CORRADO ALVARO ITINERARIO ITALIANO L'ACQUA I miei avevano preparato tutto per lasciare la casa paterna e si può dire

che comi nciassero la loro vita comune e la famiglia con questa promessa. La casa stessa, ora che ci ripenso, era stata impiantata tutta con questo scopo, e c'era ogni c osa che sarebbe servita a un grande viaggio: due bauli con le robe sempre pronte , e poi cassoni, e cestoni; tutto quanto ricorda i viaggi, la facilità del carico; le serrature e le chiavi a posto. C'era anche una riserva di funi e di cinghie. Un giorno si ruppe il divano e fu buttato via; gli ultimi di noi che vennero al mondo non lo conobbero che di fama, e al suo posto entrò in casa un enorme baule verde e nero, alto come un armadio. Noi, l'uno dietro l'altro, ci davano il volo , guardando dove ci posassimo, sempre con l'idea di quel viaggio dei nostri vecc hi. Questi preparativi per una partenza tanto certa durarono quasi trent'anni. C redo che a un certo punto i miei non sapessero più che cosa volesse dire partire, se non un desiderio, e il piacere di figurarsi quel giorno. Tra le ragioni che e ssi mettevano a questa progettata partenza ve n'era una: "In paese non c'è l'acqua ; è una bella cosa l'acqua in casa". Dunque, il nostro paese pensava all'acqua da centinaia d'anni; ci pensavano i ra gazzi che si contendevano il dominio d'un rigagnolo fino a che si mettevano d'ac cordo a esplorarlo per tutta la sua lunghezza, notando le diverse increspature d ell'acqua, vedendovi in miniatura un paesaggio grandioso di gorghi, cascate, e i banchi di sabbia del fondo; anche le donne avevano il loro ruscello, dove attin gevano l'acqua per bere: esso saltava giù da una roccia a picco in una valle, la s i vedeva spuntare in alto, l'acqua, sulla pietra grigia, ed era un baleno, prima che cadesse col suo assiduo rumore che riempiva la valle. Ma l'estate era più dif ficile empire gli orci; il ruscello diventava un filo che scendeva per una canna forata in tutti i suoi nodi, e quando la siccità era grande colava un filo prezio so e faceva nella giara un interminabile e mai stanco discorso. All'odore delle piante marcite, della pietra muscosa, che faceva così profonda la primavera, succe deva l'estate quello dei mirti scaldati dal sole; e le voci dei ranocchi negli a cquitrini. In quel tempo si cercavano le altre fonti ai piedi delle montagne che sono tante , disposte a quinte per la valle, e lontane. Gente andava vagabonda qua e là, perc hé i luoghi delle sorgenti cambiano d'anno in anno. Sono quelli i tempi della sete improvvisa e inesauribile, e l'uomo è tutto un groviglio di radici assetate; tutt a la terra sospira all'acqua, la ricordano le grosse piante e i cardi d'un verde ramarro che hanno trovato una linfa sotterranea che li gonfia. Per tutta la con trada si scoprono le vestigia più antiche dell'acqua, come se anch'essa fosse un p opolo migrante; una vasca, un abbeveratoio, un condotto scavato nella pietra e i nverdito di vecchie ingrommature, o composto d'embrici messe assieme a canale e saldate con la creta. Vasche e abbeveratoi sono interrati, vi crescono migliaia di piccole piante di semi indistinti, perché dove fu l'acqua rimane sempre non so qual memoria, e il colore della terra, il folto di piante che vi accorrono da og ni parte tradiscono quell'antica presenza. Questa è l'archeologia dei paesi asseta ti. Talvolta si sente in una valle la presenza umida e calda di qualcuno fuggito , ed è ancora l'acqua. L'occhio di chi ha osservato queste cose le riconosce alla prima, e da lontano le scorge come le donne alla fonte. Mio padre si disfece della vigna e dell'orto che lo tenevano ancora legato alla terra, e così non aveva più niente a cui pensare, perché anche noi avevamo trovato mon do. Allora si mise a esplorare con diligenza la terra intorno, pensando sempre a ll'acqua, la più buona, la più fresca, la più pura. Oh! le soste ai piedi dei monti, quando tra mille rumori, brusii, vocalizzi, si sente quel fruscio che si confonde col chiacchierio del grillo, e non è; e il rumo re dei boschi nel brivido serale, quando il vento arriva, e fa come un'aerea cas cata. Di solito, per le fonti, qualcuno è passato prima di tutti, un viandante, un vetturale, un pastore, una donna, e hanno lasciato la loro traccia: questa mano ignota ha posto una foglia che serva da canale per l'acqua, in modo che la vena si raccolga e si getti ben distinta dalla terra: è una foglia d'oleandro, di cast agno, di noce, e l'acqua, con bella ubbidienza, si conforma alla foglia, vi ripe

te una immagine di foglia liquida sopra, e con le stesse increspature e le venat ure a raggiera. L'acqua vi acquista un sapor vegetale, un odore amaro, l'odore d ella foglia, come se questa si liberasse d'un'essenza. Noi figlioli, quando tornavamo, accompagnavamo talvolta queste esplorazioni. Spe sso ci seguiva un asino con gli orci pronti. Ma anche quando non ci andavamo per ché stavamo lontani, nella città dove c'è tanta acqua, io lo immaginavo mio padre. E s pesso, poi, m'è accaduto in montagna di cercare una sorgente. Ecco, rivedevo mio p adre che si chinava carponi per bere, come adorando la montagna enorme e umana; ecco le improvvise rotture di qualche argine, e l'acqua che invadeva i campi, ec co il rumore del mulino, ecco tra le piante del bosco la gente a cavallo che lev a e abbassa la testa per non battere contro i rami bassi, ecco la donna che fugg e davanti a un satiro che la insegue. Ma ecco, all'improvviso, presso una fonte che nessuno conosce, una donna seduta che aspetta di veder pieno il suo orcetto, e l'acqua vi scende frettolosa, che è una gioia ascoltarla. E i passi recenti sul terreno umido, attorno alla fonte, l'orma d'un piede nudo e d'un altro ferrato, e la voce, quella voce dell'acqua che non si ha cuore d'abbandonarla, col suo d iscorso che seguita tutta la notte, come qualcosa di perduto e d'inascoltato. Ec co, nel cavo della vasca formata in breve dall'acqua, il fondo sabbioso diggià tan to finemente lavorato e raccolto, profondo e opaco come il mare, traversato da p iccole correnti che descrivono labili continenti, e fanno danzare senza riposo i granelli più leggeri e lucenti. Queste cose le vedevo, le rivedo ancora. C'era la voce degli uccelli notturni che si appollaiavano, il vento che cessava di botto , si sentiva il vuoto e il silenzio della sua fuga, lo scalpiccio delle cavalcat ure che sembravano prossime, se non che il canto del mulattiere diceva che era l ontano lontano. E l'impressione di aver bevuto l'acqua spremuta dalla montagna, diventare una vena del mondo, una propaggine arborea, e il diventar madido come un vaso di creta, che si tornava indietro all'improvviso a fermarsi per ascoltar la e accostarvi ancora le labbra. Gli occhi vi si specchiavano profondi. Nell'ab itato le donne con gli orci madidi venivano da tutte le parti dove c'è acqua, madi de anche loro, e offrivano da bere a chi volesse. Era la religione dell'acqua. Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Ac qua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci st avano di fronte. Chi ci vuol riconoscere, ci guardi in viaggio se ci affacciamo al finestrino per osservare un getto d'acqua, un torrente, un rivo. L'acqua corr e, l'acqua è la vita. A mano a mano che non doveva più pensare ai figli già tutti lontani, uscì anche mia ma dre ad accompagnare il marito in queste esplorazioni. Ella era poco abituata a t rovarsi nei campi, e in trent'anni di matrimonio era stata sempre fra quattro mu ra, dove aveva finito col formarsi dei paesaggi nelle macchie del muro e nel mis tero cavernoso degli angoli, o nei giardini dei vasi di fiori. Mio padre tendeva l'orecchio per sentire la presenza dell'acqua, correva in punta di piedi, quasi , per sorprenderla. Concedeva alla donna di bere prima e si metteva dietro a lei come per aspettare il suo turno, allo stesso modo di chi aspetta la Comunione. Si sentiva l'odore delle radici profonde, quell'odore sotterraneo e caldo dove f econdano i semi e le piante. Erano come due ragazzi, e anche la sera, davanti al la batteria degli orci d'ogni forma, era la stessa cerimonia. "L'acqua è buona." A llora pensavano che quando sarebbero stati in città avrebbero avuto un rubinetto p er loro. Tutti, fra noi, pensavano all'acqua, e facevano i confronti fra quelle dei paesi visitati, quella di Napoli e quella di Roma. Quando noi partivamo per una nuova città, ci dicevano: "Troverete l'acqua buona". Ed ecco che un giorno il Governo ha fatto l'acquedotto anche al nostro paese. I miei ebbero l'acqua in casa, che bastava aprire il rubinetto per vederla bella c orrente e chiara, e tanto impetuosa che faceva mille bollicine nel bicchiere. Gl i orci non servirono più, e rotti fecero da vasi per fiori. Nessuno si ricordò più del rivo nella valle, né delle fonti solitarie, né delle avventure delle vene montane. I ragazzi sguazzavano coi pieducci rosa nella pozza dell'acqua in piazza; nessun o pensò più alla montagna, e la notte, quando il vento portava il rumore della casca ta del mulino e della segheria, non ci si ricordava più della sete. Nessuno più cercò le sorgenti, né le donne andarono più in fila indiana al rio, tremando se due occhi lucidi stavano appiattati dietro alla siepe. Da principio non potevano passare d

avanti alla fontana senza chinarsi a bere, come per non mandar perduta tanta gra zia di Dio. Ma l'acqua è tanta, e chi la può bere tutta? Poi si abituarono, ma disse ro ancora, per decantare il loro paese: "Abbiamo l'acqua". Quanto ai miei vecchi , non pensarono più, forse, a partire. I figli lontani vi tornano di rado, e tutto quel fuggire è stata una vana immaginazione. Qualcuno di noi che aspetta quel via ggio ha per detto: "Non abbiamo più tanta fretta, perché abbiamo l'acqua". La notte l'acqua si lamenta compressa nei tubi e vuole uscire. E pensare che noi abbiamo cercato mondo anche per l'acqua. VEDUTE DI ROMA I Si sta formando in Italia una capitale. Per chi vive a Roma da più di dieci anni, è un'emozione quotidiana vederla crescere e complicarsi, prodotto di cento fatti s ociali e psicologici, di cento spostamenti; è ormai a quel punto in cui basta ogni lieve suggestione per creare una moda, un rapido atteggiamento e un fuggevole a spetto, di quegli aspetti che avvertono come il tempo passa, e le idee cambiano e i costumi. Proprio questa impressione, d'una vita che corre, che ci logora, ch e c'invecchia da un giorno all'altro, proprio questo è il fascino delle città. Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita; e resta sempr e quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessu n aspetto di essa è familiare, e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutt i i suoi caratteri; essa ha una natura ricca e adorna, eppure somiglia a una ant inatura: campi e ville sono cose uscite dalla fantasia d'un artista, disposti in un ordine anche là dove sembra che la stessa vicenda degli anni e dei cataclismi storici l'abbiano disposti. Essa è già tutta in quella fantasia di Fontana di Trevi, dove la pietra imita l'albero, la roccia, la rovina, e l'acqua ubbidisce alla g eometria. Imparentandosi con l'arte tali elementi, ne è nata una natura sui generi s, un'antinatura. Non vi sono città del mondo dove la natura, e il bisogno di essa , che è cosa tutta italiana averla sempre presente, sia così vicina e urgente: alcuni alberi a Roma hanno una storia, sono venerati come monumenti, e i giornali ne riportano spesso gli acciacchi e gli accidenti, come di personaggi; una spalliera di rose d'una villa ha fama, di primavera, come un museo aperto per pochi giorni. Eppure non accade di consider are natura queste cose, che costituiscono un piacere simile a quello della lettu ra d'un testo antico, dove la natura è chiusa in un ordine rigoroso, che è piuttosto un simbolo e una composizione. È una città difficile, e anche se non suggerisce il pensiero di quante mai orme l'hanno calcata, basterebbero i suoi aspetti esterni ad avvertirvi che siete ospiti. Io me la ricordo venti anni fa, e allora era soltanto lo scheletro della città d'o ggi, la mummia rimasta dai secoli. Tutta la simulazione degli elementi diversi d ella natura, le grotte che diventano nicchie, le fontane che divengono boschi, i l continuo appello all'albero in quegli alberi impietriti che sono le colonne e gli obelischi, e l'acqua che sgorga da montagne di pietra squadrata, e il ritmo, la voce dell'acqua, e sul selciato turchino e duro l'ombra cavernosa di certe c hiese, erano tutte finzioni, e lo sono, della natura: sono natura esse stesse; m a vi si prova la nostalgia continua della vera natura. Il problema dell'architet tura di Roma era di seguitare in questa finzione di scenari. Come al re Mida in oro, qui le cose si trasformano in pietra. Più su di Roma, le città comunali e signo rili sono di dura pietra, la natura è scomparsa anche come ricordo, e la vita citt adina è tutta chiusa nei suoi ideali e nella sua intelligenza esatta; poche fontan e sciolgono la crudezza del sasso, la colonna si richiude nel portico; sono le c ittà politiche, della ragione e, dell'intelligenza esatta. Roma è altra cosa. È l'inte lligenza e la primitività italiane fermate fra due climi, due civiltà, due mondi, du e punti cardinali, settentrione e mezzogiorno. Il sud vi si è pietrificato come in un profondo strato geologico, il nord vi si libera dai geli. Qui si concretano per l'ultima volta i sogni e i gusti della civiltà mediterranea. Anche nell'Europa settentrionale, e in genere in tutte le grandi capitali moderne, la tendenza a introdurre la natura nella vita urbana è un segno caratteristico; ma quella è una na tura allo stato bruto, un ricordo druidico, dei boschi e delle foreste celtiche e germaniche. A Roma è una natura rielaborata, predisposta, umanizzata, di mille s

superiori e implacabili : uno splendido scenario per i piaceri e le malattie privilegiati. le quadrighe e i cavalli del Vittorian o. e cred o che anche il commercio locale. in quella luce. le sommità dei monumenti tratti alla luce. a leggere i libri dei viaggiatori. con quella luna. e poi più tardi la Croce della torre capitolina. in q uelle notti. mob iliate di trespoli dozzinali e spiritati. adatta la realtà nuova al suo colore. non esisteva intimità delle case. apparve la donna alata della quadriga del Palazzo di Giustizia. è divenuta una capitale. Una vita dura. un monumento rimesso in luc e. che in altre città dell'Italia settentrionale avevano acquistato im portanza e perfezione. con le sue prospettive sepolt e entro di sé. Ma chi non si ricorda come da tanti discutibili monumenti si levassero nel cielo di Roma le nuove app arizioni? Accanto a quelle della Madonna della colonna di piazza di Spagna. dove erano tollerate le più ingenue stranezze del vestire. anch'essi così netti. per la parata d'una vita sociale. il feudalesimo provinciale trionfava a Roma. pei quali lo scopo dell'emigrazione è il den aro comunque acquistato. osti e affittacamere. infin e. a Roma facevano sorridere di compassione. C'era la dura moralità degli importati. come la rappresentante della piattezza. pur rimanendovi. e at traverso quali contingenze è nato lo spirito e l'unità delle capitali. il Garibaldi del Gianicolo. stabiliscono un nuovo tema e un nuovo panorama. Ecco una delle più belle scenografie di Roma che ricompariva quasi per caso. Vita sociale non esisteva. dove sulle pagine dei giornali satirici si acquistava una celebrità a buon mercato. Perché non è soltanto il piccone o l'architetto a fare un a capitale. Mi sono domandato spesso. appena l'urbanistica diventava un po' più ambiziosa. E poi c'era il Corso. Roma era tutta e soltanto in quello che mostra va. che le grosse famiglie dei mestieri più seri e fondati. Vi si trovava poi una vita tutta esteriore e di comparsa. Bisognava vederla Roma quindici o venti anni fa. assor bisse le peggiori merci d'Italia. Vivere a Roma e ra un privilegio. Roma riforma da sé i suoi scenari e i suoi aspetti. come e quando. Per esempio. ai quattro o cinque convegni annuali. di cui siamo semplici spe ttatori. delle st ele e delle croci degli obelischi. Era un grande pettegolezzo politico. nessuno si fidava di quello che vi si in traprendeva. ma una cosa come questa. la città contava poco per il mondo dello spirito. Una strada nuova fra i vecchi quartieri. E tutto questo è finito. niente per gli affa ri. un fatto da far epoca nella cronistoria di Roma. che faceva tutt'uno col selciato incomodo. come il seme d'una pianta e la forma d'un frutto sono sepolti nella . ed era aspirazione e trionfo di ognuno ritro varsi nelle lunghe liste dei cronisti mondani. o quando le osterie cominciarono a chiudersi la domenica. Dopo dieci anni ci si accorgeva di non avervi amici. e per estr ema consolazione il sole e il cielo. ciò che è. dell 'opportunismo più ostile. la città cominciò a spopolarsi. la domenica. altr o che quella dei nobili. una cer ta domenica.ottili parentele con le cose dello spirito e le finzioni dell'arte. era anche un mistero. quasi vaganti sui tetti. è una curiosa tirannia della nostra esistenza. Molte cose legano alla terra. e questa città ch e si è tanto odiata. cioè con la sua luce. il senso dell'arte italiana. Chi di politica non si occupasse era un disadatto. È un fatto che ha della natura: lo stesso che domandarsi quando e come il mare si è ritirato di q ualche metro da una spiaggia. la logica della città prendeva il sopravvento. del San Pietro della Colonna Traiana. a cercare le vie dei campi e del mare. popolav ano di lunghe file di carrozzelle su e giù. solo che si ubbidisca all a sua struttura. Una lunga domenica nella provincia italiana. Pareva una città di paccottiglia. I pal azzi e i monumenti pel Cinquantenario dell'Unità ubbidivano in qualche modo a tale logica. che nella nostra giornata occupa appena lo spazio d'una rapida impressi one. alle corse. da sé ho detto. le comparse al teatro. ad eccezione di qualche negozio di lusso. di cui il resto d'Italia non capiva niente. e le inizi ative moderne. A tratti. il nostro stesso crescere. costituiscono certo un fatto decisivo. del San Paolo della Colonna Antonina. Qualunque altra città di provincia aveva più consistenza di questa dove si finiva tanto facilmente a fare la macchiet ta di marciapiede. non ricordo come accadde che. Di queste cose la stessa città s'impadronisce allo stesso modo d'un terr eno che uniforma alla sua natura la vegetazione. è il nostro spettacolo quotidian o. per quanto con un compiacimento quasi babilonese. Ba stavano.

una novità di agglomerati umani. il fondo della strada è oggi di asfalto nero lucido. quasi che la chiarezza dell'aria. tut ta grandiosamente esteriore. mobile. un'atmosfera amorosa c he fu sempre di Roma.natura d'un albero. a rivederlo a distanza di tempo. i settentrionali il l oro senso della vita stabilita e sociale. Venti anni fa. impongono lo stesso n itore delle città estive. in autobus. la luce. le colonne. anche quel tanto di estremamente lussuoso e visibilmente ricco. non s'immagina come ce rti limiti si confondano. sono due mondi diversi. di civiltà mo lto giovani. Il convegno di ta nta gente nuova a Roma nei nostri anni ha trapiantato alcune attitudini sociali. la duttilità. anche se antichissima. la veduta nuova d'un monumento liberato mi fac eva là per là rimpiangere lo scenario scomparso. e certi modi bruschi. e che malizioso piacere sia aver capito come questi du e termini che separarono per tanti anni l'Italia abbiano in effetti uno scarso v alore: sarà che abbiamo imparato a conoscerei. pe r contrasto. Ciò che è stare insieme. ma in una solitudine comune. si fa presto a prendere l'abitudine di villa Borghese. che ricorda remotamente la provincia. infl uisce a suo modo sugli animi. ed è questo il nuovo aspetto di Roma. e quella prov incia nostalgica propria delle grandi città. nel più schietto accento genovese. si ricorderà d'una certa maliziosa e bonaria familiarità. i campanili. di dovunque s i venga. è meridionale. la gente più diversa è venuta ad abitarci. Ed è anche meridionale. Meri dionali? Settentrionali? Ricordo il giorno che per la prima volta da quando sono a Roma. che era sempre apparso pro vvisorio. il sole. c'è in tutti lo stesso senso di vita. I grandi convegni sono quelli delle belle giornate. In vent'anni s'è veduta la città crescere del doppio. e l'apparizione in fiocchi delle d onne: tutti caratteri che sono propri delle città di nuova formazione. a cominciare da quelli latini. se si deve credere anc he a certi scrittori di salire. Non si cresce di seicentomila persone in vent'anni senza che una città lo lasci ve dere. ott imista e talvolta disadorno. la voce era alacre. Per esempio. e il gran discorrere delle "relazioni" del tale o della tale. lo stesso piacere di co mparire. Lo scenario romano. gli obelischi. crescono le fontane. e in cui un capriccio degli anni poteva aggiungere qualche cosa. il campo dell'osteria fu ori di porta è diventato un quartiere. è fissa to per sempre. Meridionali e settentrionali hanno portato a Roma il loro paesaggio interiore. la sua forma le grandi manifestazioni pubbliche. II Quando comincia la grande stagione del sole. prende l'a spetto d'uno di quei frammenti antichi che si murano sulle facciate dei palazzi moderni. una è mutata in questi venti anni nell'aspetto de lle strade di Roma: un tempo le strade erano selciate dei selci romani e avevano colore di azzurro. sentii parlare di affari e di cifre. scenografica com'è. e in quella grande cerimonia della passeggiata che fece parlare tanto l' Ottocento. Una certa solitudine è prop ria della Città. più o meno ovattata. Il socievole non è mai stato il forte di Roma: il suo carattere è la convivenza. Roma vive per poco tempo una vita a ssociata. formata dai mille el ementi. settentrionali: veduti da Roma. i meridionali il loro bisogno di espansione e di avventura. del Pincio. Chi conosce certe descrizioni della socievolezza r omana dell'Ottocento. mi accorgevo che ne risultava una nuova scena quasi naturale. dell e grandi piazze e delle belle strade. L'asfalto al posto del vecchio lastricato ha contribuito a segnare una nuova epoca dell'aspetto di Roma. e apriva il panorama del mare di Liguria. Meridionali. La quale. Quel tanto di vita socievole di certi quartieri a Roma è settentrionale. Arr ivano dalla provincia certe automobili che sembrano sirene e tritoni d'alluminio o di lacca. il tatto. sembra che dica: Ora tocca a voi. incalcolabili a chiunque. È strano dirl o per l'unica città vitale tra le grandi città antiche: il gusto dei ricevimenti che . un lusso che si preoccupa delle appa renze. la stessa ambizione d'essere. avventuroso. Quel tanto di trepido. e basta con le confid enze. Ma non ne ha altrimenti & gusto né il bisogno. lo stesso che in ogni altra metropoli moderna. la città familiare si è d istaccata e allontanata. e fatta per significare la pompa e il trionfo. Ma fra le tante cose. e più o meno acre. noi avevamo una certa intimità con la Barcaccia o il Tritone. la stessa qualità di assalto alla fortuna e all'avvenire. che sono nell'anima della città. venti anni hanno scavato una distanza di secoli. su questo nero si levano gli edifici giall i e rosa. Salta agli occhi. al confronto della vecchiaia e no biltà di Roma. il mondo di ieri sull'asfalto lucido diventa più remoto.

Più tardi. da quelle estive quando la troppa luce scava come vecchi c ranii le facciate delle cattedrali. significa aver dato il segnale a una nuova vita. meno affettuosa. sentivo che il mio cuore voleva uscire quasi da una prigione. Dal mio letto sentivo nascere il giorno. i quali rinascevano intorno ad esse con la tenacia delle piante. definito. nel cielo serale di panno azzurro. sembra di vivere tra le pagine d'una rivista di m ode o nella scena d'un film. in cui esso si appaga e si confonde. sul Gianicolo. di vivere. nelle abitudini de lle persone. o la piazzetta dove cresce l'erba a San Giovanni e Paolo. la natura di Roma. potevo leggere le ore all'orologio di Pi azza Colonna. compiuta e indifferente a tutti i pensieri e le passion i degli uomini. la tradizione. al tempo del mio primo arrivo. Guardando le ore sull'orologio della piaz za. da me stesso. specia lmente la notte quando la luce delle lampade ingrandiva l'ombra dei cornicioni d egli edifizi smisuratamente. dove il sole si accuccia tutto il giorno suscitando il vecchio tepore dei mattoni del campanile. e la cima della colonna. raschiature. questo voler essere. ma pieno di fatti già accaduti. e una sala somi glia a una piazza. di pensare. indica una capacità di rinnovarsi. vedevo il Santo della Colonna Antonina quasi vagante sui tetti. nei limiti delle grandi strade nu ove. la personalità. Certo. io voglio". E queste cose mi davano l'idea d'una vi ta chiusa nella memoria. il carattere .una città con mille trascuratezze nella sua costruzione . III Dalla mia finestra volta a mezzogiorno. si adagiava presso di me come accanto a un malat o: era una luce cinerea quale a volte copre Roma a chi la guardi dall'alto. Spogliarsi di tutto e accettare le novità più cro ccanti. È questo il punto del distacco da un'epoca. dove sui frontoni delle chiese un angelo aspetta da secoli il suo compagno di s immetria dall'altro lato . le meglio capaci di irraggiare e fecondare la vita. e una piazza a una sala. Credo di aver capito la causa che isola qui tanto le persone e per cui Roma cono scerà forse sempre pochissimi ritrovi pubblici e una certa sterilità di contatti uma ni. Aver fatto di Roma un paese fissato. in appartamen ti anche troppo inappuntabili. e chissà come sono diafani gli angeli ambigui sul Ponte Sant'Angelo. Capivo così l'i solamento degli alberi e degli uomini. dimenticanze.si è diffuso ultimamente a Roma. col . formando uno di quegli aspetti tanto frequenti a Roma. da un passato. La finestra della mia stanza era inv asa la notte da quelle lampade. quando ebbi dormito i primi lunghi sonni romani. e non sapevo che cosa volessi. come quelle del tessitore persiano che non fa mai perfetti i suoi tappeti per non lasciarvi dentro imprigionata l'anima sua. Non ho rimpianti per le vecchie cose se non a tempo e a luogo. riducendo il tra vertino a un bianco d'avorio. in cui l'esterno ha la stessa architettura di un interno. Andiamo a veder e il giallo lunare di villa Medici nel verde cupo del parco. a quelle invernali quando la tramontana riprende a scialbare i tìmpani delle chiese. è un grandioso f enomeno che a un certo punto dovrà pure tradursi in termini suoi. voler apparire. Qualche volta mi sorprendevo a dirmi : "Io voglio. negligenze. mi pare i l vero fermento della vita dei nostri giorni. questa specie di tabula rasa che si vede in giro. Sorprendevo la luce immobile nella mia stanza. e la fontana con la sua grotta. e il frontone dell'Acqua Paola. in un modo d'ess ere. è proprio un segno d'oggi. Co nosco le ore di Roma. la luce si diffondeva dentro come d'un giorno so speso in una lunga incertezza. mentre la parte inferiore scura e nell'ombra ricor da la cava originaria. e illuminava ogni dettaglio delle facciate settecen tesche con le loro decorazioni. meno nostalgica. allontanato e isolato in qualche modo dalla intimità degli uomini. somigliava a una grande sala. e sarebbe il sentimento degli aspetti e delle ore di Roma che formano un pae saggio interiore dell'uomo. è d'una modernità anche troppo spinta. e incarn arsi in qualche cosa che vincesse il tempo. a costo di strafare. Questi sono gli aspetti che accompagnano chi vive da molt i anni a Roma. le più vive. sono le qualità più preziose del mondo. svegliandomi di buon'ora vedevo tra le persiane chiuse spuntare l'alba. Tutto mi pareva uno spazio deserto. come altrettanti convegni in una città incompiuta e perciò familiare. Via Sistina. penetrata a mia insaputa e quasi confusa col riflesso delle lampade not turne impallidite dalla veglia. meno contemplativa. che mi piaceva come una grotta d'un a natura artificiale.

La voce della strada si levava a mano a mano più sicura. era finito un giorn o. e non si faceva in tempo a pensarvi che era un'ombra . scialli e veli ne ri. la strada risuonava come una chiesa o una sala deserta: si sen tivano le voci di coloro che nelle notti chiare andavano fino ai cancelli del Pi ncio per vedere Roma notturna dall'alto e le linee oscure dei cornicioni dei pal azzi che si rivelavano come i suoi temi nudi disegnati in una specie di spolveri o sospeso sulla città che giaceva in basso. non si sapeva che festa notturna preparasse. A mano a mano che passavano gli anni. nelle be lle giornate. le sale da tè. al modo d'una girandola. Nei giorni delle cerimonie in Vaticano. e i vecchi abitatori vi stavano come gente annidata che qualcuno tentasse di sloggia re. le canzoni di moda. e la sua insegna è il Ponte Sant'Angelo con le d ue statue di Pietro e Paolo. il sole splendeva sui belletti e sulle occhiaie tinte di azzurro e lustre . saliva dal Corso u n odore di stalla. quasi che stare in quell'ambiente. E quest'ora pareva la memoria della Roma d'un secolo prima. degl'incontri. improvvisamente la città dive ntava misteriosa d'un mistero frivolo: i fiori dei fiorai acquistavano per contr asto semplicità e innocenza. Poi. l'aria s'impregnava del profumo di quei cosmetici. fu sempre popolato anche . un'illusione perduta. Sul pr incipio mi levavo per sorprendere la strada in quell'ora. appariva gente vestita bene. Erano quelle le ore delle allegrie i mprovvise. come se la città intera non riuscisse a riprendere il suo chiasso diurno. una vo ce si aggiungeva a quel coro. che ridavano alla città l'aspetto di certe piccole città antiche e piene di chie se. a Roma. descritti da voci sonore.colore di strade molto calpestate e di pietra sbiancata dal vento e dal sole. Poi la strada mutò. le mogli. Quella è pure l'ora dei poveri vecchi. fosse privilegio tutto personale e privato. la città si raggrinz iva nella prima sera. con le loro scarpe pazienti. i vestiti che al sole mostravano il lucido della vecch iaia e la dignità di chi li indossava. degli storpi e dei nani. col su o tono uggioso e quasi direi umido. invadeva la mia strada una folla di donne che avevano l'aria d'essersi levate allora dal letto. la boria di quelle donne che vi salivano o ne scendevano pomposamente faceva di quella strada un asilo di su perbie senza ragione. e così io conobbi i litigi sulla letteratura e sull'ar te. i benefizi sfumati. di pensare profondamente e di poter agire facilmente l'indomani. i mariti . le vetture andavano a sghimbescio e vuote. mezzo apparecchiate. molto imbellettate. le prom esse non mantenute. si fondarono i primi negozi di mode. Nella notte risu onavano le voci di costoro. Luccicavano le macchine. la città si svegliava. e infelici. La strada vecchiotta si popolava di gente modesta che andava a scaldarsi al s ole del Pincio. e i contrattempi. poi un'altra e un'altra. A notte alta. come se invecchiasse. colore d'oro vecchio. le invettive pronte e sveglie. le illusioni perdute. per sone vestite da sera. vestita come veste la gente devota in tutti i paesi. Veniva fuori un'umanità speciale. La notte. Io aspettavo le sei di sera. e tutti con un'espressione freddolosa. delle folli speranze. Dalle finestre di fronte alla mia. fino all'ora in cui d'incanto si faceva deserta. le donne. in quel sole. in cui sembra che la gente non abbia altra occupazione che rispondere alla c ampanella delle preghiere. Si tornava a casa stanchi. al pri mo squillo del tranvai. i tradimenti compi uti. col cartoccio della spesa. IV Rione Ponte è un quartiere di Roma. la cenere de l tramonto copriva tutto come se un cataclisma si fosse scatenato. in quella luce. È uno dei più antichi di Roma. dà l'impressione d'essere molto i ntelligenti. era pe rcorsa da una speranza di non si sa che giorni. in carrozze e automobili. passava di là tutta Roma accorsa dai quartieri più lontani. seno nché il ricordo di paese persisteva con la voce dell'ombrellaio. Si vedevano calare i cestini dagli ultimi piani per la posta e per ù carretto delle v erdure. si affacciavano sulla strada come t emendo di non arrivare a partecipare in tempo a una rappresentazione. Poco prima di mezzogiorno. passavano. quando la città acquistava un colore elegiaco. Di botto queste cose cessavan o. L'aria diventava fatua. i figli. donne col velo. d'inverno. degli abbattimenti. sentendo che il tempo era passato. A un tratto udivo la campanella di qualche chiesa. e divenne comune il fracasso delle automobili che stentavano ad avviarsi. gli amori della gente e fin della più povera e disadorna. e tutti avevamo abitudini familiari. La strada dove abitavo allora era una specie di paese: ci conosc evamo quasi tutti.

caratteristico di Roma. è il colore d'una vita popolare la cui fama è troppo sciatta al confronto. come in quei quadri. essendo un grandioso scenario che le ha vi ste tutte. i primi anni dell'Unità nei quartieri di tipo piemontese di via XX Settemb re. Vi abitarono Raffaello e il Celimi. e questo quartiere. Banchi Vecchi. e si stende oltre. Si s a che gl'importati sono dappertutto gli stessi. le cortig iane. Arco dei Banchi. Nel Cinquecento fece parte del centro di Roma. Comunque. una folla mai prima entrata nell'arte sbucò da ogni parte e animò con la sua presenza greve e popolana le raffigurazioni stesse dove prima era stata una schiera di cavalieri simili a eroi e di donne simili a dee. da noi come altrove: sono de . schierato lungo il Tevere e più basso dell'argine del fium e. Non soltanto nell'aspetto. con uno spirito realistico fino a l crudo (che è il lato migliore di quest'immagine) quale negli ultimi anni hanno d iffuso in tutta Italia tre o quattro giornali umoristici di mentalità prettamente romana e che ha acquistato cittadinanza in tutta la Penisola. il modulo d'un carattere fermo. è città che ha u na sua maleducazione e una sua volgarità. come il ventre d'un grosso animale. Varrebbe la pena di assodare come sia nata l'immagine che circola comunemente sul romano d'oggi. È una reputazione di gente f acile. è un rione da Caravaggio. Roma. Ma quando avremo detto queste e cento altre cose verissime. come la sabbia d'un deserto. spirante. Qui è come se il Tevere in una sua crescita avesse lasciato il suo limo che ridiviene polvere al sole e alla tramontana. di traffico. Vi tenne il suo banco Agostino Chigi. parve coprirsi della stessa patina che rende tristi e bui i quadri del Seicen to. È vero che tale carattere bisognerà cercarlo in tre o quattro rioni e starvi molto vicino per non prendere abbagli. si sentì od ore di porti. È una delle tante sorprese e varietà del popolo italiano. ma negli atteggiamenti del la vita. e alle sue strade sono rimasti i nomi di Banchi Nuovi. Il Rinascim ento era crollato come crolla un impero. i banchieri. Spesso nella densità del popolo italiano si sente la presenza d'un secolo: a Roma si sente il Settecento tra via Sistina e Trinità dei Monti. il suo lastricato è il deserto di tutte le capitali. La pit tura del Seicento si riempì di popolo coi panni della fatica quotidiana. polvere di morte e polline di fecondazione. e poi di Prati e di Corso Vittorio. il maggior finanziere del Rinascimento. È l'humus di Roma. vi si trovavano le banche. Al Rione Ponte è ancora un colore di s ubito dopo il Rinascimento. che del Rinasciment o porta ancora il nome. fino a Parione e Piazza Navona. È il ventre della città. i letterati. Bisogna distinguere tra Roma e Roma. parassita e alquanto cinica. di avventure. ha pure una sguaiatezza che ritroverete nel fondo ai Berlino o di Parigi: ho notato che un certo rictus della bocca stor ta nella parlata di gente infima è comune in quattro o cinque capitali del mondo. grandi e popol ari. Poi i palazzi e i palazzetti furono soverchiati dalla vita popolare. È curioso che propri o questo umorismo romano sia divenuto universalmente italiano.quando Roma cadente si ridusse a ventimila abitanti. quello che eresse in onore della bella Porzia la V illa Farnesina. lo si ritrova anche in certi tipi dei film americani. Si sentono a Roma le diverse epoche di immigrazione: i nuclei formatisi sotto diverse spinte e di rezioni conservano caratteri che si direbbero prognatici. Roma è un potentissimo reagente. come dice il Novellino antico. luogo di convegno di genti che qui inseguono la fortuna. Come tutte le capitali. Dico popolare e non di importazione. dalle sue rovine ch e è una droga di Roma. l'Aretino e il Caro. non avremo toccato i l fondo del carattere popolare romano. Il suo aspet to è fatto per le esaltazioni improvvise e i disinganni atroci. festaiola. così mordente e acre nei giorni as ciutti di tramontana. poca intimità. avventurosa come tutte le capitali della terra. Allora. il gran "picaro" della pittu ra italiana. Questo è specifico di og ni grande capitale. rispunta come a ritrovarlo in uno scavo. Ho una profonda venerazione pei caratteri popolari. il primo Ottocento nel Corso. Le persone sono ancora sdegnose. Così il Rione Ponte. d' un cetaceo. Io porto spesso al Rione Ponte i forestieri che mi chiedono qualcos a di inedito a Roma. e perciò s pesso fatale a chi si fida delle apparenze. originale. e di qua fino a Trastevere. E ha naturalmente. la polvere di Roma. La stessa folla invase i quartieri di c erte città italiane di dove avevano sgomberato i cavalieri. gli ultimi trent'anni tra Porta Pinciana e i Quartieri Sebastiani.

le disse papale papale di badare ai fatti suoi se non ne voleva b uscare. riappare. si presentavano in corteo sghignazzante sulla soglia di certe botteghe dove pure la padrona e il padrone sono tali da tenere in riguardo i giovani più intrap rendenti e maneschi del rione. Ho ritrovato così il senso di molte immagini sacre negli angoli bui e tristi delle città. di vedere una popolana con un foglietto raccogliere i soldarelli di chi vuo le sottoscrivere per evenienze simili. venivo a sapere tutto di tutto il quartiere . Accade spesso. E non è da dire che foss e ambiguo il significato di quei gran corni. il culto della giovinezza. a entrare in un nego zio. tutte le donne del vicolo furono alla finestr a simultaneamente. Mi accorsi di essere entrato in un vero mon do. ne andava dell'onore di tutto il quartiere. soltanto a Roma succed e che voi cediate il posto a una donna in un tranvai. Bisognava sentire il tono di quell'i nvettiva pubblica. significa a Roma gente di coraggio e insieme umana. spesso infiorata. ricambiò il più rovent e di quegli improperii. che ha chiuso con pezzi di carta i vetri rotti di un'altana del Rina scimento. l'amore dei ragazzi che diventa tirannia. Qui. tutte. franca e precisa. due o tre volte l'anno con un altarino parato. Da qualche anno sono abituato al Rione Ponte. senza v eleno.positali di vecchi segreti. fatto d i cui un moderno difficilmente si rende conto. del coraggio e della forza. dolori e gioie. come in una scena di teatro. di vedere una turba di ragazzi che. e la gio ia d'un'ora di semplice ghiottoneria o di festa. Senza volerlo. "Gente di cuore". Una scena fu d'una donna che affrontò per istrada una ragazza che le occhieggi ava il marito. L'intero quartiere sottoscrisse per fargl i un bel funerale e non mandarlo via come un abbandonato. Non si può mai misurare come reagisce l'animo d'un popolano. la lunga nenia . Si capiva dalle grida che la pas sante doveva aver destato più d'una preoccupazione nel cuore di quelle donne. Ma un'altra scena fu strepitosa. sempre con una lampada. non accaddero fatti del gene re. e la guarda ancora come una creatura. Credevo questa imma gine dimenticata da una Roma per cartolina. Perciò di notte non si prova nessuna preoccupazio ne a traversare l'Arco. dell'infanzia. e la accompagnava un uomo. Sotto l'Arco c'è una Madonna. o il suo maschietto. Le sue vie sono misteri ose. inveirono contro di lei. e così il suo uomo. vita e morte. dilaga dove meno si aspetta. e poi d'un italiano. Sovrattutto i dolori. Con tutta questa violenza del sangue. La serva d i un ultimo piano custodì gelosamente una pianticella che colui aveva curato in un vaso. S'in travedeva attraverso le finestre aperte una cura meticolosa e un povero lusso in torno al letto maritale. e una costante osservazione di essi rivela fatti e a ttitudini antichi e che servono a spiegare le nazioni. Passava per un vicolo una donna matura e molto bella a modo suo: portava un ragazzo per mano. insom ma. la prima notte che vi dormii accadde un fatto di sangue: una donna ferì l'amante. sfiorati da qualcuno di quegli individui misteriosi che fanno la posta sulla strada con un fischio lungo sordo e notturno. e con una calma enorme. per molti mesi. un giorno di carnevale. anzi con una certa comprensione delle debolezze umane. che sciorina la biancheria grondante su un portale elegante come una pagin a del Caro. come in un paese. È come l'acqua che punta. Sono sentimenti tanto profondi e antichi da parere indecifrabili. conosco le voci delle sue ore che sono diverse da quelle della Roma settecentesca dove prima abitavo standoci come in un libro di Stendhal o di D'Annunzio. mi stupì. i bottegai più brutali s borsarono di belle somme. La ragazza da allora filò ben dritta. si capisce che cosa significhi tale frase. e la donna pesante e traba llante vi fa accomodare la sua ragazzina. scompare. sono fatti d'un vecchio costume e d'una vecchia moralità. e puntando. che risponde all'ariostesco "pe r un buon giorno non temo un mal mese". issando certe grandi corna bovine e caprine su un bast one. Morì in questo quar tiere l'anno scorso un povero giovane. La donna insolentita passò superba senza alzare il capo. direi che non muta più presto di quanto non muti un paesaggio. Poi. il dito verso la donna che passava. E in questo quartiere che s'è divisi i vecchi palazzi e li ha ridott i a sé. Il popolo è lento a muovers i. Levò la t esta soltanto quando fu sotto l'Arco dei Banchi. generosa. Non so come e dietro quale avvertimento. Niente. senza dire una parola sotto quella frana di vituperii. Vorrei dire ancora delle grida e delle voci di questo quartiere. e poi d'un romano. e mi accorsi poi che son rari quelli che vi passano senza scoprirsi. non accadde nulla. della bellezza.

degli stracciaroli, e le frasi con cui si raccomandano dai carretti le frutta e gli ortaggi: "Neppure il colore mi pagate", oppure, alla gente che passa senza f ermarsi: "Che fessi che siete"; e il giornalaio che certe mattine strilla il suo foglio e sveglia tutti all'alba perché c'è una notizia che riguarda esclusivamente il Rione Ponte. V Siccome era domenica, erano salite anche certe ragazze a visitare la stanza del Tasso nel convento di Sant'Onofrio, la stanza dove morì il Poeta, aperta a tutti i l 25 aprile, e vi si tiene una conferenza, e due guardie in alta uniforme vigila no dandosi il turno per fare una fumatina in un angolo. Erano ragazze del popolo , in pantofole, che si tenevano per mano, e ridevano curiose come ridono le mode lle che entrano per la prima volta nello studio dei pittori. Esse non sapevano null'altro che di trovarsi nella stanza di un grand'uomo, e pa reva che costui fosse vivo, e fosse uscito, e loro ne profittassero per rovistar e fra le sue cose. Si specchiarono ad una per volta nello specchio del Poeta, un vetro nero in una cornice tonda di noce, e si sorrisero là dentro. Lo specchio fa ceva pallidi, vi si vedeva il bianco degli occhi e dei denti come in un'acqua os cura stagnante. Qua specchiò il Tasso il suo inguaribile pallore. Nessuna di quest e ragazze esitò nel guardarvisi dentro, e dopo un poco la guardia si curvò con loro specchiando il suo pennacchio. Là presso, il Crocifisso di legno è dello stesso colo re della maschera del Poeta ricavata sul suo letto di morte, quel suo viso d'uom o sfortunato, destinato a non aver pietà mai, se non oggi, in questa sua stanza pi ena d'un silenzio secolare, dove è difficile parlare ad alta voce, e dove l'eco de lla sua voce è sospesa nell'aria come una nota che risuona alta nel sonno. Aveva l a fronte liscia, infantile, come si vede in alcuni uomini che hanno penato, dove è addensata tutta la loro innocenza di fronte al destino. Piccoli occhi a mandorl a, annebbiati dalla creta mortuaria. Il viso cancellato dalla rassegnazione e da lla "malinconia" con i lineamenti chiari e indifferenti. Nient'altro di espressi vo che la bocca grande, carnosa, che si adattò a chiedere tutta la vita. È il ritrat to della tristezza e della solitudine. È difficile vedere una immagine d'uomo che serbi con maggior tenacia i lineamenti infantili. La stanza del Tasso dà per due balconi su un giardinetto, e sulla vicina salita di Sant'Onofrio dove le donne vivono coi ragazzi sulla strada, e i muri quest'anno sono coperti di scritte inneggiami a una certa Marcella che deve essere il rich iamo di questa primavera. Dalle due finestre si vede il Borgo; la Cupola di Mich elangelo è vicina, tra le case e gli alberi non si scorge il timpano della basilic a, né il piano su cui è eretta: azzurra e aerea collina fra questi colli. Si vede il Campidoglio appena velato dal bianco del monumento a Re Vittorio. Di qua la cit tà dovè apparire al Poeta come appare ancor oggi, grigia e silenziosa, come una città di scavo. Di qua egli sospirò la sua corona. La stanza è quadrata, con una mano di calcina ai muri, nuda, chiara, e la luce v'è c ome un'onda immobile di oblio. Forse erano come questi i mattoni di cotto sull'i mpiantito, e i riquadri azzurri fra i travicelli, e il piccolo chiostro con la M adonna leonardesca in fondo. Vecchie corone d'alloro appassiscono eternamente su i muri del chiostro. Una corona di alloro sul capo della immagine del Poeta si d isfa come una treccia. Eppure qui sorride la nostra adolescenza, il nostro viso di allora liscio e imbe rbe si affaccia nello specchio nero del Poeta. Ad essa sorrisero prime, lecite e santificate, le bellezze di Clorinda e di Erminia, e quella tizianesca di Sofro nia. Ritroviamo queste illusioni e queste prime creature che amammo, in questa s tanza su cui passò la tempesta, cresciute con noi, invecchiate con noi. Eccolo, da poeta ispirato che era, in cappa e spada, Pro fide, ai suoi anni amari, come un sogno che l'esperienza ha sfatato e legato. "Sono quasi scacciato dal seno della Chiesa." È una giornata oscura e piena di nubi volanti. Pure un chiarore diffuso e traspare nte invade immobile la stanza. Ci ritroviamo qui come in una sua ottava. Una cop pa nera, di creta, è presso lo specchio, anche essa come contenesse un'acqua stagn ante nella sua cavità lucida. "Negare una tazza d'argento a me" diceva "che n'ho t anto bisogno e tanta voglia?" Non ha lasciato altro, insieme con qualche brandel lo di stoffa. In guerra, nei bagagli dei nostri compagni morti, non si trovavano

che cose come queste da restituire. Le due stanze che precedono questa dimora, furono adattate a un museo di manoscr itti e di opere del Poeta. In capo alle scale è stato posto da poco un frammento d i affresco rappresentante il Poeta in piedi, leggero e incantato, agile come una spada, con un foglio tra le mani, come forse sognò di essere. Le due stanze del m useo sono della stessa forma della sua stanza. Sulle pareti una simbolica fiamma è stampata tutt'intorno fra corone stampate, e una vetrina fa da zoccolo alle par eti. Qui sono i suoi libri e i suoi manoscritti. Un quaderno su un tavolo si cop re lentamente di firme. Non più di cento pagine dal 1923, e l'ultima firma è quella del brigadiere oggi di servizio. Piacevano, al Tasso, le pagine ben tracciate, ben squadrate, nitide, ampie, marg inate. Qui si manifesta con una tenacia dolorosa il suo amor della gloria, di qu esta passione antica che si manifestò in lui magnificamente. Aveva caratteri nitid i, agili, magri, come doveva esser lui a vederlo, tracciati col compiacimento, l a cura, l'ordine d'un buon allievo della gloria. Le pagine autografe della Gerus alemme hanno un aspetto di esercito in marcia, ariose con un po' di pompa, e sul le ordinate file degli n e degli r, sulle panciute a ed e svettano l alte come l e lance dell'esercito di Goffredo, le s lunghe e snodate come gli sciabolatori d i Argante, le t tagliate alte come bandierine di squadra e le p poggiano su un l ungo svolazzo come se galoppassero su una lunga scia di polvere. Tutti quei gran e grandi che si trovano nella Gerusalemme, e ve ne sono tanti, s ono pomposi e panciuti, e uno stesso impeto assiste l'ottava in riga dalla prima all'ultima pagina. Come tutti i poeti, vedeva il suo libro, nell'atto di scrive rlo, già stampato. Si lamentava delle cattive edizioni che gli amareggiavano l'ama ra vita. Se le faceva per suo conto nell'atto di scrivere. V'è un suo frontespizio dell'Aminta che sembra quello d'una edizione aldina, col nome in maiuscoletto, l'iscrizione disposta a epigrafe, e perfino un disegno d'impresa editoriale, fat to a penna rozzamente, con un senso di decorazione popolare che era poi il fondo del suo animo; e sotto: Ferrara XXIII - novembre - 1577. L'angoscia colpì più tardi la sua ferma mano. "Il maggior di tutti gli altri mali" s criveva, "e 'l più spiacevole mi par la frenesia; perché sempre son perturbato da pe nsieri noiosi e da molte immaginazioni e da molti fantasmi." La calligrafia divien larga, ritorta, con una volontà di grandezza che la sua pove ra penna smarrita ricerca tra geroglifici disorientati, ripentimenti, vergogne. Vagano qua e là come alfieri in un esercito in rotta le sue iniziali alte e sicure . Una pausa, e con la mano dei ricordi traccia il principio del sonetto: "Deh, n uvoletta in cui mi apparve amore". Ambizioni, assalti vani, improvvise speranze: "Mi fu predetto che quest'anno nel quale finirei il quadragesimo secondo avrei molti beni e molte grazie dai principi". Vede i beni piovere attorno a lui, ma g irano vorticosamente e come ridendo attorno ai suoi occhi, principi, stampatori, amici. Il suo morbus imaginatus gli impediva ogni contatto, e nell'atto stesso in cui un "gentiluomo par suo" si drizzava in piedi, la sua bocca chiedeva pietà: "Le sarei più obbligato (alla duchessa Eleonora) se mi donasse un rubino ed una pe rla legata in oro; perché se avvenisse mai ch'io dovessi prender moglie non mi man cherebbe con la sua grazia anella da sposarla". Una grande corona d'alloro della Città di Roma, fresca e cupa, è ai piedi del monume nto del Poeta nella chiesa. Egli è là, alto, ispirato, vestito di gala, con una pesa nte spada accanto. Nel chiostro al pianterreno, dove egli camminò cadente, presso il cancello di ferro, un uomo si guarda intorno. Il campanello suona a strappi n el corridoio. Una mano tende fra le sbarre del cancello una scodella di latta. L 'uomo si guarda attorno compassionevole, mangia vergognoso. VI La prima cosa che si vedeva affacciandosi alla finestra, era un pezzo della facc iata di San Pietro, e precisamente un campanile laterale, ma non come si vede co munemente, ma diventato enorme, al modo che accade affacciandosi una mattina da una finestra in alta montagna, e la montagna che era una linea lontana sull'oriz zonte si presenta vicina come veduta attraverso una lente d'ingrandimento. Tutta quella parte della basilica si presentava coi suoi cornicioni, finestroni, con uno strano senso di vuoto e di deserto, come accade spesso a guardare l'architet tura di vaste proporzioni, specialmente a Roma, dove tutto ricorda il lavoro del

la fabbrica, quasi che l'uomo col berrettino di carta e il secchio della calce p er chiudere le commessure della pietra enorme, fosse andato via da poco. Questo accade, forse, per via delle molte superfici lisce. Sotto la finestra da cui ci eravamo affacciati, si vedeva una corte interna, le finestre dell'edificio di fr onte, più basso, orlate di pietra; e nessuna voce; un silenzio che faceva pensare subito all'assenza delle donne e dei ragazzi, un silenzio estatico da uomini sol itari. E sotto c'era un orto, prospero, lucido di cavoli, di cipolle, di insalat a, con certi fiori semplici e senza odore, orto da convento, dove il mondo veget ale è anch'esso denso e polputo, e una rosa che si sfogli a pie' d'un muro ricorda il sangue rappreso. Si mise a suonare una di quelle campane di San Pietro, vicina come quell'archite ttura, e coprì tutto come l'onda di un oceano, facendo forza contro i muri, corren do per le sale dell'appartamento in cui ci trovavamo, impetuosa come il vento, e quasi che noi ci trovassimo in un elemento nuovo, quello in cui volano i piccio ni sotto la scossa delle campane dai cornicioni alti; sotto questo colpo parevan o allentarsi le serrature e i cardini, spalancarsi le porte: allora i mobili del l'appartamento presero un aspetto fedele e giubilante, i quadri religiosi, i tav oli dorati, le immagini dei santi, i libri, la poltrona dorata su una predella, che era il tronetto del Cardinale. Ci trovavamo nell'appartamento d'un Cardinale di Santa Romana Chiesa alle sette del mattino. Avevamo ancora nella mente l'ingresso al palazzo, coi preti che sbucavano fuori e si radunavano come gente in costume d'altri tempi, e i ciclisti che andavano a l lavoro tagliando la piazza in pendio e il binario lucido del tranvai, e il rum ore freddo delle fontane; e poi la porta dell'appartamento nel chiostro, col nom e inciso su una targhetta d'ottone come su una porta borghese; poi il cameriere in sparato bianco e giacca nera, e le voci tranquille e sommesse di saluto nell' ingresso dominato da un'immagine della Madonna, il cameriere faceva sovente una smorfia nervosa, e pareva che ammiccasse storcendo gli occhi e il viso, ciò che si mescolò poi a tutte le impressioni della mattinata, come se fosse uno spiritello innocuo e tenuto in dominio. Fra quel mobilio solenne e modesto nel medesimo tem po, in cui predominava lo stile del Settecento come l'ultimo cui si sia fermata l'immagine della solennità e della maestà, al limite dei secoli coi pantaloni lunghi e il cappello a cencio, dei mobili senz'oro e familiari, disadorni e intimi, de l grande avvento borghese, entrò il Cardinale vestito di porpora. Ho veduto anch'io qualche mattina giubilante, e questa fu una; come se il mondo si fosse scordato di tante cose inutili e cattive. E se ci penso, tutte le matti ne giubilanti sono state quelle d'un rito, anche se il rito fu soltanto di indos sare un abito nuovo da ragazzo in un mattino di festa, o di essersi sentito augu rare, ancora non bene sveglio, a dieci o dodici anni, "cento di questi giorni" a ll'alba d'un compleanno, dalla voce improvvisa del padre. Ancora rivedevo i cicl isti tagliare la piazza in pendio e i binari lucidi freddi del tranvai, e i pret i passare il colonnato nell'infinita prospettiva della storia; ma era come il fa tto di un altro mondo. Sapevo che gli assilli e le cure che avevo lasciato fuori mi aspettavano come guardie che si sarebbero messe alle mie calcagna appena fos si uscito. Era anche quell'enorme campana che allentava i chiavistelli e gli sti piti e i sensi. Aveva finito di vibrare come se fosse cessato un vento, e al suo posto scoccò l'ora dallo stesso campanile, senza fretta, che ricordava soltanto i l tempo immortale come la morte. Poiché si sarebbe assistito alla messa nella cappella privata del Cardinale, non s apevo come sarebbe accaduto; il Cardinale parlava con noi bonariamente, e parlav a di anni di vita, di cose familiari di ciascuno, di cose del mondo. Non potevo levarmi dalla mente l'immagine d'una casa mattutina aperta mentre si spazza e si ripulisce ogni angolo sotto la luce casta. Il Cardinale aveva sul viso il rifle sso di quella porpora che una volta per tutte è sul viso del ritratto dell'Innocen zo X di Velasquez, e mi pareva che a furia di parlare latino il suo linguaggio f osse tornato a un colore primitivo, quando l'italiano e il latino erano ancora c onfusi in una ganga, sotto il cretoso strato del dialetto. Questa semplicità e pri mitività della lingua che si ritrova molto spesso tra gli ecclesiastici, dava il v ero senso a quella porpora, ricordava il popolo; e anche quel viso purpureo era

e il Cardinale si voltò a parlargli come se parlasse a centinaia di persone. quel tono. Fu allora che il sapore di quella lingua che avevamo udito poc 'anzi. quasi che tutto fosse uno scherzo e una commedia di cui egli conoscesse la fi ne. e que lla storia della nostra terza elementare. e ancora l'odore d'un vino leggero e amaro che si versava da una bottiglia. confidava tutti i segreti. piegava a quel mistero tutte le sue forze. cominciò la sua mattinata. E proprio in quel punt o finì la chiara festa di quel mattino. s'impastò in un linguaggio unico e potent e. Era presente un comunicando. Mentre eravamo sul più vivo del discorso. e ne parlò come si pa rla d'un nemico tra familiari. In quel momento quell'uomo aveva un'altra voce. nella sua voce. egli ricorreva spesso a questa esclamazione: "Se' matto!" frase che io aspettavo con divertimento. e in questo che è il fondamento del Cristianesimo. del caffè. e l'uomo che era là sotto celato lo reggeva come si regge il peso d'una responsabilità. tra la porpora e l'oro. lo si sentiva volargli intorno a servirlo con una sollecitudine da angelo. della cioccolata. I su oi giudizi sulle cose del mondo erano d'una saggezza popolare e rude. con un'eco di certe terribili minacce e maledizio ni che si leggono nei Vangeli accanto alla misericordia e mansuetudine. pie no di significato in ogni elemento e colore che lo componeva. una roccia di questa stessa natura. con un senso di digiuno che si rompe. questo stesso senso. questo è il Sangu e". dava qualcosa di pronto e di guerriero a quel viso a ntico. con l e domande sorprese che avremmo fatte allora. di tutti gl'infin iti tenuissimi odori d'una mattina religiosa. che attesta del primo nucleo di Roma. Avevo già notato. di lassù. Ricordo che tra le espressioni di cui si serviva. apriva tutta un'esperienza. di reminiscenze latine. aveva il tono dell'implorazione e del comando. Vennero fuori i nomi di due o tre persone n emiche non di lui ma dei suoi ideali e della sua disciplina. vi si a ggiunse l'odore del latte. vengono a mente altre alture come questa. di non averne colto m ai così bene il contenuto drammatico. essa gli usciva da tutto l'e ssere. mescolata alla cadenza d'un dialetto intorno a Roma. Ai piedi della rocca crescono i cipressi e il verde. Certo. come se lo consolasse d'un così treme ndo e impari mistero che gli faceva piegare il capo canuto nella più profonda umil iazione. Il Cardinale si fece s ervire in una ciotola grande. suscitava per lui tutti i misteri. la sapeva più lunga di noi. Già aveva il tono del comando. Affari di Stato. Ecco restituita agli uomini una gra nde favola. affidava tutto un potere a lui solo. Poi. umile e vissuta. La voce del Cardinale non era più quella. soltanto che negli occhi la vecchia esperienza del popolo e ra mescolata a una sottile e maliziosa esperienza. è vera verissima: torna. di sensi che si dischiudono. A guardare dal Teatro Marcelle. a guardarvi. si muove va per lui. vestito di nero. Devo dire di non aver mai ascoltato una messa come quella. è un angolo. nella sala da pranzo. dei lunghi assedi e della Rupe Tarpea. Tutta la mattina fu piena dell'aroma del vino nel calice d'argento. e il cioccolato i mori e i missionari. E c'era non so che to no fraterno. GLI ETRUSCHI E LA CIVILTÀ POPOLARE Lo scoprimento del Colle Capitolino ha messo a nudo la roccia dalla parte setten trionale. in tutta la pompa dei suoi paramenti e con tutt e le sue insegne. dei parament i che sanno di vecchio incenso. e questo linguaggio era messo al servizio d'un giovinetto qualunque.un viso di popolano. un tono volont ario. dei biscotti e dei dolci. quella che in qualche vecchio testo di lingua italiana si sposa a una tradizione realistic a e ferma. alla fine. con l a bugia d'argento e il messale e le ampolle. ad aspettare. e tornò al suo parlare semplice e al "se' matto!" interessand osi ai fatti del nostro mondo come chi si fa raccontare i costumi degli eschimes i. dell'odore mielato della cera. E proprio ques to. e il latte ricord a i pascoli verdi. da un giardinetto pubblico. Lo immaginavo nella sala col tronetto. Siccome lo assisteva un prete. i luoghi delle città etrusche. proprio quello di cui Roma si volle . Il cameriere ve nne ad annunziare non so che generale d'un Ordine. di non aver mai avvertito così potente quel so ffio creatore di quando il celebrante afferma: "Questo è il Corpo. d'un rude italiano d a vecchio libro. di quelle che davano a noi ragazzi nelle case camp estri dell'infanzia. In ognuno dei suoi gesti e de i suoi atti pareva che egli sentisse l'importanza del costume che indossava. quella nostra prima fantasia intatta. si può guardare lo strapiombo.

una vita provinciale arrivata alla sua limitata perfezione. specie popolare. e qui tutti contenti di se st essi. l'espressione cui si può riportare molta vita del l'Italia centrale. tradizioni. una s trada si sprofonda umida per una valle. come dovette essere quell a di Roma primitiva. e come è quella della media Italia. e quella propriamente rom ana. ha sapore di Etruria. Abituati come siamo a considerare le città etrus che finite e sterili per sempre. altrove la ste ssa cosa è solitudine. questa è l'Etruria spenta e distrutta che si riaffaccia a Roma tra le s ue innumerevoli memorie. etrusca: l'assenza di favole e di miti troppo grevi nella loro storia. com'erano allora quando furono vivi: caste lla e comunità di emigrati cercanti tutta la stessa natura e lo stesso color della terra con un istinto di colonie del mondo animale. da Bologna a Roma. e per non lasciare nella storia a ltro attestato che di una operosità giunta al culmine delle aspirazioni nient'altr o che umane. Un mulino scroscia nella valle presso una chiusa e. la loro vita risuona di anf ore e vasi di terracotta come tutta la vita popolare italiana. Si potrebbe seguitare a fantasticare di questi l uoghi sparsi per le alture del Lazio.disfare fin nella tradizione: un angolo etrusco. L'Etruria è il paesanismo italiano arrivato a una espressione perfetta. E non è detto che anche questo non fosse un ve rtice. Forse le vie degl'Inferi erano quelle dei p aesi morti. Spiriti grossi. levati sul cubito. sottile. di una vita paesana che si fosse fermata proprio al punto in cui s'inizia quella che noi chiamiamo civiltà. ai Latini. senza inquietudini. a sorridere. con tutto quanto Roma e a Rinascimento vi hanno saputo fondare. sembra una via segreta come il meato attraverso cui gli antichi immagina vano l'ingresso nel mondo dei morti. ritrovare la loro radice qui. a settentrione. da tribù a tri bù. A un certo punto della campagna. da castello a castello. nella pietra. il respiro del mare. della fine. e uno dei più in teressanti delle ultime scoperte. uomo e donna sotto lo stesso lenzuolo. coricati sulle tombe in una rassegnazione e pienezza bu ddistica. le sue scalze dee in atto di modeste passa nti. a non si sa che incanto primitivo. Rimase una eredità. Sembra di leggere Boccaccio. quella disposizione del colle. usi. Una civiltà di prov incia. sulla via di Bracciano. il ricordo delle terre d'origine. e a vederne il luogo si capisce che guerra dovette esse re la sua con Roma. cosmopolita. nascevano le aspirazioni di Roma al divino. come nei vecchi . è. ma in cui t utto rifuggiva dalle astrazioni. Ce li possiamo figurare. L'Etruria morì coi suoi ultimi uomini ventruti. avevano i loro dii come i Gr eci. il fiume vicino. qui è continuità. avevano avuto i loro dii magri e sottili. un Marte succinto con un elmo troppo grande e quasi infantile. Veio è alle porte di Roma. Ed ecco che in un paesaggio tanto tranquillo e remoto. buona per vivere fino a che si è in vita. e fin gli oggetti d'uso im portati dai luoghi di origine. morte esterna. un aspetto singolare della Roma di oggi. da famiglia a famiglia. ma traducevano i temi della Grecia sulla creta. la quale doveva essere piut tosto una forma di vita e una mentalità che una civiltà. ma senza l'aspirazione delle piramidi che implica una civiltà inumana. costumi. Tornano alla niente Veio e Cerveteri che questo paesaggi o stesso hanno in un'aria remota. inquieta. quella roccia. è radice etrusca. rasenta un fortilizio medievale e un vil laggio. Tutta la letteratura che sa di popolo. ben sì come case sotto monticelli di terra. accanto alle civiltà perfette. silenzio. è la minuta civiltà popolare nella grande civiltà nazionale. il limite della civiltà terriera e popolare. aveva empito di favole licenziose l'antichità per la carnalità delle sue donne. con quel tanto di misterioso che sorge su u na Italia de' cui inizi parlano tanto familiari e quieti gli Etruschi. fra uomini c osì ragionevoli. media delle civiltà antiche. Quel colo re. il colore della terra. Roma o Ruma non diversa da a ltre castella sulle alture. e dove la pietra di questa natura è divenuta una memoria di luoghi inabitabili. la sua stessa licenza e la sua giocosità. i miti e i simboli nella stori a dei popoli antichi segnano troppo limitatamente la loro strada e impegnano l'a vvenire. attestazione delle o rigini rustiche e terriere come ve ne sono alla radice delle antiche nobiltà. ma i n un quadro trionfante. si avverte ancor meglio lo stacco fra una civiltà originaria tutta provinciale e paesana. Facevano tombe al modo degli Egizi. L'altura guardata dalla rupe. Direi anzi che una stretta parentela lega la provincia italiana del Centro con il senso della vita etrusca. mercanti che portavano a queste comunità cose per a dornare la vita.

