniva su da quelle annunciazioni improvvise con cui il popolo a un certo punto ridà l'avvio all'arte . i vestiti all'ul tima moda. come è il popolo. più in alto di quanto si pens i. strade c he ricominciano sempre daccapo. da questo impiego d'un tema antico. tutto quello che avevo veduto il giorno si legava a lui. come se nel sogno potessi ravvisarla e c apirla meglio. Dove lo spazio si restringe. c'è una pennellata di verde.e arginano uno sprone del monte e formano un nuovo principio di strade. quello che sovrast a la chiesa dello stesso nome. le piante odorose che condiscono la cucina genovese. ricciuto e paffuto guarda il mondo. può dire se non è la medesima impr essione che dà Genova nella sua parte più vecchia. quasi vie naturali che immettano in un regno di natura sulla cima di u n monte. nel portico schiacciato . cortiletti. molto in alto. e ogni cosa si rivelava con l'improvvisa facilità con cui i sogni apro no il senso della verità. Raramente accade di sognare una cit tà. sempre o quasi sempre a livello di una strada più alta. È difficile dominare la città. ma questo a me accadeva naturalmente. perché la vecchia piazza pop olare italiana. Ora. edifiz i contenuti fra altri edifizi come in una custodia: la chiesa di San Matteo. le terrazze delle case. danno in grandi stanze profonde. ma nello stesso tempo sembra di aggirarsi in un interno. Quello che avevo veduto il giorno prendeva senso da questa memori a notturna. il giallo e il rosso. In breve. come l'architettura di questi luoghi imparò dagli ac quedotti romani. come i contadini e i pastori all'alba. porta un gran mondo nel pu gno. Gl'interni sono la continuazione della vita della strada. c ome se entrasse da finestre in un luogo chiuso. Da lle luci sfolgoranti dei luoghi alti si passa a luci di acquario. del la Spina. come succede a chi va in montagna. in ombra. quest'angelo mi appariva come la resurrezione d'un mondo sulle rovine di quello vecchio. quello che essa possiede in modo unico. menta. diventò un gran sim bolo. quest'angelo dal viso né adulto né giovane. e il senso di ritrovo di ragazzi di sera chiass osa. Sul grigio pan orama dei tetti. tutt'uno i popo li e le civiltà. un'umanità indaffarata. Qui si ha il senso della vecchia città. fino a Sotto Ripa dove si sente. dagli spiragli fra casa e casa. c ol viso di tutti gli adolescenti dell'arte primitiva. è un arcangelo dal viso di contadino adolescente. il sole vi si fa strada a fette. Sugli spiazzi elevati tra i muraglioni appaiono d'improvviso.

Lucca è rimasta a quella fioritura. cioè la capacità di assorbire molte cose del mondo senza lasciarsene turbare. Lucca non mi apparve come una di quelle città dove l'arte ha la sua parabo la tra crescere. non cercò di superare se stessa. C'è la stessa audacia. e alla fondazione d'una chiesa non trovava stra no ricordare le favole pagane. diventa un fat to coloniale. il segno del potere degli italiani a ridurre il mondo alla loro misura? Civiltà difficile a tutti. anche le operazioni quotidiane. Su una colonna del portico del Duomo. novembre all'aratro. ma perché qui ma ggiormente è il colore e l'ingegno del tempo suo. Non sembra di leggere an cora Dante? Non è lui il gran costruttore di cattedrali. dopo di che quasi non costruì più c hiese né palazzi né torri né santi. maturare. ottobre sul tino. varietà. costumi. ma piuttosto una città al punto più alto del geni o popolare. ad aprire. Virgilio e Davide. È un m odo. gennaio con la conocchia. marzo alla potatura. era il nuovo. il medioevo italiano ne compì la parabola facendo lo stesso per la romanità e per l'antichità mediterranea: profeti ebraici e grandi poeti romani. Tutto questo è chiar o e vivo a Lucca. eguagliandole a se s tessa. febbrai o all'amo. col disegno d'un acquedotto costruiva una chiesa. guai a lei se si arrende. infine. i fatti umani avevano un sol corso e una determinazione quas i fatali. aprile a cavallo e un fiore tra le dita. ma che vive della propria tipicità. dopo averla visitata. che non cerca l'universalità in una misura com une che si accetta o si dimentica. non aver vissuto invano. tra la Deposizione dalla Croce e la Carità d i San Martino ricorda i dodici mesi dell'anno. riducendole al suo senso. Una civiltà rimasta interna. e nei nuovi sentimenti la grandezza di quelli vecchi. quando mescolò l'antichità al tempo suo. e tuttavia avev a trovato il tono giusto. lo stesso sen timento del mondo ch'ebbe Dante. comunale. allo stesso modo il Cristianesimo si servì della Bibbia. d'essere universali e civili. Tutto vi assume un colore di mitologia. era il mondo nuovo che al suo nascer e ricordava i drammi dell'umanità. la vecchia religione non è altro che un regno non ancora toccato dalla grazia e sta alle soglie della fede come il labirinto inciso sulla colonna del Duomo di Lucca . Il mondo era stato fondato per sempre con gli antichi: v'era un sol modo di atte ggiare le passioni. paesi. quando si conquista intera potrà tardare il giorno della sua gloria. aveva un solo accento e nuovissimo sempre per cantar e queste cose. da cui nacque la stessa architettura romana del Rinasc imento. la cui v italità può rimanere più o meno nascosta. morire. essa il par agone migliore. i libri d i quel tempo. Dante qui m'era vivo presso la sua casa di Gentucca più che in ogni altro l uogo della Toscana. quella in cui la c iviltà italiana era naturalmente l'erede d'ogni cosa che avesse senso umano. d'una discendenza e d'una storia anche nelle passioni dell'uomo. creando su gli antichi i nuovi miti. un'architettura ferma pressappoco al tempo di Dante. come un mondo di passioni e di fatti fermi sui qu ali si ricalcava ogni altro avvenimento: la necessità. che lo abbraccia tutto e vi si riconosce. Lucca trovò queste cose a l primo stadio della sua ispirazione. e non soltanto perché qui amò una donna di carne. e l'architettura lo stesso. ingrandire. traversie dell'uscita d'Israele e favole d'Ercole e di Minosse. C atone ed Ezechiele. s'ha l'impressione di aver visitato quell'umanità. terriera. Esso è qua come nell'opera di Dante. aboli va le distanze. sulla soglia delle cattedrali ricorda l'a ntichità e le favole perenni del mondo. la grandezza del mondo nuovo era tutta nel fatto che potesse assomigli are ai grandi temi antichi. questo. una civiltà nata dalla più stretta aderenza all'uomo e alla natura. per cui esiste una sola stagione. è ricorda to alle soglie della nuova religione come è alle soglie del viaggio dantesco.Infine. una sola epoca. Questa è la posizione dell'italiano nel mondo umano. e in questa contaminazione. quando questo era un modo di vivere e di c redere. è la sua predestinazione. il mondo antico è come il presentimento del mondo nuovo. quella che allo stesso modo si riallacciò alla paganità e che dai monumenti superstiti trasse i motivi per le sue nuove costruzioni. Lucca è una città che ha il segreto di molti fatti italiani. Essa coincide con le qualità più profonde e naturali dello spirito u mano che nell'arte si vuol sublimare. dicembre tra i boschi a caccia. e una scritta dice pressappoco: "Questa è la forma del famoso labirinto di Creta". di esser cittadini del mondo universale. trova r parentele ed echi nei mondi scomparsi. che dalla assoluta contemplazione di essi tocca le magg . chiusa talvolta come un'entità particolare e lo cale. ma lo schema della bellezza e dell'armonia nell'arte sarà sempre suo. differenze. un disegno s ulla pietra c'informa del Labirinto.

Ma all 'alba. Sorride? Pensa? Vede entro di sé? Ha l'occhio come un fiore chiuso e mai sboccia to. sulle ginocchia rigid e che sole attestano la pesantezza della morte. lo fanno risal tare meglio. L'occhio n on si sazia mai di percorrere questi punti dove è il segreto d'una vita e di un'ar te. il principio d'un nuovo canto. Là presso giace colei che fu chiamata fino a ieri Ilaria del Carretto. non segue la lunghezza delle gambe. Antich i poeti. e poi la nascita dell'industrialismo in I . il compendio di tutto lo sforzo i taliano. il quale cert o la immaginò più che ritirarla. soltanto la s ua fine è l'episodio più importante del suo passaggio sulla terra. dice in greco una lapide del Duomo di Lucca. e sembrerebbe uno di quegli adolescenti pag ani se la sua non fosse l'adolescenza perpetua delle spose di un tempo.iori altezze: è un antropomorfismo con cui non ha nulla da fare gran parte dell'ar te moderna che taglia agli uomini i legami con l'originarietà per farne manichini di idee e di religioni che rinnegano l'uomo qual è e volendolo elevare lo umiliano . donano all'ambiente e a l paese. non ne delinea la struttura carnale. la veste è drappeggiata come una c oltre di pudore. Q uel senso di sbigottimento che nel settentrione è dato dalle infinite Danze Macabr e. tutto nell'atto più bello dei fatti umani che è il principio . e forse soltanto sogguarda le pieghe de lla veste che convergono al seno e al petto. Perché non si vedono i piedi? La veste è tirata sui piedi come il lino d elle antiche statue sacerdotali. Il cane ai suoi piedi leva il muso interrogativo. l'occhio di chi non ha veduto nulla. Chiunque è passato di qui è venuto a visitare Ilar ia. a Lucca. C'è il sapore di cen ere di tutta la poesia italiana. un a donna per cui s'è compiuto il miracolo della morte immortale. È un a ttimo. Santi in contemplazione. annullamento. ognuno che è entrato qui s'è seduto sul banco lungo la parete a guardarla. È un fatto che i santi di allora nessuno più li prega. fu sposa. come una visita di dovere. Porta una ghirlanda s ulla testa. tutta Lucca ve lo ricorda. chiuso nella sua cappella come in un antro sibillino. eccolo che ancora una volta ricorda la fant asia tra popolare e classica italiana. Mi parve questo. che non è dei meno interessanti: egli porta sempre qualcosa dell'artigiano. il segno più ermetico. La gloria è la gran droga italiana. Amò. e per esempio in Toscana. fragilità. che dalla esattezza della verità trae qualcosa di attonito. e pare di leggere in quegli angeli l'attenzione dell'artista. tutta lei è la testimonianza d'un ingegno che da un fatto naturale. "Morte immortale". i Santi dal mantello turchino e g iallo. I VETRI Uno dei fatti più nuovi dell'Italia d'oggi. ebbe figli. la piccola scena di un attimo. e i grandi paesaggi. Tutto è composto nell'atto della vita e della grazia. Si capisce come ad ognuno di questi accenti qualsiasi pellegrino abbia trovato l'accento d'una nuova gioventù. ma si avvolge dal piede sinistro al piede destro confondendo lo stampo del corpo. è lo sviluppo delle industrie in paesi v ecchi. angeli né tristi né lieti reggono la ghirlanda intorno al suo sarcofago. È composta come in un sonetto del Petrarca. cari alle oleografie. al contrario dell'arte italiana che dà per misura l'uomo. quando un nuov o accento dell'arte nasce nel mondo. antiche pietre. notai che ai piedi delle vecchie ta vole degli altari erano state erette altre immagini più moderne. Ma poi. Prima di tutto c'è lo spettacolo di come l'italiano si trasforma a co ntatto con la vita organizzata e collettiva. non più grandi d'un metro quadrato. come raggi che sfiorano il centro d ella sua vita di madre. andando di chiesa in chiesa. e anziché sopraffare il vecchio colore d'una vecchia vita. Giusto il Santo Volto col suo terribile aspetto. Il pudore dell'artista si confonde col suo pudore. della forza. egli trema ad atteggiarle la veste: là dove le gambe si stendono. col giglio fiorito. come il lino dei pontefici in trono. forse in quel solo punto gli fu lecito contemplarla . e un medesimo pudore. da noi lo dà lo spettacolo perenne della vita che vuol vincere il tempo. Dietro a questi le vecchie tavo le delle Madonne tra putti nudi. nelle solite cornici dorate: la Madonna dal profilo emaciato e dalle grandi lacrime tonde che paion di vetro. Lungi dallo sfigurarvi. a un tratto. del la gioventù. leggerezza. IL POPOLO. è sospesa come sul pun to di dormire o di annegare. che si domandano quale simbolo chiuda. dalla rapprese ntazione d'un breve attimo umano ricava i misteri profondi. EMPOLI. i capelli ben pettinati. Ed eccola sospesa nella fantasia degli uom ini. Solo in questo punto della morte fu affidata a un artista. Tra i frammenti sparsi nel muse o di Lucca v'indicano lo stemma d'Ilaria. al gran Jacopo.

come altrove "tout fini t par des chansons". i manifesti che laggiù sono più larghi e coloriti. ma non di più lontano. questo m ercato quotidiano che ricorda da vicino la vita. noi l'Italia fummo abituati a c onsiderarla così: si rimpiansero i più abili artefici e artigiani d'Europa. Basta tuttavia che la società si organizzi su un dato schema. con lo stesso color verde che ha a Firenze. di vecchi vasi. Non è più la nudità d'un tempo.talia non è quella cosa nuova e strana che s'è creduta per un pezzo. e riacquistano il vecchio prestigio dell'infanzia. le insegne e le merci. e ho sempre pen sato se corre più il Tevere o l'Arno. una fo ntana ricorda la munificenza d'un signore che dotò la città d'acqua potabile. quattro donne di marmo sorridono nude. "venite pe r l'appunto da Roma: come corre il Tevere? Io ci manco dal 1885. Si starebbe delle ore qua in mezzo. il grande nuovo articolo che preparava una vetreria era uno spet . Sulla s palletta del fiume c'era un uomo seduto a guardare. col fare filosofico dei "ciaba" di tutti i paesi del mondo. Il popo lo intorno a questi nuclei formò i suoi. di mescite di vino. a vederne alcuni ancora aperti. e nulla è tanto eterogeneo che non entri in quest'atmosfera che è pur dura e di lotta. qua ndo era ancora fresco. Si dilungano laggiù i quartieri degli operai. e si correrebbe non so quanto al ric hiamo di questo vino dal sapore di vecchie rose. D'estate i vetrai son chiusi. i mer cati. ma si to rse il muso davanti ai fumaioli delle fabbriche. ma sono arrivato in tempo. gli steccati gialli di qualche cam po sportivo. di tutto il mangiare semplice. Al tempo del gr ande artigianato e delle vecchie corporazioni. una colonia estiva. e sott o un calice di marmo grondante acqua. il contado. come se tutto questo fosse l'annunzio d'una fiera e d'un Luna Park. In quella venne avanti un ciabattino. Perf ino i prodotti a serie dei magazzini sembrano appesi a un albero di cuccagna. che imitavano nell'apparenza le vecchie logge e i vecchi palazzi d'arte. riprende il suo vecchio potere. Mi domandò se fossi venuto a E mpoli per lavorare. Per chi detesta la spocchia di certa vita moderna tutta nel parere quel che non si è. il popolo s'è fatto la sua decorazione per la vita quotidiana. fatti di botteghe sotto i portici. e poi. come era considerato il lavoro industriale. Di sera sono aperte le finestre. E poi le merci sulla strada. La razza vuol p ur dire. In mancanza d'altro. I rag azzi giocavano in piazza. a prender aria. giacché viaggiavo. vi si attardavano donne coi bambini in braccio. Mi chiese anch e notizie di Prato. d'insegne che avevano portato qualche cosa di artis ticamente popolare nello zinco verniciato. C'è un modo di disporre e di mostrare le cose del vivere che ha della compos izione. un cam po di gioco. Non sa ranno più i palazzi dell'Arte d'un tempo. saputo che venivo da Roma: "Oh". e l'atteggiamento di chi tira i due capi dello spago nelle braccia u n po' discoste. e la polvere. Ci s'imbatte a un certo p unto nell'Arno. ci sono i santi agli angoli. e il contadino nei campi contigui non ha finito mai di lavorare. queste osterie a ogni passo che spengono l'arsura della strada polv erosa. Gl' impresari cambiano. sarà una torre. Ecco che cosa può pensare un uomo solitario sulla spalletta d'un fiume. e questo lavoro senza volto. Il tramonto rosso e il perdersi del fiume nel piano ricordano il mare. Nacquero perciò tanti monumenti senza scopo. e i richiami delle trippe e della zampa. E non era più l'Italia quella div enuta soltanto agricola e che aveva abbandonato ogni ambizione civile. Su un banco del fiume all'asciutto giocano i ragazzi . le città ebbero centri nati da quel l'assetto. perché in conclusione. che ritrovi in qual che modo la sua attitudine naturale. Aspettavo qualcuno per domandarglielo". perché Empoli ha almeno una quin dicina di fabbriche di vetri. la tendenza è la stessa. I carrettini dei fiaschi da impagliare sono fermi davanti alle porte. perché quella funzione torni in pieno. di vec chi caffè. E che dire di quest'insegna che porta scritto "Bazar fantastico"? Empoli è in piano. mi disse. e cioè la capac ità del lavoro a crearsi i suoi monumenti e le sue testimonianze come l'avevano av uta un tempo i tintori o i lanieri. A Empoli mi accadde di pensare a queste cose davanti al suo vecchio Duomo. I fuori porta si vedono dalle sue strade dritte tra balenii di biciclette che si confondono con quelli delle foglie degli olmi prese da un lung o tremito come se pullulassero. le donne cuciono sui balconi. Qualche cosa però non era andato perduto. e la vita si riannoda al vecchio filo. è già la nudità moderna che ricorda la camera da letto. in Italia tutto si concluderebbe in architettura e in arte. è u n meritato riposo. la sua lotta. poi divennero i musei di quel lavoro.

La fragilità del vetro è una cosa di cui bisogna ricordarsi ad ogni mo mento. crollano monumenti di pietra. a perdita d'occhio. coi loro turaccioli. Ma forse in questo contrasto sta tutto il fascin o di questo spettacolo. Ancora una volta penso per esempio a una grandinata su ques ti vetri. Soli e insieme. una coinci denza di linee e un gioco di rette ripetendo il ritmo convergente delle assi del soffitto. la maglia di colore. E i vasi per fiori. questo pupazzo. C'erano violente simpatie e antipatie. si colora come una bolla. il gruppo degl i operai sta raccolto in mezzo. gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine. la testa di vetro bianco. si ferma in qua lche angolo ignorato. fiori e frutti di tutti i colori. questo vaso. la bottiglia della camera d'albergo. si sono rotti per uno che ha varcato il tempo. le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tas toni. dura in qualche lembo di terra. per generazione. a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi. fra solitudine e solitudine. con tutti i toni del verde. all'infinito. Appeso in basso a una lung a canna si gonfia come una nota profonda il bottiglione. paiono delle bambine con la testina e il collaretto. ripetute all'i nfinito da tanti anni e secoli. Dev'esser la stessa l'emi ssione del fiato. tant'è vero che ogni esemplare è uniforme. pressappoco come quella cornetta del jazz che pare riesca a stento a gonfiare una palla di gomma ficcata nel padiglione. Ecco cose fatte per con sumarsi. forme che furono dei Fenici. eppure esistono vetri di mille e duemila anni di vita diseppelliti dall a terra dove hanno dormito per secoli. o di paesi visitati. Questo un gran m agazzino di tali manifatture: c'erano rose. va si e lampade. che è tutto dire per un'operazione delle più faticose. A un tratto questa di vetro mi se mbra come un'umanità: corre il mondo. E si scorgevano vecchie forme. e le razze diverse erano i diversi colori d'ognuno sotto le stesse forme. quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case. mentre dall'altra parte le bottiglie striminzite e verdi da un quarto di litro fanno un altro suono di . col gesso. qui acqui stano quasi aspetti di tribù. di alcuni n on rimane che un ricordo vago. S'immagina quanti esemplari. o veduti in qualche museo. Ma in un altro magazzino chiuso. e su questo tema. È un m ondo assai precario. e fra l'uno e l'altro n on v'è che un'oscillazione media di venti grammi di peso. d i travi e d'assi. e questo bicchiere. a migliaia. gli ornamenti dei salotti. e il naso e lo stemma della loro squadra erano le cose più rilevanti. erano disposti i giocatori. come d'un'antica fabbrica o d'un'antica chiesa. le oliere all'infinito. tra i potenti ventilatori e le finestre. abituati come siamo ad essere circondati di cose non fragili. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola. ognuno di quegli oggetti ricordava un amb iente. Fuori. È come se concertassero degli strumenti. Passano i tempi. separati da muriccioli tra magazzini confinanti. dell a vita.tacolo di partita di calcio. s'infiamma a mano a mano che prende più aria. dietro l'ispirazione d'un artigiano ignoto che t rovò quella prima misura all'emissione del fiato nella canna. le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri. e gli ospedali. accompagna la vita. Sembra un grande concerto che non arriva a esprimersi altro che in fo rme rotonde. si disperde perfino la traccia della pianta d'una città. della nostra infanzia. che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali. Oggi escono da ognun a di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno. sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano. antichissime. e in circolo ognuno si dispone co n la sua canna. su una tabella. il forno del ve tro è come un gran calamaio cui attingono tutti. C'è la solitudine del lavoro individuale e insieme un colore di vecchia comunità intenta a un lavoro che ha perfino del gioco. il ritmo del le canne lunghe disegna fra uomo e uomo. ricordo d'una civiltà. Paiono orti di grosse zucche. i cestini da viaggio. nasce come un frutto duro e verde. e trecento di vetro artistico. A un certo punto vien quasi il panico di quella estrema deperibilità. i comodini da notte. Su una tavola disegnata al modo dei campi di gioco. ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi . altre oliere da trespo lo. i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie. Il soffitto è altissimo. le bottiglie. aprivano bocche mostruose o sembravano pezzi d'anatomia. sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidi ane degli operai. ognuno col suo grumo incandescente che p assa attraverso tutti i colori e le forme. il bicchiere dell'osteria. viaggia.

In qualche luogo è il propri etario della cava. e s omiglia a una di quelle giornate d'artiglieria in guerra con la sua sinfonia di schegge. al piatto. si consolidarono. Il marmo è il risultato del lavoro di secoli. e che nessuna pr eparazione scientifica può eguagliare. e questo è appena il principio della sua scienza. Una macchia troppo forte di nero. l'alta pressione le formò in blocchi. e solo quando si ripromette la scoperta d'un banco considerevole . da quegl'indizi che non tradiscono mai il suo occhio esperto che ha con la pietra la stessa confiden za del contadino verso le piante e la terra. il ragazzo vi aggiunge il piedino. L'esperienza gli dice che ogni masso giace nella montagna in forma di rombo pressappoco come una forma tombale . il ragazzo gli sta attorno c ome in uno di quegli esercizi perfetti di acrobazia che vediamo sui palcoscenici . o dalla parte di t ramontana. La scienza del cavatore è lunga come la vita di questa pietra. da un masso considerevole. che ha il privilegio d'u n piccolo inserviente. Per un pezzo la vallata risuona del rotolare dei massi e dei detri ti. il ragazz o stacca il dippiù. queste sommità erano coperte dal mare: miliardi di conchiglie si impas tarono alle materie organiche trascinate dalle correnti. le cime dei monti into rno sono gremite di spettatori accorsi da ogni parte. Raramente accade di ammirar tanto l'uomo come in questo rapporto con la pietra. Furono come correnti troppo dense. ripetend o nelle venature del marmo le ramificazioni delle piante. Fra p oco. e dove la materia era meno compa tta la incrinarono col loro peso. l'esperienza. rimane un attimo lungo in quello straordinario atteggiamento c he ricorda la sofferenza di un parto immane. come s e fosse stato disposto con ordine in una scatola. Questa stessa musica. una di quelle grosse mine da qualche q uintale d'esplosivo. come un riepilogo rapido di tutta un a discendenza di volumi geometrici. i ragazzi portano al forno della tempera i recipienti finiti in cui alegg ia ancora l'ultima fiammella e fa sprizzare scintille dal bastone. si vede la montagna gonfiarsi come un petto forte sotto un respiro poderoso. più o meno intensa. quando si sarà diradata la nube di fumo. A volte. spesso egli si serv e degli stessi metodi che servirono ai romani. si lacera come un cratere. si amalgamarono. e da q uesto connubio della vita marina e vegetale nacque il marmo. si vela tuonando in un nembo di fumo e di polvere. che ogni masso è inclinato dalla parte della levata del sole. gravitare. È questo uno dei più stretti rapporti d ell'uomo con gli elementi.questa musica acuto. il ragazzo vi salda un ornamento. in cima a un bastone bruciacc hiato. la portentosa musica del marmo che chi non l'ha udita non può figurarsela. Le bottiglie stanno nel forno a indurire e sembrano pani. poi le montagne sorte dagli abissi marini compressero questi blocchi. U . E intorno tutto un coro è intento a sentir oscillare. In quest a orchestra di forme. l'aiuto d'un compasso di legno per le misure e per aprire e regolare le corolle del vetro. di cui non si sente a tratti che lo sgrigliolio dello stac co del vetro. che dallo scoppio giudica l'importanza dell'operazione. lo stesso soffiatore è compreso di quel volume che nasce al s uo fiato. nella sua forma. altrimenti egli sa che il marmo si cava pazientemente. A tratti. di scoppi. o del principio di quei metodi. se ne trae soltanto un piccolo blocco. sta quasi da parte un lavoratore di fino. marmorizzarsi s otto il suo fiato le grandi bolle verdi. Gli alberi incarboniti traversarono la superficie candida. perché raramente egli ricorre al le grosse mine. IL MARMO Quando scoppia una mina sui monti Apuani. Sono questi gl'incerti del cavatore. in cui conta la razza. Il quale passa nelle sue mani attraverso tutte le forme. crolla poi come una nube. Dal colore d'una superficie indovina quello che c'è sotto. e bisogna purgarlo. o strati di quarzo più compatti resero più fragile la superficie del mi nerale. dal globo alla coppa. nella profondità si fuser o. una lapide come lo chiamano. egli ha trovato la di rezione del pelo del masso come per un tessuto. come una pianta che vedesse ingrandire enormemente un frutto. I giornali avranno annunziato lo spettacolo. accompagna la vita dei cavatori nelle va lli bianche. egli vedrà forse scoperti i blocchi ch e giudicherà con un'occhiata dal colore. altrove le piante incarbonite macchiarono trop po il marmo. dà uno squa rcio atterrito. dalla direzione delle f enditure del masso intuisce il metodo di cavarlo. dalla conformazione. di laceramenti dell'aria. ancor molle. una striscia di quarzo più accentuata minacciano la durabilità del masso.

tra esse s'aprono tre valli bianche. il duomo di Carrara . ha il colore d'una grotta montana. Con un braccio di meno diverrà guardiano. Due vecchi cavatori si scambiarono un'occhiata. là è il blocco e l a lastra di marmo. . il marmo lentamente riprende il colore d'acciaio delle sue montagne. i depositi di marmo. sono arrivate in capo al mondo. d ai residui di blocchi da cui furono cavati gli stipiti del Pantheon sino a quell i dei lavandini di cucina. ed essendo capocava non s'è rassegnato a guardare il lavoro degli altri: i suoi padro ni lo sorprendevano con la mazza nel pugno. i detriti si sono aggiunti ai detriti. una delle cose più solenni che la natura e l'uomo abbia no messo insieme. vecchio ch iederà ancora di servire. di settant'anni. la gloria.na volta venne quassù un ingegnere fresco di studi e di poca esperienza. colonne. voleva fa re e disfare a suo modo. si vedono gli effetti dei contraccolpi e gli spostamenti nei mille atomi che la compongono. come l'arte e l'artigianato. Ho detto tremila anni di escavazione. Ma se tutte queste cose. Miliardi di tonnellate di scheggioni si s ono accumulati in queste valli mutandone di dieci in dieci anni la fisionomia. fino a quando può. Sono tremila anni di statue. con cui danno colpi che hanno la precisione d'un taglio. imbianca lontanamente le strade. Anche l'uomo. rimangono qui i detriti di tremila anni di scavo. que l confuso pensare a un fatto definitivo. danno quello sgomento che è un carattere di questa pietra. in ci ma a tutti i tempi. che adoperavano la creta. come d'un minerale fuso e rappreso. si aggiung eranno poi quelli dei secoli avvenire. Di marmo si vestono cose definitive. i secoli spenti che vogliono per essa sopravvivere. la morte. Il cavato re conosce la sua cava come la sua casa. da Pietrasanta. Ma. Dove è uno che nel mondo vuol lasciar memoria di sé. templi. la luce le tempra come l'acciaio. e uno d i loro disse in modo d'essere inteso: "Costui è troppo presuntuoso. in quest'operazione la pi etra diventa qualcosa di elastico. la pr esenza. distingue il suo pezzo di marmo tra mil le. le ombre vi si adagiano den se come di velluto. Perciò la cava di marmo è un fatto personale. e sarà difficile che non si ecciti al pensiero d'u na mina. tagliano come con un coltello. un lastricato di marmo davanti a un'osteria. Per chi la veda dal mare. gli spiazzi pieni di l astre e di blocchi. La valle bianca sembra colma d'una neve in una stagione in c ui le cime siano disgelate. i riquadri di marmo delle por te e delle finestre rustiche. una lastra che fa da scalino malfermo a una casupola. lo si scava da tremila anni. dove l'orbita è più fonda sotto la fronte. di straordinariamente duttile. quella mazza del peso di otto chili. meno che in un tondo. Io l'ho visto sc alpellare in non so quanti luoghi del mondo. il sole a diverse ore vi stampa in finite gradazioni. ma vi è qualcosa di vaporoso e di sfumato. dimenticando la loro civ iltà di fornaciai. Lungo la strada l'insolita presenza d'una pietra così preziosa. riflette su Carrara quel colore lattescente in cui le ore passano come davanti a uno schermo frapposto a l sole. tutto di marmo anche internamente. in esso sono sepolti secoli interi. Sono occhi a for ma di virgola. non ha mai voluto andare in pensione. A lui non inse gneremo nulla di quello che sappiamo". Non è questo l'ultimo sentimento che accompagna chi visiti ques to immane mondo di pietra. perché da palmo a palmo la montagna è diversa e il minerale assume diverse confi gurazioni. qui usavano il marmo. il cava tore resta con la sua pietra. ed è questo i l presentimento di quell'implacabile polvere che colma tutte le valli. Gli occhi dei cavatori sono quasi interamente chiusi. Sono venticinque le vittime annuali di quest'opera. in cui è rifugiata la pupilla. a un materiale cui si affida la memoria degli uomini. infine. dà una luce speciale a ogni cosa. è il mondo sopravvissuto che parla attraverso il marmo. la montagna differisce da ogni altra che la circonda: sono quattro cuspidi di pietra. Con uno strumento così pesante non oltrepassano d' un millimetro il segno. Gli Et ruschi. Già lungo il percorso. le cime son o scabre. Questi danno i l colore bianco di neve alle valli tra cui formano una immensa corrente perenne. Ne ho conosciuto uno. promosso capocava si rassegnerà male a non avere il suo bl occo da purgare e da squadrare. statue e colonne. con cui seguono i dife tti e le incrinature del masso. bianca e gelida di questo minerale dovunque ricorda il lusso.

scavano già sotto la cima in cui la pietra si atteggia a statua . sot to la minaccia dei detriti che rotolano a valle. e quello fresco. le diverse onde del marmo voglion congiungersi in fondo alla valle. in un interminabile lavo ro. Lungo. hanno sepolto perfino alcune ca ve. su cui la fantasia leggerebbe chissà che immagini p rigioniere. si ha l'impressione d'un fiume gelato e miracolosamente praticabile. come di tuoni. incombe sulle cave stesse. alta. Dall'alto delle cave. di crolli. nel bianco indistinto dei detriti si disti nguono quelle forme uscite appena dalla sbozzatura. Essi sono detti comunemente "spartani". anch'esse composte di detriti. da secoli. La musica degli scalpelli in fondo alla valle. si levano su dalle cave le lisce pareti del marmo compatto. una delle più difficili e delle più importanti d el cavatore. dà l a vertigine. E sopra questo mare di pietra bianca. In molti punti hanno quasi r aggiunto la sommità. i massi rotolano con un fragore lungo. correnti. Dal l'alto delle terrazze. so tto di loro. disposte come celle d'un apiar io nel monte. quasi campestre. e si dan no a squadrarlo. le scariche accompagnano chi sale per l'erta dove sull'ammasso delle pietre i passi dell'uomo hanno formato un viotto lo. Lentamente. rumore di questi poveri spigolatori del marmo. rigido. di rovina . d'un bianco cavato ieri. che sembrano grilli. di questi indipendenti dalle grandi famiglie delle cave. ha il ritmo d'una pioggia calma. pietra per pietra è sotto il passo una lunga musica minerale. mostra quasi un'immagi ne sepolta dentro. è già un lavoro salire quest'erta di dove si s corgono le grotte profonde e solide delle cave in un panorama da Purgatorio dant esco. Il cumulo dei detriti non ha mai un assetto stabile. Li sbozzano sul posto. ondosa. tavole gi gantesche di bianco o di nero. Michelangelo diceva: "Io ne cavo via il dippiù". rifugi di cavatori e osterie. fitta. fra tanti detriti. sembra venire avanti e sommergere i rifugi e l'osteria dove cresce gracile in quel bianco un garofano. trovano qualche blocco più grande. alto. fra tanto rovini o. gli scoppi delle mine. fra le altre. il terreno è coperto di quest o materiale. e le valanghe nuove che scendono d all'alto. come se si cammi nasse per una tastiera. il moto di esso è così fatale e sicuro che le casupole piantate nella v alle o sul pendio. attraverso nuovi moti. a dieci centimetri l'ora. ogni cava ha un suo versante che scarica. Alcuni operai abitano villaggi vicini. i detriti per la china diventano velocis simi. di trenta e trentacinque metri di altezza. squadrato. un grappolo di rose. o le case costruite in prossimità del lavoro. un vaso di fiori. così fantasticò qualcuno. villaggi di cavatori. alla corrente di marmo si mile a un'onda immobile. esso va avanti come un fiume. per liberarsi dalla loro invasione i cavatori scavano sempre più in alto. La montagna dove stavano compressi è scomparsa sotto di loro. e spesso trovano di quel mar mo egregio che sembra una neve densa e posata quando si unge d'azzurro. fino a oltre mille metri. Il blocco di marmo intero. sospesa. impercettibilme nte. sui bianchi abissi gli uom ini sganciano il carrello e lo rovesciano gridando dall'alto se qualcuno passi. Da questi scheggioni di marmo rifiutati cavano appena una tazza. sono l'elemento fluido di questi luoghi. che sta intorno a loro. qualche . qua e là. in breve sono incrinate dai ced imenti del terreno. abbaglia come la neve. cambia d 'anno in anno l'aspetto dei luoghi. che preme la valle da tutte le parti. tra marmo e marmo. il lungo lamento del filo elicoidale che taglia gl i immani blocchi delle cave. e contrappunta il rombo dei de triti. è la montagna che cammina. Dopo un poco si distingue il marmo calcinato dal tempo. sembra che seguano una corrente. si accumulano all'immensa distesa dei blocchi bianchi. i rombi. delle squadrature dei blocchi. Si cammina su un elemento incerto. Il bianco immenso è intorno. dolce. La lotta coi detriti è. Non si vede che la pietra su cui s'impara a stare in equilibrio. minaccia di seppellire le cave. spinte. radicata nel monte.È quanto rimane delle mine. Altri vengono dalle marine a piedi. sembra che la stessa montagna rovini. Sono cinquecento cave a compiere nelle tre vallate questo lavoro quotidiano. i suoi detriti. ab bagliante. rabbuffata. per sfuggire a questa corrente. I cavatori isolati. È questione di vita o di morte delle cave. un mortaio. Queste hanno dovuto cercar sempre un più alto gradino della montagna per sottrarsi al peso del materiale di scarto: formano pel monte come giganteschi scalini. solleva la strada del fondo valle ogni anno a una più forte inclinazione. una statua che si potesse vedere dal mare.

perché non precipitasse per la china. Talvolta è accaduto qualche scontro fra questi carichi. Spesso sono intaccati come da un taglio per lo sforzo delle corde. Per contenere la massa dei detriti nel suo continuo moto verso il basso. con v ittime umane. per il trasporto al p iano dei blocchi cavati e squadrati. senza fare altre vittime. per le diverse strade di lizzatura. sui carri dalle ruote formidabili. perché arrivavano contemporaneamente al traguardo. La montagna è trattenuta da questi muri. come in liberi portabandiera della fatica umana. epigrammi su un masso ca vato male. Eppure. ricomponendosi più avanti a s eguitare sino a che l'hanno portata al piano. una dozzina. dai carri. bollettini dello spirito della giornata.doveva dire. esclamazioni. la lizza. legato e fornito sotto di alcune assi. pietra su pietra. e accanto: "Forza Binda!". e poi la valle bianca. tutto parlava dei due corridori ciclisti allora in gara . e non sono questi gli ultimi elementi che ricordano la vita di guerra. era trattenuto da corde d'acciaio che un uomo mollava gradatamente dall'alto. fece appen a in tempo a buttarsi da una parte. e così sicuri e fermi che altri blocchi sporgen ti. serve a tagliare la montagna di marmo. colpì l'uomo del piro. Il capo lizza. Quando vi passai. evviva e abbasso. e in uno di questi campioni è compendiato lo sforzo degli ope rai. Tra questi baluardi corre o è contenuto il f iume dei sassi. una mano al mattino ha scritto: "Forza Bind a". Già questa corrente bianca che sembra di veder muovere. gli uomini. al posto più rischioso. Ho sentito anche qui un canto. il blocco slittava per una ventina di metri. Muraglia dietro muraglia ricordano il Colosseo. Trenta uomini si mettono pel ripido sentiero e si passano la vittima. fu come un proietti le. là dove il suolo è minuta polvere bianca macinata dal passo degli uomini . assai in alto. e corre anche una strada ripida. costruirsi un riparo e un confine. è la vertigine. u na goccia di sangue su un ciottolo di marmo. d'una ventina di tonnellate. Il viottolo gira per la china con una sapienza d'orientamento. il solo canto delle cave. srotolandole da un gruppo di pali di legno infissi a un blocco di cemento. all'attri to del filo elicoidale nel masso. e sopra. Forse si salverà. sempre al riparo dalla corrente dei detriti buttat a dall'alto. intorno. L'altro giorno accadde che la corda d 'acciaio. Il masso. raggiunta la sommità. Forza. hanno costruito formidabili baluardi co n le stesse schegge del marmo. risolvo no problemi difficili di pendenze. Sentenze. con lo stesso metodo con cui spost ano le travi saponate sotto i grandi blocchi. intorno a un blocco. che. tornò indietro. Questi pali son detti "piri". la più antica fatica dell'uomo. sciv olava lentamente su altre assi insaponate come i falanghi su cui si mettono in s ecco le barche. e per evitare che ne siano troncati l'uomo del canapo li lubrifica con olio minerale. la fatica di lottare e di vincere . piccolo davanti al masso pauroso. Sono i bollettini quotidiani della folla. stavano intorno al carico badando a to gliere di dietro le assi a mano a mano che il blocco avanzava. di arrivare primo. le filovie passano sopra coi loro carichi di sabbia. il lavoro secolare de i muri di riparo. Ho visto. dai buoi magri che appaiati a decine aspettano l'enorme carico dei blocchi squadrati. Già i muri dei villaggi. si ruppe. gli spezzò un braccio e le costole. . disposti a ventaglio. escono dal muro compatto e fanno da scala alla sommità per quando si seguiterà a innalzare contro l'incombente marea di detriti. l e mura pelasgiche. capolavori di tecnica che seguono le accidenze del terreno. fanno da trincea dove lo scarico dei detriti minaccia di straripare. uomo! . incorniciano la parte superiore d elle cave. i lizzatori gareggiano a chi arriva prima col suo carico a valle. Il carico. A voltarsi indietro.straordinario ciuffo di fiori o erbe azzurre. Era l'alba. sul gradino più alto. sorreggono le piattaforme delle cave stesse. coronano le sommità come fortezze. sotto. poi tutt'intorno le cave con le lapidi immani su cu i è la storia lenta del taglio del filo elicoidale come una rigatura su un foglio di musica. formano camminamenti sulle strade p raticabili. delle case sparse. venti tonnellate. È un "oh" più lungo di quello dei pescatori alla rete. quello con cui gli uomini si danno la voce per lo sforzo comune. nei tempi di gran lavoro. I lizzatori. tesa da quattordici metri. i bloc chi portati al piano mostrano di queste iscrizioni. Dove l' erta è più faticosa. davanti al suo blocco che precipitava. Il capo lizza sta va. vedevo scendere una "carica" di blocchi per la lizza ripidissima. la manifestazione d'uno spirito colle ttivo. una parentela riunisce tutte queste fatiche. etnische.

e non mi riesce q uasi di vedere un uomo pei campi senza pensare al suo campanile. dove nello stesso tempo è presente una cultura e una c iviltà come d'un tempo fiorito sui monti e sui luoghi alti. In essa le famiglie. Così. oggi il posto di quegli scenari naturali della mia immaginazione è oc cupato dalle città di pietra: la natura si è allargata e diradata. dopo il seic ento. È il colore inconfondibile dell'Italia antica. che avevano formato i clan delle società primitive. La vita italiana ebbe in tal mod o alle origini una civiltà di tipo patriarcale. per cui essere artisti originali fra noi è legato a tanti sottintesi. i d . Più tardi le mie id ee mutarono. e da regione a regione quasi di razze. Di lassù si vede il mare. che non è classico. hanno fatto ricordare a più d'un visitator e la mano d'un grande maestro. delle lotte fra le gent i delle vallate confinanti. vere spoglie del tempo e della fatica. quasi ancora lottando. tanto da sembrare che. Ve un'epoca del macigno nella vita italiana. e come tagliano la pagnotta. e i doveri di questo nucleo e i suoi diritti. Ho veduto il loro pane e il companatico. l'unità familiare . che non hanno più nulla del tessuto. Se altrove rimangono d'una vita remota i dolmen e i nuraghi. e in questo scenario ge nerico immaginavo qualche opera d'arte solitaria e miracolosa. Fu un a civiltà puramente sociale. la civiltà basata sui doveri e sui diritti del chiuso circolo familiare. giardini. vecchie giacche di velluto consunto. alla storia del paese italiano. Il fabbro li ritempra. Tutta la civiltà politica italiana fu poi per lungo t empo una questione di famiglie e di gruppi. una civiltà politica. da rivelazione a rivelazione. da essa provenne l'assetto civile di poi. sopravvivevano con lo stesso significato e la stessa funzione. fresca. orti. e come si appartano solitari a consumare la loro colazione. alla sua torre. maturata però in un clima dove il se nso politico era già perfetto. LE CITTÀ DI PIETRA Quando conoscevo meno bene l'Italia ne avevo tutt'altra idea da oggi. come fu sempre quella degli abitanti delle montagne in nuclei caratteristici. Il ragazzo passa di quando in quando colla cassetta degli scalpelli. che quasi ogni atteggiamento dello spi rito ha un legame e un richiamo. che dopo un poco si rompono e scottano nel pugno. che da paese a paese formarono barriere quasi d i nazioni. in quell'isolamento della vita da cui nacquero i motivi che resero tan to difficile e lunga la sua unità. le cave non abbiano più dato materiale per le costruzioni. quella che fu fondata dai contemplatori solitari. prima di lavorarlo. incessante di questo enorme sforzo umano. i soprassalti della montagna ai colpi di mina e alle scariche. e tale è ancora il colore di quella vita. e forse un 'idea più ridente. nella provincia italia na del centro queste esigenze primitive delle abitazioni di pietra si mescolaron o a quelle delle arti e del lusso. una specie di Sassetta della scultura: e di lui non se ne conosce pur il nome. ognuna coi suoi maestri g randi e piccoli che in civiltà meno ricche sarebbero ognuno un capostipite e un ma estro. "Ha famiglia. d'un grande scultore esistito prima di Donatelle. in quel clima si svolsero i termini di quella civiltà italiana che ancor oggi ha per base la famiglia. i luoghi che non avevo veduto li chiudevo con la fantasia nelle più facili reminiscenze. il lamento del filo elicoid ale. Ricomincia la musica degli scalpelli. Il ragazzo li arrota sulla pietra dura. come un medico gua rda un malato. una specie d'epoca mon tanara. la vita civile trionfando si ammantava del co lore della primitiva barbarie. dovette essere un gran giorno quello in cui gl'intonachi colorati fecero la loro apparizione. cipressi. E s'è spiegato tutto. l'acqua arriva nei tubi sospesi attraverso le valli. Gli operai guardano il loro blocco. Lassù. dai ricchi ugualmente solitari. si gira nella città di pietra della provincia it aliana. Il concetto dei clan si temperò. discendenze. si dice ancor oggi di chi merita ogni attenzione. ma che nella nostra fanno disperare addirittura dell'arte come se tutti g li accenti fossero stati detti. col primitivismo dei montanari e il loro potere di contemplazione. di cui è difficile stabilire la gerarchia. che ha l a natura d'un privilegio. delle acropoli. di rapporti e di classi. nella cava. alla sua civiltà moltiplicata per centinaia di lu oghi e genti.una modulazione graduata. ricordi. Ultimamente a Montepulciano. dell'Angelo Annunziatore e della Vergine. due sculture di le gno. Ho veduto le giacche appese dei cavatori. che porta ancora in sé il ricordo delle fortezze sui monti. ha figli". olivi. ridotte in sacrestia e poi messe in onore nelle navate della cattedrale.

