CORRADO ALVARO ITINERARIO ITALIANO L'ACQUA I miei avevano preparato tutto per lasciare la casa paterna e si può dire

che comi nciassero la loro vita comune e la famiglia con questa promessa. La casa stessa, ora che ci ripenso, era stata impiantata tutta con questo scopo, e c'era ogni c osa che sarebbe servita a un grande viaggio: due bauli con le robe sempre pronte , e poi cassoni, e cestoni; tutto quanto ricorda i viaggi, la facilità del carico; le serrature e le chiavi a posto. C'era anche una riserva di funi e di cinghie. Un giorno si ruppe il divano e fu buttato via; gli ultimi di noi che vennero al mondo non lo conobbero che di fama, e al suo posto entrò in casa un enorme baule verde e nero, alto come un armadio. Noi, l'uno dietro l'altro, ci davano il volo , guardando dove ci posassimo, sempre con l'idea di quel viaggio dei nostri vecc hi. Questi preparativi per una partenza tanto certa durarono quasi trent'anni. C redo che a un certo punto i miei non sapessero più che cosa volesse dire partire, se non un desiderio, e il piacere di figurarsi quel giorno. Tra le ragioni che e ssi mettevano a questa progettata partenza ve n'era una: "In paese non c'è l'acqua ; è una bella cosa l'acqua in casa". Dunque, il nostro paese pensava all'acqua da centinaia d'anni; ci pensavano i ra gazzi che si contendevano il dominio d'un rigagnolo fino a che si mettevano d'ac cordo a esplorarlo per tutta la sua lunghezza, notando le diverse increspature d ell'acqua, vedendovi in miniatura un paesaggio grandioso di gorghi, cascate, e i banchi di sabbia del fondo; anche le donne avevano il loro ruscello, dove attin gevano l'acqua per bere: esso saltava giù da una roccia a picco in una valle, la s i vedeva spuntare in alto, l'acqua, sulla pietra grigia, ed era un baleno, prima che cadesse col suo assiduo rumore che riempiva la valle. Ma l'estate era più dif ficile empire gli orci; il ruscello diventava un filo che scendeva per una canna forata in tutti i suoi nodi, e quando la siccità era grande colava un filo prezio so e faceva nella giara un interminabile e mai stanco discorso. All'odore delle piante marcite, della pietra muscosa, che faceva così profonda la primavera, succe deva l'estate quello dei mirti scaldati dal sole; e le voci dei ranocchi negli a cquitrini. In quel tempo si cercavano le altre fonti ai piedi delle montagne che sono tante , disposte a quinte per la valle, e lontane. Gente andava vagabonda qua e là, perc hé i luoghi delle sorgenti cambiano d'anno in anno. Sono quelli i tempi della sete improvvisa e inesauribile, e l'uomo è tutto un groviglio di radici assetate; tutt a la terra sospira all'acqua, la ricordano le grosse piante e i cardi d'un verde ramarro che hanno trovato una linfa sotterranea che li gonfia. Per tutta la con trada si scoprono le vestigia più antiche dell'acqua, come se anch'essa fosse un p opolo migrante; una vasca, un abbeveratoio, un condotto scavato nella pietra e i nverdito di vecchie ingrommature, o composto d'embrici messe assieme a canale e saldate con la creta. Vasche e abbeveratoi sono interrati, vi crescono migliaia di piccole piante di semi indistinti, perché dove fu l'acqua rimane sempre non so qual memoria, e il colore della terra, il folto di piante che vi accorrono da og ni parte tradiscono quell'antica presenza. Questa è l'archeologia dei paesi asseta ti. Talvolta si sente in una valle la presenza umida e calda di qualcuno fuggito , ed è ancora l'acqua. L'occhio di chi ha osservato queste cose le riconosce alla prima, e da lontano le scorge come le donne alla fonte. Mio padre si disfece della vigna e dell'orto che lo tenevano ancora legato alla terra, e così non aveva più niente a cui pensare, perché anche noi avevamo trovato mon do. Allora si mise a esplorare con diligenza la terra intorno, pensando sempre a ll'acqua, la più buona, la più fresca, la più pura. Oh! le soste ai piedi dei monti, quando tra mille rumori, brusii, vocalizzi, si sente quel fruscio che si confonde col chiacchierio del grillo, e non è; e il rumo re dei boschi nel brivido serale, quando il vento arriva, e fa come un'aerea cas cata. Di solito, per le fonti, qualcuno è passato prima di tutti, un viandante, un vetturale, un pastore, una donna, e hanno lasciato la loro traccia: questa mano ignota ha posto una foglia che serva da canale per l'acqua, in modo che la vena si raccolga e si getti ben distinta dalla terra: è una foglia d'oleandro, di cast agno, di noce, e l'acqua, con bella ubbidienza, si conforma alla foglia, vi ripe

te una immagine di foglia liquida sopra, e con le stesse increspature e le venat ure a raggiera. L'acqua vi acquista un sapor vegetale, un odore amaro, l'odore d ella foglia, come se questa si liberasse d'un'essenza. Noi figlioli, quando tornavamo, accompagnavamo talvolta queste esplorazioni. Spe sso ci seguiva un asino con gli orci pronti. Ma anche quando non ci andavamo per ché stavamo lontani, nella città dove c'è tanta acqua, io lo immaginavo mio padre. E s pesso, poi, m'è accaduto in montagna di cercare una sorgente. Ecco, rivedevo mio p adre che si chinava carponi per bere, come adorando la montagna enorme e umana; ecco le improvvise rotture di qualche argine, e l'acqua che invadeva i campi, ec co il rumore del mulino, ecco tra le piante del bosco la gente a cavallo che lev a e abbassa la testa per non battere contro i rami bassi, ecco la donna che fugg e davanti a un satiro che la insegue. Ma ecco, all'improvviso, presso una fonte che nessuno conosce, una donna seduta che aspetta di veder pieno il suo orcetto, e l'acqua vi scende frettolosa, che è una gioia ascoltarla. E i passi recenti sul terreno umido, attorno alla fonte, l'orma d'un piede nudo e d'un altro ferrato, e la voce, quella voce dell'acqua che non si ha cuore d'abbandonarla, col suo d iscorso che seguita tutta la notte, come qualcosa di perduto e d'inascoltato. Ec co, nel cavo della vasca formata in breve dall'acqua, il fondo sabbioso diggià tan to finemente lavorato e raccolto, profondo e opaco come il mare, traversato da p iccole correnti che descrivono labili continenti, e fanno danzare senza riposo i granelli più leggeri e lucenti. Queste cose le vedevo, le rivedo ancora. C'era la voce degli uccelli notturni che si appollaiavano, il vento che cessava di botto , si sentiva il vuoto e il silenzio della sua fuga, lo scalpiccio delle cavalcat ure che sembravano prossime, se non che il canto del mulattiere diceva che era l ontano lontano. E l'impressione di aver bevuto l'acqua spremuta dalla montagna, diventare una vena del mondo, una propaggine arborea, e il diventar madido come un vaso di creta, che si tornava indietro all'improvviso a fermarsi per ascoltar la e accostarvi ancora le labbra. Gli occhi vi si specchiavano profondi. Nell'ab itato le donne con gli orci madidi venivano da tutte le parti dove c'è acqua, madi de anche loro, e offrivano da bere a chi volesse. Era la religione dell'acqua. Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Ac qua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci st avano di fronte. Chi ci vuol riconoscere, ci guardi in viaggio se ci affacciamo al finestrino per osservare un getto d'acqua, un torrente, un rivo. L'acqua corr e, l'acqua è la vita. A mano a mano che non doveva più pensare ai figli già tutti lontani, uscì anche mia ma dre ad accompagnare il marito in queste esplorazioni. Ella era poco abituata a t rovarsi nei campi, e in trent'anni di matrimonio era stata sempre fra quattro mu ra, dove aveva finito col formarsi dei paesaggi nelle macchie del muro e nel mis tero cavernoso degli angoli, o nei giardini dei vasi di fiori. Mio padre tendeva l'orecchio per sentire la presenza dell'acqua, correva in punta di piedi, quasi , per sorprenderla. Concedeva alla donna di bere prima e si metteva dietro a lei come per aspettare il suo turno, allo stesso modo di chi aspetta la Comunione. Si sentiva l'odore delle radici profonde, quell'odore sotterraneo e caldo dove f econdano i semi e le piante. Erano come due ragazzi, e anche la sera, davanti al la batteria degli orci d'ogni forma, era la stessa cerimonia. "L'acqua è buona." A llora pensavano che quando sarebbero stati in città avrebbero avuto un rubinetto p er loro. Tutti, fra noi, pensavano all'acqua, e facevano i confronti fra quelle dei paesi visitati, quella di Napoli e quella di Roma. Quando noi partivamo per una nuova città, ci dicevano: "Troverete l'acqua buona". Ed ecco che un giorno il Governo ha fatto l'acquedotto anche al nostro paese. I miei ebbero l'acqua in casa, che bastava aprire il rubinetto per vederla bella c orrente e chiara, e tanto impetuosa che faceva mille bollicine nel bicchiere. Gl i orci non servirono più, e rotti fecero da vasi per fiori. Nessuno si ricordò più del rivo nella valle, né delle fonti solitarie, né delle avventure delle vene montane. I ragazzi sguazzavano coi pieducci rosa nella pozza dell'acqua in piazza; nessun o pensò più alla montagna, e la notte, quando il vento portava il rumore della casca ta del mulino e della segheria, non ci si ricordava più della sete. Nessuno più cercò le sorgenti, né le donne andarono più in fila indiana al rio, tremando se due occhi lucidi stavano appiattati dietro alla siepe. Da principio non potevano passare d

avanti alla fontana senza chinarsi a bere, come per non mandar perduta tanta gra zia di Dio. Ma l'acqua è tanta, e chi la può bere tutta? Poi si abituarono, ma disse ro ancora, per decantare il loro paese: "Abbiamo l'acqua". Quanto ai miei vecchi , non pensarono più, forse, a partire. I figli lontani vi tornano di rado, e tutto quel fuggire è stata una vana immaginazione. Qualcuno di noi che aspetta quel via ggio ha per detto: "Non abbiamo più tanta fretta, perché abbiamo l'acqua". La notte l'acqua si lamenta compressa nei tubi e vuole uscire. E pensare che noi abbiamo cercato mondo anche per l'acqua. VEDUTE DI ROMA I Si sta formando in Italia una capitale. Per chi vive a Roma da più di dieci anni, è un'emozione quotidiana vederla crescere e complicarsi, prodotto di cento fatti s ociali e psicologici, di cento spostamenti; è ormai a quel punto in cui basta ogni lieve suggestione per creare una moda, un rapido atteggiamento e un fuggevole a spetto, di quegli aspetti che avvertono come il tempo passa, e le idee cambiano e i costumi. Proprio questa impressione, d'una vita che corre, che ci logora, ch e c'invecchia da un giorno all'altro, proprio questo è il fascino delle città. Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita; e resta sempr e quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessu n aspetto di essa è familiare, e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutt i i suoi caratteri; essa ha una natura ricca e adorna, eppure somiglia a una ant inatura: campi e ville sono cose uscite dalla fantasia d'un artista, disposti in un ordine anche là dove sembra che la stessa vicenda degli anni e dei cataclismi storici l'abbiano disposti. Essa è già tutta in quella fantasia di Fontana di Trevi, dove la pietra imita l'albero, la roccia, la rovina, e l'acqua ubbidisce alla g eometria. Imparentandosi con l'arte tali elementi, ne è nata una natura sui generi s, un'antinatura. Non vi sono città del mondo dove la natura, e il bisogno di essa , che è cosa tutta italiana averla sempre presente, sia così vicina e urgente: alcuni alberi a Roma hanno una storia, sono venerati come monumenti, e i giornali ne riportano spesso gli acciacchi e gli accidenti, come di personaggi; una spalliera di rose d'una villa ha fama, di primavera, come un museo aperto per pochi giorni. Eppure non accade di consider are natura queste cose, che costituiscono un piacere simile a quello della lettu ra d'un testo antico, dove la natura è chiusa in un ordine rigoroso, che è piuttosto un simbolo e una composizione. È una città difficile, e anche se non suggerisce il pensiero di quante mai orme l'hanno calcata, basterebbero i suoi aspetti esterni ad avvertirvi che siete ospiti. Io me la ricordo venti anni fa, e allora era soltanto lo scheletro della città d'o ggi, la mummia rimasta dai secoli. Tutta la simulazione degli elementi diversi d ella natura, le grotte che diventano nicchie, le fontane che divengono boschi, i l continuo appello all'albero in quegli alberi impietriti che sono le colonne e gli obelischi, e l'acqua che sgorga da montagne di pietra squadrata, e il ritmo, la voce dell'acqua, e sul selciato turchino e duro l'ombra cavernosa di certe c hiese, erano tutte finzioni, e lo sono, della natura: sono natura esse stesse; m a vi si prova la nostalgia continua della vera natura. Il problema dell'architet tura di Roma era di seguitare in questa finzione di scenari. Come al re Mida in oro, qui le cose si trasformano in pietra. Più su di Roma, le città comunali e signo rili sono di dura pietra, la natura è scomparsa anche come ricordo, e la vita citt adina è tutta chiusa nei suoi ideali e nella sua intelligenza esatta; poche fontan e sciolgono la crudezza del sasso, la colonna si richiude nel portico; sono le c ittà politiche, della ragione e, dell'intelligenza esatta. Roma è altra cosa. È l'inte lligenza e la primitività italiane fermate fra due climi, due civiltà, due mondi, du e punti cardinali, settentrione e mezzogiorno. Il sud vi si è pietrificato come in un profondo strato geologico, il nord vi si libera dai geli. Qui si concretano per l'ultima volta i sogni e i gusti della civiltà mediterranea. Anche nell'Europa settentrionale, e in genere in tutte le grandi capitali moderne, la tendenza a introdurre la natura nella vita urbana è un segno caratteristico; ma quella è una na tura allo stato bruto, un ricordo druidico, dei boschi e delle foreste celtiche e germaniche. A Roma è una natura rielaborata, predisposta, umanizzata, di mille s

per la parata d'una vita sociale. a cercare le vie dei campi e del mare. di cui il resto d'Italia non capiva niente. dove sulle pagine dei giornali satirici si acquistava una celebrità a buon mercato. che faceva tutt'uno col selciato incomodo. nessuno si fidava di quello che vi si in traprendeva. dell 'opportunismo più ostile. la città contava poco per il mondo dello spirito. altr o che quella dei nobili. di cui siamo semplici spe ttatori. E tutto questo è finito. e questa città ch e si è tanto odiata. in quella luce. cioè con la sua luce. anch'essi così netti. Vita sociale non esisteva. infin e. un fatto da far epoca nella cronistoria di Roma. Mi sono domandato spesso. assor bisse le peggiori merci d'Italia. È un fatto che ha della natura: lo stesso che domandarsi quando e come il mare si è ritirato di q ualche metro da una spiaggia. Roma era tutta e soltanto in quello che mostra va. e at traverso quali contingenze è nato lo spirito e l'unità delle capitali. Di queste cose la stessa città s'impadronisce allo stesso modo d'un terr eno che uniforma alla sua natura la vegetazione. ed era aspirazione e trionfo di ognuno ritro varsi nelle lunghe liste dei cronisti mondani. la logica della città prendeva il sopravvento. un monumento rimesso in luc e. popolav ano di lunghe file di carrozzelle su e giù. Qualunque altra città di provincia aveva più consistenza di questa dove si finiva tanto facilmente a fare la macchiet ta di marciapiede. il senso dell'arte italiana. ai quattro o cinque convegni annuali. il feudalesimo provinciale trionfava a Roma. è divenuta una capitale. Molte cose legano alla terra. A tratti. a leggere i libri dei viaggiatori. appena l'urbanistica diventava un po' più ambiziosa. Chi di politica non si occupasse era un disadatto. E poi c'era il Corso. niente per gli affa ri. stabiliscono un nuovo tema e un nuovo panorama. come la rappresentante della piattezza. Vi si trovava poi una vita tutta esteriore e di comparsa. apparve la donna alata della quadriga del Palazzo di Giustizia. Una lunga domenica nella provincia italiana. le sommità dei monumenti tratti alla luce. in q uelle notti. come e quando. a Roma facevano sorridere di compassione. mob iliate di trespoli dozzinali e spiritati. non esisteva intimità delle case. Ma chi non si ricorda come da tanti discutibili monumenti si levassero nel cielo di Roma le nuove app arizioni? Accanto a quelle della Madonna della colonna di piazza di Spagna. come il seme d'una pianta e la forma d'un frutto sono sepolti nella . Una strada nuova fra i vecchi quartieri. alle corse. del San Pietro della Colonna Traiana. è una curiosa tirannia della nostra esistenza. che nella nostra giornata occupa appena lo spazio d'una rapida impressi one. ma una cosa come questa. I pal azzi e i monumenti pel Cinquantenario dell'Unità ubbidivano in qualche modo a tale logica. osti e affittacamere. Per esempio. la città cominciò a spopolarsi. e le inizi ative moderne. non ricordo come accadde che. Una vita dura. da sé ho detto. Roma riforma da sé i suoi scenari e i suoi aspetti. e cred o che anche il commercio locale. Ba stavano. il nostro stesso crescere. e per estr ema consolazione il sole e il cielo. Pareva una città di paccottiglia. delle st ele e delle croci degli obelischi. le quadrighe e i cavalli del Vittorian o. pei quali lo scopo dell'emigrazione è il den aro comunque acquistato. ad eccezione di qualche negozio di lusso. Dopo dieci anni ci si accorgeva di non avervi amici. la domenica. le comparse al teatro. che in altre città dell'Italia settentrionale avevano acquistato im portanza e perfezione. solo che si ubbidisca all a sua struttura. una cer ta domenica. Vivere a Roma e ra un privilegio. che le grosse famiglie dei mestieri più seri e fondati. Era un grande pettegolezzo politico. adatta la realtà nuova al suo colore. Bisognava vederla Roma quindici o venti anni fa. Ecco una delle più belle scenografie di Roma che ricompariva quasi per caso. pur rimanendovi. quasi vaganti sui tetti. Perché non è soltanto il piccone o l'architetto a fare un a capitale. e poi più tardi la Croce della torre capitolina. ciò che è. è il nostro spettacolo quotidian o. con le sue prospettive sepolt e entro di sé. superiori e implacabili : uno splendido scenario per i piaceri e le malattie privilegiati. il Garibaldi del Gianicolo. per quanto con un compiacimento quasi babilonese. C'era la dura moralità degli importati.ottili parentele con le cose dello spirito e le finzioni dell'arte. o quando le osterie cominciarono a chiudersi la domenica. costituiscono certo un fatto decisivo. del San Paolo della Colonna Antonina. era anche un mistero. dove erano tollerate le più ingenue stranezze del vestire. con quella luna.

i campanili. Chi conosce certe descrizioni della socievolezza r omana dell'Ottocento. dell e grandi piazze e delle belle strade. e fatta per significare la pompa e il trionfo. pe r contrasto. nel più schietto accento genovese. Roma vive per poco tempo una vita a ssociata. Il convegno di ta nta gente nuova a Roma nei nostri anni ha trapiantato alcune attitudini sociali. a cominciare da quelli latini. L'asfalto al posto del vecchio lastricato ha contribuito a segnare una nuova epoca dell'aspetto di Roma. e basta con le confid enze. e quella prov incia nostalgica propria delle grandi città. un lusso che si preoccupa delle appa renze. avventuroso. ott imista e talvolta disadorno. Meri dionali? Settentrionali? Ricordo il giorno che per la prima volta da quando sono a Roma. il sole. I grandi convegni sono quelli delle belle giornate. un'atmosfera amorosa c he fu sempre di Roma. Meridionali. sembra che dica: Ora tocca a voi. sentii parlare di affari e di cifre. la stessa qualità di assalto alla fortuna e all'avvenire. mi accorgevo che ne risultava una nuova scena quasi naturale. Una certa solitudine è prop ria della Città. i settentrionali il l oro senso della vita stabilita e sociale. su questo nero si levano gli edifici giall i e rosa. venti anni hanno scavato una distanza di secoli. e apriva il panorama del mare di Liguria. Venti anni fa. Quel tanto di trepido. se si deve credere anc he a certi scrittori di salire. prende l'a spetto d'uno di quei frammenti antichi che si murano sulle facciate dei palazzi moderni.natura d'un albero. il mondo di ieri sull'asfalto lucido diventa più remoto. e certi modi bruschi. È strano dirl o per l'unica città vitale tra le grandi città antiche: il gusto dei ricevimenti che . anche quel tanto di estremamente lussuoso e visibilmente ricco. che ricorda remotamente la provincia. tut ta grandiosamente esteriore. anche se antichissima. infl uisce a suo modo sugli animi. è meridionale. le colonne. più o meno ovattata. e il gran discorrere delle "relazioni" del tale o della tale. gli obelischi. la luce. Quel tanto di vita socievole di certi quartieri a Roma è settentrionale. incalcolabili a chiunque. II Quando comincia la grande stagione del sole. Lo scenario romano. a rivederlo a distanza di tempo. di civiltà mo lto giovani. Ed è anche meridionale. i meridionali il loro bisogno di espansione e di avventura. In vent'anni s'è veduta la città crescere del doppio. noi avevamo una certa intimità con la Barcaccia o il Tritone. Salta agli occhi. quasi che la chiarezza dell'aria. e più o meno acre. e l'apparizione in fiocchi delle d onne: tutti caratteri che sono propri delle città di nuova formazione. Il socievole non è mai stato il forte di Roma: il suo carattere è la convivenza. si ricorderà d'una certa maliziosa e bonaria familiarità. mobile. è fissa to per sempre. lo stesso che in ogni altra metropoli moderna. la voce era alacre. una novità di agglomerati umani. il tatto. sono due mondi diversi. di dovunque s i venga. e in quella grande cerimonia della passeggiata che fece parlare tanto l' Ottocento. del Pincio. la sua forma le grandi manifestazioni pubbliche. la gente più diversa è venuta ad abitarci. Meridionali e settentrionali hanno portato a Roma il loro paesaggio interiore. Non si cresce di seicentomila persone in vent'anni senza che una città lo lasci ve dere. la stessa ambizione d'essere. ed è questo il nuovo aspetto di Roma. e che malizioso piacere sia aver capito come questi du e termini che separarono per tanti anni l'Italia abbiano in effetti uno scarso v alore: sarà che abbiamo imparato a conoscerei. lo stesso piacere di co mparire. settentrionali: veduti da Roma. crescono le fontane. la città familiare si è d istaccata e allontanata. Arr ivano dalla provincia certe automobili che sembrano sirene e tritoni d'alluminio o di lacca. impongono lo stesso n itore delle città estive. Per esempio. Ciò che è stare insieme. la duttilità. il campo dell'osteria fu ori di porta è diventato un quartiere. la veduta nuova d'un monumento liberato mi fac eva là per là rimpiangere lo scenario scomparso. scenografica com'è. ma in una solitudine comune. e in cui un capriccio degli anni poteva aggiungere qualche cosa. Ma non ne ha altrimenti & gusto né il bisogno. si fa presto a prendere l'abitudine di villa Borghese. che sono nell'anima della città. che era sempre apparso pro vvisorio. una è mutata in questi venti anni nell'aspetto de lle strade di Roma: un tempo le strade erano selciate dei selci romani e avevano colore di azzurro. c'è in tutti lo stesso senso di vita. non s'immagina come ce rti limiti si confondano. La quale. in autobus. al confronto della vecchiaia e no biltà di Roma. il fondo della strada è oggi di asfalto nero lucido. formata dai mille el ementi. Ma fra le tante cose.

Non ho rimpianti per le vecchie cose se non a tempo e a luogo. meno affettuosa. e la fontana con la sua grotta. col . e illuminava ogni dettaglio delle facciate settecen tesche con le loro decorazioni. in appartamen ti anche troppo inappuntabili. È questo il punto del distacco da un'epoca. compiuta e indifferente a tutti i pensieri e le passion i degli uomini. Andiamo a veder e il giallo lunare di villa Medici nel verde cupo del parco. da me stesso. questo voler essere. penetrata a mia insaputa e quasi confusa col riflesso delle lampade not turne impallidite dalla veglia. dove il sole si accuccia tutto il giorno suscitando il vecchio tepore dei mattoni del campanile. quando ebbi dormito i primi lunghi sonni romani. è proprio un segno d'oggi. è d'una modernità anche troppo spinta. la tradizione. come quelle del tessitore persiano che non fa mai perfetti i suoi tappeti per non lasciarvi dentro imprigionata l'anima sua. meno nostalgica. significa aver dato il segnale a una nuova vita. Questi sono gli aspetti che accompagnano chi vive da molt i anni a Roma. le più vive. e sarebbe il sentimento degli aspetti e delle ore di Roma che formano un pae saggio interiore dell'uomo. allontanato e isolato in qualche modo dalla intimità degli uomini. questa specie di tabula rasa che si vede in giro. nelle abitudini de lle persone. somigliava a una grande sala. dove sui frontoni delle chiese un angelo aspetta da secoli il suo compagno di s immetria dall'altro lato . Aver fatto di Roma un paese fissato. in cui l'esterno ha la stessa architettura di un interno. Qualche volta mi sorprendevo a dirmi : "Io voglio. a costo di strafare. formando uno di quegli aspetti tanto frequenti a Roma. nel cielo serale di panno azzurro. e il frontone dell'Acqua Paola. svegliandomi di buon'ora vedevo tra le persiane chiuse spuntare l'alba.si è diffuso ultimamente a Roma. la luce si diffondeva dentro come d'un giorno so speso in una lunga incertezza. Certo. meno contemplativa. e la cima della colonna. voler apparire. dimenticanze. Tutto mi pareva uno spazio deserto. ma pieno di fatti già accaduti. Sorprendevo la luce immobile nella mia stanza. o la piazzetta dove cresce l'erba a San Giovanni e Paolo. nei limiti delle grandi strade nu ove. in un modo d'ess ere. Spogliarsi di tutto e accettare le novità più cro ccanti. e una piazza a una sala. a quelle invernali quando la tramontana riprende a scialbare i tìmpani delle chiese. specia lmente la notte quando la luce delle lampade ingrandiva l'ombra dei cornicioni d egli edifizi smisuratamente. di pensare. Più tardi. Credo di aver capito la causa che isola qui tanto le persone e per cui Roma cono scerà forse sempre pochissimi ritrovi pubblici e una certa sterilità di contatti uma ni. mentre la parte inferiore scura e nell'ombra ricor da la cava originaria. si adagiava presso di me come accanto a un malat o: era una luce cinerea quale a volte copre Roma a chi la guardi dall'alto. potevo leggere le ore all'orologio di Pi azza Colonna. definito. indica una capacità di rinnovarsi. mi pare i l vero fermento della vita dei nostri giorni. Dal mio letto sentivo nascere il giorno. è un grandioso f enomeno che a un certo punto dovrà pure tradursi in termini suoi. io voglio". III Dalla mia finestra volta a mezzogiorno. vedevo il Santo della Colonna Antonina quasi vagante sui tetti. il carattere . sembra di vivere tra le pagine d'una rivista di m ode o nella scena d'un film. sentivo che il mio cuore voleva uscire quasi da una prigione. riducendo il tra vertino a un bianco d'avorio. e una sala somi glia a una piazza. al tempo del mio primo arrivo. le meglio capaci di irraggiare e fecondare la vita. E queste cose mi davano l'idea d'una vi ta chiusa nella memoria. da un passato. Guardando le ore sull'orologio della piaz za. e chissà come sono diafani gli angeli ambigui sul Ponte Sant'Angelo. sono le qualità più preziose del mondo. che mi piaceva come una grotta d'un a natura artificiale. come altrettanti convegni in una città incompiuta e perciò familiare.una città con mille trascuratezze nella sua costruzione . i quali rinascevano intorno ad esse con la tenacia delle piante. Co nosco le ore di Roma. sul Gianicolo. e non sapevo che cosa volessi. la personalità. da quelle estive quando la troppa luce scava come vecchi c ranii le facciate delle cattedrali. Capivo così l'i solamento degli alberi e degli uomini. negligenze. in cui esso si appaga e si confonde. raschiature. e incarn arsi in qualche cosa che vincesse il tempo. La finestra della mia stanza era inv asa la notte da quelle lampade. Via Sistina. di vivere. la natura di Roma.

le canzoni di moda. si affacciavano sulla strada come t emendo di non arrivare a partecipare in tempo a una rappresentazione. fosse privilegio tutto personale e privato. E quest'ora pareva la memoria della Roma d'un secolo prima. al pri mo squillo del tranvai. l'aria s'impregnava del profumo di quei cosmetici. i benefizi sfumati. Io aspettavo le sei di sera. i figli. le donne. nelle be lle giornate. Poi. molto imbellettate. La voce della strada si levava a mano a mano più sicura. come se la città intera non riuscisse a riprendere il suo chiasso diurno. era finito un giorn o. vestita come veste la gente devota in tutti i paesi. come se invecchiasse. e i contrattempi. L'aria diventava fatua. La notte. al modo d'una girandola. una vo ce si aggiungeva a quel coro. Nella notte risu onavano le voci di costoro. colore d'oro vecchio. fu sempre popolato anche . poi un'altra e un'altra. invadeva la mia strada una folla di donne che avevano l'aria d'essersi levate allora dal letto. improvvisamente la città dive ntava misteriosa d'un mistero frivolo: i fiori dei fiorai acquistavano per contr asto semplicità e innocenza. e i vecchi abitatori vi stavano come gente annidata che qualcuno tentasse di sloggia re. sentendo che il tempo era passato. A notte alta. dà l'impressione d'essere molto i ntelligenti. Veniva fuori un'umanità speciale. saliva dal Corso u n odore di stalla. mezzo apparecchiate. Poco prima di mezzogiorno. Luccicavano le macchine. e tutti avevamo abitudini familiari. il sole splendeva sui belletti e sulle occhiaie tinte di azzurro e lustre . Quella è pure l'ora dei poveri vecchi. la cenere de l tramonto copriva tutto come se un cataclisma si fosse scatenato. col su o tono uggioso e quasi direi umido. si fondarono i primi negozi di mode. delle folli speranze. un'illusione perduta. Sul pr incipio mi levavo per sorprendere la strada in quell'ora. e tutti con un'espressione freddolosa. quando la città acquistava un colore elegiaco. d'inverno. che ridavano alla città l'aspetto di certe piccole città antiche e piene di chie se. Nei giorni delle cerimonie in Vaticano. donne col velo. Erano quelle le ore delle allegrie i mprovvise. e infelici. le illusioni perdute. degli storpi e dei nani. le prom esse non mantenute. le mogli. in quella luce. e divenne comune il fracasso delle automobili che stentavano ad avviarsi. a Roma. fino all'ora in cui d'incanto si faceva deserta. la strada risuonava come una chiesa o una sala deserta: si sen tivano le voci di coloro che nelle notti chiare andavano fino ai cancelli del Pi ncio per vedere Roma notturna dall'alto e le linee oscure dei cornicioni dei pal azzi che si rivelavano come i suoi temi nudi disegnati in una specie di spolveri o sospeso sulla città che giaceva in basso. in cui sembra che la gente non abbia altra occupazione che rispondere alla c ampanella delle preghiere. e non si faceva in tempo a pensarvi che era un'ombra . di pensare profondamente e di poter agire facilmente l'indomani. La strada dove abitavo allora era una specie di paese: ci conosc evamo quasi tutti. le sale da tè. A un tratto udivo la campanella di qualche chiesa.colore di strade molto calpestate e di pietra sbiancata dal vento e dal sole. È uno dei più antichi di Roma. gli amori della gente e fin della più povera e disadorna. Dalle finestre di fronte alla mia. la città si raggrinz iva nella prima sera. passavano. degli abbattimenti. Si tornava a casa stanchi. La strada vecchiotta si popolava di gente modesta che andava a scaldarsi al s ole del Pincio. quasi che stare in quell'ambiente. appariva gente vestita bene. con le loro scarpe pazienti. seno nché il ricordo di paese persisteva con la voce dell'ombrellaio. e così io conobbi i litigi sulla letteratura e sull'ar te. la città si svegliava. per sone vestite da sera. le vetture andavano a sghimbescio e vuote. e la sua insegna è il Ponte Sant'Angelo con le d ue statue di Pietro e Paolo. scialli e veli ne ri. IV Rione Ponte è un quartiere di Roma. i tradimenti compi uti. le invettive pronte e sveglie. in quel sole. in carrozze e automobili. degl'incontri. A mano a mano che passavano gli anni. i mariti . Di botto queste cose cessavan o. Poi la strada mutò. i vestiti che al sole mostravano il lucido della vecch iaia e la dignità di chi li indossava. la boria di quelle donne che vi salivano o ne scendevano pomposamente faceva di quella strada un asilo di su perbie senza ragione. era pe rcorsa da una speranza di non si sa che giorni. col cartoccio della spesa. non si sapeva che festa notturna preparasse. Si vedevano calare i cestini dagli ultimi piani per la posta e per ù carretto delle v erdure. passava di là tutta Roma accorsa dai quartieri più lontani. descritti da voci sonore.

È il ventre della città. di avventure. e alle sue strade sono rimasti i nomi di Banchi Nuovi. originale. così mordente e acre nei giorni as ciutti di tramontana. è città che ha u na sua maleducazione e una sua volgarità. il maggior finanziere del Rinascimento. vi si trovavano le banche. Qui è come se il Tevere in una sua crescita avesse lasciato il suo limo che ridiviene polvere al sole e alla tramontana. Il Rinascim ento era crollato come crolla un impero. come in quei quadri. dalle sue rovine ch e è una droga di Roma. È una reputazione di gente f acile. Il suo aspet to è fatto per le esaltazioni improvvise e i disinganni atroci. spirante. Allora. e di qua fino a Trastevere. il suo lastricato è il deserto di tutte le capitali. non avremo toccato i l fondo del carattere popolare romano. Roma è un potentissimo reagente. Arco dei Banchi. È vero che tale carattere bisognerà cercarlo in tre o quattro rioni e starvi molto vicino per non prendere abbagli. Come tutte le capitali. d' un cetaceo. Banchi Vecchi. ha pure una sguaiatezza che ritroverete nel fondo ai Berlino o di Parigi: ho notato che un certo rictus della bocca stor ta nella parlata di gente infima è comune in quattro o cinque capitali del mondo. E ha naturalmente. È curioso che propri o questo umorismo romano sia divenuto universalmente italiano. Così il Rione Ponte. Vi abitarono Raffaello e il Celimi. Ho una profonda venerazione pei caratteri popolari. Poi i palazzi e i palazzetti furono soverchiati dalla vita popolare. quello che eresse in onore della bella Porzia la V illa Farnesina. Al Rione Ponte è ancora un colore di s ubito dopo il Rinascimento. essendo un grandioso scenario che le ha vi ste tutte. il modulo d'un carattere fermo. Questo è specifico di og ni grande capitale. di traffico. Varrebbe la pena di assodare come sia nata l'immagine che circola comunemente sul romano d'oggi. grandi e popol ari. Dico popolare e non di importazione. Io porto spesso al Rione Ponte i forestieri che mi chiedono qualcos a di inedito a Roma. e poi di Prati e di Corso Vittorio. gli ultimi trent'anni tra Porta Pinciana e i Quartieri Sebastiani. festaiola. da noi come altrove: sono de . parassita e alquanto cinica. caratteristico di Roma. e si stende oltre. e perciò s pesso fatale a chi si fida delle apparenze. Roma. che del Rinasciment o porta ancora il nome. schierato lungo il Tevere e più basso dell'argine del fium e. le cortig iane. i primi anni dell'Unità nei quartieri di tipo piemontese di via XX Settemb re. si sentì od ore di porti. parve coprirsi della stessa patina che rende tristi e bui i quadri del Seicen to. lo si ritrova anche in certi tipi dei film americani. la polvere di Roma. con uno spirito realistico fino a l crudo (che è il lato migliore di quest'immagine) quale negli ultimi anni hanno d iffuso in tutta Italia tre o quattro giornali umoristici di mentalità prettamente romana e che ha acquistato cittadinanza in tutta la Penisola. Vi tenne il suo banco Agostino Chigi. La stessa folla invase i quartieri di c erte città italiane di dove avevano sgomberato i cavalieri. È l'humus di Roma. Si sentono a Roma le diverse epoche di immigrazione: i nuclei formatisi sotto diverse spinte e di rezioni conservano caratteri che si direbbero prognatici. Ma quando avremo detto queste e cento altre cose verissime. Spesso nella densità del popolo italiano si sente la presenza d'un secolo: a Roma si sente il Settecento tra via Sistina e Trinità dei Monti. fino a Parione e Piazza Navona. una folla mai prima entrata nell'arte sbucò da ogni parte e animò con la sua presenza greve e popolana le raffigurazioni stesse dove prima era stata una schiera di cavalieri simili a eroi e di donne simili a dee. come il ventre d'un grosso animale. Nel Cinquecento fece parte del centro di Roma. Comunque. è il colore d'una vita popolare la cui fama è troppo sciatta al confronto. avventurosa come tutte le capitali della terra. ma negli atteggiamenti del la vita. polvere di morte e polline di fecondazione. La pit tura del Seicento si riempì di popolo coi panni della fatica quotidiana. luogo di convegno di genti che qui inseguono la fortuna. il gran "picaro" della pittu ra italiana. Si s a che gl'importati sono dappertutto gli stessi.quando Roma cadente si ridusse a ventimila abitanti. Non soltanto nell'aspetto. rispunta come a ritrovarlo in uno scavo. e questo quartiere. Le persone sono ancora sdegnose. come la sabbia d'un deserto. come dice il Novellino antico. i banchieri. poca intimità. È una delle tante sorprese e varietà del popolo italiano. i letterati. è un rione da Caravaggio. l'Aretino e il Caro. il primo Ottocento nel Corso. Bisogna distinguere tra Roma e Roma.

di vedere una popolana con un foglietto raccogliere i soldarelli di chi vuo le sottoscrivere per evenienze simili. e con una calma enorme. Senza volerlo. e una costante osservazione di essi rivela fatti e a ttitudini antichi e che servono a spiegare le nazioni. dell'infanzia. e la donna pesante e traba llante vi fa accomodare la sua ragazzina. sono fatti d'un vecchio costume e d'una vecchia moralità. mi stupì. il culto della giovinezza.positali di vecchi segreti. generosa. riappare. Le sue vie sono misteri ose. senza v eleno. e poi d'un italiano. della bellezza. non accadde nulla. Perciò di notte non si prova nessuna preoccupazio ne a traversare l'Arco. Qui. inveirono contro di lei. Poi. e la accompagnava un uomo. anzi con una certa comprensione delle debolezze umane. la lunga nenia . dilaga dove meno si aspetta. e la guarda ancora come una creatura. e la gio ia d'un'ora di semplice ghiottoneria o di festa. e così il suo uomo. Bisognava sentire il tono di quell'i nvettiva pubblica. La serva d i un ultimo piano custodì gelosamente una pianticella che colui aveva curato in un vaso. Niente. S'in travedeva attraverso le finestre aperte una cura meticolosa e un povero lusso in torno al letto maritale. Non so come e dietro quale avvertimento. ricambiò il più rovent e di quegli improperii. franca e precisa. issando certe grandi corna bovine e caprine su un bast one. sempre con una lampada. tutte le donne del vicolo furono alla finestr a simultaneamente. che ha chiuso con pezzi di carta i vetri rotti di un'altana del Rina scimento. Sono sentimenti tanto profondi e antichi da parere indecifrabili. Sotto l'Arco c'è una Madonna. un giorno di carnevale. Accade spesso. senza dire una parola sotto quella frana di vituperii. spesso infiorata. sfiorati da qualcuno di quegli individui misteriosi che fanno la posta sulla strada con un fischio lungo sordo e notturno. Non si può mai misurare come reagisce l'animo d'un popolano. due o tre volte l'anno con un altarino parato. venivo a sapere tutto di tutto il quartiere . e puntando. Una scena fu d'una donna che affrontò per istrada una ragazza che le occhieggi ava il marito. a entrare in un nego zio. che sciorina la biancheria grondante su un portale elegante come una pagin a del Caro. Ho ritrovato così il senso di molte immagini sacre negli angoli bui e tristi delle città. "Gente di cuore". La donna insolentita passò superba senza alzare il capo. Si capiva dalle grida che la pas sante doveva aver destato più d'una preoccupazione nel cuore di quelle donne. ne andava dell'onore di tutto il quartiere. tutte. significa a Roma gente di coraggio e insieme umana. come in una scena di teatro. vita e morte. i bottegai più brutali s borsarono di belle somme. e poi d'un romano. fatto d i cui un moderno difficilmente si rende conto. Morì in questo quar tiere l'anno scorso un povero giovane. le disse papale papale di badare ai fatti suoi se non ne voleva b uscare. scompare. Mi accorsi di essere entrato in un vero mon do. il dito verso la donna che passava. E in questo quartiere che s'è divisi i vecchi palazzi e li ha ridott i a sé. si presentavano in corteo sghignazzante sulla soglia di certe botteghe dove pure la padrona e il padrone sono tali da tenere in riguardo i giovani più intrap rendenti e maneschi del rione. Passava per un vicolo una donna matura e molto bella a modo suo: portava un ragazzo per mano. Credevo questa imma gine dimenticata da una Roma per cartolina. Vorrei dire ancora delle grida e delle voci di questo quartiere. L'intero quartiere sottoscrisse per fargl i un bel funerale e non mandarlo via come un abbandonato. conosco le voci delle sue ore che sono diverse da quelle della Roma settecentesca dove prima abitavo standoci come in un libro di Stendhal o di D'Annunzio. o il suo maschietto. E non è da dire che foss e ambiguo il significato di quei gran corni. e mi accorsi poi che son rari quelli che vi passano senza scoprirsi. per molti mesi. direi che non muta più presto di quanto non muti un paesaggio. Da qualche anno sono abituato al Rione Ponte. che risponde all'ariostesco "pe r un buon giorno non temo un mal mese". l'amore dei ragazzi che diventa tirannia. la prima notte che vi dormii accadde un fatto di sangue: una donna ferì l'amante. Con tutta questa violenza del sangue. insom ma. del coraggio e della forza. non accaddero fatti del gene re. La ragazza da allora filò ben dritta. È come l'acqua che punta. soltanto a Roma succed e che voi cediate il posto a una donna in un tranvai. Il popolo è lento a muovers i. di vedere una turba di ragazzi che. Levò la t esta soltanto quando fu sotto l'Arco dei Banchi. si capisce che cosa significhi tale frase. Sovrattutto i dolori. Ma un'altra scena fu strepitosa. come in un paese. dolori e gioie.

degli stracciaroli, e le frasi con cui si raccomandano dai carretti le frutta e gli ortaggi: "Neppure il colore mi pagate", oppure, alla gente che passa senza f ermarsi: "Che fessi che siete"; e il giornalaio che certe mattine strilla il suo foglio e sveglia tutti all'alba perché c'è una notizia che riguarda esclusivamente il Rione Ponte. V Siccome era domenica, erano salite anche certe ragazze a visitare la stanza del Tasso nel convento di Sant'Onofrio, la stanza dove morì il Poeta, aperta a tutti i l 25 aprile, e vi si tiene una conferenza, e due guardie in alta uniforme vigila no dandosi il turno per fare una fumatina in un angolo. Erano ragazze del popolo , in pantofole, che si tenevano per mano, e ridevano curiose come ridono le mode lle che entrano per la prima volta nello studio dei pittori. Esse non sapevano null'altro che di trovarsi nella stanza di un grand'uomo, e pa reva che costui fosse vivo, e fosse uscito, e loro ne profittassero per rovistar e fra le sue cose. Si specchiarono ad una per volta nello specchio del Poeta, un vetro nero in una cornice tonda di noce, e si sorrisero là dentro. Lo specchio fa ceva pallidi, vi si vedeva il bianco degli occhi e dei denti come in un'acqua os cura stagnante. Qua specchiò il Tasso il suo inguaribile pallore. Nessuna di quest e ragazze esitò nel guardarvisi dentro, e dopo un poco la guardia si curvò con loro specchiando il suo pennacchio. Là presso, il Crocifisso di legno è dello stesso colo re della maschera del Poeta ricavata sul suo letto di morte, quel suo viso d'uom o sfortunato, destinato a non aver pietà mai, se non oggi, in questa sua stanza pi ena d'un silenzio secolare, dove è difficile parlare ad alta voce, e dove l'eco de lla sua voce è sospesa nell'aria come una nota che risuona alta nel sonno. Aveva l a fronte liscia, infantile, come si vede in alcuni uomini che hanno penato, dove è addensata tutta la loro innocenza di fronte al destino. Piccoli occhi a mandorl a, annebbiati dalla creta mortuaria. Il viso cancellato dalla rassegnazione e da lla "malinconia" con i lineamenti chiari e indifferenti. Nient'altro di espressi vo che la bocca grande, carnosa, che si adattò a chiedere tutta la vita. È il ritrat to della tristezza e della solitudine. È difficile vedere una immagine d'uomo che serbi con maggior tenacia i lineamenti infantili. La stanza del Tasso dà per due balconi su un giardinetto, e sulla vicina salita di Sant'Onofrio dove le donne vivono coi ragazzi sulla strada, e i muri quest'anno sono coperti di scritte inneggiami a una certa Marcella che deve essere il rich iamo di questa primavera. Dalle due finestre si vede il Borgo; la Cupola di Mich elangelo è vicina, tra le case e gli alberi non si scorge il timpano della basilic a, né il piano su cui è eretta: azzurra e aerea collina fra questi colli. Si vede il Campidoglio appena velato dal bianco del monumento a Re Vittorio. Di qua la cit tà dovè apparire al Poeta come appare ancor oggi, grigia e silenziosa, come una città di scavo. Di qua egli sospirò la sua corona. La stanza è quadrata, con una mano di calcina ai muri, nuda, chiara, e la luce v'è c ome un'onda immobile di oblio. Forse erano come questi i mattoni di cotto sull'i mpiantito, e i riquadri azzurri fra i travicelli, e il piccolo chiostro con la M adonna leonardesca in fondo. Vecchie corone d'alloro appassiscono eternamente su i muri del chiostro. Una corona di alloro sul capo della immagine del Poeta si d isfa come una treccia. Eppure qui sorride la nostra adolescenza, il nostro viso di allora liscio e imbe rbe si affaccia nello specchio nero del Poeta. Ad essa sorrisero prime, lecite e santificate, le bellezze di Clorinda e di Erminia, e quella tizianesca di Sofro nia. Ritroviamo queste illusioni e queste prime creature che amammo, in questa s tanza su cui passò la tempesta, cresciute con noi, invecchiate con noi. Eccolo, da poeta ispirato che era, in cappa e spada, Pro fide, ai suoi anni amari, come un sogno che l'esperienza ha sfatato e legato. "Sono quasi scacciato dal seno della Chiesa." È una giornata oscura e piena di nubi volanti. Pure un chiarore diffuso e traspare nte invade immobile la stanza. Ci ritroviamo qui come in una sua ottava. Una cop pa nera, di creta, è presso lo specchio, anche essa come contenesse un'acqua stagn ante nella sua cavità lucida. "Negare una tazza d'argento a me" diceva "che n'ho t anto bisogno e tanta voglia?" Non ha lasciato altro, insieme con qualche brandel lo di stoffa. In guerra, nei bagagli dei nostri compagni morti, non si trovavano

che cose come queste da restituire. Le due stanze che precedono questa dimora, furono adattate a un museo di manoscr itti e di opere del Poeta. In capo alle scale è stato posto da poco un frammento d i affresco rappresentante il Poeta in piedi, leggero e incantato, agile come una spada, con un foglio tra le mani, come forse sognò di essere. Le due stanze del m useo sono della stessa forma della sua stanza. Sulle pareti una simbolica fiamma è stampata tutt'intorno fra corone stampate, e una vetrina fa da zoccolo alle par eti. Qui sono i suoi libri e i suoi manoscritti. Un quaderno su un tavolo si cop re lentamente di firme. Non più di cento pagine dal 1923, e l'ultima firma è quella del brigadiere oggi di servizio. Piacevano, al Tasso, le pagine ben tracciate, ben squadrate, nitide, ampie, marg inate. Qui si manifesta con una tenacia dolorosa il suo amor della gloria, di qu esta passione antica che si manifestò in lui magnificamente. Aveva caratteri nitid i, agili, magri, come doveva esser lui a vederlo, tracciati col compiacimento, l a cura, l'ordine d'un buon allievo della gloria. Le pagine autografe della Gerus alemme hanno un aspetto di esercito in marcia, ariose con un po' di pompa, e sul le ordinate file degli n e degli r, sulle panciute a ed e svettano l alte come l e lance dell'esercito di Goffredo, le s lunghe e snodate come gli sciabolatori d i Argante, le t tagliate alte come bandierine di squadra e le p poggiano su un l ungo svolazzo come se galoppassero su una lunga scia di polvere. Tutti quei gran e grandi che si trovano nella Gerusalemme, e ve ne sono tanti, s ono pomposi e panciuti, e uno stesso impeto assiste l'ottava in riga dalla prima all'ultima pagina. Come tutti i poeti, vedeva il suo libro, nell'atto di scrive rlo, già stampato. Si lamentava delle cattive edizioni che gli amareggiavano l'ama ra vita. Se le faceva per suo conto nell'atto di scrivere. V'è un suo frontespizio dell'Aminta che sembra quello d'una edizione aldina, col nome in maiuscoletto, l'iscrizione disposta a epigrafe, e perfino un disegno d'impresa editoriale, fat to a penna rozzamente, con un senso di decorazione popolare che era poi il fondo del suo animo; e sotto: Ferrara XXIII - novembre - 1577. L'angoscia colpì più tardi la sua ferma mano. "Il maggior di tutti gli altri mali" s criveva, "e 'l più spiacevole mi par la frenesia; perché sempre son perturbato da pe nsieri noiosi e da molte immaginazioni e da molti fantasmi." La calligrafia divien larga, ritorta, con una volontà di grandezza che la sua pove ra penna smarrita ricerca tra geroglifici disorientati, ripentimenti, vergogne. Vagano qua e là come alfieri in un esercito in rotta le sue iniziali alte e sicure . Una pausa, e con la mano dei ricordi traccia il principio del sonetto: "Deh, n uvoletta in cui mi apparve amore". Ambizioni, assalti vani, improvvise speranze: "Mi fu predetto che quest'anno nel quale finirei il quadragesimo secondo avrei molti beni e molte grazie dai principi". Vede i beni piovere attorno a lui, ma g irano vorticosamente e come ridendo attorno ai suoi occhi, principi, stampatori, amici. Il suo morbus imaginatus gli impediva ogni contatto, e nell'atto stesso in cui un "gentiluomo par suo" si drizzava in piedi, la sua bocca chiedeva pietà: "Le sarei più obbligato (alla duchessa Eleonora) se mi donasse un rubino ed una pe rla legata in oro; perché se avvenisse mai ch'io dovessi prender moglie non mi man cherebbe con la sua grazia anella da sposarla". Una grande corona d'alloro della Città di Roma, fresca e cupa, è ai piedi del monume nto del Poeta nella chiesa. Egli è là, alto, ispirato, vestito di gala, con una pesa nte spada accanto. Nel chiostro al pianterreno, dove egli camminò cadente, presso il cancello di ferro, un uomo si guarda intorno. Il campanello suona a strappi n el corridoio. Una mano tende fra le sbarre del cancello una scodella di latta. L 'uomo si guarda attorno compassionevole, mangia vergognoso. VI La prima cosa che si vedeva affacciandosi alla finestra, era un pezzo della facc iata di San Pietro, e precisamente un campanile laterale, ma non come si vede co munemente, ma diventato enorme, al modo che accade affacciandosi una mattina da una finestra in alta montagna, e la montagna che era una linea lontana sull'oriz zonte si presenta vicina come veduta attraverso una lente d'ingrandimento. Tutta quella parte della basilica si presentava coi suoi cornicioni, finestroni, con uno strano senso di vuoto e di deserto, come accade spesso a guardare l'architet tura di vaste proporzioni, specialmente a Roma, dove tutto ricorda il lavoro del

la fabbrica, quasi che l'uomo col berrettino di carta e il secchio della calce p er chiudere le commessure della pietra enorme, fosse andato via da poco. Questo accade, forse, per via delle molte superfici lisce. Sotto la finestra da cui ci eravamo affacciati, si vedeva una corte interna, le finestre dell'edificio di fr onte, più basso, orlate di pietra; e nessuna voce; un silenzio che faceva pensare subito all'assenza delle donne e dei ragazzi, un silenzio estatico da uomini sol itari. E sotto c'era un orto, prospero, lucido di cavoli, di cipolle, di insalat a, con certi fiori semplici e senza odore, orto da convento, dove il mondo veget ale è anch'esso denso e polputo, e una rosa che si sfogli a pie' d'un muro ricorda il sangue rappreso. Si mise a suonare una di quelle campane di San Pietro, vicina come quell'archite ttura, e coprì tutto come l'onda di un oceano, facendo forza contro i muri, corren do per le sale dell'appartamento in cui ci trovavamo, impetuosa come il vento, e quasi che noi ci trovassimo in un elemento nuovo, quello in cui volano i piccio ni sotto la scossa delle campane dai cornicioni alti; sotto questo colpo parevan o allentarsi le serrature e i cardini, spalancarsi le porte: allora i mobili del l'appartamento presero un aspetto fedele e giubilante, i quadri religiosi, i tav oli dorati, le immagini dei santi, i libri, la poltrona dorata su una predella, che era il tronetto del Cardinale. Ci trovavamo nell'appartamento d'un Cardinale di Santa Romana Chiesa alle sette del mattino. Avevamo ancora nella mente l'ingresso al palazzo, coi preti che sbucavano fuori e si radunavano come gente in costume d'altri tempi, e i ciclisti che andavano a l lavoro tagliando la piazza in pendio e il binario lucido del tranvai, e il rum ore freddo delle fontane; e poi la porta dell'appartamento nel chiostro, col nom e inciso su una targhetta d'ottone come su una porta borghese; poi il cameriere in sparato bianco e giacca nera, e le voci tranquille e sommesse di saluto nell' ingresso dominato da un'immagine della Madonna, il cameriere faceva sovente una smorfia nervosa, e pareva che ammiccasse storcendo gli occhi e il viso, ciò che si mescolò poi a tutte le impressioni della mattinata, come se fosse uno spiritello innocuo e tenuto in dominio. Fra quel mobilio solenne e modesto nel medesimo tem po, in cui predominava lo stile del Settecento come l'ultimo cui si sia fermata l'immagine della solennità e della maestà, al limite dei secoli coi pantaloni lunghi e il cappello a cencio, dei mobili senz'oro e familiari, disadorni e intimi, de l grande avvento borghese, entrò il Cardinale vestito di porpora. Ho veduto anch'io qualche mattina giubilante, e questa fu una; come se il mondo si fosse scordato di tante cose inutili e cattive. E se ci penso, tutte le matti ne giubilanti sono state quelle d'un rito, anche se il rito fu soltanto di indos sare un abito nuovo da ragazzo in un mattino di festa, o di essersi sentito augu rare, ancora non bene sveglio, a dieci o dodici anni, "cento di questi giorni" a ll'alba d'un compleanno, dalla voce improvvisa del padre. Ancora rivedevo i cicl isti tagliare la piazza in pendio e i binari lucidi freddi del tranvai, e i pret i passare il colonnato nell'infinita prospettiva della storia; ma era come il fa tto di un altro mondo. Sapevo che gli assilli e le cure che avevo lasciato fuori mi aspettavano come guardie che si sarebbero messe alle mie calcagna appena fos si uscito. Era anche quell'enorme campana che allentava i chiavistelli e gli sti piti e i sensi. Aveva finito di vibrare come se fosse cessato un vento, e al suo posto scoccò l'ora dallo stesso campanile, senza fretta, che ricordava soltanto i l tempo immortale come la morte. Poiché si sarebbe assistito alla messa nella cappella privata del Cardinale, non s apevo come sarebbe accaduto; il Cardinale parlava con noi bonariamente, e parlav a di anni di vita, di cose familiari di ciascuno, di cose del mondo. Non potevo levarmi dalla mente l'immagine d'una casa mattutina aperta mentre si spazza e si ripulisce ogni angolo sotto la luce casta. Il Cardinale aveva sul viso il rifle sso di quella porpora che una volta per tutte è sul viso del ritratto dell'Innocen zo X di Velasquez, e mi pareva che a furia di parlare latino il suo linguaggio f osse tornato a un colore primitivo, quando l'italiano e il latino erano ancora c onfusi in una ganga, sotto il cretoso strato del dialetto. Questa semplicità e pri mitività della lingua che si ritrova molto spesso tra gli ecclesiastici, dava il v ero senso a quella porpora, ricordava il popolo; e anche quel viso purpureo era

e ancora l'odore d'un vino leggero e amaro che si versava da una bottiglia. umile e vissuta. mescolata alla cadenza d'un dialetto intorno a Roma. E proprio ques to. con un'eco di certe terribili minacce e maledizio ni che si leggono nei Vangeli accanto alla misericordia e mansuetudine. la sapeva più lunga di noi. e questo linguaggio era messo al servizio d'un giovinetto qualunque.un viso di popolano. dei parament i che sanno di vecchio incenso. e il latte ricord a i pascoli verdi. e l'uomo che era là sotto celato lo reggeva come si regge il peso d'una responsabilità. GLI ETRUSCHI E LA CIVILTÀ POPOLARE Lo scoprimento del Colle Capitolino ha messo a nudo la roccia dalla parte setten trionale. di tutti gl'infin iti tenuissimi odori d'una mattina religiosa. è un angolo. egli ricorreva spesso a questa esclamazione: "Se' matto!" frase che io aspettavo con divertimento. questo stesso senso. di reminiscenze latine. Il cameriere ve nne ad annunziare non so che generale d'un Ordine. i luoghi delle città etrusche. Tutta la mattina fu piena dell'aroma del vino nel calice d'argento. di quelle che davano a noi ragazzi nelle case camp estri dell'infanzia. essa gli usciva da tutto l'e ssere. dell'odore mielato della cera. Ai piedi della rocca crescono i cipressi e il verde. Lo immaginavo nella sala col tronetto. che attesta del primo nucleo di Roma. s'impastò in un linguaggio unico e potent e. E proprio in quel punt o finì la chiara festa di quel mattino. aveva il tono dell'implorazione e del comando. e ne parlò come si pa rla d'un nemico tra familiari. di sensi che si dischiudono. di lassù. apriva tutta un'esperienza. dei lunghi assedi e della Rupe Tarpea. tra la porpora e l'oro. in tutta la pompa dei suoi paramenti e con tutt e le sue insegne. e tornò al suo parlare semplice e al "se' matto!" interessand osi ai fatti del nostro mondo come chi si fa raccontare i costumi degli eschimes i. cominciò la sua mattinata. e que lla storia della nostra terza elementare. si può guardare lo strapiombo. Certo. suscitava per lui tutti i misteri. Ecco restituita agli uomini una gra nde favola. Affari di Stato. nella sua voce. d'un rude italiano d a vecchio libro. Il Cardinale si fece s ervire in una ciotola grande. Fu allora che il sapore di quella lingua che avevamo udito poc 'anzi. I su oi giudizi sulle cose del mondo erano d'una saggezza popolare e rude. La voce del Cardinale non era più quella. questo è il Sangu e". A guardare dal Teatro Marcelle. e il Cardinale si voltò a parlargli come se parlasse a centinaia di persone. a guardarvi. quasi che tutto fosse uno scherzo e una commedia di cui egli conoscesse la fi ne. lo si sentiva volargli intorno a servirlo con una sollecitudine da angelo. dava qualcosa di pronto e di guerriero a quel viso a ntico. confidava tutti i segreti. con l a bugia d'argento e il messale e le ampolle. con un senso di digiuno che si rompe. e in questo che è il fondamento del Cristianesimo. quella che in qualche vecchio testo di lingua italiana si sposa a una tradizione realistic a e ferma. di non aver mai avvertito così potente quel so ffio creatore di quando il celebrante afferma: "Questo è il Corpo. vengono a mente altre alture come questa. Siccome lo assisteva un prete. Ricordo che tra le espressioni di cui si serviva. quella nostra prima fantasia intatta. quel tono. del caffè. Devo dire di non aver mai ascoltato una messa come quella. Vennero fuori i nomi di due o tre persone n emiche non di lui ma dei suoi ideali e della sua disciplina. In ognuno dei suoi gesti e de i suoi atti pareva che egli sentisse l'importanza del costume che indossava. Già aveva il tono del comando. di non averne colto m ai così bene il contenuto drammatico. con l e domande sorprese che avremmo fatte allora. piegava a quel mistero tutte le sue forze. è vera verissima: torna. da un giardinetto pubblico. Mentre eravamo sul più vivo del discorso. soltanto che negli occhi la vecchia esperienza del popolo e ra mescolata a una sottile e maliziosa esperienza. In quel momento quell'uomo aveva un'altra voce. proprio quello di cui Roma si volle . affidava tutto un potere a lui solo. vestito di nero. Poi. una roccia di questa stessa natura. nella sala da pranzo. ad aspettare. si muove va per lui. Era presente un comunicando. alla fine. pie no di significato in ogni elemento e colore che lo componeva. Avevo già notato. vi si a ggiunse l'odore del latte. come se lo consolasse d'un così treme ndo e impari mistero che gli faceva piegare il capo canuto nella più profonda umil iazione. dei biscotti e dei dolci. un tono volont ario. della cioccolata. e il cioccolato i mori e i missionari. E c'era non so che to no fraterno.