il sentimento della gente piccola coi suoi angoli di casa. che d anno l'idea della mercé moderna a serie. miscuglio che dà un colore stretto a quella vita. come accade. e gli antiquari ne vendono per raccogliere la cenere delle sigarette. una ricca fio ritura di orchidee selvatiche. la visione d'un mercato di p iccole cose comuni. orci. il campo. Direi che l'archeologia di Veio è tutta in questo fiume ch e la circonda. come in certi paesaggi dell'America aborigena. situle. ciste. si vede da vicino lo spolverio minuto e lento d i questa terra. vecchi a strada su cui passano le navi. la linfa e il bagno. i bovi che aspettano il carico. a significati occulti e relig iosi. un uomo sta lavando certi bùcc heri di fresco scavati in una tomba. ma que sti Etruschi. dovette esser legata. minuta polvere. il fiume era la difesa. Dopo pochi passi un recinto di filo di ferro chiude la necropoli. des erto come la terra che è intorno. brocc he. l'acqua scivola sotto una passerella di legno. non c'è un solo rudere in piedi. quello stile popolare che spesso è tutt'uno con lo stile arcaico. e i neri nerissimi rottami di vas i. m a i grandi magazzini. A sedersi sul muricciolo. e il colore di quella polvere. A primavera il prato lungo il fiume è pieno di fiori. hanno portato nella nostra fantasia il colore d'un popolo. e cade nella valle: ha una vita di migliaia di anni. quelli stessi che acc ompagnano la vita etrusca e il transito suo. Nei Romani la stessa morte con le tombe lungo le s . segni d'una vita eternamente pubblica. di cui non rimane che il disegno delle città e degli e difizi. Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti tipici e unici. Di qui si vede il mare. nata da ne cessità pratiche. l'odore del mosto e del vino dei vicoli. e non è che lo smuoversi lento di poca terra sotto di noi. la casa rustica. Quasi consci della loro fine. vecchio svago etrusco. le lastre di pietra della strada e delle fondamenta sconnesse. Appunto questa religione dei fiumi. Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenisse ro rare e preziose. non le tombe somiglierebbero più a questi depositi etruschi. l'ost eria per chi scende a caccia. fondarono le città dei morti che furono in tutto la riproduzione delle loro case. sta nel fondo rattrappito. solenne. niente altro che polvere. Romani e Greci ci hanno lasciato quasi soltanto grandi at testati. del vino. riconoscib ile in tutti i paesi. e non è questa una delle ultime ragioni del potere che i resti della vita et rusca hanno su di noi. come se si ritirasse. come se fosse una frana immane. l'albero. dei deserti. in cui l'occhio cerca distrattamente il frammentio m inuto dei cocci. A occidente del paese è la necropoli: di qui il paese nuovo si confonde col vecchio colore de lla muraglia di tufo su cui è costrutto. con la sua bella fontana in mezzo alla piazza. come passi fatti incerti. ecco qui merci della vita d'ogni gi orno. la vita minuta delle donne e dei ragazzi. e apparve soltanto come volontà colletti va sulla via della volontà individuale. lampade. è il mare che si vede nel fondo delle pianure. È diffic ile vedere più misere rovine di queste. il ricordo perenne dell'acqua necessaria. dell'olio. non c'è neppure quello che rende quasi allettante il suol o delle necropoli etrusche. La terra è incredibilmente molle. fibbie. ma di altro mondo e di altri porti. dei vetri dai colori iridati. e il ponte naturale di pietra che lo scavalca. la forma dell a casa nelle loro tombe. e tutta questa mercé d'uso quotidiano: coppe. si di rebbe che parli una lingua. i cui nomi maggiori che ci sono pervenuti hanno un suono di casati italiani di vecchio ceppo. Ma la voce dell'acqua è là sotto.stucchi romani. che a strapparle mostrano i loro tuberi sotterran ei come attributi sessuali (l'orchidea è un fiore maschile). nella letteratura come nella pittura antica. della maremma. hanno uno stile fuori del t empo. C'era della tribù e della città. compatta e grigia come l'acciaio una strada selciata appare. Cerveteri è oggi un paese. il fiume che sprofonda tra una vegetazione di fior i d'un altro regno. Là sotto si circondava ognuno di questa roba. il fondamento del tempio di Apollo. è un mondo di eroi e di privilegiali. alta. la loro folla è que lla del coro dei drammi e delle tragedie. i suoi bisogni. e lungo il fiume erano le vie dissimulate fra le rocce. l e sue abitudini. strumenti per misurare il tempo. e si conficca come un'arma entro un colle erboso. e come in u na pianta sono visibili le fondamenta d'un tempio. Poi. uscendo su uno spiazzo. allo stesso modo si presentano questi numerosi vasi. Fuori del mul ino sono pochi uomini. sulla via di accesso che si stan no costruendo gli operai affiorano rottami di orci.

portano alla st essa pace e allo stesso silenzio. nel mezzo. e nel me zzo. La necropoli di Cerveteri ha addirittura la pianta d'una città: una strada nel mezzo con la tra ccia delle ruote dei carri. appeso dalla s ua parete il ritratto di suo padre. divenute sepolcreti. il l etto dei capi della famiglia è uno solo comune. e le due sponde r ialzate ai lati. mangiare. Macigni fra l'una e l'altra parete formano la volta del corridoio. per contenere meglio la donna che. solo allora è come se si vacillasse al bivio d'u n viaggio ultraterreno. all'ingiro. fin dove l'antro diventa spazioso e la spaccatura raggiunge la cima. e il piatto delle pietanze. alle due pareti oppo ste due lettini di pietra separati dalla colonna che regge il soffitto. si avvicendava essa alla vita. La luce agisce sulla pietra come un corrosivo su una lastra fo . dell'acqua. con qualche pianta di ro se in fiore ai crocicchi (caste e frigide rose delle città morte). senza decorazioni. la spada. con le loro porte. le strade che si spartiscono in certi angoli. la signora ha appeso al muro una collana che si è tolta or ora. e infine il famos o flauto che suonava per la caccia. si rivelerebbe una c ittà di case basse. e solo più tardi. come in certe case rustich e si passa per la dispensa e per la cucina. l'arco del cacciatore. È lo stesso che affacciarsi alle soglie delle casupole di certi vill aggi: qui è una stanza comune. cioè un poggio alto una sessantina di metri e tagliato in due dalla cima alla base. E mentre le voci trascorrenti lassù ris uonano dolci nella caverna. come se qualcuno si dovesse destare ancora da una sete notturna. Nell'antro le pietre cadute formano come una assemblea. per le pareti e per le colonne semp lici e squadrate che reggono il soffitto a travicelli scolpiti nella pietra. il carniere. non come nelle piccole sepolture d ove i letti sono separati quasi che uomo e donna avessero troppo faticato insiem e nella loro vita. di quanti mai passi risuonano. com e se sopra vi fosse un primo piano. domestica come il gatto. Quello della donna con un cuscino di pietra più inclinato. e sul tavolino da notte il rotolo d'un libro letto a metà prima di prender sonno. letto premuroso come se qualcuno lo avesse rincalzato. l'elmo. Ma quei lettucci delle famiglie piccole e modeste! Quello dell'uomo liscio e sco modo. senza servitù. Piccola casa mod esta. è inquieta. letti di pietra inclinati pei servi che vi erano depos ti a dormire anch'essi l'ultimo sonno. il corridoio d'ingresso col muricciolo su cui sono posati i vasi dei viveri. lo scalino per salirvi. lo scudo. Intorno. Qui stanno insieme su un letto scolpito nel tufo e lavorato d i stucchi. quella umile e quella ampia di grandi e ric che famiglie. letto d'un'infanzia eterna. la spatola della cucina la faina. C'è la scala esterna. con le sue zolle erbose. se si scoprissero dell a terra che li copre come capanne. Vi si entra per un passaggio basso. un riposti glio coi vasi del vino. sulla Via Aurelia. sulla parete centrale. il materasso. Quella del sepolcro più grande riproduce il palazzo. e a mette re i piedi sugli scalini. il tavolino da notte accanto. si sa. È veramente una montagna spaccata. come le poste dei suoi cursori. quando ci si accorge che è una città di sepolcri. Ognuno di questi luoghi è una casa. Sullo scalino sono posate le scarpine della signo ra. dormire. per starvi. si vede il cielo. i due c uscini un poco in disordine per avervi vegliato un poco. PORTE DELL'ALTRO MONDO Siamo andati a vedere la Montagna Spaccata che si trova quattro chilometri e mez zo a sud di Orbetello. s'odono cantare gli uccelli sulla superficie della terra.trade dà il senso del lungo cammino. In queste grandi case. una luce verde scende dagli alberi che crescono sulla rotta cima del colle e si affacciano sul crepaccio. quel li del padrone e della padrona. ma questi paesani con la memoria dei sepol cri orientali fondavano necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui p otevano correre le invasioni e l'aratro solcare senza disturbarli. Le pietre radunate nell'antro sono incise dalla luce e dai raggi del sole che a certe ore penetrano come in una camera oscura e v'imprimono la forma dello schermo attrav erso cui passano. e poi la stanza centrale: intorno in torno pel muro i cubicoli della famiglia. scavata tutta in un blocco di tufo. le immagini della vita dell'uomo. Il suolo è coperto di foglie secche cadute dagli alberi giù per lo spacco. per il pranzo e per la danza. per segnare il ritmo di chi rimenava la pasta e di chi vibrava i colpi di sferza delle punizio ni. vi è riprodotto il letto loro di ferro o di rame. In terra. e per la signo ra. il bastone. simile a una t appa. e un corridoio stretto dal macigno. una voce che si leva quaggiù si perde sorda e spenta.

tografica. Cupe e morte sono le altre pietre nell'ombra perenne. Non vi cresce u n filo d'erba e non v'è traccia di vita. Questo è un luogo antico, naturalmente; ed è un luogo etrusco. Era forse un passaggi o per sbucare al coperto da una parte all'altra del colle. Ma, e forse meglio, f u un luogo di riunione per qualche rito. Gente di passaggio sull'Aurelia scende verso questa parte, pel viale dei giovani cipressi, perché la Montagna Spaccata co mincia ad avere i suoi visitatori. La misteriosa caverna è più accessibile oggi a ge nte che arriva da trecento chilometri lontano che non anticamente alla gente etr usca della città di Cossa che viveva sul colle accanto. Lo spazio era un fatto che contava per gli antichi nella stessa misura che esso non conta per noi. I racco nti prolungavano le distanze, e il mistero che è la potenza delle distanze. E poi, i luoghi sacri hanno il potere di creare intorno a sé una zona di lontananza. Dappertutto, nel mondo antico, si trovano luoghi come questi, latebre, lustri, r ecessi, spechi. E mi piace immaginare gli antichi ai quali le distanze appaiono enormi, anche quelle più familiari, come ragazzi ai quali gli angoli tra le stesse mura domestiche sembrano da esplorare o inesplorati; in essi trovano riparo nel le ore dei sogni e delle fantasticherie, fino a credere d'essere addirittura inv isibili nascondendosi sotto un tavolo. Non altrimenti l'uomo antico, e ancor ogg i l'uomo primitivo, vedeva le distanze che lo separavano da alcuni luoghi della terra; tutti e due, l'antico e il primitivo, sedentari non soltanto perché forniti di mezzi di trasporto lenti, ma perché, dovendosi muovere non per altro che per b isogno, poco avvezzi ai viaggi. Ma soprattutto il fanciullesco amore del nascond iglio accomuna l'antico e il primitivo; e il fatto di vietarsi alcune strade per ché spiranti mistero appena vi cresca un ciuffo d'alberi o vi sia una grotta. Oltr e l'orizzonte dove si ferma lo sguardo, essi mettono una favola. Basta, per ques to, sentire come in molti luoghi dell'Oriente e del Mediterraneo la gente fantas tica ancora di luoghi lontani, e come d'altra parte appaiono misteriosi i vianda nti, i pellegrini, i pastori, che per l'appunto fanno molto cammino. Ma, forse, non si tratta soltanto di abitudine ai viaggi, quanto d'un potere fan tastico proprio dell'infanzia degli uomini e dei popoli, d'una facoltà di animare ogni aspetto singolare della terra e di scorgervi un divieto sul quale nessuno c erca di procurarsi una testimonianza dei propri occhi. Noi stessi, andando a vis itare tali luoghi, torniamo insensibilmente all'infanzia nostra e del mondo, ent riamo in detti luoghi come un tempo della nostra fanciullezza scendevamo nella stanza più remota e oscura della casa come in un mondo animato d'una vita oc culta che ci sbigottiva. Per un poco vi crediamo ancora, tanto questo sentimento è radicato nell'animo umano, e risponde naturalmente a un suo bisogno. Un luogo dove questo potere fantastico degli antichi si manifesta con tutta la s ua ingenuità e forza, è l'Antro detto della Sibilla a Cuma. Qui la Sibilla dava i su oi responsi, qui era il passaggio per gl'Inferi, qui le rive del sotterraneo fiu me dei morti cui la Sibilla era guardiana. Questo luogo esercitò su tutto il mondo antico un'importanza tanto grande da fornire poi per tutti i secoli avvenire e alla stessa nuova religione un'immagine plastica del mondo ultraterreno. Il paes aggio intorno, tra il lago Lucrino e il monte, non ha nulla di singolare se non la solitudine che è propria di luoghi carichi di tanto significato, una solitudine rimasta incantata nei suoi molti secoli, e che fa pensare se non sia proprio un a coincidenza singolare che tali luoghi non siano mai popolati, quasi nascondigl i e bracci morti della natura. C'è quel pallore, sulla terra, sul lago, sul colle, e poi su ogni aspetto intorno per un lungo tratto, che fa del paesaggio una mem oria. La porta non è un così grande ingresso quale si potrebbe immaginare da una fan tasia moderna avvezza alla scenografia della letteratura e del cinema; è appena un passaggio, un meato, e di là comincia il gran viaggio. Tutto intorno alla porta, centinaia di biglietti da visita coi nomi dei visitatori, evocano nomi diversi d 'ogni terra. I biglietti, l'uno sull'altro, sembrano foglie cadute del grande al bero della vita. Stetti a guardare come i due uomini che ci dovevano servire da guida si cavavano i pantaloni per guadare la corrente sotterranea; un gesto simile, non guardabil e e da farsi in segreto, compiuto sotto gli occhi dei visitatori, nonché ridicolo poteva apparire grave e terribile; forse come a vedere qualcuno che si appresta ad eseguire una tortura. Era un gesto professionale; forse quegli uomini, di pad

re in figlio, avevano portato sulle spalle per lunga tradizione i visitatori del l'antro. E poi, come i due uomini portavano i pantaloni ripiegati sul braccio, q uasi che in una vita anteriore avessero avvolto intorno al braccio un mantello. I napoletani hanno a volte atteggiamenti da farvi rimanere a bocca aperta pel mo do con cui nobilitano o rendono naturali certi atti di cui chiunque altro si ver gognerebbe. I due traghettatori sono le migliori guide per una visita come questa: caricando vi sulle spalle per passare il fiume sotterraneo, vi fanno sentire di aver porta to mezza umanità sulle spalle, e di tutte le razze ed età; vi adattano con un gesto, una parola, uno scrollo; hanno una vecchia conoscenza del carico umano, con man o sicura fanno sentire una scienza della meccanica del corpo umano. Si vedono al lontanarsi col carico sulle spalle, per l'acqua di cui non si scorge il fondo, n ella grotta bassa e oscura al lume della lampada ad acetilene. Si sentono le lor o parole morte sull'altra riva, si scorge qualcuno posato laggiù che aspetta, che forse ha un vago terrore di essere lasciato solo mentre quelli tornano indietro a traghettare altri. Laggiù un amico, vi parla, come se la consuetudine di questa vita si perpetuasse nel sogno di quell'altra; tra due sogni: e le parole si spen gono nella profondità, e si vede soltanto una bocca muoversi come nella visione d' un mondo senza più suono. Da quanto tempo si compie lo stesso lavoro in quest'antro? È incalcolabile. E torn ano a mente i mille e mille biglietti bianchi che attestano il passaggio da quel la porta; messi insieme, l'uno sull'altro come l'ala d'un grande e fatale uccell o bianco inchiodata sulla soglia. Poi i due portatori, seri e attenti, dimostran o come erano dati i responsi della Sibilla; lo fanno con poche parole: uno indic a un tettuccio di pietra sulle rive incassate del fiume su cui i passi infiniti hanno improntata la pietra, ed è il lettuccio della Sibilla: vi si sdraia come la Sibilla, sul letto di pietra e sul cuscino di pietra, mentre l'altro si affaccia da un pertugio che comunica con la stanza accanto e mostra il viso di chi atten de la sorte. Fanno queste cose con poche parole: appaiono e dispaiono animando l 'antro e rappresentando l'antica favola del mondo in cui discesero Enea e Virgil io e Dante. Sembra un gioco di ragazzi, e una rappresentazione popolare. Ma solt anto perciò tutto è ancora vivo. E non dimenticherò come i due uomini prendono il prez zo del traghetto, e con quali augurii per la strada che ci aspettava. E come a u n certo punto passati al di là dal fiume letale, ci fermarono in una cella, davant i a un muro interrato, dicendo che il passaggio era interrotto, ma che di là si tr ovava l'altro mondo. Quanto era distante tutto questo? Come erano lontane le riv e del fiume? Come era grande il giaciglio della Sibilla? Mi parve tutto grande e breve nello stesso tempo, una misura difficile, la misura delle favole e della vita antica. LA FIERA DELL'IMPRUNETA Quel giorno, d'ottobre, la Toscana usciva da un temporale d'autunno, il cielo er a grigio e azzurro, e l'azzurro degli ulivi e degli olmi cui si appoggiavano le viti, e il colore finito delle viti autunnali, facevano di tutta la regione del Chianti un grande specchio del cielo e delle chiare nubi al limite dell'orizzont e. Tutto azzurro e grigio, d'un color minerale, in cui i cipressi venivano avant i neri tra quella chiarezza di colori metallica, e l'aria limpida e i campi eran o tenuti a guardia da cotesti cipressi come gente accorsa sulla soglia d'un camp o e d'un casolare. La piazza dell'Impruneta, per chi non la conosca, ha una sing olarità: che vi si accede dal ciglio d'un colle; la piazza si stende in pendio, la ggiù è il famoso campanile con la chiesa raccolta fra due ali di case; sul fondo, di etro il campanile e la chiesa, il monte delle Sante Marie, una collina sormontat a da una croce di legno con le braccia assai larghe; questa collina ripete l'imm agine della chiesa e forma con essa una sola architettura. Il ciglio del colle, prima che arrivassimo sulla piazza, era irto delle stanghe dei carrettini; dall'altro lato della strada da un muricciolo si affacciavano le teste più attente di asini e di muli: coi loro nitriti c'introducevano alla fiera , e per un poco non si sentiva altro. Ma poi, affacciandoci sull'altro versante del colle, si vide la piazza e tutta quella folla. Un torchio gigantesco, rimast o in mezzo alla piazza dalla festa dell'uva del giorno avanti, pareva un monumen to naturale, posto com'era nel paese più prospero del Chianti, e nel centro di que

lle famose vigne. C'era una gran folla, gente venuta da Firenze, borghesi e popo lani, contadini e fattori dei dintorni con le loro donne. I soli colori accesi c he si vedessero erano i fazzoletti turchini e rossi annodati al collo di certi c ontadini. La piazza in pendio è grande e sembra grandissima, appunto per la disposizione dei suoi piani; i movimenti della folla, come di un selciato disposto a onde, le da vano una più grandiosa dimensione. Guardandosi indietro per la piazza in salita, s i scorgevano tutte le cose, gli uomini, gli edifizi, gli animali, come su una ri balta inclinata; in certi angoli che parevano piccoli palcoscenici, nelle terraz ze delle trattorie, gente mangiava ai tavoli apparecchiati; sembravano in un int erno lontano; non so come, il ritmo delle braccia che portavano i cibi alla bocc a dominava quella scena, era il movimento gigantesco e multiplo di quella folla. Una folla silenziosa o quasi, tra cui le donne si aggiravano col viso smarrito e col tremore e il pallore che prende le donne, quali che siano, quando si trova no in una di queste feste, come se sentissero potente e selvaggia la forza dell' uomo. Era forse questo che dava un sottile senso d'inquietudine e di vicina cata strofe, un tremore di attesa, una vibrazione come alla presenza di forze occulte , e ad aggirarsi in un mondo in cui i contatti erano facili, come accade nelle f este, pareva d'impastarsi in un elemento umano, senza ripugnanze e senza pensier i. È proprio questo che dà ad altre feste popolari, sotto altri cieli, quell'ebbrezz a per cui la folla grida, canta, balla, in un'esaltazione collettiva, in cui la felicità, i dolori, le speranze, acquistano un unico senso, e i tripudi e i deliqu i mistici hanno gli stessi moventi. Qui tutto pareva calmo, semplice, lieto; le grida dei venditori che richiamavano l'attenzione sulle loro merci e incitavano a mangiare e a bere, suonavano come sferze su quella folla, con quel tanto di co nturbante che hanno le voci umane in un'accolta di persone. Dicono della sessual ità che si scatena nelle feste. Non è proprio questo: è la gioia di confondersi, in un freno rotto, il piacere di rimpastarsi in una materia vivente, l'abolizione di ogni antipatia nel ritrovarsi e nel fondersi in una solidarietà di natura animale. Altrove questo diventa facilmente esaltazione. Qui, tra un popolo civilissimo, quell'enorme festino, quella gioia del mangiare e del bere, parevano la celebraz ione estrema di un rito perduto, ma vivo nella memoria profonda degl'istinti. Er a facile ricordare la suprema indifferenza etrusca fra i beni della terra, il se nso di pace beata e di pienezza, quella del ventre pieno che li stende sui loro lettucci e li avvicina alla contemplazione. Si sa quanto son parchi i toscani, e come sono parsimoniosi; è la loro parsimonia che per l'appunto dà un valore tanto più grande alle cose; alla fiera dell'Impruneta le cose del vivere vi sono profuse come in una scommessa annuale, con la larghe zza cautelosa del popolo, col rispetto che ha il popolo per le cose necessarie a lla vita, che da questo rispetto escono quasi consacrate e che sono il segreto d ella vita antica popolare, il più aperto contrasto con lo sfascio di merci della c iviltà moderna. La piazza era piena di venditori soliti, quelli che portano alle f iere gli elementari manufatti dell'industria, rimasta per queste cose sempre all o stesso gusto e allo stesso colore. Ma lungo le fiancate della chiesa e sino alla fine del paese, c'è il banchetto più s traordinario che si possa vedere. Vi si tengono banchi di cibi, vini, sacchi di pane, e accanto a questi banchi le tavole apparecchiate e le comitive che mangia no col dispensiere allato. È come la conclusione dell'anno, il vino divenuto più sod o e già vecchio, la porchetta tenerissima, i polli buoni dopo le covate estive: ma bisogna vedere i tagli diligenti, i modi gelosi e solenni di presentarli, un pa radiso delle gole semplici, o di quelle sciupate ai mangiari raffinati, un ritor no alle manipolazioni originali, un vero museo dell'arte regionale nella cucina: le soppressate sembrano di alabastro, il taglio della porchetta crocchia sotto il coltello, e gli aromi dell'erbe necessarie a queste cose hanno l'alito delle case al tempo dei raccolti estivi. E questa non è che l'introduzione alla grande s cena che Callot non ha forse veduto o non è riuscito ad annotare, e che gli avrebb e dato uno di quei temi come la scena degl'impiccati o le sue folle di straccion i. Voglio dire, il viale dei polli arrosto. Da una parte e dall'altra della strada, per un buon tratto di cento metri, due f ile di rosticcieri improvvisati manovrano ciascuno quattro o cinque girarrosti;

il rumore diff uso degli organetti e delle chitarre dei cantori ambulanti si mescolava al tinti nnio delle stoviglie. quella grassa abbondan za e insieme pulita e composta. e per poco stettero sole e ferme in quel ritmo di uomini ch e scendevano e salivano. e. in tutte le stanze. in cu i ella rappresentasse il simbolo di una qualche virtù. quasi un migliaio su tutta la strada. tutti in un medesimo len tissimo ondeggiamento ma in diverse direzioni. q ualche vecchio castello tra i vapori sfolgoranti lontano. la collina delle Sante Marie si levava davanti a noi investita dal sole avvinato. Nei corridoi i contabili segna vano le portate su grandi fogli. dopo la festa. si scorgeva per ogni spiazzo del paese gente seduta a tavola. Le braci. Ma la visione di quella mate ria in continua trasformazione. Sotto quei pini. di rose sfiorite e di giardini autunnali. Dall'alto della terrazza. Di tutti quei polli non rimanevano alla fine che le viscere e le rigaglie in grandi ceste. col sapore e l'odore del vino del Chianti. e solo quando la mandata er a in ordine gridava le lodi della sua cottura. c'era gente che mangiava. Un apparecchio girava di qua. e i l rosticciere badava che il fuoco li colorisse bene. col suo azz urro e coi suoi grigi lontananti e divenuti più duri e più freddi e più sereni a mano a mano che declinava il giorno. si scorgeva la folla seduta a mangiare. anch'essa piena di gen te. quello scialare in cui non si vedeva un solo ubr iaco. e questa abbondanza era muta. ogni angolo della casa era occupato da una foll a già seria all'ultimo bicchiere. Esse erano forse due Virtù. dei so liti nelle fiere. Il rosticciere ne regolava i movimenti con attenzione girando lentamente la ruot a che mette in movimento gli schidioni. un uomo che girava su un carosello. e bastava un attimo perché si notasse un colore troppo bruc iato e risecchito come di certi polli di cartone che si servono ai finti pranzi delle commedie. Le carni rosolate trascoloravano in breve per tutte le gradazioni del giallo. le due donne. le teste con le lor var ie penne come dipinte da un pennellino sottile in una stampa chinese. A nche questo. tra lo smeraldo dei prati autunnali. . Tra questi fumi di arrosto e di vino. tutti insieme. apparta mento per appartamento. e sono cinqu anta polli che si rosolano insieme sul rettangolo della brace in terra.ai lunghi schidioni sono infilati una dozzina di polli. Le donne o ra tuffavano le mani in quei resti lubrici e rossi per portarli a qualche mercat ino di città. E un senso diffuso di una festa finita. capitate là da un affres co. e le scene dei venditori allineati coi loro apparecchi e i fuochi uno accant o all'altro. i polli divenire marrone e rinseccolirsi con la stessa tristezza di un fiore che appassisce. pareva volare in sogno e con una leggerezza di ebbrezza. di cosa lungamente conserva ta. altre l'olio. Proprio così. ben gialli. A levare gli occhi si scorgeva la vallata di qua verso il fiume Ema. volatizzavano e diffondevano l'odore dell'arrosto. osservandone i colori con l'occhi o attento di un pittore. di qual vecchio rito faceva parte? A un certo punto vidi una figura di donna vestita di rosso in un prato sulla chi na del colle. da quella sinfonia di od ori sembrava di uscire a rivedere una luce sublime. e sembravano vecchi àuguri. Tra p oco avremmo veduto quello straordinario viale già alla fine dei pranzi e della fes ta. Più oltre il dilungarsi dei campi e dei colli della Greve. e da una parte all'altra era tutta una sinfonia di giallo che andava dal rosso di Siena degli animali già a puntino al giallo zaffera no di quelli da rosolare. poi il sottobosco non fu che uno svolazzare di carte in cui erano state involtate le cene. e la folla si mosse andando verso la cima del monte a visitare il cimitero che lo domina. Si poteva stare un pezzo a osservare la sapienza di quella cottu ra. coi movimenti leggiadri che hanno gli uomini veduti da lontano in folla. gl'inservienti infilzavano intorno ad al tri spiedi la nuova mandata. o profetesse che scrutavano la sorte sulle viscere degli animali. quel sapore vecchio. e da quello spettacolo. l'aroma di quell'arrosto. le donne spargevano il sale da una gran cartata. accanto ai bicchieri vuoti i brividi dell'autunno e quelli del vino si confondevano in uno. parevano un'antica fantasia popolare. l'altro di là. e intorno a lei mi pareva che tutti girassero in un'armonia. e ancora i cipressi de i casolari e dei cancelli che guardavano esclamando verso di noi. sotto. già fredda. Cominciava la sera. C'era un intero edilizio sgombrato in tutti i piani. A lei si aggiunse più tardi u na vestita di verde.

Ma ha un cap opesca che sa il fatto suo. "A Roma". Quest'anno sono rimasti a casa quando?" "Un giorno su trecento". e la nave che è costata centosettantacinquemila lire. e la domenica fino a sera stann o a casa.I PESCATORI DELL'ARGENTARO Il signor Loffredo era il proprietario del motopeschereccio Montargentaro. e sovratutto secondo le sue esperienze. "E del resto." "E ormai fanno doppino due volte la settimana." "Pagano? Vi comunicano che è invenduto. ripartono alle nove di mattina. quanto lo pagano? Una e venticinque. dico io. è grazia di Dio. un altro ancora. caro signore. Soltanto quindici. dissi io. conosciuto i mari fino al Lev ante e alla Spagna. di'?" "Quindici. "Il pesce costa così caro". Gli uomini che aiutano a scaricare sono due e dormono a b ordo. Il signor Loffredo aggiunse: "Io non mi occupo di quello che pescano gli altri. E così tutti i giorni." "È lavoro. e non pagano un soldo. tutti dissero che sarebbe andato s ubito a fondo. "Sapete quanto pesce hanno buttato come rifiuto il giorno anniversario dell'Impe ro? Quattrocento quintali. Ieri l'altro tornarono dopo tr e giorni. Quando fu varato due anni e mezzo fa. quasi il timore di guastare col pensiero q ualcosa che sta accadendo. riflessivamente." "C'è anche questo"." "Come? Hai tutta gente di Port'Ercole?" Poi rivolto a me: "Vanno lontano. "Ma dico." "Vorrei imbarcarmi per un doppino". "Sborsate una sull'altra". disse il signor Loffredo." "È il miglior motopeschereccio di Santo Stefano". "Ma andatelo a dire un po' a loro. potrebbero venderlo in tempo a prezzo basso. sopravvanza ndo le case più basse. i pescatori. disse il padrone de La Pace. dice il padrone de La Pace. Sapete che cos'è un doppino? Quando i marinai stanno in mare due giorni e due notti." In quel momento passava traballando. è nutrimento. due lire il chilo al massimo. Poi ne hanno seppellito quattrocento quintali. Egli parlava del resto sempre sottovoce. non sono in mare tutti i giorni?" "Tutti i giorni?" "Trecento giorni dell'anno. aggiunse il padrone de La Pace.". Poi un altro . con quella discrezione che è propria dei marinai. Ma c'è la sua ragione." "Tutto l'equipaggio è di Port'Ercole.. disse riflessivamente il signor Loffredo. la cautela. "Già." Il signor Loffredo disse questo sottovoce. in posti che nessuno conosce." "Ma lo pagano. che non aveva ancora parlato. sette uomini d'equipaggio. s'è stabilita una specie di gara. di quanti pescatori. Ma non erano buone giornate. ch'egli aveva fatto costruire seco ndo le sue idee e i suoi gusti. "Quanto ha portato ieri sera?" "Diciotto. e i viaggiatori della li nea di Pisa li vedono sulla strada rotabile. Anche col tempo peggiore tornano a casa con un buon carico". "Lo avete visto il Montargentaro? Si riconosce subito perché non somiglia a nessun altro. "Ma quel giorno non si poteva uscire. E non dicono dov e vanno. È cibo. Quanti quintali. È uno di Port'Ercole. "A Roma. avendo n avigato per venticinque anni a bordo d'un veliero. Io non desidero altro che di cavarmela. Ora è l'uso che non rimangono a casa se non quando il mare è proprio catti vo. è lavoro". potete pensare . sono nuovamente all'Argentaro verso le quattro . riempiendo di sé tutto l'abitato. Avevano telegrafato a tutti i porti d'Italia: mandate pesce.." "Magari fossero due lire!" mormorò il signor Loffredo. il più reputato peschereccio appunto dell'Argentaro. Questi autocarri si muovono la sera. avete inteso? Tiene il primato di questi posti. Quanto lo pagano ai Mercati Gene rali? Di'. La notte sul sabato. . Difatti è un po' tozzo. disse il padrone de La Pace. Tutti i giorni. e che dipende da elementi tanto incerti: il mare. perché ho delle spese: la nafta. Arrivano alle due di mattina a Roma . Il lavoro. l'autocarro col rimorchio del Monte Argentaro." "Diciotto quintali.

tanto sono abituate a una fatica troppo pesante. Tra le arti che gli uomini dell'Argenta ro sanno esercitare è questa della pietra. Intanto l a popolazione ai piedi delle montagne si moltiplica incredibilmente. Per istrada incrocia altra gente. su questo monumento della ostinazione italiana. o al Caucaso. che va peregrinando in cerca del guadagno della giornata. per cui la v ite s'era adattata al luogo. baccelli. Ero distante appena centocinqua nta chilometri da Roma. riprender la lotta che è già tanto acerba quando la vite è viva e sana. con le mani intirizzite e dure che non riescono più a stringere un' altra mano. Il proble ma delle strade in Russia è un problema secolare da cui dipendono molte cose nella pace e nella guerra. liberare la poca terra che è buona. non ha nulla di pittoresco per impressionare gli uomini. bionda e fertile. d'inverno. gli uomini hanno armato barche. Anche qui all'Argentalo ho trovato la stessa condizione. perciò quasi tutta la contrada è fatta di abi tazioni di legno. che viaggia. C'è penuria di pietra come da noi c'è mancanza di terra. i mercati. e perciò le strade sono difficili da costruire. q ualcuno parte dalla costa dell'Adriatico. che non sanno ormai cos'è la vita. mentre le donne rimaste a casa. l'Argentare! Sul magro promontorio che dove c'è un riparo o un muricciolo o un poco d'acqua matura buono l'arancio. carciofi. e bisogna d ar da mangiare ai ragazzi. è un capitolo fra i tanti dell'epica del lavoro italiano. e i vecchi. e da quel flagello che ha distrutto in pochi anni molte vigne: la fillossera. che ricorda architettu re di mondi primitivi. paranze. La fillossera ha portato la rovina. con la sua scatol a di zinco. una vigna. e i vignaiuoli sono sta ti costretti a mettersi in mare. porta pochi chili di triglie o di sogl iole. Per via di questo l avoro ingrato una colonia intera di marchigiani ha abbandonato quelle rive. e ri salendo il mare. Ma dove c'è il modo di tenersi al riparo. È l a storia della Liguria. Bis ogna chiedere a qualche altro elemento le risorse per vivere e per ripiantare la vite. ha fatto una notte di pesca e un'altra la farà in viaggio. cento migl ia a settentrione di Roma. "Quando volete. col suo carico di pesca su un rimorchio. tanto essa è divenuta complessa. quelli che portano pane e uova. La pietra è a suo modo una ricchezza. dopo anni di selezione. separata. secondo i pochi soldi raggranellati e le economie degli uomini che navigano. il mare ha pochi approdi. Sul lavoro dei padri messo su con le mani aride dei cavat ori di pietra. bisogna lavorare seminudi in acqua. sonoro e lucente." Gli autocarri avevano svoltato la punta tra un nuvolo di polvere. Ne ha distrutte alle Cinque Terre. La pesca sull'Adriatico è difficile. rip iantano la vite giovane filo per filo. dalle Marche. La notte è di questa vita occulta che reca viveri verso le città assediate dai bis ogni. in un vagone di terza classe. Scalare un colle di roc cia. la gente cerca il mare. e mi trovavo in un mondo estremamente lontano. s i è stabilita a Bocca di Magra. bisogna far saltare i massi c on le mine. verso i luoghi che comperano facilmente. La notte è di quelli che tentano dalle spiagge più remote di raggiungere le città. di fficili da colmare i binari dei treni. Con un co sì bel nome. che dove si può si pianta un orto. Non ve n 'è fino agli Urali. trasportare per la costruzione del le fabbriche la troppa pietra che rimane. intisichire. a un terremot o. superati Messina e il golfo di Salerno. e niente è più crudo di questi bastioni di pietra costruiti in modo ciclopico. enorme. mentre qualcuno. . forte d'una forza quasi naturale. e su questa piantare la vite. per tutto lo stivale. aveva formato una specie famosa per tutte le contra de dei vignaiuoli. Qui invece la pietra è troppa. qualche superstite vi pianta qualche ortaggio: pise lli. faticoso e duro ma pulito. ricco. la vita è piena di gente ch e passa. Molti sono spint i dalle cattive annate. stretto m a folto. Ma il vino prezioso non spunta più. Conosco gente ostinata. Questo dramma si svol ge silenziosamente. vedere la vigna spogliarsi. colmare la fossa. Questa dell' Argentaro è una. sempre in lotta ma tutti gli anni pieno di n uovi figli come un mai smesso atto di fede nel domani. arida. Dove la terra è difficile. disporlo a terrazze di pietra squadrata. paziente. pe r accostarsi alla terra. guidando la motocicletta dopo aver guidato il suo motore in mar e. motopescherecci. portare lassù la terra a sacchi. e tentano tutti i giorni le fortune del mare. Poi più tardi la motocicletta di qualcuno che portava un carico al mercato di qualche città vicina ."Va bene". Questo equivale a un disastro. disse il signor Loffredo. Ric ordo per esempio che una materia prima che manca alla Russia è la pietra.

nove pescatori. dietro alle spall e del padre. brullo e selvaggio. lungi dal dare l'idea della povertà. la corsa verso tutto quello che è buono e utile. Veramente sono famosi per la navigazione a vela. e domandano se vole te comperare telline. c he è di quelli che preparano le partenze. spigolatura. sono in boccio l'uo mo destinato a una delle vite più faticate del mondo. o dove le telline sono ficcate nella sabbia. dopo anni di lavoro. Ma noi di Port'Erc ole siamo pescatori dall'età di cinque anni. La giornata è la preoccupazione esatta di tutti. alle ragazze sedute in groppa agli asini. "p er la pesca bisogna che lascino fare a noi di Port'Ercole. De v'essere questa un'operazione consueta. sarebbe spopolato. Questo è l'unico motopeschereccio che pos sieda un tavolo. Ci si nasce a queste cose. Quelli che non possono. buoni per fare un po' d i fuoco. Ci misero in barca invece di mandarci a scuola. "Eccoli: tutti portercolesi. dove è stato fatto un r accolto la cui spigolatura promette di guadagnare la giornata. dà un colore a tutto i l paesaggio. di una lotta. Il più giovane della compagnia prende il fiasco smezzato e ci versa dell'acqua. qual che accento ligure. e in Toscana." Sabatino Ferdinando è entrato per ultimo sotto il castello di poppa dove sono racc olti. una trama tessuta giorno per giorno in una vita comune e in cui è difficile entrare. quando sono a terra." I portercolesi ridono tra loro. Loro sono navigatori a vela da togliercisi il cappello. Hanno un dialetto toscano in cui qualche costrutto napoletano. aspettan o. il principio d'un lavoro. t utto quanto fa questo pugno d'uomini aggrappato alla roccia riporta alla mente u na saggia amministrazione. Poiché è in Italia. "Questo più giovane è il cuoco. alla gente che va in frotta sulle biciclette. questo sarebbe il loro mestiere dopo quello di vignaiuoli e di agricoltori. mi disse Sabatino Ferdinando. Ognuno che beve alza il bicchiere e mi dice: "Salute". Ma in mare non ne tocco". qu attro da una parte e quattro dall'altra. v'è la grande distesa della Maremma. disperato. a piombo. oltre alle p aranze. Hanno già visi d'uomini. Quelli dell'Argentaro hanno armato una trentina di motopescherecci." Difatti i tre uscivano. Posa il bicchiere vuoto sul tavolo.Se fosse in una qualunque altra nazione. d'una marcia in guerra. Di mese in mese si leva una casa nuova. il capopesca del Montargentaro. Sei soltanto di questi sono i miei marinai. all'alba. ai ragazzi e ai vecch i che vanno a piedi. un individuo ripia nta una fila di viti sul più alto terrazzo di pietra. della Corsica e della Sardegna lontane. n e vuoto un fiasco per pasto. A tratti ridono. "E voi non bevete?" Il capobarca Sabatino Ferdinando non beve: "Di questo io. È una di quelle . salutavano allegri. seguitando il filo di un discorso che io non int endo. Un simile impiego dei giorni. con un ultimo frizzo. Che ci si può fare? Facciamo la gara. pronti a tutto. Alle spalle di questo promontorio di cui i viaggiatori possono vedere il profilo passando davanti alla laguna di Orbetello. steso in mare come un satellite dell 'Elba vicina. navigazione. Uno dei pescatori sta riempiendo un bic chiere e lo passa volta a volta agli uomini che stanno intorno. seduti sulle pan che. liscia come un muro. Sono tutti pare nti. Sapete che c'è? Da quando siamo noi qui s'è stabilita una gara. La pietra del terrazzo è esatt a. Dalle case piene di figli ve ngono a sapere dove è passato qualcosa che sia il loro bene. Quando sono in porto si fanno visita e passano il t empo insieme. Tornano la sera. e di anno in anno sc ende in mare una nuova flottiglia di naviganti. intorno al tavolo. Ancora uno sforzo. A piedi. La vorano a bordo d'un altro peschereccio. corrono dove si possa ricavare qualcosa dalla natura e dagli uomini. pesca. il salvagente. Tutti si fanno attenti a un tale atto. I ragazzi si fermano alle case per chiedere un sorso d'acqua da bere. Trio nfante. e ha otto cuccette col materasso. la coperta. gente va verso i fiumi dolci. E bisogna dire che. d'anno in anno strappa qu alcosa alla natura. gli altri tre non c'entrano. "Per la pesca". ricordano la grande comunanza del mare. o in piedi. A bordo il più giovane fa da mangiare. la misura per dividere il tempo e per calcolare la vita. e in Maremma. una ristrettezza previdente e di tipo familiare. le rive sabbiose dove la furia invernale ha trascinato i tronchi degli alberi.

"Lui solo". mi disse il capopesca Sabatino. Si capiva che tutti e sei ubbidivano a un'occhiata di Sabatino per il s uo prestigio e per un diritto di parentela. e già col passo di chi va al lavoro. Si staccò da noi e cercò in una custodia di legno. E mentre egli to rnava a quella parete. Perché un pescatore ha un minimo di paga sulle dieci lire. "Figuratevi". aveva qualcosa di ridente e di giovanile. come a un bene comune. Non doveva aver più di quar ant'anni. la panca da cui si era levato. I sei giovani andarono. mi accorsi di un Crocifisso fissato sulla travata di fond o. e questo atteggiamento faceva risaltare quanto di virile e di già us ato alla fatica era in lui. a cui. sano. Il tempo non ha ancora deciso quell o che vuol fare. nuovo. donne della stess a famiglia e dello stesso sangue pensavano in quel momento ai sei giovani. il capopesca . o mediterranee. nella tempesta. ma lo diverrà: è fidanzato d'una mia nipote. e m' indicò il più giovane. Uno e ra un poco più avanti negli anni. il punto d'onore. paffuto. col rumore del motore che si attutiva nell'imme nsità e faceva pensare a quando si sente palpitare di lontano. L'agitò un poco per vedere se camminava. Sette uomini in un'imbarcazione che affronta quotidianamente la sorte. e già calcol avano la cifra annunziata all'arrivo in porto. "non lo è. e vo lgeva a me un viso stranamente infantile. e tenen do docilmente il timone di quercia. dei lavori e delle opere che vanno terminati in un breve giro di ore. Il lavoro. Erano le undici e mezzo. ma. Brillò il faro alla svolta. "Sono tutti cugini e parenti". I tre ospiti uscirono. Mi trovavo nel mezzo della più semplice espressione della vita moderna: l'ansia del lavoro quotidiano. indurito dalla vita. un'espressione non consu mata da convenienze. Sabatino con un gesto consueto legò con una funicella. Appoggiato al finestrino. fissata tra una cuccetta e l'altra." Questo legame promesso. da una casa sicura. "che l'altro giorno. Nella stiva c'era il ghiaccio. E non avevano quasi importanza i quindici o venti quintali di pesca. e d' un tratto fummo nel mare aperto. t ra altri fiaschi e bottiglie. e lo posò in una cuccetta vuota. I l più giovane aveva finito di annacquare il vino. Ridono d'un riso naturale. era come se ammettesse in un'intimità solidale qualcuno ch e ne fosse fuori indebitamente. si disperse ro alle loro faccende. mi disse il capopesca. Ma gli altri come se ancora il rischio e i pericoli li avessero sfiorati al primo vento della gioventù. e po i cinque lire per ogni tonnellata di pesce che si riesce a tirare a bordo. Il motore cominciò ad andare. che termina ogni ventiquattr'ore e si ri nnova per altre ventiquattr'ore: l'ansia di domani. e già con un viso più forte e solcato. tirammo su le reti con un gran peso. il viaggio dei naviganti. un Crocifisso di ottone nella luce rosa della lampadina appesa nel mezzo. i pantaloni con la cinghia stretta sotto il ventre. lucido come un legno prezioso. Era uno di quei tipi popolari italiani che si riconoscono come d'una famiglia. avevano attinto gli uomini dell'equipaggio. Erano blocchi di asf alto di qualche nave che s'era disfatta del carico. alla gamba del tavolo. per v ia di un certo naso all'insù. con una cura simile a quella di chi bada alle facc ende di casa. la fatica. quando voi do vevate venire con noi. sette uomini cercavano nel mare grande l'incognita della fortuna uguale per trecento giorni dell'anno. come succe de di vedere in certe figure etrusche. Oggi non saprei dire. Contava la gara. il sacrificio. Tutti gli altri erano sposati. l'idea che in quell'ora i trenta motopescherecci dell'Ar gentaro erano in mare. cercavano la profondità propizia alle loro reti. Lesse l'ora. e le ca ssette che aspettavano d'essere riempite. Il cielo non prometteva nulla di buono: era gonfio e livido. Sabatino. Sabatino aveva ancora la giacca sul braccio. Quella volta il mare era discreto." Si mise a guardare il cielo dal finestrino della gabbia del timone. il dolore. una vecchia sveglia di quelle che si preme u n bottone per interrompere il suono del campanello. il petto nudo. Il ca popesca il doppio.compagnie tanto affiatate da lunghi discorsi che basta un'inflessione di voce pe r farli ridere. Ne l cielo si vedeva l'albero della nave passare come se indicasse qualche stella c he brillava pallida tra la coltre dello scirocco. quotidian amente si propongono questo problema: se il mare darà a loro i quindici o venti qu intali che occorrono per strappare la vita e per dare da mangiare ai figli e all a madre di questi. Posò la sveglia. e si arrotol ava una sigaretta da un pacchetto di trinciato che poco prima avevo veduto sul t avolo.

sporgetevi a poppa. una man o al timone. Al lume de lla lampada. A volte si addo rmenta anche il motorista appoggiato alla macchina. È coperta con un'asse di legno con sopra un pentolino per attingere. Dal boccaporto arriva l'alito profondo del mare come una ventata. Qui dentro s ono in mezzo all'odore più profondo di bordo. Io impiego almeno dodici ore tra vi aggio di andata e viaggio di ritorno. e si trattava di ra ggiungerlo in tempo per buttare le reti. D 'altra parte. quando sarò do ve dico io. il mare. "Noi adesso spostiamo di un vento e mezzo"." Sabatino.Sabatino mi raccontava che egli aveva il suo posto sul mare. rumori elementari. dalla cassetta che la raccoglie. Poi bisogna tornare indietro più che in fretta. come tutti coloro i quali conoscono un lavoro intimamente. dove poggio le s palle si sente l'onda battere come la schiena di un grosso cetaceo. bastò a farmi saltare sulla cuccetta. altrimenti ci taglia la strada e bisogna spingere molto più in su. fedele alla consegna. ma tenetevi bene stretto alle sartie". ma una riforma: "Noi ora andiamo anche cento o centoventi miglia lont ano. sparsi. avrei più tempo per pescare e n on dovrei perdere sei o sette ore per trovarmi sottovento. Di tanto in tanto. e prevenire le sorprese dei venti. e il cuscin o cui Sabatino ha cambiato la fodera. Sabatino. e pre cedere i mutamenti del vento. Guardate che noi non torniamo indietro e non facciamo scalo in nes sun porto. Avevano tentato di tenergli dietro per scoprire dove fosse quel luogo. che avevano un ritmo costante. Alle quattro vi faccio svegliare io. "Domani all'alba ci sveglieremo. Sabatino invece si levava ora dalla sua cuccetta. ma che non era Sabatino. in cui non lavoro". Bisognerebbe che i pe scatori potessero indifferentemente portare la pesca nel porto che hanno più vicin o. Sotto la garritta una grande giara di cr eta con l'acqua dolce oscilla appena. C'è un istinto sveglio nel sonno. mi dice: "Se avete qualch e bisogno. la più vicina al centro della nave e al gabb iotto del timone. prima di coricarsi. Voi soffrite il mal di mare? All'aspetto si direbbe che sopport iate il mare. Domani il vento ci batte magari di prua. Sento di etro a me un salvagente che attutisce gli urti contro la parete di legno. Bisogna andare dove si possa pescare al riparo. E poi qua e là. poiché quel battere del piede era tutto quanto bastava per svegliar lo e chiamarlo al suo posto. siamo otto qui dentro. Ma i pescatori non dicono mai dove sono stati. il motore. odore di equipaggio." Sabatino m'ha ceduto la sua cuccetta. Vestito coi pantaloni lunghi. Succede. Un marinaio s'era sostituito a lui durante la rotta tranquilla della notte. da quello che prevedo. per esempio. e alla fine divenuti ragionevoli: ma poi un altro rumore. Parla esattamente. pieno di vita. e correva ve rso il timone. Nella notte si sente appena il fasciame d ella nave crocchiare. e io mi ero addormentato sui rumori che si accor davano insieme. Andiamo tutti a dormire. Vedo osci llare l'alberatura nel cielo smorto. Stando sdraiato vedevo che al posto del timoniere due gambe coperte da un paio di panta loni turchini erano ritte e reggevano un uomo di cui non vedevo il viso. il Mortargentaro aveva un motore di centoventi cavalli. mi tiro addosso la coperta. Invece devo tornare di dove sono partito. di bordo. andare a scaricare il pesce a Livorno. accesa nel mezzo. in questi scomparti. e questo era il picchiare d'un piede calzato che batteva due o tre volte sul palchetto della garritta. il pugno sulla guancia. come se si assestasse. ha la sua riforma da adottare ch issà quando. La coperta. Ma per poco. e s'impiega il doppio per tornare indietro. La nav e va avanti da sé. farebbe comodo. e che sapeva di dover svegliare i . vedo i marinai ciascuno nella sua cuccetta. Stando sdraiato vedo sopra di me passare lenta la catena del t imone. nuovi. e taglia ognuna di queste correnti con precisione come s e tagliasse il pane. "Possiamo andare a dormire". A me. Il motore batte esatto e uguale. sono impregnati dell'odore forte e umano d ella vita di mare. vari oggetti fra cui riconosco una pipa. di energi a e di volontà. s'è fatto anche un suo piano. ma ormai conosciuti e fidati. lo scricchiolio de lla nave. poteva sta re in mare molti giorni. Egli divide l'uni verso in otto correnti. in trenta anni di questa vita. dice Sabatino legando con una fune il timone a un u ncino. l'odore acerrimo di questa fat ica. "Da come si mette il cielo mi pare che venga vento di terra. la val igetta che mi fa da schermo contro la luce. aggiunge Sabatino. con un gomito sul finestrino.

la scena aveva qualcosa di familiare. e indo . I sette marinai vi si erano radunati e. e si muoveva pigramente. che dovevano permettere alla ret e di trascinarsi sul fondo raccattando tutto quello che trovava. E poi velieri. a una velocità di non più che tre chilo metri l'ora. di cui il dito gro sso s'era fatto piatto e largo nell'esercizio continuo di puntarsi sulla tavola col mare inquieto. ora di stracci. il mare dava colpi forti. Col piede nudo e teso. Non vorrei tornare a casa con questo be l guadagno. "c'è il pericolo di impigliare nelle navi affondate. aggiunse. sotto una larga fetta di pane messa a coperchio. Ora si capisce quello che vu ol fare il vento. e l'acqua si smuoveva ora enorme e lenta. spiando di quando in quando con occ hio distratto i flutti. Per me era stesa una stuoia perché mi potessi sdraiare. s'era messo a fumare un fornello. le onde cominciarono a levarsi a ventaglio verso poppa. Ma sulla scia della nave. A un certo punto Sabatino ricon obbe quasi uno di questi paesaggi. di sotto il tavolino. fumava il buon c affè nero. e che possono costare caro. Ora la nave pareva tenuta alla briglia da questi millecinquecento metri di funi e dall'acqua che doveva a quell'ora gonfiare il sacco e tenerlo aperto sulla vita cieca dell a profondità. Dico che non c'era n essuno in mare. strigliando il fondo dell'abisso. Ci sono sette sottomarini colati a picco du rante la guerra. Il mare era grigio. Se fossimo dove ci trovavamo stanotte non potremmo regger i l mare. Laggiù dev'essere un inferno. difatti avanzava. millecinquecento metri di cavi di acciaio. un marinaio mi v enne a dire se volevo accomodarmi a poppa. "Cinquanta miglia più su". e bisognava tenere l'equilibrio stando sull'asse di tutto il corpo. e l'odore del caffè si me scolò a quello della carbonella e a quello della nafta. riparavano le reti la cerate dalla pesca dei giorni passati. perché disse: "Pronti". Difatti l'aria era grigia. nuovo ed energico. il mare. quattromila lire tra reti e cavi. abitabile. Raggiunsi Sabatino presso il timone. Qui il mare e ra profondo cinquecento metri. Intanto i cavi di acciaio arrotolati verso prua si s ciolsero e cominciarono a scendere per centinaia di metri in mare. sicuro. ora di veli. "Guardando la carta!" rispose. Abbiamo passa to un vento e mezzo. e si sentiva lo scroscio mentre ricadevano o si rompevano. Il vento la sbatteva più forte trovando resisten za. e si sentiva che qualc osa ci imbrigliava alle profondità. Ma dobbiamo essere sul rovescio dell'Elba". Sabatino disse: "Non vedo dove siamo.l suo capo a una certa ora. cui seguì poi un naufragio. tenevan le dita della mano sinistra infilate nei buchi della rete. mentre stavamo aspett ando che passassero i quaranta minuti per la levata delle reti. limitato da ogni part e da una fitta nebbia opaca. sotto una raffica di vento che lo s batteva come si sbatte un liquido in un secchio. Su questa terrazza costituita dalla poppa. I marinai si addensarono verso poppa. Dal finestrino si vedeva. Non so quanto durò questa occupazione. senza un punto di riferimento. di animali curiosi. per me alme no. ognuno stendeva la rete abbottonandola a questo dito. Sdraiato nella cuccetta. e le onde che si levavano ora da una parte ora dall'altr a come apparizioni che prendessero strani aspetti. spazzandolo. perché questi marinai stavano a loro agio. E intanto il marinaio più giovane veniva avanti portando certe grosse tazze in cui. vedevo i pantaloni da soldato di Sabatino. Erano giorni che piovve cenere su tutto il bac ino del Tirreno. senza un segno. ma lentamente. sommovendolo. Il ven to era caduto. tirando su ogni cosa. Nello stesso tempo. nel mezzo del nostro dormitorio." La nave andava avanti come un cavallo che morde il freno. lontano si stendeva una coltre di nubi come un grande eccetera sullo spazio. Vento di terra. la rete scivolò sul rullo mobile di legno ch iaro e si sprofondò nel mare. sperduto e grigio sorse un gabbiano che poi scomparve come se avesse dato l'annunzio della morte dei pesci. Io non mi reggevo né sdraiato né seduto e dovet ti riparare presso la gabbia del timone mentre il mare diventava più forte. il sole si intravvedeva appena come di carta velina tra le nuvole. "Come avete trovato questo posto?" chiesi a Sabatino come se fossimo arrivati in un luogo riconoscibile. come se uscisse da una diga. Ora. seduti in cerchio. sul gorgo dove si stava compiendo qual cosa. e i cavi dovevano essere mollati per tre volte ta nto. e con la destra pass avano lo spago con una specie di spola. alberature che impicciano. a perdita d'occhi o.

Egli regolava il timone come avrebbe guid ato un cavallo in un maneggio. disse Sabatino. che là per là. Ma niente altro. Il gruppo dei marinai s'era levato in piedi a poppa. bianca come uno scrigno di perle.vinavo ogni suo gesto e atteggiamento. si profilarono a sinistra grandi montag ne in una fila di cime uguali. Sabatino. come spuntate dal nulla. e la bolla d'acqua sul quadrante si stravolgeva vio lentamente. A un tratto. come ho detto. Dopo aver inseguito un tratto la nave. Gli argani si misero a girare. Quando le cose si mettono a questo modo è un affare serio. alle sartie. mentre le sommi tà si levavano in un cielo ugualmente grigio e brumoso. alcune code vibravano. I marinai seduti a poppa facevano lo scarto dei pesci. sciolta dalla briglia della lunga rete. si rovesciò sul ponte. Questa rete rim ase un momento sospesa nel cielo. rigurgitava e si sommoveva. certi mostri ciechi. e la nave riprende va con violenza e con uno strappo vittorioso il suo viaggio. disponendo ciascuna qualità nella sua cassetta. la barca era come un enorme animale che volteggia sse sul luogo d'una preda. Il sacco si sciolse. "e torno più tardi a buttare la rete sullo stesso posto. e riponendoli poi nella stiva tra il ghiaccio ." L'imbarcazione. Se faccio in tempo: prima che il mare si faccia impraticabile da questa parte. mi disse Sabatino. Uno che io conosco ci capitò una volta. accanto ai merl uzzi. un altro aveva l a testa a martello. alle lucerne. e un altro sembrava un topo. "La Corsica!" disse Sabatino. si mise stupidamente a minacciare con le pinze che portava come due altri animali attaccati a lui. ma la bussola oscillava forte sulla sua sospensione. Uno palpitava. si aprì come un velario. Ecco il sacco sugli otto uomini adunati. erano soffuse di bruma alla base. alle sogliole. sotto i colpi del mare che in quello s quilibrio del peso diventavano enormi. e portava da t ribordo. "Vado più avanti". ai dentici. Non ci si può avvici nare a più di cinque miglia dalla costa. Quel viluppo mi pareva incredibilmente nudo. Nel mucchio palpitavano. Per sfuggire all'arr . mostru oso dei pesci si accumulò e si sparse. mentre tutto mi traballava intorno. poi a un tratto la nave si impigliò come se toccasse l'acqua ormai sol tanto con la poppa. "andate in coperta. il mare. si mise ad andare più lest a. disse Sabatino. con le pinze lunghe quanto un braccio. tirava su il carico. forme umane. vincendo la resistenza delle onde. arrestano i pescatori. "Se volete vedere". e tutto palpitava co me nato alla creazione. agli scorfani. Come colpito da una lama. Non guardavo e non vedevo che il cielo. tornò al timone e puntò nuovament e verso nord. mentre la rete si abbassava. Un ma rinaio aveva fatto scorrere la rete su un argano che si sporgeva. Ora che il vento accennava a cadere. ai palombi. Si per de molto tempo. Il mucchio lubrico. "Sono appena cinque quintali". Su di esso un enorme granchio. Si saltava. le o nde s'incontravano a grandi blocchi spalancando abissi per ricolmarli e riaprirl i. le funi si arrotolarono di nu ovo. il sacco chiuso della rete. e turchina come un mucchio d'armi. E così appe so mi sentivo levitare. Stavo appeso. Uno di loro slegò il nodo che aveva fatto. e come decisi a demolire tutto." Il giglio araldico della bussola segnava fisso il nord. con un mante llo che pareva di panno turchino intorno a un corpo da uccello. e da qualche rottura si vedevano spenzolare i tentacoli viscidi di qualche piovra." Raggiunsi la coper ta traballando. lo stormo dei gabbiani si posarono l'un o dopo l'altro sulla scia dove galleggiava qualche relitto di pesci sventrati e mozzi. "Quella è la Serra della Corsica. mi parvero riprodur re. gridando. come un braccio gigantesco. e il riscatto dell'imbarcazione costa mo lte migliaia di lire. e una pioggi a che mi parve rosa come un getto di fiori. il sacco si sciolse. il motore a rrotolava ora i millecinquecento metri di funi che aveva mollato. Devo saltare ancora mezzo vento. "Andiamo avanti e torniamo qui fra cinque ore. come liberato da un fr eno che lo aveva piegato in una sola direzione. L'acqua colava come un umo re vitale. E nello stesso momento. in un mondo abissale cieco e lento. I gendarmi sequestrano le navi straniere che vi capitano. spuntato dal nulla. come per un'apparizione. uno stormo di una cinquantina di gabbiani venne avanti da poppa come una raggiera. Mi tenevo alle sartie quasi appeso tra gli sbandamenti della nave che. che era sceso a considerare la pesca. una testa grande come il petto d'un uomo.

quasi che asse per asse tutta quella m ateria inanimata si fosse rinsaldata al modo dei blocchi umani contro il pericol o. mi diceva: "Tenetevi forte. Sabatino si pu ntava forte stendendo le braccia e formando con tutta la persona una croce. altr imenti vi fate male". nel fondo del mare. Mi ripetè soltanto che non s arebbe tornato indietro prima del giorno e dell'ora fissati. si distinguono le case. nello stomaco. La nave andava avanti per quella solitudine con lo stesso stupore di chi la solcò per primo. era un blocco compatto. La nave tornò sulla sua rotta cercando il luogo che conosceva Sabatino. con le cinque punte formate dalle estremità e dalla testa: avrei potuto poggiare. credendo che dopo due o tre balzi avrei potuto stabilirne i movimenti e regolare su di essi i miei. mi diss e Sabatino. sarebbe comodo". Sabatino s'era messo al riparo di questi monti come chi si sposti per evitare la corrente d'una finestra aperta. Ma a bordo tutto era elementare. e per un giorno la settimana rimane sse ormeggiata. Il cuciniere disse: "Eh. Gli dissi: "La sera. e io mi senti i scagliato contro il soffitto della garritta dove era il limone. si sprofondava e si risollevava. so tto di noi. Levò gli occhi e mi disse: "State male?". Andando av anti somigliava a chi. sull'una e sull'altra d i queste cinque punte indifferentemente. Si vedono i fanali e i fasci di luce delle automobili". alla radio. piegato sulle ginocchia. Io cercavo di reggermi in eq uilibrio sul plancito. Il marinaio più giovane stava accendendo il fuoco sotto il fornello del cacciucco. "Tenetevi fermo". mentre il mot opeschereccio andava alla deriva. "Voi mangiate?" mi chiese il cuciniere. si mette controcorrente: il mare ven iva in su come se premesse verso un punto in cui le acque erano più calme. i giacigli e il vasellame. al modo dei canguri. con questi mari si sta male anche noi". e anche qui intorno c'erano velieri. ma ora il fasciame non scricchiolava più. come se le avessero dato un gran pugno da sotto. Alla fine riuscii a scivolare dentro la cuccetta. ma ora la nave cominciò a picchiare di prua. in una grande folla. disse Sabatino. poi aggiunse: "Nelle sere chiare si vedono i paesi sulle spiagge. verso la Capraia. e si prendeva cinque o sei ore di sosta prima di tornare là dove sapeva di dover pescare. si legge il bollettino del tempo a uso dei navi ganti".esto si buttò coi suoi uomini in una barchetta e approdò alla Capraia. Laggiù. Scesi per la scaletta nel ridotto delle cuccette . Po i. Non aveva denari per riscattarlo e lo lasciò ai gendarmi." Sabatino stette un poco a contemplare le grandi e serene montagne. Ma mi sentii preda d'una forza troppo grande. altrimenti arrivate a stasera coi polsi rotti. Sabatino. mentre seralmente un uomo. Io dissi in un ridicolo barlume di convenienza: "Mi dispia ce. il cimitero dei sottomarini. la sveglia. ma credo di poterla significare assomig liando me in quel momento a una stella marina. con i suoi ogget ti e le sue consuetudini. mi accorsi che un modo per tenersi in un certo equilibrio era di andare avanti a balzelloni. Non avevo provato mai un'impressione simile. Ma non vi preoc cupate di me". mi parve. la nave costituiva un'altra dimensione di vita. Avevamo avuto una rotta sempre su un ritmo dell'imbarcazione che oscillava sul suo asse . Per quan to toccasse il porto tre volte la settimana. traeva il suo oro scopo esatto e senza pena sul tempo e lo stato del mare. con l'aiuto della scienza. Anche Sabatino si regolava secondo il suo istinto e l'esp erienza. e buttava nella pentola certi pesci spellati che avevo visto la sera avanti in un secchio. era. mi ritrovai con le spalle allo scafo. dove avevo sentito battere l'onda la notte prima. e il centro della mia vita s'era trasfe rito stranamente nel mezzo. piegandosi sui pantaloni da soldato. Egli tirava fuori da un r ipostiglio certe tazze fonde e vi posava grandi fette di pane che tagliava compa . Come sapeva tutte queste cose Sabatino? Egli reg olava la sua rotta sulla bussola e sulla vecchia sveglia. fece un salto. e le mie facoltà di orientamento mi sfuggivano. Per quanto abbia navigato non ho mai sentito un mare simile." Si accor se dal mio viso che stavo male. Dopo qualche secondo che mi parve lunghissimo. Sabatino in questo mome nto fuggiva la bufera spingendosi verso nord. Rispose: "Certo. "ma non fate troppa forza. Risposi di no.

quattro braccia che facevano forza sul timone. Nessuno torna indietro". Non ci sarà da stare allegri. in una giornata come quella. legata nel mezzo della tavola. Dal punto dove stavo. e a un tratto mi pareva di sentire che l'elica non toccava l'acqua e che il motore batteva a vuoto. L'armatore. ascoltando la traversia del mare. e ormai sbattevo senza più forza nella scatola della cuccetta. scrosciava s ul castello di prua. vedevo i marinai l'uno a ccanto all'altro aspettare di vedermi scendere. Gli altri mi strinsero la mano l'uno dopo l'altro. e tutto quello che è di metallo è rame. Chissà che cosa faran no gli altri motopescherecci con questo tempo!" Una voce replicò: "Non tornano ind ietro. perché la monotonia di quei rumori." Egli parlò tranquillo. un'altra. Ve lo consiglio. e suoni come di sassi squillanti che si urtassero tutto intorno. a girare il vento . e uscivano sul boccaporto. senza ranc ore né risentimento. Erano sdraiati." Doveva essere passato molto tempo. roba da nulla. Mangiavano allungando la mano e il cucchiaio ordinatamente. gr ida. "Non si torna neppure se il mare è peggio di così. poi tirò fuori una grande zuppiera con due manici. avrebbero dichiarato la cif ra dei quintali pescati. for mava tutto un tempo. e per ogni travata una doppia tr avata. Ancora sedici ore di mare peggio di questo . vi sbarchiamo lì. Scendevo con la mia ridicola valigetta. accorciava stranamente le ore. la riempì con quanto era rima sto nella pentola e la posò sulla tavola. Le ondate li avvolgevan o e li trascinavano con loro. "Peccato "." "È andata bene?" "Quattro quintali. d ue paia di gambe. mentre stavamo al timone: "La nave è fatta bene. mi disse Sabatino. fermandola con una mano. pensavo. vidi che al posto del timoniere si trovavano ora due persone. "che io non posso saggiare di codesto buon piatto. "Eccoli". L'odore di quel pasto era molto buono. siccome passiamo dietro l'isola del Gig lio. qualche centinaio d'uomini st avano in mare. quando fu costruita. mi pareva di viaggiare in una grande bolla d 'acqua. e assicurò poi l'altro capo all'altro manico. Uno era saltato sullo specchio d 'acqua staccando una barchetta presso un veliero e si accostava a me per traghet tarmi. Nel barlume di coscienza che mi rimaneva. Aprii gli occhi e chiesi: "D ove sono i marinai?". disse il marinaio lavando i piatti con diligenza in un secchio. Se volete. La zuppiera. dissi. è meglio che ve le risparmiate. con gli occhi aperti. lavoravano a mettere al sicu ro i barili della nafta in coperta e a legare e a proteggere gli oggetti che il mare s'era ostinato a strappare. l'annodò a un manico della zuppiera. "Soltanto". canti. senza a ver l'aria di farsi posto e di cedersi qualche cosa o di contendersela: c'era un a disciplina e una giustizia in ogni loro atto. Un marinaio che entrava allora prese una funicella. nelle loro cu ccette. Ora si va verso Montecristo. "noi non sappiamo che mare avremo da quelle parti . cavavano da un ripostiglio i pantaloni. a giudicare dal tempo che stette assente. mi rispose la voce di Sabatino. giunti al porto e scendendo dall'imbarcazione. A quell'ora. raccolse intorno a sé gli altri cinque uomini dell 'equipaggio. Gli altri marin ai entrarono l'uno dopo l'altro. e una reciproca premura troppo n aturale per sembrare affettuosa. accecati e grondanti. i suoi uomini stavano intenti alla voce spaventosa del mare . Vi versò la zuppa e ne portò una prima a Sabatino che stava al timone. per ogni chiodo ne fece pi antare due.tte e sottili da una pagnotta. Stando sdraiato. "E quando si pesca di nuovo?" "Abbiamo pescato. la passò s otto l'asse del tavolo. ruggiti. L'onda si mise a spazzare con un rumore di pioggia uguale il ponte. mentre scorgevo nello scroscio enorme e continuo i marinai legati a una fune. e me . risentivo le parole che mi aveva detto Sabatino un certo momento." Ora che stavamo entrando in porto all'isola del Giglio. quello in cui. difatti. la giac ca e il cappuccio d'incerata. Molti hanno fatto naufragio pur d i non tornare". al motoris ta. aspettando il solo momento che contava nella loro vita. il mio ridicolo cappello di feltro. tutti eravamo preda di un elemento più forte di tutte le forze umane.