che le opere portano nomi qu asi del tutto sconosciuti. rappresen ta quell'evasione che un tempo era funzione specifica dell'arte. è il segreto della vita italiana. un a specie di antropomorfismo di nuovo genere. e le loro costruzioni furono quasi simboli e concetti. e preannunzi gli stili che s i dovevano sviluppare. Pietre d'ogni natura. pietra i selciati. ma immaginando gli artisti. A tal punto che per molto tempo esaurirono il tema. per ché l'arte è una realtà fittizia. ma gli atteggiamenti. un occhio acuto può scoprire quasi l'anticipazione di molte forme nate più tardi. in cui la natura porta soltanto turbamento e squilib rio. ma la perfeziona. talvolta dei suoi squilibri. E quale pietra. pe r questo assetto quasi antinaturale in seno alla stessa natura spesso ricca e fi orente. Senza contare c he noi oggi molte cose. da quella più dura a quella più friabile. Fu questo già un fatto etrusco. intelligenza. mett endo intenzioni in ogni dettaglio. Fu questa ispirazione popolare. la pompa. c'era un compiacimento in cui la fede e la curiosità facevano tutt'uno. Per questa limitazione. L'arte antica sarebbe dunque stata simbolica e fantastica . e riproducono in forme locali le creazioni dei centri maggiori. la potenza. lo fu poi di tutta l'età di mezz o. Il fatto è questo: che da città a città si ritrovano quasi gli stessi ideali costruttivi. Ultimamente in una di queste città mi aggiravo con questi pensieri. il popolo ha gl'impulsi di ascensione e di perfettibilità della sua razza. fu un fatto romano. pietra sono le strade. i gregari stanno in basso. e cominciarono le discendenze delle famiglie ar tigiane. Sarebbe bastat . la potenza come un ideale. del dolore. la maestà una forma sola di apparire. la razza. Se c'è un fatto sociale profondo che distingue ancor oggi l'Italia nel novero delle società moderne è appunto questo. fa a meno di ogni altra creazione che ritiene spuria. e in mol ti di cotesti esemplari. ciò che sarebbe andato poco oltre. p ietra le facciate e le statue. le città si chiudono di fronte alla natura e ai più straordinari panorami perché tutto spira vit a civile e umana. senza pur conos cersi: quasi che il decoro. della beatitudine. C'è un grandioso mimetismo i n fondo a tutta l'arte italiana illustre. Al contrario oggi. d'essere composta di tanti microcosm i familiari. rompe i rapporti con l a natura. Quanto all'architettura di queste città. quasi il sogno delle cose che voleva rappresentare. i pensieri degli uomini si s ono chiusi per sempre nei concetti civili. La quale fece come chi diventi attore eg li stesso e rintracci le forme con cui si possono atteggiare le persone e i sent imenti. allo stesso mo do della bellezza. raffigurativi. e in questo ambiente. mentre i pagani attribuivano agli dei i loro sentimenti in forme perfettissime. in un tal ordine per cui il popolano italiano ha in sé tutte le possibilità della vita civile. che si ritrova in ogni maggior arti sta come una determinante della personalità. che dà il tono unico dell'arte italiana.iritti prevalenti delle grandi famiglie si diffusero in ogni pur umile aggregato familiare. Le prospettive si form ano da sé come le prospettive sociali: la potenza e la forza hanno spazio e altezz a. gl'italiani non soltanto i se ntimenti. Un simile aggregato nelle sue forme originali dovette essere adattissimo allo sviluppo delle arti. palazzi all'astratto dominio e potere. non si tratta soltanto di modelli classic i ripresi e riecheggiati. e uno stupore di tale mimetismo. ornamentali. la natura entra come un lusso e un correttivo. narrativi. che assume a momenti l'aspetto d 'una gigantesca costruzione in una cava di macigno. dei suoi trionfi. tutto è dura e arida pietra. il costume. meglio ancora ne simula l'ordine. della sua vocazione. in cui non sai dove cominci l'ingenuità popolare e dove p oi quella grande forza d'un concetto quasi religioso. costruirono quasi sognando. spesso creano sulla stessa linea di questi. o meglio. Anche le arti si composero in gruppi di famiglie. Ma nelle città antiche. Entrato n el concetto dell'arte. delle sue lotte. Nelle città antiche non si trova un solo spazio di verde e respirabile. L'uomo crede a se stesso. poiché gli architetti antichi non fecero altro che monumenti alla potenza come concetto astratto. fantasie sul po tere e sulla forza. li consideriam o come natura. avessero un linguaggio unico. att raverso figure vedute e rappresentate. quasi rintracciando un mito. per esempio gli antichi edifizi e rovine. e al più avrebbero dato freddi risultati come quelli che vennero dipoi. della sua impenetrabilità. e le sue raffigura zioni sono come ricordi lontani d'una vita naturale ridotta a modello. della sua qualità. e cioè. al modo stesso che nella pittura vi fu quasi un solo modo di raffigurare gli atteggiamenti dello stupore.

della gara. i l figliolo vuol mettere il muso nella mangiatoia della madre. In carretto. un cardinale che va a piedi col segre tario a lato che gli legge qualcosa. con l'altra stringeva la briglia del cavallo. il cavallo teneva dietro alla bicicletta al trotto. rari colli. fa un ben curioso effetto. ma anche di là il figliolo la caccia. pur senza straordinarie prospettive: nient'altro che due parallele attraverso ca se sparse e campi. come un fatto credibile. ai carrettini. Vedere questo sentimento dell'attesa. le loro abitudini. su l mare. prima d'Imola. fino a quando s'apre come un delta nella imminenz . Non è soltanto una strada di transito . il loro costume.o entrare in una chiesa per rivedere il popolo stesso nelle immagini sacre. al trotto. All'imbr unire non è raro incontrarvi. E le chie se gigantesche le quali hanno finito ad assumere l'aspetto medesimo d'una roccia . guardano come se vi guardasse la natura. Ero a Cortona. Là come gli amici più vecchi dell'uomo i n cammino. Volteggiano nella stalla come duttili spade. e dietro a loro era la storia dell e violenze e delle ambizioni che era costata l'affermazione di quella umanità. tanto pareva impossibile che quelle armonie di accenti sorgess ero per dileguarsi nel silenzio più sordo. La Via Emilia. la più mossa ch'io conosca. Ma questo pare svolgersi sen za stupore alcuno. LA VIA EMILIA L'uomo se ne andava in bicicletta. o a una chiesa più in bas so. una grillaia di biciclette. da Bologna a Rimini. una via dove si sentono gli uomini coi loro pen sieri. ai calessi. della vittoria in una bes tia. e l'unica vista che si apriva dall'al to non per mirare la valle. la madre gliela la scia e va a quella di lui. pei campi. nei grandi prati degli allevamenti. come se si confidassero. Aveva l'Angelico coscienza di quello che faceva. anche se alla fine i colli e i monti impro vvisi danno coi loro castelli un lato insospettato d'un carattere ch'era parso t anto facile. Anche questo aveva dell'arte. Non so se questa situazione sia un segreto delle arti antiche. Per vedere qualcosa di vicino alla natura. di questa basta percorrere la sua strada vitale per averne un'idea. corta al barbazzale. I cavalli animano della loro presenza la Via Emi lia. Altre regioni sono difficili da esplorare. e nel novero delle possibilità. Ha un malizioso e ironi co avvertimento. è un ambiente. nelle mura della città di pietra. rammemorava gli aspetti lasciati alle soglie della vita contemplativa? In uno dei riquadri della predella è raffigu rato come due angeli soccorressero i domenicani che mancavano di pane: si vede u n piccolo refettorio. ma per guardare al cimitero. in bicicletta. andammo a visitare una tavola dell'An gelico. Ma è viva. viaggiare sulla Via Emil ia è mettersi in rapporto con un popolo. si sentiva il fruscio lungo della bicicletta e il ton fo regolare degli zoccoli. come se andassero per un parco. o se i visi di quel popolo hanno dato umanità ai santi. qua nelle loro stalle dove non fanno che mangiare coi loro piccoli. I nomi dei passati signori del luogo risuonavano da palazzo a palazzo come di esploratori travolti tutti ne lla medesima distanza e nel medesimo viaggio. in automobile. ma una via familiare: vi si legge la vita di due regioni. Eppure v'è un passare continuo di veicoli. il cavallo era bianco. Presentono la vigili a della corsa come una ballerina la vigilia della sua grande serata. e due angeli li servono nei loro panni argentei e con le loro ali. come d'una troppo forte ispirazione: lo stesso s enso di pena e di sbigottimento che si prova davanti ai ragazzi prodigio che pen sano cose più grandi di loro. traversa paesi in piano che vi convergono tu tti come alla via centrale d'una grande città. i commensali nelle tonache bianche e nere. C'è qualcosa di conturbante in questa inquietudine animale tra gli uomini affannati al più picc olo sintomo d'una bestia che non può parlare come chi non riesca a dire quanto sof fre. al p unto da non saper distinguere se l'arte ha dato a quelle fisionomie una nobiltà. stanno ferm i e seri dietro la mezza porta su cui è scritto il loro nome. con una mano teneva il manubrio. e i suoni dei nostri passi sul selciato. È una strada che la meccanica ha restituito alla originale funzione di arteria centrale. il loro assetto. oppure sul filo d'una m emoria felice. di là d'una grata buia gl'inni delle monache sembravano parlassero a noi che ascoltavamo. che entrano nel mare come i cavalli del sole. C'e ra una zona di silenzio in cui risuonavano le voci dei conventi. ma prima sulla strada. Questo gruppo me lo ricorderò co me se lo avessi veduto dipinto. si ritrovano in fondo alla strada.

e la scena la si poteva immaginare in una contrada as sai più lontana dove convergono genti che hanno da fare con una vita attuale e pre cisa. le ragazze di quelle che il giorno hanno da fare con le be stie e l'opre della campagna e che affondano le vanghe nella terra con le loro p oderose strutture di corpi. dovunque vadano. Le bic iclette alle porte della città sono come telai fermi. per le borgate. mi sono domandato più volte di . alcune a coppie .a del mare. portano l'eco ultima della vita civile. tra la scuola e la bottega che talvolta formano tutto il centro d'un villaggio sparso. la sua bellezza è di tutt'altro genere dall'us uale. la stalla. la malinconia urbana era una fantasia nostalgica. Vi si cercherebbe inutilmente quel tanto di decorativo di al tre regioni meno ricche e più felici. parlare con la stessa am mirazione d'una gran quercia o platano a qualche chilometro di distanza. il loro portico. il lavoro duro. È un'umanità che ha la terra dura. Ed è tuttavia una delle contrade p iù prospere d'Italia. alle soste davanti alle botteghe dei meccanici. lo stagno per l 'acqua delle bestie. S'aprono improvvisi panorami sugli argini dei magri fiumi dove una fila di piopp i e una proda creano qualcosa di appartato. Qua e là. animali. e la bellezza un continuo richiamo alla forza e a ll'utilità. tant o fa con delicatezza". appesi al manubrio. illuminata in un gran prato. Altrove potrebbe sembrar provinciale . donne vengono avanti tra i filari de gli alberi argentini. il loro campanile. le città in piano. i ballabili della radio parevano divenuti agresti. coi campanelli argentini delle biciclette. le ragazze col loro vestituccio da sera erano scese e ballavano nella sala. gl'improvvisi chiari del volto e gli zigomi forti che sono come d ue punti di luce. nella casa del Dopolavoro d'un piccolo comune di case spars e. Le case dove si trovano fanno un paesaggio. dove la terra f a una ruga o il torrentello una valletta. A una t erra che richiede così grandi sforzi ci vogliono cose robuste. la solidarietà di questi uomini con gli animali. v'assicuro che sembra un signore. o le sere di festa i loro ves titi da festa. Le biciclette stavano in cerchio sul prato. e quel che d'azzurro che non è soltanto del cielo. e discorrono mentre il pedale dipana la strada. Tanto i cavalieri che le dame era no gente del contado. Qui era tutto nel rea le. Ho sentito. raccolgono un poco quella vita fuggente. ma di cose necessarie: il cane legat o al lungo filo di ferro su cui scorre la sua catena. C'è una gerarchia dall'u omo alla terra. con la loro torre. quasi domandandomi che me ne paresse. lo fecero un poco girare attorno . in basso cercano ass ai profonda l'acqua per gli uomini e pei campi. e che. di sabato. e siccome tutto è necessario. si trova il raduno d'una vita alacre. manubrio co ntro manubrio come i cavalli o i cammelli in cerchio muso a muso. Lo fecero uscire sul prato. E non so s e con la medesima naturalezza. E poi. all'ombra del pioppo. Una sera. ma delle loro vesti e in qualcosa di loro. sono i grandi concentratori d'una energia diramata agli estremi dell'orizzonte. A internarsi nei campi. in alto sui magri colli raccolgono in grandi vasche l'acqua invernale per dissetare d'estate le bestie. Uno degli spettatori mi disse: "E poi. Una scena d'una chiarezza e d'un realismo ben stretti. uomini. e un cane ai suoi piedi mangiava quello che la mano dell'oper atore buttava via.delle contadine che ballano col vestito da sera un po' scollato s ulla pelle brunita dal sole. si teneva gran ballo. In uno di questi luoghi io visitai un famoso toro di Romagna come si v isita un monumento. chissà che colore avrebbe avuto. o del mare ch e già imminente trema nell'aria. e t utto questo non riusciva a diventare borghese o comune. negli stessi luoghi. tutto è forza. sempre intenta a qualcosa. come altrove si guarda uno spettacolo. Tutto era vacanza e riposo. È tutto ordine. mentre arrivava an cora qualche automobile da Imola o da Bologna. ne ho viste alcune portare maz zi di fiori di campo e frutta. gli uomini da una parte contemplavano la nera bestia giudicando della sua bellezza e della sua potenza. i casolari sparsi. che al trove. sembra si as petti continuamente l'arrivo d'una gara. A ognuno il suo. alla bestia che serve : c'è una gratitudine nella fatica comune. al beri. dall'uomo che lavora alla donna che regge. Arano con talvolta tre o quattro coppie di buoi per aprire la terra. mettiamo in Ispagna. e in una casa solitaria. Qui era soltanto un'eco di vita del mondo grande. In una sosta a coteste case c'era un veterinario che castra va certe maialine. ma c'era un'ammirazione come verso un capolavoro dell'uom o. nude le braccia che sanno l'angolo forte della vang a.

Lotte e rivolte hanno fatto misurar e il peso della vita. quasi direi di colonizzazione. e ciò sarebbe. a Forlì. le comunità rimaste in un paese italiano sono in un certo senso più evol ute e hanno assorbito assai più dalla vita moderna: il nucleo emigrato conserva le sue abitudini e tradizioni sotto la stretta della lontananza. In quest'estrem a fase di vita civile. andare incontro all' amato. secondo lui. Pare che una gran de porta si chiuda sull'orizzonte e per il piano. Nella pratica dell'emigrazione e dell'espansione. Le donne si compongono c ontinuamente sul sellino. i bambini. Talvolta qualcosa si ferma. e quindi al progresso e alla bellezza dell'universale. cercano ventura. Altre. La notte si sente la lunga e incessante vicenda dei carri. reggendoli con un braccio sul manubrio della bi cicletta. Si capisce che ogni ora va vissut a come un compenso dell'uomo. e ch e gli diano diritto di sedere fra popoli civili. i capelli. nella polemica co ntinua con la nuova vita. cioè una cultura. Così. Si dorme quasi sulla sicurezza di questo ritmo. È bello stare insieme. e la terra è tutta una cosa ordinata. Il nucleo emigrato con serva gelosamente il tipo di vita anteriore al suo distacco dalla patria. emigrano. Mi diceva qualcuno che in Emilia e in Romagna la nuova generazione si esprime se mpre meno nel suo dialetto. ma che non ha rotto i suoi veli. sedute davanti a l ciclista. non rapp resentano oggi che una curiosità e un impaccio. È un grande ordine naturale. e le conquiste sono così dure ch e fanno un solco nella vita più immediata. al paragone d'una comunità italiana fissatasi a Nuova York mettiamo quara nt'anni fa. v'è l'incanto di una primitività. e vado notando che essa polemica tend e a ravvivare in detta comunità il senso della patria svolgendosi quasi del tutto intorno agli uomini più o meno grandi che la regione di questa comunità ha dato alla cultura nazionale. è la strada. queste stesse don ne portano i ragazzi. sembra si facciano rapire. m entre in certa borghesia italiana il fatto della cultura si fa sempre più genere d i importazione. danzare. l'italiano all'estero ricerca i t ermini della cultura nazionale come i soli nei quali si possa rispecchiare. Ripr ende. e solo nella notte abbandonata ci si accorge che vi sono de i viandanti. stride. p are che volino e i piccoli imparino a volare. a Cesena. Seguo da anni la polemica d'una ce rta comunità regionale dell'America del Sud. Immaginiamo una s ocietà italiana interamente evoluta. i giovanotti col fiore tra le dita hanno accompagnato la ragazza dal centro d ella borgata. e i panni svolazzanti. Qualcuno va a piedi lungo il m argine della strada. dove le botteghe di rifornimento per le biciclette e le macchine hanno un colore d'arri vo equivalente a quello dei vecchi alberghi di posta. un male. o hanno costituito addirittura un impero lingui stico che è quanto a dire morale e in moltissimi casi politico. è la vita. Sì. e con un ormai poverissimo vocabolario veramente arcaico e veramente locale. mentre la comunità rimasta in patria si adegua alla real tà viva dei tempi. È una vita vagant e come quella del polline dei fiori. e vediamo che cosa significherebbe un'unità lin guistica. e contro di esso la valanga dei veicol i torna col rombo di una tempesta fuggendo la notte imminente. Sotto la spinta del biso gno. forse perché questa è una civil tà nata coi problemi più gravi dell'esistenza presi d'assalto. E sono belli i sabato sera sull'ai a. il fazzoletto nero sul capo. forse sono gli stessi luog hi d'un tempo trasformati pei cavalli d'acciaio d'oggi. è appa rso chiaro sempre che i popoli più colti e più legati alla lingua nazionale non hann o ceduto alla nazionalizzazione. Ma for se l'ora più bella della Via Emilia è la sera. Appaiono i grandi convogli notturni dei grossi trasporti che vanno lontano. che è come il respiro e il battito di un organismo. . si fissano nuo vamente e si riuniscono davanti al sorriso della fortuna. Il sole s'infila per la lunga strada col suo color rosso come in un corridoio. precipita.dove venga quel colore di certi angoli di città a Imola. partono. le gambe nude. ritrovarsi con altre creature. si può d ire che. i bisogni l'hanno temprata. penetrati profondamente di linguaggio nazionale. e si capisce che badano a non sci upare nulla delle loro acconciature pei ritrovi festivi. come in un trattato degli istinti. È un incontro assai semplice. Si legg e chiaramente la funzione vitale dell'uomo in una specie di rappresentazione sen za ipocrisie. I fattori che dissociano la vita sono quelli economici. quasi fra le sue braccia. Nei giorni di lavoro. una civiltà degli uomin i tutti e non d'una sola categoria d'uomini. la veste. si dividono le famiglie. Al punto cui sono i dialetti italiani oggi.

il contadino che da anni ormai non riusciva più a comperare il bestiame da allevare in partecip azione coi padroni. Quasi tutti quelli che emigrarono dalle campagne sono finiti male. in pochi mesi è ridivenuto proprietario. Esiste inv ece qui un adeguamento alla vita moderna. ha in queste regioni poca presa. ma col senso della sua personalità. e pur rimanendo contadino e operaio avere gl'interessi e i bisogni di chiunque altro. Pretendere usi e costumi che stabilisc ono una differenza. ed è ricorso perfino ad alcuni metodi di allevamento moderni che hanno dato per risultato l'aumento del peso del bestiame. una unificazione del costume. Immaginiamo che duri ancora un pezzo questo fenomeno. il contadino col suo abito da festa di buona stoffa e di buon ta glio mi fece entrare nella stalla. Non filavano neppure la canapa lucente e leggera nella conocc hia di canna. che è poi il carattere dell'italiano in genere. s'inc ontrano meno che a Roma ragazze che vogliono somigliare a Jean Harlow o a Greta Garbo. dunque. che vuol star bene sulla sua terra. particolarmente di giovani contadini. e gli uomini che andavano attorn o alle bestie. e che h a stabilito uno dei nuclei più compatti del vivere sociale. Quello che accade nella trasformazione dei dialetti i quali tendono sempre più a confondersi con la madre lingua. gerarchico ma non s ervile. vi ritrovai tutta la famiglia raccolta nel bu on tepore e in quel vivo ruminare. e grandi nella nebbia gl i uomini che apparivano e sparivano alla svolta della strada. che consiste nel superare di continuo l o schema delle categorie. È una ricerca di individualità voler vestire in campagna come tutti gli altri. La ripresa agricola e dell'interesse agricolo ha prodotto qu i come in ogni altra parte d'Italia un fenomeno che si fa sentire nella città: è ces sata anche l'emigrazione delle ragazze che dalla campagna andavano a servire nei centri urbani. In pochi mesi si sono ripopolate le stalle. significa voler differenze di classi e di caste. i profili degli alberi e delle viti ingigantiti. che è il grande colonizz atore e livellatore moderno. una maggior proprietà. Sotto i portici di Bologna. nelle tradizioni. nel limite delle sue condizioni. L' emigrazione è un prodotto del disagio materiale. perché l'imitazione esteriore è causa di uno squilibrio totale delle qualità femminili. Ma è soltanto un'unificazione del costume che rende fisse le categorie umane e che determina il minor numero di s postamenti e d'inquietudini. sempre sulla linea di questo paese egualitario. alla ricerca di un lavoro di operai. I vecchi bronto lano. E questo è il sol o modo per tenerlo legato alla sua terra e alle sue occupazioni tradizionali. incluse quelle più intime e fisiologiche. In queste campagne. La nebbia di fuori entrava a buffi per lo spo rtellino praticato nell'uscio: al di là si vedeva la campagna addormentata nell'in verno. Poi i prodotti agricoli aumentarono di prezzo. Il problema della vita italiana è sempre consistito n ella mancanza di una società. vestito da festa perché è Sant'Antonio abate protettore degli animali. Paese d'individualisti. Qui ab biamo invece gente che si trova bene sulla sua terra difficile ma grata. Là dentro. Quando. accade neg li animi. le cose più serie del mondo presso i vitelli con le zampe ancora troppo grosse e c . qualcuno si domanda dove andremo a finire. tale evoluzione si fo nda su un terreno di tradizioni locali. tutti oss ervavano la festa del protettore degli animali. il basso prezzo del bestiame e delle d errate li spingeva a inurbarsi. In un angolo.Siamo in un tempo di grandi mutamenti che di giorno in giorno incidono nell'aspe tto e nella mentalità del nostro paese. progredita tutta sullo stesso piano e t utta mossa dai medesimi impulsi. i ragazzi che giocavano coi biscottini della festa. ma più del disagio morale in una st ruttura sociale oppressiva e di troppi privilegi: basta osservare la storia dell 'Italia meridionale nei primi quarant'anni della vita nazionale italiana. Negli anni scorsi vi fu una certa emigrazione dalla campagna emiliana verso la c ittà. Il popolo i taliano non è fatto per queste cose. vestito di buona st offa e di buon taglio. non è per niente ridicolo o vano. negli usi. Il segreto stesso della sua fortuna è in un suo atteggiamento particolare. Egualitario. e vedremo che la vita familiare subirà in città profonde modificazioni. e per le donne del contado piacere come piacciono le donne della città. forse unico. il cui influsso non è stato ancora abbastanza conside rato fra noi. fenomeno ripugnante. il nostro urtò sempre alle dif ficoltà d'una vita collettiva e unificata. Il cinematografo. Il contadino che m'ha accolto sulla soglia della sua stalla. e le donne se dute a discorrere. due innamorati si dicevano qualcosa di molto serio.

sotto il comando dell'ascendente più vecchio che al sabato divide tra i suoi fami liari il denaro per gli svaghi della domenica. dei sentimenti veri e connaturali. La madre dice allora alla figlia. Non c'era più da chiedersi se i mutamenti del vestito e una diversa concezione del la vita avessero distrutto una tradizione. E poi. Le si mette accanto e cammina con lei per un poco . sbriga le faccende. La sposa provvede alla biancheria della casa e al vestito di nozze dello sposo. non un modo di ballare e di puntare i pugni sui fianchi. che cos'è la tradizione? Niente altro che il culto delle cose vere. Le famiglie che s imparentano s'incontrano il giorno in cui è stabilito il matrimonio. La sposa rimane nella casa materna otto giorni. rossi in viso. Gli stessi costumi che in tali circostanze indossano i giovani. fino a quando. o con quelle parole che nessuno ha mai scrit to. e i fatti della vita non cu lminano in altra parola. e così gli usi e le tradizioni. Ubbidienza. Mi f a più piacere vedere le ragazze di qui che vogliono vestire come le signore delle città. col fazzoletto rosso sulla testa. Ella entra a far parte d'una nuova famiglia. ma acquistano qualcosa di equivoco. sotto quei panni da museo. Poi ci sono tante maniere d'incontrarsi. con la smoderatezza delle persone mascherate. ubbidienza. il famoso Fegato di Volterra. e me ne è venuta un'im pressione di malinconia. alla funzione della sera. col cuore in tumul to. TORINO E L'ARCHITETTURA Nel libro di storia delle nostre prime scuole. sol perché è colorito ma che non dice più nulla al cuore di nessuno. le ragazze in costume col viso imbrattato di belletto. né le teste arr icciate del medio evo. né scudi né armature né elmi erano. o il ballo del Dopolavoro. bada ai bambini. quando la sposa torna in casa della madre e. lo sposo porta i mobili della stanza da letto e la cucina. Insomma . spesso camminano e camminano senza sapersi dire una parola. ma un'altra umanità vestita di panno . Bisogna d iffidare di chi vuol richiamare in vita tutto quanto è colorito.ol pelame di latte sfrangiato come i primi capelli degl'infanti. il marito verrà a riprendersela. altrimenti la stirpe si divide. p erché il modo di muoversi d'oggi è un altro. e vi fa come una ripet izione dei suoi doveri di madre e di sposa: aiuta i lavori. otto giorni dopo. entro la strettura del v ecchio pudore. ha detto ai suoi parenti che ella si è promessa. sembrano d'un guardaroba teatrale. si aggirava senza paura tra quattro tori le gati all'anello. voltata una certa pagina. come si dice. vi provano i l fastidio che danno le cose false e senza più significato. che vanno al loro ballo del sabato sera. E vorrei immaginare la scena che si svolge otto giorni dopo il matrimonio. o le sere d'inverno nella stalla dove le famiglie passano la stagione cruda in cui la terra riposa e i buo i seguitano a ruminare. una nuova stirpe come si dice qui. ella venne avanti e mi disse che difatti i tori non le facevano nulla. Da quando sono in mezzo ai contadini e a chi lavora non sento parlare d'altro. "va a prendere il voi". le si mette accanto. Ho veduto più volte balli folclorist ici. un costume bisogna saperlo portare. e nello stesso tempo sospettare ch e qualcosa della loro vera e profonda vita antica sia rimasto in esse. e dopo la cer imonia aspetta fuori della porta. Ella entra e dice all a madre: "Mamma. come se ella portasse un potere naturale. sono qui a prendere il voi". spesso i gio vani sembrano in maschera. Quando esce la sua bella. Il ragazzo che ha adocchiata la sua bella e che vuole sposarla. le s ere della spannocchiatura. e questo era il suo vanto. quando mi fecero notare questa sua v irtù. A questi vecchi tutti debbono obb edire. il Fegato che si trovava ra ffigurato presso gli etruschi. Ma già la ragazza. si affa cciava dalle vignette tutto un altro mondo da quelli prima veduti. Questo è il segno che la vuole. Una donna adult a. poco più alti della siepe che divide i campi. e i movimenti che essi fanno non sono più quelli d'un tempo. qualcosa che non sia soltanto un atteggiamento. un costume è u n modo di pensare. ho sempre veduto a tali spettacoli. col passo uguale che va sulla strada molle. E zitti. né i profili taglienti del Rinascimento che a mano a mano d ivengono obesi. Un piatt o del pranzo di nozze è il fegato di bue. e dividendosi non ha più le braccia suffici enti per condurre il terreno. Tutti. Mi domando di dove venga questo piatto r ituale e mi viene a mente qualcosa di molto lontano. dandole del voi che poi le darà sempre perché ella è divenuta sposa e sarà madre: "Accom odatevi". tanto comuni e piene di senso. dopo essersi acc ertato d'essere ricambiato va in chiesa. della vecchia riservatezza.

soltanto Garibaldi ricordava ancora il viso e il co stume antico dei Camilli o dei Giovanni dalle Bande Nere. delle strade. di donne virili e bruciate della stessa febbre troppo divina o troppo umana degli uomini. come ogni altra arte minore. le influenze del Rinascimento. Tutto ciò mi pare nella valutazione dell'arte piemontese un punto che scopre non s oltanto una fedeltà al tipo umano. sia idealizza2Ìone o adulazione cortigianesca. a Varsavia. lo stesso. profezie di gente in cappa. uno stile che si chiama Ve cchia Torino. In tutto il resto d'Ita lia s'era già finito di costruire. Un'impressione come di elementi noti che avesser o cambiato posto. Prete. non hanno operato altro che nell'umano. costruita come espressione d'una monarchia militare. come accade nell'arte francese. in corazza. la politica diviene economia e amministrazione. a Potsdam. dopo predicazioni. il Barocco riso rge a Roma. a Praga. e che sta accanto al Vieux Paris. Più tardi. ecco il Cavaliere col cranio da alpigiano sullo sfondo dei salotti rococò. reale. appelli. lamenti. i palazzoni cadevano in rovina. disadorna. gentiluomini travesti ti. perfino in quel Palaz zo dell'Ammiragliato. ma una fedeltà a quello che cotesto tipo signific a: ed è realismo. eroi. improvvisi delle architetture. quasi che. apostolo. comune. Piazze squadrate come piazze d'ar mi.. e non più con visi i deali. un punto non accettano. nasce l'industria. una generazione nuova in pantaloni lunghi. anche nella tras figurazione e gloria che se ne fece in Vaticano il suo arguto e realistico viso di piemontese rimase immutato tra la gloria degli angeli. i grandi movimenti rivoluzionari si coagulano in patrie. Quei visi di tutti i giorni entrati nella storia. Se la villa rinasceva in Francia sulle ceneri della villa italiana del Cinquecento. in tonaca. degli amministratori. ma è intento a rinnovar chiese. legislatori. avesse alla fine raccolto l'appello di ben tredici secoli. le città a scacchiera come un campo trincerato. e non rimane che l'arte per l'uomo. segui tai a vederli in ogni manifestazione della vita e dell'arte piemontese: santi. nuova. Primitivi e cinquecentisti. ma di vicini di casa. Non conosco nulla che stoni ta nto quanto quella scultura che rappresenta Vittorio Amedeo n in effigie di Apoll o. in cima a tutta l'idealizzazione o convenzione rinascimentale ecco un viso da montanaro. era il Piemonte che bucava la pagina coi suoi re e i suoi ministri. e le epoche. don Bosco e il Cottolengo. tra uomini e tra borghesi: e non è raro trovare nei loro accenti e nella loro fede una punta di scetticismo o di bonaria ironia. tramandò la sua strut tura fino a Vienna. Imparenta queste città non soltanto la nascita sotto la volontà d'una monarchia mili . gli zigomi da montanari. tutti del medesimo stampo. Due santi. l 'arroccamento della città moderna nasceva a Torino. a Pietroburgo. il mondo pareva rivestirsi in borghese. è il r icordo della Mole Antonelliana. ed è la trasfigurazione delle sembianze um ane. entrano nella categoria dei servi di Dio all o stesso modo dei Cavour o dei Vittorio Emanuele servitori della patria da uomin i moderni e da borghesi. ma precisamente quella che nella storia d'Italia ricomincia va. profeti. invece delle ce late. d'una città visitata in sogno. I baffi grandi e le barbe non nascondevano i nasi a scarpa. sono proprio g enti delle vallate. accettando in Piemonte la cifra in voga nell 'arte italiana. nascono le capitali moderne e monarchiche . a sistemare piazze e fontane intorno a lle chiese. e uomini di qui. a Torino si dedica a erigere palazzi e abitazioni per la nuova civil tà dei re. Torino. in lucco. degli eserciti. E don Bosco? Ha lo stesso viso. Esiste nell'antiquaria. Proprio a Pietroburgo ebbi l'i mpressione che sia la città d'Europa più somigliante a Torino. L'arte grande e aulica ha finito di corrompersi. quella prima impressione si schiarì. Che siano legislatori o santi. con la sua cupola e la sua freccia puntata nel cielo. g uerrieri. strade dritte e grandi viali. e non. a Riga. poi santo. delle prospett ive. mentre i capelli corti scoprivano le fronti dri tte da ragionatori: in una grande storia di santi. senza infatuazioni né depressioni. accostandomi al Piemonte. nell'argenteria. e le tendenze civili. Così il Piemonte entrò nella nostra fantasia di non piemontesi. nel mobilio. occhiali a stanghetta. fede nell'opera dell'uomo. alla quale si potevano contare i bottoni di metallo sulla giubba. ma con gli elementi d'un'a ltra città e gli echi. I tempi si corri spondono. quando l'arte piemontese risen te. all'Altes Wien. Una razza fino a quel momento sconosciuta. c'erano. spesso ai conf ini della favola. Solo uomini. né apollinei né angelicali né eroizzati.

ci sembra di aver veduto. piccola di fronte alla formazione dell'Impero austr ungarico e dell'Impero russo. si va nel Settecento dal vecchi o schema tartaro che già qualche italiano aveva tradotto in termini rinascimentali al Barocco italiano. ma respirante in un clima vivo e attuale. l'uomo ha l'impressione d'aver già veduto e di conoscere. che spesso degenerarono. fino al Baltico. div iene il tipo di costruzione dell'influsso germanico sul Baltico. Ed ecco da quali elementi vaganti per cui non esistono frontiere. il mobilio e la decorazione. dove non ero mai stato. possiamo perdere il senso del luogo e pensare di trovarci a mille miglia di là. con i Rastelli e gli altri architetti italiani che lavorarono in Russia. rosa arancione e malva. e che qua come là furono architetti italiani a lavorare. Si potrebbe tenere lo stesso discorso per la pittura dei primitivi. e assurte perciò a uno stile riconosciuto. San Marco apre le porte della conoscenza di tutto il nord e il sud messi assieme. il sodo del muro tra c olonna e colonna è a colori vivi. Bisogna dire che vi fu una stagione unica della grande architettura. gli artisti più lontani si conoscevano. la suggestione . che costruì nell'Ottocento le chiese del Cremlino riandando sempre al modello barocco. nascono da una somma di elementi a noi familiari. sarebbe uno studio interessante rintracciare i rapporti dei Guarirli. e per questo la scuola di Nij ni. i pittori italiani. Così per le città. Questi riconoscimenti improvvisi. s'influenzavano a vicenda. g l'iconisti russi. dell'unica grande epoca della pittura russa. essa nacque in Grecia e in Italia. Per Roma bastano le tre colonne del tempio di Castore e Polluce. A molti.tare. Noi. per Atene l'Eretteo. n ello stesso clima di allora. e in un padiglione del Louvre c'è tutta la vecchia civiltà architettonica della Francia. e ce lo faran no riconoscere solo a vederlo riprodotto. Non b isogna dimenticare che. conosciuta u na volta. quasi che coi caratteri aviti noi ere ditassimo la memoria dei luoghi veduti dagli occhi materni e paterni. le città ricordano Torino. in una piazza o in una strada di città nuova. in quel cielo boreale. scorgendone l'immagine. sia pure attraverso un tralignamento o una trasformazione in un'archit ettura spaesata e divenuta popolaresca. reputato da noi di difficilissimi rapporti. e la provenienza di quell'architetto italiano Gonzago di cui parla Glinka. ma ostinatamente ribadi te su un'ispirazione tutta propria. Una di queste impronte. in cui sono legati al medesimo atteggiamento i miniaturisti indiani. Esistono ben pochi luoghi di città di carattere tanto forte da assorbirci interamente e da form are quella dimensione unica in cui sia impossibile ogni evasione. parve d'aver conosciuto l'Alhambra. attraverso le letture e gli aspetti naturali . ch e impronta di sé il palazzo tedesco del tempo di Federico e di là va a Varsavia. Nell'Europa centrale. E intanto quest o tipo di architettura aveva conosciuto il Rinascimento italiano attraverso l'am mirazione che ne nutriva Francesco I. e in quel tempo Juvara e Castellamonte avevano già fatto la loro parte a Torino. fare uno sforzo pe r ritrovare il nome della città e della nazione in cui ci aggiriamo. ricorda Gaddi e l'Angelico. ma il f atto è che in un tempo. Solo che lassù. per altri paesi e contr ade. ma serbarono qualcuno dei caratteri primitivi. è cur ioso vedere la galanteria francese dei Boucher e dei Fragonard diventare scontro sa e sanguigna alla maniera montanara nei pannelli decorativi di certi palazzi t orinesi. raga zzo. Dove ? Quando? In un sogno anteriore a noi. nell'architettura russa. basta a dar la chiave a tutto un mondo c ostruttivo. Le arti minori vi sono di riflesso. Vi sono città e luoghi che. si potrebbe quasi credere. Così un bosco o una dolomite ci avranno già suggerito l'idea del Duomo di Milano. i disegnatori cinesi. dei Castellamonte . Tali elementi parenti sparsi nel mondo formarono una sol a famiglia e partorirono a loro volta altri schemi. che tutti insieme empiono del loro ricordo esattamente il quadro nuovo. accadrà la stessa cosa. o dai pochi elementi artistici con cui noi facciamo primamente conoscenza. appena buttai g li occhi su una cartolina che la rappresentava. A me. dei Juvara. nella vita e n ella memoria dei nostri avi che vi furono. come se noi ci rico rdassimo subitamente un paese visitato oscuramente nell'infanzia. Due temi di architettura torinesi mi paiono gra ndissimi e imitatissimi: il Palazzo Carignano e la Piazza San Carlo. Guarirli e Castellamonte. e a Torino rimane lo sca bro e brusco colore del mattone. da Santa Sofia alla chiesa dell'Assunzione di Mosca. sembrò che per caso l'arte alla sua nascita scoprisse di colpo le leggi superiori dell'armonia e della composizione.

la piazza del Palazzo Gonzaga a Mantova. e per esem pio la fontana di piazza Pretoria a Palermo non sembra dissimile da quella d'un parco fiorentino o dai gruppi che si trovano a piazza Navona. attratt i nell'orbita di città fra le più prepotenti del mondo. D ietro ad essa non v'è la sola Toscana. quando mi trovo a Venezia. lo stesso linguaggio c he vi si parla mi tocca appena. e con accordi che la stessa architettura maggiore non conosce. che non ammettono altri ricordi. ma che intanto sono uniche.di luoghi come questi è tale. come non c'è di fronte a piazza Navona. e dove in Calabria e in Sicilia si sveglia l'ar chitettura dopo il Rinascimento. quella di Volterra. di pensare e di agire come se mi trovassi in un altro mondo. dove gli archi hanno forma di chiglia. Vi sono luoghi che. stende le sue Colonie fino a Cipro e a Costantino poli. che in altre piazze simili che le ricordano sembra manchi qualcosa. il luogo. Son queste le città prepotenti. Esse sono concluse a tal punto. di Santa Sofìa a Costantinopoli. quella di San Pietro. e di là penso alle mie cure. che hanno per qua lche aspetto parenti in molte città del mondo. le colonne del Palazzo Ducale basta scorgerle di lontano obliquamente dalla piazza San Marco per avere l'impressione dell'acqua in cui s embrano affondare fino a mezzo. il loro carattere tanto imperioso. ci chiudono da tutte le parti. sino a parere bizzarra. non mi ricordo quasi l'aspetto degli uomini e il colore della vita. arriva ai margini della civiltà costruttrice del mattone che è l'Emilia e la Romagna. u n appoggio cui siamo abituati. e sulle sommità degli edifici del Sansovino è il col ore del vento. A un certo punto la grande arch itettura è prossima alla natura. E che cos'è la Firenze rinascimentale se non la capitale delle città di pietra? È imminente la pietra azzurra del monte Céceri di cui il campanile di Fiesole è la prima catasta. Mi accade solitamente. per dirne alcune. che è Italia ma remotissima. la piazza Cas tello di Torino. piazza del Popolo. e anche senza che noi c onosciamo la storia del luogo esse ne raccontano gl'ideali. Le grandi civiltà dell'arte hanno bis ogno d'una gran forza per rinascere alla storia. come a fatti da ritrovare uscendo da quell'astro fulgente dove l'architettura stessa è impregn ata degli elementi in cui essa crebbe come un prodotto naturale. qu ella davanti al Palazzo d'Inverno a Pietroburgo. delle case d'una campagna malfida che divenivano difese. venendo i n Italia. l'ultima nostra sollecitudine sarà l'uomo. Po iché questi sono i fatti tipici dell'architettura. In luoghi come questi. L'Italia ha in sé molte capitali di tali regni. scende fino al sud. e molte piazze di Viterbo. a me. dei palazzi spagnoleggianti. e la fantasia anziché andare vagando ad altri aspet ti. e cost ituisce la matrice d'altre città molte. uno scalino su cui siamo soliti posare il piede. riprende più in su. e il rigore di Firenze . La piazza della Loggia di Brescia. di mescolare insieme il nobile col comune . fluviali. la vita. tornando di Spag na o di Grecia. la civiltà costruttiva della pietra ha quel tema e lo riecheggia in modi infiniti. al Cremlino di Mosca. i costumi. stanno ad essi come satelliti a un pianeta. tropicali con le loro strane membra. ma l'Umbria. Questo spiega perché molti stranieri. ma questa è la più difficile. dove vi siano vie d'acqua. Noi stessi. quella del Duomo di Lucca. quella del Cremlino. tanto sono divenute aereamente chiare. la più esigente. alla mia casa. a Mantova e a Bergamo. i passaggi obbligati. il vecchio centro di Bergamo. la riecheggia Palazzo Vecchio. altro che per le f igure tra marine. Un capo luogo di questi regni è Venezia. ad Amsterdam. quella di Perugia. si siano quasi sempre occupali pochissimo della vita italiana. il colore della vita che espresse cotesti ideali di scenari umani. parliamo di Granata o del Partenone come d'astri solitari e disa bitati intorno a cui la vita sia interrotta. ride col riso carnoso del Mediterraneo. Ma mentre le colonie delle grandi architetture permettono di evadere. a ricordare altri luoghi. e non so quante altre. dalle dantesche labbra strette. svolgono i temi maggiori con una libertà e una fantasia tanto sveglie. e all'estero la piazza Vendôme. La virtù che hanno molti di questi luoghi. quella di Assisi. e noi italiani lo sappiamo. che ci sembrerà di essere entrati in un altro regno. come è la p iazza del Palio. quella dei Mercanti a Milano. sulla linea d ella grande architettura. formano paesaggi obbligati tan to tipici. perché laggiù si mescola a l ricordo delle torri e dei fortilizi mediterranei. risale il corso del tempo. senza raggiungere l'imperiosità di questi. davanti a Palaz zo Vecchio non c'è possibilità di evasione. mentre in basso nelle incr ostazioni di nero si sente l'umidore dell'acqua.

tra la piazza de lla Minerva e Navona: bisogna sia praticissimo per non perdere l'orientamento e non trovarsi volta a volta a sboccare dove meno se lo aspetta. la folla. tra riposo e movimento. a Roma. alle grandi correnti della civiltà. Così l a piazza di Brescia ricorda Venezia e la Loggia è già oltre. La piazza Vendôme di Parigi non sareb be neppur tipica. all'Oriente. densa e com patta. al lato di Palazz o Venezia. dei porti. quasi improvvise correnti d'aria. vi si estesero l e grandi arterie. hanno luoghi e passaggi e curve simiglianti. Quartieri come questi danno l'idea che i punti di riferim ento si spostino stranamente. ma quella colonna n apoleonica di pretto tipo romano. curva. a rischio di per dercisi. Così nacquero i grandi b oulevards. è spesso d'un seducentissimo effetto. CASALE Vi sono città in piano che seguono la squadratura del solco e del campo: è la manier . o molto più giù alla Chiesa Nuova. e che ci conducono naturalmente verso le piazze con l a certezza del filo d'una corrente che porta al mare. con tut te le licenze che si può prendere uno che architetto non è. nelle false distanze. come sono simiglianti gl'ideali delle classi che hanno fatto le civiltà. ricordi d i città visitate sotto altro cielo e spesso lontanissime. senza soste. Chi sa più mettere un muro ciec o e una casa modesta tra nobili edifici come nella piazza del Mercato di Mantova . d'ins eguimenti attraverso dedali di strade. piccola scena dove egli era nello stesso tempo bersag lio e spettacolo. e così Manto va. quasi che gli agenti dell'ordine debbano dominarle con un'occhiata. ma una folla: questo tipo di città fu iniziato a Pari gi con gli sventramenti di Napoleone III ma proviene da Torino. ed è i nteressante notare come il filo della nostra fantasia si svolga e si annodi pass ando attraverso suggestioni diverse. o in quella del Comune di Bergamo alta? È un'espressione scaltrissimo di potenza pubblica e di buona vita privata. Così vi sono le città nate d all'accrescimento enorme della popolazione e dalla necessità di tenere a bada non più un individuo o un partito. A cercare di queste parentele v'è da scrivere un trattato di architettura. Vi sono le città dei mercanti. Se non temessi di semplificar troppo. ed è interessante ritrovare lo stesso schema e lo stesso ideale costrut tivo nelle città operaie della Russia dove la città non è più che un immenso viale. pieni di sparizioni e di apparizioni. la fantasia di quell'architettura che in poco diventava profonda. Credo che in ogni città si trovi uno di questi nodi intricati. le sue leggi immutabili: ritmo. Vi si vedrebbe come i te mi di questa siano assai pochi. e che fa tanto caratteristiche. senz a piazze. tanto si sente vicino il modello italiano. direi che i modelli grandissimi dell'architettur a ci portano nella profondità del tempo. percorrerla a piedi. o nella piazza della Loggia a Brescia. Con le nuove strade nasce il potere delle polizie. dritte e uguali. senza quelle curve che un tempo bastavano a d are tutto un sapore alle città vecchie. Con questo v'è tutto un fatto sentimentale. quando l' architettura era nelle prospettive. i cui quartieri corrispondono come corrispondono nella vita dei popoli gli strumenti stessi del la ricchezza. diversissima da oggi c he ha bisogno di enormi spazi. senza neppur vicoli tra casa e casa. e Bergamo a un Rinascimento che s'è spinto nel punto più settentrionale d'Italia rimanendone meravigliosamente puro. gerarchia. e non è più per l'uomo che vi appariva su una strada stretta. ma per la folla che mareggia nelle grandi arterie. nel suo bronzo ricorda il cannone napoleonico e tutta un'epoca e un materiale d'armi. le vie Montenapoleone e Bo rgonuovo a Milano. compensi tra vuo to e pieno. faccia a Roma il quartiere che si estende dietro il Pantheon. Essi sono quanto rimane dei misteri delle città vecc hie. quartieri che hanno del misterioso e dove si svolsero nella mente dei romanzieri gl'intrichi dei lor o libri avventurosi. Nelle vecchie città vi sono perfino delle licenze. il nuovo protagonista della storia del mondo. in pendio. è bene buttarcisi subito in mezzo. ordine. Noi abbiamo in noi quasi naturalmente la logica delle vecchie città.e quotidiano. Poiché le città vecchie corris pondono a una data ben fissa della storia della società. arruffati labirinti di strade. Vi sono strade che noi p ercorriamo la prima volta. dei traffici. Per entrare subito in contatto con una città nuova. Chi vuoi conoscere una di queste trappole . avere la rivelazione della sua essenza. e su cui si basa tutto il colore d'un'urba nistica. per esempio. ai mondi parenti. i parenti minori di questi modelli ci fan no vagare nello spazio. E a leggere la storia che corrisponde all'epoca di queste strade la si trova piena d'imboscate.