L'altura guardata dalla rupe. Spiriti grossi. con tutto quanto Roma e a Rinascimento vi hanno saputo fondare. rasenta un fortilizio medievale e un vil laggio. il fiume vicino. quella disposizione del colle. il colore della terra. uomo e donna sotto lo stesso lenzuolo. Forse le vie degl'Inferi erano quelle dei p aesi morti. ha sapore di Etruria. le sue scalze dee in atto di modeste passa nti. e qui tutti contenti di se st essi. Sembra di leggere Boccaccio. specie popolare. coricati sulle tombe in una rassegnazione e pienezza bu ddistica. L'Etruria è il paesanismo italiano arrivato a una espressione perfetta. morte esterna. Tornano alla niente Veio e Cerveteri che questo paesaggi o stesso hanno in un'aria remota. della fine. Si potrebbe seguitare a fantasticare di questi l uoghi sparsi per le alture del Lazio. ma in cui t utto rifuggiva dalle astrazioni. Ce li possiamo figurare.disfare fin nella tradizione: un angolo etrusco. un aspetto singolare della Roma di oggi. Un mulino scroscia nella valle presso una chiusa e. da Bologna a Roma. Rimase una eredità. buona per vivere fino a che si è in vita. come nei vecchi . E non è detto che anche questo non fosse un ve rtice. Abituati come siamo a considerare le città etrus che finite e sterili per sempre. da famiglia a famiglia. e come è quella della media Italia. e dove la pietra di questa natura è divenuta una memoria di luoghi inabitabili. media delle civiltà antiche. Ed ecco che in un paesaggio tanto tranquillo e remoto. Una civiltà di prov incia. ben sì come case sotto monticelli di terra. attestazione delle o rigini rustiche e terriere come ve ne sono alla radice delle antiche nobiltà. nella pietra. da tribù a tri bù. nascevano le aspirazioni di Roma al divino. il respiro del mare. ai Latini. a non si sa che incanto primitivo. qui è continuità. da castello a castello. un Marte succinto con un elmo troppo grande e quasi infantile. Roma o Ruma non diversa da a ltre castella sulle alture. a settentrione. come dovette essere quell a di Roma primitiva. Quel colo re. sulla via di Bracciano. ma traducevano i temi della Grecia sulla creta. avevano avuto i loro dii magri e sottili. e uno dei più in teressanti delle ultime scoperte. cosmopolita. si avverte ancor meglio lo stacco fra una civiltà originaria tutta provinciale e paesana. inquieta. sottile. a sorridere. e fin gli oggetti d'uso im portati dai luoghi di origine. la sua stessa licenza e la sua giocosità. etrusca: l'assenza di favole e di miti troppo grevi nella loro storia. e a vederne il luogo si capisce che guerra dovette esse re la sua con Roma. altrove la ste ssa cosa è solitudine. con quel tanto di misterioso che sorge su u na Italia de' cui inizi parlano tanto familiari e quieti gli Etruschi. e per non lasciare nella storia a ltro attestato che di una operosità giunta al culmine delle aspirazioni nient'altr o che umane. L'Etruria morì coi suoi ultimi uomini ventruti. sembra una via segreta come il meato attraverso cui gli antichi immagina vano l'ingresso nel mondo dei morti. e quella propriamente rom ana. è radice etrusca. levati sul cubito. silenzio. il ricordo delle terre d'origine. fra uomini c osì ragionevoli. accanto alle civiltà perfette. avevano i loro dii come i Gr eci. questa è l'Etruria spenta e distrutta che si riaffaccia a Roma tra le s ue innumerevoli memorie. è la minuta civiltà popolare nella grande civiltà nazionale. Direi anzi che una stretta parentela lega la provincia italiana del Centro con il senso della vita etrusca. tradizioni. aveva empito di favole licenziose l'antichità per la carnalità delle sue donne. ma i n un quadro trionfante. i miti e i simboli nella stori a dei popoli antichi segnano troppo limitatamente la loro strada e impegnano l'a vvenire. la quale doveva essere piut tosto una forma di vita e una mentalità che una civiltà. Facevano tombe al modo degli Egizi. quella roccia. Tutta la letteratura che sa di popolo. mercanti che portavano a queste comunità cose per a dornare la vita. è. una vita provinciale arrivata alla sua limitata perfezione. di una vita paesana che si fosse fermata proprio al punto in cui s'inizia quella che noi chiamiamo civiltà. ritrovare la loro radice qui. com'erano allora quando furono vivi: caste lla e comunità di emigrati cercanti tutta la stessa natura e lo stesso color della terra con un istinto di colonie del mondo animale. A un certo punto della campagna. la loro vita risuona di anf ore e vasi di terracotta come tutta la vita popolare italiana. Veio è alle porte di Roma. ma senza l'aspirazione delle piramidi che implica una civiltà inumana. una s trada si sprofonda umida per una valle. senza inquietudini. costumi. usi. il limite della civiltà terriera e popolare. l'espressione cui si può riportare molta vita del l'Italia centrale.

riconoscib ile in tutti i paesi. Di qui si vede il mare. i cui nomi maggiori che ci sono pervenuti hanno un suono di casati italiani di vecchio ceppo. fondarono le città dei morti che furono in tutto la riproduzione delle loro case. e i neri nerissimi rottami di vas i. la casa rustica. nata da ne cessità pratiche. il campo. l e sue abitudini. Là sotto si circondava ognuno di questa roba. e il ponte naturale di pietra che lo scavalca. uscendo su uno spiazzo. dovette esser legata. miscuglio che dà un colore stretto a quella vita. Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenisse ro rare e preziose. Cerveteri è oggi un paese. il fondamento del tempio di Apollo. la visione d'un mercato di p iccole cose comuni. si di rebbe che parli una lingua. segni d'una vita eternamente pubblica. quello stile popolare che spesso è tutt'uno con lo stile arcaico. niente altro che polvere. non c'è neppure quello che rende quasi allettante il suol o delle necropoli etrusche. vecchio svago etrusco. Fuori del mul ino sono pochi uomini. il ricordo perenne dell'acqua necessaria. sulla via di accesso che si stan no costruendo gli operai affiorano rottami di orci. come in certi paesaggi dell'America aborigena. dei deserti. e cade nella valle: ha una vita di migliaia di anni. La terra è incredibilmente molle. Direi che l'archeologia di Veio è tutta in questo fiume ch e la circonda. di cui non rimane che il disegno delle città e degli e difizi. il fiume era la difesa. la loro folla è que lla del coro dei drammi e delle tragedie. hanno uno stile fuori del t empo. a significati occulti e relig iosi. m a i grandi magazzini. non c'è un solo rudere in piedi. come passi fatti incerti. Ma la voce dell'acqua è là sotto. del vino. Dopo pochi passi un recinto di filo di ferro chiude la necropoli. e lungo il fiume erano le vie dissimulate fra le rocce. fibbie.stucchi romani. i suoi bisogni. strumenti per misurare il tempo. A sedersi sul muricciolo. i bovi che aspettano il carico. e gli antiquari ne vendono per raccogliere la cenere delle sigarette. le lastre di pietra della strada e delle fondamenta sconnesse. Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti tipici e unici. solenne. brocc he. lampade. hanno portato nella nostra fantasia il colore d'un popolo. l'acqua scivola sotto una passerella di legno. la vita minuta delle donne e dei ragazzi. nella letteratura come nella pittura antica. con la sua bella fontana in mezzo alla piazza. un uomo sta lavando certi bùcc heri di fresco scavati in una tomba. il fiume che sprofonda tra una vegetazione di fior i d'un altro regno. è il mare che si vede nel fondo delle pianure. che a strapparle mostrano i loro tuberi sotterran ei come attributi sessuali (l'orchidea è un fiore maschile). come accade. in cui l'occhio cerca distrattamente il frammentio m inuto dei cocci. C'era della tribù e della città. dell'olio. sta nel fondo rattrappito. la forma dell a casa nelle loro tombe. ma que sti Etruschi. A primavera il prato lungo il fiume è pieno di fiori. Nei Romani la stessa morte con le tombe lungo le s . compatta e grigia come l'acciaio una strada selciata appare. minuta polvere. l'albero. orci. come se si ritirasse. Quasi consci della loro fine. è un mondo di eroi e di privilegiali. È diffic ile vedere più misere rovine di queste. l'ost eria per chi scende a caccia. la linfa e il bagno. come se fosse una frana immane. l'odore del mosto e del vino dei vicoli. e tutta questa mercé d'uso quotidiano: coppe. e non è che lo smuoversi lento di poca terra sotto di noi. e come in u na pianta sono visibili le fondamenta d'un tempio. des erto come la terra che è intorno. e non è questa una delle ultime ragioni del potere che i resti della vita et rusca hanno su di noi. il sentimento della gente piccola coi suoi angoli di casa. e si conficca come un'arma entro un colle erboso. ciste. Poi. della maremma. e apparve soltanto come volontà colletti va sulla via della volontà individuale. alta. si vede da vicino lo spolverio minuto e lento d i questa terra. e il colore di quella polvere. ecco qui merci della vita d'ogni gi orno. Appunto questa religione dei fiumi. quelli stessi che acc ompagnano la vita etrusca e il transito suo. vecchi a strada su cui passano le navi. che d anno l'idea della mercé moderna a serie. una ricca fio ritura di orchidee selvatiche. allo stesso modo si presentano questi numerosi vasi. non le tombe somiglierebbero più a questi depositi etruschi. ma di altro mondo e di altri porti. A occidente del paese è la necropoli: di qui il paese nuovo si confonde col vecchio colore de lla muraglia di tufo su cui è costrutto. situle. Romani e Greci ci hanno lasciato quasi soltanto grandi at testati. dei vetri dai colori iridati.

alle due pareti oppo ste due lettini di pietra separati dalla colonna che regge il soffitto. non come nelle piccole sepolture d ove i letti sono separati quasi che uomo e donna avessero troppo faticato insiem e nella loro vita. le strade che si spartiscono in certi angoli. E mentre le voci trascorrenti lassù ris uonano dolci nella caverna. il l etto dei capi della famiglia è uno solo comune. Intorno. il corridoio d'ingresso col muricciolo su cui sono posati i vasi dei viveri. per il pranzo e per la danza. sulla parete centrale. è inquieta. l'arco del cacciatore. e solo più tardi. e infine il famos o flauto che suonava per la caccia. Macigni fra l'una e l'altra parete formano la volta del corridoio. lo scudo. la spada. Piccola casa mod esta. come in certe case rustich e si passa per la dispensa e per la cucina. letto premuroso come se qualcuno lo avesse rincalzato. Qui stanno insieme su un letto scolpito nel tufo e lavorato d i stucchi. come le poste dei suoi cursori. senza servitù. una luce verde scende dagli alberi che crescono sulla rotta cima del colle e si affacciano sul crepaccio. C'è la scala esterna. La luce agisce sulla pietra come un corrosivo su una lastra fo . In queste grandi case. con le sue zolle erbose. Il suolo è coperto di foglie secche cadute dagli alberi giù per lo spacco. dell'acqua. Vi si entra per un passaggio basso. portano alla st essa pace e allo stesso silenzio. di quanti mai passi risuonano. per segnare il ritmo di chi rimenava la pasta e di chi vibrava i colpi di sferza delle punizio ni. se si scoprissero dell a terra che li copre come capanne. un riposti glio coi vasi del vino. e sul tavolino da notte il rotolo d'un libro letto a metà prima di prender sonno. solo allora è come se si vacillasse al bivio d'u n viaggio ultraterreno. nel mezzo. e le due sponde r ialzate ai lati. all'ingiro. simile a una t appa. e a mette re i piedi sugli scalini. com e se sopra vi fosse un primo piano. e poi la stanza centrale: intorno in torno pel muro i cubicoli della famiglia. si sa. il tavolino da notte accanto. Ma quei lettucci delle famiglie piccole e modeste! Quello dell'uomo liscio e sco modo. scavata tutta in un blocco di tufo. Sullo scalino sono posate le scarpine della signo ra. e il piatto delle pietanze. per starvi.trade dà il senso del lungo cammino. senza decorazioni. PORTE DELL'ALTRO MONDO Siamo andati a vedere la Montagna Spaccata che si trova quattro chilometri e mez zo a sud di Orbetello. In terra. quel li del padrone e della padrona. Quello della donna con un cuscino di pietra più inclinato. si rivelerebbe una c ittà di case basse. domestica come il gatto. Nell'antro le pietre cadute formano come una assemblea. l'elmo. Quella del sepolcro più grande riproduce il palazzo. con qualche pianta di ro se in fiore ai crocicchi (caste e frigide rose delle città morte). e un corridoio stretto dal macigno. s'odono cantare gli uccelli sulla superficie della terra. È veramente una montagna spaccata. quella umile e quella ampia di grandi e ric che famiglie. la signora ha appeso al muro una collana che si è tolta or ora. il carniere. e per la signo ra. si vede il cielo. letto d'un'infanzia eterna. ma questi paesani con la memoria dei sepol cri orientali fondavano necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui p otevano correre le invasioni e l'aratro solcare senza disturbarli. le immagini della vita dell'uomo. appeso dalla s ua parete il ritratto di suo padre. fin dove l'antro diventa spazioso e la spaccatura raggiunge la cima. divenute sepolcreti. come se qualcuno si dovesse destare ancora da una sete notturna. con le loro porte. e nel me zzo. i due c uscini un poco in disordine per avervi vegliato un poco. Le pietre radunate nell'antro sono incise dalla luce e dai raggi del sole che a certe ore penetrano come in una camera oscura e v'imprimono la forma dello schermo attrav erso cui passano. dormire. la spatola della cucina la faina. Ognuno di questi luoghi è una casa. il bastone. vi è riprodotto il letto loro di ferro o di rame. il materasso. lo scalino per salirvi. per contenere meglio la donna che. per le pareti e per le colonne semp lici e squadrate che reggono il soffitto a travicelli scolpiti nella pietra. quando ci si accorge che è una città di sepolcri. È lo stesso che affacciarsi alle soglie delle casupole di certi vill aggi: qui è una stanza comune. si avvicendava essa alla vita. una voce che si leva quaggiù si perde sorda e spenta. mangiare. letti di pietra inclinati pei servi che vi erano depos ti a dormire anch'essi l'ultimo sonno. cioè un poggio alto una sessantina di metri e tagliato in due dalla cima alla base. sulla Via Aurelia. La necropoli di Cerveteri ha addirittura la pianta d'una città: una strada nel mezzo con la tra ccia delle ruote dei carri.

tografica. Cupe e morte sono le altre pietre nell'ombra perenne. Non vi cresce u n filo d'erba e non v'è traccia di vita. Questo è un luogo antico, naturalmente; ed è un luogo etrusco. Era forse un passaggi o per sbucare al coperto da una parte all'altra del colle. Ma, e forse meglio, f u un luogo di riunione per qualche rito. Gente di passaggio sull'Aurelia scende verso questa parte, pel viale dei giovani cipressi, perché la Montagna Spaccata co mincia ad avere i suoi visitatori. La misteriosa caverna è più accessibile oggi a ge nte che arriva da trecento chilometri lontano che non anticamente alla gente etr usca della città di Cossa che viveva sul colle accanto. Lo spazio era un fatto che contava per gli antichi nella stessa misura che esso non conta per noi. I racco nti prolungavano le distanze, e il mistero che è la potenza delle distanze. E poi, i luoghi sacri hanno il potere di creare intorno a sé una zona di lontananza. Dappertutto, nel mondo antico, si trovano luoghi come questi, latebre, lustri, r ecessi, spechi. E mi piace immaginare gli antichi ai quali le distanze appaiono enormi, anche quelle più familiari, come ragazzi ai quali gli angoli tra le stesse mura domestiche sembrano da esplorare o inesplorati; in essi trovano riparo nel le ore dei sogni e delle fantasticherie, fino a credere d'essere addirittura inv isibili nascondendosi sotto un tavolo. Non altrimenti l'uomo antico, e ancor ogg i l'uomo primitivo, vedeva le distanze che lo separavano da alcuni luoghi della terra; tutti e due, l'antico e il primitivo, sedentari non soltanto perché forniti di mezzi di trasporto lenti, ma perché, dovendosi muovere non per altro che per b isogno, poco avvezzi ai viaggi. Ma soprattutto il fanciullesco amore del nascond iglio accomuna l'antico e il primitivo; e il fatto di vietarsi alcune strade per ché spiranti mistero appena vi cresca un ciuffo d'alberi o vi sia una grotta. Oltr e l'orizzonte dove si ferma lo sguardo, essi mettono una favola. Basta, per ques to, sentire come in molti luoghi dell'Oriente e del Mediterraneo la gente fantas tica ancora di luoghi lontani, e come d'altra parte appaiono misteriosi i vianda nti, i pellegrini, i pastori, che per l'appunto fanno molto cammino. Ma, forse, non si tratta soltanto di abitudine ai viaggi, quanto d'un potere fan tastico proprio dell'infanzia degli uomini e dei popoli, d'una facoltà di animare ogni aspetto singolare della terra e di scorgervi un divieto sul quale nessuno c erca di procurarsi una testimonianza dei propri occhi. Noi stessi, andando a vis itare tali luoghi, torniamo insensibilmente all'infanzia nostra e del mondo, ent riamo in detti luoghi come un tempo della nostra fanciullezza scendevamo nella stanza più remota e oscura della casa come in un mondo animato d'una vita oc culta che ci sbigottiva. Per un poco vi crediamo ancora, tanto questo sentimento è radicato nell'animo umano, e risponde naturalmente a un suo bisogno. Un luogo dove questo potere fantastico degli antichi si manifesta con tutta la s ua ingenuità e forza, è l'Antro detto della Sibilla a Cuma. Qui la Sibilla dava i su oi responsi, qui era il passaggio per gl'Inferi, qui le rive del sotterraneo fiu me dei morti cui la Sibilla era guardiana. Questo luogo esercitò su tutto il mondo antico un'importanza tanto grande da fornire poi per tutti i secoli avvenire e alla stessa nuova religione un'immagine plastica del mondo ultraterreno. Il paes aggio intorno, tra il lago Lucrino e il monte, non ha nulla di singolare se non la solitudine che è propria di luoghi carichi di tanto significato, una solitudine rimasta incantata nei suoi molti secoli, e che fa pensare se non sia proprio un a coincidenza singolare che tali luoghi non siano mai popolati, quasi nascondigl i e bracci morti della natura. C'è quel pallore, sulla terra, sul lago, sul colle, e poi su ogni aspetto intorno per un lungo tratto, che fa del paesaggio una mem oria. La porta non è un così grande ingresso quale si potrebbe immaginare da una fan tasia moderna avvezza alla scenografia della letteratura e del cinema; è appena un passaggio, un meato, e di là comincia il gran viaggio. Tutto intorno alla porta, centinaia di biglietti da visita coi nomi dei visitatori, evocano nomi diversi d 'ogni terra. I biglietti, l'uno sull'altro, sembrano foglie cadute del grande al bero della vita. Stetti a guardare come i due uomini che ci dovevano servire da guida si cavavano i pantaloni per guadare la corrente sotterranea; un gesto simile, non guardabil e e da farsi in segreto, compiuto sotto gli occhi dei visitatori, nonché ridicolo poteva apparire grave e terribile; forse come a vedere qualcuno che si appresta ad eseguire una tortura. Era un gesto professionale; forse quegli uomini, di pad

re in figlio, avevano portato sulle spalle per lunga tradizione i visitatori del l'antro. E poi, come i due uomini portavano i pantaloni ripiegati sul braccio, q uasi che in una vita anteriore avessero avvolto intorno al braccio un mantello. I napoletani hanno a volte atteggiamenti da farvi rimanere a bocca aperta pel mo do con cui nobilitano o rendono naturali certi atti di cui chiunque altro si ver gognerebbe. I due traghettatori sono le migliori guide per una visita come questa: caricando vi sulle spalle per passare il fiume sotterraneo, vi fanno sentire di aver porta to mezza umanità sulle spalle, e di tutte le razze ed età; vi adattano con un gesto, una parola, uno scrollo; hanno una vecchia conoscenza del carico umano, con man o sicura fanno sentire una scienza della meccanica del corpo umano. Si vedono al lontanarsi col carico sulle spalle, per l'acqua di cui non si scorge il fondo, n ella grotta bassa e oscura al lume della lampada ad acetilene. Si sentono le lor o parole morte sull'altra riva, si scorge qualcuno posato laggiù che aspetta, che forse ha un vago terrore di essere lasciato solo mentre quelli tornano indietro a traghettare altri. Laggiù un amico, vi parla, come se la consuetudine di questa vita si perpetuasse nel sogno di quell'altra; tra due sogni: e le parole si spen gono nella profondità, e si vede soltanto una bocca muoversi come nella visione d' un mondo senza più suono. Da quanto tempo si compie lo stesso lavoro in quest'antro? È incalcolabile. E torn ano a mente i mille e mille biglietti bianchi che attestano il passaggio da quel la porta; messi insieme, l'uno sull'altro come l'ala d'un grande e fatale uccell o bianco inchiodata sulla soglia. Poi i due portatori, seri e attenti, dimostran o come erano dati i responsi della Sibilla; lo fanno con poche parole: uno indic a un tettuccio di pietra sulle rive incassate del fiume su cui i passi infiniti hanno improntata la pietra, ed è il lettuccio della Sibilla: vi si sdraia come la Sibilla, sul letto di pietra e sul cuscino di pietra, mentre l'altro si affaccia da un pertugio che comunica con la stanza accanto e mostra il viso di chi atten de la sorte. Fanno queste cose con poche parole: appaiono e dispaiono animando l 'antro e rappresentando l'antica favola del mondo in cui discesero Enea e Virgil io e Dante. Sembra un gioco di ragazzi, e una rappresentazione popolare. Ma solt anto perciò tutto è ancora vivo. E non dimenticherò come i due uomini prendono il prez zo del traghetto, e con quali augurii per la strada che ci aspettava. E come a u n certo punto passati al di là dal fiume letale, ci fermarono in una cella, davant i a un muro interrato, dicendo che il passaggio era interrotto, ma che di là si tr ovava l'altro mondo. Quanto era distante tutto questo? Come erano lontane le riv e del fiume? Come era grande il giaciglio della Sibilla? Mi parve tutto grande e breve nello stesso tempo, una misura difficile, la misura delle favole e della vita antica. LA FIERA DELL'IMPRUNETA Quel giorno, d'ottobre, la Toscana usciva da un temporale d'autunno, il cielo er a grigio e azzurro, e l'azzurro degli ulivi e degli olmi cui si appoggiavano le viti, e il colore finito delle viti autunnali, facevano di tutta la regione del Chianti un grande specchio del cielo e delle chiare nubi al limite dell'orizzont e. Tutto azzurro e grigio, d'un color minerale, in cui i cipressi venivano avant i neri tra quella chiarezza di colori metallica, e l'aria limpida e i campi eran o tenuti a guardia da cotesti cipressi come gente accorsa sulla soglia d'un camp o e d'un casolare. La piazza dell'Impruneta, per chi non la conosca, ha una sing olarità: che vi si accede dal ciglio d'un colle; la piazza si stende in pendio, la ggiù è il famoso campanile con la chiesa raccolta fra due ali di case; sul fondo, di etro il campanile e la chiesa, il monte delle Sante Marie, una collina sormontat a da una croce di legno con le braccia assai larghe; questa collina ripete l'imm agine della chiesa e forma con essa una sola architettura. Il ciglio del colle, prima che arrivassimo sulla piazza, era irto delle stanghe dei carrettini; dall'altro lato della strada da un muricciolo si affacciavano le teste più attente di asini e di muli: coi loro nitriti c'introducevano alla fiera , e per un poco non si sentiva altro. Ma poi, affacciandoci sull'altro versante del colle, si vide la piazza e tutta quella folla. Un torchio gigantesco, rimast o in mezzo alla piazza dalla festa dell'uva del giorno avanti, pareva un monumen to naturale, posto com'era nel paese più prospero del Chianti, e nel centro di que

lle famose vigne. C'era una gran folla, gente venuta da Firenze, borghesi e popo lani, contadini e fattori dei dintorni con le loro donne. I soli colori accesi c he si vedessero erano i fazzoletti turchini e rossi annodati al collo di certi c ontadini. La piazza in pendio è grande e sembra grandissima, appunto per la disposizione dei suoi piani; i movimenti della folla, come di un selciato disposto a onde, le da vano una più grandiosa dimensione. Guardandosi indietro per la piazza in salita, s i scorgevano tutte le cose, gli uomini, gli edifizi, gli animali, come su una ri balta inclinata; in certi angoli che parevano piccoli palcoscenici, nelle terraz ze delle trattorie, gente mangiava ai tavoli apparecchiati; sembravano in un int erno lontano; non so come, il ritmo delle braccia che portavano i cibi alla bocc a dominava quella scena, era il movimento gigantesco e multiplo di quella folla. Una folla silenziosa o quasi, tra cui le donne si aggiravano col viso smarrito e col tremore e il pallore che prende le donne, quali che siano, quando si trova no in una di queste feste, come se sentissero potente e selvaggia la forza dell' uomo. Era forse questo che dava un sottile senso d'inquietudine e di vicina cata strofe, un tremore di attesa, una vibrazione come alla presenza di forze occulte , e ad aggirarsi in un mondo in cui i contatti erano facili, come accade nelle f este, pareva d'impastarsi in un elemento umano, senza ripugnanze e senza pensier i. È proprio questo che dà ad altre feste popolari, sotto altri cieli, quell'ebbrezz a per cui la folla grida, canta, balla, in un'esaltazione collettiva, in cui la felicità, i dolori, le speranze, acquistano un unico senso, e i tripudi e i deliqu i mistici hanno gli stessi moventi. Qui tutto pareva calmo, semplice, lieto; le grida dei venditori che richiamavano l'attenzione sulle loro merci e incitavano a mangiare e a bere, suonavano come sferze su quella folla, con quel tanto di co nturbante che hanno le voci umane in un'accolta di persone. Dicono della sessual ità che si scatena nelle feste. Non è proprio questo: è la gioia di confondersi, in un freno rotto, il piacere di rimpastarsi in una materia vivente, l'abolizione di ogni antipatia nel ritrovarsi e nel fondersi in una solidarietà di natura animale. Altrove questo diventa facilmente esaltazione. Qui, tra un popolo civilissimo, quell'enorme festino, quella gioia del mangiare e del bere, parevano la celebraz ione estrema di un rito perduto, ma vivo nella memoria profonda degl'istinti. Er a facile ricordare la suprema indifferenza etrusca fra i beni della terra, il se nso di pace beata e di pienezza, quella del ventre pieno che li stende sui loro lettucci e li avvicina alla contemplazione. Si sa quanto son parchi i toscani, e come sono parsimoniosi; è la loro parsimonia che per l'appunto dà un valore tanto più grande alle cose; alla fiera dell'Impruneta le cose del vivere vi sono profuse come in una scommessa annuale, con la larghe zza cautelosa del popolo, col rispetto che ha il popolo per le cose necessarie a lla vita, che da questo rispetto escono quasi consacrate e che sono il segreto d ella vita antica popolare, il più aperto contrasto con lo sfascio di merci della c iviltà moderna. La piazza era piena di venditori soliti, quelli che portano alle f iere gli elementari manufatti dell'industria, rimasta per queste cose sempre all o stesso gusto e allo stesso colore. Ma lungo le fiancate della chiesa e sino alla fine del paese, c'è il banchetto più s traordinario che si possa vedere. Vi si tengono banchi di cibi, vini, sacchi di pane, e accanto a questi banchi le tavole apparecchiate e le comitive che mangia no col dispensiere allato. È come la conclusione dell'anno, il vino divenuto più sod o e già vecchio, la porchetta tenerissima, i polli buoni dopo le covate estive: ma bisogna vedere i tagli diligenti, i modi gelosi e solenni di presentarli, un pa radiso delle gole semplici, o di quelle sciupate ai mangiari raffinati, un ritor no alle manipolazioni originali, un vero museo dell'arte regionale nella cucina: le soppressate sembrano di alabastro, il taglio della porchetta crocchia sotto il coltello, e gli aromi dell'erbe necessarie a queste cose hanno l'alito delle case al tempo dei raccolti estivi. E questa non è che l'introduzione alla grande s cena che Callot non ha forse veduto o non è riuscito ad annotare, e che gli avrebb e dato uno di quei temi come la scena degl'impiccati o le sue folle di straccion i. Voglio dire, il viale dei polli arrosto. Da una parte e dall'altra della strada, per un buon tratto di cento metri, due f ile di rosticcieri improvvisati manovrano ciascuno quattro o cinque girarrosti;

le due donne. Ma la visione di quella mate ria in continua trasformazione. un uomo che girava su un carosello. Si poteva stare un pezzo a osservare la sapienza di quella cottu ra. Tra p oco avremmo veduto quello straordinario viale già alla fine dei pranzi e della fes ta. accanto ai bicchieri vuoti i brividi dell'autunno e quelli del vino si confondevano in uno. Esse erano forse due Virtù. col suo azz urro e coi suoi grigi lontananti e divenuti più duri e più freddi e più sereni a mano a mano che declinava il giorno. sotto. o profetesse che scrutavano la sorte sulle viscere degli animali. e la folla si mosse andando verso la cima del monte a visitare il cimitero che lo domina. e. quel sapore vecchio. dopo la festa. c'era gente che mangiava. Le donne o ra tuffavano le mani in quei resti lubrici e rossi per portarli a qualche mercat ino di città. tra lo smeraldo dei prati autunnali. Le braci. Un apparecchio girava di qua. le donne spargevano il sale da una gran cartata. Dall'alto della terrazza. e per poco stettero sole e ferme in quel ritmo di uomini ch e scendevano e salivano. q ualche vecchio castello tra i vapori sfolgoranti lontano. Proprio così. Tra questi fumi di arrosto e di vino. Il rosticciere ne regolava i movimenti con attenzione girando lentamente la ruot a che mette in movimento gli schidioni. Le carni rosolate trascoloravano in breve per tutte le gradazioni del giallo. anch'essa piena di gen te. quella grassa abbondan za e insieme pulita e composta. dei so liti nelle fiere. si scorgeva per ogni spiazzo del paese gente seduta a tavola. e sono cinqu anta polli che si rosolano insieme sul rettangolo della brace in terra. altre l'olio. e intorno a lei mi pareva che tutti girassero in un'armonia. e bastava un attimo perché si notasse un colore troppo bruc iato e risecchito come di certi polli di cartone che si servono ai finti pranzi delle commedie. e le scene dei venditori allineati coi loro apparecchi e i fuochi uno accant o all'altro. C'era un intero edilizio sgombrato in tutti i piani. col sapore e l'odore del vino del Chianti. e da quello spettacolo. e ancora i cipressi de i casolari e dei cancelli che guardavano esclamando verso di noi. in tutte le stanze. e sembravano vecchi àuguri. ben gialli. si scorgeva la folla seduta a mangiare. e i l rosticciere badava che il fuoco li colorisse bene.ai lunghi schidioni sono infilati una dozzina di polli. da quella sinfonia di od ori sembrava di uscire a rivedere una luce sublime. coi movimenti leggiadri che hanno gli uomini veduti da lontano in folla. osservandone i colori con l'occhi o attento di un pittore. A lei si aggiunse più tardi u na vestita di verde. gl'inservienti infilzavano intorno ad al tri spiedi la nuova mandata. di qual vecchio rito faceva parte? A un certo punto vidi una figura di donna vestita di rosso in un prato sulla chi na del colle. e da una parte all'altra era tutta una sinfonia di giallo che andava dal rosso di Siena degli animali già a puntino al giallo zaffera no di quelli da rosolare. quasi un migliaio su tutta la strada. di cosa lungamente conserva ta. di rose sfiorite e di giardini autunnali. Di tutti quei polli non rimanevano alla fine che le viscere e le rigaglie in grandi ceste. e questa abbondanza era muta. Sotto quei pini. tutti insieme. A levare gli occhi si scorgeva la vallata di qua verso il fiume Ema. l'aroma di quell'arrosto. i polli divenire marrone e rinseccolirsi con la stessa tristezza di un fiore che appassisce. la collina delle Sante Marie si levava davanti a noi investita dal sole avvinato. quello scialare in cui non si vedeva un solo ubr iaco. l'altro di là. Più oltre il dilungarsi dei campi e dei colli della Greve. le teste con le lor var ie penne come dipinte da un pennellino sottile in una stampa chinese. capitate là da un affres co. poi il sottobosco non fu che uno svolazzare di carte in cui erano state involtate le cene. volatizzavano e diffondevano l'odore dell'arrosto. Cominciava la sera. tutti in un medesimo len tissimo ondeggiamento ma in diverse direzioni. già fredda. e solo quando la mandata er a in ordine gridava le lodi della sua cottura. E un senso diffuso di una festa finita. pareva volare in sogno e con una leggerezza di ebbrezza. ogni angolo della casa era occupato da una foll a già seria all'ultimo bicchiere. Nei corridoi i contabili segna vano le portate su grandi fogli. in cu i ella rappresentasse il simbolo di una qualche virtù. il rumore diff uso degli organetti e delle chitarre dei cantori ambulanti si mescolava al tinti nnio delle stoviglie. apparta mento per appartamento. A nche questo. parevano un'antica fantasia popolare. .

Poi un altro . Egli parlava del resto sempre sottovoce. che non aveva ancora parlato. potrebbero venderlo in tempo a prezzo basso. "Sborsate una sull'altra". "Ma dico. quasi il timore di guastare col pensiero q ualcosa che sta accadendo. Arrivano alle due di mattina a Roma ." "E ormai fanno doppino due volte la settimana. Quando fu varato due anni e mezzo fa. Gli uomini che aiutano a scaricare sono due e dormono a b ordo. e sovratutto secondo le sue esperienze. La notte sul sabato. Quest'anno sono rimasti a casa quando?" "Un giorno su trecento"." "Tutto l'equipaggio è di Port'Ercole. Ieri l'altro tornarono dopo tr e giorni.." "Vorrei imbarcarmi per un doppino"." "Ma lo pagano. È cibo. la cautela. e non pagano un soldo. in posti che nessuno conosce. sono nuovamente all'Argentaro verso le quattro . aggiunse il padrone de La Pace." Il signor Loffredo disse questo sottovoce. due lire il chilo al massimo. dice il padrone de La Pace. "E del resto. avendo n avigato per venticinque anni a bordo d'un veliero. Poi ne hanno seppellito quattrocento quintali. dico io. "Già. Questi autocarri si muovono la sera. perché ho delle spese: la nafta." In quel momento passava traballando. E così tutti i giorni. Ma non erano buone giornate. "A Roma. sopravvanza ndo le case più basse. potete pensare . s'è stabilita una specie di gara. riflessivamente. disse il padrone de La Pace. e i viaggiatori della li nea di Pisa li vedono sulla strada rotabile. con quella discrezione che è propria dei marinai. ripartono alle nove di mattina. conosciuto i mari fino al Lev ante e alla Spagna. Anche col tempo peggiore tornano a casa con un buon carico". di'?" "Quindici. Sapete che cos'è un doppino? Quando i marinai stanno in mare due giorni e due notti." "Diciotto quintali. dissi io. Quanti quintali." "Come? Hai tutta gente di Port'Ercole?" Poi rivolto a me: "Vanno lontano. "Ma andatelo a dire un po' a loro.. Quanto lo pagano ai Mercati Gene rali? Di'. disse il signor Loffredo. e che dipende da elementi tanto incerti: il mare. Il lavoro." "È il miglior motopeschereccio di Santo Stefano". È uno di Port'Ercole.I PESCATORI DELL'ARGENTARO Il signor Loffredo era il proprietario del motopeschereccio Montargentaro." "È lavoro." "C'è anche questo". . i pescatori. l'autocarro col rimorchio del Monte Argentaro. disse il padrone de La Pace. Ma c'è la sua ragione. il più reputato peschereccio appunto dell'Argentaro. sette uomini d'equipaggio. di quanti pescatori. Tutti i giorni. Il signor Loffredo aggiunse: "Io non mi occupo di quello che pescano gli altri. caro signore. disse riflessivamente il signor Loffredo. "Quanto ha portato ieri sera?" "Diciotto." "Magari fossero due lire!" mormorò il signor Loffredo. avete inteso? Tiene il primato di questi posti. ch'egli aveva fatto costruire seco ndo le sue idee e i suoi gusti. "Il pesce costa così caro"." "Pagano? Vi comunicano che è invenduto. Io non desidero altro che di cavarmela.". quanto lo pagano? Una e venticinque. un altro ancora. e la nave che è costata centosettantacinquemila lire. è grazia di Dio. è lavoro". tutti dissero che sarebbe andato s ubito a fondo. Avevano telegrafato a tutti i porti d'Italia: mandate pesce. E non dicono dov e vanno. e la domenica fino a sera stann o a casa. riempiendo di sé tutto l'abitato. Ora è l'uso che non rimangono a casa se non quando il mare è proprio catti vo. "Lo avete visto il Montargentaro? Si riconosce subito perché non somiglia a nessun altro. "Sapete quanto pesce hanno buttato come rifiuto il giorno anniversario dell'Impe ro? Quattrocento quintali. è nutrimento. "A Roma". "Ma quel giorno non si poteva uscire. Soltanto quindici. non sono in mare tutti i giorni?" "Tutti i giorni?" "Trecento giorni dell'anno. Difatti è un po' tozzo. Ma ha un cap opesca che sa il fatto suo.

Bis ogna chiedere a qualche altro elemento le risorse per vivere e per ripiantare la vite. che ricorda architettu re di mondi primitivi. sonoro e lucente. La pesca sull'Adriatico è difficile. e su questa piantare la vite. Intanto l a popolazione ai piedi delle montagne si moltiplica incredibilmente. Ric ordo per esempio che una materia prima che manca alla Russia è la pietra. La notte è di quelli che tentano dalle spiagge più remote di raggiungere le città. Ma dove c'è il modo di tenersi al riparo. Ero distante appena centocinqua nta chilometri da Roma. e niente è più crudo di questi bastioni di pietra costruiti in modo ciclopico. pe r accostarsi alla terra. Per istrada incrocia altra gente. su questo monumento della ostinazione italiana. Questa dell' Argentaro è una. quelli che portano pane e uova. Tra le arti che gli uomini dell'Argenta ro sanno esercitare è questa della pietra. qualche superstite vi pianta qualche ortaggio: pise lli. in un vagone di terza classe. mentre le donne rimaste a casa. non ha nulla di pittoresco per impressionare gli uomini. guidando la motocicletta dopo aver guidato il suo motore in mar e. stretto m a folto. gli uomini hanno armato barche. i mercati. o al Caucaso. motopescherecci. col suo carico di pesca su un rimorchio. arida. Anche qui all'Argentalo ho trovato la stessa condizione. paranze. di fficili da colmare i binari dei treni. il mare ha pochi approdi. e tentano tutti i giorni le fortune del mare. che viaggia. aveva formato una specie famosa per tutte le contra de dei vignaiuoli. baccelli. Questo dramma si svol ge silenziosamente." Gli autocarri avevano svoltato la punta tra un nuvolo di polvere. con le mani intirizzite e dure che non riescono più a stringere un' altra mano. Ma il vino prezioso non spunta più. trasportare per la costruzione del le fabbriche la troppa pietra che rimane. intisichire. perciò quasi tutta la contrada è fatta di abi tazioni di legno. colmare la fossa. vedere la vigna spogliarsi. Con un co sì bel nome. dopo anni di selezione. disporlo a terrazze di pietra squadrata. e i vignaiuoli sono sta ti costretti a mettersi in mare. Il proble ma delle strade in Russia è un problema secolare da cui dipendono molte cose nella pace e nella guerra. cento migl ia a settentrione di Roma. enorme. che non sanno ormai cos'è la vita. e da quel flagello che ha distrutto in pochi anni molte vigne: la fillossera. una vigna. Dove la terra è difficile. tanto essa è divenuta complessa. Molti sono spint i dalle cattive annate. tanto sono abituate a una fatica troppo pesante. Per via di questo l avoro ingrato una colonia intera di marchigiani ha abbandonato quelle rive. liberare la poca terra che è buona. a un terremot o. disse il signor Loffredo. secondo i pochi soldi raggranellati e le economie degli uomini che navigano. carciofi. mentre qualcuno. e ri salendo il mare. paziente. che va peregrinando in cerca del guadagno della giornata. rip iantano la vite giovane filo per filo. Non ve n 'è fino agli Urali. per tutto lo stivale. . "Quando volete. che dove si può si pianta un orto. s i è stabilita a Bocca di Magra. Ne ha distrutte alle Cinque Terre. porta pochi chili di triglie o di sogl iole. Questo equivale a un disastro. d'inverno. con la sua scatol a di zinco. faticoso e duro ma pulito. ha fatto una notte di pesca e un'altra la farà in viaggio. la vita è piena di gente ch e passa."Va bene". È l a storia della Liguria. C'è penuria di pietra come da noi c'è mancanza di terra. verso i luoghi che comperano facilmente. bisogna far saltare i massi c on le mine. superati Messina e il golfo di Salerno. l'Argentare! Sul magro promontorio che dove c'è un riparo o un muricciolo o un poco d'acqua matura buono l'arancio. e bisogna d ar da mangiare ai ragazzi. portare lassù la terra a sacchi. La notte è di questa vita occulta che reca viveri verso le città assediate dai bis ogni. e perciò le strade sono difficili da costruire. ricco. e mi trovavo in un mondo estremamente lontano. per cui la v ite s'era adattata al luogo. bisogna lavorare seminudi in acqua. dalle Marche. q ualcuno parte dalla costa dell'Adriatico. Sul lavoro dei padri messo su con le mani aride dei cavat ori di pietra. la gente cerca il mare. La pietra è a suo modo una ricchezza. La fillossera ha portato la rovina. forte d'una forza quasi naturale. bionda e fertile. separata. Qui invece la pietra è troppa. è un capitolo fra i tanti dell'epica del lavoro italiano. Scalare un colle di roc cia. sempre in lotta ma tutti gli anni pieno di n uovi figli come un mai smesso atto di fede nel domani. Poi più tardi la motocicletta di qualcuno che portava un carico al mercato di qualche città vicina . e i vecchi. riprender la lotta che è già tanto acerba quando la vite è viva e sana. Conosco gente ostinata.

la corsa verso tutto quello che è buono e utile. nove pescatori. quando sono a terra. dietro alle spall e del padre. t utto quanto fa questo pugno d'uomini aggrappato alla roccia riporta alla mente u na saggia amministrazione. e ha otto cuccette col materasso. Sono tutti pare nti. il principio d'un lavoro. alla gente che va in frotta sulle biciclette. oltre alle p aranze. alle ragazze sedute in groppa agli asini. e in Maremma. gente va verso i fiumi dolci. La vorano a bordo d'un altro peschereccio. all'alba. una trama tessuta giorno per giorno in una vita comune e in cui è difficile entrare. spigolatura. Di mese in mese si leva una casa nuova. d'anno in anno strappa qu alcosa alla natura. "p er la pesca bisogna che lascino fare a noi di Port'Ercole. salutavano allegri. le rive sabbiose dove la furia invernale ha trascinato i tronchi degli alberi. Quelli che non possono. v'è la grande distesa della Maremma. La giornata è la preoccupazione esatta di tutti. pesca. la coperta. e domandano se vole te comperare telline." I portercolesi ridono tra loro. Poiché è in Italia. di una lotta." Difatti i tre uscivano. Loro sono navigatori a vela da togliercisi il cappello. "Questo più giovane è il cuoco. gli altri tre non c'entrano. con un ultimo frizzo. o dove le telline sono ficcate nella sabbia. Hanno già visi d'uomini. Un simile impiego dei giorni. mi disse Sabatino Ferdinando. La pietra del terrazzo è esatt a. Sapete che c'è? Da quando siamo noi qui s'è stabilita una gara. E bisogna dire che. Ci misero in barca invece di mandarci a scuola. o in piedi. qual che accento ligure. aspettan o. dove è stato fatto un r accolto la cui spigolatura promette di guadagnare la giornata. "E voi non bevete?" Il capobarca Sabatino Ferdinando non beve: "Di questo io. Che ci si può fare? Facciamo la gara. il capopesca del Montargentaro. Ci si nasce a queste cose. Ognuno che beve alza il bicchiere e mi dice: "Salute". Trio nfante. lungi dal dare l'idea della povertà. De v'essere questa un'operazione consueta. intorno al tavolo. Posa il bicchiere vuoto sul tavolo. un individuo ripia nta una fila di viti sul più alto terrazzo di pietra. navigazione. disperato. a piombo. Veramente sono famosi per la navigazione a vela. n e vuoto un fiasco per pasto. e di anno in anno sc ende in mare una nuova flottiglia di naviganti. la misura per dividere il tempo e per calcolare la vita. questo sarebbe il loro mestiere dopo quello di vignaiuoli e di agricoltori. A piedi. Alle spalle di questo promontorio di cui i viaggiatori possono vedere il profilo passando davanti alla laguna di Orbetello. seguitando il filo di un discorso che io non int endo. brullo e selvaggio. seduti sulle pan che. ricordano la grande comunanza del mare. I ragazzi si fermano alle case per chiedere un sorso d'acqua da bere. della Corsica e della Sardegna lontane. corrono dove si possa ricavare qualcosa dalla natura e dagli uomini. steso in mare come un satellite dell 'Elba vicina. c he è di quelli che preparano le partenze. È una di quelle . sarebbe spopolato. Uno dei pescatori sta riempiendo un bic chiere e lo passa volta a volta agli uomini che stanno intorno. A bordo il più giovane fa da mangiare.Se fosse in una qualunque altra nazione. Hanno un dialetto toscano in cui qualche costrutto napoletano. Questo è l'unico motopeschereccio che pos sieda un tavolo. il salvagente. "Eccoli: tutti portercolesi. qu attro da una parte e quattro dall'altra. Quando sono in porto si fanno visita e passano il t empo insieme. e in Toscana. A tratti ridono. dà un colore a tutto i l paesaggio. d'una marcia in guerra. Ancora uno sforzo. ai ragazzi e ai vecch i che vanno a piedi. Ma in mare non ne tocco". Ma noi di Port'Erc ole siamo pescatori dall'età di cinque anni. Tornano la sera. sono in boccio l'uo mo destinato a una delle vite più faticate del mondo. Dalle case piene di figli ve ngono a sapere dove è passato qualcosa che sia il loro bene. dopo anni di lavoro. Sei soltanto di questi sono i miei marinai. una ristrettezza previdente e di tipo familiare. buoni per fare un po' d i fuoco. "Per la pesca". Quelli dell'Argentaro hanno armato una trentina di motopescherecci. pronti a tutto." Sabatino Ferdinando è entrato per ultimo sotto il castello di poppa dove sono racc olti. liscia come un muro. Tutti si fanno attenti a un tale atto. Il più giovane della compagnia prende il fiasco smezzato e ci versa dell'acqua.

I sei giovani andarono." Questo legame promesso. donne della stess a famiglia e dello stesso sangue pensavano in quel momento ai sei giovani. un Crocifisso di ottone nella luce rosa della lampadina appesa nel mezzo. E non avevano quasi importanza i quindici o venti quintali di pesca. "Sono tutti cugini e parenti". mi accorsi di un Crocifisso fissato sulla travata di fond o. Sabatino. come succe de di vedere in certe figure etrusche. Il ca popesca il doppio. il punto d'onore. Sabatino aveva ancora la giacca sul braccio. e questo atteggiamento faceva risaltare quanto di virile e di già us ato alla fatica era in lui. mi disse il capopesca. Lesse l'ora. Era uno di quei tipi popolari italiani che si riconoscono come d'una famiglia. da una casa sicura. fissata tra una cuccetta e l'altra. Il tempo non ha ancora deciso quell o che vuol fare. e già con un viso più forte e solcato. il viaggio dei naviganti. e già calcol avano la cifra annunziata all'arrivo in porto. che termina ogni ventiquattr'ore e si ri nnova per altre ventiquattr'ore: l'ansia di domani. I l più giovane aveva finito di annacquare il vino. ma. una vecchia sveglia di quelle che si preme u n bottone per interrompere il suono del campanello. Sabatino con un gesto consueto legò con una funicella. Il motore cominciò ad andare. Posò la sveglia. Non doveva aver più di quar ant'anni. l'idea che in quell'ora i trenta motopescherecci dell'Ar gentaro erano in mare. come a un bene comune. "che l'altro giorno. alla gamba del tavolo. la panca da cui si era levato. sano. "Lui solo". Perché un pescatore ha un minimo di paga sulle dieci lire. e vo lgeva a me un viso stranamente infantile. per v ia di un certo naso all'insù. t ra altri fiaschi e bottiglie. Mi trovavo nel mezzo della più semplice espressione della vita moderna: l'ansia del lavoro quotidiano. L'agitò un poco per vedere se camminava. e si arrotol ava una sigaretta da un pacchetto di trinciato che poco prima avevo veduto sul t avolo. Erano blocchi di asf alto di qualche nave che s'era disfatta del carico. e po i cinque lire per ogni tonnellata di pesce che si riesce a tirare a bordo. e le ca ssette che aspettavano d'essere riempite. Erano le undici e mezzo. si disperse ro alle loro faccende. o mediterranee. Ne l cielo si vedeva l'albero della nave passare come se indicasse qualche stella c he brillava pallida tra la coltre dello scirocco. i pantaloni con la cinghia stretta sotto il ventre. e d' un tratto fummo nel mare aperto. paffuto. Quella volta il mare era discreto. Il cielo non prometteva nulla di buono: era gonfio e livido. era come se ammettesse in un'intimità solidale qualcuno ch e ne fosse fuori indebitamente. a cui. aveva qualcosa di ridente e di giovanile. Sette uomini in un'imbarcazione che affronta quotidianamente la sorte. dei lavori e delle opere che vanno terminati in un breve giro di ore. Ma gli altri come se ancora il rischio e i pericoli li avessero sfiorati al primo vento della gioventù. col rumore del motore che si attutiva nell'imme nsità e faceva pensare a quando si sente palpitare di lontano. il capopesca . Oggi non saprei dire. ma lo diverrà: è fidanzato d'una mia nipote. Appoggiato al finestrino. lucido come un legno prezioso. sette uomini cercavano nel mare grande l'incognita della fortuna uguale per trecento giorni dell'anno. Ridono d'un riso naturale. Il lavoro. e già col passo di chi va al lavoro. I tre ospiti uscirono. quotidian amente si propongono questo problema: se il mare darà a loro i quindici o venti qu intali che occorrono per strappare la vita e per dare da mangiare ai figli e all a madre di questi. e m' indicò il più giovane. Uno e ra un poco più avanti negli anni. nuovo. quando voi do vevate venire con noi. "Figuratevi". indurito dalla vita. Contava la gara. E mentre egli to rnava a quella parete. avevano attinto gli uomini dell'equipaggio. la fatica. mi disse il capopesca Sabatino. e lo posò in una cuccetta vuota. cercavano la profondità propizia alle loro reti." Si mise a guardare il cielo dal finestrino della gabbia del timone. Nella stiva c'era il ghiaccio. con una cura simile a quella di chi bada alle facc ende di casa. il sacrificio. Si capiva che tutti e sei ubbidivano a un'occhiata di Sabatino per il s uo prestigio e per un diritto di parentela. "non lo è. Si staccò da noi e cercò in una custodia di legno. Tutti gli altri erano sposati. tirammo su le reti con un gran peso. Brillò il faro alla svolta.compagnie tanto affiatate da lunghi discorsi che basta un'inflessione di voce pe r farli ridere. e tenen do docilmente il timone di quercia. un'espressione non consu mata da convenienze. il dolore. il petto nudo. nella tempesta.

ma tenetevi bene stretto alle sartie". Sabatino. e correva ve rso il timone. il pugno sulla guancia. pieno di vita. Ma i pescatori non dicono mai dove sono stati. Sento di etro a me un salvagente che attutisce gli urti contro la parete di legno. e che sapeva di dover svegliare i . Stando sdraiato vedevo che al posto del timoniere due gambe coperte da un paio di panta loni turchini erano ritte e reggevano un uomo di cui non vedevo il viso. siamo otto qui dentro. per esempio. dice Sabatino legando con una fune il timone a un u ncino. e s'impiega il doppio per tornare indietro. in trenta anni di questa vita. poteva sta re in mare molti giorni. e pre cedere i mutamenti del vento. Stando sdraiato vedo sopra di me passare lenta la catena del t imone. A me. ma una riforma: "Noi ora andiamo anche cento o centoventi miglia lont ano. ma ormai conosciuti e fidati. C'è un istinto sveglio nel sonno. Il motore batte esatto e uguale. Domani il vento ci batte magari di prua. Parla esattamente. Avevano tentato di tenergli dietro per scoprire dove fosse quel luogo. aggiunge Sabatino. Un marinaio s'era sostituito a lui durante la rotta tranquilla della notte. Bisogna andare dove si possa pescare al riparo. Succede. ha la sua riforma da adottare ch issà quando. Nella notte si sente appena il fasciame d ella nave crocchiare. il motore. con un gomito sul finestrino. rumori elementari. prima di coricarsi. la più vicina al centro della nave e al gabb iotto del timone. Qui dentro s ono in mezzo all'odore più profondo di bordo. e taglia ognuna di queste correnti con precisione come s e tagliasse il pane. "Noi adesso spostiamo di un vento e mezzo". e prevenire le sorprese dei venti. l'odore acerrimo di questa fat ica. vedo i marinai ciascuno nella sua cuccetta. accesa nel mezzo. di energi a e di volontà. D 'altra parte. E poi qua e là. mi dice: "Se avete qualch e bisogno. in questi scomparti. "Da come si mette il cielo mi pare che venga vento di terra. Voi soffrite il mal di mare? All'aspetto si direbbe che sopport iate il mare. sporgetevi a poppa. lo scricchiolio de lla nave. Invece devo tornare di dove sono partito. e si trattava di ra ggiungerlo in tempo per buttare le reti. il mare. sono impregnati dell'odore forte e umano d ella vita di mare. A volte si addo rmenta anche il motorista appoggiato alla macchina. andare a scaricare il pesce a Livorno. come se si assestasse. Vestito coi pantaloni lunghi. Alle quattro vi faccio svegliare io. La nav e va avanti da sé. una man o al timone. "Domani all'alba ci sveglieremo. La coperta. bastò a farmi saltare sulla cuccetta. Guardate che noi non torniamo indietro e non facciamo scalo in nes sun porto. avrei più tempo per pescare e n on dovrei perdere sei o sette ore per trovarmi sottovento. mi tiro addosso la coperta. Ma per poco. e io mi ero addormentato sui rumori che si accor davano insieme. da quello che prevedo. Vedo osci llare l'alberatura nel cielo smorto. nuovi. Andiamo tutti a dormire. quando sarò do ve dico io. sparsi. Al lume de lla lampada. s'è fatto anche un suo piano. dalla cassetta che la raccoglie. Sotto la garritta una grande giara di cr eta con l'acqua dolce oscilla appena. odore di equipaggio. Sabatino invece si levava ora dalla sua cuccetta. dove poggio le s palle si sente l'onda battere come la schiena di un grosso cetaceo. vari oggetti fra cui riconosco una pipa. fedele alla consegna." Sabatino m'ha ceduto la sua cuccetta. come tutti coloro i quali conoscono un lavoro intimamente. di bordo. Di tanto in tanto. Dal boccaporto arriva l'alito profondo del mare come una ventata. e il cuscin o cui Sabatino ha cambiato la fodera. Bisognerebbe che i pe scatori potessero indifferentemente portare la pesca nel porto che hanno più vicin o. che avevano un ritmo costante.Sabatino mi raccontava che egli aveva il suo posto sul mare. "Possiamo andare a dormire". il Mortargentaro aveva un motore di centoventi cavalli. Egli divide l'uni verso in otto correnti. e questo era il picchiare d'un piede calzato che batteva due o tre volte sul palchetto della garritta. poiché quel battere del piede era tutto quanto bastava per svegliar lo e chiamarlo al suo posto. e alla fine divenuti ragionevoli: ma poi un altro rumore. la val igetta che mi fa da schermo contro la luce." Sabatino. È coperta con un'asse di legno con sopra un pentolino per attingere. ma che non era Sabatino. farebbe comodo. in cui non lavoro". altrimenti ci taglia la strada e bisogna spingere molto più in su. Poi bisogna tornare indietro più che in fretta. Io impiego almeno dodici ore tra vi aggio di andata e viaggio di ritorno.

sicuro. difatti avanzava. Col piede nudo e teso. quattromila lire tra reti e cavi. di animali curiosi. Difatti l'aria era grigia. Ma dobbiamo essere sul rovescio dell'Elba". tirando su ogni cosa. ma lentamente. un marinaio mi v enne a dire se volevo accomodarmi a poppa. fumava il buon c affè nero. nel mezzo del nostro dormitorio. strigliando il fondo dell'abisso. Su questa terrazza costituita dalla poppa. alberature che impicciano. e si muoveva pigramente. Ora la nave pareva tenuta alla briglia da questi millecinquecento metri di funi e dall'acqua che doveva a quell'ora gonfiare il sacco e tenerlo aperto sulla vita cieca dell a profondità. ora di stracci. seduti in cerchio. nuovo ed energico. Intanto i cavi di acciaio arrotolati verso prua si s ciolsero e cominciarono a scendere per centinaia di metri in mare. Raggiunsi Sabatino presso il timone. "c'è il pericolo di impigliare nelle navi affondate. Sabatino disse: "Non vedo dove siamo. "Guardando la carta!" rispose. riparavano le reti la cerate dalla pesca dei giorni passati. Nello stesso tempo. E poi velieri." La nave andava avanti come un cavallo che morde il freno. e le onde che si levavano ora da una parte ora dall'altr a come apparizioni che prendessero strani aspetti. a perdita d'occhi o. perché disse: "Pronti". e si sentiva lo scroscio mentre ricadevano o si rompevano. abitabile. ora di veli. Il mare era grigio. Ora si capisce quello che vu ol fare il vento. sperduto e grigio sorse un gabbiano che poi scomparve come se avesse dato l'annunzio della morte dei pesci. la scena aveva qualcosa di familiare. e i cavi dovevano essere mollati per tre volte ta nto. Ci sono sette sottomarini colati a picco du rante la guerra.l suo capo a una certa ora. cui seguì poi un naufragio. e bisognava tenere l'equilibrio stando sull'asse di tutto il corpo. mentre stavamo aspett ando che passassero i quaranta minuti per la levata delle reti. limitato da ogni part e da una fitta nebbia opaca. aggiunse. Ora. A un certo punto Sabatino ricon obbe quasi uno di questi paesaggi. e si sentiva che qualc osa ci imbrigliava alle profondità. Vento di terra. a una velocità di non più che tre chilo metri l'ora. sul gorgo dove si stava compiendo qual cosa. E intanto il marinaio più giovane veniva avanti portando certe grosse tazze in cui. come se uscisse da una diga. vedevo i pantaloni da soldato di Sabatino. il mare. per me alme no. il sole si intravvedeva appena come di carta velina tra le nuvole. millecinquecento metri di cavi di acciaio. "Cinquanta miglia più su". spiando di quando in quando con occ hio distratto i flutti. Ma sulla scia della nave. le onde cominciarono a levarsi a ventaglio verso poppa. tenevan le dita della mano sinistra infilate nei buchi della rete. e con la destra pass avano lo spago con una specie di spola. Erano giorni che piovve cenere su tutto il bac ino del Tirreno. Abbiamo passa to un vento e mezzo. sommovendolo. Sdraiato nella cuccetta. di cui il dito gro sso s'era fatto piatto e largo nell'esercizio continuo di puntarsi sulla tavola col mare inquieto. e l'odore del caffè si me scolò a quello della carbonella e a quello della nafta. s'era messo a fumare un fornello. "Come avete trovato questo posto?" chiesi a Sabatino come se fossimo arrivati in un luogo riconoscibile. I sette marinai vi si erano radunati e. Dico che non c'era n essuno in mare. Per me era stesa una stuoia perché mi potessi sdraiare. la rete scivolò sul rullo mobile di legno ch iaro e si sprofondò nel mare. il mare dava colpi forti. ognuno stendeva la rete abbottonandola a questo dito. Non vorrei tornare a casa con questo be l guadagno. di sotto il tavolino. senza un segno. Qui il mare e ra profondo cinquecento metri. che dovevano permettere alla ret e di trascinarsi sul fondo raccattando tutto quello che trovava. perché questi marinai stavano a loro agio. Dal finestrino si vedeva. sotto una larga fetta di pane messa a coperchio. Laggiù dev'essere un inferno. spazzandolo. e l'acqua si smuoveva ora enorme e lenta. Il vento la sbatteva più forte trovando resisten za. Il ven to era caduto. Se fossimo dove ci trovavamo stanotte non potremmo regger i l mare. Non so quanto durò questa occupazione. lontano si stendeva una coltre di nubi come un grande eccetera sullo spazio. e indo . e che possono costare caro. I marinai si addensarono verso poppa. sotto una raffica di vento che lo s batteva come si sbatte un liquido in un secchio. senza un punto di riferimento. Io non mi reggevo né sdraiato né seduto e dovet ti riparare presso la gabbia del timone mentre il mare diventava più forte.

certi mostri ciechi. Si per de molto tempo. in un mondo abissale cieco e lento. con le pinze lunghe quanto un braccio. disse Sabatino. Uno di loro slegò il nodo che aveva fatto. E nello stesso momento." Il giglio araldico della bussola segnava fisso il nord. come spuntate dal nulla. uno stormo di una cinquantina di gabbiani venne avanti da poppa come una raggiera. alle lucerne. lo stormo dei gabbiani si posarono l'un o dopo l'altro sulla scia dove galleggiava qualche relitto di pesci sventrati e mozzi. mi parvero riprodur re. Mi tenevo alle sartie quasi appeso tra gli sbandamenti della nave che. disponendo ciascuna qualità nella sua cassetta. Non guardavo e non vedevo che il cielo. e il riscatto dell'imbarcazione costa mo lte migliaia di lire. come ho detto. la barca era come un enorme animale che volteggia sse sul luogo d'una preda. Si saltava. disse Sabatino. si profilarono a sinistra grandi montag ne in una fila di cime uguali. e una pioggi a che mi parve rosa come un getto di fiori. "Andiamo avanti e torniamo qui fra cinque ore. arrestano i pescatori. Ma niente altro. e da qualche rottura si vedevano spenzolare i tentacoli viscidi di qualche piovra. alcune code vibravano. il sacco si sciolse. un altro aveva l a testa a martello. come per un'apparizione. tirava su il carico. poi a un tratto la nave si impigliò come se toccasse l'acqua ormai sol tanto con la poppa. ai dentici. E così appe so mi sentivo levitare. Quando le cose si mettono a questo modo è un affare serio. con un mante llo che pareva di panno turchino intorno a un corpo da uccello. si rovesciò sul ponte. le o nde s'incontravano a grandi blocchi spalancando abissi per ricolmarli e riaprirl i." L'imbarcazione. A un tratto. "La Corsica!" disse Sabatino. mentre le sommi tà si levavano in un cielo ugualmente grigio e brumoso. Dopo aver inseguito un tratto la nave. e portava da t ribordo. ai palombi. Egli regolava il timone come avrebbe guid ato un cavallo in un maneggio. Quel viluppo mi pareva incredibilmente nudo. Per sfuggire all'arr . tornò al timone e puntò nuovament e verso nord. spuntato dal nulla. Il sacco si sciolse. e come decisi a demolire tutto. si mise stupidamente a minacciare con le pinze che portava come due altri animali attaccati a lui. forme umane. e la nave riprende va con violenza e con uno strappo vittorioso il suo viaggio. e turchina come un mucchio d'armi. bianca come uno scrigno di perle. Ecco il sacco sugli otto uomini adunati. mentre la rete si abbassava. Sabatino. "andate in coperta. Ora che il vento accennava a cadere. mi disse Sabatino. mostru oso dei pesci si accumulò e si sparse. si mise ad andare più lest a. Gli argani si misero a girare. come un braccio gigantesco. alle sartie. "Se volete vedere". "Vado più avanti". "Sono appena cinque quintali". Il gruppo dei marinai s'era levato in piedi a poppa. sotto i colpi del mare che in quello s quilibrio del peso diventavano enormi. "e torno più tardi a buttare la rete sullo stesso posto." Raggiunsi la coper ta traballando. Non ci si può avvici nare a più di cinque miglia dalla costa. Un ma rinaio aveva fatto scorrere la rete su un argano che si sporgeva. che là per là. il sacco chiuso della rete. mentre tutto mi traballava intorno. erano soffuse di bruma alla base. Su di esso un enorme granchio. Nel mucchio palpitavano. come liberato da un fr eno che lo aveva piegato in una sola direzione. sciolta dalla briglia della lunga rete. Uno che io conosco ci capitò una volta. Come colpito da una lama. I gendarmi sequestrano le navi straniere che vi capitano. accanto ai merl uzzi. Stavo appeso. che era sceso a considerare la pesca. e tutto palpitava co me nato alla creazione. una testa grande come il petto d'un uomo. vincendo la resistenza delle onde. Se faccio in tempo: prima che il mare si faccia impraticabile da questa parte. il mare. e riponendoli poi nella stiva tra il ghiaccio . Il mucchio lubrico. Questa rete rim ase un momento sospesa nel cielo. "Quella è la Serra della Corsica. Uno palpitava. I marinai seduti a poppa facevano lo scarto dei pesci. le funi si arrotolarono di nu ovo. il motore a rrotolava ora i millecinquecento metri di funi che aveva mollato. rigurgitava e si sommoveva. L'acqua colava come un umo re vitale. e la bolla d'acqua sul quadrante si stravolgeva vio lentamente. agli scorfani. gridando. ma la bussola oscillava forte sulla sua sospensione. Devo saltare ancora mezzo vento. alle sogliole. e un altro sembrava un topo. si aprì come un velario.vinavo ogni suo gesto e atteggiamento.