" Il mio figliolo è su un veliero sulle coste della Sardegna. Il resto lo faremo sotto Montecristo". certe bambine vennero alla spicciolata in bottega a comprare una sarda sala ta. poiché gli uomini navigavano. DALLA MONTAGNA ALLA MAREMMA "Se mi date un po' di vino . li facev ano scorrere tra le mani. un bravo figliolo che conservava il guardaroba della sua mamma che nessuno dovev a toccare. poiché arriverete col postale prima di noi. come fanno pure i canzonieri francesi. "Non vogliamo case affumicate. E allora i pesci trovano cib o più facilmente. al tempo della pesca a vela. un viaggiatore borghese avrebbe avuto tanta premura intorno a lui. mattoni. e fui la novità di quella giornata. qualcuno tornava a casa dall'aver pes cato un piattello di pesci. erano fuori dalle c ase. diceva la filastrocca. il giorno dell'Anime del Purgatorio. e la montagna pistoiese uno dei luoghi inesplorati d'Italia. dieci lire se gli va bene. io pensavo che in nessun altro paese del mondo. recentemente. è un mese." La donnina andava più in là a sentire un'altra canzone. sul porto. Vogliamo i fores . raccoglitori della parlata spontanea come il Giuliani. Dovranno andare sempre più lontano. e di cui qualcuno della generazione di mezzo ricorderà le descrizion i dell'abate Giuliani. Policarpo Petrocchi. ma un parlare ad aita voce in cadenza. e pensavano alla spesa della mattina. Siccome mezzogiorno avanzava. Se mi date un po' di ciccia . al punto che il suo vocabolario non registra i modi neppur di Firenze. Le case erano di cannicci affumicati. ditegli che fino a questo momento ab biamo riempito trentasei cassette.ntre ciascuno di loro mi stringeva la mano. cantando a questo modo . è una fila di case disposta a semicerchio. disse filosoficamente un marinaio d'una tartana. Altro che caffè. Io sbarcavo come un naufrago. dicevano." "Anche questa è una teoria". d'ottobre. cemento. e usciva odore di cucina da tutte le c ase. che non sapevan o di lettere. Scarica e car ica calce. Conservatore in fatto di lingua. tutti pesciolini cui non si dà il tempo di crescere.canterò benin benino. Gli abitanti. E capii che tra le altre preoccupazioni. guadagna nove. "bra vi. fece una retata di naselli piccoli come un dito mignolo. ma quelli di là d'Arno. Veramente il Petrocchi era nato a Castello. Le donne frugavano tra quei piselli. e vocabolar isti come il prof. fa questo lavoro. noi: quando si andava verso la costa della Sicilia. queste reti rivangano il nutrimento dei pesci. Il Montargentaro si allontanava. È una canzoncina d'improvvisatori della Montagna Pistoiese. autore del famoso vocabolario italiano. e io devo pagarti i piselli diciotto soldi il chilo. e sull e coste inospitali della Calabria. e di tratto in tratto vi accostavano la lingua a leccare il buon sapore del sale. e poi hanno il caffè alla ma ttina. quasi tutte donne. "smovendo il fondo del mare. che vergogna!" diceva la donna. La barchetta mi posò sulla riva. Il fatto curioso è che il primo parlare che si fece della montagna pistoiese fu de i linguaioli. Spazzano il mare con le lunghe reti. li riconoscevo come s'erano accostati al mio giaciglio. ment re l'oste mi serviva un'alice con olio e aceto e un bicchier di vino. Andavano essi di porta in porta.s i farà un po' più massiccia". avevano avuto anc he quella d'un estraneo che s'era voluto imbarcare e che soffriva fino a perdere la conoscenza. Quelli sono signori. una borgata della montagn a. Uno di questi motopescherecci. Una donna con un viso antico si mise a leticare con una vecchina che portava da soglia a soglia una sporta di piselli. ed erano i poeti popolari a cantarla. dicendo ch e questo era un sovrano rimedio contro il mal di mare. la galletta e una sarda salata era la nostra razione. Rivedendoli in viso uno per uno. poi lasciavano andare e rimanevano pensierose a guarda re il mare. almeno nelle antologie di scuola. Sabatino mi disse l'ultima parola: "Se vedete il signor Loffredo . e non era proprio un canto. Il Giglio. la portavano nel pugno. Ravvolta in un pezzo di carta gialla. dissi io. I pescatori presso le botteghe s'informarono di me e di come ero arrivato. come chi per seminare rivolta la terra. "Bravi pescatori". ma hanno il motore. forse. Conos cevano di fama l'equipaggio del Montargentaro. il Petrocchi fu invece progressista per quanto riguarda la sua montagna. e poi come entravano e uscivano nella bufera a testa bassa tra gl i scrosci dell'acqua." "Ma". e tra poco non ci sarà più pesce. hanno la rete con gli argani. Vendeva i pis elli a diciotto soldi il chilo. fra i quali molti ripassando il Ponte non hanno più cittadinanza di qua. Tartane e velieri sono in secco. "Che vergogna.

la parlata era a questo modo: "Ora mi viesto. La ve cchia con cui sto parlando. un ingrandimento fotografico del temp o giovane. Trattati da amici. Ella mastica un po' d'in glese e di francese. come questa: "Il bel mese di maggio ritorna . a costo di tutto. Ora l 'infilo la gonnella e viengo giù. e di que i modi. A volte non sanno neppur leggere. curata. Ma già ai piedi della montagna. versi. ricorda ancora qualcuna delle strofe volate un tempo . ho male". Gli cocerò du' ova". C'è fra noi una vecchia donna. sono solidali fino al sacrifìcio. si sente il crollo d'un ramo tagliato nel bosco spoglio d ei castagni. anche il prete scrive. dei loro seni sotto il giacchetto. sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l'orologio del luogo e che fiorisce a primavera lassù. è ancora vivo nella mente di costei. le donne in costume da sciatrici non finiscon o di stupirsi dei loro fianchi stretti dalla cintura. nel loro dado di cemento tinto di turchino. sui cui margini sono trapiantati in bell'ordine i gin epri. C'è ancora brava gente di qua e di là da una strada modernissima e li scia. la noia degl'inglesi. compongono poemi a memoria. la tromba di un'automobile suona alla svolta alternata di strisce b . a esprimersi più per gesti che per parole. come un veterano i suoi compagni di marcia. le tendine dietro i vet ri della porta. E dietro i vetri incrinati c'è un bravo prete che mangia sì e no una pappa. lascia intravedere il dramma della vita familiare ital iana. lo fa ancora. e sotto a ciascun nome il paese. mentre il marito era al lavoro nella miniera di carbone. Fece preparare per primo a una sua nipote due stanze per un cert o signor Pupilli di Milano che fu il primo villeggiante della montagna pistoiese . sorvegliata. un orologio "germanese" che batte forte e sicuro da trentacinque anni. Eppure ella ha girato Parigi. gioventù!" Non ricorda che gioventù. Più sopra c'è una chiesetta di pietra col campa nile pendente. Ohi .pregherò per le galline . in una borgata. e ricorda l'umanità vi va avida e potente dell'emigrazione di quarant'anni fa. spende tutto il suo per restaurare la chiesa e il cimitero.che da volpi e da faine . Ce n'è uno che ha tutto un poema sulla guerra. sick. Ognuno ha il suo modo d'intendere la razza e la discendenza. E oggi. Le macchine vanno e vengono.ra gazzine coi vostri amatori . come li chiamano qui berneschi. ed è curioso che fra toscani i tempi che passano si riconoscono spesso alle parlate. Londra. il passo delle guardie presso le dimore dei signori di Londra. che ridono della vecchia lingua e delle capanne affumicate d'un tempo. e fece arrivare tolette e cassettoni.coronato di rose e di fiori . Qua rant'anni fa nella montagna. nella montagna pistoiese. sbattuta di qua e di là. del loro ventre sotto le b rache alla marinaia. Spesso sono boscaioli e carbonai. e rifà il verso del birraio tedesco. Dice dei meridionali: "Sono buoni. l'America: ricorda le cimici di un albergo di Parigi. e rifà il suo stesso verso di quando era malata e le pareva di non riuscire a dir tutto in inglese: "I am sick. e ha il diritto di dire che la lingua s'è corrotta praticando i fore stieri e leggendo i giornali: tutto il contrario di quello che dicono questi vec chi. avevo letto il manifesto annunziante una gara poetica in cui i nomi dei competitori erano scritti come siamo abituat i a vedere quelli degli attori dei manifesti dei teatri. E i questuanti dell'anime del Pu rgatorio seguitavano: "E per l'ova che mi date . e qualche soldo da parte. ma non toller ano sopracciò. per la quale quarant'anni di emigrazione dopo dieci anni di vita di carbonai sono rappresentati da una casa pulita. dei loro piccoli piedi n egli scarponi. ho male. La lingua è la pat ria. e dai suoi mutamenti si misuravano gli anni che sono passati. gente ingenua. È vienuto il professore. ed è lei a rifare il verso di quella parlata. ohi. e il ve rso del meridionale italiano bracciante.alla porta veniteci aprì". Una strada tra le più belle d'Italia corre tra Pistola e l'Abetone. con due parole ne disegna il carattere.le vi siano riguardate". Il ricordo di questi versi. che contrastano dandosi un tema e rispondendosi in ottave. Ella ricorda i compagni di strada . Quando parla di essere stata male e di non averlo potu to dire nella sua lingua. di ogni regione d'Italia. che scaricava il barile di birra nella sua casetta in Pensilvania. in terra d'America. Questo accadeva verso il 1890. una strada mod erna.tieri". Tutti attorno ridono. batte un'incudine. di questi poeti popolari. si discuteva ancora di lingua tra boscaio li e carbonai. e secondo quello che sentono dire . ma abituata. Gioventù. diceva. Va' a piglia' la legna giù nella stalla. un tappetino d'incerata sul tavolo. Ce ne sono. Si sente suonare una campa na. per tre quarti della sua vita fra stranieri. dicono.

Un tempo l'acquisto dei generi era obbligatorio presso i padroni delle macchie che davano il granoturco e il formaggio a prezzi esorbitanti. in chiesa: gli uomini lontani da anni all'estero. Ogni compagnia ha la capanna. a questo travaglio. Piantato sui pi edi grandi e con le punte aperte. Questa è la salute del carbonaio. alla maniera che chiamano "a b uon Gesù". la compagnia si disperd e. in questo torrente umano. rappresenta un enorme afflusso di popoli tra i pericoli di un'odissea. più di trecento uomini. le speranze diventavano spine . Il garzoncino è un ragazzo di sedici o diciassette anni. dice il vecchio con cui sto parlando. fondamentale è la famiglia. la Calabria. coi gomiti levati sul banco troppo alto. Soltanto una formazione familiare. cari i figli. la casa. in Maremma. che entra veloce nel vivo del paesaggio. a pensarci. "Mia madre morì sei mesi dopo che io ero tornato. come andavano . Venne il tempo delle miniere. dai boschi. finito il lavoro. Ognuno d eve prendere con le sue mani il suo pezzo. prima della protezione sindacale. e li distribuisce in giro. cominciarono le partenz e per l'America e per la Francia. la Co rsica. Ecco che cosa as pettano le donne inginocchiate con gomiti troppo alti sul banco. banditi di strada e profittatori e venditori di carne umana. la testa piccola sullo sviluppo eno rme del tronco largo. Non c'è atteggiamento italiano. è piena di speranza. Cocitori e carbonai si formano in compagnie. lasciando ancora a ntica la vita. il mondo moderno della strada e di pa ssaggio. all'apparenza molto semplice. in Francia. che non nasce da que sta responsabilità. Una volta. dava e dà loro diritto alla vita. la cintura di cuoio nero che stringe loro i fianchi è l'unica loro e leganza mentre stanno in ginocchio. si fanno la capanna di zolle. conoscono la Francia: straviati. . ogni compagnia ha un capoccia. in mezzo alla capanna c'è il fuoco acceso. Partono ancora il giorno dopo i Santi. ma arricchì e alimentò categorie intere di persone per le cui mani passava cotesto lavoro come l'oro. furono mandati a una città lontana cento chilometri. ottant a compagnie di carbonai. Non soltanto. ma il nucleo familiare è la formazione di combat timento dell'italiano: il panorama delle prime lotte del popolo italiano. tutta la persona aperta nell'atto di vibrare u no strumento di lavoro o di gettare un peso. e la sua gioventù di dieci anni da carbonaio. in Australia. veloce. il guadagno vien meno. Vanno. alla quale si può ridurre molta della nostra storia. capace ancora di ridere e di r icordare i vecchi tempi. ge neralmente una cinquantina di compagnie. Il mondo divenuto piccolo e praticab ile. do po trent'anni di assenza". ogni compagnia è di quattro o cinque pers one. poi tre uomini e un garzoncino. guai. in tutta Italia e fuori: conoscono la Maremma. Dove sono gli uomini? Li aspettano. secondo l'ordine. RIOMAGGIORE Suona bene il rivo di Riomaggiore e fa più allegria che il nome stesso del paese. in Sila o in Corsica. quella buon a e quella cattiva. e che è tutto un altro mondo. il mestiere è quello del carbonaio. e s pesso. Se l'altro non ubbidisce. rappresentava una garanzia di difesa dai pericoli. il capoccia gli domanda: "Perché hai saltato? Tu non devi saltare ". la lavorazione va all'aria. E soltanto una tecnica precis a. ma che implica una famili arità con gli elementi. Li arruola un padrone che viene dai boschi della Maremma o della Sardegna. a una banca. come dicono qui. il capoccia fa le p arti del cibo. D ove il carbonaio siede. altr imenti. questa costruzione su cui è tutto l'assalto del popolo italiano da anni. che non riesce a fermarsi per vedersi. ma cinque sono già troppe. Se salta. p er tutti i popoli del mondo la donna è importante e per essa si torna a casa. Il guadagno si spartisce alla fine della stagione. divennero minatori in A merica. Però mai come nella vita italiana questi fatto ri sono decisivi. Il capoccia è il padre della compagnia. antica come il mondo. Nella montagna pistoiese. La partenza è piena di promesse. che cosa sarebbe una partenza? Quando arrivano sul posto. là stende il tovagliolo per mangiarci. e quelli che torneranno ancora di qui a sei m esi. e non deve saltare. la Sardegna. La famiglia. taglia la polenta o il cacio. un tempo. e la banca non esisteva. senza sole. cioè del tempo non controllato. per San Giovanni. Certo. quest'uomo di settant'anni. Dietro a queste spine. Nella chiesa non ci sono che donne. a queste delusioni. per tenere i piedi caldi. tutta la sua salute. Il l avoro italiano non trasformò soltanto la capanna affumicata in un dado di cemento. vestite di nero. dice: "Con le macchine hanno rovinato tutto il mondo". e torna no il 24 di giugno.ianche e nere.

E anche qui era cominciato il lavoro per cui giustamente va famosa la contrada del le Cinque Terre: la scalata della vite alla montagna. chiusa tra il mare e la parete verticale di pietra bruna. un tempo celebre in tutta Europa. Qui il mare batte profondo e cupo tempestando contro la roccia. nemico e intrattabile. Il maremmano conosceva di fama la regione. continuamente all'assalto della terra. Né da destra né d a sinistra nel breve arco dell'approdo si scorge la costa. Questa è la regione della Liguria famosa pel suo vino. la natura delle piante e i sistemi degli uomini. e lava sempre la roccia ch e regge sicura la montagna. mi piacciono i contadini che parlano di regioni remote. per il paese folt o nella valle in pendio. Al contrario di quella arborea dell'I talia meridionale che confonde la cima con l'olmo e il pioppo cui s'appoggia. è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vite di questa cont rada. Anche qui in Maremma la vite era piegata sul filo in modo da frondeggiare contro il salino del vento e riparare il grappo lo. Scavalcando il rivo. forse il p iù stretto fra i paesi italiani. Qui risuona il rivo che ho detto. Così è nelle Cinque Terre. e. e dicono il sito dei luoghi.suona chiaro nel suo letto di pietra per la valle chiusa in cui si raduna l'abit ato. uno famoso si chiama Sciacchetrà. umide di colaticci. avvicina le con trade in una consuetudine primitiva di rapporti che passano i monti e le regioni . apre gli orizzonti. Me la indicò tra i filari come un personaggio. Son dive rsi i vini che vi si producono. una terrazza sull'altra come una scalinata c omposta pietra per pietra e colmata di terra palata per palata. ancora s'immaginano le distanze come nei tempi dei tempi. il rosa delle abitazioni." Questa celebrità contadina . quando viaggiatori e naviganti portavano da terre lontane le piante utili e buone. sono famosi quei di là. Forse l'att itudine italiana alle arti ha inizio nel suo contadino e nel suo lavoratore di t erre. La valle sale ripida verso settentrione incontro ad altre valli che solcano la r egione aspra delle Cinque Terre. nascono dallo strapiombo sul mare . E naturalmente uno dei più diligenti. tra una spall etta e l'altra del rivo incassato in un letto di pietra. di dire a un vignaiuolo de l mio viaggio. chiusa tra i monti e il mare. Lo so. raccolta come una bestia sul suo nato. fra gente che lavora a regola di mestiere. quello big io del muro nudo. Dunque. scendendo giù dalle Cinque Terre. si accordano in quella luce che è densa come in tutte le valli. mi disse indicandomi il colle "è un sistema da Cinque Terre. Basta guardare come l'opera dei campi è bella dove è nata la nostra arte. gli scogli lo chiudon o. Il treno dà accesso al luogo per una stazione tra due gallerie. e mi r accontò come e quando l'aveva avuta. È un lavoro di gen erazioni: un incalcolabile numero di gesti per assestare la pietra della moricci . Passo dietro passo ha costruito per tutti i colli e mo nti attorno un sistema di terrazze. qualche barchino in sec co attesta una piccola vita di pescatori. La s tessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico. scompare sotto le case fatte a cavalcavia. per un sottopassaggio tra le gole di mac igno si raggiunge l'abitato. presso gli arch i e le caverne vuote. Come nei racconti dell'infanzia. spesso là dal mare. l'uomo ha comi nciato la sua ascensione. Questa è sul mare la porta stretta d'uno strettissimo paese. su cui si leva qualche abitazione alta e scarna. e la strettezza a un'armonia addirittura formale. che si stende tra valli e monti per tutt o il massiccio che precede La Spezia. anzi aveva una vite di questa contrada fra le sue. Questi luoghi e colori amò il pitto re Telemaco Signorini. Stretta tra monte e mare. e lo riempie della sua presenza. Il colore crudo della pietra. dal primo gradino formato dallo scoglio che rattiene l'onda. il mare non ha risparmiato neppure un pugno di terra. sfocia in breve nel mare per un delta largo di pietra che è un difficile approdo. Il mare qui è molto inospitale. le scale e i ponticelli danno ingr esso alle case brune e rosa a ridosso del monte sull'altra sponda. il verde della vite. è un'opera dell'in gegno italiano come tanti altri luoghi di una Italia troppo stretta. Parlano guardando l'orizzonte. M'accadde in Maremma. la contrada delle Cinque Terre. un pergolato si stende su un diligente intreccio di fili per tutto il corso dell'acqua. un disegno di fili di f erro regge i tralci della vite. I colli sono nudi d'alberi. "E questo". è un massicc io con cinque paesi che da secoli hanno dato la scalata al monte portando la vit e sino alla vetta. un nome dritto c ome uno sparo.

o in una cupola gigantesca. fortunatamente non fu mandata a effetto. della pietra d'una volta. la cui importanza sta nella sua continuità di vita e d'animo. di riscoprire quello che poteva rimanere di Genova medievale e co munale. e sotto il mantello di qualche trasmigratore è stata portata come un esemplare fidato oltre la stretta catena delle Cinque Terre. un nastro di strada davan ti alla stazione. Il viottolo gira per le pendici fino alla prossima valle. Tra le fratte e i pini marittimi ci si ritro . anche perché dettato dalla somiglianza del terreno dovunque siano sbarcati: si sono dovuti sempre arrampicate. La trovai seguendo una compagnia di ragazze e di giovanotti vestiti a fest a. l'acciottolio della zappa. il miracolo di chi vi camminò sopra. l'ultima torre genovese del Bosforo che di lontano risponde al tronco della torre di Galata. forse non si riguadagnerebbe il carattere antico. Dal punto più alto della città. dal Castellaccio. e poi il tralcio frondoso è adagiato in modo da riparare dal vento bruci ato del mare il segreto dove il grappolo matura. Ricordo.a. verdi. rendeva lieta la brigata dei giovani che andava su e giù pel sentiero or nato di qualche panchina. dall'altro lo strapiombo sul mare. sotto il muro del Sette e Ottocento. del panoramico. La buona vite cui basta poco terreno. Poiché Genova offre monumenti ill ustri quasi per caso. q uasi un ricordo della città costruita nel sasso. Per uno spazio di otto miglia in lungo e in largo. tentativo fedele d'una scalinata celeste. dove pure il suolo è crudo e ha bisogno di piante tenaci. ridenti. non gravita intorno ad essi. fino a settecento metri di al tezza. e alla svolta un viottolo a mezza costa del monte. una galleria nella roccia. è piantata nel mezzo della chiesa dove soli tamente si leva la cupola. qualche agave. Questo sentimento di spazio. dove il salino pure minaccia le piante. il mare grande. porsi tra monte e mare. e non è strano che molt i viaggiatori li abbiano sfiorati senza capirli. qualche pianta smagrita dal libeccio. i monti delle Cinque Terre si levano col sistema loro di terrazze innumer evoli. ugualmente impraticabile come la valle stretta. anche la passeggiata di Riomaggiore è ang usta. si perderebbe quello nu ovo che è singolare. da un lato la parete scoscesa del colle coronato di viti. quand'uno è costretto in poco spazio. Un passaggio tra pietre. si può st udiare bene la struttura di Genova. dal muro a strisce bianche e nere dell'anno Mille fino al palazzo floreale della Borsa. è dive nuta famosa. e si stende in un fondo compatto il tonfo uniforme del mare. S i può immaginare quale fosse Genova nel suo tempo comunale mettendo insieme i rico rdi genovesi disseminati nel Mediterraneo fino al Mar Nero: la pietra scabra. e lo stesso aspetto dei magazzini che si vedono ancora oggi a Costantinopoli. si potrebbero tradurre in suono: un sibilo lungo echeggiante da valle a valle nella solitudine in cui rompe preciso lo schioccare della forbi ce del potatore. costruiti come fortilizi. senza più sp azio di quello che la città concede a una qualunque abitazione. De ve rimanere assai poco. la torre domina cilindrica come un silo. tarchiata e nocchiuta come un vecchi o italico resistente al lavoro. in una brumosa matti na di primavera. libe ro. e pareva una passeggiata intorno al bastione d'una fortezza. versarvi la terra trasportata dalle donne cofano dietro cofano. Come in una grandiosa scena di teatro. Questa un iformità dello stile dei genovesi è il loro carattere più vecchio. Era come voler mettere ordine i n un blocco unito atteggiato nella sua architettura dalla natura e dal tempo. COLORI DI GENOVA Il carattere e la struttura di Genova sono fra i più gelosi. scalette strettissime per la china rendono praticabile quest'opera e raggiungono le case solitarie tra i vigneti sulla cima del monte. e t utti i suoi monumenti sono schierati lungo lo scoglio cui è aggrappata. intrecciarvi sopra il filo di ferro in modo che la montagna tutta e le alt re son coperte da questa ragnatela su cui ogni anno si stende il tralcio nuovo e si lega. hanno il movime nto d'una spirale. qu el tanto di ciclopico che l'architettura genovese ha portato fino alla Crimea. delicata come una donna dei paesi del sole. L'idea che balenò qu alche anno fa. ma li comprende tutti. nelle più antiche chiese geno vesi la cupola è tutt'uno col campanile. piantarvi la vite. In tutto quello che è architettura genovese v'è un'estetica del perpendicolare. In una lotta così esatta con la strettura. La vecchia ebbrezza del vino no n ha una storia più faticosa di questa da cui son nati e hanno prosperato cinque p aesi. che fa ricordare. non s'è fermata a una stagione della propria vita né a un tempo né a un costume.

sul cielo. rifanno aspetti di vita simili fra loro. Ho detto che Genova ha in sé il tema di molti luoghi e di tutte le città marinare de l Mediterraneo.".. quasi irreale. le finestre lunghissime e stret te. e viene a mente come in un altro porto l ontano lo stesso odore si mescoli alla nebbia e al fumo del carbone. si respira il forte odore del porto. solo qu alche cupola emerge come su uno specchio. scorre per i pendii come un fiume. bastioni. A un certo punto l'architettura piemontese si fa sentire. di semplice lusso. al punto da ricordare un'altra curiosità architettonica. traversando un po nte. leggero. i colori li distinguono. L'ardesia grigia e azzurra dei tetti de lla città forma un lastrico compatto che si alza e si abbassa a seconda del terren o. vi ricordate di cento altri luoghi diversi. un modo di abitare che si s omigliano nei luoghi più diversi del Mediterraneo: forse per questo a chi viaggia sembra che i vecchi luoghi sul mare siano stati sotto un solo impero. edifizi stretti e alti. queste decorazioni danno l'impressione di scenari del Settecento. Dovunque vadano. anche la più modesta.. un gruppo di scolari ripete la lezione per gli esami: "Quand o si determina il rialzo dei prezzi. Essa appartiene all'internazionale dei paesi marini . la città non è più che un'ultima casa bassa. v'è una forma di costruzione. Che ci sia una spianata e si allineano quattro o cinque enormi cubi da città m odernissima e piana. Dai pianerottoli. muraglioni. all'improvviso. ma in Liguria tutto questo è svolto in grande. come i n quella piazza e chiesa Carignano. ques ti edifizi si puntellano l'uno con l'altro. fin verso Amalfi. i tetti sembran o quasi aiutarsi a salire. edifizi che da una parte son di sette piani. tempo del teatro e delle grandi fortune marinare. un vicolo stretto fra due mur iccioli. o che proprio la loro scelta cada su terre difficili per la necessità di abitare gli approdi. fin dove. di sette o otto piani. Dovendo pro fittare di tutti i capricci del terreno. come si vede. sul mare. è sospeso in alto come a una gru. come per un vago odore o ric ordo o suono. si scorge il qua rtiere sottostante con le sue convergenze di scale. V'è qualcosa della nave nel loro disporre i paesi. dando il senso di un'altura resa prati cabile in cui alla fine ogni accidenza del terreno è sfruttata a scopi di architet tura. e il cubo monotono della casa moderna che richiama alla memoria città orizzontali. nella luce de lla sera. se ne vedono lungo la costa del Tirreno. le rotonde dei muraglioni ch . un orto. A Genova e in Liguria si trova poi una forma di città e di abitazione che ne lla costiera napoletana è appena accennata: la casa altissima lungo i porti e gli approdi. superfici lisce. Questo mi parve curioso a Porto d'Ischia. il rosso e il rosa sono i colori delle loro c ase. tutto dipinto. cor nicioni. con la bizzarria degli edifizi intorno a cui corre e serpeggia la medesima strada che li tocca al pian terreno e giran do li sovrasta all'ultimo. poi le strade che dividono questi edifizi sfogano da una pa rte e dall'altra su un panorama di tetti più bassi. torri castelli e fortezze ricordano i mag azzini. più oltre appare una strada. tra la gente migliore. e questi ricordano quelli. e più su s embrano di un piano solo. V'è un senso di vicinanza nelle facciate strette e nelle finestre vicine. che a certe ore. ma decorate spesso di false prospettive. Hanno vivi colori. ne è una capitale. Genova si configura nelle forme più diver se. i grattacieli del porto di N uova York. perde il senso del volume e non è più che colore e illusione di scena. La ristrettezza dello spazio impone dovunque le sue necessità. Paesi arrampicati sul declivio del monte.va come quei gruppi che nelle vecchie carte panoramiche siedono fra gli svolazzi del titolo: un bimbo raccatta sassi. Dal più alto al più basso. Stando a Genova. stranissima al primo vedere: sembrano enormi vocabolari allineati. ma senza quasi dislivelli repentini. lontano. che ricorda vecchie città del nord. in alt o. ma una grande città costruita tutta a questo modo diventa un capolavoro. e sulla ripa di Genova si allineano i grattacieli come li poteva concepire il Sette e l'Ottocento. quando lo vidi la prima volta. archi. è difficile scorgere una strada o la facciata d'una costruzione. una razza unica cui è difficile assegnare altro ceppo che il mare. tra casa e casa a un tratto appare il mar e. lastricato nel mezzo di mattoni rossi disposti per taglio. una ragazza col suo cane segue l'entrata d elle navi in porto. Anche sulla costiera di Amalfi l'architettura popolare si adatta alla monta gna colle sue scale lunghe come viottoli. finestre con gente affacciata. bugnature. sembra precipitare in disordine negli avvallamenti. Esiste nel profondo de lla vita del Mediterraneo. Così il parallelepipedo della casa prende un colore teatrale. con un'uscita sotto e una sopra.

come nel Sestiere di Porteria. di mercato settimanale. bolognese o napoletana o lombarda. in Piazza Sarzano. non si scorge aperto che un quartiere per volta. e ad aggirarvisi prova l'impressione d i esser fuori e nello stesso tempo in un interno. la strada è coperta. strade c he ricominciano sempre daccapo. e il senso di ritrovo di ragazzi di sera chiass osa. in cui la luce filtra con un colore marino. E mi pareva di sentirlo cantare. Gl'interni sono la continuazione della vita della strada. a triangoli. l'ho sognata. diventò un gran sim bolo. là è il più vecchio colore d i Genova. come i contadini e i pastori all'alba. come è il popolo. quello che sovrast a la chiesa dello stesso nome. Da lle luci sfolgoranti dei luoghi alti si passa a luci di acquario. Raramente accade di sognare una cit tà. i vestiti all'ul tima moda. una galleria coperta. interni. il giardinetto col basilico. Mi riapparve l'Arcangelo San Michele. con un forcone divenuto lancia tiene a bada il diavolo serpente ai suoi pie di. menta. lunghe . quest'angelo mi appariva come la resurrezione d'un mondo sulle rovine di quello vecchio. danno in grandi stanze profonde. meglio. di piccoli monumenti arcaici imprigionati tra costruzioni del Sette e dell 'Ottocento come è raro vedere altrove: la misura antica contenuta nella popolosità e smisuratezza moderne. ma meg lio. tutto quello che avevo veduto il giorno si legava a lui. il mondo trascors o era un grande deposito di favole umane. raggiungono il pianerottolo. tutt'uno i popo li e le civiltà. così accade di sentire leggendo un verso classico magro e t emprato nella sovrabbondanza di una prosa recente. come succede a chi va in montagna. come l'architettura di questi luoghi imparò dagli ac quedotti romani. sempre o quasi sempre a livello di una strada più alta. perché la vecchia piazza pop olare italiana. è un arcangelo dal viso di contadino adolescente. fino a Sotto Ripa dove si sente. giovane. È come un grande palazzo diviso . molto in alto. nel portico schiacciato . ed egli. le terrazze delle case. . veniva su da quelle annunciazioni improvvise con cui il popolo a un certo punto ridà l'avvio all'arte . il sole vi si fa strada a fette. un acquedotto divenuto modello d'un'architettura sacra. le piante odorose che condiscono la cucina genovese. Basta che si apra una piazza su una dimensione sufficiente del terre no. come si sente il peso d'una roccia e d'una grotta su l mare. Ora. il giallo e il rosso. o il palazzo Doria. È difficile dominare la città. ma nello stesso tempo sembra di aggirarsi in un interno. in ombra. ma questo a me accadeva naturalmente. Qui si ha il senso della vecchia città. intima come una casa. più in alto di quanto si pens i. Si è sicuri di percorrere una strad a. le religioni tutt'una. quando tutto è morto e tutto ricomincia. edifiz i contenuti fra altri edifizi come in una custodia: la chiesa di San Matteo. Sul grigio pan orama dei tetti. e l'Italia il punto di convegno di tutte le favole. e ogni cosa si rivelava con l'improvvisa facilità con cui i sogni apro no il senso della verità. Chi s'è trovato qualche volta in un palcoscenic o su cui è disposta la scena di una strada. c ome se entrasse da finestre in un luogo chiuso. il peso della città intero. Quello che avevo veduto il giorno prendeva senso da questa memori a notturna. Cento altre chiese e palazzi di Genova sono tra gr andi edifizi che sembrano coprire cotesti monumenti quasi col loro stesso tetto. Dove lo spazio si restringe. riassunto delle cucine del Me diterraneo. tanto che è causa di c ontinuo stupore vedere aprirsi in questa incredibile dimensione porte e androni. c ol viso di tutti gli adolescenti dell'arte primitiva. c'è una pennellata di verde. uscendo dagli ascensori che trivellano la roccia. porta un gran mondo nel pu gno. può dire se non è la medesima impr essione che dà Genova nella sua parte più vecchia. Sugli spiazzi elevati tra i muraglioni appaiono d'improvviso. un'umanità indaffarata. del la Spina. più si sale e più si chi ude il lastricato dei tetti. quasi vie naturali che immettano in un regno di natura sulla cima di u n monte. dagli spiragli fra casa e casa. d'un canto antico e primaverile. appaia coi suoi colori stinti e tenaci. da questo impiego d'un tema antico.e arginano uno sprone del monte e formano un nuovo principio di strade. MEMORIA DI LUCCA Ho veduto Lucca e poi. ricciuto e paffuto guarda il mondo. Vi sono edifizi dove le scale seguono nell'interno la pendenza del monte. dall'alto del timpano della chiesa a più o rdini di colonne sovrapposte. cortiletti. quest'angelo dal viso né adulto né giovane. Piazzette nelle piazze. quello che essa possiede in modo unico. dritte. In breve. come se nel sogno potessi ravvisarla e c apirla meglio.

di esser cittadini del mondo universale. Lucca trovò queste cose a l primo stadio della sua ispirazione. sulla soglia delle cattedrali ricorda l'a ntichità e le favole perenni del mondo. Il mondo era stato fondato per sempre con gli antichi: v'era un sol modo di atte ggiare le passioni. il mondo antico è come il presentimento del mondo nuovo. come un mondo di passioni e di fatti fermi sui qu ali si ricalcava ogni altro avvenimento: la necessità. maturare. che non cerca l'universalità in una misura com une che si accetta o si dimentica. guai a lei se si arrende. marzo alla potatura. Dante qui m'era vivo presso la sua casa di Gentucca più che in ogni altro l uogo della Toscana. Tutto vi assume un colore di mitologia. Lucca è rimasta a quella fioritura. è ricorda to alle soglie della nuova religione come è alle soglie del viaggio dantesco. febbrai o all'amo. un'architettura ferma pressappoco al tempo di Dante. una sola epoca. e tuttavia avev a trovato il tono giusto. costumi. Lucca è una città che ha il segreto di molti fatti italiani. e alla fondazione d'una chiesa non trovava stra no ricordare le favole pagane. s'ha l'impressione di aver visitato quell'umanità.Infine. d'una discendenza e d'una storia anche nelle passioni dell'uomo. questo. il segno del potere degli italiani a ridurre il mondo alla loro misura? Civiltà difficile a tutti. era il nuovo. Tutto questo è chiar o e vivo a Lucca. col disegno d'un acquedotto costruiva una chiesa. Su una colonna del portico del Duomo. paesi. ma che vive della propria tipicità. lo stesso sen timento del mondo ch'ebbe Dante. la cui v italità può rimanere più o meno nascosta. e in questa contaminazione. novembre all'aratro. e nei nuovi sentimenti la grandezza di quelli vecchi. da cui nacque la stessa architettura romana del Rinasc imento. e una scritta dice pressappoco: "Questa è la forma del famoso labirinto di Creta". una civiltà nata dalla più stretta aderenza all'uomo e alla natura. che lo abbraccia tutto e vi si riconosce. chiusa talvolta come un'entità particolare e lo cale. riducendole al suo senso. e non soltanto perché qui amò una donna di carne. Non sembra di leggere an cora Dante? Non è lui il gran costruttore di cattedrali. gennaio con la conocchia. ma perché qui ma ggiormente è il colore e l'ingegno del tempo suo. dopo di che quasi non costruì più c hiese né palazzi né torri né santi. comunale. differenze. quella che allo stesso modo si riallacciò alla paganità e che dai monumenti superstiti trasse i motivi per le sue nuove costruzioni. ad aprire. ma lo schema della bellezza e dell'armonia nell'arte sarà sempre suo. dicembre tra i boschi a caccia. aveva un solo accento e nuovissimo sempre per cantar e queste cose. Esso è qua come nell'opera di Dante. Lucca non mi apparve come una di quelle città dove l'arte ha la sua parabo la tra crescere. Virgilio e Davide. il medioevo italiano ne compì la parabola facendo lo stesso per la romanità e per l'antichità mediterranea: profeti ebraici e grandi poeti romani. C'è la stessa audacia. non aver vissuto invano. Questa è la posizione dell'italiano nel mondo umano. È un m odo. infine. i libri d i quel tempo. aprile a cavallo e un fiore tra le dita. Una civiltà rimasta interna. varietà. traversie dell'uscita d'Israele e favole d'Ercole e di Minosse. anche le operazioni quotidiane. cioè la capacità di assorbire molte cose del mondo senza lasciarsene turbare. quando mescolò l'antichità al tempo suo. eguagliandole a se s tessa. terriera. ingrandire. per cui esiste una sola stagione. e l'architettura lo stesso. d'essere universali e civili. dopo averla visitata. Essa coincide con le qualità più profonde e naturali dello spirito u mano che nell'arte si vuol sublimare. allo stesso modo il Cristianesimo si servì della Bibbia. diventa un fat to coloniale. un disegno s ulla pietra c'informa del Labirinto. i fatti umani avevano un sol corso e una determinazione quas i fatali. tra la Deposizione dalla Croce e la Carità d i San Martino ricorda i dodici mesi dell'anno. che dalla assoluta contemplazione di essi tocca le magg . trova r parentele ed echi nei mondi scomparsi. la vecchia religione non è altro che un regno non ancora toccato dalla grazia e sta alle soglie della fede come il labirinto inciso sulla colonna del Duomo di Lucca . è la sua predestinazione. non cercò di superare se stessa. essa il par agone migliore. morire. C atone ed Ezechiele. aboli va le distanze. ma piuttosto una città al punto più alto del geni o popolare. creando su gli antichi i nuovi miti. ottobre sul tino. la grandezza del mondo nuovo era tutta nel fatto che potesse assomigli are ai grandi temi antichi. quando si conquista intera potrà tardare il giorno della sua gloria. quella in cui la c iviltà italiana era naturalmente l'erede d'ogni cosa che avesse senso umano. quando questo era un modo di vivere e di c redere. era il mondo nuovo che al suo nascer e ricordava i drammi dell'umanità.

Dietro a questi le vecchie tavo le delle Madonne tra putti nudi. "Morte immortale". al contrario dell'arte italiana che dà per misura l'uomo. Mi parve questo. quando un nuov o accento dell'arte nasce nel mondo. Giusto il Santo Volto col suo terribile aspetto. col giglio fiorito. tutto nell'atto più bello dei fatti umani che è il principio . Q uel senso di sbigottimento che nel settentrione è dato dalle infinite Danze Macabr e.iori altezze: è un antropomorfismo con cui non ha nulla da fare gran parte dell'ar te moderna che taglia agli uomini i legami con l'originarietà per farne manichini di idee e di religioni che rinnegano l'uomo qual è e volendolo elevare lo umiliano . Chiunque è passato di qui è venuto a visitare Ilar ia. Tra i frammenti sparsi nel muse o di Lucca v'indicano lo stemma d'Ilaria. sulle ginocchia rigid e che sole attestano la pesantezza della morte. Amò. È un fatto che i santi di allora nessuno più li prega. leggerezza. Ma poi. C'è il sapore di cen ere di tutta la poesia italiana. non più grandi d'un metro quadrato. dice in greco una lapide del Duomo di Lucca. come una visita di dovere. tutta Lucca ve lo ricorda. e poi la nascita dell'industrialismo in I . nelle solite cornici dorate: la Madonna dal profilo emaciato e dalle grandi lacrime tonde che paion di vetro. i capelli ben pettinati. da noi lo dà lo spettacolo perenne della vita che vuol vincere il tempo. un a donna per cui s'è compiuto il miracolo della morte immortale. I VETRI Uno dei fatti più nuovi dell'Italia d'oggi. e i grandi paesaggi. Ed eccola sospesa nella fantasia degli uom ini. annullamento. della forza. l'occhio di chi non ha veduto nulla. È composta come in un sonetto del Petrarca. i Santi dal mantello turchino e g iallo. Perché non si vedono i piedi? La veste è tirata sui piedi come il lino d elle antiche statue sacerdotali. ognuno che è entrato qui s'è seduto sul banco lungo la parete a guardarla. al gran Jacopo. dalla rapprese ntazione d'un breve attimo umano ricava i misteri profondi. chiuso nella sua cappella come in un antro sibillino. il compendio di tutto lo sforzo i taliano. Prima di tutto c'è lo spettacolo di come l'italiano si trasforma a co ntatto con la vita organizzata e collettiva. tutta lei è la testimonianza d'un ingegno che da un fatto naturale. cari alle oleografie. e un medesimo pudore. Lungi dallo sfigurarvi. soltanto la s ua fine è l'episodio più importante del suo passaggio sulla terra. egli trema ad atteggiarle la veste: là dove le gambe si stendono. a Lucca. Il cane ai suoi piedi leva il muso interrogativo. Antich i poeti. e sembrerebbe uno di quegli adolescenti pag ani se la sua non fosse l'adolescenza perpetua delle spose di un tempo. andando di chiesa in chiesa. il quale cert o la immaginò più che ritirarla. non segue la lunghezza delle gambe. forse in quel solo punto gli fu lecito contemplarla . donano all'ambiente e a l paese. L'occhio n on si sazia mai di percorrere questi punti dove è il segreto d'una vita e di un'ar te. EMPOLI. come raggi che sfiorano il centro d ella sua vita di madre. Tutto è composto nell'atto della vita e della grazia. non ne delinea la struttura carnale. e pare di leggere in quegli angeli l'attenzione dell'artista. fragilità. Porta una ghirlanda s ulla testa. è lo sviluppo delle industrie in paesi v ecchi. La gloria è la gran droga italiana. eccolo che ancora una volta ricorda la fant asia tra popolare e classica italiana. che non è dei meno interessanti: egli porta sempre qualcosa dell'artigiano. Ma all 'alba. Il pudore dell'artista si confonde col suo pudore. ma si avvolge dal piede sinistro al piede destro confondendo lo stampo del corpo. il segno più ermetico. Si capisce come ad ognuno di questi accenti qualsiasi pellegrino abbia trovato l'accento d'una nuova gioventù. angeli né tristi né lieti reggono la ghirlanda intorno al suo sarcofago. Santi in contemplazione. come il lino dei pontefici in trono. Sorride? Pensa? Vede entro di sé? Ha l'occhio come un fiore chiuso e mai sboccia to. antiche pietre. a un tratto. del la gioventù. fu sposa. lo fanno risal tare meglio. che si domandano quale simbolo chiuda. È un a ttimo. che dalla esattezza della verità trae qualcosa di attonito. e per esempio in Toscana. e forse soltanto sogguarda le pieghe de lla veste che convergono al seno e al petto. Solo in questo punto della morte fu affidata a un artista. IL POPOLO. Là presso giace colei che fu chiamata fino a ieri Ilaria del Carretto. la veste è drappeggiata come una c oltre di pudore. il principio d'un nuovo canto. la piccola scena di un attimo. è sospesa come sul pun to di dormire o di annegare. ebbe figli. notai che ai piedi delle vecchie ta vole degli altari erano state erette altre immagini più moderne. e anziché sopraffare il vecchio colore d'una vecchia vita.

Mi chiese anch e notizie di Prato. La razza vuol p ur dire. In quella venne avanti un ciabattino. "venite pe r l'appunto da Roma: come corre il Tevere? Io ci manco dal 1885. di vec chi caffè. vi si attardavano donne coi bambini in braccio. Per chi detesta la spocchia di certa vita moderna tutta nel parere quel che non si è. una colonia estiva. giacché viaggiavo. la sua lotta. e l'atteggiamento di chi tira i due capi dello spago nelle braccia u n po' discoste. le donne cuciono sui balconi. noi l'Italia fummo abituati a c onsiderarla così: si rimpiansero i più abili artefici e artigiani d'Europa. un cam po di gioco. i manifesti che laggiù sono più larghi e coloriti. col fare filosofico dei "ciaba" di tutti i paesi del mondo. e questo lavoro senza volto. come era considerato il lavoro industriale. riprende il suo vecchio potere. qua ndo era ancora fresco. con lo stesso color verde che ha a Firenze. Ecco che cosa può pensare un uomo solitario sulla spalletta d'un fiume. perché quella funzione torni in pieno. I carrettini dei fiaschi da impagliare sono fermi davanti alle porte. quattro donne di marmo sorridono nude. di mescite di vino. il popolo s'è fatto la sua decorazione per la vita quotidiana. Perf ino i prodotti a serie dei magazzini sembrano appesi a un albero di cuccagna.talia non è quella cosa nuova e strana che s'è creduta per un pezzo. fatti di botteghe sotto i portici. e sott o un calice di marmo grondante acqua. E che dire di quest'insegna che porta scritto "Bazar fantastico"? Empoli è in piano. a vederne alcuni ancora aperti. perché in conclusione. d'insegne che avevano portato qualche cosa di artis ticamente popolare nello zinco verniciato. sarà una torre. Non è più la nudità d'un tempo. questo m ercato quotidiano che ricorda da vicino la vita. Basta tuttavia che la società si organizzi su un dato schema. Ci s'imbatte a un certo p unto nell'Arno. A Empoli mi accadde di pensare a queste cose davanti al suo vecchio Duomo. Mi domandò se fossi venuto a E mpoli per lavorare. è già la nudità moderna che ricorda la camera da letto. di tutto il mangiare semplice. di vecchi vasi. Qualche cosa però non era andato perduto. il contado. Si starebbe delle ore qua in mezzo. Il tramonto rosso e il perdersi del fiume nel piano ricordano il mare. Si dilungano laggiù i quartieri degli operai. Sulla s palletta del fiume c'era un uomo seduto a guardare. Al tempo del gr ande artigianato e delle vecchie corporazioni. e ho sempre pen sato se corre più il Tevere o l'Arno. ma non di più lontano. Gl' impresari cambiano. e riacquistano il vecchio prestigio dell'infanzia. E non era più l'Italia quella div enuta soltanto agricola e che aveva abbandonato ogni ambizione civile. la tendenza è la stessa. in Italia tutto si concluderebbe in architettura e in arte. queste osterie a ogni passo che spengono l'arsura della strada polv erosa. e il contadino nei campi contigui non ha finito mai di lavorare. Il popo lo intorno a questi nuclei formò i suoi. Aspettavo qualcuno per domandarglielo". ma sono arrivato in tempo. I fuori porta si vedono dalle sue strade dritte tra balenii di biciclette che si confondono con quelli delle foglie degli olmi prese da un lung o tremito come se pullulassero. saputo che venivo da Roma: "Oh". E poi le merci sulla strada. come altrove "tout fini t par des chansons". Su un banco del fiume all'asciutto giocano i ragazzi . è u n meritato riposo. e si correrebbe non so quanto al ric hiamo di questo vino dal sapore di vecchie rose. Nacquero perciò tanti monumenti senza scopo. perché Empoli ha almeno una quin dicina di fabbriche di vetri. i mer cati. e cioè la capac ità del lavoro a crearsi i suoi monumenti e le sue testimonianze come l'avevano av uta un tempo i tintori o i lanieri. e la vita si riannoda al vecchio filo. D'estate i vetrai son chiusi. che imitavano nell'apparenza le vecchie logge e i vecchi palazzi d'arte. ma si to rse il muso davanti ai fumaioli delle fabbriche. Non sa ranno più i palazzi dell'Arte d'un tempo. una fo ntana ricorda la munificenza d'un signore che dotò la città d'acqua potabile. le città ebbero centri nati da quel l'assetto. e la polvere. e poi. mi disse. come se tutto questo fosse l'annunzio d'una fiera e d'un Luna Park. C'è un modo di disporre e di mostrare le cose del vivere che ha della compos izione. e i richiami delle trippe e della zampa. Di sera sono aperte le finestre. I rag azzi giocavano in piazza. il grande nuovo articolo che preparava una vetreria era uno spet . In mancanza d'altro. a prender aria. poi divennero i musei di quel lavoro. che ritrovi in qual che modo la sua attitudine naturale. e nulla è tanto eterogeneo che non entri in quest'atmosfera che è pur dura e di lotta. gli steccati gialli di qualche cam po sportivo. ci sono i santi agli angoli. le insegne e le merci.

le bottiglie. che è tutto dire per un'operazione delle più faticose. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola.tacolo di partita di calcio. separati da muriccioli tra magazzini confinanti. Ecco cose fatte per con sumarsi. a perdita d'occhio. la testa di vetro bianco. Questo un gran m agazzino di tali manifatture: c'erano rose. Appeso in basso a una lung a canna si gonfia come una nota profonda il bottiglione. Passano i tempi. Ancora una volta penso per esempio a una grandinata su ques ti vetri. il ritmo del le canne lunghe disegna fra uomo e uomo. e questo bicchiere. si disperde perfino la traccia della pianta d'una città. quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case. Sembra un grande concerto che non arriva a esprimersi altro che in fo rme rotonde. si sono rotti per uno che ha varcato il tempo. e trecento di vetro artistico. questo pupazzo. Paiono orti di grosse zucche. tra i potenti ventilatori e le finestre. che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali. e gli ospedali. il gruppo degl i operai sta raccolto in mezzo. sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano. o di paesi visitati. Dev'esser la stessa l'emi ssione del fiato. Soli e insieme. e fra l'uno e l'altro n on v'è che un'oscillazione media di venti grammi di peso. col gesso. A un certo punto vien quasi il panico di quella estrema deperibilità. pressappoco come quella cornetta del jazz che pare riesca a stento a gonfiare una palla di gomma ficcata nel padiglione. ognuno di quegli oggetti ricordava un amb iente. gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine. tant'è vero che ogni esemplare è uniforme. la bottiglia della camera d'albergo. paiono delle bambine con la testina e il collaretto. È un m ondo assai precario. con tutti i toni del verde. ognuno col suo grumo incandescente che p assa attraverso tutti i colori e le forme. per generazione. nasce come un frutto duro e verde. questo vaso. viaggia. e le razze diverse erano i diversi colori d'ognuno sotto le stesse forme. C'erano violente simpatie e antipatie. accompagna la vita. d i travi e d'assi. fra solitudine e solitudine. s'infiamma a mano a mano che prende più aria. le oliere all'infinito. il bicchiere dell'osteria. gli ornamenti dei salotti. dura in qualche lembo di terra. il forno del ve tro è come un gran calamaio cui attingono tutti. la maglia di colore. antichissime. Oggi escono da ognun a di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno. come d'un'antica fabbrica o d'un'antica chiesa. crollano monumenti di pietra. ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi . Ma in un altro magazzino chiuso. altre oliere da trespo lo. della nostra infanzia. sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidi ane degli operai. va si e lampade. forme che furono dei Fenici. coi loro turaccioli. a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi. ripetute all'i nfinito da tanti anni e secoli. all'infinito. dell a vita. le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri. e su questo tema. erano disposti i giocatori. C'è la solitudine del lavoro individuale e insieme un colore di vecchia comunità intenta a un lavoro che ha perfino del gioco. i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie. Ma forse in questo contrasto sta tutto il fascin o di questo spettacolo. o veduti in qualche museo. si ferma in qua lche angolo ignorato. ricordo d'una civiltà. aprivano bocche mostruose o sembravano pezzi d'anatomia. a migliaia. Su una tavola disegnata al modo dei campi di gioco. si colora come una bolla. mentre dall'altra parte le bottiglie striminzite e verdi da un quarto di litro fanno un altro suono di . una coinci denza di linee e un gioco di rette ripetendo il ritmo convergente delle assi del soffitto. e in circolo ognuno si dispone co n la sua canna. E i vasi per fiori. qui acqui stano quasi aspetti di tribù. A un tratto questa di vetro mi se mbra come un'umanità: corre il mondo. Fuori. i cestini da viaggio. su una tabella. i comodini da notte. eppure esistono vetri di mille e duemila anni di vita diseppelliti dall a terra dove hanno dormito per secoli. e il naso e lo stemma della loro squadra erano le cose più rilevanti. È come se concertassero degli strumenti. Il soffitto è altissimo. fiori e frutti di tutti i colori. S'immagina quanti esemplari. La fragilità del vetro è una cosa di cui bisogna ricordarsi ad ogni mo mento. dietro l'ispirazione d'un artigiano ignoto che t rovò quella prima misura all'emissione del fiato nella canna. E si scorgevano vecchie forme. le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tas toni. di alcuni n on rimane che un ricordo vago. abituati come siamo ad essere circondati di cose non fragili.

nella profondità si fuser o. dà uno squa rcio atterrito. in cima a un bastone bruciacc hiato. le cime dei monti into rno sono gremite di spettatori accorsi da ogni parte. Fra p oco. da quegl'indizi che non tradiscono mai il suo occhio esperto che ha con la pietra la stessa confiden za del contadino verso le piante e la terra. È questo uno dei più stretti rapporti d ell'uomo con gli elementi. I giornali avranno annunziato lo spettacolo. il ragazz o stacca il dippiù. la portentosa musica del marmo che chi non l'ha udita non può figurarsela. si lacera come un cratere. Una macchia troppo forte di nero. Il quale passa nelle sue mani attraverso tutte le forme. rimane un attimo lungo in quello straordinario atteggiamento c he ricorda la sofferenza di un parto immane. l'aiuto d'un compasso di legno per le misure e per aprire e regolare le corolle del vetro. L'esperienza gli dice che ogni masso giace nella montagna in forma di rombo pressappoco come una forma tombale . e che nessuna pr eparazione scientifica può eguagliare. poi le montagne sorte dagli abissi marini compressero questi blocchi. come una pianta che vedesse ingrandire enormemente un frutto. quando si sarà diradata la nube di fumo. Dal colore d'una superficie indovina quello che c'è sotto. il ragazzo vi salda un ornamento. più o meno intensa. i ragazzi portano al forno della tempera i recipienti finiti in cui alegg ia ancora l'ultima fiammella e fa sprizzare scintille dal bastone. come un riepilogo rapido di tutta un a discendenza di volumi geometrici. A volte. ripetend o nelle venature del marmo le ramificazioni delle piante. si vela tuonando in un nembo di fumo e di polvere. o dalla parte di t ramontana. altrove le piante incarbonite macchiarono trop po il marmo. lo stesso soffiatore è compreso di quel volume che nasce al s uo fiato. da un masso considerevole. se ne trae soltanto un piccolo blocco. di cui non si sente a tratti che lo sgrigliolio dello stac co del vetro. e da q uesto connubio della vita marina e vegetale nacque il marmo. l'alta pressione le formò in blocchi. come s e fosse stato disposto con ordine in una scatola. crolla poi come una nube. queste sommità erano coperte dal mare: miliardi di conchiglie si impas tarono alle materie organiche trascinate dalle correnti. si consolidarono. La scienza del cavatore è lunga come la vita di questa pietra. spesso egli si serv e degli stessi metodi che servirono ai romani. Sono questi gl'incerti del cavatore. e questo è appena il principio della sua scienza. Raramente accade di ammirar tanto l'uomo come in questo rapporto con la pietra. Questa stessa musica. marmorizzarsi s otto il suo fiato le grandi bolle verdi. dalla direzione delle f enditure del masso intuisce il metodo di cavarlo. ancor molle. una di quelle grosse mine da qualche q uintale d'esplosivo. e dove la materia era meno compa tta la incrinarono col loro peso. si amalgamarono. A tratti. l'esperienza. Le bottiglie stanno nel forno a indurire e sembrano pani. il ragazzo gli sta attorno c ome in uno di quegli esercizi perfetti di acrobazia che vediamo sui palcoscenici . e bisogna purgarlo. al piatto. si vede la montagna gonfiarsi come un petto forte sotto un respiro poderoso. dalla conformazione. o del principio di quei metodi. gravitare.questa musica acuto. che ogni masso è inclinato dalla parte della levata del sole. nella sua forma. Per un pezzo la vallata risuona del rotolare dei massi e dei detri ti. Furono come correnti troppo dense. di laceramenti dell'aria. Il marmo è il risultato del lavoro di secoli. egli ha trovato la di rezione del pelo del masso come per un tessuto. in cui conta la razza. che ha il privilegio d'u n piccolo inserviente. accompagna la vita dei cavatori nelle va lli bianche. U . o strati di quarzo più compatti resero più fragile la superficie del mi nerale. una striscia di quarzo più accentuata minacciano la durabilità del masso. perché raramente egli ricorre al le grosse mine. sta quasi da parte un lavoratore di fino. di scoppi. IL MARMO Quando scoppia una mina sui monti Apuani. e solo quando si ripromette la scoperta d'un banco considerevole . una lapide come lo chiamano. che dallo scoppio giudica l'importanza dell'operazione. In quest a orchestra di forme. e s omiglia a una di quelle giornate d'artiglieria in guerra con la sua sinfonia di schegge. il ragazzo vi aggiunge il piedino. In qualche luogo è il propri etario della cava. dal globo alla coppa. altrimenti egli sa che il marmo si cava pazientemente. egli vedrà forse scoperti i blocchi ch e giudicherà con un'occhiata dal colore. Gli alberi incarboniti traversarono la superficie candida. E intorno tutto un coro è intento a sentir oscillare.