Quando la si sarà ben visitata. e tutto insieme fa un vino nobile e importante. Ed è un sentiment o speciale. l'umore dolce della polpa nella buccia forte e densa . Le architetture salgon o al cielo accompagnate dal sentimento di questo ritmo sonoro dei mattoni posati l'uno sull'altro. Esso ricor da la vite e l'uva. Ultimamente. sofisticata. fu anzi una chiesa fortificata al modo di quella di Vercelli. il sapore dell'acino legnoso. C'era una comunità di fedeli sulla pianura e una chies a. è la città. danno l'idea della immensa fede e pazienza dell' uomo. sono appena un ricordo della primitiva funz ione: tutte le cuspidi ai lati delle facciate delle chiese. Così è Casale. A Casale gli edifizi hanno spesso due uscite su due strade parallele. colonne. Quando si saranno visitate dieci città padane costruite di matto ne. ma a rrotondati nella colonna. si avranno dieci sentimenti diversi. Al modo del vino dei suoi colli. Fra l'una e l'altra. Alla fine il mattone è il colore stes so della città. rompendo ogn i rapporto con l'uniformità del piano. come un solo blocco di marmo o d i pietra. Nei cortili l'oc . Casale si svolge a chiocciola intorno al suo centro. Le sue strade vanno come passaggi d'una gra nde fortezza. una fattoria da racconto. verso l'infinito. abbiano eretto questi palazzi come altrettante variazioni per scenari intern i. quali angoli di natura e immagini di vita rustica. Hanno qualcosa di carnale. nelle più difficili combinazioni. non soltanto nella squadratura della torre. scalinati nel fregio. Ne ll'architettura più tarda. ariosa e riparata: bisogni che dà la pianura. e inventato una natura artificiale. S'immagina facilmen te che il centro siano quei due campanili e quella torre. Tanto è vero che in architettura non si può proscrivere nulla in nome della stretta ragione.a più semplice di risolvere il problema. i ricordi di quelle torri sono riapparsi com e decorazione. diventano motivi ornamentali. Si direbb e che gli architetti. Lungo le strade che tagliano a raggiera il cerchio del centro. tra affreschi. vedere apparire sull'orizzonte queste città di cotto. la corte è vasta. l'aspetto della foglia e del graspo. Il mattone. Siamo poco dopo il Mille. l'effetto è d'un materiale d ivenuto prezioso. queste città danno l'idea dell'infinito e n on del finito. e tu tto vi è estremamente urbano e civile. girano come un ragionamento intorno a un tema. saranno ancora per u n paio di secoli il ricordo di quelle chiese fortificate. da romanzo. con tut te le varietà di tinte d'un campo di gerani. Ci si accorge da vicin o che quei due campanili sono anch'essi due torri. colonne e capitelli. infestata dalle acque e dalle invasioni. Il Duomo fu la prima fortezza di questa città fortificata sino all'Ottocento. da stampa antica. queste torri si assottig liano. Tutti quei mattoni posati l'uno sull'altro. non trovando appigli esterni per variare le loro costruzio ni. è stato trattato qui come se i diversi architetti avessero avuto davanti agli occhi l'effetto che può produrre un cumulo di mattoni considerati nell'insieme. il vento ha stinto certe sommità di facciate sino al rosa antico. l'altro di scena e di colore. del gotico e del Rinascimento. e del Duomo di Arles e di Saint-Nectaire in Francia . piet re. della sua diligenza e delle sue qualità d'invenzione. ci si accorgerà che è profonda e vasta nel suo interno come una ricca fat toria. Rinascimento e Barocco elaborano a Casale il medesimo mattone e ne cavano effetti ognuno a suo modo: l'uno un effetto di massa. di pieno. e su questo è cresciuta una città signorile: le belle fattorie che nella campagna aperta fanno ombra. gli edifizi di mattoni coi loro scabri ornamen ti acquistano risalto nel grigiore della strada che si confonde lontano coi verd i pallidi dei giunchi. fontane. riparano dal vento e dal gelo. e punt eggiati dal grigio della calce. Ho cercato inutilmente di dove prenda il suo nome Casale. Alla fine. sfrangiati nel capitello. riunione di più case in aperta campagna. sui ricordi di questa chiesa si può immaginare qual era la vita in questi centr i della pianura non ancora prospera. le torri sono di venute colore del ferro. Ogni ingegno locale ha lavorato a modo suo con un materiale tanto uniforme e di una plastica difficile. che è l'elemento costruttivo della pianura. Spesso l'effetto è quello spoglio e nudo di certe strutture di monumenti romani di cui è rimasta l'ossatura di cotto. casale. non ha perduto quel senso. si allontanano ve rso la pianura. Il suo modello sarebbe insomma l a fattoria. frescura. Immagino: da casolare. l'argento dei pioppi. l'odore del pampano. Casale è la grande signorile fattoria della pianura padana. nelle chi ese costruite in istile funzionale.

i canti d'amore e i canti patriottici fanno tutto un fragore. ai fine strini una testa sull'altra. e a quello non meno femminile della Rave nna bizantina. qui si potrebbe essere ugualmente a Piacenza o a Ferrara o a Bologna. i treni hanno trasportato 60. ciascuna con la sua grazia.chio ritrova quello che cercherebbe invano nella pianura. sicuro.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie. da Vercelli e da Mortara. passava il carro tirato dai cavalli. Questo significa la pianura padana durante i lavori de lle risaie: centottantamila donne. Tutto vi acquista colo re e movimento. questa. sono una lacuna e uno strappo nel ra gionamento rigoroso della città ben costruita. una valletta. avanzare nell'acqua. contenersi. vive nell'ombra dei suoi cortili luminosi come in una natura fatta art ificialmente. una fattoria alpina. c'è il seme di qua si un milione di persone. verdi. tutti i ginocchi andavano avanti con uno scatto uguale. le piazze dei mer cati e delle caserme. tanto costume.000 monda riso. nel fitto delle vecchie città tartare e mongoli che. la s ua personalità. Il lavoro grande. Di questo tempo tutta la zona delle risaie nella valle padana respira la donna: diecine di migliaia di ragazze. ragazze per la maggior parte. Si capisc . con tu tti i visi le stirpi e le semenze della valle padana. un'al tra si trova dietro il Palazzo Farnese a Piacenza. e hanno il loro infinito. Da campo a campo ques to spettacolo anima grandi distese in cui l'acqua dorme liscia. le finestre si aprono sui cortili come logge barocche. e i mazze tti del riso verde si accumulavano accanto a loro. turchini. Spesso il cortile sembra a sua volta un esterno di quell i che si dispongono in teatro per figurare una strada o la scena d'una piazza ra ccolta. Erano treni speciali composti soltanto di donne. grandi e deser te. Casale è un mond o intimo. Allora uno immagina: 180. r idono. all'ombra dei grandi cappelli. qualcosa vacilla nella memoria in piazze come queste. Nel treno delle mondine i corridoi.000 donne. fino a ricongiungersi all 'imperio femminile dell'antica Venezia. nella grigia atmosfera delle stazioni squillano i nastri scarlatti con le scritte sui cappelli. i ca valli a ogni passo si schizzano il muso paziente. fino alla metà di luglio. di innamorate. lo scros cio degli oricalchi d'una banda. anche se sono tutt e ugualmente rosa le bocche che chiamano strillano cantano ridono. una fila di c ase basse sul fondo chiaro e non lastricato della piazza dove la polvere d'estat e e la neve d'inverno ricordano la pianura. i finestrini erano invasi. e nello stesso tempo vasto e spazioso di Casale. ed è fatica. le braccia n ude a cercare. una tenera macchina umana che si muove puntualmente in un ritmo di gambe e di braccia nude. m a la piazza delle città di pianura in genere. queste donne hanno imparato a vestirsi. i nastri scarlatti. delle 180. Davanti alla pianura spalancata. con lo sfondo d'un muro di mattoni. Le avevo viste piegate sui ginocchi nudi. paziente. di spose. occupa tanta storia e tanta vita. si spalancano di questi spiazzi che paiono tanto più strani quanto più le città s ono fatte con la strettura rigorosa d'un tempo. ha del coro. Qui si capisc e qualcosa dell'Italia. cantano. il suo tono. anche sotto i copricapo da fiera e da veglione. Non è soltanto la piazza padana. i mazzetti del riso buttati giù dall'uomo sul carro punteggiano regolarmente la superficie liscia e grigia col l oro verde intenso. i cappelli di carta colorata. o un muro di vecchio mattone. di fidanzate. facevano un gran muro di donne. verso i loro paesi i n Lombardia e in Emilia. è compiuto da queste centot tantamila donne. e non so quante volte tanti figli domani. a mano a mano che si scende lungo il corso de l Po. A Casale è la piazza del Mercato e quella intorno alla Fortezza. i sedili. Si apre i l capitolo grande della donna che. altrettanti uomini che le amano. Sotto il tiro della stampa che si rovescia da Milano e d a Torino. Sul riquadro destinato ai tra pianti. anche l'ingresso che sale lievemente in pendio e che basta a dar moto a tutta la scena. gestire. In questo sistema chiuso. vien fatto di ricordare qualche luog o simile in città dell'Oriente dove. decorate come i p alchi dei teatri settecenteschi. si ap rono d'un tratto piazze bianche enormi con una modesta cornice architettonica in torno: sono le piazze in cui la pianura prende il sopravvento. quali li avr ebbe disegnati uno scenografo per un ballo di corte. Sono composte di pochi elemen ti: un vecchio palazzo da una parte. un riparo ombroso. gridano. le ruote affondano nell'acqua. IL TRENO DELLE MONDINE Per due giorni.

E si vede nelle rivoluzioni più elementari come il primo fatto che impressiona la donna è il vestito. a Mantova. anche quelle che vivevano da secoli nella capanna accanto allo streg one e facevano tutt'uno con l'immobilità e l'infinità della steppa. non s'è mai visto come nel mondo attuale un così gran numero di donne che si annoiano e si sentono inutili quasi fossero scad ute dagli ideali umani. E i giornali r iportano spesso la stranezza delle ariete che cambiano addirittura sesso e diven tano uomini. a uscio chiuso e senza padrini. Che una di costoro si fa ccia sul marciapiede. uno dei fatti de l tempo attuale è la donna che lavora fuori di casa. perché storicamente il femminismo italiano del Rinascimento non pensò mai di agguagliarsi all'uomo. tanto più forte è la spinta della donna v erso il lavoro: la donna si dà al lavoro come allo strumento più rivoluzionario dell a nostra epoca. ben pet tinate. Ecco un treno di mondine che sembra vadano a marito: ben vestite. pur notevole. le valigette. Quanto più i paesi sono arretra ti e sotto il peso di pregiudizi secolari. la pettinatura. ma con le ar mi femminili. e quello quasi virile della lombarda. il fenomeno è tutto particolare. ma fu una rivelazione delle qualità positive e più femminili della donna. i fagotti. a causa della prevalenza femminile viva fra noi da molti secoli. e rivela il fenomeno che è capo di tutta la biologia italiana: l'impulso verso la generazione che si impresse con la violenza d'un fenomeno naturale nei momenti delle riprese della nostra storia. occupò fino all'Ottocento e che sta per riprendere oggi. le terrazziere. si moltiplicò in t re secoli. si sono mossi eserciti di donne dall'interno dell'Asia. Forse perché. Mi torna a mente Veronica Franco. la quale. Dapprincipio l'i ntonaco delle pareti e la carta tinta di rosso servirono di cipria e di belletto . assorbì le invasioni. delle calze di seta. In questa folla un occhio esperto può leggere l'appartenenza a una regione: il vestito un poco teatrale dell'emiliana (non per nulla l'Emilia è il paese dell'Opera). credo che una folla come questa sia tra le più evolute. i regni femminili e add irittura matriarcali si sono sviluppati lungo il Po. Que . nell'Oriente. in Russia ci sono le minatrici. E d'altro canto. Tutte in massa arrampicate ai finestrini vogliono p iacere. sembrava intonato con le unghie e coi capelli. come ho detto. a Venezia. nelle classi medie. e senza certi avvenimenti che fecero rientrare tante grandi cose italiane. Essa mise sempre in chiaro i rapporti tra uomo e donna. la calzatura.e l'irrefrenabile spinta civile del popolo di questa pianura che consuma tra l'A lpi e l'Appennino due terzi dei fogli e dei libri stampati della penisola. Penso che in Italia dove la donna lavora fuori di casa. un migliaio di gambe nude un poco strette o un poco discoste ai ginocchi. e insomma la somiglianza a que l tipo unico che è la donna oggi. nella Mongolia. cortigiana di Venezia. quale si vede nei giornali e al cinema. Questo era il feno meno più forte della vita italiana. e che sia divenuta poi la letteratura amorosa per eccellenza. Nella Turchia appena svelata. i seni tremav ano a ogni passo e facevano ondeggiare la schiera. le rivoltelle battevano sulle cosce tonde. raddoppiò la popolazione negli ultimi cinquant'anni. Ma in Italia. abbastanza feroce. il femmi nismo data da almeno tre secoli. e si capisce che la letteratura nostra abbia d urato tutto il Cinquecento a descriverlo. Nel nome del rossetto. ai margini della Romagna e nella Romagna stessa. Tra l e cassette. sembra un bivacco. le sole di cui possa disporre. la donna avrebbe occupato naturalmente ben altro pos to da quello che. a Ferrara. Il fatto della donna che lavora s'è posto in tutta Europa e in tutto il mondo civi le. Per eguagliarsi a questi ideali hanno tentato di eguagli arsi agli uomini. a un uomo che l'aveva offesa manda un cartello di sfida per fare acerba vendetta. Infatuazioni. ricordano il mondo civile pulito e ben vestito. che morì lasciando la sua sostanza in favore di donne che si volessero redimere. voglio dire nell'Italia che fu rinascimentale e comunale. Penso che altrove vidi un battaglione militare di donne: in maglietta at tillata quasi da bagno. Si dice che la letteratura italiana di quel tempo è per la maggior parte letteratu ra amorosa ed erotica. ritoccate con garbo. Ho visto alcune folle di donne in vari paesi del mondo. popolò il Rinascimento. la figura. ed ecco che la veste alla moda. e qualcosa ne è rimasto nel l'ordine familiare. rammentavano tanto la fragilità della donna: l'inno che cantavano. l a piega e il taglio dei capelli. s enza i problemi e senza le complicazioni tanto cari al puritanismo.

come se visitassimo un regno istintivo e pieno di richiami del sangue. Le quattro mura erano l'incubatrice di questa civiltà. Forse bisogna considerare quel tempo. nel la spersa pianura. fino al parricidio per ambizione. in un tempo in cui le civiltà si sviluppavano in piccoli focolai locali. Ce ne rimane lo stesso una grande civiltà privata. Lawrence. Ma qualcosa ribolliva. come uno di q uei periodi in cui i popoli si rifanno corporalmente. triste o fortunato. i finti tonti occupano molto pos to nella vita italiana di allora. tale solidarietà v itale e naturale fra uomo e donna italiani ci turba ancora nelle tragedie elisab ettiane. E questo era il Principe. terminata c inquecento anni dopo. e il Bandelle che è il testimone della vit a nella pianura padana di allora. che spuntava qua e là come un mostro o come qualcosa di più che un uomo. di amante. A legger e i racconti dei viaggiatori italiani che in quel tempo cercavano mondo e le mer aviglie dei popoli nuovi e le loro ricchezze e i prodotti pare di sentirle rison are nelle vaste sale di quella civiltà domestica. cominciata verso il Mille. Accanto ai violenti e ai pazzi. e un'opera pubblica gigantesca: la terra bonificata. pose una miccia a l puritanismo anglo-sassone e sconvolse non soltanto i cervelli delle donne. quando un altro inglese. e gli energumeni. freudisti. sbassati dai Gonzaga. I poeti del tempo di Shakespeare trovarono il fatto loro in questo impulso del sa ngue. Il fatto è che ancora oggi l'italiano può portare una uniforme facendone qualcosa di individuale. rendendo abitabile dove si trova. a tratti la più errante. all'orecchio del Principe attent o cui tutto era riferito nella più attiva ed elegante lingua d'Europa.sto e mille altri racconti del genere. cercavano di cavarsela pel rotto della cuffia. quasi che tutto accadesse in un mondo astra le. a vedere i treni delle mondine nelle stazioni della pianura pad ana. SABBIONETA I novellieri italiani del Rinascimento. E come in un'eco ingigantita. Venne fuori in Europa un'emancipazione di nuovo genere. sui poggi. e non tant o come segno delle quattro mura domestiche. Il muro è tutto. Le quattro mura del palazzo si ritrovano dap pertutto fra le Alpi e l'Appennino. è uno s cherzo tra i minori. In quel tem po si formò il tipo fisico dell'italiano: quei nasi forti. i vi olenti. Da Bertoldo a Gonnella. atteggiarla a costume. Non c'è quasi delitto che essi non contemplino con relativa indifferenz a. e ci ha tramandato una grande opera. e che talvolta ci si stupisce di non vederle sormontare un costume sontuoso o guerriero. spesso gli mancava poco alla grandezza. mentre palmo a palmo più giù la si strappava e la si strappa ancora al mare e ai fiumi. Il popolo lottava con gli elementi. E da allora l'italiano ha il genio. di madre. di padrona reggjtrice della casa. Ognuno di quei personaggi era a modo suo un uomo. L'Europa all ora risonò della lussuria italiana che non era se non questo impulso. Se si pen sa che questo amore delle quattro mura viene da una razza che ha avuto storicame nte la vita più scomoda. la malattia e l'amore della casa. le bazze ostinate che si ritrovano ancora oggi in viso al primo che passa per le no stre strade. gl'ingannat i. che se fosse stato adoperato a fare l'It alia avrebbe dato altri risultati. C'è molto inutile sangue in quella vita. ma quel poco che fa veramente grande l'uomo. e poi custodita. psicanalisti. fecero un'enorme impressione nel mondo. e mondi interi tra le quattro mura delle loro fortifica zioni e dei palazzi. sono gli scemi. le bocche risolute. . i buffoni e i furbi. Se ne accors e nuovamente molto più tardi. truccata da scienza e da psico logia. ci raccontano del loro tempo con una incredibi le facilità. solitarie e dirute sui fiumi. organizzerei carovane di puritani. ma il fatto che egli ha costruito un a casa dove che sia. ris coprendo in Italia quello che in Italia c'era sempre stato: la donna nella sua f unzione di figlia. Quanto a me. con tutta la sua crudeltà. riecheggiavano in una vita tutta istintiva l'antico desiderio di grandez za. i Principi creavano in un lembo di terra le più spiccate civiltà locali. bisogna dire che si tratta d'un is tinto che dice tutta la personalità dell'italiano. Bisogna ri cordarsi che i Bonaccolsi. Ci appare quel tempo come un dramma a un solo protagonista. Le cose più leggere erano le beffe. seguitavano ad abitare il loro palazzo di fronte al palazzo degli usurpatori o vincitori che fossero. Che Gian Francesco Gonzaga corresse armato per Mantova di notte e volesse venire alla mischia con quanti incontrava. e lo portarono sulla scena. quasi che col sangue si costruisse il destino vitale d'una nazione. lady Chatterley.

ma in una lotta indoma bile con se stessi. e andò a consumarne il prezzo al carnevale di Venezia. tras cinati in basso da un demone violento. L'altro personaggio. dalle nicchie dove è collocata su diversi piani . non agendo sulla realtà dei loro popoli e riducendo tutto a un dramma p ersonale e familiare. E grandi come a Mantova. alle porte di quella Mantova sempre più nuova nel tempo. Non una villa. un mondo artificiale vario e ricco. il suo erede sperato e amato. e Carlo V. e questa unica perpetuità dell'u omo della terra ha conferito a questa città stranissima. il letto. Sabbioneta. il castello. Proviene forse da tanti sogni ambiziosi e senza vera grandezz a e da uno scenario che serviva soltanto a uno solo perché si chiamava Gonzaga. poiché essi non v idero altro che la grande e irrimediabile infelicità di uomini come Vespasiano Gon zaga. tra i putti che gonfiano le gote su un fondo nubiloso raffigurando i v enti. Se si ha da organizzare uno sp ettacolo simile. Tutto ricorda amore. registra gli atti municipali. ma che. dove una pacifica i mpiegata. i periodi di Roma decaduta in cu i i pastori erano tornati a popolare le pendici del Palatino sulle colonne abbat tute. si trova nella chiesa delle Gra zie. e no n erano neppure abbastanza grandi per questo. è affidato a due vecchi contadi ni che vi tengono una stanzetta col fornello. pr oviene dal ripetersi infinito dei miti di Diana Apollo e Venere che dalla forza del significato originario cadono nell'allusivo e nell'equivoco. il teatro. un colore di villaggio. è meglio allora affrontarlo in grande e creare allora un curioso e unico villaggio modello in cui i bambini imparano l'alfabeto sotto i cassetton i dorati a zecchino. non ne rimane traccia. colti e raffinati. affrescate e intagliat e. con a capo un papa. e l'uomo fu qui invece infelicissimo. i fili nudi delle lampade elettriche e i piattini di smalto. per un teatro tragico italiano. I Gonzaga finirono con Ferdinando Carlo. mentre sulle sedie impagliate i contadini leggono il giornale. gioia di vivere. un tavolino stecchito sulle sue quattro zampe a pomini. un a serie di figure di principi animati dalle più alte nobili e pure ambizioni. la sua seconda moglie si chiuse in un convento tre anni dopo il matrimonio. Sono di legno e di cera. il coro di questa tragedia. di Diana. Non so se tutto attorno a questi edifizi un tempo esis tessero altri palazzi. e i visi sono quelli d'un mondo imbalsamato. di Ulisse. e tra i miti di Galatea. Non è certo la stessa cosa. C 'è ancora. se Shakespeare non ha già fatto tutto. si trova un armadio per l'archi vio. ci hanno tramandato la più splendida civiltà privata e la più mi serabile tradizione pubblica. e il suo segreto lo conobbe soltanto il m arito. in un villaggio di co ntadini. Vesp asiano uccise la prima moglie per infedeltà. un o dei più bei teatri a scena fissa della Rinascenza. e il teatro olimpico dello Scamozzi. che nel 1681 vendeva Casale ai Francesi. La chiesa che era un mausoleo di Vespasiano Gonza ga è ridivenuta una chiesina di villaggio. Avevano fatto della storia la loro biografia. e i carciofi crescevano sull'umo del Colosseo. in un angolo qualunque della pianura lombarda. vestiti di stoffa. in sopravveste nera. perché incontrandol o a cavallo non lo aveva salutato. la terza moglie vide morire Vespasiano. la galle ria degli Antichi. ma un palazzo. una natura fatta ad arte dove l a stessa natura è uniforme. circondati dai più savi e fini e gloriosi uomini del loro temp o. E il più bello è entrare sotto le volte del palazzo. il desco. Il teatro è ora un cinematografo col telone sul palcoscenico. Ma st arci come ospiti decaduti perché non si trovano altri locali no. quasi che la pianura vasta avesse qu i un argine. ma egli già aveva ucciso con un cal cio all'inguine il suo figliolo. e che teneva una scuderia di donne grasse. tutta una turba del Quattro e Cinquecento. Viene incontro. e Federigo Gonzaga. Credo che la popolazione di contad ini di allora fosse molto simile a quella d'oggi. che fu chiamata la Nuova Atene. L'uomo ha agito qui come agisce la natura. la torre. e gli impiegati registrano gli atti dello stato civile fra i travagli di Ulisse e le avventure di Diana figlia di Giove e della Luna.Un Gonzaga. i ricordi non sono gli stessi. e le stoffe sono divenute q . si ostinò a fondare una dimora principesca. Tutto questo fa f reddo e tristezza. È forse l'unico angol o d'Italia che ricordi l'Italia dell'Ottocento. Un decreto del senato veneziano proibiva ai nobili di accostarsi a que ll'uomo che si aggirava mascherato. il palazzo con giardino. il C onnestabile di Borbone. Anche questo è un luog o unico in Europa. Ma bisogna dire che è una delle più strane avventure entrare in una sala ricca e grandiosa dal cui soffitto pendono.

Ma lo strumento che a un tratto diviene parte dell'uomo.Perché allor fu i dalle tue braccia accolto". formano un teatro grandioso. ha una voce più umana e s convolge la musica fino a renderla quell'arte che Tolstoi trovò diabolica e pensò di proscrivere. il mist ero stesso del ritmo e dell'armonia del mondo. dei loro strumenti a corda. lo suonano ai piedi della Madonna in gloria. senza riuscire a trovar le p arole. dice in versi. la sua voce è umana come talvolta g li uomini vorrebbero cantare o implorare o gridare. tutt'al p iù un canterello come d'uno che mugoli a bocca chiusa. al canto delle cicale. Sembr a che i frati che custodiscono il convento non vogliono sapere più di questo teatr o picaresco ed errabondo sostenuto dalle colonne di legno. che insomma introduce anche nella musica co ncetti morali come in tutte le altre arti.Un de' membri che al corpo er a sostegno . un ronzio.Col grave sasso che pendea dal collo . dal le crudeltà e dalle guerre. e che chiamavano perciò comunemente il mago (perché noi moderni attribuiamo ancora alcunché di magia ai procedimenti degli antichi). da sviluppo a sviluppo.Vergine benedett a ti chiamai . Un tecnico moderno di mia conoscenza. sbucano dalle pestilenze e dagli orrori. e doveva essere un semplice linguaggio. dalle condanne. quella schiera di musicisti da concerto che. Senza di questo non si sarebbe avuta. nei quadri e nelle pale d'altare. cosparse di ex voto c ome gli scogli del mare sono decorati di conchiglie. Un soldato con una gamba di legno dice: "Nella guerra crudel mi fu troncato . Un altro con una pietra al coll o sorge da un pozzo sotto gli occhi del carnefice e si esprime: "Fuor d'esto poz zo uscii libero e sciolto . la ricetta della sonorità mai più raggiunt a dei violini dell'Amati. ringraziano la Vergine Maria di averli scampati dalla peste del 1399. come è scritto in un cartiglio: "Dalla fune onde in alto era sospeso . La grande riforma musicale consiste in questo: nella trasformazione dello strumento a corda in istrumento da braccio. avventurieri e saracini.Quando Maria chiamai fui risanato". si vedranno carri pieni di questi personaggi grandi e oscuri riattraversare le grandi strade della pianura. che induce il cuore a compiacersi delle sue passioni. s ovrani e poveri diavoli. Se riusciranno a sfrattarli . in atto di preghiera. diviene tutt'uno con l'uomo. esso ha la forma del torso umano. In una cappella a parte è la tomba del più perfetto ma estro di creanze del Rinascimento: Baldesar Castiglione. di Stradiva ri.Leggier divenni e non rimasi offeso". E già nella sua consistenza è il mistero. e pare di udirne i l gracile timbro: non è più il suono che i Greci paragonarono. capace com'è di purificare ed esaltare l'uomo o di diventargli complice e mezzana lasciva: questo strumento è stato ricre ato nel Seicento a Cremona. tra l'altro. Alla nascita di questo strumento c'è fatalmente qualcosa di stregonesco che si per petua per due secoli. conquistato attraverso una pazien za e una tecnica che alla fine divengono la scala celeste verso l'ispirazione. ci fanno ascendere con loro quell'atmosfera rarefatta della grande altitu dine e solitudine in cui si abbraccia l'inconoscibile e l'inesprimibile. dello Stradivari. del Guarnieri. dai pericoli. era un frinire. egli credette che i m . Guerrieri e condannati a morte. Puntato al sommo del petto. cioè in qualche cosa che diviene part e dell'uomo. da Monteverdi in poi. che crea tut ta un'umanità di patiti della melodia. di Guarnieri del Gesù. di Amati. durò tu tta la sua vita a rinvenire. in un lavoro infinitamente ostinato su un tema di poche note. Uno con una fune al collo. portano costumi di Spagna e di Germania. in atto di morire e di risuscitare. e che era uno stridio. Sempre nei quadri del Cinquecento. che perse tutta la sua vita a ricercare le lavorazioni degli antichi. ritratti in grandezza naturale. compos ti di gusci di frutta e d'animali e di crani d'uomini. poiché gli antichi si contentavano di tali rumori che erano poco più su delle voci della natura.ualcosa di mortuario. v ecchi profeti brandiscono violoncelli per cantare le lodi del Signore. crudele e miserabile di quel tempo. il violino lo suo nano gli angeli. da variazione a variazione. come accade di tutte le scoperte che sorpassano i limiti d ell'uomo. approdano dalla Turchia. tra il petto e il cranio. com e se ne contentavano i primitivi: basta vedere gli strani liuti d'Africa. appena spiccato dal patibol o. I VIOLINI DI CREMONA Fino a tutto il Cinquecento. Un po' più armonico era il suono del liuto prim a dell'avvento dei maestri cremonesi. Nelle loro nicchie. nei loro palchetti. e dall'Africa. Fin qui la musica non ha lo stesso senso che per noi moderni.

Di Stradivari rimane la tes timonianza che allogò i suoi figli molto bene. e la migliore. con quel suono disperato di cui ci parla tutta una letteratura. ma non più di quanti ne nacquero fino all'Ot tocento. il viso pallido inco rniciato dai lunghi capelli cupi: intona il suo pezzo strabiliante sulla corda d el sol. Q uando si abbandonano alla fantasia toccano il gigantesco e il capriccioso. Forse è quel viso che orna la parte alta del manico d'una sua cetra. disse la leggenda. un viso femminile ridente con due gemme p er occhi. le sue molecole si disgregano. lo strumento è profano: tanto che m'ha sempre stupito sentirlo qualche volta in chiesa accanto all'organo. Di Stradivari no n rimane neppure un ritratto. Guarnieri del Gesù. fornendo strumenti musicali ai grandi e alle Corti del suo tempo. Così accadde di Stradivari. morì portandosi anch'egli il suo segreto. il più magniloquente e insieme il più ortodosso della l etteratura italiana. Sono le contrade che hanno costruito i palazzi di Mantova e di Ferrara. fu in carcere e fece un patto col diavolo per uscire libero e per diventare il più grande violinista d'Europa. che appartiene al municipio di Genova. alle più gr osse verdure. e con lui la leggenda si rinforza: egli uccise. l'aggettivo grande è il più significativo: grandi palaz zi. Non si sa dove il mago di mia conoscenza fosse arrivato con le sue ricerche. e di come amministrò abilmente il suo denaro. al modo del cuore nostro quando non vi spira più né amore né gioia né sofferenza. Destino dei grandi uomini di scostare con la loro presenza quanto la loro opera invita a conoscerli esprimendo una parte di loro. grandi torri. Uno strumento del Guarnieri usò Paganini. La fantasia d ei contemporanei non trova altra spiegazione alla figura di Paganini se non una sua alleanza col diavolo. guadagnò un milione di lire (siamo alla fine del Seicento ). di quei violini tascabili. grandi coltivazioni. ma visse os curo. Niente altro. lavorò parte della sua vita in prigione do ve era stato rinchiuso per avere ucciso uno della sua stessa arte. o c hissà per quale motivo più reale. è piuttosto l 'ombra. gl'inviati dei potenti d'Europa aspettavano più mesi a Cr emona che il maestro consegnasse gli strumenti richiesti. non più sotto l'azione delle vibrazioni. Girò l'Europa con un segretario che pare fosse il diavol o in persona. e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia. intorno ad altri che praticarono il magico strumento. le code della giacca fino a terra. forse lo stesso che sulla testatura del violino dettò a Tartini il f amoso trillo. C'è un enigma nella vita di Stradivari. è vero c he si trattava di cerimonie nuziali. come colpito e bruciato dalla fiamma d'un genio infernale. Ma sul manico non c'è più nessuna corda. voglio dire proprio il muscolo che fa da cuore. Sì. E chissà poi se uno strumento simile ha ancora una voce. poi demolita con la demolizione della chiesa del 1868. la seconda a cinquant'anni. la sua amante infedele. Paganini ha le br accia allungate smisuratamente dal violino e dall'archetto. LO SPIRITO DELLA PIANURA C'è uno spirito italiano proprio della pianura: facile ad accendersi. quelle che me ttono l'impegno più assoluto al bestiame più bello. alla maniera antic a. come per un irraggiungibile virtuosismo. il sortilegio del violino. attraverso il suo str umento: abito nero e corpetto nero. Fino a Milano. Perché il vio lino ha pure questo di supremamente umano: non suonato per un pezzo deperisce e muore. ai frutti più madornali. un ignoto venuto da Milano afferra u n teschio e pronunziando il nome di Stradivari se lo porta via. indifferente ai suoi concittadini per qualche stranezza del carattere. curioso di t utte le novità. Davanti alla tomba scoperchiata. Egli s'era poi fatto u na tomba in San Domenico a Cremona. e in tutto undici figli. e lo si trova in una boccia d'alcole nella . Del quale si sa che ebbe successivamente due mogli. Gli angeli non suo nano più violini ai piedi della Madonna in gloria. "dispera to come un canto d'angeli scacciati dal cielo perché si sono innamorali delle donn e della terra". Nel Ferrarese viene fuori uno scrittore come il Monti. grandi frutta. e annerito come gli era. e nelle f alde nasconde forse una "pochette". Vedo apparire Paganini.aestri cremonesi trattassero il legno con l'ambra sciogliendola con una loro ric etta che poi andò perduta. Stradivari già lo conosceva il diavolo. altro cremonese allievo di Stradivari. che essi confidano soltanto all'arte. In ultimo lasciò perfino il suo cuore a qualcuno. Lo strumento di Paganini. L'Ottocento non ha finito ancora di stupirsi della voce del violino di Cremona: Tolstoi vede ancora Satana nella Sonata a Kreutzer.

S otto una vita semplicissima. l'uomo ha bisogno di agire. col braccio teso. che non è soltanto toscana e fiorentina. T ra i più potenti limitatori delle nascite al tempo nostro. della sua necessità e fatalità. col Polesine. di critica alle cos e comunali. Anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione. millenaria intorno alla terra. Ma nella pianura padana c'è ormai più poco da conquistare. E poi c'è l'Ariosto. l'appartamentino di due stanze e cucina venuto di moda dopo l'Ottoc ento e con l'urbanesimo. A Ferrara si possono ancora avere. ma anche le grandi famiglie. ininterrottamente. E poi. e appena q uel tanto di terra che si stende là dove il Po si impaluda. il padre Bartoli era ferrarese. E sono padane la scienza dell'anatomia. Dove non c'è vento di idee nuove che non abbia suscitato uragani. as sai prima delle leggi. altrimenti agisce contro di sé e il su o nucleo civile. nell'infinito. il Ferrarese la campagna tra Roma e il mare. I vers i mi pare fossero in terzine. vi sia ancora qualcosa di inesplorato nei dipinti e nell e decorazioni allegoriche di cui signori e principi si circondavano. che non si trattasse soltanto di figurazioni di miti e favole antiche. grandi appartamenti di quelli che non si sa come dividere. fatti per altre generazioni e che non si riesce a ridurre ad appartamentini moderni. l'Opera è padana. Ai due estremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola. ma medievale e padana. Non era la pubblicità d'un nuovo prodotto. ma che sotto vi pull ulasse uno spirito simile a quello che si trova nei misteri orfici e pitagorici . c'è un potere d'infatuazione per tutto quanto è assolut o. in una piazza di Ferrara. e che la terra non è tonda ma piana e fermissima. Ma le città sono piene d'uomini. mentre là presso le lunette del Duomo sono le immagini più vicine all a concezione di Dante della vita ultraterrena. annunziando c he gli astronomi sono stupidi. l'elettricità. nella vita per tanti versi misteriosa di quell'età. fin dal tempo dei Greci. la pianura tra Roma e il C irceo. domina su tutto uno s pirito urbano. proprio l'appartamentino distrusse in Turchia non soltant o la poligamia. di deprecazione c ontro i preti. senza accorgersi che i tizzi ardenti gli stanno per bruciare i piedi. quel Bartoli che a nche in punto di morte ebbe uno scrupolo grammaticale e disse: "Me ne vado. leggevo un cartello stampato che pareva composto in versi. Perché c'è un'ispirazione. ma l'annunzio di come una signo rina ferrarese aveva lasciato gli studi letterari per darsi alla chimica. quella settentrionale considera l'uomo nel finito e ab itabile mondo. dicono assai de lla vita d'una città che ha sempre tutto sulla punta della lingua. E b ruciano anche le lapidi. in Dante. annunzianti. e il futurismo. la moda raggiunse l'Oriente e. o me ne vo: che vale lo stesso". per una somma relativa mente modesta. e al punto da suggerire il pensiero che. Queste lapidi imprecanti. nell'assolu to. E a Milano un astronomo che copriva di scritte i muri. e che nel Risorgimento porta questo suo anelito fino a ricongiungersi con l'azione del Piemonte: l'Italia centrale cerca l'uomo nel regno di Dio. e non è detto che il capitano d'industria o il padrone di un allevamento o d'un campo modello non portino nella loro funzione qualcosa che somiglia da vicino a l senso di assoluto che domina un filosofo nell'indagine del vero e del bene. bisogna annoverare le c ase piccole. C'è l'Italia meridionale che indaga sull'uomo nel creato. come è padano il romanticismo. per tutta la piazza della Cattedrale. alcune zone della Sardegna e. I grandi palazzi sono pieni di tutto quanto nella vita medievale e rinascimental e è simbolico. del suo viaggio ve rso l'esilio. inneggiami. primissima in Europa e ultima vo ce dei Greci fino a noi. il più devoto alla tradizione letteraria fino alla bigotteria. Su una palizzat a. e Ferrara più di o gni altra. Non si immagina che cosa abbia combinato nel mondo ques ta necessità urbana degli ultimi cinquanta anni. ampio e avventuroso come un bel palazzo padano. Se parliamo di reazione.Biblioteca dell'Università di Ferrara. Ma sempre con un piede legato alla tradizione e al rigore tosca ni. La provincia di Trevis o colonizzò lo Stato di San Paolo del Brasile. Ma ricordo a Bologna un tipo di vecchio signore in tuba che vendeva pittorescamente certi suoi fogli stampati. Il quale Savonarola sta ancora in piedi. In fondo. E questo dà il senso del presente e dell'avvenire italiani. presso il Duomo di Fe rrara. Ora. È la pianura. e la lotta è sempre quella. l'economia politica. Una commissione di trevigiani contadini è andata a saggiare la terra e il r egime delle piogge in Abissinia. e la terra un elemento dell a vita urbana e la causa stessa del suo fiorire.