era. la sveglia. traeva il suo oro scopo esatto e senza pena sul tempo e lo stato del mare. Per quanto abbia navigato non ho mai sentito un mare simile. La nave andava avanti per quella solitudine con lo stesso stupore di chi la solcò per primo. altrimenti arrivate a stasera coi polsi rotti. Gli dissi: "La sera. mi ritrovai con le spalle allo scafo. mi diss e Sabatino. con i suoi ogget ti e le sue consuetudini. e si prendeva cinque o sei ore di sosta prima di tornare là dove sapeva di dover pescare. credendo che dopo due o tre balzi avrei potuto stabilirne i movimenti e regolare su di essi i miei. Rispose: "Certo. Ma mi sentii preda d'una forza troppo grande. Non avevo provato mai un'impressione simile. piegandosi sui pantaloni da soldato. "Voi mangiate?" mi chiese il cuciniere. Per quan to toccasse il porto tre volte la settimana. alla radio. piegato sulle ginocchia. Come sapeva tutte queste cose Sabatino? Egli reg olava la sua rotta sulla bussola e sulla vecchia sveglia. Avevamo avuto una rotta sempre su un ritmo dell'imbarcazione che oscillava sul suo asse . Io dissi in un ridicolo barlume di convenienza: "Mi dispia ce. Anche Sabatino si regolava secondo il suo istinto e l'esp erienza. Laggiù. sull'una e sull'altra d i queste cinque punte indifferentemente." Sabatino stette un poco a contemplare le grandi e serene montagne. i giacigli e il vasellame. come se le avessero dato un gran pugno da sotto. Dopo qualche secondo che mi parve lunghissimo. ma ora la nave cominciò a picchiare di prua. nello stomaco. nel fondo del mare. Sabatino s'era messo al riparo di questi monti come chi si sposti per evitare la corrente d'una finestra aperta. e anche qui intorno c'erano velieri. fece un salto. Si vedono i fanali e i fasci di luce delle automobili". con le cinque punte formate dalle estremità e dalla testa: avrei potuto poggiare. Sabatino. Scesi per la scaletta nel ridotto delle cuccette . Po i." Si accor se dal mio viso che stavo male. in una grande folla. mentre seralmente un uomo. mi accorsi che un modo per tenersi in un certo equilibrio era di andare avanti a balzelloni. e buttava nella pentola certi pesci spellati che avevo visto la sera avanti in un secchio. Non aveva denari per riscattarlo e lo lasciò ai gendarmi. disse Sabatino. il cimitero dei sottomarini. La nave tornò sulla sua rotta cercando il luogo che conosceva Sabatino. mi diceva: "Tenetevi forte. sarebbe comodo". Alla fine riuscii a scivolare dentro la cuccetta. "Tenetevi fermo". mi parve. Ma non vi preoc cupate di me". "ma non fate troppa forza. altr imenti vi fate male". e io mi senti i scagliato contro il soffitto della garritta dove era il limone. mentre il mot opeschereccio andava alla deriva. era un blocco compatto. si mette controcorrente: il mare ven iva in su come se premesse verso un punto in cui le acque erano più calme. si legge il bollettino del tempo a uso dei navi ganti". Sabatino si pu ntava forte stendendo le braccia e formando con tutta la persona una croce. Andando av anti somigliava a chi. e per un giorno la settimana rimane sse ormeggiata. si sprofondava e si risollevava. Il cuciniere disse: "Eh. Ma a bordo tutto era elementare. al modo dei canguri. so tto di noi. si distinguono le case. la nave costituiva un'altra dimensione di vita.esto si buttò coi suoi uomini in una barchetta e approdò alla Capraia. Io cercavo di reggermi in eq uilibrio sul plancito. con l'aiuto della scienza. Sabatino in questo mome nto fuggiva la bufera spingendosi verso nord. poi aggiunse: "Nelle sere chiare si vedono i paesi sulle spiagge. ma credo di poterla significare assomig liando me in quel momento a una stella marina. quasi che asse per asse tutta quella m ateria inanimata si fosse rinsaldata al modo dei blocchi umani contro il pericol o. e il centro della mia vita s'era trasfe rito stranamente nel mezzo. dove avevo sentito battere l'onda la notte prima. con questi mari si sta male anche noi". Levò gli occhi e mi disse: "State male?". verso la Capraia. e le mie facoltà di orientamento mi sfuggivano. ma ora il fasciame non scricchiolava più. Egli tirava fuori da un r ipostiglio certe tazze fonde e vi posava grandi fette di pane che tagliava compa . Risposi di no. Il marinaio più giovane stava accendendo il fuoco sotto il fornello del cacciucco. Mi ripetè soltanto che non s arebbe tornato indietro prima del giorno e dell'ora fissati.

accecati e grondanti. un'altra. vi sbarchiamo lì. è meglio che ve le risparmiate. perché la monotonia di quei rumori. "noi non sappiamo che mare avremo da quelle parti . siccome passiamo dietro l'isola del Gig lio. risentivo le parole che mi aveva detto Sabatino un certo momento. difatti. a girare il vento . e ormai sbattevo senza più forza nella scatola della cuccetta. mi disse Sabatino. disse il marinaio lavando i piatti con diligenza in un secchio. Gli altri marin ai entrarono l'uno dopo l'altro. l'annodò a un manico della zuppiera. a giudicare dal tempo che stette assente. d ue paia di gambe. "che io non posso saggiare di codesto buon piatto. giunti al porto e scendendo dall'imbarcazione. aspettando il solo momento che contava nella loro vita. "Peccato ". Erano sdraiati. quattro braccia che facevano forza sul timone. Ve lo consiglio. Ora si va verso Montecristo." Ora che stavamo entrando in porto all'isola del Giglio. mentre scorgevo nello scroscio enorme e continuo i marinai legati a una fune. Vi versò la zuppa e ne portò una prima a Sabatino che stava al timone. e me . fermandola con una mano. quello in cui. "Non si torna neppure se il mare è peggio di così. lavoravano a mettere al sicu ro i barili della nafta in coperta e a legare e a proteggere gli oggetti che il mare s'era ostinato a strappare. Nessuno torna indietro". qualche centinaio d'uomini st avano in mare. Scendevo con la mia ridicola valigetta. "Soltanto". e uscivano sul boccaporto. Le ondate li avvolgevan o e li trascinavano con loro. mi pareva di viaggiare in una grande bolla d 'acqua. Dal punto dove stavo. nelle loro cu ccette. raccolse intorno a sé gli altri cinque uomini dell 'equipaggio. Stando sdraiato. Un marinaio che entrava allora prese una funicella.tte e sottili da una pagnotta. L'armatore. ruggiti. mentre stavamo al timone: "La nave è fatta bene. per ogni chiodo ne fece pi antare due. tutti eravamo preda di un elemento più forte di tutte le forze umane. la riempì con quanto era rima sto nella pentola e la posò sulla tavola. al motoris ta. gr ida. Se volete. e assicurò poi l'altro capo all'altro manico. L'odore di quel pasto era molto buono. Nel barlume di coscienza che mi rimaneva. senza ranc ore né risentimento. e una reciproca premura troppo n aturale per sembrare affettuosa. mi rispose la voce di Sabatino. e per ogni travata una doppia tr avata. roba da nulla. i suoi uomini stavano intenti alla voce spaventosa del mare . e suoni come di sassi squillanti che si urtassero tutto intorno. cavavano da un ripostiglio i pantaloni. in una giornata come quella. for mava tutto un tempo. e a un tratto mi pareva di sentire che l'elica non toccava l'acqua e che il motore batteva a vuoto. vidi che al posto del timoniere si trovavano ora due persone. La zuppiera. Ancora sedici ore di mare peggio di questo . il mio ridicolo cappello di feltro. con gli occhi aperti." Doveva essere passato molto tempo. vedevo i marinai l'uno a ccanto all'altro aspettare di vedermi scendere. Non ci sarà da stare allegri. Gli altri mi strinsero la mano l'uno dopo l'altro. Molti hanno fatto naufragio pur d i non tornare". avrebbero dichiarato la cif ra dei quintali pescati. dissi. "E quando si pesca di nuovo?" "Abbiamo pescato. Aprii gli occhi e chiesi: "D ove sono i marinai?". poi tirò fuori una grande zuppiera con due manici. ascoltando la traversia del mare. L'onda si mise a spazzare con un rumore di pioggia uguale il ponte. scrosciava s ul castello di prua. la giac ca e il cappuccio d'incerata. e tutto quello che è di metallo è rame. "Eccoli". legata nel mezzo della tavola. accorciava stranamente le ore." "È andata bene?" "Quattro quintali. A quell'ora. Chissà che cosa faran no gli altri motopescherecci con questo tempo!" Una voce replicò: "Non tornano ind ietro. pensavo. Mangiavano allungando la mano e il cucchiaio ordinatamente. senza a ver l'aria di farsi posto e di cedersi qualche cosa o di contendersela: c'era un a disciplina e una giustizia in ogni loro atto." Egli parlò tranquillo. la passò s otto l'asse del tavolo. canti. Uno era saltato sullo specchio d 'acqua staccando una barchetta presso un veliero e si accostava a me per traghet tarmi. quando fu costruita.

dicendo ch e questo era un sovrano rimedio contro il mal di mare. I pescatori presso le botteghe s'informarono di me e di come ero arrivato. quasi tutte donne. noi: quando si andava verso la costa della Sicilia. E allora i pesci trovano cib o più facilmente. al punto che il suo vocabolario non registra i modi neppur di Firenze. mattoni. Spazzano il mare con le lunghe reti. Rivedendoli in viso uno per uno. Altro che caffè. dieci lire se gli va bene. che vergogna!" diceva la donna. guadagna nove. erano fuori dalle c ase.canterò benin benino. il Petrocchi fu invece progressista per quanto riguarda la sua montagna. "Che vergogna. e di tratto in tratto vi accostavano la lingua a leccare il buon sapore del sale. Una donna con un viso antico si mise a leticare con una vecchina che portava da soglia a soglia una sporta di piselli. cemento. la portavano nel pugno. e la montagna pistoiese uno dei luoghi inesplorati d'Italia. e poi come entravano e uscivano nella bufera a testa bassa tra gl i scrosci dell'acqua. fa questo lavoro. diceva la filastrocca. il giorno dell'Anime del Purgatorio. Andavano essi di porta in porta. la galletta e una sarda salata era la nostra razione. Io sbarcavo come un naufrago. raccoglitori della parlata spontanea come il Giuliani. Siccome mezzogiorno avanzava. un viaggiatore borghese avrebbe avuto tanta premura intorno a lui.s i farà un po' più massiccia". e usciva odore di cucina da tutte le c ase. ma hanno il motore. dissi io. d'ottobre. Vogliamo i fores . cantando a questo modo . è un mese. È una canzoncina d'improvvisatori della Montagna Pistoiese. Il fatto curioso è che il primo parlare che si fece della montagna pistoiese fu de i linguaioli. li facev ano scorrere tra le mani. "bra vi. avevano avuto anc he quella d'un estraneo che s'era voluto imbarcare e che soffriva fino a perdere la conoscenza." "Anche questa è una teoria". Il Montargentaro si allontanava. una borgata della montagn a. La barchetta mi posò sulla riva. qualcuno tornava a casa dall'aver pes cato un piattello di pesci. Le donne frugavano tra quei piselli. Veramente il Petrocchi era nato a Castello. autore del famoso vocabolario italiano. forse. tutti pesciolini cui non si dà il tempo di crescere. certe bambine vennero alla spicciolata in bottega a comprare una sarda sala ta. li riconoscevo come s'erano accostati al mio giaciglio. come fanno pure i canzonieri francesi. ditegli che fino a questo momento ab biamo riempito trentasei cassette. hanno la rete con gli argani. fra i quali molti ripassando il Ponte non hanno più cittadinanza di qua. e poi hanno il caffè alla ma ttina. fece una retata di naselli piccoli come un dito mignolo. ma quelli di là d'Arno. "Bravi pescatori". Gli abitanti. disse filosoficamente un marinaio d'una tartana. come chi per seminare rivolta la terra. e io devo pagarti i piselli diciotto soldi il chilo. Se mi date un po' di ciccia . "smovendo il fondo del mare. E capii che tra le altre preoccupazioni. Vendeva i pis elli a diciotto soldi il chilo." La donnina andava più in là a sentire un'altra canzone. Scarica e car ica calce. Conservatore in fatto di lingua. ma un parlare ad aita voce in cadenza. e non era proprio un canto. Conos cevano di fama l'equipaggio del Montargentaro. un bravo figliolo che conservava il guardaroba della sua mamma che nessuno dovev a toccare. e di cui qualcuno della generazione di mezzo ricorderà le descrizion i dell'abate Giuliani. Quelli sono signori." "Ma". Le case erano di cannicci affumicati. Tartane e velieri sono in secco. Sabatino mi disse l'ultima parola: "Se vedete il signor Loffredo .ntre ciascuno di loro mi stringeva la mano. recentemente. ment re l'oste mi serviva un'alice con olio e aceto e un bicchier di vino. Policarpo Petrocchi. sul porto. al tempo della pesca a vela. è una fila di case disposta a semicerchio. Il Giglio. e sull e coste inospitali della Calabria. e tra poco non ci sarà più pesce. ed erano i poeti popolari a cantarla. Ravvolta in un pezzo di carta gialla. "Non vogliamo case affumicate. e fui la novità di quella giornata. Uno di questi motopescherecci. almeno nelle antologie di scuola. poiché arriverete col postale prima di noi. io pensavo che in nessun altro paese del mondo. Il resto lo faremo sotto Montecristo". e pensavano alla spesa della mattina. che non sapevan o di lettere. Dovranno andare sempre più lontano. dicevano. e vocabolar isti come il prof. poi lasciavano andare e rimanevano pensierose a guarda re il mare. poiché gli uomini navigavano. queste reti rivangano il nutrimento dei pesci. DALLA MONTAGNA ALLA MAREMMA "Se mi date un po' di vino . " Il mio figliolo è su un veliero sulle coste della Sardegna.

con due parole ne disegna il carattere. La ve cchia con cui sto parlando. sbattuta di qua e di là. e ricorda l'umanità vi va avida e potente dell'emigrazione di quarant'anni fa.le vi siano riguardate". la noia degl'inglesi. Questo accadeva verso il 1890. Gioventù.pregherò per le galline . ma abituata. A volte non sanno neppur leggere. Qua rant'anni fa nella montagna. come li chiamano qui berneschi. mentre il marito era al lavoro nella miniera di carbone. Londra. gente ingenua. a costo di tutto. la tromba di un'automobile suona alla svolta alternata di strisce b .che da volpi e da faine . Ella mastica un po' d'in glese e di francese. ohi. È vienuto il professore. sono solidali fino al sacrifìcio. ma non toller ano sopracciò. e rifà il verso del birraio tedesco. è ancora vivo nella mente di costei. e dai suoi mutamenti si misuravano gli anni che sono passati. C'è fra noi una vecchia donna. spende tutto il suo per restaurare la chiesa e il cimitero. ricorda ancora qualcuna delle strofe volate un tempo . sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l'orologio del luogo e che fiorisce a primavera lassù. dei loro seni sotto il giacchetto. che scaricava il barile di birra nella sua casetta in Pensilvania. ho male.coronato di rose e di fiori . la parlata era a questo modo: "Ora mi viesto. nella montagna pistoiese. Gli cocerò du' ova". si discuteva ancora di lingua tra boscaio li e carbonai. Trattati da amici. e di que i modi. e rifà il suo stesso verso di quando era malata e le pareva di non riuscire a dir tutto in inglese: "I am sick. ed è lei a rifare il verso di quella parlata. nel loro dado di cemento tinto di turchino. dicono. diceva. compongono poemi a memoria. si sente il crollo d'un ramo tagliato nel bosco spoglio d ei castagni. e secondo quello che sentono dire . e il ve rso del meridionale italiano bracciante. E oggi. una strada mod erna. in una borgata. E i questuanti dell'anime del Pu rgatorio seguitavano: "E per l'ova che mi date .ra gazzine coi vostri amatori . di ogni regione d'Italia. le tendine dietro i vet ri della porta. ed è curioso che fra toscani i tempi che passano si riconoscono spesso alle parlate. lo fa ancora. a esprimersi più per gesti che per parole. versi. Ora l 'infilo la gonnella e viengo giù. sorvegliata. sick. un ingrandimento fotografico del temp o giovane. Una strada tra le più belle d'Italia corre tra Pistola e l'Abetone. Eppure ella ha girato Parigi. Quando parla di essere stata male e di non averlo potu to dire nella sua lingua. il passo delle guardie presso le dimore dei signori di Londra. le donne in costume da sciatrici non finiscon o di stupirsi dei loro fianchi stretti dalla cintura. Tutti attorno ridono. del loro ventre sotto le b rache alla marinaia. un orologio "germanese" che batte forte e sicuro da trentacinque anni. e sotto a ciascun nome il paese. Ella ricorda i compagni di strada . che ridono della vecchia lingua e delle capanne affumicate d'un tempo. C'è ancora brava gente di qua e di là da una strada modernissima e li scia. La lingua è la pat ria. Ognuno ha il suo modo d'intendere la razza e la discendenza. che contrastano dandosi un tema e rispondendosi in ottave. Dice dei meridionali: "Sono buoni.tieri". e fece arrivare tolette e cassettoni. in terra d'America. e ha il diritto di dire che la lingua s'è corrotta praticando i fore stieri e leggendo i giornali: tutto il contrario di quello che dicono questi vec chi. E dietro i vetri incrinati c'è un bravo prete che mangia sì e no una pappa. curata. Ohi . e qualche soldo da parte. sui cui margini sono trapiantati in bell'ordine i gin epri. Il ricordo di questi versi. ho male".alla porta veniteci aprì". gioventù!" Non ricorda che gioventù. Ce n'è uno che ha tutto un poema sulla guerra. Spesso sono boscaioli e carbonai. l'America: ricorda le cimici di un albergo di Parigi. per tre quarti della sua vita fra stranieri. Le macchine vanno e vengono. batte un'incudine. dei loro piccoli piedi n egli scarponi. lascia intravedere il dramma della vita familiare ital iana. di questi poeti popolari. anche il prete scrive. Ma già ai piedi della montagna. avevo letto il manifesto annunziante una gara poetica in cui i nomi dei competitori erano scritti come siamo abituat i a vedere quelli degli attori dei manifesti dei teatri. Ce ne sono. un tappetino d'incerata sul tavolo. Più sopra c'è una chiesetta di pietra col campa nile pendente. Va' a piglia' la legna giù nella stalla. Fece preparare per primo a una sua nipote due stanze per un cert o signor Pupilli di Milano che fu il primo villeggiante della montagna pistoiese . per la quale quarant'anni di emigrazione dopo dieci anni di vita di carbonai sono rappresentati da una casa pulita. come questa: "Il bel mese di maggio ritorna . Si sente suonare una campa na. come un veterano i suoi compagni di marcia.

Dove sono gli uomini? Li aspettano. capace ancora di ridere e di r icordare i vecchi tempi. Nella chiesa non ci sono che donne. la casa. veloce. Certo. RIOMAGGIORE Suona bene il rivo di Riomaggiore e fa più allegria che il nome stesso del paese. e quelli che torneranno ancora di qui a sei m esi. do po trent'anni di assenza". questa costruzione su cui è tutto l'assalto del popolo italiano da anni. La famiglia. . il mondo moderno della strada e di pa ssaggio. più di trecento uomini. la cintura di cuoio nero che stringe loro i fianchi è l'unica loro e leganza mentre stanno in ginocchio. a pensarci. in Australia. furono mandati a una città lontana cento chilometri. ma cinque sono già troppe. in Maremma. guai. antica come il mondo. e li distribuisce in giro. Il garzoncino è un ragazzo di sedici o diciassette anni. Il l avoro italiano non trasformò soltanto la capanna affumicata in un dado di cemento. che non riesce a fermarsi per vedersi. rappresenta un enorme afflusso di popoli tra i pericoli di un'odissea. in Sila o in Corsica.ianche e nere. tutta la persona aperta nell'atto di vibrare u no strumento di lavoro o di gettare un peso. per San Giovanni. Piantato sui pi edi grandi e con le punte aperte. Cocitori e carbonai si formano in compagnie. Se l'altro non ubbidisce. Non soltanto. Non c'è atteggiamento italiano. Ogni compagnia ha la capanna. secondo l'ordine. in chiesa: gli uomini lontani da anni all'estero. a una banca. Vanno. E soltanto una tecnica precis a. è piena di speranza. il capoccia gli domanda: "Perché hai saltato? Tu non devi saltare ". il mestiere è quello del carbonaio. la testa piccola sullo sviluppo eno rme del tronco largo. taglia la polenta o il cacio. Li arruola un padrone che viene dai boschi della Maremma o della Sardegna. e la sua gioventù di dieci anni da carbonaio. dava e dà loro diritto alla vita. la Calabria. in tutta Italia e fuori: conoscono la Maremma. che non nasce da que sta responsabilità. ogni compagnia è di quattro o cinque pers one. le speranze diventavano spine . lasciando ancora a ntica la vita. Una volta. che cosa sarebbe una partenza? Quando arrivano sul posto. cioè del tempo non controllato. ogni compagnia ha un capoccia. tutta la sua salute. Però mai come nella vita italiana questi fatto ri sono decisivi. dice: "Con le macchine hanno rovinato tutto il mondo". un tempo. alla quale si può ridurre molta della nostra storia. che entra veloce nel vivo del paesaggio. ma che implica una famili arità con gli elementi. alla maniera che chiamano "a b uon Gesù". vestite di nero. dice il vecchio con cui sto parlando. prima della protezione sindacale. cominciarono le partenz e per l'America e per la Francia. Ognuno d eve prendere con le sue mani il suo pezzo. in mezzo alla capanna c'è il fuoco acceso. come dicono qui. ge neralmente una cinquantina di compagnie. coi gomiti levati sul banco troppo alto. a queste delusioni. divennero minatori in A merica. Soltanto una formazione familiare. quella buon a e quella cattiva. all'apparenza molto semplice. banditi di strada e profittatori e venditori di carne umana. a questo travaglio. Il capoccia è il padre della compagnia. come andavano . la lavorazione va all'aria. p er tutti i popoli del mondo la donna è importante e per essa si torna a casa. senza sole. Se salta. si fanno la capanna di zolle. e torna no il 24 di giugno. Dietro a queste spine. e s pesso. il guadagno vien meno. la Co rsica. la compagnia si disperd e. dai boschi. Questa è la salute del carbonaio. finito il lavoro. Nella montagna pistoiese. Ecco che cosa as pettano le donne inginocchiate con gomiti troppo alti sul banco. Venne il tempo delle miniere. poi tre uomini e un garzoncino. cari i figli. Un tempo l'acquisto dei generi era obbligatorio presso i padroni delle macchie che davano il granoturco e il formaggio a prezzi esorbitanti. e che è tutto un altro mondo. ottant a compagnie di carbonai. e non deve saltare. la Sardegna. ma il nucleo familiare è la formazione di combat timento dell'italiano: il panorama delle prime lotte del popolo italiano. là stende il tovagliolo per mangiarci. ma arricchì e alimentò categorie intere di persone per le cui mani passava cotesto lavoro come l'oro. altr imenti. Il mondo divenuto piccolo e praticab ile. rappresentava una garanzia di difesa dai pericoli. La partenza è piena di promesse. conoscono la Francia: straviati. Partono ancora il giorno dopo i Santi. e la banca non esisteva. quest'uomo di settant'anni. il capoccia fa le p arti del cibo. Il guadagno si spartisce alla fine della stagione. D ove il carbonaio siede. "Mia madre morì sei mesi dopo che io ero tornato. in questo torrente umano. in Francia. per tenere i piedi caldi. fondamentale è la famiglia.

Lo so. M'accadde in Maremma. le scale e i ponticelli danno ingr esso alle case brune e rosa a ridosso del monte sull'altra sponda. Stretta tra monte e mare. che si stende tra valli e monti per tutt o il massiccio che precede La Spezia. Questa è sul mare la porta stretta d'uno strettissimo paese. continuamente all'assalto della terra. La valle sale ripida verso settentrione incontro ad altre valli che solcano la r egione aspra delle Cinque Terre. e. è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vite di questa cont rada. ancora s'immaginano le distanze come nei tempi dei tempi. il verde della vite. Né da destra né d a sinistra nel breve arco dell'approdo si scorge la costa. e lava sempre la roccia ch e regge sicura la montagna. anzi aveva una vite di questa contrada fra le sue. di dire a un vignaiuolo de l mio viaggio. si accordano in quella luce che è densa come in tutte le valli. sfocia in breve nel mare per un delta largo di pietra che è un difficile approdo. E anche qui era cominciato il lavoro per cui giustamente va famosa la contrada del le Cinque Terre: la scalata della vite alla montagna." Questa celebrità contadina . un disegno di fili di f erro regge i tralci della vite. tra una spall etta e l'altra del rivo incassato in un letto di pietra. chiusa tra il mare e la parete verticale di pietra bruna. la contrada delle Cinque Terre. Forse l'att itudine italiana alle arti ha inizio nel suo contadino e nel suo lavoratore di t erre. Il treno dà accesso al luogo per una stazione tra due gallerie. Qui il mare batte profondo e cupo tempestando contro la roccia. Qui risuona il rivo che ho detto. un tempo celebre in tutta Europa. la natura delle piante e i sistemi degli uomini. Il colore crudo della pietra. sono famosi quei di là. La s tessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico. Come nei racconti dell'infanzia. e lo riempie della sua presenza. E naturalmente uno dei più diligenti. un nome dritto c ome uno sparo. nascono dallo strapiombo sul mare . presso gli arch i e le caverne vuote. scendendo giù dalle Cinque Terre. Questi luoghi e colori amò il pitto re Telemaco Signorini. e dicono il sito dei luoghi. forse il p iù stretto fra i paesi italiani. umide di colaticci. il rosa delle abitazioni. Parlano guardando l'orizzonte. raccolta come una bestia sul suo nato. Son dive rsi i vini che vi si producono. avvicina le con trade in una consuetudine primitiva di rapporti che passano i monti e le regioni . un pergolato si stende su un diligente intreccio di fili per tutto il corso dell'acqua. il mare non ha risparmiato neppure un pugno di terra. per il paese folt o nella valle in pendio. per un sottopassaggio tra le gole di mac igno si raggiunge l'abitato. e la strettezza a un'armonia addirittura formale. mi piacciono i contadini che parlano di regioni remote. quello big io del muro nudo. fra gente che lavora a regola di mestiere. Il mare qui è molto inospitale. Dunque. su cui si leva qualche abitazione alta e scarna. è un massicc io con cinque paesi che da secoli hanno dato la scalata al monte portando la vit e sino alla vetta. Passo dietro passo ha costruito per tutti i colli e mo nti attorno un sistema di terrazze. Scavalcando il rivo. Così è nelle Cinque Terre. È un lavoro di gen erazioni: un incalcolabile numero di gesti per assestare la pietra della moricci . è un'opera dell'in gegno italiano come tanti altri luoghi di una Italia troppo stretta. Basta guardare come l'opera dei campi è bella dove è nata la nostra arte. Questa è la regione della Liguria famosa pel suo vino. spesso là dal mare. nemico e intrattabile. apre gli orizzonti. I colli sono nudi d'alberi.suona chiaro nel suo letto di pietra per la valle chiusa in cui si raduna l'abit ato. Il maremmano conosceva di fama la regione. una terrazza sull'altra come una scalinata c omposta pietra per pietra e colmata di terra palata per palata. chiusa tra i monti e il mare. gli scogli lo chiudon o. mi disse indicandomi il colle "è un sistema da Cinque Terre. Al contrario di quella arborea dell'I talia meridionale che confonde la cima con l'olmo e il pioppo cui s'appoggia. Me la indicò tra i filari come un personaggio. "E questo". Anche qui in Maremma la vite era piegata sul filo in modo da frondeggiare contro il salino del vento e riparare il grappo lo. l'uomo ha comi nciato la sua ascensione. uno famoso si chiama Sciacchetrà. dal primo gradino formato dallo scoglio che rattiene l'onda. e mi r accontò come e quando l'aveva avuta. quando viaggiatori e naviganti portavano da terre lontane le piante utili e buone. scompare sotto le case fatte a cavalcavia. qualche barchino in sec co attesta una piccola vita di pescatori.

Questa un iformità dello stile dei genovesi è il loro carattere più vecchio. qualche pianta smagrita dal libeccio. si perderebbe quello nu ovo che è singolare. Ricordo. tentativo fedele d'una scalinata celeste. hanno il movime nto d'una spirale. costruiti come fortilizi. senza più sp azio di quello che la città concede a una qualunque abitazione. è dive nuta famosa. verdi. Un passaggio tra pietre. un nastro di strada davan ti alla stazione. non s'è fermata a una stagione della propria vita né a un tempo né a un costume. ridenti. In tutto quello che è architettura genovese v'è un'estetica del perpendicolare. La vecchia ebbrezza del vino no n ha una storia più faticosa di questa da cui son nati e hanno prosperato cinque p aesi. una galleria nella roccia. non gravita intorno ad essi. quand'uno è costretto in poco spazio. la torre domina cilindrica come un silo. è piantata nel mezzo della chiesa dove soli tamente si leva la cupola. ma li comprende tutti. l'acciottolio della zappa. tarchiata e nocchiuta come un vecchi o italico resistente al lavoro. il miracolo di chi vi camminò sopra. S i può immaginare quale fosse Genova nel suo tempo comunale mettendo insieme i rico rdi genovesi disseminati nel Mediterraneo fino al Mar Nero: la pietra scabra. In una lotta così esatta con la strettura. e lo stesso aspetto dei magazzini che si vedono ancora oggi a Costantinopoli. La trovai seguendo una compagnia di ragazze e di giovanotti vestiti a fest a. L'idea che balenò qu alche anno fa. sotto il muro del Sette e Ottocento. la cui importanza sta nella sua continuità di vita e d'animo. De ve rimanere assai poco. ugualmente impraticabile come la valle stretta. Dal punto più alto della città. versarvi la terra trasportata dalle donne cofano dietro cofano. nelle più antiche chiese geno vesi la cupola è tutt'uno col campanile. delicata come una donna dei paesi del sole. dal muro a strisce bianche e nere dell'anno Mille fino al palazzo floreale della Borsa. fino a settecento metri di al tezza. che fa ricordare. e non è strano che molt i viaggiatori li abbiano sfiorati senza capirli. piantarvi la vite. e poi il tralcio frondoso è adagiato in modo da riparare dal vento bruci ato del mare il segreto dove il grappolo matura. qu el tanto di ciclopico che l'architettura genovese ha portato fino alla Crimea. rendeva lieta la brigata dei giovani che andava su e giù pel sentiero or nato di qualche panchina. e pareva una passeggiata intorno al bastione d'una fortezza. dal Castellaccio. del panoramico. di riscoprire quello che poteva rimanere di Genova medievale e co munale. e si stende in un fondo compatto il tonfo uniforme del mare. si potrebbero tradurre in suono: un sibilo lungo echeggiante da valle a valle nella solitudine in cui rompe preciso lo schioccare della forbi ce del potatore. porsi tra monte e mare. i monti delle Cinque Terre si levano col sistema loro di terrazze innumer evoli. fortunatamente non fu mandata a effetto. e sotto il mantello di qualche trasmigratore è stata portata come un esemplare fidato oltre la stretta catena delle Cinque Terre. q uasi un ricordo della città costruita nel sasso. Questo sentimento di spazio. da un lato la parete scoscesa del colle coronato di viti. si può st udiare bene la struttura di Genova. anche perché dettato dalla somiglianza del terreno dovunque siano sbarcati: si sono dovuti sempre arrampicate. e alla svolta un viottolo a mezza costa del monte. La buona vite cui basta poco terreno. qualche agave. il mare grande. scalette strettissime per la china rendono praticabile quest'opera e raggiungono le case solitarie tra i vigneti sulla cima del monte. dall'altro lo strapiombo sul mare. forse non si riguadagnerebbe il carattere antico. anche la passeggiata di Riomaggiore è ang usta.a. dove il salino pure minaccia le piante. Tra le fratte e i pini marittimi ci si ritro . Poiché Genova offre monumenti ill ustri quasi per caso. COLORI DI GENOVA Il carattere e la struttura di Genova sono fra i più gelosi. Per uno spazio di otto miglia in lungo e in largo. l'ultima torre genovese del Bosforo che di lontano risponde al tronco della torre di Galata. Come in una grandiosa scena di teatro. intrecciarvi sopra il filo di ferro in modo che la montagna tutta e le alt re son coperte da questa ragnatela su cui ogni anno si stende il tralcio nuovo e si lega. Era come voler mettere ordine i n un blocco unito atteggiato nella sua architettura dalla natura e dal tempo. Il viottolo gira per le pendici fino alla prossima valle. o in una cupola gigantesca. libe ro. della pietra d'una volta. dove pure il suolo è crudo e ha bisogno di piante tenaci. e t utti i suoi monumenti sono schierati lungo lo scoglio cui è aggrappata. in una brumosa matti na di primavera.

tra la gente migliore. o che proprio la loro scelta cada su terre difficili per la necessità di abitare gli approdi. con la bizzarria degli edifizi intorno a cui corre e serpeggia la medesima strada che li tocca al pian terreno e giran do li sovrasta all'ultimo. tempo del teatro e delle grandi fortune marinare. e questi ricordano quelli. fin verso Amalfi. fin dove. i grattacieli del porto di N uova York. come si vede. queste decorazioni danno l'impressione di scenari del Settecento. ques ti edifizi si puntellano l'uno con l'altro. Esiste nel profondo de lla vita del Mediterraneo. più oltre appare una strada. superfici lisce. le rotonde dei muraglioni ch . una razza unica cui è difficile assegnare altro ceppo che il mare. come per un vago odore o ric ordo o suono. lontano. poi le strade che dividono questi edifizi sfogano da una pa rte e dall'altra su un panorama di tetti più bassi. i tetti sembran o quasi aiutarsi a salire. cor nicioni. di semplice lusso. è sospeso in alto come a una gru. bugnature. la città non è più che un'ultima casa bassa. anche la più modesta. dando il senso di un'altura resa prati cabile in cui alla fine ogni accidenza del terreno è sfruttata a scopi di architet tura. Questo mi parve curioso a Porto d'Ischia. quando lo vidi la prima volta. nella luce de lla sera. stranissima al primo vedere: sembrano enormi vocabolari allineati. Dai pianerottoli. all'improvviso. Anche sulla costiera di Amalfi l'architettura popolare si adatta alla monta gna colle sue scale lunghe come viottoli. i colori li distinguono. muraglioni. il rosso e il rosa sono i colori delle loro c ase. lastricato nel mezzo di mattoni rossi disposti per taglio. sul cielo.va come quei gruppi che nelle vecchie carte panoramiche siedono fra gli svolazzi del titolo: un bimbo raccatta sassi. A un certo punto l'architettura piemontese si fa sentire. torri castelli e fortezze ricordano i mag azzini. solo qu alche cupola emerge come su uno specchio. ma decorate spesso di false prospettive. L'ardesia grigia e azzurra dei tetti de lla città forma un lastrico compatto che si alza e si abbassa a seconda del terren o. archi. ma senza quasi dislivelli repentini. in alt o. Così il parallelepipedo della casa prende un colore teatrale. di sette o otto piani. Hanno vivi colori. bastioni. si respira il forte odore del porto. che a certe ore. le finestre lunghissime e stret te. edifizi stretti e alti. finestre con gente affacciata. e più su s embrano di un piano solo. ma una grande città costruita tutta a questo modo diventa un capolavoro. Stando a Genova.. quasi irreale. se ne vedono lungo la costa del Tirreno. che ricorda vecchie città del nord. edifizi che da una parte son di sette piani. traversando un po nte. V'è un senso di vicinanza nelle facciate strette e nelle finestre vicine. con un'uscita sotto e una sopra. Genova si configura nelle forme più diver se. e il cubo monotono della casa moderna che richiama alla memoria città orizzontali. Paesi arrampicati sul declivio del monte.". vi ricordate di cento altri luoghi diversi. A Genova e in Liguria si trova poi una forma di città e di abitazione che ne lla costiera napoletana è appena accennata: la casa altissima lungo i porti e gli approdi. un gruppo di scolari ripete la lezione per gli esami: "Quand o si determina il rialzo dei prezzi. una ragazza col suo cane segue l'entrata d elle navi in porto. perde il senso del volume e non è più che colore e illusione di scena.. La ristrettezza dello spazio impone dovunque le sue necessità. un orto. v'è una forma di costruzione. ne è una capitale. sul mare. Essa appartiene all'internazionale dei paesi marini . e viene a mente come in un altro porto l ontano lo stesso odore si mescoli alla nebbia e al fumo del carbone. si scorge il qua rtiere sottostante con le sue convergenze di scale. Dovunque vadano. e sulla ripa di Genova si allineano i grattacieli come li poteva concepire il Sette e l'Ottocento. ma in Liguria tutto questo è svolto in grande. scorre per i pendii come un fiume. rifanno aspetti di vita simili fra loro. leggero. al punto da ricordare un'altra curiosità architettonica. V'è qualcosa della nave nel loro disporre i paesi. Dovendo pro fittare di tutti i capricci del terreno. tutto dipinto. un vicolo stretto fra due mur iccioli. sembra precipitare in disordine negli avvallamenti. Dal più alto al più basso. tra casa e casa a un tratto appare il mar e. Che ci sia una spianata e si allineano quattro o cinque enormi cubi da città m odernissima e piana. è difficile scorgere una strada o la facciata d'una costruzione. come i n quella piazza e chiesa Carignano. Ho detto che Genova ha in sé il tema di molti luoghi e di tutte le città marinare de l Mediterraneo. un modo di abitare che si s omigliano nei luoghi più diversi del Mediterraneo: forse per questo a chi viaggia sembra che i vecchi luoghi sul mare siano stati sotto un solo impero.

tutto quello che avevo veduto il giorno si legava a lui. di piccoli monumenti arcaici imprigionati tra costruzioni del Sette e dell 'Ottocento come è raro vedere altrove: la misura antica contenuta nella popolosità e smisuratezza moderne. in cui la luce filtra con un colore marino. del la Spina. strade c he ricominciano sempre daccapo. da questo impiego d'un tema antico. veniva su da quelle annunciazioni improvvise con cui il popolo a un certo punto ridà l'avvio all'arte . d'un canto antico e primaverile. dall'alto del timpano della chiesa a più o rdini di colonne sovrapposte. dritte. i vestiti all'ul tima moda. Cento altre chiese e palazzi di Genova sono tra gr andi edifizi che sembrano coprire cotesti monumenti quasi col loro stesso tetto. tanto che è causa di c ontinuo stupore vedere aprirsi in questa incredibile dimensione porte e androni. ma questo a me accadeva naturalmente. In breve. porta un gran mondo nel pu gno. come è il popolo. Mi riapparve l'Arcangelo San Michele. il giardinetto col basilico. l'ho sognata. bolognese o napoletana o lombarda. il sole vi si fa strada a fette. Da lle luci sfolgoranti dei luoghi alti si passa a luci di acquario. un acquedotto divenuto modello d'un'architettura sacra. molto in alto. una galleria coperta. quest'angelo mi appariva come la resurrezione d'un mondo sulle rovine di quello vecchio. il mondo trascors o era un grande deposito di favole umane. raggiungono il pianerottolo. Basta che si apra una piazza su una dimensione sufficiente del terre no. Dove lo spazio si restringe. sempre o quasi sempre a livello di una strada più alta. interni. o il palazzo Doria. come succede a chi va in montagna. la strada è coperta. fino a Sotto Ripa dove si sente. e ogni cosa si rivelava con l'improvvisa facilità con cui i sogni apro no il senso della verità. Ora. Quello che avevo veduto il giorno prendeva senso da questa memori a notturna. MEMORIA DI LUCCA Ho veduto Lucca e poi. così accade di sentire leggendo un verso classico magro e t emprato nella sovrabbondanza di una prosa recente.e arginano uno sprone del monte e formano un nuovo principio di strade. ed egli. a triangoli. giovane. c ol viso di tutti gli adolescenti dell'arte primitiva. menta. quasi vie naturali che immettano in un regno di natura sulla cima di u n monte. di mercato settimanale. il peso della città intero. e il senso di ritrovo di ragazzi di sera chiass osa. là è il più vecchio colore d i Genova. intima come una casa. un'umanità indaffarata. quest'angelo dal viso né adulto né giovane. ma meg lio. c ome se entrasse da finestre in un luogo chiuso. e l'Italia il punto di convegno di tutte le favole. più in alto di quanto si pens i. come si sente il peso d'una roccia e d'una grotta su l mare. le piante odorose che condiscono la cucina genovese. con un forcone divenuto lancia tiene a bada il diavolo serpente ai suoi pie di. può dire se non è la medesima impr essione che dà Genova nella sua parte più vecchia. Gl'interni sono la continuazione della vita della strada. come se nel sogno potessi ravvisarla e c apirla meglio. danno in grandi stanze profonde. lunghe . meglio. come i contadini e i pastori all'alba. e ad aggirarvisi prova l'impressione d i esser fuori e nello stesso tempo in un interno. le religioni tutt'una. come nel Sestiere di Porteria. cortiletti. perché la vecchia piazza pop olare italiana. appaia coi suoi colori stinti e tenaci. più si sale e più si chi ude il lastricato dei tetti. riassunto delle cucine del Me diterraneo. Piazzette nelle piazze. Sugli spiazzi elevati tra i muraglioni appaiono d'improvviso. Sul grigio pan orama dei tetti. . Chi s'è trovato qualche volta in un palcoscenic o su cui è disposta la scena di una strada. quello che sovrast a la chiesa dello stesso nome. È difficile dominare la città. non si scorge aperto che un quartiere per volta. il giallo e il rosso. uscendo dagli ascensori che trivellano la roccia. E mi pareva di sentirlo cantare. Qui si ha il senso della vecchia città. in Piazza Sarzano. ma nello stesso tempo sembra di aggirarsi in un interno. dagli spiragli fra casa e casa. nel portico schiacciato . diventò un gran sim bolo. tutt'uno i popo li e le civiltà. quando tutto è morto e tutto ricomincia. è un arcangelo dal viso di contadino adolescente. le terrazze delle case. come l'architettura di questi luoghi imparò dagli ac quedotti romani. ricciuto e paffuto guarda il mondo. edifiz i contenuti fra altri edifizi come in una custodia: la chiesa di San Matteo. quello che essa possiede in modo unico. Raramente accade di sognare una cit tà. È come un grande palazzo diviso . in ombra. c'è una pennellata di verde. Si è sicuri di percorrere una strad a. Vi sono edifizi dove le scale seguono nell'interno la pendenza del monte.

Lucca non mi apparve come una di quelle città dove l'arte ha la sua parabo la tra crescere. i fatti umani avevano un sol corso e una determinazione quas i fatali. non aver vissuto invano. che lo abbraccia tutto e vi si riconosce. eguagliandole a se s tessa. col disegno d'un acquedotto costruiva una chiesa. marzo alla potatura. ingrandire. quando questo era un modo di vivere e di c redere. quella che allo stesso modo si riallacciò alla paganità e che dai monumenti superstiti trasse i motivi per le sue nuove costruzioni. ma perché qui ma ggiormente è il colore e l'ingegno del tempo suo. che dalla assoluta contemplazione di essi tocca le magg . un'architettura ferma pressappoco al tempo di Dante. traversie dell'uscita d'Israele e favole d'Ercole e di Minosse. Non sembra di leggere an cora Dante? Non è lui il gran costruttore di cattedrali. non cercò di superare se stessa. e in questa contaminazione. quando si conquista intera potrà tardare il giorno della sua gloria. aprile a cavallo e un fiore tra le dita. la cui v italità può rimanere più o meno nascosta. la vecchia religione non è altro che un regno non ancora toccato dalla grazia e sta alle soglie della fede come il labirinto inciso sulla colonna del Duomo di Lucca . Questa è la posizione dell'italiano nel mondo umano. e l'architettura lo stesso. il mondo antico è come il presentimento del mondo nuovo. ma che vive della propria tipicità. e tuttavia avev a trovato il tono giusto. per cui esiste una sola stagione. Una civiltà rimasta interna. riducendole al suo senso. e una scritta dice pressappoco: "Questa è la forma del famoso labirinto di Creta". terriera. Tutto questo è chiar o e vivo a Lucca. e non soltanto perché qui amò una donna di carne. da cui nacque la stessa architettura romana del Rinasc imento. infine. è la sua predestinazione. differenze. diventa un fat to coloniale. varietà. anche le operazioni quotidiane. Lucca è rimasta a quella fioritura. aveva un solo accento e nuovissimo sempre per cantar e queste cose. Lucca è una città che ha il segreto di molti fatti italiani. la grandezza del mondo nuovo era tutta nel fatto che potesse assomigli are ai grandi temi antichi. comunale. costumi. d'una discendenza e d'una storia anche nelle passioni dell'uomo. di esser cittadini del mondo universale. Su una colonna del portico del Duomo. Dante qui m'era vivo presso la sua casa di Gentucca più che in ogni altro l uogo della Toscana. Esso è qua come nell'opera di Dante. era il mondo nuovo che al suo nascer e ricordava i drammi dell'umanità. È un m odo. dopo di che quasi non costruì più c hiese né palazzi né torri né santi. essa il par agone migliore. ma lo schema della bellezza e dell'armonia nell'arte sarà sempre suo. quella in cui la c iviltà italiana era naturalmente l'erede d'ogni cosa che avesse senso umano. Essa coincide con le qualità più profonde e naturali dello spirito u mano che nell'arte si vuol sublimare. ottobre sul tino. un disegno s ulla pietra c'informa del Labirinto. Virgilio e Davide. creando su gli antichi i nuovi miti. i libri d i quel tempo. sulla soglia delle cattedrali ricorda l'a ntichità e le favole perenni del mondo. Lucca trovò queste cose a l primo stadio della sua ispirazione. ad aprire. quando mescolò l'antichità al tempo suo. gennaio con la conocchia. il segno del potere degli italiani a ridurre il mondo alla loro misura? Civiltà difficile a tutti. che non cerca l'universalità in una misura com une che si accetta o si dimentica. era il nuovo. C atone ed Ezechiele. una sola epoca. morire. il medioevo italiano ne compì la parabola facendo lo stesso per la romanità e per l'antichità mediterranea: profeti ebraici e grandi poeti romani. come un mondo di passioni e di fatti fermi sui qu ali si ricalcava ogni altro avvenimento: la necessità. tra la Deposizione dalla Croce e la Carità d i San Martino ricorda i dodici mesi dell'anno. Il mondo era stato fondato per sempre con gli antichi: v'era un sol modo di atte ggiare le passioni. è ricorda to alle soglie della nuova religione come è alle soglie del viaggio dantesco. e alla fondazione d'una chiesa non trovava stra no ricordare le favole pagane. aboli va le distanze. chiusa talvolta come un'entità particolare e lo cale.Infine. s'ha l'impressione di aver visitato quell'umanità. e nei nuovi sentimenti la grandezza di quelli vecchi. maturare. dicembre tra i boschi a caccia. d'essere universali e civili. C'è la stessa audacia. lo stesso sen timento del mondo ch'ebbe Dante. febbrai o all'amo. dopo averla visitata. paesi. ma piuttosto una città al punto più alto del geni o popolare. cioè la capacità di assorbire molte cose del mondo senza lasciarsene turbare. allo stesso modo il Cristianesimo si servì della Bibbia. questo. guai a lei se si arrende. una civiltà nata dalla più stretta aderenza all'uomo e alla natura. novembre all'aratro. Tutto vi assume un colore di mitologia. trova r parentele ed echi nei mondi scomparsi.

che non è dei meno interessanti: egli porta sempre qualcosa dell'artigiano. chiuso nella sua cappella come in un antro sibillino. non segue la lunghezza delle gambe. che si domandano quale simbolo chiuda. andando di chiesa in chiesa. un a donna per cui s'è compiuto il miracolo della morte immortale. Dietro a questi le vecchie tavo le delle Madonne tra putti nudi. non ne delinea la struttura carnale. Lungi dallo sfigurarvi. e un medesimo pudore. del la gioventù. È un a ttimo. C'è il sapore di cen ere di tutta la poesia italiana. ebbe figli. l'occhio di chi non ha veduto nulla. annullamento. che dalla esattezza della verità trae qualcosa di attonito. Si capisce come ad ognuno di questi accenti qualsiasi pellegrino abbia trovato l'accento d'una nuova gioventù. dalla rapprese ntazione d'un breve attimo umano ricava i misteri profondi. Giusto il Santo Volto col suo terribile aspetto. e i grandi paesaggi. come raggi che sfiorano il centro d ella sua vita di madre. tutto nell'atto più bello dei fatti umani che è il principio . col giglio fiorito. e sembrerebbe uno di quegli adolescenti pag ani se la sua non fosse l'adolescenza perpetua delle spose di un tempo. fragilità. e poi la nascita dell'industrialismo in I . Tra i frammenti sparsi nel muse o di Lucca v'indicano lo stemma d'Ilaria. è lo sviluppo delle industrie in paesi v ecchi. i Santi dal mantello turchino e g iallo. e anziché sopraffare il vecchio colore d'una vecchia vita. angeli né tristi né lieti reggono la ghirlanda intorno al suo sarcofago. quando un nuov o accento dell'arte nasce nel mondo. leggerezza. IL POPOLO. antiche pietre. Ma all 'alba. i capelli ben pettinati. la piccola scena di un attimo. al contrario dell'arte italiana che dà per misura l'uomo. ma si avvolge dal piede sinistro al piede destro confondendo lo stampo del corpo. Amò. È un fatto che i santi di allora nessuno più li prega. sulle ginocchia rigid e che sole attestano la pesantezza della morte. la veste è drappeggiata come una c oltre di pudore. L'occhio n on si sazia mai di percorrere questi punti dove è il segreto d'una vita e di un'ar te. Q uel senso di sbigottimento che nel settentrione è dato dalle infinite Danze Macabr e.iori altezze: è un antropomorfismo con cui non ha nulla da fare gran parte dell'ar te moderna che taglia agli uomini i legami con l'originarietà per farne manichini di idee e di religioni che rinnegano l'uomo qual è e volendolo elevare lo umiliano . al gran Jacopo. ognuno che è entrato qui s'è seduto sul banco lungo la parete a guardarla. Ed eccola sospesa nella fantasia degli uom ini. a Lucca. Il pudore dell'artista si confonde col suo pudore. Perché non si vedono i piedi? La veste è tirata sui piedi come il lino d elle antiche statue sacerdotali. La gloria è la gran droga italiana. EMPOLI. "Morte immortale". Chiunque è passato di qui è venuto a visitare Ilar ia. nelle solite cornici dorate: la Madonna dal profilo emaciato e dalle grandi lacrime tonde che paion di vetro. il segno più ermetico. I VETRI Uno dei fatti più nuovi dell'Italia d'oggi. eccolo che ancora una volta ricorda la fant asia tra popolare e classica italiana. Là presso giace colei che fu chiamata fino a ieri Ilaria del Carretto. fu sposa. tutta lei è la testimonianza d'un ingegno che da un fatto naturale. donano all'ambiente e a l paese. lo fanno risal tare meglio. Mi parve questo. a un tratto. non più grandi d'un metro quadrato. da noi lo dà lo spettacolo perenne della vita che vuol vincere il tempo. Sorride? Pensa? Vede entro di sé? Ha l'occhio come un fiore chiuso e mai sboccia to. il quale cert o la immaginò più che ritirarla. è sospesa come sul pun to di dormire o di annegare. il compendio di tutto lo sforzo i taliano. il principio d'un nuovo canto. come il lino dei pontefici in trono. Ma poi. Il cane ai suoi piedi leva il muso interrogativo. tutta Lucca ve lo ricorda. forse in quel solo punto gli fu lecito contemplarla . notai che ai piedi delle vecchie ta vole degli altari erano state erette altre immagini più moderne. Santi in contemplazione. cari alle oleografie. Prima di tutto c'è lo spettacolo di come l'italiano si trasforma a co ntatto con la vita organizzata e collettiva. egli trema ad atteggiarle la veste: là dove le gambe si stendono. È composta come in un sonetto del Petrarca. Antich i poeti. e per esempio in Toscana. soltanto la s ua fine è l'episodio più importante del suo passaggio sulla terra. come una visita di dovere. Tutto è composto nell'atto della vita e della grazia. dice in greco una lapide del Duomo di Lucca. della forza. e pare di leggere in quegli angeli l'attenzione dell'artista. Solo in questo punto della morte fu affidata a un artista. Porta una ghirlanda s ulla testa. e forse soltanto sogguarda le pieghe de lla veste che convergono al seno e al petto.

di mescite di vino. e i richiami delle trippe e della zampa. saputo che venivo da Roma: "Oh". d'insegne che avevano portato qualche cosa di artis ticamente popolare nello zinco verniciato. i manifesti che laggiù sono più larghi e coloriti. di vec chi caffè. come altrove "tout fini t par des chansons". Mi chiese anch e notizie di Prato. perché Empoli ha almeno una quin dicina di fabbriche di vetri. D'estate i vetrai son chiusi. Mi domandò se fossi venuto a E mpoli per lavorare. ci sono i santi agli angoli. il contado. Su un banco del fiume all'asciutto giocano i ragazzi . ma sono arrivato in tempo. di tutto il mangiare semplice. vi si attardavano donne coi bambini in braccio. Al tempo del gr ande artigianato e delle vecchie corporazioni. Il tramonto rosso e il perdersi del fiume nel piano ricordano il mare. un cam po di gioco. ma non di più lontano. come era considerato il lavoro industriale. E che dire di quest'insegna che porta scritto "Bazar fantastico"? Empoli è in piano. poi divennero i musei di quel lavoro. A Empoli mi accadde di pensare a queste cose davanti al suo vecchio Duomo. Basta tuttavia che la società si organizzi su un dato schema. una colonia estiva. qua ndo era ancora fresco. in Italia tutto si concluderebbe in architettura e in arte. E poi le merci sulla strada. Qualche cosa però non era andato perduto. quattro donne di marmo sorridono nude. Aspettavo qualcuno per domandarglielo". e la polvere. perché quella funzione torni in pieno. riprende il suo vecchio potere. perché in conclusione. e sott o un calice di marmo grondante acqua. gli steccati gialli di qualche cam po sportivo. che imitavano nell'apparenza le vecchie logge e i vecchi palazzi d'arte. a prender aria. Di sera sono aperte le finestre. Perf ino i prodotti a serie dei magazzini sembrano appesi a un albero di cuccagna. le donne cuciono sui balconi. col fare filosofico dei "ciaba" di tutti i paesi del mondo. fatti di botteghe sotto i portici. e cioè la capac ità del lavoro a crearsi i suoi monumenti e le sue testimonianze come l'avevano av uta un tempo i tintori o i lanieri. giacché viaggiavo. Per chi detesta la spocchia di certa vita moderna tutta nel parere quel che non si è. Il popo lo intorno a questi nuclei formò i suoi. e si correrebbe non so quanto al ric hiamo di questo vino dal sapore di vecchie rose. la sua lotta. I carrettini dei fiaschi da impagliare sono fermi davanti alle porte. La razza vuol p ur dire. di vecchi vasi. è già la nudità moderna che ricorda la camera da letto. In mancanza d'altro. sarà una torre. Non sa ranno più i palazzi dell'Arte d'un tempo. Ecco che cosa può pensare un uomo solitario sulla spalletta d'un fiume. questo m ercato quotidiano che ricorda da vicino la vita. e nulla è tanto eterogeneo che non entri in quest'atmosfera che è pur dura e di lotta. C'è un modo di disporre e di mostrare le cose del vivere che ha della compos izione. il popolo s'è fatto la sua decorazione per la vita quotidiana. "venite pe r l'appunto da Roma: come corre il Tevere? Io ci manco dal 1885. le insegne e le merci. e l'atteggiamento di chi tira i due capi dello spago nelle braccia u n po' discoste. Ci s'imbatte a un certo p unto nell'Arno. la tendenza è la stessa. ma si to rse il muso davanti ai fumaioli delle fabbriche. Sulla s palletta del fiume c'era un uomo seduto a guardare. a vederne alcuni ancora aperti. e ho sempre pen sato se corre più il Tevere o l'Arno. e poi. è u n meritato riposo. che ritrovi in qual che modo la sua attitudine naturale. i mer cati. le città ebbero centri nati da quel l'assetto. come se tutto questo fosse l'annunzio d'una fiera e d'un Luna Park. e la vita si riannoda al vecchio filo. Nacquero perciò tanti monumenti senza scopo. Gl' impresari cambiano. Non è più la nudità d'un tempo. e il contadino nei campi contigui non ha finito mai di lavorare. Si starebbe delle ore qua in mezzo. con lo stesso color verde che ha a Firenze. noi l'Italia fummo abituati a c onsiderarla così: si rimpiansero i più abili artefici e artigiani d'Europa. una fo ntana ricorda la munificenza d'un signore che dotò la città d'acqua potabile. il grande nuovo articolo che preparava una vetreria era uno spet . mi disse.talia non è quella cosa nuova e strana che s'è creduta per un pezzo. queste osterie a ogni passo che spengono l'arsura della strada polv erosa. e riacquistano il vecchio prestigio dell'infanzia. Si dilungano laggiù i quartieri degli operai. I fuori porta si vedono dalle sue strade dritte tra balenii di biciclette che si confondono con quelli delle foglie degli olmi prese da un lung o tremito come se pullulassero. In quella venne avanti un ciabattino. E non era più l'Italia quella div enuta soltanto agricola e che aveva abbandonato ogni ambizione civile. e questo lavoro senza volto. I rag azzi giocavano in piazza.

e gli ospedali. la testa di vetro bianco. Dev'esser la stessa l'emi ssione del fiato. il bicchiere dell'osteria. qui acqui stano quasi aspetti di tribù. coi loro turaccioli. o veduti in qualche museo. gli ornamenti dei salotti. abituati come siamo ad essere circondati di cose non fragili. si colora come una bolla. accompagna la vita. ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi . paiono delle bambine con la testina e il collaretto. come d'un'antica fabbrica o d'un'antica chiesa. fiori e frutti di tutti i colori. Fuori. Soli e insieme. i cestini da viaggio. Appeso in basso a una lung a canna si gonfia come una nota profonda il bottiglione. sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano. ognuno di quegli oggetti ricordava un amb iente. Questo un gran m agazzino di tali manifatture: c'erano rose. Sembra un grande concerto che non arriva a esprimersi altro che in fo rme rotonde. il gruppo degl i operai sta raccolto in mezzo. erano disposti i giocatori. eppure esistono vetri di mille e duemila anni di vita diseppelliti dall a terra dove hanno dormito per secoli. Ancora una volta penso per esempio a una grandinata su ques ti vetri. nasce come un frutto duro e verde. altre oliere da trespo lo. pressappoco come quella cornetta del jazz che pare riesca a stento a gonfiare una palla di gomma ficcata nel padiglione. E si scorgevano vecchie forme. le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri. dura in qualche lembo di terra. dell a vita.tacolo di partita di calcio. quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case. Ma forse in questo contrasto sta tutto il fascin o di questo spettacolo. il ritmo del le canne lunghe disegna fra uomo e uomo. va si e lampade. sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidi ane degli operai. e le razze diverse erano i diversi colori d'ognuno sotto le stesse forme. A un tratto questa di vetro mi se mbra come un'umanità: corre il mondo. e su questo tema. a migliaia. Ecco cose fatte per con sumarsi. si ferma in qua lche angolo ignorato. fra solitudine e solitudine. aprivano bocche mostruose o sembravano pezzi d'anatomia. Ma in un altro magazzino chiuso. crollano monumenti di pietra. ricordo d'una civiltà. e fra l'uno e l'altro n on v'è che un'oscillazione media di venti grammi di peso. È un m ondo assai precario. Passano i tempi. d i travi e d'assi. Paiono orti di grosse zucche. Su una tavola disegnata al modo dei campi di gioco. i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie. la maglia di colore. col gesso. E i vasi per fiori. all'infinito. ripetute all'i nfinito da tanti anni e secoli. a perdita d'occhio. a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi. le oliere all'infinito. separati da muriccioli tra magazzini confinanti. la bottiglia della camera d'albergo. dietro l'ispirazione d'un artigiano ignoto che t rovò quella prima misura all'emissione del fiato nella canna. ognuno col suo grumo incandescente che p assa attraverso tutti i colori e le forme. Oggi escono da ognun a di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno. si disperde perfino la traccia della pianta d'una città. e trecento di vetro artistico. C'è la solitudine del lavoro individuale e insieme un colore di vecchia comunità intenta a un lavoro che ha perfino del gioco. per generazione. viaggia. La fragilità del vetro è una cosa di cui bisogna ricordarsi ad ogni mo mento. e il naso e lo stemma della loro squadra erano le cose più rilevanti. e in circolo ognuno si dispone co n la sua canna. A un certo punto vien quasi il panico di quella estrema deperibilità. i comodini da notte. e questo bicchiere. tra i potenti ventilatori e le finestre. questo vaso. con tutti i toni del verde. s'infiamma a mano a mano che prende più aria. tant'è vero che ogni esemplare è uniforme. che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali. che è tutto dire per un'operazione delle più faticose. S'immagina quanti esemplari. su una tabella. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola. gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine. mentre dall'altra parte le bottiglie striminzite e verdi da un quarto di litro fanno un altro suono di . forme che furono dei Fenici. le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tas toni. il forno del ve tro è come un gran calamaio cui attingono tutti. le bottiglie. antichissime. una coinci denza di linee e un gioco di rette ripetendo il ritmo convergente delle assi del soffitto. si sono rotti per uno che ha varcato il tempo. C'erano violente simpatie e antipatie. della nostra infanzia. o di paesi visitati. di alcuni n on rimane che un ricordo vago. questo pupazzo. È come se concertassero degli strumenti. Il soffitto è altissimo.

egli vedrà forse scoperti i blocchi ch e giudicherà con un'occhiata dal colore. gravitare. U . ancor molle. lo stesso soffiatore è compreso di quel volume che nasce al s uo fiato. accompagna la vita dei cavatori nelle va lli bianche. Il marmo è il risultato del lavoro di secoli. e solo quando si ripromette la scoperta d'un banco considerevole . i ragazzi portano al forno della tempera i recipienti finiti in cui alegg ia ancora l'ultima fiammella e fa sprizzare scintille dal bastone. quando si sarà diradata la nube di fumo. il ragazz o stacca il dippiù. dal globo alla coppa. in cima a un bastone bruciacc hiato. come una pianta che vedesse ingrandire enormemente un frutto. il ragazzo vi aggiunge il piedino. Per un pezzo la vallata risuona del rotolare dei massi e dei detri ti. altrove le piante incarbonite macchiarono trop po il marmo. da quegl'indizi che non tradiscono mai il suo occhio esperto che ha con la pietra la stessa confiden za del contadino verso le piante e la terra. sta quasi da parte un lavoratore di fino. le cime dei monti into rno sono gremite di spettatori accorsi da ogni parte. di scoppi. l'alta pressione le formò in blocchi. La scienza del cavatore è lunga come la vita di questa pietra. Il quale passa nelle sue mani attraverso tutte le forme. Una macchia troppo forte di nero. una lapide come lo chiamano. In qualche luogo è il propri etario della cava. A volte. che dallo scoppio giudica l'importanza dell'operazione. Gli alberi incarboniti traversarono la superficie candida. e bisogna purgarlo. dalla conformazione. dà uno squa rcio atterrito. In quest a orchestra di forme. Le bottiglie stanno nel forno a indurire e sembrano pani. o strati di quarzo più compatti resero più fragile la superficie del mi nerale. l'esperienza. e dove la materia era meno compa tta la incrinarono col loro peso. si vede la montagna gonfiarsi come un petto forte sotto un respiro poderoso. crolla poi come una nube. Questa stessa musica. queste sommità erano coperte dal mare: miliardi di conchiglie si impas tarono alle materie organiche trascinate dalle correnti. o del principio di quei metodi. IL MARMO Quando scoppia una mina sui monti Apuani. si amalgamarono. E intorno tutto un coro è intento a sentir oscillare. l'aiuto d'un compasso di legno per le misure e per aprire e regolare le corolle del vetro. Fra p oco. di cui non si sente a tratti che lo sgrigliolio dello stac co del vetro. in cui conta la razza. L'esperienza gli dice che ogni masso giace nella montagna in forma di rombo pressappoco come una forma tombale . al piatto. una striscia di quarzo più accentuata minacciano la durabilità del masso. I giornali avranno annunziato lo spettacolo. il ragazzo gli sta attorno c ome in uno di quegli esercizi perfetti di acrobazia che vediamo sui palcoscenici . la portentosa musica del marmo che chi non l'ha udita non può figurarsela. come un riepilogo rapido di tutta un a discendenza di volumi geometrici. di laceramenti dell'aria. e s omiglia a una di quelle giornate d'artiglieria in guerra con la sua sinfonia di schegge. si vela tuonando in un nembo di fumo e di polvere. e che nessuna pr eparazione scientifica può eguagliare. dalla direzione delle f enditure del masso intuisce il metodo di cavarlo. egli ha trovato la di rezione del pelo del masso come per un tessuto. da un masso considerevole. come s e fosse stato disposto con ordine in una scatola. se ne trae soltanto un piccolo blocco. ripetend o nelle venature del marmo le ramificazioni delle piante. più o meno intensa. A tratti. una di quelle grosse mine da qualche q uintale d'esplosivo. Raramente accade di ammirar tanto l'uomo come in questo rapporto con la pietra. nella sua forma. spesso egli si serv e degli stessi metodi che servirono ai romani. poi le montagne sorte dagli abissi marini compressero questi blocchi. perché raramente egli ricorre al le grosse mine. Dal colore d'una superficie indovina quello che c'è sotto. che ogni masso è inclinato dalla parte della levata del sole. nella profondità si fuser o. rimane un attimo lungo in quello straordinario atteggiamento c he ricorda la sofferenza di un parto immane. e questo è appena il principio della sua scienza. Furono come correnti troppo dense. si consolidarono. Sono questi gl'incerti del cavatore. o dalla parte di t ramontana. marmorizzarsi s otto il suo fiato le grandi bolle verdi. altrimenti egli sa che il marmo si cava pazientemente. e da q uesto connubio della vita marina e vegetale nacque il marmo. È questo uno dei più stretti rapporti d ell'uomo con gli elementi. che ha il privilegio d'u n piccolo inserviente.questa musica acuto. si lacera come un cratere. il ragazzo vi salda un ornamento.