la morte. . i detriti si sono aggiunti ai detriti. sono arrivate in capo al mondo. A lui non inse gneremo nulla di quello che sappiamo". gli spiazzi pieni di l astre e di blocchi. di straordinariamente duttile. promosso capocava si rassegnerà male a non avere il suo bl occo da purgare e da squadrare. La valle bianca sembra colma d'una neve in una stagione in c ui le cime siano disgelate. da Pietrasanta. di settant'anni. tra esse s'aprono tre valli bianche. colonne. la pr esenza. Con un braccio di meno diverrà guardiano. il sole a diverse ore vi stampa in finite gradazioni. le ombre vi si adagiano den se come di velluto. voleva fa re e disfare a suo modo. in quest'operazione la pi etra diventa qualcosa di elastico. Due vecchi cavatori si scambiarono un'occhiata. Perciò la cava di marmo è un fatto personale. il marmo lentamente riprende il colore d'acciaio delle sue montagne. templi. come d'un minerale fuso e rappreso. d ai residui di blocchi da cui furono cavati gli stipiti del Pantheon sino a quell i dei lavandini di cucina. in cui è rifugiata la pupilla. Ma se tutte queste cose. là è il blocco e l a lastra di marmo. bianca e gelida di questo minerale dovunque ricorda il lusso. il cava tore resta con la sua pietra. la montagna differisce da ogni altra che la circonda: sono quattro cuspidi di pietra. a un materiale cui si affida la memoria degli uomini. Di marmo si vestono cose definitive. Con uno strumento così pesante non oltrepassano d' un millimetro il segno. quella mazza del peso di otto chili. ma vi è qualcosa di vaporoso e di sfumato. Gli occhi dei cavatori sono quasi interamente chiusi. Dove è uno che nel mondo vuol lasciar memoria di sé. è il mondo sopravvissuto che parla attraverso il marmo. imbianca lontanamente le strade. con cui danno colpi che hanno la precisione d'un taglio. rimangono qui i detriti di tremila anni di scavo. le cime son o scabre. Ma. in esso sono sepolti secoli interi. Anche l'uomo. la luce le tempra come l'acciaio. in ci ma a tutti i tempi. distingue il suo pezzo di marmo tra mil le. ha il colore d'una grotta montana.na volta venne quassù un ingegnere fresco di studi e di poca esperienza. Sono occhi a for ma di virgola. un lastricato di marmo davanti a un'osteria. riflette su Carrara quel colore lattescente in cui le ore passano come davanti a uno schermo frapposto a l sole. tutto di marmo anche internamente. ed è questo i l presentimento di quell'implacabile polvere che colma tutte le valli. si vedono gli effetti dei contraccolpi e gli spostamenti nei mille atomi che la compongono. una delle cose più solenni che la natura e l'uomo abbia no messo insieme. vecchio ch iederà ancora di servire. si aggiung eranno poi quelli dei secoli avvenire. i depositi di marmo. dà una luce speciale a ogni cosa. Miliardi di tonnellate di scheggioni si s ono accumulati in queste valli mutandone di dieci in dieci anni la fisionomia. dimenticando la loro civ iltà di fornaciai. dove l'orbita è più fonda sotto la fronte. Lungo la strada l'insolita presenza d'una pietra così preziosa. i secoli spenti che vogliono per essa sopravvivere. Sono tremila anni di statue. che adoperavano la creta. Io l'ho visto sc alpellare in non so quanti luoghi del mondo. la gloria. i riquadri di marmo delle por te e delle finestre rustiche. Gli Et ruschi. fino a quando può. Non è questo l'ultimo sentimento che accompagna chi visiti ques to immane mondo di pietra. tagliano come con un coltello. con cui seguono i dife tti e le incrinature del masso. una lastra che fa da scalino malfermo a una casupola. infine. Per chi la veda dal mare. Ho detto tremila anni di escavazione. Sono venticinque le vittime annuali di quest'opera. il duomo di Carrara . lo si scava da tremila anni. non ha mai voluto andare in pensione. Questi danno i l colore bianco di neve alle valli tra cui formano una immensa corrente perenne. Il cavato re conosce la sua cava come la sua casa. e uno d i loro disse in modo d'essere inteso: "Costui è troppo presuntuoso. meno che in un tondo. statue e colonne. qui usavano il marmo. Già lungo il percorso. come l'arte e l'artigianato. ed essendo capocava non s'è rassegnato a guardare il lavoro degli altri: i suoi padro ni lo sorprendevano con la mazza nel pugno. perché da palmo a palmo la montagna è diversa e il minerale assume diverse confi gurazioni. e sarà difficile che non si ecciti al pensiero d'u na mina. que l confuso pensare a un fatto definitivo. Ne ho conosciuto uno. danno quello sgomento che è un carattere di questa pietra.

minaccia di seppellire le cave. villaggi di cavatori. di trenta e trentacinque metri di altezza. mostra quasi un'immagi ne sepolta dentro. so tto di loro. è la montagna che cammina. radicata nel monte. Queste hanno dovuto cercar sempre un più alto gradino della montagna per sottrarsi al peso del materiale di scarto: formano pel monte come giganteschi scalini. hanno sepolto perfino alcune ca ve. impercettibilme nte. sui bianchi abissi gli uom ini sganciano il carrello e lo rovesciano gridando dall'alto se qualcuno passi. alto. Essi sono detti comunemente "spartani". ab bagliante. di rovina . il moto di esso è così fatale e sicuro che le casupole piantate nella v alle o sul pendio. gli scoppi delle mine. scavano già sotto la cima in cui la pietra si atteggia a statua . le scariche accompagnano chi sale per l'erta dove sull'ammasso delle pietre i passi dell'uomo hanno formato un viotto lo. e contrappunta il rombo dei de triti. così fantasticò qualcuno. Alcuni operai abitano villaggi vicini. attraverso nuovi moti. I cavatori isolati. sot to la minaccia dei detriti che rotolano a valle. esso va avanti come un fiume. sono l'elemento fluido di questi luoghi. una statua che si potesse vedere dal mare. fra tanti detriti. che sembrano grilli. trovano qualche blocco più grande. sembra venire avanti e sommergere i rifugi e l'osteria dove cresce gracile in quel bianco un garofano. Non si vede che la pietra su cui s'impara a stare in equilibrio. rigido. i suoi detriti. sospesa. e si dan no a squadrarlo. dolce. sembra che la stessa montagna rovini. Dopo un poco si distingue il marmo calcinato dal tempo. le diverse onde del marmo voglion congiungersi in fondo alla valle. una delle più difficili e delle più importanti d el cavatore. o le case costruite in prossimità del lavoro. un mortaio. un vaso di fiori. di questi indipendenti dalle grandi famiglie delle cave. si levano su dalle cave le lisce pareti del marmo compatto. Da questi scheggioni di marmo rifiutati cavano appena una tazza. squadrato. rumore di questi poveri spigolatori del marmo. come di tuoni. In molti punti hanno quasi r aggiunto la sommità. spinte. Il bianco immenso è intorno. i detriti per la china diventano velocis simi. ogni cava ha un suo versante che scarica. disposte come celle d'un apiar io nel monte. da secoli. dà l a vertigine. fitta. fra le altre. qualche . come se si cammi nasse per una tastiera. Il cumulo dei detriti non ha mai un assetto stabile. a dieci centimetri l'ora. E sopra questo mare di pietra bianca. un grappolo di rose. è già un lavoro salire quest'erta di dove si s corgono le grotte profonde e solide delle cave in un panorama da Purgatorio dant esco. il terreno è coperto di quest o materiale. fra tanto rovini o. La montagna dove stavano compressi è scomparsa sotto di loro. ondosa. e quello fresco. quasi campestre. sembra che seguano una corrente. su cui la fantasia leggerebbe chissà che immagini p rigioniere. anch'esse composte di detriti. Si cammina su un elemento incerto. alta. tavole gi gantesche di bianco o di nero. si accumulano all'immensa distesa dei blocchi bianchi. i massi rotolano con un fragore lungo. delle squadrature dei blocchi. e le valanghe nuove che scendono d all'alto. nel bianco indistinto dei detriti si disti nguono quelle forme uscite appena dalla sbozzatura. Lentamente. incombe sulle cave stesse. che preme la valle da tutte le parti. che sta intorno a loro. d'un bianco cavato ieri. La lotta coi detriti è. in breve sono incrinate dai ced imenti del terreno. Dall'alto delle cave. per sfuggire a questa corrente. La musica degli scalpelli in fondo alla valle. di crolli. per liberarsi dalla loro invasione i cavatori scavano sempre più in alto. tra marmo e marmo. abbaglia come la neve. Sono cinquecento cave a compiere nelle tre vallate questo lavoro quotidiano. in un interminabile lavo ro. Altri vengono dalle marine a piedi.È quanto rimane delle mine. i rombi. e spesso trovano di quel mar mo egregio che sembra una neve densa e posata quando si unge d'azzurro. cambia d 'anno in anno l'aspetto dei luoghi. si ha l'impressione d'un fiume gelato e miracolosamente praticabile. Dal l'alto delle terrazze. alla corrente di marmo si mile a un'onda immobile. Michelangelo diceva: "Io ne cavo via il dippiù". pietra per pietra è sotto il passo una lunga musica minerale. Lungo. il lungo lamento del filo elicoidale che taglia gl i immani blocchi delle cave. È questione di vita o di morte delle cave. qua e là. ha il ritmo d'una pioggia calma. correnti. solleva la strada del fondo valle ogni anno a una più forte inclinazione. rabbuffata. rifugi di cavatori e osterie. Li sbozzano sul posto. fino a oltre mille metri. Il blocco di marmo intero.

tesa da quattordici metri. bollettini dello spirito della giornata. Quando vi passai. Dove l' erta è più faticosa. una parentela riunisce tutte queste fatiche. perché arrivavano contemporaneamente al traguardo. e per evitare che ne siano troncati l'uomo del canapo li lubrifica con olio minerale. sotto. Tra questi baluardi corre o è contenuto il f iume dei sassi. fanno da trincea dove lo scarico dei detriti minaccia di straripare. sempre al riparo dalla corrente dei detriti buttat a dall'alto. il lavoro secolare de i muri di riparo. Già i muri dei villaggi. quello con cui gli uomini si danno la voce per lo sforzo comune. sui carri dalle ruote formidabili. escono dal muro compatto e fanno da scala alla sommità per quando si seguiterà a innalzare contro l'incombente marea di detriti. e corre anche una strada ripida. Spesso sono intaccati come da un taglio per lo sforzo delle corde. e poi la valle bianca. Già questa corrente bianca che sembra di veder muovere. è la vertigine. Sono i bollettini quotidiani della folla. srotolandole da un gruppo di pali di legno infissi a un blocco di cemento. ricomponendosi più avanti a s eguitare sino a che l'hanno portata al piano. È un "oh" più lungo di quello dei pescatori alla rete. i lizzatori gareggiano a chi arriva prima col suo carico a valle. e sopra. al posto più rischioso. delle case sparse. disposti a ventaglio. all'attri to del filo elicoidale nel masso. la lizza. Questi pali son detti "piri". esclamazioni. d'una ventina di tonnellate. come in liberi portabandiera della fatica umana. la fatica di lottare e di vincere . formano camminamenti sulle strade p raticabili. là dove il suolo è minuta polvere bianca macinata dal passo degli uomini . il blocco slittava per una ventina di metri. e accanto: "Forza Binda!". le filovie passano sopra coi loro carichi di sabbia. dai buoi magri che appaiati a decine aspettano l'enorme carico dei blocchi squadrati. uomo! . senza fare altre vittime. l e mura pelasgiche. nei tempi di gran lavoro. dai carri. Eppure. Muraglia dietro muraglia ricordano il Colosseo. intorno a un blocco. Per contenere la massa dei detriti nel suo continuo moto verso il basso. perché non precipitasse per la china. una dozzina. La montagna è trattenuta da questi muri. Il masso. Il capo lizza sta va. con lo stesso metodo con cui spost ano le travi saponate sotto i grandi blocchi. capolavori di tecnica che seguono le accidenze del terreno. coronano le sommità come fortezze. Il carico. evviva e abbasso. Era l'alba. fu come un proietti le. di arrivare primo. etnische. la manifestazione d'uno spirito colle ttivo. serve a tagliare la montagna di marmo. poi tutt'intorno le cave con le lapidi immani su cu i è la storia lenta del taglio del filo elicoidale come una rigatura su un foglio di musica. Il viottolo gira per la china con una sapienza d'orientamento. per le diverse strade di lizzatura. tutto parlava dei due corridori ciclisti allora in gara . intorno. con v ittime umane. raggiunta la sommità. L'altro giorno accadde che la corda d 'acciaio. hanno costruito formidabili baluardi co n le stesse schegge del marmo. e in uno di questi campioni è compendiato lo sforzo degli ope rai. stavano intorno al carico badando a to gliere di dietro le assi a mano a mano che il blocco avanzava. si ruppe. . Forse si salverà. legato e fornito sotto di alcune assi. che. pietra su pietra. la più antica fatica dell'uomo. I lizzatori. davanti al suo blocco che precipitava. era trattenuto da corde d'acciaio che un uomo mollava gradatamente dall'alto. vedevo scendere una "carica" di blocchi per la lizza ripidissima. gli spezzò un braccio e le costole. u na goccia di sangue su un ciottolo di marmo. per il trasporto al p iano dei blocchi cavati e squadrati. Forza. il solo canto delle cave. Il capo lizza. Trenta uomini si mettono pel ripido sentiero e si passano la vittima. i bloc chi portati al piano mostrano di queste iscrizioni. epigrammi su un masso ca vato male. incorniciano la parte superiore d elle cave. fece appen a in tempo a buttarsi da una parte. e non sono questi gli ultimi elementi che ricordano la vita di guerra. e così sicuri e fermi che altri blocchi sporgen ti. sciv olava lentamente su altre assi insaponate come i falanghi su cui si mettono in s ecco le barche. sorreggono le piattaforme delle cave stesse. venti tonnellate. piccolo davanti al masso pauroso. A voltarsi indietro.doveva dire. costruirsi un riparo e un confine. colpì l'uomo del piro. Ho sentito anche qui un canto. Talvolta è accaduto qualche scontro fra questi carichi. assai in alto. sul gradino più alto.straordinario ciuffo di fiori o erbe azzurre. una mano al mattino ha scritto: "Forza Bind a". Ho visto. Sentenze. risolvo no problemi difficili di pendenze. gli uomini. tornò indietro.

fresca. alla sua civiltà moltiplicata per centinaia di lu oghi e genti. nella provincia italia na del centro queste esigenze primitive delle abitazioni di pietra si mescolaron o a quelle delle arti e del lusso. Ho veduto le giacche appese dei cavatori. e da regione a regione quasi di razze. in quel clima si svolsero i termini di quella civiltà italiana che ancor oggi ha per base la famiglia. Così. In essa le famiglie. che quasi ogni atteggiamento dello spi rito ha un legame e un richiamo. si gira nella città di pietra della provincia it aliana. quasi ancora lottando. alla sua torre. come fu sempre quella degli abitanti delle montagne in nuclei caratteristici. Ve un'epoca del macigno nella vita italiana. la civiltà basata sui doveri e sui diritti del chiuso circolo familiare. di rapporti e di classi. col primitivismo dei montanari e il loro potere di contemplazione. e i doveri di questo nucleo e i suoi diritti. alla storia del paese italiano. Tutta la civiltà politica italiana fu poi per lungo t empo una questione di famiglie e di gruppi. Il ragazzo li arrota sulla pietra dura. che dopo un poco si rompono e scottano nel pugno. e in questo scenario ge nerico immaginavo qualche opera d'arte solitaria e miracolosa. ricordi. i luoghi che non avevo veduto li chiudevo con la fantasia nelle più facili reminiscenze. due sculture di le gno. giardini. tanto da sembrare che. sopravvivevano con lo stesso significato e la stessa funzione. La vita italiana ebbe in tal mod o alle origini una civiltà di tipo patriarcale. Ho veduto il loro pane e il companatico. che ha l a natura d'un privilegio. i soprassalti della montagna ai colpi di mina e alle scariche. ma che nella nostra fanno disperare addirittura dell'arte come se tutti g li accenti fossero stati detti. Lassù. oggi il posto di quegli scenari naturali della mia immaginazione è oc cupato dalle città di pietra: la natura si è allargata e diradata. Ricomincia la musica degli scalpelli. che non hanno più nulla del tessuto. come un medico gua rda un malato. Il fabbro li ritempra. il lamento del filo elicoid ale. ognuna coi suoi maestri g randi e piccoli che in civiltà meno ricche sarebbero ognuno un capostipite e un ma estro. nella cava. l'unità familiare . e come tagliano la pagnotta. hanno fatto ricordare a più d'un visitator e la mano d'un grande maestro. una specie di Sassetta della scultura: e di lui non se ne conosce pur il nome. che da paese a paese formarono barriere quasi d i nazioni. vecchie giacche di velluto consunto. Di lassù si vede il mare. dove nello stesso tempo è presente una cultura e una c iviltà come d'un tempo fiorito sui monti e sui luoghi alti. che porta ancora in sé il ricordo delle fortezze sui monti. di cui è difficile stabilire la gerarchia. quella che fu fondata dai contemplatori solitari. l'acqua arriva nei tubi sospesi attraverso le valli. dell'Angelo Annunziatore e della Vergine. i d . prima di lavorarlo. Più tardi le mie id ee mutarono. che non è classico. e tale è ancora il colore di quella vita. si dice ancor oggi di chi merita ogni attenzione. e come si appartano solitari a consumare la loro colazione. Se altrove rimangono d'una vita remota i dolmen e i nuraghi. cipressi. orti. che avevano formato i clan delle società primitive. per cui essere artisti originali fra noi è legato a tanti sottintesi. una specie d'epoca mon tanara. Fu un a civiltà puramente sociale. È il colore inconfondibile dell'Italia antica. Il concetto dei clan si temperò.una modulazione graduata. dai ricchi ugualmente solitari. ha figli". E s'è spiegato tutto. delle lotte fra le gent i delle vallate confinanti. discendenze. vere spoglie del tempo e della fatica. da rivelazione a rivelazione. d'un grande scultore esistito prima di Donatelle. incessante di questo enorme sforzo umano. in quell'isolamento della vita da cui nacquero i motivi che resero tan to difficile e lunga la sua unità. Gli operai guardano il loro blocco. le cave non abbiano più dato materiale per le costruzioni. dopo il seic ento. e forse un 'idea più ridente. e non mi riesce q uasi di vedere un uomo pei campi senza pensare al suo campanile. olivi. dovette essere un gran giorno quello in cui gl'intonachi colorati fecero la loro apparizione. la vita civile trionfando si ammantava del co lore della primitiva barbarie. delle acropoli. Il ragazzo passa di quando in quando colla cassetta degli scalpelli. LE CITTÀ DI PIETRA Quando conoscevo meno bene l'Italia ne avevo tutt'altra idea da oggi. una civiltà politica. maturata però in un clima dove il se nso politico era già perfetto. Ultimamente a Montepulciano. da essa provenne l'assetto civile di poi. ridotte in sacrestia e poi messe in onore nelle navate della cattedrale. "Ha famiglia.

e preannunzi gli stili che s i dovevano sviluppare. fantasie sul po tere e sulla forza. raffigurativi. delle sue lotte. che si ritrova in ogni maggior arti sta come una determinante della personalità. della sua qualità. talvolta dei suoi squilibri. Al contrario oggi. la pompa. è il segreto della vita italiana. in cui la natura porta soltanto turbamento e squilib rio. Ma nelle città antiche. Le prospettive si form ano da sé come le prospettive sociali: la potenza e la forza hanno spazio e altezz a. il popolo ha gl'impulsi di ascensione e di perfettibilità della sua razza. meglio ancora ne simula l'ordine. il costume. fa a meno di ogni altra creazione che ritiene spuria. la natura entra come un lusso e un correttivo. E quale pietra. la maestà una forma sola di apparire. Il fatto è questo: che da città a città si ritrovano quasi gli stessi ideali costruttivi. e riproducono in forme locali le creazioni dei centri maggiori. e in questo ambiente. Sarebbe bastat . e le sue raffigura zioni sono come ricordi lontani d'una vita naturale ridotta a modello. un a specie di antropomorfismo di nuovo genere. Se c'è un fatto sociale profondo che distingue ancor oggi l'Italia nel novero delle società moderne è appunto questo. poiché gli architetti antichi non fecero altro che monumenti alla potenza come concetto astratto. la potenza. al modo stesso che nella pittura vi fu quasi un solo modo di raffigurare gli atteggiamenti dello stupore. narrativi. c'era un compiacimento in cui la fede e la curiosità facevano tutt'uno. quasi il sogno delle cose che voleva rappresentare. Fu questa ispirazione popolare. lo fu poi di tutta l'età di mezz o. Senza contare c he noi oggi molte cose. quasi rintracciando un mito. pietra i selciati. spesso creano sulla stessa linea di questi. pietra sono le strade. ornamentali. Fu questo già un fatto etrusco. o meglio. da quella più dura a quella più friabile. li consideriam o come natura. intelligenza. Per questa limitazione. per ché l'arte è una realtà fittizia. mett endo intenzioni in ogni dettaglio. fu un fatto romano. C'è un grandioso mimetismo i n fondo a tutta l'arte italiana illustre. gl'italiani non soltanto i se ntimenti. ciò che sarebbe andato poco oltre. della sua vocazione. Nelle città antiche non si trova un solo spazio di verde e respirabile. palazzi all'astratto dominio e potere. la potenza come un ideale. la razza. pe r questo assetto quasi antinaturale in seno alla stessa natura spesso ricca e fi orente. in cui non sai dove cominci l'ingenuità popolare e dove p oi quella grande forza d'un concetto quasi religioso. e cominciarono le discendenze delle famiglie ar tigiane. Pietre d'ogni natura. La quale fece come chi diventi attore eg li stesso e rintracci le forme con cui si possono atteggiare le persone e i sent imenti. d'essere composta di tanti microcosm i familiari. Entrato n el concetto dell'arte. del dolore. ma gli atteggiamenti. della sua impenetrabilità. ma immaginando gli artisti. rappresen ta quell'evasione che un tempo era funzione specifica dell'arte. che dà il tono unico dell'arte italiana.iritti prevalenti delle grandi famiglie si diffusero in ogni pur umile aggregato familiare. tutto è dura e arida pietra. per esempio gli antichi edifizi e rovine. i gregari stanno in basso. della beatitudine. Ultimamente in una di queste città mi aggiravo con questi pensieri. e cioè. avessero un linguaggio unico. p ietra le facciate e le statue. i pensieri degli uomini si s ono chiusi per sempre nei concetti civili. e uno stupore di tale mimetismo. Un simile aggregato nelle sue forme originali dovette essere adattissimo allo sviluppo delle arti. Anche le arti si composero in gruppi di famiglie. costruirono quasi sognando. senza pur conos cersi: quasi che il decoro. rompe i rapporti con l a natura. L'uomo crede a se stesso. e le loro costruzioni furono quasi simboli e concetti. un occhio acuto può scoprire quasi l'anticipazione di molte forme nate più tardi. e in mol ti di cotesti esemplari. e al più avrebbero dato freddi risultati come quelli che vennero dipoi. che le opere portano nomi qu asi del tutto sconosciuti. att raverso figure vedute e rappresentate. A tal punto che per molto tempo esaurirono il tema. L'arte antica sarebbe dunque stata simbolica e fantastica . ma la perfeziona. in un tal ordine per cui il popolano italiano ha in sé tutte le possibilità della vita civile. Quanto all'architettura di queste città. allo stesso mo do della bellezza. dei suoi trionfi. che assume a momenti l'aspetto d 'una gigantesca costruzione in una cava di macigno. le città si chiudono di fronte alla natura e ai più straordinari panorami perché tutto spira vit a civile e umana. non si tratta soltanto di modelli classic i ripresi e riecheggiati. mentre i pagani attribuivano agli dei i loro sentimenti in forme perfettissime.

ma anche di là il figliolo la caccia. e dietro a loro era la storia dell e violenze e delle ambizioni che era costata l'affermazione di quella umanità. della vittoria in una bes tia. corta al barbazzale. il loro costume. la madre gliela la scia e va a quella di lui. al p unto da non saper distinguere se l'arte ha dato a quelle fisionomie una nobiltà. Là come gli amici più vecchi dell'uomo i n cammino. pei campi. andammo a visitare una tavola dell'An gelico. Eppure v'è un passare continuo di veicoli. Questo gruppo me lo ricorderò co me se lo avessi veduto dipinto. il loro assetto. con l'altra stringeva la briglia del cavallo. prima d'Imola. ai carrettini. al trotto. Non è soltanto una strada di transito . nei grandi prati degli allevamenti. una grillaia di biciclette. come se andassero per un parco. Ero a Cortona. come d'una troppo forte ispirazione: lo stesso s enso di pena e di sbigottimento che si prova davanti ai ragazzi prodigio che pen sano cose più grandi di loro. fino a quando s'apre come un delta nella imminenz . e i suoni dei nostri passi sul selciato. La Via Emilia. di là d'una grata buia gl'inni delle monache sembravano parlassero a noi che ascoltavamo. una via dove si sentono gli uomini coi loro pen sieri. qua nelle loro stalle dove non fanno che mangiare coi loro piccoli. come se si confidassero. Presentono la vigili a della corsa come una ballerina la vigilia della sua grande serata. Ma è viva. o a una chiesa più in bas so. si sentiva il fruscio lungo della bicicletta e il ton fo regolare degli zoccoli. In carretto. È una strada che la meccanica ha restituito alla originale funzione di arteria centrale. Per vedere qualcosa di vicino alla natura. e due angeli li servono nei loro panni argentei e con le loro ali. ma una via familiare: vi si legge la vita di due regioni. le loro abitudini. i commensali nelle tonache bianche e nere. di questa basta percorrere la sua strada vitale per averne un'idea. come un fatto credibile. Ma questo pare svolgersi sen za stupore alcuno. in automobile. Ha un malizioso e ironi co avvertimento.o entrare in una chiesa per rivedere il popolo stesso nelle immagini sacre. All'imbr unire non è raro incontrarvi. Non so se questa situazione sia un segreto delle arti antiche. si ritrovano in fondo alla strada. Altre regioni sono difficili da esplorare. Volteggiano nella stalla come duttili spade. su l mare. che entrano nel mare come i cavalli del sole. Anche questo aveva dell'arte. fa un ben curioso effetto. in bicicletta. I nomi dei passati signori del luogo risuonavano da palazzo a palazzo come di esploratori travolti tutti ne lla medesima distanza e nel medesimo viaggio. traversa paesi in piano che vi convergono tu tti come alla via centrale d'una grande città. della gara. la più mossa ch'io conosca. anche se alla fine i colli e i monti impro vvisi danno coi loro castelli un lato insospettato d'un carattere ch'era parso t anto facile. guardano come se vi guardasse la natura. pur senza straordinarie prospettive: nient'altro che due parallele attraverso ca se sparse e campi. nelle mura della città di pietra. oppure sul filo d'una m emoria felice. Aveva l'Angelico coscienza di quello che faceva. i l figliolo vuol mettere il muso nella mangiatoia della madre. rammemorava gli aspetti lasciati alle soglie della vita contemplativa? In uno dei riquadri della predella è raffigu rato come due angeli soccorressero i domenicani che mancavano di pane: si vede u n piccolo refettorio. ma prima sulla strada. da Bologna a Rimini. Vedere questo sentimento dell'attesa. C'e ra una zona di silenzio in cui risuonavano le voci dei conventi. stanno ferm i e seri dietro la mezza porta su cui è scritto il loro nome. e nel novero delle possibilità. ai calessi. E le chie se gigantesche le quali hanno finito ad assumere l'aspetto medesimo d'una roccia . un cardinale che va a piedi col segre tario a lato che gli legge qualcosa. LA VIA EMILIA L'uomo se ne andava in bicicletta. I cavalli animano della loro presenza la Via Emi lia. il cavallo era bianco. C'è qualcosa di conturbante in questa inquietudine animale tra gli uomini affannati al più picc olo sintomo d'una bestia che non può parlare come chi non riesca a dire quanto sof fre. o se i visi di quel popolo hanno dato umanità ai santi. rari colli. e l'unica vista che si apriva dall'al to non per mirare la valle. tanto pareva impossibile che quelle armonie di accenti sorgess ero per dileguarsi nel silenzio più sordo. viaggiare sulla Via Emil ia è mettersi in rapporto con un popolo. con una mano teneva il manubrio. il cavallo teneva dietro alla bicicletta al trotto. ma per guardare al cimitero. è un ambiente.

Una scena d'una chiarezza e d'un realismo ben stretti. le città in piano. Arano con talvolta tre o quattro coppie di buoi per aprire la terra. e un cane ai suoi piedi mangiava quello che la mano dell'oper atore buttava via. parlare con la stessa am mirazione d'una gran quercia o platano a qualche chilometro di distanza. Le bic iclette alle porte della città sono come telai fermi. manubrio co ntro manubrio come i cavalli o i cammelli in cerchio muso a muso. nella casa del Dopolavoro d'un piccolo comune di case spars e. A una t erra che richiede così grandi sforzi ci vogliono cose robuste. negli stessi luoghi. chissà che colore avrebbe avuto. animali. e la bellezza un continuo richiamo alla forza e a ll'utilità. È un'umanità che ha la terra dura. e t utto questo non riusciva a diventare borghese o comune. C'è una gerarchia dall'u omo alla terra. E poi. con la loro torre. alcune a coppie . dove la terra f a una ruga o il torrentello una valletta. v'assicuro che sembra un signore. tant o fa con delicatezza". o del mare ch e già imminente trema nell'aria. le ragazze col loro vestituccio da sera erano scese e ballavano nella sala. donne vengono avanti tra i filari de gli alberi argentini. ma di cose necessarie: il cane legat o al lungo filo di ferro su cui scorre la sua catena. A ognuno il suo. e che. in basso cercano ass ai profonda l'acqua per gli uomini e pei campi. portano l'eco ultima della vita civile. mettiamo in Ispagna. la malinconia urbana era una fantasia nostalgica. all'ombra del pioppo. al beri. i ballabili della radio parevano divenuti agresti. ne ho viste alcune portare maz zi di fiori di campo e frutta. Tutto era vacanza e riposo. Una sera. Lo fecero uscire sul prato. appesi al manubrio. Altrove potrebbe sembrar provinciale . mi sono domandato più volte di . illuminata in un gran prato. e discorrono mentre il pedale dipana la strada. S'aprono improvvisi panorami sugli argini dei magri fiumi dove una fila di piopp i e una proda creano qualcosa di appartato.a del mare. che al trove. come altrove si guarda uno spettacolo. la stalla. Ed è tuttavia una delle contrade p iù prospere d'Italia. gli uomini da una parte contemplavano la nera bestia giudicando della sua bellezza e della sua potenza. Ho sentito. e la scena la si poteva immaginare in una contrada as sai più lontana dove convergono genti che hanno da fare con una vita attuale e pre cisa. si teneva gran ballo. ma c'era un'ammirazione come verso un capolavoro dell'uom o. le ragazze di quelle che il giorno hanno da fare con le be stie e l'opre della campagna e che affondano le vanghe nella terra con le loro p oderose strutture di corpi. Le biciclette stavano in cerchio sul prato. In uno di questi luoghi io visitai un famoso toro di Romagna come si v isita un monumento. la solidarietà di questi uomini con gli animali. dovunque vadano. gl'improvvisi chiari del volto e gli zigomi forti che sono come d ue punti di luce. lo stagno per l 'acqua delle bestie. Qua e là. il loro campanile. la sua bellezza è di tutt'altro genere dall'us uale. dall'uomo che lavora alla donna che regge. Uno degli spettatori mi disse: "E poi. tutto è forza. e siccome tutto è necessario. Vi si cercherebbe inutilmente quel tanto di decorativo di al tre regioni meno ricche e più felici. ma delle loro vesti e in qualcosa di loro. e in una casa solitaria. sono i grandi concentratori d'una energia diramata agli estremi dell'orizzonte. Le case dove si trovano fanno un paesaggio. e quel che d'azzurro che non è soltanto del cielo. È tutto ordine. E non so s e con la medesima naturalezza. sempre intenta a qualcosa. si trova il raduno d'una vita alacre. lo fecero un poco girare attorno . il lavoro duro. Qui era soltanto un'eco di vita del mondo grande. il loro portico. A internarsi nei campi. uomini. o le sere di festa i loro ves titi da festa. In una sosta a coteste case c'era un veterinario che castra va certe maialine. in alto sui magri colli raccolgono in grandi vasche l'acqua invernale per dissetare d'estate le bestie. nude le braccia che sanno l'angolo forte della vang a. quasi domandandomi che me ne paresse. mentre arrivava an cora qualche automobile da Imola o da Bologna. per le borgate. sembra si as petti continuamente l'arrivo d'una gara. di sabato. raccolgono un poco quella vita fuggente. Qui era tutto nel rea le.delle contadine che ballano col vestito da sera un po' scollato s ulla pelle brunita dal sole. alle soste davanti alle botteghe dei meccanici. coi campanelli argentini delle biciclette. Tanto i cavalieri che le dame era no gente del contado. alla bestia che serve : c'è una gratitudine nella fatica comune. tra la scuola e la bottega che talvolta formano tutto il centro d'un villaggio sparso. i casolari sparsi.

quasi direi di colonizzazione. sembra si facciano rapire. è appa rso chiaro sempre che i popoli più colti e più legati alla lingua nazionale non hann o ceduto alla nazionalizzazione. e solo nella notte abbandonata ci si accorge che vi sono de i viandanti. Ma for se l'ora più bella della Via Emilia è la sera. si dividono le famiglie. cercano ventura. Ripr ende. o hanno costituito addirittura un impero lingui stico che è quanto a dire morale e in moltissimi casi politico. e ciò sarebbe. si fissano nuo vamente e si riuniscono davanti al sorriso della fortuna. Pare che una gran de porta si chiuda sull'orizzonte e per il piano. Si capisce che ogni ora va vissut a come un compenso dell'uomo. Nei giorni di lavoro. Talvolta qualcosa si ferma. Appaiono i grandi convogli notturni dei grossi trasporti che vanno lontano. È un incontro assai semplice. i bambini. e contro di esso la valanga dei veicol i torna col rombo di una tempesta fuggendo la notte imminente. e i panni svolazzanti. il fazzoletto nero sul capo. e la terra è tutta una cosa ordinata. Il sole s'infila per la lunga strada col suo color rosso come in un corridoio. le gambe nude. v'è l'incanto di una primitività.dove venga quel colore di certi angoli di città a Imola. È un grande ordine naturale. le comunità rimaste in un paese italiano sono in un certo senso più evol ute e hanno assorbito assai più dalla vita moderna: il nucleo emigrato conserva le sue abitudini e tradizioni sotto la stretta della lontananza. forse perché questa è una civil tà nata coi problemi più gravi dell'esistenza presi d'assalto. Si dorme quasi sulla sicurezza di questo ritmo. e quindi al progresso e alla bellezza dell'universale. secondo lui. Qualcuno va a piedi lungo il m argine della strada. Nella pratica dell'emigrazione e dell'espansione. i giovanotti col fiore tra le dita hanno accompagnato la ragazza dal centro d ella borgata. Le donne si compongono c ontinuamente sul sellino. un male. e con un ormai poverissimo vocabolario veramente arcaico e veramente locale. danzare. queste stesse don ne portano i ragazzi. mentre la comunità rimasta in patria si adegua alla real tà viva dei tempi. È bello stare insieme. cioè una cultura. e vediamo che cosa significherebbe un'unità lin guistica. nella polemica co ntinua con la nuova vita. sedute davanti a l ciclista. a Cesena. dove le botteghe di rifornimento per le biciclette e le macchine hanno un colore d'arri vo equivalente a quello dei vecchi alberghi di posta. e ch e gli diano diritto di sedere fra popoli civili. una civiltà degli uomin i tutti e non d'una sola categoria d'uomini. è la vita. non rapp resentano oggi che una curiosità e un impaccio. La notte si sente la lunga e incessante vicenda dei carri. Sì. . emigrano. è la strada. Immaginiamo una s ocietà italiana interamente evoluta. e vado notando che essa polemica tend e a ravvivare in detta comunità il senso della patria svolgendosi quasi del tutto intorno agli uomini più o meno grandi che la regione di questa comunità ha dato alla cultura nazionale. andare incontro all' amato. e si capisce che badano a non sci upare nulla delle loro acconciature pei ritrovi festivi. Altre. Il nucleo emigrato con serva gelosamente il tipo di vita anteriore al suo distacco dalla patria. partono. Seguo da anni la polemica d'una ce rta comunità regionale dell'America del Sud. si può d ire che. penetrati profondamente di linguaggio nazionale. Mi diceva qualcuno che in Emilia e in Romagna la nuova generazione si esprime se mpre meno nel suo dialetto. Lotte e rivolte hanno fatto misurar e il peso della vita. reggendoli con un braccio sul manubrio della bi cicletta. i bisogni l'hanno temprata. come in un trattato degli istinti. al paragone d'una comunità italiana fissatasi a Nuova York mettiamo quara nt'anni fa. In quest'estrem a fase di vita civile. precipita. ma che non ha rotto i suoi veli. I fattori che dissociano la vita sono quelli economici. m entre in certa borghesia italiana il fatto della cultura si fa sempre più genere d i importazione. la veste. stride. E sono belli i sabato sera sull'ai a. quasi fra le sue braccia. Così. È una vita vagant e come quella del polline dei fiori. ritrovarsi con altre creature. l'italiano all'estero ricerca i t ermini della cultura nazionale come i soli nei quali si possa rispecchiare. Al punto cui sono i dialetti italiani oggi. i capelli. p are che volino e i piccoli imparino a volare. Sotto la spinta del biso gno. a Forlì. forse sono gli stessi luog hi d'un tempo trasformati pei cavalli d'acciaio d'oggi. Si legg e chiaramente la funzione vitale dell'uomo in una specie di rappresentazione sen za ipocrisie. che è come il respiro e il battito di un organismo. e le conquiste sono così dure ch e fanno un solco nella vita più immediata.

L' emigrazione è un prodotto del disagio materiale. nel limite delle sue condizioni. Quello che accade nella trasformazione dei dialetti i quali tendono sempre più a confondersi con la madre lingua. e che h a stabilito uno dei nuclei più compatti del vivere sociale. il nostro urtò sempre alle dif ficoltà d'una vita collettiva e unificata. Immaginiamo che duri ancora un pezzo questo fenomeno. e gli uomini che andavano attorn o alle bestie. La nebbia di fuori entrava a buffi per lo spo rtellino praticato nell'uscio: al di là si vedeva la campagna addormentata nell'in verno. E questo è il sol o modo per tenerlo legato alla sua terra e alle sue occupazioni tradizionali. I vecchi bronto lano. il basso prezzo del bestiame e delle d errate li spingeva a inurbarsi. tale evoluzione si fo nda su un terreno di tradizioni locali. Il problema della vita italiana è sempre consistito n ella mancanza di una società.Siamo in un tempo di grandi mutamenti che di giorno in giorno incidono nell'aspe tto e nella mentalità del nostro paese. e pur rimanendo contadino e operaio avere gl'interessi e i bisogni di chiunque altro. Il popolo i taliano non è fatto per queste cose. e grandi nella nebbia gl i uomini che apparivano e sparivano alla svolta della strada. vi ritrovai tutta la famiglia raccolta nel bu on tepore e in quel vivo ruminare. due innamorati si dicevano qualcosa di molto serio. Non filavano neppure la canapa lucente e leggera nella conocc hia di canna. i ragazzi che giocavano coi biscottini della festa. In queste campagne. e le donne se dute a discorrere. qualcuno si domanda dove andremo a finire. Egualitario. ed è ricorso perfino ad alcuni metodi di allevamento moderni che hanno dato per risultato l'aumento del peso del bestiame. il contadino che da anni ormai non riusciva più a comperare il bestiame da allevare in partecip azione coi padroni. Il cinematografo. tutti oss ervavano la festa del protettore degli animali. che vuol star bene sulla sua terra. Esiste inv ece qui un adeguamento alla vita moderna. il cui influsso non è stato ancora abbastanza conside rato fra noi. negli usi. perché l'imitazione esteriore è causa di uno squilibrio totale delle qualità femminili. Quando. incluse quelle più intime e fisiologiche. Sotto i portici di Bologna. Quasi tutti quelli che emigrarono dalle campagne sono finiti male. Paese d'individualisti. accade neg li animi. una unificazione del costume. alla ricerca di un lavoro di operai. Il segreto stesso della sua fortuna è in un suo atteggiamento particolare. e per le donne del contado piacere come piacciono le donne della città. i profili degli alberi e delle viti ingigantiti. È una ricerca di individualità voler vestire in campagna come tutti gli altri. s'inc ontrano meno che a Roma ragazze che vogliono somigliare a Jean Harlow o a Greta Garbo. Il contadino che m'ha accolto sulla soglia della sua stalla. che è il grande colonizz atore e livellatore moderno. una maggior proprietà. e vedremo che la vita familiare subirà in città profonde modificazioni. che consiste nel superare di continuo l o schema delle categorie. gerarchico ma non s ervile. forse unico. Là dentro. sempre sulla linea di questo paese egualitario. il contadino col suo abito da festa di buona stoffa e di buon ta glio mi fece entrare nella stalla. le cose più serie del mondo presso i vitelli con le zampe ancora troppo grosse e c . significa voler differenze di classi e di caste. ha in queste regioni poca presa. Poi i prodotti agricoli aumentarono di prezzo. nelle tradizioni. Pretendere usi e costumi che stabilisc ono una differenza. particolarmente di giovani contadini. fenomeno ripugnante. dunque. in pochi mesi è ridivenuto proprietario. vestito di buona st offa e di buon taglio. In un angolo. La ripresa agricola e dell'interesse agricolo ha prodotto qu i come in ogni altra parte d'Italia un fenomeno che si fa sentire nella città: è ces sata anche l'emigrazione delle ragazze che dalla campagna andavano a servire nei centri urbani. che è poi il carattere dell'italiano in genere. ma più del disagio morale in una st ruttura sociale oppressiva e di troppi privilegi: basta osservare la storia dell 'Italia meridionale nei primi quarant'anni della vita nazionale italiana. non è per niente ridicolo o vano. Negli anni scorsi vi fu una certa emigrazione dalla campagna emiliana verso la c ittà. In pochi mesi si sono ripopolate le stalle. Ma è soltanto un'unificazione del costume che rende fisse le categorie umane e che determina il minor numero di s postamenti e d'inquietudini. Qui ab biamo invece gente che si trova bene sulla sua terra difficile ma grata. ma col senso della sua personalità. vestito da festa perché è Sant'Antonio abate protettore degli animali. progredita tutta sullo stesso piano e t utta mossa dai medesimi impulsi.

né i profili taglienti del Rinascimento che a mano a mano d ivengono obesi. otto giorni dopo. quando mi fecero notare questa sua v irtù. Da quando sono in mezzo ai contadini e a chi lavora non sento parlare d'altro. E poi. le si mette accanto. lo sposo porta i mobili della stanza da letto e la cucina. che vanno al loro ballo del sabato sera. dopo essersi acc ertato d'essere ricambiato va in chiesa. sono qui a prendere il voi". Mi f a più piacere vedere le ragazze di qui che vogliono vestire come le signore delle città. e questo era il suo vanto. un costume bisogna saperlo portare. Mi domando di dove venga questo piatto r ituale e mi viene a mente qualcosa di molto lontano. Quando esce la sua bella. sotto quei panni da museo. rossi in viso. che cos'è la tradizione? Niente altro che il culto delle cose vere. Ella entra a far parte d'una nuova famiglia. spesso camminano e camminano senza sapersi dire una parola. quando la sposa torna in casa della madre e. Ho veduto più volte balli folclorist ici. TORINO E L'ARCHITETTURA Nel libro di storia delle nostre prime scuole. ubbidienza. "va a prendere il voi". come si dice. Le famiglie che s imparentano s'incontrano il giorno in cui è stabilito il matrimonio. e nello stesso tempo sospettare ch e qualcosa della loro vera e profonda vita antica sia rimasto in esse. e dopo la cer imonia aspetta fuori della porta. sbriga le faccende. poco più alti della siepe che divide i campi. bada ai bambini. Una donna adult a. qualcosa che non sia soltanto un atteggiamento. altrimenti la stirpe si divide. una nuova stirpe come si dice qui. si aggirava senza paura tra quattro tori le gati all'anello. con la smoderatezza delle persone mascherate. e i movimenti che essi fanno non sono più quelli d'un tempo. sotto il comando dell'ascendente più vecchio che al sabato divide tra i suoi fami liari il denaro per gli svaghi della domenica.ol pelame di latte sfrangiato come i primi capelli degl'infanti. né le teste arr icciate del medio evo. Le si mette accanto e cammina con lei per un poco . voltata una certa pagina. Il ragazzo che ha adocchiata la sua bella e che vuole sposarla. La madre dice allora alla figlia. Un piatt o del pranzo di nozze è il fegato di bue. A questi vecchi tutti debbono obb edire. La sposa rimane nella casa materna otto giorni. dandole del voi che poi le darà sempre perché ella è divenuta sposa e sarà madre: "Accom odatevi". dei sentimenti veri e connaturali. e vi fa come una ripet izione dei suoi doveri di madre e di sposa: aiuta i lavori. o con quelle parole che nessuno ha mai scrit to. le ragazze in costume col viso imbrattato di belletto. col passo uguale che va sulla strada molle. entro la strettura del v ecchio pudore. spesso i gio vani sembrano in maschera. ha detto ai suoi parenti che ella si è promessa. il Fegato che si trovava ra ffigurato presso gli etruschi. E zitti. Ella entra e dice all a madre: "Mamma. sembrano d'un guardaroba teatrale. E vorrei immaginare la scena che si svolge otto giorni dopo il matrimonio. Bisogna d iffidare di chi vuol richiamare in vita tutto quanto è colorito. o le sere d'inverno nella stalla dove le famiglie passano la stagione cruda in cui la terra riposa e i buo i seguitano a ruminare. Questo è il segno che la vuole. si affa cciava dalle vignette tutto un altro mondo da quelli prima veduti. Tutti. alla funzione della sera. La sposa provvede alla biancheria della casa e al vestito di nozze dello sposo. e me ne è venuta un'im pressione di malinconia. Non c'era più da chiedersi se i mutamenti del vestito e una diversa concezione del la vita avessero distrutto una tradizione. col fazzoletto rosso sulla testa. le s ere della spannocchiatura. ma acquistano qualcosa di equivoco. un costume è u n modo di pensare. sol perché è colorito ma che non dice più nulla al cuore di nessuno. Ma già la ragazza. p erché il modo di muoversi d'oggi è un altro. ella venne avanti e mi disse che difatti i tori non le facevano nulla. Ubbidienza. come se ella portasse un potere naturale. ma un'altra umanità vestita di panno . o il ballo del Dopolavoro. il marito verrà a riprendersela. Insomma . col cuore in tumul to. non un modo di ballare e di puntare i pugni sui fianchi. della vecchia riservatezza. tanto comuni e piene di senso. il famoso Fegato di Volterra. e dividendosi non ha più le braccia suffici enti per condurre il terreno. Poi ci sono tante maniere d'incontrarsi. Gli stessi costumi che in tali circostanze indossano i giovani. fino a quando. e così gli usi e le tradizioni. vi provano i l fastidio che danno le cose false e senza più significato. né scudi né armature né elmi erano. e i fatti della vita non cu lminano in altra parola. ho sempre veduto a tali spettacoli.

in corazza. perfino in quel Palaz zo dell'Ammiragliato. delle prospett ive. ecco il Cavaliere col cranio da alpigiano sullo sfondo dei salotti rococò. era il Piemonte che bucava la pagina coi suoi re e i suoi ministri. eroi. mentre i capelli corti scoprivano le fronti dri tte da ragionatori: in una grande storia di santi. e non più con visi i deali. a Potsdam. gli zigomi da montanari. don Bosco e il Cottolengo. reale. e le epoche. sia idealizza2Ìone o adulazione cortigianesca. tutti del medesimo stampo. nell'argenteria. Non conosco nulla che stoni ta nto quanto quella scultura che rappresenta Vittorio Amedeo n in effigie di Apoll o. fede nell'opera dell'uomo. in tonaca. i grandi movimenti rivoluzionari si coagulano in patrie. apostolo. il mondo pareva rivestirsi in borghese. g uerrieri. lamenti. non hanno operato altro che nell'umano. e uomini di qui. Quei visi di tutti i giorni entrati nella storia. Prete. Primitivi e cinquecentisti. accostandomi al Piemonte. profeti. e che sta accanto al Vieux Paris. improvvisi delle architetture. profezie di gente in cappa. lo stesso. c'erano. disadorna. anche nella tras figurazione e gloria che se ne fece in Vaticano il suo arguto e realistico viso di piemontese rimase immutato tra la gloria degli angeli. E don Bosco? Ha lo stesso viso. Più tardi. L'arte grande e aulica ha finito di corrompersi. comune. ma una fedeltà a quello che cotesto tipo signific a: ed è realismo. Che siano legislatori o santi. soltanto Garibaldi ricordava ancora il viso e il co stume antico dei Camilli o dei Giovanni dalle Bande Nere. ma di vicini di casa. In tutto il resto d'Ita lia s'era già finito di costruire. tra uomini e tra borghesi: e non è raro trovare nei loro accenti e nella loro fede una punta di scetticismo o di bonaria ironia. invece delle ce late. le influenze del Rinascimento. Un'impressione come di elementi noti che avesser o cambiato posto. degli amministratori. a Praga. sono proprio g enti delle vallate. quella prima impressione si schiarì. ma è intento a rinnovar chiese. occhiali a stanghetta. è il r icordo della Mole Antonelliana. spesso ai conf ini della favola. alla quale si potevano contare i bottoni di metallo sulla giubba. come ogni altra arte minore. strade dritte e grandi viali. con la sua cupola e la sua freccia puntata nel cielo. e non rimane che l'arte per l'uomo. I baffi grandi e le barbe non nascondevano i nasi a scarpa. Esiste nell'antiquaria. costruita come espressione d'una monarchia militare. e le tendenze civili. di donne virili e bruciate della stessa febbre troppo divina o troppo umana degli uomini. nel mobilio. a Riga. segui tai a vederli in ogni manifestazione della vita e dell'arte piemontese: santi. Due santi. a sistemare piazze e fontane intorno a lle chiese. in lucco. Una razza fino a quel momento sconosciuta. Così il Piemonte entrò nella nostra fantasia di non piemontesi. Solo uomini. uno stile che si chiama Ve cchia Torino. né apollinei né angelicali né eroizzati. la politica diviene economia e amministrazione. Piazze squadrate come piazze d'ar mi. una generazione nuova in pantaloni lunghi. ma precisamente quella che nella storia d'Italia ricomincia va. delle strade. un punto non accettano. a Torino si dedica a erigere palazzi e abitazioni per la nuova civil tà dei re. senza infatuazioni né depressioni. nascono le capitali moderne e monarchiche . in cima a tutta l'idealizzazione o convenzione rinascimentale ecco un viso da montanaro. a Pietroburgo. il Barocco riso rge a Roma. Torino. avesse alla fine raccolto l'appello di ben tredici secoli. nuova. quasi che. gentiluomini travesti ti. e non. dopo predicazioni. all'Altes Wien. accettando in Piemonte la cifra in voga nell 'arte italiana. nasce l'industria. Imparenta queste città non soltanto la nascita sotto la volontà d'una monarchia mili . quando l'arte piemontese risen te. legislatori. le città a scacchiera come un campo trincerato. entrano nella categoria dei servi di Dio all o stesso modo dei Cavour o dei Vittorio Emanuele servitori della patria da uomin i moderni e da borghesi. l 'arroccamento della città moderna nasceva a Torino. Proprio a Pietroburgo ebbi l'i mpressione che sia la città d'Europa più somigliante a Torino. appelli. ma con gli elementi d'un'a ltra città e gli echi. poi santo. I tempi si corri spondono. d'una città visitata in sogno. come accade nell'arte francese. Tutto ciò mi pare nella valutazione dell'arte piemontese un punto che scopre non s oltanto una fedeltà al tipo umano. i palazzoni cadevano in rovina.. degli eserciti. tramandò la sua strut tura fino a Vienna. ed è la trasfigurazione delle sembianze um ane. Se la villa rinasceva in Francia sulle ceneri della villa italiana del Cinquecento. a Varsavia.

Tali elementi parenti sparsi nel mondo formarono una sol a famiglia e partorirono a loro volta altri schemi. in cui sono legati al medesimo atteggiamento i miniaturisti indiani. le città ricordano Torino. Vi sono città e luoghi che. Esistono ben pochi luoghi di città di carattere tanto forte da assorbirci interamente e da form are quella dimensione unica in cui sia impossibile ogni evasione. e in quel tempo Juvara e Castellamonte avevano già fatto la loro parte a Torino. E intanto quest o tipo di architettura aveva conosciuto il Rinascimento italiano attraverso l'am mirazione che ne nutriva Francesco I. Così per le città. quasi che coi caratteri aviti noi ere ditassimo la memoria dei luoghi veduti dagli occhi materni e paterni. Una di queste impronte. attraverso le letture e gli aspetti naturali . in quel cielo boreale. o dai pochi elementi artistici con cui noi facciamo primamente conoscenza. i disegnatori cinesi. dell'unica grande epoca della pittura russa. appena buttai g li occhi su una cartolina che la rappresentava. da Santa Sofia alla chiesa dell'Assunzione di Mosca. si va nel Settecento dal vecchi o schema tartaro che già qualche italiano aveva tradotto in termini rinascimentali al Barocco italiano. Per Roma bastano le tre colonne del tempio di Castore e Polluce. n ello stesso clima di allora. è cur ioso vedere la galanteria francese dei Boucher e dei Fragonard diventare scontro sa e sanguigna alla maniera montanara nei pannelli decorativi di certi palazzi t orinesi. ma il f atto è che in un tempo. Si potrebbe tenere lo stesso discorso per la pittura dei primitivi. con i Rastelli e gli altri architetti italiani che lavorarono in Russia. nell'architettura russa. fare uno sforzo pe r ritrovare il nome della città e della nazione in cui ci aggiriamo. scorgendone l'immagine. il mobilio e la decorazione. Solo che lassù. ma ostinatamente ribadi te su un'ispirazione tutta propria. s'influenzavano a vicenda. che tutti insieme empiono del loro ricordo esattamente il quadro nuovo. sarebbe uno studio interessante rintracciare i rapporti dei Guarirli. Ed ecco da quali elementi vaganti per cui non esistono frontiere. A me. per altri paesi e contr ade. conosciuta u na volta.tare. nascono da una somma di elementi a noi familiari. A molti. dove non ero mai stato. ci sembra di aver veduto. e assurte perciò a uno stile riconosciuto. Noi. l'uomo ha l'impressione d'aver già veduto e di conoscere. ch e impronta di sé il palazzo tedesco del tempo di Federico e di là va a Varsavia. possiamo perdere il senso del luogo e pensare di trovarci a mille miglia di là. accadrà la stessa cosa. San Marco apre le porte della conoscenza di tutto il nord e il sud messi assieme. e in un padiglione del Louvre c'è tutta la vecchia civiltà architettonica della Francia. sia pure attraverso un tralignamento o una trasformazione in un'archit ettura spaesata e divenuta popolaresca. Non b isogna dimenticare che. come se noi ci rico rdassimo subitamente un paese visitato oscuramente nell'infanzia. i pittori italiani. Dove ? Quando? In un sogno anteriore a noi. Bisogna dire che vi fu una stagione unica della grande architettura. gli artisti più lontani si conoscevano. g l'iconisti russi. Due temi di architettura torinesi mi paiono gra ndissimi e imitatissimi: il Palazzo Carignano e la Piazza San Carlo. reputato da noi di difficilissimi rapporti. ricorda Gaddi e l'Angelico. il sodo del muro tra c olonna e colonna è a colori vivi. rosa arancione e malva. e per questo la scuola di Nij ni. Guarirli e Castellamonte. per Atene l'Eretteo. la suggestione . dei Castellamonte . ma respirante in un clima vivo e attuale. essa nacque in Grecia e in Italia. che costruì nell'Ottocento le chiese del Cremlino riandando sempre al modello barocco. Così un bosco o una dolomite ci avranno già suggerito l'idea del Duomo di Milano. e ce lo faran no riconoscere solo a vederlo riprodotto. dei Juvara. si potrebbe quasi credere. basta a dar la chiave a tutto un mondo c ostruttivo. Questi riconoscimenti improvvisi. e a Torino rimane lo sca bro e brusco colore del mattone. Le arti minori vi sono di riflesso. piccola di fronte alla formazione dell'Impero austr ungarico e dell'Impero russo. che spesso degenerarono. fino al Baltico. e che qua come là furono architetti italiani a lavorare. raga zzo. sembrò che per caso l'arte alla sua nascita scoprisse di colpo le leggi superiori dell'armonia e della composizione. Nell'Europa centrale. nella vita e n ella memoria dei nostri avi che vi furono. div iene il tipo di costruzione dell'influsso germanico sul Baltico. parve d'aver conosciuto l'Alhambra. in una piazza o in una strada di città nuova. e la provenienza di quell'architetto italiano Gonzago di cui parla Glinka. ma serbarono qualcuno dei caratteri primitivi.

come a fatti da ritrovare uscendo da quell'astro fulgente dove l'architettura stessa è impregn ata degli elementi in cui essa crebbe come un prodotto naturale. che non ammettono altri ricordi. le colonne del Palazzo Ducale basta scorgerle di lontano obliquamente dalla piazza San Marco per avere l'impressione dell'acqua in cui s embrano affondare fino a mezzo. piazza del Popolo. Le grandi civiltà dell'arte hanno bis ogno d'una gran forza per rinascere alla storia. sino a parere bizzarra. quando mi trovo a Venezia. D ietro ad essa non v'è la sola Toscana. di mescolare insieme il nobile col comune . il vecchio centro di Bergamo. ma l'Umbria. Un capo luogo di questi regni è Venezia. quella di Perugia. e di là penso alle mie cure. e non so quante altre. quella del Cremlino. la piazza Cas tello di Torino. riprende più in su. quella dei Mercanti a Milano. ci chiudono da tutte le parti. formano paesaggi obbligati tan to tipici. tornando di Spag na o di Grecia.di luoghi come questi è tale. E che cos'è la Firenze rinascimentale se non la capitale delle città di pietra? È imminente la pietra azzurra del monte Céceri di cui il campanile di Fiesole è la prima catasta. e anche senza che noi c onosciamo la storia del luogo esse ne raccontano gl'ideali. delle case d'una campagna malfida che divenivano difese. stanno ad essi come satelliti a un pianeta. e sulle sommità degli edifici del Sansovino è il col ore del vento. In luoghi come questi. a ricordare altri luoghi. il colore della vita che espresse cotesti ideali di scenari umani. quella di Assisi. fluviali. ad Amsterdam. Esse sono concluse a tal punto. parliamo di Granata o del Partenone come d'astri solitari e disa bitati intorno a cui la vita sia interrotta. a Mantova e a Bergamo. Ma mentre le colonie delle grandi architetture permettono di evadere. Noi stessi. Vi sono luoghi che. La virtù che hanno molti di questi luoghi. al Cremlino di Mosca. mentre in basso nelle incr ostazioni di nero si sente l'umidore dell'acqua. che ci sembrerà di essere entrati in un altro regno. L'Italia ha in sé molte capitali di tali regni. dove gli archi hanno forma di chiglia. e molte piazze di Viterbo. e il rigore di Firenze . sulla linea d ella grande architettura. come non c'è di fronte a piazza Navona. di pensare e di agire come se mi trovassi in un altro mondo. la piazza del Palazzo Gonzaga a Mantova. e cost ituisce la matrice d'altre città molte. e per esem pio la fontana di piazza Pretoria a Palermo non sembra dissimile da quella d'un parco fiorentino o dai gruppi che si trovano a piazza Navona. scende fino al sud. e noi italiani lo sappiamo. come è la p iazza del Palio. uno scalino su cui siamo soliti posare il piede. a me. i passaggi obbligati. perché laggiù si mescola a l ricordo delle torri e dei fortilizi mediterranei. che in altre piazze simili che le ricordano sembra manchi qualcosa. Mi accade solitamente. risale il corso del tempo. ma questa è la più difficile. quella di Volterra. La piazza della Loggia di Brescia. A un certo punto la grande arch itettura è prossima alla natura. la più esigente. dalle dantesche labbra strette. e all'estero la piazza Vendôme. Son queste le città prepotenti. tanto sono divenute aereamente chiare. ride col riso carnoso del Mediterraneo. la civiltà costruttiva della pietra ha quel tema e lo riecheggia in modi infiniti. la riecheggia Palazzo Vecchio. che hanno per qua lche aspetto parenti in molte città del mondo. e la fantasia anziché andare vagando ad altri aspet ti. dei palazzi spagnoleggianti. Po iché questi sono i fatti tipici dell'architettura. la vita. attratt i nell'orbita di città fra le più prepotenti del mondo. di Santa Sofìa a Costantinopoli. davanti a Palaz zo Vecchio non c'è possibilità di evasione. il luogo. quella del Duomo di Lucca. stende le sue Colonie fino a Cipro e a Costantino poli. ma che intanto sono uniche. che è Italia ma remotissima. il loro carattere tanto imperioso. altro che per le f igure tra marine. Questo spiega perché molti stranieri. l'ultima nostra sollecitudine sarà l'uomo. u n appoggio cui siamo abituati. qu ella davanti al Palazzo d'Inverno a Pietroburgo. arriva ai margini della civiltà costruttrice del mattone che è l'Emilia e la Romagna. alla mia casa. e con accordi che la stessa architettura maggiore non conosce. per dirne alcune. senza raggiungere l'imperiosità di questi. svolgono i temi maggiori con una libertà e una fantasia tanto sveglie. non mi ricordo quasi l'aspetto degli uomini e il colore della vita. quella di San Pietro. i costumi. tropicali con le loro strane membra. si siano quasi sempre occupali pochissimo della vita italiana. lo stesso linguaggio c he vi si parla mi tocca appena. venendo i n Italia. e dove in Calabria e in Sicilia si sveglia l'ar chitettura dopo il Rinascimento. dove vi siano vie d'acqua.

densa e com patta. arruffati labirinti di strade. Credo che in ogni città si trovi uno di questi nodi intricati. ricordi d i città visitate sotto altro cielo e spesso lontanissime. la folla. Nelle vecchie città vi sono perfino delle licenze. ma per la folla che mareggia nelle grandi arterie. o molto più giù alla Chiesa Nuova. e Bergamo a un Rinascimento che s'è spinto nel punto più settentrionale d'Italia rimanendone meravigliosamente puro. Essi sono quanto rimane dei misteri delle città vecc hie. Vi sono strade che noi p ercorriamo la prima volta. tra la piazza de lla Minerva e Navona: bisogna sia praticissimo per non perdere l'orientamento e non trovarsi volta a volta a sboccare dove meno se lo aspetta. ai mondi parenti. al lato di Palazz o Venezia. Se non temessi di semplificar troppo. è bene buttarcisi subito in mezzo. gerarchia. quasi improvvise correnti d'aria. tanto si sente vicino il modello italiano. Così l a piazza di Brescia ricorda Venezia e la Loggia è già oltre. pieni di sparizioni e di apparizioni. compensi tra vuo to e pieno. hanno luoghi e passaggi e curve simiglianti. Con questo v'è tutto un fatto sentimentale. e su cui si basa tutto il colore d'un'urba nistica. Così nacquero i grandi b oulevards. E a leggere la storia che corrisponde all'epoca di queste strade la si trova piena d'imboscate. e che ci conducono naturalmente verso le piazze con l a certezza del filo d'una corrente che porta al mare. alle grandi correnti della civiltà. d'ins eguimenti attraverso dedali di strade. diversissima da oggi c he ha bisogno di enormi spazi. senz a piazze. le sue leggi immutabili: ritmo. nel suo bronzo ricorda il cannone napoleonico e tutta un'epoca e un materiale d'armi. ma quella colonna n apoleonica di pretto tipo romano. vi si estesero l e grandi arterie. all'Oriente. la fantasia di quell'architettura che in poco diventava profonda. ma una folla: questo tipo di città fu iniziato a Pari gi con gli sventramenti di Napoleone III ma proviene da Torino. ed è i nteressante notare come il filo della nostra fantasia si svolga e si annodi pass ando attraverso suggestioni diverse. tra riposo e movimento. ed è interessante ritrovare lo stesso schema e lo stesso ideale costrut tivo nelle città operaie della Russia dove la città non è più che un immenso viale. quando l' architettura era nelle prospettive. Così vi sono le città nate d all'accrescimento enorme della popolazione e dalla necessità di tenere a bada non più un individuo o un partito. percorrerla a piedi. o nella piazza della Loggia a Brescia. piccola scena dove egli era nello stesso tempo bersag lio e spettacolo. senza quelle curve che un tempo bastavano a d are tutto un sapore alle città vecchie. dritte e uguali. dei porti. a Roma. e che fa tanto caratteristiche. Noi abbiamo in noi quasi naturalmente la logica delle vecchie città. Quartieri come questi danno l'idea che i punti di riferim ento si spostino stranamente. direi che i modelli grandissimi dell'architettur a ci portano nella profondità del tempo. dei traffici. è spesso d'un seducentissimo effetto. con tut te le licenze che si può prendere uno che architetto non è. ordine.e quotidiano. Con le nuove strade nasce il potere delle polizie. Vi si vedrebbe come i te mi di questa siano assai pochi. Chi sa più mettere un muro ciec o e una casa modesta tra nobili edifici come nella piazza del Mercato di Mantova . i parenti minori di questi modelli ci fan no vagare nello spazio. o in quella del Comune di Bergamo alta? È un'espressione scaltrissimo di potenza pubblica e di buona vita privata. Vi sono le città dei mercanti. a rischio di per dercisi. CASALE Vi sono città in piano che seguono la squadratura del solco e del campo: è la manier . senza soste. faccia a Roma il quartiere che si estende dietro il Pantheon. quasi che gli agenti dell'ordine debbano dominarle con un'occhiata. per esempio. senza neppur vicoli tra casa e casa. curva. le vie Montenapoleone e Bo rgonuovo a Milano. Chi vuoi conoscere una di queste trappole . La piazza Vendôme di Parigi non sareb be neppur tipica. come sono simiglianti gl'ideali delle classi che hanno fatto le civiltà. e così Manto va. nelle false distanze. i cui quartieri corrispondono come corrispondono nella vita dei popoli gli strumenti stessi del la ricchezza. e non è più per l'uomo che vi appariva su una strada stretta. in pendio. quartieri che hanno del misterioso e dove si svolsero nella mente dei romanzieri gl'intrichi dei lor o libri avventurosi. A cercare di queste parentele v'è da scrivere un trattato di architettura. avere la rivelazione della sua essenza. il nuovo protagonista della storia del mondo. Poiché le città vecchie corris pondono a una data ben fissa della storia della società. Per entrare subito in contatto con una città nuova.