Lucrezia. e l'imp ressione che ebbi in quel palazzo di Bourges si riproduce davanti agli affreschi del Palazzo Schifanoia a Ferrara. e al terzo il cardinale Bembo augurava di "essere eziandio della materna virtù s uccessore". la firma è grande e larga. e non se ne parlerà più. fuggiasca in Franconia perché aveva abbracciato la Riforma e di cu i si possono leggere le oneste lettere in qualche vecchio libro. quasi gotica. e lasciandoci a ogni modo una poesia di formule dottrinali che il Rossetti e Pascoli e Luigi Valli hanno tentato di decifrare in base appun to a un linguaggio che sospettavano iniziatico. Avrà mentito il cardinale. i biglietti f irmati da Parisina e da Lucrezia Borgia. a Ferrara. come seguitando in una interminabile pianura. Forse perché meglio del giust o conosce la verità essendo con essa in contrasto e guerra? Guardiamo la storia de i Gonzaga: dopo una storia tutt'altro che edificante. l'impeto di vita del Rinasc imento. a Ferrara ebbe tre figli . La ebbe forse quella Olimpia Mo rato ferrarese. non più quella baccante che ancora adolescente as sisteva a orge immonde col padre premiando i vincitori. almeno nella seconda parte della sua vita. nessun'altra terra d'Italia. quasi tutta aste. dalle strade che portano lontano e quasi infinite. spunta un tenerissimo inno cente il quale. le corti padane diedero schiere di gentilissime e virtuosissime per cui. se raccogliessi mo le lettere virili. i quali adoperavano la parola Amore.della antichità: insomma. come una grata di prigione. come per Lucrezia ha fatto Maria Bellonci. credo. Il peccatore interessa più vivamente del fedele le religioni di tutto il mondo. non si fremerà davanti alla ciocca di capelli biondi che si conserva di Lucrezia a Brera. e tutto lo sbigottimento d'incontrarsi coi mostri che ognuno di noi chiude a doppia chiave entro di sé. È come visitare un mondo segnato di quanto nell'uomo sta fra intuizioni e terror i: il peccato. A ogni modo. a significare Fede. Naturalmente sono andato a vedere. anche a volerla intendere realisticamente . e Lucrezia. oltre la palude e il mare. per esempio. nel centro geografico della Francia. Parisina. Un signo re francese del Rinascimento. qua nto. Quella di Parisina. una filosofia segreta. e fuori di questo è silenzio. pur nella rappresentazione che i l Cossa fa della vita di Borso d'Este. senza nessuna conoscenza del mondo. un vero e proprio culto. Lallemant. Questo signor Lallemant è sicuro p ortasse dall'Italia tutta una simbologia pittorica di natura iniziatica. LA BASSA La terra nella pianura padana rende oggi sui trentacinque per ogni quintale. che ci possa spiegare i segreti di questa città che più di ogni altra serba nell'animo. quella del Cossa. accanto alle donne come Isabella Gonzaga. si fece costruire a Bourges. nella Biblioteca dell'Università. trasportandovi gli stessi simboli come li aveva veduti in Italia. la morte. le passioni. A vedere nell'ultimo tratto del Po come . in calce a un biglietto che chiede dieci ducati d'oro "per una certa s pesa la quale habiamo fatto". stretta in se stes sa. È una vena na scosta che circola in tutta la vita italiana fino alla Riforma. Ma d'altra parte. che mondo astratto. non veniva forse da questa Ferrara marcata nel più intimo da quell'arte e da que lla concezione della vita? Grande e vasta Ferrara. è quel santo che parve avere n el sangue per un'esperienza di razza l'orrore del peccato. e senza risult ato. Da decenni ormai gli storici s i affannano a togliere ogni colpa dalla vita di queste due donne. Parisina sarebbe soltanto una sventurata. Si trova nei pittori ferraresi una simbologia aperta e chiara come quella del Dosso. non troveremmo che rari curiosi. È un a mia ipotesi. la scrittura virile. è una firma minuta. Ci si aggira inseguendo un segreto come in un labirinto ariostesco. mentre le sole firme di quelle altre due traggono tanta gente curiosa in pellegrinaggio? La sto ria non sarebbe dunque se non il racconto degli errori umani. un suo palazzo secondo la moda della Rinascenza nostr a. ed è San Luigi. già dai poeti d'am ore durante gli anni di Dante. perseguitato com'era dall'odio più furente verso l'arte del Rinascimento . Tutto questo non è sol tanto decorazione o allegoria. ed essa entrerà nel novero delle oneste donne che non hanno storia. E il Sa vonarola. nella fantasia e nei sensi. Quello di Lucrezia è una lista di spese p er lavori di artigiani. e ve n'è una coperta. forse fino a trovare que lla Circe del Dosso. ma pare proprio certo che essere capitata a Ferrara ed entrare in tutto un mondo istintivamente prolifico abbia fatto di le i proprio una cauta signora. togliete queste favole.

a occidente della città. che danno l'idea della prontezza al lavoro. i ragazzi all 'ombra delle fratte tra le acacie e i pioppi. Prosciugato il campo comincia l'arsura. con le braccia robuste in avanti. Si aspetta che il . verdi. ma di molte generazioni. spartirsi alle secche sabbiose. svoltare nell'infinito piano come una vecchia strada. Gli argini so no alti. lungo gli argini a distanza una capanna di sarracchi. e nella B assa. è salmastra. come da onda a onda. Non c'è ac qua. Questi campi padani sono quello che più ricorda la presenza dell'uomo. eccolo verso l'ultimo diviso in canali dritti e uniformi. quella che luccica da tutte le parti. l'aratr o la rivoltola di continuo per anni. nel Mantovano i campi sono rilevati. con le figlie donnine piccine. il mare arriva fin qui e tiene tutto sotto il suo dominio. stagna poco più giù. e nessuno ci poteva far nul la. corre nei canali del Po. poi. e quando fui salito volle discorrere. chi ha un po' d'occhio riconosce alla prima. correva in lungo e in largo la terra distesa dove ci f osse bisogno. e anche dove è passata più d'una generazione di agricoltori. e il contatto con lo sterile mare. seminata di conchiglie. Anche nella Bassa sono arrivati ad avere i trentacinque per ogni quintale. e non quell a d'oggi soltanto. alti nel mezzo e declinanti ai lati. con quelle cappe bianche che tornano su sem pre nuove. e non si sa come ci si sentiva colpevoli. Si fermavano le macchine di pa ssaggio. La pianura folta lascia appena disti nguere gli abitati. ma ogni palmo di terra fu un lavoro di adattamento e un'impresa. e nei loro discorsi si veniva a sapere tutto della vita attorno. Intorno a Roma. Da trenino a trenino tanta gente corre la pianura: le donne coi fazzoletti attorno al capo. t utti fermi e zitti attorno. è ancora visibile la separazione della terra dalle acque. Conosceva bene la terra e i lavori. e il contadino pensa che tutt o sommato anche quello è concime. Nel Ferrarese. stanno nelle depressioni del terreno. appena strappata dalle acque è fiacca e nera. Non c'era il minim o equivoco. Canapai e seminati a pioppeti promettono che di là tro verete chissà che aspetti. Veniva dal lavoro verso Vercelli. perché. al punto che si riconosce dappertutto che gent e vi ha messo mano. C'è una tecnica della terra. come un cristiano. i contadini con le braccia lunghe sui fianchi a guardare quella maledizione c he non capivano perché fosse capitata a loro. anche se la conformazione del terreno sia delle più uniformi. e non vedeva l'ora di scorgere sulla pianura le mura del suo villa ggio.si strappa la terra fino al mare. si capisce quello che è costato in sette secoli bonificare la pianura. Dopo aver visto il Po trascorrere solitario sotto i lunghi ponti. fra due rive arruffate di giunch i. e invece è un campo appena arato con le sue motte di terr a grandi e lucide della lama dell'aratro. Una di queste donne. di dove ess i vennero: marchigiani o veneri o padani o della Bassa ferrarese. talvol ta più bassa dell'argine. e di là è una nuova promessa a guardare oltre. l'architettura d'una fila d'alberi dritta che fa da frangivento. A un certo punto si v ede un piano allagato dalle piogge: i covoni di grano facevano pietà nell'acqua. Capii in quel tratto la nostalgia della gente della pianura. Altre donne salivano e scendevano alle stazioni. e il salino. Ora i campi so no felici. come nell'architet tura e nel modo di disporre una città. Questa è terra di creazione recente. Nient'altro. e anche i villa ggi. Al m odo di tante altre donne. più giù è storia d'oggi: a Piacenza i campi sono adagiati fra alti argini. La te rra. e tornava a casa sua. l'ars ura è nell'aria. nel Polesine. il gra no era in mezzo all'acqua sporca. e una rete a bila ncia da capo d'una lunga asta. un borgo chiuso fra le mura d'un villaggio medievale di contadini fortificato. Fino a Mantova la terra ne serba ancora il ricordo. le signore scendevano. dove tra Maccarese Ostia e il Circeo s'è avuta un'emigrazione di contadini di varie regioni. e l'eterna promessa di questi argini che invitano a guar dare di là. abbondanti. mi chiese di aiutarla a caricare sul tr eno certi suoi fagotti. si macinano alla fine a furia di arare. a Montagnana . per mantenere i coltivi all'asciutto sgrondando i soverchi umori del te rreno. Ognuno vi r ifà il suo paesaggio natale. Montagnana. ne parlava con confidenza. qualche silo risponde all e torri che tra il fiume e le gore verdastre dominano le fattorie e i villaggi f ino ai dintorni di Mantova. come per una disgrazia che toccasse il pane di ognun o. i personaggi che possono diventare nella fantasia le ceppaie nocchiute che tirano a ogni nodo un virgulto dritto e lucido. con que lla confidenza che esse hanno dell'uomo. per molti secoli. Ognuno ha il s uo modo.

e ogni volta che chiamava se ne present ava una nuova sempre più piccola.. e i paesi sembrano là a portata di mano. e permett e le colture di colore. capace di tutti gli eccessi e di tutti i rigori. È la sterilità che dà mistero e lontananza alle terre sterili. la barbabietola delle terre asci utte è roba per le bestie. Era l'ora di an dare a letto. vanti l 'arte e la decorazione di tutti i tempi. e che h a dato quanto di più strano. è sciolta e fiacca. e dal mare. quello levò gli occhi dal piatto: veniva dalle terre salate di più giù. e nelle loro idee sono assoluti fino all'ultimo e oltre: questi sono i ferraresi. Questo.consorzio distribuisca l'acqua per l'irrigazione. non sono romagnoli: i romagnoli hanno il senso esclusivo del gruppo familiare con tutte le qualità che questo gruppo richiede. non fece che mangiare patate. e oggi si direbbe di surrealista. Qui. Poi stette zitto. e come per mettersele bene nell'animo. ma erano molte.. vorrei avere un pozzo artesiano (diceva 'artigiano') nel cortile di casa mia". sono dappertutto. dieci o quindici. e così le angurie. Dove. la segregazione da tutta un'umanità e dagl'interessi di questa.. erano fitti di ragazzi addormentati. se ne circonda il campo d'una corrente continua che lo manterrà fresco. Ma senz'acqua non sono possibili che le colture bianche. Vi si trovano vecchie città come Chioggia e Comacchio. fossati. Uno della tavolata gli fa: "O dillo che faresti se fossi un gran signore. per piover bene. ara e ara. fi no al fanatismo. metafisico. ce ne sono anche a Comacchio". come le barbabietole. resi praticabili dalla ostinata volontà dell'uomo. buse. l'uomo del pozzo. cioè. poiché la locanda era pi ena. si è fissata una civiltà artistica fatta d'emulazione. Disse ancora poche sentenze: il pesce è buono quanto più la testa è lontana dalla coda. i c anoni. A pensarci bene. e un'altra meteorologica: lampo non mangia barca. un fiume pull ulante di vita. ed è dove la terra è buona. ciò che è il tratto di molti popoli della pi anura. sono proprio l'a cqua e la strada. Di questo ha notizie. Gli dissero: "Ce ne sono di pozzi artesiani. Di ogni cosa sentiva il sapore. Le ragazze dell'o ste andavano attorno a servire le tavole e a preparare gli alloggi per la notte: non so quante fossero. E quello: "Se fossi proprio un gran signore. il grano . d'una specie di oscuro e ribollente istinto vitale. più che licenziosi sono pieni di ragazze e di donne. e poi barbabietol e. rifugiate su strisce di terra come su pontili. cioè i lampi in mare non annunziano tempesta. Tra canali. Lo spettacolo e l'idea dei ragazzi dov eva accompagnarmi per tutto il resto del viaggio. ma un signore come dico io. e que llo d'una fantasia fuori d'ogni limite. Gli rispose una risata.. per questo impegno sempre assoluto. e che quando possono sfogano in una lunga strada. si fa stretta. pa esaggi d'una Venezia minore. C'è l'internazionale del contadino." ripeteva tra un bo ccone e l'altro. I fatti che formano profonde differenze e distanze in campagna. Al mattino. vorrei avere un pozzo artesiano". non riusciva a terminar e questa frase. fra cui mi trovavo.". ragazze e donne. vidi che i letti e i divani. Alla fine lo disse: "Se fossi un gran signore da cavarmi tutti i capricci. Raramente ho veduto uomo fatto di terra come era lui. io se fossi un signore. e un'altra molto semplice all'apparenza: per p iovere bisogna che tuoni. è rimasto un colore amoroso e generativo.. dovendo traversare le stanze vicine alla mia per uscire. Più che par lare. Gli altri attorno fantasticavano ancora sui raccolti. dritta quanto è lunga la striscia . dopo anni di aratura. per mille ragioni. Non sono emiliani: manca ad essi degli emiliani quel certo la scito clericale che la natura degli emiliani è riuscita a rendere duttilità e morbid ezza. il granone e poca altra roba: è l'acqua che fa la terra di due sapori. Ora. sentendo ch e io venivo da Roma. L'oste seduto acca nto a me era servito dalle sue figliole. i libri dei nostri narratori de i buoni secoli. i fitti. della lice nza del Rinascimento. è quel popolo bollente. Mancare d'acqua significa. Sì. bracci morti. e non è un capri ccio da milionario. prende nerbo.. e poi daccapo. che sbucano da tutte le parti. fantasticava: la terra appena riscattata dalle acque. questo era il suo pensiero. Poi ma sticò: "Be'. L'uomo non ci credeva. s'illuminò tutto: "Ci sono molte fontane a Roma". la contrada tra Venezia e Ra venna asciuga tutto l'umore dei fiumi della valle padana. diversivi. poi. di feticismo delle forme più nobili fino al capriccio. fra due estremi d'un conformismo tutto regola e rigore. "Io. e quello che rende la terra più giù o più su." L'uomo grosso e fort e che mangiava accanto a me nell'osteria d'un villaggio.

Ventimila anni fa videro le grandi belve e ve n'erano anche stille foci del Tevere. quello che di qui a qualche secolo sarà un banco di terra emersa e che un contadino tenterà ancora di riscattare dal mare. attraverso canali. In genere l'ingresso alle case è un androne che seguita fino alla parte opposta. ma l'etrusco nessuno è riuscito finora a decifrarlo. e non all'altra maniera egiziana dei ricchi. Tutto intorno dà l'idea del mutabile. vi trovano. i contatti con gli sla vi. I ponti sui canali ne proseguono la strada. dovettero avere rarissimo traffico. alla spagnola. e gli altri fiumi che vi sfociano. sotto monticelli di terra che arieggiano a piramidi. l 'acqua vi forma i suoi canali. Tutta la contrada delle foci del Po dà il senso di questo svolgimento dei secoli. e del dialetto ferrarese. stretta e locale: fra i ricordi del m useo. e poi tedesche erano mescolate tra le altre. Questi etruschi di Spina dovettero essere d'una civiltà molto chiusa. fanno lunghi giri tra sabbie e lagune. l'uomo vi sbarcò al modo stesso dei pesci che cercano acque più dolci e più temperate per generare. Gli ultimi elefanti del Lazio. Una c ittà etrusca era nelle valli di Comacchio. dal Reno al Brenta. Nel discorso dell'ostessa. era uno di questi approdi: le anime in attesa della barca fatale vi si agg iravano per più giorni. tra gl'insabbiamenti. e mi rispose: "L'etrusco". che arrostiva con piacere una sogliola sulla brace. chissà. del dominio degli elementi. e insieme dell'eterno. l'uomo seduto co i suoi pesci e le sue verdure a poppa. I tre quarti delle parole che diceva erano di lingu e note. Si dorme in un'atmosfera gonfia di umori e sembra di dover mettere le radici. la loro architettura. in molti punti allora deserti c'è l'uomo con la vigna che produce il vino nero e profondo ammantato di sonno. presso O stia. per dire no diceva "nié" secondo le lingue slave. A riscont rare il terreno con una carta topografica di venti anni fa. e dall'altra parte si trova il cana le. le tracce della sua storia. un quadrato di vela si gonfia ap peso per due lembi a un bastone. lagune. e alle foci si ebbero i primi fatti di creazione della vita umana. E alle foci dei fiumi gli antichi mettevano i l uoghi d'incontro per le anime che dovevano sbarcare di là. e mentre sembra che debbano risolversi in questa gran fluidità di elementi. Le chiesi che dialetto parlasse . questa comunità di Spina s'era stabilita nel piano. o forse si erano già spenti quando nelle altre colonie etrusche comincia vano le importazioni. alla Spina. ricacc iati dal prosciugarsi della terra che ne mutò la vegetazione. e depressioni più basse del livello marino. forse e ra anche etrusco. seppelliva i suoi morti alla maniera egizia dei poveri. e se ne possono trovare le memorie nel palazzo di Lodovico il Moro a Ferrara. i tedeschi e gli spagnoli: mille anni di storia. già non lo si riconosc e. sono scarsissimi i vasi importati dalla Grecia. I bracci in cui si divide il P o. L'uomo lo chiamava "hombr e". e se poi c'era veramente qu alcosa di etrusco. e in camere che riproducono le stanze dei vivi. ma che dovevo raccapezzare da varie lingue. Contrariamente alla natura et rusca. Dovunque si sente il lavorio del vent o e del mare. come velo su velo. Alle foci dei fiumi si sviluppò anticamente la vita. m'accorsi che il suo linguaggio era una mescolanza di parole c he capivo. ma un buon quarto era incomprensibile. e anche su questo fondo sottomarino la corrente incide il suo corso: anco ra per due o tre chilometri la corrente del fiume dura fluendo su un letto sotto marino. L'Isola Sacra. In mezzo alle acque stesse. sentendo parlar e la mia ostessa. sono come gallerie praticabili e sottopassaggi contro il vento e il caldo. la vela pare un drappo antico. del provvisorio. parole france si. a cinque o dieci metri di profondità. cercano lungamente il mare.di terra su cui posano. Anche i bragozzi a vela che corrono lungo il canale di Comacchio sul filo della corrente e del vento non sono molto diversi dai prim i modelli di navigazione: son appena un guscio. Quando alla fine raggiungono il mare. Un altro particolare. Tutta l'opera dell'uomo per questa vasta distesa consiste nel rend erla praticabile da un punto all'altro. A Comacchio. Ma che cosa non rappresentavano le foci dei fiumi. le sue parole erano di tremila anni. Uomini e donne lavorano alla terra emersa negli ultimi due o tremila anni. fa rilevare la prua che vi guarda in facc . la sabbia accumulata negli ultimi s ecoli. nella sabbia. come dimostrò ai geologi un cimitero di os sa trovato in quella confluenza. c 'era molto passato del luogo. si rifugiarono e mor irono all'incontro fra Tevere e Aniene.

il bosco si animava d'una vita primitiva e spensierata. gli occhi dell'ostessa. svoltano. Le barche dei t raghetti più lontani erano abbandonate nell'acqua battuta dalla pioggia a scrosci. vi ve ngono incontro e poi si rigirano. ci guidò pel bosco della Mesola. a una svolta. tutti fissi in questa sospensione di moto. Poi. uno degli spettacoli più curiosi del mond o. alla Pila. Dalle case solitarie qua e là sui fossi. sconfinata. le donne dietro i vetri della stanza a terreno. non si scorge l'acqua ma il verde dei canneti e dei campi. e sembra di navigare su un'isola. agli sbocchi dei canali. e una piattaforma asciutta di mattoni. tutta un'atmosfera di fumo e di cibo. Nell'intrico delle acque il paesaggio lagunare diventava lontano. sono lontane. finché trovammo un ragazzo che. Andando ver so l'intrico delle foci. l'umid ità penetrava dovunque. nella prateria. a mano a mano che il cielo si rasserenava. le vele si rigirano. I GRANDI SCENARI DI MANTOVA A Mantova fu l'osteria. ci si accorge che queste vele percorrono un canale. si fermava davanti a un banco di sabbi a e faceva un lungo giro che bisognava seguire per gli acquitrini e i ponticelli buttati tra fosso e fosso. si scoprì nel grigio folgorante l 'abbazia di Pomposa. bigia. umide e aggrondate. pare. che era un'aia e che si trovava a distanze ricorrenti. covavamo il tepore d el respiro e del sangue. parevano prodi giose conquiste dell'uomo. Nell'ar ia freddosa sembrava di trovarsi in un fondiglio umido sotto il livello della te rra. verde. una chiatta porta all'altra riva le macchine.ia come un cigno navigante. e solo più tardi. Scendeva la sera. vengono avanti in volo. aranci one e oro. Tutta la distesa è per un tratto questo falotico rigi rarsi di vele incappucciate. la stalla. i discorsi dei cacciato ri. Erano presso di noi le chiatte con le loro cerate affungate. dagli stagni. di deserti salati e di boschi favolosi dove i daini sp iavano puliti e teneri tra gli alberi grondanti. correndo sui piedi di fumo. allontanatesi uggiolando il temporale. lontano da casa. avvertivamo il caldo della nostra vita. sulla distesa rasata della terra. gli uomini ancora in sella. si allontanano. e un tronco d'albero scheggiato dall'accetta. La macchina slittava nel fango attaccaticcio. ci toccava an dare a zig zag per non ribaltarsi nei fossi coperti di muffa e di vegetazione a fior d'acqua. Donne e b imbe sbucavano dal bosco portando chissà a chi il pranzo legato in una salvietta. il pollaio. Su un campo grigio e appena rasciutto dalla melma salmastra. con tante creature. Correvo per un sentiero. a Tolle. e nell'umidità. era tutto il senso della vita. e nel mezzo degli stagni. con un timone enorme manovr ato da un uomo piccolissimo. Pareva a cento passi. le case attorniate dai canni cci delle riserve di pesca sparivano tra l'opaco grigiore della pioggia. dal mare. come lassù. qualcun o ci accennava di lontano la strada. Da vicino mostrano il loro d isegno a spicchio di luna. Dai foss i saltavano ragazzi e bimbe. coi vestiti a ttaccati dalla pioggia. l'acqua cop riva tutto come un velario. Ravvolgendo il loro m antello di vecchia porpora. si trovavano da miglio a miglio case coloniche. dietro. alto a prua come a poppa. non più che figure incappucciate. si sono presentate le grandi vele latine. fino a Goro. dal canale. dove il Po nasce. e il forno. e inv ece il fiume stagnava pigro a una svolta. Al traghetto. di stagni. cercando la foce del fiume. La contrada è delle più piovose. gl i asini. e laggiù una fil a di pini si rifletteva su un'altra riva immobile. e tra il luccichio dell'acqua che si apriva un varco nel la duna sentii l'imperturbabile scrollo del mare. mucchi di grosse angurie prospe ravano come un primo getto della terra. le biciclette. Da canale a canale. sulle onde v erdi e teatrali dell'Adriatico. di tavole sconnesse e di tronchi d'albero. come giganti ammantellati. sotto i mantelli. dal nembo. si girano. Ai lati del canale si stende la laguna che è colore ro sa. In quel caos di acque. la pista sabbiosa interrava le ruote dell'auto. il conduttore al volano. Su questo verd e si affacciano grandi vele. al riparo d'un padiglione di canne e di vimini. poi pio vve a scrosci. il vino. e sul limite dell'orizzonte una vela grandissima r icorda i mulini a vento delle pianure rasate della Prussia. Dietro l'abbazia di Pomposa i paesi agricoli levavano trionfanti sull'immensità tortuosa i loro campanili e i s ilos. al Monviso. raso terra. sono le chiatte e i caicchi ch e vengono su dal mare infilando gl'invisibili canali. e tra questo eterno popolo i discorsi . e ci trovammo su una chiatta.

dei sogni antichi abbandonati. un sentimento delle cose che finiscono. ma a Mantova in mod o chiarissimo. fa l'arte e la guerra. come se non foste uscito mai dall'infanzia. Nell'al to dei loro occhi svegli. dove f . La prese nza della donna e in quella veste e figura dà l'impressione di trovarsi in una soc ietà di tipo antico. Anche tra i Gonzaga l'elemento maggiore fu Isabella. Si potrebbe compilare un'antologia di città abbandonate.eterni sul teatro dell'opera. invidia d elle donne del suo tempo. intorno a sé. Esiste proprio una scissione fra modernità e popolo. che dopo di lui ciascuno ha veduto. In un ambiente siffatto tutto quello che è civile acqui sta un tono più grande. di fontane ingrommate. di cui si conosceva perfino il numero delle camicie (d uecento). Ques to è un lato del popolo che a Mantova mi colpì subito. a Tarquinia e ad Assisi. L'uomo ha pensieri. che non avendo altra epopea da vivere ne vissero una amo rosa. nelle regioni vicine a questa. quella febbre che aveva preso gli scrittori di pochi anni prima della guerra con le pallide eroine agguantisi in luoghi dello stesso tipo. erano le regolatrici. che è la stessa dove il popolo esiste ancora nella sua espressi one originale. ha il suo regno accanto a quello dell'uomo. gioca e fu ma. io sott o gli occhi dell'ostessa mi sentivo quasi al riparo. al sommo di questa espressione civile. la cuoca affacciandosi dalla cucina. Si ritrova nella letteratura italiana. questo stesso sentimento è penetrato nelle letterature degli a ltri paesi. Fu un tema caratteristico della nostra letteratura ne gli ultimi anni. di palazzi polverosi. da d'Annunzio in poi. quella parlata lu nga da cui le cose e i pensieri escono con un color familiare. e chi entrava a chiedere un bicchier di vino. Qui si trovano le forti donne coi forti pensieri. indebitata per l'eleganza e la vita ornata e insieme caritat evole. oggi le passioni rotondamente cantate e i grandi cavalier i dell'umanità. denso. lotte. fantasia. castelli e palazzi. a Cipro e a Micene. sono riportati su un terreno facile e senza stupore. deperiscono. Per un pezzo rimasi ad ascoltare i discorsi di quest'osteria. in Inghilterra come in Francia. s'impiccioliscono più che ingrandire. il quale è rimas to all'arte antica dove le passioni non erano importanti se non grandemente viss ute. quelle cui spettava l'ordine e la vita pratica. aspro. inquietudini. di poca forza: un gran de umor della terra. e tra questi scenari crollati si riflettono negli specchi opachi eroi ed eroin e destati fra i furori. Del resto. si consumano. i principi col popolo. È un lato caratteri stico di quegli scrittori svegliati dalle trombe garibaldine e ritrovatisi poi t ra le tombe. padrone e spose. e ognuno che cap itasse nella sala. Ben più. e quando sentii che in quell'osteri a si parlava di teatro d'opera mi parve la cosa più naturale del mondo. ai quali partecipavan o l'ostessa dal suo banco. m'incantava: amante delle arti e insieme pratica. È lo stesso dappertutto dove c'è popolo in Italia. Proprio in virtù di queste differenze il mondo degli uomini appare forte e vivo. E tutto a Mantova parla un grande linguaggio. Ed ecco una delle fonti più cospicue di tale ispirazione: Mantova. torri. il crollo dei grandi scenari. A ritrova re questa città si ritrova un'epoca di letteratura. quel sentimento sepolcrale delle cose. queste donne hanno l'ordine e la responsabilità. Il dialetto che si parlava là dentro somigliava all'emiliano. è ancora quella che vi ha tenuto sulle ginocchia. quelle che capiscono l'uomo e a guardarvi vi fanno rico rdare della maternità sovrana. il vino che è com e una linfa vivificatrice dei luoghi bassi. non avevo veduto in fronte a non so quante osterie e trattorie l'immagine di Ga ribaldi a cavallo col suo mantello svolazzante? Opera ed eroi mi apparvero l'esp ressione sopravvissuta dell'ispirazione popolare. le donne virili. e mi ricordai della forza del le donne del popolo come di una storia di matriarcato. d ei grandi scenari deserti: un sentimento dominante di d'Annunzio. Ma Isabella. nella stessa confidenza che avevo provato altrove. e non in un mondo sfatto dove diventa nemica armata di inquietudini romantiche. La donna nelle società semplici è sempre una virago. è suo il diritto alle cose alte e all'ozio. fu un modo di vedere le cose passate . di gi ardini intristiti. di labirinti smessi. d'un popolo che intorno a sé non vedeva se non la morte dei grandi sogni. la creazione è sua. Mantova è scritta tutta a caratteri maiuscoli. nella Romagna e nel Venet o. le passioni m aiuscole cui si scaldano i cuori degli uomini raccolti insieme dall'inverno. Qui esse guardavano i lor o uomini quasi come ragazzi. che faceva collezione di vestiti e mandava le trote agli amici. e preoccupata di rendere giusti. Una volta furono le favole dei paladini e dei santi. con le sue passioni grandi e sonore.

e ugualmente stanze di passaggio. e i vicoli stessi in un bellissimo ordin e. sono cinquecento stanze la Reggia. dove la fantasia legge una storia senza immagini e senza parole precise. il termosifone. Mantova è un punto importante. tra una facciat a di terracotta e un muro scabro. ma non c'è un sol o appartamento. E tutto quel giorno. e questo mi ripo rtava ancora nell'acqua. con una delle più belle piazze che sia dato ved ere in Italia. Una reggia così vasta che divenne spesso. il ponte che dal Castello di C orte traversa l'allagamento del Mincio. come un elemento vivo in lotta con la grandiosità dell'acqua. tanto c he Isabella abitò stanze dal soffitto più basso. da meraviglia a meraviglia: la spiegazione di tante cose. che era una specie di casa di campagna dove si andava a passare un'ora tra le stanze decorate e i giardini. Ma tra il Pal azzo del Te. la pioggia suonava interminabile. detta del Paradiso perché di là si vede la pianura. i cicli sti che scivolano via sotto la pioggia sottile nei loro mantelli. M a a uscire. e vi dovette fare sempre freddo. e tutto è fatto per la rappresentazione. Il mercato con le osterie intorno è vegliato dalla figura di Virgilio in un bassorilievo medievale. Era come un grande umore che mi copriva e mi lavava. dico una gran dezza di passioni umane. che è un padiglione e un chiosco gigantesco. Vecchi muri ciechi di tutta Italia. quasi a una presenza sottile al modo stesso dell'aria. e sembrava di stare al riparo. piazze. specialmente con quel vino nero. non furono grandi principi se non per il fasto e l'ornatezza delle loro corti. vi fa un gran freddo. Il battere delle mantelline dei ciclisti era come l'ombra d'un'ala. Lo dovettero di ventare anche queste cinquecento stanze della Reggia di Mantova. Di questo castello ricordavo un cortile dove l'umidità ha messo una fungosità verde e rasata come il verderame. rivestite di legni preziosi e intar siati. questo muro di Mantova è uno dei più belli. gli alberi lontani annuvola . Nella chiesa le candele accese e le donne oranti facevano un calore piacevole. la Piazza delle Erbe. come in certi piccoli appartamenti moderni dove tutte l e stanze sono salotti e la sera divengono tutte stanze da letto. bello quanto una striscia istoriat a da qualche grande scultore. a quanto mi pare. La città comunale è pressappoco tutta qui. una caserma. Mantova fu prima una città comunale. si ritrova il più straordinario sogno di grandezza che sia dato osservare. tra una torre e un palazzo. Qui. una sola camera che si possano chiudere a chiave. e la Reggia. con la sua barriera sulle acque. pareva aver dato una piega a un cornicione come d'un foglio accartocciato. Per chi voglia dire di conoscere l'Italia. seduto a un banco. ch e cos'era stato! Un vagare di sorpresa in sorpresa. Mantova è il più importante di cotesti luoghi. con un se guito di mille signori. Ma ne aveva una con le finestre sul Min cio. sentivo correre fresche sorgenti e fontane. la capitale d'un'in tera letteratura. dormivo come sotto il velo d'un'acqua corrente come accade in certe dissolvenze del cinema. castelli. un capolavoro del t empo e della natura. il bottone del campanello. palazzi. i riflessi dell'acqua. l 'acqua calda e fredda nella bacinella di porcellana. sulla facciata della chiesa di San Pietro. Mantova è un mondo. Che gran sonno in quella straordin aria città. monumenti. mi parevano miraggi. Mi ricordavo che una macchi a d'umido. e la presenza nera del castello co i piedi nell'acqua alle mie spalle. la distesa ind istinta della pianura. il Virgilio delle comari e degli agricoltori.ossero le grandi cose finite. gli scenari d'una grandezza passata. fino al 1917 che vide là dentro accantonati un reggimento inglese e uno francese i quali vi accesero anche dei bei falò per scaldarsi sotto le ampie volte decorate. A tratti. andando a dormire in un albergo. dominati la notte da un lampione scialbo. nel sonno. per esempio le sere che vi passò Lodovico il Moro in visita presso la sorella Isabella. Sono quattordici grandi sale nel Palazzo del Te . Gli eroi in giacchetta nera vivevano le rovine come una droga eccitante. in cui il caso ha il rigore d'una logica. che svolge il suo libr o: è il Virgilio che non ha ancora imbracciato la tromba epica. acqua e cielo. e in quell'o mbra luccicante che confondeva terra. nella sua storia . E sentivo di d ormire sulla pianura distesa. E quale grandezza poi? I Gonzaga. Sì. come se dormissi in terra. mi stupii di trovarvi una stanza bianca. E non mi usciv a di mente quell'ora serale al ponte San Giorgio. di questi vecchi muri compatti e nudi su cui l 'azione del tempo ha descritto un lavoro suo. A momenti tutte le architetture che avevo visto il giorno .

sono un ca rattere imperioso della vita antica. Poi il fitto grandinare dei tagliapietre. ognuno si trovò quasi in una remota abitudine. di questa partico lare conformazione in cui gli uomini facevano scena e bersaglio solo a camminare per una strada di città antica. SENTIMENTO CIVILE DI BERGAMO A Bergamo s'arrivò in un treno gremito. e sentivo soltanto una chitarra in qualche stanza chiusa o in qualche corte. Sono suoi. quadri e statue. così freddo e corretto a Roma. delle loro pa role. Giulio Romano. dalla porta d'una chiesa. Le città alte e antiche hanno una logica tutta loro: i dislivelli della loro st ruttura. furono apparizioni curiose. Quella mattina di Bergamo è una delle mie più belle. e un passante o un gruppo di persone in fondo a una strada acquistano una evidenza straordinaria e ricordano all'improvviso altra vita. penetrata in un palagio in festa. tutto questo non è più vivo e non è neppur morto. e i suoi mutamenti a seconda dei luoghi che si scelse come abitazione. e ci si domanda a quali sogni servirono questi i mmensi scenari. C'era un suono d'organo in qual che chiesa. che nell'intrico delle strade e dei vicoli dileguava mentre lo cerca vo. le acque che circondano quasi il castello. Ci ritrovammo in folla alla funicolare della Città Alta. quelli che passavano sulla strada. tutto quello che avevamo lasciato di ansie e affari alle nostre spalle sembrò il fatto d'una vita doppia e d'un atteggiamento. nel Palazzo del Te. in cui la luce d'un'alba. la Sala delle C ariatidi. che pare or dell'uno or dell'altra. occupava i nostri pensieri. No. rumore di un nuovo lavoro in una città . le vuote e spoglie sale. È vero che a Roma non si trova neppure il sentimento di uno splendore così de serto. i cavalli di Apollo che vi galoppano addosso da qualunque parte li osserviate. in una vita lenta e addolcita. perché tutto questo svanisse d'incanto. dei Papi. come dice la guida. musiche. che trasformò anche la cappella in camera da bagno". e a momenti costu mi d'un tempo quale si addensava ancora fra colonna e colonna e fra torre e torr e. balli. da cui le invasioni hanno asportato mobili e arazzi. obbligando a un modo d'essere tutto diverso da quello nostro quotidiano nelle città sulle aperte pianure. donne e uomin i. le prospettive ch'esse creano. la Sala degli Arazzi. in cui non par di vedere altro che uomini spazzati via d'incanto con tutt i i loro costumi.ti. che parevano non aver più fretta. nobili ed eleganti. vi portò un a sua retorica. ci smarriamo nei meandri della cittadina antica. Le impressioni meccani che della vita quotidiana. un malinconicamente bel paradiso. e le loro smorfie di orrore sono convenzional i ed educate come per darsi un contegno di fronte al pubblico degli eleganti vis itatori. È vero. gli affreschi dei gig anti in cui crollano montagne e massi su certe figure ciclopiche che non riescon o tuttavia a mostrarsi spaventate. Amore e Psiche che si baciano e hanno un s olo naso in comune. scesi nella pianura del Po. a ogni soffitto e a ogni svolt a i giuochi delle prospettive vi attraggono: una croce che mentre si cammina par e allungare le braccia da ogni parte. sono una delle curiosità del mondo. Si cammina e si cammina. È proprio un altro mo ndo. E qu esti cavalli affrescati alle pareti. che son servite da bivacco a tutti gli eserciti stranieri. dei Duchi. quasi non bastasse. Si capisce la differenza fra vita antica e vita moderna solo a tener conto di queste cose. ma bastò che si scendesse tutti alla piazza del Mercato delle Scarpe. senza lasciar traccia: risuonano ancora di loro. che a Roma non si trova nulla di simile. che dominano tutta una stanza. Fino a che in una stanza grandiosa e nuda. le vicende delle loro strade. c'è d a rifare tutto il cammino percorso dalla civiltà. e si entrass e nell'aria della città medievale. Basta poco perché s'abbia l'impressione d'un'apparizione. le ore di tut te le chiese parvero lunghe. i Gonzaga non erano grandi. sul filo di queste impressioni. non rivela altro che spett ri in tutti i convitati. tutta questa rappresentanza di sale che si percorrono oggi con u na guida per non perdersi. tutte persone indaffarate con le loro bors e. le officine della pianura lombarda. amic i e nemici. altri costumi. un letto coperto. e mi ricorda una pagina del Romanticismo. e dall'arco d'un por tico. il movimento di M ilano di cui eravamo ancora una lontana vibrazione. la Sala da Ballo. dello Zodiaco. A ripensarci. Folla della città. Fu il sogno più spropositato del Rinascime nto e. come se raccontando le storie della corte pontificia le amplific asse fino alla chiacchiera. E la guida vi di ce: "Qui dormì Napoleone. un letto da campo del Settecento è il solo mob ile che abbiate incontrato in quella passeggiata interminabile.

il più antico palazzo comun ale d'Italia. la sua facoltà di tramandar . imbracato nette armature. e le porte verdi. come dicono. o con le croci grandi sproporzionate. il modo d'i ncurvarsi delle strade. i putti roman tici sembrano feticci di un'arte elementare con le ossessioni medievali del diav olo. che fu un punto estremo della penisola. al modo stesso delle fedi che splendono maggiormente ai margini delle loro comunità. In un trionfo così t otale delle sembianze umane e divine. con la scala esterna larga come un invit o al popolo che ascendeva. e come la fine di una resistenza. ed erano i prodigi dell'arte. con le statue dei santi sui campanili. Qua e là le chiese vicine e lontane. come ora ne risuonano le più vecchie città d'Italia quasi si ri fondassero: erano gli operai al Palazzo della Ragione. una cosa ancora intendevano. una traduzione per genti lontane che non si preoccup ano degli scandali di Corte e che nella distanza loro hanno posto tutto nel mede simo olimpo. anc he la religione tenesse più fortificate le sue posizioni. Così è la romanità di Bergamo. come se avesse superato in se stessa la natura. ricordi di Venezia e richiami di Firenze. nel luogo di un'antica difesa. Ed è questo lo stesso impulso d'un Colleoni che. quando andai a far colazione in una trattoria dal vecchio nome. le grate e i cancelli che non si aprono da tempo. in questo labirinto di pensieri di ieri.anticamente fondata. le sfingi della fontana nel mezzo della piazza hanno facce di gatto. in una luce immobile e in un riposo di vecchio albergo. questa si most rasse coi più accesi colori. polenta con gli uccelli". si appr opriò la sagrestia della chiesa di Santa Maria Maggiore per erigervi il suo monume nto funebre. in cui vivono tutti insieme putti e sirene . e sono donne uscite da una fantasia che le accomunava con le belve. Un numero enorme di appa renze scolpite e dipinte occupa breve spazio. di amore e di culto della potenza e dell'unità civile. sempre le stesse come se anche per le piante esistesse un'epoca e uno stile. che avevano smarrito l'unità romana. e la s critta cubitale d'un'officina è sepolta come una lapide tra i ricami delle verzure . cui il solo f atto d'essere stati reggitori dell'Impero del mondo dava diritto a una specie di santità. Siamo allo sbocco delle valli per cui scesero le invasioni. gli atri raccolti col sentimento d'una vecchia pace. con le scritte Divus Julius e Divus Traianus. e gli uccelletti infilati in uno stecco in mo do da stare in fila ad ali aperte sulla nuvoletta della polenta sembravano canta re anch'essi lietamente l'osanna di tutta la scultura animata di Bergamo alta. Rinascimento con puri accenti e Comune dotato d i forza gigantesca. e oggi clericalism o settentrionale. È la romanità al suo stato di favola e di potenza. il gatto venuto a miagolarmi attorno mi sembrò una di quelle sfingi della fontana della piazza. di Berg amo. Vi si avvicendano popolo e intelligenza esa tta. È la romanità come visse n el Rinascimento. ed è naturale che dove c'è un'a ltura dominante il piano si sia soffermato l'etrusco. le pia nte che si affacciano dai vecchi giardini. i cortili. tutte verdi. Da queste cose la campagna acquista un color nuovo. Forse queste genti lontane. il cordone rosso d'un campanello sulla targhetta di smalto d'un professionista. dialetto e alto linguaggio. streghe e visi di Cesari. E poi. con le tele luttuose dei ragni. Ma poi fu romana e venezia na. Qui la romanità vive nella facciata della cappella Colleoni dove i bassorilievi portano Cesari coronati e s antificati. Una forte e rigogliosa pianura in cu i le colonne di fumo delle fabbriche reggono la volta nebbiosa del cielo. l'im provviso aprirsi di terrazze sulla pianura. Degli Etruschi non v'è che la memoria topografica. i passi di qualcuno sulla strada opposta che si dilungan o come in una chiesa. le sfingi ornamentali e i simboli scolpiti in pietra più dura per le arcate del Palazzo della Ragione. Il nucleo d'una città antica è come una strofe che si rifà a memoria. Una tradizione dice che Bergamo fosse prima etrusca. E poi il crepitio d 'un girarrosto che faceva spiccare il cartello d'una trattoria: "Specialità bergam asche. virtù teologali e peccati mortali. quella stessa che poi uscì a Mantova dal pennello del Mantegna ch e non si peritava di raffigurare come divini anche Ottone e Galba. formano uno spettacolo che vi fa pensare d'esser e alle porte d'una civiltà. come se in questo. ai confini d'una civiltà. ma dei Romani e del Rinasci mento rimane un estremo brillare come se. i suoi aspetti sono fissi nel nostro spirito che vi si orienta quasi istintivamente: i lunghi muri che circondano un giardino e fanno di fronte al palazzo architettonico un aspetto immutabile d'un'armonia conosciuta. e a un tratto non vi sono per la città altri rumori se non i due passi che s'inseguono.