Già lungo il percorso. il cava tore resta con la sua pietra. Per chi la veda dal mare. là è il blocco e l a lastra di marmo. fino a quando può. i riquadri di marmo delle por te e delle finestre rustiche. Gli occhi dei cavatori sono quasi interamente chiusi. voleva fa re e disfare a suo modo. ed è questo i l presentimento di quell'implacabile polvere che colma tutte le valli. . non ha mai voluto andare in pensione. Ne ho conosciuto uno. gli spiazzi pieni di l astre e di blocchi. in esso sono sepolti secoli interi. riflette su Carrara quel colore lattescente in cui le ore passano come davanti a uno schermo frapposto a l sole. tra esse s'aprono tre valli bianche. Lungo la strada l'insolita presenza d'una pietra così preziosa. A lui non inse gneremo nulla di quello che sappiamo". la morte. di straordinariamente duttile. la luce le tempra come l'acciaio. statue e colonne. i detriti si sono aggiunti ai detriti. colonne. la pr esenza. lo si scava da tremila anni. con cui seguono i dife tti e le incrinature del masso. il marmo lentamente riprende il colore d'acciaio delle sue montagne. meno che in un tondo. le cime son o scabre. infine. qui usavano il marmo. sono arrivate in capo al mondo. con cui danno colpi che hanno la precisione d'un taglio. le ombre vi si adagiano den se come di velluto. Perciò la cava di marmo è un fatto personale. Di marmo si vestono cose definitive. que l confuso pensare a un fatto definitivo. Con un braccio di meno diverrà guardiano. Due vecchi cavatori si scambiarono un'occhiata. i secoli spenti che vogliono per essa sopravvivere. templi. ma vi è qualcosa di vaporoso e di sfumato. come d'un minerale fuso e rappreso. in cui è rifugiata la pupilla. è il mondo sopravvissuto che parla attraverso il marmo. Dove è uno che nel mondo vuol lasciar memoria di sé. distingue il suo pezzo di marmo tra mil le. Non è questo l'ultimo sentimento che accompagna chi visiti ques to immane mondo di pietra. la gloria. come l'arte e l'artigianato. da Pietrasanta. Questi danno i l colore bianco di neve alle valli tra cui formano una immensa corrente perenne. vecchio ch iederà ancora di servire. Ma se tutte queste cose. dà una luce speciale a ogni cosa. perché da palmo a palmo la montagna è diversa e il minerale assume diverse confi gurazioni. Io l'ho visto sc alpellare in non so quanti luoghi del mondo. danno quello sgomento che è un carattere di questa pietra. Sono tremila anni di statue. ed essendo capocava non s'è rassegnato a guardare il lavoro degli altri: i suoi padro ni lo sorprendevano con la mazza nel pugno. dove l'orbita è più fonda sotto la fronte. un lastricato di marmo davanti a un'osteria. e sarà difficile che non si ecciti al pensiero d'u na mina. tutto di marmo anche internamente.na volta venne quassù un ingegnere fresco di studi e di poca esperienza. di settant'anni. quella mazza del peso di otto chili. a un materiale cui si affida la memoria degli uomini. in quest'operazione la pi etra diventa qualcosa di elastico. Con uno strumento così pesante non oltrepassano d' un millimetro il segno. Sono occhi a for ma di virgola. Anche l'uomo. d ai residui di blocchi da cui furono cavati gli stipiti del Pantheon sino a quell i dei lavandini di cucina. si vedono gli effetti dei contraccolpi e gli spostamenti nei mille atomi che la compongono. promosso capocava si rassegnerà male a non avere il suo bl occo da purgare e da squadrare. Miliardi di tonnellate di scheggioni si s ono accumulati in queste valli mutandone di dieci in dieci anni la fisionomia. dimenticando la loro civ iltà di fornaciai. che adoperavano la creta. si aggiung eranno poi quelli dei secoli avvenire. il duomo di Carrara . una lastra che fa da scalino malfermo a una casupola. tagliano come con un coltello. Gli Et ruschi. i depositi di marmo. una delle cose più solenni che la natura e l'uomo abbia no messo insieme. il sole a diverse ore vi stampa in finite gradazioni. in ci ma a tutti i tempi. Ho detto tremila anni di escavazione. La valle bianca sembra colma d'una neve in una stagione in c ui le cime siano disgelate. Sono venticinque le vittime annuali di quest'opera. e uno d i loro disse in modo d'essere inteso: "Costui è troppo presuntuoso. rimangono qui i detriti di tremila anni di scavo. Ma. Il cavato re conosce la sua cava come la sua casa. la montagna differisce da ogni altra che la circonda: sono quattro cuspidi di pietra. ha il colore d'una grotta montana. bianca e gelida di questo minerale dovunque ricorda il lusso. imbianca lontanamente le strade.

da secoli. dolce. un vaso di fiori. La lotta coi detriti è. Li sbozzano sul posto. dà l a vertigine. fitta. i suoi detriti. E sopra questo mare di pietra bianca. che sta intorno a loro. il lungo lamento del filo elicoidale che taglia gl i immani blocchi delle cave. attraverso nuovi moti. rabbuffata. tavole gi gantesche di bianco o di nero. di crolli. La montagna dove stavano compressi è scomparsa sotto di loro. spinte. per sfuggire a questa corrente. so tto di loro. impercettibilme nte. alla corrente di marmo si mile a un'onda immobile. sembra venire avanti e sommergere i rifugi e l'osteria dove cresce gracile in quel bianco un garofano. qua e là. è la montagna che cammina. d'un bianco cavato ieri. Altri vengono dalle marine a piedi. un mortaio. una delle più difficili e delle più importanti d el cavatore. qualche . Sono cinquecento cave a compiere nelle tre vallate questo lavoro quotidiano. incombe sulle cave stesse. quasi campestre. Dopo un poco si distingue il marmo calcinato dal tempo. di questi indipendenti dalle grandi famiglie delle cave. La musica degli scalpelli in fondo alla valle. mostra quasi un'immagi ne sepolta dentro. le scariche accompagnano chi sale per l'erta dove sull'ammasso delle pietre i passi dell'uomo hanno formato un viotto lo. Dal l'alto delle terrazze. un grappolo di rose. per liberarsi dalla loro invasione i cavatori scavano sempre più in alto. come se si cammi nasse per una tastiera. sot to la minaccia dei detriti che rotolano a valle. che preme la valle da tutte le parti. in breve sono incrinate dai ced imenti del terreno. rumore di questi poveri spigolatori del marmo. e le valanghe nuove che scendono d all'alto. fra le altre. fra tanto rovini o. pietra per pietra è sotto il passo una lunga musica minerale.È quanto rimane delle mine. cambia d 'anno in anno l'aspetto dei luoghi. sui bianchi abissi gli uom ini sganciano il carrello e lo rovesciano gridando dall'alto se qualcuno passi. si ha l'impressione d'un fiume gelato e miracolosamente praticabile. ogni cava ha un suo versante che scarica. Lentamente. gli scoppi delle mine. anch'esse composte di detriti. villaggi di cavatori. Alcuni operai abitano villaggi vicini. il terreno è coperto di quest o materiale. Essi sono detti comunemente "spartani". fino a oltre mille metri. scavano già sotto la cima in cui la pietra si atteggia a statua . hanno sepolto perfino alcune ca ve. e quello fresco. radicata nel monte. i rombi. correnti. il moto di esso è così fatale e sicuro che le casupole piantate nella v alle o sul pendio. Lungo. a dieci centimetri l'ora. alto. una statua che si potesse vedere dal mare. si accumulano all'immensa distesa dei blocchi bianchi. In molti punti hanno quasi r aggiunto la sommità. delle squadrature dei blocchi. Il cumulo dei detriti non ha mai un assetto stabile. Dall'alto delle cave. nel bianco indistinto dei detriti si disti nguono quelle forme uscite appena dalla sbozzatura. si levano su dalle cave le lisce pareti del marmo compatto. rigido. Non si vede che la pietra su cui s'impara a stare in equilibrio. i detriti per la china diventano velocis simi. sembra che la stessa montagna rovini. ha il ritmo d'una pioggia calma. È questione di vita o di morte delle cave. ondosa. squadrato. Queste hanno dovuto cercar sempre un più alto gradino della montagna per sottrarsi al peso del materiale di scarto: formano pel monte come giganteschi scalini. abbaglia come la neve. come di tuoni. alta. Michelangelo diceva: "Io ne cavo via il dippiù". di trenta e trentacinque metri di altezza. di rovina . i massi rotolano con un fragore lungo. solleva la strada del fondo valle ogni anno a una più forte inclinazione. sospesa. è già un lavoro salire quest'erta di dove si s corgono le grotte profonde e solide delle cave in un panorama da Purgatorio dant esco. fra tanti detriti. ab bagliante. su cui la fantasia leggerebbe chissà che immagini p rigioniere. Il bianco immenso è intorno. esso va avanti come un fiume. Da questi scheggioni di marmo rifiutati cavano appena una tazza. I cavatori isolati. rifugi di cavatori e osterie. tra marmo e marmo. sono l'elemento fluido di questi luoghi. le diverse onde del marmo voglion congiungersi in fondo alla valle. e si dan no a squadrarlo. disposte come celle d'un apiar io nel monte. in un interminabile lavo ro. Si cammina su un elemento incerto. Il blocco di marmo intero. e contrappunta il rombo dei de triti. così fantasticò qualcuno. sembra che seguano una corrente. e spesso trovano di quel mar mo egregio che sembra una neve densa e posata quando si unge d'azzurro. minaccia di seppellire le cave. o le case costruite in prossimità del lavoro. che sembrano grilli. trovano qualche blocco più grande.

Il capo lizza sta va. sorreggono le piattaforme delle cave stesse. Trenta uomini si mettono pel ripido sentiero e si passano la vittima. fu come un proietti le. tutto parlava dei due corridori ciclisti allora in gara . intorno. venti tonnellate. sciv olava lentamente su altre assi insaponate come i falanghi su cui si mettono in s ecco le barche. hanno costruito formidabili baluardi co n le stesse schegge del marmo. Muraglia dietro muraglia ricordano il Colosseo. dai buoi magri che appaiati a decine aspettano l'enorme carico dei blocchi squadrati. dai carri. Il capo lizza. sui carri dalle ruote formidabili. È un "oh" più lungo di quello dei pescatori alla rete. Era l'alba. pietra su pietra. è la vertigine. Forza. gli uomini. di arrivare primo. costruirsi un riparo e un confine. il lavoro secolare de i muri di riparo. Eppure. le filovie passano sopra coi loro carichi di sabbia. gli spezzò un braccio e le costole. vedevo scendere una "carica" di blocchi per la lizza ripidissima. raggiunta la sommità. e corre anche una strada ripida. stavano intorno al carico badando a to gliere di dietro le assi a mano a mano che il blocco avanzava. e poi la valle bianca. i lizzatori gareggiano a chi arriva prima col suo carico a valle. epigrammi su un masso ca vato male. disposti a ventaglio. L'altro giorno accadde che la corda d 'acciaio. al posto più rischioso. una dozzina. che. Questi pali son detti "piri". era trattenuto da corde d'acciaio che un uomo mollava gradatamente dall'alto. bollettini dello spirito della giornata. l e mura pelasgiche. nei tempi di gran lavoro. una parentela riunisce tutte queste fatiche. per il trasporto al p iano dei blocchi cavati e squadrati. colpì l'uomo del piro. davanti al suo blocco che precipitava. incorniciano la parte superiore d elle cave. La montagna è trattenuta da questi muri. Già questa corrente bianca che sembra di veder muovere.straordinario ciuffo di fiori o erbe azzurre. I lizzatori. legato e fornito sotto di alcune assi. formano camminamenti sulle strade p raticabili. tornò indietro. esclamazioni. Forse si salverà. il solo canto delle cave. e non sono questi gli ultimi elementi che ricordano la vita di guerra. . intorno a un blocco. la più antica fatica dell'uomo. fece appen a in tempo a buttarsi da una parte. coronano le sommità come fortezze. Sono i bollettini quotidiani della folla. d'una ventina di tonnellate. quello con cui gli uomini si danno la voce per lo sforzo comune. Ho sentito anche qui un canto. ricomponendosi più avanti a s eguitare sino a che l'hanno portata al piano. sempre al riparo dalla corrente dei detriti buttat a dall'alto. piccolo davanti al masso pauroso. si ruppe. all'attri to del filo elicoidale nel masso. srotolandole da un gruppo di pali di legno infissi a un blocco di cemento. Talvolta è accaduto qualche scontro fra questi carichi. e per evitare che ne siano troncati l'uomo del canapo li lubrifica con olio minerale. e accanto: "Forza Binda!". perché arrivavano contemporaneamente al traguardo. Sentenze. escono dal muro compatto e fanno da scala alla sommità per quando si seguiterà a innalzare contro l'incombente marea di detriti. Spesso sono intaccati come da un taglio per lo sforzo delle corde. Ho visto. Quando vi passai. con v ittime umane. con lo stesso metodo con cui spost ano le travi saponate sotto i grandi blocchi. u na goccia di sangue su un ciottolo di marmo. la manifestazione d'uno spirito colle ttivo. e sopra. Tra questi baluardi corre o è contenuto il f iume dei sassi. e in uno di questi campioni è compendiato lo sforzo degli ope rai. sotto. uomo! . i bloc chi portati al piano mostrano di queste iscrizioni. perché non precipitasse per la china. sul gradino più alto. Già i muri dei villaggi. Dove l' erta è più faticosa. la fatica di lottare e di vincere . tesa da quattordici metri. Per contenere la massa dei detriti nel suo continuo moto verso il basso. serve a tagliare la montagna di marmo. come in liberi portabandiera della fatica umana. Il masso. Il carico. e così sicuri e fermi che altri blocchi sporgen ti. per le diverse strade di lizzatura. fanno da trincea dove lo scarico dei detriti minaccia di straripare. la lizza. delle case sparse. il blocco slittava per una ventina di metri. una mano al mattino ha scritto: "Forza Bind a". assai in alto. capolavori di tecnica che seguono le accidenze del terreno. là dove il suolo è minuta polvere bianca macinata dal passo degli uomini . poi tutt'intorno le cave con le lapidi immani su cu i è la storia lenta del taglio del filo elicoidale come una rigatura su un foglio di musica. etnische. risolvo no problemi difficili di pendenze. A voltarsi indietro. Il viottolo gira per la china con una sapienza d'orientamento. senza fare altre vittime.doveva dire. evviva e abbasso.

il lamento del filo elicoid ale. che quasi ogni atteggiamento dello spi rito ha un legame e un richiamo. delle lotte fra le gent i delle vallate confinanti. che ha l a natura d'un privilegio. Più tardi le mie id ee mutarono. dell'Angelo Annunziatore e della Vergine. discendenze. ricordi. maturata però in un clima dove il se nso politico era già perfetto. da rivelazione a rivelazione. dovette essere un gran giorno quello in cui gl'intonachi colorati fecero la loro apparizione. di rapporti e di classi. le cave non abbiano più dato materiale per le costruzioni. Fu un a civiltà puramente sociale. dove nello stesso tempo è presente una cultura e una c iviltà come d'un tempo fiorito sui monti e sui luoghi alti. Ultimamente a Montepulciano. che non è classico. da essa provenne l'assetto civile di poi. ognuna coi suoi maestri g randi e piccoli che in civiltà meno ricche sarebbero ognuno un capostipite e un ma estro. dai ricchi ugualmente solitari. In essa le famiglie. una specie d'epoca mon tanara. si gira nella città di pietra della provincia it aliana. e non mi riesce q uasi di vedere un uomo pei campi senza pensare al suo campanile. nella provincia italia na del centro queste esigenze primitive delle abitazioni di pietra si mescolaron o a quelle delle arti e del lusso. Il ragazzo li arrota sulla pietra dura. due sculture di le gno. e i doveri di questo nucleo e i suoi diritti. i luoghi che non avevo veduto li chiudevo con la fantasia nelle più facili reminiscenze. Di lassù si vede il mare. Così.una modulazione graduata. Ho veduto il loro pane e il companatico. la vita civile trionfando si ammantava del co lore della primitiva barbarie. Gli operai guardano il loro blocco. vere spoglie del tempo e della fatica. come fu sempre quella degli abitanti delle montagne in nuclei caratteristici. LE CITTÀ DI PIETRA Quando conoscevo meno bene l'Italia ne avevo tutt'altra idea da oggi. che porta ancora in sé il ricordo delle fortezze sui monti. l'acqua arriva nei tubi sospesi attraverso le valli. delle acropoli. alla sua torre. in quel clima si svolsero i termini di quella civiltà italiana che ancor oggi ha per base la famiglia. vecchie giacche di velluto consunto. Tutta la civiltà politica italiana fu poi per lungo t empo una questione di famiglie e di gruppi. in quell'isolamento della vita da cui nacquero i motivi che resero tan to difficile e lunga la sua unità. una civiltà politica. che non hanno più nulla del tessuto. giardini. Ho veduto le giacche appese dei cavatori. tanto da sembrare che. quasi ancora lottando. che avevano formato i clan delle società primitive. ridotte in sacrestia e poi messe in onore nelle navate della cattedrale. olivi. come un medico gua rda un malato. i soprassalti della montagna ai colpi di mina e alle scariche. i d . Ve un'epoca del macigno nella vita italiana. alla storia del paese italiano. Il ragazzo passa di quando in quando colla cassetta degli scalpelli. che da paese a paese formarono barriere quasi d i nazioni. È il colore inconfondibile dell'Italia antica. si dice ancor oggi di chi merita ogni attenzione. alla sua civiltà moltiplicata per centinaia di lu oghi e genti. la civiltà basata sui doveri e sui diritti del chiuso circolo familiare. e da regione a regione quasi di razze. E s'è spiegato tutto. dopo il seic ento. l'unità familiare . "Ha famiglia. oggi il posto di quegli scenari naturali della mia immaginazione è oc cupato dalle città di pietra: la natura si è allargata e diradata. Il fabbro li ritempra. e come tagliano la pagnotta. prima di lavorarlo. fresca. col primitivismo dei montanari e il loro potere di contemplazione. e forse un 'idea più ridente. una specie di Sassetta della scultura: e di lui non se ne conosce pur il nome. orti. Lassù. ha figli". di cui è difficile stabilire la gerarchia. Il concetto dei clan si temperò. nella cava. ma che nella nostra fanno disperare addirittura dell'arte come se tutti g li accenti fossero stati detti. La vita italiana ebbe in tal mod o alle origini una civiltà di tipo patriarcale. quella che fu fondata dai contemplatori solitari. incessante di questo enorme sforzo umano. e come si appartano solitari a consumare la loro colazione. per cui essere artisti originali fra noi è legato a tanti sottintesi. Se altrove rimangono d'una vita remota i dolmen e i nuraghi. e tale è ancora il colore di quella vita. che dopo un poco si rompono e scottano nel pugno. sopravvivevano con lo stesso significato e la stessa funzione. d'un grande scultore esistito prima di Donatelle. cipressi. hanno fatto ricordare a più d'un visitator e la mano d'un grande maestro. Ricomincia la musica degli scalpelli. e in questo scenario ge nerico immaginavo qualche opera d'arte solitaria e miracolosa.

della sua vocazione. il costume. delle sue lotte. che dà il tono unico dell'arte italiana. L'uomo crede a se stesso. A tal punto che per molto tempo esaurirono il tema. pietra i selciati. o meglio. e in questo ambiente. e cioè. per esempio gli antichi edifizi e rovine. quasi il sogno delle cose che voleva rappresentare. meglio ancora ne simula l'ordine. Quanto all'architettura di queste città. costruirono quasi sognando. e preannunzi gli stili che s i dovevano sviluppare. la razza. non si tratta soltanto di modelli classic i ripresi e riecheggiati. Nelle città antiche non si trova un solo spazio di verde e respirabile. talvolta dei suoi squilibri. la pompa. fa a meno di ogni altra creazione che ritiene spuria. che assume a momenti l'aspetto d 'una gigantesca costruzione in una cava di macigno. d'essere composta di tanti microcosm i familiari. Un simile aggregato nelle sue forme originali dovette essere adattissimo allo sviluppo delle arti. mett endo intenzioni in ogni dettaglio. quasi rintracciando un mito. avessero un linguaggio unico. allo stesso mo do della bellezza. e in mol ti di cotesti esemplari. è il segreto della vita italiana. Per questa limitazione. la natura entra come un lusso e un correttivo. li consideriam o come natura. la potenza come un ideale. L'arte antica sarebbe dunque stata simbolica e fantastica . palazzi all'astratto dominio e potere. att raverso figure vedute e rappresentate. in cui la natura porta soltanto turbamento e squilib rio. poiché gli architetti antichi non fecero altro che monumenti alla potenza come concetto astratto. e uno stupore di tale mimetismo. raffigurativi. c'era un compiacimento in cui la fede e la curiosità facevano tutt'uno. lo fu poi di tutta l'età di mezz o. i pensieri degli uomini si s ono chiusi per sempre nei concetti civili. ma la perfeziona. del dolore. ciò che sarebbe andato poco oltre. fu un fatto romano. per ché l'arte è una realtà fittizia. rappresen ta quell'evasione che un tempo era funzione specifica dell'arte. in cui non sai dove cominci l'ingenuità popolare e dove p oi quella grande forza d'un concetto quasi religioso. Senza contare c he noi oggi molte cose. Fu questo già un fatto etrusco. spesso creano sulla stessa linea di questi. Al contrario oggi. Anche le arti si composero in gruppi di famiglie. Se c'è un fatto sociale profondo che distingue ancor oggi l'Italia nel novero delle società moderne è appunto questo. ma immaginando gli artisti. intelligenza. la potenza. e cominciarono le discendenze delle famiglie ar tigiane. e riproducono in forme locali le creazioni dei centri maggiori. e le loro costruzioni furono quasi simboli e concetti. un occhio acuto può scoprire quasi l'anticipazione di molte forme nate più tardi. le città si chiudono di fronte alla natura e ai più straordinari panorami perché tutto spira vit a civile e umana. tutto è dura e arida pietra. la maestà una forma sola di apparire. gl'italiani non soltanto i se ntimenti. della sua qualità. dei suoi trionfi. Entrato n el concetto dell'arte. ma gli atteggiamenti. della sua impenetrabilità. ornamentali. fantasie sul po tere e sulla forza. e le sue raffigura zioni sono come ricordi lontani d'una vita naturale ridotta a modello. senza pur conos cersi: quasi che il decoro. da quella più dura a quella più friabile. C'è un grandioso mimetismo i n fondo a tutta l'arte italiana illustre. La quale fece come chi diventi attore eg li stesso e rintracci le forme con cui si possono atteggiare le persone e i sent imenti. Pietre d'ogni natura. Fu questa ispirazione popolare. Ma nelle città antiche.iritti prevalenti delle grandi famiglie si diffusero in ogni pur umile aggregato familiare. Le prospettive si form ano da sé come le prospettive sociali: la potenza e la forza hanno spazio e altezz a. Ultimamente in una di queste città mi aggiravo con questi pensieri. Sarebbe bastat . un a specie di antropomorfismo di nuovo genere. i gregari stanno in basso. che si ritrova in ogni maggior arti sta come una determinante della personalità. che le opere portano nomi qu asi del tutto sconosciuti. della beatitudine. al modo stesso che nella pittura vi fu quasi un solo modo di raffigurare gli atteggiamenti dello stupore. E quale pietra. in un tal ordine per cui il popolano italiano ha in sé tutte le possibilità della vita civile. e al più avrebbero dato freddi risultati come quelli che vennero dipoi. p ietra le facciate e le statue. pe r questo assetto quasi antinaturale in seno alla stessa natura spesso ricca e fi orente. mentre i pagani attribuivano agli dei i loro sentimenti in forme perfettissime. rompe i rapporti con l a natura. pietra sono le strade. Il fatto è questo: che da città a città si ritrovano quasi gli stessi ideali costruttivi. il popolo ha gl'impulsi di ascensione e di perfettibilità della sua razza. narrativi.

Aveva l'Angelico coscienza di quello che faceva. e due angeli li servono nei loro panni argentei e con le loro ali. come se si confidassero.o entrare in una chiesa per rivedere il popolo stesso nelle immagini sacre. Là come gli amici più vecchi dell'uomo i n cammino. pei campi. con l'altra stringeva la briglia del cavallo. È una strada che la meccanica ha restituito alla originale funzione di arteria centrale. ma anche di là il figliolo la caccia. Non è soltanto una strada di transito . o a una chiesa più in bas so. Eppure v'è un passare continuo di veicoli. C'e ra una zona di silenzio in cui risuonavano le voci dei conventi. una grillaia di biciclette. ma una via familiare: vi si legge la vita di due regioni. o se i visi di quel popolo hanno dato umanità ai santi. le loro abitudini. al trotto. con una mano teneva il manubrio. un cardinale che va a piedi col segre tario a lato che gli legge qualcosa. LA VIA EMILIA L'uomo se ne andava in bicicletta. il cavallo teneva dietro alla bicicletta al trotto. pur senza straordinarie prospettive: nient'altro che due parallele attraverso ca se sparse e campi. è un ambiente. qua nelle loro stalle dove non fanno che mangiare coi loro piccoli. si ritrovano in fondo alla strada. Anche questo aveva dell'arte. nei grandi prati degli allevamenti. e nel novero delle possibilità. Ero a Cortona. della vittoria in una bes tia. di là d'una grata buia gl'inni delle monache sembravano parlassero a noi che ascoltavamo. Ha un malizioso e ironi co avvertimento. come se andassero per un parco. la madre gliela la scia e va a quella di lui. Per vedere qualcosa di vicino alla natura. al p unto da non saper distinguere se l'arte ha dato a quelle fisionomie una nobiltà. ma prima sulla strada. come un fatto credibile. Vedere questo sentimento dell'attesa. nelle mura della città di pietra. corta al barbazzale. in automobile. Altre regioni sono difficili da esplorare. La Via Emilia. come d'una troppo forte ispirazione: lo stesso s enso di pena e di sbigottimento che si prova davanti ai ragazzi prodigio che pen sano cose più grandi di loro. andammo a visitare una tavola dell'An gelico. il loro costume. tanto pareva impossibile che quelle armonie di accenti sorgess ero per dileguarsi nel silenzio più sordo. fino a quando s'apre come un delta nella imminenz . anche se alla fine i colli e i monti impro vvisi danno coi loro castelli un lato insospettato d'un carattere ch'era parso t anto facile. e i suoni dei nostri passi sul selciato. e dietro a loro era la storia dell e violenze e delle ambizioni che era costata l'affermazione di quella umanità. oppure sul filo d'una m emoria felice. ma per guardare al cimitero. da Bologna a Rimini. Non so se questa situazione sia un segreto delle arti antiche. prima d'Imola. I cavalli animano della loro presenza la Via Emi lia. traversa paesi in piano che vi convergono tu tti come alla via centrale d'una grande città. E le chie se gigantesche le quali hanno finito ad assumere l'aspetto medesimo d'una roccia . i l figliolo vuol mettere il muso nella mangiatoia della madre. Ma è viva. della gara. i commensali nelle tonache bianche e nere. viaggiare sulla Via Emil ia è mettersi in rapporto con un popolo. di questa basta percorrere la sua strada vitale per averne un'idea. ai carrettini. si sentiva il fruscio lungo della bicicletta e il ton fo regolare degli zoccoli. I nomi dei passati signori del luogo risuonavano da palazzo a palazzo come di esploratori travolti tutti ne lla medesima distanza e nel medesimo viaggio. il loro assetto. fa un ben curioso effetto. rammemorava gli aspetti lasciati alle soglie della vita contemplativa? In uno dei riquadri della predella è raffigu rato come due angeli soccorressero i domenicani che mancavano di pane: si vede u n piccolo refettorio. che entrano nel mare come i cavalli del sole. rari colli. Volteggiano nella stalla come duttili spade. C'è qualcosa di conturbante in questa inquietudine animale tra gli uomini affannati al più picc olo sintomo d'una bestia che non può parlare come chi non riesca a dire quanto sof fre. stanno ferm i e seri dietro la mezza porta su cui è scritto il loro nome. la più mossa ch'io conosca. Ma questo pare svolgersi sen za stupore alcuno. il cavallo era bianco. guardano come se vi guardasse la natura. ai calessi. Presentono la vigili a della corsa come una ballerina la vigilia della sua grande serata. All'imbr unire non è raro incontrarvi. una via dove si sentono gli uomini coi loro pen sieri. e l'unica vista che si apriva dall'al to non per mirare la valle. su l mare. In carretto. Questo gruppo me lo ricorderò co me se lo avessi veduto dipinto. in bicicletta.

come altrove si guarda uno spettacolo. le città in piano. mentre arrivava an cora qualche automobile da Imola o da Bologna. sono i grandi concentratori d'una energia diramata agli estremi dell'orizzonte. i casolari sparsi. all'ombra del pioppo. È un'umanità che ha la terra dura. È tutto ordine. mi sono domandato più volte di . le ragazze col loro vestituccio da sera erano scese e ballavano nella sala. dove la terra f a una ruga o il torrentello una valletta. Ho sentito. In uno di questi luoghi io visitai un famoso toro di Romagna come si v isita un monumento.a del mare.delle contadine che ballano col vestito da sera un po' scollato s ulla pelle brunita dal sole. la solidarietà di questi uomini con gli animali. o le sere di festa i loro ves titi da festa. v'assicuro che sembra un signore. A internarsi nei campi. o del mare ch e già imminente trema nell'aria. Una scena d'una chiarezza e d'un realismo ben stretti. e discorrono mentre il pedale dipana la strada. si trova il raduno d'una vita alacre. Tutto era vacanza e riposo. Le bic iclette alle porte della città sono come telai fermi. A ognuno il suo. animali. dall'uomo che lavora alla donna che regge. E non so s e con la medesima naturalezza. Uno degli spettatori mi disse: "E poi. ma di cose necessarie: il cane legat o al lungo filo di ferro su cui scorre la sua catena. la malinconia urbana era una fantasia nostalgica. sempre intenta a qualcosa. Tanto i cavalieri che le dame era no gente del contado. Altrove potrebbe sembrar provinciale . tra la scuola e la bottega che talvolta formano tutto il centro d'un villaggio sparso. Qua e là. Le biciclette stavano in cerchio sul prato. mettiamo in Ispagna. portano l'eco ultima della vita civile. alcune a coppie . alle soste davanti alle botteghe dei meccanici. Qui era tutto nel rea le. ma delle loro vesti e in qualcosa di loro. C'è una gerarchia dall'u omo alla terra. che al trove. ne ho viste alcune portare maz zi di fiori di campo e frutta. manubrio co ntro manubrio come i cavalli o i cammelli in cerchio muso a muso. tutto è forza. chissà che colore avrebbe avuto. e t utto questo non riusciva a diventare borghese o comune. S'aprono improvvisi panorami sugli argini dei magri fiumi dove una fila di piopp i e una proda creano qualcosa di appartato. parlare con la stessa am mirazione d'una gran quercia o platano a qualche chilometro di distanza. il loro portico. e un cane ai suoi piedi mangiava quello che la mano dell'oper atore buttava via. e siccome tutto è necessario. nude le braccia che sanno l'angolo forte della vang a. con la loro torre. lo stagno per l 'acqua delle bestie. Una sera. coi campanelli argentini delle biciclette. tant o fa con delicatezza". il lavoro duro. donne vengono avanti tra i filari de gli alberi argentini. Arano con talvolta tre o quattro coppie di buoi per aprire la terra. il loro campanile. gli uomini da una parte contemplavano la nera bestia giudicando della sua bellezza e della sua potenza. Ed è tuttavia una delle contrade p iù prospere d'Italia. A una t erra che richiede così grandi sforzi ci vogliono cose robuste. quasi domandandomi che me ne paresse. Le case dove si trovano fanno un paesaggio. nella casa del Dopolavoro d'un piccolo comune di case spars e. le ragazze di quelle che il giorno hanno da fare con le be stie e l'opre della campagna e che affondano le vanghe nella terra con le loro p oderose strutture di corpi. in basso cercano ass ai profonda l'acqua per gli uomini e pei campi. in alto sui magri colli raccolgono in grandi vasche l'acqua invernale per dissetare d'estate le bestie. la stalla. Vi si cercherebbe inutilmente quel tanto di decorativo di al tre regioni meno ricche e più felici. illuminata in un gran prato. per le borgate. appesi al manubrio. di sabato. e la scena la si poteva immaginare in una contrada as sai più lontana dove convergono genti che hanno da fare con una vita attuale e pre cisa. Qui era soltanto un'eco di vita del mondo grande. negli stessi luoghi. e la bellezza un continuo richiamo alla forza e a ll'utilità. al beri. e quel che d'azzurro che non è soltanto del cielo. si teneva gran ballo. uomini. la sua bellezza è di tutt'altro genere dall'us uale. i ballabili della radio parevano divenuti agresti. e in una casa solitaria. dovunque vadano. alla bestia che serve : c'è una gratitudine nella fatica comune. lo fecero un poco girare attorno . E poi. In una sosta a coteste case c'era un veterinario che castra va certe maialine. e che. raccolgono un poco quella vita fuggente. Lo fecero uscire sul prato. ma c'era un'ammirazione come verso un capolavoro dell'uom o. gl'improvvisi chiari del volto e gli zigomi forti che sono come d ue punti di luce. sembra si as petti continuamente l'arrivo d'una gara.

si fissano nuo vamente e si riuniscono davanti al sorriso della fortuna. e le conquiste sono così dure ch e fanno un solco nella vita più immediata. Immaginiamo una s ocietà italiana interamente evoluta. queste stesse don ne portano i ragazzi. e contro di esso la valanga dei veicol i torna col rombo di una tempesta fuggendo la notte imminente. andare incontro all' amato. la veste. Appaiono i grandi convogli notturni dei grossi trasporti che vanno lontano. i bisogni l'hanno temprata. al paragone d'una comunità italiana fissatasi a Nuova York mettiamo quara nt'anni fa. cercano ventura. Ripr ende. e solo nella notte abbandonata ci si accorge che vi sono de i viandanti. e vediamo che cosa significherebbe un'unità lin guistica. si dividono le famiglie. Sì. che è come il respiro e il battito di un organismo. È una vita vagant e come quella del polline dei fiori. Si dorme quasi sulla sicurezza di questo ritmo. Al punto cui sono i dialetti italiani oggi. Il sole s'infila per la lunga strada col suo color rosso come in un corridoio. emigrano. Si legg e chiaramente la funzione vitale dell'uomo in una specie di rappresentazione sen za ipocrisie. quasi fra le sue braccia. nella polemica co ntinua con la nuova vita. sembra si facciano rapire. E sono belli i sabato sera sull'ai a. e i panni svolazzanti. Seguo da anni la polemica d'una ce rta comunità regionale dell'America del Sud. stride. sedute davanti a l ciclista. forse sono gli stessi luog hi d'un tempo trasformati pei cavalli d'acciaio d'oggi. Si capisce che ogni ora va vissut a come un compenso dell'uomo. e si capisce che badano a non sci upare nulla delle loro acconciature pei ritrovi festivi. un male. Nella pratica dell'emigrazione e dell'espansione. i giovanotti col fiore tra le dita hanno accompagnato la ragazza dal centro d ella borgata. È un incontro assai semplice. si può d ire che. Nei giorni di lavoro. i capelli. Il nucleo emigrato con serva gelosamente il tipo di vita anteriore al suo distacco dalla patria. Sotto la spinta del biso gno. e la terra è tutta una cosa ordinata. a Cesena. Lotte e rivolte hanno fatto misurar e il peso della vita. i bambini. Ma for se l'ora più bella della Via Emilia è la sera. È un grande ordine naturale. e vado notando che essa polemica tend e a ravvivare in detta comunità il senso della patria svolgendosi quasi del tutto intorno agli uomini più o meno grandi che la regione di questa comunità ha dato alla cultura nazionale. dove le botteghe di rifornimento per le biciclette e le macchine hanno un colore d'arri vo equivalente a quello dei vecchi alberghi di posta.dove venga quel colore di certi angoli di città a Imola. il fazzoletto nero sul capo. partono. I fattori che dissociano la vita sono quelli economici. e ciò sarebbe. quasi direi di colonizzazione. come in un trattato degli istinti. cioè una cultura. le gambe nude. forse perché questa è una civil tà nata coi problemi più gravi dell'esistenza presi d'assalto. Così. ma che non ha rotto i suoi veli. Mi diceva qualcuno che in Emilia e in Romagna la nuova generazione si esprime se mpre meno nel suo dialetto. Qualcuno va a piedi lungo il m argine della strada. La notte si sente la lunga e incessante vicenda dei carri. le comunità rimaste in un paese italiano sono in un certo senso più evol ute e hanno assorbito assai più dalla vita moderna: il nucleo emigrato conserva le sue abitudini e tradizioni sotto la stretta della lontananza. v'è l'incanto di una primitività. Altre. è appa rso chiaro sempre che i popoli più colti e più legati alla lingua nazionale non hann o ceduto alla nazionalizzazione. In quest'estrem a fase di vita civile. e ch e gli diano diritto di sedere fra popoli civili. ritrovarsi con altre creature. danzare. non rapp resentano oggi che una curiosità e un impaccio. precipita. Le donne si compongono c ontinuamente sul sellino. mentre la comunità rimasta in patria si adegua alla real tà viva dei tempi. penetrati profondamente di linguaggio nazionale. È bello stare insieme. secondo lui. m entre in certa borghesia italiana il fatto della cultura si fa sempre più genere d i importazione. o hanno costituito addirittura un impero lingui stico che è quanto a dire morale e in moltissimi casi politico. . una civiltà degli uomin i tutti e non d'una sola categoria d'uomini. e quindi al progresso e alla bellezza dell'universale. è la strada. p are che volino e i piccoli imparino a volare. è la vita. reggendoli con un braccio sul manubrio della bi cicletta. a Forlì. Pare che una gran de porta si chiuda sull'orizzonte e per il piano. e con un ormai poverissimo vocabolario veramente arcaico e veramente locale. Talvolta qualcosa si ferma. l'italiano all'estero ricerca i t ermini della cultura nazionale come i soli nei quali si possa rispecchiare.

i ragazzi che giocavano coi biscottini della festa. e pur rimanendo contadino e operaio avere gl'interessi e i bisogni di chiunque altro. incluse quelle più intime e fisiologiche. in pochi mesi è ridivenuto proprietario. vestito da festa perché è Sant'Antonio abate protettore degli animali. che vuol star bene sulla sua terra. ed è ricorso perfino ad alcuni metodi di allevamento moderni che hanno dato per risultato l'aumento del peso del bestiame. Egualitario. che consiste nel superare di continuo l o schema delle categorie. ha in queste regioni poca presa. una unificazione del costume. fenomeno ripugnante. nelle tradizioni. significa voler differenze di classi e di caste. Poi i prodotti agricoli aumentarono di prezzo. due innamorati si dicevano qualcosa di molto serio. e le donne se dute a discorrere. tutti oss ervavano la festa del protettore degli animali. che è poi il carattere dell'italiano in genere. La ripresa agricola e dell'interesse agricolo ha prodotto qu i come in ogni altra parte d'Italia un fenomeno che si fa sentire nella città: è ces sata anche l'emigrazione delle ragazze che dalla campagna andavano a servire nei centri urbani. accade neg li animi. In un angolo.Siamo in un tempo di grandi mutamenti che di giorno in giorno incidono nell'aspe tto e nella mentalità del nostro paese. forse unico. E questo è il sol o modo per tenerlo legato alla sua terra e alle sue occupazioni tradizionali. alla ricerca di un lavoro di operai. La nebbia di fuori entrava a buffi per lo spo rtellino praticato nell'uscio: al di là si vedeva la campagna addormentata nell'in verno. il contadino che da anni ormai non riusciva più a comperare il bestiame da allevare in partecip azione coi padroni. il basso prezzo del bestiame e delle d errate li spingeva a inurbarsi. i profili degli alberi e delle viti ingigantiti. e grandi nella nebbia gl i uomini che apparivano e sparivano alla svolta della strada. vestito di buona st offa e di buon taglio. Paese d'individualisti. Il contadino che m'ha accolto sulla soglia della sua stalla. dunque. Quello che accade nella trasformazione dei dialetti i quali tendono sempre più a confondersi con la madre lingua. particolarmente di giovani contadini. tale evoluzione si fo nda su un terreno di tradizioni locali. I vecchi bronto lano. Il cinematografo. Non filavano neppure la canapa lucente e leggera nella conocc hia di canna. Il problema della vita italiana è sempre consistito n ella mancanza di una società. il cui influsso non è stato ancora abbastanza conside rato fra noi. Esiste inv ece qui un adeguamento alla vita moderna. le cose più serie del mondo presso i vitelli con le zampe ancora troppo grosse e c . progredita tutta sullo stesso piano e t utta mossa dai medesimi impulsi. L' emigrazione è un prodotto del disagio materiale. perché l'imitazione esteriore è causa di uno squilibrio totale delle qualità femminili. nel limite delle sue condizioni. e per le donne del contado piacere come piacciono le donne della città. Immaginiamo che duri ancora un pezzo questo fenomeno. Pretendere usi e costumi che stabilisc ono una differenza. che è il grande colonizz atore e livellatore moderno. qualcuno si domanda dove andremo a finire. Qui ab biamo invece gente che si trova bene sulla sua terra difficile ma grata. ma col senso della sua personalità. Sotto i portici di Bologna. negli usi. e gli uomini che andavano attorn o alle bestie. Negli anni scorsi vi fu una certa emigrazione dalla campagna emiliana verso la c ittà. il contadino col suo abito da festa di buona stoffa e di buon ta glio mi fece entrare nella stalla. vi ritrovai tutta la famiglia raccolta nel bu on tepore e in quel vivo ruminare. In queste campagne. s'inc ontrano meno che a Roma ragazze che vogliono somigliare a Jean Harlow o a Greta Garbo. una maggior proprietà. Là dentro. gerarchico ma non s ervile. È una ricerca di individualità voler vestire in campagna come tutti gli altri. ma più del disagio morale in una st ruttura sociale oppressiva e di troppi privilegi: basta osservare la storia dell 'Italia meridionale nei primi quarant'anni della vita nazionale italiana. e vedremo che la vita familiare subirà in città profonde modificazioni. Quando. il nostro urtò sempre alle dif ficoltà d'una vita collettiva e unificata. Il segreto stesso della sua fortuna è in un suo atteggiamento particolare. Il popolo i taliano non è fatto per queste cose. In pochi mesi si sono ripopolate le stalle. Quasi tutti quelli che emigrarono dalle campagne sono finiti male. non è per niente ridicolo o vano. sempre sulla linea di questo paese egualitario. e che h a stabilito uno dei nuclei più compatti del vivere sociale. Ma è soltanto un'unificazione del costume che rende fisse le categorie umane e che determina il minor numero di s postamenti e d'inquietudini.

Ma già la ragazza. ma un'altra umanità vestita di panno . come se ella portasse un potere naturale. entro la strettura del v ecchio pudore. vi provano i l fastidio che danno le cose false e senza più significato. sembrano d'un guardaroba teatrale. Insomma . Le famiglie che s imparentano s'incontrano il giorno in cui è stabilito il matrimonio. qualcosa che non sia soltanto un atteggiamento. sol perché è colorito ma che non dice più nulla al cuore di nessuno. che vanno al loro ballo del sabato sera. ha detto ai suoi parenti che ella si è promessa. spesso i gio vani sembrano in maschera. dandole del voi che poi le darà sempre perché ella è divenuta sposa e sarà madre: "Accom odatevi". Da quando sono in mezzo ai contadini e a chi lavora non sento parlare d'altro. Questo è il segno che la vuole. Ubbidienza. rossi in viso. tanto comuni e piene di senso. Quando esce la sua bella. e vi fa come una ripet izione dei suoi doveri di madre e di sposa: aiuta i lavori. e così gli usi e le tradizioni. col passo uguale che va sulla strada molle. il famoso Fegato di Volterra. dopo essersi acc ertato d'essere ricambiato va in chiesa. un costume bisogna saperlo portare. dei sentimenti veri e connaturali. Poi ci sono tante maniere d'incontrarsi. Ella entra a far parte d'una nuova famiglia. Non c'era più da chiedersi se i mutamenti del vestito e una diversa concezione del la vita avessero distrutto una tradizione.ol pelame di latte sfrangiato come i primi capelli degl'infanti. né le teste arr icciate del medio evo. La madre dice allora alla figlia. Gli stessi costumi che in tali circostanze indossano i giovani. si aggirava senza paura tra quattro tori le gati all'anello. Un piatt o del pranzo di nozze è il fegato di bue. e questo era il suo vanto. Bisogna d iffidare di chi vuol richiamare in vita tutto quanto è colorito. sotto quei panni da museo. della vecchia riservatezza. A questi vecchi tutti debbono obb edire. e i fatti della vita non cu lminano in altra parola. e i movimenti che essi fanno non sono più quelli d'un tempo. E zitti. e dividendosi non ha più le braccia suffici enti per condurre il terreno. con la smoderatezza delle persone mascherate. quando mi fecero notare questa sua v irtù. fino a quando. alla funzione della sera. "va a prendere il voi". e nello stesso tempo sospettare ch e qualcosa della loro vera e profonda vita antica sia rimasto in esse. una nuova stirpe come si dice qui. TORINO E L'ARCHITETTURA Nel libro di storia delle nostre prime scuole. otto giorni dopo. Mi domando di dove venga questo piatto r ituale e mi viene a mente qualcosa di molto lontano. poco più alti della siepe che divide i campi. sbriga le faccende. Una donna adult a. col cuore in tumul to. le ragazze in costume col viso imbrattato di belletto. Ho veduto più volte balli folclorist ici. lo sposo porta i mobili della stanza da letto e la cucina. che cos'è la tradizione? Niente altro che il culto delle cose vere. si affa cciava dalle vignette tutto un altro mondo da quelli prima veduti. E poi. Ella entra e dice all a madre: "Mamma. La sposa rimane nella casa materna otto giorni. né scudi né armature né elmi erano. sono qui a prendere il voi". spesso camminano e camminano senza sapersi dire una parola. né i profili taglienti del Rinascimento che a mano a mano d ivengono obesi. il Fegato che si trovava ra ffigurato presso gli etruschi. bada ai bambini. ubbidienza. o con quelle parole che nessuno ha mai scrit to. sotto il comando dell'ascendente più vecchio che al sabato divide tra i suoi fami liari il denaro per gli svaghi della domenica. voltata una certa pagina. E vorrei immaginare la scena che si svolge otto giorni dopo il matrimonio. p erché il modo di muoversi d'oggi è un altro. Le si mette accanto e cammina con lei per un poco . ma acquistano qualcosa di equivoco. ho sempre veduto a tali spettacoli. le si mette accanto. La sposa provvede alla biancheria della casa e al vestito di nozze dello sposo. e dopo la cer imonia aspetta fuori della porta. Il ragazzo che ha adocchiata la sua bella e che vuole sposarla. altrimenti la stirpe si divide. o il ballo del Dopolavoro. e me ne è venuta un'im pressione di malinconia. o le sere d'inverno nella stalla dove le famiglie passano la stagione cruda in cui la terra riposa e i buo i seguitano a ruminare. ella venne avanti e mi disse che difatti i tori non le facevano nulla. non un modo di ballare e di puntare i pugni sui fianchi. Mi f a più piacere vedere le ragazze di qui che vogliono vestire come le signore delle città. quando la sposa torna in casa della madre e. come si dice. col fazzoletto rosso sulla testa. Tutti. le s ere della spannocchiatura. un costume è u n modo di pensare. il marito verrà a riprendersela.

e non. all'Altes Wien. ma con gli elementi d'un'a ltra città e gli echi. occhiali a stanghetta. I baffi grandi e le barbe non nascondevano i nasi a scarpa. ecco il Cavaliere col cranio da alpigiano sullo sfondo dei salotti rococò. l 'arroccamento della città moderna nasceva a Torino. poi santo. Che siano legislatori o santi. tra uomini e tra borghesi: e non è raro trovare nei loro accenti e nella loro fede una punta di scetticismo o di bonaria ironia. nasce l'industria. improvvisi delle architetture. Solo uomini. delle prospett ive. Quei visi di tutti i giorni entrati nella storia. gli zigomi da montanari.. Piazze squadrate come piazze d'ar mi. come accade nell'arte francese. Proprio a Pietroburgo ebbi l'i mpressione che sia la città d'Europa più somigliante a Torino. profezie di gente in cappa. in corazza. Torino. degli amministratori. ed è la trasfigurazione delle sembianze um ane. un punto non accettano. anche nella tras figurazione e gloria che se ne fece in Vaticano il suo arguto e realistico viso di piemontese rimase immutato tra la gloria degli angeli. e non rimane che l'arte per l'uomo. e che sta accanto al Vieux Paris. ma precisamente quella che nella storia d'Italia ricomincia va. I tempi si corri spondono. g uerrieri. Primitivi e cinquecentisti. lo stesso. non hanno operato altro che nell'umano. è il r icordo della Mole Antonelliana. profeti. Prete. nuova. quando l'arte piemontese risen te. dopo predicazioni. invece delle ce late. legislatori. accostandomi al Piemonte. Una razza fino a quel momento sconosciuta. Due santi. i grandi movimenti rivoluzionari si coagulano in patrie. a Riga. reale. una generazione nuova in pantaloni lunghi. i palazzoni cadevano in rovina. come ogni altra arte minore. Tutto ciò mi pare nella valutazione dell'arte piemontese un punto che scopre non s oltanto una fedeltà al tipo umano. delle strade. le città a scacchiera come un campo trincerato. di donne virili e bruciate della stessa febbre troppo divina o troppo umana degli uomini. sia idealizza2Ìone o adulazione cortigianesca. tramandò la sua strut tura fino a Vienna. a Torino si dedica a erigere palazzi e abitazioni per la nuova civil tà dei re. a Praga. Così il Piemonte entrò nella nostra fantasia di non piemontesi. nell'argenteria. spesso ai conf ini della favola. era il Piemonte che bucava la pagina coi suoi re e i suoi ministri. a Potsdam. d'una città visitata in sogno. la politica diviene economia e amministrazione. uno stile che si chiama Ve cchia Torino. e uomini di qui. nel mobilio. Non conosco nulla che stoni ta nto quanto quella scultura che rappresenta Vittorio Amedeo n in effigie di Apoll o. L'arte grande e aulica ha finito di corrompersi. accettando in Piemonte la cifra in voga nell 'arte italiana. don Bosco e il Cottolengo. senza infatuazioni né depressioni. e non più con visi i deali. a sistemare piazze e fontane intorno a lle chiese. entrano nella categoria dei servi di Dio all o stesso modo dei Cavour o dei Vittorio Emanuele servitori della patria da uomin i moderni e da borghesi. avesse alla fine raccolto l'appello di ben tredici secoli. quella prima impressione si schiarì. eroi. in cima a tutta l'idealizzazione o convenzione rinascimentale ecco un viso da montanaro. Esiste nell'antiquaria. con la sua cupola e la sua freccia puntata nel cielo. apostolo. strade dritte e grandi viali. costruita come espressione d'una monarchia militare. perfino in quel Palaz zo dell'Ammiragliato. quasi che. In tutto il resto d'Ita lia s'era già finito di costruire. e le epoche. appelli. alla quale si potevano contare i bottoni di metallo sulla giubba. le influenze del Rinascimento. Imparenta queste città non soltanto la nascita sotto la volontà d'una monarchia mili . il Barocco riso rge a Roma. ma è intento a rinnovar chiese. fede nell'opera dell'uomo. nascono le capitali moderne e monarchiche . mentre i capelli corti scoprivano le fronti dri tte da ragionatori: in una grande storia di santi. tutti del medesimo stampo. c'erano. a Pietroburgo. disadorna. comune. ma una fedeltà a quello che cotesto tipo signific a: ed è realismo. il mondo pareva rivestirsi in borghese. ma di vicini di casa. gentiluomini travesti ti. degli eserciti. Un'impressione come di elementi noti che avesser o cambiato posto. né apollinei né angelicali né eroizzati. Più tardi. in lucco. in tonaca. segui tai a vederli in ogni manifestazione della vita e dell'arte piemontese: santi. lamenti. a Varsavia. soltanto Garibaldi ricordava ancora il viso e il co stume antico dei Camilli o dei Giovanni dalle Bande Nere. E don Bosco? Ha lo stesso viso. Se la villa rinasceva in Francia sulle ceneri della villa italiana del Cinquecento. sono proprio g enti delle vallate. e le tendenze civili.

per altri paesi e contr ade. dove non ero mai stato. scorgendone l'immagine. l'uomo ha l'impressione d'aver già veduto e di conoscere. ma serbarono qualcuno dei caratteri primitivi. dei Castellamonte . div iene il tipo di costruzione dell'influsso germanico sul Baltico. sia pure attraverso un tralignamento o una trasformazione in un'archit ettura spaesata e divenuta popolaresca. reputato da noi di difficilissimi rapporti. ricorda Gaddi e l'Angelico. Così un bosco o una dolomite ci avranno già suggerito l'idea del Duomo di Milano. che spesso degenerarono. è cur ioso vedere la galanteria francese dei Boucher e dei Fragonard diventare scontro sa e sanguigna alla maniera montanara nei pannelli decorativi di certi palazzi t orinesi. Così per le città. e in un padiglione del Louvre c'è tutta la vecchia civiltà architettonica della Francia. la suggestione . si va nel Settecento dal vecchi o schema tartaro che già qualche italiano aveva tradotto in termini rinascimentali al Barocco italiano. sarebbe uno studio interessante rintracciare i rapporti dei Guarirli. Due temi di architettura torinesi mi paiono gra ndissimi e imitatissimi: il Palazzo Carignano e la Piazza San Carlo. quasi che coi caratteri aviti noi ere ditassimo la memoria dei luoghi veduti dagli occhi materni e paterni. fino al Baltico. Non b isogna dimenticare che. dell'unica grande epoca della pittura russa. i pittori italiani. Una di queste impronte. e a Torino rimane lo sca bro e brusco colore del mattone. parve d'aver conosciuto l'Alhambra. che costruì nell'Ottocento le chiese del Cremlino riandando sempre al modello barocco. sembrò che per caso l'arte alla sua nascita scoprisse di colpo le leggi superiori dell'armonia e della composizione. Questi riconoscimenti improvvisi. possiamo perdere il senso del luogo e pensare di trovarci a mille miglia di là. Nell'Europa centrale. g l'iconisti russi. dei Juvara. in cui sono legati al medesimo atteggiamento i miniaturisti indiani. A me. con i Rastelli e gli altri architetti italiani che lavorarono in Russia. che tutti insieme empiono del loro ricordo esattamente il quadro nuovo. essa nacque in Grecia e in Italia. per Atene l'Eretteo. Ed ecco da quali elementi vaganti per cui non esistono frontiere. e la provenienza di quell'architetto italiano Gonzago di cui parla Glinka. A molti. s'influenzavano a vicenda. ma respirante in un clima vivo e attuale. come se noi ci rico rdassimo subitamente un paese visitato oscuramente nell'infanzia. ch e impronta di sé il palazzo tedesco del tempo di Federico e di là va a Varsavia. rosa arancione e malva. Solo che lassù. conosciuta u na volta. in quel cielo boreale. raga zzo. Si potrebbe tenere lo stesso discorso per la pittura dei primitivi. Tali elementi parenti sparsi nel mondo formarono una sol a famiglia e partorirono a loro volta altri schemi. nascono da una somma di elementi a noi familiari. le città ricordano Torino. ma il f atto è che in un tempo. e che qua come là furono architetti italiani a lavorare. Bisogna dire che vi fu una stagione unica della grande architettura. i disegnatori cinesi. il sodo del muro tra c olonna e colonna è a colori vivi. Vi sono città e luoghi che.tare. attraverso le letture e gli aspetti naturali . in una piazza o in una strada di città nuova. ci sembra di aver veduto. Per Roma bastano le tre colonne del tempio di Castore e Polluce. basta a dar la chiave a tutto un mondo c ostruttivo. da Santa Sofia alla chiesa dell'Assunzione di Mosca. Noi. accadrà la stessa cosa. e ce lo faran no riconoscere solo a vederlo riprodotto. e per questo la scuola di Nij ni. Dove ? Quando? In un sogno anteriore a noi. appena buttai g li occhi su una cartolina che la rappresentava. fare uno sforzo pe r ritrovare il nome della città e della nazione in cui ci aggiriamo. Le arti minori vi sono di riflesso. si potrebbe quasi credere. Esistono ben pochi luoghi di città di carattere tanto forte da assorbirci interamente e da form are quella dimensione unica in cui sia impossibile ogni evasione. piccola di fronte alla formazione dell'Impero austr ungarico e dell'Impero russo. nella vita e n ella memoria dei nostri avi che vi furono. e in quel tempo Juvara e Castellamonte avevano già fatto la loro parte a Torino. ma ostinatamente ribadi te su un'ispirazione tutta propria. gli artisti più lontani si conoscevano. n ello stesso clima di allora. il mobilio e la decorazione. o dai pochi elementi artistici con cui noi facciamo primamente conoscenza. e assurte perciò a uno stile riconosciuto. San Marco apre le porte della conoscenza di tutto il nord e il sud messi assieme. Guarirli e Castellamonte. nell'architettura russa. E intanto quest o tipo di architettura aveva conosciuto il Rinascimento italiano attraverso l'am mirazione che ne nutriva Francesco I.

quando mi trovo a Venezia. D ietro ad essa non v'è la sola Toscana. Mi accade solitamente. quella di Assisi. Po iché questi sono i fatti tipici dell'architettura. alla mia casa. i passaggi obbligati. e la fantasia anziché andare vagando ad altri aspet ti. piazza del Popolo. sulla linea d ella grande architettura. Un capo luogo di questi regni è Venezia. Esse sono concluse a tal punto. lo stesso linguaggio c he vi si parla mi tocca appena. ci chiudono da tutte le parti. quella del Cremlino. a me. sino a parere bizzarra. La piazza della Loggia di Brescia. quella di Perugia. ma che intanto sono uniche. mentre in basso nelle incr ostazioni di nero si sente l'umidore dell'acqua. che hanno per qua lche aspetto parenti in molte città del mondo. davanti a Palaz zo Vecchio non c'è possibilità di evasione. svolgono i temi maggiori con una libertà e una fantasia tanto sveglie. Le grandi civiltà dell'arte hanno bis ogno d'una gran forza per rinascere alla storia. che è Italia ma remotissima. risale il corso del tempo. stanno ad essi come satelliti a un pianeta. attratt i nell'orbita di città fra le più prepotenti del mondo. e molte piazze di Viterbo. parliamo di Granata o del Partenone come d'astri solitari e disa bitati intorno a cui la vita sia interrotta. l'ultima nostra sollecitudine sarà l'uomo. dove vi siano vie d'acqua. altro che per le f igure tra marine. Son queste le città prepotenti. senza raggiungere l'imperiosità di questi. il colore della vita che espresse cotesti ideali di scenari umani. e dove in Calabria e in Sicilia si sveglia l'ar chitettura dopo il Rinascimento. e il rigore di Firenze . e cost ituisce la matrice d'altre città molte. il vecchio centro di Bergamo. per dirne alcune. come è la p iazza del Palio. di Santa Sofìa a Costantinopoli. la piazza del Palazzo Gonzaga a Mantova. quella di Volterra. che non ammettono altri ricordi. e di là penso alle mie cure. ma l'Umbria. e per esem pio la fontana di piazza Pretoria a Palermo non sembra dissimile da quella d'un parco fiorentino o dai gruppi che si trovano a piazza Navona. Ma mentre le colonie delle grandi architetture permettono di evadere. scende fino al sud. tropicali con le loro strane membra. dove gli archi hanno forma di chiglia. le colonne del Palazzo Ducale basta scorgerle di lontano obliquamente dalla piazza San Marco per avere l'impressione dell'acqua in cui s embrano affondare fino a mezzo. venendo i n Italia. di mescolare insieme il nobile col comune . a Mantova e a Bergamo. e all'estero la piazza Vendôme. perché laggiù si mescola a l ricordo delle torri e dei fortilizi mediterranei. di pensare e di agire come se mi trovassi in un altro mondo. la civiltà costruttiva della pietra ha quel tema e lo riecheggia in modi infiniti. la più esigente. delle case d'una campagna malfida che divenivano difese.di luoghi come questi è tale. tornando di Spag na o di Grecia. che ci sembrerà di essere entrati in un altro regno. ma questa è la più difficile. Vi sono luoghi che. quella dei Mercanti a Milano. il loro carattere tanto imperioso. si siano quasi sempre occupali pochissimo della vita italiana. il luogo. e sulle sommità degli edifici del Sansovino è il col ore del vento. dei palazzi spagnoleggianti. e noi italiani lo sappiamo. che in altre piazze simili che le ricordano sembra manchi qualcosa. la riecheggia Palazzo Vecchio. In luoghi come questi. i costumi. come a fatti da ritrovare uscendo da quell'astro fulgente dove l'architettura stessa è impregn ata degli elementi in cui essa crebbe come un prodotto naturale. la vita. E che cos'è la Firenze rinascimentale se non la capitale delle città di pietra? È imminente la pietra azzurra del monte Céceri di cui il campanile di Fiesole è la prima catasta. non mi ricordo quasi l'aspetto degli uomini e il colore della vita. ad Amsterdam. dalle dantesche labbra strette. e anche senza che noi c onosciamo la storia del luogo esse ne raccontano gl'ideali. formano paesaggi obbligati tan to tipici. tanto sono divenute aereamente chiare. riprende più in su. quella del Duomo di Lucca. a ricordare altri luoghi. quella di San Pietro. la piazza Cas tello di Torino. stende le sue Colonie fino a Cipro e a Costantino poli. qu ella davanti al Palazzo d'Inverno a Pietroburgo. e non so quante altre. uno scalino su cui siamo soliti posare il piede. fluviali. e con accordi che la stessa architettura maggiore non conosce. Noi stessi. come non c'è di fronte a piazza Navona. A un certo punto la grande arch itettura è prossima alla natura. L'Italia ha in sé molte capitali di tali regni. u n appoggio cui siamo abituati. Questo spiega perché molti stranieri. ride col riso carnoso del Mediterraneo. La virtù che hanno molti di questi luoghi. arriva ai margini della civiltà costruttrice del mattone che è l'Emilia e la Romagna. al Cremlino di Mosca.

ed è i nteressante notare come il filo della nostra fantasia si svolga e si annodi pass ando attraverso suggestioni diverse. dei traffici. Poiché le città vecchie corris pondono a una data ben fissa della storia della società. quartieri che hanno del misterioso e dove si svolsero nella mente dei romanzieri gl'intrichi dei lor o libri avventurosi. è bene buttarcisi subito in mezzo. e non è più per l'uomo che vi appariva su una strada stretta. percorrerla a piedi. arruffati labirinti di strade. piccola scena dove egli era nello stesso tempo bersag lio e spettacolo. senza neppur vicoli tra casa e casa. Vi sono strade che noi p ercorriamo la prima volta. tra riposo e movimento. Noi abbiamo in noi quasi naturalmente la logica delle vecchie città. il nuovo protagonista della storia del mondo. compensi tra vuo to e pieno. Per entrare subito in contatto con una città nuova. diversissima da oggi c he ha bisogno di enormi spazi. ordine. o nella piazza della Loggia a Brescia. pieni di sparizioni e di apparizioni. Con le nuove strade nasce il potere delle polizie. Così nacquero i grandi b oulevards. Così l a piazza di Brescia ricorda Venezia e la Loggia è già oltre. a rischio di per dercisi. direi che i modelli grandissimi dell'architettur a ci portano nella profondità del tempo. la fantasia di quell'architettura che in poco diventava profonda. quando l' architettura era nelle prospettive. in pendio. ma per la folla che mareggia nelle grandi arterie. Con questo v'è tutto un fatto sentimentale. dei porti. Se non temessi di semplificar troppo. i cui quartieri corrispondono come corrispondono nella vita dei popoli gli strumenti stessi del la ricchezza. Chi vuoi conoscere una di queste trappole . senza soste. hanno luoghi e passaggi e curve simiglianti.e quotidiano. Nelle vecchie città vi sono perfino delle licenze. senza quelle curve che un tempo bastavano a d are tutto un sapore alle città vecchie. come sono simiglianti gl'ideali delle classi che hanno fatto le civiltà. al lato di Palazz o Venezia. avere la rivelazione della sua essenza. vi si estesero l e grandi arterie. Quartieri come questi danno l'idea che i punti di riferim ento si spostino stranamente. tanto si sente vicino il modello italiano. faccia a Roma il quartiere che si estende dietro il Pantheon. alle grandi correnti della civiltà. i parenti minori di questi modelli ci fan no vagare nello spazio. a Roma. e su cui si basa tutto il colore d'un'urba nistica. ma quella colonna n apoleonica di pretto tipo romano. all'Oriente. le sue leggi immutabili: ritmo. o molto più giù alla Chiesa Nuova. e che ci conducono naturalmente verso le piazze con l a certezza del filo d'una corrente che porta al mare. densa e com patta. gerarchia. d'ins eguimenti attraverso dedali di strade. ma una folla: questo tipo di città fu iniziato a Pari gi con gli sventramenti di Napoleone III ma proviene da Torino. è spesso d'un seducentissimo effetto. nelle false distanze. CASALE Vi sono città in piano che seguono la squadratura del solco e del campo: è la manier . E a leggere la storia che corrisponde all'epoca di queste strade la si trova piena d'imboscate. curva. La piazza Vendôme di Parigi non sareb be neppur tipica. Vi sono le città dei mercanti. ricordi d i città visitate sotto altro cielo e spesso lontanissime. A cercare di queste parentele v'è da scrivere un trattato di architettura. Vi si vedrebbe come i te mi di questa siano assai pochi. Credo che in ogni città si trovi uno di questi nodi intricati. dritte e uguali. Così vi sono le città nate d all'accrescimento enorme della popolazione e dalla necessità di tenere a bada non più un individuo o un partito. quasi che gli agenti dell'ordine debbano dominarle con un'occhiata. Chi sa più mettere un muro ciec o e una casa modesta tra nobili edifici come nella piazza del Mercato di Mantova . per esempio. Essi sono quanto rimane dei misteri delle città vecc hie. le vie Montenapoleone e Bo rgonuovo a Milano. e che fa tanto caratteristiche. o in quella del Comune di Bergamo alta? È un'espressione scaltrissimo di potenza pubblica e di buona vita privata. ed è interessante ritrovare lo stesso schema e lo stesso ideale costrut tivo nelle città operaie della Russia dove la città non è più che un immenso viale. senz a piazze. e così Manto va. nel suo bronzo ricorda il cannone napoleonico e tutta un'epoca e un materiale d'armi. quasi improvvise correnti d'aria. ai mondi parenti. tra la piazza de lla Minerva e Navona: bisogna sia praticissimo per non perdere l'orientamento e non trovarsi volta a volta a sboccare dove meno se lo aspetta. la folla. e Bergamo a un Rinascimento che s'è spinto nel punto più settentrionale d'Italia rimanendone meravigliosamente puro. con tut te le licenze che si può prendere uno che architetto non è.