i ricordi di quelle torri sono riapparsi com e decorazione. il vento ha stinto certe sommità di facciate sino al rosa antico. fu anzi una chiesa fortificata al modo di quella di Vercelli. e inventato una natura artificiale. Alla fine. è stato trattato qui come se i diversi architetti avessero avuto davanti agli occhi l'effetto che può produrre un cumulo di mattoni considerati nell'insieme. Il Duomo fu la prima fortezza di questa città fortificata sino all'Ottocento. Immagino: da casolare. è la città. di pieno. danno l'idea della immensa fede e pazienza dell' uomo. girano come un ragionamento intorno a un tema. Alla fine il mattone è il colore stes so della città. abbiano eretto questi palazzi come altrettante variazioni per scenari intern i. Si direbb e che gli architetti. gli edifizi di mattoni coi loro scabri ornamen ti acquistano risalto nel grigiore della strada che si confonde lontano coi verd i pallidi dei giunchi. Hanno qualcosa di carnale. Quando si saranno visitate dieci città padane costruite di matto ne. l'umore dolce della polpa nella buccia forte e densa . Così è Casale. fontane. Ho cercato inutilmente di dove prenda il suo nome Casale. Casale è la grande signorile fattoria della pianura padana. vedere apparire sull'orizzonte queste città di cotto. infestata dalle acque e dalle invasioni. Al modo del vino dei suoi colli. Rinascimento e Barocco elaborano a Casale il medesimo mattone e ne cavano effetti ognuno a suo modo: l'uno un effetto di massa. e del Duomo di Arles e di Saint-Nectaire in Francia . queste città danno l'idea dell'infinito e n on del finito. ci si accorgerà che è profonda e vasta nel suo interno come una ricca fat toria. colonne. quali angoli di natura e immagini di vita rustica.a più semplice di risolvere il problema. nelle più difficili combinazioni. e su questo è cresciuta una città signorile: le belle fattorie che nella campagna aperta fanno ombra. tra affreschi. Ogni ingegno locale ha lavorato a modo suo con un materiale tanto uniforme e di una plastica difficile. Ne ll'architettura più tarda. sofisticata. e punt eggiati dal grigio della calce. Tutti quei mattoni posati l'uno sull'altro. Tanto è vero che in architettura non si può proscrivere nulla in nome della stretta ragione. come un solo blocco di marmo o d i pietra. Ed è un sentiment o speciale. Le architetture salgon o al cielo accompagnate dal sentimento di questo ritmo sonoro dei mattoni posati l'uno sull'altro. saranno ancora per u n paio di secoli il ricordo di quelle chiese fortificate. Ultimamente. il sapore dell'acino legnoso. casale. rompendo ogn i rapporto con l'uniformità del piano. frescura. Nei cortili l'oc . da stampa antica. A Casale gli edifizi hanno spesso due uscite su due strade parallele. ariosa e riparata: bisogni che dà la pianura. S'immagina facilmen te che il centro siano quei due campanili e quella torre. C'era una comunità di fedeli sulla pianura e una chies a. diventano motivi ornamentali. con tut te le varietà di tinte d'un campo di gerani. sfrangiati nel capitello. della sua diligenza e delle sue qualità d'invenzione. una fattoria da racconto. scalinati nel fregio. l'aspetto della foglia e del graspo. si avranno dieci sentimenti diversi. queste torri si assottig liano. riparano dal vento e dal gelo. Le sue strade vanno come passaggi d'una gra nde fortezza. del gotico e del Rinascimento. Il mattone. Il suo modello sarebbe insomma l a fattoria. l'argento dei pioppi. non trovando appigli esterni per variare le loro costruzio ni. e tutto insieme fa un vino nobile e importante. si allontanano ve rso la pianura. Esso ricor da la vite e l'uva. non soltanto nella squadratura della torre. Spesso l'effetto è quello spoglio e nudo di certe strutture di monumenti romani di cui è rimasta l'ossatura di cotto. verso l'infinito. che è l'elemento costruttivo della pianura. sono appena un ricordo della primitiva funz ione: tutte le cuspidi ai lati delle facciate delle chiese. da romanzo. non ha perduto quel senso. sui ricordi di questa chiesa si può immaginare qual era la vita in questi centr i della pianura non ancora prospera. riunione di più case in aperta campagna. Lungo le strade che tagliano a raggiera il cerchio del centro. ma a rrotondati nella colonna. l'effetto è d'un materiale d ivenuto prezioso. le torri sono di venute colore del ferro. Siamo poco dopo il Mille. l'odore del pampano. piet re. Fra l'una e l'altra. la corte è vasta. Quando la si sarà ben visitata. e tu tto vi è estremamente urbano e civile. Casale si svolge a chiocciola intorno al suo centro. l'altro di scena e di colore. nelle chi ese costruite in istile funzionale. Ci si accorge da vicin o che quei due campanili sono anch'essi due torri. colonne e capitelli.

m a la piazza delle città di pianura in genere. Non è soltanto la piazza padana. lo scros cio degli oricalchi d'una banda. gestire. anche se sono tutt e ugualmente rosa le bocche che chiamano strillano cantano ridono. Allora uno immagina: 180. questa. avanzare nell'acqua. altrettanti uomini che le amano. si ap rono d'un tratto piazze bianche enormi con una modesta cornice architettonica in torno: sono le piazze in cui la pianura prende il sopravvento. sicuro. IL TRENO DELLE MONDINE Per due giorni. r idono. decorate come i p alchi dei teatri settecenteschi. fino alla metà di luglio. verso i loro paesi i n Lombardia e in Emilia. Davanti alla pianura spalancata. i cappelli di carta colorata. Spesso il cortile sembra a sua volta un esterno di quell i che si dispongono in teatro per figurare una strada o la scena d'una piazza ra ccolta. di innamorate. di spose. occupa tanta storia e tanta vita. una tenera macchina umana che si muove puntualmente in un ritmo di gambe e di braccia nude. vien fatto di ricordare qualche luog o simile in città dell'Oriente dove. Si apre i l capitolo grande della donna che. Di questo tempo tutta la zona delle risaie nella valle padana respira la donna: diecine di migliaia di ragazze. anche sotto i copricapo da fiera e da veglione. paziente. una valletta. verdi. Tutto vi acquista colo re e movimento. si spalancano di questi spiazzi che paiono tanto più strani quanto più le città s ono fatte con la strettura rigorosa d'un tempo. da Vercelli e da Mortara. passava il carro tirato dai cavalli. anche l'ingresso che sale lievemente in pendio e che basta a dar moto a tutta la scena. e hanno il loro infinito. le piazze dei mer cati e delle caserme. fino a ricongiungersi all 'imperio femminile dell'antica Venezia. Casale è un mond o intimo. e i mazze tti del riso verde si accumulavano accanto a loro. nel fitto delle vecchie città tartare e mongoli che. è compiuto da queste centot tantamila donne. queste donne hanno imparato a vestirsi. e non so quante volte tanti figli domani. Si capisc . c'è il seme di qua si un milione di persone. i finestrini erano invasi. i canti d'amore e i canti patriottici fanno tutto un fragore. all'ombra dei grandi cappelli. i ca valli a ogni passo si schizzano il muso paziente. tanto costume. Il lavoro grande. i nastri scarlatti. quali li avr ebbe disegnati uno scenografo per un ballo di corte. con tu tti i visi le stirpi e le semenze della valle padana. un'al tra si trova dietro il Palazzo Farnese a Piacenza. ha del coro. contenersi. sono una lacuna e uno strappo nel ra gionamento rigoroso della città ben costruita.000 monda riso. qui si potrebbe essere ugualmente a Piacenza o a Ferrara o a Bologna. e a quello non meno femminile della Rave nna bizantina. delle 180. con lo sfondo d'un muro di mattoni. Nel treno delle mondine i corridoi. il suo tono. le finestre si aprono sui cortili come logge barocche.chio ritrova quello che cercherebbe invano nella pianura. una fila di c ase basse sul fondo chiaro e non lastricato della piazza dove la polvere d'estat e e la neve d'inverno ricordano la pianura. e nello stesso tempo vasto e spazioso di Casale. i treni hanno trasportato 60. di fidanzate. nella grigia atmosfera delle stazioni squillano i nastri scarlatti con le scritte sui cappelli. i mazzetti del riso buttati giù dall'uomo sul carro punteggiano regolarmente la superficie liscia e grigia col l oro verde intenso. qualcosa vacilla nella memoria in piazze come queste. o un muro di vecchio mattone. una fattoria alpina. vive nell'ombra dei suoi cortili luminosi come in una natura fatta art ificialmente. i sedili. le ruote affondano nell'acqua. Sono composte di pochi elemen ti: un vecchio palazzo da una parte. cantano.000 donne. Qui si capisc e qualcosa dell'Italia. A Casale è la piazza del Mercato e quella intorno alla Fortezza. Questo significa la pianura padana durante i lavori de lle risaie: centottantamila donne. ciascuna con la sua grazia. In questo sistema chiuso. gridano. la s ua personalità. un riparo ombroso.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie. a mano a mano che si scende lungo il corso de l Po. Sul riquadro destinato ai tra pianti. ragazze per la maggior parte. tutti i ginocchi andavano avanti con uno scatto uguale. grandi e deser te. Da campo a campo ques to spettacolo anima grandi distese in cui l'acqua dorme liscia. ai fine strini una testa sull'altra. Sotto il tiro della stampa che si rovescia da Milano e d a Torino. facevano un gran muro di donne. ed è fatica. turchini. Erano treni speciali composti soltanto di donne. Le avevo viste piegate sui ginocchi nudi. le braccia n ude a cercare.

uno dei fatti de l tempo attuale è la donna che lavora fuori di casa. Penso che altrove vidi un battaglione militare di donne: in maglietta at tillata quasi da bagno. i regni femminili e add irittura matriarcali si sono sviluppati lungo il Po. ed ecco che la veste alla moda. delle calze di seta. nella Mongolia. un migliaio di gambe nude un poco strette o un poco discoste ai ginocchi. Il fatto della donna che lavora s'è posto in tutta Europa e in tutto il mondo civi le. assorbì le invasioni. Mi torna a mente Veronica Franco. raddoppiò la popolazione negli ultimi cinquant'anni. si sono mossi eserciti di donne dall'interno dell'Asia. occupò fino all'Ottocento e che sta per riprendere oggi. Ecco un treno di mondine che sembra vadano a marito: ben vestite. Ho visto alcune folle di donne in vari paesi del mondo. s enza i problemi e senza le complicazioni tanto cari al puritanismo. pur notevole. e si capisce che la letteratura nostra abbia d urato tutto il Cinquecento a descriverlo.e l'irrefrenabile spinta civile del popolo di questa pianura che consuma tra l'A lpi e l'Appennino due terzi dei fogli e dei libri stampati della penisola. Forse perché. e quello quasi virile della lombarda. e senza certi avvenimenti che fecero rientrare tante grandi cose italiane. ricordano il mondo civile pulito e ben vestito. E i giornali r iportano spesso la stranezza delle ariete che cambiano addirittura sesso e diven tano uomini. le sole di cui possa disporre. che morì lasciando la sua sostanza in favore di donne che si volessero redimere. i seni tremav ano a ogni passo e facevano ondeggiare la schiera. a Venezia. la calzatura. Infatuazioni. credo che una folla come questa sia tra le più evolute. voglio dire nell'Italia che fu rinascimentale e comunale. le terrazziere. tanto più forte è la spinta della donna v erso il lavoro: la donna si dà al lavoro come allo strumento più rivoluzionario dell a nostra epoca. nell'Oriente. ai margini della Romagna e nella Romagna stessa. Penso che in Italia dove la donna lavora fuori di casa. nelle classi medie. l a piega e il taglio dei capelli. in Russia ci sono le minatrici. ma con le ar mi femminili. e che sia divenuta poi la letteratura amorosa per eccellenza. a Ferrara. si moltiplicò in t re secoli. le valigette. anche quelle che vivevano da secoli nella capanna accanto allo streg one e facevano tutt'uno con l'immobilità e l'infinità della steppa. Che una di costoro si fa ccia sul marciapiede. Quanto più i paesi sono arretra ti e sotto il peso di pregiudizi secolari. Tra l e cassette. e qualcosa ne è rimasto nel l'ordine familiare. a un uomo che l'aveva offesa manda un cartello di sfida per fare acerba vendetta. E si vede nelle rivoluzioni più elementari come il primo fatto che impressiona la donna è il vestito. a Mantova. sembra un bivacco. la figura. Nel nome del rossetto. a causa della prevalenza femminile viva fra noi da molti secoli. come ho detto. ritoccate con garbo. e insomma la somiglianza a que l tipo unico che è la donna oggi. i fagotti. Si dice che la letteratura italiana di quel tempo è per la maggior parte letteratu ra amorosa ed erotica. rammentavano tanto la fragilità della donna: l'inno che cantavano. ben pet tinate. perché storicamente il femminismo italiano del Rinascimento non pensò mai di agguagliarsi all'uomo. Ma in Italia. Que . e rivela il fenomeno che è capo di tutta la biologia italiana: l'impulso verso la generazione che si impresse con la violenza d'un fenomeno naturale nei momenti delle riprese della nostra storia. il fenomeno è tutto particolare. sembrava intonato con le unghie e coi capelli. Questo era il feno meno più forte della vita italiana. Per eguagliarsi a questi ideali hanno tentato di eguagli arsi agli uomini. a uscio chiuso e senza padrini. la donna avrebbe occupato naturalmente ben altro pos to da quello che. le rivoltelle battevano sulle cosce tonde. Essa mise sempre in chiaro i rapporti tra uomo e donna. il femmi nismo data da almeno tre secoli. cortigiana di Venezia. la quale. quale si vede nei giornali e al cinema. popolò il Rinascimento. Nella Turchia appena svelata. abbastanza feroce. E d'altro canto. Tutte in massa arrampicate ai finestrini vogliono p iacere. la pettinatura. Dapprincipio l'i ntonaco delle pareti e la carta tinta di rosso servirono di cipria e di belletto . non s'è mai visto come nel mondo attuale un così gran numero di donne che si annoiano e si sentono inutili quasi fossero scad ute dagli ideali umani. In questa folla un occhio esperto può leggere l'appartenenza a una regione: il vestito un poco teatrale dell'emiliana (non per nulla l'Emilia è il paese dell'Opera). ma fu una rivelazione delle qualità positive e più femminili della donna.

C'è molto inutile sangue in quella vita. terminata c inquecento anni dopo. psicanalisti. tale solidarietà v itale e naturale fra uomo e donna italiani ci turba ancora nelle tragedie elisab ettiane. ci raccontano del loro tempo con una incredibi le facilità. e ci ha tramandato una grande opera. Non c'è quasi delitto che essi non contemplino con relativa indifferenz a. di padrona reggjtrice della casa. triste o fortunato. L'Europa all ora risonò della lussuria italiana che non era se non questo impulso. che spuntava qua e là come un mostro o come qualcosa di più che un uomo. lady Chatterley. con tutta la sua crudeltà. Ce ne rimane lo stesso una grande civiltà privata. Le cose più leggere erano le beffe. le bazze ostinate che si ritrovano ancora oggi in viso al primo che passa per le no stre strade. Quanto a me. quasi che tutto accadesse in un mondo astra le. e che talvolta ci si stupisce di non vederle sormontare un costume sontuoso o guerriero. ma il fatto che egli ha costruito un a casa dove che sia. sui poggi. nel la spersa pianura. Il muro è tutto. . seguitavano ad abitare il loro palazzo di fronte al palazzo degli usurpatori o vincitori che fossero. ma quel poco che fa veramente grande l'uomo. come se visitassimo un regno istintivo e pieno di richiami del sangue. gl'ingannat i. i finti tonti occupano molto pos to nella vita italiana di allora. a tratti la più errante. Da Bertoldo a Gonnella. Il popolo lottava con gli elementi. atteggiarla a costume. mentre palmo a palmo più giù la si strappava e la si strappa ancora al mare e ai fiumi. Lawrence. Ci appare quel tempo come un dramma a un solo protagonista. Se ne accors e nuovamente molto più tardi. E come in un'eco ingigantita. Se si pen sa che questo amore delle quattro mura viene da una razza che ha avuto storicame nte la vita più scomoda. E da allora l'italiano ha il genio. e gli energumeni. truccata da scienza e da psico logia. cercavano di cavarsela pel rotto della cuffia. Il fatto è che ancora oggi l'italiano può portare una uniforme facendone qualcosa di individuale. che se fosse stato adoperato a fare l'It alia avrebbe dato altri risultati. sbassati dai Gonzaga. di madre. e lo portarono sulla scena. di amante. ris coprendo in Italia quello che in Italia c'era sempre stato: la donna nella sua f unzione di figlia. le bocche risolute. sono gli scemi. e mondi interi tra le quattro mura delle loro fortifica zioni e dei palazzi. i buffoni e i furbi. pose una miccia a l puritanismo anglo-sassone e sconvolse non soltanto i cervelli delle donne. Forse bisogna considerare quel tempo. e poi custodita. all'orecchio del Principe attent o cui tutto era riferito nella più attiva ed elegante lingua d'Europa. Venne fuori in Europa un'emancipazione di nuovo genere. e non tant o come segno delle quattro mura domestiche. i vi olenti. solitarie e dirute sui fiumi. bisogna dire che si tratta d'un is tinto che dice tutta la personalità dell'italiano. quasi che col sangue si costruisse il destino vitale d'una nazione. come uno di q uei periodi in cui i popoli si rifanno corporalmente. rendendo abitabile dove si trova. Che Gian Francesco Gonzaga corresse armato per Mantova di notte e volesse venire alla mischia con quanti incontrava. fino al parricidio per ambizione. Ma qualcosa ribolliva.sto e mille altri racconti del genere. quando un altro inglese. a vedere i treni delle mondine nelle stazioni della pianura pad ana. I poeti del tempo di Shakespeare trovarono il fatto loro in questo impulso del sa ngue. SABBIONETA I novellieri italiani del Rinascimento. freudisti. i Principi creavano in un lembo di terra le più spiccate civiltà locali. Bisogna ri cordarsi che i Bonaccolsi. cominciata verso il Mille. E questo era il Principe. Le quattro mura del palazzo si ritrovano dap pertutto fra le Alpi e l'Appennino. in un tempo in cui le civiltà si sviluppavano in piccoli focolai locali. In quel tem po si formò il tipo fisico dell'italiano: quei nasi forti. e il Bandelle che è il testimone della vit a nella pianura padana di allora. A legger e i racconti dei viaggiatori italiani che in quel tempo cercavano mondo e le mer aviglie dei popoli nuovi e le loro ricchezze e i prodotti pare di sentirle rison are nelle vaste sale di quella civiltà domestica. riecheggiavano in una vita tutta istintiva l'antico desiderio di grandez za. fecero un'enorme impressione nel mondo. la malattia e l'amore della casa. spesso gli mancava poco alla grandezza. Le quattro mura erano l'incubatrice di questa civiltà. è uno s cherzo tra i minori. Accanto ai violenti e ai pazzi. organizzerei carovane di puritani. Ognuno di quei personaggi era a modo suo un uomo. e un'opera pubblica gigantesca: la terra bonificata.

e i carciofi crescevano sull'umo del Colosseo. si ostinò a fondare una dimora principesca. se Shakespeare non ha già fatto tutto. tras cinati in basso da un demone violento. La chiesa che era un mausoleo di Vespasiano Gonza ga è ridivenuta una chiesina di villaggio. dalle nicchie dove è collocata su diversi piani . Un decreto del senato veneziano proibiva ai nobili di accostarsi a que ll'uomo che si aggirava mascherato. colti e raffinati. si trova un armadio per l'archi vio. in sopravveste nera. ma che. un colore di villaggio. e Federigo Gonzaga. il suo erede sperato e amato. la torre. È forse l'unico angol o d'Italia che ricordi l'Italia dell'Ottocento. per un teatro tragico italiano. I Gonzaga finirono con Ferdinando Carlo. C 'è ancora. L'uomo ha agito qui come agisce la natura. si trova nella chiesa delle Gra zie. in un angolo qualunque della pianura lombarda. è meglio allora affrontarlo in grande e creare allora un curioso e unico villaggio modello in cui i bambini imparano l'alfabeto sotto i cassetton i dorati a zecchino. di Ulisse. vestiti di stoffa. Non so se tutto attorno a questi edifizi un tempo esis tessero altri palazzi. la sua seconda moglie si chiuse in un convento tre anni dopo il matrimonio. e tra i miti di Galatea. il teatro. Vesp asiano uccise la prima moglie per infedeltà. il castello. E grandi come a Mantova. Ma st arci come ospiti decaduti perché non si trovano altri locali no. non agendo sulla realtà dei loro popoli e riducendo tutto a un dramma p ersonale e familiare. i periodi di Roma decaduta in cu i i pastori erano tornati a popolare le pendici del Palatino sulle colonne abbat tute. il palazzo con giardino. il coro di questa tragedia. non ne rimane traccia. quasi che la pianura vasta avesse qu i un argine. e gli impiegati registrano gli atti dello stato civile fra i travagli di Ulisse e le avventure di Diana figlia di Giove e della Luna. ma un palazzo. gioia di vivere. in un villaggio di co ntadini. di Diana. il desco. Se si ha da organizzare uno sp ettacolo simile. e questa unica perpetuità dell'u omo della terra ha conferito a questa città stranissima. e le stoffe sono divenute q . pr oviene dal ripetersi infinito dei miti di Diana Apollo e Venere che dalla forza del significato originario cadono nell'allusivo e nell'equivoco. alle porte di quella Mantova sempre più nuova nel tempo. il letto. Sono di legno e di cera. Avevano fatto della storia la loro biografia. tutta una turba del Quattro e Cinquecento. perché incontrandol o a cavallo non lo aveva salutato. E il più bello è entrare sotto le volte del palazzo. ma in una lotta indoma bile con se stessi. e andò a consumarne il prezzo al carnevale di Venezia. mentre sulle sedie impagliate i contadini leggono il giornale. tra i putti che gonfiano le gote su un fondo nubiloso raffigurando i v enti. registra gli atti municipali.Un Gonzaga. un o dei più bei teatri a scena fissa della Rinascenza. e che teneva una scuderia di donne grasse. e Carlo V. che nel 1681 vendeva Casale ai Francesi. un a serie di figure di principi animati dalle più alte nobili e pure ambizioni. Tutto questo fa f reddo e tristezza. L'altro personaggio. il C onnestabile di Borbone. che fu chiamata la Nuova Atene. la galle ria degli Antichi. la terza moglie vide morire Vespasiano. ma egli già aveva ucciso con un cal cio all'inguine il suo figliolo. circondati dai più savi e fini e gloriosi uomini del loro temp o. un mondo artificiale vario e ricco. Il teatro è ora un cinematografo col telone sul palcoscenico. e i visi sono quelli d'un mondo imbalsamato. i fili nudi delle lampade elettriche e i piattini di smalto. Anche questo è un luog o unico in Europa. e no n erano neppure abbastanza grandi per questo. Sabbioneta. Viene incontro. e l'uomo fu qui invece infelicissimo. Proviene forse da tanti sogni ambiziosi e senza vera grandezz a e da uno scenario che serviva soltanto a uno solo perché si chiamava Gonzaga. e il suo segreto lo conobbe soltanto il m arito. Ma bisogna dire che è una delle più strane avventure entrare in una sala ricca e grandiosa dal cui soffitto pendono. i ricordi non sono gli stessi. ci hanno tramandato la più splendida civiltà privata e la più mi serabile tradizione pubblica. e il teatro olimpico dello Scamozzi. Non è certo la stessa cosa. affrescate e intagliat e. Credo che la popolazione di contad ini di allora fosse molto simile a quella d'oggi. Tutto ricorda amore. un tavolino stecchito sulle sue quattro zampe a pomini. una natura fatta ad arte dove l a stessa natura è uniforme. Non una villa. poiché essi non v idero altro che la grande e irrimediabile infelicità di uomini come Vespasiano Gon zaga. è affidato a due vecchi contadi ni che vi tengono una stanzetta col fornello. dove una pacifica i mpiegata. con a capo un papa.

lo suonano ai piedi della Madonna in gloria. formano un teatro grandioso. compos ti di gusci di frutta e d'animali e di crani d'uomini.Leggier divenni e non rimasi offeso". approdano dalla Turchia. quella schiera di musicisti da concerto che. di Guarnieri del Gesù. cosparse di ex voto c ome gli scogli del mare sono decorati di conchiglie. E già nella sua consistenza è il mistero. ci fanno ascendere con loro quell'atmosfera rarefatta della grande altitu dine e solitudine in cui si abbraccia l'inconoscibile e l'inesprimibile.Un de' membri che al corpo er a sostegno . che crea tut ta un'umanità di patiti della melodia. si vedranno carri pieni di questi personaggi grandi e oscuri riattraversare le grandi strade della pianura. egli credette che i m . la sua voce è umana come talvolta g li uomini vorrebbero cantare o implorare o gridare. com e se ne contentavano i primitivi: basta vedere gli strani liuti d'Africa. Sempre nei quadri del Cinquecento. nei quadri e nelle pale d'altare. cioè in qualche cosa che diviene part e dell'uomo. di Stradiva ri. che induce il cuore a compiacersi delle sue passioni. Sembr a che i frati che custodiscono il convento non vogliono sapere più di questo teatr o picaresco ed errabondo sostenuto dalle colonne di legno. Uno con una fune al collo. dei loro strumenti a corda. Un tecnico moderno di mia conoscenza. portano costumi di Spagna e di Germania. dai pericoli. Senza di questo non si sarebbe avuta. Guerrieri e condannati a morte.Quando Maria chiamai fui risanato". crudele e miserabile di quel tempo. in atto di morire e di risuscitare. v ecchi profeti brandiscono violoncelli per cantare le lodi del Signore. tra l'altro. sbucano dalle pestilenze e dagli orrori. senza riuscire a trovar le p arole. la ricetta della sonorità mai più raggiunt a dei violini dell'Amati. dalle condanne. poiché gli antichi si contentavano di tali rumori che erano poco più su delle voci della natura. e che chiamavano perciò comunemente il mago (perché noi moderni attribuiamo ancora alcunché di magia ai procedimenti degli antichi). capace com'è di purificare ed esaltare l'uomo o di diventargli complice e mezzana lasciva: questo strumento è stato ricre ato nel Seicento a Cremona. Un soldato con una gamba di legno dice: "Nella guerra crudel mi fu troncato . In una cappella a parte è la tomba del più perfetto ma estro di creanze del Rinascimento: Baldesar Castiglione. Se riusciranno a sfrattarli . del Guarnieri. e che era uno stridio. tra il petto e il cranio. di Amati. I VIOLINI DI CREMONA Fino a tutto il Cinquecento. il mist ero stesso del ritmo e dell'armonia del mondo. che insomma introduce anche nella musica co ncetti morali come in tutte le altre arti. Ma lo strumento che a un tratto diviene parte dell'uomo. s ovrani e poveri diavoli. nei loro palchetti. come è scritto in un cartiglio: "Dalla fune onde in alto era sospeso . Alla nascita di questo strumento c'è fatalmente qualcosa di stregonesco che si per petua per due secoli. dice in versi. e doveva essere un semplice linguaggio. in un lavoro infinitamente ostinato su un tema di poche note. dello Stradivari. da Monteverdi in poi. in atto di preghiera.ualcosa di mortuario. come accade di tutte le scoperte che sorpassano i limiti d ell'uomo. ringraziano la Vergine Maria di averli scampati dalla peste del 1399. Un po' più armonico era il suono del liuto prim a dell'avvento dei maestri cremonesi. da variazione a variazione. Nelle loro nicchie. esso ha la forma del torso umano. diviene tutt'uno con l'uomo.Col grave sasso che pendea dal collo . La grande riforma musicale consiste in questo: nella trasformazione dello strumento a corda in istrumento da braccio. avventurieri e saracini. conquistato attraverso una pazien za e una tecnica che alla fine divengono la scala celeste verso l'ispirazione. Un altro con una pietra al coll o sorge da un pozzo sotto gli occhi del carnefice e si esprime: "Fuor d'esto poz zo uscii libero e sciolto . che perse tutta la sua vita a ricercare le lavorazioni degli antichi. Fin qui la musica non ha lo stesso senso che per noi moderni. un ronzio. era un frinire. il violino lo suo nano gli angeli.Perché allor fu i dalle tue braccia accolto". ha una voce più umana e s convolge la musica fino a renderla quell'arte che Tolstoi trovò diabolica e pensò di proscrivere. dal le crudeltà e dalle guerre. e pare di udirne i l gracile timbro: non è più il suono che i Greci paragonarono. tutt'al p iù un canterello come d'uno che mugoli a bocca chiusa. e dall'Africa. da sviluppo a sviluppo.Vergine benedett a ti chiamai . Puntato al sommo del petto. durò tu tta la sua vita a rinvenire. al canto delle cicale. appena spiccato dal patibol o. ritratti in grandezza naturale.

e la migliore. "dispera to come un canto d'angeli scacciati dal cielo perché si sono innamorali delle donn e della terra". e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia. Sì. l'aggettivo grande è il più significativo: grandi palaz zi. indifferente ai suoi concittadini per qualche stranezza del carattere. alle più gr osse verdure. al modo del cuore nostro quando non vi spira più né amore né gioia né sofferenza. un viso femminile ridente con due gemme p er occhi. guadagnò un milione di lire (siamo alla fine del Seicento ). quelle che me ttono l'impegno più assoluto al bestiame più bello. Vedo apparire Paganini. come per un irraggiungibile virtuosismo. il sortilegio del violino. la sua amante infedele. poi demolita con la demolizione della chiesa del 1868. Del quale si sa che ebbe successivamente due mogli. L'Ottocento non ha finito ancora di stupirsi della voce del violino di Cremona: Tolstoi vede ancora Satana nella Sonata a Kreutzer. attraverso il suo str umento: abito nero e corpetto nero. di quei violini tascabili. Forse è quel viso che orna la parte alta del manico d'una sua cetra. Q uando si abbandonano alla fantasia toccano il gigantesco e il capriccioso. Guarnieri del Gesù. e di come amministrò abilmente il suo denaro. con quel suono disperato di cui ci parla tutta una letteratura. ma non più di quanti ne nacquero fino all'Ot tocento. altro cremonese allievo di Stradivari. alla maniera antic a. Uno strumento del Guarnieri usò Paganini. Girò l'Europa con un segretario che pare fosse il diavol o in persona. ai frutti più madornali. Così accadde di Stradivari. Di Stradivari no n rimane neppure un ritratto. che appartiene al municipio di Genova. ma visse os curo. C'è un enigma nella vita di Stradivari. Gli angeli non suo nano più violini ai piedi della Madonna in gloria. Sono le contrade che hanno costruito i palazzi di Mantova e di Ferrara. il più magniloquente e insieme il più ortodosso della l etteratura italiana. le code della giacca fino a terra. Niente altro. fu in carcere e fece un patto col diavolo per uscire libero e per diventare il più grande violinista d'Europa. e annerito come gli era. gl'inviati dei potenti d'Europa aspettavano più mesi a Cr emona che il maestro consegnasse gli strumenti richiesti. un ignoto venuto da Milano afferra u n teschio e pronunziando il nome di Stradivari se lo porta via. Egli s'era poi fatto u na tomba in San Domenico a Cremona.aestri cremonesi trattassero il legno con l'ambra sciogliendola con una loro ric etta che poi andò perduta. curioso di t utte le novità. grandi torri. fornendo strumenti musicali ai grandi e alle Corti del suo tempo. il viso pallido inco rniciato dai lunghi capelli cupi: intona il suo pezzo strabiliante sulla corda d el sol. In ultimo lasciò perfino il suo cuore a qualcuno. voglio dire proprio il muscolo che fa da cuore. Non si sa dove il mago di mia conoscenza fosse arrivato con le sue ricerche. e lo si trova in una boccia d'alcole nella . Lo strumento di Paganini. e in tutto undici figli. grandi frutta. le sue molecole si disgregano. Perché il vio lino ha pure questo di supremamente umano: non suonato per un pezzo deperisce e muore. LO SPIRITO DELLA PIANURA C'è uno spirito italiano proprio della pianura: facile ad accendersi. Davanti alla tomba scoperchiata. è piuttosto l 'ombra. Stradivari già lo conosceva il diavolo. Fino a Milano. la seconda a cinquant'anni. come colpito e bruciato dalla fiamma d'un genio infernale. forse lo stesso che sulla testatura del violino dettò a Tartini il f amoso trillo. La fantasia d ei contemporanei non trova altra spiegazione alla figura di Paganini se non una sua alleanza col diavolo. è vero c he si trattava di cerimonie nuziali. o c hissà per quale motivo più reale. morì portandosi anch'egli il suo segreto. non più sotto l'azione delle vibrazioni. lavorò parte della sua vita in prigione do ve era stato rinchiuso per avere ucciso uno della sua stessa arte. che essi confidano soltanto all'arte. e nelle f alde nasconde forse una "pochette". intorno ad altri che praticarono il magico strumento. disse la leggenda. Di Stradivari rimane la tes timonianza che allogò i suoi figli molto bene. E chissà poi se uno strumento simile ha ancora una voce. lo strumento è profano: tanto che m'ha sempre stupito sentirlo qualche volta in chiesa accanto all'organo. grandi coltivazioni. Ma sul manico non c'è più nessuna corda. e con lui la leggenda si rinforza: egli uccise. Nel Ferrarese viene fuori uno scrittore come il Monti. Paganini ha le br accia allungate smisuratamente dal violino e dall'archetto. Destino dei grandi uomini di scostare con la loro presenza quanto la loro opera invita a conoscerli esprimendo una parte di loro.

E a Milano un astronomo che copriva di scritte i muri.Biblioteca dell'Università di Ferrara. e al punto da suggerire il pensiero che. fatti per altre generazioni e che non si riesce a ridurre ad appartamentini moderni. Dove non c'è vento di idee nuove che non abbia suscitato uragani. grandi appartamenti di quelli che non si sa come dividere. C'è l'Italia meridionale che indaga sull'uomo nel creato. Una commissione di trevigiani contadini è andata a saggiare la terra e il r egime delle piogge in Abissinia. dicono assai de lla vita d'una città che ha sempre tutto sulla punta della lingua. I vers i mi pare fossero in terzine. Ma nella pianura padana c'è ormai più poco da conquistare. E questo dà il senso del presente e dell'avvenire italiani. Il quale Savonarola sta ancora in piedi. che non è soltanto toscana e fiorentina. nell'infinito. l'appartamentino di due stanze e cucina venuto di moda dopo l'Ottoc ento e con l'urbanesimo. in Dante. inneggiami. per una somma relativa mente modesta. È la pianura. la moda raggiunse l'Oriente e. Se parliamo di reazione. I grandi palazzi sono pieni di tutto quanto nella vita medievale e rinascimental e è simbolico. Non era la pubblicità d'un nuovo prodotto. nella vita per tanti versi misteriosa di quell'età. fin dal tempo dei Greci. della sua necessità e fatalità. proprio l'appartamentino distrusse in Turchia non soltant o la poligamia. l'Opera è padana. e la terra un elemento dell a vita urbana e la causa stessa del suo fiorire. ma anche le grandi famiglie. e che nel Risorgimento porta questo suo anelito fino a ricongiungersi con l'azione del Piemonte: l'Italia centrale cerca l'uomo nel regno di Dio. ininterrottamente. c'è un potere d'infatuazione per tutto quanto è assolut o. leggevo un cartello stampato che pareva composto in versi. e non è detto che il capitano d'industria o il padrone di un allevamento o d'un campo modello non portino nella loro funzione qualcosa che somiglia da vicino a l senso di assoluto che domina un filosofo nell'indagine del vero e del bene. as sai prima delle leggi. l'economia politica. di critica alle cos e comunali. Ai due estremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola. col Polesine. E poi c'è l'Ariosto. Perché c'è un'ispirazione. del suo viaggio ve rso l'esilio. A Ferrara si possono ancora avere. e il futurismo. il più devoto alla tradizione letteraria fino alla bigotteria. E b ruciano anche le lapidi. e la lotta è sempre quella. Ma sempre con un piede legato alla tradizione e al rigore tosca ni. Ma le città sono piene d'uomini. ampio e avventuroso come un bel palazzo padano. Queste lapidi imprecanti. o me ne vo: che vale lo stesso". col braccio teso. nell'assolu to. Non si immagina che cosa abbia combinato nel mondo ques ta necessità urbana degli ultimi cinquanta anni. quel Bartoli che a nche in punto di morte ebbe uno scrupolo grammaticale e disse: "Me ne vado. e che la terra non è tonda ma piana e fermissima. domina su tutto uno s pirito urbano. che non si trattasse soltanto di figurazioni di miti e favole antiche. S otto una vita semplicissima. come è padano il romanticismo. altrimenti agisce contro di sé e il su o nucleo civile. primissima in Europa e ultima vo ce dei Greci fino a noi. annunziando c he gli astronomi sono stupidi. vi sia ancora qualcosa di inesplorato nei dipinti e nell e decorazioni allegoriche di cui signori e principi si circondavano. ma medievale e padana. annunzianti. Ora. e appena q uel tanto di terra che si stende là dove il Po si impaluda. ma l'annunzio di come una signo rina ferrarese aveva lasciato gli studi letterari per darsi alla chimica. millenaria intorno alla terra. T ra i più potenti limitatori delle nascite al tempo nostro. La provincia di Trevis o colonizzò lo Stato di San Paolo del Brasile. E poi. quella settentrionale considera l'uomo nel finito e ab itabile mondo. mentre là presso le lunette del Duomo sono le immagini più vicine all a concezione di Dante della vita ultraterrena. senza accorgersi che i tizzi ardenti gli stanno per bruciare i piedi. l'elettricità. in una piazza di Ferrara. per tutta la piazza della Cattedrale. il Ferrarese la campagna tra Roma e il mare. la pianura tra Roma e il C irceo. E sono padane la scienza dell'anatomia. bisogna annoverare le c ase piccole. presso il Duomo di Fe rrara. Anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione. In fondo. di deprecazione c ontro i preti. alcune zone della Sardegna e. il padre Bartoli era ferrarese. ma che sotto vi pull ulasse uno spirito simile a quello che si trova nei misteri orfici e pitagorici . Ma ricordo a Bologna un tipo di vecchio signore in tuba che vendeva pittorescamente certi suoi fogli stampati. l'uomo ha bisogno di agire. Su una palizzat a. e Ferrara più di o gni altra.

Lallemant. Ma d'altra parte. non più quella baccante che ancora adolescente as sisteva a orge immonde col padre premiando i vincitori. e Lucrezia. Naturalmente sono andato a vedere. nella fantasia e nei sensi. È un a mia ipotesi. E il Sa vonarola. quasi tutta aste. Tutto questo non è sol tanto decorazione o allegoria. che ci possa spiegare i segreti di questa città che più di ogni altra serba nell'animo. trasportandovi gli stessi simboli come li aveva veduti in Italia. Da decenni ormai gli storici s i affannano a togliere ogni colpa dalla vita di queste due donne. le passioni. Il peccatore interessa più vivamente del fedele le religioni di tutto il mondo. La ebbe forse quella Olimpia Mo rato ferrarese. A ogni modo. Ci si aggira inseguendo un segreto come in un labirinto ariostesco. LA BASSA La terra nella pianura padana rende oggi sui trentacinque per ogni quintale. l'impeto di vita del Rinasc imento. qua nto. nel centro geografico della Francia. un suo palazzo secondo la moda della Rinascenza nostr a. non si fremerà davanti alla ciocca di capelli biondi che si conserva di Lucrezia a Brera. e ve n'è una coperta. a Ferrara. almeno nella seconda parte della sua vita. come seguitando in una interminabile pianura. a significare Fede. e tutto lo sbigottimento d'incontrarsi coi mostri che ognuno di noi chiude a doppia chiave entro di sé. a Ferrara ebbe tre figli . i biglietti f irmati da Parisina e da Lucrezia Borgia. non troveremmo che rari curiosi. la firma è grande e larga. Parisina. quella del Cossa. in calce a un biglietto che chiede dieci ducati d'oro "per una certa s pesa la quale habiamo fatto". nessun'altra terra d'Italia. e fuori di questo è silenzio. togliete queste favole. spunta un tenerissimo inno cente il quale.della antichità: insomma. Avrà mentito il cardinale. Questo signor Lallemant è sicuro p ortasse dall'Italia tutta una simbologia pittorica di natura iniziatica. che mondo astratto. ed è San Luigi. già dai poeti d'am ore durante gli anni di Dante. anche a volerla intendere realisticamente . un vero e proprio culto. Forse perché meglio del giust o conosce la verità essendo con essa in contrasto e guerra? Guardiamo la storia de i Gonzaga: dopo una storia tutt'altro che edificante. Lucrezia. pur nella rappresentazione che i l Cossa fa della vita di Borso d'Este. nella Biblioteca dell'Università. come per Lucrezia ha fatto Maria Bellonci. Un signo re francese del Rinascimento. È una vena na scosta che circola in tutta la vita italiana fino alla Riforma. forse fino a trovare que lla Circe del Dosso. come una grata di prigione. è quel santo che parve avere n el sangue per un'esperienza di razza l'orrore del peccato. oltre la palude e il mare. e non se ne parlerà più. mentre le sole firme di quelle altre due traggono tanta gente curiosa in pellegrinaggio? La sto ria non sarebbe dunque se non il racconto degli errori umani. quasi gotica. Parisina sarebbe soltanto una sventurata. A vedere nell'ultimo tratto del Po come . senza nessuna conoscenza del mondo. ed essa entrerà nel novero delle oneste donne che non hanno storia. dalle strade che portano lontano e quasi infinite. Quello di Lucrezia è una lista di spese p er lavori di artigiani. fuggiasca in Franconia perché aveva abbracciato la Riforma e di cu i si possono leggere le oneste lettere in qualche vecchio libro. e l'imp ressione che ebbi in quel palazzo di Bourges si riproduce davanti agli affreschi del Palazzo Schifanoia a Ferrara. Si trova nei pittori ferraresi una simbologia aperta e chiara come quella del Dosso. una filosofia segreta. la scrittura virile. la morte. e senza risult ato. non veniva forse da questa Ferrara marcata nel più intimo da quell'arte e da que lla concezione della vita? Grande e vasta Ferrara. si fece costruire a Bourges. È come visitare un mondo segnato di quanto nell'uomo sta fra intuizioni e terror i: il peccato. Quella di Parisina. è una firma minuta. e lasciandoci a ogni modo una poesia di formule dottrinali che il Rossetti e Pascoli e Luigi Valli hanno tentato di decifrare in base appun to a un linguaggio che sospettavano iniziatico. se raccogliessi mo le lettere virili. le corti padane diedero schiere di gentilissime e virtuosissime per cui. e al terzo il cardinale Bembo augurava di "essere eziandio della materna virtù s uccessore". stretta in se stes sa. credo. per esempio. accanto alle donne come Isabella Gonzaga. ma pare proprio certo che essere capitata a Ferrara ed entrare in tutto un mondo istintivamente prolifico abbia fatto di le i proprio una cauta signora. i quali adoperavano la parola Amore. perseguitato com'era dall'odio più furente verso l'arte del Rinascimento .

dove tra Maccarese Ostia e il Circeo s'è avuta un'emigrazione di contadini di varie regioni. al punto che si riconosce dappertutto che gent e vi ha messo mano. Si aspetta che il . e il salino. con que lla confidenza che esse hanno dell'uomo. alti nel mezzo e declinanti ai lati. quella che luccica da tutte le parti. le signore scendevano. mi chiese di aiutarla a caricare sul tr eno certi suoi fagotti. stagna poco più giù. e non quell a d'oggi soltanto. Capii in quel tratto la nostalgia della gente della pianura. per molti secoli. Canapai e seminati a pioppeti promettono che di là tro verete chissà che aspetti. Conosceva bene la terra e i lavori. Ora i campi so no felici. Ognuno vi r ifà il suo paesaggio natale. La pianura folta lascia appena disti nguere gli abitati. fra due rive arruffate di giunch i. talvol ta più bassa dell'argine. e tornava a casa sua. e anche i villa ggi. più giù è storia d'oggi: a Piacenza i campi sono adagiati fra alti argini. Dopo aver visto il Po trascorrere solitario sotto i lunghi ponti. appena strappata dalle acque è fiacca e nera. un borgo chiuso fra le mura d'un villaggio medievale di contadini fortificato. anche se la conformazione del terreno sia delle più uniformi. come un cristiano. è salmastra. Anche nella Bassa sono arrivati ad avere i trentacinque per ogni quintale. Una di queste donne. corre nei canali del Po. il mare arriva fin qui e tiene tutto sotto il suo dominio. ma ogni palmo di terra fu un lavoro di adattamento e un'impresa. e anche dove è passata più d'una generazione di agricoltori. qualche silo risponde all e torri che tra il fiume e le gore verdastre dominano le fattorie e i villaggi f ino ai dintorni di Mantova. Non c'è ac qua. Fino a Mantova la terra ne serba ancora il ricordo. Gli argini so no alti. svoltare nell'infinito piano come una vecchia strada. Non c'era il minim o equivoco. verdi. Questa è terra di creazione recente. A un certo punto si v ede un piano allagato dalle piogge: i covoni di grano facevano pietà nell'acqua. t utti fermi e zitti attorno. Prosciugato il campo comincia l'arsura. C'è una tecnica della terra. come nell'architet tura e nel modo di disporre una città. Al m odo di tante altre donne. e nessuno ci poteva far nul la. e il contadino pensa che tutt o sommato anche quello è concime. di dove ess i vennero: marchigiani o veneri o padani o della Bassa ferrarese. si macinano alla fine a furia di arare. ma di molte generazioni. l'architettura d'una fila d'alberi dritta che fa da frangivento. eccolo verso l'ultimo diviso in canali dritti e uniformi. con quelle cappe bianche che tornano su sem pre nuove. l'aratr o la rivoltola di continuo per anni. Nel Ferrarese. Montagnana. per mantenere i coltivi all'asciutto sgrondando i soverchi umori del te rreno. il gra no era in mezzo all'acqua sporca. Ognuno ha il s uo modo. stanno nelle depressioni del terreno. si capisce quello che è costato in sette secoli bonificare la pianura. a occidente della città. e il contatto con lo sterile mare. i ragazzi all 'ombra delle fratte tra le acacie e i pioppi. abbondanti. correva in lungo e in largo la terra distesa dove ci f osse bisogno. come per una disgrazia che toccasse il pane di ognun o. lungo gli argini a distanza una capanna di sarracchi. Veniva dal lavoro verso Vercelli. Intorno a Roma. e nei loro discorsi si veniva a sapere tutto della vita attorno. con le figlie donnine piccine. Questi campi padani sono quello che più ricorda la presenza dell'uomo. i personaggi che possono diventare nella fantasia le ceppaie nocchiute che tirano a ogni nodo un virgulto dritto e lucido. i contadini con le braccia lunghe sui fianchi a guardare quella maledizione c he non capivano perché fosse capitata a loro. e nella B assa. nel Polesine. e l'eterna promessa di questi argini che invitano a guar dare di là. come da onda a onda.si strappa la terra fino al mare. e quando fui salito volle discorrere. Altre donne salivano e scendevano alle stazioni. a Montagnana . ne parlava con confidenza. e invece è un campo appena arato con le sue motte di terr a grandi e lucide della lama dell'aratro. e non vedeva l'ora di scorgere sulla pianura le mura del suo villa ggio. chi ha un po' d'occhio riconosce alla prima. e di là è una nuova promessa a guardare oltre. poi. seminata di conchiglie. che danno l'idea della prontezza al lavoro. Nient'altro. e non si sa come ci si sentiva colpevoli. e una rete a bila ncia da capo d'una lunga asta. perché. con le braccia robuste in avanti. l'ars ura è nell'aria. spartirsi alle secche sabbiose. nel Mantovano i campi sono rilevati. La te rra. è ancora visibile la separazione della terra dalle acque. Si fermavano le macchine di pa ssaggio. Da trenino a trenino tanta gente corre la pianura: le donne coi fazzoletti attorno al capo.

Lo spettacolo e l'idea dei ragazzi dov eva accompagnarmi per tutto il resto del viaggio. i fitti. e nelle loro idee sono assoluti fino all'ultimo e oltre: questi sono i ferraresi. di feticismo delle forme più nobili fino al capriccio. "Io. ragazze e donne. C'è l'internazionale del contadino. e que llo d'una fantasia fuori d'ogni limite. e come per mettersele bene nell'animo. per piover bene. Era l'ora di an dare a letto. che sbucano da tutte le parti. Sì. i c anoni. se ne circonda il campo d'una corrente continua che lo manterrà fresco. della lice nza del Rinascimento. e ogni volta che chiamava se ne present ava una nuova sempre più piccola.. dopo anni di aratura. per questo impegno sempre assoluto. è quel popolo bollente. si fa stretta. ed è dove la terra è buona. Disse ancora poche sentenze: il pesce è buono quanto più la testa è lontana dalla coda. Gli altri attorno fantasticavano ancora sui raccolti.. s'illuminò tutto: "Ci sono molte fontane a Roma". Gli rispose una risata. cioè i lampi in mare non annunziano tempesta.. prende nerbo. cioè." L'uomo grosso e fort e che mangiava accanto a me nell'osteria d'un villaggio. il grano . Le ragazze dell'o ste andavano attorno a servire le tavole e a preparare gli alloggi per la notte: non so quante fossero. fra due estremi d'un conformismo tutto regola e rigore. non riusciva a terminar e questa frase. rifugiate su strisce di terra come su pontili. dritta quanto è lunga la striscia . non fece che mangiare patate. d'una specie di oscuro e ribollente istinto vitale. il granone e poca altra roba: è l'acqua che fa la terra di due sapori. Non sono emiliani: manca ad essi degli emiliani quel certo la scito clericale che la natura degli emiliani è riuscita a rendere duttilità e morbid ezza. l'uomo del pozzo. e permett e le colture di colore. non sono romagnoli: i romagnoli hanno il senso esclusivo del gruppo familiare con tutte le qualità che questo gruppo richiede. è rimasto un colore amoroso e generativo. Uno della tavolata gli fa: "O dillo che faresti se fossi un gran signore. I fatti che formano profonde differenze e distanze in campagna. Al mattino. i libri dei nostri narratori de i buoni secoli. resi praticabili dalla ostinata volontà dell'uomo. Di questo ha notizie. pa esaggi d'una Venezia minore. metafisico. la contrada tra Venezia e Ra venna asciuga tutto l'umore dei fiumi della valle padana. e un'altra meteorologica: lampo non mangia barca. vorrei avere un pozzo artesiano (diceva 'artigiano') nel cortile di casa mia". e che quando possono sfogano in una lunga strada. e i paesi sembrano là a portata di mano. è sciolta e fiacca. e oggi si direbbe di surrealista. L'oste seduto acca nto a me era servito dalle sue figliole. e poi daccapo. si è fissata una civiltà artistica fatta d'emulazione. e così le angurie. E quello: "Se fossi proprio un gran signore. fantasticava: la terra appena riscattata dalle acque. io se fossi un signore. la barbabietola delle terre asci utte è roba per le bestie. per mille ragioni. quello levò gli occhi dal piatto: veniva dalle terre salate di più giù. erano fitti di ragazzi addormentati. ce ne sono anche a Comacchio". un fiume pull ulante di vita. la segregazione da tutta un'umanità e dagl'interessi di questa. diversivi. sono proprio l'a cqua e la strada. Ma senz'acqua non sono possibili che le colture bianche. come le barbabietole.. e dal mare. e quello che rende la terra più giù o più su. A pensarci bene.".. Tra canali. poiché la locanda era pi ena. sono dappertutto. dovendo traversare le stanze vicine alla mia per uscire. poi. È la sterilità che dà mistero e lontananza alle terre sterili. ma un signore come dico io. e che h a dato quanto di più strano. ma erano molte. Gli dissero: "Ce ne sono di pozzi artesiani. L'uomo non ci credeva. fossati. ciò che è il tratto di molti popoli della pi anura. Raramente ho veduto uomo fatto di terra come era lui. bracci morti. Alla fine lo disse: "Se fossi un gran signore da cavarmi tutti i capricci. Ora. Di ogni cosa sentiva il sapore." ripeteva tra un bo ccone e l'altro. Vi si trovano vecchie città come Chioggia e Comacchio. Poi stette zitto. vidi che i letti e i divani. ara e ara. e un'altra molto semplice all'apparenza: per p iovere bisogna che tuoni. dieci o quindici. fi no al fanatismo. questo era il suo pensiero.consorzio distribuisca l'acqua per l'irrigazione. sentendo ch e io venivo da Roma. fra cui mi trovavo. più che licenziosi sono pieni di ragazze e di donne. capace di tutti gli eccessi e di tutti i rigori. Qui. Più che par lare. Mancare d'acqua significa. vorrei avere un pozzo artesiano". buse. Dove. e poi barbabietol e. e non è un capri ccio da milionario. vanti l 'arte e la decorazione di tutti i tempi. Questo.. Poi ma sticò: "Be'.

I bracci in cui si divide il P o. che arrostiva con piacere una sogliola sulla brace. del dominio degli elementi. ricacc iati dal prosciugarsi della terra che ne mutò la vegetazione. era uno di questi approdi: le anime in attesa della barca fatale vi si agg iravano per più giorni. Tutto intorno dà l'idea del mutabile. un quadrato di vela si gonfia ap peso per due lembi a un bastone. già non lo si riconosc e. seppelliva i suoi morti alla maniera egizia dei poveri. ma un buon quarto era incomprensibile. i tedeschi e gli spagnoli: mille anni di storia. in molti punti allora deserti c'è l'uomo con la vigna che produce il vino nero e profondo ammantato di sonno. la sabbia accumulata negli ultimi s ecoli. e non all'altra maniera egiziana dei ricchi. Questi etruschi di Spina dovettero essere d'una civiltà molto chiusa. e gli altri fiumi che vi sfociano. questa comunità di Spina s'era stabilita nel piano. e alle foci si ebbero i primi fatti di creazione della vita umana. ma l'etrusco nessuno è riuscito finora a decifrarlo. lagune. le sue parole erano di tremila anni. Anche i bragozzi a vela che corrono lungo il canale di Comacchio sul filo della corrente e del vento non sono molto diversi dai prim i modelli di navigazione: son appena un guscio. alla spagnola. ma che dovevo raccapezzare da varie lingue. L'uomo lo chiamava "hombr e". tra gl'insabbiamenti. stretta e locale: fra i ricordi del m useo. I ponti sui canali ne proseguono la strada. Uomini e donne lavorano alla terra emersa negli ultimi due o tremila anni. I tre quarti delle parole che diceva erano di lingu e note. e insieme dell'eterno. a cinque o dieci metri di profondità. Tutta l'opera dell'uomo per questa vasta distesa consiste nel rend erla praticabile da un punto all'altro. Alle foci dei fiumi si sviluppò anticamente la vita. e dall'altra parte si trova il cana le. le tracce della sua storia. sotto monticelli di terra che arieggiano a piramidi. e mi rispose: "L'etrusco". fanno lunghi giri tra sabbie e lagune. o forse si erano già spenti quando nelle altre colonie etrusche comincia vano le importazioni. l'uomo vi sbarcò al modo stesso dei pesci che cercano acque più dolci e più temperate per generare. del provvisorio. Ma che cosa non rappresentavano le foci dei fiumi. L'Isola Sacra. m'accorsi che il suo linguaggio era una mescolanza di parole c he capivo. presso O stia. nella sabbia. In genere l'ingresso alle case è un androne che seguita fino alla parte opposta. l 'acqua vi forma i suoi canali. Un altro particolare. A Comacchio. e in camere che riproducono le stanze dei vivi. chissà. forse e ra anche etrusco. Contrariamente alla natura et rusca. Dovunque si sente il lavorio del vent o e del mare. Le chiesi che dialetto parlasse . vi trovano. come velo su velo.di terra su cui posano. Una c ittà etrusca era nelle valli di Comacchio. fa rilevare la prua che vi guarda in facc . Tutta la contrada delle foci del Po dà il senso di questo svolgimento dei secoli. Quando alla fine raggiungono il mare. In mezzo alle acque stesse. e se poi c'era veramente qu alcosa di etrusco. parole france si. Si dorme in un'atmosfera gonfia di umori e sembra di dover mettere le radici. quello che di qui a qualche secolo sarà un banco di terra emersa e che un contadino tenterà ancora di riscattare dal mare. dal Reno al Brenta. E alle foci dei fiumi gli antichi mettevano i l uoghi d'incontro per le anime che dovevano sbarcare di là. la loro architettura. e se ne possono trovare le memorie nel palazzo di Lodovico il Moro a Ferrara. per dire no diceva "nié" secondo le lingue slave. e anche su questo fondo sottomarino la corrente incide il suo corso: anco ra per due o tre chilometri la corrente del fiume dura fluendo su un letto sotto marino. e del dialetto ferrarese. c 'era molto passato del luogo. l'uomo seduto co i suoi pesci e le sue verdure a poppa. dovettero avere rarissimo traffico. attraverso canali. cercano lungamente il mare. e depressioni più basse del livello marino. e mentre sembra che debbano risolversi in questa gran fluidità di elementi. sono come gallerie praticabili e sottopassaggi contro il vento e il caldo. Ventimila anni fa videro le grandi belve e ve n'erano anche stille foci del Tevere. A riscont rare il terreno con una carta topografica di venti anni fa. alla Spina. si rifugiarono e mor irono all'incontro fra Tevere e Aniene. Gli ultimi elefanti del Lazio. la vela pare un drappo antico. e poi tedesche erano mescolate tra le altre. i contatti con gli sla vi. come dimostrò ai geologi un cimitero di os sa trovato in quella confluenza. sono scarsissimi i vasi importati dalla Grecia. Nel discorso dell'ostessa. sentendo parlar e la mia ostessa.

uno degli spettacoli più curiosi del mond o. Scendeva la sera. agli sbocchi dei canali. gli uomini ancora in sella. Dietro l'abbazia di Pomposa i paesi agricoli levavano trionfanti sull'immensità tortuosa i loro campanili e i s ilos. pare. la pista sabbiosa interrava le ruote dell'auto. Ai lati del canale si stende la laguna che è colore ro sa. Su un campo grigio e appena rasciutto dalla melma salmastra. il pollaio. La macchina slittava nel fango attaccaticcio. e inv ece il fiume stagnava pigro a una svolta. vengono avanti in volo. e una piattaforma asciutta di mattoni. Dalle case solitarie qua e là sui fossi. cercando la foce del fiume. si trovavano da miglio a miglio case coloniche. gli occhi dell'ostessa. e il forno. dal mare. lontano da casa. e tra questo eterno popolo i discorsi . Poi. Ravvolgendo il loro m antello di vecchia porpora. Da vicino mostrano il loro d isegno a spicchio di luna. ci toccava an dare a zig zag per non ribaltarsi nei fossi coperti di muffa e di vegetazione a fior d'acqua. al Monviso. alla Pila. ci guidò pel bosco della Mesola. allontanatesi uggiolando il temporale. e sul limite dell'orizzonte una vela grandissima r icorda i mulini a vento delle pianure rasate della Prussia. le case attorniate dai canni cci delle riserve di pesca sparivano tra l'opaco grigiore della pioggia. a mano a mano che il cielo si rasserenava. l'umid ità penetrava dovunque. Andando ver so l'intrico delle foci. le donne dietro i vetri della stanza a terreno. I GRANDI SCENARI DI MANTOVA A Mantova fu l'osteria. a Tolle. Su questo verd e si affacciano grandi vele. poi pio vve a scrosci. nella prateria. e sembra di navigare su un'isola. sono le chiatte e i caicchi ch e vengono su dal mare infilando gl'invisibili canali. e tra il luccichio dell'acqua che si apriva un varco nel la duna sentii l'imperturbabile scrollo del mare.ia come un cigno navigante. bigia. non si scorge l'acqua ma il verde dei canneti e dei campi. sconfinata. era tutto il senso della vita. a una svolta. dove il Po nasce. al riparo d'un padiglione di canne e di vimini. che era un'aia e che si trovava a distanze ricorrenti. si girano. fino a Goro. gl i asini. In quel caos di acque. Al traghetto. ci si accorge che queste vele percorrono un canale. di stagni. come lassù. Donne e b imbe sbucavano dal bosco portando chissà a chi il pranzo legato in una salvietta. sotto i mantelli. Correvo per un sentiero. si scoprì nel grigio folgorante l 'abbazia di Pomposa. e ci trovammo su una chiatta. e un tronco d'albero scheggiato dall'accetta. sono lontane. e laggiù una fil a di pini si rifletteva su un'altra riva immobile. la stalla. i discorsi dei cacciato ri. finché trovammo un ragazzo che. umide e aggrondate. La contrada è delle più piovose. Tutta la distesa è per un tratto questo falotico rigi rarsi di vele incappucciate. le biciclette. mucchi di grosse angurie prospe ravano come un primo getto della terra. con un timone enorme manovr ato da un uomo piccolissimo. avvertivamo il caldo della nostra vita. coi vestiti a ttaccati dalla pioggia. di deserti salati e di boschi favolosi dove i daini sp iavano puliti e teneri tra gli alberi grondanti. il vino. una chiatta porta all'altra riva le macchine. l'acqua cop riva tutto come un velario. correndo sui piedi di fumo. vi ve ngono incontro e poi si rigirano. dal canale. qualcun o ci accennava di lontano la strada. si sono presentate le grandi vele latine. sulle onde v erdi e teatrali dell'Adriatico. Nell'intrico delle acque il paesaggio lagunare diventava lontano. si allontanano. e nel mezzo degli stagni. si fermava davanti a un banco di sabbi a e faceva un lungo giro che bisognava seguire per gli acquitrini e i ponticelli buttati tra fosso e fosso. Erano presso di noi le chiatte con le loro cerate affungate. e nell'umidità. il conduttore al volano. con tante creature. Le barche dei t raghetti più lontani erano abbandonate nell'acqua battuta dalla pioggia a scrosci. svoltano. non più che figure incappucciate. di tavole sconnesse e di tronchi d'albero. covavamo il tepore d el respiro e del sangue. Dai foss i saltavano ragazzi e bimbe. verde. dagli stagni. Pareva a cento passi. dietro. raso terra. Nell'ar ia freddosa sembrava di trovarsi in un fondiglio umido sotto il livello della te rra. dal nembo. tutta un'atmosfera di fumo e di cibo. le vele si rigirano. sulla distesa rasata della terra. aranci one e oro. e solo più tardi. parevano prodi giose conquiste dell'uomo. come giganti ammantellati. tutti fissi in questa sospensione di moto. il bosco si animava d'una vita primitiva e spensierata. alto a prua come a poppa. Da canale a canale.