Lentamente. ma i colori festosi dei dipinti delle sue chiese. e quindi verso una forma di vita apparentemen te gelosa. trasformazione. una forma di cointeressenza. timorosa. di altre regioni. È. le lotte per la vita. una delle mescolanze più istruttive. acquistano un senso che supera le necessità elementari. Una città industriale ha magnati e lavoratori. un cost ume. poiché tutto è movimento. è uno schema più elastico ma anche più antico di vita sociale. il punto in cui l'arte italiana si fonde coi temi venuti dal settentrione. ha scarsi elementi tecnici e porta in sé nuclei in perpetuo movimento e trasformazio ne. un modo d'essere. Qui le r iforme. Una città commerciale ha una diversa complessità. Città come coteste sono il centro più forte della borghesia. in cui i bisogni creano l'organismo e l'organismo i bisogni. la capacità di espandersi e di riprodursi. dove il grigio e l'azzurro d i Venezia salgono dagli affreschi scoloriti con una nettezza di colori d'alta mo ntagna. Ma non è vero. attaccati alle mode delle merci di maggior consumo. gli sforzi collettivi. Non s o se questo sia giustificato dalla storia in particolare di Bergamo. Di questo la nostra civiltà ha più di un esemplare impressionante: è una massa disposta verticalmente. ai bisogni di una giorna ta e d'una stagione. Questo fu l'ultimo appello italiano alla gloria anche quando mancò una vera grandezza. Una città i ndustriale suppone un'espansione nazionale e mondiale. è una r epubblica di tecnici in cui le classi non sono che specializzazioni e differenzi azioni di attitudini al lavoro. verso un assetto borghese tendo no tutte le partì che le compongono. Tenebra e luce. la cui efficenza è in rapporto diretto con tale aumento. e un sentimento di altre terre. e l'estrema grandezza e gloria dei monumenti. per le case che gu ardano dall'alto del colle. con una serie di azion i e reazioni di cui si può difficilmente stabilire la natura e il ritmo. che impercettibilmente muta da luogo a luogo. dove batte il sole le finestre coi fiori. ma il mezzo attraverso cui la società conquista la sua pie na espressione. Esistono città che sono empori nazionali e mondiali. le conquiste del benessere. hanno dell'ideale popolare e d ella rimembranza di arti che si aprono sotto cieli più felici. primi voli verso la classicità del Rinascimento. Questo secondo modo d'essere. il denaro diviene un mezzo vitale che ne sostituisce ogni altro. E anche il paesag gio veduto dai punti più alti è la stessa cosa: il castello di Venezia ha il colore aggrondato che si trova fino agli estremi limiti del dominio veneziano in Orient e. I colori delle volte e delle lunette sono tra le cose che si ricordano d i Bergamo come se si fosse visitato un paesaggio. la pianura con la sua verde abbondanza più sotto e. e più sotto risponde la natura con la sua conformazione diversa. le rivoluzioni politiche e artistiche. di esprimersi. e lo stes so denaro ha una spinta che in altre società ebbero idee e ideali. in cui il produtt ore è ugualmente consumatore. U n fatto è certo: il primo monumento del Rinascimento lombardo è a Bergamo. ma qui ho s entito un punto di confluenza di molte ispirazioni. capitani e soldati. . le guerre trovano i loro naturali fautori. porta in sé tutte le spinte verso l'ascensione. nella creazione di bisogni compl essi: questo è il terreno più adatto alla formazione di quella moderna borghesia che solo in apparenza è materialista ma è pur capace di slanci e di vibrazioni morali a ltissimi. med ioevo pesante e gigantesco. il modello naturale di quell' economia vagheggiata da Ford nell'assetto delle sue fabbriche. una città commerciale vive già della continua ascesa dei suoi bisogni e della capacità di consumo dei suoi stes si abitanti. LE ORE AMBROSIANE Si parla di Milano in Italia in vari modi ma una cosa è certa: che le parole Milan o e milanese indicano. sono i caratteri della Città Alta. il loro potere è in una serie di sforzi concordi. un'aria di frontiera dell'ar te. e quelli can cellati dal tempo sulle facciate di alcuni edifizi. poco amante del rischio e delle novità. e dove la popolazione stessa è prima di tutto produttrice e consumatrice dei prodot ti stessi. una vigna giù pe r il colle. E non soltanto il popolo enorme di figure adunate in tanto breve spazio fa impre ssione a Bergamo. che hanno veduto moltiplicar si la loro popolazione. In città come queste vivono grandi nuclei collettivi. i giardini con una vegetazione che diresti meridiona le. un concetto. Di questo tipo è Milano. non è più il cosiddetto vile denaro. questa. più che un'immagine. e ve ne sono cresciute i ntorno a nuclei formatisi per diverse combinazioni.e la storia ai posteri. forma città dall'aspetto particolare. in cui l'uno regge l'altro e tutti insieme si tengono in equilibr io.

nei felici paesi degli scarsi bisogni. quanto. Chi è entrato nelle loro grazie sa rà sempre poi salutato al suo passaggio. quando le danno. dalla Sicilia al Veneto. Ma accettandovi una volta si ricorderà sempre di voi. Ma a scendervi da B erlino. I personaggi della sua vita si possono contare a decenni di esistenza e di voga. s i riconosce quel colore tutto speciale di Milano di cui gli stranieri parlano co n una viva impressione delle differenze. conquista.Si pensi a quello che fu l'Olanda del Cinque e Seicento. gli uomini in questo clima si orientano: sarà che le cose parlano un linguaggio rudim entale. Senza queste qualità fondamentali non si spiegherebbe la formazione di Mi lano e la sua espressione quotidiana. mercantile. bisogna dire che questo paese. Il fatto è questo: arrivando da qualsiasi regione. e m i pare che non si potrebbe trovare a questa città un più adatto paragone. amore delle arti. io credo. in brev'ora persone e modi declinano. Una raccolta simile di gente vi ha creato strade come il Corso B uenos Aires. la naturalezza. una delle più caratteristiche d'Italia e dell'Europa intera. Vi hanno acquistato anzi le stesse doti di entusiasmo. arte. Si affida facilmente e lascia fare a coloro che ha scelto per guide. a ffaristica. della costanza. qui entra in un ordine e in una disciplina. costume divengono effimeri. da ogni diversa formazione. una vera assemblea popolare italiana: è il popolo italiano in una delle sue invenzioni più a perte. Se poi v'è qualcosa di falso nel gusto che generalmente è detto milanese. La memoria corta è propria delle collettività moderne. di piacere di vivere e di agire. facile a tutti: benessere. sotto un'apparente brutalità. ha conservato agli uomini i doni della semplicità e il co lore d'una vita naturale e senza ipocrisie. superamento dei bisogni. piaciuto l oro da giovane. Ultimamente. pur ponendo questa città fra quelle della media Europa. e sono la semplicità. Di Milano. e volentie ri diviene un atomo del grande aggregato collettivo. certi nomi fra di loro divengono addiritt ura magici. e quella. e con qu este il vecchio scetticismo italiano ha un punto in comune. ne costituiscono ormai il fondo. sa rà che questa vita. e tutte queste divers e qualità non vi si trovano per nulla isolate. e gente che nel suo paese ha il lavo ro nel conto d'una condanna. un concetto. la credulità. dell a vita ornata. o ne davano fin o a ieri. ed è il solo aspetto che l'assomigli a ai paesi materialisti. per esempio. e significa che dall'Ottocento restò in questa città un sens o uguale e continuo. È un paese che conosce il significat o del lavoro. onorato e ricordato da vecchio. la sua fedeltà e la sua memoria lunga. un colore probabilmente sopravvissuto a un assetto di socie tà quale fu quello della borghesia dei Comuni. senso antico e familiare della vita. Lo stesso colore lo ritrovo oggi. più curioso. e cioè da città commerciali moderne. lotta. si scorgono i caratteri. e da quella che aspira a un assetto borghese. un mito. dovendo provvedere a certi lavori pel teatro della Scala. È questo il carattere più crudele delle civiltà moderne. e perfino d'una certa gloria e d'una certa nobiltà di discendenza. l'Olanda commerciale. pel loro culto delle conquiste umane individuali. i m ilanesi si sono ricordati di un loro artista credo più che settantenne. gusto. proprio questo è un carattere notevole: essa apre a ognuno il senso della sua vita. e se le civiltà d'oggi danno. Migliaia di persone d'ogni parte d'Italia. La differenza è tutta qui: Milano conserva in grado eminente alcune qualità che paio no fuggite alle società moderne. È difficile arrivare a queste conclus ioni venendo a Milano dalle città nostre dell'Italia centrale. della durata. e non tanto pel valore che essi vi annettono. E questo sentimento della c ollettività è un altro carattere tipico di tale società. ultimi balua rdi dell'antica saggezza. altrettanto facilmente si disfano dei loro prediletti di una stagione. di costituire il pubblico più attento. Ho parlato di fedeltà. è difficile entrare nei s uoi gusti e nelle sue abitudini. se qualche volta alcune lotte artistiche e letterarie e sin politiche in Italia hanno assu nto un carattere di netta opposizione a Milano. Questo riferimento l'ho trovato in germe nelle pagine di Stendhal su Milano. spinta in avanti e culto delle forme di vita proprie senza infatuazioni di sorta. più disposto ad ammirare e a fare da spettatore. Dato per certo che sia costituita dalla società più borghese e più posata. ricchezza. l a fedeltà. gloria e fortuna e ricchezza improvvise. e si pensi all'immagine che ce ne viene da Rembrandt o d a Hals. invidiabilissima. a . ma alla fine il lavoro stesso è divent ato un termine sacro.

i lavoratori a squadre spuntano all'improvviso sul selciato d 'acciaio. vi sorg ono qualche volta i campioni dell'architettura più appariscente accanto a un negoz io che ricorda i vini di un paese lontano. Vi si trovano ancora gli ombrelli larghi e colorati dei contadini. È qui che la città si dip inge del colore festoso delle prime conquiste. quella del primo nucleo. del govern o intellettuale che ha avuto per qualche tempo. le mille fami glie che vi abitano come in un chiostro. deserto. proclama le qualità d'un cosmetico. Qui c'è ancora una forte tristezza. È una strada come ve ne sono in vicinanza dei grandi porti. nell'atto in cui è passata. sta alta nel cielo brumoso. Tali oggetti sono qui spaesati da un borgo lontano: vi si può studiare la moda che passa. dove la facciata d'un cinema si può dipinger e tutta d'una vernice rossa con una corona regale e uno scettro d'argento. dove i negozi ridono già alle prime illusioni del lusso e del benessere. sensibile a tutte le correnti nuove che traversano il mondo dell'Europa contine ntale. Accanto alla cascin a sorge la casa nuova della città che si allarga. ha avuto spesso dei cattivi servigi dagli organi che dovevano guidare la sua grande curiosità e la sua grandissima capacità di acquisto. e vi confluiscono le strade d'una be n più remota Milano. grigio. La via del ventre della cit tà. diventano un esercito. come l'idolo d'u n nuovo fanatismo. sono come i forieri dell'alba. i suoi maestri spirituali. E basta un angolo sopravvissuto.perto a tutte le suggestioni moderne. della prima chiesa ambrosiana. la via della vecchia Milano. come d'una delle quotidiane meraviglie della città. di vecchia città. Alcuni neg ozi vi acquistano un colore di vecchie botteghe di provincia. si dissolve lontano nella nebbi a della periferia. O i lattai mattutini. e vi si trovano ancora le più ingenue insegne. i modelli d egli stivaletti delle massaie di provincia. dei p alazzi storici. co me se Porta Venezia non si schiudesse pochi metri più oltre sul centro di una città curiosa e febbrile. i suoi informatori. di quelli che costituiscono il fondo della cit tà da qualche centinaio d'anni. fu un bene talvolta usato improvvidamente. perché si rammemorino lunghe storie lo ntane e s'animino scene del più bel romanticismo italiano. un po' romanticamente borghese. e si pensi che se mausolei e sarcofaghi di tipo equivoco in festano la sua edilizia moderna. quelli dove una trovata ingegnos a nella distribuzione e nell'organizzazione delle vendite fa parlare le famiglie la sera al desco. questo è un aspetto della sua credulità. sulla via profonda. Ma dall'altra parte esiste l'altro polo: Via Torino. questi s ono stati impari al popolo che dovevano guidare e si sono preoccupati spesso più d i servirlo che di interpretarlo. e i pali della energia elettrica vi mettono i loro fiori di porcellana. Le cose del mondo grande vi hanno una strana risonanza. Spesso. è la profonda dimensione della vita urban a dove si ritrovano fatalmente le regioni sbarcate da poco nella città. la via degli inurbati da tempo. e vi spuntano anche i primi desideri degli agi. i cartelli di pubblicità vi parlano un nuovo linguaggio. quando dalla periferia al centro è tutto uguale colore e un medesimo . raffigurata in un cartello alto qualche metro. coi tappeti "vera imitazione". Si osservi come proprio Milano ebbe fra le città italiane i primi esemplari di un'architettura e d'una decorazione moderne perfin o nei bar e nei caffè. Una donna. Sorgono qui le vecchie chiese d'una vecchia devozione. il sapore del lavoro che comincia. una dura speranza della vi ta. Il Corso Buenos Aires all'alba. come agavi meccaniche. i maga zzini che seguono la moda di quelli del centro. Il prestigio di cui hanno goduto certi organismi della sua vita pubblica. e per essi il tr anvai ancora notturno col suo lume scialbo intona il primo inno. La periferia di Milano ha un modo di comporsi tutto proprio. come se gli anni passassero inutilmen te. o il grigio colore dei portici del Duomo la mattina. i balc oni lunghi che nell'interno formano il passaggio da porta a porta. Più oltre è la campagna in disord ine come se presentisse l'arrivo dei nuovi sconvolgimenti per le nuove fondament a. i cibi speciali di una regione remota . un po' operisti co. la vita di ques ta strada s'apre profonda e misteriosa con le sue case dalle ampie corti. della conquista che si rinnova. l'osteria ancora rustica sul Nav iglio grigio parla di pace e di rifugio domenicale. un cancello che separi dal movi mento una chiesetta appiattata fra le case. grande emporio di libri e di opere d'arte. Qualcuno non s'è ancora dimenticato dei fiori alla finestra e dei garofani. la chiatta sulle acque ondeg gia aspettando di partire sul filo della corrente. il simbolo delle illusioni facili della città. un po' retorico.

la nebbia che sta a fior di te rra come un'acqua sottile e impalpabile. qu esto spettacolo è sempre nuovo e non riesce mai a diventarmi familiare. dell'emozione d'un perpetuo assalto. allontanandomi su un tranvai mattutino l ungo il corso Vercelli. verso l'albero del bene e del male. là dove le cascine si dilungano per la campagna irrigata. le biciclette le aspettano da stazione a stazione. davanti alla campagna fradicia di un autunno. Propri o queste cose lasciano un rimpianto nuovo nell'atto in cui le viviamo e non ce n e siamo ancora allontanati. La periferia vive tutta in una specie di assalto perpetuo. e questo viavai di spose e di figliole in ciabatte h a un'espressione di vita forte. la città svegliata come verso una l otta. muovendosi contro gli uomini in bicicletta con ferri e spranghe ed assi e ceste. i papiri e le muse d'una corrente mediterranea. ha rinunziato alle illusioni della vita idilliac a. quel ritrovarsi gen ti diverse accomunate dalla medesima disciplina. l'afrore dell'alcole c he scuote i risvegli. gli alberghi enormi con le loro cupole f ormano prospettive che ricordano il barocco di altre piazze in città secolari e as sodate. Ma anche il contadino dei campi verrebbe voglia di chiamar lo operaio. con una trama di fili multicolori alla ruota di dietro. pantanose. le partenze mattutine fra chiacchiere e voci e racconti di sogni. È una natura posta alle soglie della città come un'officina anch'essa. suggerisce un sentimento vergine d'incontro e di ritrovamenti. es sa si avvicina alla città. e la contadina sulla soglia della sua casa sembra spiare la valanga uman a che avanza. questa natura di sobborghi che sembra tanto distante dalla libera e sovrana natura. con le loro voci lunghe e concilianti. coi fischi infreddati dei t reni nella nebbia. che tutta q uesta gente corrente viva di bisogni creati per avere il piacere di muoversi e d i agitarsi. e i visi degli uomini di fatica assorti. ne forma il fascino e insieme le dona quella nuova e vag a sessualità da cui sono nate le inquiete filosofie moderne. quel chias so. col secchiello della minestra. C'è un senso di pianura bassa e umida. col giornale ancora umido comprato alla bianca luce della lampada ad acetilene. e sul filo di questo nome risognavo i paesi del sole. Già la città si affaccia fin qua. i campi che ingialliscono dei colori dell'autunno settentrionale che altrove sembrano fantasie di pittori romantici. è uno spettacolo sempre nuovo e dram matico. la città da una parte la invade. che alegg ia sulla città laboriosa.tono di vita: i primi risvegli dei negozi. le luci ancora accese. col giornale in mano. qualcosa di olandese. Mi pare sempre che tutto questo agitarsi sia un gioco. Per me che ho veduto nell'infanzia il libero lavoro della gente di pochi bisogni . immerso com'è in una natura trattata scientificamente. l'acqua che trascorre come un velo sulle marcite. la loro morale. le donne vanno come al loro soccorso. i bambini che saltano nel meticcio col si llabario. c'è quasi un calore nuovo e un a solidarietà avventurosa alle fermate del tranvai dove quel movimento. Ricordo su una scarpata. le risaie tosate. i grandi viali si aprono in immense piazze vuote pronte per l'avanzata di domani. gialle. I vaporetti scivolano fuori da una stazione nera in un cortile. o già pensierosi del lavoro avven ire. Proprio in queste ore il centro della città è a rumore. come se corressero in aiuto alla città assediata dai bis ogni che chiama col lamento lungo del suo movimento. o come una buona bestia. quel riposo dalle fatiche. il loro modo di vivere e di considerare le cose. in attesa d'una fatica nuova. i loro colori meravigliosi nelle gabbie delle corti umide o nei bo schi e nelle bandite. la scalza pa stora che si ferma a cogliere un frutto dimenticato dall'estate su una siepe. parla un linguaggio pieno d'ill usioni. e questo non ha nulla del riposo della vita dei campi. il complesso sentimento della individualità in una collettività che ha . Più volte ho voluto rivedere queste cose. le prime voci. Eccoli che all' ora della colazione mangiano nel loro pentolino lungo l'argine. il correre della gente verso la città. fino a che l'inno del lavoro si scatena come un ruggito. e il sole brilla roseo attraverso le nebbie come per le vetrate del Duomo. Le maestre ri empiono il trenino con le loro chiacchiere mattutine. O i gridi dei fagiani negli allevamenti. I cortili delle cascine coi paperi e i tacchini. La campagna è qua intorno ed è già re mota. e gli scolaretti in grembiulino che poi seguiranno il fruscio della bicicletta come il fruscio d'una gonna. Così si forma la nuova sensibilità dei popoli urbani. un c artello col nome di una strada: Via Aretusa.

di animi. i gr andi ristoranti economici che vanno dalle dieci alle tre lire e cinquanta. cioè dietro a un paravento nella stanza da pranzo o nella stessa stanza della padrona di casa di cui sono ospiti? È l'individuo in lotta per la conquista della sua indipendenza e della sua solitudine. questo strato forma una categoria grandiosa di uomini e di donne non anco fissati nella macchina urbana. anche se meno comuni. la sua tecnica. Non ho detto dei luoghi dove si mangia. miseria e ricchezza. sita nei luoghi più impe nsati. è la casa c olonica. dov e si può leggere la lotta e l'assalto. dalle Alpi al Golfo di Salerno. pare molto popolata e quasi senza soluzione tra paesi. più forti. la mensa che ha assunto l'aspetto d'u n grande servizio pubblico. la lotta vi assume forme più attraenti che n ella natura libera dei campi e dei boschi. a percorrerla per lungo. con la donna. suggerendo q . dagli archi. Sono categorie costrette dal lavoro e dalla coabitazione a trascorrere gran parte della giornata fuori di casa. La sera. la lo ro folla. in alto sullo sprone dei monti o dominante su una roccia il suo pezzo di terra strappato alla montagna. più sani. come da secoli. l'asino. Alcuni concetti tradizion ali vi sono aboliti. luoghi dove è una vibrazione affascinante di vita. i contadini tornano agli abitati sui monti e sui colli. silenzi improvvisi e valanghe di rumori. a profitto talvolta di altri più coscienti. per quanto oggi la facilità delle comunicaz ioni e il risanamento di quasi tutta la contrada abbiano trasformato la vita soc iale. borgate. Fra l'uno e l'altro regno. il fascio di legna. si trova la casa di campagna napoletana. Tali fluttuazion i aggiungono alla città un ritmo nuovo. E con questo mi preme di stabilire sov ratutto: che appunto per una certa capacità d'infatuazione naturale dei milanesi. civ ili. Nell'Italia centrale è la vecchia casuccia d i campagna che reca nella sua struttura i segni della conquista terriera. e metodi di vita. e che questo sia una scienza altr ettanto complessa quanto quelle liberali. ricerca di piaceri e conquiste materiali. la casa colonica diventa un rifugio in campagna fino a scomparire del tutto. chi dirà la storia di tant e ragazze che arrivano in cerca di lavoro e che dormono nel così detto "letto in f amiglia". La città mobile si arresta la sera a guardare la successione di proiezioni luminose davanti a un a bottega. ciò che rende tanto vago il paesaggio. Si può dire che il resto d'Italia da Salerno in giù non abbia un abitato rusti co: la malaria e la poca sicurezza della vita sconsigliavano fino a ieri ogni so litudine in campagna durante la notte. Scendendo per la Penisola. città. la naturalezza che impressionò i vi sitatori stranieri d'un secolo fa. e due o tre generazioni con un'abitudine secolare alla terra. il ques to è il colore mai smentito della vita milanese. fattorie. un'iscrizione luminosa come una nuova architettura. esso è uno dei popoli più aderenti alla propria personalità. e pare che p er vederlo meglio alcuni romiti si siano incantati a contemplarlo dalle serene f inestre. A nord è la vasta cascina che contiene un mondo. la rendono profonda e allettante e le dann o quel particolare tremito inquieto che assale le persone più posate. si traversano regioni per centinaia di chilometri senza incontrare una cas a colonica. LA MARCA ALL'OMBRA DEI PALAZZI Uno degli aspetti più interessanti dell'Italia. ballatoi. Hanno fatto ore di cammi no per rincasare nella stanzuccia a terreno del villaggio. Movimento e riposo. le attrazioni e le antipatie. dai terrazzi. e nuove combinazioni di concetti morali. E anche il loro riposo e le loro soste sono spettacoli interessanti. Ammirano la macchina urbana come se fosse un paesaggio: una luminaria come una pubblicità di nuovo genere. Si capisce alla fine come l'arte di vendere e di commerciare abbia i suoi canoni. Per esempio. il sens o dell'individualità. gli strati di cui è formata questa società. circondati d'orti felici tra la pietra e la lava. la sua filosofia. quel p ittoresco agglomerato di aggetti. sovrastrutture. Si pensi soltanto alle profonde modificazioni che subisce in una simile società il sentimento dell'amore o dei rapporti fra i sessi. case coloniche. Creati i bisogni e le necessità civili. Mentre tutta Italia.bisogno d'una disciplina di ferro. volte. cortil i. e domani ne faranno a ltrettanto per raggiungere il lavoro. tra i più naturali. il loro speciale odore e colore. Non si può capire il senso d'una città come Milano se non si tiene conto di queste forme di vita. da cui si riconosce la casa toscana cresciuta lentamente e che ha finito col formare un complesso tipico di casa popolare. gradazio ni diverse di attitudini. scale.

naturalmente. col balcone che sporge in fuori nel cen tro della costruzione. I paesi sono quasi t utti di mattoni. avevano abituati anche i polli a seguirli dritti e zitti in questa trasmigrazione quotidiana. ma dalle abitudini e dalle tradizioni. un cielo intenso e rinascimentale. sulle soglie delle porte o nelle stanze a terreno le donne lavorano i loro pizzi e ric ami. di qua e di là dalla strada. Vecchi terrori della solitudine. gli uomini e gli animali lasciavano all'imbrun ire la casa per raggiungere la borgata vicina. in un ettaro di terra. buoni cos truttori con l'unico elemento che offra il paese. si domina il panorama col sentimento di trovarsi fra gente molto diligente. Ritrovo queste f ile di case anche sulla costa delle Marche. Appena qualche pagliaio e qual che rifugio sotto un mucchio di pietre rammentano la presenza dei guardiani al t empo dei raccolti.uell'idea che stupisce ogni volta che vi si torna da fuori. il mattone è messo anche di taglio per lastricare. Fu uno sconfinamento al sovrappiù d'una popolazione che trovava terre non sue ma t rascurate. sui colli che salgono e scendono con un ritmo uguale. e il mattone dà un senso di diligenza umana. Era sicuro che i contadini la abitassero perché ved eva un lumicino rischiarare la finestra tutte le sere spegnendosi a un'ora di no tte. e all'ombra di essi una popolazione tutta operosa che lavora ancora ai ferri battuti e che ha imparato bene i vecchi mestieri. monotono e inesauribile. La conquista della terra per pa rte dei contadini delle Marche fu un'opera lunga. La casa colonica delle Marche ha la sua storia. esatto. Ora la proprietà è molto spartita. I padr oni delle terre fecero ad essi buon viso. da poggio a poggio sugli scrimoli dei colli e dei monti tutti col loro profilo a mucchio e a pigna culminanti nella chiesa col suo campanile a freccia. un senso di terr e lontane e di semplici fortune che cercano una boccata d'aria. Vi sono coste intere su cui si allinea no case senza interruzione. fabbri e falegnami. questa famigliola abitava nel villaggio una specie di sottoscala. si scopre sempre una traccia di vecchia nobiltà. Eppure. ottimamente col tivati e senza quasi traccia di abitazione umana. una chiesa romani ca. Appena il meridionale potè farsi una casa coi soldi dell'America. da Salerno in giù. Così nacque la mezzadria. sono come tutte le abitaz ioni nate dall'emigrazione. Nelle Marche non c'è niente di quel pittoresco che incuriosisce il visitatore. sotto un cielo dolce luminoso e un poco freddoloso di cui non si scordò mai Raffaello. piani. Nacque spontanea come un fiore e rrabondo. che è un miracolo di diligenza. a due piani. il cotto. e per esso lasciava una casa comoda e ariosa in campagna. come deve essere nei villaggi operai di America. della nazione più folt a del mondo. nel pae saggio dolce e aspro. E poi: "Ora che lavori. preferì la marina e le terre della marina. istinto di difesa e di diffidenza verso la nott e. ti do le sementi". le abitazioni si ampliarono. La luce che rischia rava tutte le sere il vetro della finestra era un mozzicone di candela che si co nsumava solo tutte le sere. Prima fu di mota e quasi un attendamento sulla terra non ancora dissod ata. si popolaron o di famiglie e di animali. a entr are nei paesi. diligente come la terra in Toscan a e in Romagna. Tra lo squillo dell'incudine e il raschio della pialla che è il suono di molti paesi qui. come più prospere. I pacifici conquistatori non avevano neppure arnesi di lavoro. quando l'agricoltura italiana non era arrivata alla sua perfezione d'oggi. sul cocuzzolo del colle cretoso gli abitati sono dello stesso elemento: vengono fuori le più bel le intonazioni di rosso. artigiano. alle borgate e alle città annidate tra le gole e sui monti. ma intanto si entra subito in rapporto con questa regione come se si fosse penetrat . Pregiudizi lenti a scomparire non più dalla fantasia. montagne. diedero quell'aspetto a tutta la Marca interna dove. Appena un poco in alto. quatti quatti. vallate." Bene. Le Marche ha nno un colore tutto loro in Italia. dell'epoca delle novissime fortune della borghesia. "Se tu coltivi questo pezzo di terra t i fornisco gli utensili. Bene. tra casa e casa. un palazzetto sett ecentesco. cittadino. l'embri one del vecchio abituro di mota rispunta ancora. popolata appena trent'anni fa di vagabondi. succedono spazi interminabili. Scoprì poi che. ciò che dà a certe strade sul mare da noi qualcosa di esoticamente moderno. vive spesso una famigliola . Mi raccontava un proprietario calabrese di avere una volta istituito una prima c asa colonica nella sua tenuta.

una vita signorile sepolta negli anni e rimasta ferma e orgogliosa. molti segreti del mondo grande che n on aveva ancora visitato. Qui non c'è un solo accento di colore locale. il padre rigido. non si trova un solo accento popolaresco. come in quella poesia. Domina il medesimo silenzio fra questo coro di rumori e brusii della fatica umana. per quanto dalla regione natal e egli appaia il più distaccato fra i nostri poeti moderni. Orb ene. Esse levano gli occhi al sorriso.i in un cantiere di quelli all'antica. insomma. i vecchi orgogli e le vecchie tirannie familiar i. separa i vec chi palazzi dalla vita popolare. e non un fatto specifico del più grande poeta lirico italiano e di uno dei nostri ma ggiori pensatori. . i vecchi mobili. Ho cercato i nutilmente. come se gli accenti egu alitari che hanno dominato tanta parte del nostro tempo non vi fossero pervenuti . rappresentano essi la vita nella sua s olitudine. questo è pure il solo pittoresco leopardiano. Tutta la sua poesia ris uona dell'alacre voce di questi mestieri. e visitata la città di Recanati. un tranquillo sorriso. il coro sereno nella sua inquietudine. È l'artigianato. Ne rappresent erebbe in sommo grado l'ingegno naturalmente cittadino. il suo rapporto stretto con la sua terra. meglio. Per quanto Giacomo non abbia legato l'opera sua alla sua regio ne. Qui non è il palazzo s olitario tra la chiesa e la torre. quando ebbi veduto tre o quattro di queste borgate e cittadine lungo lo schienale dei colli. quello stesso che anima violentemente il panorama del vicino Abruzzo. la stessa vita d'un tempo e la vicenda familiare di allora: padri imperiosi come si conviene a una razza teocr atica. o del suono d ell'ora. o quasi. Una divisione vecchia come la costituzione della società marchigiana. insomma un a nobiltà provinciale di cui sono arrivati nella grande tradizione italiana gli ec hi. e nel medesimo tempo quel rimanere legati a certi cara tteri della regione che sono esclusivi. il nodo familiare s tretto da non lasciare quasi respiro. le fortune matur ate discretamente all'ombra della Chiesa. nella sua biblioteca sotto gli occhi del padre severo che lo sorvegliava dal s uo tavolo. com e fra gente libera e che conosce il valore della gerarchia. e del mondo avvenire. ma più palazzi. ragazzo solitario. della tessitrice. Ma pure. Inutilmente se ne cercherebbero gl i echi in Leopardi. e pure vi si intuisce uno stretto rapporto. in lui come nella sua gr ande famiglia regionale. d oveva avere la medesima impressione di colui che oggi da uno di questi balconi o sserva una donna che lavora tra le amiche nel suo pianterreno intorno alla lampa da. propriamente artigiani e individuali. è la sua intimità. egli è tutt avia lo specchio di quella mente cittadina che è proprio marchigiana. giovani che pensano al mondo grande fuori dell'infinito digradare e risal ire dei colli fino all'ultimo monte. e forse troppo. che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto dell'ingegno tutto citt adino delle Marche. di quello che rende avventurose tante regioni nostre. che ha improntato di sé l'artigianato e il complesso familiare con caratteri n on tanto facili da penetrare. e sebbene egli fosse c ittadino dell'Italia grande e universale e dell'universo ottocentesco. o d'un canto. simili ad altrettante tappe nel giro i nfinito da altura ad altura. vi si intuisce una vita familiare molto chiusa e gelosa . È un paese che sta sulle sue. è un poco la storia di molti marchigiani. che è nelle Marche molto vivo e che ultimamente molte scuole professionali hanno ribadito nel suo assetto. Si dice comunemente che il marchigiano sia esatto. con una certa bruschezza e un certo orgo glio di persone abituate secolarmente alla dolce e dolorosa tirannia familiare. la sorella amica. Bisogna ricordare che la storia dei rapporti di Leopardi con la sua famiglia. caso piuttosto raro nella nostra letteratura. Chiuso nella sua stanza . e tutto ciò dal suo angolo di prov incia. una febbre di conoscere e di essere nella v ita civile di là dal monte. del gruppo di ragazze che in una stanza a terreno dietro la finestrella stanno intor no alla macchina da cucire. Dentro i palazzi. che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri. l'improvviso tur bamento dell'aria che si riempie di voci di ragazzi. Leopardi intuì. mi accorsi che quell o che dà un senso alle Marche è il tipo di vita dedicata ai semplici mestieri umani. Ci si sente la Marca papale. un focolare marchigiano. e tutto il pittoresco si riduce alla visione del fabbro. Quando Leopardi si affacciava al balcone per guardare la Nerina o la Silvia. se pittoresco può dirsi. la madre com'era sua madre. Leopardi rappresenterebbe la biografia modello del marchigiano. All'ombra di essi vive un'umani tà ben limitata nei suoi confini e certa dei suoi confini.

così agli uomini. la giovine era tutta dedicata a costei. cosparsa di una peluria virile colore del rame. in una composizione inalterabile da coro. è animata di queste visioni. e la sua terra lo spiega. che si domanda che sia la vita. colorire. una specie di stampo irsuto e selvatico come se ne trovano nel profondo del popolo. Discorrevano dunque tra di loro con quel tono di lunga preghiera. e sarebbe chiarissimo se si dicesse che il suo svagare. Erano state a Lore to in pellegrinaggio. venerdì dell'Addolorata". coi loro sci alli e i loro fagotti di tela bianca. Parlavano di là sotto con una monodia come se ne leggono in d'Annunzio. tanto sommessa. Mi pareva re citassero dei mottetti. che v i rimanda da paese e da monte a monte come un'eco. parlavano. nella s ua fuga ed evasione da questo mondo è proprio il personaggio che delle Marche ha s erbato la memoria eterna come possono essere eterni gli accenti dei poeti. come in chiesa. storditi ma pronti. un mazzo di fiori: questo accompag namento della vita di tutti i giorni come una nostalgia e un rimpianto di non si sa quale vita intima e felice nei suoi trasalimenti e nelle sue voci. il suo fantasticare. Questo era il s uo segreto. La più vecchia. Prima che nascondessero il viso. ma alacre e viva. avevo veduto che una er a giovane e l'altra matura. piena soltanto dell'esperta tristezza della donna matura che le stava acca nto. una lucerna. è tutto ne l fondo popolare abruzzese. se mai un autore ha nel sangue la sua origine. Così avvo lte. nel dramma patetico dell'intimità familiare. in un gesto molto nobile. come vidi poi a una fermata quando ella abbassò il lembo dello scial le. IL LUPO E LE VERGINI D'ABRUZZO Nell'autobus che mi portava dal mare alla montagna. fra gente vestita alla cittadina. Fuori è l'incanto semplice della vita piena d'una felicità inconsapevole. l'affacciarsi di una donna. ha il rilievo fermo di un mondo fermo. è chiaro. acc anto a certi oggetti. e quest'acce nto desto e urbano. come un contadino dei suoi luoghi: "29 marzo. come se la macchina portasse due simulacri coperti. una scala contro un muro illuminato dalla luce di certe sere. ordinato. quella che parla con la divinità. Vi sono dialetti che serbano nella loro struttura un tono li turgico. Anch'essa parlava allo st esso modo. se gna in calce ai suoi scritti la data ricordando il giorno. e la persuadeva ad appoggiarsi alla sua sp alla contro i balzi dell'autobus. esatto. e tornarvi. è ancora la storia di molti marchigiani. uniforme. Ma che d'Annunzio abbia portato nell'arte sua molte cose radicate profondamente nel suo popolo. rivolto tutto alle cose reali. veduto at traverso una secolare ombra di grandi stanze vegliate dai ritratti arcigni degli avi. L'ho detto. le accomodav a il lembo dello scialle sulla testa. aveva due occhi colore del caffè. che può parere anche troppo som messo. e il ricordo degli aspetti di questa vita. domanda e risposta. incantarsi su sequenze interminabili di parole. la bocca stretta dalle r ughe: aveva l'aria di chi abbia parlato d'una sua grande miseria di dolore a un personaggio onnipotente che le avesse detto di stare tranquilla. il creato. LE SERPI. Dove suonano le campane a vespro. Guardavano gli altri come se sentissero di appartenere a una grande famigli a.Quel fuggire la propria terra che era proprio di Leopardi. aveva un uguale tono di preghiera. La più giovane era più se rena. La sua poesia. di cui si coprivano con un lembo la testa contro gli odori dell'autobus. Così il suo senso delle cose e il suo balzo continuo n . Piano pi ano sentivo che parlavano di sotto lo scialle che le copriva. e Dio. grande. erano salite due donne. Non mostravano nessuna timidezza. Non c'era che l'impressione dei loro grandi scialli neri. senza selvatichezza. Basta ricordare di certi canti leopardiani e di molti suoi appunti in prosa il senso che acquistano le voci dei ragazzi. un telaio. la discreta feli cità di vivere in un mondo chiaro. Il racconto che se ne facevano l'una e l'altra voce. son cose proprio di lui. così a D io. e con quell'armonia che è propria dei luoghi dove ognuno è li mitato nella sua attitudine e mestiere. Voglio dire che Leopardi. biondastr a. Così parlano nelle loro case. e rimpiangerla di con tinuo. con la loro voce profon da. e lo stesso Leopardi. e guardava tutto dall'alto di questa certezza. e ripartire. Ma non vorrei definire l'Abruzzo sullo schema di d'Annunzio. anche questa specie di virago si tirò lo scialle sulla testa. come tutta la Marca interna. le strade si riempiono di gente del con tado. è sempre l eopardiano. Poi entrò un'altra donna con uno scialle color tabacco. in un mondo uguale di abitudi ni e di atteggiamenti.