nelle più difficili combinazioni. queste torri si assottig liano. e punt eggiati dal grigio della calce. Le architetture salgon o al cielo accompagnate dal sentimento di questo ritmo sonoro dei mattoni posati l'uno sull'altro. non soltanto nella squadratura della torre. casale. e tutto insieme fa un vino nobile e importante. ci si accorgerà che è profonda e vasta nel suo interno come una ricca fat toria. queste città danno l'idea dell'infinito e n on del finito. e inventato una natura artificiale. l'aspetto della foglia e del graspo. ariosa e riparata: bisogni che dà la pianura. Il Duomo fu la prima fortezza di questa città fortificata sino all'Ottocento. e tu tto vi è estremamente urbano e civile. Alla fine il mattone è il colore stes so della città. Spesso l'effetto è quello spoglio e nudo di certe strutture di monumenti romani di cui è rimasta l'ossatura di cotto. rompendo ogn i rapporto con l'uniformità del piano. Ultimamente. il vento ha stinto certe sommità di facciate sino al rosa antico. colonne e capitelli. Le sue strade vanno come passaggi d'una gra nde fortezza. Siamo poco dopo il Mille. Lungo le strade che tagliano a raggiera il cerchio del centro. fontane. del gotico e del Rinascimento. si allontanano ve rso la pianura. Il mattone. Immagino: da casolare. Ne ll'architettura più tarda. la corte è vasta. saranno ancora per u n paio di secoli il ricordo di quelle chiese fortificate. Il suo modello sarebbe insomma l a fattoria. è la città. e su questo è cresciuta una città signorile: le belle fattorie che nella campagna aperta fanno ombra. Tutti quei mattoni posati l'uno sull'altro. Alla fine. abbiano eretto questi palazzi come altrettante variazioni per scenari intern i. A Casale gli edifizi hanno spesso due uscite su due strade parallele. Rinascimento e Barocco elaborano a Casale il medesimo mattone e ne cavano effetti ognuno a suo modo: l'uno un effetto di massa. C'era una comunità di fedeli sulla pianura e una chies a. verso l'infinito. della sua diligenza e delle sue qualità d'invenzione. riunione di più case in aperta campagna.a più semplice di risolvere il problema. sofisticata. riparano dal vento e dal gelo. come un solo blocco di marmo o d i pietra. sui ricordi di questa chiesa si può immaginare qual era la vita in questi centr i della pianura non ancora prospera. l'altro di scena e di colore. fu anzi una chiesa fortificata al modo di quella di Vercelli. Fra l'una e l'altra. è stato trattato qui come se i diversi architetti avessero avuto davanti agli occhi l'effetto che può produrre un cumulo di mattoni considerati nell'insieme. Ogni ingegno locale ha lavorato a modo suo con un materiale tanto uniforme e di una plastica difficile. Casale è la grande signorile fattoria della pianura padana. Tanto è vero che in architettura non si può proscrivere nulla in nome della stretta ragione. diventano motivi ornamentali. l'effetto è d'un materiale d ivenuto prezioso. non trovando appigli esterni per variare le loro costruzio ni. sono appena un ricordo della primitiva funz ione: tutte le cuspidi ai lati delle facciate delle chiese. Nei cortili l'oc . non ha perduto quel senso. Ho cercato inutilmente di dove prenda il suo nome Casale. gli edifizi di mattoni coi loro scabri ornamen ti acquistano risalto nel grigiore della strada che si confonde lontano coi verd i pallidi dei giunchi. da romanzo. una fattoria da racconto. girano come un ragionamento intorno a un tema. Quando la si sarà ben visitata. Quando si saranno visitate dieci città padane costruite di matto ne. sfrangiati nel capitello. ma a rrotondati nella colonna. infestata dalle acque e dalle invasioni. l'odore del pampano. il sapore dell'acino legnoso. di pieno. Casale si svolge a chiocciola intorno al suo centro. Si direbb e che gli architetti. colonne. l'argento dei pioppi. Ci si accorge da vicin o che quei due campanili sono anch'essi due torri. vedere apparire sull'orizzonte queste città di cotto. l'umore dolce della polpa nella buccia forte e densa . i ricordi di quelle torri sono riapparsi com e decorazione. e del Duomo di Arles e di Saint-Nectaire in Francia . tra affreschi. danno l'idea della immensa fede e pazienza dell' uomo. Ed è un sentiment o speciale. Al modo del vino dei suoi colli. frescura. con tut te le varietà di tinte d'un campo di gerani. Esso ricor da la vite e l'uva. che è l'elemento costruttivo della pianura. piet re. Hanno qualcosa di carnale. scalinati nel fregio. si avranno dieci sentimenti diversi. Così è Casale. le torri sono di venute colore del ferro. nelle chi ese costruite in istile funzionale. S'immagina facilmen te che il centro siano quei due campanili e quella torre. da stampa antica. quali angoli di natura e immagini di vita rustica.

di spose. i nastri scarlatti. ai fine strini una testa sull'altra. nel fitto delle vecchie città tartare e mongoli che. una fattoria alpina. e a quello non meno femminile della Rave nna bizantina. è compiuto da queste centot tantamila donne. un'al tra si trova dietro il Palazzo Farnese a Piacenza. e non so quante volte tanti figli domani. r idono. Qui si capisc e qualcosa dell'Italia. le piazze dei mer cati e delle caserme. lo scros cio degli oricalchi d'una banda. i canti d'amore e i canti patriottici fanno tutto un fragore. questa. il suo tono. a mano a mano che si scende lungo il corso de l Po. Tutto vi acquista colo re e movimento.chio ritrova quello che cercherebbe invano nella pianura. e nello stesso tempo vasto e spazioso di Casale. le ruote affondano nell'acqua. i cappelli di carta colorata. qualcosa vacilla nella memoria in piazze come queste. Le avevo viste piegate sui ginocchi nudi. un riparo ombroso. ragazze per la maggior parte. grandi e deser te. Di questo tempo tutta la zona delle risaie nella valle padana respira la donna: diecine di migliaia di ragazze. tutti i ginocchi andavano avanti con uno scatto uguale. da Vercelli e da Mortara. anche l'ingresso che sale lievemente in pendio e che basta a dar moto a tutta la scena. gridano. contenersi. ha del coro. nella grigia atmosfera delle stazioni squillano i nastri scarlatti con le scritte sui cappelli. anche se sono tutt e ugualmente rosa le bocche che chiamano strillano cantano ridono. Si apre i l capitolo grande della donna che. con tu tti i visi le stirpi e le semenze della valle padana. Questo significa la pianura padana durante i lavori de lle risaie: centottantamila donne. Non è soltanto la piazza padana. e hanno il loro infinito. Nel treno delle mondine i corridoi. Allora uno immagina: 180. le finestre si aprono sui cortili come logge barocche. c'è il seme di qua si un milione di persone. qui si potrebbe essere ugualmente a Piacenza o a Ferrara o a Bologna. Sono composte di pochi elemen ti: un vecchio palazzo da una parte. una tenera macchina umana che si muove puntualmente in un ritmo di gambe e di braccia nude. delle 180. verso i loro paesi i n Lombardia e in Emilia. si ap rono d'un tratto piazze bianche enormi con una modesta cornice architettonica in torno: sono le piazze in cui la pianura prende il sopravvento. una fila di c ase basse sul fondo chiaro e non lastricato della piazza dove la polvere d'estat e e la neve d'inverno ricordano la pianura. Sotto il tiro della stampa che si rovescia da Milano e d a Torino. la s ua personalità. IL TRENO DELLE MONDINE Per due giorni. con lo sfondo d'un muro di mattoni. Il lavoro grande. Sul riquadro destinato ai tra pianti. queste donne hanno imparato a vestirsi. i sedili.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie. sono una lacuna e uno strappo nel ra gionamento rigoroso della città ben costruita. vien fatto di ricordare qualche luog o simile in città dell'Oriente dove. una valletta. A Casale è la piazza del Mercato e quella intorno alla Fortezza. Davanti alla pianura spalancata.000 donne. Casale è un mond o intimo. i treni hanno trasportato 60. o un muro di vecchio mattone. tanto costume. altrettanti uomini che le amano. facevano un gran muro di donne. anche sotto i copricapo da fiera e da veglione. i mazzetti del riso buttati giù dall'uomo sul carro punteggiano regolarmente la superficie liscia e grigia col l oro verde intenso. Si capisc . all'ombra dei grandi cappelli. di fidanzate. ed è fatica. verdi.000 monda riso. di innamorate. gestire. Erano treni speciali composti soltanto di donne. vive nell'ombra dei suoi cortili luminosi come in una natura fatta art ificialmente. passava il carro tirato dai cavalli. Da campo a campo ques to spettacolo anima grandi distese in cui l'acqua dorme liscia. In questo sistema chiuso. Spesso il cortile sembra a sua volta un esterno di quell i che si dispongono in teatro per figurare una strada o la scena d'una piazza ra ccolta. i finestrini erano invasi. avanzare nell'acqua. si spalancano di questi spiazzi che paiono tanto più strani quanto più le città s ono fatte con la strettura rigorosa d'un tempo. ciascuna con la sua grazia. cantano. turchini. i ca valli a ogni passo si schizzano il muso paziente. quali li avr ebbe disegnati uno scenografo per un ballo di corte. sicuro. fino alla metà di luglio. m a la piazza delle città di pianura in genere. paziente. decorate come i p alchi dei teatri settecenteschi. le braccia n ude a cercare. fino a ricongiungersi all 'imperio femminile dell'antica Venezia. e i mazze tti del riso verde si accumulavano accanto a loro. occupa tanta storia e tanta vita.

E d'altro canto. tanto più forte è la spinta della donna v erso il lavoro: la donna si dà al lavoro come allo strumento più rivoluzionario dell a nostra epoca. rammentavano tanto la fragilità della donna: l'inno che cantavano. Per eguagliarsi a questi ideali hanno tentato di eguagli arsi agli uomini. Questo era il feno meno più forte della vita italiana. ma con le ar mi femminili. popolò il Rinascimento. si sono mossi eserciti di donne dall'interno dell'Asia. E si vede nelle rivoluzioni più elementari come il primo fatto che impressiona la donna è il vestito. i fagotti. anche quelle che vivevano da secoli nella capanna accanto allo streg one e facevano tutt'uno con l'immobilità e l'infinità della steppa. Infatuazioni. Que . voglio dire nell'Italia che fu rinascimentale e comunale. Tra l e cassette. la figura. i seni tremav ano a ogni passo e facevano ondeggiare la schiera. si moltiplicò in t re secoli. a uscio chiuso e senza padrini. ai margini della Romagna e nella Romagna stessa. le sole di cui possa disporre. cortigiana di Venezia. Il fatto della donna che lavora s'è posto in tutta Europa e in tutto il mondo civi le. Ecco un treno di mondine che sembra vadano a marito: ben vestite. ed ecco che la veste alla moda. Tutte in massa arrampicate ai finestrini vogliono p iacere. s enza i problemi e senza le complicazioni tanto cari al puritanismo. credo che una folla come questa sia tra le più evolute. a Venezia. Che una di costoro si fa ccia sul marciapiede.e l'irrefrenabile spinta civile del popolo di questa pianura che consuma tra l'A lpi e l'Appennino due terzi dei fogli e dei libri stampati della penisola. a causa della prevalenza femminile viva fra noi da molti secoli. e rivela il fenomeno che è capo di tutta la biologia italiana: l'impulso verso la generazione che si impresse con la violenza d'un fenomeno naturale nei momenti delle riprese della nostra storia. quale si vede nei giornali e al cinema. e insomma la somiglianza a que l tipo unico che è la donna oggi. Forse perché. ma fu una rivelazione delle qualità positive e più femminili della donna. e qualcosa ne è rimasto nel l'ordine familiare. sembrava intonato con le unghie e coi capelli. Quanto più i paesi sono arretra ti e sotto il peso di pregiudizi secolari. e che sia divenuta poi la letteratura amorosa per eccellenza. l a piega e il taglio dei capelli. il fenomeno è tutto particolare. il femmi nismo data da almeno tre secoli. le rivoltelle battevano sulle cosce tonde. abbastanza feroce. non s'è mai visto come nel mondo attuale un così gran numero di donne che si annoiano e si sentono inutili quasi fossero scad ute dagli ideali umani. e senza certi avvenimenti che fecero rientrare tante grandi cose italiane. la calzatura. nelle classi medie. assorbì le invasioni. ricordano il mondo civile pulito e ben vestito. delle calze di seta. nell'Oriente. e si capisce che la letteratura nostra abbia d urato tutto il Cinquecento a descriverlo. e quello quasi virile della lombarda. le terrazziere. Penso che altrove vidi un battaglione militare di donne: in maglietta at tillata quasi da bagno. pur notevole. le valigette. in Russia ci sono le minatrici. Ma in Italia. la donna avrebbe occupato naturalmente ben altro pos to da quello che. la quale. raddoppiò la popolazione negli ultimi cinquant'anni. perché storicamente il femminismo italiano del Rinascimento non pensò mai di agguagliarsi all'uomo. a un uomo che l'aveva offesa manda un cartello di sfida per fare acerba vendetta. E i giornali r iportano spesso la stranezza delle ariete che cambiano addirittura sesso e diven tano uomini. Nel nome del rossetto. che morì lasciando la sua sostanza in favore di donne che si volessero redimere. Si dice che la letteratura italiana di quel tempo è per la maggior parte letteratu ra amorosa ed erotica. i regni femminili e add irittura matriarcali si sono sviluppati lungo il Po. a Mantova. un migliaio di gambe nude un poco strette o un poco discoste ai ginocchi. Mi torna a mente Veronica Franco. Essa mise sempre in chiaro i rapporti tra uomo e donna. ritoccate con garbo. In questa folla un occhio esperto può leggere l'appartenenza a una regione: il vestito un poco teatrale dell'emiliana (non per nulla l'Emilia è il paese dell'Opera). la pettinatura. occupò fino all'Ottocento e che sta per riprendere oggi. ben pet tinate. Dapprincipio l'i ntonaco delle pareti e la carta tinta di rosso servirono di cipria e di belletto . a Ferrara. sembra un bivacco. Ho visto alcune folle di donne in vari paesi del mondo. nella Mongolia. come ho detto. Penso che in Italia dove la donna lavora fuori di casa. Nella Turchia appena svelata. uno dei fatti de l tempo attuale è la donna che lavora fuori di casa.

di amante. e lo portarono sulla scena. le bazze ostinate che si ritrovano ancora oggi in viso al primo che passa per le no stre strade. ma il fatto che egli ha costruito un a casa dove che sia. i buffoni e i furbi. e non tant o come segno delle quattro mura domestiche. atteggiarla a costume. ci raccontano del loro tempo con una incredibi le facilità. A legger e i racconti dei viaggiatori italiani che in quel tempo cercavano mondo e le mer aviglie dei popoli nuovi e le loro ricchezze e i prodotti pare di sentirle rison are nelle vaste sale di quella civiltà domestica. Lawrence. terminata c inquecento anni dopo. quasi che col sangue si costruisse il destino vitale d'una nazione. Bisogna ri cordarsi che i Bonaccolsi. che spuntava qua e là come un mostro o come qualcosa di più che un uomo. i Principi creavano in un lembo di terra le più spiccate civiltà locali. sbassati dai Gonzaga. gl'ingannat i. bisogna dire che si tratta d'un is tinto che dice tutta la personalità dell'italiano. mentre palmo a palmo più giù la si strappava e la si strappa ancora al mare e ai fiumi. all'orecchio del Principe attent o cui tutto era riferito nella più attiva ed elegante lingua d'Europa. Il fatto è che ancora oggi l'italiano può portare una uniforme facendone qualcosa di individuale. truccata da scienza e da psico logia. E questo era il Principe. e il Bandelle che è il testimone della vit a nella pianura padana di allora. sono gli scemi. Da Bertoldo a Gonnella. Ci appare quel tempo come un dramma a un solo protagonista. come se visitassimo un regno istintivo e pieno di richiami del sangue. Non c'è quasi delitto che essi non contemplino con relativa indifferenz a. E da allora l'italiano ha il genio. E come in un'eco ingigantita. e che talvolta ci si stupisce di non vederle sormontare un costume sontuoso o guerriero. in un tempo in cui le civiltà si sviluppavano in piccoli focolai locali. le bocche risolute. cominciata verso il Mille. Ma qualcosa ribolliva. tale solidarietà v itale e naturale fra uomo e donna italiani ci turba ancora nelle tragedie elisab ettiane. Ce ne rimane lo stesso una grande civiltà privata. pose una miccia a l puritanismo anglo-sassone e sconvolse non soltanto i cervelli delle donne. riecheggiavano in una vita tutta istintiva l'antico desiderio di grandez za. L'Europa all ora risonò della lussuria italiana che non era se non questo impulso. a tratti la più errante. che se fosse stato adoperato a fare l'It alia avrebbe dato altri risultati. C'è molto inutile sangue in quella vita. Venne fuori in Europa un'emancipazione di nuovo genere. Il muro è tutto. Il popolo lottava con gli elementi. la malattia e l'amore della casa. Quanto a me. solitarie e dirute sui fiumi. di padrona reggjtrice della casa. di madre. In quel tem po si formò il tipo fisico dell'italiano: quei nasi forti. lady Chatterley. i vi olenti. con tutta la sua crudeltà.sto e mille altri racconti del genere. Ognuno di quei personaggi era a modo suo un uomo. Le quattro mura del palazzo si ritrovano dap pertutto fra le Alpi e l'Appennino. SABBIONETA I novellieri italiani del Rinascimento. organizzerei carovane di puritani. Se ne accors e nuovamente molto più tardi. quasi che tutto accadesse in un mondo astra le. . I poeti del tempo di Shakespeare trovarono il fatto loro in questo impulso del sa ngue. psicanalisti. sui poggi. spesso gli mancava poco alla grandezza. e mondi interi tra le quattro mura delle loro fortifica zioni e dei palazzi. ma quel poco che fa veramente grande l'uomo. seguitavano ad abitare il loro palazzo di fronte al palazzo degli usurpatori o vincitori che fossero. Le cose più leggere erano le beffe. è uno s cherzo tra i minori. freudisti. i finti tonti occupano molto pos to nella vita italiana di allora. triste o fortunato. e ci ha tramandato una grande opera. Le quattro mura erano l'incubatrice di questa civiltà. Se si pen sa che questo amore delle quattro mura viene da una razza che ha avuto storicame nte la vita più scomoda. Che Gian Francesco Gonzaga corresse armato per Mantova di notte e volesse venire alla mischia con quanti incontrava. rendendo abitabile dove si trova. nel la spersa pianura. quando un altro inglese. ris coprendo in Italia quello che in Italia c'era sempre stato: la donna nella sua f unzione di figlia. cercavano di cavarsela pel rotto della cuffia. e gli energumeni. Accanto ai violenti e ai pazzi. come uno di q uei periodi in cui i popoli si rifanno corporalmente. e un'opera pubblica gigantesca: la terra bonificata. fino al parricidio per ambizione. fecero un'enorme impressione nel mondo. a vedere i treni delle mondine nelle stazioni della pianura pad ana. e poi custodita. Forse bisogna considerare quel tempo.

La chiesa che era un mausoleo di Vespasiano Gonza ga è ridivenuta una chiesina di villaggio. e Carlo V. alle porte di quella Mantova sempre più nuova nel tempo. L'altro personaggio. di Ulisse. pr oviene dal ripetersi infinito dei miti di Diana Apollo e Venere che dalla forza del significato originario cadono nell'allusivo e nell'equivoco. se Shakespeare non ha già fatto tutto. i ricordi non sono gli stessi. circondati dai più savi e fini e gloriosi uomini del loro temp o. Anche questo è un luog o unico in Europa. Un decreto del senato veneziano proibiva ai nobili di accostarsi a que ll'uomo che si aggirava mascherato. di Diana. un mondo artificiale vario e ricco. e i carciofi crescevano sull'umo del Colosseo. i fili nudi delle lampade elettriche e i piattini di smalto. vestiti di stoffa. il teatro. il coro di questa tragedia. I Gonzaga finirono con Ferdinando Carlo. con a capo un papa. affrescate e intagliat e. la galle ria degli Antichi. Non una villa. e no n erano neppure abbastanza grandi per questo. e andò a consumarne il prezzo al carnevale di Venezia. Vesp asiano uccise la prima moglie per infedeltà. ma egli già aveva ucciso con un cal cio all'inguine il suo figliolo. si trova un armadio per l'archi vio. e questa unica perpetuità dell'u omo della terra ha conferito a questa città stranissima. poiché essi non v idero altro che la grande e irrimediabile infelicità di uomini come Vespasiano Gon zaga. ci hanno tramandato la più splendida civiltà privata e la più mi serabile tradizione pubblica. un tavolino stecchito sulle sue quattro zampe a pomini. È forse l'unico angol o d'Italia che ricordi l'Italia dell'Ottocento. Sabbioneta. non agendo sulla realtà dei loro popoli e riducendo tutto a un dramma p ersonale e familiare. ma che. Tutto ricorda amore. tutta una turba del Quattro e Cinquecento. Ma bisogna dire che è una delle più strane avventure entrare in una sala ricca e grandiosa dal cui soffitto pendono. per un teatro tragico italiano. Proviene forse da tanti sogni ambiziosi e senza vera grandezz a e da uno scenario che serviva soltanto a uno solo perché si chiamava Gonzaga. quasi che la pianura vasta avesse qu i un argine. Ma st arci come ospiti decaduti perché non si trovano altri locali no. Non è certo la stessa cosa. tras cinati in basso da un demone violento. E il più bello è entrare sotto le volte del palazzo. i periodi di Roma decaduta in cu i i pastori erano tornati a popolare le pendici del Palatino sulle colonne abbat tute. e che teneva una scuderia di donne grasse. Sono di legno e di cera. la terza moglie vide morire Vespasiano. e le stoffe sono divenute q . Viene incontro. si ostinò a fondare una dimora principesca. un a serie di figure di principi animati dalle più alte nobili e pure ambizioni. C 'è ancora. tra i putti che gonfiano le gote su un fondo nubiloso raffigurando i v enti. L'uomo ha agito qui come agisce la natura. dalle nicchie dove è collocata su diversi piani . mentre sulle sedie impagliate i contadini leggono il giornale. un colore di villaggio. E grandi come a Mantova. colti e raffinati. non ne rimane traccia. un o dei più bei teatri a scena fissa della Rinascenza. la sua seconda moglie si chiuse in un convento tre anni dopo il matrimonio. Non so se tutto attorno a questi edifizi un tempo esis tessero altri palazzi. una natura fatta ad arte dove l a stessa natura è uniforme. e gli impiegati registrano gli atti dello stato civile fra i travagli di Ulisse e le avventure di Diana figlia di Giove e della Luna. il desco. e i visi sono quelli d'un mondo imbalsamato. è meglio allora affrontarlo in grande e creare allora un curioso e unico villaggio modello in cui i bambini imparano l'alfabeto sotto i cassetton i dorati a zecchino. e il suo segreto lo conobbe soltanto il m arito. il palazzo con giardino. in un angolo qualunque della pianura lombarda. e Federigo Gonzaga. registra gli atti municipali. il C onnestabile di Borbone. si trova nella chiesa delle Gra zie. Avevano fatto della storia la loro biografia. che nel 1681 vendeva Casale ai Francesi. e il teatro olimpico dello Scamozzi. che fu chiamata la Nuova Atene. in un villaggio di co ntadini. ma in una lotta indoma bile con se stessi. il castello. Il teatro è ora un cinematografo col telone sul palcoscenico. Credo che la popolazione di contad ini di allora fosse molto simile a quella d'oggi.Un Gonzaga. ma un palazzo. e l'uomo fu qui invece infelicissimo. in sopravveste nera. gioia di vivere. il letto. dove una pacifica i mpiegata. e tra i miti di Galatea. perché incontrandol o a cavallo non lo aveva salutato. Se si ha da organizzare uno sp ettacolo simile. la torre. il suo erede sperato e amato. Tutto questo fa f reddo e tristezza. è affidato a due vecchi contadi ni che vi tengono una stanzetta col fornello.

da Monteverdi in poi. Se riusciranno a sfrattarli . nei quadri e nelle pale d'altare. portano costumi di Spagna e di Germania.Un de' membri che al corpo er a sostegno . cioè in qualche cosa che diviene part e dell'uomo. e pare di udirne i l gracile timbro: non è più il suono che i Greci paragonarono. compos ti di gusci di frutta e d'animali e di crani d'uomini. di Stradiva ri. E già nella sua consistenza è il mistero. ci fanno ascendere con loro quell'atmosfera rarefatta della grande altitu dine e solitudine in cui si abbraccia l'inconoscibile e l'inesprimibile. il violino lo suo nano gli angeli.Vergine benedett a ti chiamai . era un frinire. Un po' più armonico era il suono del liuto prim a dell'avvento dei maestri cremonesi. Alla nascita di questo strumento c'è fatalmente qualcosa di stregonesco che si per petua per due secoli. diviene tutt'uno con l'uomo. lo suonano ai piedi della Madonna in gloria. Nelle loro nicchie. approdano dalla Turchia. com e se ne contentavano i primitivi: basta vedere gli strani liuti d'Africa. che insomma introduce anche nella musica co ncetti morali come in tutte le altre arti. In una cappella a parte è la tomba del più perfetto ma estro di creanze del Rinascimento: Baldesar Castiglione. si vedranno carri pieni di questi personaggi grandi e oscuri riattraversare le grandi strade della pianura. ringraziano la Vergine Maria di averli scampati dalla peste del 1399. in atto di preghiera. Un tecnico moderno di mia conoscenza. crudele e miserabile di quel tempo. al canto delle cicale. dal le crudeltà e dalle guerre. Sempre nei quadri del Cinquecento. poiché gli antichi si contentavano di tali rumori che erano poco più su delle voci della natura. di Amati. I VIOLINI DI CREMONA Fino a tutto il Cinquecento. conquistato attraverso una pazien za e una tecnica che alla fine divengono la scala celeste verso l'ispirazione. ritratti in grandezza naturale.Leggier divenni e non rimasi offeso". e che chiamavano perciò comunemente il mago (perché noi moderni attribuiamo ancora alcunché di magia ai procedimenti degli antichi). appena spiccato dal patibol o. tra l'altro. avventurieri e saracini. dice in versi. la sua voce è umana come talvolta g li uomini vorrebbero cantare o implorare o gridare. da variazione a variazione. e doveva essere un semplice linguaggio. Ma lo strumento che a un tratto diviene parte dell'uomo. in atto di morire e di risuscitare. la ricetta della sonorità mai più raggiunt a dei violini dell'Amati. Puntato al sommo del petto. durò tu tta la sua vita a rinvenire. ha una voce più umana e s convolge la musica fino a renderla quell'arte che Tolstoi trovò diabolica e pensò di proscrivere. nei loro palchetti. dei loro strumenti a corda. Uno con una fune al collo. dello Stradivari. s ovrani e poveri diavoli.ualcosa di mortuario. cosparse di ex voto c ome gli scogli del mare sono decorati di conchiglie. dai pericoli. Fin qui la musica non ha lo stesso senso che per noi moderni. del Guarnieri. capace com'è di purificare ed esaltare l'uomo o di diventargli complice e mezzana lasciva: questo strumento è stato ricre ato nel Seicento a Cremona. e che era uno stridio. esso ha la forma del torso umano.Perché allor fu i dalle tue braccia accolto". Guerrieri e condannati a morte. come accade di tutte le scoperte che sorpassano i limiti d ell'uomo. tra il petto e il cranio. La grande riforma musicale consiste in questo: nella trasformazione dello strumento a corda in istrumento da braccio. che crea tut ta un'umanità di patiti della melodia. Un soldato con una gamba di legno dice: "Nella guerra crudel mi fu troncato . di Guarnieri del Gesù. dalle condanne. Un altro con una pietra al coll o sorge da un pozzo sotto gli occhi del carnefice e si esprime: "Fuor d'esto poz zo uscii libero e sciolto . un ronzio. senza riuscire a trovar le p arole. Sembr a che i frati che custodiscono il convento non vogliono sapere più di questo teatr o picaresco ed errabondo sostenuto dalle colonne di legno. sbucano dalle pestilenze e dagli orrori. e dall'Africa. quella schiera di musicisti da concerto che.Quando Maria chiamai fui risanato". tutt'al p iù un canterello come d'uno che mugoli a bocca chiusa. il mist ero stesso del ritmo e dell'armonia del mondo. che induce il cuore a compiacersi delle sue passioni. che perse tutta la sua vita a ricercare le lavorazioni degli antichi. in un lavoro infinitamente ostinato su un tema di poche note. formano un teatro grandioso. Senza di questo non si sarebbe avuta. v ecchi profeti brandiscono violoncelli per cantare le lodi del Signore. come è scritto in un cartiglio: "Dalla fune onde in alto era sospeso . egli credette che i m .Col grave sasso che pendea dal collo . da sviluppo a sviluppo.

il viso pallido inco rniciato dai lunghi capelli cupi: intona il suo pezzo strabiliante sulla corda d el sol. o c hissà per quale motivo più reale. fornendo strumenti musicali ai grandi e alle Corti del suo tempo. disse la leggenda. E chissà poi se uno strumento simile ha ancora una voce. come per un irraggiungibile virtuosismo. un ignoto venuto da Milano afferra u n teschio e pronunziando il nome di Stradivari se lo porta via. e in tutto undici figli. lo strumento è profano: tanto che m'ha sempre stupito sentirlo qualche volta in chiesa accanto all'organo. intorno ad altri che praticarono il magico strumento. forse lo stesso che sulla testatura del violino dettò a Tartini il f amoso trillo. con quel suono disperato di cui ci parla tutta una letteratura. è vero c he si trattava di cerimonie nuziali. Fino a Milano. voglio dire proprio il muscolo che fa da cuore. grandi coltivazioni. morì portandosi anch'egli il suo segreto. Sì. ai frutti più madornali. e con lui la leggenda si rinforza: egli uccise. Destino dei grandi uomini di scostare con la loro presenza quanto la loro opera invita a conoscerli esprimendo una parte di loro. indifferente ai suoi concittadini per qualche stranezza del carattere. attraverso il suo str umento: abito nero e corpetto nero. le code della giacca fino a terra. non più sotto l'azione delle vibrazioni. la sua amante infedele. alla maniera antic a.aestri cremonesi trattassero il legno con l'ambra sciogliendola con una loro ric etta che poi andò perduta. l'aggettivo grande è il più significativo: grandi palaz zi. Così accadde di Stradivari. è piuttosto l 'ombra. le sue molecole si disgregano. guadagnò un milione di lire (siamo alla fine del Seicento ). Niente altro. Q uando si abbandonano alla fantasia toccano il gigantesco e il capriccioso. e annerito come gli era. gl'inviati dei potenti d'Europa aspettavano più mesi a Cr emona che il maestro consegnasse gli strumenti richiesti. In ultimo lasciò perfino il suo cuore a qualcuno. Di Stradivari no n rimane neppure un ritratto. quelle che me ttono l'impegno più assoluto al bestiame più bello. Uno strumento del Guarnieri usò Paganini. e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia. Del quale si sa che ebbe successivamente due mogli. Di Stradivari rimane la tes timonianza che allogò i suoi figli molto bene. Non si sa dove il mago di mia conoscenza fosse arrivato con le sue ricerche. ma non più di quanti ne nacquero fino all'Ot tocento. Stradivari già lo conosceva il diavolo. La fantasia d ei contemporanei non trova altra spiegazione alla figura di Paganini se non una sua alleanza col diavolo. "dispera to come un canto d'angeli scacciati dal cielo perché si sono innamorali delle donn e della terra". come colpito e bruciato dalla fiamma d'un genio infernale. Girò l'Europa con un segretario che pare fosse il diavol o in persona. e la migliore. lavorò parte della sua vita in prigione do ve era stato rinchiuso per avere ucciso uno della sua stessa arte. LO SPIRITO DELLA PIANURA C'è uno spirito italiano proprio della pianura: facile ad accendersi. Forse è quel viso che orna la parte alta del manico d'una sua cetra. fu in carcere e fece un patto col diavolo per uscire libero e per diventare il più grande violinista d'Europa. grandi torri. e lo si trova in una boccia d'alcole nella . di quei violini tascabili. Gli angeli non suo nano più violini ai piedi della Madonna in gloria. che essi confidano soltanto all'arte. Paganini ha le br accia allungate smisuratamente dal violino e dall'archetto. poi demolita con la demolizione della chiesa del 1868. Egli s'era poi fatto u na tomba in San Domenico a Cremona. Davanti alla tomba scoperchiata. la seconda a cinquant'anni. altro cremonese allievo di Stradivari. Guarnieri del Gesù. il più magniloquente e insieme il più ortodosso della l etteratura italiana. e nelle f alde nasconde forse una "pochette". Sono le contrade che hanno costruito i palazzi di Mantova e di Ferrara. curioso di t utte le novità. grandi frutta. alle più gr osse verdure. L'Ottocento non ha finito ancora di stupirsi della voce del violino di Cremona: Tolstoi vede ancora Satana nella Sonata a Kreutzer. ma visse os curo. Perché il vio lino ha pure questo di supremamente umano: non suonato per un pezzo deperisce e muore. al modo del cuore nostro quando non vi spira più né amore né gioia né sofferenza. C'è un enigma nella vita di Stradivari. Vedo apparire Paganini. un viso femminile ridente con due gemme p er occhi. che appartiene al municipio di Genova. il sortilegio del violino. e di come amministrò abilmente il suo denaro. Nel Ferrarese viene fuori uno scrittore come il Monti. Ma sul manico non c'è più nessuna corda. Lo strumento di Paganini.

grandi appartamenti di quelli che non si sa come dividere. E poi. E poi c'è l'Ariosto. l'elettricità. millenaria intorno alla terra. fin dal tempo dei Greci. nella vita per tanti versi misteriosa di quell'età. Se parliamo di reazione. l'uomo ha bisogno di agire. nell'assolu to. annunziando c he gli astronomi sono stupidi. e la terra un elemento dell a vita urbana e la causa stessa del suo fiorire. l'economia politica. Una commissione di trevigiani contadini è andata a saggiare la terra e il r egime delle piogge in Abissinia. il padre Bartoli era ferrarese. vi sia ancora qualcosa di inesplorato nei dipinti e nell e decorazioni allegoriche di cui signori e principi si circondavano. l'appartamentino di due stanze e cucina venuto di moda dopo l'Ottoc ento e con l'urbanesimo. del suo viaggio ve rso l'esilio. Ma sempre con un piede legato alla tradizione e al rigore tosca ni. e appena q uel tanto di terra che si stende là dove il Po si impaluda. in Dante. come è padano il romanticismo. T ra i più potenti limitatori delle nascite al tempo nostro. È la pianura. quel Bartoli che a nche in punto di morte ebbe uno scrupolo grammaticale e disse: "Me ne vado. ampio e avventuroso come un bel palazzo padano. Ma ricordo a Bologna un tipo di vecchio signore in tuba che vendeva pittorescamente certi suoi fogli stampati. primissima in Europa e ultima vo ce dei Greci fino a noi. e la lotta è sempre quella. Ma le città sono piene d'uomini. S otto una vita semplicissima. A Ferrara si possono ancora avere. col Polesine. per una somma relativa mente modesta. inneggiami.Biblioteca dell'Università di Ferrara. il più devoto alla tradizione letteraria fino alla bigotteria. Ora. E questo dà il senso del presente e dell'avvenire italiani. fatti per altre generazioni e che non si riesce a ridurre ad appartamentini moderni. annunzianti. c'è un potere d'infatuazione per tutto quanto è assolut o. ma medievale e padana. I vers i mi pare fossero in terzine. e al punto da suggerire il pensiero che. e non è detto che il capitano d'industria o il padrone di un allevamento o d'un campo modello non portino nella loro funzione qualcosa che somiglia da vicino a l senso di assoluto che domina un filosofo nell'indagine del vero e del bene. domina su tutto uno s pirito urbano. E b ruciano anche le lapidi. ma che sotto vi pull ulasse uno spirito simile a quello che si trova nei misteri orfici e pitagorici . bisogna annoverare le c ase piccole. I grandi palazzi sono pieni di tutto quanto nella vita medievale e rinascimental e è simbolico. la pianura tra Roma e il C irceo. la moda raggiunse l'Oriente e. Su una palizzat a. Non era la pubblicità d'un nuovo prodotto. Il quale Savonarola sta ancora in piedi. e Ferrara più di o gni altra. leggevo un cartello stampato che pareva composto in versi. presso il Duomo di Fe rrara. e che nel Risorgimento porta questo suo anelito fino a ricongiungersi con l'azione del Piemonte: l'Italia centrale cerca l'uomo nel regno di Dio. di deprecazione c ontro i preti. quella settentrionale considera l'uomo nel finito e ab itabile mondo. Queste lapidi imprecanti. La provincia di Trevis o colonizzò lo Stato di San Paolo del Brasile. di critica alle cos e comunali. In fondo. as sai prima delle leggi. Dove non c'è vento di idee nuove che non abbia suscitato uragani. altrimenti agisce contro di sé e il su o nucleo civile. ininterrottamente. per tutta la piazza della Cattedrale. o me ne vo: che vale lo stesso". e il futurismo. senza accorgersi che i tizzi ardenti gli stanno per bruciare i piedi. E a Milano un astronomo che copriva di scritte i muri. col braccio teso. mentre là presso le lunette del Duomo sono le immagini più vicine all a concezione di Dante della vita ultraterrena. E sono padane la scienza dell'anatomia. della sua necessità e fatalità. alcune zone della Sardegna e. Ai due estremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola. dicono assai de lla vita d'una città che ha sempre tutto sulla punta della lingua. proprio l'appartamentino distrusse in Turchia non soltant o la poligamia. ma l'annunzio di come una signo rina ferrarese aveva lasciato gli studi letterari per darsi alla chimica. l'Opera è padana. Anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione. che non si trattasse soltanto di figurazioni di miti e favole antiche. e che la terra non è tonda ma piana e fermissima. in una piazza di Ferrara. Perché c'è un'ispirazione. nell'infinito. C'è l'Italia meridionale che indaga sull'uomo nel creato. Non si immagina che cosa abbia combinato nel mondo ques ta necessità urbana degli ultimi cinquanta anni. che non è soltanto toscana e fiorentina. il Ferrarese la campagna tra Roma e il mare. Ma nella pianura padana c'è ormai più poco da conquistare. ma anche le grandi famiglie.

nessun'altra terra d'Italia. Quella di Parisina. i quali adoperavano la parola Amore. togliete queste favole. spunta un tenerissimo inno cente il quale. pur nella rappresentazione che i l Cossa fa della vita di Borso d'Este. LA BASSA La terra nella pianura padana rende oggi sui trentacinque per ogni quintale. almeno nella seconda parte della sua vita. È un a mia ipotesi. e al terzo il cardinale Bembo augurava di "essere eziandio della materna virtù s uccessore". a significare Fede. i biglietti f irmati da Parisina e da Lucrezia Borgia. qua nto. le passioni. senza nessuna conoscenza del mondo. ed essa entrerà nel novero delle oneste donne che non hanno storia. non più quella baccante che ancora adolescente as sisteva a orge immonde col padre premiando i vincitori. accanto alle donne come Isabella Gonzaga. come per Lucrezia ha fatto Maria Bellonci. Avrà mentito il cardinale. e senza risult ato. Ci si aggira inseguendo un segreto come in un labirinto ariostesco. A vedere nell'ultimo tratto del Po come . Forse perché meglio del giust o conosce la verità essendo con essa in contrasto e guerra? Guardiamo la storia de i Gonzaga: dopo una storia tutt'altro che edificante. trasportandovi gli stessi simboli come li aveva veduti in Italia. e ve n'è una coperta. e non se ne parlerà più. ma pare proprio certo che essere capitata a Ferrara ed entrare in tutto un mondo istintivamente prolifico abbia fatto di le i proprio una cauta signora. in calce a un biglietto che chiede dieci ducati d'oro "per una certa s pesa la quale habiamo fatto". oltre la palude e il mare. mentre le sole firme di quelle altre due traggono tanta gente curiosa in pellegrinaggio? La sto ria non sarebbe dunque se non il racconto degli errori umani. A ogni modo. un vero e proprio culto. la morte. Lucrezia. la firma è grande e larga. Questo signor Lallemant è sicuro p ortasse dall'Italia tutta una simbologia pittorica di natura iniziatica. nella fantasia e nei sensi. Lallemant. l'impeto di vita del Rinasc imento. forse fino a trovare que lla Circe del Dosso. dalle strade che portano lontano e quasi infinite.della antichità: insomma. La ebbe forse quella Olimpia Mo rato ferrarese. una filosofia segreta. non troveremmo che rari curiosi. a Ferrara ebbe tre figli . che ci possa spiegare i segreti di questa città che più di ogni altra serba nell'animo. fuggiasca in Franconia perché aveva abbracciato la Riforma e di cu i si possono leggere le oneste lettere in qualche vecchio libro. e tutto lo sbigottimento d'incontrarsi coi mostri che ognuno di noi chiude a doppia chiave entro di sé. È come visitare un mondo segnato di quanto nell'uomo sta fra intuizioni e terror i: il peccato. le corti padane diedero schiere di gentilissime e virtuosissime per cui. e fuori di questo è silenzio. stretta in se stes sa. che mondo astratto. Un signo re francese del Rinascimento. Ma d'altra parte. è una firma minuta. ed è San Luigi. nella Biblioteca dell'Università. Parisina. Da decenni ormai gli storici s i affannano a togliere ogni colpa dalla vita di queste due donne. si fece costruire a Bourges. perseguitato com'era dall'odio più furente verso l'arte del Rinascimento . anche a volerla intendere realisticamente . per esempio. Naturalmente sono andato a vedere. quasi tutta aste. nel centro geografico della Francia. come una grata di prigione. Parisina sarebbe soltanto una sventurata. Il peccatore interessa più vivamente del fedele le religioni di tutto il mondo. quasi gotica. e lasciandoci a ogni modo una poesia di formule dottrinali che il Rossetti e Pascoli e Luigi Valli hanno tentato di decifrare in base appun to a un linguaggio che sospettavano iniziatico. E il Sa vonarola. e Lucrezia. a Ferrara. Tutto questo non è sol tanto decorazione o allegoria. quella del Cossa. È una vena na scosta che circola in tutta la vita italiana fino alla Riforma. la scrittura virile. è quel santo che parve avere n el sangue per un'esperienza di razza l'orrore del peccato. non veniva forse da questa Ferrara marcata nel più intimo da quell'arte e da que lla concezione della vita? Grande e vasta Ferrara. se raccogliessi mo le lettere virili. Quello di Lucrezia è una lista di spese p er lavori di artigiani. un suo palazzo secondo la moda della Rinascenza nostr a. credo. non si fremerà davanti alla ciocca di capelli biondi che si conserva di Lucrezia a Brera. Si trova nei pittori ferraresi una simbologia aperta e chiara come quella del Dosso. come seguitando in una interminabile pianura. già dai poeti d'am ore durante gli anni di Dante. e l'imp ressione che ebbi in quel palazzo di Bourges si riproduce davanti agli affreschi del Palazzo Schifanoia a Ferrara.

e non vedeva l'ora di scorgere sulla pianura le mura del suo villa ggio. correva in lungo e in largo la terra distesa dove ci f osse bisogno. i contadini con le braccia lunghe sui fianchi a guardare quella maledizione c he non capivano perché fosse capitata a loro. nel Polesine. verdi. a Montagnana . Non c'era il minim o equivoco. poi. con le braccia robuste in avanti. lungo gli argini a distanza una capanna di sarracchi. t utti fermi e zitti attorno. corre nei canali del Po. talvol ta più bassa dell'argine. con quelle cappe bianche che tornano su sem pre nuove. Montagnana. che danno l'idea della prontezza al lavoro. Fino a Mantova la terra ne serba ancora il ricordo. qualche silo risponde all e torri che tra il fiume e le gore verdastre dominano le fattorie e i villaggi f ino ai dintorni di Mantova.si strappa la terra fino al mare. svoltare nell'infinito piano come una vecchia strada. perché. e invece è un campo appena arato con le sue motte di terr a grandi e lucide della lama dell'aratro. ma ogni palmo di terra fu un lavoro di adattamento e un'impresa. e il contatto con lo sterile mare. come nell'architet tura e nel modo di disporre una città. seminata di conchiglie. come per una disgrazia che toccasse il pane di ognun o. eccolo verso l'ultimo diviso in canali dritti e uniformi. La pianura folta lascia appena disti nguere gli abitati. a occidente della città. Una di queste donne. e il salino. più giù è storia d'oggi: a Piacenza i campi sono adagiati fra alti argini. nel Mantovano i campi sono rilevati. abbondanti. è ancora visibile la separazione della terra dalle acque. e il contadino pensa che tutt o sommato anche quello è concime. e anche i villa ggi. Dopo aver visto il Po trascorrere solitario sotto i lunghi ponti. La te rra. al punto che si riconosce dappertutto che gent e vi ha messo mano. e non quell a d'oggi soltanto. fra due rive arruffate di giunch i. chi ha un po' d'occhio riconosce alla prima. con le figlie donnine piccine. Gli argini so no alti. quella che luccica da tutte le parti. di dove ess i vennero: marchigiani o veneri o padani o della Bassa ferrarese. i ragazzi all 'ombra delle fratte tra le acacie e i pioppi. per molti secoli. il mare arriva fin qui e tiene tutto sotto il suo dominio. e l'eterna promessa di questi argini che invitano a guar dare di là. come da onda a onda. l'architettura d'una fila d'alberi dritta che fa da frangivento. l'aratr o la rivoltola di continuo per anni. l'ars ura è nell'aria. come un cristiano. e non si sa come ci si sentiva colpevoli. appena strappata dalle acque è fiacca e nera. Canapai e seminati a pioppeti promettono che di là tro verete chissà che aspetti. Ognuno vi r ifà il suo paesaggio natale. anche se la conformazione del terreno sia delle più uniformi. Veniva dal lavoro verso Vercelli. Non c'è ac qua. Al m odo di tante altre donne. Anche nella Bassa sono arrivati ad avere i trentacinque per ogni quintale. per mantenere i coltivi all'asciutto sgrondando i soverchi umori del te rreno. Conosceva bene la terra e i lavori. Ognuno ha il s uo modo. Capii in quel tratto la nostalgia della gente della pianura. Intorno a Roma. e anche dove è passata più d'una generazione di agricoltori. è salmastra. Si fermavano le macchine di pa ssaggio. Nient'altro. C'è una tecnica della terra. ne parlava con confidenza. Questi campi padani sono quello che più ricorda la presenza dell'uomo. dove tra Maccarese Ostia e il Circeo s'è avuta un'emigrazione di contadini di varie regioni. con que lla confidenza che esse hanno dell'uomo. A un certo punto si v ede un piano allagato dalle piogge: i covoni di grano facevano pietà nell'acqua. le signore scendevano. Nel Ferrarese. mi chiese di aiutarla a caricare sul tr eno certi suoi fagotti. alti nel mezzo e declinanti ai lati. e tornava a casa sua. Questa è terra di creazione recente. ma di molte generazioni. stagna poco più giù. e di là è una nuova promessa a guardare oltre. un borgo chiuso fra le mura d'un villaggio medievale di contadini fortificato. si macinano alla fine a furia di arare. e quando fui salito volle discorrere. Da trenino a trenino tanta gente corre la pianura: le donne coi fazzoletti attorno al capo. Si aspetta che il . stanno nelle depressioni del terreno. il gra no era in mezzo all'acqua sporca. i personaggi che possono diventare nella fantasia le ceppaie nocchiute che tirano a ogni nodo un virgulto dritto e lucido. si capisce quello che è costato in sette secoli bonificare la pianura. Prosciugato il campo comincia l'arsura. e nessuno ci poteva far nul la. spartirsi alle secche sabbiose. Ora i campi so no felici. e nei loro discorsi si veniva a sapere tutto della vita attorno. e nella B assa. Altre donne salivano e scendevano alle stazioni. e una rete a bila ncia da capo d'una lunga asta.

fra due estremi d'un conformismo tutto regola e rigore. Ma senz'acqua non sono possibili che le colture bianche. Lo spettacolo e l'idea dei ragazzi dov eva accompagnarmi per tutto il resto del viaggio. di feticismo delle forme più nobili fino al capriccio. L'uomo non ci credeva. metafisico. Gli altri attorno fantasticavano ancora sui raccolti.consorzio distribuisca l'acqua per l'irrigazione." ripeteva tra un bo ccone e l'altro. e un'altra meteorologica: lampo non mangia barca. L'oste seduto acca nto a me era servito dalle sue figliole. buse. io se fossi un signore. questo era il suo pensiero. diversivi. Vi si trovano vecchie città come Chioggia e Comacchio. Non sono emiliani: manca ad essi degli emiliani quel certo la scito clericale che la natura degli emiliani è riuscita a rendere duttilità e morbid ezza. Mancare d'acqua significa. i c anoni. ed è dove la terra è buona. Dove. Più che par lare. Poi ma sticò: "Be'. Disse ancora poche sentenze: il pesce è buono quanto più la testa è lontana dalla coda. e permett e le colture di colore. poi. dieci o quindici. quello levò gli occhi dal piatto: veniva dalle terre salate di più giù. vorrei avere un pozzo artesiano (diceva 'artigiano') nel cortile di casa mia". Sì. l'uomo del pozzo. Uno della tavolata gli fa: "O dillo che faresti se fossi un gran signore. sentendo ch e io venivo da Roma. vorrei avere un pozzo artesiano". se ne circonda il campo d'una corrente continua che lo manterrà fresco. s'illuminò tutto: "Ci sono molte fontane a Roma". ma erano molte. fi no al fanatismo. I fatti che formano profonde differenze e distanze in campagna.. e oggi si direbbe di surrealista. il granone e poca altra roba: è l'acqua che fa la terra di due sapori. la barbabietola delle terre asci utte è roba per le bestie. Raramente ho veduto uomo fatto di terra come era lui. C'è l'internazionale del contadino. Qui. Al mattino. Gli rispose una risata. sono proprio l'a cqua e la strada.. pa esaggi d'una Venezia minore. fra cui mi trovavo. Gli dissero: "Ce ne sono di pozzi artesiani. rifugiate su strisce di terra come su pontili. si fa stretta. e nelle loro idee sono assoluti fino all'ultimo e oltre: questi sono i ferraresi. i fitti. fossati. è rimasto un colore amoroso e generativo. e così le angurie. e que llo d'una fantasia fuori d'ogni limite. e che h a dato quanto di più strano. ciò che è il tratto di molti popoli della pi anura. bracci morti. la segregazione da tutta un'umanità e dagl'interessi di questa." L'uomo grosso e fort e che mangiava accanto a me nell'osteria d'un villaggio. Ora. Poi stette zitto. prende nerbo. più che licenziosi sono pieni di ragazze e di donne. e poi daccapo. E quello: "Se fossi proprio un gran signore. d'una specie di oscuro e ribollente istinto vitale. dopo anni di aratura. dovendo traversare le stanze vicine alla mia per uscire. per mille ragioni. sono dappertutto. per piover bene. cioè i lampi in mare non annunziano tempesta.. per questo impegno sempre assoluto. ce ne sono anche a Comacchio". "Io. ara e ara. e un'altra molto semplice all'apparenza: per p iovere bisogna che tuoni. i libri dei nostri narratori de i buoni secoli. e quello che rende la terra più giù o più su. è sciolta e fiacca. e non è un capri ccio da milionario. capace di tutti gli eccessi e di tutti i rigori. e ogni volta che chiamava se ne present ava una nuova sempre più piccola. Era l'ora di an dare a letto. non sono romagnoli: i romagnoli hanno il senso esclusivo del gruppo familiare con tutte le qualità che questo gruppo richiede. ragazze e donne. non riusciva a terminar e questa frase. si è fissata una civiltà artistica fatta d'emulazione. e poi barbabietol e. vidi che i letti e i divani. Le ragazze dell'o ste andavano attorno a servire le tavole e a preparare gli alloggi per la notte: non so quante fossero.". non fece che mangiare patate.. un fiume pull ulante di vita. e dal mare. il grano . dritta quanto è lunga la striscia . Questo. Alla fine lo disse: "Se fossi un gran signore da cavarmi tutti i capricci. la contrada tra Venezia e Ra venna asciuga tutto l'umore dei fiumi della valle padana. è quel popolo bollente. come le barbabietole. Di ogni cosa sentiva il sapore. e come per mettersele bene nell'animo. e i paesi sembrano là a portata di mano. e che quando possono sfogano in una lunga strada. erano fitti di ragazzi addormentati. fantasticava: la terra appena riscattata dalle acque.. della lice nza del Rinascimento. A pensarci bene. resi praticabili dalla ostinata volontà dell'uomo. poiché la locanda era pi ena. cioè. Tra canali. vanti l 'arte e la decorazione di tutti i tempi. Di questo ha notizie. È la sterilità che dà mistero e lontananza alle terre sterili. che sbucano da tutte le parti.. ma un signore come dico io.

L'uomo lo chiamava "hombr e". tra gl'insabbiamenti. come velo su velo. forse e ra anche etrusco. la vela pare un drappo antico. e se poi c'era veramente qu alcosa di etrusco. attraverso canali. stretta e locale: fra i ricordi del m useo. alla Spina. sono scarsissimi i vasi importati dalla Grecia. ma l'etrusco nessuno è riuscito finora a decifrarlo. Uomini e donne lavorano alla terra emersa negli ultimi due o tremila anni. Gli ultimi elefanti del Lazio. Tutta la contrada delle foci del Po dà il senso di questo svolgimento dei secoli. chissà. seppelliva i suoi morti alla maniera egizia dei poveri. i tedeschi e gli spagnoli: mille anni di storia. quello che di qui a qualche secolo sarà un banco di terra emersa e che un contadino tenterà ancora di riscattare dal mare. Una c ittà etrusca era nelle valli di Comacchio. Dovunque si sente il lavorio del vent o e del mare. I tre quarti delle parole che diceva erano di lingu e note. Nel discorso dell'ostessa. Ma che cosa non rappresentavano le foci dei fiumi. e poi tedesche erano mescolate tra le altre. dal Reno al Brenta. del dominio degli elementi. e in camere che riproducono le stanze dei vivi. e se ne possono trovare le memorie nel palazzo di Lodovico il Moro a Ferrara. ma un buon quarto era incomprensibile. o forse si erano già spenti quando nelle altre colonie etrusche comincia vano le importazioni. Si dorme in un'atmosfera gonfia di umori e sembra di dover mettere le radici. fanno lunghi giri tra sabbie e lagune. sono come gallerie praticabili e sottopassaggi contro il vento e il caldo. l'uomo vi sbarcò al modo stesso dei pesci che cercano acque più dolci e più temperate per generare. presso O stia. dovettero avere rarissimo traffico.di terra su cui posano. in molti punti allora deserti c'è l'uomo con la vigna che produce il vino nero e profondo ammantato di sonno. che arrostiva con piacere una sogliola sulla brace. ricacc iati dal prosciugarsi della terra che ne mutò la vegetazione. Quando alla fine raggiungono il mare. lagune. e mi rispose: "L'etrusco". L'Isola Sacra. i contatti con gli sla vi. A riscont rare il terreno con una carta topografica di venti anni fa. e dall'altra parte si trova il cana le. come dimostrò ai geologi un cimitero di os sa trovato in quella confluenza. e depressioni più basse del livello marino. vi trovano. a cinque o dieci metri di profondità. e alle foci si ebbero i primi fatti di creazione della vita umana. si rifugiarono e mor irono all'incontro fra Tevere e Aniene. un quadrato di vela si gonfia ap peso per due lembi a un bastone. Anche i bragozzi a vela che corrono lungo il canale di Comacchio sul filo della corrente e del vento non sono molto diversi dai prim i modelli di navigazione: son appena un guscio. sentendo parlar e la mia ostessa. già non lo si riconosc e. Tutta l'opera dell'uomo per questa vasta distesa consiste nel rend erla praticabile da un punto all'altro. nella sabbia. le sue parole erano di tremila anni. l'uomo seduto co i suoi pesci e le sue verdure a poppa. la sabbia accumulata negli ultimi s ecoli. In genere l'ingresso alle case è un androne che seguita fino alla parte opposta. parole france si. ma che dovevo raccapezzare da varie lingue. e del dialetto ferrarese. m'accorsi che il suo linguaggio era una mescolanza di parole c he capivo. Alle foci dei fiumi si sviluppò anticamente la vita. la loro architettura. Contrariamente alla natura et rusca. era uno di questi approdi: le anime in attesa della barca fatale vi si agg iravano per più giorni. Tutto intorno dà l'idea del mutabile. e insieme dell'eterno. del provvisorio. A Comacchio. sotto monticelli di terra che arieggiano a piramidi. le tracce della sua storia. E alle foci dei fiumi gli antichi mettevano i l uoghi d'incontro per le anime che dovevano sbarcare di là. c 'era molto passato del luogo. cercano lungamente il mare. e anche su questo fondo sottomarino la corrente incide il suo corso: anco ra per due o tre chilometri la corrente del fiume dura fluendo su un letto sotto marino. fa rilevare la prua che vi guarda in facc . Ventimila anni fa videro le grandi belve e ve n'erano anche stille foci del Tevere. alla spagnola. I bracci in cui si divide il P o. I ponti sui canali ne proseguono la strada. Un altro particolare. e mentre sembra che debbano risolversi in questa gran fluidità di elementi. e gli altri fiumi che vi sfociano. l 'acqua vi forma i suoi canali. In mezzo alle acque stesse. e non all'altra maniera egiziana dei ricchi. Le chiesi che dialetto parlasse . per dire no diceva "nié" secondo le lingue slave. questa comunità di Spina s'era stabilita nel piano. Questi etruschi di Spina dovettero essere d'una civiltà molto chiusa.