di gi ardini intristiti. le passioni m aiuscole cui si scaldano i cuori degli uomini raccolti insieme dall'inverno. quella febbre che aveva preso gli scrittori di pochi anni prima della guerra con le pallide eroine agguantisi in luoghi dello stesso tipo. a Cipro e a Micene. da d'Annunzio in poi. Del resto. non avevo veduto in fronte a non so quante osterie e trattorie l'immagine di Ga ribaldi a cavallo col suo mantello svolazzante? Opera ed eroi mi apparvero l'esp ressione sopravvissuta dell'ispirazione popolare. a Tarquinia e ad Assisi.eterni sul teatro dell'opera. che dopo di lui ciascuno ha veduto. L'uomo ha pensieri. di fontane ingrommate. ma a Mantova in mod o chiarissimo. con le sue passioni grandi e sonore. i principi col popolo. E tutto a Mantova parla un grande linguaggio. fantasia. s'impiccioliscono più che ingrandire. e preoccupata di rendere giusti. e tra questi scenari crollati si riflettono negli specchi opachi eroi ed eroin e destati fra i furori. di cui si conosceva perfino il numero delle camicie (d uecento). In un ambiente siffatto tutto quello che è civile acqui sta un tono più grande. inquietudini. d ei grandi scenari deserti: un sentimento dominante di d'Annunzio. che è la stessa dove il popolo esiste ancora nella sua espressi one originale. denso. È lo stesso dappertutto dove c'è popolo in Italia. nelle regioni vicine a questa. Una volta furono le favole dei paladini e dei santi. Qui si trovano le forti donne coi forti pensieri. m'incantava: amante delle arti e insieme pratica. che faceva collezione di vestiti e mandava le trote agli amici. indebitata per l'eleganza e la vita ornata e insieme caritat evole. un sentimento delle cose che finiscono. castelli e palazzi. La donna nelle società semplici è sempre una virago. Mantova è scritta tutta a caratteri maiuscoli. di poca forza: un gran de umor della terra. le donne virili. che non avendo altra epopea da vivere ne vissero una amo rosa. Proprio in virtù di queste differenze il mondo degli uomini appare forte e vivo. oggi le passioni rotondamente cantate e i grandi cavalier i dell'umanità. Ben più. È un lato caratteri stico di quegli scrittori svegliati dalle trombe garibaldine e ritrovatisi poi t ra le tombe. queste donne hanno l'ordine e la responsabilità. Esiste proprio una scissione fra modernità e popolo. e ognuno che cap itasse nella sala. intorno a sé. in Inghilterra come in Francia. lotte. torri. questo stesso sentimento è penetrato nelle letterature degli a ltri paesi. fu un modo di vedere le cose passate . come se non foste uscito mai dall'infanzia. e non in un mondo sfatto dove diventa nemica armata di inquietudini romantiche. si consumano. ai quali partecipavan o l'ostessa dal suo banco. nella Romagna e nel Venet o. aspro. Fu un tema caratteristico della nostra letteratura ne gli ultimi anni. erano le regolatrici. ha il suo regno accanto a quello dell'uomo. e quando sentii che in quell'osteri a si parlava di teatro d'opera mi parve la cosa più naturale del mondo. A ritrova re questa città si ritrova un'epoca di letteratura. quella parlata lu nga da cui le cose e i pensieri escono con un color familiare. io sott o gli occhi dell'ostessa mi sentivo quasi al riparo. invidia d elle donne del suo tempo. e chi entrava a chiedere un bicchier di vino. il vino che è com e una linfa vivificatrice dei luoghi bassi. è suo il diritto alle cose alte e all'ozio. d'un popolo che intorno a sé non vedeva se non la morte dei grandi sogni. di palazzi polverosi. la creazione è sua. e mi ricordai della forza del le donne del popolo come di una storia di matriarcato. Anche tra i Gonzaga l'elemento maggiore fu Isabella. al sommo di questa espressione civile. Si potrebbe compilare un'antologia di città abbandonate. fa l'arte e la guerra. La prese nza della donna e in quella veste e figura dà l'impressione di trovarsi in una soc ietà di tipo antico. deperiscono. quel sentimento sepolcrale delle cose. padrone e spose. il crollo dei grandi scenari. Il dialetto che si parlava là dentro somigliava all'emiliano. Qui esse guardavano i lor o uomini quasi come ragazzi. la cuoca affacciandosi dalla cucina. Ma Isabella. Ed ecco una delle fonti più cospicue di tale ispirazione: Mantova. Ques to è un lato del popolo che a Mantova mi colpì subito. nella stessa confidenza che avevo provato altrove. è ancora quella che vi ha tenuto sulle ginocchia. gioca e fu ma. Si ritrova nella letteratura italiana. sono riportati su un terreno facile e senza stupore. Nell'al to dei loro occhi svegli. quelle cui spettava l'ordine e la vita pratica. di labirinti smessi. dei sogni antichi abbandonati. Per un pezzo rimasi ad ascoltare i discorsi di quest'osteria. quelle che capiscono l'uomo e a guardarvi vi fanno rico rdare della maternità sovrana. dove f . il quale è rimas to all'arte antica dove le passioni non erano importanti se non grandemente viss ute.

e la presenza nera del castello co i piedi nell'acqua alle mie spalle. dominati la notte da un lampione scialbo. come un elemento vivo in lotta con la grandiosità dell'acqua. A tratti. gli alberi lontani annuvola . tra una facciat a di terracotta e un muro scabro. il Virgilio delle comari e degli agricoltori. Mantova è il più importante di cotesti luoghi. una caserma. E quale grandezza poi? I Gonzaga. acqua e cielo. castelli. dico una gran dezza di passioni umane. Vecchi muri ciechi di tutta Italia. bello quanto una striscia istoriat a da qualche grande scultore. Ma tra il Pal azzo del Te. Il battere delle mantelline dei ciclisti era come l'ombra d'un'ala. M a a uscire. e tutto è fatto per la rappresentazione. palazzi. tra una torre e un palazzo. il ponte che dal Castello di C orte traversa l'allagamento del Mincio. gli scenari d'una grandezza passata. dove la fantasia legge una storia senza immagini e senza parole precise. con un se guito di mille signori. la Piazza delle Erbe. specialmente con quel vino nero. Mantova fu prima una città comunale. con una delle più belle piazze che sia dato ved ere in Italia. e ugualmente stanze di passaggio. Per chi voglia dire di conoscere l'Italia. andando a dormire in un albergo. in cui il caso ha il rigore d'una logica. sentivo correre fresche sorgenti e fontane. fino al 1917 che vide là dentro accantonati un reggimento inglese e uno francese i quali vi accesero anche dei bei falò per scaldarsi sotto le ampie volte decorate. Il mercato con le osterie intorno è vegliato dalla figura di Virgilio in un bassorilievo medievale. di questi vecchi muri compatti e nudi su cui l 'azione del tempo ha descritto un lavoro suo. Sono quattordici grandi sale nel Palazzo del Te . Nella chiesa le candele accese e le donne oranti facevano un calore piacevole. e vi dovette fare sempre freddo. nella sua storia . Che gran sonno in quella straordin aria città. Una reggia così vasta che divenne spesso. che era una specie di casa di campagna dove si andava a passare un'ora tra le stanze decorate e i giardini. Lo dovettero di ventare anche queste cinquecento stanze della Reggia di Mantova. Mantova è un punto importante. mi parevano miraggi. nel sonno. a quanto mi pare. un capolavoro del t empo e della natura. il termosifone. questo muro di Mantova è uno dei più belli. ch e cos'era stato! Un vagare di sorpresa in sorpresa. la pioggia suonava interminabile. i cicli sti che scivolano via sotto la pioggia sottile nei loro mantelli. Ma ne aveva una con le finestre sul Min cio. con la sua barriera sulle acque. Sì. ma non c'è un sol o appartamento. si ritrova il più straordinario sogno di grandezza che sia dato osservare. Gli eroi in giacchetta nera vivevano le rovine come una droga eccitante. mi stupii di trovarvi una stanza bianca. detta del Paradiso perché di là si vede la pianura. per esempio le sere che vi passò Lodovico il Moro in visita presso la sorella Isabella. da meraviglia a meraviglia: la spiegazione di tante cose. il bottone del campanello. i riflessi dell'acqua. Di questo castello ricordavo un cortile dove l'umidità ha messo una fungosità verde e rasata come il verderame. Qui. e la Reggia. piazze. la capitale d'un'in tera letteratura. e questo mi ripo rtava ancora nell'acqua. quasi a una presenza sottile al modo stesso dell'aria. non furono grandi principi se non per il fasto e l'ornatezza delle loro corti. A momenti tutte le architetture che avevo visto il giorno . Mi ricordavo che una macchi a d'umido. E non mi usciv a di mente quell'ora serale al ponte San Giorgio. una sola camera che si possano chiudere a chiave. E tutto quel giorno. sulla facciata della chiesa di San Pietro. Mantova è un mondo. come in certi piccoli appartamenti moderni dove tutte l e stanze sono salotti e la sera divengono tutte stanze da letto. l 'acqua calda e fredda nella bacinella di porcellana. dormivo come sotto il velo d'un'acqua corrente come accade in certe dissolvenze del cinema. e sembrava di stare al riparo. che è un padiglione e un chiosco gigantesco. Era come un grande umore che mi copriva e mi lavava. e in quell'o mbra luccicante che confondeva terra. e i vicoli stessi in un bellissimo ordin e. la distesa ind istinta della pianura. pareva aver dato una piega a un cornicione come d'un foglio accartocciato. seduto a un banco. monumenti. vi fa un gran freddo. sono cinquecento stanze la Reggia. che svolge il suo libr o: è il Virgilio che non ha ancora imbracciato la tromba epica. tanto c he Isabella abitò stanze dal soffitto più basso. La città comunale è pressappoco tutta qui. come se dormissi in terra. rivestite di legni preziosi e intar siati.ossero le grandi cose finite. E sentivo di d ormire sulla pianura distesa.

e a momenti costu mi d'un tempo quale si addensava ancora fra colonna e colonna e fra torre e torr e. e le loro smorfie di orrore sono convenzional i ed educate come per darsi un contegno di fronte al pubblico degli eleganti vis itatori. Folla della città. amic i e nemici. musiche. e si entrass e nell'aria della città medievale. che son servite da bivacco a tutti gli eserciti stranieri. perché tutto questo svanisse d'incanto. che a Roma non si trova nulla di simile. ci smarriamo nei meandri della cittadina antica. e dall'arco d'un por tico. come dice la guida. e ci si domanda a quali sogni servirono questi i mmensi scenari. tutto quello che avevamo lasciato di ansie e affari alle nostre spalle sembrò il fatto d'una vita doppia e d'un atteggiamento. non rivela altro che spett ri in tutti i convitati. che pare or dell'uno or dell'altra. balli. ma bastò che si scendesse tutti alla piazza del Mercato delle Scarpe. E qu esti cavalli affrescati alle pareti. c'è d a rifare tutto il cammino percorso dalla civiltà. le prospettive ch'esse creano. No. Poi il fitto grandinare dei tagliapietre. È vero. furono apparizioni curiose. la Sala delle C ariatidi. Le impressioni meccani che della vita quotidiana. che nell'intrico delle strade e dei vicoli dileguava mentre lo cerca vo. in cui la luce d'un'alba. nobili ed eleganti. e mi ricorda una pagina del Romanticismo. che dominano tutta una stanza. come se raccontando le storie della corte pontificia le amplific asse fino alla chiacchiera. i cavalli di Apollo che vi galoppano addosso da qualunque parte li osserviate. le acque che circondano quasi il castello. occupava i nostri pensieri. tutte persone indaffarate con le loro bors e. un letto coperto. sono una delle curiosità del mondo. quadri e statue. È vero che a Roma non si trova neppure il sentimento di uno splendore così de serto. un letto da campo del Settecento è il solo mob ile che abbiate incontrato in quella passeggiata interminabile. scesi nella pianura del Po. un malinconicamente bel paradiso. e un passante o un gruppo di persone in fondo a una strada acquistano una evidenza straordinaria e ricordano all'improvviso altra vita. A ripensarci. Fino a che in una stanza grandiosa e nuda. il movimento di M ilano di cui eravamo ancora una lontana vibrazione. donne e uomin i. penetrata in un palagio in festa. quelli che passavano sulla strada. le officine della pianura lombarda. le vicende delle loro strade. a ogni soffitto e a ogni svolt a i giuochi delle prospettive vi attraggono: una croce che mentre si cammina par e allungare le braccia da ogni parte. Basta poco perché s'abbia l'impressione d'un'apparizione. rumore di un nuovo lavoro in una città . e sentivo soltanto una chitarra in qualche stanza chiusa o in qualche corte. dello Zodiaco. vi portò un a sua retorica. altri costumi. C'era un suono d'organo in qual che chiesa. Si capisce la differenza fra vita antica e vita moderna solo a tener conto di queste cose. la Sala degli Arazzi. dalla porta d'una chiesa. Giulio Romano.ti. È proprio un altro mo ndo. le ore di tut te le chiese parvero lunghe. in cui non par di vedere altro che uomini spazzati via d'incanto con tutt i i loro costumi. e i suoi mutamenti a seconda dei luoghi che si scelse come abitazione. delle loro pa role. dei Duchi. Sono suoi. gli affreschi dei gig anti in cui crollano montagne e massi su certe figure ciclopiche che non riescon o tuttavia a mostrarsi spaventate. i Gonzaga non erano grandi. Le città alte e antiche hanno una logica tutta loro: i dislivelli della loro st ruttura. in una vita lenta e addolcita. così freddo e corretto a Roma. Amore e Psiche che si baciano e hanno un s olo naso in comune. quasi non bastasse. le vuote e spoglie sale. dei Papi. nel Palazzo del Te. sono un ca rattere imperioso della vita antica. obbligando a un modo d'essere tutto diverso da quello nostro quotidiano nelle città sulle aperte pianure. SENTIMENTO CIVILE DI BERGAMO A Bergamo s'arrivò in un treno gremito. la Sala da Ballo. da cui le invasioni hanno asportato mobili e arazzi. che parevano non aver più fretta. di questa partico lare conformazione in cui gli uomini facevano scena e bersaglio solo a camminare per una strada di città antica. E la guida vi di ce: "Qui dormì Napoleone. Si cammina e si cammina. Fu il sogno più spropositato del Rinascime nto e. Quella mattina di Bergamo è una delle mie più belle. che trasformò anche la cappella in camera da bagno". senza lasciar traccia: risuonano ancora di loro. tutta questa rappresentanza di sale che si percorrono oggi con u na guida per non perdersi. sul filo di queste impressioni. tutto questo non è più vivo e non è neppur morto. ognuno si trovò quasi in una remota abitudine. Ci ritrovammo in folla alla funicolare della Città Alta.

i putti roman tici sembrano feticci di un'arte elementare con le ossessioni medievali del diav olo. tutte verdi. le sfingi ornamentali e i simboli scolpiti in pietra più dura per le arcate del Palazzo della Ragione. polenta con gli uccelli". imbracato nette armature. con le tele luttuose dei ragni. come se avesse superato in se stessa la natura. e a un tratto non vi sono per la città altri rumori se non i due passi che s'inseguono. questa si most rasse coi più accesi colori. o con le croci grandi sproporzionate. una cosa ancora intendevano. ed erano i prodigi dell'arte. ed è naturale che dove c'è un'a ltura dominante il piano si sia soffermato l'etrusco. Rinascimento con puri accenti e Comune dotato d i forza gigantesca. ai confini d'una civiltà. Degli Etruschi non v'è che la memoria topografica. e oggi clericalism o settentrionale. Ma poi fu romana e venezia na. cui il solo f atto d'essere stati reggitori dell'Impero del mondo dava diritto a una specie di santità. in cui vivono tutti insieme putti e sirene . le sfingi della fontana nel mezzo della piazza hanno facce di gatto. e gli uccelletti infilati in uno stecco in mo do da stare in fila ad ali aperte sulla nuvoletta della polenta sembravano canta re anch'essi lietamente l'osanna di tutta la scultura animata di Bergamo alta. le pia nte che si affacciano dai vecchi giardini. Vi si avvicendano popolo e intelligenza esa tta. i cortili. una traduzione per genti lontane che non si preoccup ano degli scandali di Corte e che nella distanza loro hanno posto tutto nel mede simo olimpo. come dicono. in questo labirinto di pensieri di ieri. virtù teologali e peccati mortali. Così è la romanità di Bergamo. ricordi di Venezia e richiami di Firenze. che fu un punto estremo della penisola. e come la fine di una resistenza. il più antico palazzo comun ale d'Italia. Una tradizione dice che Bergamo fosse prima etrusca. e le porte verdi. quella stessa che poi uscì a Mantova dal pennello del Mantegna ch e non si peritava di raffigurare come divini anche Ottone e Galba. come se in questo. le grate e i cancelli che non si aprono da tempo. al modo stesso delle fedi che splendono maggiormente ai margini delle loro comunità. anc he la religione tenesse più fortificate le sue posizioni. sempre le stesse come se anche per le piante esistesse un'epoca e uno stile. i passi di qualcuno sulla strada opposta che si dilungan o come in una chiesa. Qua e là le chiese vicine e lontane. In un trionfo così t otale delle sembianze umane e divine. È la romanità al suo stato di favola e di potenza. di amore e di culto della potenza e dell'unità civile. Una forte e rigogliosa pianura in cu i le colonne di fumo delle fabbriche reggono la volta nebbiosa del cielo. e la s critta cubitale d'un'officina è sepolta come una lapide tra i ricami delle verzure . Da queste cose la campagna acquista un color nuovo. Ed è questo lo stesso impulso d'un Colleoni che.anticamente fondata. l'im provviso aprirsi di terrazze sulla pianura. che avevano smarrito l'unità romana. in una luce immobile e in un riposo di vecchio albergo. nel luogo di un'antica difesa. ma dei Romani e del Rinasci mento rimane un estremo brillare come se. E poi il crepitio d 'un girarrosto che faceva spiccare il cartello d'una trattoria: "Specialità bergam asche. È la romanità come visse n el Rinascimento. dialetto e alto linguaggio. il cordone rosso d'un campanello sulla targhetta di smalto d'un professionista. il gatto venuto a miagolarmi attorno mi sembrò una di quelle sfingi della fontana della piazza. e sono donne uscite da una fantasia che le accomunava con le belve. come ora ne risuonano le più vecchie città d'Italia quasi si ri fondassero: erano gli operai al Palazzo della Ragione. Un numero enorme di appa renze scolpite e dipinte occupa breve spazio. il modo d'i ncurvarsi delle strade. Il nucleo d'una città antica è come una strofe che si rifà a memoria. E poi. quando andai a far colazione in una trattoria dal vecchio nome. Qui la romanità vive nella facciata della cappella Colleoni dove i bassorilievi portano Cesari coronati e s antificati. si appr opriò la sagrestia della chiesa di Santa Maria Maggiore per erigervi il suo monume nto funebre. Siamo allo sbocco delle valli per cui scesero le invasioni. Forse queste genti lontane. streghe e visi di Cesari. i suoi aspetti sono fissi nel nostro spirito che vi si orienta quasi istintivamente: i lunghi muri che circondano un giardino e fanno di fronte al palazzo architettonico un aspetto immutabile d'un'armonia conosciuta. formano uno spettacolo che vi fa pensare d'esser e alle porte d'una civiltà. gli atri raccolti col sentimento d'una vecchia pace. con le statue dei santi sui campanili. di Berg amo. con la scala esterna larga come un invit o al popolo che ascendeva. con le scritte Divus Julius e Divus Traianus. la sua facoltà di tramandar .

gli sforzi collettivi. In città come queste vivono grandi nuclei collettivi. la capacità di espandersi e di riprodursi. dove batte il sole le finestre coi fiori. più che un'immagine. è una r epubblica di tecnici in cui le classi non sono che specializzazioni e differenzi azioni di attitudini al lavoro. trasformazione. Qui le r iforme. ha scarsi elementi tecnici e porta in sé nuclei in perpetuo movimento e trasformazio ne. hanno dell'ideale popolare e d ella rimembranza di arti che si aprono sotto cieli più felici. med ioevo pesante e gigantesco. un modo d'essere.e la storia ai posteri. Ma non è vero. una vigna giù pe r il colle. Una città i ndustriale suppone un'espansione nazionale e mondiale. le conquiste del benessere. . di altre regioni. È. ma i colori festosi dei dipinti delle sue chiese. non è più il cosiddetto vile denaro. capitani e soldati. una forma di cointeressenza. il denaro diviene un mezzo vitale che ne sostituisce ogni altro. e ve ne sono cresciute i ntorno a nuclei formatisi per diverse combinazioni. in cui l'uno regge l'altro e tutti insieme si tengono in equilibr io. un concetto. ma il mezzo attraverso cui la società conquista la sua pie na espressione. timorosa. Città come coteste sono il centro più forte della borghesia. sono i caratteri della Città Alta. le guerre trovano i loro naturali fautori. una città commerciale vive già della continua ascesa dei suoi bisogni e della capacità di consumo dei suoi stes si abitanti. acquistano un senso che supera le necessità elementari. di esprimersi. attaccati alle mode delle merci di maggior consumo. verso un assetto borghese tendo no tutte le partì che le compongono. e quindi verso una forma di vita apparentemen te gelosa. U n fatto è certo: il primo monumento del Rinascimento lombardo è a Bergamo. ai bisogni di una giorna ta e d'una stagione. Di questo la nostra civiltà ha più di un esemplare impressionante: è una massa disposta verticalmente. Tenebra e luce. il loro potere è in una serie di sforzi concordi. e più sotto risponde la natura con la sua conformazione diversa. ma qui ho s entito un punto di confluenza di molte ispirazioni. forma città dall'aspetto particolare. questa. il modello naturale di quell' economia vagheggiata da Ford nell'assetto delle sue fabbriche. la pianura con la sua verde abbondanza più sotto e. E anche il paesag gio veduto dai punti più alti è la stessa cosa: il castello di Venezia ha il colore aggrondato che si trova fino agli estremi limiti del dominio veneziano in Orient e. che impercettibilmente muta da luogo a luogo. Una città industriale ha magnati e lavoratori. porta in sé tutte le spinte verso l'ascensione. Questo fu l'ultimo appello italiano alla gloria anche quando mancò una vera grandezza. un cost ume. poco amante del rischio e delle novità. e un sentimento di altre terre. dove il grigio e l'azzurro d i Venezia salgono dagli affreschi scoloriti con una nettezza di colori d'alta mo ntagna. LE ORE AMBROSIANE Si parla di Milano in Italia in vari modi ma una cosa è certa: che le parole Milan o e milanese indicano. Lentamente. è uno schema più elastico ma anche più antico di vita sociale. e quelli can cellati dal tempo sulle facciate di alcuni edifizi. le lotte per la vita. in cui i bisogni creano l'organismo e l'organismo i bisogni. una delle mescolanze più istruttive. Questo secondo modo d'essere. un'aria di frontiera dell'ar te. le rivoluzioni politiche e artistiche. Di questo tipo è Milano. per le case che gu ardano dall'alto del colle. con una serie di azion i e reazioni di cui si può difficilmente stabilire la natura e il ritmo. nella creazione di bisogni compl essi: questo è il terreno più adatto alla formazione di quella moderna borghesia che solo in apparenza è materialista ma è pur capace di slanci e di vibrazioni morali a ltissimi. Una città commerciale ha una diversa complessità. in cui il produtt ore è ugualmente consumatore. e l'estrema grandezza e gloria dei monumenti. e dove la popolazione stessa è prima di tutto produttrice e consumatrice dei prodot ti stessi. primi voli verso la classicità del Rinascimento. il punto in cui l'arte italiana si fonde coi temi venuti dal settentrione. che hanno veduto moltiplicar si la loro popolazione. poiché tutto è movimento. Esistono città che sono empori nazionali e mondiali. I colori delle volte e delle lunette sono tra le cose che si ricordano d i Bergamo come se si fosse visitato un paesaggio. la cui efficenza è in rapporto diretto con tale aumento. Non s o se questo sia giustificato dalla storia in particolare di Bergamo. e lo stes so denaro ha una spinta che in altre società ebbero idee e ideali. i giardini con una vegetazione che diresti meridiona le. E non soltanto il popolo enorme di figure adunate in tanto breve spazio fa impre ssione a Bergamo.

spinta in avanti e culto delle forme di vita proprie senza infatuazioni di sorta. e significa che dall'Ottocento restò in questa città un sens o uguale e continuo. È questo il carattere più crudele delle civiltà moderne. di costituire il pubblico più attento. costume divengono effimeri. sotto un'apparente brutalità. gusto. e m i pare che non si potrebbe trovare a questa città un più adatto paragone. ricchezza. Se poi v'è qualcosa di falso nel gusto che generalmente è detto milanese. nei felici paesi degli scarsi bisogni. Di Milano. se qualche volta alcune lotte artistiche e letterarie e sin politiche in Italia hanno assu nto un carattere di netta opposizione a Milano. ne costituiscono ormai il fondo. Ma a scendervi da B erlino. della durata. Una raccolta simile di gente vi ha creato strade come il Corso B uenos Aires. gloria e fortuna e ricchezza improvvise. dell a vita ornata. una delle più caratteristiche d'Italia e dell'Europa intera. di piacere di vivere e di agire. Si affida facilmente e lascia fare a coloro che ha scelto per guide. Chi è entrato nelle loro grazie sa rà sempre poi salutato al suo passaggio. è difficile entrare nei s uoi gusti e nelle sue abitudini. ha conservato agli uomini i doni della semplicità e il co lore d'una vita naturale e senza ipocrisie. e da quella che aspira a un assetto borghese. invidiabilissima. e tutte queste divers e qualità non vi si trovano per nulla isolate. Ho parlato di fedeltà. mercantile. arte. qui entra in un ordine e in una disciplina. e cioè da città commerciali moderne. più disposto ad ammirare e a fare da spettatore. e si pensi all'immagine che ce ne viene da Rembrandt o d a Hals. gli uomini in questo clima si orientano: sarà che le cose parlano un linguaggio rudim entale. un colore probabilmente sopravvissuto a un assetto di socie tà quale fu quello della borghesia dei Comuni. Questo riferimento l'ho trovato in germe nelle pagine di Stendhal su Milano. s i riconosce quel colore tutto speciale di Milano di cui gli stranieri parlano co n una viva impressione delle differenze. da ogni diversa formazione. Ultimamente. lotta. e se le civiltà d'oggi danno. e con qu este il vecchio scetticismo italiano ha un punto in comune. per esempio. o ne davano fin o a ieri. una vera assemblea popolare italiana: è il popolo italiano in una delle sue invenzioni più a perte. altrettanto facilmente si disfano dei loro prediletti di una stagione. facile a tutti: benessere. Lo stesso colore lo ritrovo oggi. della costanza. La memoria corta è propria delle collettività moderne. Vi hanno acquistato anzi le stesse doti di entusiasmo. pur ponendo questa città fra quelle della media Europa. ma alla fine il lavoro stesso è divent ato un termine sacro. È difficile arrivare a queste conclus ioni venendo a Milano dalle città nostre dell'Italia centrale. ed è il solo aspetto che l'assomigli a ai paesi materialisti. quando le danno. quanto. e quella. ultimi balua rdi dell'antica saggezza. senso antico e familiare della vita. un mito. io credo. onorato e ricordato da vecchio. la naturalezza. e gente che nel suo paese ha il lavo ro nel conto d'una condanna. I personaggi della sua vita si possono contare a decenni di esistenza e di voga.Si pensi a quello che fu l'Olanda del Cinque e Seicento. proprio questo è un carattere notevole: essa apre a ognuno il senso della sua vita. Migliaia di persone d'ogni parte d'Italia. un concetto. Il fatto è questo: arrivando da qualsiasi regione. si scorgono i caratteri. e perfino d'una certa gloria e d'una certa nobiltà di discendenza. piaciuto l oro da giovane. più curioso. conquista. bisogna dire che questo paese. La differenza è tutta qui: Milano conserva in grado eminente alcune qualità che paio no fuggite alle società moderne. È un paese che conosce il significat o del lavoro. l a fedeltà. Senza queste qualità fondamentali non si spiegherebbe la formazione di Mi lano e la sua espressione quotidiana. E questo sentimento della c ollettività è un altro carattere tipico di tale società. l'Olanda commerciale. superamento dei bisogni. e non tanto pel valore che essi vi annettono. e volentie ri diviene un atomo del grande aggregato collettivo. in brev'ora persone e modi declinano. pel loro culto delle conquiste umane individuali. la sua fedeltà e la sua memoria lunga. e sono la semplicità. sa rà che questa vita. a ffaristica. dovendo provvedere a certi lavori pel teatro della Scala. dalla Sicilia al Veneto. certi nomi fra di loro divengono addiritt ura magici. Ma accettandovi una volta si ricorderà sempre di voi. amore delle arti. a . Dato per certo che sia costituita dalla società più borghese e più posata. i m ilanesi si sono ricordati di un loro artista credo più che settantenne. la credulità.

Una donna. di vecchia città. del govern o intellettuale che ha avuto per qualche tempo. Spesso. quando dalla periferia al centro è tutto uguale colore e un medesimo . Ma dall'altra parte esiste l'altro polo: Via Torino. come l'idolo d'u n nuovo fanatismo. sensibile a tutte le correnti nuove che traversano il mondo dell'Europa contine ntale. La periferia di Milano ha un modo di comporsi tutto proprio. co me se Porta Venezia non si schiudesse pochi metri più oltre sul centro di una città curiosa e febbrile. dove la facciata d'un cinema si può dipinger e tutta d'una vernice rossa con una corona regale e uno scettro d'argento. e i pali della energia elettrica vi mettono i loro fiori di porcellana. diventano un esercito. Tali oggetti sono qui spaesati da un borgo lontano: vi si può studiare la moda che passa. O i lattai mattutini. Il Corso Buenos Aires all'alba. un po' romanticamente borghese. È qui che la città si dip inge del colore festoso delle prime conquiste. quella del primo nucleo. proclama le qualità d'un cosmetico. della prima chiesa ambrosiana. Vi si trovano ancora gli ombrelli larghi e colorati dei contadini. vi sorg ono qualche volta i campioni dell'architettura più appariscente accanto a un negoz io che ricorda i vini di un paese lontano. i maga zzini che seguono la moda di quelli del centro. questi s ono stati impari al popolo che dovevano guidare e si sono preoccupati spesso più d i servirlo che di interpretarlo. i cibi speciali di una regione remota . il sapore del lavoro che comincia. la vita di ques ta strada s'apre profonda e misteriosa con le sue case dalle ampie corti. coi tappeti "vera imitazione". È una strada come ve ne sono in vicinanza dei grandi porti. e vi spuntano anche i primi desideri degli agi. e si pensi che se mausolei e sarcofaghi di tipo equivoco in festano la sua edilizia moderna. raffigurata in un cartello alto qualche metro.perto a tutte le suggestioni moderne. fu un bene talvolta usato improvvidamente. i cartelli di pubblicità vi parlano un nuovo linguaggio. Le cose del mondo grande vi hanno una strana risonanza. e vi confluiscono le strade d'una be n più remota Milano. della conquista che si rinnova. perché si rammemorino lunghe storie lo ntane e s'animino scene del più bel romanticismo italiano. come d'una delle quotidiane meraviglie della città. i suoi informatori. i modelli d egli stivaletti delle massaie di provincia. grigio. dove i negozi ridono già alle prime illusioni del lusso e del benessere. una dura speranza della vi ta. i lavoratori a squadre spuntano all'improvviso sul selciato d 'acciaio. Alcuni neg ozi vi acquistano un colore di vecchie botteghe di provincia. E basta un angolo sopravvissuto. o il grigio colore dei portici del Duomo la mattina. la via della vecchia Milano. sta alta nel cielo brumoso. la chiatta sulle acque ondeg gia aspettando di partire sul filo della corrente. Qualcuno non s'è ancora dimenticato dei fiori alla finestra e dei garofani. e vi si trovano ancora le più ingenue insegne. i suoi maestri spirituali. Sorgono qui le vecchie chiese d'una vecchia devozione. un po' operisti co. l'osteria ancora rustica sul Nav iglio grigio parla di pace e di rifugio domenicale. un cancello che separi dal movi mento una chiesetta appiattata fra le case. sono come i forieri dell'alba. come agavi meccaniche. e per essi il tr anvai ancora notturno col suo lume scialbo intona il primo inno. Il prestigio di cui hanno goduto certi organismi della sua vita pubblica. sulla via profonda. Più oltre è la campagna in disord ine come se presentisse l'arrivo dei nuovi sconvolgimenti per le nuove fondament a. questo è un aspetto della sua credulità. le mille fami glie che vi abitano come in un chiostro. i balc oni lunghi che nell'interno formano il passaggio da porta a porta. Qui c'è ancora una forte tristezza. ha avuto spesso dei cattivi servigi dagli organi che dovevano guidare la sua grande curiosità e la sua grandissima capacità di acquisto. grande emporio di libri e di opere d'arte. deserto. si dissolve lontano nella nebbi a della periferia. un po' retorico. Si osservi come proprio Milano ebbe fra le città italiane i primi esemplari di un'architettura e d'una decorazione moderne perfin o nei bar e nei caffè. come se gli anni passassero inutilmen te. quelli dove una trovata ingegnos a nella distribuzione e nell'organizzazione delle vendite fa parlare le famiglie la sera al desco. il simbolo delle illusioni facili della città. di quelli che costituiscono il fondo della cit tà da qualche centinaio d'anni. Accanto alla cascin a sorge la casa nuova della città che si allarga. nell'atto in cui è passata. dei p alazzi storici. è la profonda dimensione della vita urban a dove si ritrovano fatalmente le regioni sbarcate da poco nella città. La via del ventre della cit tà. la via degli inurbati da tempo.

È una natura posta alle soglie della città come un'officina anch'essa. e la contadina sulla soglia della sua casa sembra spiare la valanga uman a che avanza. coi fischi infreddati dei t reni nella nebbia. ne forma il fascino e insieme le dona quella nuova e vag a sessualità da cui sono nate le inquiete filosofie moderne. Già la città si affaccia fin qua. con le loro voci lunghe e concilianti. le partenze mattutine fra chiacchiere e voci e racconti di sogni. la nebbia che sta a fior di te rra come un'acqua sottile e impalpabile. il loro modo di vivere e di considerare le cose. la scalza pa stora che si ferma a cogliere un frutto dimenticato dall'estate su una siepe. quel chias so. quel ritrovarsi gen ti diverse accomunate dalla medesima disciplina. i campi che ingialliscono dei colori dell'autunno settentrionale che altrove sembrano fantasie di pittori romantici. le risaie tosate. qu esto spettacolo è sempre nuovo e non riesce mai a diventarmi familiare. Ma anche il contadino dei campi verrebbe voglia di chiamar lo operaio. Proprio in queste ore il centro della città è a rumore. come se corressero in aiuto alla città assediata dai bis ogni che chiama col lamento lungo del suo movimento. immerso com'è in una natura trattata scientificamente. questa natura di sobborghi che sembra tanto distante dalla libera e sovrana natura. col giornale in mano. pantanose. in attesa d'una fatica nuova. quel riposo dalle fatiche. C'è un senso di pianura bassa e umida. le biciclette le aspettano da stazione a stazione. le prime voci. e questo non ha nulla del riposo della vita dei campi. la città da una parte la invade. i loro colori meravigliosi nelle gabbie delle corti umide o nei bo schi e nelle bandite. fino a che l'inno del lavoro si scatena come un ruggito. l'acqua che trascorre come un velo sulle marcite. suggerisce un sentimento vergine d'incontro e di ritrovamenti. le donne vanno come al loro soccorso. un c artello col nome di una strada: Via Aretusa. là dove le cascine si dilungano per la campagna irrigata. Le maestre ri empiono il trenino con le loro chiacchiere mattutine. o già pensierosi del lavoro avven ire. I cortili delle cascine coi paperi e i tacchini. La campagna è qua intorno ed è già re mota. i bambini che saltano nel meticcio col si llabario. la loro morale. Più volte ho voluto rivedere queste cose. l'afrore dell'alcole c he scuote i risvegli. e i visi degli uomini di fatica assorti. La periferia vive tutta in una specie di assalto perpetuo. O i gridi dei fagiani negli allevamenti. il complesso sentimento della individualità in una collettività che ha . allontanandomi su un tranvai mattutino l ungo il corso Vercelli. i grandi viali si aprono in immense piazze vuote pronte per l'avanzata di domani.tono di vita: i primi risvegli dei negozi. dell'emozione d'un perpetuo assalto. con una trama di fili multicolori alla ruota di dietro. i papiri e le muse d'una corrente mediterranea. qualcosa di olandese. Mi pare sempre che tutto questo agitarsi sia un gioco. Eccoli che all' ora della colazione mangiano nel loro pentolino lungo l'argine. parla un linguaggio pieno d'ill usioni. Ricordo su una scarpata. che tutta q uesta gente corrente viva di bisogni creati per avere il piacere di muoversi e d i agitarsi. col secchiello della minestra. davanti alla campagna fradicia di un autunno. es sa si avvicina alla città. è uno spettacolo sempre nuovo e dram matico. c'è quasi un calore nuovo e un a solidarietà avventurosa alle fermate del tranvai dove quel movimento. verso l'albero del bene e del male. e gli scolaretti in grembiulino che poi seguiranno il fruscio della bicicletta come il fruscio d'una gonna. Propri o queste cose lasciano un rimpianto nuovo nell'atto in cui le viviamo e non ce n e siamo ancora allontanati. Così si forma la nuova sensibilità dei popoli urbani. o come una buona bestia. le luci ancora accese. col giornale ancora umido comprato alla bianca luce della lampada ad acetilene. ha rinunziato alle illusioni della vita idilliac a. che alegg ia sulla città laboriosa. e questo viavai di spose e di figliole in ciabatte h a un'espressione di vita forte. il correre della gente verso la città. I vaporetti scivolano fuori da una stazione nera in un cortile. muovendosi contro gli uomini in bicicletta con ferri e spranghe ed assi e ceste. Per me che ho veduto nell'infanzia il libero lavoro della gente di pochi bisogni . e sul filo di questo nome risognavo i paesi del sole. la città svegliata come verso una l otta. gli alberghi enormi con le loro cupole f ormano prospettive che ricordano il barocco di altre piazze in città secolari e as sodate. gialle. e il sole brilla roseo attraverso le nebbie come per le vetrate del Duomo.

silenzi improvvisi e valanghe di rumori. la sua tecnica. si trova la casa di campagna napoletana. La città mobile si arresta la sera a guardare la successione di proiezioni luminose davanti a un a bottega. esso è uno dei popoli più aderenti alla propria personalità. di animi. circondati d'orti felici tra la pietra e la lava. LA MARCA ALL'OMBRA DEI PALAZZI Uno degli aspetti più interessanti dell'Italia. dai terrazzi. dalle Alpi al Golfo di Salerno. ricerca di piaceri e conquiste materiali. la mensa che ha assunto l'aspetto d'u n grande servizio pubblico. si traversano regioni per centinaia di chilometri senza incontrare una cas a colonica. dagli archi. l'asino. A nord è la vasta cascina che contiene un mondo. Tali fluttuazion i aggiungono alla città un ritmo nuovo. Per esempio. a profitto talvolta di altri più coscienti. più sani. gradazio ni diverse di attitudini. e nuove combinazioni di concetti morali. il fascio di legna. Fra l'uno e l'altro regno. cortil i. e metodi di vita. la lotta vi assume forme più attraenti che n ella natura libera dei campi e dei boschi. la lo ro folla. e due o tre generazioni con un'abitudine secolare alla terra. suggerendo q . ciò che rende tanto vago il paesaggio. la naturalezza che impressionò i vi sitatori stranieri d'un secolo fa. cioè dietro a un paravento nella stanza da pranzo o nella stessa stanza della padrona di casa di cui sono ospiti? È l'individuo in lotta per la conquista della sua indipendenza e della sua solitudine. Sono categorie costrette dal lavoro e dalla coabitazione a trascorrere gran parte della giornata fuori di casa. Creati i bisogni e le necessità civili. Ammirano la macchina urbana come se fosse un paesaggio: una luminaria come una pubblicità di nuovo genere. miseria e ricchezza. Non si può capire il senso d'una città come Milano se non si tiene conto di queste forme di vita. e che questo sia una scienza altr ettanto complessa quanto quelle liberali. E con questo mi preme di stabilire sov ratutto: che appunto per una certa capacità d'infatuazione naturale dei milanesi. Non ho detto dei luoghi dove si mangia. da cui si riconosce la casa toscana cresciuta lentamente e che ha finito col formare un complesso tipico di casa popolare. Scendendo per la Penisola. case coloniche. il loro speciale odore e colore. Si può dire che il resto d'Italia da Salerno in giù non abbia un abitato rusti co: la malaria e la poca sicurezza della vita sconsigliavano fino a ieri ogni so litudine in campagna durante la notte. e pare che p er vederlo meglio alcuni romiti si siano incantati a contemplarlo dalle serene f inestre. questo strato forma una categoria grandiosa di uomini e di donne non anco fissati nella macchina urbana. Si pensi soltanto alle profonde modificazioni che subisce in una simile società il sentimento dell'amore o dei rapporti fra i sessi. Movimento e riposo. come da secoli. tra i più naturali. E anche il loro riposo e le loro soste sono spettacoli interessanti. è la casa c olonica. e domani ne faranno a ltrettanto per raggiungere il lavoro. La sera. i contadini tornano agli abitati sui monti e sui colli. ballatoi. città.bisogno d'una disciplina di ferro. un'iscrizione luminosa come una nuova architettura. più forti. la casa colonica diventa un rifugio in campagna fino a scomparire del tutto. sovrastrutture. quel p ittoresco agglomerato di aggetti. volte. Nell'Italia centrale è la vecchia casuccia d i campagna che reca nella sua struttura i segni della conquista terriera. dov e si può leggere la lotta e l'assalto. Si capisce alla fine come l'arte di vendere e di commerciare abbia i suoi canoni. Hanno fatto ore di cammi no per rincasare nella stanzuccia a terreno del villaggio. civ ili. fattorie. per quanto oggi la facilità delle comunicaz ioni e il risanamento di quasi tutta la contrada abbiano trasformato la vita soc iale. il sens o dell'individualità. anche se meno comuni. il ques to è il colore mai smentito della vita milanese. Alcuni concetti tradizion ali vi sono aboliti. luoghi dove è una vibrazione affascinante di vita. sita nei luoghi più impe nsati. con la donna. la rendono profonda e allettante e le dann o quel particolare tremito inquieto che assale le persone più posate. scale. a percorrerla per lungo. in alto sullo sprone dei monti o dominante su una roccia il suo pezzo di terra strappato alla montagna. i gr andi ristoranti economici che vanno dalle dieci alle tre lire e cinquanta. la sua filosofia. pare molto popolata e quasi senza soluzione tra paesi. gli strati di cui è formata questa società. chi dirà la storia di tant e ragazze che arrivano in cerca di lavoro e che dormono nel così detto "letto in f amiglia". Mentre tutta Italia. borgate. le attrazioni e le antipatie.

uell'idea che stupisce ogni volta che vi si torna da fuori. Era sicuro che i contadini la abitassero perché ved eva un lumicino rischiarare la finestra tutte le sere spegnendosi a un'ora di no tte. I pacifici conquistatori non avevano neppure arnesi di lavoro. E poi: "Ora che lavori. e il mattone dà un senso di diligenza umana. Fu uno sconfinamento al sovrappiù d'una popolazione che trovava terre non sue ma t rascurate. montagne. istinto di difesa e di diffidenza verso la nott e. La luce che rischia rava tutte le sere il vetro della finestra era un mozzicone di candela che si co nsumava solo tutte le sere. ma dalle abitudini e dalle tradizioni. Appena qualche pagliaio e qual che rifugio sotto un mucchio di pietre rammentano la presenza dei guardiani al t empo dei raccolti. il mattone è messo anche di taglio per lastricare. Ritrovo queste f ile di case anche sulla costa delle Marche. vallate. Bene. una chiesa romani ca. gli uomini e gli animali lasciavano all'imbrun ire la casa per raggiungere la borgata vicina. di qua e di là dalla strada. sulle soglie delle porte o nelle stanze a terreno le donne lavorano i loro pizzi e ric ami. e all'ombra di essi una popolazione tutta operosa che lavora ancora ai ferri battuti e che ha imparato bene i vecchi mestieri." Bene. diedero quell'aspetto a tutta la Marca interna dove. quatti quatti. Pregiudizi lenti a scomparire non più dalla fantasia. preferì la marina e le terre della marina. sui colli che salgono e scendono con un ritmo uguale. il cotto. ma intanto si entra subito in rapporto con questa regione come se si fosse penetrat . La casa colonica delle Marche ha la sua storia. si domina il panorama col sentimento di trovarsi fra gente molto diligente. artigiano. da Salerno in giù. vive spesso una famigliola . esatto. avevano abituati anche i polli a seguirli dritti e zitti in questa trasmigrazione quotidiana. questa famigliola abitava nel villaggio una specie di sottoscala. si popolaron o di famiglie e di animali. buoni cos truttori con l'unico elemento che offra il paese. quando l'agricoltura italiana non era arrivata alla sua perfezione d'oggi. l'embri one del vecchio abituro di mota rispunta ancora. piani. alle borgate e alle città annidate tra le gole e sui monti. ciò che dà a certe strade sul mare da noi qualcosa di esoticamente moderno. Nelle Marche non c'è niente di quel pittoresco che incuriosisce il visitatore. fabbri e falegnami. e per esso lasciava una casa comoda e ariosa in campagna. nel pae saggio dolce e aspro. che è un miracolo di diligenza. le abitazioni si ampliarono. come più prospere. dell'epoca delle novissime fortune della borghesia. sul cocuzzolo del colle cretoso gli abitati sono dello stesso elemento: vengono fuori le più bel le intonazioni di rosso. sono come tutte le abitaz ioni nate dall'emigrazione. ottimamente col tivati e senza quasi traccia di abitazione umana. a due piani. a entr are nei paesi. Nacque spontanea come un fiore e rrabondo. Appena un poco in alto. col balcone che sporge in fuori nel cen tro della costruzione. in un ettaro di terra. Ora la proprietà è molto spartita. ti do le sementi". diligente come la terra in Toscan a e in Romagna. Appena il meridionale potè farsi una casa coi soldi dell'America. come deve essere nei villaggi operai di America. della nazione più folt a del mondo. La conquista della terra per pa rte dei contadini delle Marche fu un'opera lunga. monotono e inesauribile. si scopre sempre una traccia di vecchia nobiltà. Prima fu di mota e quasi un attendamento sulla terra non ancora dissod ata. Scoprì poi che. Vecchi terrori della solitudine. Eppure. succedono spazi interminabili. un senso di terr e lontane e di semplici fortune che cercano una boccata d'aria. Le Marche ha nno un colore tutto loro in Italia. un cielo intenso e rinascimentale. I padr oni delle terre fecero ad essi buon viso. popolata appena trent'anni fa di vagabondi. naturalmente. tra casa e casa. da poggio a poggio sugli scrimoli dei colli e dei monti tutti col loro profilo a mucchio e a pigna culminanti nella chiesa col suo campanile a freccia. un palazzetto sett ecentesco. Vi sono coste intere su cui si allinea no case senza interruzione. I paesi sono quasi t utti di mattoni. "Se tu coltivi questo pezzo di terra t i fornisco gli utensili. sotto un cielo dolce luminoso e un poco freddoloso di cui non si scordò mai Raffaello. Così nacque la mezzadria. cittadino. Tra lo squillo dell'incudine e il raschio della pialla che è il suono di molti paesi qui. Mi raccontava un proprietario calabrese di avere una volta istituito una prima c asa colonica nella sua tenuta.

come se gli accenti egu alitari che hanno dominato tanta parte del nostro tempo non vi fossero pervenuti . di quello che rende avventurose tante regioni nostre. egli è tutt avia lo specchio di quella mente cittadina che è proprio marchigiana. i vecchi mobili. Ho cercato i nutilmente. che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto dell'ingegno tutto citt adino delle Marche. e pure vi si intuisce uno stretto rapporto. d oveva avere la medesima impressione di colui che oggi da uno di questi balconi o sserva una donna che lavora tra le amiche nel suo pianterreno intorno alla lampa da. All'ombra di essi vive un'umani tà ben limitata nei suoi confini e certa dei suoi confini. per quanto dalla regione natal e egli appaia il più distaccato fra i nostri poeti moderni. Leopardi rappresenterebbe la biografia modello del marchigiano. Ne rappresent erebbe in sommo grado l'ingegno naturalmente cittadino. della tessitrice. e del mondo avvenire. e forse troppo. Tutta la sua poesia ris uona dell'alacre voce di questi mestieri. o d'un canto. Qui non c'è un solo accento di colore locale. non si trova un solo accento popolaresco. o quasi. se pittoresco può dirsi. Esse levano gli occhi al sorriso. Si dice comunemente che il marchigiano sia esatto. Dentro i palazzi. quello stesso che anima violentemente il panorama del vicino Abruzzo. un focolare marchigiano. Domina il medesimo silenzio fra questo coro di rumori e brusii della fatica umana. come in quella poesia. Orb ene. l'improvviso tur bamento dell'aria che si riempie di voci di ragazzi. e nel medesimo tempo quel rimanere legati a certi cara tteri della regione che sono esclusivi. il suo rapporto stretto con la sua terra. Bisogna ricordare che la storia dei rapporti di Leopardi con la sua famiglia. com e fra gente libera e che conosce il valore della gerarchia. che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri. Leopardi intuì. nella sua biblioteca sotto gli occhi del padre severo che lo sorvegliava dal s uo tavolo. ma più palazzi. in lui come nella sua gr ande famiglia regionale. Quando Leopardi si affacciava al balcone per guardare la Nerina o la Silvia. la sorella amica. la madre com'era sua madre. vi si intuisce una vita familiare molto chiusa e gelosa . e sebbene egli fosse c ittadino dell'Italia grande e universale e dell'universo ottocentesco. e tutto ciò dal suo angolo di prov incia. simili ad altrettante tappe nel giro i nfinito da altura ad altura.i in un cantiere di quelli all'antica. insomma un a nobiltà provinciale di cui sono arrivati nella grande tradizione italiana gli ec hi. È l'artigianato. il padre rigido. rappresentano essi la vita nella sua s olitudine. Qui non è il palazzo s olitario tra la chiesa e la torre. del gruppo di ragazze che in una stanza a terreno dietro la finestrella stanno intor no alla macchina da cucire. mi accorsi che quell o che dà un senso alle Marche è il tipo di vita dedicata ai semplici mestieri umani. e visitata la città di Recanati. caso piuttosto raro nella nostra letteratura. Inutilmente se ne cercherebbero gl i echi in Leopardi. una febbre di conoscere e di essere nella v ita civile di là dal monte. che è nelle Marche molto vivo e che ultimamente molte scuole professionali hanno ribadito nel suo assetto. o del suono d ell'ora. quando ebbi veduto tre o quattro di queste borgate e cittadine lungo lo schienale dei colli. Chiuso nella sua stanza . ragazzo solitario. con una certa bruschezza e un certo orgo glio di persone abituate secolarmente alla dolce e dolorosa tirannia familiare. giovani che pensano al mondo grande fuori dell'infinito digradare e risal ire dei colli fino all'ultimo monte. e tutto il pittoresco si riduce alla visione del fabbro. il coro sereno nella sua inquietudine. insomma. propriamente artigiani e individuali. il nodo familiare s tretto da non lasciare quasi respiro. Ci si sente la Marca papale. un tranquillo sorriso. separa i vec chi palazzi dalla vita popolare. che ha improntato di sé l'artigianato e il complesso familiare con caratteri n on tanto facili da penetrare. una vita signorile sepolta negli anni e rimasta ferma e orgogliosa. . le fortune matur ate discretamente all'ombra della Chiesa. i vecchi orgogli e le vecchie tirannie familiar i. molti segreti del mondo grande che n on aveva ancora visitato. Una divisione vecchia come la costituzione della società marchigiana. È un paese che sta sulle sue. questo è pure il solo pittoresco leopardiano. Ma pure. e non un fatto specifico del più grande poeta lirico italiano e di uno dei nostri ma ggiori pensatori. è la sua intimità. è un poco la storia di molti marchigiani. la stessa vita d'un tempo e la vicenda familiare di allora: padri imperiosi come si conviene a una razza teocr atica. Per quanto Giacomo non abbia legato l'opera sua alla sua regio ne. meglio.

Parlavano di là sotto con una monodia come se ne leggono in d'Annunzio. Voglio dire che Leopardi. è animata di queste visioni. con la loro voce profon da. se mai un autore ha nel sangue la sua origine. Ma che d'Annunzio abbia portato nell'arte sua molte cose radicate profondamente nel suo popolo. e lo stesso Leopardi. come se la macchina portasse due simulacri coperti. le strade si riempiono di gente del con tado. se gna in calce ai suoi scritti la data ricordando il giorno. rivolto tutto alle cose reali. domanda e risposta. come un contadino dei suoi luoghi: "29 marzo. ha il rilievo fermo di un mondo fermo. grande. una specie di stampo irsuto e selvatico come se ne trovano nel profondo del popolo. colorire. fra gente vestita alla cittadina. Anch'essa parlava allo st esso modo. La più vecchia. un telaio. che può parere anche troppo som messo. e il ricordo degli aspetti di questa vita. come in chiesa. in un mondo uguale di abitudi ni e di atteggiamenti. venerdì dell'Addolorata". son cose proprio di lui. è chiaro. incantarsi su sequenze interminabili di parole. Erano state a Lore to in pellegrinaggio. di cui si coprivano con un lembo la testa contro gli odori dell'autobus.Quel fuggire la propria terra che era proprio di Leopardi. uniforme. Il racconto che se ne facevano l'una e l'altra voce. senza selvatichezza. è ancora la storia di molti marchigiani. storditi ma pronti. un mazzo di fiori: questo accompag namento della vita di tutti i giorni come una nostalgia e un rimpianto di non si sa quale vita intima e felice nei suoi trasalimenti e nelle sue voci. in un gesto molto nobile. e tornarvi. ordinato. una scala contro un muro illuminato dalla luce di certe sere. una lucerna. L'ho detto. La più giovane era più se rena. il suo fantasticare. così a D io. cosparsa di una peluria virile colore del rame. Mi pareva re citassero dei mottetti. Basta ricordare di certi canti leopardiani e di molti suoi appunti in prosa il senso che acquistano le voci dei ragazzi. Guardavano gli altri come se sentissero di appartenere a una grande famigli a. avevo veduto che una er a giovane e l'altra matura. l'affacciarsi di una donna. Piano pi ano sentivo che parlavano di sotto lo scialle che le copriva. e quest'acce nto desto e urbano. le accomodav a il lembo dello scialle sulla testa. Questo era il s uo segreto. Non c'era che l'impressione dei loro grandi scialli neri. Fuori è l'incanto semplice della vita piena d'una felicità inconsapevole. La sua poesia. Prima che nascondessero il viso. e guardava tutto dall'alto di questa certezza. e la persuadeva ad appoggiarsi alla sua sp alla contro i balzi dell'autobus. quella che parla con la divinità. in una composizione inalterabile da coro. Discorrevano dunque tra di loro con quel tono di lunga preghiera. coi loro sci alli e i loro fagotti di tela bianca. anche questa specie di virago si tirò lo scialle sulla testa. e ripartire. parlavano. LE SERPI. Poi entrò un'altra donna con uno scialle color tabacco. e Dio. è tutto ne l fondo popolare abruzzese. come tutta la Marca interna. e sarebbe chiarissimo se si dicesse che il suo svagare. piena soltanto dell'esperta tristezza della donna matura che le stava acca nto. così agli uomini. esatto. biondastr a. la giovine era tutta dedicata a costei. Così avvo lte. aveva due occhi colore del caffè. aveva un uguale tono di preghiera. acc anto a certi oggetti. Così il suo senso delle cose e il suo balzo continuo n . che si domanda che sia la vita. IL LUPO E LE VERGINI D'ABRUZZO Nell'autobus che mi portava dal mare alla montagna. e rimpiangerla di con tinuo. come vidi poi a una fermata quando ella abbassò il lembo dello scial le. Dove suonano le campane a vespro. veduto at traverso una secolare ombra di grandi stanze vegliate dai ritratti arcigni degli avi. è sempre l eopardiano. e con quell'armonia che è propria dei luoghi dove ognuno è li mitato nella sua attitudine e mestiere. che v i rimanda da paese e da monte a monte come un'eco. tanto sommessa. Non mostravano nessuna timidezza. nel dramma patetico dell'intimità familiare. Vi sono dialetti che serbano nella loro struttura un tono li turgico. la discreta feli cità di vivere in un mondo chiaro. il creato. Ma non vorrei definire l'Abruzzo sullo schema di d'Annunzio. erano salite due donne. ma alacre e viva. la bocca stretta dalle r ughe: aveva l'aria di chi abbia parlato d'una sua grande miseria di dolore a un personaggio onnipotente che le avesse detto di stare tranquilla. Così parlano nelle loro case. e la sua terra lo spiega. nella s ua fuga ed evasione da questo mondo è proprio il personaggio che delle Marche ha s erbato la memoria eterna come possono essere eterni gli accenti dei poeti.

rimasto a una civiltà ch iusa e impervia. nella sua parte popolare. attanagliato dalle tentazioni più oscure nei suoi recessi. tenevano rapporti con l'incono scibile. Ovi dio e d'Annunzio. Si può immaginare questo popolo. e il loro rovescio. nei suoi paesi solitari sui cocuzzoli dei monti o nelle valli. si misero a parlare con le donne dello scialle. Le bimbe sedettero sul predellino dell'autobus come sulla soglia d'una ca sa. I loro discorsi erano una lunga enumerazione. un ricercatore di espressioni esatte. il serpente col suo linguaggio tentatore. prima che le strade d'oggi vi portassero tutta la no vità del mondo attuale. coi balconi inginocchiati. Appena ieri si è celebrata la festa delle vergini. coi loro sguardi acerbi e le bocche sigillate e proterve. e poi la verginità. c'è una sensitività naturale di gente che annette a tutte le cose un se nso esoterico. a complessi originarii. Nelle feste ch e cominciano di primavera. Ma abituati alle cose ornate. stregoni. fino a quando anche nell a mia mente queste trecce si impressero piene di strani sensi. lo stesso complesso del peccato e del ser pente tentatore. L'attenzione di que ste donne si puntò sulle trecce delle bimbe. e la pietra che un tem po era soltanto nello scalino della porta. incantatori. scultura. Le donne posarono le braccia coperte dallo scialle sulla spalliera davanti. quasi che egli foss e nato nell'architettura di Gardone e non in una casuccia marina appena intonaca ta. M ille mediatori. si orientano subito in quelle della civiltà. Insomma. Quando il mio autobus sostò a Chieti. e infine lo stesso potere di celebrare quello che è fortunato: ca ntori di fasti. alle orecchie e ai p olsi. le fanciulle ornate di or i e di amuleti. le forz e occulte e nemiche dell'uomo. il suo significato terreno e ultraterreno. come aprendo due ali nere felpate. Terrore delle forze della natura ch e soverchiano l'uomo. sono state riprodotte con una fant asia popolare. e non impor ta se poi vien fuori una parola soltanto colorita. la stessa ricchezza di enumerazione del loro popolo. che si potrebbero definire brevemente: il serpente. Accade sempre nella vita popolare abruzzese che i fatti acquistino un significat o superiore. e i modi di rigirarle e di appun tarle. le trecce delle bambine. due bimbe della città salirono a curiosare sul predellino. Poi. della parola più efficace ed esatta. Le donne dello scialle co nsideravano come usano queste trecce nelle città. lo scatenamento dei sensi. L'Abruzzo è ancora legato. lui vivente ancora e die tro suo suggerimento. rozza. e anche tro ppo. intervento delle forze occulte e divine. n ei suoi boschi.el favoloso. esorcisti. architettura. ornati di nastrini verdi e rossi. lo st esso compiacimento delle similitudini. sotto la coloritura del suo linguaggio. ma piena di un impeto primitivo. Sono proverbialmente pratici . trasformata in una dimora neoclassica. La stessa arte abruzzese partecipa di queste cose. dettato da un istinto sicuro. Le forme illustri che qui son o pervenute. coronate di fiori. i serpenti appena svegli strisciano in un cerchio di persone. la ca stità. E la fantasia e il linguaggio dei due poeti abruzzesi lontani nei secoli ma parenti per ispirazione naturale. a fatti supremi. anche questi sono spariti. appena svegli alla civiltà. un lungo dire la stessa cosa. presso un abruzzese anche di media cultura si può notare una cura particol are del linguaggio significativo. Ab ituati secolarmente a definire la posizione dell'uomo di fronte alle forze della natura. Lo stesso d'Annunzio fu. In tutti i loro discorsi c'è un a ricerca di questa esattezza di espressione. serbano un certo ornamento nel loro modo di espr imersi. pittura. E poi quella del lupo. il lupo. sono intrecciati a forma di monile al collo delle giovani donne e dei giovani dai visi estatici. la violenza della natura. sono penetrati del medesimo scrupolo del linguaggio elegante. potere propiziato rio dell'innocenza e della verginità. Si direbbe che la fantasi a abruzzese riproduca di continuo le immagini della vita amplificandole e riempi endole dei significati più occulti. del potere di rendere miti e favole apparentandole con la natura in una fantasia del medesimo colore. ecco il complesso tipico abruzzese. ora fa qui un gran lusso morto dapper tutto. Il senso dell'animo abruzzese è contenuto nei termini di vita e mo . e i santi si confondevano con essi. insomma l'ultimo degli scrittori puristi. e non importa se a Pescara la sua casa fu. il senso dell'u omo e della vita torna in questi uomini esatto. E domani si celebrerà la festa dei talami. C'è qualcosa di molto più antico della paganità. le quali mostravano i capelli ancora troppo corti per poterli avvolgere intorno alla testa. in una solitudine in cui tutto acquista lunghissime risonanze.

Il marit o siede. si sono divise le parti. atteggiare. Entrarono in chiesa. Seguivano quattro ragazzi che tenevano leggera su due fasce bianche una bara bianca. lo stesso d'Annunzio non è riuscito mai a correggere il suo accento dialettale. Il lupo va carponi verso la culla del bimbo. La vita abruzzese culmina nelle grandi feste dell'anno. e quelle caramelle. carnale. Precedevano il prete e il crocifero. si dispera. e questo suono non si ode che in Abruzzo. mangia e beve. nascita. si misero diligenti a raccomodargli un velo. vidi sbucare sulla strada un piccolo corteo. La rappresentazione dura un quarto d'ora. chi gliela posava sul cuscino. E strascinare la lingua sul pa vimento dei santuari. e guardarono il morticino che era là dentro. la pazzia dei toccati da Dio. Le quali si chinaron o su di essa. un b imbo di quattro anni. Il marito fatto sicuro della divina protezione prende a calci il lupo. non è misticismo. E poi nelle m ani del morticino ponevano quei confetti e quei rametti. Passavano i carretti carichi di agnelli per la Pasqua. ornare. non pareva più che fosse un bimbo morto. frettolose come i colpi dell'incudine. sanguin anti e digiune. Il Santo appare in forma di immagine. coronarsi di serpenti. La moglie sta preparando il desinare. Lungo il declivio d el paese. Poiché tutta la tradizione abruzzese è fondata sull'uomo. un simulacro. Un bimbo vagisce nella culla. chi nella tasc a del vestituccio. matrimonio. Non si accorge che il lupo è entrato (è un altro contadino rivestito d'una pelle di lupo . ma una creatura incorr uttibile. ed è il sol o personaggio non reale della scena. le mani fugaci e pro nte. poi esce. La donna se ne accorge . quelle di sopra. fino a quando si abbattevano con la testa ciondoloni fuori del carretto. A sentire ch e la donna si è rivolta al Santo. il lupo torna indietro. Dietro veniva un gruppo di giovani donne. Intorno alla bara bianca era affaccendato il gruppo delle ragazze. La chiesa era deserta. Tanto che poi gli abruzzesi immessi ne lla vita urbana hanno un potere reale di capire e di orientarsi. come i vecchi toscani. Grandi ri sate del pubblico. Poco dopo le ragazze uscirono in frott a. i visi si chinarono a bac . S'erano ritirati il prete e il chierico. nella piazza di Guardiagrele. due uomini poiché come nell'uso antico le donne non fanno teatro. che poi si fermarono sull'orlo della bara bianca. A tratti veniva da un nego zio il sospiro di un'armonica. qualcosa di pasta dolce. vestite di verde e di rosa. magari con quel tanto di pastorale che rimane attaccato a ognuno di essi. la folla si dispone ad anfiteatro davanti a un palcoscenico di assi. introduce un grano di pazzia. e invoca il Santo. Questa contro le bestie è la crud eltà meridionale. Tutto umano. La donna torna alle sue faccende di casa. lo addenta alle fasce e se lo porta via. Le campane d'Abruzzo fanno uno squillo acuto come quello dell'incudine. Quelle mani diligenti ed espert e si muovevano su di lui ad accomodare. Le b estie erano legate e giacevano l'una sull'altra. e che ha calzato un paio di guanti con tre dita). quella mistica c he pure tra i popoli più realistici della terra. Non immagino neppure una mistica abruzzese. disposti a modo di foglie intorno a un ramett o verde. Sono terribili scon giuri per placare l'ignoto che è intorno all'uomo. col risveglio dei serpi a primavera. l'animo loro è tutto nella vittoria dell'u omo in quanto tale. verginità e lussuria. la scoperchiarono. cercavano di levare la testa di sopra al cumulo dei morti. sconfitta e vittoria. è la stessa immagine che è stata portata la mat tina in processione. e nei grandi avvenimenti della vita.rte. e tornarono con le mani piene di caramelle e di confetti. moglie e marito. La donna ringrazia il Santo. Intanto è rincasato il marito. ogn una con una sua idea. scosse da un brivido terribile e continuo. chi di lato. e spesso la sua eleganz a era tipicamente provinciale non senza sospetto di pacchianeria. Di questi giorni si recita a Pretoro lo spettacolo del Lupo. La donna gli parla e invoca la sua protezione. A tratti era un lung o belato di agnelli. di quei confetti co me di Pasqua combinano in Abruzzo. morte. Questi solch i di dolore innocente passano tra l'indifferenza di tutti con la fatalità che hann o i dolori sotto il cielo alto e chiaro del sud. Al suono della campana. Quelle di sotto erano tramortit e o già morte. del riparatore di armoniche. D ue contadini. e portato a i culmini del fantastico e del simbolico. Le ascoltai tutta una mattina. il risveglio dei nudi istinti nella grande estate arrabbiata sotto la sferza del s ole. e quatto quatto rimette il bimbo nella culla. Quello vestito da donna recita in falset to.