Sono proverbialmente pratici . intervento delle forze occulte e divine. la ca stità. Appena ieri si è celebrata la festa delle vergini. della parola più efficace ed esatta. il senso dell'u omo e della vita torna in questi uomini esatto. la stessa ricchezza di enumerazione del loro popolo. le trecce delle bambine. E la fantasia e il linguaggio dei due poeti abruzzesi lontani nei secoli ma parenti per ispirazione naturale. Le forme illustri che qui son o pervenute. scultura. il lupo. sono intrecciati a forma di monile al collo delle giovani donne e dei giovani dai visi estatici. Nelle feste ch e cominciano di primavera. pittura. incantatori. appena svegli alla civiltà. fino a quando anche nell a mia mente queste trecce si impressero piene di strani sensi. del potere di rendere miti e favole apparentandole con la natura in una fantasia del medesimo colore. due bimbe della città salirono a curiosare sul predellino. un ricercatore di espressioni esatte. la violenza della natura. un lungo dire la stessa cosa. Le donne posarono le braccia coperte dallo scialle sulla spalliera davanti. rozza. Ab ituati secolarmente a definire la posizione dell'uomo di fronte alle forze della natura. quasi che egli foss e nato nell'architettura di Gardone e non in una casuccia marina appena intonaca ta. nella sua parte popolare. a complessi originarii. presso un abruzzese anche di media cultura si può notare una cura particol are del linguaggio significativo. serbano un certo ornamento nel loro modo di espr imersi. le fanciulle ornate di or i e di amuleti. come aprendo due ali nere felpate. Quando il mio autobus sostò a Chieti. il serpente col suo linguaggio tentatore. e infine lo stesso potere di celebrare quello che è fortunato: ca ntori di fasti. e non importa se a Pescara la sua casa fu. sotto la coloritura del suo linguaggio. lo scatenamento dei sensi. Insomma. E domani si celebrerà la festa dei talami. architettura. Ma abituati alle cose ornate. ornati di nastrini verdi e rossi. insomma l'ultimo degli scrittori puristi. ecco il complesso tipico abruzzese. a fatti supremi. ora fa qui un gran lusso morto dapper tutto. Si può immaginare questo popolo. Le donne dello scialle co nsideravano come usano queste trecce nelle città. prima che le strade d'oggi vi portassero tutta la no vità del mondo attuale. coi loro sguardi acerbi e le bocche sigillate e proterve. E poi quella del lupo. tenevano rapporti con l'incono scibile. alle orecchie e ai p olsi. stregoni. il suo significato terreno e ultraterreno. le forz e occulte e nemiche dell'uomo. potere propiziato rio dell'innocenza e della verginità. che si potrebbero definire brevemente: il serpente. Il senso dell'animo abruzzese è contenuto nei termini di vita e mo . le quali mostravano i capelli ancora troppo corti per poterli avvolgere intorno alla testa. e anche tro ppo. coronate di fiori. e i santi si confondevano con essi. e il loro rovescio. in una solitudine in cui tutto acquista lunghissime risonanze. e poi la verginità. lui vivente ancora e die tro suo suggerimento. Si direbbe che la fantasi a abruzzese riproduca di continuo le immagini della vita amplificandole e riempi endole dei significati più occulti. I loro discorsi erano una lunga enumerazione. Lo stesso d'Annunzio fu. coi balconi inginocchiati.el favoloso. n ei suoi boschi. e non impor ta se poi vien fuori una parola soltanto colorita. i serpenti appena svegli strisciano in un cerchio di persone. L'Abruzzo è ancora legato. La stessa arte abruzzese partecipa di queste cose. L'attenzione di que ste donne si puntò sulle trecce delle bimbe. lo stesso complesso del peccato e del ser pente tentatore. sono penetrati del medesimo scrupolo del linguaggio elegante. lo st esso compiacimento delle similitudini. M ille mediatori. anche questi sono spariti. esorcisti. Le bimbe sedettero sul predellino dell'autobus come sulla soglia d'una ca sa. C'è qualcosa di molto più antico della paganità. trasformata in una dimora neoclassica. e la pietra che un tem po era soltanto nello scalino della porta. Poi. e i modi di rigirarle e di appun tarle. attanagliato dalle tentazioni più oscure nei suoi recessi. nei suoi paesi solitari sui cocuzzoli dei monti o nelle valli. si misero a parlare con le donne dello scialle. sono state riprodotte con una fant asia popolare. c'è una sensitività naturale di gente che annette a tutte le cose un se nso esoterico. Terrore delle forze della natura ch e soverchiano l'uomo. Ovi dio e d'Annunzio. rimasto a una civiltà ch iusa e impervia. Accade sempre nella vita popolare abruzzese che i fatti acquistino un significat o superiore. In tutti i loro discorsi c'è un a ricerca di questa esattezza di espressione. dettato da un istinto sicuro. si orientano subito in quelle della civiltà. ma piena di un impeto primitivo.

si misero diligenti a raccomodargli un velo. e quelle caramelle. E strascinare la lingua sul pa vimento dei santuari. Precedevano il prete e il crocifero. verginità e lussuria. quella mistica c he pure tra i popoli più realistici della terra. A tratti era un lung o belato di agnelli. Questa contro le bestie è la crud eltà meridionale. Le b estie erano legate e giacevano l'una sull'altra. lo stesso d'Annunzio non è riuscito mai a correggere il suo accento dialettale. introduce un grano di pazzia. vestite di verde e di rosa. Il lupo va carponi verso la culla del bimbo. Di questi giorni si recita a Pretoro lo spettacolo del Lupo. il lupo torna indietro. e spesso la sua eleganz a era tipicamente provinciale non senza sospetto di pacchianeria. e nei grandi avvenimenti della vita. Seguivano quattro ragazzi che tenevano leggera su due fasce bianche una bara bianca. Tanto che poi gli abruzzesi immessi ne lla vita urbana hanno un potere reale di capire e di orientarsi. atteggiare. S'erano ritirati il prete e il chierico. Le quali si chinaron o su di essa. e tornarono con le mani piene di caramelle e di confetti. i visi si chinarono a bac . le mani fugaci e pro nte. e che ha calzato un paio di guanti con tre dita). Intanto è rincasato il marito. Il marito fatto sicuro della divina protezione prende a calci il lupo. e portato a i culmini del fantastico e del simbolico. ornare. un simulacro. ma una creatura incorr uttibile. la scoperchiarono. A sentire ch e la donna si è rivolta al Santo. mangia e beve. La chiesa era deserta. poi esce. nascita. quelle di sopra. si sono divise le parti. Quello vestito da donna recita in falset to. del riparatore di armoniche. Dietro veniva un gruppo di giovani donne. la folla si dispone ad anfiteatro davanti a un palcoscenico di assi. La donna torna alle sue faccende di casa. Poiché tutta la tradizione abruzzese è fondata sull'uomo. Non si accorge che il lupo è entrato (è un altro contadino rivestito d'una pelle di lupo . carnale. Entrarono in chiesa. chi nella tasc a del vestituccio. Il Santo appare in forma di immagine. Le campane d'Abruzzo fanno uno squillo acuto come quello dell'incudine. morte. Un bimbo vagisce nella culla. La donna ringrazia il Santo. Sono terribili scon giuri per placare l'ignoto che è intorno all'uomo. di quei confetti co me di Pasqua combinano in Abruzzo. fino a quando si abbattevano con la testa ciondoloni fuori del carretto. Poco dopo le ragazze uscirono in frott a. col risveglio dei serpi a primavera. magari con quel tanto di pastorale che rimane attaccato a ognuno di essi. non pareva più che fosse un bimbo morto. La donna se ne accorge . qualcosa di pasta dolce. moglie e marito. Non immagino neppure una mistica abruzzese. E poi nelle m ani del morticino ponevano quei confetti e quei rametti. e questo suono non si ode che in Abruzzo. D ue contadini. La donna gli parla e invoca la sua protezione. Le ascoltai tutta una mattina. l'animo loro è tutto nella vittoria dell'u omo in quanto tale. A tratti veniva da un nego zio il sospiro di un'armonica. Il marit o siede. ogn una con una sua idea. cercavano di levare la testa di sopra al cumulo dei morti. Quelle di sotto erano tramortit e o già morte. La rappresentazione dura un quarto d'ora. nella piazza di Guardiagrele. non è misticismo. chi di lato. due uomini poiché come nell'uso antico le donne non fanno teatro. matrimonio.rte. la pazzia dei toccati da Dio. Lungo il declivio d el paese. e invoca il Santo. Al suono della campana. chi gliela posava sul cuscino. è la stessa immagine che è stata portata la mat tina in processione. scosse da un brivido terribile e continuo. sconfitta e vittoria. un b imbo di quattro anni. Tutto umano. Quelle mani diligenti ed espert e si muovevano su di lui ad accomodare. disposti a modo di foglie intorno a un ramett o verde. La vita abruzzese culmina nelle grandi feste dell'anno. come i vecchi toscani. e guardarono il morticino che era là dentro. si dispera. coronarsi di serpenti. e quatto quatto rimette il bimbo nella culla. Intorno alla bara bianca era affaccendato il gruppo delle ragazze. ed è il sol o personaggio non reale della scena. Passavano i carretti carichi di agnelli per la Pasqua. La moglie sta preparando il desinare. lo addenta alle fasce e se lo porta via. il risveglio dei nudi istinti nella grande estate arrabbiata sotto la sferza del s ole. Grandi ri sate del pubblico. vidi sbucare sulla strada un piccolo corteo. che poi si fermarono sull'orlo della bara bianca. sanguin anti e digiune. Questi solch i di dolore innocente passano tra l'indifferenza di tutti con la fatalità che hann o i dolori sotto il cielo alto e chiaro del sud. frettolose come i colpi dell'incudine.

sono altrettanti terrori di una storia in cui tutto si è confuso in un med esimo sentimento. la media d'una civiltà che è metropolitana e paesana. la sua architettura. importata anch'essa. e spesso da tutt'altro genio che non q uello napoletano. vi ha formato i depositi sociali composti d'un a vera e propria razza. costituisce la storia morale di questo popolo: un colle vi div enta fortezza e insieme è una montagna abitata. neppur tristi. scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana. ma a Napoli l'architettura n on ha un predominio schiacciante come nel settentrione. con la faci lità dei napoletani di interpellarsi e di porgersi l'aiuto l'un l'altro. fu gittata una manciata di confetti che rimbalzò sul legno bianco della cas sa e crepitò in terra. al suo sentimento dell e classi nella storia. automobili carro zze tranvai. a Napoli è un carattere naturale tra i più raffinati cittadini. Sarà effetto dell'aria e della luce che vi si stende specchiata dal mare. dal pugno di una di quelle ragazze. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l'uomo. Dicevo prima dell'importanza dell'uomo rispetto alla natura e all'architettura. con caratteri comuni. le sue attitudini che vi parlano ch iaro al primo passo. e poi lo stesso corteo uscì dalla chiesa. perché non c'è luogo come questo dove i limiti delle classi s iano segnati da ogni cosa. si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratt eri comuni. e non della macchina che domina l'uomo: v'è sempre l'idea della gita più che della costrizione metropoli tana. è durissima pietra e non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico. palazzi che sem . un'evasione festiva. che isola uomini e cose in un'armonia che fu già il fondamento di un'arte felice e di pieno equilibrio. È ancora qualcosa che rimane della vecchia Italia. è invece qualcosa come un sentimento e uno stato d'animo. In nessun altro paese si ha l'impressione come qui che veicoli. a Na poli un tranvai e una carrozza carichi di gente danno l'idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo. risponde al fondamentale pessimismo napoletano. che regge come certi muri apparentemente decrepiti i gra ndi edifizi storici. tanto che il barocco spag nuolo porta qui tutti i suoi caratteri di tetraggine e d'isolamento. d el cielo. come fissati a un punto che non è nuovo né antico ma di sempr e. come con un giocattolo poco serio. quel tanto che in alc uni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro e cupo come una prigione. Quando il corteo fu sulla piazza. Non c'è che a Napoli un'architettura monumentale così estranea alla terra. e l'archite ttura dove è più allettante simula non so che ordine popolare che è poi un'ordine mora le. spesso lavorata fino al vaniloquio. e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il c onvento e il palazzo che somigliano a prigioni. non la nascita o la categoria sociale. CIVILTÀ DI NAPOLI A Napoli quello che mi colpisce è l'importanza dell'uomo su tutte le cose. i portoni spropositati vi reggono spesso abitazioni strettissime. La cas sa fu chiusa come le ragazze avrebbero chiuso la madia di casa. in una strettissima parentela. o. fanatico perfino. non senza dare l'ultimo tocco al velo. come un' eterna campagna mediterranea. ma materne e fra terne. Forse non v'è nessuna sproporzione fra lo scenario e l'uomo. rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori. a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti fermi a un tempo ch e non è di ieri né d'oggi. Certi rag azzi coi capelli arruffati e il berretto tra le mani guardavano storditi. in modo che l'uomo vi sta dentro enorme come in una figurazione primitiva e. siano minori di proporzioni che altrove. Certe donne si curvarono a raccattare i confetti. ma intanto esse sono solidali. l'idea del mare. a renderla ostile. meglio. e torna a mente quanto scrive Stendhal: che le sole fortune distingu ono in Italia un uomo dall'altro. al contrario.iare l'oggetto delle loro cure. e nello stesso tempo troppo grevi e forti perché non vi si insin ui il sospetto d'una certa ironia o esagerazione. A Napoli l'uomo ha avuto se coli per adattarsi e per posarsi. ac cadde ed è ancor vivo a Napoli. altrove è la città. come in una figurazio ne popolare. Qui nella scala sociale. e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze. la sua storia. questo è accaduto ai primordi delle città italiane. e la campanella ripres e a battere. vi concorre la luce. La pietra. Dico che solamente l'uomo stretto parente della natura riesce a costruire aspett i di città di pietra terribile. E il gu sto del plebeo. che oggi è un atteggiamento delle società eleganti e un curioso segn o dei tempi. E poi.

Lo stile vi s'è mantenuto in un rapporto originale. de lla ricchezza. motteggiava con atroce forza il suo destino. ella si rivolgeva alla sua vita reale. il suo ritmo. L'interpretazione che ne diedero i . che è un vero lusso. In un mondo che si adorna tanto facilmente degl i appellativi di meccanico. il segno palese del benessere. diceva: "Quando sono triste mi metto a letto. nelle figure della nuova società popolare che animano le scene del Piazzetta. è un modo di dire mer idionale. sole e aria e veduta sono qui al sommo dei pensier i di tutti. il suo schema. con cui Napol i. Basta vedere insieme una scelta di queste raffigurazioni per rendersi conto che quella fu un'evasione dell'arte italiana come lo era stata la grande pittura dei guerrieri e degli eroi. e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della crea zione. gli atteggiamenti sono rimasti gli stessi. uguali i riti. come in un mo dello d'architettura. e la cucina. gaia e funebre. nei vagabondi di Caravaggio. e ch e s'era fatte tante comode virtù. senza decadenze né imbarbarimenti. e senza più il coraggio della fuga ne l divino. o la frutta stessa nei piccoli mercati. Per la prima volta. il genovese Magnasco e il veneziano Tiepolo. Nei paesi a civiltà antica la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto aiutato da un'esperienza secolare delle cris i di civiltà. l'epica delle di fferenze sociali che improvvisamente invadevano una storia nuova e non più europea né universale. Pul cinella che suona la chitarra. anche. formano il motore di questa civiltà. prodighe a tutti. La campagna napoletana è il segno d'una disposizione dell'animo fermata in una stagione classica. Si notino a Napoli gl'infiniti chioschi dove non si vende che acqua. Si d irebbe che in un ambiente d'aria e di luce buone per tutti.brano case di campagna perduti nella grande città. Fu costui uno degli ultimi Pulcinella della gran pulcinelleria bianca e nera. i Callot. Sei e Settecento furono in Europa quasi la riscossa let teraria e pittorica dei poveri e dei derelitti e dei vagabondi. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per re ndersi conto come essa abbia il suo ordine. La natura di Napoli è lontana da quello che di solito intendiamo qua ndo diciamo campo. Pulcinella che nasce da un uovo covato da una gal lina faraona tra una famiglia di Pulcinelli. monte. a uno spettacolo puramente visivo. ar ia e luce diventino la conquista più importante. Sono là i Rembrandt. della potenza. Anzi. caduta in un'epoca sventurata. con una leggerezza incauta. C he era poi il destino di gran parte d'Italia. questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà. ornati di f rutta. i Goya. Il comico Altavilla. che è il prodotto d'una ci viltà complessa come il gusto toscano dei poderi. q uasi tutta tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi. Pulcinella in riposo fra capre cani e pastorelli d'Arcadia che sono poi tutti della stessa famiglia pulcinellesca. attore del San Carlino verso il 1855. avevano già carpito al suo na scere questa nuova famiglia e ridevole mitologia: Pulcinella e Pulcinellino. mare. e pur tra le fortezze e i vecchi androni più scuri grida l'invito alla bellezza delle derrate. Nei tetri banchetti d'ombre del Magnasco. e vedo ragazze e carrozze". La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere. Due artisti di altri due splendidi paesi. caratteri insospettati uscir fuori. N apoli non s'è scordata la natura. come se la bellezza fosse tutto. ma con un sentimento dell'ari a e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell'Italia meridionale. e le civiltà in fama di raffin ate mostrare non si sa che stupida barbarie. senza più l'intervento del Cielo. che è un'altra nota di questi sapori. La terra vi fornisce un vino aspro. È proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà. Sì. forse. c'è un mondo pudico che non ama mettere in piazza i suoi segreti e i suoi dolori. e ne scrivono. pochi hanno capito l'essenza estremamente libera e intelligente di questo paese . che è un carattere d'oggi. L'occhio vuole la sua parte. Ma l'Italia non fece mai del poverismo o del populismo. E bisogna essere meridionale per capirlo bene. con que l gusto degli elementi diversi disposti opportunamente. e civiltà antica. e senso del diritto e della giustizia. Al primo segno di malessere vediamo virtù e conven zioni crollare. solo che i protagonisti sono altri. nell'epica pulcinellesca del Tiepolo.

ma è noto e amico ai meridionali. flagellata. la pred iletta del Ciclo. e qui. egli si vantava di possederne sessanta. indossava un vecchio vestito nero e un gilè bianco. la giovane sposa. la madre. Circostanza curiosa. Si dovette impiegare alla Dogana. Si sa che la divinità più vicina agl'italiani era stata sempre la Vergine. il ponte dal quale le povere donne tradite e offese si buttavano credendo che non fosse peccato cadere da tanta luminosa altezza. Portava in tasca una boccettina d'i nchiostro. Questo sviluppo della città. e dove che fosse scriveva. dei celenterati nel fondo del mare. era signore e servo . romanziere napoletano vissuto tra il 1819 e il 1891. e cioè un intrico di passioni in una città fatta per le apparizioni singolari e che nel suo ventre formicola di tutte le passioni . veneziani e napoletani i nuovi de scrittori di quella rovina le cui macerie richiesero tutti i secoli seguenti per lo sgombero. mentre lacrime di gelo le solcava no le gote e un pugnale dall'impugnatura simile a quella d'una sciabola le trapa ssava il seno. era l'immagine della sofferenza virile e non più della grazia celeste e d ella intercessione femminile. ignuda. Mastriani scrisse cento sette romanzi. Sposato e con quattro figli. il bambino ignudo e ricco di grazie. va sti cortili e palazzi. de Kock. l'Italia mise la maschera. coronata di spine. Picco lo di statura. la moglie di ligente gliene ritagliava in ogni straccio e in ogni residuo di vestito o di sto ffa. e nel golfo più ridente del mondo si addensava una città misteriosa come Londra del Settecento e Parigi dell'Ottocento. Ma la dolce Toscana aveva finito di parlare. lo stesso lavo ro che sul Colosseo. Siccome aveva la mania delle cravatte. e trasformato architettura. abitò tutta la vita in quel quartiere di Sanità simile a una valle oscura nella città. diet ro il compenso di due lire la puntata che negli ultimi anni gli fu elevato a cin que. Con un'opera assidua. delle conchiglie. Come al crollo dell'Impero romano. e facendo ad essi da guida nelle ore libere. il suo addensarsi e il suo complicarsi al punto che un giorno si sarebbe dovuto rompere col piccone . Scriveva anche aspettando i signo . in un meandro di tane e di sotterranei. sormontate da un ponte che ne sbarra il cielo nella luce di Capodi monte. la maschera popolare saliva le scene e parlav a la verità che soltanto ai buffoni è consentito dire. È un peccato che Francesco Mastriani. e tanto che nuovamente si sparse per il mondo come una risata tonante. gli antri più mis teriosi. una città adatta agli scrittori di romanzi co me si intendeva il romanzo allora. grandi portoni. ai palazzi. l'ombra. seguendo le c omitive degli stranieri. imparò ingle se e francese. tendeva al cielo e ai fedeli la mano con un fazzoletto di pizzo. Anziché mostrare le sue piaghe. calvo. cavaliere e pitocco. E in Napoli la Ve rgine madre diventava la Madre Dolorosa che. Intanto. si sostituì l'immagine del Crocifisso. con barba e baffi alla Napoleone DI. e che dà l'immagine d'un costume dissueto. Napoli fu dominata da questa immagine piaga ta. Era celebre nel popolino. e finì con l'influire anche fra noi. vestita di nero. Pulcinella si metteva il naso di cartone e il berretto bianco a do minare lo spazio che avevano dominato i guerrieri e i santi. non fosse un uomo di genio. e dal 1875 li pubblicò tutti in appendice nel giornale "Roma". Montepin. Ho trovato ancora qualcuno che si ricorda di Mastriani. dalla più abietta alla più sublime. Era stupefacente osservare quello che era accaduto di un androne di casa patrizia. abbandonò l'Università pe r darsi alla letteratura. E che mescolanza di profano e di sacro. furono genovesi. quando tali monumenti erano abitati. oppure vestita dalla cintola in giù con una veste scarlatta a pieghe del tipo di quella che copre il Volto Santo di Luc ca. Ma l a cosa era forte. Napoli diventa un mondo complesso e inestricabile. e poi la donna nei momenti trionfanti della sua vita. era nuovissimo fenomeno in Italia. dove si erano vedute le mani g iunte della Vergine. specie a quelli nati nei paesi do ve i libri di Mastriani arrivano con Ponson du Terrail. tra la regalità d'un'antica porpora e la veste dell'infanzia. sul Foro e su tanti monumenti romani aveva fatto l'umanità mi nuta in tanti secoli. Questo nome dirà poco ai s ettentrionali. coi misteri. agli angoli delle strade. alle dimore.viaggiatori superficiali in Italia è nota. che ricorda il lavoro dei protozoi. la malinconia delle valli. la vita abi ssale di un popolo addensatesi in modo incontrollabile aveva dato l'assalto alle strade. Questa immagine popolò i vicoli più oscuri. Qualcuno lo indi cava come "l'autore dei romanzi di Mastriani". Studente di medicina. il suo manto celeste.

essendo i suoi scherzi sempre intorno alla realtà e a una realtà precisa. e questa è una prova dell'animo suo. La maschera è estremamente seria. e il ridurre il generale a un particolare. alla fantasia di chi v'è p assato una volta. virtù. il risalire dal particolare al generale. Ma. Aveva dei meridionali la facile im pressionabilità verso i problemi filosofici e sociali. In genere. cantava e suonava. densità. e che. Ma anche oggi che la vita italiana s'è fatta complessa. Egli trovò nella sua città la dimensione fantastica e il mistero ch e sono stati sempre la qualità più attraente d'un romanzo. Lotta e si dibatte intorno ad essa. Descriveva alla brava la vita di lusso. poiché nella sua fantasia si confondevano i suoi casi personali e quelli del l'umanità. g li arbitrii della fantasia possono essere assai pochi. Vicaria. Tanto che proprio da fatti come questi nasce in Italia. quelli che visitano Napoli si fermano agli aspetti più appariscenti del . int ramezzata da brevi descrizioni di caratteri e di passioni che non riescono mai a mettersi in movimento con quella illusione di vita che è propria dei romanzieri. I suoi roman zi sono storie complicate di donne cadute nella colpa per bisogno. ladri. almeno fino al tempo di Mastriani. assassini. Nel gennaio del 1891. sollecitato dal primo libro che gli capitava sottocchi o. di smarrimenti e di ritrovamenti. Di solito. tendenza: è l'uomo che si occupa d ell'umano. essa pensa sempre alla stessa cosa e non mira che al suo scopo. Verga . Stretta nel cerchio della realtà. senza invidia e senza desideri malsani. per arrotondare il magro bilancio familiare. e le maschere sono la sua aria vitale. Era l'epica della vita quotidiana. di strade e di luoghi. La maschera vuol dire carattere e vita di tutti i giorni in una passione. era il personaggio moderno che. davanti alle sue invenzioni non ci prende alcu n dubbio che quanto egli racconta si possa svolgere a Napoli: di ciò gli diamo cre dito illimitato. era un comples so di società provinciali in città di provincia. e non soltanto in Italia. assumeva un costume anch'esso. e la Serao lo considerò come un precursore. eroica e favolosa e classicizzante. venditori d i carne umana. La maschera è d'una enorme serietà. a meno che non accetti le comode e generiche definizioni che se ne sono date da gente estranea e superficiale la quale scambiò la filosofia del vivere con la spensieratezza. vedeva al modo del comico Altavilla ragazze e carrozze dal fondo della sua mi seria. Di Giacomo. di figli spurii che ritrovano i fratelli legittimi. Peccato che non fosse u n artista e che non riuscisse a cucire insieme i suoi personaggi. ognuno legge in questa città secondo il suo cuore e il suo sentimento. Con una fantasia sbrigliata. ma che aveva intuito oscuramente il genio naturale dell'Italia meridi onale. un mondo molteplice e avventuroso. trattandosi d'una società c on caratteri familiari. di personaggi che muoiono e risuscitano perché il pubblico reclamava al giornale nuove puntate del romanzo. Alle origini del teatro moderno c'è la m aschera che di quando in quando rispunta. di ricchi e di str anieri che portano di colpo una povera fanciulla del popolo e una traviata al ma trimonio. Chiaia. usciva "Il Paese della Cuccagna" di Matilde Serao. Uno di que gli umili precursori di cui riesciremmo appena a mettere insieme cento pagine d' antologia. ossessione del popolino napol etano come del povero romanziere. il carattere con la maschera. dirigeva bene le quadriglie nei balli familiari.rini cui dava lezioni di lingua e di grammatica oltre che di inglese e di france se. quello che formò poi la sua tradizione sociale: la Serao. la letteratura sulle città italiane è aperta e chiara. in una lingua tra accademica e dialettale. accada fra Bor go Loreto. tanto che i su oi romanzi si possono considerare una lunga digressione su problemi sociali. Un fatto però vide molto bene Francesco Mastriani. Faceva anche brindisi in rima. E tanto che il giudizio cor rente su Napoli è diverso da persona a persona. Fra gli a ltri. il realismo con la buffoneria. basta il nome di Napoli per evocare. quando chinò il capo sui suoi fogli. anche quando scherza. staccandosi da una tradizione in costume. Fa ridere perché non evita un solo urto con la realtà. avvent urosità di Napoli. Non appare per nulla grat uito nella sua opera numerosa e disordinata che un intrico di personaggi e di av venture. vizio. tutta l'organizzazione intorno alla colpa e al delitto. Lo stesso Pulcinella era la maschera del buon senso e del realismo. la commedia borghese. Nasce così anche in Franci a. di donne che abbandonano il frutto della loro colpa e che lo ritrovano dopo molti anni nell'a biezione. uno dei suoi fantasmi è il padrone di casa. e poi mezzani. e fu la profondità. Sanità. non la supera e non la trasforma e non ne evade.

fino a Torre del Gr eco. al suo tessere di gesti la vita quotidiana. che non lo poteva dimenticare. eloquentissim o nella vita e nell'arte napoletane. Una tale solidarietà fa sì che non si troverà mai un napoletano che si umilii a un altro uomo ma gli parlerà da uguale. ma da paese a paese. gran parte della letteratura. Nel suo senso migliore. e sapeva che la generosa bestia era tenuta bene. e il colore di un'ora. con le spalle. Per questo. Queste non sono forme oziose e non sono ossequio servile. cenni col capo. con tutta la gente di cui presto o tardi avrebbe avuto bisogno c olui. coi conos centi: insomma. sorridere. cant a delle ore di gioia e delle ore di dolore. da un pu nto all'altro della strada. viste di profilo. con gli amici. tintinnio di carr etti colmi di verdure. cioè l'uomo capace di cattive azioni. e quasi disponendo in comune delle risorse di ciasc uno. il padrone. che se le prestano e ridanno . Questo è l'aspetto più evidente della solidarietà napoletana. con gl'inferiori. ai suoi conoscenti da quartiere a quartiere. napoletana. popolare o meno. Ora. del cielo. Una solidarietà siffatta rende testimone c iascuno della sorte dell'altro. della città più soccorrevole . cioè l'odio sociale. ecco che gioia e dolore di ciascuno si comunicano a tu tti. da tutto quello che di vario e alacre si può rovesciare sulla strada d'un paese vesuviano. La strada era un avvenimento: organetti che suonavano e l'armonia era subito travolta e ripresa volubilmente da un vocio di monelli. da case troppo alte e uniformi che. E che cosa è di meglio ogni migliore vita civile? Cotesta tregua la osserverà meglio chi si troverà di fronte alla vita del popolo min uto che. una grattugia. e invece è tutto un modo e una rete di rapporti di cui è fatta quella vit a. con le sue feste e il suo carico di dolore. e l'intimità che tale sentimento porta nella vita di tutti i giorni. altre persone parlavano allo stesso modo. ed è difficile indovinarne lo scopo. coi superiori. la vita napoletana popo lare è una tragedia fra uomini. sta in cotesta pratica di vita rivolta assi duamente al mondo sensibile. mentre spesso. un lampo. un movimento. ci si accorgerà troppo tardi e a nostre spese che si tratta d'un vero fetente. se non proprio la manifestazione di una gran de vitalità. Percorrevo in carrozzella i paesi alle falde del Vesuvio. alla sua nobiltà. una bellezza. raccolto in densi quartieri. un . e disporne in comune implica un mondo di rapporti e di discorsi e di interessi solidali. un fornello. complesso forse unico. accennare. a gente la più diversa che incontravamo lungo il viaggio. accennare a una sol idarietà con gli uguali. alla realtà. Certo. e il gesto d'un vicino e il lampo d'un paio d'o cchi di donna. alla spensieratezza che sembra emanare sempre da tutto q uello che è vivace e naturale. cui allo stesso modo bastava un tremito. egois ta. Ma se vorremo capire il senso della realtà dei napoletani . mai smesso dal tempo dei greci. del mare. e non da strada a strada. significava farsi vivo. si rivela subito al primo colpo d'occhio. Il cavallo trottava con la vivacità d'un meridionale. ammiccare.la città. a distanza. un ziro d'olio. E questo complesso di rapporti mobile e diffuso come quello delle api e degli uccelli. lo andava a trovare al reggimento in una città vicina. e siccome la vita è quello che è. pietosa e legata del mondo. che la rendono meno grave e la consolano: comodità è un balcone assolato. Comodità sono gli oggetti che servono ad alleviare la fatica quotidiana. Esiste in tutta l'Italia meridionale un significato a parte per la parola " comodità". se l'era presa il colonnello. il loro piacere degli oggetti. d'un uomo livellato dalla vita moderna. cosa che alla fine esclude l'odio verso i fortunati. Ciò che può diventare anche un vezzo. il cocchiere si voltava di quando in quando a raccontarmi la storia d'un altro suo cavallo che gli era stato requisito. con la mano. con la bocca. cioè a cenni. o che di colui avrebbe avuto bisogno. quale possono produrre seco li di vita difficile e un'esperienza vasta come la storia. a Napoli queste comodità sono qualche volta il bene comune d'interi gruppi umani. cioè da uomo. Questo discors o era interrotto di continuo da un rapido occhieggiare del cocchiere all'ingiro. saluti. Qui si vive collettivamente. grida di mercanti ambulanti. e l'amore dei beni che vengono dall'industria umana come dalla natura. Il cocchiere non faceva che salutare. tanto che mol ti non gliene attribuiscono alcuno. uno scrollo. imbrogliatore. si tratta d'una mobilità estrema. mettono fuori i loro mille balconi. Piccole cose. La stessa cosa notai poi andando in carrozzella a Na poli. una pentol a. E sui bal coni. delle forme e d ei colori. è sotto il segno della più stretta solidarietà. bisogna pensare che l'origine di questo sentimento. E quell o che i napoletani chiamano "fetente". un fuoco.

senza g uardarne l'intima ragione: così è venuta fuori la leggenda di Napoli. talvolta le piante che sbucano da ogni interstizio del ma sso fanno sulla sommità di tali simulacri naturali una corona d'erbe e di fiori se lvaggi con una simmetria meravigliosa. Ma se per un i stante si sarà entrati nel cuore del popolo napoletano. sotto una luce bianca ad acet ilene. giardini sospesi in alto. In tutto il pittoresco napoletano v'è un senso stretto della ne cessità. un patetico troppo semplice. queste figure di pietra . patetiche. questo p opolo. o come il venditore di fuochi artificiali. L'uomo qui è dominato dal fatto di riuscire a ogni costo a strappare quello che vuole strappare alla vita. Le case sono spaziose e cir condate di orti e giardini a terrazze. il volo. ne descrive i rumori. tanto che una certa lentezza napoletana è dovuta pro prio a questo impegno. gioia e dolore. È come se fossero alimentati dalla salsedine. più oltre l'ulivo ha lo stesso colore. con cupole. Molti si sono fermati a questo carattere esteriore. la Madonna e il Bambino. Mi fermo a guardare la cura della decorazione nei p iù piccoli venditori ambulanti. di vitalità e di verità richieda questa vita. Egli aspetta dal cielo la grazia. anche se gli scogli che si drizzano sulla riva o stanno isolati tra le onde o sono a due a due. le case sospese sull'orlo dei precipizi e i massi fermi sul punto di un a immane rovina. La gente di questi luoghi. sopravvissuto ad altro tempo. tutto quello che pare disusato. al suo pittoresco. ma una fra tutte: l'uomo in una densità e pienezza e verità di vita. vi sono riti che sopravvivono a Napoli perché son o legati ad essi alcuni benefizi. In genere. Morte e vita. ma sa ranno pur sempre nuove nella realtà popolare di questo paese il cui nome è volato in tutto il mondo a significare tante cose curiose. Quale che sia la sua occupazione. Ogni commessura della roccia ha le sue piante erranti. incoraggiando a comperare un r azzo o una girandola. l'effetto. ci si spiegherà che somma di forza. non lo p erderà di vista un momento. e che non ve n'è uno il quale. Vuoi c onvincere. dove i venti del mare sono capricciosi. anche quando sembra che lo dimentichi. Il crinale delle rocce forma anch'esso profili di creature. le strade tagliate a picco nella roccia. possono diventare maniera stucchevole. absidi come di cattedrali. Del resto. PAESAGGI NAPOLETANI Venivo dalle valli della costa di Amalfi. di quanta virtù civile sia capac e quando gli sia chiesta. il paese dei devoti delle miracolose M adonne. e il senso della forma di. d a Positano a Maiori. È facile dire che a Napoli c'è gaiezza e spensieratezza. vec chio. carattere. coi piedi ben piantati sulla terra. e il grande protegge il piccolo d agli assalti del mare. e li chiede come v anno chiesti.motivo facile. un'umanissima arte . di quanta proverbiale ingegnosità. Il fatto è che ogni napoletano è combinato proprio in tutt 'altra maniera. Questo dà un colo re tanto forte alla vita napoletana. volte e nicchie. E da questa seri età proviene la soppravvivenza di vecchi riti e vecchie feste. uno grande e uno piccolo. i sibili. di vecchia architettura amalfitana . e la fede del popol o napoletano. alla minuzia con cui ognuno compie il suo più umile lavoro. portichetti. abita paesi nobilissimi. strane. si sia dimenticato un istante dello scopo della sua giornata e de l fine che vuol raggiungere. sono le frasi più comuni nelle canzonette. come è facile parlare del dol ce far niente napoletano. Il popolo chiama. egli pone una tal e attenzione a quello che fa. lungo la strada. d i colore azzurro come sono le piante sulla pietra. E la persuasione è l'arte napoletana per eccellenza. ma perché risponde a ncora a uno scopo. e rinca sando la sera. vivacità alla vita. uscendo di casa la mattina. e ogni paese ha la sua perché questo è un tema di quella famosissima strada. solo movente delle azioni umane. e il piccone e la mina ha nno messo alla luce del sole decorazioni di stalattiti. grotte e caverne. e la necessità conserva in vita a Napoli tutto quello che è morto o che è vuoto formalismo altrove: la necessità. e che dà forza. A ogni punto più minaccioso la Madonna col Bambino ha la sua nicc hia. in tutte le forme. con che teatralità sono disposti una dozzina di fich idindia per dritto. Si aprono nella montagna. il benefizio. e vi si metterà con tutte le sue risorse. perché una cosa è indubitabile: che a Napoli la gente non sia vera. o per amore del pittoresco e della rappresentazione. qui è vivo non per abitudine e pigrizia come s i crede. reale. un orto napoletano dice la cura. Sulla roccia e in pieno sole cresce il capelvenere e difende disperatamente il suo verde e le venature b ionde delle sue foglie. perciò la montagna sembra viva. separate l'una dall'altra con un sentimen . intorno a un melone d'inverno.

una decorazione di stucco alle finestre. abbia occupato le case loro. All'orto. col giardino ric co. La strada di Amalfi e di Sorrento non era ancora aperta. dove seguitarono l'altra loro attitudine naturale. e dove la rocc ia fa imbuto la circondano di una mora di sassi. sono taciturni e pratici. di balconcini. che hanno un gusto inimitabile. i q uali coi commerci adottavano le mode e le eleganze vedute nei paesi ricchi. La gente. Erano città fiorenti e prospere al tempo della navigazione a vela. I ve lieri tornavano a Positano carichi di mobili comperati a Genova. con un sapiente sfruttamento del terreno. ho detto. le donne sono anch'esse da fatica. di alt ane. S'immagina che gente del popolo. È un'antica c orporazione naturale che nessuno ha ancora pensato a ricostruire. A terreno sono le stanze della vita comune. Ho veduto certi mulini loro. è pur sempre quello settecentesco. d i tingere i palazzi di due colori. con un tale senso di costruttori che il funzionalismo moderno ha in loro dei precursori. e dall'alto fanno un panorama di bagni romani. alcuni quartieri abbandonati crollarono. e ancor oggi capita di vedere. e fra di loro non si sente mai dire di quei drammi sentimentali che scoppia no sovente nei climi morbidi. pe r una porta aperta in un vicolo. il cammino più facile era il mare. capolav ori di architettura popolare che sarebbe opportuno difendere con le leggi stesse che difendono il paesaggio e i monumenti illustri. e all'arrivo di qualche antiquario accorto. contro le intemperie. Fino a qualche anno fa. le rose fioriscono senza stagioni. Mi pa re certo che la consuetudine invalsa in alcune città dell'Europa settentrionale. gli armatori abb andonarono le loro ville e i palazzi. Vi portano su. o turchi che è forse lo stesso. E gente diversa da ogni altra della regio ne. La terra. colorano la casa di du e colori spesso. S i vede spesso gente povera uscire da palazzetti del Settecento. Perché sono architetti e agricoltori nati. rimasta nel paese dopo la parten za d'una razza di signori. e le loro case le fanno con logica. strappata a palmo a palmo alla montagna e alla roccia. in lugli o e in agosto si vedono le arance attaccate all'albero. ed ha . alt ri emigrarono in America. sul portico la terrazza. Essi sono la nobiltà del popol o. il cortile davanti al portico. Questi so no per la montagna scoscesa i loro orti e uliveti famosi. Il Settecento dovette essere il periodo delle maggiori fortune di questa contrad a. Si può dire che la terra la trasportino col fazzoletto. al cortile e alla terrazza sacrifica no lo spazio altrimenti adatto a ingrandire l'abitazione.to d'indipendenza e di solitudine che ci si domanda da quale razza sia venuto. la sabbia del mare. conobbero i commerci del Mediterraneo occidentale insieme con la lor grande amica. avevano commerc i con Genova cui fornivano legni e uomini. fra tante cose comuni. I te tti sono a cupole lisce. Il tema di quell'architettura. e dentro di un bellissimo bianco in cui la luce grande della co ntrada fa l'atmosfera d'un bagno vitale. sopra. sia nata in queste contrade che i settentrion ali conoscono a meraviglia. alcuni si diedero alla pesca. questi pa esi erano ricchi di bei mobili settecenteschi. quelle di abitazione. un mobile illustre. ed è la seconda semina d ell'annata. all e piante e ai frutti. hanno della vir ago. Il sole in queste valli scompare prima della sua ora. Per valicare il passo di Monte Sant'Angelo. perfino di cucine. composti di cilindri e di cubi di muratura sovra pposti che ricordano le nude forme della moderna architettura monumentale. Venne la navigazione a vapore. i limoni sono il frutto di tutto l'anno. è buona. Qui stavano gran signori. Ed è così. essi si fecero palazzi e ville. ma complicato con quello originale del luogo. una delizia settecentesca che la padrona di casa v'invita a guardare. l'indimenticabile chiarità del Mezzogiorn o. al livello della terrazza. Sono architetti nati. rimasto più intatto che ad Amalfi. all'albero. prima che i mo delli bastardi dell'architettura comune penetrino fin là. quando non possono altro. e magari con le due stanze superior i sprofondate. e mostrano ancor oggi certi disegni di caminetti. Nello stile del paese. La loro casa ha l'orto. e alle cinque la valle è imm ersa nell'ombra uguale e pur tanto chiara che d'estate dura due o tre ore. il mare divenne deserto. si prendeva una sedia e quattro portatori per tre ore di cammino. che li divide dal versante di Castellammare. dicendo orgogl iosa che è un mobile di famiglia. che sono la traduzione di tante cose ricche e illustri in uno stile del luogo che rammemo rava fantasticando le cose visitate. alle prime piogge di settemb re si seminano gli ortaggi che altrove vanno a primavera.

secondo l'abitudine delle ragazze di Nap oli. sullo sgargiante de lla terra napoletana. A Sorrento le ragazze ab bracciate parlano ridenti e si baciano. gli strumenti rustici che si se ntono nelle sue selve. bizzar ri. e si rivedono i vapori che velano le cose. E i fiori sgargianti. Non ci credono. E questa è la seconda zona. la chioma dell'arancio. si ricorda dell'eruzioni. È facile dire che Tasso il sentimento dei suoi orti e dei suoi giardini. Alle finestre le donne. e i suoi canti agresti. col verde luminoso degli aranci. E le colombe che volano nelle sue liriche . che sono la tr aduzione architettonica del vulcano che le domina. il Settecento che attecchì qui e ricorda i buoni affari e l'agiate zza d'un secolo ornato e intraprendente. Ho detto che in questa costiera non esistono gradaz ioni di luce. di asini bendati intorno al pozzo. i c hiari e gli scuri. e l'incombente Vesuvio colore di rosa. nell'ombra dei giardini ragazzi e bambine. Vigne e agrumeti formano un profondo bosco. che hanno un timbro miracolosamente salvo da ogni convenz ionalità. rosa e viola. chi li ha veduti una volta li distingue fra mille. I paesi sono ch iari come le pietre d'un letto di torrente all'asciutto. e gli occhi. e gli orti dis posti come in una geometria. quale si vede nell'Europa del nord. E tutto questo popolo d i verdure. della sua luce. vi mettono una fiammella. La vite è alta e forma viali d' ombra. e la propaggine della scala. Si può dire. il colore. al trotterello facile dell'asino piccolo. La natura ha un'armonia così gr ande che vi si può scoprire un tema uguale e universale per tutto. di fiori. v'è da giurare che occhi di migliaia d'anni e gli stessi occhi di Virgilio ed Orazio li abbiano veduti semp re gli stessi. È una luce immensa che si mette in lotta con gli organis mi. checché ne pensino i pittori. E anche le mollezze e i piaceri dei suoi giardin i incantati appartengono a quest'ozio. vi riporta a qualcosa di immortale. La casa diviene bassa. Il sole è tanto vibrato che a chi non sia abituato dà strani e pur piacevoli disturbi. l'arancio ha la chioma irta e tutta fiammelle. verso la punta della Campanella. questi colori tutti napoletani. e vi vengono incontro le ombre vivide. il pino gracile ha qualcosa del fiore dell'agave. somigliano a questi. tutta opposta all'idea che di solito ci si fa. di pozzi. della sua aria. e a queste colombe che si vedono bianchissime volare all'improvviso come innalzate da un'improvvisa tempesta. com e l'uomo non pensa alla morte. e perfino i loro ca ppelli e i loro vestiti rustici. di estatico. si passa dal sole sfolgorante alla fosforescenza del crepuscolo di tre ore. e tutta la sua pastorelleria. felice dei suoi orti. una gracilità da paes aggio antico. M a passata la sella di Sorrento. La loro razza è tutt'altra. li sconvolge. che sembra u n plastico. rischiaranti tanto soavemente il suo poema. la natura della vite di questa contrada. Le strade dei paesi lungo la costa di Sorrento si aprono col loro Settecento div enuto popolare. al contrario dell'arancio greve e tondo della Sicilia. li abbia tratti da qui. la vita vi si snoda intorno senza fatica apparente. La terza è quel la alle falde del Vesuvio. così facili ad abbandonarsi fra di loro e a baciarsi in pubblico nell'atto di dirsi qualcosa all'orecchio. ciò che influisce anche sui sentimenti. osservando case come queste.del lungo crepuscolo. Qui gli orti felici si stendono in tutto il loro lusso naturale. A Sorrento la vitalità del popolo. con una lunga scala esterna che quasi fa da ancora sulla terra. Sui muriccioli le bambine coi grandi o cchi e la carnagione calda sembrano conoscere la felicità segreta del mondo natura le. è come se quel lu me abbagliante lo posassero in terra. E non ci sono che i napoletani. sono segni che si riconoscono. Il rosa e il grigi o riprendono il loro dominio. Quelli che vivono sulle falde del Vesuvio non credono al Vesuvio. V'è una delicatezza di scavo. capricciosa alle soglie del Barocco. i fiori che si aprono al principio dei suoi madrigali. e gli stessi atteggiamenti degli agricoltori. popolari. Non lo chiaman o neppur Vesuvio. Ma basta valicare il passo di Sorrento per trovarvi una natura diversa. e tronca. Il pi no napoletano. per proporsi solt . le labbra. e quasi nelle profondità di stanze lussuose. lo chiamano la Montagna. da Pompei a Napoli. li rinnova. o non ci pensano. di cui sfuggono quasi le dimensioni reali. li avesse da un a reminiscenza di questi suoi luoghi. come si sente raccontare di c ontrade favolose più a sud. coi carrettini di verdur a e di vino. e si ferma sulla strada come un torrente rappreso. e quella precisamente che va sotto il nome di napoletana. e l'uomo si sente scintilla dell'immenso creato. La terra è d'oro.

e le cupole delle abitazioni impostate e saldate come le pareti d'un orcio. Un giorno. stanno donn e e bambini. sono venute fuo ri da semi erranti. Guarda la dil igenza dei solchi. e uno per volta. non vuole. non ha affrettato. che rappresentano facce umane. volere sino all'ultimo: sotto l'apparente disinteresse è una manifes tazione di volontà. la pianticella propizia della ruta. l'ordine degli orti. degli affreschi di Pompei. il problema del giorno. perenne e prospera. Il vino è colore violetto e amaranto. "Fai q uel che stai facendo". Fino all'ultimo egli non crede. e i buffi vasi di creta. e che quando accadranno si presenteranno sotto un aspetto diverso da quello immaginato. nei patio. Un'antichità vivente. era un modo romano che conteneva lo stesso esplicito divi eto del "non te ne incaricare" napoletano. Non te ne incaricare. e sul grigio i tronchi scortecciati e dipinti di bianco degli alberi. L'ultima capitale di questa saggezza è Na poli. In una natura arida come questa. serba l'antico in nessuna pietra. In alcune di queste contrade hanno abolito la stazione dei carabin ieri. è d'un colore vivo e quasi umido. Sperare fino all'ultimo.anto i problemi immediati della vita. il terreno offre infinite combinazioni alla massa mostruos a. e la vite gracile è divenuta robusta e più abbondante. i fiori diventano enormi. Tutto in torno è creato con gli elementi del Vesuvio e i muriccioli e le mura. delle cento e più specie che prosperano sulle rocce basaltiche coperte d'uno strato di cenere di pochi palmi. come i numeri del lotto." "Lo è. Egli ha pia ntato i suoi orti e le sue vigne. e piegati dal vento i tronchi sembrano umani. le case. e non sarà de tta mai. Non ci pensare. tengono ancora prigionieri i vecchi spiriti del paganesimo." . una p ioggia di lapilli neri ha concimato la vigna. col suo pensiero e con la sua fantasia. Una scienza primitiva e un pregiudizio rimasto nel popolo. i legumi e gli ortaggi. per anni non pensato. e neppure di non voler vedere. il cagnuolo accucciato. ordine degli stucchi di vita agreste nel museo de lle Terme a Roma. i piselli alti appena due palmi. In un paese di aspetti e di fatti antichi come l'Italia. una antichità di og ni attimo. Ma se accadesse? Se la Montagna si scatenasse? La lava avanza lentissimamente. ma nell 'ordine del campo. G li uomini la guardano avanzare. i suoi frutteti. se la lav a si ferma egli si ferma. i giardini. È lo stesso. stacca tanti passi quanti gliene contende la lava. sulla cenere grigia e molle che serba l'impronta lucente della v anga e della zappa. La guardano. Dove la cenere è appena rimossa. significa. Questo è a ntico. per il tremolare rosato dei peschi. l'uomo co n le masserizie e i figliuoli già sul carretto non crede fino all'ultimo di dovers ene proprio andare. E gli alberi acquistano sul terreno chiaro cadenze di persone. "Questa dev'essere gente fatta in un modo diverso da ogni altra. Non s'è mai sentito dire d'un delitto o d'un furto. i l problema dell'ora. è saggio. dei capricci della sorte. difatti. e non altro. e il bianco rico rda le vesti. si affaccia alla memoria. Nei cortili profondi e ombrosi. Questo si chi ama tenere tutta spalancata la porta dell'inatteso. Immemorabilmente questa terra di continuo cancellata e risorta r iproduce quell'ordine. s'è vista a volte dividersi la corrente incandescente davanti a un vigneto. Anche ora l'ultima parola non è detta. E sarà troppo tar di per capire che non ne valeva la pena. Tutto quello che s'è taciuto per anni. molte specie di vitigni. i n definitiva. san no che le parole evocano spesso i fatti e i fantasmi. La primavera è sosp esa nell'aria. E poi i peschi. come nell'uomo che combatte si fa strada la coscienza primitiva della difesa e dell'offesa. sulle colonne di calce mozze. i mandor li. delle nostalgie campestri di Virgil io e di Orazio. In un patio tra mura d'un bianco di latte dove la bocca nera del forno sta da un canto. un gallo nero su una sedia. In basso in questo grigio che ho detto. è longevo. questo l embo di terra col suo sapor di cenere. negli androni. che è quanto basta a render buono un campo. Non si tratta d'indifferenza. i magri cavoli verdeblù. Ma intanto. tra cui il risentirsi delle prime foglie verdi è come il rinverdire d'una capigliatura di vecchio personaggio di favola.. E si accomoda perché l'uomo pensa ad accomodarlo. prima. con sopra questi vel i rosa. Se bisogna abbandonare la casa. e dell'equilibrio naturale del mondo secondo cui tutto si accomoda. d'un millesimo la fatalità e la catastrofe. i cannicci che coprono le chiome degli a ranci carichi. gli aranci. La metà del mondo d'oggi si guasta i nervi e perde troppo presto la vita per pensare alle cose che gli accadranno.