Andando ver so l'intrico delle foci. tutta un'atmosfera di fumo e di cibo. Nell'ar ia freddosa sembrava di trovarsi in un fondiglio umido sotto il livello della te rra. verde. nella prateria. sulle onde v erdi e teatrali dell'Adriatico. di stagni. e sembra di navigare su un'isola. Tutta la distesa è per un tratto questo falotico rigi rarsi di vele incappucciate. In quel caos di acque. ci guidò pel bosco della Mesola. aranci one e oro. con tante creature. si allontanano. Dalle case solitarie qua e là sui fossi. parevano prodi giose conquiste dell'uomo. covavamo il tepore d el respiro e del sangue. e ci trovammo su una chiatta. il bosco si animava d'una vita primitiva e spensierata. Da canale a canale. ci si accorge che queste vele percorrono un canale. Le barche dei t raghetti più lontani erano abbandonate nell'acqua battuta dalla pioggia a scrosci. sotto i mantelli. gli occhi dell'ostessa. qualcun o ci accennava di lontano la strada. svoltano. le biciclette. a mano a mano che il cielo si rasserenava. Erano presso di noi le chiatte con le loro cerate affungate. Su un campo grigio e appena rasciutto dalla melma salmastra. umide e aggrondate. al Monviso. alto a prua come a poppa. si sono presentate le grandi vele latine. non si scorge l'acqua ma il verde dei canneti e dei campi. a una svolta. dal mare. Al traghetto. lontano da casa. e sul limite dell'orizzonte una vela grandissima r icorda i mulini a vento delle pianure rasate della Prussia. dagli stagni. Scendeva la sera. si trovavano da miglio a miglio case coloniche. correndo sui piedi di fumo.ia come un cigno navigante. allontanatesi uggiolando il temporale. alla Pila. e inv ece il fiume stagnava pigro a una svolta. bigia. i discorsi dei cacciato ri. e tra il luccichio dell'acqua che si apriva un varco nel la duna sentii l'imperturbabile scrollo del mare. finché trovammo un ragazzo che. pare. una chiatta porta all'altra riva le macchine. l'umid ità penetrava dovunque. Da vicino mostrano il loro d isegno a spicchio di luna. Pareva a cento passi. La macchina slittava nel fango attaccaticcio. il conduttore al volano. dal nembo. raso terra. Su questo verd e si affacciano grandi vele. dietro. al riparo d'un padiglione di canne e di vimini. si fermava davanti a un banco di sabbi a e faceva un lungo giro che bisognava seguire per gli acquitrini e i ponticelli buttati tra fosso e fosso. sono le chiatte e i caicchi ch e vengono su dal mare infilando gl'invisibili canali. non più che figure incappucciate. I GRANDI SCENARI DI MANTOVA A Mantova fu l'osteria. e una piattaforma asciutta di mattoni. ci toccava an dare a zig zag per non ribaltarsi nei fossi coperti di muffa e di vegetazione a fior d'acqua. e laggiù una fil a di pini si rifletteva su un'altra riva immobile. si scoprì nel grigio folgorante l 'abbazia di Pomposa. e tra questo eterno popolo i discorsi . come giganti ammantellati. era tutto il senso della vita. le donne dietro i vetri della stanza a terreno. coi vestiti a ttaccati dalla pioggia. gl i asini. dove il Po nasce. Ai lati del canale si stende la laguna che è colore ro sa. le case attorniate dai canni cci delle riserve di pesca sparivano tra l'opaco grigiore della pioggia. sulla distesa rasata della terra. fino a Goro. l'acqua cop riva tutto come un velario. e nell'umidità. vengono avanti in volo. cercando la foce del fiume. si girano. di tavole sconnesse e di tronchi d'albero. tutti fissi in questa sospensione di moto. poi pio vve a scrosci. con un timone enorme manovr ato da un uomo piccolissimo. Ravvolgendo il loro m antello di vecchia porpora. Dai foss i saltavano ragazzi e bimbe. come lassù. Dietro l'abbazia di Pomposa i paesi agricoli levavano trionfanti sull'immensità tortuosa i loro campanili e i s ilos. il pollaio. mucchi di grosse angurie prospe ravano come un primo getto della terra. avvertivamo il caldo della nostra vita. a Tolle. Correvo per un sentiero. che era un'aia e che si trovava a distanze ricorrenti. Nell'intrico delle acque il paesaggio lagunare diventava lontano. gli uomini ancora in sella. la pista sabbiosa interrava le ruote dell'auto. di deserti salati e di boschi favolosi dove i daini sp iavano puliti e teneri tra gli alberi grondanti. Poi. dal canale. e solo più tardi. agli sbocchi dei canali. la stalla. le vele si rigirano. vi ve ngono incontro e poi si rigirano. sono lontane. sconfinata. La contrada è delle più piovose. e il forno. Donne e b imbe sbucavano dal bosco portando chissà a chi il pranzo legato in una salvietta. il vino. e un tronco d'albero scheggiato dall'accetta. e nel mezzo degli stagni. uno degli spettacoli più curiosi del mond o.

e preoccupata di rendere giusti. L'uomo ha pensieri. si consumano. le passioni m aiuscole cui si scaldano i cuori degli uomini raccolti insieme dall'inverno.eterni sul teatro dell'opera. Proprio in virtù di queste differenze il mondo degli uomini appare forte e vivo. padrone e spose. inquietudini. la cuoca affacciandosi dalla cucina. che non avendo altra epopea da vivere ne vissero una amo rosa. da d'Annunzio in poi. nella stessa confidenza che avevo provato altrove. fantasia. al sommo di questa espressione civile. Ben più. in Inghilterra come in Francia. un sentimento delle cose che finiscono. quel sentimento sepolcrale delle cose. di gi ardini intristiti. fu un modo di vedere le cose passate . La donna nelle società semplici è sempre una virago. In un ambiente siffatto tutto quello che è civile acqui sta un tono più grande. castelli e palazzi. È lo stesso dappertutto dove c'è popolo in Italia. dove f . oggi le passioni rotondamente cantate e i grandi cavalier i dell'umanità. quelle che capiscono l'uomo e a guardarvi vi fanno rico rdare della maternità sovrana. Qui si trovano le forti donne coi forti pensieri. Il dialetto che si parlava là dentro somigliava all'emiliano. s'impiccioliscono più che ingrandire. il crollo dei grandi scenari. che faceva collezione di vestiti e mandava le trote agli amici. È un lato caratteri stico di quegli scrittori svegliati dalle trombe garibaldine e ritrovatisi poi t ra le tombe. di palazzi polverosi. di fontane ingrommate. Mantova è scritta tutta a caratteri maiuscoli. ha il suo regno accanto a quello dell'uomo. ma a Mantova in mod o chiarissimo. Ed ecco una delle fonti più cospicue di tale ispirazione: Mantova. Nell'al to dei loro occhi svegli. che dopo di lui ciascuno ha veduto. nella Romagna e nel Venet o. il quale è rimas to all'arte antica dove le passioni non erano importanti se non grandemente viss ute. quella febbre che aveva preso gli scrittori di pochi anni prima della guerra con le pallide eroine agguantisi in luoghi dello stesso tipo. quelle cui spettava l'ordine e la vita pratica. come se non foste uscito mai dall'infanzia. sono riportati su un terreno facile e senza stupore. fa l'arte e la guerra. intorno a sé. queste donne hanno l'ordine e la responsabilità. A ritrova re questa città si ritrova un'epoca di letteratura. Si ritrova nella letteratura italiana. è ancora quella che vi ha tenuto sulle ginocchia. le donne virili. e chi entrava a chiedere un bicchier di vino. Del resto. erano le regolatrici. Una volta furono le favole dei paladini e dei santi. aspro. di poca forza: un gran de umor della terra. Ques to è un lato del popolo che a Mantova mi colpì subito. è suo il diritto alle cose alte e all'ozio. lotte. deperiscono. torri. con le sue passioni grandi e sonore. invidia d elle donne del suo tempo. i principi col popolo. La prese nza della donna e in quella veste e figura dà l'impressione di trovarsi in una soc ietà di tipo antico. d ei grandi scenari deserti: un sentimento dominante di d'Annunzio. Per un pezzo rimasi ad ascoltare i discorsi di quest'osteria. di cui si conosceva perfino il numero delle camicie (d uecento). Ma Isabella. denso. Si potrebbe compilare un'antologia di città abbandonate. nelle regioni vicine a questa. io sott o gli occhi dell'ostessa mi sentivo quasi al riparo. questo stesso sentimento è penetrato nelle letterature degli a ltri paesi. ai quali partecipavan o l'ostessa dal suo banco. Esiste proprio una scissione fra modernità e popolo. e quando sentii che in quell'osteri a si parlava di teatro d'opera mi parve la cosa più naturale del mondo. Anche tra i Gonzaga l'elemento maggiore fu Isabella. gioca e fu ma. e tra questi scenari crollati si riflettono negli specchi opachi eroi ed eroin e destati fra i furori. E tutto a Mantova parla un grande linguaggio. e mi ricordai della forza del le donne del popolo come di una storia di matriarcato. che è la stessa dove il popolo esiste ancora nella sua espressi one originale. d'un popolo che intorno a sé non vedeva se non la morte dei grandi sogni. dei sogni antichi abbandonati. non avevo veduto in fronte a non so quante osterie e trattorie l'immagine di Ga ribaldi a cavallo col suo mantello svolazzante? Opera ed eroi mi apparvero l'esp ressione sopravvissuta dell'ispirazione popolare. a Cipro e a Micene. la creazione è sua. di labirinti smessi. Fu un tema caratteristico della nostra letteratura ne gli ultimi anni. e ognuno che cap itasse nella sala. m'incantava: amante delle arti e insieme pratica. il vino che è com e una linfa vivificatrice dei luoghi bassi. indebitata per l'eleganza e la vita ornata e insieme caritat evole. quella parlata lu nga da cui le cose e i pensieri escono con un color familiare. Qui esse guardavano i lor o uomini quasi come ragazzi. e non in un mondo sfatto dove diventa nemica armata di inquietudini romantiche. a Tarquinia e ad Assisi.

mi stupii di trovarvi una stanza bianca. Mantova è un punto importante. andando a dormire in un albergo. dominati la notte da un lampione scialbo. dove la fantasia legge una storia senza immagini e senza parole precise. come in certi piccoli appartamenti moderni dove tutte l e stanze sono salotti e la sera divengono tutte stanze da letto. e in quell'o mbra luccicante che confondeva terra. acqua e cielo. A momenti tutte le architetture che avevo visto il giorno . nella sua storia . Qui. Mantova è il più importante di cotesti luoghi. quasi a una presenza sottile al modo stesso dell'aria. il bottone del campanello. Nella chiesa le candele accese e le donne oranti facevano un calore piacevole. e ugualmente stanze di passaggio. con la sua barriera sulle acque. il Virgilio delle comari e degli agricoltori. e vi dovette fare sempre freddo. M a a uscire. come se dormissi in terra. E non mi usciv a di mente quell'ora serale al ponte San Giorgio. piazze. sono cinquecento stanze la Reggia. Una reggia così vasta che divenne spesso. come un elemento vivo in lotta con la grandiosità dell'acqua. E tutto quel giorno. con una delle più belle piazze che sia dato ved ere in Italia. Che gran sonno in quella straordin aria città. una caserma. questo muro di Mantova è uno dei più belli. per esempio le sere che vi passò Lodovico il Moro in visita presso la sorella Isabella. Ma ne aveva una con le finestre sul Min cio. tra una torre e un palazzo. mi parevano miraggi. che era una specie di casa di campagna dove si andava a passare un'ora tra le stanze decorate e i giardini. Di questo castello ricordavo un cortile dove l'umidità ha messo una fungosità verde e rasata come il verderame. un capolavoro del t empo e della natura. La città comunale è pressappoco tutta qui. la distesa ind istinta della pianura. specialmente con quel vino nero. gli scenari d'una grandezza passata. detta del Paradiso perché di là si vede la pianura. A tratti. e la presenza nera del castello co i piedi nell'acqua alle mie spalle. Mantova fu prima una città comunale. Ma tra il Pal azzo del Te. sulla facciata della chiesa di San Pietro. Per chi voglia dire di conoscere l'Italia. Gli eroi in giacchetta nera vivevano le rovine come una droga eccitante. una sola camera che si possano chiudere a chiave. monumenti. Vecchi muri ciechi di tutta Italia. seduto a un banco. pareva aver dato una piega a un cornicione come d'un foglio accartocciato. si ritrova il più straordinario sogno di grandezza che sia dato osservare. palazzi. la Piazza delle Erbe. che svolge il suo libr o: è il Virgilio che non ha ancora imbracciato la tromba epica. ch e cos'era stato! Un vagare di sorpresa in sorpresa. fino al 1917 che vide là dentro accantonati un reggimento inglese e uno francese i quali vi accesero anche dei bei falò per scaldarsi sotto le ampie volte decorate. Lo dovettero di ventare anche queste cinquecento stanze della Reggia di Mantova. non furono grandi principi se non per il fasto e l'ornatezza delle loro corti. che è un padiglione e un chiosco gigantesco. l 'acqua calda e fredda nella bacinella di porcellana.ossero le grandi cose finite. Sono quattordici grandi sale nel Palazzo del Te . e la Reggia. e questo mi ripo rtava ancora nell'acqua. Mi ricordavo che una macchi a d'umido. Mantova è un mondo. e sembrava di stare al riparo. di questi vecchi muri compatti e nudi su cui l 'azione del tempo ha descritto un lavoro suo. bello quanto una striscia istoriat a da qualche grande scultore. dico una gran dezza di passioni umane. gli alberi lontani annuvola . ma non c'è un sol o appartamento. dormivo come sotto il velo d'un'acqua corrente come accade in certe dissolvenze del cinema. tra una facciat a di terracotta e un muro scabro. Sì. i riflessi dell'acqua. il termosifone. tanto c he Isabella abitò stanze dal soffitto più basso. nel sonno. E sentivo di d ormire sulla pianura distesa. e i vicoli stessi in un bellissimo ordin e. sentivo correre fresche sorgenti e fontane. rivestite di legni preziosi e intar siati. a quanto mi pare. i cicli sti che scivolano via sotto la pioggia sottile nei loro mantelli. vi fa un gran freddo. E quale grandezza poi? I Gonzaga. Il mercato con le osterie intorno è vegliato dalla figura di Virgilio in un bassorilievo medievale. castelli. Era come un grande umore che mi copriva e mi lavava. il ponte che dal Castello di C orte traversa l'allagamento del Mincio. la pioggia suonava interminabile. in cui il caso ha il rigore d'una logica. la capitale d'un'in tera letteratura. e tutto è fatto per la rappresentazione. Il battere delle mantelline dei ciclisti era come l'ombra d'un'ala. con un se guito di mille signori. da meraviglia a meraviglia: la spiegazione di tante cose.

SENTIMENTO CIVILE DI BERGAMO A Bergamo s'arrivò in un treno gremito. dei Papi. Poi il fitto grandinare dei tagliapietre. È vero. balli. sono una delle curiosità del mondo. Quella mattina di Bergamo è una delle mie più belle. e sentivo soltanto una chitarra in qualche stanza chiusa o in qualche corte. e le loro smorfie di orrore sono convenzional i ed educate come per darsi un contegno di fronte al pubblico degli eleganti vis itatori. i Gonzaga non erano grandi. come dice la guida. senza lasciar traccia: risuonano ancora di loro. Fu il sogno più spropositato del Rinascime nto e. Si capisce la differenza fra vita antica e vita moderna solo a tener conto di queste cose. donne e uomin i. che parevano non aver più fretta. non rivela altro che spett ri in tutti i convitati. Giulio Romano. in cui non par di vedere altro che uomini spazzati via d'incanto con tutt i i loro costumi. Sono suoi. C'era un suono d'organo in qual che chiesa. dei Duchi. e a momenti costu mi d'un tempo quale si addensava ancora fra colonna e colonna e fra torre e torr e. un malinconicamente bel paradiso. rumore di un nuovo lavoro in una città . Si cammina e si cammina. Ci ritrovammo in folla alla funicolare della Città Alta. Le città alte e antiche hanno una logica tutta loro: i dislivelli della loro st ruttura. tutte persone indaffarate con le loro bors e. un letto da campo del Settecento è il solo mob ile che abbiate incontrato in quella passeggiata interminabile. e mi ricorda una pagina del Romanticismo. furono apparizioni curiose. le vicende delle loro strade. perché tutto questo svanisse d'incanto. in una vita lenta e addolcita. nobili ed eleganti. che dominano tutta una stanza. le officine della pianura lombarda. a ogni soffitto e a ogni svolt a i giuochi delle prospettive vi attraggono: una croce che mentre si cammina par e allungare le braccia da ogni parte. gli affreschi dei gig anti in cui crollano montagne e massi su certe figure ciclopiche che non riescon o tuttavia a mostrarsi spaventate. e dall'arco d'un por tico. le ore di tut te le chiese parvero lunghe. la Sala da Ballo. Folla della città. e un passante o un gruppo di persone in fondo a una strada acquistano una evidenza straordinaria e ricordano all'improvviso altra vita. da cui le invasioni hanno asportato mobili e arazzi. la Sala delle C ariatidi. che pare or dell'uno or dell'altra. vi portò un a sua retorica. e ci si domanda a quali sogni servirono questi i mmensi scenari. Fino a che in una stanza grandiosa e nuda. la Sala degli Arazzi. che a Roma non si trova nulla di simile. A ripensarci. tutto quello che avevamo lasciato di ansie e affari alle nostre spalle sembrò il fatto d'una vita doppia e d'un atteggiamento. occupava i nostri pensieri. È vero che a Roma non si trova neppure il sentimento di uno splendore così de serto. che trasformò anche la cappella in camera da bagno". ma bastò che si scendesse tutti alla piazza del Mercato delle Scarpe. ognuno si trovò quasi in una remota abitudine. che son servite da bivacco a tutti gli eserciti stranieri. in cui la luce d'un'alba. Amore e Psiche che si baciano e hanno un s olo naso in comune. le vuote e spoglie sale. obbligando a un modo d'essere tutto diverso da quello nostro quotidiano nelle città sulle aperte pianure. delle loro pa role. quelli che passavano sulla strada. E la guida vi di ce: "Qui dormì Napoleone. quasi non bastasse. tutta questa rappresentanza di sale che si percorrono oggi con u na guida per non perdersi. sul filo di queste impressioni. le prospettive ch'esse creano. i cavalli di Apollo che vi galoppano addosso da qualunque parte li osserviate. dello Zodiaco. le acque che circondano quasi il castello. scesi nella pianura del Po. dalla porta d'una chiesa. di questa partico lare conformazione in cui gli uomini facevano scena e bersaglio solo a camminare per una strada di città antica. c'è d a rifare tutto il cammino percorso dalla civiltà. ci smarriamo nei meandri della cittadina antica. No. penetrata in un palagio in festa. altri costumi. e i suoi mutamenti a seconda dei luoghi che si scelse come abitazione. che nell'intrico delle strade e dei vicoli dileguava mentre lo cerca vo.ti. sono un ca rattere imperioso della vita antica. E qu esti cavalli affrescati alle pareti. un letto coperto. musiche. così freddo e corretto a Roma. Le impressioni meccani che della vita quotidiana. il movimento di M ilano di cui eravamo ancora una lontana vibrazione. È proprio un altro mo ndo. quadri e statue. come se raccontando le storie della corte pontificia le amplific asse fino alla chiacchiera. e si entrass e nell'aria della città medievale. Basta poco perché s'abbia l'impressione d'un'apparizione. nel Palazzo del Te. amic i e nemici. tutto questo non è più vivo e non è neppur morto.

quella stessa che poi uscì a Mantova dal pennello del Mantegna ch e non si peritava di raffigurare come divini anche Ottone e Galba. nel luogo di un'antica difesa. quando andai a far colazione in una trattoria dal vecchio nome. formano uno spettacolo che vi fa pensare d'esser e alle porte d'una civiltà. una cosa ancora intendevano. la sua facoltà di tramandar . i putti roman tici sembrano feticci di un'arte elementare con le ossessioni medievali del diav olo. una traduzione per genti lontane che non si preoccup ano degli scandali di Corte e che nella distanza loro hanno posto tutto nel mede simo olimpo. In un trionfo così t otale delle sembianze umane e divine. Qui la romanità vive nella facciata della cappella Colleoni dove i bassorilievi portano Cesari coronati e s antificati. i suoi aspetti sono fissi nel nostro spirito che vi si orienta quasi istintivamente: i lunghi muri che circondano un giardino e fanno di fronte al palazzo architettonico un aspetto immutabile d'un'armonia conosciuta. Un numero enorme di appa renze scolpite e dipinte occupa breve spazio. virtù teologali e peccati mortali. polenta con gli uccelli". e le porte verdi. il più antico palazzo comun ale d'Italia. Qua e là le chiese vicine e lontane. di Berg amo. come se avesse superato in se stessa la natura. che fu un punto estremo della penisola. ed erano i prodigi dell'arte. come se in questo. streghe e visi di Cesari. ma dei Romani e del Rinasci mento rimane un estremo brillare come se. È la romanità al suo stato di favola e di potenza. le pia nte che si affacciano dai vecchi giardini. tutte verdi. dialetto e alto linguaggio. il modo d'i ncurvarsi delle strade. come dicono. e oggi clericalism o settentrionale. di amore e di culto della potenza e dell'unità civile. in questo labirinto di pensieri di ieri. con le tele luttuose dei ragni. le sfingi della fontana nel mezzo della piazza hanno facce di gatto. Una forte e rigogliosa pianura in cu i le colonne di fumo delle fabbriche reggono la volta nebbiosa del cielo. si appr opriò la sagrestia della chiesa di Santa Maria Maggiore per erigervi il suo monume nto funebre. come ora ne risuonano le più vecchie città d'Italia quasi si ri fondassero: erano gli operai al Palazzo della Ragione. il gatto venuto a miagolarmi attorno mi sembrò una di quelle sfingi della fontana della piazza. E poi il crepitio d 'un girarrosto che faceva spiccare il cartello d'una trattoria: "Specialità bergam asche. in una luce immobile e in un riposo di vecchio albergo. Il nucleo d'una città antica è come una strofe che si rifà a memoria. imbracato nette armature. Da queste cose la campagna acquista un color nuovo. sempre le stesse come se anche per le piante esistesse un'epoca e uno stile. E poi. ricordi di Venezia e richiami di Firenze. Degli Etruschi non v'è che la memoria topografica. Siamo allo sbocco delle valli per cui scesero le invasioni. questa si most rasse coi più accesi colori. e come la fine di una resistenza. in cui vivono tutti insieme putti e sirene . ai confini d'una civiltà.anticamente fondata. Ma poi fu romana e venezia na. e a un tratto non vi sono per la città altri rumori se non i due passi che s'inseguono. Ed è questo lo stesso impulso d'un Colleoni che. Forse queste genti lontane. l'im provviso aprirsi di terrazze sulla pianura. i passi di qualcuno sulla strada opposta che si dilungan o come in una chiesa. e la s critta cubitale d'un'officina è sepolta come una lapide tra i ricami delle verzure . il cordone rosso d'un campanello sulla targhetta di smalto d'un professionista. al modo stesso delle fedi che splendono maggiormente ai margini delle loro comunità. le grate e i cancelli che non si aprono da tempo. Rinascimento con puri accenti e Comune dotato d i forza gigantesca. che avevano smarrito l'unità romana. e sono donne uscite da una fantasia che le accomunava con le belve. i cortili. ed è naturale che dove c'è un'a ltura dominante il piano si sia soffermato l'etrusco. anc he la religione tenesse più fortificate le sue posizioni. con le scritte Divus Julius e Divus Traianus. Così è la romanità di Bergamo. gli atri raccolti col sentimento d'una vecchia pace. con la scala esterna larga come un invit o al popolo che ascendeva. Vi si avvicendano popolo e intelligenza esa tta. e gli uccelletti infilati in uno stecco in mo do da stare in fila ad ali aperte sulla nuvoletta della polenta sembravano canta re anch'essi lietamente l'osanna di tutta la scultura animata di Bergamo alta. Una tradizione dice che Bergamo fosse prima etrusca. le sfingi ornamentali e i simboli scolpiti in pietra più dura per le arcate del Palazzo della Ragione. cui il solo f atto d'essere stati reggitori dell'Impero del mondo dava diritto a una specie di santità. con le statue dei santi sui campanili. o con le croci grandi sproporzionate. È la romanità come visse n el Rinascimento.

In città come queste vivono grandi nuclei collettivi. è uno schema più elastico ma anche più antico di vita sociale. acquistano un senso che supera le necessità elementari. E anche il paesag gio veduto dai punti più alti è la stessa cosa: il castello di Venezia ha il colore aggrondato che si trova fino agli estremi limiti del dominio veneziano in Orient e. dove il grigio e l'azzurro d i Venezia salgono dagli affreschi scoloriti con una nettezza di colori d'alta mo ntagna. Tenebra e luce. un cost ume. le rivoluzioni politiche e artistiche. ha scarsi elementi tecnici e porta in sé nuclei in perpetuo movimento e trasformazio ne. e più sotto risponde la natura con la sua conformazione diversa. E non soltanto il popolo enorme di figure adunate in tanto breve spazio fa impre ssione a Bergamo. porta in sé tutte le spinte verso l'ascensione. È. il denaro diviene un mezzo vitale che ne sostituisce ogni altro. sono i caratteri della Città Alta. i giardini con una vegetazione che diresti meridiona le. e ve ne sono cresciute i ntorno a nuclei formatisi per diverse combinazioni. trasformazione. verso un assetto borghese tendo no tutte le partì che le compongono. Questo secondo modo d'essere. Di questo la nostra civiltà ha più di un esemplare impressionante: è una massa disposta verticalmente. forma città dall'aspetto particolare. Esistono città che sono empori nazionali e mondiali. una delle mescolanze più istruttive. questa. hanno dell'ideale popolare e d ella rimembranza di arti che si aprono sotto cieli più felici. Ma non è vero. dove batte il sole le finestre coi fiori. la cui efficenza è in rapporto diretto con tale aumento. non è più il cosiddetto vile denaro. primi voli verso la classicità del Rinascimento. . un'aria di frontiera dell'ar te. le lotte per la vita. poco amante del rischio e delle novità. più che un'immagine. il loro potere è in una serie di sforzi concordi. U n fatto è certo: il primo monumento del Rinascimento lombardo è a Bergamo. Una città i ndustriale suppone un'espansione nazionale e mondiale. e lo stes so denaro ha una spinta che in altre società ebbero idee e ideali. poiché tutto è movimento. e quelli can cellati dal tempo sulle facciate di alcuni edifizi.e la storia ai posteri. ma il mezzo attraverso cui la società conquista la sua pie na espressione. le conquiste del benessere. il modello naturale di quell' economia vagheggiata da Ford nell'assetto delle sue fabbriche. le guerre trovano i loro naturali fautori. gli sforzi collettivi. una vigna giù pe r il colle. I colori delle volte e delle lunette sono tra le cose che si ricordano d i Bergamo come se si fosse visitato un paesaggio. capitani e soldati. per le case che gu ardano dall'alto del colle. di esprimersi. Lentamente. nella creazione di bisogni compl essi: questo è il terreno più adatto alla formazione di quella moderna borghesia che solo in apparenza è materialista ma è pur capace di slanci e di vibrazioni morali a ltissimi. attaccati alle mode delle merci di maggior consumo. Una città commerciale ha una diversa complessità. con una serie di azion i e reazioni di cui si può difficilmente stabilire la natura e il ritmo. e quindi verso una forma di vita apparentemen te gelosa. Questo fu l'ultimo appello italiano alla gloria anche quando mancò una vera grandezza. la capacità di espandersi e di riprodursi. e l'estrema grandezza e gloria dei monumenti. un concetto. il punto in cui l'arte italiana si fonde coi temi venuti dal settentrione. ma i colori festosi dei dipinti delle sue chiese. ma qui ho s entito un punto di confluenza di molte ispirazioni. Qui le r iforme. ai bisogni di una giorna ta e d'una stagione. timorosa. è una r epubblica di tecnici in cui le classi non sono che specializzazioni e differenzi azioni di attitudini al lavoro. e un sentimento di altre terre. e dove la popolazione stessa è prima di tutto produttrice e consumatrice dei prodot ti stessi. Una città industriale ha magnati e lavoratori. in cui il produtt ore è ugualmente consumatore. una forma di cointeressenza. med ioevo pesante e gigantesco. che impercettibilmente muta da luogo a luogo. un modo d'essere. Città come coteste sono il centro più forte della borghesia. di altre regioni. la pianura con la sua verde abbondanza più sotto e. LE ORE AMBROSIANE Si parla di Milano in Italia in vari modi ma una cosa è certa: che le parole Milan o e milanese indicano. che hanno veduto moltiplicar si la loro popolazione. in cui i bisogni creano l'organismo e l'organismo i bisogni. una città commerciale vive già della continua ascesa dei suoi bisogni e della capacità di consumo dei suoi stes si abitanti. Non s o se questo sia giustificato dalla storia in particolare di Bergamo. Di questo tipo è Milano. in cui l'uno regge l'altro e tutti insieme si tengono in equilibr io.

pur ponendo questa città fra quelle della media Europa. se qualche volta alcune lotte artistiche e letterarie e sin politiche in Italia hanno assu nto un carattere di netta opposizione a Milano. e m i pare che non si potrebbe trovare a questa città un più adatto paragone. e perfino d'una certa gloria e d'una certa nobiltà di discendenza. e se le civiltà d'oggi danno. Vi hanno acquistato anzi le stesse doti di entusiasmo. un mito. e non tanto pel valore che essi vi annettono. La memoria corta è propria delle collettività moderne. gloria e fortuna e ricchezza improvvise. e significa che dall'Ottocento restò in questa città un sens o uguale e continuo. a ffaristica. superamento dei bisogni. e cioè da città commerciali moderne. e sono la semplicità. e da quella che aspira a un assetto borghese. arte. facile a tutti: benessere. più curioso. dell a vita ornata. Migliaia di persone d'ogni parte d'Italia. spinta in avanti e culto delle forme di vita proprie senza infatuazioni di sorta. gusto. e quella. dovendo provvedere a certi lavori pel teatro della Scala. e si pensi all'immagine che ce ne viene da Rembrandt o d a Hals. ne costituiscono ormai il fondo. altrettanto facilmente si disfano dei loro prediletti di una stagione. si scorgono i caratteri. piaciuto l oro da giovane. quando le danno. una delle più caratteristiche d'Italia e dell'Europa intera. della durata. la credulità. La differenza è tutta qui: Milano conserva in grado eminente alcune qualità che paio no fuggite alle società moderne. è difficile entrare nei s uoi gusti e nelle sue abitudini. e gente che nel suo paese ha il lavo ro nel conto d'una condanna. la sua fedeltà e la sua memoria lunga. ed è il solo aspetto che l'assomigli a ai paesi materialisti. amore delle arti. nei felici paesi degli scarsi bisogni. un colore probabilmente sopravvissuto a un assetto di socie tà quale fu quello della borghesia dei Comuni. dalla Sicilia al Veneto. bisogna dire che questo paese. i m ilanesi si sono ricordati di un loro artista credo più che settantenne. da ogni diversa formazione. e tutte queste divers e qualità non vi si trovano per nulla isolate. onorato e ricordato da vecchio. Dato per certo che sia costituita dalla società più borghese e più posata. I personaggi della sua vita si possono contare a decenni di esistenza e di voga. e con qu este il vecchio scetticismo italiano ha un punto in comune.Si pensi a quello che fu l'Olanda del Cinque e Seicento. di costituire il pubblico più attento. io credo. una vera assemblea popolare italiana: è il popolo italiano in una delle sue invenzioni più a perte. Ma a scendervi da B erlino. per esempio. certi nomi fra di loro divengono addiritt ura magici. sa rà che questa vita. Il fatto è questo: arrivando da qualsiasi regione. ma alla fine il lavoro stesso è divent ato un termine sacro. di piacere di vivere e di agire. un concetto. sotto un'apparente brutalità. invidiabilissima. a . l'Olanda commerciale. Ma accettandovi una volta si ricorderà sempre di voi. o ne davano fin o a ieri. Si affida facilmente e lascia fare a coloro che ha scelto per guide. mercantile. Di Milano. ultimi balua rdi dell'antica saggezza. più disposto ad ammirare e a fare da spettatore. Lo stesso colore lo ritrovo oggi. Senza queste qualità fondamentali non si spiegherebbe la formazione di Mi lano e la sua espressione quotidiana. Ultimamente. pel loro culto delle conquiste umane individuali. Questo riferimento l'ho trovato in germe nelle pagine di Stendhal su Milano. della costanza. la naturalezza. Chi è entrato nelle loro grazie sa rà sempre poi salutato al suo passaggio. s i riconosce quel colore tutto speciale di Milano di cui gli stranieri parlano co n una viva impressione delle differenze. ha conservato agli uomini i doni della semplicità e il co lore d'una vita naturale e senza ipocrisie. È questo il carattere più crudele delle civiltà moderne. Una raccolta simile di gente vi ha creato strade come il Corso B uenos Aires. E questo sentimento della c ollettività è un altro carattere tipico di tale società. in brev'ora persone e modi declinano. quanto. lotta. gli uomini in questo clima si orientano: sarà che le cose parlano un linguaggio rudim entale. conquista. Ho parlato di fedeltà. e volentie ri diviene un atomo del grande aggregato collettivo. Se poi v'è qualcosa di falso nel gusto che generalmente è detto milanese. ricchezza. proprio questo è un carattere notevole: essa apre a ognuno il senso della sua vita. È difficile arrivare a queste conclus ioni venendo a Milano dalle città nostre dell'Italia centrale. costume divengono effimeri. È un paese che conosce il significat o del lavoro. qui entra in un ordine e in una disciplina. l a fedeltà. senso antico e familiare della vita.

questo è un aspetto della sua credulità. raffigurata in un cartello alto qualche metro. Si osservi come proprio Milano ebbe fra le città italiane i primi esemplari di un'architettura e d'una decorazione moderne perfin o nei bar e nei caffè. È qui che la città si dip inge del colore festoso delle prime conquiste. nell'atto in cui è passata. quando dalla periferia al centro è tutto uguale colore e un medesimo . o il grigio colore dei portici del Duomo la mattina. della prima chiesa ambrosiana. Ma dall'altra parte esiste l'altro polo: Via Torino. come l'idolo d'u n nuovo fanatismo. La periferia di Milano ha un modo di comporsi tutto proprio. e vi si trovano ancora le più ingenue insegne. questi s ono stati impari al popolo che dovevano guidare e si sono preoccupati spesso più d i servirlo che di interpretarlo. i balc oni lunghi che nell'interno formano il passaggio da porta a porta. i modelli d egli stivaletti delle massaie di provincia. sono come i forieri dell'alba. le mille fami glie che vi abitano come in un chiostro. Il Corso Buenos Aires all'alba. è la profonda dimensione della vita urban a dove si ritrovano fatalmente le regioni sbarcate da poco nella città. i suoi maestri spirituali. grigio. la chiatta sulle acque ondeg gia aspettando di partire sul filo della corrente. un po' romanticamente borghese. sulla via profonda. È una strada come ve ne sono in vicinanza dei grandi porti. Le cose del mondo grande vi hanno una strana risonanza. di quelli che costituiscono il fondo della cit tà da qualche centinaio d'anni. O i lattai mattutini. i cibi speciali di una regione remota . Tali oggetti sono qui spaesati da un borgo lontano: vi si può studiare la moda che passa. come se gli anni passassero inutilmen te. il sapore del lavoro che comincia. e vi spuntano anche i primi desideri degli agi. Sorgono qui le vecchie chiese d'una vecchia devozione. la via degli inurbati da tempo. un po' retorico. Vi si trovano ancora gli ombrelli larghi e colorati dei contadini. un cancello che separi dal movi mento una chiesetta appiattata fra le case. e vi confluiscono le strade d'una be n più remota Milano. Più oltre è la campagna in disord ine come se presentisse l'arrivo dei nuovi sconvolgimenti per le nuove fondament a.perto a tutte le suggestioni moderne. proclama le qualità d'un cosmetico. l'osteria ancora rustica sul Nav iglio grigio parla di pace e di rifugio domenicale. una dura speranza della vi ta. quelli dove una trovata ingegnos a nella distribuzione e nell'organizzazione delle vendite fa parlare le famiglie la sera al desco. e si pensi che se mausolei e sarcofaghi di tipo equivoco in festano la sua edilizia moderna. di vecchia città. fu un bene talvolta usato improvvidamente. un po' operisti co. sensibile a tutte le correnti nuove che traversano il mondo dell'Europa contine ntale. e per essi il tr anvai ancora notturno col suo lume scialbo intona il primo inno. coi tappeti "vera imitazione". si dissolve lontano nella nebbi a della periferia. ha avuto spesso dei cattivi servigi dagli organi che dovevano guidare la sua grande curiosità e la sua grandissima capacità di acquisto. Qui c'è ancora una forte tristezza. i cartelli di pubblicità vi parlano un nuovo linguaggio. Accanto alla cascin a sorge la casa nuova della città che si allarga. i suoi informatori. perché si rammemorino lunghe storie lo ntane e s'animino scene del più bel romanticismo italiano. quella del primo nucleo. Una donna. della conquista che si rinnova. Qualcuno non s'è ancora dimenticato dei fiori alla finestra e dei garofani. il simbolo delle illusioni facili della città. dove la facciata d'un cinema si può dipinger e tutta d'una vernice rossa con una corona regale e uno scettro d'argento. La via del ventre della cit tà. come d'una delle quotidiane meraviglie della città. e i pali della energia elettrica vi mettono i loro fiori di porcellana. come agavi meccaniche. Alcuni neg ozi vi acquistano un colore di vecchie botteghe di provincia. i maga zzini che seguono la moda di quelli del centro. deserto. Spesso. sta alta nel cielo brumoso. vi sorg ono qualche volta i campioni dell'architettura più appariscente accanto a un negoz io che ricorda i vini di un paese lontano. i lavoratori a squadre spuntano all'improvviso sul selciato d 'acciaio. la vita di ques ta strada s'apre profonda e misteriosa con le sue case dalle ampie corti. dove i negozi ridono già alle prime illusioni del lusso e del benessere. grande emporio di libri e di opere d'arte. co me se Porta Venezia non si schiudesse pochi metri più oltre sul centro di una città curiosa e febbrile. la via della vecchia Milano. E basta un angolo sopravvissuto. diventano un esercito. del govern o intellettuale che ha avuto per qualche tempo. dei p alazzi storici. Il prestigio di cui hanno goduto certi organismi della sua vita pubblica.

e questo non ha nulla del riposo della vita dei campi. i bambini che saltano nel meticcio col si llabario. O i gridi dei fagiani negli allevamenti. Proprio in queste ore il centro della città è a rumore. e questo viavai di spose e di figliole in ciabatte h a un'espressione di vita forte. gialle. I cortili delle cascine coi paperi e i tacchini. verso l'albero del bene e del male. il correre della gente verso la città. i papiri e le muse d'una corrente mediterranea. C'è un senso di pianura bassa e umida. quel riposo dalle fatiche. Ma anche il contadino dei campi verrebbe voglia di chiamar lo operaio. I vaporetti scivolano fuori da una stazione nera in un cortile. Per me che ho veduto nell'infanzia il libero lavoro della gente di pochi bisogni . o come una buona bestia. e sul filo di questo nome risognavo i paesi del sole. i campi che ingialliscono dei colori dell'autunno settentrionale che altrove sembrano fantasie di pittori romantici. la città da una parte la invade. col secchiello della minestra. le luci ancora accese. coi fischi infreddati dei t reni nella nebbia. il loro modo di vivere e di considerare le cose. le prime voci. Le maestre ri empiono il trenino con le loro chiacchiere mattutine. che alegg ia sulla città laboriosa. che tutta q uesta gente corrente viva di bisogni creati per avere il piacere di muoversi e d i agitarsi. allontanandomi su un tranvai mattutino l ungo il corso Vercelli. Così si forma la nuova sensibilità dei popoli urbani. qu esto spettacolo è sempre nuovo e non riesce mai a diventarmi familiare. come se corressero in aiuto alla città assediata dai bis ogni che chiama col lamento lungo del suo movimento. Più volte ho voluto rivedere queste cose. dell'emozione d'un perpetuo assalto. La campagna è qua intorno ed è già re mota. immerso com'è in una natura trattata scientificamente. e il sole brilla roseo attraverso le nebbie come per le vetrate del Duomo. il complesso sentimento della individualità in una collettività che ha . parla un linguaggio pieno d'ill usioni. suggerisce un sentimento vergine d'incontro e di ritrovamenti. la loro morale. davanti alla campagna fradicia di un autunno. un c artello col nome di una strada: Via Aretusa. le risaie tosate. e la contadina sulla soglia della sua casa sembra spiare la valanga uman a che avanza. i loro colori meravigliosi nelle gabbie delle corti umide o nei bo schi e nelle bandite. in attesa d'una fatica nuova. c'è quasi un calore nuovo e un a solidarietà avventurosa alle fermate del tranvai dove quel movimento. l'acqua che trascorre come un velo sulle marcite. la città svegliata come verso una l otta. es sa si avvicina alla città. gli alberghi enormi con le loro cupole f ormano prospettive che ricordano il barocco di altre piazze in città secolari e as sodate. fino a che l'inno del lavoro si scatena come un ruggito. col giornale in mano. Già la città si affaccia fin qua. Eccoli che all' ora della colazione mangiano nel loro pentolino lungo l'argine. le partenze mattutine fra chiacchiere e voci e racconti di sogni. la nebbia che sta a fior di te rra come un'acqua sottile e impalpabile. quel ritrovarsi gen ti diverse accomunate dalla medesima disciplina. è uno spettacolo sempre nuovo e dram matico. là dove le cascine si dilungano per la campagna irrigata. È una natura posta alle soglie della città come un'officina anch'essa. e gli scolaretti in grembiulino che poi seguiranno il fruscio della bicicletta come il fruscio d'una gonna. La periferia vive tutta in una specie di assalto perpetuo. e i visi degli uomini di fatica assorti. la scalza pa stora che si ferma a cogliere un frutto dimenticato dall'estate su una siepe. i grandi viali si aprono in immense piazze vuote pronte per l'avanzata di domani. Ricordo su una scarpata.tono di vita: i primi risvegli dei negozi. quel chias so. le donne vanno come al loro soccorso. l'afrore dell'alcole c he scuote i risvegli. le biciclette le aspettano da stazione a stazione. ha rinunziato alle illusioni della vita idilliac a. Mi pare sempre che tutto questo agitarsi sia un gioco. o già pensierosi del lavoro avven ire. muovendosi contro gli uomini in bicicletta con ferri e spranghe ed assi e ceste. col giornale ancora umido comprato alla bianca luce della lampada ad acetilene. questa natura di sobborghi che sembra tanto distante dalla libera e sovrana natura. qualcosa di olandese. ne forma il fascino e insieme le dona quella nuova e vag a sessualità da cui sono nate le inquiete filosofie moderne. con una trama di fili multicolori alla ruota di dietro. Propri o queste cose lasciano un rimpianto nuovo nell'atto in cui le viviamo e non ce n e siamo ancora allontanati. pantanose. con le loro voci lunghe e concilianti.

ballatoi. a profitto talvolta di altri più coscienti. quel p ittoresco agglomerato di aggetti. la sua filosofia. cortil i. dov e si può leggere la lotta e l'assalto. la naturalezza che impressionò i vi sitatori stranieri d'un secolo fa. Creati i bisogni e le necessità civili. Nell'Italia centrale è la vecchia casuccia d i campagna che reca nella sua struttura i segni della conquista terriera. e nuove combinazioni di concetti morali. il sens o dell'individualità. la rendono profonda e allettante e le dann o quel particolare tremito inquieto che assale le persone più posate. con la donna. la mensa che ha assunto l'aspetto d'u n grande servizio pubblico. chi dirà la storia di tant e ragazze che arrivano in cerca di lavoro e che dormono nel così detto "letto in f amiglia". dai terrazzi. dalle Alpi al Golfo di Salerno. la sua tecnica. dagli archi. LA MARCA ALL'OMBRA DEI PALAZZI Uno degli aspetti più interessanti dell'Italia. anche se meno comuni. e metodi di vita. e due o tre generazioni con un'abitudine secolare alla terra. Fra l'uno e l'altro regno. il ques to è il colore mai smentito della vita milanese. volte. Scendendo per la Penisola. Movimento e riposo. fattorie. ciò che rende tanto vago il paesaggio. E con questo mi preme di stabilire sov ratutto: che appunto per una certa capacità d'infatuazione naturale dei milanesi. borgate. un'iscrizione luminosa come una nuova architettura. da cui si riconosce la casa toscana cresciuta lentamente e che ha finito col formare un complesso tipico di casa popolare. gli strati di cui è formata questa società. luoghi dove è una vibrazione affascinante di vita. il fascio di legna. A nord è la vasta cascina che contiene un mondo. si traversano regioni per centinaia di chilometri senza incontrare una cas a colonica. come da secoli. ricerca di piaceri e conquiste materiali. scale. tra i più naturali. più forti. e pare che p er vederlo meglio alcuni romiti si siano incantati a contemplarlo dalle serene f inestre. circondati d'orti felici tra la pietra e la lava.bisogno d'una disciplina di ferro. Tali fluttuazion i aggiungono alla città un ritmo nuovo. civ ili. più sani. i contadini tornano agli abitati sui monti e sui colli. per quanto oggi la facilità delle comunicaz ioni e il risanamento di quasi tutta la contrada abbiano trasformato la vita soc iale. esso è uno dei popoli più aderenti alla propria personalità. il loro speciale odore e colore. E anche il loro riposo e le loro soste sono spettacoli interessanti. suggerendo q . sita nei luoghi più impe nsati. cioè dietro a un paravento nella stanza da pranzo o nella stessa stanza della padrona di casa di cui sono ospiti? È l'individuo in lotta per la conquista della sua indipendenza e della sua solitudine. silenzi improvvisi e valanghe di rumori. è la casa c olonica. la lotta vi assume forme più attraenti che n ella natura libera dei campi e dei boschi. questo strato forma una categoria grandiosa di uomini e di donne non anco fissati nella macchina urbana. Non si può capire il senso d'una città come Milano se non si tiene conto di queste forme di vita. Hanno fatto ore di cammi no per rincasare nella stanzuccia a terreno del villaggio. Ammirano la macchina urbana come se fosse un paesaggio: una luminaria come una pubblicità di nuovo genere. e domani ne faranno a ltrettanto per raggiungere il lavoro. Si pensi soltanto alle profonde modificazioni che subisce in una simile società il sentimento dell'amore o dei rapporti fra i sessi. di animi. Si capisce alla fine come l'arte di vendere e di commerciare abbia i suoi canoni. Per esempio. La città mobile si arresta la sera a guardare la successione di proiezioni luminose davanti a un a bottega. la casa colonica diventa un rifugio in campagna fino a scomparire del tutto. i gr andi ristoranti economici che vanno dalle dieci alle tre lire e cinquanta. Si può dire che il resto d'Italia da Salerno in giù non abbia un abitato rusti co: la malaria e la poca sicurezza della vita sconsigliavano fino a ieri ogni so litudine in campagna durante la notte. miseria e ricchezza. Non ho detto dei luoghi dove si mangia. Alcuni concetti tradizion ali vi sono aboliti. si trova la casa di campagna napoletana. città. e che questo sia una scienza altr ettanto complessa quanto quelle liberali. a percorrerla per lungo. gradazio ni diverse di attitudini. Sono categorie costrette dal lavoro e dalla coabitazione a trascorrere gran parte della giornata fuori di casa. le attrazioni e le antipatie. Mentre tutta Italia. in alto sullo sprone dei monti o dominante su una roccia il suo pezzo di terra strappato alla montagna. case coloniche. l'asino. pare molto popolata e quasi senza soluzione tra paesi. La sera. sovrastrutture. la lo ro folla.

esatto. diligente come la terra in Toscan a e in Romagna. Nacque spontanea come un fiore e rrabondo. un palazzetto sett ecentesco. vive spesso una famigliola . nel pae saggio dolce e aspro. Le Marche ha nno un colore tutto loro in Italia. questa famigliola abitava nel villaggio una specie di sottoscala. Scoprì poi che. diedero quell'aspetto a tutta la Marca interna dove. il cotto. artigiano. sono come tutte le abitaz ioni nate dall'emigrazione. Fu uno sconfinamento al sovrappiù d'una popolazione che trovava terre non sue ma t rascurate. montagne. gli uomini e gli animali lasciavano all'imbrun ire la casa per raggiungere la borgata vicina. l'embri one del vecchio abituro di mota rispunta ancora. Pregiudizi lenti a scomparire non più dalla fantasia. sul cocuzzolo del colle cretoso gli abitati sono dello stesso elemento: vengono fuori le più bel le intonazioni di rosso. istinto di difesa e di diffidenza verso la nott e. La luce che rischia rava tutte le sere il vetro della finestra era un mozzicone di candela che si co nsumava solo tutte le sere. Appena il meridionale potè farsi una casa coi soldi dell'America. della nazione più folt a del mondo. un senso di terr e lontane e di semplici fortune che cercano una boccata d'aria. a entr are nei paesi. sotto un cielo dolce luminoso e un poco freddoloso di cui non si scordò mai Raffaello. I pacifici conquistatori non avevano neppure arnesi di lavoro. ti do le sementi". Nelle Marche non c'è niente di quel pittoresco che incuriosisce il visitatore. tra casa e casa. a due piani. Così nacque la mezzadria. monotono e inesauribile. in un ettaro di terra. fabbri e falegnami. e il mattone dà un senso di diligenza umana. avevano abituati anche i polli a seguirli dritti e zitti in questa trasmigrazione quotidiana. e all'ombra di essi una popolazione tutta operosa che lavora ancora ai ferri battuti e che ha imparato bene i vecchi mestieri. La conquista della terra per pa rte dei contadini delle Marche fu un'opera lunga. che è un miracolo di diligenza. Ritrovo queste f ile di case anche sulla costa delle Marche. dell'epoca delle novissime fortune della borghesia. succedono spazi interminabili. Prima fu di mota e quasi un attendamento sulla terra non ancora dissod ata. Vi sono coste intere su cui si allinea no case senza interruzione. ma dalle abitudini e dalle tradizioni. Mi raccontava un proprietario calabrese di avere una volta istituito una prima c asa colonica nella sua tenuta. vallate. Appena un poco in alto. si popolaron o di famiglie e di animali. ottimamente col tivati e senza quasi traccia di abitazione umana. quando l'agricoltura italiana non era arrivata alla sua perfezione d'oggi. Vecchi terrori della solitudine. Appena qualche pagliaio e qual che rifugio sotto un mucchio di pietre rammentano la presenza dei guardiani al t empo dei raccolti. ma intanto si entra subito in rapporto con questa regione come se si fosse penetrat .uell'idea che stupisce ogni volta che vi si torna da fuori. sui colli che salgono e scendono con un ritmo uguale. piani. si domina il panorama col sentimento di trovarsi fra gente molto diligente. di qua e di là dalla strada. sulle soglie delle porte o nelle stanze a terreno le donne lavorano i loro pizzi e ric ami. buoni cos truttori con l'unico elemento che offra il paese. un cielo intenso e rinascimentale. le abitazioni si ampliarono. col balcone che sporge in fuori nel cen tro della costruzione. si scopre sempre una traccia di vecchia nobiltà. come deve essere nei villaggi operai di America. cittadino. quatti quatti. Eppure. preferì la marina e le terre della marina." Bene. naturalmente. Bene. La casa colonica delle Marche ha la sua storia. Ora la proprietà è molto spartita. ciò che dà a certe strade sul mare da noi qualcosa di esoticamente moderno. una chiesa romani ca. Era sicuro che i contadini la abitassero perché ved eva un lumicino rischiarare la finestra tutte le sere spegnendosi a un'ora di no tte. popolata appena trent'anni fa di vagabondi. il mattone è messo anche di taglio per lastricare. alle borgate e alle città annidate tra le gole e sui monti. Tra lo squillo dell'incudine e il raschio della pialla che è il suono di molti paesi qui. E poi: "Ora che lavori. "Se tu coltivi questo pezzo di terra t i fornisco gli utensili. I paesi sono quasi t utti di mattoni. e per esso lasciava una casa comoda e ariosa in campagna. I padr oni delle terre fecero ad essi buon viso. da poggio a poggio sugli scrimoli dei colli e dei monti tutti col loro profilo a mucchio e a pigna culminanti nella chiesa col suo campanile a freccia. da Salerno in giù. come più prospere.

quando ebbi veduto tre o quattro di queste borgate e cittadine lungo lo schienale dei colli. l'improvviso tur bamento dell'aria che si riempie di voci di ragazzi. Bisogna ricordare che la storia dei rapporti di Leopardi con la sua famiglia. una febbre di conoscere e di essere nella v ita civile di là dal monte. e forse troppo. quello stesso che anima violentemente il panorama del vicino Abruzzo. All'ombra di essi vive un'umani tà ben limitata nei suoi confini e certa dei suoi confini. . Tutta la sua poesia ris uona dell'alacre voce di questi mestieri. Orb ene. Una divisione vecchia come la costituzione della società marchigiana. e sebbene egli fosse c ittadino dell'Italia grande e universale e dell'universo ottocentesco. rappresentano essi la vita nella sua s olitudine. Domina il medesimo silenzio fra questo coro di rumori e brusii della fatica umana. meglio. Ci si sente la Marca papale. per quanto dalla regione natal e egli appaia il più distaccato fra i nostri poeti moderni. egli è tutt avia lo specchio di quella mente cittadina che è proprio marchigiana. nella sua biblioteca sotto gli occhi del padre severo che lo sorvegliava dal s uo tavolo. d oveva avere la medesima impressione di colui che oggi da uno di questi balconi o sserva una donna che lavora tra le amiche nel suo pianterreno intorno alla lampa da. la stessa vita d'un tempo e la vicenda familiare di allora: padri imperiosi come si conviene a una razza teocr atica. Si dice comunemente che il marchigiano sia esatto. è un poco la storia di molti marchigiani. Qui non è il palazzo s olitario tra la chiesa e la torre. i vecchi orgogli e le vecchie tirannie familiar i. e pure vi si intuisce uno stretto rapporto. e non un fatto specifico del più grande poeta lirico italiano e di uno dei nostri ma ggiori pensatori. un focolare marchigiano. come se gli accenti egu alitari che hanno dominato tanta parte del nostro tempo non vi fossero pervenuti . com e fra gente libera e che conosce il valore della gerarchia. Quando Leopardi si affacciava al balcone per guardare la Nerina o la Silvia. di quello che rende avventurose tante regioni nostre. con una certa bruschezza e un certo orgo glio di persone abituate secolarmente alla dolce e dolorosa tirannia familiare. Chiuso nella sua stanza . che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto dell'ingegno tutto citt adino delle Marche. Per quanto Giacomo non abbia legato l'opera sua alla sua regio ne. il coro sereno nella sua inquietudine. molti segreti del mondo grande che n on aveva ancora visitato. la madre com'era sua madre. Inutilmente se ne cercherebbero gl i echi in Leopardi. come in quella poesia. del gruppo di ragazze che in una stanza a terreno dietro la finestrella stanno intor no alla macchina da cucire. Qui non c'è un solo accento di colore locale. della tessitrice. o d'un canto. la sorella amica.i in un cantiere di quelli all'antica. Dentro i palazzi. simili ad altrettante tappe nel giro i nfinito da altura ad altura. non si trova un solo accento popolaresco. ragazzo solitario. un tranquillo sorriso. Ho cercato i nutilmente. una vita signorile sepolta negli anni e rimasta ferma e orgogliosa. insomma. e del mondo avvenire. propriamente artigiani e individuali. e visitata la città di Recanati. questo è pure il solo pittoresco leopardiano. i vecchi mobili. il padre rigido. È un paese che sta sulle sue. Ma pure. che ha improntato di sé l'artigianato e il complesso familiare con caratteri n on tanto facili da penetrare. mi accorsi che quell o che dà un senso alle Marche è il tipo di vita dedicata ai semplici mestieri umani. o del suono d ell'ora. Leopardi rappresenterebbe la biografia modello del marchigiano. vi si intuisce una vita familiare molto chiusa e gelosa . insomma un a nobiltà provinciale di cui sono arrivati nella grande tradizione italiana gli ec hi. caso piuttosto raro nella nostra letteratura. che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri. e tutto il pittoresco si riduce alla visione del fabbro. giovani che pensano al mondo grande fuori dell'infinito digradare e risal ire dei colli fino all'ultimo monte. le fortune matur ate discretamente all'ombra della Chiesa. se pittoresco può dirsi. il suo rapporto stretto con la sua terra. è la sua intimità. ma più palazzi. separa i vec chi palazzi dalla vita popolare. e nel medesimo tempo quel rimanere legati a certi cara tteri della regione che sono esclusivi. Ne rappresent erebbe in sommo grado l'ingegno naturalmente cittadino. che è nelle Marche molto vivo e che ultimamente molte scuole professionali hanno ribadito nel suo assetto. e tutto ciò dal suo angolo di prov incia. il nodo familiare s tretto da non lasciare quasi respiro. o quasi. È l'artigianato. Leopardi intuì. Esse levano gli occhi al sorriso. in lui come nella sua gr ande famiglia regionale.

Piano pi ano sentivo che parlavano di sotto lo scialle che le copriva. e Dio. come un contadino dei suoi luoghi: "29 marzo. venerdì dell'Addolorata". parlavano. acc anto a certi oggetti. è chiaro. nel dramma patetico dell'intimità familiare. IL LUPO E LE VERGINI D'ABRUZZO Nell'autobus che mi portava dal mare alla montagna. incantarsi su sequenze interminabili di parole. in un gesto molto nobile. ha il rilievo fermo di un mondo fermo. Così avvo lte. e guardava tutto dall'alto di questa certezza. come tutta la Marca interna. ordinato. una specie di stampo irsuto e selvatico come se ne trovano nel profondo del popolo. in una composizione inalterabile da coro. Guardavano gli altri come se sentissero di appartenere a una grande famigli a. piena soltanto dell'esperta tristezza della donna matura che le stava acca nto. L'ho detto. aveva un uguale tono di preghiera. un telaio. e rimpiangerla di con tinuo. Non c'era che l'impressione dei loro grandi scialli neri. Questo era il s uo segreto. l'affacciarsi di una donna. che si domanda che sia la vita. Voglio dire che Leopardi. se mai un autore ha nel sangue la sua origine. la discreta feli cità di vivere in un mondo chiaro. una scala contro un muro illuminato dalla luce di certe sere. e tornarvi. con la loro voce profon da. avevo veduto che una er a giovane e l'altra matura. la bocca stretta dalle r ughe: aveva l'aria di chi abbia parlato d'una sua grande miseria di dolore a un personaggio onnipotente che le avesse detto di stare tranquilla. quella che parla con la divinità. e ripartire. Dove suonano le campane a vespro. senza selvatichezza. ma alacre e viva. e la persuadeva ad appoggiarsi alla sua sp alla contro i balzi dell'autobus. Mi pareva re citassero dei mottetti. Prima che nascondessero il viso. è ancora la storia di molti marchigiani. e con quell'armonia che è propria dei luoghi dove ognuno è li mitato nella sua attitudine e mestiere. un mazzo di fiori: questo accompag namento della vita di tutti i giorni come una nostalgia e un rimpianto di non si sa quale vita intima e felice nei suoi trasalimenti e nelle sue voci. il creato. grande. è animata di queste visioni. Erano state a Lore to in pellegrinaggio. Non mostravano nessuna timidezza. Basta ricordare di certi canti leopardiani e di molti suoi appunti in prosa il senso che acquistano le voci dei ragazzi. Ma che d'Annunzio abbia portato nell'arte sua molte cose radicate profondamente nel suo popolo. Il racconto che se ne facevano l'una e l'altra voce. Fuori è l'incanto semplice della vita piena d'una felicità inconsapevole. erano salite due donne. Così parlano nelle loro case. fra gente vestita alla cittadina. come in chiesa. storditi ma pronti. la giovine era tutta dedicata a costei. son cose proprio di lui. Così il suo senso delle cose e il suo balzo continuo n . esatto. Ma non vorrei definire l'Abruzzo sullo schema di d'Annunzio. Parlavano di là sotto con una monodia come se ne leggono in d'Annunzio. domanda e risposta. come vidi poi a una fermata quando ella abbassò il lembo dello scial le. e il ricordo degli aspetti di questa vita. La sua poesia. coi loro sci alli e i loro fagotti di tela bianca. e sarebbe chiarissimo se si dicesse che il suo svagare. biondastr a. è tutto ne l fondo popolare abruzzese. anche questa specie di virago si tirò lo scialle sulla testa. di cui si coprivano con un lembo la testa contro gli odori dell'autobus. Vi sono dialetti che serbano nella loro struttura un tono li turgico. così agli uomini. veduto at traverso una secolare ombra di grandi stanze vegliate dai ritratti arcigni degli avi. nella s ua fuga ed evasione da questo mondo è proprio il personaggio che delle Marche ha s erbato la memoria eterna come possono essere eterni gli accenti dei poeti. una lucerna. il suo fantasticare. tanto sommessa. rivolto tutto alle cose reali. che può parere anche troppo som messo. Discorrevano dunque tra di loro con quel tono di lunga preghiera. Anch'essa parlava allo st esso modo. e la sua terra lo spiega. è sempre l eopardiano. Poi entrò un'altra donna con uno scialle color tabacco.Quel fuggire la propria terra che era proprio di Leopardi. in un mondo uguale di abitudi ni e di atteggiamenti. le strade si riempiono di gente del con tado. come se la macchina portasse due simulacri coperti. e quest'acce nto desto e urbano. La più vecchia. così a D io. le accomodav a il lembo dello scialle sulla testa. aveva due occhi colore del caffè. La più giovane era più se rena. uniforme. se gna in calce ai suoi scritti la data ricordando il giorno. LE SERPI. e lo stesso Leopardi. che v i rimanda da paese e da monte a monte come un'eco. cosparsa di una peluria virile colore del rame. colorire.

sono intrecciati a forma di monile al collo delle giovani donne e dei giovani dai visi estatici. che si potrebbero definire brevemente: il serpente. pittura. Sono proverbialmente pratici . le forz e occulte e nemiche dell'uomo. del potere di rendere miti e favole apparentandole con la natura in una fantasia del medesimo colore. Lo stesso d'Annunzio fu. a fatti supremi. e non importa se a Pescara la sua casa fu. le fanciulle ornate di or i e di amuleti. Terrore delle forze della natura ch e soverchiano l'uomo. coronate di fiori. Appena ieri si è celebrata la festa delle vergini. sotto la coloritura del suo linguaggio. Poi. ornati di nastrini verdi e rossi. il lupo. sono penetrati del medesimo scrupolo del linguaggio elegante. intervento delle forze occulte e divine. e poi la verginità. incantatori. M ille mediatori. la stessa ricchezza di enumerazione del loro popolo. il serpente col suo linguaggio tentatore. Le donne posarono le braccia coperte dallo scialle sulla spalliera davanti. presso un abruzzese anche di media cultura si può notare una cura particol are del linguaggio significativo.el favoloso. E domani si celebrerà la festa dei talami. lo scatenamento dei sensi. le quali mostravano i capelli ancora troppo corti per poterli avvolgere intorno alla testa. come aprendo due ali nere felpate. nella sua parte popolare. Nelle feste ch e cominciano di primavera. Ovi dio e d'Annunzio. Le donne dello scialle co nsideravano come usano queste trecce nelle città. c'è una sensitività naturale di gente che annette a tutte le cose un se nso esoterico. e infine lo stesso potere di celebrare quello che è fortunato: ca ntori di fasti. e la pietra che un tem po era soltanto nello scalino della porta. tenevano rapporti con l'incono scibile. Ma abituati alle cose ornate. insomma l'ultimo degli scrittori puristi. un ricercatore di espressioni esatte. stregoni. Si può immaginare questo popolo. si orientano subito in quelle della civiltà. e i modi di rigirarle e di appun tarle. appena svegli alla civiltà. il suo significato terreno e ultraterreno. ora fa qui un gran lusso morto dapper tutto. e non impor ta se poi vien fuori una parola soltanto colorita. della parola più efficace ed esatta. ecco il complesso tipico abruzzese. ma piena di un impeto primitivo. un lungo dire la stessa cosa. Ab ituati secolarmente a definire la posizione dell'uomo di fronte alle forze della natura. il senso dell'u omo e della vita torna in questi uomini esatto. trasformata in una dimora neoclassica. L'Abruzzo è ancora legato. Le bimbe sedettero sul predellino dell'autobus come sulla soglia d'una ca sa. la ca stità. le trecce delle bambine. e il loro rovescio. dettato da un istinto sicuro. i serpenti appena svegli strisciano in un cerchio di persone. nei suoi paesi solitari sui cocuzzoli dei monti o nelle valli. rozza. e anche tro ppo. L'attenzione di que ste donne si puntò sulle trecce delle bimbe. In tutti i loro discorsi c'è un a ricerca di questa esattezza di espressione. esorcisti. Quando il mio autobus sostò a Chieti. alle orecchie e ai p olsi. E la fantasia e il linguaggio dei due poeti abruzzesi lontani nei secoli ma parenti per ispirazione naturale. coi loro sguardi acerbi e le bocche sigillate e proterve. Insomma. lo stesso complesso del peccato e del ser pente tentatore. fino a quando anche nell a mia mente queste trecce si impressero piene di strani sensi. architettura. C'è qualcosa di molto più antico della paganità. e i santi si confondevano con essi. si misero a parlare con le donne dello scialle. in una solitudine in cui tutto acquista lunghissime risonanze. Accade sempre nella vita popolare abruzzese che i fatti acquistino un significat o superiore. La stessa arte abruzzese partecipa di queste cose. a complessi originarii. lo st esso compiacimento delle similitudini. la violenza della natura. E poi quella del lupo. lui vivente ancora e die tro suo suggerimento. n ei suoi boschi. I loro discorsi erano una lunga enumerazione. potere propiziato rio dell'innocenza e della verginità. quasi che egli foss e nato nell'architettura di Gardone e non in una casuccia marina appena intonaca ta. serbano un certo ornamento nel loro modo di espr imersi. sono state riprodotte con una fant asia popolare. prima che le strade d'oggi vi portassero tutta la no vità del mondo attuale. rimasto a una civiltà ch iusa e impervia. Il senso dell'animo abruzzese è contenuto nei termini di vita e mo . anche questi sono spariti. coi balconi inginocchiati. Le forme illustri che qui son o pervenute. attanagliato dalle tentazioni più oscure nei suoi recessi. scultura. due bimbe della città salirono a curiosare sul predellino. Si direbbe che la fantasi a abruzzese riproduca di continuo le immagini della vita amplificandole e riempi endole dei significati più occulti.

Tutto umano. e tornarono con le mani piene di caramelle e di confetti. come i vecchi toscani. Intorno alla bara bianca era affaccendato il gruppo delle ragazze. si misero diligenti a raccomodargli un velo. poi esce. verginità e lussuria. Al suono della campana. Lungo il declivio d el paese. Entrarono in chiesa. Le quali si chinaron o su di essa. La chiesa era deserta. fino a quando si abbattevano con la testa ciondoloni fuori del carretto. Quelle mani diligenti ed espert e si muovevano su di lui ad accomodare. carnale. scosse da un brivido terribile e continuo. il lupo torna indietro. La vita abruzzese culmina nelle grandi feste dell'anno. sanguin anti e digiune. sconfitta e vittoria. il risveglio dei nudi istinti nella grande estate arrabbiata sotto la sferza del s ole. vestite di verde e di rosa. la scoperchiarono. e portato a i culmini del fantastico e del simbolico. e spesso la sua eleganz a era tipicamente provinciale non senza sospetto di pacchianeria. chi di lato.rte. quella mistica c he pure tra i popoli più realistici della terra. le mani fugaci e pro nte. ornare. e nei grandi avvenimenti della vita. si dispera. e questo suono non si ode che in Abruzzo. Non immagino neppure una mistica abruzzese. Quelle di sotto erano tramortit e o già morte. La donna torna alle sue faccende di casa. chi nella tasc a del vestituccio. l'animo loro è tutto nella vittoria dell'u omo in quanto tale. Il Santo appare in forma di immagine. e guardarono il morticino che era là dentro. Intanto è rincasato il marito. Grandi ri sate del pubblico. D ue contadini. Questi solch i di dolore innocente passano tra l'indifferenza di tutti con la fatalità che hann o i dolori sotto il cielo alto e chiaro del sud. La moglie sta preparando il desinare. chi gliela posava sul cuscino. Questa contro le bestie è la crud eltà meridionale. e quatto quatto rimette il bimbo nella culla. E poi nelle m ani del morticino ponevano quei confetti e quei rametti. i visi si chinarono a bac . e quelle caramelle. lo stesso d'Annunzio non è riuscito mai a correggere il suo accento dialettale. La donna gli parla e invoca la sua protezione. matrimonio. due uomini poiché come nell'uso antico le donne non fanno teatro. un b imbo di quattro anni. nella piazza di Guardiagrele. lo addenta alle fasce e se lo porta via. che poi si fermarono sull'orlo della bara bianca. Di questi giorni si recita a Pretoro lo spettacolo del Lupo. e che ha calzato un paio di guanti con tre dita). Poiché tutta la tradizione abruzzese è fondata sull'uomo. Le ascoltai tutta una mattina. e invoca il Santo. del riparatore di armoniche. Non si accorge che il lupo è entrato (è un altro contadino rivestito d'una pelle di lupo . La donna se ne accorge . ogn una con una sua idea. Seguivano quattro ragazzi che tenevano leggera su due fasce bianche una bara bianca. Quello vestito da donna recita in falset to. nascita. morte. Le b estie erano legate e giacevano l'una sull'altra. Il lupo va carponi verso la culla del bimbo. Dietro veniva un gruppo di giovani donne. mangia e beve. qualcosa di pasta dolce. E strascinare la lingua sul pa vimento dei santuari. moglie e marito. S'erano ritirati il prete e il chierico. Il marit o siede. di quei confetti co me di Pasqua combinano in Abruzzo. col risveglio dei serpi a primavera. cercavano di levare la testa di sopra al cumulo dei morti. atteggiare. magari con quel tanto di pastorale che rimane attaccato a ognuno di essi. non è misticismo. disposti a modo di foglie intorno a un ramett o verde. A sentire ch e la donna si è rivolta al Santo. A tratti era un lung o belato di agnelli. Le campane d'Abruzzo fanno uno squillo acuto come quello dell'incudine. La rappresentazione dura un quarto d'ora. Un bimbo vagisce nella culla. non pareva più che fosse un bimbo morto. Poco dopo le ragazze uscirono in frott a. la folla si dispone ad anfiteatro davanti a un palcoscenico di assi. coronarsi di serpenti. introduce un grano di pazzia. ma una creatura incorr uttibile. La donna ringrazia il Santo. è la stessa immagine che è stata portata la mat tina in processione. ed è il sol o personaggio non reale della scena. quelle di sopra. la pazzia dei toccati da Dio. Sono terribili scon giuri per placare l'ignoto che è intorno all'uomo. A tratti veniva da un nego zio il sospiro di un'armonica. Passavano i carretti carichi di agnelli per la Pasqua. si sono divise le parti. Tanto che poi gli abruzzesi immessi ne lla vita urbana hanno un potere reale di capire e di orientarsi. vidi sbucare sulla strada un piccolo corteo. frettolose come i colpi dell'incudine. Il marito fatto sicuro della divina protezione prende a calci il lupo. Precedevano il prete e il crocifero. un simulacro.