Dicevo prima dell'importanza dell'uomo rispetto alla natura e all'architettura. Dico che solamente l'uomo stretto parente della natura riesce a costruire aspett i di città di pietra terribile. Non c'è che a Napoli un'architettura monumentale così estranea alla terra. questo è accaduto ai primordi delle città italiane. spesso lavorata fino al vaniloquio. costituisce la storia morale di questo popolo: un colle vi div enta fortezza e insieme è una montagna abitata. d el cielo. palazzi che sem . risponde al fondamentale pessimismo napoletano. la sua storia. Qui nella scala sociale. Sarà effetto dell'aria e della luce che vi si stende specchiata dal mare. a Napoli è un carattere naturale tra i più raffinati cittadini. quel tanto che in alc uni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro e cupo come una prigione. la media d'una civiltà che è metropolitana e paesana. dal pugno di una di quelle ragazze. è invece qualcosa come un sentimento e uno stato d'animo. E poi.iare l'oggetto delle loro cure. e nello stesso tempo troppo grevi e forti perché non vi si insin ui il sospetto d'una certa ironia o esagerazione. ac cadde ed è ancor vivo a Napoli. i portoni spropositati vi reggono spesso abitazioni strettissime. con caratteri comuni. siano minori di proporzioni che altrove. non la nascita o la categoria sociale. e spesso da tutt'altro genio che non q uello napoletano. non senza dare l'ultimo tocco al velo. neppur tristi. È ancora qualcosa che rimane della vecchia Italia. importata anch'essa. CIVILTÀ DI NAPOLI A Napoli quello che mi colpisce è l'importanza dell'uomo su tutte le cose. come in una figurazio ne popolare. vi ha formato i depositi sociali composti d'un a vera e propria razza. rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori. meglio. e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il c onvento e il palazzo che somigliano a prigioni. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l'uomo. e non della macchina che domina l'uomo: v'è sempre l'idea della gita più che della costrizione metropoli tana. come fissati a un punto che non è nuovo né antico ma di sempr e. che regge come certi muri apparentemente decrepiti i gra ndi edifizi storici. a renderla ostile. con la faci lità dei napoletani di interpellarsi e di porgersi l'aiuto l'un l'altro. ma materne e fra terne. sono altrettanti terrori di una storia in cui tutto si è confuso in un med esimo sentimento. e l'archite ttura dove è più allettante simula non so che ordine popolare che è poi un'ordine mora le. Forse non v'è nessuna sproporzione fra lo scenario e l'uomo. a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti fermi a un tempo ch e non è di ieri né d'oggi. E il gu sto del plebeo. in una strettissima parentela. o. Quando il corteo fu sulla piazza. La pietra. scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana. al suo sentimento dell e classi nella storia. Certi rag azzi coi capelli arruffati e il berretto tra le mani guardavano storditi. A Napoli l'uomo ha avuto se coli per adattarsi e per posarsi. è durissima pietra e non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico. un'evasione festiva. ma a Napoli l'architettura n on ha un predominio schiacciante come nel settentrione. altrove è la città. l'idea del mare. e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze. come con un giocattolo poco serio. come un' eterna campagna mediterranea. che isola uomini e cose in un'armonia che fu già il fondamento di un'arte felice e di pieno equilibrio. Certe donne si curvarono a raccattare i confetti. che oggi è un atteggiamento delle società eleganti e un curioso segn o dei tempi. la sua architettura. al contrario. le sue attitudini che vi parlano ch iaro al primo passo. In nessun altro paese si ha l'impressione come qui che veicoli. e poi lo stesso corteo uscì dalla chiesa. La cas sa fu chiusa come le ragazze avrebbero chiuso la madia di casa. ma intanto esse sono solidali. e la campanella ripres e a battere. si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratt eri comuni. tanto che il barocco spag nuolo porta qui tutti i suoi caratteri di tetraggine e d'isolamento. fanatico perfino. fu gittata una manciata di confetti che rimbalzò sul legno bianco della cas sa e crepitò in terra. in modo che l'uomo vi sta dentro enorme come in una figurazione primitiva e. e torna a mente quanto scrive Stendhal: che le sole fortune distingu ono in Italia un uomo dall'altro. perché non c'è luogo come questo dove i limiti delle classi s iano segnati da ogni cosa. a Na poli un tranvai e una carrozza carichi di gente danno l'idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo. vi concorre la luce. automobili carro zze tranvai.

L'interpretazione che ne diedero i . Nei tetri banchetti d'ombre del Magnasco. gli atteggiamenti sono rimasti gli stessi. senza decadenze né imbarbarimenti. Per la prima volta. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per re ndersi conto come essa abbia il suo ordine. che è il prodotto d'una ci viltà complessa come il gusto toscano dei poderi. attore del San Carlino verso il 1855. che è un carattere d'oggi. ma con un sentimento dell'ari a e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell'Italia meridionale. con cui Napol i. gaia e funebre. Basta vedere insieme una scelta di queste raffigurazioni per rendersi conto che quella fu un'evasione dell'arte italiana come lo era stata la grande pittura dei guerrieri e degli eroi. Pulcinella in riposo fra capre cani e pastorelli d'Arcadia che sono poi tutti della stessa famiglia pulcinellesca. a uno spettacolo puramente visivo. In un mondo che si adorna tanto facilmente degl i appellativi di meccanico. monte. il genovese Magnasco e il veneziano Tiepolo. N apoli non s'è scordata la natura. Sei e Settecento furono in Europa quasi la riscossa let teraria e pittorica dei poveri e dei derelitti e dei vagabondi. mare. e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della crea zione. q uasi tutta tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi. anche. motteggiava con atroce forza il suo destino. e vedo ragazze e carrozze". C he era poi il destino di gran parte d'Italia. La natura di Napoli è lontana da quello che di solito intendiamo qua ndo diciamo campo. La terra vi fornisce un vino aspro. i Callot. diceva: "Quando sono triste mi metto a letto. nelle figure della nuova società popolare che animano le scene del Piazzetta. nei vagabondi di Caravaggio. e senza più il coraggio della fuga ne l divino. Pul cinella che suona la chitarra. il segno palese del benessere. Lo stile vi s'è mantenuto in un rapporto originale.brano case di campagna perduti nella grande città. e senso del diritto e della giustizia. Nei paesi a civiltà antica la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto aiutato da un'esperienza secolare delle cris i di civiltà. Sono là i Rembrandt. con que l gusto degli elementi diversi disposti opportunamente. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere. prodighe a tutti. pochi hanno capito l'essenza estremamente libera e intelligente di questo paese . Due artisti di altri due splendidi paesi. e pur tra le fortezze e i vecchi androni più scuri grida l'invito alla bellezza delle derrate. avevano già carpito al suo na scere questa nuova famiglia e ridevole mitologia: Pulcinella e Pulcinellino. Anzi. della potenza. o la frutta stessa nei piccoli mercati. con una leggerezza incauta. uguali i riti. che è un vero lusso. Ma l'Italia non fece mai del poverismo o del populismo. Sì. il suo schema. ar ia e luce diventino la conquista più importante. Pulcinella che nasce da un uovo covato da una gal lina faraona tra una famiglia di Pulcinelli. solo che i protagonisti sono altri. sole e aria e veduta sono qui al sommo dei pensier i di tutti. È proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà. formano il motore di questa civiltà. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà. questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura. La campagna napoletana è il segno d'una disposizione dell'animo fermata in una stagione classica. Al primo segno di malessere vediamo virtù e conven zioni crollare. Il comico Altavilla. caratteri insospettati uscir fuori. e ne scrivono. L'occhio vuole la sua parte. l'epica delle di fferenze sociali che improvvisamente invadevano una storia nuova e non più europea né universale. e civiltà antica. ella si rivolgeva alla sua vita reale. i Goya. de lla ricchezza. Fu costui uno degli ultimi Pulcinella della gran pulcinelleria bianca e nera. Si d irebbe che in un ambiente d'aria e di luce buone per tutti. E bisogna essere meridionale per capirlo bene. c'è un mondo pudico che non ama mettere in piazza i suoi segreti e i suoi dolori. è un modo di dire mer idionale. e la cucina. forse. ornati di f rutta. nell'epica pulcinellesca del Tiepolo. e le civiltà in fama di raffin ate mostrare non si sa che stupida barbarie. il suo ritmo. come se la bellezza fosse tutto. che è un'altra nota di questi sapori. senza più l'intervento del Cielo. caduta in un'epoca sventurata. come in un mo dello d'architettura. e ch e s'era fatte tante comode virtù. Si notino a Napoli gl'infiniti chioschi dove non si vende che acqua.

gli antri più mis teriosi. in un meandro di tane e di sotterranei. diet ro il compenso di due lire la puntata che negli ultimi anni gli fu elevato a cin que. abitò tutta la vita in quel quartiere di Sanità simile a una valle oscura nella città. la pred iletta del Ciclo. calvo. Ma l a cosa era forte. Napoli diventa un mondo complesso e inestricabile. Si sa che la divinità più vicina agl'italiani era stata sempre la Vergine. Questo sviluppo della città. e poi la donna nei momenti trionfanti della sua vita. Con un'opera assidua. E in Napoli la Ve rgine madre diventava la Madre Dolorosa che. Qualcuno lo indi cava come "l'autore dei romanzi di Mastriani". Montepin. oppure vestita dalla cintola in giù con una veste scarlatta a pieghe del tipo di quella che copre il Volto Santo di Luc ca. e trasformato architettura. l'ombra. una città adatta agli scrittori di romanzi co me si intendeva il romanzo allora. indossava un vecchio vestito nero e un gilè bianco. l'Italia mise la maschera. veneziani e napoletani i nuovi de scrittori di quella rovina le cui macerie richiesero tutti i secoli seguenti per lo sgombero. e finì con l'influire anche fra noi. la malinconia delle valli. vestita di nero. la maschera popolare saliva le scene e parlav a la verità che soltanto ai buffoni è consentito dire. Circostanza curiosa. e dove che fosse scriveva. dove si erano vedute le mani g iunte della Vergine. coronata di spine. Anziché mostrare le sue piaghe. lo stesso lavo ro che sul Colosseo. era l'immagine della sofferenza virile e non più della grazia celeste e d ella intercessione femminile. romanziere napoletano vissuto tra il 1819 e il 1891. tendeva al cielo e ai fedeli la mano con un fazzoletto di pizzo. la vita abi ssale di un popolo addensatesi in modo incontrollabile aveva dato l'assalto alle strade. ai palazzi. furono genovesi.viaggiatori superficiali in Italia è nota. Era stupefacente osservare quello che era accaduto di un androne di casa patrizia. ma è noto e amico ai meridionali. egli si vantava di possederne sessanta. e che dà l'immagine d'un costume dissueto. agli angoli delle strade. e facendo ad essi da guida nelle ore libere. Scriveva anche aspettando i signo . seguendo le c omitive degli stranieri. era signore e servo . dalla più abietta alla più sublime. abbandonò l'Università pe r darsi alla letteratura. e dal 1875 li pubblicò tutti in appendice nel giornale "Roma". de Kock. Pulcinella si metteva il naso di cartone e il berretto bianco a do minare lo spazio che avevano dominato i guerrieri e i santi. alle dimore. Questo nome dirà poco ai s ettentrionali. e cioè un intrico di passioni in una città fatta per le apparizioni singolari e che nel suo ventre formicola di tutte le passioni . il bambino ignudo e ricco di grazie. Portava in tasca una boccettina d'i nchiostro. e qui. Siccome aveva la mania delle cravatte. Studente di medicina. Ma la dolce Toscana aveva finito di parlare. Sposato e con quattro figli. Si dovette impiegare alla Dogana. specie a quelli nati nei paesi do ve i libri di Mastriani arrivano con Ponson du Terrail. la madre. coi misteri. Intanto. tra la regalità d'un'antica porpora e la veste dell'infanzia. Napoli fu dominata da questa immagine piaga ta. Ho trovato ancora qualcuno che si ricorda di Mastriani. Come al crollo dell'Impero romano. il suo manto celeste. grandi portoni. Questa immagine popolò i vicoli più oscuri. cavaliere e pitocco. si sostituì l'immagine del Crocifisso. mentre lacrime di gelo le solcava no le gote e un pugnale dall'impugnatura simile a quella d'una sciabola le trapa ssava il seno. non fosse un uomo di genio. il suo addensarsi e il suo complicarsi al punto che un giorno si sarebbe dovuto rompere col piccone . sormontate da un ponte che ne sbarra il cielo nella luce di Capodi monte. Mastriani scrisse cento sette romanzi. il ponte dal quale le povere donne tradite e offese si buttavano credendo che non fosse peccato cadere da tanta luminosa altezza. imparò ingle se e francese. Picco lo di statura. dei celenterati nel fondo del mare. quando tali monumenti erano abitati. flagellata. Era celebre nel popolino. È un peccato che Francesco Mastriani. e tanto che nuovamente si sparse per il mondo come una risata tonante. era nuovissimo fenomeno in Italia. delle conchiglie. la giovane sposa. con barba e baffi alla Napoleone DI. sul Foro e su tanti monumenti romani aveva fatto l'umanità mi nuta in tanti secoli. E che mescolanza di profano e di sacro. ignuda. va sti cortili e palazzi. che ricorda il lavoro dei protozoi. la moglie di ligente gliene ritagliava in ogni straccio e in ogni residuo di vestito o di sto ffa. e nel golfo più ridente del mondo si addensava una città misteriosa come Londra del Settecento e Parigi dell'Ottocento.

e il ridurre il generale a un particolare. Nel gennaio del 1891. era il personaggio moderno che. assassini. alla fantasia di chi v'è p assato una volta. assumeva un costume anch'esso. Fa ridere perché non evita un solo urto con la realtà. Descriveva alla brava la vita di lusso. int ramezzata da brevi descrizioni di caratteri e di passioni che non riescono mai a mettersi in movimento con quella illusione di vita che è propria dei romanzieri. essendo i suoi scherzi sempre intorno alla realtà e a una realtà precisa. e questa è una prova dell'animo suo. venditori d i carne umana. sollecitato dal primo libro che gli capitava sottocchi o. tendenza: è l'uomo che si occupa d ell'umano. il risalire dal particolare al generale. E tanto che il giudizio cor rente su Napoli è diverso da persona a persona. per arrotondare il magro bilancio familiare. Peccato che non fosse u n artista e che non riuscisse a cucire insieme i suoi personaggi. senza invidia e senza desideri malsani. Chiaia. Alle origini del teatro moderno c'è la m aschera che di quando in quando rispunta. e la Serao lo considerò come un precursore. e che. Con una fantasia sbrigliata. quando chinò il capo sui suoi fogli. tutta l'organizzazione intorno alla colpa e al delitto. Uno di que gli umili precursori di cui riesciremmo appena a mettere insieme cento pagine d' antologia. Lo stesso Pulcinella era la maschera del buon senso e del realismo. ognuno legge in questa città secondo il suo cuore e il suo sentimento. e poi mezzani. di figli spurii che ritrovano i fratelli legittimi. in una lingua tra accademica e dialettale. almeno fino al tempo di Mastriani. Ma anche oggi che la vita italiana s'è fatta complessa. basta il nome di Napoli per evocare. Un fatto però vide molto bene Francesco Mastriani. a meno che non accetti le comode e generiche definizioni che se ne sono date da gente estranea e superficiale la quale scambiò la filosofia del vivere con la spensieratezza. Nasce così anche in Franci a. davanti alle sue invenzioni non ci prende alcu n dubbio che quanto egli racconta si possa svolgere a Napoli: di ciò gli diamo cre dito illimitato. il carattere con la maschera. uno dei suoi fantasmi è il padrone di casa. di personaggi che muoiono e risuscitano perché il pubblico reclamava al giornale nuove puntate del romanzo. ma che aveva intuito oscuramente il genio naturale dell'Italia meridi onale. poiché nella sua fantasia si confondevano i suoi casi personali e quelli del l'umanità. trattandosi d'una società c on caratteri familiari. era un comples so di società provinciali in città di provincia. eroica e favolosa e classicizzante. Verga . La maschera è estremamente seria. e fu la profondità. tanto che i su oi romanzi si possono considerare una lunga digressione su problemi sociali. e non soltanto in Italia. ladri. Era l'epica della vita quotidiana. virtù. I suoi roman zi sono storie complicate di donne cadute nella colpa per bisogno. la letteratura sulle città italiane è aperta e chiara. La maschera è d'una enorme serietà. staccandosi da una tradizione in costume. quelli che visitano Napoli si fermano agli aspetti più appariscenti del . Fra gli a ltri. Tanto che proprio da fatti come questi nasce in Italia. usciva "Il Paese della Cuccagna" di Matilde Serao. Sanità. accada fra Bor go Loreto. Lotta e si dibatte intorno ad essa. cantava e suonava. Ma. la commedia borghese. Faceva anche brindisi in rima. Egli trovò nella sua città la dimensione fantastica e il mistero ch e sono stati sempre la qualità più attraente d'un romanzo. La maschera vuol dire carattere e vita di tutti i giorni in una passione. di ricchi e di str anieri che portano di colpo una povera fanciulla del popolo e una traviata al ma trimonio. il realismo con la buffoneria. un mondo molteplice e avventuroso. quello che formò poi la sua tradizione sociale: la Serao. g li arbitrii della fantasia possono essere assai pochi. avvent urosità di Napoli. e le maschere sono la sua aria vitale.rini cui dava lezioni di lingua e di grammatica oltre che di inglese e di france se. ossessione del popolino napol etano come del povero romanziere. vedeva al modo del comico Altavilla ragazze e carrozze dal fondo della sua mi seria. Stretta nel cerchio della realtà. di smarrimenti e di ritrovamenti. Di Giacomo. densità. Vicaria. In genere. Di solito. anche quando scherza. di strade e di luoghi. Aveva dei meridionali la facile im pressionabilità verso i problemi filosofici e sociali. vizio. non la supera e non la trasforma e non ne evade. essa pensa sempre alla stessa cosa e non mira che al suo scopo. di donne che abbandonano il frutto della loro colpa e che lo ritrovano dopo molti anni nell'a biezione. Non appare per nulla grat uito nella sua opera numerosa e disordinata che un intrico di personaggi e di av venture. dirigeva bene le quadriglie nei balli familiari.

Percorrevo in carrozzella i paesi alle falde del Vesuvio. con la bocca. il padrone. una bellezza. cioè l'odio sociale. gran parte della letteratura. da un pu nto all'altro della strada. un movimento. con gl'inferiori. e l'amore dei beni che vengono dall'industria umana come dalla natura. e sapeva che la generosa bestia era tenuta bene. il loro piacere degli oggetti. Queste non sono forme oziose e non sono ossequio servile. altre persone parlavano allo stesso modo. E quell o che i napoletani chiamano "fetente". e non da strada a strada. una grattugia. ammiccare. bisogna pensare che l'origine di questo sentimento. imbrogliatore. coi superiori. lo andava a trovare al reggimento in una città vicina. un fornello. un lampo. una pentol a. raccolto in densi quartieri. accennare. del mare. Ma se vorremo capire il senso della realtà dei napoletani . delle forme e d ei colori. a Napoli queste comodità sono qualche volta il bene comune d'interi gruppi umani. del cielo. cioè a cenni. E questo complesso di rapporti mobile e diffuso come quello delle api e degli uccelli. cenni col capo. fino a Torre del Gr eco. uno scrollo. La stessa cosa notai poi andando in carrozzella a Na poli. un fuoco. si tratta d'una mobilità estrema. un . con le spalle. che non lo poteva dimenticare. mai smesso dal tempo dei greci. della città più soccorrevole . ed è difficile indovinarne lo scopo. Esiste in tutta l'Italia meridionale un significato a parte per la parola " comodità". complesso forse unico. Questo discors o era interrotto di continuo da un rapido occhieggiare del cocchiere all'ingiro. Il cavallo trottava con la vivacità d'un meridionale. La strada era un avvenimento: organetti che suonavano e l'armonia era subito travolta e ripresa volubilmente da un vocio di monelli. e il colore di un'ora. coi conos centi: insomma. si rivela subito al primo colpo d'occhio. ma da paese a paese. e siccome la vita è quello che è. da case troppo alte e uniformi che. cioè da uomo. e invece è tutto un modo e una rete di rapporti di cui è fatta quella vit a. Certo. un ziro d'olio. se non proprio la manifestazione di una gran de vitalità. che se le prestano e ridanno . d'un uomo livellato dalla vita moderna. viste di profilo. pietosa e legata del mondo. sorridere. cui allo stesso modo bastava un tremito. cioè l'uomo capace di cattive azioni. e disporne in comune implica un mondo di rapporti e di discorsi e di interessi solidali. con gli amici. Ora. il cocchiere si voltava di quando in quando a raccontarmi la storia d'un altro suo cavallo che gli era stato requisito. e l'intimità che tale sentimento porta nella vita di tutti i giorni. sta in cotesta pratica di vita rivolta assi duamente al mondo sensibile. è sotto il segno della più stretta solidarietà. saluti. e il gesto d'un vicino e il lampo d'un paio d'o cchi di donna. alla realtà. che la rendono meno grave e la consolano: comodità è un balcone assolato. con tutta la gente di cui presto o tardi avrebbe avuto bisogno c olui. tanto che mol ti non gliene attribuiscono alcuno. E che cosa è di meglio ogni migliore vita civile? Cotesta tregua la osserverà meglio chi si troverà di fronte alla vita del popolo min uto che. significava farsi vivo. da tutto quello che di vario e alacre si può rovesciare sulla strada d'un paese vesuviano. eloquentissim o nella vita e nell'arte napoletane. alla spensieratezza che sembra emanare sempre da tutto q uello che è vivace e naturale. alla sua nobiltà. Una tale solidarietà fa sì che non si troverà mai un napoletano che si umilii a un altro uomo ma gli parlerà da uguale. mettono fuori i loro mille balconi. Ciò che può diventare anche un vezzo. Comodità sono gli oggetti che servono ad alleviare la fatica quotidiana. Questo è l'aspetto più evidente della solidarietà napoletana. accennare a una sol idarietà con gli uguali. ecco che gioia e dolore di ciascuno si comunicano a tu tti. se l'era presa il colonnello. ai suoi conoscenti da quartiere a quartiere. Il cocchiere non faceva che salutare. cosa che alla fine esclude l'odio verso i fortunati. ci si accorgerà troppo tardi e a nostre spese che si tratta d'un vero fetente. quale possono produrre seco li di vita difficile e un'esperienza vasta come la storia. grida di mercanti ambulanti. cant a delle ore di gioia e delle ore di dolore. e quasi disponendo in comune delle risorse di ciasc uno. a distanza. con le sue feste e il suo carico di dolore. mentre spesso. napoletana. al suo tessere di gesti la vita quotidiana. Qui si vive collettivamente. con la mano.la città. Nel suo senso migliore. Piccole cose. Una solidarietà siffatta rende testimone c iascuno della sorte dell'altro. o che di colui avrebbe avuto bisogno. Per questo. E sui bal coni. tintinnio di carr etti colmi di verdure. a gente la più diversa che incontravamo lungo il viaggio. la vita napoletana popo lare è una tragedia fra uomini. popolare o meno. egois ta.

E da questa seri età proviene la soppravvivenza di vecchi riti e vecchie feste. e il grande protegge il piccolo d agli assalti del mare. tanto che una certa lentezza napoletana è dovuta pro prio a questo impegno. ma una fra tutte: l'uomo in una densità e pienezza e verità di vita. d i colore azzurro come sono le piante sulla pietra. In tutto il pittoresco napoletano v'è un senso stretto della ne cessità. Ogni commessura della roccia ha le sue piante erranti. intorno a un melone d'inverno. Molti si sono fermati a questo carattere esteriore. Ma se per un i stante si sarà entrati nel cuore del popolo napoletano. uno grande e uno piccolo. vi sono riti che sopravvivono a Napoli perché son o legati ad essi alcuni benefizi. È come se fossero alimentati dalla salsedine. In genere. possono diventare maniera stucchevole. patetiche. qui è vivo non per abitudine e pigrizia come s i crede. Le case sono spaziose e cir condate di orti e giardini a terrazze. Vuoi c onvincere. d a Positano a Maiori. È facile dire che a Napoli c'è gaiezza e spensieratezza. al suo pittoresco. vec chio. Sulla roccia e in pieno sole cresce il capelvenere e difende disperatamente il suo verde e le venature b ionde delle sue foglie.motivo facile. alla minuzia con cui ognuno compie il suo più umile lavoro. e vi si metterà con tutte le sue risorse. e che non ve n'è uno il quale. di quanta proverbiale ingegnosità. PAESAGGI NAPOLETANI Venivo dalle valli della costa di Amalfi. Del resto. Quale che sia la sua occupazione. perché una cosa è indubitabile: che a Napoli la gente non sia vera. con che teatralità sono disposti una dozzina di fich idindia per dritto. Si aprono nella montagna. la Madonna e il Bambino. carattere. senza g uardarne l'intima ragione: così è venuta fuori la leggenda di Napoli. A ogni punto più minaccioso la Madonna col Bambino ha la sua nicc hia. sono le frasi più comuni nelle canzonette. L'uomo qui è dominato dal fatto di riuscire a ogni costo a strappare quello che vuole strappare alla vita. questo p opolo. e il senso della forma di. anche quando sembra che lo dimentichi. ne descrive i rumori. le case sospese sull'orlo dei precipizi e i massi fermi sul punto di un a immane rovina. talvolta le piante che sbucano da ogni interstizio del ma sso fanno sulla sommità di tali simulacri naturali una corona d'erbe e di fiori se lvaggi con una simmetria meravigliosa. sopravvissuto ad altro tempo. le strade tagliate a picco nella roccia. gioia e dolore. solo movente delle azioni umane. ci si spiegherà che somma di forza. lungo la strada. il volo. e che dà forza. in tutte le forme. il paese dei devoti delle miracolose M adonne. portichetti. più oltre l'ulivo ha lo stesso colore. l'effetto. vivacità alla vita. absidi come di cattedrali. Il crinale delle rocce forma anch'esso profili di creature. Questo dà un colo re tanto forte alla vita napoletana. di vecchia architettura amalfitana . Mi fermo a guardare la cura della decorazione nei p iù piccoli venditori ambulanti. o per amore del pittoresco e della rappresentazione. non lo p erderà di vista un momento. perciò la montagna sembra viva. il benefizio. queste figure di pietra . strane. ma sa ranno pur sempre nuove nella realtà popolare di questo paese il cui nome è volato in tutto il mondo a significare tante cose curiose. Il fatto è che ogni napoletano è combinato proprio in tutt 'altra maniera. separate l'una dall'altra con un sentimen . uscendo di casa la mattina. di quanta virtù civile sia capac e quando gli sia chiesta. coi piedi ben piantati sulla terra. dove i venti del mare sono capricciosi. i sibili. con cupole. giardini sospesi in alto. abita paesi nobilissimi. Morte e vita. si sia dimenticato un istante dello scopo della sua giornata e de l fine che vuol raggiungere. e il piccone e la mina ha nno messo alla luce del sole decorazioni di stalattiti. un patetico troppo semplice. e rinca sando la sera. grotte e caverne. un orto napoletano dice la cura. La gente di questi luoghi. sotto una luce bianca ad acet ilene. di vitalità e di verità richieda questa vita. come è facile parlare del dol ce far niente napoletano. volte e nicchie. Egli aspetta dal cielo la grazia. un'umanissima arte . o come il venditore di fuochi artificiali. e li chiede come v anno chiesti. E la persuasione è l'arte napoletana per eccellenza. e la necessità conserva in vita a Napoli tutto quello che è morto o che è vuoto formalismo altrove: la necessità. e la fede del popol o napoletano. anche se gli scogli che si drizzano sulla riva o stanno isolati tra le onde o sono a due a due. incoraggiando a comperare un r azzo o una girandola. egli pone una tal e attenzione a quello che fa. reale. Il popolo chiama. tutto quello che pare disusato. ma perché risponde a ncora a uno scopo. e ogni paese ha la sua perché questo è un tema di quella famosissima strada.

rimasta nel paese dopo la parten za d'una razza di signori. Qui stavano gran signori. dove seguitarono l'altra loro attitudine naturale. in lugli o e in agosto si vedono le arance attaccate all'albero. è buona. sono taciturni e pratici. d i tingere i palazzi di due colori. e dentro di un bellissimo bianco in cui la luce grande della co ntrada fa l'atmosfera d'un bagno vitale. Per valicare il passo di Monte Sant'Angelo. si prendeva una sedia e quattro portatori per tre ore di cammino. S'immagina che gente del popolo. i q uali coi commerci adottavano le mode e le eleganze vedute nei paesi ricchi. La strada di Amalfi e di Sorrento non era ancora aperta. le rose fioriscono senza stagioni. una delizia settecentesca che la padrona di casa v'invita a guardare. ho detto. Nello stile del paese. gli armatori abb andonarono le loro ville e i palazzi. l'indimenticabile chiarità del Mezzogiorn o. essi si fecero palazzi e ville. che sono la traduzione di tante cose ricche e illustri in uno stile del luogo che rammemo rava fantasticando le cose visitate. prima che i mo delli bastardi dell'architettura comune penetrino fin là. strappata a palmo a palmo alla montagna e alla roccia. avevano commerc i con Genova cui fornivano legni e uomini. ma complicato con quello originale del luogo. ed ha . alcuni si diedero alla pesca. Vi portano su. il cortile davanti al portico. pe r una porta aperta in un vicolo. e ancor oggi capita di vedere. alle prime piogge di settemb re si seminano gli ortaggi che altrove vanno a primavera. e all'arrivo di qualche antiquario accorto. contro le intemperie. il mare divenne deserto. all'albero. La gente. fra tante cose comuni. i limoni sono il frutto di tutto l'anno. ed è la seconda semina d ell'annata. alcuni quartieri abbandonati crollarono. colorano la casa di du e colori spesso. composti di cilindri e di cubi di muratura sovra pposti che ricordano le nude forme della moderna architettura monumentale. abbia occupato le case loro. e alle cinque la valle è imm ersa nell'ombra uguale e pur tanto chiara che d'estate dura due o tre ore.to d'indipendenza e di solitudine che ci si domanda da quale razza sia venuto. all e piante e ai frutti. le donne sono anch'esse da fatica. I te tti sono a cupole lisce. con un sapiente sfruttamento del terreno. La loro casa ha l'orto. di alt ane. e dall'alto fanno un panorama di bagni romani. Ed è così. sul portico la terrazza. capolav ori di architettura popolare che sarebbe opportuno difendere con le leggi stesse che difendono il paesaggio e i monumenti illustri. S i vede spesso gente povera uscire da palazzetti del Settecento. Questi so no per la montagna scoscesa i loro orti e uliveti famosi. Il tema di quell'architettura. A terreno sono le stanze della vita comune. Ho veduto certi mulini loro. di balconcini. sia nata in queste contrade che i settentrion ali conoscono a meraviglia. e mostrano ancor oggi certi disegni di caminetti. Perché sono architetti e agricoltori nati. quelle di abitazione. Il sole in queste valli scompare prima della sua ora. rimasto più intatto che ad Amalfi. La terra. il cammino più facile era il mare. al livello della terrazza. All'orto. sopra. o turchi che è forse lo stesso. Erano città fiorenti e prospere al tempo della navigazione a vela. e le loro case le fanno con logica. Fino a qualche anno fa. è pur sempre quello settecentesco. Mi pa re certo che la consuetudine invalsa in alcune città dell'Europa settentrionale. alt ri emigrarono in America. con un tale senso di costruttori che il funzionalismo moderno ha in loro dei precursori. Essi sono la nobiltà del popol o. la sabbia del mare. È un'antica c orporazione naturale che nessuno ha ancora pensato a ricostruire. Si può dire che la terra la trasportino col fazzoletto. col giardino ric co. una decorazione di stucco alle finestre. e dove la rocc ia fa imbuto la circondano di una mora di sassi. Sono architetti nati. dicendo orgogl iosa che è un mobile di famiglia. hanno della vir ago. Il Settecento dovette essere il periodo delle maggiori fortune di questa contrad a. perfino di cucine. e fra di loro non si sente mai dire di quei drammi sentimentali che scoppia no sovente nei climi morbidi. quando non possono altro. e magari con le due stanze superior i sprofondate. questi pa esi erano ricchi di bei mobili settecenteschi. un mobile illustre. I ve lieri tornavano a Positano carichi di mobili comperati a Genova. E gente diversa da ogni altra della regio ne. al cortile e alla terrazza sacrifica no lo spazio altrimenti adatto a ingrandire l'abitazione. che li divide dal versante di Castellammare. conobbero i commerci del Mediterraneo occidentale insieme con la lor grande amica. Venne la navigazione a vapore. che hanno un gusto inimitabile.

La terza è quel la alle falde del Vesuvio. sono segni che si riconoscono. la natura della vite di questa contrada. La vite è alta e forma viali d' ombra. di cui sfuggono quasi le dimensioni reali. Il sole è tanto vibrato che a chi non sia abituato dà strani e pur piacevoli disturbi. o non ci pensano. vi mettono una fiammella. e gli occhi. e a queste colombe che si vedono bianchissime volare all'improvviso come innalzate da un'improvvisa tempesta. il colore. bizzar ri. che sono la tr aduzione architettonica del vulcano che le domina. e gli stessi atteggiamenti degli agricoltori. e vi vengono incontro le ombre vivide. Quelli che vivono sulle falde del Vesuvio non credono al Vesuvio. La terra è d'oro. che hanno un timbro miracolosamente salvo da ogni convenz ionalità. gli strumenti rustici che si se ntono nelle sue selve. verso la punta della Campanella. popolari. coi carrettini di verdur a e di vino. e i suoi canti agresti. somigliano a questi. Il pi no napoletano. e si rivedono i vapori che velano le cose. ciò che influisce anche sui sentimenti. di pozzi. e quasi nelle profondità di stanze lussuose. La loro razza è tutt'altra. si passa dal sole sfolgorante alla fosforescenza del crepuscolo di tre ore. È facile dire che Tasso il sentimento dei suoi orti e dei suoi giardini. tutta opposta all'idea che di solito ci si fa. li rinnova. quale si vede nell'Europa del nord. i fiori che si aprono al principio dei suoi madrigali. di estatico. E anche le mollezze e i piaceri dei suoi giardin i incantati appartengono a quest'ozio. la chioma dell'arancio. E non ci sono che i napoletani. M a passata la sella di Sorrento. nell'ombra dei giardini ragazzi e bambine. il Settecento che attecchì qui e ricorda i buoni affari e l'agiate zza d'un secolo ornato e intraprendente. chi li ha veduti una volta li distingue fra mille. I paesi sono ch iari come le pietre d'un letto di torrente all'asciutto. le labbra. della sua aria. e tronca. e gli orti dis posti come in una geometria. Vigne e agrumeti formano un profondo bosco. vi riporta a qualcosa di immortale. osservando case come queste. e l'incombente Vesuvio colore di rosa. e quella precisamente che va sotto il nome di napoletana. La natura ha un'armonia così gr ande che vi si può scoprire un tema uguale e universale per tutto. Qui gli orti felici si stendono in tutto il loro lusso naturale. una gracilità da paes aggio antico. Si può dire. come si sente raccontare di c ontrade favolose più a sud. questi colori tutti napoletani. E i fiori sgargianti. A Sorrento le ragazze ab bracciate parlano ridenti e si baciano. con una lunga scala esterna che quasi fa da ancora sulla terra. così facili ad abbandonarsi fra di loro e a baciarsi in pubblico nell'atto di dirsi qualcosa all'orecchio. E le colombe che volano nelle sue liriche . Ho detto che in questa costiera non esistono gradaz ioni di luce. E questa è la seconda zona. rosa e viola. Non lo chiaman o neppur Vesuvio. Non ci credono. e la propaggine della scala. li sconvolge. e tutta la sua pastorelleria. e l'uomo si sente scintilla dell'immenso creato. i c hiari e gli scuri. è come se quel lu me abbagliante lo posassero in terra. al contrario dell'arancio greve e tondo della Sicilia. Sui muriccioli le bambine coi grandi o cchi e la carnagione calda sembrano conoscere la felicità segreta del mondo natura le. capricciosa alle soglie del Barocco. che sembra u n plastico. checché ne pensino i pittori. li avesse da un a reminiscenza di questi suoi luoghi. Le strade dei paesi lungo la costa di Sorrento si aprono col loro Settecento div enuto popolare. com e l'uomo non pensa alla morte. il pino gracile ha qualcosa del fiore dell'agave. felice dei suoi orti. per proporsi solt . E tutto questo popolo d i verdure. lo chiamano la Montagna. da Pompei a Napoli. Ma basta valicare il passo di Sorrento per trovarvi una natura diversa.del lungo crepuscolo. li abbia tratti da qui. l'arancio ha la chioma irta e tutta fiammelle. È una luce immensa che si mette in lotta con gli organis mi. col verde luminoso degli aranci. rischiaranti tanto soavemente il suo poema. al trotterello facile dell'asino piccolo. La casa diviene bassa. Il rosa e il grigi o riprendono il loro dominio. si ricorda dell'eruzioni. e si ferma sulla strada come un torrente rappreso. Alle finestre le donne. v'è da giurare che occhi di migliaia d'anni e gli stessi occhi di Virgilio ed Orazio li abbiano veduti semp re gli stessi. A Sorrento la vitalità del popolo. la vita vi si snoda intorno senza fatica apparente. sullo sgargiante de lla terra napoletana. e perfino i loro ca ppelli e i loro vestiti rustici. di fiori. V'è una delicatezza di scavo. secondo l'abitudine delle ragazze di Nap oli. di asini bendati intorno al pozzo. della sua luce.

significa. Un'antichità vivente. gli aranci. prima. Se bisogna abbandonare la casa. difatti. e che quando accadranno si presenteranno sotto un aspetto diverso da quello immaginato. d'un millesimo la fatalità e la catastrofe. stacca tanti passi quanti gliene contende la lava. è longevo. tengono ancora prigionieri i vecchi spiriti del paganesimo. La guardano. Non ci pensare. Fino all'ultimo egli non crede. delle cento e più specie che prosperano sulle rocce basaltiche coperte d'uno strato di cenere di pochi palmi. i giardini. In basso in questo grigio che ho detto. è saggio. Egli ha pia ntato i suoi orti e le sue vigne. E sarà troppo tar di per capire che non ne valeva la pena. delle nostalgie campestri di Virgil io e di Orazio. e i buffi vasi di creta. per anni non pensato. Anche ora l'ultima parola non è detta. molte specie di vitigni. La primavera è sosp esa nell'aria. sulle colonne di calce mozze. In un paese di aspetti e di fatti antichi come l'Italia.. e non sarà de tta mai. i cannicci che coprono le chiome degli a ranci carichi. dei capricci della sorte. sono venute fuo ri da semi erranti. Non te ne incaricare. e il bianco rico rda le vesti. i l problema dell'ora. una antichità di og ni attimo. stanno donn e e bambini. Non si tratta d'indifferenza. "Questa dev'essere gente fatta in un modo diverso da ogni altra. le case. negli androni. come nell'uomo che combatte si fa strada la coscienza primitiva della difesa e dell'offesa. E si accomoda perché l'uomo pensa ad accomodarlo. i magri cavoli verdeblù." . "Fai q uel che stai facendo". Ma se accadesse? Se la Montagna si scatenasse? La lava avanza lentissimamente. Un giorno. In un patio tra mura d'un bianco di latte dove la bocca nera del forno sta da un canto. col suo pensiero e con la sua fantasia. era un modo romano che conteneva lo stesso esplicito divi eto del "non te ne incaricare" napoletano. È lo stesso. Una scienza primitiva e un pregiudizio rimasto nel popolo. L'ultima capitale di questa saggezza è Na poli. degli affreschi di Pompei. Nei cortili profondi e ombrosi. E gli alberi acquistano sul terreno chiaro cadenze di persone. è d'un colore vivo e quasi umido. ma nell 'ordine del campo. i piselli alti appena due palmi. Dove la cenere è appena rimossa. i legumi e gli ortaggi. tra cui il risentirsi delle prime foglie verdi è come il rinverdire d'una capigliatura di vecchio personaggio di favola. che rappresentano facce umane. ordine degli stucchi di vita agreste nel museo de lle Terme a Roma. Immemorabilmente questa terra di continuo cancellata e risorta r iproduce quell'ordine. se la lav a si ferma egli si ferma. l'uomo co n le masserizie e i figliuoli già sul carretto non crede fino all'ultimo di dovers ene proprio andare. Tutto in torno è creato con gli elementi del Vesuvio e i muriccioli e le mura. che è quanto basta a render buono un campo. con sopra questi vel i rosa. e neppure di non voler vedere. e dell'equilibrio naturale del mondo secondo cui tutto si accomoda. Questo si chi ama tenere tutta spalancata la porta dell'inatteso. Questo è a ntico. Ma intanto. il terreno offre infinite combinazioni alla massa mostruos a. questo l embo di terra col suo sapor di cenere. come i numeri del lotto. Il vino è colore violetto e amaranto. un gallo nero su una sedia. i mandor li. i n definitiva. i fiori diventano enormi. una p ioggia di lapilli neri ha concimato la vigna. e le cupole delle abitazioni impostate e saldate come le pareti d'un orcio. Tutto quello che s'è taciuto per anni. per il tremolare rosato dei peschi. si affaccia alla memoria. volere sino all'ultimo: sotto l'apparente disinteresse è una manifes tazione di volontà. Non s'è mai sentito dire d'un delitto o d'un furto. e la vite gracile è divenuta robusta e più abbondante. e sul grigio i tronchi scortecciati e dipinti di bianco degli alberi. In una natura arida come questa. il problema del giorno. Sperare fino all'ultimo. nei patio.anto i problemi immediati della vita. serba l'antico in nessuna pietra. san no che le parole evocano spesso i fatti e i fantasmi. In alcune di queste contrade hanno abolito la stazione dei carabin ieri. La metà del mondo d'oggi si guasta i nervi e perde troppo presto la vita per pensare alle cose che gli accadranno. i suoi frutteti. la pianticella propizia della ruta. G li uomini la guardano avanzare. il cagnuolo accucciato. non vuole. E poi i peschi. e non altro. perenne e prospera. sulla cenere grigia e molle che serba l'impronta lucente della v anga e della zappa. s'è vista a volte dividersi la corrente incandescente davanti a un vigneto. e uno per volta. Guarda la dil igenza dei solchi. e piegati dal vento i tronchi sembrano umani. l'ordine degli orti." "Lo è. non ha affrettato.

in una natura tutta minerale. Il Vesuvio e la chitarra. gli uomini. di ingrommatura. case pencolassero come le vele in mare. se ne scorgono gli scuri degli sc ogli e i chiari dei banchi di sabbia. allo stesso modo che. si levò battendo le ali una creatura di quei luoghi. con la loro forma di cubo come un'affermazione semplice e costruttiva di fronte alla natura tondeggiante della montagna. La montagna emana un tenue calore. in vista del Vesuvio lontano e benigno come un totem. Intorno a quella convulsione le fumarole esili e bianche fi orivano incensando. simili a macchie d'inchiostro le tracce delle antiche eruzioni si spando no nella pianura . il deserto di lava rifà l e immagini che si leggono in tutti gli elementi disordinati e lubrici: stracci e panni luridi. segn ava lo stacco tra la vita e la morte. da animale. un rumore più elementare. A questo punto. e terna condannata ai dolori del parto. apparvero i due suonat ori di chitarra. coi suoi profondi recessi. Il Vesuvio in questi giorni è attivo. portata lassù. da vivente. in quella solitudine disperata in cui la montagna pareva soffrire senza tregua né rimedio tutti i dolori della terra. guardano stupiti noi che guardiamo quell'anti ca semenza d'uomini. Di solito. nella realtà. muffito di sterili bianchi. Cantavano e suonavano "Ohi Mari". i campanil i rosa. apparizi oni avventurose. Usciti dall'ombra propizia dei cortili bianchi. Più sopra c'è il bosco dei pini. Alla fine viene in mente l'immagine d i quel girone dantesco in cui si trovano quei "due tuffati in uno stereo". in vista de lla colonna di fumo gialla e rosea. e così un ragazzo che vendeva certe arance appena staccate dall'a lbero. Il mondo abitato è lontano. Non si pensava che fossero posteggiatori. Suonavano la chitarra. il vulcano vomitò certi stracci incandescenti di lava. lassù in cima. sonoro di pie tra arida. In una di queste macchie è Pompei. col real ismo dei carnai. poco più oltre. E quella canzone. Si scorge un ciuffo d'erbacce secche e ci si domanda in quale mai stagione rinverdì. di muffa. D'una porta che si chiuda violentemente suscitando echi profondi e rimbombi in una casa vuot a e spaziosa. è molle. cordami rappresi in cerchio. dopo qualche orticello in cui gli ortaggi diventano nani.sopra sono ricresciuti gli orti e le abitazioni. È una materia sorda che acquista una forma sol perché è materia. Con una fantasia stracca e disordinata. cantata tante volte sul mare d'argento. Vedono l 'Italia come fosse caduta dal cielo. e dagli sguardi assortiti di tan ti occhi bianchi e neri. sostenuto dalle macerie di pietre . di violetti . I COSTRUTTORI DEL GARGANO . Ma non è così tutta la vita? Fino a quando il gigante non dà uno scrollo. Quando si accorgeranno che l'hanno costruit a gli uomini? Oh. che si posarono e si spens ero tra il verde minerale del cono eruttivo. il viottolo aperto ieri. guardando un mare dall'alto. Se ne intravedono le case bianche. Come se stesse per soffocare. D'un'onda immane che si abbatte su una spiaggia mentre la riecheggiano scogli e caverne. all'informe della lava che prem e da tutte le parti in un mare rappreso. la massa di cenere preme da tutte le parti. No.Dai loro cortili e dai loro patio. umani. sol perché gli occhi umani vi cercano una forma. gli stranieri non guardano agli uomini. Ma non è pr oprio il deserto. Nel deserto di lava. Ne ho incontrati fin sotto il cratere del Vesuvio. nudità decapitate e mutilate. il Vesuvio e le arance d'oro. come se li avesse messi là in un suo canto streg ato l'Ariosto. mentre piccoli uomini sul ciglio dell'altr o versante si profilavano nel cielo con l'aria assorta della gente agli spettaco li. riaperto oggi. un essere vivo e romito: un gufo. Ancora sotto l'orlo dei cratere. ma personaggi. la cenere nel pugno di una mano è pesante: ha il colore d'una brace che cova un fuoco non ancora spento. Salendo. Si spalanca sotto gli occhi la valle infernale. avevamo lasciato le ultime case piantate ai limiti dell a lava. d'un colore di zolfo. tra la cenere rosea e l'infernale stereo. di gialli. Ma più oltre. comincia il deserto. tra le illusioni dell'uomo e il nulla. Sembra di in travedere in queste macchie quello che si trova nella profondità della terra. pareva a tratti che su quell'onda i dad i bianchi delle . d'un regno infantile. discutevamo che rumore facesse. e non dico la bellezza di quella forma e di quel colore del frutto in quell'informe e tra quei colori da chimici. È quell o. un verde che pareva il miraggio d'u n bosco tenerissimo. stringendo la fo rma esatta delle chitarre.

si pensa alla natura di questi uomini. prendono forma sopra al ciglio roccioso del monte. si va prima per un pendio sul m are. e un filo di fumo annunzia che qualcuno è vivo là sotto. Tanto du ra. colore della polvere. le case basse d isposte in riga sulla cima. e non qui soltanto. dalle valli asciutte al le cime. la bisogna del pane. Ci si accorge subito di trovarsi fra gente dura e gelosa. tinta di bianco come tutta la pietra che si vede. la quota più alta d'Italia. Da Manfredonia a Monte S. Tutto quello che si scorge. ma non c'è traccia d'uomo se non questi enormi camini dalla forma di torri. In fondo alla valle. se non vecchie. Una donna. della stessa for ma. una macchia verde descrive la sua pac e. con gli occhi di fuoco di notte. a torrione. con due occhi di fuoco di notte. Una scritta all'ingresso della città avverte che qui si tocca il quaranta per mille della natalità. Poche volte la fatica umana dà uno sbigottiment o simile. delle vigne. i mandorli già verdi con qualche vecchio fiocco fiorito. Non vi guarderà mai più. il mare che sembra levarsi inclinato sulla linea dell'orizzonte. non ho veduto qu i altre donne. per due giorni. e spioventi come gli embrici d'un tetto. in una ruga. Angelo. La montagna è una pietraia deserta là davanti. e si misura dove e come il vento la tormenta. Ma salendo per la strada bianca. è una immane opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi . chiuso come un minatore. dove il vento non arriva. di lanterne. fuori. qualche albero si leva. Come lo s catenarsi d'una girandola. Questi camini dicono tutto: il vento che tira. Una tale opera dei campi è sta ta compiuta in settant'anni. di poche case sparse tra i campi di olivi e di mandorli. questo vortice diventa più grandioso e più complicato a m ano a mano che si risale il monte. si d ovrebbe presentare con camini della grandezza delle Torri di Bologna o del campa nile di Pisa. Si scorge bensì la porta incardinata nel masso. l'occhio si abitua a discernere nient'altro che questa immane pa zienza. Tutto qui è molto importante. A parte la donna dell'autobus. e. g li ulivi alleggeriti sono gracili e ai loro piedi il grano è d'un colore nuovo. Tutta la terra atto rno è lavorata come una miniera. Si capisce d'essere capitati entro un'opera tra le più ingegnose degli uomini e. il freddo d'inverno . e sopra ci sono due pani di dieci o dodici chili ciascuno. dei mandorli. e non se ne scorge l'abitazione. In una piega del terreno. figurano come le cuspi di di una lontana città turrita e bianca. di olivi e di pini d'Aleppo. simile all'avvolgers i di certe conchiglie. in rapporto all'altezza degli edifici. Un lembo di t erra miracolosamente in piena. spuntano certi enormi comignoli. arriva verde di grano proprio fino alla striscia del mare turchino. quella cioè che ha costruito l'enorme monumento dei bastioni delle sue montagne. che neppure il matrimonio accade senza dramma. di vecchi casolari. annunziano la città di Monte Sant'A ngelo. bianchi come la pietra.Vi sono popoli che hanno un talento istintivo e storico per l'architettura. c ome succede. se una città moderna dovesse avere i suoi co mignoli delle proporzioni di questi. Il lavoro parla per gli abitanti. sull'intero promontorio. Che un contrasto qualun . del grano. che coprono il monte come un tetto. Ma s'immagina difficilmente un gruppo di pastori e di contadini che porti una p reoccupazione architettonica nella sua abitazione. E si capisce per quelli che hanno da celebrare una potenza e da attestare una forza. da quando il Gargano finì di essere un feudo regio co i suoi boschi profondi dell'interno. si scorgono poi i tetti. alla fi ne. posa per un attimo lo sguardo su di voi. quello che era il deserto appare un bastione di pietrame. ma su tutti i poggi e i monti intorno. sopra. a elmo. a turbante. Gli stessi comignoli che si sono veduti prima. di qui. a quanto pare. A un certo punto. una borgata è disposta in riga su quattro o cinque file. Non avevo mai veduto un pane di questa posta. Sulla cima di qualche poggio sta come un fossile un edifi cio bianco. nel suo forno. è rigato a llo stesso modo dalle correnti: tutto è sullo stesso disegno. Da una casa esce un tale con un'asse sulla testa. nell'autobus. i viottoli serpeggianti e le strade tortuose rifanno un movimento con corde. quanto basta a una famiglia di cinque o sei persone. nel suo rifugi o di montagna. La vigna è ancora nuda . L'uomo ha spesso bisogno di un atto di forza anche in ciò. Qua e là nelle valli. in una valle. Un movimento a spirale avvolge monte die tro monte. di campa nili. questi comignoli sproposi tati. seguendo il disegno delle terrazze che la sovrastano per la montagna.

Michele Arcangelo che pare sia apparso qui per la pri ma volta alla adorazione dei fedeli. Quella del ratto è una vecchia usanza illirica. e che neppure nell'emigrazione scordano le loro attitudini. dove sono scavate nella roccia le gabbie per i torchi. dove sono di pietra anche gli ammostatoi. vanno a informarsi se tutto sia andato bene. e suscita nei crudi inverni i racconti delle streghe. e adattandole. non vadano proposte a modello d'una moderna architettura povera di idee e pretenziosa. dove si lavora fino a settant'anni e si campa spesso fino a cent o. di prospettive. Il letto è molto alto. i carabinieri sanno che tutto finirà col pranzo di nozze. prima della celebrazione. a Positano. ad Amalfi. quest i montanari trasportarono sulle loro abitazioni il modello delle facciate di que lle chiese. come è quella che ci propone stabilimenti balneari e palagi tutti del medesimo stile. e che per avvent ura ami un altro. le madri d ei due sposi per amore e per forza. portici. e l'uomo. anche al prete e al medico quando sarà l'ora. Ed è una caverna il famoso santuario di S. non soltanto popolare. crescono intraprendenti contadini pastori e artigiani. quest'uomo spalleggiato dai suoi compagni si presenta nella casa di lei. che fino a quel giorno non è riuscito a parl are alla sua sospirata se non stando sulla soglia della porta. per la povera condizione degli sposi che non possono redigere lunghe note di be ni e di oggetti di corredo da far leggere solennemente per bocca del notaio dava nti al vicinato. le assi sono sostenute da due alti trespoli. A ogni denunzia di colpi di questo genere. ci si può chiedere se. Qui è rimasto l'uso nel suo vigore primitivo. i pellegrini di tutta l a regione e delle regioni vicine tracciano sui muri e sulle scale del santuario l'impronta della loro mano e il loro nome. per un buon grande pane sicuro. Arte di fare scale. e quando i suoi compagni con l'inganno e con la forza hanno condotto fuori la vecchia. al modo degli uccelli e delle fiere. Poiché egli lasciò l'impronta del suo piede nudo. negati a ogni forma d'industria. di risolvere problemi di pendenz e. è ancora la caverna primiti va sormontata da un comignolo e chiusa da una di queste facciate. . e dava nti alla loro città costruita mirabilmente sullo scrimolo del monte e su due valli . le grandi famiglie che servono pe r il lavoro della montagna. se è fuori. I loro avi d ella preistoria abitavano qui in caverne che si vedono ancora. È tanta la vocazione di questi di Monte Sant'Angelo. si affac cia dietro i vetri o sulla porta. Han no il genio dell'architettura come in altri. con la madre muta testimone. prendendo il posto di Apollo che qui aveva un tempio. In molti luoghi. se vuoi rispondere. La mattina dopo. dove il vento è chiamato lucifero. un s ibilo sordo come dei grilli d'estate. adattate già mirabi lmente ad abitazione. rimanen do carpentieri. Spesso. il ratto è buonissim o rimedio che dispensa da tante malagevoli formalità. sull'altra sponda de ll'Adriatico. a Ischia. dove gli uomini ripetono sempre la medesima storia e nascono forti. Appena il romanico glorioso fece illustre la Puglia. quadrate e rettangolari. egli si chiude la porta alle spalle e diventa signore dell'ama ta. di variarle infinitamente. Pensano gli amici a preparar e una lauta cena ai due fuggiaschi. per avventura. non più molti. o nel co rso d'una festa. tante invenzioni preziose d'architettura. dove i pani sono grandi come la lun a piena. e la fanciulla rifugiata ai piedi del letto. e per salirvi ci vuole una scaletta o una sedia. Tutto finirà ugualmente col matrimonio. il rituale del matrimonio comporta anche un ratto simulato. cui la donna. a cui corre. e un buon letto. e da far portare alle comari nelle canestre. ma con quale cuore? E si tratta proprio d'un richiamo d'amore. m a per quello che sanno fare ricercati in tutto il Tavoliere. strisciando lungo il mu ro fino alla porta di casa sua. e dei ratti in campagna. muratori e imprenditori di lavori stradali e di costruzioni. paesi d'Italia. Non esiste da noi un documento che metta sotto gli occhi l'arte di costruire una casa come fanno qui. che essi chiamano pagliai anc he certi rifugi di montagna costruiti di pietra a forma di capanna. E poi i figli. È noto che di là. in modo che la più modesta cas uccia ha questo egregio frontespizio. Arte di legare gli uomini ai loro luoghi. che lo prenda un dubbio sui se ntimenti della donna amata. in un'ora in cui ella è sola con la madre. passaggi. Il ra tto può capitare anche a una donna sorda al richiamo dell'amante.que coi parenti della sua bella si faccia strada. Le impronte di quei piedi e di quelle mani sono come una lunga eco delle sessant amila persone che passano qui ogni anno. a cava llo.

l'arrivo improvviso nei paesi dell'altopiano (chi arrivava primo sparava). e l'i mmagine delle cose. Figurarsi la discussione. Francesco da Paol a. forse per ciò. uomo. e in ogni cuore d'uomo. mi offre una reliquia. è difficile amarle -. la forza civile.e lo so. come se l'uomo li avesse ridotti in suo po tere e resi soggetti. Poiché il calabrese s'innamora come pochi delle grandi idee e delle idee universal i. e gli offrì di scegliersi lui stesso la morte che meno gli disp iacesse. Guardate la chiesetta bizantina di San Marco a Rossano. la violen za: eppure. e tale sentimento è il patriottismo. Certo non è più bella Egina davanti ad Atene. Ancora pietra. è la stessa natura che prende atteggiamenti d'archite ttura. che sono la chiara immagine della sua storia e delle sue a bitudini: c'è nella Lombardia dei canali la geometria di Leonardo. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore. Courier tornò tre volte al campo spogliato dei suoi panni. Uno di questi luoghi è Tiriolo. e lo spettacolo degli invasori c he tra il vino e le cose saccheggiate li schiantava di colpo la perniciosa. i boschi con g l'impiccati agli alberi da cui qualcuno si spiccava facilmente ("s'impicca prest o e male"). pietra. Gli alberi solitari nella valle nuda. Da noi essa fu sempre quotidiana anche con la natura. Sono pochi i paesi d'Italia c he abbiano conosciuto meglio della Calabria l'ingiustizia. con lo stesso struggimento che dà l'atteggiarsi d'una figura familiare terri bile e alta ma cara come è in Calabria la paternità. il paese sul colle addensato come un mucchio di semi o un armento. il sopruso. con tutto quanto è insondabile in questa affez ione. il suo carattere. gli sciocchi mitici sono sciocchi filosofici che dis tinguono. spartire giu sto e ingiusto. Chi ama queste cose . nelle sue lettere. Da secoli noi amiamo la verità come gli aspetti della nostra terra. franamenti. Ci penso spe sso. essa è tutta nell'atteggiarsi dei monti. o il panorama di Corigli ano Calabro. come press o una bestia di cui non conosce la forza ma che sa potente. persona colta a quanto pare. giacché percorreva la Magna Grecia con la spada e un Virgilio: il tribunale ebbe un occhio di riguardo per lui. Quale sia la tradizione dei calabresi è difficile dirlo. Non si potrebbe essere più giusti. e la Colonna di Giunone Lacinia sul mare di Croto ne. Un tema divenuto chiariss imo e dominante di questa regione povera di grandi memorie archeologiche perdute in cento flagelli naturali. distinguere. e ai greci vecchi e nuovi trema il cuore a scorgerla di lontano. sotto la grotta umida ed enorme che si apre nella chie sa. Un giorno capitò in uno di questi tribunali uno degli ufficiali invasori. delle sp iagge. natura. dei colli. Una scheggia del masso. vanno al fondo delle cose e delle parole trovandovi la s uprema imbecillità. non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia. In ogni terra è la lotta fra giusto e ingiusto. il cocuzzolo accanto pela . la grandezza umana. e diciamo p ure la sua cavalleria e il suo talento filosofia). CALABRIA Se dovessi citare uno scrittore che ha capito la Calabria parlerei di Paul-Louis Courier che venne da noi con le truppe napoleoniche del Massena. e non sa bene se nem ica o amica. non conosce neppure il pe rché di questo suo attaccamento. E i tribunali rustici. il passato. Poic hé questo è il paese. basta per dargli colore. il colore di quella guerriglia: le bande defilate sui costoni dei monti. Per quanto egl i si soffermi poco sul paesaggio. v'è la Toscana do ve la natura non è che l'introduzione all'architettura e la sua più bella introduzio ne. perciò esso è tra i più facili a diventare ingiusto e prepotente sapendo di esserlo. albero. Tomaso Campanella. poiché era u n uomo di lettere. poiché per esse abbiamo tenuto fede alla nostra tradizione. ma vi sta come figlio. quello che. e l'attitudine a giudicare. e quando ru ppe in mare e la tempesta lo portò sino a Scilla. Questa è proprio la Calabria con la sua natura. il senso delle cose. Vi sono altri e più bei paesaggi che danno il senso della trionfante presenza dell'uomo. e Santa Severina. l'uomo vive in mezzo alla natura ancora sottomesso. ha resistito. Ma in Calabria siamo ancora al primo balzare dell'uomo nella sua abitazione terrena tra mille forze nemiche. l'opera dell'uomo che fa tutt'uno con essa. questa regione tiene al sommo del suo carattere il sens o del diritto e del torto. la pietra. E nelle sue favole popolari. attraverso terrem oti. alluvioni.Il sagrestano del tempio. facendosene anzi un culto disperato e una missione come della giust izia: posizione esatta da angelo condannato. parlano a lui con accenti de l suo sangue. interpretano. roccia.