tra la cenere rosea e l'infernale stereo. gli stranieri non guardano agli uomini. se ne scorgono gli scuri degli sc ogli e i chiari dei banchi di sabbia. guardano stupiti noi che guardiamo quell'anti ca semenza d'uomini. I COSTRUTTORI DEL GARGANO . Ma più oltre. la massa di cenere preme da tutte le parti. un essere vivo e romito: un gufo. muffito di sterili bianchi. sonoro di pie tra arida. allo stesso modo che. comincia il deserto. case pencolassero come le vele in mare. pareva a tratti che su quell'onda i dad i bianchi delle . di ingrommatura. e dagli sguardi assortiti di tan ti occhi bianchi e neri. È una materia sorda che acquista una forma sol perché è materia. i campanil i rosa. di muffa. da vivente. stringendo la fo rma esatta delle chitarre. segn ava lo stacco tra la vita e la morte. sol perché gli occhi umani vi cercano una forma. e terna condannata ai dolori del parto. la cenere nel pugno di una mano è pesante: ha il colore d'una brace che cova un fuoco non ancora spento. Più sopra c'è il bosco dei pini. discutevamo che rumore facesse. un rumore più elementare. il viottolo aperto ieri. in quella solitudine disperata in cui la montagna pareva soffrire senza tregua né rimedio tutti i dolori della terra.Dai loro cortili e dai loro patio. Ancora sotto l'orlo dei cratere. sostenuto dalle macerie di pietre . da animale. il deserto di lava rifà l e immagini che si leggono in tutti gli elementi disordinati e lubrici: stracci e panni luridi. coi suoi profondi recessi. Il mondo abitato è lontano. D'una porta che si chiuda violentemente suscitando echi profondi e rimbombi in una casa vuot a e spaziosa. riaperto oggi. apparvero i due suonat ori di chitarra. è molle. il Vesuvio e le arance d'oro. gli uomini. nudità decapitate e mutilate. all'informe della lava che prem e da tutte le parti in un mare rappreso. A questo punto.sopra sono ricresciuti gli orti e le abitazioni. Usciti dall'ombra propizia dei cortili bianchi. cordami rappresi in cerchio. Con una fantasia stracca e disordinata. Ma non è così tutta la vita? Fino a quando il gigante non dà uno scrollo. lassù in cima. poco più oltre. Nel deserto di lava. umani. No. tra le illusioni dell'uomo e il nulla. in una natura tutta minerale. Ma non è pr oprio il deserto. di violetti . un verde che pareva il miraggio d'u n bosco tenerissimo. guardando un mare dall'alto. Ne ho incontrati fin sotto il cratere del Vesuvio. che si posarono e si spens ero tra il verde minerale del cono eruttivo. di gialli. si levò battendo le ali una creatura di quei luoghi. cantata tante volte sul mare d'argento. Quando si accorgeranno che l'hanno costruit a gli uomini? Oh. e così un ragazzo che vendeva certe arance appena staccate dall'a lbero. Di solito. col real ismo dei carnai. portata lassù. Non si pensava che fossero posteggiatori. mentre piccoli uomini sul ciglio dell'altr o versante si profilavano nel cielo con l'aria assorta della gente agli spettaco li. Sembra di in travedere in queste macchie quello che si trova nella profondità della terra. Come se stesse per soffocare. come se li avesse messi là in un suo canto streg ato l'Ariosto. apparizi oni avventurose. Suonavano la chitarra. in vista de lla colonna di fumo gialla e rosea. Cantavano e suonavano "Ohi Mari". avevamo lasciato le ultime case piantate ai limiti dell a lava. Si scorge un ciuffo d'erbacce secche e ci si domanda in quale mai stagione rinverdì. Se ne intravedono le case bianche. Il Vesuvio e la chitarra. e non dico la bellezza di quella forma e di quel colore del frutto in quell'informe e tra quei colori da chimici. simili a macchie d'inchiostro le tracce delle antiche eruzioni si spando no nella pianura . In una di queste macchie è Pompei. d'un regno infantile. d'un colore di zolfo. nella realtà. dopo qualche orticello in cui gli ortaggi diventano nani. Salendo. È quell o. in vista del Vesuvio lontano e benigno come un totem. Alla fine viene in mente l'immagine d i quel girone dantesco in cui si trovano quei "due tuffati in uno stereo". Il Vesuvio in questi giorni è attivo. Si spalanca sotto gli occhi la valle infernale. ma personaggi. il vulcano vomitò certi stracci incandescenti di lava. E quella canzone. La montagna emana un tenue calore. D'un'onda immane che si abbatte su una spiaggia mentre la riecheggiano scogli e caverne. Intorno a quella convulsione le fumarole esili e bianche fi orivano incensando. con la loro forma di cubo come un'affermazione semplice e costruttiva di fronte alla natura tondeggiante della montagna. Vedono l 'Italia come fosse caduta dal cielo.

di olivi e di pini d'Aleppo. simile all'avvolgers i di certe conchiglie. di campa nili. a turbante. e non se ne scorge l'abitazione. Tanto du ra. dove il vento non arriva. è rigato a llo stesso modo dalle correnti: tutto è sullo stesso disegno. A parte la donna dell'autobus. si pensa alla natura di questi uomini. Tutto qui è molto importante. di lanterne. sull'intero promontorio. nel suo rifugi o di montagna. che coprono il monte come un tetto. Da Manfredonia a Monte S. Una tale opera dei campi è sta ta compiuta in settant'anni. una macchia verde descrive la sua pac e. una borgata è disposta in riga su quattro o cinque file. In fondo alla valle. delle vigne. Il lavoro parla per gli abitanti.Vi sono popoli che hanno un talento istintivo e storico per l'architettura. tinta di bianco come tutta la pietra che si vede. a quanto pare. se non vecchie. con due occhi di fuoco di notte. seguendo il disegno delle terrazze che la sovrastano per la montagna. g li ulivi alleggeriti sono gracili e ai loro piedi il grano è d'un colore nuovo. le case basse d isposte in riga sulla cima. spuntano certi enormi comignoli. il mare che sembra levarsi inclinato sulla linea dell'orizzonte. se una città moderna dovesse avere i suoi co mignoli delle proporzioni di questi. di qui. è una immane opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi . prendono forma sopra al ciglio roccioso del monte. la quota più alta d'Italia. Poche volte la fatica umana dà uno sbigottiment o simile. Un lembo di t erra miracolosamente in piena. Tutta la terra atto rno è lavorata come una miniera. i viottoli serpeggianti e le strade tortuose rifanno un movimento con corde. si va prima per un pendio sul m are. Una donna. Da una casa esce un tale con un'asse sulla testa. a elmo. colore della polvere. a torrione. ma non c'è traccia d'uomo se non questi enormi camini dalla forma di torri. questo vortice diventa più grandioso e più complicato a m ano a mano che si risale il monte. Una scritta all'ingresso della città avverte che qui si tocca il quaranta per mille della natalità. Ma salendo per la strada bianca. si scorgono poi i tetti. Angelo. Tutto quello che si scorge. in una ruga. e spioventi come gli embrici d'un tetto. Gli stessi comignoli che si sono veduti prima. qualche albero si leva. In una piega del terreno. della stessa for ma. in rapporto all'altezza degli edifici. quanto basta a una famiglia di cinque o sei persone. per due giorni. quello che era il deserto appare un bastione di pietrame. il freddo d'inverno . dalle valli asciutte al le cime. l'occhio si abitua a discernere nient'altro che questa immane pa zienza. che neppure il matrimonio accade senza dramma. Che un contrasto qualun . e. fuori. posa per un attimo lo sguardo su di voi. e si misura dove e come il vento la tormenta. chiuso come un minatore. quella cioè che ha costruito l'enorme monumento dei bastioni delle sue montagne. e un filo di fumo annunzia che qualcuno è vivo là sotto. c ome succede. La montagna è una pietraia deserta là davanti. Si scorge bensì la porta incardinata nel masso. bianchi come la pietra. questi comignoli sproposi tati. Sulla cima di qualche poggio sta come un fossile un edifi cio bianco. si d ovrebbe presentare con camini della grandezza delle Torri di Bologna o del campa nile di Pisa. figurano come le cuspi di di una lontana città turrita e bianca. nell'autobus. e non qui soltanto. Si capisce d'essere capitati entro un'opera tra le più ingegnose degli uomini e. in una valle. sopra. dei mandorli. da quando il Gargano finì di essere un feudo regio co i suoi boschi profondi dell'interno. alla fi ne. e sopra ci sono due pani di dieci o dodici chili ciascuno. ma su tutti i poggi e i monti intorno. annunziano la città di Monte Sant'A ngelo. Qua e là nelle valli. E si capisce per quelli che hanno da celebrare una potenza e da attestare una forza. A un certo punto. nel suo forno. di vecchi casolari. i mandorli già verdi con qualche vecchio fiocco fiorito. con gli occhi di fuoco di notte. Un movimento a spirale avvolge monte die tro monte. Questi camini dicono tutto: il vento che tira. Non vi guarderà mai più. di poche case sparse tra i campi di olivi e di mandorli. La vigna è ancora nuda . Come lo s catenarsi d'una girandola. del grano. L'uomo ha spesso bisogno di un atto di forza anche in ciò. Non avevo mai veduto un pane di questa posta. la bisogna del pane. arriva verde di grano proprio fino alla striscia del mare turchino. non ho veduto qu i altre donne. Ma s'immagina difficilmente un gruppo di pastori e di contadini che porti una p reoccupazione architettonica nella sua abitazione. Ci si accorge subito di trovarsi fra gente dura e gelosa.

vanno a informarsi se tutto sia andato bene. . di prospettive. Arte di fare scale. sull'altra sponda de ll'Adriatico. ma con quale cuore? E si tratta proprio d'un richiamo d'amore. o nel co rso d'una festa. a cui corre. Michele Arcangelo che pare sia apparso qui per la pri ma volta alla adorazione dei fedeli. e da far portare alle comari nelle canestre. e un buon letto. di variarle infinitamente. prendendo il posto di Apollo che qui aveva un tempio. prima della celebrazione. Il ra tto può capitare anche a una donna sorda al richiamo dell'amante. Ed è una caverna il famoso santuario di S. E poi i figli. un s ibilo sordo come dei grilli d'estate. m a per quello che sanno fare ricercati in tutto il Tavoliere. per avventura. come è quella che ci propone stabilimenti balneari e palagi tutti del medesimo stile. le assi sono sostenute da due alti trespoli. e dei ratti in campagna. dove sono scavate nella roccia le gabbie per i torchi. ad Amalfi. si affac cia dietro i vetri o sulla porta. Quella del ratto è una vecchia usanza illirica. il rituale del matrimonio comporta anche un ratto simulato. che essi chiamano pagliai anc he certi rifugi di montagna costruiti di pietra a forma di capanna. portici. negati a ogni forma d'industria. Spesso. che fino a quel giorno non è riuscito a parl are alla sua sospirata se non stando sulla soglia della porta. è ancora la caverna primiti va sormontata da un comignolo e chiusa da una di queste facciate. con la madre muta testimone. e suscita nei crudi inverni i racconti delle streghe. tante invenzioni preziose d'architettura. il ratto è buonissim o rimedio che dispensa da tante malagevoli formalità. muratori e imprenditori di lavori stradali e di costruzioni. e per salirvi ci vuole una scaletta o una sedia. È noto che di là. È tanta la vocazione di questi di Monte Sant'Angelo. di risolvere problemi di pendenz e. i pellegrini di tutta l a regione e delle regioni vicine tracciano sui muri e sulle scale del santuario l'impronta della loro mano e il loro nome. cui la donna. e quando i suoi compagni con l'inganno e con la forza hanno condotto fuori la vecchia. quadrate e rettangolari. La mattina dopo. al modo degli uccelli e delle fiere. Non esiste da noi un documento che metta sotto gli occhi l'arte di costruire una casa come fanno qui. dove il vento è chiamato lucifero. e che neppure nell'emigrazione scordano le loro attitudini. Arte di legare gli uomini ai loro luoghi. e che per avvent ura ami un altro. In molti luoghi. adattate già mirabi lmente ad abitazione. per un buon grande pane sicuro. a Ischia. non soltanto popolare. Pensano gli amici a preparar e una lauta cena ai due fuggiaschi. dove gli uomini ripetono sempre la medesima storia e nascono forti. ci si può chiedere se. Appena il romanico glorioso fece illustre la Puglia. Le impronte di quei piedi e di quelle mani sono come una lunga eco delle sessant amila persone che passano qui ogni anno. se vuoi rispondere. le madri d ei due sposi per amore e per forza. quest i montanari trasportarono sulle loro abitazioni il modello delle facciate di que lle chiese. A ogni denunzia di colpi di questo genere. Il letto è molto alto. per la povera condizione degli sposi che non possono redigere lunghe note di be ni e di oggetti di corredo da far leggere solennemente per bocca del notaio dava nti al vicinato. strisciando lungo il mu ro fino alla porta di casa sua. le grandi famiglie che servono pe r il lavoro della montagna. e dava nti alla loro città costruita mirabilmente sullo scrimolo del monte e su due valli . e la fanciulla rifugiata ai piedi del letto. crescono intraprendenti contadini pastori e artigiani. se è fuori. non vadano proposte a modello d'una moderna architettura povera di idee e pretenziosa. quest'uomo spalleggiato dai suoi compagni si presenta nella casa di lei. in un'ora in cui ella è sola con la madre. Qui è rimasto l'uso nel suo vigore primitivo. in modo che la più modesta cas uccia ha questo egregio frontespizio. a Positano. Tutto finirà ugualmente col matrimonio. e adattandole. e l'uomo. Poiché egli lasciò l'impronta del suo piede nudo. non più molti. paesi d'Italia. i carabinieri sanno che tutto finirà col pranzo di nozze. Han no il genio dell'architettura come in altri. dove i pani sono grandi come la lun a piena. che lo prenda un dubbio sui se ntimenti della donna amata. I loro avi d ella preistoria abitavano qui in caverne che si vedono ancora. rimanen do carpentieri.que coi parenti della sua bella si faccia strada. a cava llo. anche al prete e al medico quando sarà l'ora. egli si chiude la porta alle spalle e diventa signore dell'ama ta. passaggi. dove si lavora fino a settant'anni e si campa spesso fino a cent o. dove sono di pietra anche gli ammostatoi.

nelle sue lettere. poiché era u n uomo di lettere. Gli alberi solitari nella valle nuda. quello che. E nelle sue favole popolari. il paese sul colle addensato come un mucchio di semi o un armento. persona colta a quanto pare. e in ogni cuore d'uomo. Chi ama queste cose . ha resistito. albero. e la Colonna di Giunone Lacinia sul mare di Croto ne. pietra. CALABRIA Se dovessi citare uno scrittore che ha capito la Calabria parlerei di Paul-Louis Courier che venne da noi con le truppe napoleoniche del Massena. Poic hé questo è il paese.Il sagrestano del tempio. ma vi sta come figlio. attraverso terrem oti. uomo. Quale sia la tradizione dei calabresi è difficile dirlo. dei colli. il senso delle cose. Courier tornò tre volte al campo spogliato dei suoi panni. Questa è proprio la Calabria con la sua natura. forse per ciò. la forza civile. perciò esso è tra i più facili a diventare ingiusto e prepotente sapendo di esserlo. poiché per esse abbiamo tenuto fede alla nostra tradizione. con lo stesso struggimento che dà l'atteggiarsi d'una figura familiare terri bile e alta ma cara come è in Calabria la paternità. la grandezza umana. Sono pochi i paesi d'Italia c he abbiano conosciuto meglio della Calabria l'ingiustizia. non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia. Una scheggia del masso. distinguere. interpretano. è difficile amarle -. e gli offrì di scegliersi lui stesso la morte che meno gli disp iacesse. gli sciocchi mitici sono sciocchi filosofici che dis tinguono.e lo so. il passato. Poiché il calabrese s'innamora come pochi delle grandi idee e delle idee universal i. e non sa bene se nem ica o amica. sotto la grotta umida ed enorme che si apre nella chie sa. Guardate la chiesetta bizantina di San Marco a Rossano. giacché percorreva la Magna Grecia con la spada e un Virgilio: il tribunale ebbe un occhio di riguardo per lui. essa è tutta nell'atteggiarsi dei monti. Figurarsi la discussione. la violen za: eppure. Ci penso spe sso. è la stessa natura che prende atteggiamenti d'archite ttura. roccia. Da secoli noi amiamo la verità come gli aspetti della nostra terra. Da noi essa fu sempre quotidiana anche con la natura. questa regione tiene al sommo del suo carattere il sens o del diritto e del torto. Vi sono altri e più bei paesaggi che danno il senso della trionfante presenza dell'uomo. e lo spettacolo degli invasori c he tra il vino e le cose saccheggiate li schiantava di colpo la perniciosa. Certo non è più bella Egina davanti ad Atene. Francesco da Paol a. non conosce neppure il pe rché di questo suo attaccamento. franamenti. e Santa Severina. e l'i mmagine delle cose. Un giorno capitò in uno di questi tribunali uno degli ufficiali invasori. e quando ru ppe in mare e la tempesta lo portò sino a Scilla. spartire giu sto e ingiusto. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore. vanno al fondo delle cose e delle parole trovandovi la s uprema imbecillità. e ai greci vecchi e nuovi trema il cuore a scorgerla di lontano. come se l'uomo li avesse ridotti in suo po tere e resi soggetti. Ma in Calabria siamo ancora al primo balzare dell'uomo nella sua abitazione terrena tra mille forze nemiche. e tale sentimento è il patriottismo. il colore di quella guerriglia: le bande defilate sui costoni dei monti. natura. il cocuzzolo accanto pela . Ancora pietra. la pietra. o il panorama di Corigli ano Calabro. v'è la Toscana do ve la natura non è che l'introduzione all'architettura e la sua più bella introduzio ne. alluvioni. delle sp iagge. Non si potrebbe essere più giusti. Per quanto egl i si soffermi poco sul paesaggio. parlano a lui con accenti de l suo sangue. il sopruso. Uno di questi luoghi è Tiriolo. che sono la chiara immagine della sua storia e delle sue a bitudini: c'è nella Lombardia dei canali la geometria di Leonardo. con tutto quanto è insondabile in questa affez ione. e diciamo p ure la sua cavalleria e il suo talento filosofia). mi offre una reliquia. In ogni terra è la lotta fra giusto e ingiusto. i boschi con g l'impiccati agli alberi da cui qualcuno si spiccava facilmente ("s'impicca prest o e male"). e l'attitudine a giudicare. Tomaso Campanella. basta per dargli colore. l'arrivo improvviso nei paesi dell'altopiano (chi arrivava primo sparava). come press o una bestia di cui non conosce la forza ma che sa potente. facendosene anzi un culto disperato e una missione come della giust izia: posizione esatta da angelo condannato. E i tribunali rustici. l'opera dell'uomo che fa tutt'uno con essa. Un tema divenuto chiariss imo e dominante di questa regione povera di grandi memorie archeologiche perdute in cento flagelli naturali. l'uomo vive in mezzo alla natura ancora sottomesso. il suo carattere.

lana e grano in casa è già la ricchezza. dai ballatoi. deve af frontare la vita. che ha il ricordo di un cosmo op erante. gli rispo se un coro enorme di risate. sola. Ma ancora quanto basta per dare un ritratto della nat ura originale di questo paese. per esempio. teneva un suo discorso dal balcone d'una casa. il passato. La famiglia è la sua spinta vitale. e che soltanto in questi anni allacciano buone strade. la vita. mummificata. è divenuta in Russia. Questo permette di star fermi. Come nei drammi di Shakespeare. ragionante. Grande solitudine dell'uomo. Mi fa ancora pena se ripenso all'avven tura d'un agitatore socialista che venticinque anni fa. alle manifestazioni più sfrenat . La forza della Calabria è nella sua struttura familiare. il suo mondo. di con formazione del terreno e di storia della terra. l a stessa che nel paesaggio attorno a Roma. in uno di nostri paesi. o nella loro limitatezza. pensare. Era la povera gente che rideva. castelli e palazzi solitari. di smettere il c ostume della sua categoria. vino. ciascuno ha il suo linguaggio. I figli rapprese ntano un continuo atto di fede nella vita. una promessa e una speranza. e ogni mercé rappresenta le arti più antiche dell'uom o. pe r cui avere olio. quando arrivò a dire "siamo tutti u guali". dove ognuno è il suo personaggio e nient'altro. Ricorderò il gesto con cui una povera donna. là dove dalla semina del grano allo sfornare il pa ne l'uomo è schiavo di se stesso. e quella che fu una volta l'el argizione dei diritti dell'uomo. direi addirittura di discendenze. guardare. È una bellezza di pura geologia.to. Se rimane solo e libero di sé. invecch iata. e questo soltanto gli dava il diritto. Ancora per poco. degli oceani che lambivano le cime dei mon ti e ritirandosi hanno scavato le terrazze. appartiene a una tradizione di tipi e di fa miglie. e la donna con la sua roba sulla testa. dove l'imbecille parla da imbecille. pensa a sposarsi. sia un frutto o un sacchetto di sementi. La vita dura. certo. il campo del suo genio. terre coltiva bili rare e motivo di contese secolari. Tant'è vero che in Calabria. da rozzo il rozzo. dalle porte del paese ad anfiteatro. l'ho fatto per rispetto di voi": e la sua veste era tutta una toppa. Altrimenti non si capire bbe il significato della parabola che percorre ogni calabrese di modesta condizi one che si affaccia alla vita: proprio nel momento in cui egli. Ancora tutta la sua vita è nella mancanza di bisogni. proprio della sua stessa natura inquieta. dai vicoli. a tal punto che ogni cosa è cara per la fatica e la lotta che rappresenta. e così reggono le distinzi oni e gli abissi fra le classi. la vita di tipo antico dispone a queste cose. Perciò ogni conquista è la tr adizione. e così l'avere fatto parte dell'esercito per un numero di anni. formano tutta l'immagine d'una società. da signore il signore. prima del lavoro delle m acchine. e la ri voluzione socialista ha per veri autori le macchine. Il mare deserto. Abbiamo veduto che le rivoluzioni di tipo socialista di dopo guerra hanno sommosso popoli inte ri con l'introduzione di alcune comodità materiali. cioè l'adattamento dell'uomo ad altro lavoro e ad alt ra vita. paesi rifugi ati sui colli e sui monti in guardia. Non conosco altr i luoghi che come la Calabria abbiano il senso della gerarchia della vita. E questo non è tanto primitivo come sembra a prima vista. si c rea una responsabilità. mondata. porterà il suo individualismo. al suo ritorno. aiutandomi a portare una valigia in u na stazione sperduta. Ma una penisola così stretta ha una vita profonda e di lenta penetrazione. senza il peso del gruppo familiare a lui pare inutile comb attere. Vale a dire che la vita ant ica regge dove le differenze materiali sono più profonde. era tutto il segno del privilegio di alcune classi. una forz a che deve correggere il destino individuale dei padri. mentre avrebbe bisogno di lottare solo. che è poi la libertà suprema dell'uomo. cavillosa. l'hanno risecchita. nei quali benefizi. Uno dei caratteri d ella civiltà d'oggi è d'avere ridotto al minimo il prezzo di tali privilegi. diviene prezioso quello che la te rra e la luce danno. contemplare. giovane. quando misi mano al borsellino mi disse: "Grazie. dei geli delle epoche remote. non ne ho bisogno. elargizione de i benefizi della vita confortevole. e paesi dove a poche m iglia di distanza mutano il costume e il dialetto. In Calabria i venti del mare e la luce e il sole hanno compiuto l'opera. il suo dramma e la sua poesia. e fiumi rovinosi. per mutar condizione. l'elaborazione della natura e il suo rivolgimento e il suo cambiar positura e aspetto. nel tempo di prima non v'era al tro mezzo che l'emigrazione. E con la mancanza di bisogni. come nella scogliera di Scilla. La Calabria è ancora sul punto di questa trasforma zione.

il senso pate rno. Se si vogliono meno av vocati. un barile di vino. Egli ha bisogno naturalmente del freno della famiglia. la famiglia li frena. Per quanto ciò possa sembrare un futile dono propiziatorio. Naturalm ente. e per un'abitudine secolare all 'oppressione. Per quanto sia grande l'autorità cui il calabr ese si rivolge con questi mezzi primitivi. primordialmente femminili. Questo è teocrazia e insieme senso degli uomini. Ma nello stesso tempo. che vorrebbe fuggire. Si tratta di temperamenti facile preda alle passioni: fantasio si. sa tuttavia che si tratta sempre di una autorità di uomini. dei frutti e degli animali. dei mestieri e delle professioni tecniche. il calabrese sa che il potere è un fatto umano e che basta pervenire a parlare con esso perché si pieghi alle necessità umane. è unitario. e s i può dire che non abbia il senso della conquista sociale se non ha una famiglia d a recare in porto. Il calabrese im magina il potere come qualcosa di astratto. Lo spirito tradizionale del calabrese è dunque gerarchico. di una cesta di frutta o di un animale dei boschi dell'Aspromonte e della Sila? Vidi molti a nni fa uno di questi doni offerti a un cardinale in Roma. Poiché. È escluso ogni senso edonistico. È il contrario di quanto accade negli altri paesi. Qua ndo ero ragazzo in Calabria. Q uesto è un sentimento tutto regionale dell'autorità e del comando. è buon soldato. egli entra così nell'ordine sociale. o come vol ete. capaci di astrarre. Disposto naturalmente a una funzione patriarcale. la f amiglia di un carcerato che si presentasse all'avvocato non andava mai a mani vu ote. che parla a quanto abbiamo nel cuore di più antico. E non è una cagione trascurabile del malessere sociale. offerto da uomo a uomo e da vecchio ragazzo a vecchio ragazzo. che l'uomo p ervenga alla famiglia dopo aver vinto la sua battaglia per l'esistenza. bisogna aprire più scuole professionali e officine. Per lui chi comanda ha il diritto di comandare. In Calabria è considerata una vergogna non essere abili al servizio militare. se il calabrese ha il senso dell'autorità come un fatto irrazionale e indiscutibile. sensibili. Per sé egli non conquisterebbe null a. cui torna sempre. D'altra parte il potere. Si stabiliva così un contatto tra uomo e uomo. e sovrattutto un valore emotivo. gli bastano la sua fantasia e la sua filosofia della vita.e. quello di fronte a ll'autorità. come oggi. Poiché ha un senso primitivo della giustizia. divent ando magari il più umile servo di esso. partecipare al potere in qualsiasi forma. questa etica calabrese richiede qualità virili anche nella donna. e le ingiustizie che ne possono derivare dipendono da chi am ministra questo potere. l'invio delle primizie. mentre colloca il potere nella dimensione più alta e inattaccabile. che tutto il movimento profondo della Calabria tende da cinquant'a nni al mutamento di condizione. Manca in Calabria un assetto moderno che apra alle energie giovani il cam po delle arti. che crede di placare i rappresentanti del potere con le offerte di frutti della terr a. diventano pra tici. E questo è l'altro aspetto della questione. egli diffida degli esecutori del potere. abituato a spartire il dritto e il torto in tutte le sue manifestazioni. essendo la Calabr ia uno dei paesi che ha in maggior grado il senso della gerarchia. che s i spedivano non soltanto tra vicini ma da paese a paese. Da ciò proviene al calabrese un altro ordine di pensieri. il co mando della società. volubili. Allora. ha il suo effetto. una bottiglia di essenze. E annettendo ai prodotti della sua terra un valore inestimabile. patriarcale. un cesto di arance. È facile vedere gente del popolo. Una recente statistica ha rivelato che la città di Catanzaro conta un numero di avvocati maggiore che non la città di Milano. Migliaia di studenti escono ogni anno dalle scuole classiche del le tre Calabrie. per cui nei vecchi tempi si eresse a brigante giustiziere. e ricordo come egli so rrise. sono considerati a tal punto. e il comando è una funz ione indiscutibile. vedevo che tutta la vita sociale girava intorno a q uesti doni stagionali. Difatti è monarchico. il potere non è per lui altro che sost anzialmente giusto. col denaro portava anche doni. questo è il solo mezzo a ttraverso cui egli si potrà fissare nella società. un agnello. e sono destinati ugualmente ad aumentare il numero di detti avv ocati. come volete rimanere insensibili all' offerta semplice. Il calabrese non acquista neppure socialmente rispettabilità se non ha famiglia. L'ingegno calabrese tira facilmente al mestiere intellettuale come all'unica ris orsa per uscire da una costituzione fino a ieri di tipo feudale e di cui durano . sa che anche Dio sorrid erebbe del suo paniere di frutta. lo appaga il mondo esterno del suo paese che egli ama. in Calabria.

né si è abolito il concetto della differenza tra impiego di tavolino e mesti ere. un intellettuale. Questi fatti possono parere terribili a chi li considera senza l'animo del lu ogo. aiutato d a ognuno dei suoi fratelli. e non per sé. I fratelli maggiori. in alcune famiglie numerose. Ma questo gli basta per spingersi nella vita. il padre ha imposto a tutti gli altri figli sacrifici di anni. la Calabria è tutta nella famiglia. funzionari. intraprendente. il matrimonio cui pervennero per nuovi sacrifici. attivo.le conseguenze. e i figli si sono sottomessi se nza fiatare a tali sacrifici. e si tro va ad averla terminata vecchio come suo padre. In molti casi. Nelle famiglie povere dove il padre non può arrivare a compiere l'oper a di elevazione familiare. E le sorelle andranno a marito per ordine di età. Questo indica l'annullamento totale dell'uomo di fronte alle necessità familiari. Molti matrimoni nell'ambiente calabrese sono ritardati perché la sorella maggiore non ha ancora trovato marito. un San Francesco da Paola. virile. Molte vite calabresi sono tutta una rinunz ia. sono le molle dell'esistenza. o partire soldato. rappresentano il riscatto di famiglie che non hanno altro mezzo per salire e migliorare la propria condizione se non mett endosi sotto le ali dei grandi poteri costitutivi. carabinieri. Per maturare un figlio che diventi avvocato o medico o prete. e dei giovani sulle soglie della vita si sono privati di tutto. non si è ancora sviluppato il senso dell'iniziativa individuale e del rischio per sonale. L'annullamento dell'uomo di fronte alla gerarchia patriar cale ha le sue ragioni. per ordine di età. di sacrifici e sforzi eroici. molte famiglie hanno sacrifica to tutti i loro membri. ha stabilito la sua condizione. avendo già dato la metà della loro vita alla creazione dell'opera patern a. e di molte fortune che non si possono più tentare. l'arruolamento set tennale. hanno affrontato l'emigrazione. I maggiori uomini della Calabria portarono sempre in sé qu esto avvertimento: un Abate Gioacchino. la biografia del calabrese si può ridurre alla rinunzia. avido di vita. Il figlio rimane legato alla ca sa fino a quando non siano in porto i fratelli o non si siano sposate le sorelle . Sono qu esti i surrogati fatali dell'emigrazione di un tempo. strano in un popolo d i virtù tanto primitive. e in molti luoghi a uno che chieda la figlia minore d'una famiglia. un Campanella . È un paese questo dove la dignità. per tirare fuori da uno dei figli. L'uomo che entra in una famiglia è considerato subito un soldato e un difen sore di essa. Si pensi che umanità pr eziosa si può cavare da gente siffatta. il padre ris ponde offrendo la maggiore. dominano questa regione come segni di quel genio tutto proprio della regione d . essendo d'altra parte i calabres i eccessivi per natura e capaci delle passioni più sfrenate. dividendo con la famiglia paterna il salario e lo stipendio. e di fronte a un altro impegno per il resto dei loro anni. la personalità. O meglio. l'uomo considerato come partecipe d ella responsabilità familiare e del suo ordine. Per quanto l'Italia abbia la famiglia come centro di ogni manifesta zione di vita. Si veda a che punto è relegato il pi acere. solo dopo che il giovane prescelto. la nessuna servilità. dalla semplice sigaretta all'amore. capace di correre il mondo a suo solo ri schio. Ecco una v icenda solita: sposarsi. con una dose di amor proprio e di orgoglio molto s piccata. ma non può sfuggire a nessuno questa attitudine del calabrese al sacrificio. Tutte le rovine familiari e individuali della Calabria dipendono dallo sganciame nto della vita familiare e da questa struttura. si sono ritrovati coi capelli bianchi. soltanto allora i su oi fratelli hanno potuto sposarsi. Sarà in alcuni strati la corsa verso l'impiego e il funzionarismo. il contributo finanziario per i dieci o dodici anni della durata degli studi. la lib ertà interiore. la storia di tante ascensioni dalla vita popolare all'attività civile in Calabria è piena di drammi inauditi. e già predestinato. all'annullamento della sua personalità di fronte alla legge familiare. Tanto più grave in quanto il calabrese è di sua natura m obile. la Chiesa e lo Stato. in genere il più piccolo. e forse neppure tanto dolorosa dacché una tradizione antica ha segnato nel cuo re di ognuno questo potere. il figlio maggiore assume la parte di padre. Ma intanto. e comportano certo il loro dramma: una famiglia intera. come si faceva una volta. Preti. aspettando la sistemazio ne del fratello minore. l'emigrazione aveva rivelato che il calabrese può diventare anche u n uomo moderno. e dopo quindici giorni o un mese di matrimonio emigrare . alla totale dedizione di sé.

Ho riveduto le ragazze nuove di quest'anno. e tra un colore e l'altro quello della terra ora grigio. le parole dette. e le donne tornano dai campi la sera con un mazzolino di fiori per la Madonna vestita di azzurro con una parrucca d'oro sot to la corona grande. Se dappertut to l'infanzia e l'adolescenza sono la primavera del mondo. La ragazza è appena nuova. le preghiere mormorate. e si appiatta dappertutto per assistere da vicino ai misteri che si celebrano. in paesi come questi formano la stagione incantata. e i fiori posati da vanti alle immagini. l'ordine. ora color della fe ccia. dai fiori: le castagne. coi piedini nudi non ancora appiattiti dal troppo cammin are. le noci. le nocciole . sotto il cie lo di cristallo che prolunga la sera indefinitamente in una chiarità di altri mond i lontani nel firmamento. dalle tane oscure. varia . È il tempo che bisogna visitarla. Poss o immaginare che il ragazzo rimasto solitario nella chiesa vuota nutra chissà qual e inconscia vocazione verso le cose alte e nobili. le zagare: l'aria è un profumo fluido che s i respira come un'atmosfera sensibile. e l'universo considera to come una sola famiglia. un bambino era rimasto nella chiesa vuota. non si sa di dove. dai frutti. i simboli e le immagini. Per questi due mesi l'anno. di scampanii di pecore. dei germogli delle piante e delle foglie tenere della lattuga. come su un'onda della radio. hanno la natura per trastullo fantasioso. piccolo come possono essere piccoli i bambi ni già vestiti da adulti. Terminata la cerimonia in chiesa. Per poco essa è so spesa in quella stagione sublime. striscia fino ai pie di dell'altare. queste cose non si ve dono altro che in chiesa nei poveri villaggi calabresi: in chiesa è la calma e la pace e il lusso dovuto alle cose divine. e poi la fioritura degli asfodeli. È uno dei fenomeni più incantati della Calabria. Mi domando che cosa si tirerebbe fuori da ta nte e così ardenti vocazioni se questi ragazzi vedessero altri aspetti della vita e della conquista umana. tutto è grande e maestoso. Ne ho visto uno che a dodici anni portava un paio di pantaloni con due bande scarlatte. simili a quelli di tutta la be llezza e la gioventù del mondo dove che sia. ella si le va con la sua bellezza ignara e gli occhi sereni. orientale e boreale. e dagli stracci. tutta la mob ilità meridionale è fissata in queste rughe come i moti della terra sull'intrico di linee dei sismografi. Fuori è un mucchio di stracci. f orti gli uomini. f anno un pubblico turbolento che si aggrappa alla balaustra. Qualcuno ha visto i segni della forza e della potenza nei carabinieri. L'aria è trasparente e sonora. Sta va inginocchiato dietro un pilastro. e d'autunno la creta molle per farci le sta tuine. di superiore all'uomo. Qui i ragazzi percorrono gloriosamente le feste e le stagioni. poiché è di maggio. dei co lchici. nella stagione che dura sessanta o settanta giorni. da quello colore della muffa a quello gemmante come il mu sco. La sua preghiera consist eva nel guardare tutto all'intorno. Il lino azzurro fa laghi di gemma nei campi. del croco. i loro giocattoli sono d ipendenti dalla natura. e poi gli oleandri. tras mette a distanze enormi i rumori e i suoni. una intera frase arriva ai vostri orecchi. Tutto è bello. di solenne. Così sono maturati fra noi i mi gliori uomini. di suoni e di voci. perciò tutto è popolato. e poi tut ta la gamma dei verdi. I ragazzi sono la maggioranza dei frequentatori nelle chiese. La primavera è allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera. belle le donne. Sono tornato in Calabria dopo molti anni. ora giallo e bianco abbagliante. la gerarchia. accanto ad esse è la madre nera cosparsa di rughe che registrano sul s uo viso i dolori sofferti. e poi la canna quando è verde. i piedini nuovi e paffuti come le sue mani giunte. è la coabita zione con gli animali. il trifoglio che in Calabria è sgargiante copre di colore granato i poggi. l'olean dro quando si scorteccia facilmente. e tuttavia i ragazzi sono belli e sani. ed è tutto un esclamare vago e diffuso. di richiam i e di canti. nel vecchio e scabro abitato: il colore ielle cose nuove della natura. e dice che si farà carabiniere.i abbracciare le grandi idee di abnegazione. la terra più se vera e più scabra che sia in Italia sorride. sedute sulla soglia d ella porta. d'un colore che nulla in torno ha. mediterranea e interna. Saranno . intatta. A tratti. chi parla è come se mettesse inavverti tamente la mano sul tasto pronto di un organo. e ho riveduto queste eterne cose. in un'eterna felicità di voci umane. e poi le ciambelle e i dolci delle feste. di impersonare la missione dell'uom o nel viaggio verso la giustizia. Qui intuiscono qualcosa di alto.

si sent e il mare. tenuta a bada dall'uomo che ad essa adatta la sua abitazione c ol patio e il suo campo difeso da cipressi in fila uniti come canne d'organo. Avev o trovato la neve nella Sila. tra i castagni ancora spogli e irti come piume di aspri sui dorsi delle montagne. riservata. si camminava in un bosco profondo di abeti. Questo mutamento di clim a. Le voci sono pronte. Da Rouen a Bourges la s toria locale è chiara: all'epoca delle chiese gotiche e del castello feudale succe . Prima di scoprire l'archeologia delle città provenzali si scoprirà l'antichità della terra di Provenza. è carica di parole. questo appare proprio un altro mondo. e spiega molta storia calabrese dibattuta di continuo fra le stirpi indigene dell'interno e i popoli nuovi. e per un occhio come quello dell'italiano. dalla Borgogna e dell'Alvernia. con la luce che si affaccia alle finestre vuote dai tetti sprofondati. di ogni slancio verso l'inconoscibile e il cielo. Si può pro vare a pronunziare una frase a voce discretamente bassa. dovette appari re a quel tempo enorme. Scendendo lungo il corso del Rodano. coi suoi altipiani interni che paiono d'una co ntrada boreale d'Europa. primitivo e raffinato. Non si tratta soltanto di alcuni richiami evidenti. Una distanza di continenti. A chi scende dal Borbonese. le rocche medievali sugli sproni dei monti. e tutta l'aria si mette in moto mentre il lume bianco del sole vibra di questi messaggi. LA PROVENZA "INTRODUZIONE ALL'ITALIA" I vecchi libri dei viaggiatori francesi parlano della Provenza come d'una introd uzione all'Italia. qui in Provenza la gente vive sulla strada. parla animatament e. abituato naturalmente a distinguere le età della terra. La massa della Francia fino al Rodano è compatta come la configurazione del suolo. vecchia. qui la natura è capric ciosa. i paesi disertati sui colli franosi. i fiumi si fanno torrenti e si manifesta la lotta contro i venti e contro le acque. eccessiva. per sentirla allargarsi e diffondersi. Questo spiega pure il carattere dei calabres i. mercantili e civili della cost a. Conoscevo la Calabria che si percorreva a piedi o sul mulo. Lassù la vita è chiusa. quelle che vanno da Atene a Barcellona . le b orgate e le città pingui in una terra ben grassa dove la vite a ceppaia è grossa e n occhiuta come da noi un arbusto. la Calabria impervia per cui era un mistero quello che si trovava dall'altra parte delle sue montagn e o nei suoi altopiani solenni. i castelli abbandonati. qualcosa rende più vivaci: siamo in Provenza. La n eve andava ricamando sui rami e sulle gemme i suoi merletti. di natura. di paesaggio. Su ll'Altipiano Centrale la foresta è ancora druidica. L'impressione è di trovarsi in una delle provincie del Mediterraneo. Nessuno sa che sia. e la loro antica t radizione monacale. Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso. vigorose nella mollezza dell'aria. dalla storia e dagli uomini. la piana si anima di fattorie e di armenti c on un senso di presepe. le crete aride. di pochi figli. Dopo tre ore mi r itrovavo sulla spiaggia calda del mare fra lo scampanio dei greggi e le loro sch iere ordinate che andavano brucando in fila e avanzando compatte le erbe magre d ella spiaggia e l'arsenico. Lassù i fiumi sono contenuti in una terra sicura e qua straripano. come a molti di noi nell'infanzia appariva ancora insupe rabile. l'abitato rustico scarso. cioè rifatta dagli elementi. Ci si trova in una regione combattuta dagli elementi e difesa dagli uomini. appaiono il cipresso e l'olivo. in terra fra la nev e aveva bucato il croco violetto e azzurro. le fioriture enormi di certi poggi. La distanza che oggi in auto è breve. fra tribù pastorali e greci. La Provenza è vecchia come la Grecia e l'Italia. suscettibile di ogni perfez ionamento. e in due o tre ore. le torri diru te. sarà l'aria lieve e pronta. Si stendeva infinitamente quella sponda greca che da Crotone si prolunga fino al Capo Spartivento. Ma la gente si chiama da poggio a poggio. patriarcale e avventuroso. e le città raccolte. come spiega le fero ci passioni e insieme il discettare più filosofico e cavilloso. è nuova. e la viola alpina. è un fatto unico nell'Italia che p ure è tanto prodigiosa. l'aria diventa più vibrata e viva. il cielo si apre. Ora la Calabria si può percorrere in lungo e in la rgo con le strade tra le più belle d'Italia. L'abitato rustico prende l'individualità propria di questa sponda del Mediterran eo. come i ri cordi della vita pubblica romana in tutte le città della Provenza. e la sua vecchia consunta sponda greca dell'Jonio. dal Delfin ato.le sue montagne ad amplificare e armonizzare le voci. col suo colore di terra antica fr a i colli digradanti dal balzo abissale dei monti. sveglie.

hanno bisogno di animars i e di crearsi uno scopo alla loro animazione. poi fino a oggi di autonomia provenzale. Però la Provenza rappresentò la borghesia del vecchio regime oppressa dal feudalismo celta e sempre in lotta con lo strapotere della Capitale e diffidente del poter e centrale. E allora si vedono le numerose famiglie provenzali. Si possono dividere i popoli in antichi e moderni a seconda che hanno tempo per parlare di cose che non portano utile. Di questo anche noi italiani sappiamo qualche cosa. ed è ancora quell'acqua della sorgente cui Nîmes deve il suo nome e intorno a cui fu fondata la città. parlano della loro terra come d'un mondo nella nazione. quella che serba più vivi certi caratteri di cavalleria. dove non riuscì né il feudalesimo né il principato. le fiere. i suoi uomini fanno una macchia d'olio nell a vita francese. si radunano volentieri. ma co me animo e ingegno. e dove l'individualismo spinge all'invidia. Leggeva stando seduto. "la rivalsa delle parti inferiori dell'umanità sulle superior i. perché universalità è tipicità. l'acqua corre a ncora in quelle piscine adattate a fontane. costruito nel Settecento su terme romane. Per conto loro. Così l'intelligenza provenzale. fosse la Convenzione o Napoleone. colui che legg eva quei fogli mi pareva senza età come quell'acqua. i provenzali sono facili a imbastardire nel feti cismo delle mode straniere che ha poi per suo contrapposto il senso dell'avventu ra e del cercar mondo anche proprio di loro. Poiché lungo il corso del Rodano en trarono in Francia la cultura greco-romana e il Cristianesimo. Ora. il più recente è Charles Maurras. tre suoi foglietti pieni di fr izzi in cui si prendeva gioco delle squisitezze parigine. Che siano le lotte di tori nelle vecchie arene romane ancora frequentate. né Roma né Atene. un'Italia mal sortita. gli uomini coi ragazzi sulle spalle. Detestano il pariginismo che pesa tanto sulla Francia intera. non fiorirono Comuni né Signorie che resero tempestosa ma avventurata e profonda l'Ita lia. La Provenza si stacca da tutto il complesso francese. un'Italia in cara tteri minuscoli e domestici. Ma non ho mai ascoltato un brontolare più vivo di quello che nei giardini di Nîmes fac eva un vecchio provenzale seduto davanti a un bicchiere d'assenzio. L'insegna della Pr ovenza è la famosa cicala ciarliera. I pr ovenzali. i suoi pensieri forbiti e acu minati sembravano di qualche antico nel chiacchiericcio del Foro o del Pecile. è sensuale pagana e cristiana. I fr ancesi hanno in compenso gratificato la Provenza d'una stima assai modesta. poiché la popolazio ne è greco-romana e ligure. né il C omune né la Signoria. La Provenza al carattere e all'aspetto è tutta nei suoi uomini : Mirabeau e Thiers. un eccesso di sensibilità". Ma della Provenza si pot rebbe dire che è un'Italia andata a male. Venezia. Ebbe la lotta civile ma no n la prosperità civile. incapace di obbedire senza brontolare. senza asprezza e col ritmo di un epigramma. dove tutti vogliono comandare. parla fino al Cinquec ento di Nazione Provenzale. ha una stor ia comunale per quanto il comunalismo non vi abbia recato che frutti amari e nie nte che regga al paragone di Siena. le don ne coi bimbi in braccio. i balli popolari e i fuochi d'artificio. Quel luogo dei giardi ni di Nîmes è assai bello. arriva difficilmente all'universale. "Lou solèu mi fai canta": il sole mi fa cantare . E tuttavia è una r iserva per la Francia. I provenzali sono irrimediabilmente antic hi. I provenzali parlano volentieri. i provenzali tutte le volte che hanno avuto da dire nell'arte e . se nza declamare. Unitaria ma federalista. La foga e l'estrema s ecchezza. della moda e dei misteri della fama. chius a tra le sue mura. Alla fine. Daumier e Cézanne. e con più accanimento i vecchi. senso profondo della propria civiltà e non in quanto cucina abitudini e usi. Firenze. la personalità alla disgregazione del sentimento civico e nazionale. È l'unico popolo che possa dare l'immagine di quello che fu il ciarliero popol o ateniese coronato di cicale. ha caratteri così contrastanti da irritare quelli che non capendoli li trovano tortuosi e pieni di "combinazion i". dell'intellettualismo e dell'arrivismo. proprio l'unità darà un carattere alle città provenza li: il Cinquecento e il Settecento.dono secoli di vita accentrata che impoveriscono i focolai di civiltà locale. le feste. essa ha serbato quello che per Renan è il senso dominant e del Cristianesimo. né il Papa né la repubblica. Perciò essa prese l'iniziativa di tanti rivolgimenti francesi e si oppose poi ai loro eccessi. Egli lesse p acatamente a un gruppo d'amici che si trovavano là. di amore dell'assoluto. Zola e Vauvenargues. Gelosi delle tradizioni locali. e anche della sua disgregazione.

colore di scavo romano. so no la Duranza e il Rodano. là stepposo. per simpatia della pietra. il Soratte o il Vesuvio. poiché la Francia s i riconosce celta e nordica: Mistral è ancora un trovatore. nel giro d'una cos ta. e in definitiva rinascimentali: Parigi s arà Atene. Questo è il patriottismo. giovane come le stagioni. da qui. Un fatto colpisce parlando coi provenzali. ma la Provenza è Roma. e non è altrove l'Acquedotto romano sul Gard . diventano cav e di pietra. Arles. e una natura sottile come quella del Mediterraneo lavorata dalle piogge dai vent i e dal mare. e in una natura simile a quella della campagna piemontese. il paese diviene più arido e selvaggio. una specie di i nfinito della terra come sanno combinarne i fiumi impetuosi alle loro foci. intatti quasi come sono spesso intatti i monumenti romani in Provenza. come a Grange. più in qua. i colli. il Falero e l'Olimpo. il paese fatto di piet ra è come se vi fosse nato da solo. Perciò la Provenza è cronicamente inquieta. e sulla via di quell'inva sione ricorda anch'esso l'Italia. . di stendere i piani.nella vita francese l'hanno richiamata a certi termini latini. una regione che ricorda la Maremma e il Basso Po. arido. il Tempio della Fortuna Virile a Roma. il Mont Saint Michel o il P uy de Dôme. E al trettanti ne ha la Provenza. naturale e senza scopo. questa pietra servì sempre a costruire i paesi sui colli aspri e denu dati. s egnano la strada romana. di qua passava per prendere il nome della provincia seguente. le Alpi Apuane o i Colli Eug anei. bisognerà girare molto in Franci a per ritrovare un aspetto simile. quando confrontano i monumenti rom ani di Provenza. ricordano soltanto la Provenza. come a Nîmes. hanno il profilo d'un parente o d'un amico. Inso mma. di montoni e di tori. non è altrove. Sentirete parlare in Francia di alcune sommità famose. in cui è mescolato il senso della campagna toscana ma come distesa su un più largo spazio. I fi umi che hanno creato questo paesaggio. ma il gran teatro di Grange. un'edicola dedicata alla famiglia di Augusto e u n Arco. vecchia e ossificata come i secoli. come là. sulla strada che percorse Cesare. sulle Basse Alpi. qua prospero e ordinato. popolato di pastori. "il più bel muro del mio regn o" come lo chiamò Re Sole. Dall'altro versante è la Camarga. solo che sono più gracili e solitarie nella pianura. ce n'è. nella Francia centrale. È ancora un riflesso del mondo antic o riconoscere la patria in una sommità. Perciò la sua storia è sconclusionata. Nessuno sa in che consista il loro fascino. ha il sentimento della patria locale nella patria grande. Più a occidente. nel profilo d'un monte. lo ntana quanto la vecchia strada che dal Foro partiva. allontanandosi come echi sempre più fievoli. e i Greci quando vedevano quel lembo di terra brucia to del Palerò tremavano nel cuore. su cui si fis sarono sempre gli occhi dell'uomo. La Provenza ha q uesti volti e i caratteri della bellezza antica. A Saint Remy. quest'altra è fantas tica e umana. quella che si ritroverà poi a passare sotto gli Archi di Nîmes e di Grange. In questo non ci può che la natura col suo modo di atteggiare i monti. verso settentrione. o del semplice colle di Montmartre. qualcuno rifugi ato su un cocuzzolo. cui legare la nostalgia e la gioia del ritorno. verso i Baux. è la veduta della piana di Avignone c oi suoi cipressi stretti come nel fondo del quadro tizianesco della Venere del P rado. l'una sfonda nell'intellettualismo e nel metafisic o cui adatta male l'opposizione tra internazionale e nazione. contro il vento che qui si chiama mistral e che arriva sulle coste settent rionali del Tirreno dove si chiamerà Provenza. confusa col mare. Si ritrova spesso il ritmo di certe visioni romane come di ricordi che sorprendono a distanza. grigio su grigio. La bellezza d'una terra è qualcosa di spontaneo e sen za ragione. e hanno l'eternità dei secoli. e mai come a Roma. Ma anche per questo è un freno agli eccessi delle ideologie francesi. sotto altri cicli. come qui. nella Crau. come a Arles. Cézanne ripropone alla p ittura francese i grandi temi classici. Così l'A lyscamps di Arles ricorda la via Appia. così la porta di Nîmes si chiama Porta di Spagna. germinato da quella durezza. Roma è presente ma molto lontana. Il paese sul colle ha un'aria nostrana. forse i monti sono i profili e le facce della terra. Il magro profilo delle Basse Alpi ha lo stesso senso delle Alpi Liguri. la Casa Quadrata di Nîmes. ed è che essi discorrono delle loro ves tigia romane senza nessun riferimento a Roma. sul colle tagliato con la liscia parete della cava. Grecia e Italia hanno cento di questi profili p er riconoscerli di lontano. paludoso. come è sempre la bellezza. E a un certo punto leva i l suo viso colore di terra.

lungo i recinti delle ville. amici miei. Come in un ambiente favore vole. Siccome l'aria è buona. disposte in modo animato sembrano un f ocolare abbandonato. perché ricordano appunto queste cose. Tutti sembrano ricordare d'improvviso qualche cosa di urgente. i floridi e vegetali capelli dell'infanzia. Niente l'offende come non offende i fiori. e nella pianura vasta fin o al mare sembra che di qui qualcuno abbia spiccato il volo lasciando la sua orm a. È un mese sano. il corpo umano fiorisce. È lo stesso per i bambini. Hanno tanti capelli sulla testa che fanno meravigliare. E il ricordo più vivo è nell'Arco di Augusto a Nîmes. Non s oltanto le figure che ornano gli archi di trionfo sono di Galli coi baffi appesi sotto il naso e i pantaloni. Il segno più antico della Provenza si trova in Camarga. tra la Maddalena e il Palazzo Borbone e le ville versa gliesi. Ma stavo parlando dei bambini. un ricordo di quando non ci si conosceva tra amanti. ESTATE IN ITALIA Giugno è il mese che si vedono molti bambini. questo è un ricordo vivo del mo ndo romano quale appariva e come pensava. ma qualche elemento che si potrebb e dire neoclassico in confronto al classicismo è già qui come sarà poi in tutti i rito rni neoclassici francesi.Nei discorsi dei provenzali. Dal vello che copre la loro testina . Ma i visi umani hanno il colore di quando si specchiano in una bell'acqua. Ci si ferma per istrada. Quando i bambini sono così. si capisce senza neppure esser troppo pratici quanto tempo hanno. gli operai non avevano fatto in tempo a terminarlo . Non siamo ancora al tempo che le donn e piangono e gli uomini diventano bruschi con l'inquietudine della vastità estiva. insomma una b estialità di tutta la natura. senza suscitare pensieri p rofani né significati nascosti. le mandorle) sono ancora immaturi sotto la calugine e la peluria che li copre. come si pens a che il cielo è trasparente e come si guardano i fiori. Quando Augusto vi passò. Risalendo da Arles verso l e Basse Alpi. Così si capisc e che i frutti (i pomi. Ma diciamo un po' come li portano le l . non hanno più di tre o quattro mesi. ma una grazia semplice e devota essa può stare nel bicchiere della casa quieta o in chiesa. Voglio dire che una certa eleganza in qualche modo speciosa e fragile d ell'architettura francese è già nell'architettura romana in terra di Provenza. ed era il mese scorso quell'altro tempo in cui venivano alle labbra domande com e queste: "Mi vuoi bene? Mi ami? Sempre?". li portano fuor i. e non è altro che l'aspetto di un viso. Roma è distante venti secoli. È un tempo di mezzo. le genti lontane la ri cordano col mondo nel pugno. È passata l'inquietudine della primavera. poiché il tempo è buono. sono troppo grandi e maturi. Ieri era ancora troppo fresco. ma libere e autonome. Bisogna pensare che pure i fiumi più torbidi diventano verdi. come era solita del resto in tutto i l mondo. Anche per le rose c'è una bellezza buona e familiare. non soltanto i nomi iscritti tra le panoplie sono gallici con una terminazione in us e in osus. quell o che ha detto uno che non si conosce. Sono i ricordi d'un'abitazione preistorica. un gesto. ma semplice bestialità. resti d'un lastrico che forma quasi un'impronta di passi su l deserto. una frase appena udita. senza mutar e struttura. perfino i nostri. libera e chiara. E anche l'arte romana qui. e guardare la madre pensando che è bella. prendeva il colore dei luoghi. E gli occhi delle creature d iventano chiari. e perciò non c'è niente di male a guardare un bambino port ato in braccio dalla madre. e di ridire quello che si vede. ma ora l'aria è della stessa temperatura del corpo umano. una belle zza non più vana come è solitamente della rosa. Se sentite gli innamorati lungo le spallette dei fiumi. perfino il Tevere. in nessun'altra stagione dell'anno si fanno queste c ose. fra noi. Ma i f iori sono troppo grevi diggià. fra poco farà caldo. Una parte di quest'arco non è f inita. sembra naturale accostare le altre p ersone nella luce nitida. E perciò si guar dano i bambini che hanno le mani semichiuse. parlano di cose semplici: è il piacere di dire cose umane. più tardi avranno i c apelli vivi dei ragazzi. poi non lo terminarono mai più. Siamo in un mese tranquillo in cui si sta bene insieme. e per questo ridiamo. rigoglioso. e non siamo al distac co dell'estate. poche pietre nella maremma. e anche il vello sfr angiato delle bestie piccole e il piumaggio degli uccelli da nido. naturale. una memoria lontana. È un tempo raro nell'anno. e si domanda qu anto tempo hanno i bambini. che crescon o ritti come il fieno dopo la falciatura. C'è una bellezza per tutti e fiori per tutti.

si pensa alla vita Non si possono dire belle. Se nessuno fa lor o attenzione. non era mai stat o a Sorrento. hanno gli stessi sguardi come se niente al mondo avesse importanza che quello sguardo fisso. forse un angolo minuscolo e ordinato della natura. e i marmocchi stanno a guardare coi loro occhi incerti. "Ma tu m'avevi detto. Nessuno di noi può godere nulla senza pensare a casa sua. E la madre appartiene a loro. un mese realistico. È un modo italiano quello che dice "Chi mangia solo si strozza". e le donne sdraiate a prua facevano pe nsare soltanto alla felicità. che è bella perché ha un bambino e per questo anche è in pace. ed era napoletano. una t ana di formiche o un cespuglio. e soltanto noi lo possiamo capir e.". non si capisce poterla gode re da soli. E una volta. Si sta tranquilli come in seno alla natura qua ndo tutto opera per suo conto e non c'è niente di male. Chi pensa alla bellezza? Si rasentano come si ra senta il forno del nostro pane. e non poteva andare in un luogo bello da ved ere senza i suoi bambini. che perfino gli uomini se li caricano in braccio? Partono famiglie intere e vagano nell'aria saporita. Perché aveva i bambini. stanno curve sulle spallette del fiume abbracciate al loro uomo. le sono legati. all'umore delle piante. O stretti con un braccio sul seno. Questo è un segreto della nostra vita. nessuno immagina dove si portano. hanno i l viso veramente nudo. vedono gli altri bambini. guardano l'acqua che corre. Ora ci andava perché era obbligato. feci conoscenza con un piccolo uomo vest ito di nero che guardava il mare sospirando.oro madri. Il mare era bello. la vigna con le fogli e spante sul grappolo che matura. Il piccolo uomo vestito di nero guardava assorto. andando su una nave a Sorrento. Vedono la strada. Aveva quarantenni e non era mai stato a Sorrento. Si pensa che sia festa. curvi sul braccio come su un balcone. con un'aria di appr endisti. quasi non vole va vedere. Il primo istinto è offensivo e aggressivo. l'inverno che chiude. Si portano i ra gazzi perfino nel chiasso dell'osteria. E ora nuove schi ere di altre donne camminano sotto gli alberi. Se si pensa che ancora due anni fa ella v olava come le sue compagne. si pensa che v errà l'autunno che riavvicina. il campo del nostro grano. un mese non romantico. quando gli animali sono buoni. Questo è un mese senz'ombra. voci arrivavano e canti. ella si fida di noi senza timore che gli si faccia male. e non s iamo altro che istinto. vi buttano in faccia una manata di polvere. su una mano quando sono fasciati. tutto si accomoda. Quelle di ie ri passano col piccino appena impastato. Ci se ne accorge in città dove già alla fine d i giugno gl'innamorati hanno cominciato a disputarsi e a leticare. e siccome la roba era buona si mise quasi a piangere e non voleva mangiare perché non poteva far saggiare la roba al suo bambino. col ventre pieno di amore. e invece la festa è tutta nel la luce. pen sano alla gioventù infinita e alle sempre stesse parole. le barche carich e di gente felice navigavano leggere. Ci si sente animali. Essi sentono certo la madre." Superato questo mese. Mi disse che non era stato mai a Sorrento. nei viali sol itari e nelle ville non si sente altro. È tutta una q uestione di clima. e lo sanno soltanto loro.. Ricordo una giovane madre di campagna che fu invita ta a un gran pranzo. Abituati alla bellezza del mondo. Fanno pensare al latte s correvole.. è un mod o nostro di godere il mondo. rideva. Ma i piccoli appartengono ancora alla madre. come se fossero appiccicati al ramo e come si vede nelle statue della Madonna. E vedono i ragazzi grandi che si cominciano a o rientare nel mondo. al nostro paese. Che significa questa grande uscita dei ragazzi? E portarli fuori in questo modo. nessuno lo può capir e altro che noi. il cielo grande. gente dei paesi della luce. No. Gli pareva troppo bello pe r un uomo solo che non poteva offrire queste cose a nessun altro. "Ma ti giuro c he non l'ho più veduto. Non giova neppure all'arc . piangeva. niente altro che per prendere l'offensiva. si stringeva sotto la grondaia al suo uomo nella pioggia di primavera. Guardava malvolentieri.. ma accanto a loro non si può pensare a male. Soltanto noi sappiamo parlare a una donna col suo bambino.. e sotto di loro si scorgeva l'acqua profon damente limpida. vedono le pe rsone. Quando vengono di queste grandi indulgenze plenarie fra di noi. Luglio è il mese che separa le persone. Se apriamo con un dito la mano al piccino. e questo è il primo sveg liarsi dell'uomo giovane e nuovo. un mese sano. calme e paghe. noi soli possiamo sentirle come si sente l'aria di casa nostra e le voci famili ari. O sono occupati a distruggere qualche cosa. e son tutte del colore del loro seno. grande. Questo.

e l'uomo conta il suo raccolto come riepiloga i suoi pensieri. e i passanti vestiti di chiaro. quando il sole è sull'orizzonte e fa una luce radente sulla terra. mentre i frutti sono appesi agli albe ri. le più belle facciate. Dalla pr imavera brulicante di piante e di creature. che dove la luce è più grande l'uomo è più solitario e più suo. È l'ora in cui si pensa all'eternità dei g iorni. il rosicchiare. di quelle che vanno lungo i lidi a raccogliere i frutti di mare. crede di sentir passare furtivamente e senza las ciar traccia né impronta. ripo pola le chiome degli alberi di quel mistero che fa rimpiangere la terra e la gio ia della luce come se si fossero perdute. Tutto il creato si ricorda della natura e anche i colori artificiali delle vesti sple ndono ricordando i mari. Esiste una separazione nella luce e nella natura. grandi le strade: è un mese che più volte ha aperto le . un moto che invita a inseguirl o. C'è qualcosa di occulto che passa fra terra e cielo. al più lieve tonfo scattano fuggendo a raggiera. forse è proprio questa la stagione in cui. buono alla terra. in qualche recesso profondo o in qualche solitudine aperta. come ora. una sazietà di tutta la terra. non si sa come. negl i uomini intenti al lavoro dei campi: è la solitudine dell'opera compiuta. s ono come essa trasparenti. delle cartoline illustrate. a tante ma ni quante foglie passano sul mondo. Voglio dire della solitudine che è nella natura. ma anc he gli uomini. Ma non soltanto di questa solitudine nella luce io voglio parlare. sui piani e sui mari. i fiori dei prati. È la grande ora. È una breve sosta. uomo o animale. assorte. più disti nti gli alberi e l'architettura più ordinata. Si sa che la luce isola l'uomo. con tutto il lor o essere. la terra sia divenuta gr ande e avventurosa. a quelli che furono e a quelli che saranno. più chiari e dritti anche i pensieri. poiché mai il cielo è. e il canto nuovo degli uccelli che hanno abbandonato il nido. Verso mezzogiorno si può sorprendere un aspetto di questo mister o. tra il rombo esaltato delle macchine e le voci dritte come voli nell'aria legge ra. le piante e i fiori stregati dal sole come le donne e gli uomini sull e spiagge. gli alberi dell'estate si levano reali e carichi di frutti sui campi mietuti . col brivido del meriggio. palazzi e cattedrali. e tra poco si sentirà lo squit tio delle volpi. come se bevessero o fossero bevute dal sole. Gli animali messi in allarme inse guono con gli occhi la preda invisibile. Le vele sembrano ingi nocchiate. come di chi fora la carta con uno spillo. Se non si conosce all'alba il passare a frotte delle persone che vanno a spigola re. del r iccio nei boschi. quel sommoversi del ve nto percorre le vie della città. Nei mari le nuove famiglie dei pesci si accostano all'acqua tepida delle rive. Soltanto verso sera. da Stoccolm a a Palermo. di questo mese. un vento fresco corre a scuotere quella immobi lità. una visione aspettata da tempo o una preda. Dal profondo dei boschi. l'ombra torna a modellare le facciate e le cattedrali. di questa stagione emigravano i popoli. Questo è un mese ch e rende vasti gli orizzonti. Un nuo vo ciclo della creazione anima l'universo. Non soltanto albero per albero e foglia per foglia sono netti nella luce. si scorgono gli oggetti più lo ntani. come gli animali docili in uno slancio di amore verso il padrone: stan no immobili. con tutte le loro foglie. i papaveri. Qualcuno. In altri tempi. ed è simile al rombo del mare che si riode nelle conchiglie vuote. Le piante si tendono verso l'alto. di tutti gli animali del creato. Forse è questo il mese in cui si prendono le fotografie per le cart oline illustrate delle città. più realistica e umana l'arte. gonfiare le vele. Alla stessa ora.hitettura: i più bei monumenti. Si distingue foglia per foglia sugli alberi. fugg endo i cattivi raccolti e andando incontro a terre più propizie. fa suonare e imbaldanzire le foglie. dei mietito ri che partono lontano. sulle colonne istoriate e sui monumenti si legge fino all'ultimo bassoril ievo nel più alto rocchio e nella più alta cuspide: si pensa all'infinito lavoro del la natura e degli uomini. perché proprio di questo mese si formano i nuovi branchi dei pesc i e degli uccelli. dalle città di maggio e di giugno dove la sera pare che a torme gli uomini vadano con passo lieve incontro alla gioia. le città mostrano ugualmente le loro strade profonde fiancheggiate di chiara ombra. la stagione ferma e lontana come una memoria di breve viaggio. irrompe nelle botteghe piene d'ombra odorosa di merci come del ricordo di un mondo che f u natura. agita le tende e fa ondeggiare le vesti. sotto q uesta luce impiccioliscono si scopre quanto sia grande la loro vecchiaia calcina ta dai secoli.

poi.pioveva . con le sue sette montagne senza riva. e il millenario lavoro umano. considerando tuttavia se stessi. dormirci sopra. In una rada di Lipari. La mattina dopo . Fra la polvere si vedono figure apparire e scomparir . quand o il bastimento si mosse. di pomice bianca sormontata da una montag na bianca bucata regolarmente come un immenso bugno. al di sopra di ogni traccia della vita degli uomini i quali ad ogni picco sul mare hanno messo immagini sacre in tabernacoli. Ed è pure questo il tempo per coricarsi sulla terra: ricco o povero. andammo lungo la spiaggia di ponent e. avvertire come sale in noi la sua forza tranquilla in cui giacciono i minerali e le acque.strade delle guerre. presenti. Stromboli con la sua bandiera di fumo che segnava la direzione del vento: scirocco. di Stromboli. lucente. Credo che mentalmente egli calcol asse le ore da rischiarare nella sua isola. Il cielo. A dest ra si scoprivano alternamente le altre isole: Panaria come una balena boccheggia nte. avevo in mente tutt'altre cose che d i andare a fare esplorazioni. come vasi ben costruiti: su di essi battono i costruttori fino a che si ode tuonare la casa armonicamente come un gigantesco vaso di coccio per cosso da nocche mostruose. L'ARCIPELAGO FAVOLOSO A Milazzo. a sinistra.m'imbarcai con la stessa inquietudine di chi vada al le isole Fortunate. si fermò a ogni striscia di te rra riconoscendo le piante più familiari e gridandone il nome con entusiasmo. e delle costellazioni avevano la fermezza e la vecchiaia e stupefacenti per questo: ché in esse la vita della terra e degli elementi era domi nante. La temono come un padrone che concentra in sé tutti i poteri. co me in procinto di chiudersi in una terra deserta. in u na contingenza fuori della legge dei secoli. frutta. due scogli bianchi e aguzzi fra l'impetuosa corrente del canale. che un nuovo strato si sovrapponga agli altri che si distinguono come coluri di vario colore. aspettando il treno per Palermo. Conobbi in un albergo due abitanti delle isole Eol ie e si cominciò a discorrere. giurò che a rimanere un giorno di più a Milazzo sarebbe mo rto di noia. lieve. Le aperture fatte nel minerale sono stranamente incorniciate da strati diversi. questo è il tempo per l'uomo di riprendere contatto con le forze della terra. tornarla ad amare come l'amano i ragazzi. fiammiferi. con le sue case orientali. Primo. lastricata di cacti. i semi e le radici. Sembra che quella terra viva d'una vita cieca e istintiva. ma che cambi positura. Il bastimento scricchiolava a ogni giro d'elica. con le case fatte di pomice chiuse da tetti piatti. potente o deb ole. una pioggia fitta e sottile irrorava le corone di fiori a poppa. era una striscia tremante e fulgida. nell'incrinatura. facendogli intendere che mai sarei passato da lu i. Mi decisi a chiedergli l'itine rario d'un viaggio nelle Eolie. C'erano a poppa due corone di rose e non si potè appurare qual e signore fosse morto nelle isole. dopo cena. ora denso e lucente come un cristallo. Le isole. Terra sempre nuova e da creare. La terra in fermento è un nemico per i futuri e non per i presenti. piantata com'è sugli abissi. Poi improvvisamente. dalla montagna bianca di pomice si affacciano gli uomini da tutte le finestre scavate nella montagna. Ai piedi della montagna un gruppo di abitazioni è av volto in una polvere densa. corrose e sezionate dal mare avevano contorni netti che parevano incrinare il cielo. a picco sul mare che ad ogni spostamento del naviglio parevano alter narsi e cambiare luogo. Nel me zzo Lipari. distese una sull'altra. risentire il suo anti co odore. l'arcipelago si parò nel fondo. il cielo si aprì e il mare apparve nero come il catrame e corruccia to. Come spuntato dal mare. autonoma. cocci. sorpassato i l promontorio. E pe r tutta la sera smaniò di comprar lumi. Poi. fra cui ve n'è uno ch'è la schiuma della pomice. a picco. m'incuriosì quando. traversando gli orti di Milazzo. e per nulla al mondo avrei sottratto alla sua casa la luce d'una di quelle ca ndele comprate con tanta previdenza a Milazzo. tra cui nulla della vita degli uomini che furono si ritrova. Un omino magro e nervoso. francobolli. a guardare il deserto mare schiumoso sotto il maestrale e le isole in fondo ferme e nette sulle onde incerte. Tra le quattro isole che si vedevano correva quasi un'armon ia di costellazioni. Uno di quei compagni. si scoprì il cratere di Vulcano. Non che la terra poss a andare in perdizione. Gli abitanti delle isole mettono ogni calcolo orrido nell'ordine naturale delle cose.

Il signore dell'isola. e ogni sasso sulla spiaggia fa parte di quel l'ordine violento. Gli alberelli macerati dal vento. I due uomini che mi accompagnano. che sostengono il cielo come una tenda. Le macine di pietra tritano la pomice che si leva a nuvoli. Mi sembra di bere le sue fattezze di maga decaduta. fra pian te gracili nella palude salmastra. quel tal Bacco peloso. un po' di zolfo. le sole abitatrici del versan te orientale. piccolo in confronto al suo respiro e al suo sign ificato fantastico. La terr a scoppia ad ogni passo come premuta da un seme che ha aperto una ferita giallas tra e netta da cui sgorga il soffione. chiuse in certe uose grigi e ed alte si trascinano in terra. Gli uomini che compiono quella fatica ne tornano laceri e scalzi. tanto che dapprincipio n on si capì bene se non fosse un lusso straordinario. si spinge sul mare bluastro come il verderame. al principio della sua vita: era gialla e appena fatta. penetra dovunque. LE STRADE. Il padrone perc orre sulla sua asina nera. dicono davanti a quegli scogli e al mare: "O ggi è mansueto. le ringhiere. rasentando gli scogli percoss i dal mare e fermati in quella positura che è quasi una volontà di movimento. come da fiori alti e maligni. le mensole dei balconi cadono a pe zzi. quell a che spande sul mare un fetore di idrogeno solforato. attraverso una stanza terrena soffi a su di me il fiato pestilenziale di una bocca di zolfo. Ovunque la forza delle pr oiezioni vulcaniche sembra di ieri. Bianchi i letti. uscita d a un racconto cavalleresco. e Polifemo accecato e furente. La casa ha le finestre aperte ed è disabitata. il Bacco barcaiolo mi chiama. a cavallo dell'asino nero e nano. vestito di nero. Come una bestia che appaia di sorpresa. Mi accorgo allor a che le grate del pianterreno.si possono ricordare i Ciclopi. Davanti agli scogli precipitati in mare . Qualcuno si affaccia sulla ri va all'approdo del battello ripensando alle felici contrade della terraferma dov e sgorgano le acque limpide e le piante rinverdiscono. Le sbarre di ferro sono friabili e si frantumano fra le mie mani. Viene avanti la più giovane. e io vedo per un attimo il suo viso riflesso nel liq uido odoroso e cocente. addentati dalle mille bocche della foresta dei vapori. IL TEMPO Anche da noi il Governo ha fatto belle e comode strade. i magr i alberelli di acacia piantati sull'argine ancora sollevato come un solco. s otto la montagna coperta di lava: i contadini delle isole vicine se la sono spar tita e vanno in barca a guardarsela. mi porgono un boccale di vino. al riparo da quel mondo in fermento. Scende e mi mostra la sua vecchia residenza. C'è una parte dell'isola. prender manate di sassi e gittarli da ogni parte g ridando: "Questa è moneta!". Le sue gambe lunghe. risecchisce le rare piante intorno. i davanzali. Il padrone. Ricordo uno dei barcaioli. galoppante per la china brulla. per conto suo. Allungo la mano verso il cancello. da lontano. trae da tutto quel purgatorio. Il padrone di Vulcano risiede a Lipari. e risale tingendosi di rosso in un cono perfe tto. La foresta dei vapori domina l'isola. l a villa che ha dovuto abbandonare. e un Ciclope rachitico che schizza sangue da tutti i pori. per la china cinerea arriva al trotto. che mi portò a Vulcano . È sua la parte infernale dell'isola. Tre donne sulla scala esterna d' una casupola.e sembra d'udirne il perpetuo fracasso .e a capo basso. saltellare per la spiaggia. Il Ciclope allora m ugola come un cane che sogna. Una voce diffusa nelle isole dice che essa ha tracce d'oro. impregna gli uomi ni. Io vidi la strada dei miei lu oghi tre anni fa. fa un vino malinconico ed ha l'unica fonte d'acqua dolce di tutto l'arcipelago. con metodi primor diali. un Bacco che era stato emigrante in America. circondata da soffi di va pori di zolfo e di anidride carbonica per tutta l'insenatura d'approdo. Poi il terreno sprofonda. bianche di polvere le modanature d elle finestre e delle porte. Somigliava a un Bacco tozzo e peloso sino al naso. Arrivammo all'alba con una barchetta da naufraghi. Ecco. che è terra nera. poi m . la sua terra che non ha scoperto tutti i suoi segreti. La gente scalza che sta nel sole invernale sulla baia di Lipari at tende gli scopritori del tesoro. sterile. hanno quel rapporto stupefacente dell'arte antica. comune alle opere d'arte incompiute e alle terre vulcaniche. I balconi di ferro battuto sono crollanti. ma glielo dico io che alle volte fa piangere". e la popola d'un fruscio perpetuo.

ortolani: si annunziavano di lontano col loro rumore e odore e colore. Ora. invece. Era bello. e chi la percorre ora può avere l'impressione di andar anche troppo piano con la macchina. Ecco come finisce il mondo classico. spariva. e mettendomi in viaggio mi acc adeva spesso di pensare come è meraviglioso trovarsi in un luogo e dopo tre ore in un altro. e se si sarebbe udito questo immenso coro fino agli astri. discontinua. Potrei percorrere. andava come ero andato io tante volte. Fu qui che io ebbi l'impressione del tempo e dello spazio. ai quattro canti della terra. rumori. Il tempo diventava davvero un fatto misterioso. la confondevano c on la campagna. da chilometro a chilometro tutto diventava lontano. e alla fine il dado azzurro dell'autobu s animò di sé il paesaggio. sembrava di non arrivar mai. a guardare quella donn a. e così il mio spostarmi . nell'a ria erano segnati quasi i confini. le automobili. come alle orig ini della sua invenzione. quasi che ieri avessimo tutti fatto un sogno e oggi ci trovi . chi. un'impronta incancellabile. Ancora oggi non riesco a concepire bene questo fatto nuovo. Case. sotto quelle piante. i fiori ch e da noi coprono i luoghi abbandonati. è il trionfo dell'uomo. e solo nel mezzo le peste dei viandanti avevano tracciato un vio ttolo. orti. pensavo alle vite umane più lontane. necessità e vita. guarda correre. un casolare. ieri formata di cose distanti. milioni di parole. Non riuscivo con la fantasia a occupare q uello spazio del viaggio. i cavalli e i muli in fila sulla viottola. opere. a udire quel bambino. armenti. la prima volta. i l sentimento dell'universo. sono nello sforzo umano dei segni dell'ordine e della gerarchia. e rimane soltanto come nostalgia. Tutto questo è grande. tanto che nelle mie fantasie puerili sognav o talvolta che tutti gli uomini a un segnale dato si mettessero a gridare o a ca ntare. Oggi io posso percorrere quella mia strada in venti minuti. ma è un sogno impossibile. l a macchina che corre rompe la solitudine umana. La pres enza degli uomini lungo quel cammino di tre ore mi dava lo stupore della vita. a bordo della macchina: la strada che avevo fat to a dorso di mulo le mille volte. e la facoltà di trovarmi di qua e di là. ed è mirabile questa f acoltà umana di adattarsi: ogni fatto primitivo è lungi da uomini che hanno vissuto una vita primitiva. come alla fine d'un'amicizia e d'un amore. la strada rotabile. pareva di volare su quella sof fice nube gialla e rosata. sperduto sotto il cielo e insieme disforme e unisono. Ci vogliono molti anni per cancellare un sentiero su cui sono passati uomini e uomini per trecento anni. si entrava d a luogo a luogo nei misteri d'una comunità umana. girava. il percorso di venti chilometri su cui ogni c osa si presentava gradatamente. sul filo di questo ricordo. Erano venti chilometri di sentieri e facevano tutto un mondo. il mondo della natura. Io arri vai a casa proprio in un baleno. canti. e neppure a concepirlo se non come una visione. Poi cominciarono i carri. to rnava a girare. si fermava. davanti a cui si fermavano in argini più folti che mai le piante. animata di favole. carbona i. i fiori alti si piegavano sotto la macchina con un soave fruscio. avevano diversi aspetti da miglio a miglio. mille gesti sono sorpresi in un attimo. si annunziava di lontano. già prendono confidenza con le macchine e senza stupore. e oggi simultane a. Ma per noi che la percorremmo a piedi o a cavallo ogni cosa h a cambiato senso. e dall'alto di quel terrapieno della strada scorgevo i sent ieri secolari disegnati da tante orme. né più né meno che se non l'avessero fatta. la stessa velocità è un filo che leg a tutto il creato. era una meraviglia quella cosa semovente. l'uomo sulla sua mac china elementare ha conquistato se stesso e il suo potere sulla creazione. in cui lo spazio e il tempo hanno altro senso cui non ci siamo ancora adattat i del tutto. ora era una successione rapida e irreale. e quelli che erano i misteri della vita lontana e separata diventano il gesto unic o d'un solo grande sforzo vitale. io e le cose eravamo presi dalla fretta. Vi passai in au to. e ogni cosa stava nel suo alone di luce diver sa. Già sui miei monti gli uomini non credono più alle fav ole. creature. Era un lungo viaggio. ma senza occupare il sentiero . fermo. al coro immenso di sospiri. e della strada non sapeva nulla. sono parvenze di viaggio. quasi il cammino della civiltà. Chi corre vorrebbe fermarsi un attimo solo fr a quelle mura. aspetti di e ssa sono un lampo. è forte. è umano.e la ricordo di primavera: le erbe e i fiori l'avevano invasa. il mo ndo antico. Così la strada cominciò la sua vita. vorrebbe anch'egli fuggire. E ancora qualche viandante per l'immensità della valle. Incontrai i viandanti in fila. una mandra.

l'odore dei fo rni. Nel le pozze intorno. i girini formavano. gl'improvvisi galoppi e le impennate. di orrori. l'odore dell'abitato come di una stanza che ha aperto le su e finestre al mattino e la nebbia del sonno non s'è ancora diradata. Usciti al piano. assediata dal tempo e dallo spazio. i boschi. se. se non i luoghi intravisti nei faticosi cammini a piedi o sul dorso de gli animali? Il mezzo di cui gli uomini si servivano. è crollato un s ecolo. Mi ricordo che a un certo punto di questa strada il cavallo mi aveva preso le re dini. e il variare degli alberi. e ogni cosa segnava la sua ora al sole. è tutto un altro mondo. e vi sarà semp re in qualche luogo della terra. Gli stessi animali che ci portavano aumentavano il mistero con le loro improvvi se paure. Tutto diventava faticoso. Le favole antiche non ebbero altro che il potere della fa ntasia sul concetto dello spazio. con quel tumul to intorno. In pochi mesi. brevi nostalgie c he si cacciano l'una con l'altra. sovrastato dal suo lontano rombo nelle gole dei mont i. di cui mi sono servito anc h'io per metà della mia vita. dove erano accaduti incidenti di viaggio . di timori.amo adulti. prezioso. Per la necessi tà di proporsi un fine. sulla sabbia del fondo chiaro. . il piede diventa re cereo. le donne andavano a raccogliere legna portata dall'al ta montagna sulla corrente. pioppi. Ora gli alberi si piegano al passaggio dell'auto. uno sbancamento del terreno. e andava all'impazzata minacciando di sbattermi contro gli alberi bassi. E il cavallo. con quella voce. risucchiare. il cavallo era stordito da quel chiasso. Lo si guarda come ai piedi della scala umana. il galoppo delle cavalcature incontro al sole era una festa. gl'incon tri degli animali fra di loro pieni di nitriti e di richiami. e l'occhio di chi passa giudica soltanto se è pro spera o no. l'odore degli orti. per venti chilometri di strada. questo era tutto in poco spazio. levava le froge al cielo. e si misurava la profondità dell'acqua da quel fischi are. E che c osa sono ora queste cose? Parvenze labili d'un viaggio rapido. Sembra impossibile che qualcuno vada ancor a a piedi o sull'asino. i mondi sot terranei. come le mac chie d'un manto d'ermellino. annusando l'aria. illusioni di pace e di felicità dove ci si vorre bbe fermare. c ome l'infanzia della terra. è utile. di liete liberazioni. in definitiva. pei torrenti. questa era la terra. m i ricordo. Ieri erano la fatica di vivere e di camminare. e mi portavano sulle spalle. Talvolta. sotto la stessa corrente che facev a inclinare le onde e le piante dalla stessa parte e con un solo colore. e a ogni passo si misurava la misera condizione umana . e talvolta era tanto impetuosa l'acqua che le buone donne m'invitavano a scendere sulla riva. era pieno quel breve spazio di straordinarie avventure. che era immobile e fermo. Io vedevo le loro gambe nude col polpaccio duro tuffarsi nella corrente. Che cos'erano gli antri. Per questo gli uomini erano amici fra di l oro. svegli. infanzia e virilità: quella piena di giorni lunghi. e sentivo nella schiena della portatrice lo stesso sforzo e la stessa incertezza della groppa del cavallo. ulivi. dove era caduto un fulmine. L'odore del fiume. s'erano scelti sul cammino alcuni p unti di riferimento: una casa solitaria. degli agrumeti. da quel movimento dell'acqu a. ce n'è ancora qualcuno. dove una mandra era stata sorpresa dalla bufera. dava una conoscenza più stre tta e insieme più misteriosa con le cose. scegliendo la strada con un istinto sicuro. l'odore delle mandre. e lentamente. per misurare il tempo. e si fa appena in tempo a vederli gira re: tutta la natura s'è appartata. e la stessa impressione di sicurezza d'aver trovato il fondo. Il sentimento della distanza stringe gli uomini in comunità chiuse. tastava il fondo dell'acqua con lo zoccolo. crea nelle pat rie le piccole patrie. come erano gl'inco ntri degli uomini. le loro attrazioni verso certe strade e verso certi luoghi. sibilare. d ove una creatura era stata travolta dai torrenti. Un simile viaggio portava queste ed altre avventure. un tempo lungo e pie no di meandri. e poi l'improvviso odore del mare. questa che guarda l 'orologio e dice di soprassalto: "Com'è tardi!". dove il torrente aveva invaso il campo. passava accanto a noi in una raggiera di spruzzi. quando dovevo traversare il torrente. Allora la strada s' animava di remote presenze. salici. perfino le pietre portate sulla groppa degli asini. Allo stesso modo della vi ta nostra. un albero. ingigantiva il paesaggio. le loro ripugnanze a proseguire.

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