Certe donne si curvarono a raccattare i confetti. E poi. la sua storia. spesso lavorata fino al vaniloquio. Forse non v'è nessuna sproporzione fra lo scenario e l'uomo. a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti fermi a un tempo ch e non è di ieri né d'oggi. le sue attitudini che vi parlano ch iaro al primo passo. Quando il corteo fu sulla piazza. e poi lo stesso corteo uscì dalla chiesa. con la faci lità dei napoletani di interpellarsi e di porgersi l'aiuto l'un l'altro. sono altrettanti terrori di una storia in cui tutto si è confuso in un med esimo sentimento. l'idea del mare. la media d'una civiltà che è metropolitana e paesana. in modo che l'uomo vi sta dentro enorme come in una figurazione primitiva e. e la campanella ripres e a battere. al suo sentimento dell e classi nella storia. a Napoli è un carattere naturale tra i più raffinati cittadini. con caratteri comuni. questo è accaduto ai primordi delle città italiane. vi ha formato i depositi sociali composti d'un a vera e propria razza. La pietra. in una strettissima parentela. ma a Napoli l'architettura n on ha un predominio schiacciante come nel settentrione. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l'uomo. che oggi è un atteggiamento delle società eleganti e un curioso segn o dei tempi. Non c'è che a Napoli un'architettura monumentale così estranea alla terra. Qui nella scala sociale. come fissati a un punto che non è nuovo né antico ma di sempr e. dal pugno di una di quelle ragazze. A Napoli l'uomo ha avuto se coli per adattarsi e per posarsi. Certi rag azzi coi capelli arruffati e il berretto tra le mani guardavano storditi. non la nascita o la categoria sociale. vi concorre la luce. importata anch'essa. la sua architettura. È ancora qualcosa che rimane della vecchia Italia. d el cielo. che regge come certi muri apparentemente decrepiti i gra ndi edifizi storici. è invece qualcosa come un sentimento e uno stato d'animo. rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori. a renderla ostile. ac cadde ed è ancor vivo a Napoli.iare l'oggetto delle loro cure. è durissima pietra e non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico. risponde al fondamentale pessimismo napoletano. come con un giocattolo poco serio. non senza dare l'ultimo tocco al velo. E il gu sto del plebeo. come un' eterna campagna mediterranea. e l'archite ttura dove è più allettante simula non so che ordine popolare che è poi un'ordine mora le. fanatico perfino. quel tanto che in alc uni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro e cupo come una prigione. come in una figurazio ne popolare. e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze. siano minori di proporzioni che altrove. palazzi che sem . Sarà effetto dell'aria e della luce che vi si stende specchiata dal mare. Dico che solamente l'uomo stretto parente della natura riesce a costruire aspett i di città di pietra terribile. scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana. fu gittata una manciata di confetti che rimbalzò sul legno bianco della cas sa e crepitò in terra. al contrario. e nello stesso tempo troppo grevi e forti perché non vi si insin ui il sospetto d'una certa ironia o esagerazione. e non della macchina che domina l'uomo: v'è sempre l'idea della gita più che della costrizione metropoli tana. un'evasione festiva. si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratt eri comuni. CIVILTÀ DI NAPOLI A Napoli quello che mi colpisce è l'importanza dell'uomo su tutte le cose. o. La cas sa fu chiusa come le ragazze avrebbero chiuso la madia di casa. ma materne e fra terne. Dicevo prima dell'importanza dell'uomo rispetto alla natura e all'architettura. e spesso da tutt'altro genio che non q uello napoletano. neppur tristi. meglio. e torna a mente quanto scrive Stendhal: che le sole fortune distingu ono in Italia un uomo dall'altro. tanto che il barocco spag nuolo porta qui tutti i suoi caratteri di tetraggine e d'isolamento. perché non c'è luogo come questo dove i limiti delle classi s iano segnati da ogni cosa. costituisce la storia morale di questo popolo: un colle vi div enta fortezza e insieme è una montagna abitata. e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il c onvento e il palazzo che somigliano a prigioni. altrove è la città. i portoni spropositati vi reggono spesso abitazioni strettissime. ma intanto esse sono solidali. che isola uomini e cose in un'armonia che fu già il fondamento di un'arte felice e di pieno equilibrio. a Na poli un tranvai e una carrozza carichi di gente danno l'idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo. automobili carro zze tranvai. In nessun altro paese si ha l'impressione come qui che veicoli.

In un mondo che si adorna tanto facilmente degl i appellativi di meccanico. attore del San Carlino verso il 1855. monte. de lla ricchezza. e pur tra le fortezze e i vecchi androni più scuri grida l'invito alla bellezza delle derrate. come se la bellezza fosse tutto. Sono là i Rembrandt. con cui Napol i. formano il motore di questa civiltà. c'è un mondo pudico che non ama mettere in piazza i suoi segreti e i suoi dolori. ella si rivolgeva alla sua vita reale. pochi hanno capito l'essenza estremamente libera e intelligente di questo paese . prodighe a tutti. i Goya. senza più l'intervento del Cielo. l'epica delle di fferenze sociali che improvvisamente invadevano una storia nuova e non più europea né universale.brano case di campagna perduti nella grande città. L'interpretazione che ne diedero i . Ma l'Italia non fece mai del poverismo o del populismo. sole e aria e veduta sono qui al sommo dei pensier i di tutti. C he era poi il destino di gran parte d'Italia. motteggiava con atroce forza il suo destino. e senso del diritto e della giustizia. avevano già carpito al suo na scere questa nuova famiglia e ridevole mitologia: Pulcinella e Pulcinellino. con que l gusto degli elementi diversi disposti opportunamente. Si d irebbe che in un ambiente d'aria e di luce buone per tutti. solo che i protagonisti sono altri. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere. Due artisti di altri due splendidi paesi. ma con un sentimento dell'ari a e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell'Italia meridionale. Il comico Altavilla. il suo ritmo. e la cucina. i Callot. che è un carattere d'oggi. anche. Si notino a Napoli gl'infiniti chioschi dove non si vende che acqua. Nei tetri banchetti d'ombre del Magnasco. Pulcinella in riposo fra capre cani e pastorelli d'Arcadia che sono poi tutti della stessa famiglia pulcinellesca. Pulcinella che nasce da un uovo covato da una gal lina faraona tra una famiglia di Pulcinelli. o la frutta stessa nei piccoli mercati. forse. il genovese Magnasco e il veneziano Tiepolo. Per la prima volta. gli atteggiamenti sono rimasti gli stessi. gaia e funebre. uguali i riti. senza decadenze né imbarbarimenti. come in un mo dello d'architettura. e le civiltà in fama di raffin ate mostrare non si sa che stupida barbarie. e vedo ragazze e carrozze". Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà. e ch e s'era fatte tante comode virtù. La natura di Napoli è lontana da quello che di solito intendiamo qua ndo diciamo campo. Basta vedere insieme una scelta di queste raffigurazioni per rendersi conto che quella fu un'evasione dell'arte italiana come lo era stata la grande pittura dei guerrieri e degli eroi. e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della crea zione. il segno palese del benessere. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per re ndersi conto come essa abbia il suo ordine. della potenza. è un modo di dire mer idionale. La terra vi fornisce un vino aspro. È proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà. nei vagabondi di Caravaggio. Lo stile vi s'è mantenuto in un rapporto originale. che è un'altra nota di questi sapori. Sei e Settecento furono in Europa quasi la riscossa let teraria e pittorica dei poveri e dei derelitti e dei vagabondi. Pul cinella che suona la chitarra. nell'epica pulcinellesca del Tiepolo. e senza più il coraggio della fuga ne l divino. a uno spettacolo puramente visivo. che è un vero lusso. ar ia e luce diventino la conquista più importante. Anzi. Al primo segno di malessere vediamo virtù e conven zioni crollare. Sì. nelle figure della nuova società popolare che animano le scene del Piazzetta. Fu costui uno degli ultimi Pulcinella della gran pulcinelleria bianca e nera. e ne scrivono. che è il prodotto d'una ci viltà complessa come il gusto toscano dei poderi. caduta in un'epoca sventurata. mare. questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura. caratteri insospettati uscir fuori. con una leggerezza incauta. e civiltà antica. Nei paesi a civiltà antica la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto aiutato da un'esperienza secolare delle cris i di civiltà. E bisogna essere meridionale per capirlo bene. ornati di f rutta. L'occhio vuole la sua parte. il suo schema. diceva: "Quando sono triste mi metto a letto. q uasi tutta tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi. N apoli non s'è scordata la natura. La campagna napoletana è il segno d'una disposizione dell'animo fermata in una stagione classica.

sul Foro e su tanti monumenti romani aveva fatto l'umanità mi nuta in tanti secoli. abbandonò l'Università pe r darsi alla letteratura. egli si vantava di possederne sessanta. e finì con l'influire anche fra noi. veneziani e napoletani i nuovi de scrittori di quella rovina le cui macerie richiesero tutti i secoli seguenti per lo sgombero. specie a quelli nati nei paesi do ve i libri di Mastriani arrivano con Ponson du Terrail. Pulcinella si metteva il naso di cartone e il berretto bianco a do minare lo spazio che avevano dominato i guerrieri e i santi. Napoli fu dominata da questa immagine piaga ta. romanziere napoletano vissuto tra il 1819 e il 1891. il bambino ignudo e ricco di grazie. Qualcuno lo indi cava come "l'autore dei romanzi di Mastriani". Si sa che la divinità più vicina agl'italiani era stata sempre la Vergine. alle dimore. Anziché mostrare le sue piaghe. che ricorda il lavoro dei protozoi. era nuovissimo fenomeno in Italia. Questo sviluppo della città. la vita abi ssale di un popolo addensatesi in modo incontrollabile aveva dato l'assalto alle strade. oppure vestita dalla cintola in giù con una veste scarlatta a pieghe del tipo di quella che copre il Volto Santo di Luc ca. e trasformato architettura. Studente di medicina. Montepin. e facendo ad essi da guida nelle ore libere. tra la regalità d'un'antica porpora e la veste dell'infanzia. e dal 1875 li pubblicò tutti in appendice nel giornale "Roma". coi misteri. seguendo le c omitive degli stranieri. e nel golfo più ridente del mondo si addensava una città misteriosa come Londra del Settecento e Parigi dell'Ottocento. la pred iletta del Ciclo. in un meandro di tane e di sotterranei. gli antri più mis teriosi. e dove che fosse scriveva. si sostituì l'immagine del Crocifisso. la malinconia delle valli. Ho trovato ancora qualcuno che si ricorda di Mastriani. dove si erano vedute le mani g iunte della Vergine. Picco lo di statura. quando tali monumenti erano abitati. Scriveva anche aspettando i signo . Circostanza curiosa. l'Italia mise la maschera. E in Napoli la Ve rgine madre diventava la Madre Dolorosa che. l'ombra. il suo addensarsi e il suo complicarsi al punto che un giorno si sarebbe dovuto rompere col piccone . e cioè un intrico di passioni in una città fatta per le apparizioni singolari e che nel suo ventre formicola di tutte le passioni . vestita di nero. la maschera popolare saliva le scene e parlav a la verità che soltanto ai buffoni è consentito dire. era l'immagine della sofferenza virile e non più della grazia celeste e d ella intercessione femminile. Sposato e con quattro figli. delle conchiglie. e qui. diet ro il compenso di due lire la puntata che negli ultimi anni gli fu elevato a cin que. dalla più abietta alla più sublime. non fosse un uomo di genio. ai palazzi. e tanto che nuovamente si sparse per il mondo come una risata tonante. coronata di spine. tendeva al cielo e ai fedeli la mano con un fazzoletto di pizzo. Ma la dolce Toscana aveva finito di parlare. È un peccato che Francesco Mastriani. ignuda. indossava un vecchio vestito nero e un gilè bianco. Come al crollo dell'Impero romano. Questo nome dirà poco ai s ettentrionali. con barba e baffi alla Napoleone DI. era signore e servo .viaggiatori superficiali in Italia è nota. calvo. la madre. Con un'opera assidua. Ma l a cosa era forte. il ponte dal quale le povere donne tradite e offese si buttavano credendo che non fosse peccato cadere da tanta luminosa altezza. e poi la donna nei momenti trionfanti della sua vita. Era celebre nel popolino. imparò ingle se e francese. de Kock. grandi portoni. mentre lacrime di gelo le solcava no le gote e un pugnale dall'impugnatura simile a quella d'una sciabola le trapa ssava il seno. Questa immagine popolò i vicoli più oscuri. E che mescolanza di profano e di sacro. agli angoli delle strade. e che dà l'immagine d'un costume dissueto. la moglie di ligente gliene ritagliava in ogni straccio e in ogni residuo di vestito o di sto ffa. abitò tutta la vita in quel quartiere di Sanità simile a una valle oscura nella città. il suo manto celeste. lo stesso lavo ro che sul Colosseo. ma è noto e amico ai meridionali. una città adatta agli scrittori di romanzi co me si intendeva il romanzo allora. cavaliere e pitocco. la giovane sposa. Si dovette impiegare alla Dogana. Era stupefacente osservare quello che era accaduto di un androne di casa patrizia. Napoli diventa un mondo complesso e inestricabile. sormontate da un ponte che ne sbarra il cielo nella luce di Capodi monte. flagellata. furono genovesi. Mastriani scrisse cento sette romanzi. va sti cortili e palazzi. Siccome aveva la mania delle cravatte. Portava in tasca una boccettina d'i nchiostro. Intanto. dei celenterati nel fondo del mare.

e non soltanto in Italia. di figli spurii che ritrovano i fratelli legittimi. e il ridurre il generale a un particolare. quelli che visitano Napoli si fermano agli aspetti più appariscenti del . La maschera è estremamente seria. Peccato che non fosse u n artista e che non riuscisse a cucire insieme i suoi personaggi. Non appare per nulla grat uito nella sua opera numerosa e disordinata che un intrico di personaggi e di av venture. avvent urosità di Napoli. poiché nella sua fantasia si confondevano i suoi casi personali e quelli del l'umanità. accada fra Bor go Loreto. Verga .rini cui dava lezioni di lingua e di grammatica oltre che di inglese e di france se. ladri. Lotta e si dibatte intorno ad essa. Lo stesso Pulcinella era la maschera del buon senso e del realismo. e la Serao lo considerò come un precursore. ognuno legge in questa città secondo il suo cuore e il suo sentimento. alla fantasia di chi v'è p assato una volta. trattandosi d'una società c on caratteri familiari. era il personaggio moderno che. un mondo molteplice e avventuroso. di strade e di luoghi. assumeva un costume anch'esso. vedeva al modo del comico Altavilla ragazze e carrozze dal fondo della sua mi seria. Di Giacomo. non la supera e non la trasforma e non ne evade. essa pensa sempre alla stessa cosa e non mira che al suo scopo. Era l'epica della vita quotidiana. di personaggi che muoiono e risuscitano perché il pubblico reclamava al giornale nuove puntate del romanzo. era un comples so di società provinciali in città di provincia. tutta l'organizzazione intorno alla colpa e al delitto. e che. uno dei suoi fantasmi è il padrone di casa. Nasce così anche in Franci a. quando chinò il capo sui suoi fogli. Fra gli a ltri. e le maschere sono la sua aria vitale. tanto che i su oi romanzi si possono considerare una lunga digressione su problemi sociali. E tanto che il giudizio cor rente su Napoli è diverso da persona a persona. il carattere con la maschera. basta il nome di Napoli per evocare. la letteratura sulle città italiane è aperta e chiara. di donne che abbandonano il frutto della loro colpa e che lo ritrovano dopo molti anni nell'a biezione. sollecitato dal primo libro che gli capitava sottocchi o. Aveva dei meridionali la facile im pressionabilità verso i problemi filosofici e sociali. Un fatto però vide molto bene Francesco Mastriani. Di solito. Sanità. per arrotondare il magro bilancio familiare. I suoi roman zi sono storie complicate di donne cadute nella colpa per bisogno. Tanto che proprio da fatti come questi nasce in Italia. e poi mezzani. Chiaia. Fa ridere perché non evita un solo urto con la realtà. Ma anche oggi che la vita italiana s'è fatta complessa. Ma. Egli trovò nella sua città la dimensione fantastica e il mistero ch e sono stati sempre la qualità più attraente d'un romanzo. int ramezzata da brevi descrizioni di caratteri e di passioni che non riescono mai a mettersi in movimento con quella illusione di vita che è propria dei romanzieri. di ricchi e di str anieri che portano di colpo una povera fanciulla del popolo e una traviata al ma trimonio. quello che formò poi la sua tradizione sociale: la Serao. Vicaria. cantava e suonava. usciva "Il Paese della Cuccagna" di Matilde Serao. Alle origini del teatro moderno c'è la m aschera che di quando in quando rispunta. Faceva anche brindisi in rima. ma che aveva intuito oscuramente il genio naturale dell'Italia meridi onale. davanti alle sue invenzioni non ci prende alcu n dubbio che quanto egli racconta si possa svolgere a Napoli: di ciò gli diamo cre dito illimitato. La maschera vuol dire carattere e vita di tutti i giorni in una passione. eroica e favolosa e classicizzante. In genere. La maschera è d'una enorme serietà. Con una fantasia sbrigliata. densità. la commedia borghese. il realismo con la buffoneria. anche quando scherza. e fu la profondità. almeno fino al tempo di Mastriani. essendo i suoi scherzi sempre intorno alla realtà e a una realtà precisa. Uno di que gli umili precursori di cui riesciremmo appena a mettere insieme cento pagine d' antologia. senza invidia e senza desideri malsani. di smarrimenti e di ritrovamenti. ossessione del popolino napol etano come del povero romanziere. g li arbitrii della fantasia possono essere assai pochi. in una lingua tra accademica e dialettale. virtù. il risalire dal particolare al generale. Nel gennaio del 1891. staccandosi da una tradizione in costume. a meno che non accetti le comode e generiche definizioni che se ne sono date da gente estranea e superficiale la quale scambiò la filosofia del vivere con la spensieratezza. tendenza: è l'uomo che si occupa d ell'umano. dirigeva bene le quadriglie nei balli familiari. vizio. e questa è una prova dell'animo suo. Stretta nel cerchio della realtà. venditori d i carne umana. Descriveva alla brava la vita di lusso. assassini.

popolare o meno. un fornello. e siccome la vita è quello che è. una grattugia. del mare. una pentol a. Una tale solidarietà fa sì che non si troverà mai un napoletano che si umilii a un altro uomo ma gli parlerà da uguale. il padrone. coi superiori. se non proprio la manifestazione di una gran de vitalità. a gente la più diversa che incontravamo lungo il viaggio. Questo discors o era interrotto di continuo da un rapido occhieggiare del cocchiere all'ingiro. ai suoi conoscenti da quartiere a quartiere. raccolto in densi quartieri. alla spensieratezza che sembra emanare sempre da tutto q uello che è vivace e naturale. il cocchiere si voltava di quando in quando a raccontarmi la storia d'un altro suo cavallo che gli era stato requisito. con le sue feste e il suo carico di dolore. Certo. Per questo. d'un uomo livellato dalla vita moderna. mai smesso dal tempo dei greci. un lampo. Ora. mettono fuori i loro mille balconi. cenni col capo. è sotto il segno della più stretta solidarietà. Piccole cose. Esiste in tutta l'Italia meridionale un significato a parte per la parola " comodità". napoletana. La strada era un avvenimento: organetti che suonavano e l'armonia era subito travolta e ripresa volubilmente da un vocio di monelli. con gl'inferiori. e quasi disponendo in comune delle risorse di ciasc uno. tintinnio di carr etti colmi di verdure. ci si accorgerà troppo tardi e a nostre spese che si tratta d'un vero fetente. Una solidarietà siffatta rende testimone c iascuno della sorte dell'altro. significava farsi vivo. Qui si vive collettivamente. la vita napoletana popo lare è una tragedia fra uomini. delle forme e d ei colori. La stessa cosa notai poi andando in carrozzella a Na poli. cioè da uomo. cioè l'uomo capace di cattive azioni. con la mano. ed è difficile indovinarne lo scopo. al suo tessere di gesti la vita quotidiana. Il cocchiere non faceva che salutare. una bellezza. e il colore di un'ora. accennare. E questo complesso di rapporti mobile e diffuso come quello delle api e degli uccelli. ma da paese a paese. e l'intimità che tale sentimento porta nella vita di tutti i giorni. e il gesto d'un vicino e il lampo d'un paio d'o cchi di donna. saluti. tanto che mol ti non gliene attribuiscono alcuno. E quell o che i napoletani chiamano "fetente". da tutto quello che di vario e alacre si può rovesciare sulla strada d'un paese vesuviano. sta in cotesta pratica di vita rivolta assi duamente al mondo sensibile. ecco che gioia e dolore di ciascuno si comunicano a tu tti. cioè a cenni. si rivela subito al primo colpo d'occhio. a distanza. alla sua nobiltà. gran parte della letteratura. Il cavallo trottava con la vivacità d'un meridionale. cosa che alla fine esclude l'odio verso i fortunati. ammiccare. con tutta la gente di cui presto o tardi avrebbe avuto bisogno c olui. del cielo. grida di mercanti ambulanti. con le spalle. un ziro d'olio. un movimento. il loro piacere degli oggetti. E che cosa è di meglio ogni migliore vita civile? Cotesta tregua la osserverà meglio chi si troverà di fronte alla vita del popolo min uto che. o che di colui avrebbe avuto bisogno. da case troppo alte e uniformi che. della città più soccorrevole . un . con la bocca. alla realtà. eloquentissim o nella vita e nell'arte napoletane. cioè l'odio sociale. Questo è l'aspetto più evidente della solidarietà napoletana. uno scrollo. lo andava a trovare al reggimento in una città vicina. accennare a una sol idarietà con gli uguali. coi conos centi: insomma. Ciò che può diventare anche un vezzo. quale possono produrre seco li di vita difficile e un'esperienza vasta come la storia. bisogna pensare che l'origine di questo sentimento. un fuoco. che la rendono meno grave e la consolano: comodità è un balcone assolato. sorridere. e l'amore dei beni che vengono dall'industria umana come dalla natura. Queste non sono forme oziose e non sono ossequio servile. viste di profilo. e disporne in comune implica un mondo di rapporti e di discorsi e di interessi solidali. cant a delle ore di gioia e delle ore di dolore. da un pu nto all'altro della strada. se l'era presa il colonnello. Nel suo senso migliore. e non da strada a strada. imbrogliatore. Comodità sono gli oggetti che servono ad alleviare la fatica quotidiana. a Napoli queste comodità sono qualche volta il bene comune d'interi gruppi umani. altre persone parlavano allo stesso modo. e sapeva che la generosa bestia era tenuta bene. complesso forse unico. fino a Torre del Gr eco. che non lo poteva dimenticare. Percorrevo in carrozzella i paesi alle falde del Vesuvio. si tratta d'una mobilità estrema. che se le prestano e ridanno . cui allo stesso modo bastava un tremito. egois ta. E sui bal coni. pietosa e legata del mondo. con gli amici. e invece è tutto un modo e una rete di rapporti di cui è fatta quella vit a. Ma se vorremo capire il senso della realtà dei napoletani . mentre spesso.la città.

lungo la strada. al suo pittoresco. Mi fermo a guardare la cura della decorazione nei p iù piccoli venditori ambulanti. le case sospese sull'orlo dei precipizi e i massi fermi sul punto di un a immane rovina. talvolta le piante che sbucano da ogni interstizio del ma sso fanno sulla sommità di tali simulacri naturali una corona d'erbe e di fiori se lvaggi con una simmetria meravigliosa. e che dà forza. e il senso della forma di. e li chiede come v anno chiesti. il volo. L'uomo qui è dominato dal fatto di riuscire a ogni costo a strappare quello che vuole strappare alla vita. In tutto il pittoresco napoletano v'è un senso stretto della ne cessità. reale. la Madonna e il Bambino. Il fatto è che ogni napoletano è combinato proprio in tutt 'altra maniera. Del resto. queste figure di pietra . e il piccone e la mina ha nno messo alla luce del sole decorazioni di stalattiti. sopravvissuto ad altro tempo. uno grande e uno piccolo. Il popolo chiama. patetiche. le strade tagliate a picco nella roccia. ma perché risponde a ncora a uno scopo. tutto quello che pare disusato. vec chio. vi sono riti che sopravvivono a Napoli perché son o legati ad essi alcuni benefizi. coi piedi ben piantati sulla terra. o come il venditore di fuochi artificiali. e il grande protegge il piccolo d agli assalti del mare. e che non ve n'è uno il quale. E da questa seri età proviene la soppravvivenza di vecchi riti e vecchie feste. Questo dà un colo re tanto forte alla vita napoletana. un orto napoletano dice la cura. grotte e caverne. Sulla roccia e in pieno sole cresce il capelvenere e difende disperatamente il suo verde e le venature b ionde delle sue foglie. Quale che sia la sua occupazione. Il crinale delle rocce forma anch'esso profili di creature. Egli aspetta dal cielo la grazia. Vuoi c onvincere. absidi come di cattedrali. ci si spiegherà che somma di forza. un patetico troppo semplice. come è facile parlare del dol ce far niente napoletano. separate l'una dall'altra con un sentimen . di quanta proverbiale ingegnosità. egli pone una tal e attenzione a quello che fa. E la persuasione è l'arte napoletana per eccellenza. o per amore del pittoresco e della rappresentazione. In genere. possono diventare maniera stucchevole. incoraggiando a comperare un r azzo o una girandola. non lo p erderà di vista un momento. il benefizio. più oltre l'ulivo ha lo stesso colore. portichetti. d i colore azzurro come sono le piante sulla pietra. È come se fossero alimentati dalla salsedine. e la necessità conserva in vita a Napoli tutto quello che è morto o che è vuoto formalismo altrove: la necessità. sotto una luce bianca ad acet ilene. un'umanissima arte . senza g uardarne l'intima ragione: così è venuta fuori la leggenda di Napoli. i sibili. Si aprono nella montagna. tanto che una certa lentezza napoletana è dovuta pro prio a questo impegno. Morte e vita. e rinca sando la sera. A ogni punto più minaccioso la Madonna col Bambino ha la sua nicc hia. PAESAGGI NAPOLETANI Venivo dalle valli della costa di Amalfi. questo p opolo. Le case sono spaziose e cir condate di orti e giardini a terrazze. anche quando sembra che lo dimentichi. perciò la montagna sembra viva. La gente di questi luoghi.motivo facile. ma sa ranno pur sempre nuove nella realtà popolare di questo paese il cui nome è volato in tutto il mondo a significare tante cose curiose. l'effetto. vivacità alla vita. in tutte le forme. Ma se per un i stante si sarà entrati nel cuore del popolo napoletano. anche se gli scogli che si drizzano sulla riva o stanno isolati tra le onde o sono a due a due. alla minuzia con cui ognuno compie il suo più umile lavoro. solo movente delle azioni umane. volte e nicchie. il paese dei devoti delle miracolose M adonne. abita paesi nobilissimi. intorno a un melone d'inverno. qui è vivo non per abitudine e pigrizia come s i crede. di quanta virtù civile sia capac e quando gli sia chiesta. È facile dire che a Napoli c'è gaiezza e spensieratezza. carattere. di vecchia architettura amalfitana . con che teatralità sono disposti una dozzina di fich idindia per dritto. dove i venti del mare sono capricciosi. sono le frasi più comuni nelle canzonette. perché una cosa è indubitabile: che a Napoli la gente non sia vera. strane. Molti si sono fermati a questo carattere esteriore. uscendo di casa la mattina. giardini sospesi in alto. e vi si metterà con tutte le sue risorse. di vitalità e di verità richieda questa vita. ma una fra tutte: l'uomo in una densità e pienezza e verità di vita. ne descrive i rumori. si sia dimenticato un istante dello scopo della sua giornata e de l fine che vuol raggiungere. Ogni commessura della roccia ha le sue piante erranti. e la fede del popol o napoletano. con cupole. e ogni paese ha la sua perché questo è un tema di quella famosissima strada. d a Positano a Maiori. gioia e dolore.

i limoni sono il frutto di tutto l'anno. La gente. le donne sono anch'esse da fatica. al livello della terrazza. Perché sono architetti e agricoltori nati. sia nata in queste contrade che i settentrion ali conoscono a meraviglia. alcuni si diedero alla pesca. capolav ori di architettura popolare che sarebbe opportuno difendere con le leggi stesse che difendono il paesaggio e i monumenti illustri. Qui stavano gran signori. È un'antica c orporazione naturale che nessuno ha ancora pensato a ricostruire. sul portico la terrazza. i q uali coi commerci adottavano le mode e le eleganze vedute nei paesi ricchi. che li divide dal versante di Castellammare. fra tante cose comuni. dicendo orgogl iosa che è un mobile di famiglia. La terra. Mi pa re certo che la consuetudine invalsa in alcune città dell'Europa settentrionale. le rose fioriscono senza stagioni. e magari con le due stanze superior i sprofondate. e dove la rocc ia fa imbuto la circondano di una mora di sassi.to d'indipendenza e di solitudine che ci si domanda da quale razza sia venuto. e alle cinque la valle è imm ersa nell'ombra uguale e pur tanto chiara che d'estate dura due o tre ore. sopra. col giardino ric co. strappata a palmo a palmo alla montagna e alla roccia. Venne la navigazione a vapore. Vi portano su. contro le intemperie. La strada di Amalfi e di Sorrento non era ancora aperta. S'immagina che gente del popolo. dove seguitarono l'altra loro attitudine naturale. Il sole in queste valli scompare prima della sua ora. alt ri emigrarono in America. A terreno sono le stanze della vita comune. quando non possono altro. all e piante e ai frutti. e dentro di un bellissimo bianco in cui la luce grande della co ntrada fa l'atmosfera d'un bagno vitale. e dall'alto fanno un panorama di bagni romani. abbia occupato le case loro. avevano commerc i con Genova cui fornivano legni e uomini. gli armatori abb andonarono le loro ville e i palazzi. questi pa esi erano ricchi di bei mobili settecenteschi. ma complicato con quello originale del luogo. essi si fecero palazzi e ville. composti di cilindri e di cubi di muratura sovra pposti che ricordano le nude forme della moderna architettura monumentale. All'orto. alle prime piogge di settemb re si seminano gli ortaggi che altrove vanno a primavera. di alt ane. E gente diversa da ogni altra della regio ne. alcuni quartieri abbandonati crollarono. Fino a qualche anno fa. la sabbia del mare. sono taciturni e pratici. l'indimenticabile chiarità del Mezzogiorn o. è buona. Questi so no per la montagna scoscesa i loro orti e uliveti famosi. I te tti sono a cupole lisce. che hanno un gusto inimitabile. è pur sempre quello settecentesco. con un tale senso di costruttori che il funzionalismo moderno ha in loro dei precursori. S i vede spesso gente povera uscire da palazzetti del Settecento. il mare divenne deserto. si prendeva una sedia e quattro portatori per tre ore di cammino. Erano città fiorenti e prospere al tempo della navigazione a vela. prima che i mo delli bastardi dell'architettura comune penetrino fin là. Si può dire che la terra la trasportino col fazzoletto. conobbero i commerci del Mediterraneo occidentale insieme con la lor grande amica. che sono la traduzione di tante cose ricche e illustri in uno stile del luogo che rammemo rava fantasticando le cose visitate. quelle di abitazione. Per valicare il passo di Monte Sant'Angelo. ed ha . I ve lieri tornavano a Positano carichi di mobili comperati a Genova. all'albero. e all'arrivo di qualche antiquario accorto. Ho veduto certi mulini loro. ed è la seconda semina d ell'annata. Nello stile del paese. Essi sono la nobiltà del popol o. Il Settecento dovette essere il periodo delle maggiori fortune di questa contrad a. hanno della vir ago. rimasta nel paese dopo la parten za d'una razza di signori. e mostrano ancor oggi certi disegni di caminetti. Il tema di quell'architettura. e ancor oggi capita di vedere. rimasto più intatto che ad Amalfi. o turchi che è forse lo stesso. con un sapiente sfruttamento del terreno. e fra di loro non si sente mai dire di quei drammi sentimentali che scoppia no sovente nei climi morbidi. un mobile illustre. pe r una porta aperta in un vicolo. una delizia settecentesca che la padrona di casa v'invita a guardare. Ed è così. in lugli o e in agosto si vedono le arance attaccate all'albero. Sono architetti nati. ho detto. una decorazione di stucco alle finestre. di balconcini. perfino di cucine. La loro casa ha l'orto. colorano la casa di du e colori spesso. d i tingere i palazzi di due colori. il cammino più facile era il mare. al cortile e alla terrazza sacrifica no lo spazio altrimenti adatto a ingrandire l'abitazione. e le loro case le fanno con logica. il cortile davanti al portico.

la chioma dell'arancio. li rinnova. da Pompei a Napoli. della sua luce. e perfino i loro ca ppelli e i loro vestiti rustici. di estatico. le labbra. tutta opposta all'idea che di solito ci si fa. e vi vengono incontro le ombre vivide. Il sole è tanto vibrato che a chi non sia abituato dà strani e pur piacevoli disturbi. e si rivedono i vapori che velano le cose. una gracilità da paes aggio antico. di asini bendati intorno al pozzo. V'è una delicatezza di scavo. per proporsi solt . è come se quel lu me abbagliante lo posassero in terra. e quasi nelle profondità di stanze lussuose. con una lunga scala esterna che quasi fa da ancora sulla terra. questi colori tutti napoletani. e tronca. lo chiamano la Montagna. La terra è d'oro. Ma basta valicare il passo di Sorrento per trovarvi una natura diversa. ciò che influisce anche sui sentimenti. e la propaggine della scala. l'arancio ha la chioma irta e tutta fiammelle. e gli stessi atteggiamenti degli agricoltori. il colore. chi li ha veduti una volta li distingue fra mille. che hanno un timbro miracolosamente salvo da ogni convenz ionalità. Non lo chiaman o neppur Vesuvio. felice dei suoi orti. Sui muriccioli le bambine coi grandi o cchi e la carnagione calda sembrano conoscere la felicità segreta del mondo natura le. M a passata la sella di Sorrento. La loro razza è tutt'altra. Le strade dei paesi lungo la costa di Sorrento si aprono col loro Settecento div enuto popolare. si ricorda dell'eruzioni. di fiori. A Sorrento le ragazze ab bracciate parlano ridenti e si baciano. e i suoi canti agresti. Si può dire. I paesi sono ch iari come le pietre d'un letto di torrente all'asciutto. nell'ombra dei giardini ragazzi e bambine. e tutta la sua pastorelleria. quale si vede nell'Europa del nord. i fiori che si aprono al principio dei suoi madrigali. E anche le mollezze e i piaceri dei suoi giardin i incantati appartengono a quest'ozio.del lungo crepuscolo. il pino gracile ha qualcosa del fiore dell'agave. così facili ad abbandonarsi fra di loro e a baciarsi in pubblico nell'atto di dirsi qualcosa all'orecchio. di cui sfuggono quasi le dimensioni reali. col verde luminoso degli aranci. e l'incombente Vesuvio colore di rosa. popolari. verso la punta della Campanella. Il rosa e il grigi o riprendono il loro dominio. la vita vi si snoda intorno senza fatica apparente. La natura ha un'armonia così gr ande che vi si può scoprire un tema uguale e universale per tutto. La vite è alta e forma viali d' ombra. Qui gli orti felici si stendono in tutto il loro lusso naturale. È facile dire che Tasso il sentimento dei suoi orti e dei suoi giardini. Il pi no napoletano. li sconvolge. coi carrettini di verdur a e di vino. E non ci sono che i napoletani. la natura della vite di questa contrada. E i fiori sgargianti. al contrario dell'arancio greve e tondo della Sicilia. E questa è la seconda zona. bizzar ri. rosa e viola. e quella precisamente che va sotto il nome di napoletana. osservando case come queste. Non ci credono. si passa dal sole sfolgorante alla fosforescenza del crepuscolo di tre ore. e gli occhi. checché ne pensino i pittori. La terza è quel la alle falde del Vesuvio. che sembra u n plastico. che sono la tr aduzione architettonica del vulcano che le domina. E le colombe che volano nelle sue liriche . capricciosa alle soglie del Barocco. e a queste colombe che si vedono bianchissime volare all'improvviso come innalzate da un'improvvisa tempesta. secondo l'abitudine delle ragazze di Nap oli. come si sente raccontare di c ontrade favolose più a sud. Quelli che vivono sulle falde del Vesuvio non credono al Vesuvio. o non ci pensano. Ho detto che in questa costiera non esistono gradaz ioni di luce. li abbia tratti da qui. com e l'uomo non pensa alla morte. rischiaranti tanto soavemente il suo poema. E tutto questo popolo d i verdure. gli strumenti rustici che si se ntono nelle sue selve. v'è da giurare che occhi di migliaia d'anni e gli stessi occhi di Virgilio ed Orazio li abbiano veduti semp re gli stessi. A Sorrento la vitalità del popolo. È una luce immensa che si mette in lotta con gli organis mi. li avesse da un a reminiscenza di questi suoi luoghi. e gli orti dis posti come in una geometria. Vigne e agrumeti formano un profondo bosco. sullo sgargiante de lla terra napoletana. della sua aria. e si ferma sulla strada come un torrente rappreso. i c hiari e gli scuri. vi riporta a qualcosa di immortale. e l'uomo si sente scintilla dell'immenso creato. somigliano a questi. La casa diviene bassa. vi mettono una fiammella. sono segni che si riconoscono. al trotterello facile dell'asino piccolo. di pozzi. il Settecento che attecchì qui e ricorda i buoni affari e l'agiate zza d'un secolo ornato e intraprendente. Alle finestre le donne.

i cannicci che coprono le chiome degli a ranci carichi. Fino all'ultimo egli non crede. e che quando accadranno si presenteranno sotto un aspetto diverso da quello immaginato. molte specie di vitigni. non vuole. stacca tanti passi quanti gliene contende la lava. In un paese di aspetti e di fatti antichi come l'Italia. nei patio. e sul grigio i tronchi scortecciati e dipinti di bianco degli alberi. che rappresentano facce umane. delle cento e più specie che prosperano sulle rocce basaltiche coperte d'uno strato di cenere di pochi palmi. Nei cortili profondi e ombrosi. col suo pensiero e con la sua fantasia. come i numeri del lotto. tra cui il risentirsi delle prime foglie verdi è come il rinverdire d'una capigliatura di vecchio personaggio di favola. e neppure di non voler vedere. un gallo nero su una sedia.. e non sarà de tta mai. e i buffi vasi di creta. i mandor li. Dove la cenere è appena rimossa. Non te ne incaricare. per anni non pensato. Una scienza primitiva e un pregiudizio rimasto nel popolo. sulla cenere grigia e molle che serba l'impronta lucente della v anga e della zappa. per il tremolare rosato dei peschi. si affaccia alla memoria. con sopra questi vel i rosa. Non ci pensare. La metà del mondo d'oggi si guasta i nervi e perde troppo presto la vita per pensare alle cose che gli accadranno. Sperare fino all'ultimo. prima. dei capricci della sorte. Se bisogna abbandonare la casa. In basso in questo grigio che ho detto. È lo stesso. E sarà troppo tar di per capire che non ne valeva la pena. Questo si chi ama tenere tutta spalancata la porta dell'inatteso. Anche ora l'ultima parola non è detta. degli affreschi di Pompei. "Fai q uel che stai facendo". In alcune di queste contrade hanno abolito la stazione dei carabin ieri. s'è vista a volte dividersi la corrente incandescente davanti a un vigneto. e non altro. l'ordine degli orti." . il cagnuolo accucciato. non ha affrettato. questo l embo di terra col suo sapor di cenere. una antichità di og ni attimo. In un patio tra mura d'un bianco di latte dove la bocca nera del forno sta da un canto. i piselli alti appena due palmi. la pianticella propizia della ruta. era un modo romano che conteneva lo stesso esplicito divi eto del "non te ne incaricare" napoletano. Un giorno. ordine degli stucchi di vita agreste nel museo de lle Terme a Roma. La guardano. Tutto in torno è creato con gli elementi del Vesuvio e i muriccioli e le mura. delle nostalgie campestri di Virgil io e di Orazio. sulle colonne di calce mozze." "Lo è. è saggio. perenne e prospera. i fiori diventano enormi. Ma intanto. Il vino è colore violetto e amaranto. negli androni. e il bianco rico rda le vesti. L'ultima capitale di questa saggezza è Na poli. volere sino all'ultimo: sotto l'apparente disinteresse è una manifes tazione di volontà. l'uomo co n le masserizie e i figliuoli già sul carretto non crede fino all'ultimo di dovers ene proprio andare. serba l'antico in nessuna pietra. è longevo. G li uomini la guardano avanzare.anto i problemi immediati della vita. La primavera è sosp esa nell'aria. i l problema dell'ora. e piegati dal vento i tronchi sembrano umani. e la vite gracile è divenuta robusta e più abbondante. le case. è d'un colore vivo e quasi umido. che è quanto basta a render buono un campo. il problema del giorno. stanno donn e e bambini. i suoi frutteti. e le cupole delle abitazioni impostate e saldate come le pareti d'un orcio. Non si tratta d'indifferenza. Immemorabilmente questa terra di continuo cancellata e risorta r iproduce quell'ordine. tengono ancora prigionieri i vecchi spiriti del paganesimo. Guarda la dil igenza dei solchi. Egli ha pia ntato i suoi orti e le sue vigne. ma nell 'ordine del campo. significa. E poi i peschi. e dell'equilibrio naturale del mondo secondo cui tutto si accomoda. il terreno offre infinite combinazioni alla massa mostruos a. Questo è a ntico. i magri cavoli verdeblù. Un'antichità vivente. Non s'è mai sentito dire d'un delitto o d'un furto. E gli alberi acquistano sul terreno chiaro cadenze di persone. i giardini. e uno per volta. una p ioggia di lapilli neri ha concimato la vigna. In una natura arida come questa. se la lav a si ferma egli si ferma. "Questa dev'essere gente fatta in un modo diverso da ogni altra. san no che le parole evocano spesso i fatti e i fantasmi. Ma se accadesse? Se la Montagna si scatenasse? La lava avanza lentissimamente. difatti. i legumi e gli ortaggi. Tutto quello che s'è taciuto per anni. gli aranci. E si accomoda perché l'uomo pensa ad accomodarlo. come nell'uomo che combatte si fa strada la coscienza primitiva della difesa e dell'offesa. i n definitiva. sono venute fuo ri da semi erranti. d'un millesimo la fatalità e la catastrofe.

cordami rappresi in cerchio. Ma non è pr oprio il deserto. case pencolassero come le vele in mare. allo stesso modo che. in una natura tutta minerale. nella realtà. Se ne intravedono le case bianche. segn ava lo stacco tra la vita e la morte. gli stranieri non guardano agli uomini. Cantavano e suonavano "Ohi Mari". mentre piccoli uomini sul ciglio dell'altr o versante si profilavano nel cielo con l'aria assorta della gente agli spettaco li. D'un'onda immane che si abbatte su una spiaggia mentre la riecheggiano scogli e caverne. Intorno a quella convulsione le fumarole esili e bianche fi orivano incensando. la cenere nel pugno di una mano è pesante: ha il colore d'una brace che cova un fuoco non ancora spento. simili a macchie d'inchiostro le tracce delle antiche eruzioni si spando no nella pianura . È una materia sorda che acquista una forma sol perché è materia. un verde che pareva il miraggio d'u n bosco tenerissimo. è molle. A questo punto. Il mondo abitato è lontano. ma personaggi. il Vesuvio e le arance d'oro. Salendo. guardando un mare dall'alto. Alla fine viene in mente l'immagine d i quel girone dantesco in cui si trovano quei "due tuffati in uno stereo". col real ismo dei carnai. il vulcano vomitò certi stracci incandescenti di lava. Il Vesuvio in questi giorni è attivo. apparizi oni avventurose. pareva a tratti che su quell'onda i dad i bianchi delle . sol perché gli occhi umani vi cercano una forma. Nel deserto di lava. portata lassù. cantata tante volte sul mare d'argento. la massa di cenere preme da tutte le parti. tra le illusioni dell'uomo e il nulla. Suonavano la chitarra. riaperto oggi. Ma più oltre. Più sopra c'è il bosco dei pini. D'una porta che si chiuda violentemente suscitando echi profondi e rimbombi in una casa vuot a e spaziosa.sopra sono ricresciuti gli orti e le abitazioni. d'un colore di zolfo. lassù in cima. e dagli sguardi assortiti di tan ti occhi bianchi e neri. si levò battendo le ali una creatura di quei luoghi. I COSTRUTTORI DEL GARGANO . Quando si accorgeranno che l'hanno costruit a gli uomini? Oh. come se li avesse messi là in un suo canto streg ato l'Ariosto. se ne scorgono gli scuri degli sc ogli e i chiari dei banchi di sabbia. e non dico la bellezza di quella forma e di quel colore del frutto in quell'informe e tra quei colori da chimici. Sembra di in travedere in queste macchie quello che si trova nella profondità della terra. il viottolo aperto ieri. all'informe della lava che prem e da tutte le parti in un mare rappreso. e terna condannata ai dolori del parto. Il Vesuvio e la chitarra. È quell o. da animale. Ancora sotto l'orlo dei cratere. i campanil i rosa. In una di queste macchie è Pompei. sonoro di pie tra arida. poco più oltre. Di solito. e così un ragazzo che vendeva certe arance appena staccate dall'a lbero. di ingrommatura. Ne ho incontrati fin sotto il cratere del Vesuvio. Ma non è così tutta la vita? Fino a quando il gigante non dà uno scrollo. in quella solitudine disperata in cui la montagna pareva soffrire senza tregua né rimedio tutti i dolori della terra. stringendo la fo rma esatta delle chitarre.Dai loro cortili e dai loro patio. apparvero i due suonat ori di chitarra. da vivente. Vedono l 'Italia come fosse caduta dal cielo. sostenuto dalle macerie di pietre . comincia il deserto. dopo qualche orticello in cui gli ortaggi diventano nani. gli uomini. un essere vivo e romito: un gufo. avevamo lasciato le ultime case piantate ai limiti dell a lava. umani. E quella canzone. Usciti dall'ombra propizia dei cortili bianchi. nudità decapitate e mutilate. coi suoi profondi recessi. Con una fantasia stracca e disordinata. di violetti . di gialli. Si scorge un ciuffo d'erbacce secche e ci si domanda in quale mai stagione rinverdì. No. con la loro forma di cubo come un'affermazione semplice e costruttiva di fronte alla natura tondeggiante della montagna. in vista del Vesuvio lontano e benigno come un totem. il deserto di lava rifà l e immagini che si leggono in tutti gli elementi disordinati e lubrici: stracci e panni luridi. che si posarono e si spens ero tra il verde minerale del cono eruttivo. d'un regno infantile. in vista de lla colonna di fumo gialla e rosea. Non si pensava che fossero posteggiatori. muffito di sterili bianchi. di muffa. tra la cenere rosea e l'infernale stereo. Si spalanca sotto gli occhi la valle infernale. un rumore più elementare. guardano stupiti noi che guardiamo quell'anti ca semenza d'uomini. Come se stesse per soffocare. La montagna emana un tenue calore. discutevamo che rumore facesse.

di campa nili. in rapporto all'altezza degli edifici. e non se ne scorge l'abitazione. chiuso come un minatore. del grano. e sopra ci sono due pani di dieci o dodici chili ciascuno. Questi camini dicono tutto: il vento che tira. tinta di bianco come tutta la pietra che si vede. con due occhi di fuoco di notte. si va prima per un pendio sul m are. una borgata è disposta in riga su quattro o cinque file. Angelo. Una donna. In una piega del terreno. se non vecchie. se una città moderna dovesse avere i suoi co mignoli delle proporzioni di questi. il mare che sembra levarsi inclinato sulla linea dell'orizzonte. si pensa alla natura di questi uomini. delle vigne. la bisogna del pane. Un movimento a spirale avvolge monte die tro monte. prendono forma sopra al ciglio roccioso del monte. questo vortice diventa più grandioso e più complicato a m ano a mano che si risale il monte. che coprono il monte come un tetto. A un certo punto. La montagna è una pietraia deserta là davanti. Gli stessi comignoli che si sono veduti prima. In fondo alla valle. che neppure il matrimonio accade senza dramma. seguendo il disegno delle terrazze che la sovrastano per la montagna. Poche volte la fatica umana dà uno sbigottiment o simile. e spioventi come gli embrici d'un tetto. a torrione. figurano come le cuspi di di una lontana città turrita e bianca. Qua e là nelle valli. per due giorni. è rigato a llo stesso modo dalle correnti: tutto è sullo stesso disegno. e si misura dove e come il vento la tormenta. Sulla cima di qualche poggio sta come un fossile un edifi cio bianco. sull'intero promontorio. c ome succede. dove il vento non arriva. bianchi come la pietra. annunziano la città di Monte Sant'A ngelo. quello che era il deserto appare un bastione di pietrame. di poche case sparse tra i campi di olivi e di mandorli. si d ovrebbe presentare con camini della grandezza delle Torri di Bologna o del campa nile di Pisa. il freddo d'inverno . in una ruga. Tanto du ra. posa per un attimo lo sguardo su di voi. A parte la donna dell'autobus. arriva verde di grano proprio fino alla striscia del mare turchino. a quanto pare. questi comignoli sproposi tati. di vecchi casolari. nel suo forno. Non avevo mai veduto un pane di questa posta. e non qui soltanto. dalle valli asciutte al le cime. Si scorge bensì la porta incardinata nel masso. quanto basta a una famiglia di cinque o sei persone. simile all'avvolgers i di certe conchiglie. alla fi ne. Ci si accorge subito di trovarsi fra gente dura e gelosa. dei mandorli. Non vi guarderà mai più. l'occhio si abitua a discernere nient'altro che questa immane pa zienza. una macchia verde descrive la sua pac e. colore della polvere. L'uomo ha spesso bisogno di un atto di forza anche in ciò. nel suo rifugi o di montagna. qualche albero si leva. Una scritta all'ingresso della città avverte che qui si tocca il quaranta per mille della natalità.Vi sono popoli che hanno un talento istintivo e storico per l'architettura. con gli occhi di fuoco di notte. i mandorli già verdi con qualche vecchio fiocco fiorito. Che un contrasto qualun . Da Manfredonia a Monte S. Un lembo di t erra miracolosamente in piena. Ma salendo per la strada bianca. di olivi e di pini d'Aleppo. e. a elmo. Tutta la terra atto rno è lavorata come una miniera. Ma s'immagina difficilmente un gruppo di pastori e di contadini che porti una p reoccupazione architettonica nella sua abitazione. Il lavoro parla per gli abitanti. quella cioè che ha costruito l'enorme monumento dei bastioni delle sue montagne. ma non c'è traccia d'uomo se non questi enormi camini dalla forma di torri. spuntano certi enormi comignoli. Tutto quello che si scorge. La vigna è ancora nuda . E si capisce per quelli che hanno da celebrare una potenza e da attestare una forza. Una tale opera dei campi è sta ta compiuta in settant'anni. Come lo s catenarsi d'una girandola. si scorgono poi i tetti. la quota più alta d'Italia. sopra. Da una casa esce un tale con un'asse sulla testa. g li ulivi alleggeriti sono gracili e ai loro piedi il grano è d'un colore nuovo. Si capisce d'essere capitati entro un'opera tra le più ingegnose degli uomini e. fuori. della stessa for ma. non ho veduto qu i altre donne. Tutto qui è molto importante. a turbante. e un filo di fumo annunzia che qualcuno è vivo là sotto. è una immane opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi . di qui. le case basse d isposte in riga sulla cima. da quando il Gargano finì di essere un feudo regio co i suoi boschi profondi dell'interno. i viottoli serpeggianti e le strade tortuose rifanno un movimento con corde. ma su tutti i poggi e i monti intorno. nell'autobus. in una valle. di lanterne.

come è quella che ci propone stabilimenti balneari e palagi tutti del medesimo stile. e dei ratti in campagna. il rituale del matrimonio comporta anche un ratto simulato. non più molti. quadrate e rettangolari. . portici. si affac cia dietro i vetri o sulla porta. non soltanto popolare. Appena il romanico glorioso fece illustre la Puglia. vanno a informarsi se tutto sia andato bene. Spesso. in modo che la più modesta cas uccia ha questo egregio frontespizio. In molti luoghi. cui la donna. o nel co rso d'una festa. Poiché egli lasciò l'impronta del suo piede nudo. Le impronte di quei piedi e di quelle mani sono come una lunga eco delle sessant amila persone che passano qui ogni anno. strisciando lungo il mu ro fino alla porta di casa sua. di risolvere problemi di pendenz e. Il letto è molto alto. Arte di fare scale. quest i montanari trasportarono sulle loro abitazioni il modello delle facciate di que lle chiese. prendendo il posto di Apollo che qui aveva un tempio. i carabinieri sanno che tutto finirà col pranzo di nozze. e per salirvi ci vuole una scaletta o una sedia. dove gli uomini ripetono sempre la medesima storia e nascono forti. Arte di legare gli uomini ai loro luoghi. dove i pani sono grandi come la lun a piena. Han no il genio dell'architettura come in altri. i pellegrini di tutta l a regione e delle regioni vicine tracciano sui muri e sulle scale del santuario l'impronta della loro mano e il loro nome. che essi chiamano pagliai anc he certi rifugi di montagna costruiti di pietra a forma di capanna. crescono intraprendenti contadini pastori e artigiani. ci si può chiedere se. e l'uomo. di variarle infinitamente. per avventura. per un buon grande pane sicuro. per la povera condizione degli sposi che non possono redigere lunghe note di be ni e di oggetti di corredo da far leggere solennemente per bocca del notaio dava nti al vicinato. di prospettive. a Positano. le assi sono sostenute da due alti trespoli. se vuoi rispondere. dove sono di pietra anche gli ammostatoi. negati a ogni forma d'industria. il ratto è buonissim o rimedio che dispensa da tante malagevoli formalità. e adattandole. a cava llo. con la madre muta testimone. Pensano gli amici a preparar e una lauta cena ai due fuggiaschi. sull'altra sponda de ll'Adriatico. quest'uomo spalleggiato dai suoi compagni si presenta nella casa di lei. un s ibilo sordo come dei grilli d'estate. prima della celebrazione. le madri d ei due sposi per amore e per forza. che lo prenda un dubbio sui se ntimenti della donna amata. rimanen do carpentieri. ma con quale cuore? E si tratta proprio d'un richiamo d'amore. passaggi. e dava nti alla loro città costruita mirabilmente sullo scrimolo del monte e su due valli . Quella del ratto è una vecchia usanza illirica. È tanta la vocazione di questi di Monte Sant'Angelo. e un buon letto. Qui è rimasto l'uso nel suo vigore primitivo.que coi parenti della sua bella si faccia strada. E poi i figli. Il ra tto può capitare anche a una donna sorda al richiamo dell'amante. muratori e imprenditori di lavori stradali e di costruzioni. paesi d'Italia. La mattina dopo. egli si chiude la porta alle spalle e diventa signore dell'ama ta. A ogni denunzia di colpi di questo genere. e che per avvent ura ami un altro. non vadano proposte a modello d'una moderna architettura povera di idee e pretenziosa. tante invenzioni preziose d'architettura. Michele Arcangelo che pare sia apparso qui per la pri ma volta alla adorazione dei fedeli. adattate già mirabi lmente ad abitazione. anche al prete e al medico quando sarà l'ora. le grandi famiglie che servono pe r il lavoro della montagna. Non esiste da noi un documento che metta sotto gli occhi l'arte di costruire una casa come fanno qui. a cui corre. che fino a quel giorno non è riuscito a parl are alla sua sospirata se non stando sulla soglia della porta. a Ischia. e suscita nei crudi inverni i racconti delle streghe. e da far portare alle comari nelle canestre. Tutto finirà ugualmente col matrimonio. al modo degli uccelli e delle fiere. Ed è una caverna il famoso santuario di S. in un'ora in cui ella è sola con la madre. se è fuori. ad Amalfi. m a per quello che sanno fare ricercati in tutto il Tavoliere. dove sono scavate nella roccia le gabbie per i torchi. dove il vento è chiamato lucifero. è ancora la caverna primiti va sormontata da un comignolo e chiusa da una di queste facciate. È noto che di là. e quando i suoi compagni con l'inganno e con la forza hanno condotto fuori la vecchia. dove si lavora fino a settant'anni e si campa spesso fino a cent o. e la fanciulla rifugiata ai piedi del letto. I loro avi d ella preistoria abitavano qui in caverne che si vedono ancora. e che neppure nell'emigrazione scordano le loro attitudini.

la pietra. Chi ama queste cose . Gli alberi solitari nella valle nuda. uomo. interpretano. Per quanto egl i si soffermi poco sul paesaggio. questa regione tiene al sommo del suo carattere il sens o del diritto e del torto. e quando ru ppe in mare e la tempesta lo portò sino a Scilla. e Santa Severina. Da noi essa fu sempre quotidiana anche con la natura. e l'attitudine a giudicare. Poic hé questo è il paese. Francesco da Paol a. mi offre una reliquia. forse per ciò. il sopruso. il passato. il suo carattere. E i tribunali rustici. con tutto quanto è insondabile in questa affez ione. Ma in Calabria siamo ancora al primo balzare dell'uomo nella sua abitazione terrena tra mille forze nemiche. distinguere. basta per dargli colore. la grandezza umana. che sono la chiara immagine della sua storia e delle sue a bitudini: c'è nella Lombardia dei canali la geometria di Leonardo. Sono pochi i paesi d'Italia c he abbiano conosciuto meglio della Calabria l'ingiustizia. l'uomo vive in mezzo alla natura ancora sottomesso. poiché per esse abbiamo tenuto fede alla nostra tradizione. Ci penso spe sso. e tale sentimento è il patriottismo. pietra. Una scheggia del masso.e lo so. In ogni terra è la lotta fra giusto e ingiusto. giacché percorreva la Magna Grecia con la spada e un Virgilio: il tribunale ebbe un occhio di riguardo per lui. ha resistito. delle sp iagge. poiché era u n uomo di lettere. Uno di questi luoghi è Tiriolo. Non si potrebbe essere più giusti. roccia. e diciamo p ure la sua cavalleria e il suo talento filosofia). Certo non è più bella Egina davanti ad Atene. è la stessa natura che prende atteggiamenti d'archite ttura. Tomaso Campanella. Guardate la chiesetta bizantina di San Marco a Rossano. e l'i mmagine delle cose. la violen za: eppure.Il sagrestano del tempio. il cocuzzolo accanto pela . i boschi con g l'impiccati agli alberi da cui qualcuno si spiccava facilmente ("s'impicca prest o e male"). la forza civile. persona colta a quanto pare. l'opera dell'uomo che fa tutt'uno con essa. gli sciocchi mitici sono sciocchi filosofici che dis tinguono. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore. Courier tornò tre volte al campo spogliato dei suoi panni. non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia. Un tema divenuto chiariss imo e dominante di questa regione povera di grandi memorie archeologiche perdute in cento flagelli naturali. attraverso terrem oti. essa è tutta nell'atteggiarsi dei monti. Quale sia la tradizione dei calabresi è difficile dirlo. il colore di quella guerriglia: le bande defilate sui costoni dei monti. Poiché il calabrese s'innamora come pochi delle grandi idee e delle idee universal i. sotto la grotta umida ed enorme che si apre nella chie sa. e lo spettacolo degli invasori c he tra il vino e le cose saccheggiate li schiantava di colpo la perniciosa. E nelle sue favole popolari. Vi sono altri e più bei paesaggi che danno il senso della trionfante presenza dell'uomo. e ai greci vecchi e nuovi trema il cuore a scorgerla di lontano. come se l'uomo li avesse ridotti in suo po tere e resi soggetti. facendosene anzi un culto disperato e una missione come della giust izia: posizione esatta da angelo condannato. è difficile amarle -. vanno al fondo delle cose e delle parole trovandovi la s uprema imbecillità. Ancora pietra. o il panorama di Corigli ano Calabro. e in ogni cuore d'uomo. quello che. dei colli. l'arrivo improvviso nei paesi dell'altopiano (chi arrivava primo sparava). ma vi sta come figlio. il paese sul colle addensato come un mucchio di semi o un armento. come press o una bestia di cui non conosce la forza ma che sa potente. Figurarsi la discussione. CALABRIA Se dovessi citare uno scrittore che ha capito la Calabria parlerei di Paul-Louis Courier che venne da noi con le truppe napoleoniche del Massena. Da secoli noi amiamo la verità come gli aspetti della nostra terra. non conosce neppure il pe rché di questo suo attaccamento. il senso delle cose. Questa è proprio la Calabria con la sua natura. natura. con lo stesso struggimento che dà l'atteggiarsi d'una figura familiare terri bile e alta ma cara come è in Calabria la paternità. parlano a lui con accenti de l suo sangue. e non sa bene se nem ica o amica. franamenti. perciò esso è tra i più facili a diventare ingiusto e prepotente sapendo di esserlo. nelle sue lettere. e gli offrì di scegliersi lui stesso la morte che meno gli disp iacesse. albero. e la Colonna di Giunone Lacinia sul mare di Croto ne. alluvioni. spartire giu sto e ingiusto. Un giorno capitò in uno di questi tribunali uno degli ufficiali invasori. v'è la Toscana do ve la natura non è che l'introduzione all'architettura e la sua più bella introduzio ne.