Questo permette di star fermi. una promessa e una speranza. per mutar condizione. porterà il suo individualismo. e paesi dove a poche m iglia di distanza mutano il costume e il dialetto. cioè l'adattamento dell'uomo ad altro lavoro e ad alt ra vita. da rozzo il rozzo. Non conosco altr i luoghi che come la Calabria abbiano il senso della gerarchia della vita. sia un frutto o un sacchetto di sementi. il suo mondo. giovane. Ricorderò il gesto con cui una povera donna. quando arrivò a dire "siamo tutti u guali". a tal punto che ogni cosa è cara per la fatica e la lotta che rappresenta. Ma una penisola così stretta ha una vita profonda e di lenta penetrazione. pensare. e fiumi rovinosi. e la ri voluzione socialista ha per veri autori le macchine. dalle porte del paese ad anfiteatro. deve af frontare la vita. castelli e palazzi solitari. elargizione de i benefizi della vita confortevole. formano tutta l'immagine d'una società. la vita di tipo antico dispone a queste cose. degli oceani che lambivano le cime dei mon ti e ritirandosi hanno scavato le terrazze. o nella loro limitatezza. dai ballatoi. ragionante. il passato. che ha il ricordo di un cosmo op erante. al suo ritorno.to. prima del lavoro delle m acchine. pe r cui avere olio. come nella scogliera di Scilla. Tant'è vero che in Calabria. teneva un suo discorso dal balcone d'una casa. e ogni mercé rappresenta le arti più antiche dell'uom o. invecch iata. di con formazione del terreno e di storia della terra. di smettere il c ostume della sua categoria. si c rea una responsabilità. e così reggono le distinzi oni e gli abissi fra le classi. una forz a che deve correggere il destino individuale dei padri. Ancora per poco. e questo soltanto gli dava il diritto. dove ognuno è il suo personaggio e nient'altro. in uno di nostri paesi. il suo dramma e la sua poesia. La vita dura. mentre avrebbe bisogno di lottare solo. cavillosa. Perciò ogni conquista è la tr adizione. paesi rifugi ati sui colli e sui monti in guardia. La forza della Calabria è nella sua struttura familiare. La Calabria è ancora sul punto di questa trasforma zione. diviene prezioso quello che la te rra e la luce danno. sola. è divenuta in Russia. Altrimenti non si capire bbe il significato della parabola che percorre ogni calabrese di modesta condizi one che si affaccia alla vita: proprio nel momento in cui egli. nei quali benefizi. I figli rapprese ntano un continuo atto di fede nella vita. In Calabria i venti del mare e la luce e il sole hanno compiuto l'opera. lana e grano in casa è già la ricchezza. aiutandomi a portare una valigia in u na stazione sperduta. Come nei drammi di Shakespeare. e quella che fu una volta l'el argizione dei diritti dell'uomo. direi addirittura di discendenze. l'elaborazione della natura e il suo rivolgimento e il suo cambiar positura e aspetto. là dove dalla semina del grano allo sfornare il pa ne l'uomo è schiavo di se stesso. la vita. e che soltanto in questi anni allacciano buone strade. Abbiamo veduto che le rivoluzioni di tipo socialista di dopo guerra hanno sommosso popoli inte ri con l'introduzione di alcune comodità materiali. proprio della sua stessa natura inquieta. Vale a dire che la vita ant ica regge dove le differenze materiali sono più profonde. dei geli delle epoche remote. che è poi la libertà suprema dell'uomo. alle manifestazioni più sfrenat . vino. per esempio. senza il peso del gruppo familiare a lui pare inutile comb attere. mondata. Era la povera gente che rideva. da signore il signore. È una bellezza di pura geologia. l'ho fatto per rispetto di voi": e la sua veste era tutta una toppa. dai vicoli. gli rispo se un coro enorme di risate. nel tempo di prima non v'era al tro mezzo che l'emigrazione. Grande solitudine dell'uomo. e così l'avere fatto parte dell'esercito per un numero di anni. Ma ancora quanto basta per dare un ritratto della nat ura originale di questo paese. ciascuno ha il suo linguaggio. terre coltiva bili rare e motivo di contese secolari. era tutto il segno del privilegio di alcune classi. il campo del suo genio. dove l'imbecille parla da imbecille. E questo non è tanto primitivo come sembra a prima vista. mummificata. Se rimane solo e libero di sé. non ne ho bisogno. Mi fa ancora pena se ripenso all'avven tura d'un agitatore socialista che venticinque anni fa. E con la mancanza di bisogni. appartiene a una tradizione di tipi e di fa miglie. Ancora tutta la sua vita è nella mancanza di bisogni. l a stessa che nel paesaggio attorno a Roma. certo. guardare. pensa a sposarsi. Il mare deserto. La famiglia è la sua spinta vitale. quando misi mano al borsellino mi disse: "Grazie. Uno dei caratteri d ella civiltà d'oggi è d'avere ridotto al minimo il prezzo di tali privilegi. l'hanno risecchita. contemplare. e la donna con la sua roba sulla testa.

Per quanto ciò possa sembrare un futile dono propiziatorio. Se si vogliono meno av vocati. e il comando è una funz ione indiscutibile. Il calabrese non acquista neppure socialmente rispettabilità se non ha famiglia. E non è una cagione trascurabile del malessere sociale. come volete rimanere insensibili all' offerta semplice. che l'uomo p ervenga alla famiglia dopo aver vinto la sua battaglia per l'esistenza. il co mando della società. E annettendo ai prodotti della sua terra un valore inestimabile. Per sé egli non conquisterebbe null a.e. Naturalm ente. dei frutti e degli animali. l'invio delle primizie. una bottiglia di essenze. E questo è l'altro aspetto della questione. divent ando magari il più umile servo di esso. Il calabrese im magina il potere come qualcosa di astratto. per cui nei vecchi tempi si eresse a brigante giustiziere. il calabrese sa che il potere è un fatto umano e che basta pervenire a parlare con esso perché si pieghi alle necessità umane. Si tratta di temperamenti facile preda alle passioni: fantasio si. In Calabria è considerata una vergogna non essere abili al servizio militare. ha il suo effetto. la famiglia li frena. quello di fronte a ll'autorità. sa che anche Dio sorrid erebbe del suo paniere di frutta. è unitario. Qua ndo ero ragazzo in Calabria. e per un'abitudine secolare all 'oppressione. come oggi. Poiché ha un senso primitivo della giustizia. cui torna sempre. la f amiglia di un carcerato che si presentasse all'avvocato non andava mai a mani vu ote. sa tuttavia che si tratta sempre di una autorità di uomini. bisogna aprire più scuole professionali e officine. volubili. lo appaga il mondo esterno del suo paese che egli ama. e s i può dire che non abbia il senso della conquista sociale se non ha una famiglia d a recare in porto. Allora. in Calabria. e sono destinati ugualmente ad aumentare il numero di detti avv ocati. e ricordo come egli so rrise. Una recente statistica ha rivelato che la città di Catanzaro conta un numero di avvocati maggiore che non la città di Milano. vedevo che tutta la vita sociale girava intorno a q uesti doni stagionali. È escluso ogni senso edonistico. offerto da uomo a uomo e da vecchio ragazzo a vecchio ragazzo. L'ingegno calabrese tira facilmente al mestiere intellettuale come all'unica ris orsa per uscire da una costituzione fino a ieri di tipo feudale e di cui durano . diventano pra tici. Difatti è monarchico. che parla a quanto abbiamo nel cuore di più antico. col denaro portava anche doni. il senso pate rno. È il contrario di quanto accade negli altri paesi. Questo è teocrazia e insieme senso degli uomini. Si stabiliva così un contatto tra uomo e uomo. partecipare al potere in qualsiasi forma. Disposto naturalmente a una funzione patriarcale. Per lui chi comanda ha il diritto di comandare. se il calabrese ha il senso dell'autorità come un fatto irrazionale e indiscutibile. abituato a spartire il dritto e il torto in tutte le sue manifestazioni. o come vol ete. capaci di astrarre. questa etica calabrese richiede qualità virili anche nella donna. egli diffida degli esecutori del potere. patriarcale. mentre colloca il potere nella dimensione più alta e inattaccabile. che s i spedivano non soltanto tra vicini ma da paese a paese. che crede di placare i rappresentanti del potere con le offerte di frutti della terr a. Q uesto è un sentimento tutto regionale dell'autorità e del comando. e le ingiustizie che ne possono derivare dipendono da chi am ministra questo potere. sensibili. gli bastano la sua fantasia e la sua filosofia della vita. il potere non è per lui altro che sost anzialmente giusto. un agnello. dei mestieri e delle professioni tecniche. Egli ha bisogno naturalmente del freno della famiglia. Ma nello stesso tempo. un cesto di arance. questo è il solo mezzo a ttraverso cui egli si potrà fissare nella società. egli entra così nell'ordine sociale. Per quanto sia grande l'autorità cui il calabr ese si rivolge con questi mezzi primitivi. e sovrattutto un valore emotivo. Lo spirito tradizionale del calabrese è dunque gerarchico. di una cesta di frutta o di un animale dei boschi dell'Aspromonte e della Sila? Vidi molti a nni fa uno di questi doni offerti a un cardinale in Roma. Migliaia di studenti escono ogni anno dalle scuole classiche del le tre Calabrie. primordialmente femminili. È facile vedere gente del popolo. Da ciò proviene al calabrese un altro ordine di pensieri. un barile di vino. è buon soldato. sono considerati a tal punto. essendo la Calabr ia uno dei paesi che ha in maggior grado il senso della gerarchia. Manca in Calabria un assetto moderno che apra alle energie giovani il cam po delle arti. D'altra parte il potere. che tutto il movimento profondo della Calabria tende da cinquant'a nni al mutamento di condizione. Poiché. che vorrebbe fuggire.

come si faceva una volta. Per quanto l'Italia abbia la famiglia come centro di ogni manifesta zione di vita. capace di correre il mondo a suo solo ri schio. virile. e di fronte a un altro impegno per il resto dei loro anni. In molti casi. per tirare fuori da uno dei figli. Preti. e si tro va ad averla terminata vecchio come suo padre. Per maturare un figlio che diventi avvocato o medico o prete. un intellettuale. l'uomo considerato come partecipe d ella responsabilità familiare e del suo ordine. aspettando la sistemazio ne del fratello minore. l'arruolamento set tennale. Si veda a che punto è relegato il pi acere. ha stabilito la sua condizione. la lib ertà interiore. Si pensi che umanità pr eziosa si può cavare da gente siffatta. dividendo con la famiglia paterna il salario e lo stipendio. dominano questa regione come segni di quel genio tutto proprio della regione d . Sarà in alcuni strati la corsa verso l'impiego e il funzionarismo. e in molti luoghi a uno che chieda la figlia minore d'una famiglia. molte famiglie hanno sacrifica to tutti i loro membri. O meglio. e dei giovani sulle soglie della vita si sono privati di tutto. il padre ris ponde offrendo la maggiore. l'emigrazione aveva rivelato che il calabrese può diventare anche u n uomo moderno. Sono qu esti i surrogati fatali dell'emigrazione di un tempo. di sacrifici e sforzi eroici. Tanto più grave in quanto il calabrese è di sua natura m obile. Molte vite calabresi sono tutta una rinunz ia. Questi fatti possono parere terribili a chi li considera senza l'animo del lu ogo. Tutte le rovine familiari e individuali della Calabria dipendono dallo sganciame nto della vita familiare e da questa struttura. I maggiori uomini della Calabria portarono sempre in sé qu esto avvertimento: un Abate Gioacchino. un San Francesco da Paola. e i figli si sono sottomessi se nza fiatare a tali sacrifici. e forse neppure tanto dolorosa dacché una tradizione antica ha segnato nel cuo re di ognuno questo potere. aiutato d a ognuno dei suoi fratelli. e di molte fortune che non si possono più tentare. e non per sé. rappresentano il riscatto di famiglie che non hanno altro mezzo per salire e migliorare la propria condizione se non mett endosi sotto le ali dei grandi poteri costitutivi. il figlio maggiore assume la parte di padre. dalla semplice sigaretta all'amore. la Calabria è tutta nella famiglia. in alcune famiglie numerose. alla totale dedizione di sé. e già predestinato. intraprendente. o partire soldato. un Campanella .le conseguenze. in genere il più piccolo. Questo indica l'annullamento totale dell'uomo di fronte alle necessità familiari. e dopo quindici giorni o un mese di matrimonio emigrare . avendo già dato la metà della loro vita alla creazione dell'opera patern a. I fratelli maggiori. la storia di tante ascensioni dalla vita popolare all'attività civile in Calabria è piena di drammi inauditi. Molti matrimoni nell'ambiente calabrese sono ritardati perché la sorella maggiore non ha ancora trovato marito. L'annullamento dell'uomo di fronte alla gerarchia patriar cale ha le sue ragioni. all'annullamento della sua personalità di fronte alla legge familiare. la personalità. funzionari. per ordine di età. ma non può sfuggire a nessuno questa attitudine del calabrese al sacrificio. Nelle famiglie povere dove il padre non può arrivare a compiere l'oper a di elevazione familiare. soltanto allora i su oi fratelli hanno potuto sposarsi. solo dopo che il giovane prescelto. e comportano certo il loro dramma: una famiglia intera. strano in un popolo d i virtù tanto primitive. il padre ha imposto a tutti gli altri figli sacrifici di anni. Ma questo gli basta per spingersi nella vita. carabinieri. il matrimonio cui pervennero per nuovi sacrifici. la Chiesa e lo Stato. Ecco una v icenda solita: sposarsi. sono le molle dell'esistenza. la nessuna servilità. il contributo finanziario per i dieci o dodici anni della durata degli studi. con una dose di amor proprio e di orgoglio molto s piccata. la biografia del calabrese si può ridurre alla rinunzia. hanno affrontato l'emigrazione. Ma intanto. avido di vita. essendo d'altra parte i calabres i eccessivi per natura e capaci delle passioni più sfrenate. L'uomo che entra in una famiglia è considerato subito un soldato e un difen sore di essa. non si è ancora sviluppato il senso dell'iniziativa individuale e del rischio per sonale. Il figlio rimane legato alla ca sa fino a quando non siano in porto i fratelli o non si siano sposate le sorelle . E le sorelle andranno a marito per ordine di età. né si è abolito il concetto della differenza tra impiego di tavolino e mesti ere. attivo. È un paese questo dove la dignità. si sono ritrovati coi capelli bianchi.

hanno la natura per trastullo fantasioso. nel vecchio e scabro abitato: il colore ielle cose nuove della natura. sotto il cie lo di cristallo che prolunga la sera indefinitamente in una chiarità di altri mond i lontani nel firmamento. le parole dette. Per poco essa è so spesa in quella stagione sublime. di superiore all'uomo. e poi gli oleandri. È uno dei fenomeni più incantati della Calabria. dei germogli delle piante e delle foglie tenere della lattuga. Fuori è un mucchio di stracci. dai fiori: le castagne. Tutto è bello. intatta. L'aria è trasparente e sonora. I ragazzi sono la maggioranza dei frequentatori nelle chiese. orientale e boreale. accanto ad esse è la madre nera cosparsa di rughe che registrano sul s uo viso i dolori sofferti. f orti gli uomini. sedute sulla soglia d ella porta. e tuttavia i ragazzi sono belli e sani. La primavera è allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera. le preghiere mormorate. poiché è di maggio. e poi tut ta la gamma dei verdi. e d'autunno la creta molle per farci le sta tuine. Sta va inginocchiato dietro un pilastro. di solenne. e dice che si farà carabiniere. i simboli e le immagini. tras mette a distanze enormi i rumori e i suoni. Terminata la cerimonia in chiesa. di impersonare la missione dell'uom o nel viaggio verso la giustizia. e poi le ciambelle e i dolci delle feste. Qui intuiscono qualcosa di alto. e ho riveduto queste eterne cose. di suoni e di voci. e l'universo considera to come una sola famiglia. una intera frase arriva ai vostri orecchi. in un'eterna felicità di voci umane. È il tempo che bisogna visitarla. simili a quelli di tutta la be llezza e la gioventù del mondo dove che sia. coi piedini nudi non ancora appiattiti dal troppo cammin are. varia . dei co lchici. Sono tornato in Calabria dopo molti anni. da quello colore della muffa a quello gemmante come il mu sco. i piedini nuovi e paffuti come le sue mani giunte. chi parla è come se mettesse inavverti tamente la mano sul tasto pronto di un organo. Ho riveduto le ragazze nuove di quest'anno. e dagli stracci. di richiam i e di canti. perciò tutto è popolato. e le donne tornano dai campi la sera con un mazzolino di fiori per la Madonna vestita di azzurro con una parrucca d'oro sot to la corona grande. Qui i ragazzi percorrono gloriosamente le feste e le stagioni. f anno un pubblico turbolento che si aggrappa alla balaustra. come su un'onda della radio. La sua preghiera consist eva nel guardare tutto all'intorno. l'olean dro quando si scorteccia facilmente. e i fiori posati da vanti alle immagini. le zagare: l'aria è un profumo fluido che s i respira come un'atmosfera sensibile. Poss o immaginare che il ragazzo rimasto solitario nella chiesa vuota nutra chissà qual e inconscia vocazione verso le cose alte e nobili. Per questi due mesi l'anno. belle le donne. le noci. la terra più se vera e più scabra che sia in Italia sorride. il trifoglio che in Calabria è sgargiante copre di colore granato i poggi. di scampanii di pecore. del croco. mediterranea e interna. in paesi come questi formano la stagione incantata. nella stagione che dura sessanta o settanta giorni. d'un colore che nulla in torno ha. striscia fino ai pie di dell'altare. Se dappertut to l'infanzia e l'adolescenza sono la primavera del mondo. La ragazza è appena nuova. e si appiatta dappertutto per assistere da vicino ai misteri che si celebrano. ora color della fe ccia. tutto è grande e maestoso. Qualcuno ha visto i segni della forza e della potenza nei carabinieri. non si sa di dove. piccolo come possono essere piccoli i bambi ni già vestiti da adulti. Ne ho visto uno che a dodici anni portava un paio di pantaloni con due bande scarlatte. dalle tane oscure. ed è tutto un esclamare vago e diffuso. A tratti. un bambino era rimasto nella chiesa vuota. Saranno . le nocciole . e poi la fioritura degli asfodeli. queste cose non si ve dono altro che in chiesa nei poveri villaggi calabresi: in chiesa è la calma e la pace e il lusso dovuto alle cose divine. l'ordine. la gerarchia. dai frutti. Il lino azzurro fa laghi di gemma nei campi. Mi domando che cosa si tirerebbe fuori da ta nte e così ardenti vocazioni se questi ragazzi vedessero altri aspetti della vita e della conquista umana. tutta la mob ilità meridionale è fissata in queste rughe come i moti della terra sull'intrico di linee dei sismografi.i abbracciare le grandi idee di abnegazione. e tra un colore e l'altro quello della terra ora grigio. Così sono maturati fra noi i mi gliori uomini. ella si le va con la sua bellezza ignara e gli occhi sereni. e poi la canna quando è verde. i loro giocattoli sono d ipendenti dalla natura. è la coabita zione con gli animali. ora giallo e bianco abbagliante.

il cielo si apre. La n eve andava ricamando sui rami e sulle gemme i suoi merletti. di pochi figli. qui la natura è capric ciosa. Da Rouen a Bourges la s toria locale è chiara: all'epoca delle chiese gotiche e del castello feudale succe . tra i castagni ancora spogli e irti come piume di aspri sui dorsi delle montagne. e le città raccolte. e la viola alpina. come a molti di noi nell'infanzia appariva ancora insupe rabile. sarà l'aria lieve e pronta. e tutta l'aria si mette in moto mentre il lume bianco del sole vibra di questi messaggi. Ci si trova in una regione combattuta dagli elementi e difesa dagli uomini. cioè rifatta dagli elementi.le sue montagne ad amplificare e armonizzare le voci. LA PROVENZA "INTRODUZIONE ALL'ITALIA" I vecchi libri dei viaggiatori francesi parlano della Provenza come d'una introd uzione all'Italia. è carica di parole. appaiono il cipresso e l'olivo. Le voci sono pronte. di natura. la Calabria impervia per cui era un mistero quello che si trovava dall'altra parte delle sue montagn e o nei suoi altopiani solenni. L'abitato rustico prende l'individualità propria di questa sponda del Mediterran eo. per sentirla allargarsi e diffondersi. con la luce che si affaccia alle finestre vuote dai tetti sprofondati. Avev o trovato la neve nella Sila. è nuova. dal Delfin ato. Scendendo lungo il corso del Rodano. Si può pro vare a pronunziare una frase a voce discretamente bassa. primitivo e raffinato. qui in Provenza la gente vive sulla strada. dalla Borgogna e dell'Alvernia. e in due o tre ore. Prima di scoprire l'archeologia delle città provenzali si scoprirà l'antichità della terra di Provenza. i fiumi si fanno torrenti e si manifesta la lotta contro i venti e contro le acque. tenuta a bada dall'uomo che ad essa adatta la sua abitazione c ol patio e il suo campo difeso da cipressi in fila uniti come canne d'organo. le torri diru te. i castelli abbandonati. i paesi disertati sui colli franosi. Ma la gente si chiama da poggio a poggio. riservata. suscettibile di ogni perfez ionamento. le b orgate e le città pingui in una terra ben grassa dove la vite a ceppaia è grossa e n occhiuta come da noi un arbusto. quelle che vanno da Atene a Barcellona . patriarcale e avventuroso. l'abitato rustico scarso. in terra fra la nev e aveva bucato il croco violetto e azzurro. Conoscevo la Calabria che si percorreva a piedi o sul mulo. Questo mutamento di clim a. Non si tratta soltanto di alcuni richiami evidenti. di paesaggio. e per un occhio come quello dell'italiano. L'impressione è di trovarsi in una delle provincie del Mediterraneo. La distanza che oggi in auto è breve. col suo colore di terra antica fr a i colli digradanti dal balzo abissale dei monti. e la sua vecchia consunta sponda greca dell'Jonio. sveglie. Lassù i fiumi sono contenuti in una terra sicura e qua straripano. si camminava in un bosco profondo di abeti. coi suoi altipiani interni che paiono d'una co ntrada boreale d'Europa. Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso. questo appare proprio un altro mondo. Una distanza di continenti. come spiega le fero ci passioni e insieme il discettare più filosofico e cavilloso. eccessiva. la piana si anima di fattorie e di armenti c on un senso di presepe. fra tribù pastorali e greci. Si stendeva infinitamente quella sponda greca che da Crotone si prolunga fino al Capo Spartivento. La Provenza è vecchia come la Grecia e l'Italia. A chi scende dal Borbonese. La massa della Francia fino al Rodano è compatta come la configurazione del suolo. Nessuno sa che sia. vigorose nella mollezza dell'aria. parla animatament e. mercantili e civili della cost a. Su ll'Altipiano Centrale la foresta è ancora druidica. vecchia. qualcosa rende più vivaci: siamo in Provenza. le crete aride. è un fatto unico nell'Italia che p ure è tanto prodigiosa. Lassù la vita è chiusa. le fioriture enormi di certi poggi. come i ri cordi della vita pubblica romana in tutte le città della Provenza. dalla storia e dagli uomini. di ogni slancio verso l'inconoscibile e il cielo. Dopo tre ore mi r itrovavo sulla spiaggia calda del mare fra lo scampanio dei greggi e le loro sch iere ordinate che andavano brucando in fila e avanzando compatte le erbe magre d ella spiaggia e l'arsenico. Questo spiega pure il carattere dei calabres i. si sent e il mare. le rocche medievali sugli sproni dei monti. Ora la Calabria si può percorrere in lungo e in la rgo con le strade tra le più belle d'Italia. e spiega molta storia calabrese dibattuta di continuo fra le stirpi indigene dell'interno e i popoli nuovi. e la loro antica t radizione monacale. abituato naturalmente a distinguere le età della terra. l'aria diventa più vibrata e viva. dovette appari re a quel tempo enorme.

Alla fine. E allora si vedono le numerose famiglie provenzali. parlano della loro terra come d'un mondo nella nazione. Si possono dividere i popoli in antichi e moderni a seconda che hanno tempo per parlare di cose che non portano utile. la personalità alla disgregazione del sentimento civico e nazionale. i balli popolari e i fuochi d'artificio. I pr ovenzali. se nza declamare. gli uomini coi ragazzi sulle spalle. La Provenza al carattere e all'aspetto è tutta nei suoi uomini : Mirabeau e Thiers. le fiere. hanno bisogno di animars i e di crearsi uno scopo alla loro animazione. Leggeva stando seduto. parla fino al Cinquec ento di Nazione Provenzale. perché universalità è tipicità. Poiché lungo il corso del Rodano en trarono in Francia la cultura greco-romana e il Cristianesimo. Che siano le lotte di tori nelle vecchie arene romane ancora frequentate. dove tutti vogliono comandare. senza asprezza e col ritmo di un epigramma. Però la Provenza rappresentò la borghesia del vecchio regime oppressa dal feudalismo celta e sempre in lotta con lo strapotere della Capitale e diffidente del poter e centrale. colui che legg eva quei fogli mi pareva senza età come quell'acqua. i provenzali sono facili a imbastardire nel feti cismo delle mode straniere che ha poi per suo contrapposto il senso dell'avventu ra e del cercar mondo anche proprio di loro. I fr ancesi hanno in compenso gratificato la Provenza d'una stima assai modesta. Unitaria ma federalista. e anche della sua disgregazione. incapace di obbedire senza brontolare. Firenze. Ora. Egli lesse p acatamente a un gruppo d'amici che si trovavano là. di amore dell'assoluto. proprio l'unità darà un carattere alle città provenza li: il Cinquecento e il Settecento. le don ne coi bimbi in braccio. I provenzali parlano volentieri. ha caratteri così contrastanti da irritare quelli che non capendoli li trovano tortuosi e pieni di "combinazion i". il più recente è Charles Maurras. Gelosi delle tradizioni locali. né il Papa né la repubblica. un'Italia in cara tteri minuscoli e domestici. Daumier e Cézanne. i suoi pensieri forbiti e acu minati sembravano di qualche antico nel chiacchiericcio del Foro o del Pecile. ed è ancora quell'acqua della sorgente cui Nîmes deve il suo nome e intorno a cui fu fondata la città. non fiorirono Comuni né Signorie che resero tempestosa ma avventurata e profonda l'Ita lia. Venezia. I provenzali sono irrimediabilmente antic hi. La foga e l'estrema s ecchezza. della moda e dei misteri della fama. i provenzali tutte le volte che hanno avuto da dire nell'arte e . è sensuale pagana e cristiana. "Lou solèu mi fai canta": il sole mi fa cantare . né il C omune né la Signoria. Zola e Vauvenargues. poi fino a oggi di autonomia provenzale. Perciò essa prese l'iniziativa di tanti rivolgimenti francesi e si oppose poi ai loro eccessi. ma co me animo e ingegno. Quel luogo dei giardi ni di Nîmes è assai bello. tre suoi foglietti pieni di fr izzi in cui si prendeva gioco delle squisitezze parigine. È l'unico popolo che possa dare l'immagine di quello che fu il ciarliero popol o ateniese coronato di cicale. poiché la popolazio ne è greco-romana e ligure. quella che serba più vivi certi caratteri di cavalleria. Per conto loro. l'acqua corre a ncora in quelle piscine adattate a fontane. le feste. un eccesso di sensibilità". L'insegna della Pr ovenza è la famosa cicala ciarliera. senso profondo della propria civiltà e non in quanto cucina abitudini e usi. fosse la Convenzione o Napoleone. La Provenza si stacca da tutto il complesso francese.dono secoli di vita accentrata che impoveriscono i focolai di civiltà locale. Ma della Provenza si pot rebbe dire che è un'Italia andata a male. costruito nel Settecento su terme romane. né Roma né Atene. e dove l'individualismo spinge all'invidia. E tuttavia è una r iserva per la Francia. Così l'intelligenza provenzale. Ma non ho mai ascoltato un brontolare più vivo di quello che nei giardini di Nîmes fac eva un vecchio provenzale seduto davanti a un bicchiere d'assenzio. e con più accanimento i vecchi. dove non riuscì né il feudalesimo né il principato. un'Italia mal sortita. Detestano il pariginismo che pesa tanto sulla Francia intera. essa ha serbato quello che per Renan è il senso dominant e del Cristianesimo. Ebbe la lotta civile ma no n la prosperità civile. si radunano volentieri. ha una stor ia comunale per quanto il comunalismo non vi abbia recato che frutti amari e nie nte che regga al paragone di Siena. i suoi uomini fanno una macchia d'olio nell a vita francese. Di questo anche noi italiani sappiamo qualche cosa. dell'intellettualismo e dell'arrivismo. "la rivalsa delle parti inferiori dell'umanità sulle superior i. chius a tra le sue mura. arriva difficilmente all'universale.

una regione che ricorda la Maremma e il Basso Po. germinato da quella durezza. confusa col mare. di stendere i piani. Arles. A Saint Remy. . come là. o del semplice colle di Montmartre. Il magro profilo delle Basse Alpi ha lo stesso senso delle Alpi Liguri. e mai come a Roma. cui legare la nostalgia e la gioia del ritorno. i colli. le Alpi Apuane o i Colli Eug anei. il paese fatto di piet ra è come se vi fosse nato da solo. così la porta di Nîmes si chiama Porta di Spagna. Si ritrova spesso il ritmo di certe visioni romane come di ricordi che sorprendono a distanza. E a un certo punto leva i l suo viso colore di terra. nel giro d'una cos ta. su cui si fis sarono sempre gli occhi dell'uomo. forse i monti sono i profili e le facce della terra. intatti quasi come sono spesso intatti i monumenti romani in Provenza. sotto altri cicli. e hanno l'eternità dei secoli. è la veduta della piana di Avignone c oi suoi cipressi stretti come nel fondo del quadro tizianesco della Venere del P rado. qua prospero e ordinato. popolato di pastori. Ma anche per questo è un freno agli eccessi delle ideologie francesi. come a Nîmes. ma il gran teatro di Grange. e in una natura simile a quella della campagna piemontese. È ancora un riflesso del mondo antic o riconoscere la patria in una sommità. paludoso. il Mont Saint Michel o il P uy de Dôme. Cézanne ripropone alla p ittura francese i grandi temi classici. Inso mma. s egnano la strada romana. e sulla via di quell'inva sione ricorda anch'esso l'Italia. Grecia e Italia hanno cento di questi profili p er riconoscerli di lontano. sul colle tagliato con la liscia parete della cava. so no la Duranza e il Rodano. ed è che essi discorrono delle loro ves tigia romane senza nessun riferimento a Roma. diventano cav e di pietra. Nessuno sa in che consista il loro fascino. solo che sono più gracili e solitarie nella pianura. quando confrontano i monumenti rom ani di Provenza. il Falero e l'Olimpo. non è altrove. arido. come è sempre la bellezza. naturale e senza scopo. là stepposo. La Provenza ha q uesti volti e i caratteri della bellezza antica. e una natura sottile come quella del Mediterraneo lavorata dalle piogge dai vent i e dal mare. Il paese sul colle ha un'aria nostrana. ha il sentimento della patria locale nella patria grande. Sentirete parlare in Francia di alcune sommità famose. più in qua. Più a occidente. un'edicola dedicata alla famiglia di Augusto e u n Arco. di qua passava per prendere il nome della provincia seguente. poiché la Francia s i riconosce celta e nordica: Mistral è ancora un trovatore. qualcuno rifugi ato su un cocuzzolo. e i Greci quando vedevano quel lembo di terra brucia to del Palerò tremavano nel cuore. verso settentrione. Così l'A lyscamps di Arles ricorda la via Appia. lo ntana quanto la vecchia strada che dal Foro partiva.nella vita francese l'hanno richiamata a certi termini latini. E al trettanti ne ha la Provenza. Roma è presente ma molto lontana. la Casa Quadrata di Nîmes. Questo è il patriottismo. vecchia e ossificata come i secoli. ce n'è. di montoni e di tori. come qui. Un fatto colpisce parlando coi provenzali. come a Arles. e non è altrove l'Acquedotto romano sul Gard . La bellezza d'una terra è qualcosa di spontaneo e sen za ragione. in cui è mescolato il senso della campagna toscana ma come distesa su un più largo spazio. ricordano soltanto la Provenza. nel profilo d'un monte. il paese diviene più arido e selvaggio. I fi umi che hanno creato questo paesaggio. Dall'altro versante è la Camarga. questa pietra servì sempre a costruire i paesi sui colli aspri e denu dati. grigio su grigio. Perciò la sua storia è sconclusionata. ma la Provenza è Roma. e in definitiva rinascimentali: Parigi s arà Atene. il Soratte o il Vesuvio. sulla strada che percorse Cesare. quest'altra è fantas tica e umana. l'una sfonda nell'intellettualismo e nel metafisic o cui adatta male l'opposizione tra internazionale e nazione. allontanandosi come echi sempre più fievoli. Perciò la Provenza è cronicamente inquieta. nella Francia centrale. verso i Baux. da qui. come a Grange. bisognerà girare molto in Franci a per ritrovare un aspetto simile. colore di scavo romano. il Tempio della Fortuna Virile a Roma. sulle Basse Alpi. giovane come le stagioni. nella Crau. "il più bel muro del mio regn o" come lo chiamò Re Sole. una specie di i nfinito della terra come sanno combinarne i fiumi impetuosi alle loro foci. hanno il profilo d'un parente o d'un amico. per simpatia della pietra. contro il vento che qui si chiama mistral e che arriva sulle coste settent rionali del Tirreno dove si chiamerà Provenza. In questo non ci può che la natura col suo modo di atteggiare i monti. quella che si ritroverà poi a passare sotto gli Archi di Nîmes e di Grange.

ma semplice bestialità. È passata l'inquietudine della primavera. naturale. Tutti sembrano ricordare d'improvviso qualche cosa di urgente. Ieri era ancora troppo fresco. Ma diciamo un po' come li portano le l . che crescon o ritti come il fieno dopo la falciatura. e guardare la madre pensando che è bella. le mandorle) sono ancora immaturi sotto la calugine e la peluria che li copre. parlano di cose semplici: è il piacere di dire cose umane. senza suscitare pensieri p rofani né significati nascosti. Non siamo ancora al tempo che le donn e piangono e gli uomini diventano bruschi con l'inquietudine della vastità estiva. ed era il mese scorso quell'altro tempo in cui venivano alle labbra domande com e queste: "Mi vuoi bene? Mi ami? Sempre?". Risalendo da Arles verso l e Basse Alpi. e non siamo al distac co dell'estate. Dal vello che copre la loro testina . Una parte di quest'arco non è f inita. una belle zza non più vana come è solitamente della rosa. Così si capisc e che i frutti (i pomi. Roma è distante venti secoli. Non s oltanto le figure che ornano gli archi di trionfo sono di Galli coi baffi appesi sotto il naso e i pantaloni. non soltanto i nomi iscritti tra le panoplie sono gallici con una terminazione in us e in osus. poche pietre nella maremma. ESTATE IN ITALIA Giugno è il mese che si vedono molti bambini. Ma i f iori sono troppo grevi diggià. sono troppo grandi e maturi. Siccome l'aria è buona. sembra naturale accostare le altre p ersone nella luce nitida. Quando i bambini sono così. Ma i visi umani hanno il colore di quando si specchiano in una bell'acqua. i floridi e vegetali capelli dell'infanzia. ma libere e autonome.Nei discorsi dei provenzali. e di ridire quello che si vede. e perciò non c'è niente di male a guardare un bambino port ato in braccio dalla madre. E il ricordo più vivo è nell'Arco di Augusto a Nîmes. Se sentite gli innamorati lungo le spallette dei fiumi. poi non lo terminarono mai più. perfino il Tevere. rigoglioso. insomma una b estialità di tutta la natura. questo è un ricordo vivo del mo ndo romano quale appariva e come pensava. si capisce senza neppure esser troppo pratici quanto tempo hanno. gli operai non avevano fatto in tempo a terminarlo . resti d'un lastrico che forma quasi un'impronta di passi su l deserto. Ma stavo parlando dei bambini. disposte in modo animato sembrano un f ocolare abbandonato. come si pens a che il cielo è trasparente e come si guardano i fiori. li portano fuor i. Come in un ambiente favore vole. Anche per le rose c'è una bellezza buona e familiare. C'è una bellezza per tutti e fiori per tutti. un ricordo di quando non ci si conosceva tra amanti. ma ora l'aria è della stessa temperatura del corpo umano. una frase appena udita. prendeva il colore dei luoghi. le genti lontane la ri cordano col mondo nel pugno. libera e chiara. in nessun'altra stagione dell'anno si fanno queste c ose. e per questo ridiamo. Niente l'offende come non offende i fiori. Ci si ferma per istrada. amici miei. poiché il tempo è buono. una memoria lontana. e anche il vello sfr angiato delle bestie piccole e il piumaggio degli uccelli da nido. E anche l'arte romana qui. È un mese sano. un gesto. È un tempo di mezzo. perfino i nostri. fra poco farà caldo. È lo stesso per i bambini. Hanno tanti capelli sulla testa che fanno meravigliare. quell o che ha detto uno che non si conosce. Siamo in un mese tranquillo in cui si sta bene insieme. Il segno più antico della Provenza si trova in Camarga. Voglio dire che una certa eleganza in qualche modo speciosa e fragile d ell'architettura francese è già nell'architettura romana in terra di Provenza. Quando Augusto vi passò. È un tempo raro nell'anno. E perciò si guar dano i bambini che hanno le mani semichiuse. lungo i recinti delle ville. E gli occhi delle creature d iventano chiari. ma una grazia semplice e devota essa può stare nel bicchiere della casa quieta o in chiesa. non hanno più di tre o quattro mesi. il corpo umano fiorisce. e nella pianura vasta fin o al mare sembra che di qui qualcuno abbia spiccato il volo lasciando la sua orm a. più tardi avranno i c apelli vivi dei ragazzi. come era solita del resto in tutto i l mondo. ma qualche elemento che si potrebb e dire neoclassico in confronto al classicismo è già qui come sarà poi in tutti i rito rni neoclassici francesi. Sono i ricordi d'un'abitazione preistorica. Bisogna pensare che pure i fiumi più torbidi diventano verdi. tra la Maddalena e il Palazzo Borbone e le ville versa gliesi. e si domanda qu anto tempo hanno i bambini. perché ricordano appunto queste cose. e non è altro che l'aspetto di un viso. fra noi. senza mutar e struttura.

non era mai stat o a Sorrento. Il primo istinto è offensivo e aggressivo. Se si pensa che ancora due anni fa ella v olava come le sue compagne. feci conoscenza con un piccolo uomo vest ito di nero che guardava il mare sospirando. Quando vengono di queste grandi indulgenze plenarie fra di noi. e non poteva andare in un luogo bello da ved ere senza i suoi bambini. nei viali sol itari e nelle ville non si sente altro. e soltanto noi lo possiamo capir e. quasi non vole va vedere. su una mano quando sono fasciati. O stretti con un braccio sul seno. Ci si sente animali. e son tutte del colore del loro seno. E una volta. si pensa alla vita Non si possono dire belle. Nessuno di noi può godere nulla senza pensare a casa sua. Vedono la strada. Il mare era bello. le sono legati. un mese sano. e non s iamo altro che istinto." Superato questo mese. e sotto di loro si scorgeva l'acqua profon damente limpida.. Abituati alla bellezza del mondo. Non giova neppure all'arc . rideva. tutto si accomoda. Mi disse che non era stato mai a Sorrento. che perfino gli uomini se li caricano in braccio? Partono famiglie intere e vagano nell'aria saporita. Luglio è il mese che separa le persone. No.. E ora nuove schi ere di altre donne camminano sotto gli alberi. e le donne sdraiate a prua facevano pe nsare soltanto alla felicità. al nostro paese. Che significa questa grande uscita dei ragazzi? E portarli fuori in questo modo. È un modo italiano quello che dice "Chi mangia solo si strozza". Quelle di ie ri passano col piccino appena impastato. Essi sentono certo la madre. Soltanto noi sappiamo parlare a una donna col suo bambino. stanno curve sulle spallette del fiume abbracciate al loro uomo. quando gli animali sono buoni. curvi sul braccio come su un balcone. le barche carich e di gente felice navigavano leggere. calme e paghe. Questo è un mese senz'ombra. vedono le pe rsone. la vigna con le fogli e spante sul grappolo che matura. Fanno pensare al latte s correvole. Questo. all'umore delle piante. grande. l'inverno che chiude. piangeva. Si portano i ra gazzi perfino nel chiasso dell'osteria. Ci se ne accorge in città dove già alla fine d i giugno gl'innamorati hanno cominciato a disputarsi e a leticare. il cielo grande. nessuno lo può capir e altro che noi. vi buttano in faccia una manata di polvere. che è bella perché ha un bambino e per questo anche è in pace. Il piccolo uomo vestito di nero guardava assorto. hanno i l viso veramente nudo. come se fossero appiccicati al ramo e come si vede nelle statue della Madonna.". è un mod o nostro di godere il mondo. forse un angolo minuscolo e ordinato della natura. nessuno immagina dove si portano. "Ma tu m'avevi detto. Si pensa che sia festa. Ma i piccoli appartengono ancora alla madre. e invece la festa è tutta nel la luce.. e i marmocchi stanno a guardare coi loro occhi incerti. non si capisce poterla gode re da soli. Perché aveva i bambini. Si sta tranquilli come in seno alla natura qua ndo tutto opera per suo conto e non c'è niente di male. Gli pareva troppo bello pe r un uomo solo che non poteva offrire queste cose a nessun altro. andando su una nave a Sorrento. gente dei paesi della luce. un mese realistico. una t ana di formiche o un cespuglio. un mese non romantico. ma accanto a loro non si può pensare a male. si stringeva sotto la grondaia al suo uomo nella pioggia di primavera. ed era napoletano. Se apriamo con un dito la mano al piccino. È tutta una q uestione di clima. Se nessuno fa lor o attenzione. Chi pensa alla bellezza? Si rasentano come si ra senta il forno del nostro pane. E la madre appartiene a loro. pen sano alla gioventù infinita e alle sempre stesse parole. e siccome la roba era buona si mise quasi a piangere e non voleva mangiare perché non poteva far saggiare la roba al suo bambino. guardano l'acqua che corre. ella si fida di noi senza timore che gli si faccia male. col ventre pieno di amore. vedono gli altri bambini. niente altro che per prendere l'offensiva. il campo del nostro grano. Guardava malvolentieri. E vedono i ragazzi grandi che si cominciano a o rientare nel mondo. Questo è un segreto della nostra vita. O sono occupati a distruggere qualche cosa. si pensa che v errà l'autunno che riavvicina.. voci arrivavano e canti.oro madri. Aveva quarantenni e non era mai stato a Sorrento. Ricordo una giovane madre di campagna che fu invita ta a un gran pranzo. e questo è il primo sveg liarsi dell'uomo giovane e nuovo. e lo sanno soltanto loro. noi soli possiamo sentirle come si sente l'aria di casa nostra e le voci famili ari. hanno gli stessi sguardi come se niente al mondo avesse importanza che quello sguardo fisso. "Ma ti giuro c he non l'ho più veduto. con un'aria di appr endisti. Ora ci andava perché era obbligato.

palazzi e cattedrali. Dalla pr imavera brulicante di piante e di creature. Nei mari le nuove famiglie dei pesci si accostano all'acqua tepida delle rive. un vento fresco corre a scuotere quella immobi lità. assorte. È la grande ora. col brivido del meriggio. il rosicchiare. Qualcuno. di tutti gli animali del creato. delle cartoline illustrate. di questo mese. Tutto il creato si ricorda della natura e anche i colori artificiali delle vesti sple ndono ricordando i mari. Le vele sembrano ingi nocchiate. grandi le strade: è un mese che più volte ha aperto le . più chiari e dritti anche i pensieri. come se bevessero o fossero bevute dal sole. che dove la luce è più grande l'uomo è più solitario e più suo. Ma non soltanto di questa solitudine nella luce io voglio parlare. come gli animali docili in uno slancio di amore verso il padrone: stan no immobili. una sazietà di tutta la terra. l'ombra torna a modellare le facciate e le cattedrali. C'è qualcosa di occulto che passa fra terra e cielo. le piante e i fiori stregati dal sole come le donne e gli uomini sull e spiagge. un moto che invita a inseguirl o. crede di sentir passare furtivamente e senza las ciar traccia né impronta. tra il rombo esaltato delle macchine e le voci dritte come voli nell'aria legge ra. al più lieve tonfo scattano fuggendo a raggiera. sui piani e sui mari. buono alla terra. le più belle facciate. come di chi fora la carta con uno spillo. quel sommoversi del ve nto percorre le vie della città. con tutte le loro foglie. Se non si conosce all'alba il passare a frotte delle persone che vanno a spigola re. In altri tempi. Dal profondo dei boschi. s ono come essa trasparenti. del r iccio nei boschi. dalle città di maggio e di giugno dove la sera pare che a torme gli uomini vadano con passo lieve incontro alla gioia. Verso mezzogiorno si può sorprendere un aspetto di questo mister o. una visione aspettata da tempo o una preda. Forse è questo il mese in cui si prendono le fotografie per le cart oline illustrate delle città. non si sa come. È una breve sosta. da Stoccolm a a Palermo. e l'uomo conta il suo raccolto come riepiloga i suoi pensieri. di questa stagione emigravano i popoli. ma anc he gli uomini. Un nuo vo ciclo della creazione anima l'universo. in qualche recesso profondo o in qualche solitudine aperta. È l'ora in cui si pensa all'eternità dei g iorni. agita le tende e fa ondeggiare le vesti. più realistica e umana l'arte. uomo o animale. come ora. più disti nti gli alberi e l'architettura più ordinata. Si distingue foglia per foglia sugli alberi. Si sa che la luce isola l'uomo. di quelle che vanno lungo i lidi a raccogliere i frutti di mare.hitettura: i più bei monumenti. dei mietito ri che partono lontano. e tra poco si sentirà lo squit tio delle volpi. fugg endo i cattivi raccolti e andando incontro a terre più propizie. sulle colonne istoriate e sui monumenti si legge fino all'ultimo bassoril ievo nel più alto rocchio e nella più alta cuspide: si pensa all'infinito lavoro del la natura e degli uomini. a tante ma ni quante foglie passano sul mondo. poiché mai il cielo è. mentre i frutti sono appesi agli albe ri. perché proprio di questo mese si formano i nuovi branchi dei pesc i e degli uccelli. irrompe nelle botteghe piene d'ombra odorosa di merci come del ricordo di un mondo che f u natura. sotto q uesta luce impiccioliscono si scopre quanto sia grande la loro vecchiaia calcina ta dai secoli. fa suonare e imbaldanzire le foglie. Non soltanto albero per albero e foglia per foglia sono netti nella luce. si scorgono gli oggetti più lo ntani. Voglio dire della solitudine che è nella natura. quando il sole è sull'orizzonte e fa una luce radente sulla terra. a quelli che furono e a quelli che saranno. Esiste una separazione nella luce e nella natura. Questo è un mese ch e rende vasti gli orizzonti. le città mostrano ugualmente le loro strade profonde fiancheggiate di chiara ombra. la stagione ferma e lontana come una memoria di breve viaggio. i papaveri. ripo pola le chiome degli alberi di quel mistero che fa rimpiangere la terra e la gio ia della luce come se si fossero perdute. Le piante si tendono verso l'alto. Soltanto verso sera. la terra sia divenuta gr ande e avventurosa. con tutto il lor o essere. Alla stessa ora. negl i uomini intenti al lavoro dei campi: è la solitudine dell'opera compiuta. gonfiare le vele. i fiori dei prati. ed è simile al rombo del mare che si riode nelle conchiglie vuote. gli alberi dell'estate si levano reali e carichi di frutti sui campi mietuti . e i passanti vestiti di chiaro. forse è proprio questa la stagione in cui. e il canto nuovo degli uccelli che hanno abbandonato il nido. Gli animali messi in allarme inse guono con gli occhi la preda invisibile.

due scogli bianchi e aguzzi fra l'impetuosa corrente del canale. dormirci sopra. era una striscia tremante e fulgida. ma che cambi positura. facendogli intendere che mai sarei passato da lu i. l'arcipelago si parò nel fondo. dopo cena. come vasi ben costruiti: su di essi battono i costruttori fino a che si ode tuonare la casa armonicamente come un gigantesco vaso di coccio per cosso da nocche mostruose. e per nulla al mondo avrei sottratto alla sua casa la luce d'una di quelle ca ndele comprate con tanta previdenza a Milazzo. poi. piantata com'è sugli abissi. Poi improvvisamente. Stromboli con la sua bandiera di fumo che segnava la direzione del vento: scirocco. Nel me zzo Lipari. ora denso e lucente come un cristallo. La temono come un padrone che concentra in sé tutti i poteri. Credo che mentalmente egli calcol asse le ore da rischiarare nella sua isola. Fra la polvere si vedono figure apparire e scomparir . una pioggia fitta e sottile irrorava le corone di fiori a poppa. Tra le quattro isole che si vedevano correva quasi un'armon ia di costellazioni. m'incuriosì quando. si scoprì il cratere di Vulcano. in u na contingenza fuori della legge dei secoli. a sinistra. risentire il suo anti co odore. Conobbi in un albergo due abitanti delle isole Eol ie e si cominciò a discorrere. aspettando il treno per Palermo. Gli abitanti delle isole mettono ogni calcolo orrido nell'ordine naturale delle cose. giurò che a rimanere un giorno di più a Milazzo sarebbe mo rto di noia. quand o il bastimento si mosse. C'erano a poppa due corone di rose e non si potè appurare qual e signore fosse morto nelle isole. e delle costellazioni avevano la fermezza e la vecchiaia e stupefacenti per questo: ché in esse la vita della terra e degli elementi era domi nante. dalla montagna bianca di pomice si affacciano gli uomini da tutte le finestre scavate nella montagna. di pomice bianca sormontata da una montag na bianca bucata regolarmente come un immenso bugno. i semi e le radici. avevo in mente tutt'altre cose che d i andare a fare esplorazioni. tornarla ad amare come l'amano i ragazzi. al di sopra di ogni traccia della vita degli uomini i quali ad ogni picco sul mare hanno messo immagini sacre in tabernacoli. L'ARCIPELAGO FAVOLOSO A Milazzo. Terra sempre nuova e da creare. Non che la terra poss a andare in perdizione. avvertire come sale in noi la sua forza tranquilla in cui giacciono i minerali e le acque. lastricata di cacti. Come spuntato dal mare. a picco. di Stromboli. con le sue case orientali. sorpassato i l promontorio. fra cui ve n'è uno ch'è la schiuma della pomice. corrose e sezionate dal mare avevano contorni netti che parevano incrinare il cielo. che un nuovo strato si sovrapponga agli altri che si distinguono come coluri di vario colore. tra cui nulla della vita degli uomini che furono si ritrova. autonoma. traversando gli orti di Milazzo. Ai piedi della montagna un gruppo di abitazioni è av volto in una polvere densa. e il millenario lavoro umano. Le aperture fatte nel minerale sono stranamente incorniciate da strati diversi. a guardare il deserto mare schiumoso sotto il maestrale e le isole in fondo ferme e nette sulle onde incerte.pioveva . si fermò a ogni striscia di te rra riconoscendo le piante più familiari e gridandone il nome con entusiasmo. Uno di quei compagni. con le sue sette montagne senza riva. Poi. a picco sul mare che ad ogni spostamento del naviglio parevano alter narsi e cambiare luogo. frutta. Le isole. E pe r tutta la sera smaniò di comprar lumi. Sembra che quella terra viva d'una vita cieca e istintiva. La mattina dopo . Mi decisi a chiedergli l'itine rario d'un viaggio nelle Eolie. potente o deb ole. A dest ra si scoprivano alternamente le altre isole: Panaria come una balena boccheggia nte. con le case fatte di pomice chiuse da tetti piatti. lucente. fiammiferi. Primo. considerando tuttavia se stessi. questo è il tempo per l'uomo di riprendere contatto con le forze della terra. In una rada di Lipari.m'imbarcai con la stessa inquietudine di chi vada al le isole Fortunate. La terra in fermento è un nemico per i futuri e non per i presenti. andammo lungo la spiaggia di ponent e. francobolli. Il cielo. cocci. co me in procinto di chiudersi in una terra deserta. Ed è pure questo il tempo per coricarsi sulla terra: ricco o povero. presenti. nell'incrinatura. il cielo si aprì e il mare apparve nero come il catrame e corruccia to. Un omino magro e nervoso. distese una sull'altra. Il bastimento scricchiolava a ogni giro d'elica. lieve.strade delle guerre.

Le macine di pietra tritano la pomice che si leva a nuvoli. con metodi primor diali. uscita d a un racconto cavalleresco. e ogni sasso sulla spiaggia fa parte di quel l'ordine violento. l a villa che ha dovuto abbandonare. per conto suo. Arrivammo all'alba con una barchetta da naufraghi. da lontano. chiuse in certe uose grigi e ed alte si trascinano in terra. s otto la montagna coperta di lava: i contadini delle isole vicine se la sono spar tita e vanno in barca a guardarsela. al principio della sua vita: era gialla e appena fatta. i davanzali. al riparo da quel mondo in fermento.si possono ricordare i Ciclopi. Somigliava a un Bacco tozzo e peloso sino al naso. e la popola d'un fruscio perpetuo. Davanti agli scogli precipitati in mare . I balconi di ferro battuto sono crollanti. addentati dalle mille bocche della foresta dei vapori. prender manate di sassi e gittarli da ogni parte g ridando: "Questa è moneta!". Come una bestia che appaia di sorpresa. tanto che dapprincipio n on si capì bene se non fosse un lusso straordinario. mi porgono un boccale di vino. le sole abitatrici del versan te orientale. comune alle opere d'arte incompiute e alle terre vulcaniche. Gli alberelli macerati dal vento. vestito di nero. circondata da soffi di va pori di zolfo e di anidride carbonica per tutta l'insenatura d'approdo. Una voce diffusa nelle isole dice che essa ha tracce d'oro. impregna gli uomi ni. e io vedo per un attimo il suo viso riflesso nel liq uido odoroso e cocente. quell a che spande sul mare un fetore di idrogeno solforato. dicono davanti a quegli scogli e al mare: "O ggi è mansueto. penetra dovunque. Le sbarre di ferro sono friabili e si frantumano fra le mie mani. Qualcuno si affaccia sulla ri va all'approdo del battello ripensando alle felici contrade della terraferma dov e sgorgano le acque limpide e le piante rinverdiscono. che sostengono il cielo come una tenda. C'è una parte dell'isola. a cavallo dell'asino nero e nano. fa un vino malinconico ed ha l'unica fonte d'acqua dolce di tutto l'arcipelago. per la china cinerea arriva al trotto. bianche di polvere le modanature d elle finestre e delle porte. Ovunque la forza delle pr oiezioni vulcaniche sembra di ieri. I due uomini che mi accompagnano. La foresta dei vapori domina l'isola. che mi portò a Vulcano . e Polifemo accecato e furente. hanno quel rapporto stupefacente dell'arte antica. Bianchi i letti. Ricordo uno dei barcaioli. un po' di zolfo. che è terra nera. Il padrone di Vulcano risiede a Lipari. Tre donne sulla scala esterna d' una casupola. i magr i alberelli di acacia piantati sull'argine ancora sollevato come un solco. le mensole dei balconi cadono a pe zzi. Scende e mi mostra la sua vecchia residenza. Mi accorgo allor a che le grate del pianterreno. Poi il terreno sprofonda. le ringhiere. Ecco. Il padrone perc orre sulla sua asina nera. ma glielo dico io che alle volte fa piangere". La terr a scoppia ad ogni passo come premuta da un seme che ha aperto una ferita giallas tra e netta da cui sgorga il soffione. Gli uomini che compiono quella fatica ne tornano laceri e scalzi. il Bacco barcaiolo mi chiama. fra pian te gracili nella palude salmastra. galoppante per la china brulla. È sua la parte infernale dell'isola. Viene avanti la più giovane. piccolo in confronto al suo respiro e al suo sign ificato fantastico. quel tal Bacco peloso. LE STRADE. un Bacco che era stato emigrante in America. si spinge sul mare bluastro come il verderame. poi m . la sua terra che non ha scoperto tutti i suoi segreti. Io vidi la strada dei miei lu oghi tre anni fa. IL TEMPO Anche da noi il Governo ha fatto belle e comode strade. e un Ciclope rachitico che schizza sangue da tutti i pori. Il padrone. come da fiori alti e maligni. sterile.e a capo basso. Le sue gambe lunghe. La gente scalza che sta nel sole invernale sulla baia di Lipari at tende gli scopritori del tesoro. Allungo la mano verso il cancello.e sembra d'udirne il perpetuo fracasso . trae da tutto quel purgatorio. La casa ha le finestre aperte ed è disabitata. Il Ciclope allora m ugola come un cane che sogna. rasentando gli scogli percoss i dal mare e fermati in quella positura che è quasi una volontà di movimento. saltellare per la spiaggia. Mi sembra di bere le sue fattezze di maga decaduta. Il signore dell'isola. risecchisce le rare piante intorno. attraverso una stanza terrena soffi a su di me il fiato pestilenziale di una bocca di zolfo. e risale tingendosi di rosso in un cono perfe tto.

invece. pareva di volare su quella sof fice nube gialla e rosata. Potrei percorrere. e così il mio spostarmi . creature. sono nello sforzo umano dei segni dell'ordine e della gerarchia. si annunziava di lontano. Ci vogliono molti anni per cancellare un sentiero su cui sono passati uomini e uomini per trecento anni. necessità e vita. un'impronta incancellabile. è il trionfo dell'uomo. ora era una successione rapida e irreale. la strada rotabile. aspetti di e ssa sono un lampo. e alla fine il dado azzurro dell'autobu s animò di sé il paesaggio. il mo ndo antico. io e le cose eravamo presi dalla fretta. Vi passai in au to. fermo. orti.e la ricordo di primavera: le erbe e i fiori l'avevano invasa. la confondevano c on la campagna. sembrava di non arrivar mai. spariva. i fiori alti si piegavano sotto la macchina con un soave fruscio. vorrebbe anch'egli fuggire. e neppure a concepirlo se non come una visione. da chilometro a chilometro tutto diventava lontano. e della strada non sapeva nulla. girava. Chi corre vorrebbe fermarsi un attimo solo fr a quelle mura. discontinua. sotto quelle piante. l a macchina che corre rompe la solitudine umana. sul filo di questo ricordo. Tutto questo è grande. milioni di parole. l'uomo sulla sua mac china elementare ha conquistato se stesso e il suo potere sulla creazione. opere. rumori. è umano. si fermava. i l sentimento dell'universo. il percorso di venti chilometri su cui ogni c osa si presentava gradatamente. e dall'alto di quel terrapieno della strada scorgevo i sent ieri secolari disegnati da tante orme. una mandra. Io arri vai a casa proprio in un baleno. ma senza occupare il sentiero . quasi il cammino della civiltà. Ancora oggi non riesco a concepire bene questo fatto nuovo. come alle orig ini della sua invenzione. Poi cominciarono i carri. Incontrai i viandanti in fila. La pres enza degli uomini lungo quel cammino di tre ore mi dava lo stupore della vita. le automobili. ieri formata di cose distanti. al coro immenso di sospiri. si entrava d a luogo a luogo nei misteri d'una comunità umana. carbona i. e rimane soltanto come nostalgia. andava come ero andato io tante volte. ma è un sogno impossibile. nell'a ria erano segnati quasi i confini. a bordo della macchina: la strada che avevo fat to a dorso di mulo le mille volte. e mettendomi in viaggio mi acc adeva spesso di pensare come è meraviglioso trovarsi in un luogo e dopo tre ore in un altro. è forte. a guardare quella donn a. animata di favole. il mondo della natura. Il tempo diventava davvero un fatto misterioso. e oggi simultane a. e quelli che erano i misteri della vita lontana e separata diventano il gesto unic o d'un solo grande sforzo vitale. un casolare. to rnava a girare. né più né meno che se non l'avessero fatta. come alla fine d'un'amicizia e d'un amore. e ogni cosa stava nel suo alone di luce diver sa. pensavo alle vite umane più lontane. ortolani: si annunziavano di lontano col loro rumore e odore e colore. Già sui miei monti gli uomini non credono più alle fav ole. i cavalli e i muli in fila sulla viottola. a udire quel bambino. Ma per noi che la percorremmo a piedi o a cavallo ogni cosa h a cambiato senso. davanti a cui si fermavano in argini più folti che mai le piante. la stessa velocità è un filo che leg a tutto il creato. armenti. Era bello. E ancora qualche viandante per l'immensità della valle. Non riuscivo con la fantasia a occupare q uello spazio del viaggio. avevano diversi aspetti da miglio a miglio. mille gesti sono sorpresi in un attimo. e la facoltà di trovarmi di qua e di là. Era un lungo viaggio. sono parvenze di viaggio. Erano venti chilometri di sentieri e facevano tutto un mondo. Oggi io posso percorrere quella mia strada in venti minuti. ed è mirabile questa f acoltà umana di adattarsi: ogni fatto primitivo è lungi da uomini che hanno vissuto una vita primitiva. e chi la percorre ora può avere l'impressione di andar anche troppo piano con la macchina. Ora. e solo nel mezzo le peste dei viandanti avevano tracciato un vio ttolo. quasi che ieri avessimo tutti fatto un sogno e oggi ci trovi . era una meraviglia quella cosa semovente. guarda correre. ai quattro canti della terra. i fiori ch e da noi coprono i luoghi abbandonati. Case. in cui lo spazio e il tempo hanno altro senso cui non ci siamo ancora adattat i del tutto. chi. Così la strada cominciò la sua vita. canti. Fu qui che io ebbi l'impressione del tempo e dello spazio. e se si sarebbe udito questo immenso coro fino agli astri. già prendono confidenza con le macchine e senza stupore. tanto che nelle mie fantasie puerili sognav o talvolta che tutti gli uomini a un segnale dato si mettessero a gridare o a ca ntare. sperduto sotto il cielo e insieme disforme e unisono. Ecco come finisce il mondo classico. la prima volta.

e mi portavano sulle spalle. e poi l'improvviso odore del mare. i girini formavano. Allora la strada s' animava di remote presenze. assediata dal tempo e dallo spazio. Per la necessi tà di proporsi un fine. ingigantiva il paesaggio. scegliendo la strada con un istinto sicuro. . Ieri erano la fatica di vivere e di camminare. di liete liberazioni. svegli. questa che guarda l 'orologio e dice di soprassalto: "Com'è tardi!". con quella voce. Che cos'erano gli antri. e talvolta era tanto impetuosa l'acqua che le buone donne m'invitavano a scendere sulla riva. Un simile viaggio portava queste ed altre avventure. Io vedevo le loro gambe nude col polpaccio duro tuffarsi nella corrente. Allo stesso modo della vi ta nostra. d ove una creatura era stata travolta dai torrenti. le loro ripugnanze a proseguire. se non i luoghi intravisti nei faticosi cammini a piedi o sul dorso de gli animali? Il mezzo di cui gli uomini si servivano. perfino le pietre portate sulla groppa degli asini. quando dovevo traversare il torrente. di orrori. e ogni cosa segnava la sua ora al sole. per misurare il tempo. tastava il fondo dell'acqua con lo zoccolo. degli agrumeti. e andava all'impazzata minacciando di sbattermi contro gli alberi bassi. l'odore degli orti. Talvolta.amo adulti. Il sentimento della distanza stringe gli uomini in comunità chiuse. sovrastato dal suo lontano rombo nelle gole dei mont i. Lo si guarda come ai piedi della scala umana. e si fa appena in tempo a vederli gira re: tutta la natura s'è appartata. Tutto diventava faticoso. Gli stessi animali che ci portavano aumentavano il mistero con le loro improvvi se paure. è crollato un s ecolo. gl'incon tri degli animali fra di loro pieni di nitriti e di richiami. di timori. risucchiare. salici. brevi nostalgie c he si cacciano l'una con l'altra. l'odore dei fo rni. l'odore dell'abitato come di una stanza che ha aperto le su e finestre al mattino e la nebbia del sonno non s'è ancora diradata. questa era la terra. e sentivo nella schiena della portatrice lo stesso sforzo e la stessa incertezza della groppa del cavallo. E il cavallo. m i ricordo. un tempo lungo e pie no di meandri. pioppi. In pochi mesi. e lentamente. e a ogni passo si misurava la misera condizione umana . sotto la stessa corrente che facev a inclinare le onde e le piante dalla stessa parte e con un solo colore. ulivi. il piede diventa re cereo. e vi sarà semp re in qualche luogo della terra. e la stessa impressione di sicurezza d'aver trovato il fondo. Sembra impossibile che qualcuno vada ancor a a piedi o sull'asino. Nel le pozze intorno. se. crea nelle pat rie le piccole patrie. c ome l'infanzia della terra. uno sbancamento del terreno. con quel tumul to intorno. e l'occhio di chi passa giudica soltanto se è pro spera o no. dove erano accaduti incidenti di viaggio . s'erano scelti sul cammino alcuni p unti di riferimento: una casa solitaria. illusioni di pace e di felicità dove ci si vorre bbe fermare. il cavallo era stordito da quel chiasso. passava accanto a noi in una raggiera di spruzzi. un albero. le loro attrazioni verso certe strade e verso certi luoghi. i boschi. ce n'è ancora qualcuno. è utile. dove il torrente aveva invaso il campo. sulla sabbia del fondo chiaro. e si misurava la profondità dell'acqua da quel fischi are. per venti chilometri di strada. dava una conoscenza più stre tta e insieme più misteriosa con le cose. pei torrenti. e il variare degli alberi. che era immobile e fermo. L'odore del fiume. Per questo gli uomini erano amici fra di l oro. Mi ricordo che a un certo punto di questa strada il cavallo mi aveva preso le re dini. l'odore delle mandre. infanzia e virilità: quella piena di giorni lunghi. sibilare. annusando l'aria. prezioso. di cui mi sono servito anc h'io per metà della mia vita. il galoppo delle cavalcature incontro al sole era una festa. i mondi sot terranei. Ora gli alberi si piegano al passaggio dell'auto. dove era caduto un fulmine. le donne andavano a raccogliere legna portata dall'al ta montagna sulla corrente. è tutto un altro mondo. dove una mandra era stata sorpresa dalla bufera. come le mac chie d'un manto d'ermellino. era pieno quel breve spazio di straordinarie avventure. in definitiva. da quel movimento dell'acqu a. questo era tutto in poco spazio. Le favole antiche non ebbero altro che il potere della fa ntasia sul concetto dello spazio. Usciti al piano. E che c osa sono ora queste cose? Parvenze labili d'un viaggio rapido. levava le froge al cielo. gl'improvvisi galoppi e le impennate. come erano gl'inco ntri degli uomini.

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