Come nei drammi di Shakespeare. Tant'è vero che in Calabria. Grande solitudine dell'uomo. da rozzo il rozzo. terre coltiva bili rare e motivo di contese secolari. dai ballatoi. diviene prezioso quello che la te rra e la luce danno. castelli e palazzi solitari. era tutto il segno del privilegio di alcune classi. come nella scogliera di Scilla. aiutandomi a portare una valigia in u na stazione sperduta. di smettere il c ostume della sua categoria. La Calabria è ancora sul punto di questa trasforma zione. dove l'imbecille parla da imbecille. guardare. la vita. in uno di nostri paesi. proprio della sua stessa natura inquieta. appartiene a una tradizione di tipi e di fa miglie. e questo soltanto gli dava il diritto. l'ho fatto per rispetto di voi": e la sua veste era tutta una toppa. e la ri voluzione socialista ha per veri autori le macchine. per esempio. Il mare deserto. pe r cui avere olio. là dove dalla semina del grano allo sfornare il pa ne l'uomo è schiavo di se stesso. sola. Era la povera gente che rideva. Perciò ogni conquista è la tr adizione. vino. ciascuno ha il suo linguaggio. quando misi mano al borsellino mi disse: "Grazie. Ma una penisola così stretta ha una vita profonda e di lenta penetrazione. In Calabria i venti del mare e la luce e il sole hanno compiuto l'opera. da signore il signore. il suo dramma e la sua poesia. contemplare. e la donna con la sua roba sulla testa. paesi rifugi ati sui colli e sui monti in guardia. Abbiamo veduto che le rivoluzioni di tipo socialista di dopo guerra hanno sommosso popoli inte ri con l'introduzione di alcune comodità materiali. Se rimane solo e libero di sé. dalle porte del paese ad anfiteatro. nel tempo di prima non v'era al tro mezzo che l'emigrazione. cavillosa. Mi fa ancora pena se ripenso all'avven tura d'un agitatore socialista che venticinque anni fa. l'elaborazione della natura e il suo rivolgimento e il suo cambiar positura e aspetto. lana e grano in casa è già la ricchezza. I figli rapprese ntano un continuo atto di fede nella vita. al suo ritorno. si c rea una responsabilità. una forz a che deve correggere il destino individuale dei padri. E questo non è tanto primitivo come sembra a prima vista. e così l'avere fatto parte dell'esercito per un numero di anni. sia un frutto o un sacchetto di sementi. Vale a dire che la vita ant ica regge dove le differenze materiali sono più profonde. invecch iata. dove ognuno è il suo personaggio e nient'altro. l a stessa che nel paesaggio attorno a Roma. teneva un suo discorso dal balcone d'una casa. Non conosco altr i luoghi che come la Calabria abbiano il senso della gerarchia della vita. mentre avrebbe bisogno di lottare solo. pensa a sposarsi. a tal punto che ogni cosa è cara per la fatica e la lotta che rappresenta. E con la mancanza di bisogni. e fiumi rovinosi. La famiglia è la sua spinta vitale. non ne ho bisogno. l'hanno risecchita. formano tutta l'immagine d'una società. per mutar condizione. e così reggono le distinzi oni e gli abissi fra le classi. È una bellezza di pura geologia. dei geli delle epoche remote. mondata. deve af frontare la vita. senza il peso del gruppo familiare a lui pare inutile comb attere. Uno dei caratteri d ella civiltà d'oggi è d'avere ridotto al minimo il prezzo di tali privilegi. mummificata. Ricorderò il gesto con cui una povera donna.to. Questo permette di star fermi. La vita dura. Ancora tutta la sua vita è nella mancanza di bisogni. è divenuta in Russia. e che soltanto in questi anni allacciano buone strade. alle manifestazioni più sfrenat . degli oceani che lambivano le cime dei mon ti e ritirandosi hanno scavato le terrazze. gli rispo se un coro enorme di risate. una promessa e una speranza. la vita di tipo antico dispone a queste cose. di con formazione del terreno e di storia della terra. elargizione de i benefizi della vita confortevole. direi addirittura di discendenze. giovane. pensare. e ogni mercé rappresenta le arti più antiche dell'uom o. nei quali benefizi. che ha il ricordo di un cosmo op erante. Ma ancora quanto basta per dare un ritratto della nat ura originale di questo paese. dai vicoli. Altrimenti non si capire bbe il significato della parabola che percorre ogni calabrese di modesta condizi one che si affaccia alla vita: proprio nel momento in cui egli. prima del lavoro delle m acchine. certo. ragionante. porterà il suo individualismo. quando arrivò a dire "siamo tutti u guali". cioè l'adattamento dell'uomo ad altro lavoro e ad alt ra vita. e quella che fu una volta l'el argizione dei diritti dell'uomo. La forza della Calabria è nella sua struttura familiare. o nella loro limitatezza. e paesi dove a poche m iglia di distanza mutano il costume e il dialetto. il campo del suo genio. che è poi la libertà suprema dell'uomo. il passato. Ancora per poco. il suo mondo.

diventano pra tici. In Calabria è considerata una vergogna non essere abili al servizio militare. offerto da uomo a uomo e da vecchio ragazzo a vecchio ragazzo. È escluso ogni senso edonistico. un agnello. patriarcale. Naturalm ente. è unitario. Da ciò proviene al calabrese un altro ordine di pensieri. Il calabrese non acquista neppure socialmente rispettabilità se non ha famiglia. bisogna aprire più scuole professionali e officine. che s i spedivano non soltanto tra vicini ma da paese a paese. l'invio delle primizie. Per quanto sia grande l'autorità cui il calabr ese si rivolge con questi mezzi primitivi. D'altra parte il potere. sono considerati a tal punto. sa che anche Dio sorrid erebbe del suo paniere di frutta. Una recente statistica ha rivelato che la città di Catanzaro conta un numero di avvocati maggiore che non la città di Milano. di una cesta di frutta o di un animale dei boschi dell'Aspromonte e della Sila? Vidi molti a nni fa uno di questi doni offerti a un cardinale in Roma. Si tratta di temperamenti facile preda alle passioni: fantasio si. Qua ndo ero ragazzo in Calabria. Egli ha bisogno naturalmente del freno della famiglia. il calabrese sa che il potere è un fatto umano e che basta pervenire a parlare con esso perché si pieghi alle necessità umane. è buon soldato. ha il suo effetto. dei frutti e degli animali. quello di fronte a ll'autorità. sa tuttavia che si tratta sempre di una autorità di uomini. che tutto il movimento profondo della Calabria tende da cinquant'a nni al mutamento di condizione. per cui nei vecchi tempi si eresse a brigante giustiziere. Questo è teocrazia e insieme senso degli uomini. come volete rimanere insensibili all' offerta semplice. abituato a spartire il dritto e il torto in tutte le sue manifestazioni. e le ingiustizie che ne possono derivare dipendono da chi am ministra questo potere. divent ando magari il più umile servo di esso. e sovrattutto un valore emotivo. Manca in Calabria un assetto moderno che apra alle energie giovani il cam po delle arti. che crede di placare i rappresentanti del potere con le offerte di frutti della terr a. la famiglia li frena. o come vol ete. Se si vogliono meno av vocati. E annettendo ai prodotti della sua terra un valore inestimabile. Migliaia di studenti escono ogni anno dalle scuole classiche del le tre Calabrie. e s i può dire che non abbia il senso della conquista sociale se non ha una famiglia d a recare in porto. Lo spirito tradizionale del calabrese è dunque gerarchico. Poiché. Si stabiliva così un contatto tra uomo e uomo. dei mestieri e delle professioni tecniche. il senso pate rno. egli entra così nell'ordine sociale. la f amiglia di un carcerato che si presentasse all'avvocato non andava mai a mani vu ote. in Calabria. Il calabrese im magina il potere come qualcosa di astratto. vedevo che tutta la vita sociale girava intorno a q uesti doni stagionali. essendo la Calabr ia uno dei paesi che ha in maggior grado il senso della gerarchia. primordialmente femminili. egli diffida degli esecutori del potere. Per sé egli non conquisterebbe null a. mentre colloca il potere nella dimensione più alta e inattaccabile. partecipare al potere in qualsiasi forma. Difatti è monarchico. sensibili. L'ingegno calabrese tira facilmente al mestiere intellettuale come all'unica ris orsa per uscire da una costituzione fino a ieri di tipo feudale e di cui durano . che l'uomo p ervenga alla famiglia dopo aver vinto la sua battaglia per l'esistenza. e sono destinati ugualmente ad aumentare il numero di detti avv ocati. È facile vedere gente del popolo. e il comando è una funz ione indiscutibile. Poiché ha un senso primitivo della giustizia. una bottiglia di essenze.e. un cesto di arance. gli bastano la sua fantasia e la sua filosofia della vita. Per quanto ciò possa sembrare un futile dono propiziatorio. un barile di vino. capaci di astrarre. il potere non è per lui altro che sost anzialmente giusto. E questo è l'altro aspetto della questione. Q uesto è un sentimento tutto regionale dell'autorità e del comando. lo appaga il mondo esterno del suo paese che egli ama. questa etica calabrese richiede qualità virili anche nella donna. col denaro portava anche doni. questo è il solo mezzo a ttraverso cui egli si potrà fissare nella società. Per lui chi comanda ha il diritto di comandare. il co mando della società. e per un'abitudine secolare all 'oppressione. cui torna sempre. come oggi. Disposto naturalmente a una funzione patriarcale. Allora. che vorrebbe fuggire. Ma nello stesso tempo. È il contrario di quanto accade negli altri paesi. che parla a quanto abbiamo nel cuore di più antico. volubili. e ricordo come egli so rrise. E non è una cagione trascurabile del malessere sociale. se il calabrese ha il senso dell'autorità come un fatto irrazionale e indiscutibile.

Questi fatti possono parere terribili a chi li considera senza l'animo del lu ogo. aiutato d a ognuno dei suoi fratelli. la personalità. Ma intanto. in genere il più piccolo. attivo. e comportano certo il loro dramma: una famiglia intera. Per maturare un figlio che diventi avvocato o medico o prete. Nelle famiglie povere dove il padre non può arrivare a compiere l'oper a di elevazione familiare. I maggiori uomini della Calabria portarono sempre in sé qu esto avvertimento: un Abate Gioacchino. hanno affrontato l'emigrazione. come si faceva una volta. E le sorelle andranno a marito per ordine di età. la Calabria è tutta nella famiglia. di sacrifici e sforzi eroici. Questo indica l'annullamento totale dell'uomo di fronte alle necessità familiari. strano in un popolo d i virtù tanto primitive. Per quanto l'Italia abbia la famiglia come centro di ogni manifesta zione di vita.le conseguenze. Molte vite calabresi sono tutta una rinunz ia. Tanto più grave in quanto il calabrese è di sua natura m obile. il contributo finanziario per i dieci o dodici anni della durata degli studi. per ordine di età. non si è ancora sviluppato il senso dell'iniziativa individuale e del rischio per sonale. e già predestinato. aspettando la sistemazio ne del fratello minore. essendo d'altra parte i calabres i eccessivi per natura e capaci delle passioni più sfrenate. L'uomo che entra in una famiglia è considerato subito un soldato e un difen sore di essa. con una dose di amor proprio e di orgoglio molto s piccata. e si tro va ad averla terminata vecchio come suo padre. la lib ertà interiore. in alcune famiglie numerose. si sono ritrovati coi capelli bianchi. o partire soldato. dominano questa regione come segni di quel genio tutto proprio della regione d . In molti casi. intraprendente. virile. carabinieri. avendo già dato la metà della loro vita alla creazione dell'opera patern a. solo dopo che il giovane prescelto. né si è abolito il concetto della differenza tra impiego di tavolino e mesti ere. l'uomo considerato come partecipe d ella responsabilità familiare e del suo ordine. rappresentano il riscatto di famiglie che non hanno altro mezzo per salire e migliorare la propria condizione se non mett endosi sotto le ali dei grandi poteri costitutivi. e forse neppure tanto dolorosa dacché una tradizione antica ha segnato nel cuo re di ognuno questo potere. il matrimonio cui pervennero per nuovi sacrifici. Si veda a che punto è relegato il pi acere. Sono qu esti i surrogati fatali dell'emigrazione di un tempo. il padre ha imposto a tutti gli altri figli sacrifici di anni. e dopo quindici giorni o un mese di matrimonio emigrare . Si pensi che umanità pr eziosa si può cavare da gente siffatta. ha stabilito la sua condizione. all'annullamento della sua personalità di fronte alla legge familiare. un Campanella . Tutte le rovine familiari e individuali della Calabria dipendono dallo sganciame nto della vita familiare e da questa struttura. soltanto allora i su oi fratelli hanno potuto sposarsi. la nessuna servilità. I fratelli maggiori. Ma questo gli basta per spingersi nella vita. Molti matrimoni nell'ambiente calabrese sono ritardati perché la sorella maggiore non ha ancora trovato marito. la storia di tante ascensioni dalla vita popolare all'attività civile in Calabria è piena di drammi inauditi. L'annullamento dell'uomo di fronte alla gerarchia patriar cale ha le sue ragioni. alla totale dedizione di sé. capace di correre il mondo a suo solo ri schio. un intellettuale. sono le molle dell'esistenza. il padre ris ponde offrendo la maggiore. molte famiglie hanno sacrifica to tutti i loro membri. l'arruolamento set tennale. e di fronte a un altro impegno per il resto dei loro anni. Ecco una v icenda solita: sposarsi. la biografia del calabrese si può ridurre alla rinunzia. e dei giovani sulle soglie della vita si sono privati di tutto. la Chiesa e lo Stato. e di molte fortune che non si possono più tentare. dividendo con la famiglia paterna il salario e lo stipendio. e in molti luoghi a uno che chieda la figlia minore d'una famiglia. avido di vita. Sarà in alcuni strati la corsa verso l'impiego e il funzionarismo. un San Francesco da Paola. funzionari. Il figlio rimane legato alla ca sa fino a quando non siano in porto i fratelli o non si siano sposate le sorelle . Preti. e non per sé. O meglio. ma non può sfuggire a nessuno questa attitudine del calabrese al sacrificio. il figlio maggiore assume la parte di padre. dalla semplice sigaretta all'amore. È un paese questo dove la dignità. per tirare fuori da uno dei figli. l'emigrazione aveva rivelato che il calabrese può diventare anche u n uomo moderno. e i figli si sono sottomessi se nza fiatare a tali sacrifici.

dei co lchici. belle le donne. coi piedini nudi non ancora appiattiti dal troppo cammin are. come su un'onda della radio. poiché è di maggio.i abbracciare le grandi idee di abnegazione. simili a quelli di tutta la be llezza e la gioventù del mondo dove che sia. ora color della fe ccia. Fuori è un mucchio di stracci. e l'universo considera to come una sola famiglia. la gerarchia. dai frutti. È il tempo che bisogna visitarla. accanto ad esse è la madre nera cosparsa di rughe che registrano sul s uo viso i dolori sofferti. Sta va inginocchiato dietro un pilastro. È uno dei fenomeni più incantati della Calabria. tutta la mob ilità meridionale è fissata in queste rughe come i moti della terra sull'intrico di linee dei sismografi. e poi tut ta la gamma dei verdi. di superiore all'uomo. intatta. Qui i ragazzi percorrono gloriosamente le feste e le stagioni. e tra un colore e l'altro quello della terra ora grigio. f anno un pubblico turbolento che si aggrappa alla balaustra. Ho riveduto le ragazze nuove di quest'anno. i loro giocattoli sono d ipendenti dalla natura. sedute sulla soglia d ella porta. La primavera è allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera. ella si le va con la sua bellezza ignara e gli occhi sereni. le zagare: l'aria è un profumo fluido che s i respira come un'atmosfera sensibile. dai fiori: le castagne. f orti gli uomini. non si sa di dove. nella stagione che dura sessanta o settanta giorni. Tutto è bello. di scampanii di pecore. La ragazza è appena nuova. un bambino era rimasto nella chiesa vuota. nel vecchio e scabro abitato: il colore ielle cose nuove della natura. da quello colore della muffa a quello gemmante come il mu sco. Per questi due mesi l'anno. ora giallo e bianco abbagliante. mediterranea e interna. l'ordine. e poi la fioritura degli asfodeli. Per poco essa è so spesa in quella stagione sublime. ed è tutto un esclamare vago e diffuso. Ne ho visto uno che a dodici anni portava un paio di pantaloni con due bande scarlatte. e dice che si farà carabiniere. I ragazzi sono la maggioranza dei frequentatori nelle chiese. A tratti. Il lino azzurro fa laghi di gemma nei campi. e poi la canna quando è verde. hanno la natura per trastullo fantasioso. La sua preghiera consist eva nel guardare tutto all'intorno. dalle tane oscure. striscia fino ai pie di dell'altare. e tuttavia i ragazzi sono belli e sani. chi parla è come se mettesse inavverti tamente la mano sul tasto pronto di un organo. Mi domando che cosa si tirerebbe fuori da ta nte e così ardenti vocazioni se questi ragazzi vedessero altri aspetti della vita e della conquista umana. in un'eterna felicità di voci umane. e si appiatta dappertutto per assistere da vicino ai misteri che si celebrano. i piedini nuovi e paffuti come le sue mani giunte. e poi le ciambelle e i dolci delle feste. Qui intuiscono qualcosa di alto. queste cose non si ve dono altro che in chiesa nei poveri villaggi calabresi: in chiesa è la calma e la pace e il lusso dovuto alle cose divine. le preghiere mormorate. tras mette a distanze enormi i rumori e i suoni. e dagli stracci. Così sono maturati fra noi i mi gliori uomini. d'un colore che nulla in torno ha. L'aria è trasparente e sonora. tutto è grande e maestoso. di impersonare la missione dell'uom o nel viaggio verso la giustizia. del croco. di solenne. di suoni e di voci. e poi gli oleandri. le noci. le nocciole . e d'autunno la creta molle per farci le sta tuine. sotto il cie lo di cristallo che prolunga la sera indefinitamente in una chiarità di altri mond i lontani nel firmamento. varia . il trifoglio che in Calabria è sgargiante copre di colore granato i poggi. in paesi come questi formano la stagione incantata. Se dappertut to l'infanzia e l'adolescenza sono la primavera del mondo. perciò tutto è popolato. Poss o immaginare che il ragazzo rimasto solitario nella chiesa vuota nutra chissà qual e inconscia vocazione verso le cose alte e nobili. la terra più se vera e più scabra che sia in Italia sorride. l'olean dro quando si scorteccia facilmente. di richiam i e di canti. e i fiori posati da vanti alle immagini. orientale e boreale. dei germogli delle piante e delle foglie tenere della lattuga. Terminata la cerimonia in chiesa. e le donne tornano dai campi la sera con un mazzolino di fiori per la Madonna vestita di azzurro con una parrucca d'oro sot to la corona grande. Qualcuno ha visto i segni della forza e della potenza nei carabinieri. e ho riveduto queste eterne cose. le parole dette. Saranno . una intera frase arriva ai vostri orecchi. Sono tornato in Calabria dopo molti anni. piccolo come possono essere piccoli i bambi ni già vestiti da adulti. è la coabita zione con gli animali. i simboli e le immagini.

coi suoi altipiani interni che paiono d'una co ntrada boreale d'Europa. dalla storia e dagli uomini. Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso. La massa della Francia fino al Rodano è compatta come la configurazione del suolo. qui la natura è capric ciosa. questo appare proprio un altro mondo. tra i castagni ancora spogli e irti come piume di aspri sui dorsi delle montagne. Ma la gente si chiama da poggio a poggio. le crete aride. La n eve andava ricamando sui rami e sulle gemme i suoi merletti. Scendendo lungo il corso del Rodano. qui in Provenza la gente vive sulla strada. Dopo tre ore mi r itrovavo sulla spiaggia calda del mare fra lo scampanio dei greggi e le loro sch iere ordinate che andavano brucando in fila e avanzando compatte le erbe magre d ella spiaggia e l'arsenico. si camminava in un bosco profondo di abeti. fra tribù pastorali e greci. L'abitato rustico prende l'individualità propria di questa sponda del Mediterran eo. Ci si trova in una regione combattuta dagli elementi e difesa dagli uomini. L'impressione è di trovarsi in una delle provincie del Mediterraneo. dovette appari re a quel tempo enorme. si sent e il mare. la piana si anima di fattorie e di armenti c on un senso di presepe. Si stendeva infinitamente quella sponda greca che da Crotone si prolunga fino al Capo Spartivento. è un fatto unico nell'Italia che p ure è tanto prodigiosa. Lassù la vita è chiusa. di pochi figli. le fioriture enormi di certi poggi. Si può pro vare a pronunziare una frase a voce discretamente bassa. i castelli abbandonati. appaiono il cipresso e l'olivo. di natura. in terra fra la nev e aveva bucato il croco violetto e azzurro. abituato naturalmente a distinguere le età della terra. e in due o tre ore. le b orgate e le città pingui in una terra ben grassa dove la vite a ceppaia è grossa e n occhiuta come da noi un arbusto. col suo colore di terra antica fr a i colli digradanti dal balzo abissale dei monti. è nuova. Questo mutamento di clim a. suscettibile di ogni perfez ionamento. parla animatament e. A chi scende dal Borbonese. e la viola alpina. patriarcale e avventuroso. Avev o trovato la neve nella Sila. e la loro antica t radizione monacale. Prima di scoprire l'archeologia delle città provenzali si scoprirà l'antichità della terra di Provenza. Questo spiega pure il carattere dei calabres i. Da Rouen a Bourges la s toria locale è chiara: all'epoca delle chiese gotiche e del castello feudale succe . tenuta a bada dall'uomo che ad essa adatta la sua abitazione c ol patio e il suo campo difeso da cipressi in fila uniti come canne d'organo. come a molti di noi nell'infanzia appariva ancora insupe rabile. e per un occhio come quello dell'italiano. Conoscevo la Calabria che si percorreva a piedi o sul mulo. l'aria diventa più vibrata e viva. la Calabria impervia per cui era un mistero quello che si trovava dall'altra parte delle sue montagn e o nei suoi altopiani solenni. Nessuno sa che sia. come i ri cordi della vita pubblica romana in tutte le città della Provenza. La distanza che oggi in auto è breve. LA PROVENZA "INTRODUZIONE ALL'ITALIA" I vecchi libri dei viaggiatori francesi parlano della Provenza come d'una introd uzione all'Italia. e tutta l'aria si mette in moto mentre il lume bianco del sole vibra di questi messaggi. le torri diru te. Una distanza di continenti. primitivo e raffinato. e spiega molta storia calabrese dibattuta di continuo fra le stirpi indigene dell'interno e i popoli nuovi. i fiumi si fanno torrenti e si manifesta la lotta contro i venti e contro le acque. qualcosa rende più vivaci: siamo in Provenza. Su ll'Altipiano Centrale la foresta è ancora druidica. vecchia. sveglie. La Provenza è vecchia come la Grecia e l'Italia. cioè rifatta dagli elementi. Le voci sono pronte. dalla Borgogna e dell'Alvernia. Lassù i fiumi sono contenuti in una terra sicura e qua straripano.le sue montagne ad amplificare e armonizzare le voci. Non si tratta soltanto di alcuni richiami evidenti. di paesaggio. Ora la Calabria si può percorrere in lungo e in la rgo con le strade tra le più belle d'Italia. i paesi disertati sui colli franosi. eccessiva. l'abitato rustico scarso. per sentirla allargarsi e diffondersi. il cielo si apre. quelle che vanno da Atene a Barcellona . vigorose nella mollezza dell'aria. sarà l'aria lieve e pronta. le rocche medievali sugli sproni dei monti. di ogni slancio verso l'inconoscibile e il cielo. riservata. come spiega le fero ci passioni e insieme il discettare più filosofico e cavilloso. dal Delfin ato. è carica di parole. e le città raccolte. mercantili e civili della cost a. e la sua vecchia consunta sponda greca dell'Jonio. con la luce che si affaccia alle finestre vuote dai tetti sprofondati.

Per conto loro. e anche della sua disgregazione. tre suoi foglietti pieni di fr izzi in cui si prendeva gioco delle squisitezze parigine. i balli popolari e i fuochi d'artificio. poi fino a oggi di autonomia provenzale. Che siano le lotte di tori nelle vecchie arene romane ancora frequentate. arriva difficilmente all'universale. La Provenza al carattere e all'aspetto è tutta nei suoi uomini : Mirabeau e Thiers. se nza declamare. un eccesso di sensibilità". e con più accanimento i vecchi. le don ne coi bimbi in braccio. Daumier e Cézanne. Si possono dividere i popoli in antichi e moderni a seconda che hanno tempo per parlare di cose che non portano utile. Quel luogo dei giardi ni di Nîmes è assai bello. parla fino al Cinquec ento di Nazione Provenzale. proprio l'unità darà un carattere alle città provenza li: il Cinquecento e il Settecento. Firenze. Di questo anche noi italiani sappiamo qualche cosa. Detestano il pariginismo che pesa tanto sulla Francia intera. essa ha serbato quello che per Renan è il senso dominant e del Cristianesimo. E allora si vedono le numerose famiglie provenzali. "Lou solèu mi fai canta": il sole mi fa cantare . le feste. I provenzali sono irrimediabilmente antic hi. un'Italia in cara tteri minuscoli e domestici. Ma non ho mai ascoltato un brontolare più vivo di quello che nei giardini di Nîmes fac eva un vecchio provenzale seduto davanti a un bicchiere d'assenzio. ed è ancora quell'acqua della sorgente cui Nîmes deve il suo nome e intorno a cui fu fondata la città. un'Italia mal sortita. senso profondo della propria civiltà e non in quanto cucina abitudini e usi. Zola e Vauvenargues. "la rivalsa delle parti inferiori dell'umanità sulle superior i. costruito nel Settecento su terme romane. E tuttavia è una r iserva per la Francia. gli uomini coi ragazzi sulle spalle. Perciò essa prese l'iniziativa di tanti rivolgimenti francesi e si oppose poi ai loro eccessi. dove non riuscì né il feudalesimo né il principato. La foga e l'estrema s ecchezza. ha una stor ia comunale per quanto il comunalismo non vi abbia recato che frutti amari e nie nte che regga al paragone di Siena. Però la Provenza rappresentò la borghesia del vecchio regime oppressa dal feudalismo celta e sempre in lotta con lo strapotere della Capitale e diffidente del poter e centrale. né Roma né Atene. i suoi pensieri forbiti e acu minati sembravano di qualche antico nel chiacchiericcio del Foro o del Pecile. Unitaria ma federalista. della moda e dei misteri della fama.dono secoli di vita accentrata che impoveriscono i focolai di civiltà locale. parlano della loro terra come d'un mondo nella nazione. Ma della Provenza si pot rebbe dire che è un'Italia andata a male. il più recente è Charles Maurras. la personalità alla disgregazione del sentimento civico e nazionale. né il Papa né la repubblica. dove tutti vogliono comandare. hanno bisogno di animars i e di crearsi uno scopo alla loro animazione. non fiorirono Comuni né Signorie che resero tempestosa ma avventurata e profonda l'Ita lia. ha caratteri così contrastanti da irritare quelli che non capendoli li trovano tortuosi e pieni di "combinazion i". L'insegna della Pr ovenza è la famosa cicala ciarliera. Poiché lungo il corso del Rodano en trarono in Francia la cultura greco-romana e il Cristianesimo. fosse la Convenzione o Napoleone. colui che legg eva quei fogli mi pareva senza età come quell'acqua. Gelosi delle tradizioni locali. è sensuale pagana e cristiana. chius a tra le sue mura. dell'intellettualismo e dell'arrivismo. I fr ancesi hanno in compenso gratificato la Provenza d'una stima assai modesta. Venezia. incapace di obbedire senza brontolare. di amore dell'assoluto. La Provenza si stacca da tutto il complesso francese. l'acqua corre a ncora in quelle piscine adattate a fontane. le fiere. I pr ovenzali. Ora. i suoi uomini fanno una macchia d'olio nell a vita francese. i provenzali sono facili a imbastardire nel feti cismo delle mode straniere che ha poi per suo contrapposto il senso dell'avventu ra e del cercar mondo anche proprio di loro. quella che serba più vivi certi caratteri di cavalleria. né il C omune né la Signoria. Così l'intelligenza provenzale. perché universalità è tipicità. si radunano volentieri. ma co me animo e ingegno. senza asprezza e col ritmo di un epigramma. poiché la popolazio ne è greco-romana e ligure. Leggeva stando seduto. Alla fine. I provenzali parlano volentieri. e dove l'individualismo spinge all'invidia. Egli lesse p acatamente a un gruppo d'amici che si trovavano là. È l'unico popolo che possa dare l'immagine di quello che fu il ciarliero popol o ateniese coronato di cicale. Ebbe la lotta civile ma no n la prosperità civile. i provenzali tutte le volte che hanno avuto da dire nell'arte e .

E a un certo punto leva i l suo viso colore di terra. cui legare la nostalgia e la gioia del ritorno. e non è altrove l'Acquedotto romano sul Gard . quest'altra è fantas tica e umana. hanno il profilo d'un parente o d'un amico. l'una sfonda nell'intellettualismo e nel metafisic o cui adatta male l'opposizione tra internazionale e nazione. è la veduta della piana di Avignone c oi suoi cipressi stretti come nel fondo del quadro tizianesco della Venere del P rado. un'edicola dedicata alla famiglia di Augusto e u n Arco. come è sempre la bellezza. di stendere i piani. Così l'A lyscamps di Arles ricorda la via Appia. paludoso. o del semplice colle di Montmartre. su cui si fis sarono sempre gli occhi dell'uomo. intatti quasi come sono spesso intatti i monumenti romani in Provenza.nella vita francese l'hanno richiamata a certi termini latini. come qui. La Provenza ha q uesti volti e i caratteri della bellezza antica. quando confrontano i monumenti rom ani di Provenza. Cézanne ripropone alla p ittura francese i grandi temi classici. e una natura sottile come quella del Mediterraneo lavorata dalle piogge dai vent i e dal mare. di qua passava per prendere il nome della provincia seguente. Grecia e Italia hanno cento di questi profili p er riconoscerli di lontano. lo ntana quanto la vecchia strada che dal Foro partiva. qua prospero e ordinato. nella Crau. bisognerà girare molto in Franci a per ritrovare un aspetto simile. il paese diviene più arido e selvaggio. colore di scavo romano. per simpatia della pietra. Il paese sul colle ha un'aria nostrana. Sentirete parlare in Francia di alcune sommità famose. ce n'è. grigio su grigio. una specie di i nfinito della terra come sanno combinarne i fiumi impetuosi alle loro foci. A Saint Remy. come a Nîmes. ma la Provenza è Roma. sul colle tagliato con la liscia parete della cava. Più a occidente. Dall'altro versante è la Camarga. i colli. e mai come a Roma. giovane come le stagioni. nel profilo d'un monte. s egnano la strada romana. Un fatto colpisce parlando coi provenzali. una regione che ricorda la Maremma e il Basso Po. più in qua. così la porta di Nîmes si chiama Porta di Spagna. Questo è il patriottismo. il Falero e l'Olimpo. ha il sentimento della patria locale nella patria grande. E al trettanti ne ha la Provenza. ricordano soltanto la Provenza. il Soratte o il Vesuvio. diventano cav e di pietra. il paese fatto di piet ra è come se vi fosse nato da solo. In questo non ci può che la natura col suo modo di atteggiare i monti. Ma anche per questo è un freno agli eccessi delle ideologie francesi. arido. Si ritrova spesso il ritmo di certe visioni romane come di ricordi che sorprendono a distanza. la Casa Quadrata di Nîmes. verso i Baux. le Alpi Apuane o i Colli Eug anei. solo che sono più gracili e solitarie nella pianura. Perciò la sua storia è sconclusionata. contro il vento che qui si chiama mistral e che arriva sulle coste settent rionali del Tirreno dove si chiamerà Provenza. il Tempio della Fortuna Virile a Roma. e hanno l'eternità dei secoli. poiché la Francia s i riconosce celta e nordica: Mistral è ancora un trovatore. nel giro d'una cos ta. da qui. e in definitiva rinascimentali: Parigi s arà Atene. Nessuno sa in che consista il loro fascino. là stepposo. La bellezza d'una terra è qualcosa di spontaneo e sen za ragione. so no la Duranza e il Rodano. Inso mma. e in una natura simile a quella della campagna piemontese. popolato di pastori. Arles. qualcuno rifugi ato su un cocuzzolo. sotto altri cicli. confusa col mare. ed è che essi discorrono delle loro ves tigia romane senza nessun riferimento a Roma. allontanandosi come echi sempre più fievoli. e sulla via di quell'inva sione ricorda anch'esso l'Italia. naturale e senza scopo. Perciò la Provenza è cronicamente inquieta. verso settentrione. come là. vecchia e ossificata come i secoli. non è altrove. germinato da quella durezza. sulla strada che percorse Cesare. e i Greci quando vedevano quel lembo di terra brucia to del Palerò tremavano nel cuore. il Mont Saint Michel o il P uy de Dôme. sulle Basse Alpi. quella che si ritroverà poi a passare sotto gli Archi di Nîmes e di Grange. Roma è presente ma molto lontana. . come a Grange. forse i monti sono i profili e le facce della terra. questa pietra servì sempre a costruire i paesi sui colli aspri e denu dati. ma il gran teatro di Grange. Il magro profilo delle Basse Alpi ha lo stesso senso delle Alpi Liguri. "il più bel muro del mio regn o" come lo chiamò Re Sole. in cui è mescolato il senso della campagna toscana ma come distesa su un più largo spazio. di montoni e di tori. È ancora un riflesso del mondo antic o riconoscere la patria in una sommità. come a Arles. I fi umi che hanno creato questo paesaggio. nella Francia centrale.

e anche il vello sfr angiato delle bestie piccole e il piumaggio degli uccelli da nido. perfino il Tevere. Dal vello che copre la loro testina . il corpo umano fiorisce. un ricordo di quando non ci si conosceva tra amanti. non hanno più di tre o quattro mesi. una belle zza non più vana come è solitamente della rosa. È lo stesso per i bambini. ma qualche elemento che si potrebb e dire neoclassico in confronto al classicismo è già qui come sarà poi in tutti i rito rni neoclassici francesi. È un mese sano. È passata l'inquietudine della primavera. più tardi avranno i c apelli vivi dei ragazzi. E perciò si guar dano i bambini che hanno le mani semichiuse. e si domanda qu anto tempo hanno i bambini. e perciò non c'è niente di male a guardare un bambino port ato in braccio dalla madre. Così si capisc e che i frutti (i pomi. poiché il tempo è buono. È un tempo di mezzo. Roma è distante venti secoli. gli operai non avevano fatto in tempo a terminarlo . ma ora l'aria è della stessa temperatura del corpo umano. in nessun'altra stagione dell'anno si fanno queste c ose. perfino i nostri. e non siamo al distac co dell'estate. Siamo in un mese tranquillo in cui si sta bene insieme. Anche per le rose c'è una bellezza buona e familiare. fra noi. Come in un ambiente favore vole. rigoglioso. prendeva il colore dei luoghi. questo è un ricordo vivo del mo ndo romano quale appariva e come pensava. resti d'un lastrico che forma quasi un'impronta di passi su l deserto. un gesto. fra poco farà caldo. una frase appena udita. perché ricordano appunto queste cose. che crescon o ritti come il fieno dopo la falciatura. Quando Augusto vi passò. Ma i visi umani hanno il colore di quando si specchiano in una bell'acqua. poche pietre nella maremma. Non s oltanto le figure che ornano gli archi di trionfo sono di Galli coi baffi appesi sotto il naso e i pantaloni. ma una grazia semplice e devota essa può stare nel bicchiere della casa quieta o in chiesa. disposte in modo animato sembrano un f ocolare abbandonato. Ci si ferma per istrada. e di ridire quello che si vede. come si pens a che il cielo è trasparente e come si guardano i fiori. una memoria lontana. E anche l'arte romana qui. libera e chiara. Sono i ricordi d'un'abitazione preistorica. Il segno più antico della Provenza si trova in Camarga. e non è altro che l'aspetto di un viso. ma semplice bestialità. si capisce senza neppure esser troppo pratici quanto tempo hanno. Hanno tanti capelli sulla testa che fanno meravigliare. e nella pianura vasta fin o al mare sembra che di qui qualcuno abbia spiccato il volo lasciando la sua orm a. Bisogna pensare che pure i fiumi più torbidi diventano verdi. Non siamo ancora al tempo che le donn e piangono e gli uomini diventano bruschi con l'inquietudine della vastità estiva. amici miei. Quando i bambini sono così. ed era il mese scorso quell'altro tempo in cui venivano alle labbra domande com e queste: "Mi vuoi bene? Mi ami? Sempre?". i floridi e vegetali capelli dell'infanzia. e per questo ridiamo. C'è una bellezza per tutti e fiori per tutti. Se sentite gli innamorati lungo le spallette dei fiumi. non soltanto i nomi iscritti tra le panoplie sono gallici con una terminazione in us e in osus. Ma stavo parlando dei bambini. Una parte di quest'arco non è f inita. Niente l'offende come non offende i fiori. le genti lontane la ri cordano col mondo nel pugno. Ieri era ancora troppo fresco. È un tempo raro nell'anno. Voglio dire che una certa eleganza in qualche modo speciosa e fragile d ell'architettura francese è già nell'architettura romana in terra di Provenza. lungo i recinti delle ville.Nei discorsi dei provenzali. parlano di cose semplici: è il piacere di dire cose umane. E gli occhi delle creature d iventano chiari. naturale. quell o che ha detto uno che non si conosce. come era solita del resto in tutto i l mondo. insomma una b estialità di tutta la natura. ESTATE IN ITALIA Giugno è il mese che si vedono molti bambini. Risalendo da Arles verso l e Basse Alpi. sembra naturale accostare le altre p ersone nella luce nitida. ma libere e autonome. poi non lo terminarono mai più. senza suscitare pensieri p rofani né significati nascosti. tra la Maddalena e il Palazzo Borbone e le ville versa gliesi. Ma diciamo un po' come li portano le l . senza mutar e struttura. sono troppo grandi e maturi. Tutti sembrano ricordare d'improvviso qualche cosa di urgente. E il ricordo più vivo è nell'Arco di Augusto a Nîmes. li portano fuor i. e guardare la madre pensando che è bella. le mandorle) sono ancora immaturi sotto la calugine e la peluria che li copre. Ma i f iori sono troppo grevi diggià. Siccome l'aria è buona.

un mese sano.. Ma i piccoli appartengono ancora alla madre. Questo. Ricordo una giovane madre di campagna che fu invita ta a un gran pranzo. No. E la madre appartiene a loro. e soltanto noi lo possiamo capir e. calme e paghe. vedono gli altri bambini. Ora ci andava perché era obbligato. Questo è un mese senz'ombra. e siccome la roba era buona si mise quasi a piangere e non voleva mangiare perché non poteva far saggiare la roba al suo bambino. Chi pensa alla bellezza? Si rasentano come si ra senta il forno del nostro pane. con un'aria di appr endisti. feci conoscenza con un piccolo uomo vest ito di nero che guardava il mare sospirando. "Ma ti giuro c he non l'ho più veduto. Si pensa che sia festa.. si pensa che v errà l'autunno che riavvicina. tutto si accomoda. forse un angolo minuscolo e ordinato della natura. Se nessuno fa lor o attenzione. Essi sentono certo la madre. pen sano alla gioventù infinita e alle sempre stesse parole. È tutta una q uestione di clima. Fanno pensare al latte s correvole. Se apriamo con un dito la mano al piccino. Non giova neppure all'arc . Quelle di ie ri passano col piccino appena impastato. voci arrivavano e canti. ma accanto a loro non si può pensare a male. O stretti con un braccio sul seno. piangeva. rideva. Il primo istinto è offensivo e aggressivo. su una mano quando sono fasciati. come se fossero appiccicati al ramo e come si vede nelle statue della Madonna.. Luglio è il mese che separa le persone. grande. Il piccolo uomo vestito di nero guardava assorto. un mese non romantico. Ci si sente animali. Gli pareva troppo bello pe r un uomo solo che non poteva offrire queste cose a nessun altro. e non s iamo altro che istinto. Si sta tranquilli come in seno alla natura qua ndo tutto opera per suo conto e non c'è niente di male. andando su una nave a Sorrento. Quando vengono di queste grandi indulgenze plenarie fra di noi. Perché aveva i bambini. curvi sul braccio come su un balcone. E vedono i ragazzi grandi che si cominciano a o rientare nel mondo. gente dei paesi della luce.. e non poteva andare in un luogo bello da ved ere senza i suoi bambini. Ci se ne accorge in città dove già alla fine d i giugno gl'innamorati hanno cominciato a disputarsi e a leticare. e questo è il primo sveg liarsi dell'uomo giovane e nuovo. Mi disse che non era stato mai a Sorrento. e son tutte del colore del loro seno. si stringeva sotto la grondaia al suo uomo nella pioggia di primavera. e i marmocchi stanno a guardare coi loro occhi incerti. hanno gli stessi sguardi come se niente al mondo avesse importanza che quello sguardo fisso. al nostro paese. la vigna con le fogli e spante sul grappolo che matura. Il mare era bello. O sono occupati a distruggere qualche cosa. Soltanto noi sappiamo parlare a una donna col suo bambino. noi soli possiamo sentirle come si sente l'aria di casa nostra e le voci famili ari. E una volta. ella si fida di noi senza timore che gli si faccia male.oro madri. e sotto di loro si scorgeva l'acqua profon damente limpida. Che significa questa grande uscita dei ragazzi? E portarli fuori in questo modo. E ora nuove schi ere di altre donne camminano sotto gli alberi. non si capisce poterla gode re da soli. l'inverno che chiude. quando gli animali sono buoni. che perfino gli uomini se li caricano in braccio? Partono famiglie intere e vagano nell'aria saporita. Si portano i ra gazzi perfino nel chiasso dell'osteria. all'umore delle piante. nessuno lo può capir e altro che noi. le sono legati. È un modo italiano quello che dice "Chi mangia solo si strozza". stanno curve sulle spallette del fiume abbracciate al loro uomo. Guardava malvolentieri. nessuno immagina dove si portano. il cielo grande. una t ana di formiche o un cespuglio. e le donne sdraiate a prua facevano pe nsare soltanto alla felicità. Vedono la strada. il campo del nostro grano. Se si pensa che ancora due anni fa ella v olava come le sue compagne. e invece la festa è tutta nel la luce. vi buttano in faccia una manata di polvere. le barche carich e di gente felice navigavano leggere. si pensa alla vita Non si possono dire belle. guardano l'acqua che corre. Aveva quarantenni e non era mai stato a Sorrento. hanno i l viso veramente nudo. niente altro che per prendere l'offensiva. vedono le pe rsone. nei viali sol itari e nelle ville non si sente altro. Abituati alla bellezza del mondo. col ventre pieno di amore. Questo è un segreto della nostra vita. Nessuno di noi può godere nulla senza pensare a casa sua. non era mai stat o a Sorrento. che è bella perché ha un bambino e per questo anche è in pace.". "Ma tu m'avevi detto. ed era napoletano. e lo sanno soltanto loro. un mese realistico. è un mod o nostro di godere il mondo." Superato questo mese. quasi non vole va vedere.

da Stoccolm a a Palermo. come di chi fora la carta con uno spillo. con tutto il lor o essere. Alla stessa ora. del r iccio nei boschi. le città mostrano ugualmente le loro strade profonde fiancheggiate di chiara ombra. È una breve sosta. quel sommoversi del ve nto percorre le vie della città. come gli animali docili in uno slancio di amore verso il padrone: stan no immobili. non si sa come. l'ombra torna a modellare le facciate e le cattedrali. una sazietà di tutta la terra. la terra sia divenuta gr ande e avventurosa. Dal profondo dei boschi. i papaveri. che dove la luce è più grande l'uomo è più solitario e più suo. s ono come essa trasparenti. gli alberi dell'estate si levano reali e carichi di frutti sui campi mietuti . Questo è un mese ch e rende vasti gli orizzonti. Non soltanto albero per albero e foglia per foglia sono netti nella luce. delle cartoline illustrate. Tutto il creato si ricorda della natura e anche i colori artificiali delle vesti sple ndono ricordando i mari. palazzi e cattedrali. Le vele sembrano ingi nocchiate. perché proprio di questo mese si formano i nuovi branchi dei pesc i e degli uccelli. È l'ora in cui si pensa all'eternità dei g iorni. e i passanti vestiti di chiaro. la stagione ferma e lontana come una memoria di breve viaggio. Se non si conosce all'alba il passare a frotte delle persone che vanno a spigola re. grandi le strade: è un mese che più volte ha aperto le . ed è simile al rombo del mare che si riode nelle conchiglie vuote. agita le tende e fa ondeggiare le vesti. uomo o animale. Esiste una separazione nella luce e nella natura. come ora. come se bevessero o fossero bevute dal sole. si scorgono gli oggetti più lo ntani. crede di sentir passare furtivamente e senza las ciar traccia né impronta. Le piante si tendono verso l'alto. e tra poco si sentirà lo squit tio delle volpi. forse è proprio questa la stagione in cui. poiché mai il cielo è. gonfiare le vele. Soltanto verso sera. mentre i frutti sono appesi agli albe ri. di questo mese. dei mietito ri che partono lontano. una visione aspettata da tempo o una preda. più chiari e dritti anche i pensieri. negl i uomini intenti al lavoro dei campi: è la solitudine dell'opera compiuta. Verso mezzogiorno si può sorprendere un aspetto di questo mister o. a quelli che furono e a quelli che saranno. dalle città di maggio e di giugno dove la sera pare che a torme gli uomini vadano con passo lieve incontro alla gioia. a tante ma ni quante foglie passano sul mondo. col brivido del meriggio. assorte.hitettura: i più bei monumenti. Ma non soltanto di questa solitudine nella luce io voglio parlare. più realistica e umana l'arte. buono alla terra. con tutte le loro foglie. fugg endo i cattivi raccolti e andando incontro a terre più propizie. Dalla pr imavera brulicante di piante e di creature. i fiori dei prati. sulle colonne istoriate e sui monumenti si legge fino all'ultimo bassoril ievo nel più alto rocchio e nella più alta cuspide: si pensa all'infinito lavoro del la natura e degli uomini. il rosicchiare. Voglio dire della solitudine che è nella natura. e il canto nuovo degli uccelli che hanno abbandonato il nido. Forse è questo il mese in cui si prendono le fotografie per le cart oline illustrate delle città. In altri tempi. Nei mari le nuove famiglie dei pesci si accostano all'acqua tepida delle rive. un moto che invita a inseguirl o. irrompe nelle botteghe piene d'ombra odorosa di merci come del ricordo di un mondo che f u natura. di questa stagione emigravano i popoli. tra il rombo esaltato delle macchine e le voci dritte come voli nell'aria legge ra. fa suonare e imbaldanzire le foglie. di quelle che vanno lungo i lidi a raccogliere i frutti di mare. al più lieve tonfo scattano fuggendo a raggiera. ripo pola le chiome degli alberi di quel mistero che fa rimpiangere la terra e la gio ia della luce come se si fossero perdute. Un nuo vo ciclo della creazione anima l'universo. Gli animali messi in allarme inse guono con gli occhi la preda invisibile. e l'uomo conta il suo raccolto come riepiloga i suoi pensieri. le piante e i fiori stregati dal sole come le donne e gli uomini sull e spiagge. di tutti gli animali del creato. un vento fresco corre a scuotere quella immobi lità. quando il sole è sull'orizzonte e fa una luce radente sulla terra. le più belle facciate. ma anc he gli uomini. in qualche recesso profondo o in qualche solitudine aperta. Qualcuno. Si distingue foglia per foglia sugli alberi. C'è qualcosa di occulto che passa fra terra e cielo. più disti nti gli alberi e l'architettura più ordinata. sui piani e sui mari. È la grande ora. Si sa che la luce isola l'uomo. sotto q uesta luce impiccioliscono si scopre quanto sia grande la loro vecchiaia calcina ta dai secoli.

si fermò a ogni striscia di te rra riconoscendo le piante più familiari e gridandone il nome con entusiasmo. co me in procinto di chiudersi in una terra deserta. lieve. lucente. Tra le quattro isole che si vedevano correva quasi un'armon ia di costellazioni.strade delle guerre. Fra la polvere si vedono figure apparire e scomparir . il cielo si aprì e il mare apparve nero come il catrame e corruccia to. una pioggia fitta e sottile irrorava le corone di fiori a poppa. Poi improvvisamente. piantata com'è sugli abissi. andammo lungo la spiaggia di ponent e. l'arcipelago si parò nel fondo. Terra sempre nuova e da creare. L'ARCIPELAGO FAVOLOSO A Milazzo. Come spuntato dal mare. tra cui nulla della vita degli uomini che furono si ritrova. a guardare il deserto mare schiumoso sotto il maestrale e le isole in fondo ferme e nette sulle onde incerte. a sinistra. presenti. giurò che a rimanere un giorno di più a Milazzo sarebbe mo rto di noia. Sembra che quella terra viva d'una vita cieca e istintiva. in u na contingenza fuori della legge dei secoli. La temono come un padrone che concentra in sé tutti i poteri. lastricata di cacti. quand o il bastimento si mosse. traversando gli orti di Milazzo. frutta. a picco sul mare che ad ogni spostamento del naviglio parevano alter narsi e cambiare luogo. In una rada di Lipari. come vasi ben costruiti: su di essi battono i costruttori fino a che si ode tuonare la casa armonicamente come un gigantesco vaso di coccio per cosso da nocche mostruose. e il millenario lavoro umano. Poi. m'incuriosì quando. ma che cambi positura. i semi e le radici. francobolli. Ai piedi della montagna un gruppo di abitazioni è av volto in una polvere densa. La mattina dopo . si scoprì il cratere di Vulcano. due scogli bianchi e aguzzi fra l'impetuosa corrente del canale. corrose e sezionate dal mare avevano contorni netti che parevano incrinare il cielo. Gli abitanti delle isole mettono ogni calcolo orrido nell'ordine naturale delle cose. Stromboli con la sua bandiera di fumo che segnava la direzione del vento: scirocco. poi. dalla montagna bianca di pomice si affacciano gli uomini da tutte le finestre scavate nella montagna. Primo. Non che la terra poss a andare in perdizione. facendogli intendere che mai sarei passato da lu i. potente o deb ole. era una striscia tremante e fulgida. Il cielo. tornarla ad amare come l'amano i ragazzi. di pomice bianca sormontata da una montag na bianca bucata regolarmente come un immenso bugno. sorpassato i l promontorio. distese una sull'altra. Nel me zzo Lipari. Mi decisi a chiedergli l'itine rario d'un viaggio nelle Eolie. Un omino magro e nervoso. La terra in fermento è un nemico per i futuri e non per i presenti. a picco. questo è il tempo per l'uomo di riprendere contatto con le forze della terra. dopo cena. nell'incrinatura. con le sue case orientali. Le aperture fatte nel minerale sono stranamente incorniciate da strati diversi. Credo che mentalmente egli calcol asse le ore da rischiarare nella sua isola. con le sue sette montagne senza riva. C'erano a poppa due corone di rose e non si potè appurare qual e signore fosse morto nelle isole. A dest ra si scoprivano alternamente le altre isole: Panaria come una balena boccheggia nte. avevo in mente tutt'altre cose che d i andare a fare esplorazioni. autonoma. considerando tuttavia se stessi. e per nulla al mondo avrei sottratto alla sua casa la luce d'una di quelle ca ndele comprate con tanta previdenza a Milazzo. al di sopra di ogni traccia della vita degli uomini i quali ad ogni picco sul mare hanno messo immagini sacre in tabernacoli. Il bastimento scricchiolava a ogni giro d'elica. Conobbi in un albergo due abitanti delle isole Eol ie e si cominciò a discorrere. E pe r tutta la sera smaniò di comprar lumi. di Stromboli. aspettando il treno per Palermo. fiammiferi. fra cui ve n'è uno ch'è la schiuma della pomice. con le case fatte di pomice chiuse da tetti piatti. Ed è pure questo il tempo per coricarsi sulla terra: ricco o povero. dormirci sopra. che un nuovo strato si sovrapponga agli altri che si distinguono come coluri di vario colore. e delle costellazioni avevano la fermezza e la vecchiaia e stupefacenti per questo: ché in esse la vita della terra e degli elementi era domi nante. ora denso e lucente come un cristallo. Le isole. Uno di quei compagni.pioveva .m'imbarcai con la stessa inquietudine di chi vada al le isole Fortunate. avvertire come sale in noi la sua forza tranquilla in cui giacciono i minerali e le acque. risentire il suo anti co odore. cocci.

mi porgono un boccale di vino. Ricordo uno dei barcaioli. Arrivammo all'alba con una barchetta da naufraghi. poi m . le mensole dei balconi cadono a pe zzi. C'è una parte dell'isola. bianche di polvere le modanature d elle finestre e delle porte. per la china cinerea arriva al trotto. Ecco. La foresta dei vapori domina l'isola. da lontano. al riparo da quel mondo in fermento. circondata da soffi di va pori di zolfo e di anidride carbonica per tutta l'insenatura d'approdo. le ringhiere. come da fiori alti e maligni.e sembra d'udirne il perpetuo fracasso . Viene avanti la più giovane. a cavallo dell'asino nero e nano. Scende e mi mostra la sua vecchia residenza. Il Ciclope allora m ugola come un cane che sogna. saltellare per la spiaggia. Gli uomini che compiono quella fatica ne tornano laceri e scalzi. e io vedo per un attimo il suo viso riflesso nel liq uido odoroso e cocente. piccolo in confronto al suo respiro e al suo sign ificato fantastico. I balconi di ferro battuto sono crollanti. Somigliava a un Bacco tozzo e peloso sino al naso. al principio della sua vita: era gialla e appena fatta. Gli alberelli macerati dal vento. Il padrone di Vulcano risiede a Lipari. La terr a scoppia ad ogni passo come premuta da un seme che ha aperto una ferita giallas tra e netta da cui sgorga il soffione. Le sue gambe lunghe. dicono davanti a quegli scogli e al mare: "O ggi è mansueto. attraverso una stanza terrena soffi a su di me il fiato pestilenziale di una bocca di zolfo. La casa ha le finestre aperte ed è disabitata. che mi portò a Vulcano . risecchisce le rare piante intorno. trae da tutto quel purgatorio. un po' di zolfo. i davanzali. tanto che dapprincipio n on si capì bene se non fosse un lusso straordinario. Io vidi la strada dei miei lu oghi tre anni fa. rasentando gli scogli percoss i dal mare e fermati in quella positura che è quasi una volontà di movimento. e un Ciclope rachitico che schizza sangue da tutti i pori. s otto la montagna coperta di lava: i contadini delle isole vicine se la sono spar tita e vanno in barca a guardarsela. fra pian te gracili nella palude salmastra. un Bacco che era stato emigrante in America. la sua terra che non ha scoperto tutti i suoi segreti. sterile. addentati dalle mille bocche della foresta dei vapori. e ogni sasso sulla spiaggia fa parte di quel l'ordine violento. prender manate di sassi e gittarli da ogni parte g ridando: "Questa è moneta!". Bianchi i letti. ma glielo dico io che alle volte fa piangere". vestito di nero.e a capo basso. Qualcuno si affaccia sulla ri va all'approdo del battello ripensando alle felici contrade della terraferma dov e sgorgano le acque limpide e le piante rinverdiscono. Allungo la mano verso il cancello. LE STRADE. Una voce diffusa nelle isole dice che essa ha tracce d'oro. È sua la parte infernale dell'isola. Ovunque la forza delle pr oiezioni vulcaniche sembra di ieri. Poi il terreno sprofonda. le sole abitatrici del versan te orientale. comune alle opere d'arte incompiute e alle terre vulcaniche. Le sbarre di ferro sono friabili e si frantumano fra le mie mani. Il padrone. I due uomini che mi accompagnano. Le macine di pietra tritano la pomice che si leva a nuvoli. che sostengono il cielo come una tenda. quell a che spande sul mare un fetore di idrogeno solforato. e risale tingendosi di rosso in un cono perfe tto. e Polifemo accecato e furente. uscita d a un racconto cavalleresco. che è terra nera. fa un vino malinconico ed ha l'unica fonte d'acqua dolce di tutto l'arcipelago. il Bacco barcaiolo mi chiama. Davanti agli scogli precipitati in mare . chiuse in certe uose grigi e ed alte si trascinano in terra. impregna gli uomi ni. quel tal Bacco peloso. Come una bestia che appaia di sorpresa. e la popola d'un fruscio perpetuo. La gente scalza che sta nel sole invernale sulla baia di Lipari at tende gli scopritori del tesoro. per conto suo. i magr i alberelli di acacia piantati sull'argine ancora sollevato come un solco. con metodi primor diali.si possono ricordare i Ciclopi. si spinge sul mare bluastro come il verderame. Tre donne sulla scala esterna d' una casupola. l a villa che ha dovuto abbandonare. galoppante per la china brulla. IL TEMPO Anche da noi il Governo ha fatto belle e comode strade. Mi accorgo allor a che le grate del pianterreno. Mi sembra di bere le sue fattezze di maga decaduta. Il signore dell'isola. penetra dovunque. Il padrone perc orre sulla sua asina nera. hanno quel rapporto stupefacente dell'arte antica.

un'impronta incancellabile. come alla fine d'un'amicizia e d'un amore. è umano. già prendono confidenza con le macchine e senza stupore. un casolare. Fu qui che io ebbi l'impressione del tempo e dello spazio. si fermava. i cavalli e i muli in fila sulla viottola. e solo nel mezzo le peste dei viandanti avevano tracciato un vio ttolo. Già sui miei monti gli uomini non credono più alle fav ole. Ecco come finisce il mondo classico. e la facoltà di trovarmi di qua e di là. l a macchina che corre rompe la solitudine umana. Tutto questo è grande. armenti. mille gesti sono sorpresi in un attimo. necessità e vita. e dall'alto di quel terrapieno della strada scorgevo i sent ieri secolari disegnati da tante orme. sono parvenze di viaggio. rumori. sembrava di non arrivar mai. l'uomo sulla sua mac china elementare ha conquistato se stesso e il suo potere sulla creazione. la stessa velocità è un filo che leg a tutto il creato. sotto quelle piante. invece. e se si sarebbe udito questo immenso coro fino agli astri. ieri formata di cose distanti. da chilometro a chilometro tutto diventava lontano. i fiori alti si piegavano sotto la macchina con un soave fruscio. Ma per noi che la percorremmo a piedi o a cavallo ogni cosa h a cambiato senso. to rnava a girare. fermo. canti. Era bello. quasi che ieri avessimo tutti fatto un sogno e oggi ci trovi . pensavo alle vite umane più lontane. ora era una successione rapida e irreale. ma è un sogno impossibile. è forte. e quelli che erano i misteri della vita lontana e separata diventano il gesto unic o d'un solo grande sforzo vitale. sul filo di questo ricordo. carbona i. aspetti di e ssa sono un lampo. sono nello sforzo umano dei segni dell'ordine e della gerarchia. discontinua. ortolani: si annunziavano di lontano col loro rumore e odore e colore. Era un lungo viaggio. in cui lo spazio e il tempo hanno altro senso cui non ci siamo ancora adattat i del tutto. La pres enza degli uomini lungo quel cammino di tre ore mi dava lo stupore della vita. quasi il cammino della civiltà. io e le cose eravamo presi dalla fretta. andava come ero andato io tante volte. davanti a cui si fermavano in argini più folti che mai le piante. il mo ndo antico. e chi la percorre ora può avere l'impressione di andar anche troppo piano con la macchina. e della strada non sapeva nulla. Non riuscivo con la fantasia a occupare q uello spazio del viaggio. la prima volta.e la ricordo di primavera: le erbe e i fiori l'avevano invasa. la confondevano c on la campagna. si entrava d a luogo a luogo nei misteri d'una comunità umana. e mettendomi in viaggio mi acc adeva spesso di pensare come è meraviglioso trovarsi in un luogo e dopo tre ore in un altro. chi. Io arri vai a casa proprio in un baleno. è il trionfo dell'uomo. a guardare quella donn a. opere. pareva di volare su quella sof fice nube gialla e rosata. la strada rotabile. guarda correre. Ora. era una meraviglia quella cosa semovente. Case. vorrebbe anch'egli fuggire. e neppure a concepirlo se non come una visione. Ancora oggi non riesco a concepire bene questo fatto nuovo. al coro immenso di sospiri. e ogni cosa stava nel suo alone di luce diver sa. Chi corre vorrebbe fermarsi un attimo solo fr a quelle mura. come alle orig ini della sua invenzione. e così il mio spostarmi . Ci vogliono molti anni per cancellare un sentiero su cui sono passati uomini e uomini per trecento anni. e oggi simultane a. né più né meno che se non l'avessero fatta. e rimane soltanto come nostalgia. tanto che nelle mie fantasie puerili sognav o talvolta che tutti gli uomini a un segnale dato si mettessero a gridare o a ca ntare. E ancora qualche viandante per l'immensità della valle. una mandra. a bordo della macchina: la strada che avevo fat to a dorso di mulo le mille volte. Il tempo diventava davvero un fatto misterioso. Poi cominciarono i carri. Potrei percorrere. il percorso di venti chilometri su cui ogni c osa si presentava gradatamente. spariva. creature. Oggi io posso percorrere quella mia strada in venti minuti. Così la strada cominciò la sua vita. le automobili. ed è mirabile questa f acoltà umana di adattarsi: ogni fatto primitivo è lungi da uomini che hanno vissuto una vita primitiva. ma senza occupare il sentiero . sperduto sotto il cielo e insieme disforme e unisono. si annunziava di lontano. nell'a ria erano segnati quasi i confini. i l sentimento dell'universo. orti. i fiori ch e da noi coprono i luoghi abbandonati. Incontrai i viandanti in fila. animata di favole. girava. e alla fine il dado azzurro dell'autobu s animò di sé il paesaggio. Vi passai in au to. il mondo della natura. Erano venti chilometri di sentieri e facevano tutto un mondo. a udire quel bambino. avevano diversi aspetti da miglio a miglio. milioni di parole. ai quattro canti della terra.

se non i luoghi intravisti nei faticosi cammini a piedi o sul dorso de gli animali? Il mezzo di cui gli uomini si servivano. sibilare. gl'improvvisi galoppi e le impennate. il piede diventa re cereo. dove una mandra era stata sorpresa dalla bufera. di liete liberazioni. Il sentimento della distanza stringe gli uomini in comunità chiuse. l'odore degli orti. In pochi mesi. Le favole antiche non ebbero altro che il potere della fa ntasia sul concetto dello spazio. con quel tumul to intorno. sulla sabbia del fondo chiaro. passava accanto a noi in una raggiera di spruzzi. Sembra impossibile che qualcuno vada ancor a a piedi o sull'asino. perfino le pietre portate sulla groppa degli asini. sotto la stessa corrente che facev a inclinare le onde e le piante dalla stessa parte e con un solo colore. l'odore dei fo rni. ce n'è ancora qualcuno. dove erano accaduti incidenti di viaggio . degli agrumeti. Tutto diventava faticoso. il galoppo delle cavalcature incontro al sole era una festa. e talvolta era tanto impetuosa l'acqua che le buone donne m'invitavano a scendere sulla riva. Ieri erano la fatica di vivere e di camminare. E il cavallo. Nel le pozze intorno. Un simile viaggio portava queste ed altre avventure. e vi sarà semp re in qualche luogo della terra. annusando l'aria. un tempo lungo e pie no di meandri. e la stessa impressione di sicurezza d'aver trovato il fondo. ulivi. è utile. gl'incon tri degli animali fra di loro pieni di nitriti e di richiami. da quel movimento dell'acqu a. Che cos'erano gli antri. questa che guarda l 'orologio e dice di soprassalto: "Com'è tardi!". Lo si guarda come ai piedi della scala umana. levava le froge al cielo. in definitiva. e si misurava la profondità dell'acqua da quel fischi are. se. sovrastato dal suo lontano rombo nelle gole dei mont i. e lentamente. Mi ricordo che a un certo punto di questa strada il cavallo mi aveva preso le re dini. Talvolta. illusioni di pace e di felicità dove ci si vorre bbe fermare. che era immobile e fermo. risucchiare. per venti chilometri di strada. m i ricordo. e l'occhio di chi passa giudica soltanto se è pro spera o no. dove era caduto un fulmine. Allo stesso modo della vi ta nostra. di timori. e il variare degli alberi. salici. Per questo gli uomini erano amici fra di l oro. c ome l'infanzia della terra. ingigantiva il paesaggio. Io vedevo le loro gambe nude col polpaccio duro tuffarsi nella corrente. quando dovevo traversare il torrente. era pieno quel breve spazio di straordinarie avventure. s'erano scelti sul cammino alcuni p unti di riferimento: una casa solitaria. e sentivo nella schiena della portatrice lo stesso sforzo e la stessa incertezza della groppa del cavallo. con quella voce. crea nelle pat rie le piccole patrie. e si fa appena in tempo a vederli gira re: tutta la natura s'è appartata. i boschi. Ora gli alberi si piegano al passaggio dell'auto.amo adulti. d ove una creatura era stata travolta dai torrenti. L'odore del fiume. le loro attrazioni verso certe strade e verso certi luoghi. pioppi. prezioso. tastava il fondo dell'acqua con lo zoccolo. l'odore dell'abitato come di una stanza che ha aperto le su e finestre al mattino e la nebbia del sonno non s'è ancora diradata. dava una conoscenza più stre tta e insieme più misteriosa con le cose. pei torrenti. Allora la strada s' animava di remote presenze. e mi portavano sulle spalle. e poi l'improvviso odore del mare. Per la necessi tà di proporsi un fine. di orrori. le donne andavano a raccogliere legna portata dall'al ta montagna sulla corrente. uno sbancamento del terreno. l'odore delle mandre. infanzia e virilità: quella piena di giorni lunghi. brevi nostalgie c he si cacciano l'una con l'altra. i mondi sot terranei. e a ogni passo si misurava la misera condizione umana . come erano gl'inco ntri degli uomini. scegliendo la strada con un istinto sicuro. è crollato un s ecolo. assediata dal tempo e dallo spazio. i girini formavano. di cui mi sono servito anc h'io per metà della mia vita. un albero. questo era tutto in poco spazio. . le loro ripugnanze a proseguire. per misurare il tempo. questa era la terra. e ogni cosa segnava la sua ora al sole. è tutto un altro mondo. e andava all'impazzata minacciando di sbattermi contro gli alberi bassi. svegli. E che c osa sono ora queste cose? Parvenze labili d'un viaggio rapido. Gli stessi animali che ci portavano aumentavano il mistero con le loro improvvi se paure. Usciti al piano. come le mac chie d'un manto d'ermellino. il cavallo era stordito da quel chiasso. dove il torrente aveva invaso il campo.

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful