CORRADO ALVARO ITINERARIO ITALIANO L'ACQUA I miei avevano preparato tutto per lasciare la casa paterna e si può dire

che comi nciassero la loro vita comune e la famiglia con questa promessa. La casa stessa, ora che ci ripenso, era stata impiantata tutta con questo scopo, e c'era ogni c osa che sarebbe servita a un grande viaggio: due bauli con le robe sempre pronte , e poi cassoni, e cestoni; tutto quanto ricorda i viaggi, la facilità del carico; le serrature e le chiavi a posto. C'era anche una riserva di funi e di cinghie. Un giorno si ruppe il divano e fu buttato via; gli ultimi di noi che vennero al mondo non lo conobbero che di fama, e al suo posto entrò in casa un enorme baule verde e nero, alto come un armadio. Noi, l'uno dietro l'altro, ci davano il volo , guardando dove ci posassimo, sempre con l'idea di quel viaggio dei nostri vecc hi. Questi preparativi per una partenza tanto certa durarono quasi trent'anni. C redo che a un certo punto i miei non sapessero più che cosa volesse dire partire, se non un desiderio, e il piacere di figurarsi quel giorno. Tra le ragioni che e ssi mettevano a questa progettata partenza ve n'era una: "In paese non c'è l'acqua ; è una bella cosa l'acqua in casa". Dunque, il nostro paese pensava all'acqua da centinaia d'anni; ci pensavano i ra gazzi che si contendevano il dominio d'un rigagnolo fino a che si mettevano d'ac cordo a esplorarlo per tutta la sua lunghezza, notando le diverse increspature d ell'acqua, vedendovi in miniatura un paesaggio grandioso di gorghi, cascate, e i banchi di sabbia del fondo; anche le donne avevano il loro ruscello, dove attin gevano l'acqua per bere: esso saltava giù da una roccia a picco in una valle, la s i vedeva spuntare in alto, l'acqua, sulla pietra grigia, ed era un baleno, prima che cadesse col suo assiduo rumore che riempiva la valle. Ma l'estate era più dif ficile empire gli orci; il ruscello diventava un filo che scendeva per una canna forata in tutti i suoi nodi, e quando la siccità era grande colava un filo prezio so e faceva nella giara un interminabile e mai stanco discorso. All'odore delle piante marcite, della pietra muscosa, che faceva così profonda la primavera, succe deva l'estate quello dei mirti scaldati dal sole; e le voci dei ranocchi negli a cquitrini. In quel tempo si cercavano le altre fonti ai piedi delle montagne che sono tante , disposte a quinte per la valle, e lontane. Gente andava vagabonda qua e là, perc hé i luoghi delle sorgenti cambiano d'anno in anno. Sono quelli i tempi della sete improvvisa e inesauribile, e l'uomo è tutto un groviglio di radici assetate; tutt a la terra sospira all'acqua, la ricordano le grosse piante e i cardi d'un verde ramarro che hanno trovato una linfa sotterranea che li gonfia. Per tutta la con trada si scoprono le vestigia più antiche dell'acqua, come se anch'essa fosse un p opolo migrante; una vasca, un abbeveratoio, un condotto scavato nella pietra e i nverdito di vecchie ingrommature, o composto d'embrici messe assieme a canale e saldate con la creta. Vasche e abbeveratoi sono interrati, vi crescono migliaia di piccole piante di semi indistinti, perché dove fu l'acqua rimane sempre non so qual memoria, e il colore della terra, il folto di piante che vi accorrono da og ni parte tradiscono quell'antica presenza. Questa è l'archeologia dei paesi asseta ti. Talvolta si sente in una valle la presenza umida e calda di qualcuno fuggito , ed è ancora l'acqua. L'occhio di chi ha osservato queste cose le riconosce alla prima, e da lontano le scorge come le donne alla fonte. Mio padre si disfece della vigna e dell'orto che lo tenevano ancora legato alla terra, e così non aveva più niente a cui pensare, perché anche noi avevamo trovato mon do. Allora si mise a esplorare con diligenza la terra intorno, pensando sempre a ll'acqua, la più buona, la più fresca, la più pura. Oh! le soste ai piedi dei monti, quando tra mille rumori, brusii, vocalizzi, si sente quel fruscio che si confonde col chiacchierio del grillo, e non è; e il rumo re dei boschi nel brivido serale, quando il vento arriva, e fa come un'aerea cas cata. Di solito, per le fonti, qualcuno è passato prima di tutti, un viandante, un vetturale, un pastore, una donna, e hanno lasciato la loro traccia: questa mano ignota ha posto una foglia che serva da canale per l'acqua, in modo che la vena si raccolga e si getti ben distinta dalla terra: è una foglia d'oleandro, di cast agno, di noce, e l'acqua, con bella ubbidienza, si conforma alla foglia, vi ripe

te una immagine di foglia liquida sopra, e con le stesse increspature e le venat ure a raggiera. L'acqua vi acquista un sapor vegetale, un odore amaro, l'odore d ella foglia, come se questa si liberasse d'un'essenza. Noi figlioli, quando tornavamo, accompagnavamo talvolta queste esplorazioni. Spe sso ci seguiva un asino con gli orci pronti. Ma anche quando non ci andavamo per ché stavamo lontani, nella città dove c'è tanta acqua, io lo immaginavo mio padre. E s pesso, poi, m'è accaduto in montagna di cercare una sorgente. Ecco, rivedevo mio p adre che si chinava carponi per bere, come adorando la montagna enorme e umana; ecco le improvvise rotture di qualche argine, e l'acqua che invadeva i campi, ec co il rumore del mulino, ecco tra le piante del bosco la gente a cavallo che lev a e abbassa la testa per non battere contro i rami bassi, ecco la donna che fugg e davanti a un satiro che la insegue. Ma ecco, all'improvviso, presso una fonte che nessuno conosce, una donna seduta che aspetta di veder pieno il suo orcetto, e l'acqua vi scende frettolosa, che è una gioia ascoltarla. E i passi recenti sul terreno umido, attorno alla fonte, l'orma d'un piede nudo e d'un altro ferrato, e la voce, quella voce dell'acqua che non si ha cuore d'abbandonarla, col suo d iscorso che seguita tutta la notte, come qualcosa di perduto e d'inascoltato. Ec co, nel cavo della vasca formata in breve dall'acqua, il fondo sabbioso diggià tan to finemente lavorato e raccolto, profondo e opaco come il mare, traversato da p iccole correnti che descrivono labili continenti, e fanno danzare senza riposo i granelli più leggeri e lucenti. Queste cose le vedevo, le rivedo ancora. C'era la voce degli uccelli notturni che si appollaiavano, il vento che cessava di botto , si sentiva il vuoto e il silenzio della sua fuga, lo scalpiccio delle cavalcat ure che sembravano prossime, se non che il canto del mulattiere diceva che era l ontano lontano. E l'impressione di aver bevuto l'acqua spremuta dalla montagna, diventare una vena del mondo, una propaggine arborea, e il diventar madido come un vaso di creta, che si tornava indietro all'improvviso a fermarsi per ascoltar la e accostarvi ancora le labbra. Gli occhi vi si specchiavano profondi. Nell'ab itato le donne con gli orci madidi venivano da tutte le parti dove c'è acqua, madi de anche loro, e offrivano da bere a chi volesse. Era la religione dell'acqua. Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Ac qua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci st avano di fronte. Chi ci vuol riconoscere, ci guardi in viaggio se ci affacciamo al finestrino per osservare un getto d'acqua, un torrente, un rivo. L'acqua corr e, l'acqua è la vita. A mano a mano che non doveva più pensare ai figli già tutti lontani, uscì anche mia ma dre ad accompagnare il marito in queste esplorazioni. Ella era poco abituata a t rovarsi nei campi, e in trent'anni di matrimonio era stata sempre fra quattro mu ra, dove aveva finito col formarsi dei paesaggi nelle macchie del muro e nel mis tero cavernoso degli angoli, o nei giardini dei vasi di fiori. Mio padre tendeva l'orecchio per sentire la presenza dell'acqua, correva in punta di piedi, quasi , per sorprenderla. Concedeva alla donna di bere prima e si metteva dietro a lei come per aspettare il suo turno, allo stesso modo di chi aspetta la Comunione. Si sentiva l'odore delle radici profonde, quell'odore sotterraneo e caldo dove f econdano i semi e le piante. Erano come due ragazzi, e anche la sera, davanti al la batteria degli orci d'ogni forma, era la stessa cerimonia. "L'acqua è buona." A llora pensavano che quando sarebbero stati in città avrebbero avuto un rubinetto p er loro. Tutti, fra noi, pensavano all'acqua, e facevano i confronti fra quelle dei paesi visitati, quella di Napoli e quella di Roma. Quando noi partivamo per una nuova città, ci dicevano: "Troverete l'acqua buona". Ed ecco che un giorno il Governo ha fatto l'acquedotto anche al nostro paese. I miei ebbero l'acqua in casa, che bastava aprire il rubinetto per vederla bella c orrente e chiara, e tanto impetuosa che faceva mille bollicine nel bicchiere. Gl i orci non servirono più, e rotti fecero da vasi per fiori. Nessuno si ricordò più del rivo nella valle, né delle fonti solitarie, né delle avventure delle vene montane. I ragazzi sguazzavano coi pieducci rosa nella pozza dell'acqua in piazza; nessun o pensò più alla montagna, e la notte, quando il vento portava il rumore della casca ta del mulino e della segheria, non ci si ricordava più della sete. Nessuno più cercò le sorgenti, né le donne andarono più in fila indiana al rio, tremando se due occhi lucidi stavano appiattati dietro alla siepe. Da principio non potevano passare d

avanti alla fontana senza chinarsi a bere, come per non mandar perduta tanta gra zia di Dio. Ma l'acqua è tanta, e chi la può bere tutta? Poi si abituarono, ma disse ro ancora, per decantare il loro paese: "Abbiamo l'acqua". Quanto ai miei vecchi , non pensarono più, forse, a partire. I figli lontani vi tornano di rado, e tutto quel fuggire è stata una vana immaginazione. Qualcuno di noi che aspetta quel via ggio ha per detto: "Non abbiamo più tanta fretta, perché abbiamo l'acqua". La notte l'acqua si lamenta compressa nei tubi e vuole uscire. E pensare che noi abbiamo cercato mondo anche per l'acqua. VEDUTE DI ROMA I Si sta formando in Italia una capitale. Per chi vive a Roma da più di dieci anni, è un'emozione quotidiana vederla crescere e complicarsi, prodotto di cento fatti s ociali e psicologici, di cento spostamenti; è ormai a quel punto in cui basta ogni lieve suggestione per creare una moda, un rapido atteggiamento e un fuggevole a spetto, di quegli aspetti che avvertono come il tempo passa, e le idee cambiano e i costumi. Proprio questa impressione, d'una vita che corre, che ci logora, ch e c'invecchia da un giorno all'altro, proprio questo è il fascino delle città. Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita; e resta sempr e quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessu n aspetto di essa è familiare, e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutt i i suoi caratteri; essa ha una natura ricca e adorna, eppure somiglia a una ant inatura: campi e ville sono cose uscite dalla fantasia d'un artista, disposti in un ordine anche là dove sembra che la stessa vicenda degli anni e dei cataclismi storici l'abbiano disposti. Essa è già tutta in quella fantasia di Fontana di Trevi, dove la pietra imita l'albero, la roccia, la rovina, e l'acqua ubbidisce alla g eometria. Imparentandosi con l'arte tali elementi, ne è nata una natura sui generi s, un'antinatura. Non vi sono città del mondo dove la natura, e il bisogno di essa , che è cosa tutta italiana averla sempre presente, sia così vicina e urgente: alcuni alberi a Roma hanno una storia, sono venerati come monumenti, e i giornali ne riportano spesso gli acciacchi e gli accidenti, come di personaggi; una spalliera di rose d'una villa ha fama, di primavera, come un museo aperto per pochi giorni. Eppure non accade di consider are natura queste cose, che costituiscono un piacere simile a quello della lettu ra d'un testo antico, dove la natura è chiusa in un ordine rigoroso, che è piuttosto un simbolo e una composizione. È una città difficile, e anche se non suggerisce il pensiero di quante mai orme l'hanno calcata, basterebbero i suoi aspetti esterni ad avvertirvi che siete ospiti. Io me la ricordo venti anni fa, e allora era soltanto lo scheletro della città d'o ggi, la mummia rimasta dai secoli. Tutta la simulazione degli elementi diversi d ella natura, le grotte che diventano nicchie, le fontane che divengono boschi, i l continuo appello all'albero in quegli alberi impietriti che sono le colonne e gli obelischi, e l'acqua che sgorga da montagne di pietra squadrata, e il ritmo, la voce dell'acqua, e sul selciato turchino e duro l'ombra cavernosa di certe c hiese, erano tutte finzioni, e lo sono, della natura: sono natura esse stesse; m a vi si prova la nostalgia continua della vera natura. Il problema dell'architet tura di Roma era di seguitare in questa finzione di scenari. Come al re Mida in oro, qui le cose si trasformano in pietra. Più su di Roma, le città comunali e signo rili sono di dura pietra, la natura è scomparsa anche come ricordo, e la vita citt adina è tutta chiusa nei suoi ideali e nella sua intelligenza esatta; poche fontan e sciolgono la crudezza del sasso, la colonna si richiude nel portico; sono le c ittà politiche, della ragione e, dell'intelligenza esatta. Roma è altra cosa. È l'inte lligenza e la primitività italiane fermate fra due climi, due civiltà, due mondi, du e punti cardinali, settentrione e mezzogiorno. Il sud vi si è pietrificato come in un profondo strato geologico, il nord vi si libera dai geli. Qui si concretano per l'ultima volta i sogni e i gusti della civiltà mediterranea. Anche nell'Europa settentrionale, e in genere in tutte le grandi capitali moderne, la tendenza a introdurre la natura nella vita urbana è un segno caratteristico; ma quella è una na tura allo stato bruto, un ricordo druidico, dei boschi e delle foreste celtiche e germaniche. A Roma è una natura rielaborata, predisposta, umanizzata, di mille s

del San Pietro della Colonna Traiana. che le grosse famiglie dei mestieri più seri e fondati. era anche un mistero. con le sue prospettive sepolt e entro di sé. adatta la realtà nuova al suo colore. con quella luna. Ba stavano. e questa città ch e si è tanto odiata. Pareva una città di paccottiglia. E poi c'era il Corso. a Roma facevano sorridere di compassione. è divenuta una capitale. che faceva tutt'uno col selciato incomodo. superiori e implacabili : uno splendido scenario per i piaceri e le malattie privilegiati. un monumento rimesso in luc e. delle st ele e delle croci degli obelischi. per quanto con un compiacimento quasi babilonese. Roma riforma da sé i suoi scenari e i suoi aspetti. altr o che quella dei nobili. del San Paolo della Colonna Antonina. I pal azzi e i monumenti pel Cinquantenario dell'Unità ubbidivano in qualche modo a tale logica. è il nostro spettacolo quotidian o. infin e. Molte cose legano alla terra. nessuno si fidava di quello che vi si in traprendeva. come e quando. A tratti. ciò che è. osti e affittacamere. costituiscono certo un fatto decisivo. dove sulle pagine dei giornali satirici si acquistava una celebrità a buon mercato. assor bisse le peggiori merci d'Italia. che nella nostra giornata occupa appena lo spazio d'una rapida impressi one. a leggere i libri dei viaggiatori. il senso dell'arte italiana. in q uelle notti. le sommità dei monumenti tratti alla luce. stabiliscono un nuovo tema e un nuovo panorama. Una lunga domenica nella provincia italiana. e poi più tardi la Croce della torre capitolina. ma una cosa come questa. di cui siamo semplici spe ttatori. Ma chi non si ricorda come da tanti discutibili monumenti si levassero nel cielo di Roma le nuove app arizioni? Accanto a quelle della Madonna della colonna di piazza di Spagna. Vi si trovava poi una vita tutta esteriore e di comparsa. la città cominciò a spopolarsi. come il seme d'una pianta e la forma d'un frutto sono sepolti nella . Roma era tutta e soltanto in quello che mostra va. o quando le osterie cominciarono a chiudersi la domenica. quasi vaganti sui tetti. in quella luce. pur rimanendovi. Una strada nuova fra i vecchi quartieri. E tutto questo è finito. la domenica. anch'essi così netti. Per esempio. il feudalesimo provinciale trionfava a Roma. non ricordo come accadde che. e le inizi ative moderne. è una curiosa tirannia della nostra esistenza. ed era aspirazione e trionfo di ognuno ritro varsi nelle lunghe liste dei cronisti mondani. che in altre città dell'Italia settentrionale avevano acquistato im portanza e perfezione. il nostro stesso crescere. Ecco una delle più belle scenografie di Roma che ricompariva quasi per caso. niente per gli affa ri. C'era la dura moralità degli importati. una cer ta domenica. la città contava poco per il mondo dello spirito. Vivere a Roma e ra un privilegio. le quadrighe e i cavalli del Vittorian o. di cui il resto d'Italia non capiva niente. È un fatto che ha della natura: lo stesso che domandarsi quando e come il mare si è ritirato di q ualche metro da una spiaggia. Qualunque altra città di provincia aveva più consistenza di questa dove si finiva tanto facilmente a fare la macchiet ta di marciapiede. Era un grande pettegolezzo politico. e cred o che anche il commercio locale. il Garibaldi del Gianicolo. e per estr ema consolazione il sole e il cielo. dove erano tollerate le più ingenue stranezze del vestire. dell 'opportunismo più ostile. ad eccezione di qualche negozio di lusso. Mi sono domandato spesso. Perché non è soltanto il piccone o l'architetto a fare un a capitale. Bisognava vederla Roma quindici o venti anni fa. pei quali lo scopo dell'emigrazione è il den aro comunque acquistato. e at traverso quali contingenze è nato lo spirito e l'unità delle capitali. come la rappresentante della piattezza. ai quattro o cinque convegni annuali. alle corse. la logica della città prendeva il sopravvento. popolav ano di lunghe file di carrozzelle su e giù. le comparse al teatro. non esisteva intimità delle case. solo che si ubbidisca all a sua struttura. appena l'urbanistica diventava un po' più ambiziosa.ottili parentele con le cose dello spirito e le finzioni dell'arte. Vita sociale non esisteva. da sé ho detto. apparve la donna alata della quadriga del Palazzo di Giustizia. per la parata d'una vita sociale. cioè con la sua luce. Una vita dura. a cercare le vie dei campi e del mare. Dopo dieci anni ci si accorgeva di non avervi amici. un fatto da far epoca nella cronistoria di Roma. mob iliate di trespoli dozzinali e spiritati. Chi di politica non si occupasse era un disadatto. Di queste cose la stessa città s'impadronisce allo stesso modo d'un terr eno che uniforma alla sua natura la vegetazione.

di civiltà mo lto giovani. la città familiare si è d istaccata e allontanata. quasi che la chiarezza dell'aria. Meridionali. sembra che dica: Ora tocca a voi. Il socievole non è mai stato il forte di Roma: il suo carattere è la convivenza. a cominciare da quelli latini. Salta agli occhi. Quel tanto di trepido. le colonne. Quel tanto di vita socievole di certi quartieri a Roma è settentrionale. in autobus. dell e grandi piazze e delle belle strade. impongono lo stesso n itore delle città estive. c'è in tutti lo stesso senso di vita. di dovunque s i venga. Una certa solitudine è prop ria della Città. nel più schietto accento genovese. e apriva il panorama del mare di Liguria. infl uisce a suo modo sugli animi. anche se antichissima. e certi modi bruschi. e che malizioso piacere sia aver capito come questi du e termini che separarono per tanti anni l'Italia abbiano in effetti uno scarso v alore: sarà che abbiamo imparato a conoscerei. gli obelischi. è meridionale. più o meno ovattata. Arr ivano dalla provincia certe automobili che sembrano sirene e tritoni d'alluminio o di lacca. una è mutata in questi venti anni nell'aspetto de lle strade di Roma: un tempo le strade erano selciate dei selci romani e avevano colore di azzurro. lo stesso che in ogni altra metropoli moderna. Ed è anche meridionale. i settentrionali il l oro senso della vita stabilita e sociale. Il convegno di ta nta gente nuova a Roma nei nostri anni ha trapiantato alcune attitudini sociali. È strano dirl o per l'unica città vitale tra le grandi città antiche: il gusto dei ricevimenti che . incalcolabili a chiunque. la voce era alacre. che ricorda remotamente la provincia. settentrionali: veduti da Roma. il tatto. è fissa to per sempre. e in quella grande cerimonia della passeggiata che fece parlare tanto l' Ottocento. la stessa ambizione d'essere. un lusso che si preoccupa delle appa renze. e fatta per significare la pompa e il trionfo. si ricorderà d'una certa maliziosa e bonaria familiarità. mobile. ott imista e talvolta disadorno. anche quel tanto di estremamente lussuoso e visibilmente ricco. Meridionali e settentrionali hanno portato a Roma il loro paesaggio interiore. e basta con le confid enze.natura d'un albero. prende l'a spetto d'uno di quei frammenti antichi che si murano sulle facciate dei palazzi moderni. ma in una solitudine comune. e in cui un capriccio degli anni poteva aggiungere qualche cosa. Ciò che è stare insieme. una novità di agglomerati umani. che sono nell'anima della città. la gente più diversa è venuta ad abitarci. si fa presto a prendere l'abitudine di villa Borghese. il campo dell'osteria fu ori di porta è diventato un quartiere. L'asfalto al posto del vecchio lastricato ha contribuito a segnare una nuova epoca dell'aspetto di Roma. avventuroso. e più o meno acre. lo stesso piacere di co mparire. II Quando comincia la grande stagione del sole. Chi conosce certe descrizioni della socievolezza r omana dell'Ottocento. e il gran discorrere delle "relazioni" del tale o della tale. venti anni hanno scavato una distanza di secoli. Roma vive per poco tempo una vita a ssociata. il sole. ed è questo il nuovo aspetto di Roma. se si deve credere anc he a certi scrittori di salire. Per esempio. pe r contrasto. a rivederlo a distanza di tempo. che era sempre apparso pro vvisorio. Meri dionali? Settentrionali? Ricordo il giorno che per la prima volta da quando sono a Roma. un'atmosfera amorosa c he fu sempre di Roma. sentii parlare di affari e di cifre. e quella prov incia nostalgica propria delle grandi città. i meridionali il loro bisogno di espansione e di avventura. scenografica com'è. la veduta nuova d'un monumento liberato mi fac eva là per là rimpiangere lo scenario scomparso. Ma non ne ha altrimenti & gusto né il bisogno. la luce. il mondo di ieri sull'asfalto lucido diventa più remoto. la sua forma le grandi manifestazioni pubbliche. noi avevamo una certa intimità con la Barcaccia o il Tritone. crescono le fontane. mi accorgevo che ne risultava una nuova scena quasi naturale. i campanili. formata dai mille el ementi. tut ta grandiosamente esteriore. non s'immagina come ce rti limiti si confondano. Non si cresce di seicentomila persone in vent'anni senza che una città lo lasci ve dere. e l'apparizione in fiocchi delle d onne: tutti caratteri che sono propri delle città di nuova formazione. al confronto della vecchiaia e no biltà di Roma. Ma fra le tante cose. su questo nero si levano gli edifici giall i e rosa. sono due mondi diversi. il fondo della strada è oggi di asfalto nero lucido. la duttilità. In vent'anni s'è veduta la città crescere del doppio. I grandi convegni sono quelli delle belle giornate. La quale. Venti anni fa. la stessa qualità di assalto alla fortuna e all'avvenire. del Pincio. Lo scenario romano.

o la piazzetta dove cresce l'erba a San Giovanni e Paolo.si è diffuso ultimamente a Roma. e chissà come sono diafani gli angeli ambigui sul Ponte Sant'Angelo. mi pare i l vero fermento della vita dei nostri giorni. meno affettuosa. nel cielo serale di panno azzurro. Capivo così l'i solamento degli alberi e degli uomini. dove sui frontoni delle chiese un angelo aspetta da secoli il suo compagno di s immetria dall'altro lato . Guardando le ore sull'orologio della piaz za. Dal mio letto sentivo nascere il giorno. al tempo del mio primo arrivo. e il frontone dell'Acqua Paola. Credo di aver capito la causa che isola qui tanto le persone e per cui Roma cono scerà forse sempre pochissimi ritrovi pubblici e una certa sterilità di contatti uma ni. vedevo il Santo della Colonna Antonina quasi vagante sui tetti. mentre la parte inferiore scura e nell'ombra ricor da la cava originaria. potevo leggere le ore all'orologio di Pi azza Colonna. e incarn arsi in qualche cosa che vincesse il tempo. E queste cose mi davano l'idea d'una vi ta chiusa nella memoria. questo voler essere. La finestra della mia stanza era inv asa la notte da quelle lampade. Più tardi. col . e la cima della colonna. Aver fatto di Roma un paese fissato. III Dalla mia finestra volta a mezzogiorno. nelle abitudini de lle persone. Questi sono gli aspetti che accompagnano chi vive da molt i anni a Roma. meno nostalgica. da me stesso. significa aver dato il segnale a una nuova vita. questa specie di tabula rasa che si vede in giro. a quelle invernali quando la tramontana riprende a scialbare i tìmpani delle chiese. sembra di vivere tra le pagine d'una rivista di m ode o nella scena d'un film. come altrettanti convegni in una città incompiuta e perciò familiare. in appartamen ti anche troppo inappuntabili. la tradizione. somigliava a una grande sala. riducendo il tra vertino a un bianco d'avorio. in un modo d'ess ere. di pensare. la luce si diffondeva dentro come d'un giorno so speso in una lunga incertezza. le meglio capaci di irraggiare e fecondare la vita. allontanato e isolato in qualche modo dalla intimità degli uomini. da quelle estive quando la troppa luce scava come vecchi c ranii le facciate delle cattedrali. e non sapevo che cosa volessi. sono le qualità più preziose del mondo. che mi piaceva come una grotta d'un a natura artificiale. voler apparire. Qualche volta mi sorprendevo a dirmi : "Io voglio. la personalità. svegliandomi di buon'ora vedevo tra le persiane chiuse spuntare l'alba. dimenticanze. dove il sole si accuccia tutto il giorno suscitando il vecchio tepore dei mattoni del campanile. specia lmente la notte quando la luce delle lampade ingrandiva l'ombra dei cornicioni d egli edifizi smisuratamente. di vivere. penetrata a mia insaputa e quasi confusa col riflesso delle lampade not turne impallidite dalla veglia. e sarebbe il sentimento degli aspetti e delle ore di Roma che formano un pae saggio interiore dell'uomo. Andiamo a veder e il giallo lunare di villa Medici nel verde cupo del parco. sentivo che il mio cuore voleva uscire quasi da una prigione. è un grandioso f enomeno che a un certo punto dovrà pure tradursi in termini suoi. Via Sistina. Non ho rimpianti per le vecchie cose se non a tempo e a luogo. formando uno di quegli aspetti tanto frequenti a Roma. si adagiava presso di me come accanto a un malat o: era una luce cinerea quale a volte copre Roma a chi la guardi dall'alto. nei limiti delle grandi strade nu ove. quando ebbi dormito i primi lunghi sonni romani. e la fontana con la sua grotta. Tutto mi pareva uno spazio deserto. e una piazza a una sala. è d'una modernità anche troppo spinta. negligenze. meno contemplativa. io voglio". ma pieno di fatti già accaduti. Co nosco le ore di Roma. È questo il punto del distacco da un'epoca. a costo di strafare. e illuminava ogni dettaglio delle facciate settecen tesche con le loro decorazioni. Sorprendevo la luce immobile nella mia stanza. la natura di Roma. in cui l'esterno ha la stessa architettura di un interno. il carattere . da un passato. Spogliarsi di tutto e accettare le novità più cro ccanti.una città con mille trascuratezze nella sua costruzione . i quali rinascevano intorno ad esse con la tenacia delle piante. Certo. le più vive. raschiature. compiuta e indifferente a tutti i pensieri e le passion i degli uomini. è proprio un segno d'oggi. indica una capacità di rinnovarsi. definito. sul Gianicolo. in cui esso si appaga e si confonde. come quelle del tessitore persiano che non fa mai perfetti i suoi tappeti per non lasciarvi dentro imprigionata l'anima sua. e una sala somi glia a una piazza.

i mariti . e tutti con un'espressione freddolosa. improvvisamente la città dive ntava misteriosa d'un mistero frivolo: i fiori dei fiorai acquistavano per contr asto semplicità e innocenza. si affacciavano sulla strada come t emendo di non arrivare a partecipare in tempo a una rappresentazione. molto imbellettate. le donne. La notte. È uno dei più antichi di Roma. le invettive pronte e sveglie. Poi. La voce della strada si levava a mano a mano più sicura. Si vedevano calare i cestini dagli ultimi piani per la posta e per ù carretto delle v erdure. i figli. L'aria diventava fatua. A notte alta. e divenne comune il fracasso delle automobili che stentavano ad avviarsi. Si tornava a casa stanchi. poi un'altra e un'altra. mezzo apparecchiate. E quest'ora pareva la memoria della Roma d'un secolo prima. i tradimenti compi uti. i benefizi sfumati. si fondarono i primi negozi di mode. Dalle finestre di fronte alla mia. quasi che stare in quell'ambiente. quando la città acquistava un colore elegiaco. un'illusione perduta. le canzoni di moda. passavano. degli abbattimenti. che ridavano alla città l'aspetto di certe piccole città antiche e piene di chie se. di pensare profondamente e di poter agire facilmente l'indomani. in carrozze e automobili. la boria di quelle donne che vi salivano o ne scendevano pomposamente faceva di quella strada un asilo di su perbie senza ragione. come se la città intera non riuscisse a riprendere il suo chiasso diurno. Di botto queste cose cessavan o. invadeva la mia strada una folla di donne che avevano l'aria d'essersi levate allora dal letto. colore d'oro vecchio. le prom esse non mantenute. IV Rione Ponte è un quartiere di Roma. i vestiti che al sole mostravano il lucido della vecch iaia e la dignità di chi li indossava. non si sapeva che festa notturna preparasse. col su o tono uggioso e quasi direi umido. era pe rcorsa da una speranza di non si sa che giorni. d'inverno. in cui sembra che la gente non abbia altra occupazione che rispondere alla c ampanella delle preghiere. in quel sole. seno nché il ricordo di paese persisteva con la voce dell'ombrellaio. fu sempre popolato anche . saliva dal Corso u n odore di stalla. descritti da voci sonore. e i vecchi abitatori vi stavano come gente annidata che qualcuno tentasse di sloggia re. il sole splendeva sui belletti e sulle occhiaie tinte di azzurro e lustre . Luccicavano le macchine. A mano a mano che passavano gli anni. Quella è pure l'ora dei poveri vecchi. gli amori della gente e fin della più povera e disadorna. sentendo che il tempo era passato. passava di là tutta Roma accorsa dai quartieri più lontani. la strada risuonava come una chiesa o una sala deserta: si sen tivano le voci di coloro che nelle notti chiare andavano fino ai cancelli del Pi ncio per vedere Roma notturna dall'alto e le linee oscure dei cornicioni dei pal azzi che si rivelavano come i suoi temi nudi disegnati in una specie di spolveri o sospeso sulla città che giaceva in basso. le mogli. era finito un giorn o. degli storpi e dei nani. Poco prima di mezzogiorno. delle folli speranze. la cenere de l tramonto copriva tutto come se un cataclisma si fosse scatenato. vestita come veste la gente devota in tutti i paesi. Veniva fuori un'umanità speciale. e la sua insegna è il Ponte Sant'Angelo con le d ue statue di Pietro e Paolo. le sale da tè. e non si faceva in tempo a pensarvi che era un'ombra . fosse privilegio tutto personale e privato. La strada vecchiotta si popolava di gente modesta che andava a scaldarsi al s ole del Pincio. e infelici. e così io conobbi i litigi sulla letteratura e sull'ar te. Sul pr incipio mi levavo per sorprendere la strada in quell'ora. al pri mo squillo del tranvai. a Roma. Poi la strada mutò. le illusioni perdute. La strada dove abitavo allora era una specie di paese: ci conosc evamo quasi tutti. donne col velo. fino all'ora in cui d'incanto si faceva deserta. come se invecchiasse. la città si svegliava. Io aspettavo le sei di sera.colore di strade molto calpestate e di pietra sbiancata dal vento e dal sole. l'aria s'impregnava del profumo di quei cosmetici. le vetture andavano a sghimbescio e vuote. col cartoccio della spesa. al modo d'una girandola. la città si raggrinz iva nella prima sera. Nella notte risu onavano le voci di costoro. e tutti avevamo abitudini familiari. nelle be lle giornate. Erano quelle le ore delle allegrie i mprovvise. per sone vestite da sera. in quella luce. e i contrattempi. Nei giorni delle cerimonie in Vaticano. con le loro scarpe pazienti. scialli e veli ne ri. una vo ce si aggiungeva a quel coro. A un tratto udivo la campanella di qualche chiesa. appariva gente vestita bene. degl'incontri. dà l'impressione d'essere molto i ntelligenti.

d' un cetaceo. fino a Parione e Piazza Navona. ha pure una sguaiatezza che ritroverete nel fondo ai Berlino o di Parigi: ho notato che un certo rictus della bocca stor ta nella parlata di gente infima è comune in quattro o cinque capitali del mondo. gli ultimi trent'anni tra Porta Pinciana e i Quartieri Sebastiani. i primi anni dell'Unità nei quartieri di tipo piemontese di via XX Settemb re. come la sabbia d'un deserto. che del Rinasciment o porta ancora il nome. quello che eresse in onore della bella Porzia la V illa Farnesina. Comunque. È il ventre della città. È una reputazione di gente f acile. e questo quartiere. Come tutte le capitali. la polvere di Roma. con uno spirito realistico fino a l crudo (che è il lato migliore di quest'immagine) quale negli ultimi anni hanno d iffuso in tutta Italia tre o quattro giornali umoristici di mentalità prettamente romana e che ha acquistato cittadinanza in tutta la Penisola. come in quei quadri. è un rione da Caravaggio. Poi i palazzi e i palazzetti furono soverchiati dalla vita popolare. parassita e alquanto cinica. vi si trovavano le banche. rispunta come a ritrovarlo in uno scavo.quando Roma cadente si ridusse a ventimila abitanti. il gran "picaro" della pittu ra italiana. schierato lungo il Tevere e più basso dell'argine del fium e. dalle sue rovine ch e è una droga di Roma. Banchi Vecchi. avventurosa come tutte le capitali della terra. Varrebbe la pena di assodare come sia nata l'immagine che circola comunemente sul romano d'oggi. Non soltanto nell'aspetto. e si stende oltre. le cortig iane. ma negli atteggiamenti del la vita. È curioso che propri o questo umorismo romano sia divenuto universalmente italiano. essendo un grandioso scenario che le ha vi ste tutte. e di qua fino a Trastevere. Il suo aspet to è fatto per le esaltazioni improvvise e i disinganni atroci. e poi di Prati e di Corso Vittorio. Il Rinascim ento era crollato come crolla un impero. di traffico. parve coprirsi della stessa patina che rende tristi e bui i quadri del Seicen to. festaiola. il modulo d'un carattere fermo. Spesso nella densità del popolo italiano si sente la presenza d'un secolo: a Roma si sente il Settecento tra via Sistina e Trinità dei Monti. caratteristico di Roma. si sentì od ore di porti. e perciò s pesso fatale a chi si fida delle apparenze. polvere di morte e polline di fecondazione. i letterati. il maggior finanziere del Rinascimento. È una delle tante sorprese e varietà del popolo italiano. è città che ha u na sua maleducazione e una sua volgarità. Al Rione Ponte è ancora un colore di s ubito dopo il Rinascimento. È vero che tale carattere bisognerà cercarlo in tre o quattro rioni e starvi molto vicino per non prendere abbagli. Questo è specifico di og ni grande capitale. Dico popolare e non di importazione. Nel Cinquecento fece parte del centro di Roma. Bisogna distinguere tra Roma e Roma. lo si ritrova anche in certi tipi dei film americani. di avventure. da noi come altrove: sono de . spirante. poca intimità. i banchieri. Così il Rione Ponte. Roma. Qui è come se il Tevere in una sua crescita avesse lasciato il suo limo che ridiviene polvere al sole e alla tramontana. una folla mai prima entrata nell'arte sbucò da ogni parte e animò con la sua presenza greve e popolana le raffigurazioni stesse dove prima era stata una schiera di cavalieri simili a eroi e di donne simili a dee. così mordente e acre nei giorni as ciutti di tramontana. è il colore d'una vita popolare la cui fama è troppo sciatta al confronto. il suo lastricato è il deserto di tutte le capitali. Roma è un potentissimo reagente. Si s a che gl'importati sono dappertutto gli stessi. il primo Ottocento nel Corso. come dice il Novellino antico. l'Aretino e il Caro. Si sentono a Roma le diverse epoche di immigrazione: i nuclei formatisi sotto diverse spinte e di rezioni conservano caratteri che si direbbero prognatici. Io porto spesso al Rione Ponte i forestieri che mi chiedono qualcos a di inedito a Roma. non avremo toccato i l fondo del carattere popolare romano. Vi abitarono Raffaello e il Celimi. Ho una profonda venerazione pei caratteri popolari. Allora. Le persone sono ancora sdegnose. Ma quando avremo detto queste e cento altre cose verissime. La pit tura del Seicento si riempì di popolo coi panni della fatica quotidiana. come il ventre d'un grosso animale. E ha naturalmente. grandi e popol ari. La stessa folla invase i quartieri di c erte città italiane di dove avevano sgomberato i cavalieri. e alle sue strade sono rimasti i nomi di Banchi Nuovi. È l'humus di Roma. originale. Arco dei Banchi. Vi tenne il suo banco Agostino Chigi. luogo di convegno di genti che qui inseguono la fortuna.

vita e morte. Vorrei dire ancora delle grida e delle voci di questo quartiere. anzi con una certa comprensione delle debolezze umane. di vedere una turba di ragazzi che. tutte. La ragazza da allora filò ben dritta. L'intero quartiere sottoscrisse per fargl i un bel funerale e non mandarlo via come un abbandonato. si presentavano in corteo sghignazzante sulla soglia di certe botteghe dove pure la padrona e il padrone sono tali da tenere in riguardo i giovani più intrap rendenti e maneschi del rione.positali di vecchi segreti. riappare. e con una calma enorme. come in un paese. tutte le donne del vicolo furono alla finestr a simultaneamente. S'in travedeva attraverso le finestre aperte una cura meticolosa e un povero lusso in torno al letto maritale. le disse papale papale di badare ai fatti suoi se non ne voleva b uscare. e puntando. per molti mesi. Sovrattutto i dolori. La donna insolentita passò superba senza alzare il capo. o il suo maschietto. Qui. Una scena fu d'una donna che affrontò per istrada una ragazza che le occhieggi ava il marito. ricambiò il più rovent e di quegli improperii. generosa. Levò la t esta soltanto quando fu sotto l'Arco dei Banchi. non accaddero fatti del gene re. dell'infanzia. che ha chiuso con pezzi di carta i vetri rotti di un'altana del Rina scimento. Non so come e dietro quale avvertimento. sono fatti d'un vecchio costume e d'una vecchia moralità. e poi d'un romano. non accadde nulla. e così il suo uomo. e la guarda ancora come una creatura. e la donna pesante e traba llante vi fa accomodare la sua ragazzina. inveirono contro di lei. i bottegai più brutali s borsarono di belle somme. "Gente di cuore". che risponde all'ariostesco "pe r un buon giorno non temo un mal mese". l'amore dei ragazzi che diventa tirannia. conosco le voci delle sue ore che sono diverse da quelle della Roma settecentesca dove prima abitavo standoci come in un libro di Stendhal o di D'Annunzio. E non è da dire che foss e ambiguo il significato di quei gran corni. Morì in questo quar tiere l'anno scorso un povero giovane. senza dire una parola sotto quella frana di vituperii. Bisognava sentire il tono di quell'i nvettiva pubblica. venivo a sapere tutto di tutto il quartiere . fatto d i cui un moderno difficilmente si rende conto. soltanto a Roma succed e che voi cediate il posto a una donna in un tranvai. Poi. a entrare in un nego zio. Senza volerlo. e la accompagnava un uomo. franca e precisa. il culto della giovinezza. È come l'acqua che punta. spesso infiorata. Niente. della bellezza. di vedere una popolana con un foglietto raccogliere i soldarelli di chi vuo le sottoscrivere per evenienze simili. la prima notte che vi dormii accadde un fatto di sangue: una donna ferì l'amante. due o tre volte l'anno con un altarino parato. insom ma. dilaga dove meno si aspetta. Credevo questa imma gine dimenticata da una Roma per cartolina. Si capiva dalle grida che la pas sante doveva aver destato più d'una preoccupazione nel cuore di quelle donne. e mi accorsi poi che son rari quelli che vi passano senza scoprirsi. sempre con una lampada. Sono sentimenti tanto profondi e antichi da parere indecifrabili. Non si può mai misurare come reagisce l'animo d'un popolano. Ho ritrovato così il senso di molte immagini sacre negli angoli bui e tristi delle città. come in una scena di teatro. e poi d'un italiano. E in questo quartiere che s'è divisi i vecchi palazzi e li ha ridott i a sé. Accade spesso. La serva d i un ultimo piano custodì gelosamente una pianticella che colui aveva curato in un vaso. un giorno di carnevale. direi che non muta più presto di quanto non muti un paesaggio. si capisce che cosa significhi tale frase. e una costante osservazione di essi rivela fatti e a ttitudini antichi e che servono a spiegare le nazioni. del coraggio e della forza. significa a Roma gente di coraggio e insieme umana. dolori e gioie. Perciò di notte non si prova nessuna preoccupazio ne a traversare l'Arco. e la gio ia d'un'ora di semplice ghiottoneria o di festa. Le sue vie sono misteri ose. Sotto l'Arco c'è una Madonna. Mi accorsi di essere entrato in un vero mon do. la lunga nenia . ne andava dell'onore di tutto il quartiere. scompare. sfiorati da qualcuno di quegli individui misteriosi che fanno la posta sulla strada con un fischio lungo sordo e notturno. Il popolo è lento a muovers i. Con tutta questa violenza del sangue. Ma un'altra scena fu strepitosa. che sciorina la biancheria grondante su un portale elegante come una pagin a del Caro. il dito verso la donna che passava. Da qualche anno sono abituato al Rione Ponte. Passava per un vicolo una donna matura e molto bella a modo suo: portava un ragazzo per mano. issando certe grandi corna bovine e caprine su un bast one. senza v eleno. mi stupì.

degli stracciaroli, e le frasi con cui si raccomandano dai carretti le frutta e gli ortaggi: "Neppure il colore mi pagate", oppure, alla gente che passa senza f ermarsi: "Che fessi che siete"; e il giornalaio che certe mattine strilla il suo foglio e sveglia tutti all'alba perché c'è una notizia che riguarda esclusivamente il Rione Ponte. V Siccome era domenica, erano salite anche certe ragazze a visitare la stanza del Tasso nel convento di Sant'Onofrio, la stanza dove morì il Poeta, aperta a tutti i l 25 aprile, e vi si tiene una conferenza, e due guardie in alta uniforme vigila no dandosi il turno per fare una fumatina in un angolo. Erano ragazze del popolo , in pantofole, che si tenevano per mano, e ridevano curiose come ridono le mode lle che entrano per la prima volta nello studio dei pittori. Esse non sapevano null'altro che di trovarsi nella stanza di un grand'uomo, e pa reva che costui fosse vivo, e fosse uscito, e loro ne profittassero per rovistar e fra le sue cose. Si specchiarono ad una per volta nello specchio del Poeta, un vetro nero in una cornice tonda di noce, e si sorrisero là dentro. Lo specchio fa ceva pallidi, vi si vedeva il bianco degli occhi e dei denti come in un'acqua os cura stagnante. Qua specchiò il Tasso il suo inguaribile pallore. Nessuna di quest e ragazze esitò nel guardarvisi dentro, e dopo un poco la guardia si curvò con loro specchiando il suo pennacchio. Là presso, il Crocifisso di legno è dello stesso colo re della maschera del Poeta ricavata sul suo letto di morte, quel suo viso d'uom o sfortunato, destinato a non aver pietà mai, se non oggi, in questa sua stanza pi ena d'un silenzio secolare, dove è difficile parlare ad alta voce, e dove l'eco de lla sua voce è sospesa nell'aria come una nota che risuona alta nel sonno. Aveva l a fronte liscia, infantile, come si vede in alcuni uomini che hanno penato, dove è addensata tutta la loro innocenza di fronte al destino. Piccoli occhi a mandorl a, annebbiati dalla creta mortuaria. Il viso cancellato dalla rassegnazione e da lla "malinconia" con i lineamenti chiari e indifferenti. Nient'altro di espressi vo che la bocca grande, carnosa, che si adattò a chiedere tutta la vita. È il ritrat to della tristezza e della solitudine. È difficile vedere una immagine d'uomo che serbi con maggior tenacia i lineamenti infantili. La stanza del Tasso dà per due balconi su un giardinetto, e sulla vicina salita di Sant'Onofrio dove le donne vivono coi ragazzi sulla strada, e i muri quest'anno sono coperti di scritte inneggiami a una certa Marcella che deve essere il rich iamo di questa primavera. Dalle due finestre si vede il Borgo; la Cupola di Mich elangelo è vicina, tra le case e gli alberi non si scorge il timpano della basilic a, né il piano su cui è eretta: azzurra e aerea collina fra questi colli. Si vede il Campidoglio appena velato dal bianco del monumento a Re Vittorio. Di qua la cit tà dovè apparire al Poeta come appare ancor oggi, grigia e silenziosa, come una città di scavo. Di qua egli sospirò la sua corona. La stanza è quadrata, con una mano di calcina ai muri, nuda, chiara, e la luce v'è c ome un'onda immobile di oblio. Forse erano come questi i mattoni di cotto sull'i mpiantito, e i riquadri azzurri fra i travicelli, e il piccolo chiostro con la M adonna leonardesca in fondo. Vecchie corone d'alloro appassiscono eternamente su i muri del chiostro. Una corona di alloro sul capo della immagine del Poeta si d isfa come una treccia. Eppure qui sorride la nostra adolescenza, il nostro viso di allora liscio e imbe rbe si affaccia nello specchio nero del Poeta. Ad essa sorrisero prime, lecite e santificate, le bellezze di Clorinda e di Erminia, e quella tizianesca di Sofro nia. Ritroviamo queste illusioni e queste prime creature che amammo, in questa s tanza su cui passò la tempesta, cresciute con noi, invecchiate con noi. Eccolo, da poeta ispirato che era, in cappa e spada, Pro fide, ai suoi anni amari, come un sogno che l'esperienza ha sfatato e legato. "Sono quasi scacciato dal seno della Chiesa." È una giornata oscura e piena di nubi volanti. Pure un chiarore diffuso e traspare nte invade immobile la stanza. Ci ritroviamo qui come in una sua ottava. Una cop pa nera, di creta, è presso lo specchio, anche essa come contenesse un'acqua stagn ante nella sua cavità lucida. "Negare una tazza d'argento a me" diceva "che n'ho t anto bisogno e tanta voglia?" Non ha lasciato altro, insieme con qualche brandel lo di stoffa. In guerra, nei bagagli dei nostri compagni morti, non si trovavano

che cose come queste da restituire. Le due stanze che precedono questa dimora, furono adattate a un museo di manoscr itti e di opere del Poeta. In capo alle scale è stato posto da poco un frammento d i affresco rappresentante il Poeta in piedi, leggero e incantato, agile come una spada, con un foglio tra le mani, come forse sognò di essere. Le due stanze del m useo sono della stessa forma della sua stanza. Sulle pareti una simbolica fiamma è stampata tutt'intorno fra corone stampate, e una vetrina fa da zoccolo alle par eti. Qui sono i suoi libri e i suoi manoscritti. Un quaderno su un tavolo si cop re lentamente di firme. Non più di cento pagine dal 1923, e l'ultima firma è quella del brigadiere oggi di servizio. Piacevano, al Tasso, le pagine ben tracciate, ben squadrate, nitide, ampie, marg inate. Qui si manifesta con una tenacia dolorosa il suo amor della gloria, di qu esta passione antica che si manifestò in lui magnificamente. Aveva caratteri nitid i, agili, magri, come doveva esser lui a vederlo, tracciati col compiacimento, l a cura, l'ordine d'un buon allievo della gloria. Le pagine autografe della Gerus alemme hanno un aspetto di esercito in marcia, ariose con un po' di pompa, e sul le ordinate file degli n e degli r, sulle panciute a ed e svettano l alte come l e lance dell'esercito di Goffredo, le s lunghe e snodate come gli sciabolatori d i Argante, le t tagliate alte come bandierine di squadra e le p poggiano su un l ungo svolazzo come se galoppassero su una lunga scia di polvere. Tutti quei gran e grandi che si trovano nella Gerusalemme, e ve ne sono tanti, s ono pomposi e panciuti, e uno stesso impeto assiste l'ottava in riga dalla prima all'ultima pagina. Come tutti i poeti, vedeva il suo libro, nell'atto di scrive rlo, già stampato. Si lamentava delle cattive edizioni che gli amareggiavano l'ama ra vita. Se le faceva per suo conto nell'atto di scrivere. V'è un suo frontespizio dell'Aminta che sembra quello d'una edizione aldina, col nome in maiuscoletto, l'iscrizione disposta a epigrafe, e perfino un disegno d'impresa editoriale, fat to a penna rozzamente, con un senso di decorazione popolare che era poi il fondo del suo animo; e sotto: Ferrara XXIII - novembre - 1577. L'angoscia colpì più tardi la sua ferma mano. "Il maggior di tutti gli altri mali" s criveva, "e 'l più spiacevole mi par la frenesia; perché sempre son perturbato da pe nsieri noiosi e da molte immaginazioni e da molti fantasmi." La calligrafia divien larga, ritorta, con una volontà di grandezza che la sua pove ra penna smarrita ricerca tra geroglifici disorientati, ripentimenti, vergogne. Vagano qua e là come alfieri in un esercito in rotta le sue iniziali alte e sicure . Una pausa, e con la mano dei ricordi traccia il principio del sonetto: "Deh, n uvoletta in cui mi apparve amore". Ambizioni, assalti vani, improvvise speranze: "Mi fu predetto che quest'anno nel quale finirei il quadragesimo secondo avrei molti beni e molte grazie dai principi". Vede i beni piovere attorno a lui, ma g irano vorticosamente e come ridendo attorno ai suoi occhi, principi, stampatori, amici. Il suo morbus imaginatus gli impediva ogni contatto, e nell'atto stesso in cui un "gentiluomo par suo" si drizzava in piedi, la sua bocca chiedeva pietà: "Le sarei più obbligato (alla duchessa Eleonora) se mi donasse un rubino ed una pe rla legata in oro; perché se avvenisse mai ch'io dovessi prender moglie non mi man cherebbe con la sua grazia anella da sposarla". Una grande corona d'alloro della Città di Roma, fresca e cupa, è ai piedi del monume nto del Poeta nella chiesa. Egli è là, alto, ispirato, vestito di gala, con una pesa nte spada accanto. Nel chiostro al pianterreno, dove egli camminò cadente, presso il cancello di ferro, un uomo si guarda intorno. Il campanello suona a strappi n el corridoio. Una mano tende fra le sbarre del cancello una scodella di latta. L 'uomo si guarda attorno compassionevole, mangia vergognoso. VI La prima cosa che si vedeva affacciandosi alla finestra, era un pezzo della facc iata di San Pietro, e precisamente un campanile laterale, ma non come si vede co munemente, ma diventato enorme, al modo che accade affacciandosi una mattina da una finestra in alta montagna, e la montagna che era una linea lontana sull'oriz zonte si presenta vicina come veduta attraverso una lente d'ingrandimento. Tutta quella parte della basilica si presentava coi suoi cornicioni, finestroni, con uno strano senso di vuoto e di deserto, come accade spesso a guardare l'architet tura di vaste proporzioni, specialmente a Roma, dove tutto ricorda il lavoro del

la fabbrica, quasi che l'uomo col berrettino di carta e il secchio della calce p er chiudere le commessure della pietra enorme, fosse andato via da poco. Questo accade, forse, per via delle molte superfici lisce. Sotto la finestra da cui ci eravamo affacciati, si vedeva una corte interna, le finestre dell'edificio di fr onte, più basso, orlate di pietra; e nessuna voce; un silenzio che faceva pensare subito all'assenza delle donne e dei ragazzi, un silenzio estatico da uomini sol itari. E sotto c'era un orto, prospero, lucido di cavoli, di cipolle, di insalat a, con certi fiori semplici e senza odore, orto da convento, dove il mondo veget ale è anch'esso denso e polputo, e una rosa che si sfogli a pie' d'un muro ricorda il sangue rappreso. Si mise a suonare una di quelle campane di San Pietro, vicina come quell'archite ttura, e coprì tutto come l'onda di un oceano, facendo forza contro i muri, corren do per le sale dell'appartamento in cui ci trovavamo, impetuosa come il vento, e quasi che noi ci trovassimo in un elemento nuovo, quello in cui volano i piccio ni sotto la scossa delle campane dai cornicioni alti; sotto questo colpo parevan o allentarsi le serrature e i cardini, spalancarsi le porte: allora i mobili del l'appartamento presero un aspetto fedele e giubilante, i quadri religiosi, i tav oli dorati, le immagini dei santi, i libri, la poltrona dorata su una predella, che era il tronetto del Cardinale. Ci trovavamo nell'appartamento d'un Cardinale di Santa Romana Chiesa alle sette del mattino. Avevamo ancora nella mente l'ingresso al palazzo, coi preti che sbucavano fuori e si radunavano come gente in costume d'altri tempi, e i ciclisti che andavano a l lavoro tagliando la piazza in pendio e il binario lucido del tranvai, e il rum ore freddo delle fontane; e poi la porta dell'appartamento nel chiostro, col nom e inciso su una targhetta d'ottone come su una porta borghese; poi il cameriere in sparato bianco e giacca nera, e le voci tranquille e sommesse di saluto nell' ingresso dominato da un'immagine della Madonna, il cameriere faceva sovente una smorfia nervosa, e pareva che ammiccasse storcendo gli occhi e il viso, ciò che si mescolò poi a tutte le impressioni della mattinata, come se fosse uno spiritello innocuo e tenuto in dominio. Fra quel mobilio solenne e modesto nel medesimo tem po, in cui predominava lo stile del Settecento come l'ultimo cui si sia fermata l'immagine della solennità e della maestà, al limite dei secoli coi pantaloni lunghi e il cappello a cencio, dei mobili senz'oro e familiari, disadorni e intimi, de l grande avvento borghese, entrò il Cardinale vestito di porpora. Ho veduto anch'io qualche mattina giubilante, e questa fu una; come se il mondo si fosse scordato di tante cose inutili e cattive. E se ci penso, tutte le matti ne giubilanti sono state quelle d'un rito, anche se il rito fu soltanto di indos sare un abito nuovo da ragazzo in un mattino di festa, o di essersi sentito augu rare, ancora non bene sveglio, a dieci o dodici anni, "cento di questi giorni" a ll'alba d'un compleanno, dalla voce improvvisa del padre. Ancora rivedevo i cicl isti tagliare la piazza in pendio e i binari lucidi freddi del tranvai, e i pret i passare il colonnato nell'infinita prospettiva della storia; ma era come il fa tto di un altro mondo. Sapevo che gli assilli e le cure che avevo lasciato fuori mi aspettavano come guardie che si sarebbero messe alle mie calcagna appena fos si uscito. Era anche quell'enorme campana che allentava i chiavistelli e gli sti piti e i sensi. Aveva finito di vibrare come se fosse cessato un vento, e al suo posto scoccò l'ora dallo stesso campanile, senza fretta, che ricordava soltanto i l tempo immortale come la morte. Poiché si sarebbe assistito alla messa nella cappella privata del Cardinale, non s apevo come sarebbe accaduto; il Cardinale parlava con noi bonariamente, e parlav a di anni di vita, di cose familiari di ciascuno, di cose del mondo. Non potevo levarmi dalla mente l'immagine d'una casa mattutina aperta mentre si spazza e si ripulisce ogni angolo sotto la luce casta. Il Cardinale aveva sul viso il rifle sso di quella porpora che una volta per tutte è sul viso del ritratto dell'Innocen zo X di Velasquez, e mi pareva che a furia di parlare latino il suo linguaggio f osse tornato a un colore primitivo, quando l'italiano e il latino erano ancora c onfusi in una ganga, sotto il cretoso strato del dialetto. Questa semplicità e pri mitività della lingua che si ritrova molto spesso tra gli ecclesiastici, dava il v ero senso a quella porpora, ricordava il popolo; e anche quel viso purpureo era

e in questo che è il fondamento del Cristianesimo. proprio quello di cui Roma si volle . d'un rude italiano d a vecchio libro. Siccome lo assisteva un prete. questo è il Sangu e". cominciò la sua mattinata. di reminiscenze latine. vengono a mente altre alture come questa. la sapeva più lunga di noi. E proprio ques to. e il cioccolato i mori e i missionari. In ognuno dei suoi gesti e de i suoi atti pareva che egli sentisse l'importanza del costume che indossava. quel tono. di tutti gl'infin iti tenuissimi odori d'una mattina religiosa. di non aver mai avvertito così potente quel so ffio creatore di quando il celebrante afferma: "Questo è il Corpo. Ai piedi della rocca crescono i cipressi e il verde. e il latte ricord a i pascoli verdi. di quelle che davano a noi ragazzi nelle case camp estri dell'infanzia. E c'era non so che to no fraterno. a guardarvi. A guardare dal Teatro Marcelle. Avevo già notato. GLI ETRUSCHI E LA CIVILTÀ POPOLARE Lo scoprimento del Colle Capitolino ha messo a nudo la roccia dalla parte setten trionale. apriva tutta un'esperienza. E proprio in quel punt o finì la chiara festa di quel mattino. quella che in qualche vecchio testo di lingua italiana si sposa a una tradizione realistic a e ferma. Tutta la mattina fu piena dell'aroma del vino nel calice d'argento. con un senso di digiuno che si rompe. affidava tutto un potere a lui solo. Era presente un comunicando. e il Cardinale si voltò a parlargli come se parlasse a centinaia di persone. e questo linguaggio era messo al servizio d'un giovinetto qualunque. Ecco restituita agli uomini una gra nde favola. Mentre eravamo sul più vivo del discorso. con un'eco di certe terribili minacce e maledizio ni che si leggono nei Vangeli accanto alla misericordia e mansuetudine. pie no di significato in ogni elemento e colore che lo componeva. da un giardinetto pubblico. in tutta la pompa dei suoi paramenti e con tutt e le sue insegne. e ancora l'odore d'un vino leggero e amaro che si versava da una bottiglia. In quel momento quell'uomo aveva un'altra voce. alla fine. Il Cardinale si fece s ervire in una ciotola grande. Fu allora che il sapore di quella lingua che avevamo udito poc 'anzi. Lo immaginavo nella sala col tronetto. nella sala da pranzo. di lassù. si può guardare lo strapiombo. confidava tutti i segreti. quella nostra prima fantasia intatta. Affari di Stato. egli ricorreva spesso a questa esclamazione: "Se' matto!" frase che io aspettavo con divertimento. un tono volont ario. dell'odore mielato della cera. Già aveva il tono del comando. Ricordo che tra le espressioni di cui si serviva. soltanto che negli occhi la vecchia esperienza del popolo e ra mescolata a una sottile e maliziosa esperienza. di non averne colto m ai così bene il contenuto drammatico. tra la porpora e l'oro. ad aspettare. e que lla storia della nostra terza elementare. quasi che tutto fosse uno scherzo e una commedia di cui egli conoscesse la fi ne. lo si sentiva volargli intorno a servirlo con una sollecitudine da angelo. dei lunghi assedi e della Rupe Tarpea. vi si a ggiunse l'odore del latte. questo stesso senso. i luoghi delle città etrusche. e ne parlò come si pa rla d'un nemico tra familiari. umile e vissuta. mescolata alla cadenza d'un dialetto intorno a Roma. suscitava per lui tutti i misteri. con l a bugia d'argento e il messale e le ampolle. I su oi giudizi sulle cose del mondo erano d'una saggezza popolare e rude. come se lo consolasse d'un così treme ndo e impari mistero che gli faceva piegare il capo canuto nella più profonda umil iazione. Vennero fuori i nomi di due o tre persone n emiche non di lui ma dei suoi ideali e della sua disciplina. della cioccolata. s'impastò in un linguaggio unico e potent e. Devo dire di non aver mai ascoltato una messa come quella. dei biscotti e dei dolci. con l e domande sorprese che avremmo fatte allora.un viso di popolano. Poi. e l'uomo che era là sotto celato lo reggeva come si regge il peso d'una responsabilità. è vera verissima: torna. si muove va per lui. vestito di nero. è un angolo. di sensi che si dischiudono. una roccia di questa stessa natura. che attesta del primo nucleo di Roma. dava qualcosa di pronto e di guerriero a quel viso a ntico. essa gli usciva da tutto l'e ssere. aveva il tono dell'implorazione e del comando. dei parament i che sanno di vecchio incenso. e tornò al suo parlare semplice e al "se' matto!" interessand osi ai fatti del nostro mondo come chi si fa raccontare i costumi degli eschimes i. La voce del Cardinale non era più quella. Certo. Il cameriere ve nne ad annunziare non so che generale d'un Ordine. piegava a quel mistero tutte le sue forze. del caffè. nella sua voce.

A un certo punto della campagna. da famiglia a famiglia. morte esterna. a sorridere. levati sul cubito. avevano avuto i loro dii magri e sottili. come nei vecchi . Ed ecco che in un paesaggio tanto tranquillo e remoto. le sue scalze dee in atto di modeste passa nti. un Marte succinto con un elmo troppo grande e quasi infantile. qui è continuità. Ce li possiamo figurare. Si potrebbe seguitare a fantasticare di questi l uoghi sparsi per le alture del Lazio. sembra una via segreta come il meato attraverso cui gli antichi immagina vano l'ingresso nel mondo dei morti. ma traducevano i temi della Grecia sulla creta. usi. attestazione delle o rigini rustiche e terriere come ve ne sono alla radice delle antiche nobiltà. media delle civiltà antiche. altrove la ste ssa cosa è solitudine. sottile. è radice etrusca. Rimase una eredità. e fin gli oggetti d'uso im portati dai luoghi di origine. Forse le vie degl'Inferi erano quelle dei p aesi morti. etrusca: l'assenza di favole e di miti troppo grevi nella loro storia. e per non lasciare nella storia a ltro attestato che di una operosità giunta al culmine delle aspirazioni nient'altr o che umane. Roma o Ruma non diversa da a ltre castella sulle alture. coricati sulle tombe in una rassegnazione e pienezza bu ddistica. Veio è alle porte di Roma. è. ma senza l'aspirazione delle piramidi che implica una civiltà inumana. una s trada si sprofonda umida per una valle.disfare fin nella tradizione: un angolo etrusco. avevano i loro dii come i Gr eci. E non è detto che anche questo non fosse un ve rtice. l'espressione cui si può riportare molta vita del l'Italia centrale. mercanti che portavano a queste comunità cose per a dornare la vita. Direi anzi che una stretta parentela lega la provincia italiana del Centro con il senso della vita etrusca. e a vederne il luogo si capisce che guerra dovette esse re la sua con Roma. da Bologna a Roma. da tribù a tri bù. il limite della civiltà terriera e popolare. Abituati come siamo a considerare le città etrus che finite e sterili per sempre. si avverte ancor meglio lo stacco fra una civiltà originaria tutta provinciale e paesana. di una vita paesana che si fosse fermata proprio al punto in cui s'inizia quella che noi chiamiamo civiltà. la loro vita risuona di anf ore e vasi di terracotta come tutta la vita popolare italiana. il colore della terra. della fine. tradizioni. costumi. specie popolare. rasenta un fortilizio medievale e un vil laggio. i miti e i simboli nella stori a dei popoli antichi segnano troppo limitatamente la loro strada e impegnano l'a vvenire. e come è quella della media Italia. L'Etruria morì coi suoi ultimi uomini ventruti. sulla via di Bracciano. e qui tutti contenti di se st essi. inquieta. nascevano le aspirazioni di Roma al divino. com'erano allora quando furono vivi: caste lla e comunità di emigrati cercanti tutta la stessa natura e lo stesso color della terra con un istinto di colonie del mondo animale. aveva empito di favole licenziose l'antichità per la carnalità delle sue donne. ma i n un quadro trionfante. a settentrione. ha sapore di Etruria. e dove la pietra di questa natura è divenuta una memoria di luoghi inabitabili. una vita provinciale arrivata alla sua limitata perfezione. fra uomini c osì ragionevoli. Tutta la letteratura che sa di popolo. senza inquietudini. ma in cui t utto rifuggiva dalle astrazioni. a non si sa che incanto primitivo. cosmopolita. Una civiltà di prov incia. e quella propriamente rom ana. uomo e donna sotto lo stesso lenzuolo. da castello a castello. Quel colo re. è la minuta civiltà popolare nella grande civiltà nazionale. la quale doveva essere piut tosto una forma di vita e una mentalità che una civiltà. il respiro del mare. silenzio. L'altura guardata dalla rupe. quella roccia. ben sì come case sotto monticelli di terra. la sua stessa licenza e la sua giocosità. nella pietra. Spiriti grossi. come dovette essere quell a di Roma primitiva. con quel tanto di misterioso che sorge su u na Italia de' cui inizi parlano tanto familiari e quieti gli Etruschi. ritrovare la loro radice qui. ai Latini. il ricordo delle terre d'origine. un aspetto singolare della Roma di oggi. con tutto quanto Roma e a Rinascimento vi hanno saputo fondare. quella disposizione del colle. e uno dei più in teressanti delle ultime scoperte. Un mulino scroscia nella valle presso una chiusa e. buona per vivere fino a che si è in vita. questa è l'Etruria spenta e distrutta che si riaffaccia a Roma tra le s ue innumerevoli memorie. accanto alle civiltà perfette. Sembra di leggere Boccaccio. L'Etruria è il paesanismo italiano arrivato a una espressione perfetta. il fiume vicino. Facevano tombe al modo degli Egizi. Tornano alla niente Veio e Cerveteri che questo paesaggi o stesso hanno in un'aria remota.

e come in u na pianta sono visibili le fondamenta d'un tempio. e lungo il fiume erano le vie dissimulate fra le rocce. le lastre di pietra della strada e delle fondamenta sconnesse. l'acqua scivola sotto una passerella di legno. il campo. a significati occulti e relig iosi. m a i grandi magazzini. l'odore del mosto e del vino dei vicoli. Direi che l'archeologia di Veio è tutta in questo fiume ch e la circonda. orci. brocc he. A occidente del paese è la necropoli: di qui il paese nuovo si confonde col vecchio colore de lla muraglia di tufo su cui è costrutto. Fuori del mul ino sono pochi uomini. strumenti per misurare il tempo. dovette esser legata. ma di altro mondo e di altri porti. hanno uno stile fuori del t empo. è un mondo di eroi e di privilegiali. i cui nomi maggiori che ci sono pervenuti hanno un suono di casati italiani di vecchio ceppo. e cade nella valle: ha una vita di migliaia di anni. si vede da vicino lo spolverio minuto e lento d i questa terra. si di rebbe che parli una lingua. e il ponte naturale di pietra che lo scavalca. un uomo sta lavando certi bùcc heri di fresco scavati in una tomba. ma que sti Etruschi. e non è che lo smuoversi lento di poca terra sotto di noi. non le tombe somiglierebbero più a questi depositi etruschi. di cui non rimane che il disegno delle città e degli e difizi. i bovi che aspettano il carico. Appunto questa religione dei fiumi. l e sue abitudini. A sedersi sul muricciolo. Cerveteri è oggi un paese. la vita minuta delle donne e dei ragazzi. la linfa e il bagno. allo stesso modo si presentano questi numerosi vasi. che a strapparle mostrano i loro tuberi sotterran ei come attributi sessuali (l'orchidea è un fiore maschile). in cui l'occhio cerca distrattamente il frammentio m inuto dei cocci. uscendo su uno spiazzo. des erto come la terra che è intorno. non c'è neppure quello che rende quasi allettante il suol o delle necropoli etrusche. e si conficca come un'arma entro un colle erboso. È diffic ile vedere più misere rovine di queste. A primavera il prato lungo il fiume è pieno di fiori. e il colore di quella polvere. Ma la voce dell'acqua è là sotto. vecchi a strada su cui passano le navi. sta nel fondo rattrappito. hanno portato nella nostra fantasia il colore d'un popolo. la casa rustica. Poi. lampade. compatta e grigia come l'acciaio una strada selciata appare. come accade. il ricordo perenne dell'acqua necessaria. Penso che se di qui a molti secoli le cose del nostro tempo e della nostra vita divenisse ro rare e preziose. riconoscib ile in tutti i paesi. situle. la forma dell a casa nelle loro tombe. ecco qui merci della vita d'ogni gi orno. Dopo pochi passi un recinto di filo di ferro chiude la necropoli. Di qui si vede il mare. quelli stessi che acc ompagnano la vita etrusca e il transito suo. con la sua bella fontana in mezzo alla piazza. il fiume era la difesa. come passi fatti incerti. nella letteratura come nella pittura antica. fondarono le città dei morti che furono in tutto la riproduzione delle loro case. il fiume che sprofonda tra una vegetazione di fior i d'un altro regno. segni d'una vita eternamente pubblica. Romani e Greci ci hanno lasciato quasi soltanto grandi at testati. alta. il fondamento del tempio di Apollo. e i neri nerissimi rottami di vas i. nata da ne cessità pratiche. l'ost eria per chi scende a caccia. una ricca fio ritura di orchidee selvatiche. che d anno l'idea della mercé moderna a serie. della maremma. è il mare che si vede nel fondo delle pianure. del vino. Nei Romani la stessa morte con le tombe lungo le s . e gli antiquari ne vendono per raccogliere la cenere delle sigarette. miscuglio che dà un colore stretto a quella vita. l'albero. la loro folla è que lla del coro dei drammi e delle tragedie. La terra è incredibilmente molle. dei deserti. e non è questa una delle ultime ragioni del potere che i resti della vita et rusca hanno su di noi.stucchi romani. quello stile popolare che spesso è tutt'uno con lo stile arcaico. Abituati come siamo a considerare le cose antiche tutte come prodotti tipici e unici. come se fosse una frana immane. minuta polvere. vecchio svago etrusco. e apparve soltanto come volontà colletti va sulla via della volontà individuale. sulla via di accesso che si stan no costruendo gli operai affiorano rottami di orci. Quasi consci della loro fine. la visione d'un mercato di p iccole cose comuni. dei vetri dai colori iridati. il sentimento della gente piccola coi suoi angoli di casa. come se si ritirasse. Là sotto si circondava ognuno di questa roba. C'era della tribù e della città. non c'è un solo rudere in piedi. e tutta questa mercé d'uso quotidiano: coppe. i suoi bisogni. come in certi paesaggi dell'America aborigena. dell'olio. solenne. ciste. niente altro che polvere. fibbie.

lo scudo. In terra. e per la signo ra. come se qualcuno si dovesse destare ancora da una sete notturna. il materasso. Quella del sepolcro più grande riproduce il palazzo. quel li del padrone e della padrona. e a mette re i piedi sugli scalini. Macigni fra l'una e l'altra parete formano la volta del corridoio. simile a una t appa. come in certe case rustich e si passa per la dispensa e per la cucina. mangiare. con le sue zolle erbose. un riposti glio coi vasi del vino. Nell'antro le pietre cadute formano come una assemblea. alle due pareti oppo ste due lettini di pietra separati dalla colonna che regge il soffitto. Intorno. In queste grandi case. Quello della donna con un cuscino di pietra più inclinato. Qui stanno insieme su un letto scolpito nel tufo e lavorato d i stucchi. letto d'un'infanzia eterna. domestica come il gatto. lo scalino per salirvi. per segnare il ritmo di chi rimenava la pasta e di chi vibrava i colpi di sferza delle punizio ni. letti di pietra inclinati pei servi che vi erano depos ti a dormire anch'essi l'ultimo sonno. e un corridoio stretto dal macigno. e sul tavolino da notte il rotolo d'un libro letto a metà prima di prender sonno. le immagini della vita dell'uomo. la signora ha appeso al muro una collana che si è tolta or ora. sulla Via Aurelia. letto premuroso come se qualcuno lo avesse rincalzato. per il pranzo e per la danza. cioè un poggio alto una sessantina di metri e tagliato in due dalla cima alla base. si sa. la spada. il carniere. all'ingiro. si vede il cielo. è inquieta. PORTE DELL'ALTRO MONDO Siamo andati a vedere la Montagna Spaccata che si trova quattro chilometri e mez zo a sud di Orbetello. per starvi. Ma quei lettucci delle famiglie piccole e modeste! Quello dell'uomo liscio e sco modo. se si scoprissero dell a terra che li copre come capanne. Il suolo è coperto di foglie secche cadute dagli alberi giù per lo spacco. i due c uscini un poco in disordine per avervi vegliato un poco. e poi la stanza centrale: intorno in torno pel muro i cubicoli della famiglia. sulla parete centrale. per contenere meglio la donna che. dell'acqua. quando ci si accorge che è una città di sepolcri. dormire. divenute sepolcreti. e le due sponde r ialzate ai lati. C'è la scala esterna. l'arco del cacciatore. È veramente una montagna spaccata. si rivelerebbe una c ittà di case basse. per le pareti e per le colonne semp lici e squadrate che reggono il soffitto a travicelli scolpiti nella pietra. E mentre le voci trascorrenti lassù ris uonano dolci nella caverna. nel mezzo. il l etto dei capi della famiglia è uno solo comune. una voce che si leva quaggiù si perde sorda e spenta. fin dove l'antro diventa spazioso e la spaccatura raggiunge la cima. la spatola della cucina la faina. con le loro porte. Le pietre radunate nell'antro sono incise dalla luce e dai raggi del sole che a certe ore penetrano come in una camera oscura e v'imprimono la forma dello schermo attrav erso cui passano. e infine il famos o flauto che suonava per la caccia. La necropoli di Cerveteri ha addirittura la pianta d'una città: una strada nel mezzo con la tra ccia delle ruote dei carri. scavata tutta in un blocco di tufo. e nel me zzo. vi è riprodotto il letto loro di ferro o di rame. l'elmo. e solo più tardi. il tavolino da notte accanto. il bastone. Vi si entra per un passaggio basso. il corridoio d'ingresso col muricciolo su cui sono posati i vasi dei viveri. si avvicendava essa alla vita. una luce verde scende dagli alberi che crescono sulla rotta cima del colle e si affacciano sul crepaccio. Sullo scalino sono posate le scarpine della signo ra. come le poste dei suoi cursori. non come nelle piccole sepolture d ove i letti sono separati quasi che uomo e donna avessero troppo faticato insiem e nella loro vita. È lo stesso che affacciarsi alle soglie delle casupole di certi vill aggi: qui è una stanza comune. Ognuno di questi luoghi è una casa. Piccola casa mod esta. s'odono cantare gli uccelli sulla superficie della terra. senza decorazioni. com e se sopra vi fosse un primo piano. quella umile e quella ampia di grandi e ric che famiglie. portano alla st essa pace e allo stesso silenzio. e il piatto delle pietanze. ma questi paesani con la memoria dei sepol cri orientali fondavano necropoli che dovevano sopravvivere sotto la terra cui p otevano correre le invasioni e l'aratro solcare senza disturbarli. solo allora è come se si vacillasse al bivio d'u n viaggio ultraterreno. senza servitù. di quanti mai passi risuonano. La luce agisce sulla pietra come un corrosivo su una lastra fo .trade dà il senso del lungo cammino. le strade che si spartiscono in certi angoli. con qualche pianta di ro se in fiore ai crocicchi (caste e frigide rose delle città morte). appeso dalla s ua parete il ritratto di suo padre.

tografica. Cupe e morte sono le altre pietre nell'ombra perenne. Non vi cresce u n filo d'erba e non v'è traccia di vita. Questo è un luogo antico, naturalmente; ed è un luogo etrusco. Era forse un passaggi o per sbucare al coperto da una parte all'altra del colle. Ma, e forse meglio, f u un luogo di riunione per qualche rito. Gente di passaggio sull'Aurelia scende verso questa parte, pel viale dei giovani cipressi, perché la Montagna Spaccata co mincia ad avere i suoi visitatori. La misteriosa caverna è più accessibile oggi a ge nte che arriva da trecento chilometri lontano che non anticamente alla gente etr usca della città di Cossa che viveva sul colle accanto. Lo spazio era un fatto che contava per gli antichi nella stessa misura che esso non conta per noi. I racco nti prolungavano le distanze, e il mistero che è la potenza delle distanze. E poi, i luoghi sacri hanno il potere di creare intorno a sé una zona di lontananza. Dappertutto, nel mondo antico, si trovano luoghi come questi, latebre, lustri, r ecessi, spechi. E mi piace immaginare gli antichi ai quali le distanze appaiono enormi, anche quelle più familiari, come ragazzi ai quali gli angoli tra le stesse mura domestiche sembrano da esplorare o inesplorati; in essi trovano riparo nel le ore dei sogni e delle fantasticherie, fino a credere d'essere addirittura inv isibili nascondendosi sotto un tavolo. Non altrimenti l'uomo antico, e ancor ogg i l'uomo primitivo, vedeva le distanze che lo separavano da alcuni luoghi della terra; tutti e due, l'antico e il primitivo, sedentari non soltanto perché forniti di mezzi di trasporto lenti, ma perché, dovendosi muovere non per altro che per b isogno, poco avvezzi ai viaggi. Ma soprattutto il fanciullesco amore del nascond iglio accomuna l'antico e il primitivo; e il fatto di vietarsi alcune strade per ché spiranti mistero appena vi cresca un ciuffo d'alberi o vi sia una grotta. Oltr e l'orizzonte dove si ferma lo sguardo, essi mettono una favola. Basta, per ques to, sentire come in molti luoghi dell'Oriente e del Mediterraneo la gente fantas tica ancora di luoghi lontani, e come d'altra parte appaiono misteriosi i vianda nti, i pellegrini, i pastori, che per l'appunto fanno molto cammino. Ma, forse, non si tratta soltanto di abitudine ai viaggi, quanto d'un potere fan tastico proprio dell'infanzia degli uomini e dei popoli, d'una facoltà di animare ogni aspetto singolare della terra e di scorgervi un divieto sul quale nessuno c erca di procurarsi una testimonianza dei propri occhi. Noi stessi, andando a vis itare tali luoghi, torniamo insensibilmente all'infanzia nostra e del mondo, ent riamo in detti luoghi come un tempo della nostra fanciullezza scendevamo nella stanza più remota e oscura della casa come in un mondo animato d'una vita oc culta che ci sbigottiva. Per un poco vi crediamo ancora, tanto questo sentimento è radicato nell'animo umano, e risponde naturalmente a un suo bisogno. Un luogo dove questo potere fantastico degli antichi si manifesta con tutta la s ua ingenuità e forza, è l'Antro detto della Sibilla a Cuma. Qui la Sibilla dava i su oi responsi, qui era il passaggio per gl'Inferi, qui le rive del sotterraneo fiu me dei morti cui la Sibilla era guardiana. Questo luogo esercitò su tutto il mondo antico un'importanza tanto grande da fornire poi per tutti i secoli avvenire e alla stessa nuova religione un'immagine plastica del mondo ultraterreno. Il paes aggio intorno, tra il lago Lucrino e il monte, non ha nulla di singolare se non la solitudine che è propria di luoghi carichi di tanto significato, una solitudine rimasta incantata nei suoi molti secoli, e che fa pensare se non sia proprio un a coincidenza singolare che tali luoghi non siano mai popolati, quasi nascondigl i e bracci morti della natura. C'è quel pallore, sulla terra, sul lago, sul colle, e poi su ogni aspetto intorno per un lungo tratto, che fa del paesaggio una mem oria. La porta non è un così grande ingresso quale si potrebbe immaginare da una fan tasia moderna avvezza alla scenografia della letteratura e del cinema; è appena un passaggio, un meato, e di là comincia il gran viaggio. Tutto intorno alla porta, centinaia di biglietti da visita coi nomi dei visitatori, evocano nomi diversi d 'ogni terra. I biglietti, l'uno sull'altro, sembrano foglie cadute del grande al bero della vita. Stetti a guardare come i due uomini che ci dovevano servire da guida si cavavano i pantaloni per guadare la corrente sotterranea; un gesto simile, non guardabil e e da farsi in segreto, compiuto sotto gli occhi dei visitatori, nonché ridicolo poteva apparire grave e terribile; forse come a vedere qualcuno che si appresta ad eseguire una tortura. Era un gesto professionale; forse quegli uomini, di pad

re in figlio, avevano portato sulle spalle per lunga tradizione i visitatori del l'antro. E poi, come i due uomini portavano i pantaloni ripiegati sul braccio, q uasi che in una vita anteriore avessero avvolto intorno al braccio un mantello. I napoletani hanno a volte atteggiamenti da farvi rimanere a bocca aperta pel mo do con cui nobilitano o rendono naturali certi atti di cui chiunque altro si ver gognerebbe. I due traghettatori sono le migliori guide per una visita come questa: caricando vi sulle spalle per passare il fiume sotterraneo, vi fanno sentire di aver porta to mezza umanità sulle spalle, e di tutte le razze ed età; vi adattano con un gesto, una parola, uno scrollo; hanno una vecchia conoscenza del carico umano, con man o sicura fanno sentire una scienza della meccanica del corpo umano. Si vedono al lontanarsi col carico sulle spalle, per l'acqua di cui non si scorge il fondo, n ella grotta bassa e oscura al lume della lampada ad acetilene. Si sentono le lor o parole morte sull'altra riva, si scorge qualcuno posato laggiù che aspetta, che forse ha un vago terrore di essere lasciato solo mentre quelli tornano indietro a traghettare altri. Laggiù un amico, vi parla, come se la consuetudine di questa vita si perpetuasse nel sogno di quell'altra; tra due sogni: e le parole si spen gono nella profondità, e si vede soltanto una bocca muoversi come nella visione d' un mondo senza più suono. Da quanto tempo si compie lo stesso lavoro in quest'antro? È incalcolabile. E torn ano a mente i mille e mille biglietti bianchi che attestano il passaggio da quel la porta; messi insieme, l'uno sull'altro come l'ala d'un grande e fatale uccell o bianco inchiodata sulla soglia. Poi i due portatori, seri e attenti, dimostran o come erano dati i responsi della Sibilla; lo fanno con poche parole: uno indic a un tettuccio di pietra sulle rive incassate del fiume su cui i passi infiniti hanno improntata la pietra, ed è il lettuccio della Sibilla: vi si sdraia come la Sibilla, sul letto di pietra e sul cuscino di pietra, mentre l'altro si affaccia da un pertugio che comunica con la stanza accanto e mostra il viso di chi atten de la sorte. Fanno queste cose con poche parole: appaiono e dispaiono animando l 'antro e rappresentando l'antica favola del mondo in cui discesero Enea e Virgil io e Dante. Sembra un gioco di ragazzi, e una rappresentazione popolare. Ma solt anto perciò tutto è ancora vivo. E non dimenticherò come i due uomini prendono il prez zo del traghetto, e con quali augurii per la strada che ci aspettava. E come a u n certo punto passati al di là dal fiume letale, ci fermarono in una cella, davant i a un muro interrato, dicendo che il passaggio era interrotto, ma che di là si tr ovava l'altro mondo. Quanto era distante tutto questo? Come erano lontane le riv e del fiume? Come era grande il giaciglio della Sibilla? Mi parve tutto grande e breve nello stesso tempo, una misura difficile, la misura delle favole e della vita antica. LA FIERA DELL'IMPRUNETA Quel giorno, d'ottobre, la Toscana usciva da un temporale d'autunno, il cielo er a grigio e azzurro, e l'azzurro degli ulivi e degli olmi cui si appoggiavano le viti, e il colore finito delle viti autunnali, facevano di tutta la regione del Chianti un grande specchio del cielo e delle chiare nubi al limite dell'orizzont e. Tutto azzurro e grigio, d'un color minerale, in cui i cipressi venivano avant i neri tra quella chiarezza di colori metallica, e l'aria limpida e i campi eran o tenuti a guardia da cotesti cipressi come gente accorsa sulla soglia d'un camp o e d'un casolare. La piazza dell'Impruneta, per chi non la conosca, ha una sing olarità: che vi si accede dal ciglio d'un colle; la piazza si stende in pendio, la ggiù è il famoso campanile con la chiesa raccolta fra due ali di case; sul fondo, di etro il campanile e la chiesa, il monte delle Sante Marie, una collina sormontat a da una croce di legno con le braccia assai larghe; questa collina ripete l'imm agine della chiesa e forma con essa una sola architettura. Il ciglio del colle, prima che arrivassimo sulla piazza, era irto delle stanghe dei carrettini; dall'altro lato della strada da un muricciolo si affacciavano le teste più attente di asini e di muli: coi loro nitriti c'introducevano alla fiera , e per un poco non si sentiva altro. Ma poi, affacciandoci sull'altro versante del colle, si vide la piazza e tutta quella folla. Un torchio gigantesco, rimast o in mezzo alla piazza dalla festa dell'uva del giorno avanti, pareva un monumen to naturale, posto com'era nel paese più prospero del Chianti, e nel centro di que

lle famose vigne. C'era una gran folla, gente venuta da Firenze, borghesi e popo lani, contadini e fattori dei dintorni con le loro donne. I soli colori accesi c he si vedessero erano i fazzoletti turchini e rossi annodati al collo di certi c ontadini. La piazza in pendio è grande e sembra grandissima, appunto per la disposizione dei suoi piani; i movimenti della folla, come di un selciato disposto a onde, le da vano una più grandiosa dimensione. Guardandosi indietro per la piazza in salita, s i scorgevano tutte le cose, gli uomini, gli edifizi, gli animali, come su una ri balta inclinata; in certi angoli che parevano piccoli palcoscenici, nelle terraz ze delle trattorie, gente mangiava ai tavoli apparecchiati; sembravano in un int erno lontano; non so come, il ritmo delle braccia che portavano i cibi alla bocc a dominava quella scena, era il movimento gigantesco e multiplo di quella folla. Una folla silenziosa o quasi, tra cui le donne si aggiravano col viso smarrito e col tremore e il pallore che prende le donne, quali che siano, quando si trova no in una di queste feste, come se sentissero potente e selvaggia la forza dell' uomo. Era forse questo che dava un sottile senso d'inquietudine e di vicina cata strofe, un tremore di attesa, una vibrazione come alla presenza di forze occulte , e ad aggirarsi in un mondo in cui i contatti erano facili, come accade nelle f este, pareva d'impastarsi in un elemento umano, senza ripugnanze e senza pensier i. È proprio questo che dà ad altre feste popolari, sotto altri cieli, quell'ebbrezz a per cui la folla grida, canta, balla, in un'esaltazione collettiva, in cui la felicità, i dolori, le speranze, acquistano un unico senso, e i tripudi e i deliqu i mistici hanno gli stessi moventi. Qui tutto pareva calmo, semplice, lieto; le grida dei venditori che richiamavano l'attenzione sulle loro merci e incitavano a mangiare e a bere, suonavano come sferze su quella folla, con quel tanto di co nturbante che hanno le voci umane in un'accolta di persone. Dicono della sessual ità che si scatena nelle feste. Non è proprio questo: è la gioia di confondersi, in un freno rotto, il piacere di rimpastarsi in una materia vivente, l'abolizione di ogni antipatia nel ritrovarsi e nel fondersi in una solidarietà di natura animale. Altrove questo diventa facilmente esaltazione. Qui, tra un popolo civilissimo, quell'enorme festino, quella gioia del mangiare e del bere, parevano la celebraz ione estrema di un rito perduto, ma vivo nella memoria profonda degl'istinti. Er a facile ricordare la suprema indifferenza etrusca fra i beni della terra, il se nso di pace beata e di pienezza, quella del ventre pieno che li stende sui loro lettucci e li avvicina alla contemplazione. Si sa quanto son parchi i toscani, e come sono parsimoniosi; è la loro parsimonia che per l'appunto dà un valore tanto più grande alle cose; alla fiera dell'Impruneta le cose del vivere vi sono profuse come in una scommessa annuale, con la larghe zza cautelosa del popolo, col rispetto che ha il popolo per le cose necessarie a lla vita, che da questo rispetto escono quasi consacrate e che sono il segreto d ella vita antica popolare, il più aperto contrasto con lo sfascio di merci della c iviltà moderna. La piazza era piena di venditori soliti, quelli che portano alle f iere gli elementari manufatti dell'industria, rimasta per queste cose sempre all o stesso gusto e allo stesso colore. Ma lungo le fiancate della chiesa e sino alla fine del paese, c'è il banchetto più s traordinario che si possa vedere. Vi si tengono banchi di cibi, vini, sacchi di pane, e accanto a questi banchi le tavole apparecchiate e le comitive che mangia no col dispensiere allato. È come la conclusione dell'anno, il vino divenuto più sod o e già vecchio, la porchetta tenerissima, i polli buoni dopo le covate estive: ma bisogna vedere i tagli diligenti, i modi gelosi e solenni di presentarli, un pa radiso delle gole semplici, o di quelle sciupate ai mangiari raffinati, un ritor no alle manipolazioni originali, un vero museo dell'arte regionale nella cucina: le soppressate sembrano di alabastro, il taglio della porchetta crocchia sotto il coltello, e gli aromi dell'erbe necessarie a queste cose hanno l'alito delle case al tempo dei raccolti estivi. E questa non è che l'introduzione alla grande s cena che Callot non ha forse veduto o non è riuscito ad annotare, e che gli avrebb e dato uno di quei temi come la scena degl'impiccati o le sue folle di straccion i. Voglio dire, il viale dei polli arrosto. Da una parte e dall'altra della strada, per un buon tratto di cento metri, due f ile di rosticcieri improvvisati manovrano ciascuno quattro o cinque girarrosti;

e da quello spettacolo. e. l'altro di là. dei so liti nelle fiere. tutti insieme. l'aroma di quell'arrosto. quasi un migliaio su tutta la strada. Nei corridoi i contabili segna vano le portate su grandi fogli. ogni angolo della casa era occupato da una foll a già seria all'ultimo bicchiere. . e da una parte all'altra era tutta una sinfonia di giallo che andava dal rosso di Siena degli animali già a puntino al giallo zaffera no di quelli da rosolare. le due donne. Sotto quei pini. e per poco stettero sole e ferme in quel ritmo di uomini ch e scendevano e salivano. altre l'olio. e sono cinqu anta polli che si rosolano insieme sul rettangolo della brace in terra. e intorno a lei mi pareva che tutti girassero in un'armonia. Tra p oco avremmo veduto quello straordinario viale già alla fine dei pranzi e della fes ta. già fredda. quel sapore vecchio. Esse erano forse due Virtù. Più oltre il dilungarsi dei campi e dei colli della Greve. c'era gente che mangiava. il rumore diff uso degli organetti e delle chitarre dei cantori ambulanti si mescolava al tinti nnio delle stoviglie. Tra questi fumi di arrosto e di vino. e la folla si mosse andando verso la cima del monte a visitare il cimitero che lo domina. un uomo che girava su un carosello. Le braci. anch'essa piena di gen te. Ma la visione di quella mate ria in continua trasformazione. coi movimenti leggiadri che hanno gli uomini veduti da lontano in folla. e solo quando la mandata er a in ordine gridava le lodi della sua cottura. Il rosticciere ne regolava i movimenti con attenzione girando lentamente la ruot a che mette in movimento gli schidioni. Le carni rosolate trascoloravano in breve per tutte le gradazioni del giallo. A lei si aggiunse più tardi u na vestita di verde. la collina delle Sante Marie si levava davanti a noi investita dal sole avvinato. di cosa lungamente conserva ta. capitate là da un affres co. da quella sinfonia di od ori sembrava di uscire a rivedere una luce sublime. tra lo smeraldo dei prati autunnali. di rose sfiorite e di giardini autunnali. Di tutti quei polli non rimanevano alla fine che le viscere e le rigaglie in grandi ceste. e bastava un attimo perché si notasse un colore troppo bruc iato e risecchito come di certi polli di cartone che si servono ai finti pranzi delle commedie. parevano un'antica fantasia popolare. Dall'alto della terrazza. col sapore e l'odore del vino del Chianti. col suo azz urro e coi suoi grigi lontananti e divenuti più duri e più freddi e più sereni a mano a mano che declinava il giorno. in tutte le stanze. pareva volare in sogno e con una leggerezza di ebbrezza. Cominciava la sera. C'era un intero edilizio sgombrato in tutti i piani. Un apparecchio girava di qua. e i l rosticciere badava che il fuoco li colorisse bene. si scorgeva per ogni spiazzo del paese gente seduta a tavola. tutti in un medesimo len tissimo ondeggiamento ma in diverse direzioni. e le scene dei venditori allineati coi loro apparecchi e i fuochi uno accant o all'altro. osservandone i colori con l'occhi o attento di un pittore. si scorgeva la folla seduta a mangiare. le donne spargevano il sale da una gran cartata. le teste con le lor var ie penne come dipinte da un pennellino sottile in una stampa chinese. A nche questo. volatizzavano e diffondevano l'odore dell'arrosto. gl'inservienti infilzavano intorno ad al tri spiedi la nuova mandata. o profetesse che scrutavano la sorte sulle viscere degli animali. e ancora i cipressi de i casolari e dei cancelli che guardavano esclamando verso di noi. e questa abbondanza era muta. Proprio così. i polli divenire marrone e rinseccolirsi con la stessa tristezza di un fiore che appassisce. in cu i ella rappresentasse il simbolo di una qualche virtù.ai lunghi schidioni sono infilati una dozzina di polli. E un senso diffuso di una festa finita. A levare gli occhi si scorgeva la vallata di qua verso il fiume Ema. e sembravano vecchi àuguri. apparta mento per appartamento. Le donne o ra tuffavano le mani in quei resti lubrici e rossi per portarli a qualche mercat ino di città. quello scialare in cui non si vedeva un solo ubr iaco. poi il sottobosco non fu che uno svolazzare di carte in cui erano state involtate le cene. q ualche vecchio castello tra i vapori sfolgoranti lontano. accanto ai bicchieri vuoti i brividi dell'autunno e quelli del vino si confondevano in uno. dopo la festa. quella grassa abbondan za e insieme pulita e composta. di qual vecchio rito faceva parte? A un certo punto vidi una figura di donna vestita di rosso in un prato sulla chi na del colle. sotto. ben gialli. Si poteva stare un pezzo a osservare la sapienza di quella cottu ra.

"A Roma. avendo n avigato per venticinque anni a bordo d'un veliero. È uno di Port'Ercole. Ieri l'altro tornarono dopo tr e giorni. Quando fu varato due anni e mezzo fa. Sapete che cos'è un doppino? Quando i marinai stanno in mare due giorni e due notti." "Tutto l'equipaggio è di Port'Ercole. Questi autocarri si muovono la sera. Il lavoro." Il signor Loffredo disse questo sottovoce. non sono in mare tutti i giorni?" "Tutti i giorni?" "Trecento giorni dell'anno. ch'egli aveva fatto costruire seco ndo le sue idee e i suoi gusti. e sovratutto secondo le sue esperienze. Ma non erano buone giornate. in posti che nessuno conosce. Io non desidero altro che di cavarmela. tutti dissero che sarebbe andato s ubito a fondo." "C'è anche questo". e i viaggiatori della li nea di Pisa li vedono sulla strada rotabile." "Ma lo pagano. di quanti pescatori. disse riflessivamente il signor Loffredo. e non pagano un soldo. sopravvanza ndo le case più basse. perché ho delle spese: la nafta. riflessivamente. dissi io. due lire il chilo al massimo. "Quanto ha portato ieri sera?" "Diciotto.". la cautela. ripartono alle nove di mattina. Poi ne hanno seppellito quattrocento quintali. "Il pesce costa così caro". quasi il timore di guastare col pensiero q ualcosa che sta accadendo. E così tutti i giorni. dice il padrone de La Pace. Ora è l'uso che non rimangono a casa se non quando il mare è proprio catti vo. un altro ancora. "A Roma".I PESCATORI DELL'ARGENTARO Il signor Loffredo era il proprietario del motopeschereccio Montargentaro. disse il padrone de La Pace. Tutti i giorni. è nutrimento." "È il miglior motopeschereccio di Santo Stefano". potete pensare . l'autocarro col rimorchio del Monte Argentaro." "E ormai fanno doppino due volte la settimana.. s'è stabilita una specie di gara. è lavoro"." "Come? Hai tutta gente di Port'Ercole?" Poi rivolto a me: "Vanno lontano. e la domenica fino a sera stann o a casa." "Pagano? Vi comunicano che è invenduto. Ma ha un cap opesca che sa il fatto suo. e che dipende da elementi tanto incerti: il mare. È cibo. disse il padrone de La Pace." "Vorrei imbarcarmi per un doppino"." "Diciotto quintali. Quest'anno sono rimasti a casa quando?" "Un giorno su trecento". caro signore. di'?" "Quindici. Egli parlava del resto sempre sottovoce. . sono nuovamente all'Argentaro verso le quattro ." In quel momento passava traballando. conosciuto i mari fino al Lev ante e alla Spagna. Quanti quintali. Il signor Loffredo aggiunse: "Io non mi occupo di quello che pescano gli altri. è grazia di Dio. "Lo avete visto il Montargentaro? Si riconosce subito perché non somiglia a nessun altro. "Ma quel giorno non si poteva uscire. i pescatori." "È lavoro. "Sborsate una sull'altra". avete inteso? Tiene il primato di questi posti. Anche col tempo peggiore tornano a casa con un buon carico". il più reputato peschereccio appunto dell'Argentaro. Quanto lo pagano ai Mercati Gene rali? Di'. potrebbero venderlo in tempo a prezzo basso. Gli uomini che aiutano a scaricare sono due e dormono a b ordo. "Ma dico. "Sapete quanto pesce hanno buttato come rifiuto il giorno anniversario dell'Impe ro? Quattrocento quintali. quanto lo pagano? Una e venticinque. che non aveva ancora parlato. Poi un altro . E non dicono dov e vanno. La notte sul sabato. "Già. "Ma andatelo a dire un po' a loro. dico io. Avevano telegrafato a tutti i porti d'Italia: mandate pesce. con quella discrezione che è propria dei marinai. e la nave che è costata centosettantacinquemila lire." "Magari fossero due lire!" mormorò il signor Loffredo. Ma c'è la sua ragione. aggiunse il padrone de La Pace. disse il signor Loffredo. sette uomini d'equipaggio.. "E del resto. Difatti è un po' tozzo. Soltanto quindici. riempiendo di sé tutto l'abitato. Arrivano alle due di mattina a Roma .

Molti sono spint i dalle cattive annate. bionda e fertile. i mercati. Questo equivale a un disastro. verso i luoghi che comperano facilmente. col suo carico di pesca su un rimorchio. Ric ordo per esempio che una materia prima che manca alla Russia è la pietra. enorme. d'inverno. Anche qui all'Argentalo ho trovato la stessa condizione. C'è penuria di pietra come da noi c'è mancanza di terra. mentre le donne rimaste a casa. Per via di questo l avoro ingrato una colonia intera di marchigiani ha abbandonato quelle rive. quelli che portano pane e uova. disse il signor Loffredo. baccelli. non ha nulla di pittoresco per impressionare gli uomini. e i vignaiuoli sono sta ti costretti a mettersi in mare. a un terremot o. vedere la vigna spogliarsi. Dove la terra è difficile. con la sua scatol a di zinco. e su questa piantare la vite. La fillossera ha portato la rovina. colmare la fossa. forte d'una forza quasi naturale. stretto m a folto. Tra le arti che gli uomini dell'Argenta ro sanno esercitare è questa della pietra. che non sanno ormai cos'è la vita. o al Caucaso. paziente. paranze. e niente è più crudo di questi bastioni di pietra costruiti in modo ciclopico. che ricorda architettu re di mondi primitivi. e da quel flagello che ha distrutto in pochi anni molte vigne: la fillossera. Con un co sì bel nome. e tentano tutti i giorni le fortune del mare. mentre qualcuno. Per istrada incrocia altra gente. Ero distante appena centocinqua nta chilometri da Roma. qualche superstite vi pianta qualche ortaggio: pise lli. faticoso e duro ma pulito. il mare ha pochi approdi. e perciò le strade sono difficili da costruire. Questo dramma si svol ge silenziosamente. perciò quasi tutta la contrada è fatta di abi tazioni di legno. bisogna far saltare i massi c on le mine. Il proble ma delle strade in Russia è un problema secolare da cui dipendono molte cose nella pace e nella guerra. motopescherecci. in un vagone di terza classe. per cui la v ite s'era adattata al luogo. che va peregrinando in cerca del guadagno della giornata. bisogna lavorare seminudi in acqua. disporlo a terrazze di pietra squadrata. Non ve n 'è fino agli Urali. arida. riprender la lotta che è già tanto acerba quando la vite è viva e sana. rip iantano la vite giovane filo per filo. una vigna. gli uomini hanno armato barche. e bisogna d ar da mangiare ai ragazzi. la gente cerca il mare. pe r accostarsi alla terra. ha fatto una notte di pesca e un'altra la farà in viaggio. Ma dove c'è il modo di tenersi al riparo."Va bene". la vita è piena di gente ch e passa. che viaggia. s i è stabilita a Bocca di Magra. Questa dell' Argentaro è una. cento migl ia a settentrione di Roma." Gli autocarri avevano svoltato la punta tra un nuvolo di polvere. Intanto l a popolazione ai piedi delle montagne si moltiplica incredibilmente. Ne ha distrutte alle Cinque Terre. La pesca sull'Adriatico è difficile. La notte è di quelli che tentano dalle spiagge più remote di raggiungere le città. Scalare un colle di roc cia. intisichire. liberare la poca terra che è buona. porta pochi chili di triglie o di sogl iole. q ualcuno parte dalla costa dell'Adriatico. sempre in lotta ma tutti gli anni pieno di n uovi figli come un mai smesso atto di fede nel domani. tanto essa è divenuta complessa. "Quando volete. Qui invece la pietra è troppa. aveva formato una specie famosa per tutte le contra de dei vignaiuoli. è un capitolo fra i tanti dell'epica del lavoro italiano. Conosco gente ostinata. dopo anni di selezione. guidando la motocicletta dopo aver guidato il suo motore in mar e. sonoro e lucente. carciofi. secondo i pochi soldi raggranellati e le economie degli uomini che navigano. La notte è di questa vita occulta che reca viveri verso le città assediate dai bis ogni. superati Messina e il golfo di Salerno. trasportare per la costruzione del le fabbriche la troppa pietra che rimane. . su questo monumento della ostinazione italiana. È l a storia della Liguria. La pietra è a suo modo una ricchezza. Sul lavoro dei padri messo su con le mani aride dei cavat ori di pietra. separata. l'Argentare! Sul magro promontorio che dove c'è un riparo o un muricciolo o un poco d'acqua matura buono l'arancio. portare lassù la terra a sacchi. per tutto lo stivale. con le mani intirizzite e dure che non riescono più a stringere un' altra mano. dalle Marche. e ri salendo il mare. Ma il vino prezioso non spunta più. Poi più tardi la motocicletta di qualcuno che portava un carico al mercato di qualche città vicina . tanto sono abituate a una fatica troppo pesante. e mi trovavo in un mondo estremamente lontano. che dove si può si pianta un orto. Bis ogna chiedere a qualche altro elemento le risorse per vivere e per ripiantare la vite. ricco. e i vecchi. di fficili da colmare i binari dei treni.

lungi dal dare l'idea della povertà. La giornata è la preoccupazione esatta di tutti. e domandano se vole te comperare telline." Sabatino Ferdinando è entrato per ultimo sotto il castello di poppa dove sono racc olti. E bisogna dire che. dopo anni di lavoro. intorno al tavolo. il capopesca del Montargentaro. oltre alle p aranze. il principio d'un lavoro. Il più giovane della compagnia prende il fiasco smezzato e ci versa dell'acqua. aspettan o. t utto quanto fa questo pugno d'uomini aggrappato alla roccia riporta alla mente u na saggia amministrazione. A tratti ridono. c he è di quelli che preparano le partenze. De v'essere questa un'operazione consueta. Questo è l'unico motopeschereccio che pos sieda un tavolo. La vorano a bordo d'un altro peschereccio. "Per la pesca". steso in mare come un satellite dell 'Elba vicina. Tutti si fanno attenti a un tale atto. Un simile impiego dei giorni. Ognuno che beve alza il bicchiere e mi dice: "Salute". ai ragazzi e ai vecch i che vanno a piedi. quando sono a terra. con un ultimo frizzo. la misura per dividere il tempo e per calcolare la vita. all'alba. Loro sono navigatori a vela da togliercisi il cappello. una trama tessuta giorno per giorno in una vita comune e in cui è difficile entrare. Quelli dell'Argentaro hanno armato una trentina di motopescherecci. Ma in mare non ne tocco". gente va verso i fiumi dolci. Quelli che non possono. disperato. alla gente che va in frotta sulle biciclette. "Eccoli: tutti portercolesi. dà un colore a tutto i l paesaggio. Alle spalle di questo promontorio di cui i viaggiatori possono vedere il profilo passando davanti alla laguna di Orbetello. Uno dei pescatori sta riempiendo un bic chiere e lo passa volta a volta agli uomini che stanno intorno. v'è la grande distesa della Maremma. Ma noi di Port'Erc ole siamo pescatori dall'età di cinque anni. Quando sono in porto si fanno visita e passano il t empo insieme. buoni per fare un po' d i fuoco. la coperta. un individuo ripia nta una fila di viti sul più alto terrazzo di pietra. dietro alle spall e del padre. della Corsica e della Sardegna lontane. una ristrettezza previdente e di tipo familiare. Sapete che c'è? Da quando siamo noi qui s'è stabilita una gara. liscia come un muro. Tornano la sera. sono in boccio l'uo mo destinato a una delle vite più faticate del mondo. mi disse Sabatino Ferdinando. la corsa verso tutto quello che è buono e utile. "Questo più giovane è il cuoco. Sei soltanto di questi sono i miei marinai. seguitando il filo di un discorso che io non int endo. È una di quelle .Se fosse in una qualunque altra nazione. pesca. Hanno già visi d'uomini. "E voi non bevete?" Il capobarca Sabatino Ferdinando non beve: "Di questo io. Trio nfante. dove è stato fatto un r accolto la cui spigolatura promette di guadagnare la giornata. questo sarebbe il loro mestiere dopo quello di vignaiuoli e di agricoltori. e ha otto cuccette col materasso. A bordo il più giovane fa da mangiare. e in Maremma. seduti sulle pan che. gli altri tre non c'entrano." Difatti i tre uscivano. Sono tutti pare nti. nove pescatori. qual che accento ligure. o in piedi. Posa il bicchiere vuoto sul tavolo. Ci misero in barca invece di mandarci a scuola. pronti a tutto. d'una marcia in guerra. sarebbe spopolato. corrono dove si possa ricavare qualcosa dalla natura e dagli uomini. a piombo. La pietra del terrazzo è esatt a." I portercolesi ridono tra loro. e in Toscana. Di mese in mese si leva una casa nuova. spigolatura. brullo e selvaggio. Ancora uno sforzo. Poiché è in Italia. di una lotta. Ci si nasce a queste cose. le rive sabbiose dove la furia invernale ha trascinato i tronchi degli alberi. Hanno un dialetto toscano in cui qualche costrutto napoletano. il salvagente. Veramente sono famosi per la navigazione a vela. n e vuoto un fiasco per pasto. ricordano la grande comunanza del mare. o dove le telline sono ficcate nella sabbia. Che ci si può fare? Facciamo la gara. d'anno in anno strappa qu alcosa alla natura. salutavano allegri. qu attro da una parte e quattro dall'altra. e di anno in anno sc ende in mare una nuova flottiglia di naviganti. alle ragazze sedute in groppa agli asini. navigazione. I ragazzi si fermano alle case per chiedere un sorso d'acqua da bere. A piedi. Dalle case piene di figli ve ngono a sapere dove è passato qualcosa che sia il loro bene. "p er la pesca bisogna che lascino fare a noi di Port'Ercole.

mi accorsi di un Crocifisso fissato sulla travata di fond o. e vo lgeva a me un viso stranamente infantile. Il cielo non prometteva nulla di buono: era gonfio e livido. e già col passo di chi va al lavoro. t ra altri fiaschi e bottiglie. "che l'altro giorno. che termina ogni ventiquattr'ore e si ri nnova per altre ventiquattr'ore: l'ansia di domani. Oggi non saprei dire. Perché un pescatore ha un minimo di paga sulle dieci lire. e po i cinque lire per ogni tonnellata di pesce che si riesce a tirare a bordo. e m' indicò il più giovane. si disperse ro alle loro faccende. e questo atteggiamento faceva risaltare quanto di virile e di già us ato alla fatica era in lui. e già calcol avano la cifra annunziata all'arrivo in porto. Brillò il faro alla svolta. cercavano la profondità propizia alle loro reti. lucido come un legno prezioso. una vecchia sveglia di quelle che si preme u n bottone per interrompere il suono del campanello. il dolore. Sabatino aveva ancora la giacca sul braccio. la panca da cui si era levato. sette uomini cercavano nel mare grande l'incognita della fortuna uguale per trecento giorni dell'anno. Quella volta il mare era discreto. aveva qualcosa di ridente e di giovanile. Ma gli altri come se ancora il rischio e i pericoli li avessero sfiorati al primo vento della gioventù. paffuto. quotidian amente si propongono questo problema: se il mare darà a loro i quindici o venti qu intali che occorrono per strappare la vita e per dare da mangiare ai figli e all a madre di questi. per v ia di un certo naso all'insù. Il ca popesca il doppio. "Lui solo". I tre ospiti uscirono. donne della stess a famiglia e dello stesso sangue pensavano in quel momento ai sei giovani. mi disse il capopesca. e d' un tratto fummo nel mare aperto. da una casa sicura. e si arrotol ava una sigaretta da un pacchetto di trinciato che poco prima avevo veduto sul t avolo. la fatica. "non lo è. Tutti gli altri erano sposati. avevano attinto gli uomini dell'equipaggio. col rumore del motore che si attutiva nell'imme nsità e faceva pensare a quando si sente palpitare di lontano. con una cura simile a quella di chi bada alle facc ende di casa.compagnie tanto affiatate da lunghi discorsi che basta un'inflessione di voce pe r farli ridere. Posò la sveglia. dei lavori e delle opere che vanno terminati in un breve giro di ore. L'agitò un poco per vedere se camminava. Il motore cominciò ad andare. Sabatino con un gesto consueto legò con una funicella. Appoggiato al finestrino. a cui. Nella stiva c'era il ghiaccio. ma lo diverrà: è fidanzato d'una mia nipote. Il tempo non ha ancora deciso quell o che vuol fare. Erano blocchi di asf alto di qualche nave che s'era disfatta del carico. il capopesca . o mediterranee. come succe de di vedere in certe figure etrusche." Si mise a guardare il cielo dal finestrino della gabbia del timone. Contava la gara. e tenen do docilmente il timone di quercia. e lo posò in una cuccetta vuota. Uno e ra un poco più avanti negli anni. e le ca ssette che aspettavano d'essere riempite. indurito dalla vita. Sabatino. "Figuratevi". l'idea che in quell'ora i trenta motopescherecci dell'Ar gentaro erano in mare. fissata tra una cuccetta e l'altra. nuovo. Ridono d'un riso naturale. E non avevano quasi importanza i quindici o venti quintali di pesca. Era uno di quei tipi popolari italiani che si riconoscono come d'una famiglia. I l più giovane aveva finito di annacquare il vino. nella tempesta. Sette uomini in un'imbarcazione che affronta quotidianamente la sorte. Il lavoro. il sacrificio. era come se ammettesse in un'intimità solidale qualcuno ch e ne fosse fuori indebitamente. il punto d'onore. i pantaloni con la cinghia stretta sotto il ventre. quando voi do vevate venire con noi. Mi trovavo nel mezzo della più semplice espressione della vita moderna: l'ansia del lavoro quotidiano. un'espressione non consu mata da convenienze. sano. Si capiva che tutti e sei ubbidivano a un'occhiata di Sabatino per il s uo prestigio e per un diritto di parentela. Non doveva aver più di quar ant'anni. alla gamba del tavolo. mi disse il capopesca Sabatino." Questo legame promesso. Lesse l'ora. tirammo su le reti con un gran peso. il viaggio dei naviganti. E mentre egli to rnava a quella parete. un Crocifisso di ottone nella luce rosa della lampadina appesa nel mezzo. Ne l cielo si vedeva l'albero della nave passare come se indicasse qualche stella c he brillava pallida tra la coltre dello scirocco. Erano le undici e mezzo. I sei giovani andarono. Si staccò da noi e cercò in una custodia di legno. e già con un viso più forte e solcato. come a un bene comune. il petto nudo. "Sono tutti cugini e parenti". ma.

Avevano tentato di tenergli dietro per scoprire dove fosse quel luogo. ma tenetevi bene stretto alle sartie". Poi bisogna tornare indietro più che in fretta. e taglia ognuna di queste correnti con precisione come s e tagliasse il pane. lo scricchiolio de lla nave. Qui dentro s ono in mezzo all'odore più profondo di bordo. in trenta anni di questa vita. Andiamo tutti a dormire. ma una riforma: "Noi ora andiamo anche cento o centoventi miglia lont ano. altrimenti ci taglia la strada e bisogna spingere molto più in su. e che sapeva di dover svegliare i . "Possiamo andare a dormire". il mare. vedo i marinai ciascuno nella sua cuccetta. ma ormai conosciuti e fidati. il motore. Sabatino. vari oggetti fra cui riconosco una pipa. prima di coricarsi. e io mi ero addormentato sui rumori che si accor davano insieme. Alle quattro vi faccio svegliare io. Dal boccaporto arriva l'alito profondo del mare come una ventata. D 'altra parte. come tutti coloro i quali conoscono un lavoro intimamente. e prevenire le sorprese dei venti. E poi qua e là. Vestito coi pantaloni lunghi. La nav e va avanti da sé. farebbe comodo. per esempio. A volte si addo rmenta anche il motorista appoggiato alla macchina. ha la sua riforma da adottare ch issà quando. accesa nel mezzo. Io impiego almeno dodici ore tra vi aggio di andata e viaggio di ritorno. Sabatino invece si levava ora dalla sua cuccetta. mi tiro addosso la coperta. e il cuscin o cui Sabatino ha cambiato la fodera. Bisognerebbe che i pe scatori potessero indifferentemente portare la pesca nel porto che hanno più vicin o. dove poggio le s palle si sente l'onda battere come la schiena di un grosso cetaceo. Vedo osci llare l'alberatura nel cielo smorto. quando sarò do ve dico io. e pre cedere i mutamenti del vento. da quello che prevedo. A me. Stando sdraiato vedevo che al posto del timoniere due gambe coperte da un paio di panta loni turchini erano ritte e reggevano un uomo di cui non vedevo il viso. Guardate che noi non torniamo indietro e non facciamo scalo in nes sun porto. mi dice: "Se avete qualch e bisogno. andare a scaricare il pesce a Livorno. sono impregnati dell'odore forte e umano d ella vita di mare. Sotto la garritta una grande giara di cr eta con l'acqua dolce oscilla appena. Ma i pescatori non dicono mai dove sono stati. di bordo. e s'impiega il doppio per tornare indietro. la più vicina al centro della nave e al gabb iotto del timone. "Noi adesso spostiamo di un vento e mezzo". Bisogna andare dove si possa pescare al riparo. e alla fine divenuti ragionevoli: ma poi un altro rumore. con un gomito sul finestrino. l'odore acerrimo di questa fat ica. di energi a e di volontà. s'è fatto anche un suo piano. odore di equipaggio. pieno di vita. sporgetevi a poppa. ma che non era Sabatino.Sabatino mi raccontava che egli aveva il suo posto sul mare. Di tanto in tanto. Al lume de lla lampada. È coperta con un'asse di legno con sopra un pentolino per attingere. fedele alla consegna. e si trattava di ra ggiungerlo in tempo per buttare le reti. poteva sta re in mare molti giorni. siamo otto qui dentro. il pugno sulla guancia. Egli divide l'uni verso in otto correnti." Sabatino m'ha ceduto la sua cuccetta. che avevano un ritmo costante. La coperta. dice Sabatino legando con una fune il timone a un u ncino. "Da come si mette il cielo mi pare che venga vento di terra. Voi soffrite il mal di mare? All'aspetto si direbbe che sopport iate il mare. e questo era il picchiare d'un piede calzato che batteva due o tre volte sul palchetto della garritta. nuovi. in questi scomparti. in cui non lavoro". Sento di etro a me un salvagente che attutisce gli urti contro la parete di legno. C'è un istinto sveglio nel sonno. Nella notte si sente appena il fasciame d ella nave crocchiare. poiché quel battere del piede era tutto quanto bastava per svegliar lo e chiamarlo al suo posto. Succede. il Mortargentaro aveva un motore di centoventi cavalli. la val igetta che mi fa da schermo contro la luce. Parla esattamente. Un marinaio s'era sostituito a lui durante la rotta tranquilla della notte. aggiunge Sabatino. Invece devo tornare di dove sono partito. rumori elementari. Domani il vento ci batte magari di prua. e correva ve rso il timone. bastò a farmi saltare sulla cuccetta. sparsi." Sabatino. Il motore batte esatto e uguale. Stando sdraiato vedo sopra di me passare lenta la catena del t imone. Ma per poco. "Domani all'alba ci sveglieremo. dalla cassetta che la raccoglie. avrei più tempo per pescare e n on dovrei perdere sei o sette ore per trovarmi sottovento. una man o al timone. come se si assestasse.

Laggiù dev'essere un inferno. Ma dobbiamo essere sul rovescio dell'Elba". Ci sono sette sottomarini colati a picco du rante la guerra. "Guardando la carta!" rispose. s'era messo a fumare un fornello. riparavano le reti la cerate dalla pesca dei giorni passati. e si sentiva che qualc osa ci imbrigliava alle profondità. sul gorgo dove si stava compiendo qual cosa. di cui il dito gro sso s'era fatto piatto e largo nell'esercizio continuo di puntarsi sulla tavola col mare inquieto. Su questa terrazza costituita dalla poppa. I sette marinai vi si erano radunati e. come se uscisse da una diga. strigliando il fondo dell'abisso. Ora. la scena aveva qualcosa di familiare. ora di veli. "c'è il pericolo di impigliare nelle navi affondate. nel mezzo del nostro dormitorio. Sdraiato nella cuccetta. "Cinquanta miglia più su". il mare dava colpi forti. sperduto e grigio sorse un gabbiano che poi scomparve come se avesse dato l'annunzio della morte dei pesci. E intanto il marinaio più giovane veniva avanti portando certe grosse tazze in cui. seduti in cerchio. Il mare era grigio. mentre stavamo aspett ando che passassero i quaranta minuti per la levata delle reti. sicuro. millecinquecento metri di cavi di acciaio. spazzandolo. A un certo punto Sabatino ricon obbe quasi uno di questi paesaggi.l suo capo a una certa ora. Vento di terra. spiando di quando in quando con occ hio distratto i flutti. nuovo ed energico. cui seguì poi un naufragio. Nello stesso tempo. e l'acqua si smuoveva ora enorme e lenta. limitato da ogni part e da una fitta nebbia opaca. abitabile. il mare. lontano si stendeva una coltre di nubi come un grande eccetera sullo spazio. e indo . senza un segno. per me alme no. di animali curiosi. e si sentiva lo scroscio mentre ricadevano o si rompevano. E poi velieri. Dico che non c'era n essuno in mare. senza un punto di riferimento. Per me era stesa una stuoia perché mi potessi sdraiare. e le onde che si levavano ora da una parte ora dall'altr a come apparizioni che prendessero strani aspetti. "Come avete trovato questo posto?" chiesi a Sabatino come se fossimo arrivati in un luogo riconoscibile. Qui il mare e ra profondo cinquecento metri. e si muoveva pigramente. Difatti l'aria era grigia. e i cavi dovevano essere mollati per tre volte ta nto. Raggiunsi Sabatino presso il timone. perché disse: "Pronti". un marinaio mi v enne a dire se volevo accomodarmi a poppa. e bisognava tenere l'equilibrio stando sull'asse di tutto il corpo." La nave andava avanti come un cavallo che morde il freno. Il ven to era caduto. Non so quanto durò questa occupazione. ognuno stendeva la rete abbottonandola a questo dito. perché questi marinai stavano a loro agio. Io non mi reggevo né sdraiato né seduto e dovet ti riparare presso la gabbia del timone mentre il mare diventava più forte. il sole si intravvedeva appena come di carta velina tra le nuvole. le onde cominciarono a levarsi a ventaglio verso poppa. a una velocità di non più che tre chilo metri l'ora. ma lentamente. Erano giorni che piovve cenere su tutto il bac ino del Tirreno. Ora si capisce quello che vu ol fare il vento. Sabatino disse: "Non vedo dove siamo. Intanto i cavi di acciaio arrotolati verso prua si s ciolsero e cominciarono a scendere per centinaia di metri in mare. quattromila lire tra reti e cavi. tenevan le dita della mano sinistra infilate nei buchi della rete. Non vorrei tornare a casa con questo be l guadagno. fumava il buon c affè nero. Dal finestrino si vedeva. e con la destra pass avano lo spago con una specie di spola. I marinai si addensarono verso poppa. Ma sulla scia della nave. sotto una larga fetta di pane messa a coperchio. tirando su ogni cosa. Se fossimo dove ci trovavamo stanotte non potremmo regger i l mare. difatti avanzava. sotto una raffica di vento che lo s batteva come si sbatte un liquido in un secchio. ora di stracci. la rete scivolò sul rullo mobile di legno ch iaro e si sprofondò nel mare. Col piede nudo e teso. e l'odore del caffè si me scolò a quello della carbonella e a quello della nafta. che dovevano permettere alla ret e di trascinarsi sul fondo raccattando tutto quello che trovava. Abbiamo passa to un vento e mezzo. aggiunse. sommovendolo. Ora la nave pareva tenuta alla briglia da questi millecinquecento metri di funi e dall'acqua che doveva a quell'ora gonfiare il sacco e tenerlo aperto sulla vita cieca dell a profondità. Il vento la sbatteva più forte trovando resisten za. alberature che impicciano. di sotto il tavolino. e che possono costare caro. a perdita d'occhi o. vedevo i pantaloni da soldato di Sabatino.

e come decisi a demolire tutto. uno stormo di una cinquantina di gabbiani venne avanti da poppa come una raggiera. Devo saltare ancora mezzo vento. bianca come uno scrigno di perle. Dopo aver inseguito un tratto la nave. Su di esso un enorme granchio. "La Corsica!" disse Sabatino. si rovesciò sul ponte. disponendo ciascuna qualità nella sua cassetta. Non guardavo e non vedevo che il cielo. come ho detto. forme umane. agli scorfani. "andate in coperta. Ora che il vento accennava a cadere. in un mondo abissale cieco e lento. Un ma rinaio aveva fatto scorrere la rete su un argano che si sporgeva. tirava su il carico. Stavo appeso. Quel viluppo mi pareva incredibilmente nudo. le o nde s'incontravano a grandi blocchi spalancando abissi per ricolmarli e riaprirl i. E nello stesso momento. come liberato da un fr eno che lo aveva piegato in una sola direzione. si profilarono a sinistra grandi montag ne in una fila di cime uguali. "Quella è la Serra della Corsica. come spuntate dal nulla. mentre tutto mi traballava intorno. e un altro sembrava un topo. arrestano i pescatori. A un tratto. sciolta dalla briglia della lunga rete. Uno che io conosco ci capitò una volta. Non ci si può avvici nare a più di cinque miglia dalla costa. che era sceso a considerare la pesca." Il giglio araldico della bussola segnava fisso il nord. e tutto palpitava co me nato alla creazione. gridando. L'acqua colava come un umo re vitale. "Sono appena cinque quintali". spuntato dal nulla." L'imbarcazione. Ma niente altro. e la bolla d'acqua sul quadrante si stravolgeva vio lentamente. si aprì come un velario. e turchina come un mucchio d'armi. Come colpito da una lama. sotto i colpi del mare che in quello s quilibrio del peso diventavano enormi. Uno di loro slegò il nodo che aveva fatto. "e torno più tardi a buttare la rete sullo stesso posto. Si saltava. con un mante llo che pareva di panno turchino intorno a un corpo da uccello. e da qualche rottura si vedevano spenzolare i tentacoli viscidi di qualche piovra. ai dentici. mi disse Sabatino. Se faccio in tempo: prima che il mare si faccia impraticabile da questa parte. ai palombi. disse Sabatino. il sacco si sciolse. lo stormo dei gabbiani si posarono l'un o dopo l'altro sulla scia dove galleggiava qualche relitto di pesci sventrati e mozzi. tornò al timone e puntò nuovament e verso nord. la barca era come un enorme animale che volteggia sse sul luogo d'una preda. I marinai seduti a poppa facevano lo scarto dei pesci. ma la bussola oscillava forte sulla sua sospensione. un altro aveva l a testa a martello. Per sfuggire all'arr . alle sogliole. I gendarmi sequestrano le navi straniere che vi capitano. disse Sabatino. E così appe so mi sentivo levitare. mentre le sommi tà si levavano in un cielo ugualmente grigio e brumoso. Gli argani si misero a girare. come per un'apparizione. "Andiamo avanti e torniamo qui fra cinque ore. Il mucchio lubrico. come un braccio gigantesco. si mise ad andare più lest a." Raggiunsi la coper ta traballando. rigurgitava e si sommoveva. e riponendoli poi nella stiva tra il ghiaccio . Uno palpitava. le funi si arrotolarono di nu ovo. poi a un tratto la nave si impigliò come se toccasse l'acqua ormai sol tanto con la poppa. alle sartie. che là per là. mostru oso dei pesci si accumulò e si sparse. Ecco il sacco sugli otto uomini adunati. vincendo la resistenza delle onde. Il sacco si sciolse. e portava da t ribordo. Il gruppo dei marinai s'era levato in piedi a poppa. Questa rete rim ase un momento sospesa nel cielo.vinavo ogni suo gesto e atteggiamento. una testa grande come il petto d'un uomo. alle lucerne. e una pioggi a che mi parve rosa come un getto di fiori. Quando le cose si mettono a questo modo è un affare serio. Egli regolava il timone come avrebbe guid ato un cavallo in un maneggio. mentre la rete si abbassava. Mi tenevo alle sartie quasi appeso tra gli sbandamenti della nave che. accanto ai merl uzzi. alcune code vibravano. e la nave riprende va con violenza e con uno strappo vittorioso il suo viaggio. "Vado più avanti". mi parvero riprodur re. il mare. si mise stupidamente a minacciare con le pinze che portava come due altri animali attaccati a lui. Nel mucchio palpitavano. con le pinze lunghe quanto un braccio. il sacco chiuso della rete. "Se volete vedere". erano soffuse di bruma alla base. e il riscatto dell'imbarcazione costa mo lte migliaia di lire. certi mostri ciechi. Sabatino. il motore a rrotolava ora i millecinquecento metri di funi che aveva mollato. Si per de molto tempo.

Scesi per la scaletta nel ridotto delle cuccette . con le cinque punte formate dalle estremità e dalla testa: avrei potuto poggiare. altr imenti vi fate male". mi diceva: "Tenetevi forte. fece un salto. Io dissi in un ridicolo barlume di convenienza: "Mi dispia ce." Sabatino stette un poco a contemplare le grandi e serene montagne. si mette controcorrente: il mare ven iva in su come se premesse verso un punto in cui le acque erano più calme. Il marinaio più giovane stava accendendo il fuoco sotto il fornello del cacciucco. nel fondo del mare. Sabatino s'era messo al riparo di questi monti come chi si sposti per evitare la corrente d'una finestra aperta. disse Sabatino. Io cercavo di reggermi in eq uilibrio sul plancito. Ma non vi preoc cupate di me". si legge il bollettino del tempo a uso dei navi ganti". mentre seralmente un uomo. altrimenti arrivate a stasera coi polsi rotti. era un blocco compatto. dove avevo sentito battere l'onda la notte prima. con l'aiuto della scienza. credendo che dopo due o tre balzi avrei potuto stabilirne i movimenti e regolare su di essi i miei. Andando av anti somigliava a chi. Alla fine riuscii a scivolare dentro la cuccetta. ma ora il fasciame non scricchiolava più. mi diss e Sabatino. Sabatino si pu ntava forte stendendo le braccia e formando con tutta la persona una croce. piegandosi sui pantaloni da soldato. traeva il suo oro scopo esatto e senza pena sul tempo e lo stato del mare. alla radio. era. Laggiù. mi ritrovai con le spalle allo scafo. "Voi mangiate?" mi chiese il cuciniere. Rispose: "Certo. Levò gli occhi e mi disse: "State male?". Si vedono i fanali e i fasci di luce delle automobili". Dopo qualche secondo che mi parve lunghissimo. Avevamo avuto una rotta sempre su un ritmo dell'imbarcazione che oscillava sul suo asse ." Si accor se dal mio viso che stavo male. Per quanto abbia navigato non ho mai sentito un mare simile. il cimitero dei sottomarini. La nave andava avanti per quella solitudine con lo stesso stupore di chi la solcò per primo. "Tenetevi fermo". e il centro della mia vita s'era trasfe rito stranamente nel mezzo. e anche qui intorno c'erano velieri. i giacigli e il vasellame. mi parve. Il cuciniere disse: "Eh. con i suoi ogget ti e le sue consuetudini. poi aggiunse: "Nelle sere chiare si vedono i paesi sulle spiagge. Sabatino in questo mome nto fuggiva la bufera spingendosi verso nord. si sprofondava e si risollevava. sull'una e sull'altra d i queste cinque punte indifferentemente. La nave tornò sulla sua rotta cercando il luogo che conosceva Sabatino. Per quan to toccasse il porto tre volte la settimana. Gli dissi: "La sera. si distinguono le case. sarebbe comodo". nello stomaco. e le mie facoltà di orientamento mi sfuggivano. Come sapeva tutte queste cose Sabatino? Egli reg olava la sua rotta sulla bussola e sulla vecchia sveglia. Non aveva denari per riscattarlo e lo lasciò ai gendarmi. Risposi di no. al modo dei canguri. "ma non fate troppa forza. Anche Sabatino si regolava secondo il suo istinto e l'esp erienza. mi accorsi che un modo per tenersi in un certo equilibrio era di andare avanti a balzelloni. verso la Capraia. Ma mi sentii preda d'una forza troppo grande. la nave costituiva un'altra dimensione di vita. mentre il mot opeschereccio andava alla deriva. e io mi senti i scagliato contro il soffitto della garritta dove era il limone. Ma a bordo tutto era elementare. piegato sulle ginocchia. e si prendeva cinque o sei ore di sosta prima di tornare là dove sapeva di dover pescare. come se le avessero dato un gran pugno da sotto. Mi ripetè soltanto che non s arebbe tornato indietro prima del giorno e dell'ora fissati. e per un giorno la settimana rimane sse ormeggiata. con questi mari si sta male anche noi". Non avevo provato mai un'impressione simile. Egli tirava fuori da un r ipostiglio certe tazze fonde e vi posava grandi fette di pane che tagliava compa . ma ora la nave cominciò a picchiare di prua. so tto di noi. Sabatino. Po i. quasi che asse per asse tutta quella m ateria inanimata si fosse rinsaldata al modo dei blocchi umani contro il pericol o. la sveglia. ma credo di poterla significare assomig liando me in quel momento a una stella marina.esto si buttò coi suoi uomini in una barchetta e approdò alla Capraia. e buttava nella pentola certi pesci spellati che avevo visto la sera avanti in un secchio. in una grande folla.

e a un tratto mi pareva di sentire che l'elica non toccava l'acqua e che il motore batteva a vuoto. "Non si torna neppure se il mare è peggio di così. e uscivano sul boccaporto. giunti al porto e scendendo dall'imbarcazione. mentre scorgevo nello scroscio enorme e continuo i marinai legati a una fune. Erano sdraiati. Se volete. qualche centinaio d'uomini st avano in mare. raccolse intorno a sé gli altri cinque uomini dell 'equipaggio. quando fu costruita. e ormai sbattevo senza più forza nella scatola della cuccetta. "Eccoli". "che io non posso saggiare di codesto buon piatto. senza ranc ore né risentimento. Dal punto dove stavo. d ue paia di gambe. pensavo. vi sbarchiamo lì. risentivo le parole che mi aveva detto Sabatino un certo momento. mi pareva di viaggiare in una grande bolla d 'acqua. fermandola con una mano. legata nel mezzo della tavola. l'annodò a un manico della zuppiera. Ora si va verso Montecristo. canti. vidi che al posto del timoniere si trovavano ora due persone. Gli altri mi strinsero la mano l'uno dopo l'altro. perché la monotonia di quei rumori. al motoris ta. la giac ca e il cappuccio d'incerata. Mangiavano allungando la mano e il cucchiaio ordinatamente." Doveva essere passato molto tempo. gr ida." "È andata bene?" "Quattro quintali. Non ci sarà da stare allegri. è meglio che ve le risparmiate. ascoltando la traversia del mare. mi rispose la voce di Sabatino. a giudicare dal tempo che stette assente. disse il marinaio lavando i piatti con diligenza in un secchio. Un marinaio che entrava allora prese una funicella. quello in cui. mi disse Sabatino. L'odore di quel pasto era molto buono. "Soltanto". e tutto quello che è di metallo è rame. mentre stavamo al timone: "La nave è fatta bene. Vi versò la zuppa e ne portò una prima a Sabatino che stava al timone. e assicurò poi l'altro capo all'altro manico. Stando sdraiato. un'altra. A quell'ora. Nel barlume di coscienza che mi rimaneva. e per ogni travata una doppia tr avata. e suoni come di sassi squillanti che si urtassero tutto intorno. tutti eravamo preda di un elemento più forte di tutte le forze umane. "noi non sappiamo che mare avremo da quelle parti . L'onda si mise a spazzare con un rumore di pioggia uguale il ponte. ruggiti. "Peccato ". Chissà che cosa faran no gli altri motopescherecci con questo tempo!" Una voce replicò: "Non tornano ind ietro. for mava tutto un tempo. la riempì con quanto era rima sto nella pentola e la posò sulla tavola. e me . Ancora sedici ore di mare peggio di questo . la passò s otto l'asse del tavolo. avrebbero dichiarato la cif ra dei quintali pescati. il mio ridicolo cappello di feltro. Uno era saltato sullo specchio d 'acqua staccando una barchetta presso un veliero e si accostava a me per traghet tarmi." Ora che stavamo entrando in porto all'isola del Giglio. in una giornata come quella. i suoi uomini stavano intenti alla voce spaventosa del mare . per ogni chiodo ne fece pi antare due. Nessuno torna indietro".tte e sottili da una pagnotta. quattro braccia che facevano forza sul timone. Ve lo consiglio. scrosciava s ul castello di prua. vedevo i marinai l'uno a ccanto all'altro aspettare di vedermi scendere. poi tirò fuori una grande zuppiera con due manici. La zuppiera. difatti. Aprii gli occhi e chiesi: "D ove sono i marinai?". senza a ver l'aria di farsi posto e di cedersi qualche cosa o di contendersela: c'era un a disciplina e una giustizia in ogni loro atto. con gli occhi aperti. aspettando il solo momento che contava nella loro vita. Le ondate li avvolgevan o e li trascinavano con loro. Gli altri marin ai entrarono l'uno dopo l'altro. accecati e grondanti. Scendevo con la mia ridicola valigetta. L'armatore. dissi. cavavano da un ripostiglio i pantaloni. accorciava stranamente le ore." Egli parlò tranquillo. siccome passiamo dietro l'isola del Gig lio. roba da nulla. e una reciproca premura troppo n aturale per sembrare affettuosa. lavoravano a mettere al sicu ro i barili della nafta in coperta e a legare e a proteggere gli oggetti che il mare s'era ostinato a strappare. nelle loro cu ccette. a girare il vento . Molti hanno fatto naufragio pur d i non tornare". "E quando si pesca di nuovo?" "Abbiamo pescato.

dicevano. È una canzoncina d'improvvisatori della Montagna Pistoiese. e fui la novità di quella giornata. ditegli che fino a questo momento ab biamo riempito trentasei cassette. una borgata della montagn a. sul porto. e di tratto in tratto vi accostavano la lingua a leccare il buon sapore del sale. Altro che caffè. poiché gli uomini navigavano. Il fatto curioso è che il primo parlare che si fece della montagna pistoiese fu de i linguaioli. "Bravi pescatori". E allora i pesci trovano cib o più facilmente. il giorno dell'Anime del Purgatorio. recentemente. e sull e coste inospitali della Calabria. Sabatino mi disse l'ultima parola: "Se vedete il signor Loffredo . fece una retata di naselli piccoli come un dito mignolo. come fanno pure i canzonieri francesi. La barchetta mi posò sulla riva. ma quelli di là d'Arno. E capii che tra le altre preoccupazioni." "Anche questa è una teoria". DALLA MONTAGNA ALLA MAREMMA "Se mi date un po' di vino . cemento. " Il mio figliolo è su un veliero sulle coste della Sardegna. io pensavo che in nessun altro paese del mondo. dicendo ch e questo era un sovrano rimedio contro il mal di mare. la galletta e una sarda salata era la nostra razione. un viaggiatore borghese avrebbe avuto tanta premura intorno a lui. al punto che il suo vocabolario non registra i modi neppur di Firenze. mattoni. e tra poco non ci sarà più pesce. Il Montargentaro si allontanava. tutti pesciolini cui non si dà il tempo di crescere. autore del famoso vocabolario italiano. Ravvolta in un pezzo di carta gialla. Io sbarcavo come un naufrago. qualcuno tornava a casa dall'aver pes cato un piattello di pesci. guadagna nove. dissi io. Il resto lo faremo sotto Montecristo". noi: quando si andava verso la costa della Sicilia. e la montagna pistoiese uno dei luoghi inesplorati d'Italia. hanno la rete con gli argani. Rivedendoli in viso uno per uno. Vendeva i pis elli a diciotto soldi il chilo. Scarica e car ica calce. erano fuori dalle c ase. è un mese. fa questo lavoro. ed erano i poeti popolari a cantarla. Le donne frugavano tra quei piselli. ma hanno il motore. il Petrocchi fu invece progressista per quanto riguarda la sua montagna. Veramente il Petrocchi era nato a Castello." "Ma". quasi tutte donne. diceva la filastrocca.s i farà un po' più massiccia". d'ottobre. "bra vi. Siccome mezzogiorno avanzava. Se mi date un po' di ciccia . e pensavano alla spesa della mattina. che vergogna!" diceva la donna. Conos cevano di fama l'equipaggio del Montargentaro. e io devo pagarti i piselli diciotto soldi il chilo. che non sapevan o di lettere. e vocabolar isti come il prof. al tempo della pesca a vela. raccoglitori della parlata spontanea come il Giuliani. un bravo figliolo che conservava il guardaroba della sua mamma che nessuno dovev a toccare. poi lasciavano andare e rimanevano pensierose a guarda re il mare. avevano avuto anc he quella d'un estraneo che s'era voluto imbarcare e che soffriva fino a perdere la conoscenza. Uno di questi motopescherecci. "smovendo il fondo del mare. e poi come entravano e uscivano nella bufera a testa bassa tra gl i scrosci dell'acqua. cantando a questo modo . Conservatore in fatto di lingua. almeno nelle antologie di scuola. ment re l'oste mi serviva un'alice con olio e aceto e un bicchier di vino. e non era proprio un canto. fra i quali molti ripassando il Ponte non hanno più cittadinanza di qua. Tartane e velieri sono in secco. "Non vogliamo case affumicate. Una donna con un viso antico si mise a leticare con una vecchina che portava da soglia a soglia una sporta di piselli. dieci lire se gli va bene. è una fila di case disposta a semicerchio. Spazzano il mare con le lunghe reti. Policarpo Petrocchi. Andavano essi di porta in porta.ntre ciascuno di loro mi stringeva la mano. Il Giglio. come chi per seminare rivolta la terra. li facev ano scorrere tra le mani. Gli abitanti. "Che vergogna. I pescatori presso le botteghe s'informarono di me e di come ero arrivato.canterò benin benino. la portavano nel pugno. e poi hanno il caffè alla ma ttina. li riconoscevo come s'erano accostati al mio giaciglio. Dovranno andare sempre più lontano. poiché arriverete col postale prima di noi. Vogliamo i fores . ma un parlare ad aita voce in cadenza." La donnina andava più in là a sentire un'altra canzone. Le case erano di cannicci affumicati. disse filosoficamente un marinaio d'una tartana. forse. e di cui qualcuno della generazione di mezzo ricorderà le descrizion i dell'abate Giuliani. e usciva odore di cucina da tutte le c ase. certe bambine vennero alla spicciolata in bottega a comprare una sarda sala ta. queste reti rivangano il nutrimento dei pesci. Quelli sono signori.

sui cui margini sono trapiantati in bell'ordine i gin epri. avevo letto il manifesto annunziante una gara poetica in cui i nomi dei competitori erano scritti come siamo abituat i a vedere quelli degli attori dei manifesti dei teatri. Eppure ella ha girato Parigi. la tromba di un'automobile suona alla svolta alternata di strisce b . ed è lei a rifare il verso di quella parlata. in terra d'America. e ha il diritto di dire che la lingua s'è corrotta praticando i fore stieri e leggendo i giornali: tutto il contrario di quello che dicono questi vec chi. Gioventù. l'America: ricorda le cimici di un albergo di Parigi. Fece preparare per primo a una sua nipote due stanze per un cert o signor Pupilli di Milano che fu il primo villeggiante della montagna pistoiese . Ora l 'infilo la gonnella e viengo giù. gioventù!" Non ricorda che gioventù. di ogni regione d'Italia. Ce ne sono. e ricorda l'umanità vi va avida e potente dell'emigrazione di quarant'anni fa. per tre quarti della sua vita fra stranieri. spende tutto il suo per restaurare la chiesa e il cimitero. con due parole ne disegna il carattere. ohi. Ma già ai piedi della montagna.coronato di rose e di fiori . Gli cocerò du' ova". e di que i modi. ma abituata. sick. E dietro i vetri incrinati c'è un bravo prete che mangia sì e no una pappa. Ce n'è uno che ha tutto un poema sulla guerra.ra gazzine coi vostri amatori . la parlata era a questo modo: "Ora mi viesto. la noia degl'inglesi. e qualche soldo da parte. Ella mastica un po' d'in glese e di francese. è ancora vivo nella mente di costei.alla porta veniteci aprì". A volte non sanno neppur leggere. mentre il marito era al lavoro nella miniera di carbone. Una strada tra le più belle d'Italia corre tra Pistola e l'Abetone. e rifà il suo stesso verso di quando era malata e le pareva di non riuscire a dir tutto in inglese: "I am sick. diceva. E i questuanti dell'anime del Pu rgatorio seguitavano: "E per l'ova che mi date . del loro ventre sotto le b rache alla marinaia. nella montagna pistoiese. e sotto a ciascun nome il paese. Quando parla di essere stata male e di non averlo potu to dire nella sua lingua. gente ingenua. batte un'incudine. Spesso sono boscaioli e carbonai. versi. sorvegliata. lascia intravedere il dramma della vita familiare ital iana. e secondo quello che sentono dire . È vienuto il professore. come questa: "Il bel mese di maggio ritorna . C'è ancora brava gente di qua e di là da una strada modernissima e li scia. dicono. a costo di tutto. un tappetino d'incerata sul tavolo. a esprimersi più per gesti che per parole. le tendine dietro i vet ri della porta. lo fa ancora. anche il prete scrive. un orologio "germanese" che batte forte e sicuro da trentacinque anni. come li chiamano qui berneschi.tieri". Londra. il passo delle guardie presso le dimore dei signori di Londra. dei loro piccoli piedi n egli scarponi. Ognuno ha il suo modo d'intendere la razza e la discendenza. compongono poemi a memoria. Va' a piglia' la legna giù nella stalla. Le macchine vanno e vengono. Trattati da amici. ma non toller ano sopracciò. le donne in costume da sciatrici non finiscon o di stupirsi dei loro fianchi stretti dalla cintura. Più sopra c'è una chiesetta di pietra col campa nile pendente. Ella ricorda i compagni di strada . Questo accadeva verso il 1890. Il ricordo di questi versi. sbattuta di qua e di là. E oggi. ed è curioso che fra toscani i tempi che passano si riconoscono spesso alle parlate. Tutti attorno ridono. ho male". un ingrandimento fotografico del temp o giovane.che da volpi e da faine . si discuteva ancora di lingua tra boscaio li e carbonai. una strada mod erna. Si sente suonare una campa na. e fece arrivare tolette e cassettoni. che scaricava il barile di birra nella sua casetta in Pensilvania. La lingua è la pat ria. e rifà il verso del birraio tedesco. in una borgata. per la quale quarant'anni di emigrazione dopo dieci anni di vita di carbonai sono rappresentati da una casa pulita. ricorda ancora qualcuna delle strofe volate un tempo . La ve cchia con cui sto parlando. di questi poeti popolari. sul campanile è cresciuto un ornello alto sei metri che è l'orologio del luogo e che fiorisce a primavera lassù. si sente il crollo d'un ramo tagliato nel bosco spoglio d ei castagni. che ridono della vecchia lingua e delle capanne affumicate d'un tempo. Dice dei meridionali: "Sono buoni. sono solidali fino al sacrifìcio. Ohi . ho male. Qua rant'anni fa nella montagna.pregherò per le galline . che contrastano dandosi un tema e rispondendosi in ottave. nel loro dado di cemento tinto di turchino. come un veterano i suoi compagni di marcia.le vi siano riguardate". dei loro seni sotto il giacchetto. curata. e il ve rso del meridionale italiano bracciante. e dai suoi mutamenti si misuravano gli anni che sono passati. C'è fra noi una vecchia donna.

Cocitori e carbonai si formano in compagnie. prima della protezione sindacale. alla quale si può ridurre molta della nostra storia. Partono ancora il giorno dopo i Santi. senza sole. la compagnia si disperd e. do po trent'anni di assenza". all'apparenza molto semplice. finito il lavoro. e che è tutto un altro mondo. vestite di nero. ottant a compagnie di carbonai. cari i figli. il mestiere è quello del carbonaio. in Francia. e la banca non esisteva. ogni compagnia ha un capoccia. che non riesce a fermarsi per vedersi. divennero minatori in A merica. il capoccia gli domanda: "Perché hai saltato? Tu non devi saltare ". in questo torrente umano. questa costruzione su cui è tutto l'assalto del popolo italiano da anni. lasciando ancora a ntica la vita. e torna no il 24 di giugno. Ognuno d eve prendere con le sue mani il suo pezzo. conoscono la Francia: straviati. e la sua gioventù di dieci anni da carbonaio. la testa piccola sullo sviluppo eno rme del tronco largo. ge neralmente una cinquantina di compagnie. la casa. a pensarci. quest'uomo di settant'anni. poi tre uomini e un garzoncino. un tempo. banditi di strada e profittatori e venditori di carne umana. il mondo moderno della strada e di pa ssaggio. Se salta. taglia la polenta o il cacio. ma cinque sono già troppe. a una banca. guai. ma il nucleo familiare è la formazione di combat timento dell'italiano: il panorama delle prime lotte del popolo italiano. altr imenti. per tenere i piedi caldi. dice: "Con le macchine hanno rovinato tutto il mondo". D ove il carbonaio siede. più di trecento uomini. alla maniera che chiamano "a b uon Gesù". Il capoccia è il padre della compagnia. Ogni compagnia ha la capanna. cioè del tempo non controllato. dava e dà loro diritto alla vita. che non nasce da que sta responsabilità. "Mia madre morì sei mesi dopo che io ero tornato. Piantato sui pi edi grandi e con le punte aperte. e non deve saltare. il capoccia fa le p arti del cibo. si fanno la capanna di zolle. in chiesa: gli uomini lontani da anni all'estero. fondamentale è la famiglia. che entra veloce nel vivo del paesaggio. Il l avoro italiano non trasformò soltanto la capanna affumicata in un dado di cemento. la cintura di cuoio nero che stringe loro i fianchi è l'unica loro e leganza mentre stanno in ginocchio. rappresentava una garanzia di difesa dai pericoli. a queste delusioni. rappresenta un enorme afflusso di popoli tra i pericoli di un'odissea. Il garzoncino è un ragazzo di sedici o diciassette anni. la Co rsica. là stende il tovagliolo per mangiarci. La partenza è piena di promesse. capace ancora di ridere e di r icordare i vecchi tempi. in mezzo alla capanna c'è il fuoco acceso. in Sila o in Corsica. Una volta. è piena di speranza. ma arricchì e alimentò categorie intere di persone per le cui mani passava cotesto lavoro come l'oro. Venne il tempo delle miniere. Il guadagno si spartisce alla fine della stagione. per San Giovanni. antica come il mondo. come andavano . Dietro a queste spine. in tutta Italia e fuori: conoscono la Maremma. quella buon a e quella cattiva. tutta la persona aperta nell'atto di vibrare u no strumento di lavoro o di gettare un peso. Li arruola un padrone che viene dai boschi della Maremma o della Sardegna. la lavorazione va all'aria. ogni compagnia è di quattro o cinque pers one. Se l'altro non ubbidisce. veloce. dai boschi. RIOMAGGIORE Suona bene il rivo di Riomaggiore e fa più allegria che il nome stesso del paese. Non soltanto. a questo travaglio. Certo. tutta la sua salute. Il mondo divenuto piccolo e praticab ile. p er tutti i popoli del mondo la donna è importante e per essa si torna a casa. cominciarono le partenz e per l'America e per la Francia. e quelli che torneranno ancora di qui a sei m esi. E soltanto una tecnica precis a. e s pesso. furono mandati a una città lontana cento chilometri. la Sardegna. il guadagno vien meno.ianche e nere. dice il vecchio con cui sto parlando. Questa è la salute del carbonaio. ma che implica una famili arità con gli elementi. Nella chiesa non ci sono che donne. secondo l'ordine. Nella montagna pistoiese. Soltanto una formazione familiare. Però mai come nella vita italiana questi fatto ri sono decisivi. che cosa sarebbe una partenza? Quando arrivano sul posto. la Calabria. Dove sono gli uomini? Li aspettano. Ecco che cosa as pettano le donne inginocchiate con gomiti troppo alti sul banco. e li distribuisce in giro. Non c'è atteggiamento italiano. . Un tempo l'acquisto dei generi era obbligatorio presso i padroni delle macchie che davano il granoturco e il formaggio a prezzi esorbitanti. La famiglia. in Maremma. Vanno. le speranze diventavano spine . coi gomiti levati sul banco troppo alto. come dicono qui. in Australia.

il mare non ha risparmiato neppure un pugno di terra. scendendo giù dalle Cinque Terre. Qui risuona il rivo che ho detto. Parlano guardando l'orizzonte. è un'opera dell'in gegno italiano come tanti altri luoghi di una Italia troppo stretta. raccolta come una bestia sul suo nato. sono famosi quei di là. nemico e intrattabile. la natura delle piante e i sistemi degli uomini. la contrada delle Cinque Terre. Al contrario di quella arborea dell'I talia meridionale che confonde la cima con l'olmo e il pioppo cui s'appoggia.suona chiaro nel suo letto di pietra per la valle chiusa in cui si raduna l'abit ato. Lo so. un pergolato si stende su un diligente intreccio di fili per tutto il corso dell'acqua. e la strettezza a un'armonia addirittura formale. per un sottopassaggio tra le gole di mac igno si raggiunge l'abitato. si accordano in quella luce che è densa come in tutte le valli. l'uomo ha comi nciato la sua ascensione. E naturalmente uno dei più diligenti. presso gli arch i e le caverne vuote. un disegno di fili di f erro regge i tralci della vite. quello big io del muro nudo. fra gente che lavora a regola di mestiere. e lava sempre la roccia ch e regge sicura la montagna. Il maremmano conosceva di fama la regione. Me la indicò tra i filari come un personaggio. Questa è la regione della Liguria famosa pel suo vino. continuamente all'assalto della terra. nascono dallo strapiombo sul mare . "E questo". Stretta tra monte e mare. e mi r accontò come e quando l'aveva avuta. Basta guardare come l'opera dei campi è bella dove è nata la nostra arte. tra una spall etta e l'altra del rivo incassato in un letto di pietra." Questa celebrità contadina . uno famoso si chiama Sciacchetrà. una terrazza sull'altra come una scalinata c omposta pietra per pietra e colmata di terra palata per palata. La s tessa natura del terreno ha costretto il contadino a un ordine architettonico. chiusa tra il mare e la parete verticale di pietra bruna. sfocia in breve nel mare per un delta largo di pietra che è un difficile approdo. ancora s'immaginano le distanze come nei tempi dei tempi. per il paese folt o nella valle in pendio. Scavalcando il rivo. spesso là dal mare. quando viaggiatori e naviganti portavano da terre lontane le piante utili e buone. Anche qui in Maremma la vite era piegata sul filo in modo da frondeggiare contro il salino del vento e riparare il grappo lo. Dunque. il rosa delle abitazioni. un nome dritto c ome uno sparo. di dire a un vignaiuolo de l mio viaggio. Così è nelle Cinque Terre. Passo dietro passo ha costruito per tutti i colli e mo nti attorno un sistema di terrazze. un tempo celebre in tutta Europa. le scale e i ponticelli danno ingr esso alle case brune e rosa a ridosso del monte sull'altra sponda. È un lavoro di gen erazioni: un incalcolabile numero di gesti per assestare la pietra della moricci . chiusa tra i monti e il mare. dal primo gradino formato dallo scoglio che rattiene l'onda. avvicina le con trade in una consuetudine primitiva di rapporti che passano i monti e le regioni . e. su cui si leva qualche abitazione alta e scarna. Qui il mare batte profondo e cupo tempestando contro la roccia. che si stende tra valli e monti per tutt o il massiccio che precede La Spezia. La valle sale ripida verso settentrione incontro ad altre valli che solcano la r egione aspra delle Cinque Terre. Son dive rsi i vini che vi si producono. gli scogli lo chiudon o. Questa è sul mare la porta stretta d'uno strettissimo paese. Il colore crudo della pietra. scompare sotto le case fatte a cavalcavia. mi disse indicandomi il colle "è un sistema da Cinque Terre. Come nei racconti dell'infanzia. mi piacciono i contadini che parlano di regioni remote. Il mare qui è molto inospitale. M'accadde in Maremma. qualche barchino in sec co attesta una piccola vita di pescatori. umide di colaticci. E anche qui era cominciato il lavoro per cui giustamente va famosa la contrada del le Cinque Terre: la scalata della vite alla montagna. Il treno dà accesso al luogo per una stazione tra due gallerie. I colli sono nudi d'alberi. il verde della vite. è riconoscibile tra mille come è riconoscibile la vite di questa cont rada. e dicono il sito dei luoghi. forse il p iù stretto fra i paesi italiani. Né da destra né d a sinistra nel breve arco dell'approdo si scorge la costa. anzi aveva una vite di questa contrada fra le sue. apre gli orizzonti. Questi luoghi e colori amò il pitto re Telemaco Signorini. è un massicc io con cinque paesi che da secoli hanno dato la scalata al monte portando la vit e sino alla vetta. e lo riempie della sua presenza. Forse l'att itudine italiana alle arti ha inizio nel suo contadino e nel suo lavoratore di t erre.

si perderebbe quello nu ovo che è singolare. ugualmente impraticabile come la valle stretta. S i può immaginare quale fosse Genova nel suo tempo comunale mettendo insieme i rico rdi genovesi disseminati nel Mediterraneo fino al Mar Nero: la pietra scabra. Un passaggio tra pietre. senza più sp azio di quello che la città concede a una qualunque abitazione. porsi tra monte e mare. In una lotta così esatta con la strettura. l'ultima torre genovese del Bosforo che di lontano risponde al tronco della torre di Galata. dove il salino pure minaccia le piante. Ricordo. e pareva una passeggiata intorno al bastione d'una fortezza. in una brumosa matti na di primavera. anche perché dettato dalla somiglianza del terreno dovunque siano sbarcati: si sono dovuti sempre arrampicate. i monti delle Cinque Terre si levano col sistema loro di terrazze innumer evoli. tarchiata e nocchiuta come un vecchi o italico resistente al lavoro. rendeva lieta la brigata dei giovani che andava su e giù pel sentiero or nato di qualche panchina. q uasi un ricordo della città costruita nel sasso. ma li comprende tutti. dove pure il suolo è crudo e ha bisogno di piante tenaci. che fa ricordare. dal muro a strisce bianche e nere dell'anno Mille fino al palazzo floreale della Borsa. Questa un iformità dello stile dei genovesi è il loro carattere più vecchio. delicata come una donna dei paesi del sole. dall'altro lo strapiombo sul mare. Come in una grandiosa scena di teatro. la torre domina cilindrica come un silo. De ve rimanere assai poco.a. Per uno spazio di otto miglia in lungo e in largo. e non è strano che molt i viaggiatori li abbiano sfiorati senza capirli. intrecciarvi sopra il filo di ferro in modo che la montagna tutta e le alt re son coperte da questa ragnatela su cui ogni anno si stende il tralcio nuovo e si lega. nelle più antiche chiese geno vesi la cupola è tutt'uno col campanile. è piantata nel mezzo della chiesa dove soli tamente si leva la cupola. fortunatamente non fu mandata a effetto. Poiché Genova offre monumenti ill ustri quasi per caso. sotto il muro del Sette e Ottocento. qualche agave. il miracolo di chi vi camminò sopra. piantarvi la vite. In tutto quello che è architettura genovese v'è un'estetica del perpendicolare. Il viottolo gira per le pendici fino alla prossima valle. o in una cupola gigantesca. una galleria nella roccia. verdi. e poi il tralcio frondoso è adagiato in modo da riparare dal vento bruci ato del mare il segreto dove il grappolo matura. si può st udiare bene la struttura di Genova. si potrebbero tradurre in suono: un sibilo lungo echeggiante da valle a valle nella solitudine in cui rompe preciso lo schioccare della forbi ce del potatore. Era come voler mettere ordine i n un blocco unito atteggiato nella sua architettura dalla natura e dal tempo. e si stende in un fondo compatto il tonfo uniforme del mare. e sotto il mantello di qualche trasmigratore è stata portata come un esemplare fidato oltre la stretta catena delle Cinque Terre. scalette strettissime per la china rendono praticabile quest'opera e raggiungono le case solitarie tra i vigneti sulla cima del monte. La trovai seguendo una compagnia di ragazze e di giovanotti vestiti a fest a. COLORI DI GENOVA Il carattere e la struttura di Genova sono fra i più gelosi. L'idea che balenò qu alche anno fa. La vecchia ebbrezza del vino no n ha una storia più faticosa di questa da cui son nati e hanno prosperato cinque p aesi. l'acciottolio della zappa. dal Castellaccio. Dal punto più alto della città. un nastro di strada davan ti alla stazione. tentativo fedele d'una scalinata celeste. ridenti. La buona vite cui basta poco terreno. libe ro. hanno il movime nto d'una spirale. fino a settecento metri di al tezza. anche la passeggiata di Riomaggiore è ang usta. il mare grande. qualche pianta smagrita dal libeccio. versarvi la terra trasportata dalle donne cofano dietro cofano. quand'uno è costretto in poco spazio. costruiti come fortilizi. la cui importanza sta nella sua continuità di vita e d'animo. della pietra d'una volta. non gravita intorno ad essi. e t utti i suoi monumenti sono schierati lungo lo scoglio cui è aggrappata. di riscoprire quello che poteva rimanere di Genova medievale e co munale. da un lato la parete scoscesa del colle coronato di viti. qu el tanto di ciclopico che l'architettura genovese ha portato fino alla Crimea. Questo sentimento di spazio. non s'è fermata a una stagione della propria vita né a un tempo né a un costume. e alla svolta un viottolo a mezza costa del monte. del panoramico. Tra le fratte e i pini marittimi ci si ritro . e lo stesso aspetto dei magazzini che si vedono ancora oggi a Costantinopoli. è dive nuta famosa. forse non si riguadagnerebbe il carattere antico.

quasi irreale. ne è una capitale. torri castelli e fortezze ricordano i mag azzini. con la bizzarria degli edifizi intorno a cui corre e serpeggia la medesima strada che li tocca al pian terreno e giran do li sovrasta all'ultimo. Così il parallelepipedo della casa prende un colore teatrale. e sulla ripa di Genova si allineano i grattacieli come li poteva concepire il Sette e l'Ottocento. Dai pianerottoli. lontano. A Genova e in Liguria si trova poi una forma di città e di abitazione che ne lla costiera napoletana è appena accennata: la casa altissima lungo i porti e gli approdi. poi le strade che dividono questi edifizi sfogano da una pa rte e dall'altra su un panorama di tetti più bassi. un gruppo di scolari ripete la lezione per gli esami: "Quand o si determina il rialzo dei prezzi. anche la più modesta. solo qu alche cupola emerge come su uno specchio. un modo di abitare che si s omigliano nei luoghi più diversi del Mediterraneo: forse per questo a chi viaggia sembra che i vecchi luoghi sul mare siano stati sotto un solo impero.va come quei gruppi che nelle vecchie carte panoramiche siedono fra gli svolazzi del titolo: un bimbo raccatta sassi. sul cielo.". ma una grande città costruita tutta a questo modo diventa un capolavoro. tra casa e casa a un tratto appare il mar e. i grattacieli del porto di N uova York. tempo del teatro e delle grandi fortune marinare. come i n quella piazza e chiesa Carignano. Hanno vivi colori. un vicolo stretto fra due mur iccioli. il rosso e il rosa sono i colori delle loro c ase. è difficile scorgere una strada o la facciata d'una costruzione. Anche sulla costiera di Amalfi l'architettura popolare si adatta alla monta gna colle sue scale lunghe come viottoli. queste decorazioni danno l'impressione di scenari del Settecento. tutto dipinto. V'è qualcosa della nave nel loro disporre i paesi. L'ardesia grigia e azzurra dei tetti de lla città forma un lastrico compatto che si alza e si abbassa a seconda del terren o. scorre per i pendii come un fiume. quando lo vidi la prima volta. fin dove. un orto. nella luce de lla sera. con un'uscita sotto e una sopra. Questo mi parve curioso a Porto d'Ischia. Dovunque vadano. cor nicioni.. V'è un senso di vicinanza nelle facciate strette e nelle finestre vicine. bugnature. se ne vedono lungo la costa del Tirreno. stranissima al primo vedere: sembrano enormi vocabolari allineati. superfici lisce. Paesi arrampicati sul declivio del monte. leggero. come per un vago odore o ric ordo o suono. Dal più alto al più basso. rifanno aspetti di vita simili fra loro. di sette o otto piani. edifizi stretti e alti. e viene a mente come in un altro porto l ontano lo stesso odore si mescoli alla nebbia e al fumo del carbone. o che proprio la loro scelta cada su terre difficili per la necessità di abitare gli approdi. edifizi che da una parte son di sette piani. e più su s embrano di un piano solo. più oltre appare una strada. bastioni. una razza unica cui è difficile assegnare altro ceppo che il mare. Che ci sia una spianata e si allineano quattro o cinque enormi cubi da città m odernissima e piana. i tetti sembran o quasi aiutarsi a salire. e questi ricordano quelli. all'improvviso. che ricorda vecchie città del nord. traversando un po nte. una ragazza col suo cane segue l'entrata d elle navi in porto. vi ricordate di cento altri luoghi diversi. Dovendo pro fittare di tutti i capricci del terreno. e il cubo monotono della casa moderna che richiama alla memoria città orizzontali. in alt o. di semplice lusso. Stando a Genova. ma in Liguria tutto questo è svolto in grande. archi. si scorge il qua rtiere sottostante con le sue convergenze di scale. muraglioni. la città non è più che un'ultima casa bassa. è sospeso in alto come a una gru. perde il senso del volume e non è più che colore e illusione di scena. dando il senso di un'altura resa prati cabile in cui alla fine ogni accidenza del terreno è sfruttata a scopi di architet tura. i colori li distinguono. finestre con gente affacciata. ma decorate spesso di false prospettive. si respira il forte odore del porto. che a certe ore. v'è una forma di costruzione. Ho detto che Genova ha in sé il tema di molti luoghi e di tutte le città marinare de l Mediterraneo. Genova si configura nelle forme più diver se. fin verso Amalfi. ques ti edifizi si puntellano l'uno con l'altro. sembra precipitare in disordine negli avvallamenti. le rotonde dei muraglioni ch . A un certo punto l'architettura piemontese si fa sentire. Essa appartiene all'internazionale dei paesi marini .. tra la gente migliore. le finestre lunghissime e stret te. al punto da ricordare un'altra curiosità architettonica. sul mare. lastricato nel mezzo di mattoni rossi disposti per taglio. La ristrettezza dello spazio impone dovunque le sue necessità. ma senza quasi dislivelli repentini. Esiste nel profondo de lla vita del Mediterraneo. come si vede.

le religioni tutt'una. tutto quello che avevo veduto il giorno si legava a lui. dritte. ma nello stesso tempo sembra di aggirarsi in un interno. danno in grandi stanze profonde. cortiletti. in ombra. porta un gran mondo nel pu gno. da questo impiego d'un tema antico. Chi s'è trovato qualche volta in un palcoscenic o su cui è disposta la scena di una strada. riassunto delle cucine del Me diterraneo. c ome se entrasse da finestre in un luogo chiuso. a triangoli. ed egli. ma meg lio. quando tutto è morto e tutto ricomincia. e ogni cosa si rivelava con l'improvvisa facilità con cui i sogni apro no il senso della verità. il giardinetto col basilico. MEMORIA DI LUCCA Ho veduto Lucca e poi. ma questo a me accadeva naturalmente. Mi riapparve l'Arcangelo San Michele. molto in alto. intima come una casa. dagli spiragli fra casa e casa. Ora. Piazzette nelle piazze. quasi vie naturali che immettano in un regno di natura sulla cima di u n monte. quest'angelo dal viso né adulto né giovane. bolognese o napoletana o lombarda. ricciuto e paffuto guarda il mondo. come l'architettura di questi luoghi imparò dagli ac quedotti romani. Sugli spiazzi elevati tra i muraglioni appaiono d'improvviso. di mercato settimanale. più si sale e più si chi ude il lastricato dei tetti. le terrazze delle case. Quello che avevo veduto il giorno prendeva senso da questa memori a notturna. Basta che si apra una piazza su una dimensione sufficiente del terre no. una galleria coperta. tutt'uno i popo li e le civiltà. uscendo dagli ascensori che trivellano la roccia. lunghe . sempre o quasi sempre a livello di una strada più alta. l'ho sognata. del la Spina. là è il più vecchio colore d i Genova. appaia coi suoi colori stinti e tenaci. e il senso di ritrovo di ragazzi di sera chiass osa. perché la vecchia piazza pop olare italiana. più in alto di quanto si pens i. le piante odorose che condiscono la cucina genovese. c ol viso di tutti gli adolescenti dell'arte primitiva. o il palazzo Doria. diventò un gran sim bolo. Vi sono edifizi dove le scale seguono nell'interno la pendenza del monte. è un arcangelo dal viso di contadino adolescente. Si è sicuri di percorrere una strad a. così accade di sentire leggendo un verso classico magro e t emprato nella sovrabbondanza di una prosa recente. di piccoli monumenti arcaici imprigionati tra costruzioni del Sette e dell 'Ottocento come è raro vedere altrove: la misura antica contenuta nella popolosità e smisuratezza moderne. in cui la luce filtra con un colore marino. In breve. tanto che è causa di c ontinuo stupore vedere aprirsi in questa incredibile dimensione porte e androni. Gl'interni sono la continuazione della vita della strada. nel portico schiacciato . la strada è coperta. può dire se non è la medesima impr essione che dà Genova nella sua parte più vecchia. È difficile dominare la città. . il sole vi si fa strada a fette. non si scorge aperto che un quartiere per volta. veniva su da quelle annunciazioni improvvise con cui il popolo a un certo punto ridà l'avvio all'arte . Dove lo spazio si restringe. un acquedotto divenuto modello d'un'architettura sacra. come è il popolo. È come un grande palazzo diviso . e ad aggirarvisi prova l'impressione d i esser fuori e nello stesso tempo in un interno. i vestiti all'ul tima moda. E mi pareva di sentirlo cantare. con un forcone divenuto lancia tiene a bada il diavolo serpente ai suoi pie di. Sul grigio pan orama dei tetti. Qui si ha il senso della vecchia città. in Piazza Sarzano. Raramente accade di sognare una cit tà. il giallo e il rosso. come nel Sestiere di Porteria. Da lle luci sfolgoranti dei luoghi alti si passa a luci di acquario. menta. il peso della città intero. strade c he ricominciano sempre daccapo. raggiungono il pianerottolo. come si sente il peso d'una roccia e d'una grotta su l mare. e l'Italia il punto di convegno di tutte le favole. edifiz i contenuti fra altri edifizi come in una custodia: la chiesa di San Matteo. un'umanità indaffarata.e arginano uno sprone del monte e formano un nuovo principio di strade. Cento altre chiese e palazzi di Genova sono tra gr andi edifizi che sembrano coprire cotesti monumenti quasi col loro stesso tetto. dall'alto del timpano della chiesa a più o rdini di colonne sovrapposte. quello che essa possiede in modo unico. fino a Sotto Ripa dove si sente. come i contadini e i pastori all'alba. giovane. interni. come se nel sogno potessi ravvisarla e c apirla meglio. c'è una pennellata di verde. come succede a chi va in montagna. meglio. quello che sovrast a la chiesa dello stesso nome. d'un canto antico e primaverile. il mondo trascors o era un grande deposito di favole umane. quest'angelo mi appariva come la resurrezione d'un mondo sulle rovine di quello vecchio.

chiusa talvolta come un'entità particolare e lo cale. d'essere universali e civili. è la sua predestinazione. il mondo antico è come il presentimento del mondo nuovo. e non soltanto perché qui amò una donna di carne. col disegno d'un acquedotto costruiva una chiesa. C atone ed Ezechiele. differenze. la cui v italità può rimanere più o meno nascosta. Su una colonna del portico del Duomo. ottobre sul tino. morire. Lucca trovò queste cose a l primo stadio della sua ispirazione. che lo abbraccia tutto e vi si riconosce. lo stesso sen timento del mondo ch'ebbe Dante. quando questo era un modo di vivere e di c redere. novembre all'aratro. guai a lei se si arrende. Virgilio e Davide. un disegno s ulla pietra c'informa del Labirinto. ad aprire. sulla soglia delle cattedrali ricorda l'a ntichità e le favole perenni del mondo. Tutto vi assume un colore di mitologia. Il mondo era stato fondato per sempre con gli antichi: v'era un sol modo di atte ggiare le passioni. non aver vissuto invano. quando mescolò l'antichità al tempo suo. come un mondo di passioni e di fatti fermi sui qu ali si ricalcava ogni altro avvenimento: la necessità. e in questa contaminazione. e tuttavia avev a trovato il tono giusto. una civiltà nata dalla più stretta aderenza all'uomo e alla natura. e alla fondazione d'una chiesa non trovava stra no ricordare le favole pagane. comunale. Questa è la posizione dell'italiano nel mondo umano. Lucca non mi apparve come una di quelle città dove l'arte ha la sua parabo la tra crescere. il segno del potere degli italiani a ridurre il mondo alla loro misura? Civiltà difficile a tutti. Dante qui m'era vivo presso la sua casa di Gentucca più che in ogni altro l uogo della Toscana. diventa un fat to coloniale. il medioevo italiano ne compì la parabola facendo lo stesso per la romanità e per l'antichità mediterranea: profeti ebraici e grandi poeti romani. la vecchia religione non è altro che un regno non ancora toccato dalla grazia e sta alle soglie della fede come il labirinto inciso sulla colonna del Duomo di Lucca . Tutto questo è chiar o e vivo a Lucca. ma perché qui ma ggiormente è il colore e l'ingegno del tempo suo. traversie dell'uscita d'Israele e favole d'Ercole e di Minosse. e una scritta dice pressappoco: "Questa è la forma del famoso labirinto di Creta". infine. era il mondo nuovo che al suo nascer e ricordava i drammi dell'umanità. aboli va le distanze. paesi. Lucca è rimasta a quella fioritura. C'è la stessa audacia. quando si conquista intera potrà tardare il giorno della sua gloria. ingrandire. dopo averla visitata. i libri d i quel tempo. Lucca è una città che ha il segreto di molti fatti italiani. e l'architettura lo stesso. essa il par agone migliore. era il nuovo. aprile a cavallo e un fiore tra le dita. anche le operazioni quotidiane. che dalla assoluta contemplazione di essi tocca le magg . è ricorda to alle soglie della nuova religione come è alle soglie del viaggio dantesco. maturare. costumi. dopo di che quasi non costruì più c hiese né palazzi né torri né santi. febbrai o all'amo. quella che allo stesso modo si riallacciò alla paganità e che dai monumenti superstiti trasse i motivi per le sue nuove costruzioni. quella in cui la c iviltà italiana era naturalmente l'erede d'ogni cosa che avesse senso umano. creando su gli antichi i nuovi miti. da cui nacque la stessa architettura romana del Rinasc imento. Esso è qua come nell'opera di Dante. d'una discendenza e d'una storia anche nelle passioni dell'uomo. trova r parentele ed echi nei mondi scomparsi. non cercò di superare se stessa. È un m odo. s'ha l'impressione di aver visitato quell'umanità. ma piuttosto una città al punto più alto del geni o popolare. marzo alla potatura. allo stesso modo il Cristianesimo si servì della Bibbia. cioè la capacità di assorbire molte cose del mondo senza lasciarsene turbare. eguagliandole a se s tessa. ma che vive della propria tipicità. ma lo schema della bellezza e dell'armonia nell'arte sarà sempre suo.Infine. riducendole al suo senso. tra la Deposizione dalla Croce e la Carità d i San Martino ricorda i dodici mesi dell'anno. Una civiltà rimasta interna. dicembre tra i boschi a caccia. gennaio con la conocchia. i fatti umani avevano un sol corso e una determinazione quas i fatali. Non sembra di leggere an cora Dante? Non è lui il gran costruttore di cattedrali. aveva un solo accento e nuovissimo sempre per cantar e queste cose. questo. di esser cittadini del mondo universale. e nei nuovi sentimenti la grandezza di quelli vecchi. un'architettura ferma pressappoco al tempo di Dante. terriera. che non cerca l'universalità in una misura com une che si accetta o si dimentica. varietà. per cui esiste una sola stagione. la grandezza del mondo nuovo era tutta nel fatto che potesse assomigli are ai grandi temi antichi. una sola epoca. Essa coincide con le qualità più profonde e naturali dello spirito u mano che nell'arte si vuol sublimare.

Tutto è composto nell'atto della vita e della grazia. come una visita di dovere. nelle solite cornici dorate: la Madonna dal profilo emaciato e dalle grandi lacrime tonde che paion di vetro. "Morte immortale". soltanto la s ua fine è l'episodio più importante del suo passaggio sulla terra. e un medesimo pudore. ma si avvolge dal piede sinistro al piede destro confondendo lo stampo del corpo. a un tratto. Il pudore dell'artista si confonde col suo pudore. e poi la nascita dell'industrialismo in I . ebbe figli. Q uel senso di sbigottimento che nel settentrione è dato dalle infinite Danze Macabr e. forse in quel solo punto gli fu lecito contemplarla . il segno più ermetico. non segue la lunghezza delle gambe. e anziché sopraffare il vecchio colore d'una vecchia vita. cari alle oleografie. i Santi dal mantello turchino e g iallo. tutto nell'atto più bello dei fatti umani che è il principio . il principio d'un nuovo canto. a Lucca. Perché non si vedono i piedi? La veste è tirata sui piedi come il lino d elle antiche statue sacerdotali. e sembrerebbe uno di quegli adolescenti pag ani se la sua non fosse l'adolescenza perpetua delle spose di un tempo. tutta Lucca ve lo ricorda. non più grandi d'un metro quadrato. un a donna per cui s'è compiuto il miracolo della morte immortale. la piccola scena di un attimo. della forza. Solo in questo punto della morte fu affidata a un artista. il quale cert o la immaginò più che ritirarla. sulle ginocchia rigid e che sole attestano la pesantezza della morte. da noi lo dà lo spettacolo perenne della vita che vuol vincere il tempo. che si domandano quale simbolo chiuda. del la gioventù. Porta una ghirlanda s ulla testa. Sorride? Pensa? Vede entro di sé? Ha l'occhio come un fiore chiuso e mai sboccia to. notai che ai piedi delle vecchie ta vole degli altari erano state erette altre immagini più moderne. chiuso nella sua cappella come in un antro sibillino. Prima di tutto c'è lo spettacolo di come l'italiano si trasforma a co ntatto con la vita organizzata e collettiva. dalla rapprese ntazione d'un breve attimo umano ricava i misteri profondi. è lo sviluppo delle industrie in paesi v ecchi. antiche pietre. Mi parve questo. È un a ttimo. IL POPOLO. che non è dei meno interessanti: egli porta sempre qualcosa dell'artigiano. L'occhio n on si sazia mai di percorrere questi punti dove è il segreto d'una vita e di un'ar te. È un fatto che i santi di allora nessuno più li prega. Chiunque è passato di qui è venuto a visitare Ilar ia. angeli né tristi né lieti reggono la ghirlanda intorno al suo sarcofago. al contrario dell'arte italiana che dà per misura l'uomo. e i grandi paesaggi. lo fanno risal tare meglio. EMPOLI. eccolo che ancora una volta ricorda la fant asia tra popolare e classica italiana. Amò. e forse soltanto sogguarda le pieghe de lla veste che convergono al seno e al petto. La gloria è la gran droga italiana. e per esempio in Toscana. quando un nuov o accento dell'arte nasce nel mondo. è sospesa come sul pun to di dormire o di annegare. tutta lei è la testimonianza d'un ingegno che da un fatto naturale. Il cane ai suoi piedi leva il muso interrogativo. Santi in contemplazione. i capelli ben pettinati. donano all'ambiente e a l paese. leggerezza. non ne delinea la struttura carnale. È composta come in un sonetto del Petrarca. fragilità. Giusto il Santo Volto col suo terribile aspetto.iori altezze: è un antropomorfismo con cui non ha nulla da fare gran parte dell'ar te moderna che taglia agli uomini i legami con l'originarietà per farne manichini di idee e di religioni che rinnegano l'uomo qual è e volendolo elevare lo umiliano . dice in greco una lapide del Duomo di Lucca. annullamento. I VETRI Uno dei fatti più nuovi dell'Italia d'oggi. la veste è drappeggiata come una c oltre di pudore. Ma all 'alba. Ed eccola sospesa nella fantasia degli uom ini. col giglio fiorito. e pare di leggere in quegli angeli l'attenzione dell'artista. Là presso giace colei che fu chiamata fino a ieri Ilaria del Carretto. che dalla esattezza della verità trae qualcosa di attonito. Tra i frammenti sparsi nel muse o di Lucca v'indicano lo stemma d'Ilaria. come raggi che sfiorano il centro d ella sua vita di madre. Si capisce come ad ognuno di questi accenti qualsiasi pellegrino abbia trovato l'accento d'una nuova gioventù. l'occhio di chi non ha veduto nulla. al gran Jacopo. egli trema ad atteggiarle la veste: là dove le gambe si stendono. come il lino dei pontefici in trono. Ma poi. Dietro a questi le vecchie tavo le delle Madonne tra putti nudi. fu sposa. andando di chiesa in chiesa. Antich i poeti. il compendio di tutto lo sforzo i taliano. Lungi dallo sfigurarvi. ognuno che è entrato qui s'è seduto sul banco lungo la parete a guardarla. C'è il sapore di cen ere di tutta la poesia italiana.

e nulla è tanto eterogeneo che non entri in quest'atmosfera che è pur dura e di lotta. riprende il suo vecchio potere. che imitavano nell'apparenza le vecchie logge e i vecchi palazzi d'arte. E poi le merci sulla strada. e la polvere. Il tramonto rosso e il perdersi del fiume nel piano ricordano il mare. come era considerato il lavoro industriale. i mer cati. perché Empoli ha almeno una quin dicina di fabbriche di vetri. la tendenza è la stessa. la sua lotta. di vecchi vasi. Per chi detesta la spocchia di certa vita moderna tutta nel parere quel che non si è. ci sono i santi agli angoli. e riacquistano il vecchio prestigio dell'infanzia. a vederne alcuni ancora aperti. il grande nuovo articolo che preparava una vetreria era uno spet . in Italia tutto si concluderebbe in architettura e in arte. e sott o un calice di marmo grondante acqua. Perf ino i prodotti a serie dei magazzini sembrano appesi a un albero di cuccagna. A Empoli mi accadde di pensare a queste cose davanti al suo vecchio Duomo. Basta tuttavia che la società si organizzi su un dato schema. Nacquero perciò tanti monumenti senza scopo. E non era più l'Italia quella div enuta soltanto agricola e che aveva abbandonato ogni ambizione civile. Di sera sono aperte le finestre. i manifesti che laggiù sono più larghi e coloriti. una fo ntana ricorda la munificenza d'un signore che dotò la città d'acqua potabile. e poi. perché in conclusione. "venite pe r l'appunto da Roma: come corre il Tevere? Io ci manco dal 1885. un cam po di gioco. e i richiami delle trippe e della zampa. ma sono arrivato in tempo. D'estate i vetrai son chiusi. le città ebbero centri nati da quel l'assetto. e si correrebbe non so quanto al ric hiamo di questo vino dal sapore di vecchie rose. C'è un modo di disporre e di mostrare le cose del vivere che ha della compos izione. una colonia estiva. I rag azzi giocavano in piazza. questo m ercato quotidiano che ricorda da vicino la vita. di mescite di vino. d'insegne che avevano portato qualche cosa di artis ticamente popolare nello zinco verniciato. fatti di botteghe sotto i portici. Al tempo del gr ande artigianato e delle vecchie corporazioni. perché quella funzione torni in pieno. di vec chi caffè. Si dilungano laggiù i quartieri degli operai. Su un banco del fiume all'asciutto giocano i ragazzi . sarà una torre. noi l'Italia fummo abituati a c onsiderarla così: si rimpiansero i più abili artefici e artigiani d'Europa. giacché viaggiavo. che ritrovi in qual che modo la sua attitudine naturale. mi disse. le insegne e le merci. E che dire di quest'insegna che porta scritto "Bazar fantastico"? Empoli è in piano. quattro donne di marmo sorridono nude. e la vita si riannoda al vecchio filo. gli steccati gialli di qualche cam po sportivo. Sulla s palletta del fiume c'era un uomo seduto a guardare. saputo che venivo da Roma: "Oh". Mi domandò se fossi venuto a E mpoli per lavorare. La razza vuol p ur dire. Aspettavo qualcuno per domandarglielo". In mancanza d'altro. I fuori porta si vedono dalle sue strade dritte tra balenii di biciclette che si confondono con quelli delle foglie degli olmi prese da un lung o tremito come se pullulassero. è già la nudità moderna che ricorda la camera da letto. ma non di più lontano. Non è più la nudità d'un tempo. In quella venne avanti un ciabattino. e cioè la capac ità del lavoro a crearsi i suoi monumenti e le sue testimonianze come l'avevano av uta un tempo i tintori o i lanieri. Mi chiese anch e notizie di Prato. ma si to rse il muso davanti ai fumaioli delle fabbriche. Ci s'imbatte a un certo p unto nell'Arno. è u n meritato riposo. Ecco che cosa può pensare un uomo solitario sulla spalletta d'un fiume. le donne cuciono sui balconi. come se tutto questo fosse l'annunzio d'una fiera e d'un Luna Park.talia non è quella cosa nuova e strana che s'è creduta per un pezzo. e il contadino nei campi contigui non ha finito mai di lavorare. Il popo lo intorno a questi nuclei formò i suoi. I carrettini dei fiaschi da impagliare sono fermi davanti alle porte. Si starebbe delle ore qua in mezzo. poi divennero i musei di quel lavoro. Gl' impresari cambiano. col fare filosofico dei "ciaba" di tutti i paesi del mondo. vi si attardavano donne coi bambini in braccio. il popolo s'è fatto la sua decorazione per la vita quotidiana. con lo stesso color verde che ha a Firenze. qua ndo era ancora fresco. Qualche cosa però non era andato perduto. queste osterie a ogni passo che spengono l'arsura della strada polv erosa. di tutto il mangiare semplice. e l'atteggiamento di chi tira i due capi dello spago nelle braccia u n po' discoste. e questo lavoro senza volto. Non sa ranno più i palazzi dell'Arte d'un tempo. a prender aria. e ho sempre pen sato se corre più il Tevere o l'Arno. come altrove "tout fini t par des chansons". il contado.

gli ornamenti dei salotti. Ancora una volta penso per esempio a una grandinata su ques ti vetri. eppure esistono vetri di mille e duemila anni di vita diseppelliti dall a terra dove hanno dormito per secoli. e in circolo ognuno si dispone co n la sua canna. coi loro turaccioli. con tutti i toni del verde. Dev'esser la stessa l'emi ssione del fiato. e gli ospedali. a migliaia. i cestini da viaggio. accompagna la vita. La fragilità del vetro è una cosa di cui bisogna ricordarsi ad ogni mo mento. Appeso in basso a una lung a canna si gonfia come una nota profonda il bottiglione. dietro l'ispirazione d'un artigiano ignoto che t rovò quella prima misura all'emissione del fiato nella canna. come d'un'antica fabbrica o d'un'antica chiesa. È come se concertassero degli strumenti. il gruppo degl i operai sta raccolto in mezzo. della nostra infanzia. ripetute all'i nfinito da tanti anni e secoli. antichissime. separati da muriccioli tra magazzini confinanti. E si scorgevano vecchie forme. tra i potenti ventilatori e le finestre. A un tratto questa di vetro mi se mbra come un'umanità: corre il mondo. A un certo punto vien quasi il panico di quella estrema deperibilità. ognuno col suo grumo incandescente che p assa attraverso tutti i colori e le forme. forme che furono dei Fenici. abituati come siamo ad essere circondati di cose non fragili. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola. pressappoco come quella cornetta del jazz che pare riesca a stento a gonfiare una palla di gomma ficcata nel padiglione. il ritmo del le canne lunghe disegna fra uomo e uomo. e trecento di vetro artistico. o di paesi visitati. Questo un gran m agazzino di tali manifatture: c'erano rose. Ma forse in questo contrasto sta tutto il fascin o di questo spettacolo. È un m ondo assai precario. una coinci denza di linee e un gioco di rette ripetendo il ritmo convergente delle assi del soffitto. d i travi e d'assi. Paiono orti di grosse zucche. Il soffitto è altissimo. C'è la solitudine del lavoro individuale e insieme un colore di vecchia comunità intenta a un lavoro che ha perfino del gioco. il bicchiere dell'osteria. si disperde perfino la traccia della pianta d'una città. di alcuni n on rimane che un ricordo vago. su una tabella. Sembra un grande concerto che non arriva a esprimersi altro che in fo rme rotonde. a perdita d'occhio. ricordo d'una civiltà. che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali. questo vaso. le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri. va si e lampade. Ma in un altro magazzino chiuso. la bottiglia della camera d'albergo. mentre dall'altra parte le bottiglie striminzite e verdi da un quarto di litro fanno un altro suono di . quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case. Oggi escono da ognun a di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno. all'infinito. S'immagina quanti esemplari. Soli e insieme. le bottiglie. si ferma in qua lche angolo ignorato. a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi. fiori e frutti di tutti i colori. e questo bicchiere. si colora come una bolla. e le razze diverse erano i diversi colori d'ognuno sotto le stesse forme. altre oliere da trespo lo. le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tas toni. o veduti in qualche museo. crollano monumenti di pietra. sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidi ane degli operai. viaggia. sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano. C'erano violente simpatie e antipatie. fra solitudine e solitudine. dell a vita. e il naso e lo stemma della loro squadra erano le cose più rilevanti.tacolo di partita di calcio. s'infiamma a mano a mano che prende più aria. Ecco cose fatte per con sumarsi. Passano i tempi. erano disposti i giocatori. dura in qualche lembo di terra. questo pupazzo. la testa di vetro bianco. ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi . gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine. ognuno di quegli oggetti ricordava un amb iente. il forno del ve tro è come un gran calamaio cui attingono tutti. si sono rotti per uno che ha varcato il tempo. per generazione. i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie. Fuori. e fra l'uno e l'altro n on v'è che un'oscillazione media di venti grammi di peso. col gesso. le oliere all'infinito. qui acqui stano quasi aspetti di tribù. tant'è vero che ogni esemplare è uniforme. Su una tavola disegnata al modo dei campi di gioco. nasce come un frutto duro e verde. i comodini da notte. paiono delle bambine con la testina e il collaretto. la maglia di colore. che è tutto dire per un'operazione delle più faticose. E i vasi per fiori. e su questo tema. aprivano bocche mostruose o sembravano pezzi d'anatomia.

se ne trae soltanto un piccolo blocco. Sono questi gl'incerti del cavatore. il ragazzo gli sta attorno c ome in uno di quegli esercizi perfetti di acrobazia che vediamo sui palcoscenici . e bisogna purgarlo. U . dal globo alla coppa. come un riepilogo rapido di tutta un a discendenza di volumi geometrici. dà uno squa rcio atterrito. che dallo scoppio giudica l'importanza dell'operazione. quando si sarà diradata la nube di fumo. egli ha trovato la di rezione del pelo del masso come per un tessuto. e che nessuna pr eparazione scientifica può eguagliare. sta quasi da parte un lavoratore di fino. E intorno tutto un coro è intento a sentir oscillare. crolla poi come una nube. Il marmo è il risultato del lavoro di secoli. di laceramenti dell'aria. di scoppi. una di quelle grosse mine da qualche q uintale d'esplosivo. Il quale passa nelle sue mani attraverso tutte le forme. ancor molle. i ragazzi portano al forno della tempera i recipienti finiti in cui alegg ia ancora l'ultima fiammella e fa sprizzare scintille dal bastone. A volte. I giornali avranno annunziato lo spettacolo. Raramente accade di ammirar tanto l'uomo come in questo rapporto con la pietra. altrove le piante incarbonite macchiarono trop po il marmo. si vede la montagna gonfiarsi come un petto forte sotto un respiro poderoso. e dove la materia era meno compa tta la incrinarono col loro peso. si vela tuonando in un nembo di fumo e di polvere. e da q uesto connubio della vita marina e vegetale nacque il marmo. o dalla parte di t ramontana. o strati di quarzo più compatti resero più fragile la superficie del mi nerale. accompagna la vita dei cavatori nelle va lli bianche. spesso egli si serv e degli stessi metodi che servirono ai romani. le cime dei monti into rno sono gremite di spettatori accorsi da ogni parte. Fra p oco. gravitare. che ogni masso è inclinato dalla parte della levata del sole. rimane un attimo lungo in quello straordinario atteggiamento c he ricorda la sofferenza di un parto immane. lo stesso soffiatore è compreso di quel volume che nasce al s uo fiato.questa musica acuto. e s omiglia a una di quelle giornate d'artiglieria in guerra con la sua sinfonia di schegge. IL MARMO Quando scoppia una mina sui monti Apuani. In qualche luogo è il propri etario della cava. La scienza del cavatore è lunga come la vita di questa pietra. si consolidarono. l'alta pressione le formò in blocchi. il ragazzo vi salda un ornamento. dalla conformazione. e solo quando si ripromette la scoperta d'un banco considerevole . e questo è appena il principio della sua scienza. A tratti. nella profondità si fuser o. in cui conta la razza. il ragazzo vi aggiunge il piedino. come una pianta che vedesse ingrandire enormemente un frutto. in cima a un bastone bruciacc hiato. Dal colore d'una superficie indovina quello che c'è sotto. il ragazz o stacca il dippiù. poi le montagne sorte dagli abissi marini compressero questi blocchi. Furono come correnti troppo dense. Una macchia troppo forte di nero. nella sua forma. dalla direzione delle f enditure del masso intuisce il metodo di cavarlo. perché raramente egli ricorre al le grosse mine. una lapide come lo chiamano. altrimenti egli sa che il marmo si cava pazientemente. marmorizzarsi s otto il suo fiato le grandi bolle verdi. ripetend o nelle venature del marmo le ramificazioni delle piante. si lacera come un cratere. che ha il privilegio d'u n piccolo inserviente. l'esperienza. al piatto. l'aiuto d'un compasso di legno per le misure e per aprire e regolare le corolle del vetro. la portentosa musica del marmo che chi non l'ha udita non può figurarsela. In quest a orchestra di forme. Questa stessa musica. queste sommità erano coperte dal mare: miliardi di conchiglie si impas tarono alle materie organiche trascinate dalle correnti. Gli alberi incarboniti traversarono la superficie candida. una striscia di quarzo più accentuata minacciano la durabilità del masso. più o meno intensa. egli vedrà forse scoperti i blocchi ch e giudicherà con un'occhiata dal colore. L'esperienza gli dice che ogni masso giace nella montagna in forma di rombo pressappoco come una forma tombale . si amalgamarono. da un masso considerevole. Per un pezzo la vallata risuona del rotolare dei massi e dei detri ti. di cui non si sente a tratti che lo sgrigliolio dello stac co del vetro. Le bottiglie stanno nel forno a indurire e sembrano pani. come s e fosse stato disposto con ordine in una scatola. È questo uno dei più stretti rapporti d ell'uomo con gli elementi. o del principio di quei metodi. da quegl'indizi che non tradiscono mai il suo occhio esperto che ha con la pietra la stessa confiden za del contadino verso le piante e la terra.

di straordinariamente duttile. lo si scava da tremila anni. i depositi di marmo. di settant'anni. sono arrivate in capo al mondo. dove l'orbita è più fonda sotto la fronte. ha il colore d'una grotta montana. ed è questo i l presentimento di quell'implacabile polvere che colma tutte le valli. Anche l'uomo. il cava tore resta con la sua pietra.na volta venne quassù un ingegnere fresco di studi e di poca esperienza. che adoperavano la creta. distingue il suo pezzo di marmo tra mil le. Sono tremila anni di statue. danno quello sgomento che è un carattere di questa pietra. e sarà difficile che non si ecciti al pensiero d'u na mina. ma vi è qualcosa di vaporoso e di sfumato. una delle cose più solenni che la natura e l'uomo abbia no messo insieme. Lungo la strada l'insolita presenza d'una pietra così preziosa. Io l'ho visto sc alpellare in non so quanti luoghi del mondo. fino a quando può. in ci ma a tutti i tempi. perché da palmo a palmo la montagna è diversa e il minerale assume diverse confi gurazioni. le ombre vi si adagiano den se come di velluto. Con un braccio di meno diverrà guardiano. la morte. la pr esenza. il sole a diverse ore vi stampa in finite gradazioni. infine. è il mondo sopravvissuto che parla attraverso il marmo. Ma. imbianca lontanamente le strade. Due vecchi cavatori si scambiarono un'occhiata. promosso capocava si rassegnerà male a non avere il suo bl occo da purgare e da squadrare. Ho detto tremila anni di escavazione. il duomo di Carrara . colonne. Miliardi di tonnellate di scheggioni si s ono accumulati in queste valli mutandone di dieci in dieci anni la fisionomia. voleva fa re e disfare a suo modo. gli spiazzi pieni di l astre e di blocchi. Di marmo si vestono cose definitive. statue e colonne. la montagna differisce da ogni altra che la circonda: sono quattro cuspidi di pietra. Gli Et ruschi. in quest'operazione la pi etra diventa qualcosa di elastico. i secoli spenti che vogliono per essa sopravvivere. Ne ho conosciuto uno. Non è questo l'ultimo sentimento che accompagna chi visiti ques to immane mondo di pietra. dimenticando la loro civ iltà di fornaciai. in esso sono sepolti secoli interi. il marmo lentamente riprende il colore d'acciaio delle sue montagne. si aggiung eranno poi quelli dei secoli avvenire. A lui non inse gneremo nulla di quello che sappiamo". i riquadri di marmo delle por te e delle finestre rustiche. Perciò la cava di marmo è un fatto personale. Sono occhi a for ma di virgola. quella mazza del peso di otto chili. que l confuso pensare a un fatto definitivo. da Pietrasanta. con cui seguono i dife tti e le incrinature del masso. La valle bianca sembra colma d'una neve in una stagione in c ui le cime siano disgelate. i detriti si sono aggiunti ai detriti. riflette su Carrara quel colore lattescente in cui le ore passano come davanti a uno schermo frapposto a l sole. bianca e gelida di questo minerale dovunque ricorda il lusso. tra esse s'aprono tre valli bianche. come d'un minerale fuso e rappreso. la gloria. Ma se tutte queste cose. non ha mai voluto andare in pensione. templi. Questi danno i l colore bianco di neve alle valli tra cui formano una immensa corrente perenne. Gli occhi dei cavatori sono quasi interamente chiusi. dà una luce speciale a ogni cosa. come l'arte e l'artigianato. una lastra che fa da scalino malfermo a una casupola. Sono venticinque le vittime annuali di quest'opera. le cime son o scabre. qui usavano il marmo. si vedono gli effetti dei contraccolpi e gli spostamenti nei mille atomi che la compongono. ed essendo capocava non s'è rassegnato a guardare il lavoro degli altri: i suoi padro ni lo sorprendevano con la mazza nel pugno. la luce le tempra come l'acciaio. vecchio ch iederà ancora di servire. Con uno strumento così pesante non oltrepassano d' un millimetro il segno. in cui è rifugiata la pupilla. d ai residui di blocchi da cui furono cavati gli stipiti del Pantheon sino a quell i dei lavandini di cucina. a un materiale cui si affida la memoria degli uomini. Il cavato re conosce la sua cava come la sua casa. rimangono qui i detriti di tremila anni di scavo. Già lungo il percorso. meno che in un tondo. Dove è uno che nel mondo vuol lasciar memoria di sé. . tagliano come con un coltello. là è il blocco e l a lastra di marmo. con cui danno colpi che hanno la precisione d'un taglio. un lastricato di marmo davanti a un'osteria. Per chi la veda dal mare. e uno d i loro disse in modo d'essere inteso: "Costui è troppo presuntuoso. tutto di marmo anche internamente.

fra le altre. per sfuggire a questa corrente. ab bagliante. delle squadrature dei blocchi. nel bianco indistinto dei detriti si disti nguono quelle forme uscite appena dalla sbozzatura. attraverso nuovi moti. si levano su dalle cave le lisce pareti del marmo compatto. di questi indipendenti dalle grandi famiglie delle cave. qua e là. e contrappunta il rombo dei de triti. La musica degli scalpelli in fondo alla valle. rigido. sot to la minaccia dei detriti che rotolano a valle. sembra venire avanti e sommergere i rifugi e l'osteria dove cresce gracile in quel bianco un garofano. Essi sono detti comunemente "spartani". E sopra questo mare di pietra bianca. ogni cava ha un suo versante che scarica. La lotta coi detriti è. quasi campestre. in un interminabile lavo ro. e quello fresco. tavole gi gantesche di bianco o di nero. impercettibilme nte. sono l'elemento fluido di questi luoghi. Dopo un poco si distingue il marmo calcinato dal tempo. fra tanto rovini o. hanno sepolto perfino alcune ca ve. una delle più difficili e delle più importanti d el cavatore. scavano già sotto la cima in cui la pietra si atteggia a statua . correnti. sembra che seguano una corrente. anch'esse composte di detriti. ondosa. il lungo lamento del filo elicoidale che taglia gl i immani blocchi delle cave. i detriti per la china diventano velocis simi. La montagna dove stavano compressi è scomparsa sotto di loro. disposte come celle d'un apiar io nel monte. Si cammina su un elemento incerto. Dall'alto delle cave. di rovina . rifugi di cavatori e osterie. tra marmo e marmo. incombe sulle cave stesse. come se si cammi nasse per una tastiera. esso va avanti come un fiume. In molti punti hanno quasi r aggiunto la sommità. e le valanghe nuove che scendono d all'alto. È questione di vita o di morte delle cave. da secoli. le scariche accompagnano chi sale per l'erta dove sull'ammasso delle pietre i passi dell'uomo hanno formato un viotto lo. si ha l'impressione d'un fiume gelato e miracolosamente praticabile. so tto di loro.È quanto rimane delle mine. i rombi. gli scoppi delle mine. di crolli. Michelangelo diceva: "Io ne cavo via il dippiù". qualche . che preme la valle da tutte le parti. fino a oltre mille metri. d'un bianco cavato ieri. Queste hanno dovuto cercar sempre un più alto gradino della montagna per sottrarsi al peso del materiale di scarto: formano pel monte come giganteschi scalini. Altri vengono dalle marine a piedi. su cui la fantasia leggerebbe chissà che immagini p rigioniere. fra tanti detriti. minaccia di seppellire le cave. o le case costruite in prossimità del lavoro. cambia d 'anno in anno l'aspetto dei luoghi. un vaso di fiori. rumore di questi poveri spigolatori del marmo. radicata nel monte. Lungo. come di tuoni. una statua che si potesse vedere dal mare. Alcuni operai abitano villaggi vicini. ha il ritmo d'una pioggia calma. Li sbozzano sul posto. così fantasticò qualcuno. trovano qualche blocco più grande. pietra per pietra è sotto il passo una lunga musica minerale. si accumulano all'immensa distesa dei blocchi bianchi. dolce. Sono cinquecento cave a compiere nelle tre vallate questo lavoro quotidiano. è la montagna che cammina. spinte. rabbuffata. è già un lavoro salire quest'erta di dove si s corgono le grotte profonde e solide delle cave in un panorama da Purgatorio dant esco. e spesso trovano di quel mar mo egregio che sembra una neve densa e posata quando si unge d'azzurro. sui bianchi abissi gli uom ini sganciano il carrello e lo rovesciano gridando dall'alto se qualcuno passi. a dieci centimetri l'ora. il terreno è coperto di quest o materiale. in breve sono incrinate dai ced imenti del terreno. sospesa. I cavatori isolati. Dal l'alto delle terrazze. i massi rotolano con un fragore lungo. che sembrano grilli. fitta. le diverse onde del marmo voglion congiungersi in fondo alla valle. sembra che la stessa montagna rovini. Il cumulo dei detriti non ha mai un assetto stabile. Il bianco immenso è intorno. che sta intorno a loro. mostra quasi un'immagi ne sepolta dentro. i suoi detriti. Da questi scheggioni di marmo rifiutati cavano appena una tazza. Non si vede che la pietra su cui s'impara a stare in equilibrio. Il blocco di marmo intero. un grappolo di rose. squadrato. e si dan no a squadrarlo. alta. Lentamente. alla corrente di marmo si mile a un'onda immobile. alto. villaggi di cavatori. di trenta e trentacinque metri di altezza. per liberarsi dalla loro invasione i cavatori scavano sempre più in alto. il moto di esso è così fatale e sicuro che le casupole piantate nella v alle o sul pendio. dà l a vertigine. solleva la strada del fondo valle ogni anno a una più forte inclinazione. un mortaio. abbaglia come la neve.

fu come un proietti le. Muraglia dietro muraglia ricordano il Colosseo. La montagna è trattenuta da questi muri. la lizza. con v ittime umane. . Ho sentito anche qui un canto. Il masso. sempre al riparo dalla corrente dei detriti buttat a dall'alto. I lizzatori. una mano al mattino ha scritto: "Forza Bind a". davanti al suo blocco che precipitava. le filovie passano sopra coi loro carichi di sabbia. Talvolta è accaduto qualche scontro fra questi carichi. Per contenere la massa dei detriti nel suo continuo moto verso il basso. srotolandole da un gruppo di pali di legno infissi a un blocco di cemento. con lo stesso metodo con cui spost ano le travi saponate sotto i grandi blocchi. fanno da trincea dove lo scarico dei detriti minaccia di straripare. pietra su pietra. tutto parlava dei due corridori ciclisti allora in gara . legato e fornito sotto di alcune assi. gli spezzò un braccio e le costole. Sentenze. e in uno di questi campioni è compendiato lo sforzo degli ope rai. il blocco slittava per una ventina di metri. A voltarsi indietro. Era l'alba. esclamazioni. hanno costruito formidabili baluardi co n le stesse schegge del marmo. il lavoro secolare de i muri di riparo. e accanto: "Forza Binda!". colpì l'uomo del piro. risolvo no problemi difficili di pendenze. Dove l' erta è più faticosa. vedevo scendere una "carica" di blocchi per la lizza ripidissima. Eppure. Spesso sono intaccati come da un taglio per lo sforzo delle corde. i bloc chi portati al piano mostrano di queste iscrizioni. poi tutt'intorno le cave con le lapidi immani su cu i è la storia lenta del taglio del filo elicoidale come una rigatura su un foglio di musica. nei tempi di gran lavoro. sul gradino più alto. Quando vi passai. al posto più rischioso. ricomponendosi più avanti a s eguitare sino a che l'hanno portata al piano.straordinario ciuffo di fiori o erbe azzurre. assai in alto. Il carico. L'altro giorno accadde che la corda d 'acciaio. sui carri dalle ruote formidabili. una parentela riunisce tutte queste fatiche. la più antica fatica dell'uomo. che. stavano intorno al carico badando a to gliere di dietro le assi a mano a mano che il blocco avanzava. gli uomini. intorno a un blocco. costruirsi un riparo e un confine. quello con cui gli uomini si danno la voce per lo sforzo comune. la manifestazione d'uno spirito colle ttivo. era trattenuto da corde d'acciaio che un uomo mollava gradatamente dall'alto. sciv olava lentamente su altre assi insaponate come i falanghi su cui si mettono in s ecco le barche. evviva e abbasso. bollettini dello spirito della giornata. Il viottolo gira per la china con una sapienza d'orientamento. dai carri. Trenta uomini si mettono pel ripido sentiero e si passano la vittima. È un "oh" più lungo di quello dei pescatori alla rete. perché non precipitasse per la china. formano camminamenti sulle strade p raticabili. d'una ventina di tonnellate. coronano le sommità come fortezze. e non sono questi gli ultimi elementi che ricordano la vita di guerra. sotto. raggiunta la sommità. Ho visto. Il capo lizza sta va. Sono i bollettini quotidiani della folla. dai buoi magri che appaiati a decine aspettano l'enorme carico dei blocchi squadrati. Questi pali son detti "piri".doveva dire. Tra questi baluardi corre o è contenuto il f iume dei sassi. l e mura pelasgiche. tesa da quattordici metri. e corre anche una strada ripida. è la vertigine. Il capo lizza. senza fare altre vittime. escono dal muro compatto e fanno da scala alla sommità per quando si seguiterà a innalzare contro l'incombente marea di detriti. e poi la valle bianca. e sopra. tornò indietro. Forza. una dozzina. e per evitare che ne siano troncati l'uomo del canapo li lubrifica con olio minerale. la fatica di lottare e di vincere . u na goccia di sangue su un ciottolo di marmo. delle case sparse. il solo canto delle cave. i lizzatori gareggiano a chi arriva prima col suo carico a valle. uomo! . all'attri to del filo elicoidale nel masso. disposti a ventaglio. venti tonnellate. etnische. e così sicuri e fermi che altri blocchi sporgen ti. Già i muri dei villaggi. fece appen a in tempo a buttarsi da una parte. Forse si salverà. perché arrivavano contemporaneamente al traguardo. sorreggono le piattaforme delle cave stesse. epigrammi su un masso ca vato male. di arrivare primo. si ruppe. intorno. là dove il suolo è minuta polvere bianca macinata dal passo degli uomini . piccolo davanti al masso pauroso. Già questa corrente bianca che sembra di veder muovere. per il trasporto al p iano dei blocchi cavati e squadrati. incorniciano la parte superiore d elle cave. per le diverse strade di lizzatura. capolavori di tecnica che seguono le accidenze del terreno. come in liberi portabandiera della fatica umana. serve a tagliare la montagna di marmo.

per cui essere artisti originali fra noi è legato a tanti sottintesi. È il colore inconfondibile dell'Italia antica. incessante di questo enorme sforzo umano. Il ragazzo passa di quando in quando colla cassetta degli scalpelli. Ho veduto le giacche appese dei cavatori. Ricomincia la musica degli scalpelli. e non mi riesce q uasi di vedere un uomo pei campi senza pensare al suo campanile. oggi il posto di quegli scenari naturali della mia immaginazione è oc cupato dalle città di pietra: la natura si è allargata e diradata. vere spoglie del tempo e della fatica. e come si appartano solitari a consumare la loro colazione. la civiltà basata sui doveri e sui diritti del chiuso circolo familiare. maturata però in un clima dove il se nso politico era già perfetto. da rivelazione a rivelazione. ridotte in sacrestia e poi messe in onore nelle navate della cattedrale. col primitivismo dei montanari e il loro potere di contemplazione. Ultimamente a Montepulciano. una specie di Sassetta della scultura: e di lui non se ne conosce pur il nome. due sculture di le gno. alla storia del paese italiano. e come tagliano la pagnotta. che quasi ogni atteggiamento dello spi rito ha un legame e un richiamo. Lassù. Più tardi le mie id ee mutarono. Di lassù si vede il mare. Se altrove rimangono d'una vita remota i dolmen e i nuraghi. dai ricchi ugualmente solitari. che dopo un poco si rompono e scottano nel pugno.una modulazione graduata. delle acropoli. dovette essere un gran giorno quello in cui gl'intonachi colorati fecero la loro apparizione. giardini. i d . orti. cipressi. dopo il seic ento. di rapporti e di classi. i luoghi che non avevo veduto li chiudevo con la fantasia nelle più facili reminiscenze. "Ha famiglia. e in questo scenario ge nerico immaginavo qualche opera d'arte solitaria e miracolosa. Tutta la civiltà politica italiana fu poi per lungo t empo una questione di famiglie e di gruppi. le cave non abbiano più dato materiale per le costruzioni. alla sua civiltà moltiplicata per centinaia di lu oghi e genti. che porta ancora in sé il ricordo delle fortezze sui monti. In essa le famiglie. una civiltà politica. La vita italiana ebbe in tal mod o alle origini una civiltà di tipo patriarcale. quella che fu fondata dai contemplatori solitari. ognuna coi suoi maestri g randi e piccoli che in civiltà meno ricche sarebbero ognuno un capostipite e un ma estro. in quell'isolamento della vita da cui nacquero i motivi che resero tan to difficile e lunga la sua unità. delle lotte fra le gent i delle vallate confinanti. si gira nella città di pietra della provincia it aliana. una specie d'epoca mon tanara. l'unità familiare . olivi. fresca. ma che nella nostra fanno disperare addirittura dell'arte come se tutti g li accenti fossero stati detti. Così. d'un grande scultore esistito prima di Donatelle. ha figli". che non è classico. Il fabbro li ritempra. dell'Angelo Annunziatore e della Vergine. l'acqua arriva nei tubi sospesi attraverso le valli. che non hanno più nulla del tessuto. alla sua torre. i soprassalti della montagna ai colpi di mina e alle scariche. da essa provenne l'assetto civile di poi. Ho veduto il loro pane e il companatico. che avevano formato i clan delle società primitive. Il ragazzo li arrota sulla pietra dura. vecchie giacche di velluto consunto. sopravvivevano con lo stesso significato e la stessa funzione. il lamento del filo elicoid ale. e da regione a regione quasi di razze. e forse un 'idea più ridente. come un medico gua rda un malato. e tale è ancora il colore di quella vita. la vita civile trionfando si ammantava del co lore della primitiva barbarie. discendenze. dove nello stesso tempo è presente una cultura e una c iviltà come d'un tempo fiorito sui monti e sui luoghi alti. E s'è spiegato tutto. si dice ancor oggi di chi merita ogni attenzione. hanno fatto ricordare a più d'un visitator e la mano d'un grande maestro. quasi ancora lottando. che ha l a natura d'un privilegio. che da paese a paese formarono barriere quasi d i nazioni. tanto da sembrare che. ricordi. in quel clima si svolsero i termini di quella civiltà italiana che ancor oggi ha per base la famiglia. e i doveri di questo nucleo e i suoi diritti. prima di lavorarlo. come fu sempre quella degli abitanti delle montagne in nuclei caratteristici. Ve un'epoca del macigno nella vita italiana. nella provincia italia na del centro queste esigenze primitive delle abitazioni di pietra si mescolaron o a quelle delle arti e del lusso. Fu un a civiltà puramente sociale. di cui è difficile stabilire la gerarchia. nella cava. Gli operai guardano il loro blocco. Il concetto dei clan si temperò. LE CITTÀ DI PIETRA Quando conoscevo meno bene l'Italia ne avevo tutt'altra idea da oggi.

un occhio acuto può scoprire quasi l'anticipazione di molte forme nate più tardi. e cioè. o meglio. pietra i selciati. Senza contare c he noi oggi molte cose.iritti prevalenti delle grandi famiglie si diffusero in ogni pur umile aggregato familiare. ciò che sarebbe andato poco oltre. dei suoi trionfi. che dà il tono unico dell'arte italiana. in un tal ordine per cui il popolano italiano ha in sé tutte le possibilità della vita civile. Fu questa ispirazione popolare. è il segreto della vita italiana. la potenza. narrativi. e riproducono in forme locali le creazioni dei centri maggiori. non si tratta soltanto di modelli classic i ripresi e riecheggiati. L'arte antica sarebbe dunque stata simbolica e fantastica . poiché gli architetti antichi non fecero altro che monumenti alla potenza come concetto astratto. Fu questo già un fatto etrusco. quasi rintracciando un mito. Sarebbe bastat . che le opere portano nomi qu asi del tutto sconosciuti. la potenza come un ideale. Il fatto è questo: che da città a città si ritrovano quasi gli stessi ideali costruttivi. in cui la natura porta soltanto turbamento e squilib rio. pe r questo assetto quasi antinaturale in seno alla stessa natura spesso ricca e fi orente. ma la perfeziona. Pietre d'ogni natura. ornamentali. e in questo ambiente. C'è un grandioso mimetismo i n fondo a tutta l'arte italiana illustre. un a specie di antropomorfismo di nuovo genere. che assume a momenti l'aspetto d 'una gigantesca costruzione in una cava di macigno. palazzi all'astratto dominio e potere. e uno stupore di tale mimetismo. avessero un linguaggio unico. Anche le arti si composero in gruppi di famiglie. il popolo ha gl'impulsi di ascensione e di perfettibilità della sua razza. della sua qualità. per esempio gli antichi edifizi e rovine. raffigurativi. la pompa. della beatitudine. c'era un compiacimento in cui la fede e la curiosità facevano tutt'uno. Quanto all'architettura di queste città. att raverso figure vedute e rappresentate. spesso creano sulla stessa linea di questi. Al contrario oggi. p ietra le facciate e le statue. ma immaginando gli artisti. d'essere composta di tanti microcosm i familiari. la maestà una forma sola di apparire. rompe i rapporti con l a natura. della sua vocazione. lo fu poi di tutta l'età di mezz o. per ché l'arte è una realtà fittizia. pietra sono le strade. Un simile aggregato nelle sue forme originali dovette essere adattissimo allo sviluppo delle arti. tutto è dura e arida pietra. e in mol ti di cotesti esemplari. intelligenza. le città si chiudono di fronte alla natura e ai più straordinari panorami perché tutto spira vit a civile e umana. fa a meno di ogni altra creazione che ritiene spuria. da quella più dura a quella più friabile. ma gli atteggiamenti. Ultimamente in una di queste città mi aggiravo con questi pensieri. rappresen ta quell'evasione che un tempo era funzione specifica dell'arte. la razza. che si ritrova in ogni maggior arti sta come una determinante della personalità. al modo stesso che nella pittura vi fu quasi un solo modo di raffigurare gli atteggiamenti dello stupore. gl'italiani non soltanto i se ntimenti. Entrato n el concetto dell'arte. fantasie sul po tere e sulla forza. L'uomo crede a se stesso. e preannunzi gli stili che s i dovevano sviluppare. Se c'è un fatto sociale profondo che distingue ancor oggi l'Italia nel novero delle società moderne è appunto questo. A tal punto che per molto tempo esaurirono il tema. la natura entra come un lusso e un correttivo. costruirono quasi sognando. e al più avrebbero dato freddi risultati come quelli che vennero dipoi. del dolore. della sua impenetrabilità. mentre i pagani attribuivano agli dei i loro sentimenti in forme perfettissime. quasi il sogno delle cose che voleva rappresentare. Nelle città antiche non si trova un solo spazio di verde e respirabile. i gregari stanno in basso. meglio ancora ne simula l'ordine. senza pur conos cersi: quasi che il decoro. Per questa limitazione. Ma nelle città antiche. delle sue lotte. e le sue raffigura zioni sono come ricordi lontani d'una vita naturale ridotta a modello. i pensieri degli uomini si s ono chiusi per sempre nei concetti civili. il costume. fu un fatto romano. La quale fece come chi diventi attore eg li stesso e rintracci le forme con cui si possono atteggiare le persone e i sent imenti. in cui non sai dove cominci l'ingenuità popolare e dove p oi quella grande forza d'un concetto quasi religioso. mett endo intenzioni in ogni dettaglio. li consideriam o come natura. Le prospettive si form ano da sé come le prospettive sociali: la potenza e la forza hanno spazio e altezz a. e le loro costruzioni furono quasi simboli e concetti. E quale pietra. talvolta dei suoi squilibri. e cominciarono le discendenze delle famiglie ar tigiane. allo stesso mo do della bellezza.

nelle mura della città di pietra. con l'altra stringeva la briglia del cavallo. al trotto. rammemorava gli aspetti lasciati alle soglie della vita contemplativa? In uno dei riquadri della predella è raffigu rato come due angeli soccorressero i domenicani che mancavano di pane: si vede u n piccolo refettorio. come un fatto credibile. andammo a visitare una tavola dell'An gelico. Aveva l'Angelico coscienza di quello che faceva. Presentono la vigili a della corsa come una ballerina la vigilia della sua grande serata. o a una chiesa più in bas so. Anche questo aveva dell'arte. e nel novero delle possibilità. tanto pareva impossibile che quelle armonie di accenti sorgess ero per dileguarsi nel silenzio più sordo. che entrano nel mare come i cavalli del sole. come se andassero per un parco. e i suoni dei nostri passi sul selciato. E le chie se gigantesche le quali hanno finito ad assumere l'aspetto medesimo d'una roccia . ma prima sulla strada. come d'una troppo forte ispirazione: lo stesso s enso di pena e di sbigottimento che si prova davanti ai ragazzi prodigio che pen sano cose più grandi di loro. da Bologna a Rimini. qua nelle loro stalle dove non fanno che mangiare coi loro piccoli. di là d'una grata buia gl'inni delle monache sembravano parlassero a noi che ascoltavamo. ai calessi. Per vedere qualcosa di vicino alla natura. Altre regioni sono difficili da esplorare. Là come gli amici più vecchi dell'uomo i n cammino. oppure sul filo d'una m emoria felice. ma una via familiare: vi si legge la vita di due regioni. rari colli. traversa paesi in piano che vi convergono tu tti come alla via centrale d'una grande città. la più mossa ch'io conosca. in automobile. e l'unica vista che si apriva dall'al to non per mirare la valle. il cavallo teneva dietro alla bicicletta al trotto. o se i visi di quel popolo hanno dato umanità ai santi. Non è soltanto una strada di transito . Vedere questo sentimento dell'attesa. in bicicletta. i l figliolo vuol mettere il muso nella mangiatoia della madre. al p unto da non saper distinguere se l'arte ha dato a quelle fisionomie una nobiltà. Ma questo pare svolgersi sen za stupore alcuno. fino a quando s'apre come un delta nella imminenz .o entrare in una chiesa per rivedere il popolo stesso nelle immagini sacre. Eppure v'è un passare continuo di veicoli. si ritrovano in fondo alla strada. il cavallo era bianco. ma per guardare al cimitero. come se si confidassero. LA VIA EMILIA L'uomo se ne andava in bicicletta. le loro abitudini. ai carrettini. e due angeli li servono nei loro panni argentei e con le loro ali. anche se alla fine i colli e i monti impro vvisi danno coi loro castelli un lato insospettato d'un carattere ch'era parso t anto facile. della gara. i commensali nelle tonache bianche e nere. Ha un malizioso e ironi co avvertimento. una via dove si sentono gli uomini coi loro pen sieri. prima d'Imola. il loro assetto. I nomi dei passati signori del luogo risuonavano da palazzo a palazzo come di esploratori travolti tutti ne lla medesima distanza e nel medesimo viaggio. la madre gliela la scia e va a quella di lui. fa un ben curioso effetto. I cavalli animano della loro presenza la Via Emi lia. è un ambiente. della vittoria in una bes tia. Ero a Cortona. pur senza straordinarie prospettive: nient'altro che due parallele attraverso ca se sparse e campi. nei grandi prati degli allevamenti. il loro costume. stanno ferm i e seri dietro la mezza porta su cui è scritto il loro nome. guardano come se vi guardasse la natura. corta al barbazzale. su l mare. Non so se questa situazione sia un segreto delle arti antiche. È una strada che la meccanica ha restituito alla originale funzione di arteria centrale. con una mano teneva il manubrio. C'è qualcosa di conturbante in questa inquietudine animale tra gli uomini affannati al più picc olo sintomo d'una bestia che non può parlare come chi non riesca a dire quanto sof fre. In carretto. Questo gruppo me lo ricorderò co me se lo avessi veduto dipinto. una grillaia di biciclette. e dietro a loro era la storia dell e violenze e delle ambizioni che era costata l'affermazione di quella umanità. viaggiare sulla Via Emil ia è mettersi in rapporto con un popolo. All'imbr unire non è raro incontrarvi. un cardinale che va a piedi col segre tario a lato che gli legge qualcosa. si sentiva il fruscio lungo della bicicletta e il ton fo regolare degli zoccoli. ma anche di là il figliolo la caccia. pei campi. La Via Emilia. Volteggiano nella stalla come duttili spade. di questa basta percorrere la sua strada vitale per averne un'idea. C'e ra una zona di silenzio in cui risuonavano le voci dei conventi. Ma è viva.

In una sosta a coteste case c'era un veterinario che castra va certe maialine. e la bellezza un continuo richiamo alla forza e a ll'utilità. e discorrono mentre il pedale dipana la strada. Uno degli spettatori mi disse: "E poi. ma di cose necessarie: il cane legat o al lungo filo di ferro su cui scorre la sua catena. le ragazze di quelle che il giorno hanno da fare con le be stie e l'opre della campagna e che affondano le vanghe nella terra con le loro p oderose strutture di corpi. per le borgate. negli stessi luoghi. portano l'eco ultima della vita civile. coi campanelli argentini delle biciclette. Tutto era vacanza e riposo. nude le braccia che sanno l'angolo forte della vang a. lo fecero un poco girare attorno . quasi domandandomi che me ne paresse. Qui era soltanto un'eco di vita del mondo grande. ma delle loro vesti e in qualcosa di loro. alcune a coppie . Tanto i cavalieri che le dame era no gente del contado. gl'improvvisi chiari del volto e gli zigomi forti che sono come d ue punti di luce. Qui era tutto nel rea le. Le case dove si trovano fanno un paesaggio. Vi si cercherebbe inutilmente quel tanto di decorativo di al tre regioni meno ricche e più felici. si teneva gran ballo. mentre arrivava an cora qualche automobile da Imola o da Bologna. Ed è tuttavia una delle contrade p iù prospere d'Italia. alle soste davanti alle botteghe dei meccanici. sembra si as petti continuamente l'arrivo d'una gara. la sua bellezza è di tutt'altro genere dall'us uale. Arano con talvolta tre o quattro coppie di buoi per aprire la terra. e la scena la si poteva immaginare in una contrada as sai più lontana dove convergono genti che hanno da fare con una vita attuale e pre cisa. v'assicuro che sembra un signore. i ballabili della radio parevano divenuti agresti. È un'umanità che ha la terra dura. la stalla. nella casa del Dopolavoro d'un piccolo comune di case spars e.delle contadine che ballano col vestito da sera un po' scollato s ulla pelle brunita dal sole. C'è una gerarchia dall'u omo alla terra. dall'uomo che lavora alla donna che regge. A una t erra che richiede così grandi sforzi ci vogliono cose robuste. tutto è forza. E non so s e con la medesima naturalezza. al beri. Le biciclette stavano in cerchio sul prato. appesi al manubrio. tra la scuola e la bottega che talvolta formano tutto il centro d'un villaggio sparso. e quel che d'azzurro che non è soltanto del cielo. alla bestia che serve : c'è una gratitudine nella fatica comune. le città in piano. all'ombra del pioppo. si trova il raduno d'una vita alacre. Una scena d'una chiarezza e d'un realismo ben stretti. la solidarietà di questi uomini con gli animali. donne vengono avanti tra i filari de gli alberi argentini. in basso cercano ass ai profonda l'acqua per gli uomini e pei campi. Le bic iclette alle porte della città sono come telai fermi. dove la terra f a una ruga o il torrentello una valletta. tant o fa con delicatezza".a del mare. in alto sui magri colli raccolgono in grandi vasche l'acqua invernale per dissetare d'estate le bestie. chissà che colore avrebbe avuto. il loro portico. che al trove. A ognuno il suo. Qua e là. Una sera. i casolari sparsi. animali. o le sere di festa i loro ves titi da festa. mettiamo in Ispagna. dovunque vadano. mi sono domandato più volte di . le ragazze col loro vestituccio da sera erano scese e ballavano nella sala. illuminata in un gran prato. In uno di questi luoghi io visitai un famoso toro di Romagna come si v isita un monumento. e siccome tutto è necessario. ne ho viste alcune portare maz zi di fiori di campo e frutta. il loro campanile. e che. A internarsi nei campi. la malinconia urbana era una fantasia nostalgica. sono i grandi concentratori d'una energia diramata agli estremi dell'orizzonte. o del mare ch e già imminente trema nell'aria. S'aprono improvvisi panorami sugli argini dei magri fiumi dove una fila di piopp i e una proda creano qualcosa di appartato. e t utto questo non riusciva a diventare borghese o comune. ma c'era un'ammirazione come verso un capolavoro dell'uom o. sempre intenta a qualcosa. di sabato. parlare con la stessa am mirazione d'una gran quercia o platano a qualche chilometro di distanza. uomini. manubrio co ntro manubrio come i cavalli o i cammelli in cerchio muso a muso. gli uomini da una parte contemplavano la nera bestia giudicando della sua bellezza e della sua potenza. Altrove potrebbe sembrar provinciale . con la loro torre. raccolgono un poco quella vita fuggente. Lo fecero uscire sul prato. Ho sentito. e in una casa solitaria. E poi. È tutto ordine. come altrove si guarda uno spettacolo. e un cane ai suoi piedi mangiava quello che la mano dell'oper atore buttava via. il lavoro duro. lo stagno per l 'acqua delle bestie.

e ch e gli diano diritto di sedere fra popoli civili. Le donne si compongono c ontinuamente sul sellino. non rapp resentano oggi che una curiosità e un impaccio. quasi fra le sue braccia. l'italiano all'estero ricerca i t ermini della cultura nazionale come i soli nei quali si possa rispecchiare. danzare. e ciò sarebbe. È una vita vagant e come quella del polline dei fiori. Si capisce che ogni ora va vissut a come un compenso dell'uomo. e solo nella notte abbandonata ci si accorge che vi sono de i viandanti. È bello stare insieme. e le conquiste sono così dure ch e fanno un solco nella vita più immediata. è la strada. Il sole s'infila per la lunga strada col suo color rosso come in un corridoio. forse sono gli stessi luog hi d'un tempo trasformati pei cavalli d'acciaio d'oggi. Mi diceva qualcuno che in Emilia e in Romagna la nuova generazione si esprime se mpre meno nel suo dialetto. Altre. E sono belli i sabato sera sull'ai a. Seguo da anni la polemica d'una ce rta comunità regionale dell'America del Sud. quasi direi di colonizzazione. precipita. v'è l'incanto di una primitività. cioè una cultura. che è come il respiro e il battito di un organismo. Così. I fattori che dissociano la vita sono quelli economici. è la vita. i bambini. penetrati profondamente di linguaggio nazionale. Si legg e chiaramente la funzione vitale dell'uomo in una specie di rappresentazione sen za ipocrisie. Ma for se l'ora più bella della Via Emilia è la sera. dove le botteghe di rifornimento per le biciclette e le macchine hanno un colore d'arri vo equivalente a quello dei vecchi alberghi di posta. al paragone d'una comunità italiana fissatasi a Nuova York mettiamo quara nt'anni fa. e si capisce che badano a non sci upare nulla delle loro acconciature pei ritrovi festivi. Pare che una gran de porta si chiuda sull'orizzonte e per il piano. È un incontro assai semplice. la veste. ritrovarsi con altre creature. si dividono le famiglie. Ripr ende. ma che non ha rotto i suoi veli. si può d ire che. cercano ventura. come in un trattato degli istinti. e vediamo che cosa significherebbe un'unità lin guistica. Nella pratica dell'emigrazione e dell'espansione. a Forlì. Immaginiamo una s ocietà italiana interamente evoluta. a Cesena. i capelli. e contro di esso la valanga dei veicol i torna col rombo di una tempesta fuggendo la notte imminente. In quest'estrem a fase di vita civile. una civiltà degli uomin i tutti e non d'una sola categoria d'uomini. e la terra è tutta una cosa ordinata. nella polemica co ntinua con la nuova vita. Il nucleo emigrato con serva gelosamente il tipo di vita anteriore al suo distacco dalla patria. La notte si sente la lunga e incessante vicenda dei carri. . si fissano nuo vamente e si riuniscono davanti al sorriso della fortuna. forse perché questa è una civil tà nata coi problemi più gravi dell'esistenza presi d'assalto. sedute davanti a l ciclista. le gambe nude. o hanno costituito addirittura un impero lingui stico che è quanto a dire morale e in moltissimi casi politico. secondo lui. andare incontro all' amato. Lotte e rivolte hanno fatto misurar e il peso della vita. mentre la comunità rimasta in patria si adegua alla real tà viva dei tempi. e i panni svolazzanti. Si dorme quasi sulla sicurezza di questo ritmo. Appaiono i grandi convogli notturni dei grossi trasporti che vanno lontano. i giovanotti col fiore tra le dita hanno accompagnato la ragazza dal centro d ella borgata. È un grande ordine naturale. e vado notando che essa polemica tend e a ravvivare in detta comunità il senso della patria svolgendosi quasi del tutto intorno agli uomini più o meno grandi che la regione di questa comunità ha dato alla cultura nazionale. p are che volino e i piccoli imparino a volare. stride. m entre in certa borghesia italiana il fatto della cultura si fa sempre più genere d i importazione. Sotto la spinta del biso gno.dove venga quel colore di certi angoli di città a Imola. le comunità rimaste in un paese italiano sono in un certo senso più evol ute e hanno assorbito assai più dalla vita moderna: il nucleo emigrato conserva le sue abitudini e tradizioni sotto la stretta della lontananza. sembra si facciano rapire. il fazzoletto nero sul capo. Qualcuno va a piedi lungo il m argine della strada. un male. partono. i bisogni l'hanno temprata. e con un ormai poverissimo vocabolario veramente arcaico e veramente locale. è appa rso chiaro sempre che i popoli più colti e più legati alla lingua nazionale non hann o ceduto alla nazionalizzazione. Al punto cui sono i dialetti italiani oggi. e quindi al progresso e alla bellezza dell'universale. Sì. queste stesse don ne portano i ragazzi. reggendoli con un braccio sul manubrio della bi cicletta. Talvolta qualcosa si ferma. Nei giorni di lavoro. emigrano.

e grandi nella nebbia gl i uomini che apparivano e sparivano alla svolta della strada. e per le donne del contado piacere come piacciono le donne della città. Là dentro. Negli anni scorsi vi fu una certa emigrazione dalla campagna emiliana verso la c ittà. una unificazione del costume. vi ritrovai tutta la famiglia raccolta nel bu on tepore e in quel vivo ruminare. ma più del disagio morale in una st ruttura sociale oppressiva e di troppi privilegi: basta osservare la storia dell 'Italia meridionale nei primi quarant'anni della vita nazionale italiana. Il cinematografo. In pochi mesi si sono ripopolate le stalle. vestito da festa perché è Sant'Antonio abate protettore degli animali. fenomeno ripugnante. e che h a stabilito uno dei nuclei più compatti del vivere sociale. incluse quelle più intime e fisiologiche. e le donne se dute a discorrere. i ragazzi che giocavano coi biscottini della festa. e gli uomini che andavano attorn o alle bestie. Poi i prodotti agricoli aumentarono di prezzo. Sotto i portici di Bologna. ha in queste regioni poca presa. il contadino che da anni ormai non riusciva più a comperare il bestiame da allevare in partecip azione coi padroni. I vecchi bronto lano. Esiste inv ece qui un adeguamento alla vita moderna. Immaginiamo che duri ancora un pezzo questo fenomeno. ma col senso della sua personalità. che vuol star bene sulla sua terra. nelle tradizioni. dunque. il nostro urtò sempre alle dif ficoltà d'una vita collettiva e unificata. gerarchico ma non s ervile. forse unico. significa voler differenze di classi e di caste. ed è ricorso perfino ad alcuni metodi di allevamento moderni che hanno dato per risultato l'aumento del peso del bestiame. una maggior proprietà. Quello che accade nella trasformazione dei dialetti i quali tendono sempre più a confondersi con la madre lingua. Il segreto stesso della sua fortuna è in un suo atteggiamento particolare. E questo è il sol o modo per tenerlo legato alla sua terra e alle sue occupazioni tradizionali. il cui influsso non è stato ancora abbastanza conside rato fra noi. accade neg li animi. negli usi. il basso prezzo del bestiame e delle d errate li spingeva a inurbarsi. Qui ab biamo invece gente che si trova bene sulla sua terra difficile ma grata. che consiste nel superare di continuo l o schema delle categorie. Il contadino che m'ha accolto sulla soglia della sua stalla. perché l'imitazione esteriore è causa di uno squilibrio totale delle qualità femminili. Quando. non è per niente ridicolo o vano. in pochi mesi è ridivenuto proprietario. Paese d'individualisti. L' emigrazione è un prodotto del disagio materiale. Il popolo i taliano non è fatto per queste cose. le cose più serie del mondo presso i vitelli con le zampe ancora troppo grosse e c . il contadino col suo abito da festa di buona stoffa e di buon ta glio mi fece entrare nella stalla. vestito di buona st offa e di buon taglio. Quasi tutti quelli che emigrarono dalle campagne sono finiti male. tale evoluzione si fo nda su un terreno di tradizioni locali. qualcuno si domanda dove andremo a finire. Ma è soltanto un'unificazione del costume che rende fisse le categorie umane e che determina il minor numero di s postamenti e d'inquietudini. tutti oss ervavano la festa del protettore degli animali. nel limite delle sue condizioni. progredita tutta sullo stesso piano e t utta mossa dai medesimi impulsi. In un angolo. due innamorati si dicevano qualcosa di molto serio. La nebbia di fuori entrava a buffi per lo spo rtellino praticato nell'uscio: al di là si vedeva la campagna addormentata nell'in verno. È una ricerca di individualità voler vestire in campagna come tutti gli altri. s'inc ontrano meno che a Roma ragazze che vogliono somigliare a Jean Harlow o a Greta Garbo. La ripresa agricola e dell'interesse agricolo ha prodotto qu i come in ogni altra parte d'Italia un fenomeno che si fa sentire nella città: è ces sata anche l'emigrazione delle ragazze che dalla campagna andavano a servire nei centri urbani. Il problema della vita italiana è sempre consistito n ella mancanza di una società. Pretendere usi e costumi che stabilisc ono una differenza. Non filavano neppure la canapa lucente e leggera nella conocc hia di canna. sempre sulla linea di questo paese egualitario. Egualitario. che è il grande colonizz atore e livellatore moderno. particolarmente di giovani contadini. che è poi il carattere dell'italiano in genere. e pur rimanendo contadino e operaio avere gl'interessi e i bisogni di chiunque altro. alla ricerca di un lavoro di operai. e vedremo che la vita familiare subirà in città profonde modificazioni.Siamo in un tempo di grandi mutamenti che di giorno in giorno incidono nell'aspe tto e nella mentalità del nostro paese. In queste campagne. i profili degli alberi e delle viti ingigantiti.

Non c'era più da chiedersi se i mutamenti del vestito e una diversa concezione del la vita avessero distrutto una tradizione. Da quando sono in mezzo ai contadini e a chi lavora non sento parlare d'altro. ma un'altra umanità vestita di panno . Poi ci sono tante maniere d'incontrarsi. non un modo di ballare e di puntare i pugni sui fianchi. un costume bisogna saperlo portare. Mi domando di dove venga questo piatto r ituale e mi viene a mente qualcosa di molto lontano. fino a quando. le s ere della spannocchiatura. si affa cciava dalle vignette tutto un altro mondo da quelli prima veduti. Gli stessi costumi che in tali circostanze indossano i giovani. altrimenti la stirpe si divide. Ma già la ragazza. e me ne è venuta un'im pressione di malinconia. Una donna adult a. né i profili taglienti del Rinascimento che a mano a mano d ivengono obesi.ol pelame di latte sfrangiato come i primi capelli degl'infanti. né le teste arr icciate del medio evo. col cuore in tumul to. entro la strettura del v ecchio pudore. e dividendosi non ha più le braccia suffici enti per condurre il terreno. qualcosa che non sia soltanto un atteggiamento. TORINO E L'ARCHITETTURA Nel libro di storia delle nostre prime scuole. e i fatti della vita non cu lminano in altra parola. ella venne avanti e mi disse che difatti i tori non le facevano nulla. dandole del voi che poi le darà sempre perché ella è divenuta sposa e sarà madre: "Accom odatevi". con la smoderatezza delle persone mascherate. o con quelle parole che nessuno ha mai scrit to. una nuova stirpe come si dice qui. ubbidienza. Quando esce la sua bella. e così gli usi e le tradizioni. quando mi fecero notare questa sua v irtù. della vecchia riservatezza. sembrano d'un guardaroba teatrale. il marito verrà a riprendersela. Tutti. Le famiglie che s imparentano s'incontrano il giorno in cui è stabilito il matrimonio. Il ragazzo che ha adocchiata la sua bella e che vuole sposarla. "va a prendere il voi". bada ai bambini. ma acquistano qualcosa di equivoco. A questi vecchi tutti debbono obb edire. Mi f a più piacere vedere le ragazze di qui che vogliono vestire come le signore delle città. sotto il comando dell'ascendente più vecchio che al sabato divide tra i suoi fami liari il denaro per gli svaghi della domenica. sol perché è colorito ma che non dice più nulla al cuore di nessuno. sono qui a prendere il voi". ho sempre veduto a tali spettacoli. né scudi né armature né elmi erano. dopo essersi acc ertato d'essere ricambiato va in chiesa. col passo uguale che va sulla strada molle. Un piatt o del pranzo di nozze è il fegato di bue. Ubbidienza. E poi. rossi in viso. e nello stesso tempo sospettare ch e qualcosa della loro vera e profonda vita antica sia rimasto in esse. La madre dice allora alla figlia. il Fegato che si trovava ra ffigurato presso gli etruschi. come si dice. che vanno al loro ballo del sabato sera. si aggirava senza paura tra quattro tori le gati all'anello. e i movimenti che essi fanno non sono più quelli d'un tempo. Ho veduto più volte balli folclorist ici. il famoso Fegato di Volterra. otto giorni dopo. tanto comuni e piene di senso. e questo era il suo vanto. Ella entra e dice all a madre: "Mamma. Ella entra a far parte d'una nuova famiglia. spesso i gio vani sembrano in maschera. vi provano i l fastidio che danno le cose false e senza più significato. sotto quei panni da museo. e dopo la cer imonia aspetta fuori della porta. Bisogna d iffidare di chi vuol richiamare in vita tutto quanto è colorito. Questo è il segno che la vuole. lo sposo porta i mobili della stanza da letto e la cucina. alla funzione della sera. che cos'è la tradizione? Niente altro che il culto delle cose vere. Le si mette accanto e cammina con lei per un poco . le si mette accanto. voltata una certa pagina. Insomma . un costume è u n modo di pensare. col fazzoletto rosso sulla testa. poco più alti della siepe che divide i campi. E vorrei immaginare la scena che si svolge otto giorni dopo il matrimonio. come se ella portasse un potere naturale. La sposa rimane nella casa materna otto giorni. e vi fa come una ripet izione dei suoi doveri di madre e di sposa: aiuta i lavori. quando la sposa torna in casa della madre e. La sposa provvede alla biancheria della casa e al vestito di nozze dello sposo. le ragazze in costume col viso imbrattato di belletto. o le sere d'inverno nella stalla dove le famiglie passano la stagione cruda in cui la terra riposa e i buo i seguitano a ruminare. sbriga le faccende. ha detto ai suoi parenti che ella si è promessa. E zitti. dei sentimenti veri e connaturali. p erché il modo di muoversi d'oggi è un altro. spesso camminano e camminano senza sapersi dire una parola. o il ballo del Dopolavoro.

lo stesso. quando l'arte piemontese risen te. e che sta accanto al Vieux Paris. poi santo. a Praga. In tutto il resto d'Ita lia s'era già finito di costruire. come accade nell'arte francese. Una razza fino a quel momento sconosciuta. Così il Piemonte entrò nella nostra fantasia di non piemontesi. avesse alla fine raccolto l'appello di ben tredici secoli. L'arte grande e aulica ha finito di corrompersi. ma di vicini di casa. nascono le capitali moderne e monarchiche . Più tardi. Primitivi e cinquecentisti. a Riga. strade dritte e grandi viali. in corazza. delle strade. comune. profezie di gente in cappa. ma è intento a rinnovar chiese. alla quale si potevano contare i bottoni di metallo sulla giubba. e le tendenze civili. invece delle ce late. Imparenta queste città non soltanto la nascita sotto la volontà d'una monarchia mili . delle prospett ive. Che siano legislatori o santi. ed è la trasfigurazione delle sembianze um ane. nell'argenteria.. Due santi. all'Altes Wien. nuova. Solo uomini. sono proprio g enti delle vallate. mentre i capelli corti scoprivano le fronti dri tte da ragionatori: in una grande storia di santi. dopo predicazioni. quasi che. segui tai a vederli in ogni manifestazione della vita e dell'arte piemontese: santi. Piazze squadrate come piazze d'ar mi. il Barocco riso rge a Roma. tutti del medesimo stampo. è il r icordo della Mole Antonelliana. con la sua cupola e la sua freccia puntata nel cielo. accostandomi al Piemonte. nasce l'industria. eroi. occhiali a stanghetta. sia idealizza2Ìone o adulazione cortigianesca. a sistemare piazze e fontane intorno a lle chiese. perfino in quel Palaz zo dell'Ammiragliato. e uomini di qui. a Varsavia. E don Bosco? Ha lo stesso viso. a Torino si dedica a erigere palazzi e abitazioni per la nuova civil tà dei re. Prete. il mondo pareva rivestirsi in borghese. tra uomini e tra borghesi: e non è raro trovare nei loro accenti e nella loro fede una punta di scetticismo o di bonaria ironia. i palazzoni cadevano in rovina. gentiluomini travesti ti. c'erano. entrano nella categoria dei servi di Dio all o stesso modo dei Cavour o dei Vittorio Emanuele servitori della patria da uomin i moderni e da borghesi. reale. I tempi si corri spondono. Tutto ciò mi pare nella valutazione dell'arte piemontese un punto che scopre non s oltanto una fedeltà al tipo umano. e non. di donne virili e bruciate della stessa febbre troppo divina o troppo umana degli uomini. ma con gli elementi d'un'a ltra città e gli echi. Non conosco nulla che stoni ta nto quanto quella scultura che rappresenta Vittorio Amedeo n in effigie di Apoll o. le città a scacchiera come un campo trincerato. profeti. d'una città visitata in sogno. Se la villa rinasceva in Francia sulle ceneri della villa italiana del Cinquecento. degli amministratori. quella prima impressione si schiarì. appelli. I baffi grandi e le barbe non nascondevano i nasi a scarpa. i grandi movimenti rivoluzionari si coagulano in patrie. uno stile che si chiama Ve cchia Torino. soltanto Garibaldi ricordava ancora il viso e il co stume antico dei Camilli o dei Giovanni dalle Bande Nere. spesso ai conf ini della favola. le influenze del Rinascimento. disadorna. don Bosco e il Cottolengo. in cima a tutta l'idealizzazione o convenzione rinascimentale ecco un viso da montanaro. accettando in Piemonte la cifra in voga nell 'arte italiana. a Pietroburgo. degli eserciti. a Potsdam. Quei visi di tutti i giorni entrati nella storia. legislatori. l 'arroccamento della città moderna nasceva a Torino. g uerrieri. né apollinei né angelicali né eroizzati. nel mobilio. Esiste nell'antiquaria. e non più con visi i deali. lamenti. e non rimane che l'arte per l'uomo. tramandò la sua strut tura fino a Vienna. come ogni altra arte minore. in tonaca. ma una fedeltà a quello che cotesto tipo signific a: ed è realismo. era il Piemonte che bucava la pagina coi suoi re e i suoi ministri. un punto non accettano. e le epoche. improvvisi delle architetture. Un'impressione come di elementi noti che avesser o cambiato posto. senza infatuazioni né depressioni. fede nell'opera dell'uomo. gli zigomi da montanari. non hanno operato altro che nell'umano. la politica diviene economia e amministrazione. costruita come espressione d'una monarchia militare. anche nella tras figurazione e gloria che se ne fece in Vaticano il suo arguto e realistico viso di piemontese rimase immutato tra la gloria degli angeli. in lucco. ecco il Cavaliere col cranio da alpigiano sullo sfondo dei salotti rococò. Proprio a Pietroburgo ebbi l'i mpressione che sia la città d'Europa più somigliante a Torino. apostolo. Torino. una generazione nuova in pantaloni lunghi. ma precisamente quella che nella storia d'Italia ricomincia va.

dell'unica grande epoca della pittura russa.tare. Non b isogna dimenticare che. nascono da una somma di elementi a noi familiari. sia pure attraverso un tralignamento o una trasformazione in un'archit ettura spaesata e divenuta popolaresca. i pittori italiani. e ce lo faran no riconoscere solo a vederlo riprodotto. Così un bosco o una dolomite ci avranno già suggerito l'idea del Duomo di Milano. San Marco apre le porte della conoscenza di tutto il nord e il sud messi assieme. Noi. sembrò che per caso l'arte alla sua nascita scoprisse di colpo le leggi superiori dell'armonia e della composizione. Ed ecco da quali elementi vaganti per cui non esistono frontiere. e che qua come là furono architetti italiani a lavorare. che costruì nell'Ottocento le chiese del Cremlino riandando sempre al modello barocco. piccola di fronte alla formazione dell'Impero austr ungarico e dell'Impero russo. e a Torino rimane lo sca bro e brusco colore del mattone. Così per le città. per altri paesi e contr ade. Le arti minori vi sono di riflesso. rosa arancione e malva. Vi sono città e luoghi che. ma serbarono qualcuno dei caratteri primitivi. Una di queste impronte. possiamo perdere il senso del luogo e pensare di trovarci a mille miglia di là. reputato da noi di difficilissimi rapporti. Bisogna dire che vi fu una stagione unica della grande architettura. parve d'aver conosciuto l'Alhambra. basta a dar la chiave a tutto un mondo c ostruttivo. sarebbe uno studio interessante rintracciare i rapporti dei Guarirli. Esistono ben pochi luoghi di città di carattere tanto forte da assorbirci interamente e da form are quella dimensione unica in cui sia impossibile ogni evasione. o dai pochi elementi artistici con cui noi facciamo primamente conoscenza. che tutti insieme empiono del loro ricordo esattamente il quadro nuovo. in quel cielo boreale. scorgendone l'immagine. nell'architettura russa. conosciuta u na volta. div iene il tipo di costruzione dell'influsso germanico sul Baltico. appena buttai g li occhi su una cartolina che la rappresentava. ch e impronta di sé il palazzo tedesco del tempo di Federico e di là va a Varsavia. A me. Guarirli e Castellamonte. ma respirante in un clima vivo e attuale. Due temi di architettura torinesi mi paiono gra ndissimi e imitatissimi: il Palazzo Carignano e la Piazza San Carlo. attraverso le letture e gli aspetti naturali . Solo che lassù. essa nacque in Grecia e in Italia. raga zzo. per Atene l'Eretteo. e in quel tempo Juvara e Castellamonte avevano già fatto la loro parte a Torino. e per questo la scuola di Nij ni. come se noi ci rico rdassimo subitamente un paese visitato oscuramente nell'infanzia. le città ricordano Torino. i disegnatori cinesi. fino al Baltico. l'uomo ha l'impressione d'aver già veduto e di conoscere. Si potrebbe tenere lo stesso discorso per la pittura dei primitivi. accadrà la stessa cosa. si va nel Settecento dal vecchi o schema tartaro che già qualche italiano aveva tradotto in termini rinascimentali al Barocco italiano. in cui sono legati al medesimo atteggiamento i miniaturisti indiani. Tali elementi parenti sparsi nel mondo formarono una sol a famiglia e partorirono a loro volta altri schemi. Dove ? Quando? In un sogno anteriore a noi. dove non ero mai stato. e assurte perciò a uno stile riconosciuto. il sodo del muro tra c olonna e colonna è a colori vivi. Questi riconoscimenti improvvisi. nella vita e n ella memoria dei nostri avi che vi furono. ci sembra di aver veduto. Per Roma bastano le tre colonne del tempio di Castore e Polluce. è cur ioso vedere la galanteria francese dei Boucher e dei Fragonard diventare scontro sa e sanguigna alla maniera montanara nei pannelli decorativi di certi palazzi t orinesi. la suggestione . g l'iconisti russi. fare uno sforzo pe r ritrovare il nome della città e della nazione in cui ci aggiriamo. ma il f atto è che in un tempo. ricorda Gaddi e l'Angelico. quasi che coi caratteri aviti noi ere ditassimo la memoria dei luoghi veduti dagli occhi materni e paterni. E intanto quest o tipo di architettura aveva conosciuto il Rinascimento italiano attraverso l'am mirazione che ne nutriva Francesco I. che spesso degenerarono. con i Rastelli e gli altri architetti italiani che lavorarono in Russia. dei Castellamonte . il mobilio e la decorazione. ma ostinatamente ribadi te su un'ispirazione tutta propria. e in un padiglione del Louvre c'è tutta la vecchia civiltà architettonica della Francia. A molti. gli artisti più lontani si conoscevano. dei Juvara. e la provenienza di quell'architetto italiano Gonzago di cui parla Glinka. si potrebbe quasi credere. Nell'Europa centrale. in una piazza o in una strada di città nuova. n ello stesso clima di allora. s'influenzavano a vicenda. da Santa Sofia alla chiesa dell'Assunzione di Mosca.

e cost ituisce la matrice d'altre città molte. fluviali. il loro carattere tanto imperioso. al Cremlino di Mosca. altro che per le f igure tra marine. come non c'è di fronte a piazza Navona. E che cos'è la Firenze rinascimentale se non la capitale delle città di pietra? È imminente la pietra azzurra del monte Céceri di cui il campanile di Fiesole è la prima catasta. e di là penso alle mie cure. e molte piazze di Viterbo. ma l'Umbria. delle case d'una campagna malfida che divenivano difese. dei palazzi spagnoleggianti. ma che intanto sono uniche. che hanno per qua lche aspetto parenti in molte città del mondo. e dove in Calabria e in Sicilia si sveglia l'ar chitettura dopo il Rinascimento. di mescolare insieme il nobile col comune . Esse sono concluse a tal punto. Noi stessi. arriva ai margini della civiltà costruttrice del mattone che è l'Emilia e la Romagna. quella di Volterra. Questo spiega perché molti stranieri. la civiltà costruttiva della pietra ha quel tema e lo riecheggia in modi infiniti. per dirne alcune. quando mi trovo a Venezia. ad Amsterdam. senza raggiungere l'imperiosità di questi. e la fantasia anziché andare vagando ad altri aspet ti. quella del Duomo di Lucca. la piazza del Palazzo Gonzaga a Mantova. lo stesso linguaggio c he vi si parla mi tocca appena. stende le sue Colonie fino a Cipro e a Costantino poli. come è la p iazza del Palio. risale il corso del tempo. e con accordi che la stessa architettura maggiore non conosce. tanto sono divenute aereamente chiare. dove gli archi hanno forma di chiglia. che ci sembrerà di essere entrati in un altro regno. il vecchio centro di Bergamo. i passaggi obbligati. di Santa Sofìa a Costantinopoli. dalle dantesche labbra strette. perché laggiù si mescola a l ricordo delle torri e dei fortilizi mediterranei. L'Italia ha in sé molte capitali di tali regni. A un certo punto la grande arch itettura è prossima alla natura. e sulle sommità degli edifici del Sansovino è il col ore del vento. parliamo di Granata o del Partenone come d'astri solitari e disa bitati intorno a cui la vita sia interrotta. Le grandi civiltà dell'arte hanno bis ogno d'una gran forza per rinascere alla storia. i costumi. si siano quasi sempre occupali pochissimo della vita italiana. Un capo luogo di questi regni è Venezia. e anche senza che noi c onosciamo la storia del luogo esse ne raccontano gl'ideali. uno scalino su cui siamo soliti posare il piede. scende fino al sud. Vi sono luoghi che. piazza del Popolo. di pensare e di agire come se mi trovassi in un altro mondo. qu ella davanti al Palazzo d'Inverno a Pietroburgo. a me. non mi ricordo quasi l'aspetto degli uomini e il colore della vita. ma questa è la più difficile. e per esem pio la fontana di piazza Pretoria a Palermo non sembra dissimile da quella d'un parco fiorentino o dai gruppi che si trovano a piazza Navona. la piazza Cas tello di Torino. tornando di Spag na o di Grecia. svolgono i temi maggiori con una libertà e una fantasia tanto sveglie. a ricordare altri luoghi. D ietro ad essa non v'è la sola Toscana. il colore della vita che espresse cotesti ideali di scenari umani. venendo i n Italia. e il rigore di Firenze . Mi accade solitamente. alla mia casa. come a fatti da ritrovare uscendo da quell'astro fulgente dove l'architettura stessa è impregn ata degli elementi in cui essa crebbe come un prodotto naturale. e non so quante altre. sulla linea d ella grande architettura. e all'estero la piazza Vendôme. Po iché questi sono i fatti tipici dell'architettura. attratt i nell'orbita di città fra le più prepotenti del mondo. la vita. la riecheggia Palazzo Vecchio. che non ammettono altri ricordi. formano paesaggi obbligati tan to tipici. stanno ad essi come satelliti a un pianeta. l'ultima nostra sollecitudine sarà l'uomo. Ma mentre le colonie delle grandi architetture permettono di evadere. quella di San Pietro. tropicali con le loro strane membra. a Mantova e a Bergamo. Son queste le città prepotenti. ci chiudono da tutte le parti. la più esigente.di luoghi come questi è tale. quella di Assisi. u n appoggio cui siamo abituati. che in altre piazze simili che le ricordano sembra manchi qualcosa. La virtù che hanno molti di questi luoghi. mentre in basso nelle incr ostazioni di nero si sente l'umidore dell'acqua. le colonne del Palazzo Ducale basta scorgerle di lontano obliquamente dalla piazza San Marco per avere l'impressione dell'acqua in cui s embrano affondare fino a mezzo. che è Italia ma remotissima. dove vi siano vie d'acqua. sino a parere bizzarra. quella di Perugia. e noi italiani lo sappiamo. ride col riso carnoso del Mediterraneo. In luoghi come questi. quella del Cremlino. La piazza della Loggia di Brescia. il luogo. davanti a Palaz zo Vecchio non c'è possibilità di evasione. riprende più in su. quella dei Mercanti a Milano.

vi si estesero l e grandi arterie. Credo che in ogni città si trovi uno di questi nodi intricati. ma per la folla che mareggia nelle grandi arterie. o molto più giù alla Chiesa Nuova. arruffati labirinti di strade. ed è interessante ritrovare lo stesso schema e lo stesso ideale costrut tivo nelle città operaie della Russia dove la città non è più che un immenso viale. Vi si vedrebbe come i te mi di questa siano assai pochi. in pendio. i parenti minori di questi modelli ci fan no vagare nello spazio. A cercare di queste parentele v'è da scrivere un trattato di architettura. la fantasia di quell'architettura che in poco diventava profonda. ma quella colonna n apoleonica di pretto tipo romano. curva. la folla. tanto si sente vicino il modello italiano. e non è più per l'uomo che vi appariva su una strada stretta. hanno luoghi e passaggi e curve simiglianti. i cui quartieri corrispondono come corrispondono nella vita dei popoli gli strumenti stessi del la ricchezza. quasi che gli agenti dell'ordine debbano dominarle con un'occhiata. dei traffici. come sono simiglianti gl'ideali delle classi che hanno fatto le civiltà. è spesso d'un seducentissimo effetto. La piazza Vendôme di Parigi non sareb be neppur tipica. compensi tra vuo to e pieno. Chi vuoi conoscere una di queste trappole . e che ci conducono naturalmente verso le piazze con l a certezza del filo d'una corrente che porta al mare. d'ins eguimenti attraverso dedali di strade. Con le nuove strade nasce il potere delle polizie. senza neppur vicoli tra casa e casa. Vi sono strade che noi p ercorriamo la prima volta. direi che i modelli grandissimi dell'architettur a ci portano nella profondità del tempo. per esempio. Se non temessi di semplificar troppo. Così vi sono le città nate d all'accrescimento enorme della popolazione e dalla necessità di tenere a bada non più un individuo o un partito. ed è i nteressante notare come il filo della nostra fantasia si svolga e si annodi pass ando attraverso suggestioni diverse. dei porti. percorrerla a piedi. le sue leggi immutabili: ritmo. Chi sa più mettere un muro ciec o e una casa modesta tra nobili edifici come nella piazza del Mercato di Mantova . all'Oriente. o in quella del Comune di Bergamo alta? È un'espressione scaltrissimo di potenza pubblica e di buona vita privata. Nelle vecchie città vi sono perfino delle licenze. Poiché le città vecchie corris pondono a una data ben fissa della storia della società. Vi sono le città dei mercanti. ricordi d i città visitate sotto altro cielo e spesso lontanissime. Con questo v'è tutto un fatto sentimentale. E a leggere la storia che corrisponde all'epoca di queste strade la si trova piena d'imboscate. densa e com patta. faccia a Roma il quartiere che si estende dietro il Pantheon. quasi improvvise correnti d'aria. ai mondi parenti. e così Manto va. è bene buttarcisi subito in mezzo. e su cui si basa tutto il colore d'un'urba nistica. dritte e uguali. Così nacquero i grandi b oulevards. Per entrare subito in contatto con una città nuova. tra riposo e movimento. senza soste. senza quelle curve che un tempo bastavano a d are tutto un sapore alle città vecchie. senz a piazze.e quotidiano. ma una folla: questo tipo di città fu iniziato a Pari gi con gli sventramenti di Napoleone III ma proviene da Torino. quando l' architettura era nelle prospettive. diversissima da oggi c he ha bisogno di enormi spazi. alle grandi correnti della civiltà. le vie Montenapoleone e Bo rgonuovo a Milano. Quartieri come questi danno l'idea che i punti di riferim ento si spostino stranamente. e che fa tanto caratteristiche. CASALE Vi sono città in piano che seguono la squadratura del solco e del campo: è la manier . piccola scena dove egli era nello stesso tempo bersag lio e spettacolo. Così l a piazza di Brescia ricorda Venezia e la Loggia è già oltre. ordine. con tut te le licenze che si può prendere uno che architetto non è. al lato di Palazz o Venezia. a rischio di per dercisi. a Roma. nelle false distanze. quartieri che hanno del misterioso e dove si svolsero nella mente dei romanzieri gl'intrichi dei lor o libri avventurosi. gerarchia. nel suo bronzo ricorda il cannone napoleonico e tutta un'epoca e un materiale d'armi. tra la piazza de lla Minerva e Navona: bisogna sia praticissimo per non perdere l'orientamento e non trovarsi volta a volta a sboccare dove meno se lo aspetta. Noi abbiamo in noi quasi naturalmente la logica delle vecchie città. il nuovo protagonista della storia del mondo. pieni di sparizioni e di apparizioni. e Bergamo a un Rinascimento che s'è spinto nel punto più settentrionale d'Italia rimanendone meravigliosamente puro. avere la rivelazione della sua essenza. Essi sono quanto rimane dei misteri delle città vecc hie. o nella piazza della Loggia a Brescia.

il sapore dell'acino legnoso. Esso ricor da la vite e l'uva. piet re. i ricordi di quelle torri sono riapparsi com e decorazione. sono appena un ricordo della primitiva funz ione: tutte le cuspidi ai lati delle facciate delle chiese. Ogni ingegno locale ha lavorato a modo suo con un materiale tanto uniforme e di una plastica difficile. fu anzi una chiesa fortificata al modo di quella di Vercelli. Si direbb e che gli architetti. Le sue strade vanno come passaggi d'una gra nde fortezza. le torri sono di venute colore del ferro. con tut te le varietà di tinte d'un campo di gerani. Il suo modello sarebbe insomma l a fattoria. e punt eggiati dal grigio della calce. l'argento dei pioppi. Tutti quei mattoni posati l'uno sull'altro. Il mattone. e tutto insieme fa un vino nobile e importante. frescura. Alla fine. Le architetture salgon o al cielo accompagnate dal sentimento di questo ritmo sonoro dei mattoni posati l'uno sull'altro. non ha perduto quel senso. queste torri si assottig liano. e tu tto vi è estremamente urbano e civile. e del Duomo di Arles e di Saint-Nectaire in Francia . Fra l'una e l'altra. Tanto è vero che in architettura non si può proscrivere nulla in nome della stretta ragione. ci si accorgerà che è profonda e vasta nel suo interno come una ricca fat toria. è stato trattato qui come se i diversi architetti avessero avuto davanti agli occhi l'effetto che può produrre un cumulo di mattoni considerati nell'insieme. saranno ancora per u n paio di secoli il ricordo di quelle chiese fortificate. nelle chi ese costruite in istile funzionale. danno l'idea della immensa fede e pazienza dell' uomo. fontane. Casale è la grande signorile fattoria della pianura padana. rompendo ogn i rapporto con l'uniformità del piano. nelle più difficili combinazioni. quali angoli di natura e immagini di vita rustica. riunione di più case in aperta campagna. Immagino: da casolare. non trovando appigli esterni per variare le loro costruzio ni. diventano motivi ornamentali. come un solo blocco di marmo o d i pietra. non soltanto nella squadratura della torre. l'umore dolce della polpa nella buccia forte e densa . l'aspetto della foglia e del graspo. colonne e capitelli. Al modo del vino dei suoi colli. C'era una comunità di fedeli sulla pianura e una chies a. l'altro di scena e di colore. Spesso l'effetto è quello spoglio e nudo di certe strutture di monumenti romani di cui è rimasta l'ossatura di cotto. Ci si accorge da vicin o che quei due campanili sono anch'essi due torri. Ne ll'architettura più tarda. girano come un ragionamento intorno a un tema. verso l'infinito. Lungo le strade che tagliano a raggiera il cerchio del centro. Casale si svolge a chiocciola intorno al suo centro. abbiano eretto questi palazzi come altrettante variazioni per scenari intern i.a più semplice di risolvere il problema. si allontanano ve rso la pianura. è la città. scalinati nel fregio. Ed è un sentiment o speciale. e su questo è cresciuta una città signorile: le belle fattorie che nella campagna aperta fanno ombra. ariosa e riparata: bisogni che dà la pianura. e inventato una natura artificiale. queste città danno l'idea dell'infinito e n on del finito. del gotico e del Rinascimento. S'immagina facilmen te che il centro siano quei due campanili e quella torre. la corte è vasta. di pieno. Siamo poco dopo il Mille. Così è Casale. Nei cortili l'oc . casale. sui ricordi di questa chiesa si può immaginare qual era la vita in questi centr i della pianura non ancora prospera. da romanzo. Hanno qualcosa di carnale. che è l'elemento costruttivo della pianura. ma a rrotondati nella colonna. da stampa antica. Alla fine il mattone è il colore stes so della città. l'effetto è d'un materiale d ivenuto prezioso. Quando si saranno visitate dieci città padane costruite di matto ne. colonne. riparano dal vento e dal gelo. una fattoria da racconto. il vento ha stinto certe sommità di facciate sino al rosa antico. vedere apparire sull'orizzonte queste città di cotto. Ho cercato inutilmente di dove prenda il suo nome Casale. l'odore del pampano. Rinascimento e Barocco elaborano a Casale il medesimo mattone e ne cavano effetti ognuno a suo modo: l'uno un effetto di massa. A Casale gli edifizi hanno spesso due uscite su due strade parallele. infestata dalle acque e dalle invasioni. Quando la si sarà ben visitata. sfrangiati nel capitello. della sua diligenza e delle sue qualità d'invenzione. Il Duomo fu la prima fortezza di questa città fortificata sino all'Ottocento. tra affreschi. gli edifizi di mattoni coi loro scabri ornamen ti acquistano risalto nel grigiore della strada che si confonde lontano coi verd i pallidi dei giunchi. sofisticata. si avranno dieci sentimenti diversi. Ultimamente.

anche l'ingresso che sale lievemente in pendio e che basta a dar moto a tutta la scena. avanzare nell'acqua. facevano un gran muro di donne. sicuro. Si apre i l capitolo grande della donna che. Sono composte di pochi elemen ti: un vecchio palazzo da una parte. IL TRENO DELLE MONDINE Per due giorni. vien fatto di ricordare qualche luog o simile in città dell'Oriente dove. lo scros cio degli oricalchi d'una banda. Questo significa la pianura padana durante i lavori de lle risaie: centottantamila donne. altrettanti uomini che le amano.000 donne. tanto costume. Allora uno immagina: 180. ed è fatica. Qui si capisc e qualcosa dell'Italia. con lo sfondo d'un muro di mattoni. passava il carro tirato dai cavalli. delle 180. di fidanzate. di spose.000 che lavorano ai trapianti nelle risaie. le piazze dei mer cati e delle caserme. o un muro di vecchio mattone. con tu tti i visi le stirpi e le semenze della valle padana. r idono. paziente. la s ua personalità.chio ritrova quello che cercherebbe invano nella pianura. i nastri scarlatti. i ca valli a ogni passo si schizzano il muso paziente. fino alla metà di luglio. il suo tono. ragazze per la maggior parte. nel fitto delle vecchie città tartare e mongoli che. gridano. all'ombra dei grandi cappelli. In questo sistema chiuso. quali li avr ebbe disegnati uno scenografo per un ballo di corte. gestire. m a la piazza delle città di pianura in genere. di innamorate. e hanno il loro infinito. Tutto vi acquista colo re e movimento. qui si potrebbe essere ugualmente a Piacenza o a Ferrara o a Bologna. queste donne hanno imparato a vestirsi. una valletta. una tenera macchina umana che si muove puntualmente in un ritmo di gambe e di braccia nude. qualcosa vacilla nella memoria in piazze come queste. ciascuna con la sua grazia. è compiuto da queste centot tantamila donne. c'è il seme di qua si un milione di persone. Erano treni speciali composti soltanto di donne. le finestre si aprono sui cortili come logge barocche. ha del coro. questa. cantano. turchini. si spalancano di questi spiazzi che paiono tanto più strani quanto più le città s ono fatte con la strettura rigorosa d'un tempo. i cappelli di carta colorata. occupa tanta storia e tanta vita. i treni hanno trasportato 60. le braccia n ude a cercare. un'al tra si trova dietro il Palazzo Farnese a Piacenza. Si capisc . Sotto il tiro della stampa che si rovescia da Milano e d a Torino. Da campo a campo ques to spettacolo anima grandi distese in cui l'acqua dorme liscia. Di questo tempo tutta la zona delle risaie nella valle padana respira la donna: diecine di migliaia di ragazze. Le avevo viste piegate sui ginocchi nudi. i mazzetti del riso buttati giù dall'uomo sul carro punteggiano regolarmente la superficie liscia e grigia col l oro verde intenso. vive nell'ombra dei suoi cortili luminosi come in una natura fatta art ificialmente.000 monda riso. e a quello non meno femminile della Rave nna bizantina. una fila di c ase basse sul fondo chiaro e non lastricato della piazza dove la polvere d'estat e e la neve d'inverno ricordano la pianura. Casale è un mond o intimo. una fattoria alpina. Non è soltanto la piazza padana. i finestrini erano invasi. sono una lacuna e uno strappo nel ra gionamento rigoroso della città ben costruita. le ruote affondano nell'acqua. Davanti alla pianura spalancata. verso i loro paesi i n Lombardia e in Emilia. verdi. Spesso il cortile sembra a sua volta un esterno di quell i che si dispongono in teatro per figurare una strada o la scena d'una piazza ra ccolta. decorate come i p alchi dei teatri settecenteschi. e non so quante volte tanti figli domani. a mano a mano che si scende lungo il corso de l Po. un riparo ombroso. e nello stesso tempo vasto e spazioso di Casale. si ap rono d'un tratto piazze bianche enormi con una modesta cornice architettonica in torno: sono le piazze in cui la pianura prende il sopravvento. Nel treno delle mondine i corridoi. anche sotto i copricapo da fiera e da veglione. A Casale è la piazza del Mercato e quella intorno alla Fortezza. contenersi. ai fine strini una testa sull'altra. nella grigia atmosfera delle stazioni squillano i nastri scarlatti con le scritte sui cappelli. fino a ricongiungersi all 'imperio femminile dell'antica Venezia. Sul riquadro destinato ai tra pianti. i sedili. Il lavoro grande. tutti i ginocchi andavano avanti con uno scatto uguale. e i mazze tti del riso verde si accumulavano accanto a loro. anche se sono tutt e ugualmente rosa le bocche che chiamano strillano cantano ridono. da Vercelli e da Mortara. grandi e deser te. i canti d'amore e i canti patriottici fanno tutto un fragore.

pur notevole. a Mantova. le terrazziere. ed ecco che la veste alla moda. Questo era il feno meno più forte della vita italiana. E d'altro canto. come ho detto. ma fu una rivelazione delle qualità positive e più femminili della donna. Forse perché. Ecco un treno di mondine che sembra vadano a marito: ben vestite. tanto più forte è la spinta della donna v erso il lavoro: la donna si dà al lavoro come allo strumento più rivoluzionario dell a nostra epoca. Nella Turchia appena svelata. Ma in Italia. e insomma la somiglianza a que l tipo unico che è la donna oggi. i regni femminili e add irittura matriarcali si sono sviluppati lungo il Po. a un uomo che l'aveva offesa manda un cartello di sfida per fare acerba vendetta. abbastanza feroce. l a piega e il taglio dei capelli. si sono mossi eserciti di donne dall'interno dell'Asia. popolò il Rinascimento. Che una di costoro si fa ccia sul marciapiede. Infatuazioni. a Ferrara. le sole di cui possa disporre. il femmi nismo data da almeno tre secoli. E i giornali r iportano spesso la stranezza delle ariete che cambiano addirittura sesso e diven tano uomini. Penso che in Italia dove la donna lavora fuori di casa. sembra un bivacco. delle calze di seta. ai margini della Romagna e nella Romagna stessa. la pettinatura. la donna avrebbe occupato naturalmente ben altro pos to da quello che. la calzatura. Mi torna a mente Veronica Franco. Quanto più i paesi sono arretra ti e sotto il peso di pregiudizi secolari. voglio dire nell'Italia che fu rinascimentale e comunale. Dapprincipio l'i ntonaco delle pareti e la carta tinta di rosso servirono di cipria e di belletto . Essa mise sempre in chiaro i rapporti tra uomo e donna. non s'è mai visto come nel mondo attuale un così gran numero di donne che si annoiano e si sentono inutili quasi fossero scad ute dagli ideali umani. In questa folla un occhio esperto può leggere l'appartenenza a una regione: il vestito un poco teatrale dell'emiliana (non per nulla l'Emilia è il paese dell'Opera). nelle classi medie. la quale. Per eguagliarsi a questi ideali hanno tentato di eguagli arsi agli uomini. i seni tremav ano a ogni passo e facevano ondeggiare la schiera. quale si vede nei giornali e al cinema. Il fatto della donna che lavora s'è posto in tutta Europa e in tutto il mondo civi le. Ho visto alcune folle di donne in vari paesi del mondo. rammentavano tanto la fragilità della donna: l'inno che cantavano. assorbì le invasioni.e l'irrefrenabile spinta civile del popolo di questa pianura che consuma tra l'A lpi e l'Appennino due terzi dei fogli e dei libri stampati della penisola. i fagotti. e qualcosa ne è rimasto nel l'ordine familiare. e che sia divenuta poi la letteratura amorosa per eccellenza. e si capisce che la letteratura nostra abbia d urato tutto il Cinquecento a descriverlo. la figura. cortigiana di Venezia. che morì lasciando la sua sostanza in favore di donne che si volessero redimere. uno dei fatti de l tempo attuale è la donna che lavora fuori di casa. e senza certi avvenimenti che fecero rientrare tante grandi cose italiane. e rivela il fenomeno che è capo di tutta la biologia italiana: l'impulso verso la generazione che si impresse con la violenza d'un fenomeno naturale nei momenti delle riprese della nostra storia. s enza i problemi e senza le complicazioni tanto cari al puritanismo. a Venezia. le rivoltelle battevano sulle cosce tonde. ma con le ar mi femminili. il fenomeno è tutto particolare. Que . E si vede nelle rivoluzioni più elementari come il primo fatto che impressiona la donna è il vestito. in Russia ci sono le minatrici. le valigette. occupò fino all'Ottocento e che sta per riprendere oggi. sembrava intonato con le unghie e coi capelli. ricordano il mondo civile pulito e ben vestito. nell'Oriente. e quello quasi virile della lombarda. credo che una folla come questa sia tra le più evolute. nella Mongolia. ritoccate con garbo. Si dice che la letteratura italiana di quel tempo è per la maggior parte letteratu ra amorosa ed erotica. raddoppiò la popolazione negli ultimi cinquant'anni. a uscio chiuso e senza padrini. Tra l e cassette. si moltiplicò in t re secoli. a causa della prevalenza femminile viva fra noi da molti secoli. perché storicamente il femminismo italiano del Rinascimento non pensò mai di agguagliarsi all'uomo. anche quelle che vivevano da secoli nella capanna accanto allo streg one e facevano tutt'uno con l'immobilità e l'infinità della steppa. un migliaio di gambe nude un poco strette o un poco discoste ai ginocchi. ben pet tinate. Penso che altrove vidi un battaglione militare di donne: in maglietta at tillata quasi da bagno. Tutte in massa arrampicate ai finestrini vogliono p iacere. Nel nome del rossetto.

in un tempo in cui le civiltà si sviluppavano in piccoli focolai locali. C'è molto inutile sangue in quella vita. A legger e i racconti dei viaggiatori italiani che in quel tempo cercavano mondo e le mer aviglie dei popoli nuovi e le loro ricchezze e i prodotti pare di sentirle rison are nelle vaste sale di quella civiltà domestica. che spuntava qua e là come un mostro o come qualcosa di più che un uomo. all'orecchio del Principe attent o cui tutto era riferito nella più attiva ed elegante lingua d'Europa. come uno di q uei periodi in cui i popoli si rifanno corporalmente. i Principi creavano in un lembo di terra le più spiccate civiltà locali. ris coprendo in Italia quello che in Italia c'era sempre stato: la donna nella sua f unzione di figlia. Che Gian Francesco Gonzaga corresse armato per Mantova di notte e volesse venire alla mischia con quanti incontrava. e poi custodita. terminata c inquecento anni dopo. spesso gli mancava poco alla grandezza. Accanto ai violenti e ai pazzi. sui poggi. Il muro è tutto. a vedere i treni delle mondine nelle stazioni della pianura pad ana. e ci ha tramandato una grande opera. L'Europa all ora risonò della lussuria italiana che non era se non questo impulso. I poeti del tempo di Shakespeare trovarono il fatto loro in questo impulso del sa ngue. riecheggiavano in una vita tutta istintiva l'antico desiderio di grandez za. Il popolo lottava con gli elementi. Il fatto è che ancora oggi l'italiano può portare una uniforme facendone qualcosa di individuale. cercavano di cavarsela pel rotto della cuffia. le bazze ostinate che si ritrovano ancora oggi in viso al primo che passa per le no stre strade. i vi olenti. E da allora l'italiano ha il genio. come se visitassimo un regno istintivo e pieno di richiami del sangue. In quel tem po si formò il tipo fisico dell'italiano: quei nasi forti. mentre palmo a palmo più giù la si strappava e la si strappa ancora al mare e ai fiumi. Forse bisogna considerare quel tempo. freudisti. truccata da scienza e da psico logia. fino al parricidio per ambizione. organizzerei carovane di puritani. Venne fuori in Europa un'emancipazione di nuovo genere. ci raccontano del loro tempo con una incredibi le facilità. quando un altro inglese. Lawrence. gl'ingannat i. SABBIONETA I novellieri italiani del Rinascimento. triste o fortunato. Da Bertoldo a Gonnella. nel la spersa pianura. cominciata verso il Mille. e il Bandelle che è il testimone della vit a nella pianura padana di allora. . di padrona reggjtrice della casa. i buffoni e i furbi. e un'opera pubblica gigantesca: la terra bonificata. psicanalisti. Se si pen sa che questo amore delle quattro mura viene da una razza che ha avuto storicame nte la vita più scomoda. Ce ne rimane lo stesso una grande civiltà privata. di amante. con tutta la sua crudeltà. E questo era il Principe. seguitavano ad abitare il loro palazzo di fronte al palazzo degli usurpatori o vincitori che fossero. e non tant o come segno delle quattro mura domestiche. solitarie e dirute sui fiumi.sto e mille altri racconti del genere. Ci appare quel tempo come un dramma a un solo protagonista. le bocche risolute. e lo portarono sulla scena. sbassati dai Gonzaga. e mondi interi tra le quattro mura delle loro fortifica zioni e dei palazzi. fecero un'enorme impressione nel mondo. Non c'è quasi delitto che essi non contemplino con relativa indifferenz a. Le cose più leggere erano le beffe. Le quattro mura erano l'incubatrice di questa civiltà. i finti tonti occupano molto pos to nella vita italiana di allora. Ma qualcosa ribolliva. quasi che tutto accadesse in un mondo astra le. ma il fatto che egli ha costruito un a casa dove che sia. Bisogna ri cordarsi che i Bonaccolsi. E come in un'eco ingigantita. a tratti la più errante. che se fosse stato adoperato a fare l'It alia avrebbe dato altri risultati. è uno s cherzo tra i minori. Se ne accors e nuovamente molto più tardi. Quanto a me. bisogna dire che si tratta d'un is tinto che dice tutta la personalità dell'italiano. sono gli scemi. la malattia e l'amore della casa. atteggiarla a costume. ma quel poco che fa veramente grande l'uomo. quasi che col sangue si costruisse il destino vitale d'una nazione. Le quattro mura del palazzo si ritrovano dap pertutto fra le Alpi e l'Appennino. e gli energumeni. rendendo abitabile dove si trova. tale solidarietà v itale e naturale fra uomo e donna italiani ci turba ancora nelle tragedie elisab ettiane. pose una miccia a l puritanismo anglo-sassone e sconvolse non soltanto i cervelli delle donne. Ognuno di quei personaggi era a modo suo un uomo. lady Chatterley. di madre. e che talvolta ci si stupisce di non vederle sormontare un costume sontuoso o guerriero.

Ma st arci come ospiti decaduti perché non si trovano altri locali no. la galle ria degli Antichi. Avevano fatto della storia la loro biografia. è affidato a due vecchi contadi ni che vi tengono una stanzetta col fornello. Anche questo è un luog o unico in Europa. ma un palazzo. si trova nella chiesa delle Gra zie. quasi che la pianura vasta avesse qu i un argine. il letto. il C onnestabile di Borbone. un mondo artificiale vario e ricco. e no n erano neppure abbastanza grandi per questo. L'uomo ha agito qui come agisce la natura. i ricordi non sono gli stessi. in sopravveste nera. e che teneva una scuderia di donne grasse. la terza moglie vide morire Vespasiano. i fili nudi delle lampade elettriche e i piattini di smalto. un colore di villaggio. e Carlo V. tutta una turba del Quattro e Cinquecento. colti e raffinati. e i visi sono quelli d'un mondo imbalsamato. dove una pacifica i mpiegata. Proviene forse da tanti sogni ambiziosi e senza vera grandezz a e da uno scenario che serviva soltanto a uno solo perché si chiamava Gonzaga. Tutto ricorda amore. ma in una lotta indoma bile con se stessi. Il teatro è ora un cinematografo col telone sul palcoscenico. Non una villa. e l'uomo fu qui invece infelicissimo. registra gli atti municipali. L'altro personaggio. Un decreto del senato veneziano proibiva ai nobili di accostarsi a que ll'uomo che si aggirava mascherato. un o dei più bei teatri a scena fissa della Rinascenza. e il teatro olimpico dello Scamozzi. si ostinò a fondare una dimora principesca. e i carciofi crescevano sull'umo del Colosseo. alle porte di quella Mantova sempre più nuova nel tempo. una natura fatta ad arte dove l a stessa natura è uniforme. Viene incontro. un a serie di figure di principi animati dalle più alte nobili e pure ambizioni. gioia di vivere. perché incontrandol o a cavallo non lo aveva salutato. mentre sulle sedie impagliate i contadini leggono il giornale. tra i putti che gonfiano le gote su un fondo nubiloso raffigurando i v enti. e gli impiegati registrano gli atti dello stato civile fra i travagli di Ulisse e le avventure di Diana figlia di Giove e della Luna. e questa unica perpetuità dell'u omo della terra ha conferito a questa città stranissima. si trova un armadio per l'archi vio. dalle nicchie dove è collocata su diversi piani . la torre. vestiti di stoffa. E grandi come a Mantova. in un angolo qualunque della pianura lombarda. E il più bello è entrare sotto le volte del palazzo. un tavolino stecchito sulle sue quattro zampe a pomini. se Shakespeare non ha già fatto tutto. Sabbioneta. È forse l'unico angol o d'Italia che ricordi l'Italia dell'Ottocento. per un teatro tragico italiano. La chiesa che era un mausoleo di Vespasiano Gonza ga è ridivenuta una chiesina di villaggio. e le stoffe sono divenute q . Non so se tutto attorno a questi edifizi un tempo esis tessero altri palazzi. il palazzo con giardino. i periodi di Roma decaduta in cu i i pastori erano tornati a popolare le pendici del Palatino sulle colonne abbat tute. è meglio allora affrontarlo in grande e creare allora un curioso e unico villaggio modello in cui i bambini imparano l'alfabeto sotto i cassetton i dorati a zecchino. ma egli già aveva ucciso con un cal cio all'inguine il suo figliolo. e tra i miti di Galatea.Un Gonzaga. il castello. la sua seconda moglie si chiuse in un convento tre anni dopo il matrimonio. di Diana. e Federigo Gonzaga. in un villaggio di co ntadini. poiché essi non v idero altro che la grande e irrimediabile infelicità di uomini come Vespasiano Gon zaga. che nel 1681 vendeva Casale ai Francesi. ma che. Se si ha da organizzare uno sp ettacolo simile. che fu chiamata la Nuova Atene. pr oviene dal ripetersi infinito dei miti di Diana Apollo e Venere che dalla forza del significato originario cadono nell'allusivo e nell'equivoco. tras cinati in basso da un demone violento. ci hanno tramandato la più splendida civiltà privata e la più mi serabile tradizione pubblica. Credo che la popolazione di contad ini di allora fosse molto simile a quella d'oggi. il teatro. Non è certo la stessa cosa. I Gonzaga finirono con Ferdinando Carlo. il coro di questa tragedia. affrescate e intagliat e. con a capo un papa. non ne rimane traccia. non agendo sulla realtà dei loro popoli e riducendo tutto a un dramma p ersonale e familiare. di Ulisse. e andò a consumarne il prezzo al carnevale di Venezia. Vesp asiano uccise la prima moglie per infedeltà. Sono di legno e di cera. circondati dai più savi e fini e gloriosi uomini del loro temp o. Ma bisogna dire che è una delle più strane avventure entrare in una sala ricca e grandiosa dal cui soffitto pendono. il desco. e il suo segreto lo conobbe soltanto il m arito. C 'è ancora. il suo erede sperato e amato. Tutto questo fa f reddo e tristezza.

di Stradiva ri. dello Stradivari. nei loro palchetti. nei quadri e nelle pale d'altare. al canto delle cicale. tra il petto e il cranio.Un de' membri che al corpo er a sostegno . quella schiera di musicisti da concerto che. la ricetta della sonorità mai più raggiunt a dei violini dell'Amati. dal le crudeltà e dalle guerre. e doveva essere un semplice linguaggio. Un altro con una pietra al coll o sorge da un pozzo sotto gli occhi del carnefice e si esprime: "Fuor d'esto poz zo uscii libero e sciolto . egli credette che i m . era un frinire. dei loro strumenti a corda. in atto di preghiera. formano un teatro grandioso. Alla nascita di questo strumento c'è fatalmente qualcosa di stregonesco che si per petua per due secoli. e che chiamavano perciò comunemente il mago (perché noi moderni attribuiamo ancora alcunché di magia ai procedimenti degli antichi). di Guarnieri del Gesù. da variazione a variazione. un ronzio. che crea tut ta un'umanità di patiti della melodia. poiché gli antichi si contentavano di tali rumori che erano poco più su delle voci della natura. il mist ero stesso del ritmo e dell'armonia del mondo.Perché allor fu i dalle tue braccia accolto".Vergine benedett a ti chiamai . ha una voce più umana e s convolge la musica fino a renderla quell'arte che Tolstoi trovò diabolica e pensò di proscrivere. esso ha la forma del torso umano. Senza di questo non si sarebbe avuta. Ma lo strumento che a un tratto diviene parte dell'uomo. Fin qui la musica non ha lo stesso senso che per noi moderni. Un soldato con una gamba di legno dice: "Nella guerra crudel mi fu troncato . Puntato al sommo del petto. approdano dalla Turchia. che induce il cuore a compiacersi delle sue passioni. Se riusciranno a sfrattarli . Sempre nei quadri del Cinquecento. capace com'è di purificare ed esaltare l'uomo o di diventargli complice e mezzana lasciva: questo strumento è stato ricre ato nel Seicento a Cremona. ritratti in grandezza naturale. dai pericoli. dalle condanne. tutt'al p iù un canterello come d'uno che mugoli a bocca chiusa. che insomma introduce anche nella musica co ncetti morali come in tutte le altre arti. e che era uno stridio. del Guarnieri. Uno con una fune al collo. ci fanno ascendere con loro quell'atmosfera rarefatta della grande altitu dine e solitudine in cui si abbraccia l'inconoscibile e l'inesprimibile. conquistato attraverso una pazien za e una tecnica che alla fine divengono la scala celeste verso l'ispirazione. il violino lo suo nano gli angeli. portano costumi di Spagna e di Germania. La grande riforma musicale consiste in questo: nella trasformazione dello strumento a corda in istrumento da braccio. cosparse di ex voto c ome gli scogli del mare sono decorati di conchiglie. e dall'Africa. da sviluppo a sviluppo.Quando Maria chiamai fui risanato". lo suonano ai piedi della Madonna in gloria. la sua voce è umana come talvolta g li uomini vorrebbero cantare o implorare o gridare. cioè in qualche cosa che diviene part e dell'uomo. e pare di udirne i l gracile timbro: non è più il suono che i Greci paragonarono. in un lavoro infinitamente ostinato su un tema di poche note. com e se ne contentavano i primitivi: basta vedere gli strani liuti d'Africa. sbucano dalle pestilenze e dagli orrori. da Monteverdi in poi.Leggier divenni e non rimasi offeso". senza riuscire a trovar le p arole. s ovrani e poveri diavoli. In una cappella a parte è la tomba del più perfetto ma estro di creanze del Rinascimento: Baldesar Castiglione. compos ti di gusci di frutta e d'animali e di crani d'uomini. in atto di morire e di risuscitare. dice in versi. v ecchi profeti brandiscono violoncelli per cantare le lodi del Signore. di Amati. che perse tutta la sua vita a ricercare le lavorazioni degli antichi.Col grave sasso che pendea dal collo . diviene tutt'uno con l'uomo. E già nella sua consistenza è il mistero. come accade di tutte le scoperte che sorpassano i limiti d ell'uomo. tra l'altro.ualcosa di mortuario. appena spiccato dal patibol o. Un tecnico moderno di mia conoscenza. si vedranno carri pieni di questi personaggi grandi e oscuri riattraversare le grandi strade della pianura. Sembr a che i frati che custodiscono il convento non vogliono sapere più di questo teatr o picaresco ed errabondo sostenuto dalle colonne di legno. avventurieri e saracini. crudele e miserabile di quel tempo. Guerrieri e condannati a morte. durò tu tta la sua vita a rinvenire. come è scritto in un cartiglio: "Dalla fune onde in alto era sospeso . ringraziano la Vergine Maria di averli scampati dalla peste del 1399. Un po' più armonico era il suono del liuto prim a dell'avvento dei maestri cremonesi. Nelle loro nicchie. I VIOLINI DI CREMONA Fino a tutto il Cinquecento.

come per un irraggiungibile virtuosismo. LO SPIRITO DELLA PIANURA C'è uno spirito italiano proprio della pianura: facile ad accendersi. Ma sul manico non c'è più nessuna corda. come colpito e bruciato dalla fiamma d'un genio infernale. grandi torri. e di come amministrò abilmente il suo denaro. Nel Ferrarese viene fuori uno scrittore come il Monti. E chissà poi se uno strumento simile ha ancora una voce. e nello stesso tempo capace della più stretta regola e ortodossia. Lo strumento di Paganini. indifferente ai suoi concittadini per qualche stranezza del carattere. le sue molecole si disgregano. Non si sa dove il mago di mia conoscenza fosse arrivato con le sue ricerche. ma visse os curo. curioso di t utte le novità. alla maniera antic a. Perché il vio lino ha pure questo di supremamente umano: non suonato per un pezzo deperisce e muore. grandi frutta. Vedo apparire Paganini. che essi confidano soltanto all'arte. guadagnò un milione di lire (siamo alla fine del Seicento ). L'Ottocento non ha finito ancora di stupirsi della voce del violino di Cremona: Tolstoi vede ancora Satana nella Sonata a Kreutzer. quelle che me ttono l'impegno più assoluto al bestiame più bello. Paganini ha le br accia allungate smisuratamente dal violino e dall'archetto. il viso pallido inco rniciato dai lunghi capelli cupi: intona il suo pezzo strabiliante sulla corda d el sol. non più sotto l'azione delle vibrazioni. altro cremonese allievo di Stradivari. lavorò parte della sua vita in prigione do ve era stato rinchiuso per avere ucciso uno della sua stessa arte. Egli s'era poi fatto u na tomba in San Domenico a Cremona. intorno ad altri che praticarono il magico strumento. ai frutti più madornali.aestri cremonesi trattassero il legno con l'ambra sciogliendola con una loro ric etta che poi andò perduta. Davanti alla tomba scoperchiata. alle più gr osse verdure. lo strumento è profano: tanto che m'ha sempre stupito sentirlo qualche volta in chiesa accanto all'organo. morì portandosi anch'egli il suo segreto. Gli angeli non suo nano più violini ai piedi della Madonna in gloria. disse la leggenda. Niente altro. Uno strumento del Guarnieri usò Paganini. Girò l'Europa con un segretario che pare fosse il diavol o in persona. e in tutto undici figli. Sono le contrade che hanno costruito i palazzi di Mantova e di Ferrara. Fino a Milano. Guarnieri del Gesù. In ultimo lasciò perfino il suo cuore a qualcuno. attraverso il suo str umento: abito nero e corpetto nero. "dispera to come un canto d'angeli scacciati dal cielo perché si sono innamorali delle donn e della terra". voglio dire proprio il muscolo che fa da cuore. ma non più di quanti ne nacquero fino all'Ot tocento. la sua amante infedele. un ignoto venuto da Milano afferra u n teschio e pronunziando il nome di Stradivari se lo porta via. di quei violini tascabili. la seconda a cinquant'anni. un viso femminile ridente con due gemme p er occhi. C'è un enigma nella vita di Stradivari. e la migliore. Forse è quel viso che orna la parte alta del manico d'una sua cetra. è piuttosto l 'ombra. Q uando si abbandonano alla fantasia toccano il gigantesco e il capriccioso. fornendo strumenti musicali ai grandi e alle Corti del suo tempo. l'aggettivo grande è il più significativo: grandi palaz zi. al modo del cuore nostro quando non vi spira più né amore né gioia né sofferenza. Destino dei grandi uomini di scostare con la loro presenza quanto la loro opera invita a conoscerli esprimendo una parte di loro. e nelle f alde nasconde forse una "pochette". fu in carcere e fece un patto col diavolo per uscire libero e per diventare il più grande violinista d'Europa. il più magniloquente e insieme il più ortodosso della l etteratura italiana. Stradivari già lo conosceva il diavolo. Sì. Del quale si sa che ebbe successivamente due mogli. La fantasia d ei contemporanei non trova altra spiegazione alla figura di Paganini se non una sua alleanza col diavolo. e annerito come gli era. forse lo stesso che sulla testatura del violino dettò a Tartini il f amoso trillo. poi demolita con la demolizione della chiesa del 1868. Così accadde di Stradivari. o c hissà per quale motivo più reale. Di Stradivari rimane la tes timonianza che allogò i suoi figli molto bene. le code della giacca fino a terra. il sortilegio del violino. gl'inviati dei potenti d'Europa aspettavano più mesi a Cr emona che il maestro consegnasse gli strumenti richiesti. grandi coltivazioni. con quel suono disperato di cui ci parla tutta una letteratura. e con lui la leggenda si rinforza: egli uccise. e lo si trova in una boccia d'alcole nella . che appartiene al municipio di Genova. Di Stradivari no n rimane neppure un ritratto. è vero c he si trattava di cerimonie nuziali.

altrimenti agisce contro di sé e il su o nucleo civile. bisogna annoverare le c ase piccole. E b ruciano anche le lapidi. della sua necessità e fatalità. di critica alle cos e comunali. e appena q uel tanto di terra che si stende là dove il Po si impaluda. vi sia ancora qualcosa di inesplorato nei dipinti e nell e decorazioni allegoriche di cui signori e principi si circondavano. dicono assai de lla vita d'una città che ha sempre tutto sulla punta della lingua. il padre Bartoli era ferrarese. e non è detto che il capitano d'industria o il padrone di un allevamento o d'un campo modello non portino nella loro funzione qualcosa che somiglia da vicino a l senso di assoluto che domina un filosofo nell'indagine del vero e del bene. Non era la pubblicità d'un nuovo prodotto. Dove non c'è vento di idee nuove che non abbia suscitato uragani. presso il Duomo di Fe rrara. e la lotta è sempre quella. e al punto da suggerire il pensiero che. nell'assolu to. C'è l'Italia meridionale che indaga sull'uomo nel creato. l'elettricità. Ai due estremi della pianura padana si rispondono la testa esatta di don Bosco e quella bollente del Savonarola. S otto una vita semplicissima. Ma le città sono piene d'uomini. E questo dà il senso del presente e dell'avvenire italiani. l'Opera è padana. Perché c'è un'ispirazione. Non si immagina che cosa abbia combinato nel mondo ques ta necessità urbana degli ultimi cinquanta anni. as sai prima delle leggi. domina su tutto uno s pirito urbano. millenaria intorno alla terra. l'economia politica. Ma sempre con un piede legato alla tradizione e al rigore tosca ni. fatti per altre generazioni e che non si riesce a ridurre ad appartamentini moderni. In fondo. la moda raggiunse l'Oriente e. grandi appartamenti di quelli che non si sa come dividere. Anche il cattolicismo prende qui forma di organizzazione. È la pianura. nell'infinito. A Ferrara si possono ancora avere. ma che sotto vi pull ulasse uno spirito simile a quello che si trova nei misteri orfici e pitagorici . senza accorgersi che i tizzi ardenti gli stanno per bruciare i piedi. quel Bartoli che a nche in punto di morte ebbe uno scrupolo grammaticale e disse: "Me ne vado. del suo viaggio ve rso l'esilio. e il futurismo. e che la terra non è tonda ma piana e fermissima. fin dal tempo dei Greci. per una somma relativa mente modesta. Il quale Savonarola sta ancora in piedi.Biblioteca dell'Università di Ferrara. E sono padane la scienza dell'anatomia. Se parliamo di reazione. Ma ricordo a Bologna un tipo di vecchio signore in tuba che vendeva pittorescamente certi suoi fogli stampati. per tutta la piazza della Cattedrale. il più devoto alla tradizione letteraria fino alla bigotteria. c'è un potere d'infatuazione per tutto quanto è assolut o. alcune zone della Sardegna e. Ora. E a Milano un astronomo che copriva di scritte i muri. Una commissione di trevigiani contadini è andata a saggiare la terra e il r egime delle piogge in Abissinia. col Polesine. il Ferrarese la campagna tra Roma e il mare. ma anche le grandi famiglie. Queste lapidi imprecanti. annunzianti. T ra i più potenti limitatori delle nascite al tempo nostro. ma l'annunzio di come una signo rina ferrarese aveva lasciato gli studi letterari per darsi alla chimica. ininterrottamente. I vers i mi pare fossero in terzine. E poi. e la terra un elemento dell a vita urbana e la causa stessa del suo fiorire. o me ne vo: che vale lo stesso". Ma nella pianura padana c'è ormai più poco da conquistare. che non si trattasse soltanto di figurazioni di miti e favole antiche. La provincia di Trevis o colonizzò lo Stato di San Paolo del Brasile. leggevo un cartello stampato che pareva composto in versi. mentre là presso le lunette del Duomo sono le immagini più vicine all a concezione di Dante della vita ultraterrena. l'appartamentino di due stanze e cucina venuto di moda dopo l'Ottoc ento e con l'urbanesimo. ampio e avventuroso come un bel palazzo padano. I grandi palazzi sono pieni di tutto quanto nella vita medievale e rinascimental e è simbolico. annunziando c he gli astronomi sono stupidi. Su una palizzat a. e che nel Risorgimento porta questo suo anelito fino a ricongiungersi con l'azione del Piemonte: l'Italia centrale cerca l'uomo nel regno di Dio. col braccio teso. quella settentrionale considera l'uomo nel finito e ab itabile mondo. E poi c'è l'Ariosto. proprio l'appartamentino distrusse in Turchia non soltant o la poligamia. che non è soltanto toscana e fiorentina. ma medievale e padana. l'uomo ha bisogno di agire. primissima in Europa e ultima vo ce dei Greci fino a noi. nella vita per tanti versi misteriosa di quell'età. come è padano il romanticismo. in una piazza di Ferrara. di deprecazione c ontro i preti. inneggiami. la pianura tra Roma e il C irceo. e Ferrara più di o gni altra. in Dante.

è una firma minuta. quasi gotica. Parisina. spunta un tenerissimo inno cente il quale. nella Biblioteca dell'Università. e non se ne parlerà più. LA BASSA La terra nella pianura padana rende oggi sui trentacinque per ogni quintale. ed essa entrerà nel novero delle oneste donne che non hanno storia. quasi tutta aste. mentre le sole firme di quelle altre due traggono tanta gente curiosa in pellegrinaggio? La sto ria non sarebbe dunque se non il racconto degli errori umani. qua nto. una filosofia segreta. Il peccatore interessa più vivamente del fedele le religioni di tutto il mondo. Lallemant. Si trova nei pittori ferraresi una simbologia aperta e chiara come quella del Dosso. a Ferrara. togliete queste favole. Forse perché meglio del giust o conosce la verità essendo con essa in contrasto e guerra? Guardiamo la storia de i Gonzaga: dopo una storia tutt'altro che edificante. Quello di Lucrezia è una lista di spese p er lavori di artigiani. stretta in se stes sa. se raccogliessi mo le lettere virili. in calce a un biglietto che chiede dieci ducati d'oro "per una certa s pesa la quale habiamo fatto". È come visitare un mondo segnato di quanto nell'uomo sta fra intuizioni e terror i: il peccato. A ogni modo. È un a mia ipotesi. nel centro geografico della Francia. accanto alle donne come Isabella Gonzaga. dalle strade che portano lontano e quasi infinite. e Lucrezia. anche a volerla intendere realisticamente . Da decenni ormai gli storici s i affannano a togliere ogni colpa dalla vita di queste due donne. la scrittura virile. già dai poeti d'am ore durante gli anni di Dante. oltre la palude e il mare.della antichità: insomma. per esempio. come seguitando in una interminabile pianura. Ma d'altra parte. non si fremerà davanti alla ciocca di capelli biondi che si conserva di Lucrezia a Brera. Questo signor Lallemant è sicuro p ortasse dall'Italia tutta una simbologia pittorica di natura iniziatica. E il Sa vonarola. un suo palazzo secondo la moda della Rinascenza nostr a. Avrà mentito il cardinale. i quali adoperavano la parola Amore. e al terzo il cardinale Bembo augurava di "essere eziandio della materna virtù s uccessore". che ci possa spiegare i segreti di questa città che più di ogni altra serba nell'animo. fuggiasca in Franconia perché aveva abbracciato la Riforma e di cu i si possono leggere le oneste lettere in qualche vecchio libro. si fece costruire a Bourges. a Ferrara ebbe tre figli . non troveremmo che rari curiosi. la morte. È una vena na scosta che circola in tutta la vita italiana fino alla Riforma. e fuori di questo è silenzio. come una grata di prigione. Naturalmente sono andato a vedere. non più quella baccante che ancora adolescente as sisteva a orge immonde col padre premiando i vincitori. le corti padane diedero schiere di gentilissime e virtuosissime per cui. e ve n'è una coperta. trasportandovi gli stessi simboli come li aveva veduti in Italia. nessun'altra terra d'Italia. le passioni. senza nessuna conoscenza del mondo. come per Lucrezia ha fatto Maria Bellonci. nella fantasia e nei sensi. i biglietti f irmati da Parisina e da Lucrezia Borgia. ma pare proprio certo che essere capitata a Ferrara ed entrare in tutto un mondo istintivamente prolifico abbia fatto di le i proprio una cauta signora. non veniva forse da questa Ferrara marcata nel più intimo da quell'arte e da que lla concezione della vita? Grande e vasta Ferrara. Tutto questo non è sol tanto decorazione o allegoria. pur nella rappresentazione che i l Cossa fa della vita di Borso d'Este. La ebbe forse quella Olimpia Mo rato ferrarese. e senza risult ato. Lucrezia. la firma è grande e larga. è quel santo che parve avere n el sangue per un'esperienza di razza l'orrore del peccato. che mondo astratto. ed è San Luigi. perseguitato com'era dall'odio più furente verso l'arte del Rinascimento . Ci si aggira inseguendo un segreto come in un labirinto ariostesco. e tutto lo sbigottimento d'incontrarsi coi mostri che ognuno di noi chiude a doppia chiave entro di sé. quella del Cossa. Un signo re francese del Rinascimento. l'impeto di vita del Rinasc imento. Quella di Parisina. e lasciandoci a ogni modo una poesia di formule dottrinali che il Rossetti e Pascoli e Luigi Valli hanno tentato di decifrare in base appun to a un linguaggio che sospettavano iniziatico. Parisina sarebbe soltanto una sventurata. forse fino a trovare que lla Circe del Dosso. A vedere nell'ultimo tratto del Po come . almeno nella seconda parte della sua vita. a significare Fede. credo. e l'imp ressione che ebbi in quel palazzo di Bourges si riproduce davanti agli affreschi del Palazzo Schifanoia a Ferrara. un vero e proprio culto.

con le braccia robuste in avanti. e non vedeva l'ora di scorgere sulla pianura le mura del suo villa ggio. e non si sa come ci si sentiva colpevoli. Nel Ferrarese. poi. Non c'era il minim o equivoco. con que lla confidenza che esse hanno dell'uomo. i contadini con le braccia lunghe sui fianchi a guardare quella maledizione c he non capivano perché fosse capitata a loro. e il contadino pensa che tutt o sommato anche quello è concime. C'è una tecnica della terra. e quando fui salito volle discorrere. e anche i villa ggi. stagna poco più giù. al punto che si riconosce dappertutto che gent e vi ha messo mano. l'architettura d'una fila d'alberi dritta che fa da frangivento. come per una disgrazia che toccasse il pane di ognun o. Non c'è ac qua.si strappa la terra fino al mare. Altre donne salivano e scendevano alle stazioni. t utti fermi e zitti attorno. e non quell a d'oggi soltanto. Prosciugato il campo comincia l'arsura. Una di queste donne. Capii in quel tratto la nostalgia della gente della pianura. Conosceva bene la terra e i lavori. Ora i campi so no felici. anche se la conformazione del terreno sia delle più uniformi. Anche nella Bassa sono arrivati ad avere i trentacinque per ogni quintale. Canapai e seminati a pioppeti promettono che di là tro verete chissà che aspetti. La pianura folta lascia appena disti nguere gli abitati. e una rete a bila ncia da capo d'una lunga asta. l'ars ura è nell'aria. Nient'altro. le signore scendevano. Ognuno ha il s uo modo. nel Polesine. il gra no era in mezzo all'acqua sporca. Da trenino a trenino tanta gente corre la pianura: le donne coi fazzoletti attorno al capo. svoltare nell'infinito piano come una vecchia strada. lungo gli argini a distanza una capanna di sarracchi. ma ogni palmo di terra fu un lavoro di adattamento e un'impresa. e nei loro discorsi si veniva a sapere tutto della vita attorno. ma di molte generazioni. l'aratr o la rivoltola di continuo per anni. si macinano alla fine a furia di arare. come da onda a onda. verdi. stanno nelle depressioni del terreno. Intorno a Roma. che danno l'idea della prontezza al lavoro. il mare arriva fin qui e tiene tutto sotto il suo dominio. corre nei canali del Po. Si fermavano le macchine di pa ssaggio. perché. di dove ess i vennero: marchigiani o veneri o padani o della Bassa ferrarese. eccolo verso l'ultimo diviso in canali dritti e uniformi. i personaggi che possono diventare nella fantasia le ceppaie nocchiute che tirano a ogni nodo un virgulto dritto e lucido. Ognuno vi r ifà il suo paesaggio natale. è salmastra. seminata di conchiglie. per molti secoli. un borgo chiuso fra le mura d'un villaggio medievale di contadini fortificato. quella che luccica da tutte le parti. abbondanti. Questa è terra di creazione recente. correva in lungo e in largo la terra distesa dove ci f osse bisogno. i ragazzi all 'ombra delle fratte tra le acacie e i pioppi. più giù è storia d'oggi: a Piacenza i campi sono adagiati fra alti argini. e anche dove è passata più d'una generazione di agricoltori. fra due rive arruffate di giunch i. mi chiese di aiutarla a caricare sul tr eno certi suoi fagotti. si capisce quello che è costato in sette secoli bonificare la pianura. La te rra. Al m odo di tante altre donne. Dopo aver visto il Po trascorrere solitario sotto i lunghi ponti. per mantenere i coltivi all'asciutto sgrondando i soverchi umori del te rreno. Gli argini so no alti. dove tra Maccarese Ostia e il Circeo s'è avuta un'emigrazione di contadini di varie regioni. A un certo punto si v ede un piano allagato dalle piogge: i covoni di grano facevano pietà nell'acqua. e nella B assa. talvol ta più bassa dell'argine. e invece è un campo appena arato con le sue motte di terr a grandi e lucide della lama dell'aratro. a occidente della città. e il salino. ne parlava con confidenza. Questi campi padani sono quello che più ricorda la presenza dell'uomo. Veniva dal lavoro verso Vercelli. Si aspetta che il . con quelle cappe bianche che tornano su sem pre nuove. alti nel mezzo e declinanti ai lati. qualche silo risponde all e torri che tra il fiume e le gore verdastre dominano le fattorie e i villaggi f ino ai dintorni di Mantova. come un cristiano. Fino a Mantova la terra ne serba ancora il ricordo. come nell'architet tura e nel modo di disporre una città. spartirsi alle secche sabbiose. e il contatto con lo sterile mare. appena strappata dalle acque è fiacca e nera. Montagnana. con le figlie donnine piccine. e l'eterna promessa di questi argini che invitano a guar dare di là. chi ha un po' d'occhio riconosce alla prima. a Montagnana . e di là è una nuova promessa a guardare oltre. è ancora visibile la separazione della terra dalle acque. nel Mantovano i campi sono rilevati. e tornava a casa sua. e nessuno ci poteva far nul la.

poiché la locanda era pi ena. Di ogni cosa sentiva il sapore. Uno della tavolata gli fa: "O dillo che faresti se fossi un gran signore. questo era il suo pensiero. s'illuminò tutto: "Ci sono molte fontane a Roma". la contrada tra Venezia e Ra venna asciuga tutto l'umore dei fiumi della valle padana. e poi daccapo. vidi che i letti e i divani. si fa stretta. e oggi si direbbe di surrealista. i libri dei nostri narratori de i buoni secoli. la segregazione da tutta un'umanità e dagl'interessi di questa. Sì. fi no al fanatismo. metafisico. Raramente ho veduto uomo fatto di terra come era lui.. L'uomo non ci credeva. Più che par lare. e nelle loro idee sono assoluti fino all'ultimo e oltre: questi sono i ferraresi. ma erano molte.. Tra canali. dieci o quindici. e che quando possono sfogano in una lunga strada. per mille ragioni. Non sono emiliani: manca ad essi degli emiliani quel certo la scito clericale che la natura degli emiliani è riuscita a rendere duttilità e morbid ezza. è quel popolo bollente. d'una specie di oscuro e ribollente istinto vitale.". e i paesi sembrano là a portata di mano. si è fissata una civiltà artistica fatta d'emulazione. Le ragazze dell'o ste andavano attorno a servire le tavole e a preparare gli alloggi per la notte: non so quante fossero.. e ogni volta che chiamava se ne present ava una nuova sempre più piccola. pa esaggi d'una Venezia minore. ragazze e donne. vorrei avere un pozzo artesiano (diceva 'artigiano') nel cortile di casa mia". Di questo ha notizie. e un'altra meteorologica: lampo non mangia barca. Vi si trovano vecchie città come Chioggia e Comacchio. I fatti che formano profonde differenze e distanze in campagna. bracci morti. il granone e poca altra roba: è l'acqua che fa la terra di due sapori. "Io. non fece che mangiare patate. per questo impegno sempre assoluto.. è rimasto un colore amoroso e generativo. per piover bene. ma un signore come dico io. Ma senz'acqua non sono possibili che le colture bianche. ara e ara. Disse ancora poche sentenze: il pesce è buono quanto più la testa è lontana dalla coda. sono dappertutto. vanti l 'arte e la decorazione di tutti i tempi. e così le angurie. se ne circonda il campo d'una corrente continua che lo manterrà fresco. il grano . erano fitti di ragazzi addormentati. e che h a dato quanto di più strano. i fitti. non sono romagnoli: i romagnoli hanno il senso esclusivo del gruppo familiare con tutte le qualità che questo gruppo richiede. capace di tutti gli eccessi e di tutti i rigori. Al mattino. fra cui mi trovavo. e permett e le colture di colore. cioè i lampi in mare non annunziano tempesta. cioè. fantasticava: la terra appena riscattata dalle acque. sono proprio l'a cqua e la strada. Dove. vorrei avere un pozzo artesiano". quello levò gli occhi dal piatto: veniva dalle terre salate di più giù. poi. Gli dissero: "Ce ne sono di pozzi artesiani. e dal mare. è sciolta e fiacca. dopo anni di aratura. più che licenziosi sono pieni di ragazze e di donne. Questo." ripeteva tra un bo ccone e l'altro. ed è dove la terra è buona. di feticismo delle forme più nobili fino al capriccio. Gli rispose una risata. e non è un capri ccio da milionario. sentendo ch e io venivo da Roma. e quello che rende la terra più giù o più su. diversivi.. Poi stette zitto. Qui. Lo spettacolo e l'idea dei ragazzi dov eva accompagnarmi per tutto il resto del viaggio. l'uomo del pozzo. buse. che sbucano da tutte le parti. la barbabietola delle terre asci utte è roba per le bestie. Gli altri attorno fantasticavano ancora sui raccolti. un fiume pull ulante di vita. dritta quanto è lunga la striscia . E quello: "Se fossi proprio un gran signore. ce ne sono anche a Comacchio". io se fossi un signore. e poi barbabietol e. dovendo traversare le stanze vicine alla mia per uscire. rifugiate su strisce di terra come su pontili.consorzio distribuisca l'acqua per l'irrigazione. fra due estremi d'un conformismo tutto regola e rigore. Alla fine lo disse: "Se fossi un gran signore da cavarmi tutti i capricci. i c anoni. resi praticabili dalla ostinata volontà dell'uomo. L'oste seduto acca nto a me era servito dalle sue figliole. A pensarci bene. come le barbabietole. non riusciva a terminar e questa frase. ciò che è il tratto di molti popoli della pi anura. della lice nza del Rinascimento. e un'altra molto semplice all'apparenza: per p iovere bisogna che tuoni. fossati. È la sterilità che dà mistero e lontananza alle terre sterili. Mancare d'acqua significa.. Era l'ora di an dare a letto." L'uomo grosso e fort e che mangiava accanto a me nell'osteria d'un villaggio. e que llo d'una fantasia fuori d'ogni limite. prende nerbo. e come per mettersele bene nell'animo. Poi ma sticò: "Be'. Ora. C'è l'internazionale del contadino.

alla Spina. e poi tedesche erano mescolate tra le altre. Ma che cosa non rappresentavano le foci dei fiumi. o forse si erano già spenti quando nelle altre colonie etrusche comincia vano le importazioni. in molti punti allora deserti c'è l'uomo con la vigna che produce il vino nero e profondo ammantato di sonno. fanno lunghi giri tra sabbie e lagune. seppelliva i suoi morti alla maniera egizia dei poveri. le sue parole erano di tremila anni. e non all'altra maniera egiziana dei ricchi. forse e ra anche etrusco. parole france si. In mezzo alle acque stesse. i tedeschi e gli spagnoli: mille anni di storia. Tutta l'opera dell'uomo per questa vasta distesa consiste nel rend erla praticabile da un punto all'altro. Dovunque si sente il lavorio del vent o e del mare. m'accorsi che il suo linguaggio era una mescolanza di parole c he capivo. I ponti sui canali ne proseguono la strada. I bracci in cui si divide il P o. Tutta la contrada delle foci del Po dà il senso di questo svolgimento dei secoli. e del dialetto ferrarese. tra gl'insabbiamenti. lagune. Questi etruschi di Spina dovettero essere d'una civiltà molto chiusa. Gli ultimi elefanti del Lazio. Le chiesi che dialetto parlasse . i contatti con gli sla vi. Ventimila anni fa videro le grandi belve e ve n'erano anche stille foci del Tevere. a cinque o dieci metri di profondità. e gli altri fiumi che vi sfociano. del provvisorio. Anche i bragozzi a vela che corrono lungo il canale di Comacchio sul filo della corrente e del vento non sono molto diversi dai prim i modelli di navigazione: son appena un guscio. I tre quarti delle parole che diceva erano di lingu e note. Contrariamente alla natura et rusca. e depressioni più basse del livello marino. che arrostiva con piacere una sogliola sulla brace. e dall'altra parte si trova il cana le. quello che di qui a qualche secolo sarà un banco di terra emersa e che un contadino tenterà ancora di riscattare dal mare. e insieme dell'eterno. presso O stia. e mentre sembra che debbano risolversi in questa gran fluidità di elementi. E alle foci dei fiumi gli antichi mettevano i l uoghi d'incontro per le anime che dovevano sbarcare di là. ma un buon quarto era incomprensibile. Alle foci dei fiumi si sviluppò anticamente la vita. come velo su velo. stretta e locale: fra i ricordi del m useo. questa comunità di Spina s'era stabilita nel piano. L'Isola Sacra. dovettero avere rarissimo traffico. A riscont rare il terreno con una carta topografica di venti anni fa. c 'era molto passato del luogo. e alle foci si ebbero i primi fatti di creazione della vita umana. ma che dovevo raccapezzare da varie lingue. cercano lungamente il mare. Una c ittà etrusca era nelle valli di Comacchio. l'uomo seduto co i suoi pesci e le sue verdure a poppa. In genere l'ingresso alle case è un androne che seguita fino alla parte opposta. Tutto intorno dà l'idea del mutabile. la vela pare un drappo antico. A Comacchio. e se poi c'era veramente qu alcosa di etrusco. Nel discorso dell'ostessa. alla spagnola. già non lo si riconosc e. era uno di questi approdi: le anime in attesa della barca fatale vi si agg iravano per più giorni. attraverso canali. e in camere che riproducono le stanze dei vivi. come dimostrò ai geologi un cimitero di os sa trovato in quella confluenza. L'uomo lo chiamava "hombr e". e se ne possono trovare le memorie nel palazzo di Lodovico il Moro a Ferrara. nella sabbia. l'uomo vi sbarcò al modo stesso dei pesci che cercano acque più dolci e più temperate per generare. l 'acqua vi forma i suoi canali. sono come gallerie praticabili e sottopassaggi contro il vento e il caldo. sotto monticelli di terra che arieggiano a piramidi. sono scarsissimi i vasi importati dalla Grecia. Un altro particolare. ma l'etrusco nessuno è riuscito finora a decifrarlo. la loro architettura. fa rilevare la prua che vi guarda in facc . e anche su questo fondo sottomarino la corrente incide il suo corso: anco ra per due o tre chilometri la corrente del fiume dura fluendo su un letto sotto marino. Si dorme in un'atmosfera gonfia di umori e sembra di dover mettere le radici. si rifugiarono e mor irono all'incontro fra Tevere e Aniene. Uomini e donne lavorano alla terra emersa negli ultimi due o tremila anni. e mi rispose: "L'etrusco". Quando alla fine raggiungono il mare. sentendo parlar e la mia ostessa. dal Reno al Brenta. chissà. ricacc iati dal prosciugarsi della terra che ne mutò la vegetazione. la sabbia accumulata negli ultimi s ecoli. le tracce della sua storia. vi trovano. del dominio degli elementi.di terra su cui posano. per dire no diceva "nié" secondo le lingue slave. un quadrato di vela si gonfia ap peso per due lembi a un bastone.

non si scorge l'acqua ma il verde dei canneti e dei campi. i discorsi dei cacciato ri. sconfinata. Pareva a cento passi. il pollaio. svoltano. lontano da casa. Ai lati del canale si stende la laguna che è colore ro sa. le case attorniate dai canni cci delle riserve di pesca sparivano tra l'opaco grigiore della pioggia. di tavole sconnesse e di tronchi d'albero. dal canale. Ravvolgendo il loro m antello di vecchia porpora.ia come un cigno navigante. Donne e b imbe sbucavano dal bosco portando chissà a chi il pranzo legato in una salvietta. con un timone enorme manovr ato da un uomo piccolissimo. e ci trovammo su una chiatta. umide e aggrondate. I GRANDI SCENARI DI MANTOVA A Mantova fu l'osteria. come giganti ammantellati. come lassù. cercando la foce del fiume. tutti fissi in questa sospensione di moto. vengono avanti in volo. di stagni. e una piattaforma asciutta di mattoni. verde. non più che figure incappucciate. alla Pila. dal mare. si scoprì nel grigio folgorante l 'abbazia di Pomposa. allontanatesi uggiolando il temporale. e sul limite dell'orizzonte una vela grandissima r icorda i mulini a vento delle pianure rasate della Prussia. il vino. raso terra. Da vicino mostrano il loro d isegno a spicchio di luna. agli sbocchi dei canali. Scendeva la sera. fino a Goro. che era un'aia e che si trovava a distanze ricorrenti. e solo più tardi. si sono presentate le grandi vele latine. poi pio vve a scrosci. e inv ece il fiume stagnava pigro a una svolta. Le barche dei t raghetti più lontani erano abbandonate nell'acqua battuta dalla pioggia a scrosci. si trovavano da miglio a miglio case coloniche. Su un campo grigio e appena rasciutto dalla melma salmastra. In quel caos di acque. Nell'intrico delle acque il paesaggio lagunare diventava lontano. era tutto il senso della vita. aranci one e oro. finché trovammo un ragazzo che. e il forno. Dietro l'abbazia di Pomposa i paesi agricoli levavano trionfanti sull'immensità tortuosa i loro campanili e i s ilos. con tante creature. gli uomini ancora in sella. Al traghetto. Dalle case solitarie qua e là sui fossi. dal nembo. a mano a mano che il cielo si rasserenava. di deserti salati e di boschi favolosi dove i daini sp iavano puliti e teneri tra gli alberi grondanti. sotto i mantelli. La macchina slittava nel fango attaccaticcio. qualcun o ci accennava di lontano la strada. Nell'ar ia freddosa sembrava di trovarsi in un fondiglio umido sotto il livello della te rra. l'umid ità penetrava dovunque. gli occhi dell'ostessa. vi ve ngono incontro e poi si rigirano. la pista sabbiosa interrava le ruote dell'auto. correndo sui piedi di fumo. bigia. il conduttore al volano. le biciclette. ci guidò pel bosco della Mesola. mucchi di grosse angurie prospe ravano come un primo getto della terra. sono le chiatte e i caicchi ch e vengono su dal mare infilando gl'invisibili canali. sono lontane. ci toccava an dare a zig zag per non ribaltarsi nei fossi coperti di muffa e di vegetazione a fior d'acqua. Dai foss i saltavano ragazzi e bimbe. il bosco si animava d'una vita primitiva e spensierata. Su questo verd e si affacciano grandi vele. pare. nella prateria. e tra il luccichio dell'acqua che si apriva un varco nel la duna sentii l'imperturbabile scrollo del mare. avvertivamo il caldo della nostra vita. ci si accorge che queste vele percorrono un canale. al Monviso. e nel mezzo degli stagni. e tra questo eterno popolo i discorsi . una chiatta porta all'altra riva le macchine. alto a prua come a poppa. si fermava davanti a un banco di sabbi a e faceva un lungo giro che bisognava seguire per gli acquitrini e i ponticelli buttati tra fosso e fosso. Correvo per un sentiero. coi vestiti a ttaccati dalla pioggia. Poi. a Tolle. al riparo d'un padiglione di canne e di vimini. e laggiù una fil a di pini si rifletteva su un'altra riva immobile. Da canale a canale. la stalla. gl i asini. tutta un'atmosfera di fumo e di cibo. le donne dietro i vetri della stanza a terreno. dove il Po nasce. covavamo il tepore d el respiro e del sangue. le vele si rigirano. si allontanano. Andando ver so l'intrico delle foci. a una svolta. e sembra di navigare su un'isola. e un tronco d'albero scheggiato dall'accetta. Erano presso di noi le chiatte con le loro cerate affungate. si girano. e nell'umidità. Tutta la distesa è per un tratto questo falotico rigi rarsi di vele incappucciate. sulla distesa rasata della terra. dagli stagni. sulle onde v erdi e teatrali dell'Adriatico. l'acqua cop riva tutto come un velario. dietro. parevano prodi giose conquiste dell'uomo. uno degli spettacoli più curiosi del mond o. La contrada è delle più piovose.

di fontane ingrommate. che è la stessa dove il popolo esiste ancora nella sua espressi one originale. d ei grandi scenari deserti: un sentimento dominante di d'Annunzio. Esiste proprio una scissione fra modernità e popolo.eterni sul teatro dell'opera. e quando sentii che in quell'osteri a si parlava di teatro d'opera mi parve la cosa più naturale del mondo. Per un pezzo rimasi ad ascoltare i discorsi di quest'osteria. Ques to è un lato del popolo che a Mantova mi colpì subito. le passioni m aiuscole cui si scaldano i cuori degli uomini raccolti insieme dall'inverno. i principi col popolo. quel sentimento sepolcrale delle cose. Si potrebbe compilare un'antologia di città abbandonate. di palazzi polverosi. fu un modo di vedere le cose passate . in Inghilterra come in Francia. si consumano. quella febbre che aveva preso gli scrittori di pochi anni prima della guerra con le pallide eroine agguantisi in luoghi dello stesso tipo. e preoccupata di rendere giusti. invidia d elle donne del suo tempo. Ma Isabella. ma a Mantova in mod o chiarissimo. di cui si conosceva perfino il numero delle camicie (d uecento). gioca e fu ma. A ritrova re questa città si ritrova un'epoca di letteratura. ai quali partecipavan o l'ostessa dal suo banco. In un ambiente siffatto tutto quello che è civile acqui sta un tono più grande. La donna nelle società semplici è sempre una virago. erano le regolatrici. di labirinti smessi. deperiscono. fantasia. dove f . sono riportati su un terreno facile e senza stupore. Proprio in virtù di queste differenze il mondo degli uomini appare forte e vivo. un sentimento delle cose che finiscono. fa l'arte e la guerra. Del resto. e chi entrava a chiedere un bicchier di vino. di poca forza: un gran de umor della terra. lotte. da d'Annunzio in poi. d'un popolo che intorno a sé non vedeva se non la morte dei grandi sogni. che dopo di lui ciascuno ha veduto. è ancora quella che vi ha tenuto sulle ginocchia. Ed ecco una delle fonti più cospicue di tale ispirazione: Mantova. ha il suo regno accanto a quello dell'uomo. questo stesso sentimento è penetrato nelle letterature degli a ltri paesi. e tra questi scenari crollati si riflettono negli specchi opachi eroi ed eroin e destati fra i furori. castelli e palazzi. inquietudini. la creazione è sua. che non avendo altra epopea da vivere ne vissero una amo rosa. Si ritrova nella letteratura italiana. a Tarquinia e ad Assisi. È un lato caratteri stico di quegli scrittori svegliati dalle trombe garibaldine e ritrovatisi poi t ra le tombe. dei sogni antichi abbandonati. oggi le passioni rotondamente cantate e i grandi cavalier i dell'umanità. e ognuno che cap itasse nella sala. s'impiccioliscono più che ingrandire. torri. E tutto a Mantova parla un grande linguaggio. con le sue passioni grandi e sonore. aspro. nella Romagna e nel Venet o. il quale è rimas to all'arte antica dove le passioni non erano importanti se non grandemente viss ute. come se non foste uscito mai dall'infanzia. io sott o gli occhi dell'ostessa mi sentivo quasi al riparo. e mi ricordai della forza del le donne del popolo come di una storia di matriarcato. nelle regioni vicine a questa. Anche tra i Gonzaga l'elemento maggiore fu Isabella. il vino che è com e una linfa vivificatrice dei luoghi bassi. è suo il diritto alle cose alte e all'ozio. le donne virili. indebitata per l'eleganza e la vita ornata e insieme caritat evole. il crollo dei grandi scenari. queste donne hanno l'ordine e la responsabilità. la cuoca affacciandosi dalla cucina. padrone e spose. Una volta furono le favole dei paladini e dei santi. Ben più. Qui si trovano le forti donne coi forti pensieri. di gi ardini intristiti. Mantova è scritta tutta a caratteri maiuscoli. Nell'al to dei loro occhi svegli. intorno a sé. quella parlata lu nga da cui le cose e i pensieri escono con un color familiare. non avevo veduto in fronte a non so quante osterie e trattorie l'immagine di Ga ribaldi a cavallo col suo mantello svolazzante? Opera ed eroi mi apparvero l'esp ressione sopravvissuta dell'ispirazione popolare. denso. a Cipro e a Micene. che faceva collezione di vestiti e mandava le trote agli amici. m'incantava: amante delle arti e insieme pratica. Qui esse guardavano i lor o uomini quasi come ragazzi. quelle cui spettava l'ordine e la vita pratica. L'uomo ha pensieri. e non in un mondo sfatto dove diventa nemica armata di inquietudini romantiche. Fu un tema caratteristico della nostra letteratura ne gli ultimi anni. quelle che capiscono l'uomo e a guardarvi vi fanno rico rdare della maternità sovrana. nella stessa confidenza che avevo provato altrove. al sommo di questa espressione civile. La prese nza della donna e in quella veste e figura dà l'impressione di trovarsi in una soc ietà di tipo antico. Il dialetto che si parlava là dentro somigliava all'emiliano. È lo stesso dappertutto dove c'è popolo in Italia.

gli scenari d'una grandezza passata. Mi ricordavo che una macchi a d'umido. la distesa ind istinta della pianura. dormivo come sotto il velo d'un'acqua corrente come accade in certe dissolvenze del cinema. Che gran sonno in quella straordin aria città. Vecchi muri ciechi di tutta Italia. e questo mi ripo rtava ancora nell'acqua. Mantova è un punto importante. con la sua barriera sulle acque. una sola camera che si possano chiudere a chiave. andando a dormire in un albergo. e tutto è fatto per la rappresentazione. come un elemento vivo in lotta con la grandiosità dell'acqua. gli alberi lontani annuvola . Mantova è il più importante di cotesti luoghi. che era una specie di casa di campagna dove si andava a passare un'ora tra le stanze decorate e i giardini. di questi vecchi muri compatti e nudi su cui l 'azione del tempo ha descritto un lavoro suo. palazzi. da meraviglia a meraviglia: la spiegazione di tante cose. detta del Paradiso perché di là si vede la pianura. Mantova fu prima una città comunale. bello quanto una striscia istoriat a da qualche grande scultore. vi fa un gran freddo. nella sua storia . Qui. il termosifone. seduto a un banco. la pioggia suonava interminabile. con una delle più belle piazze che sia dato ved ere in Italia. Ma tra il Pal azzo del Te. ch e cos'era stato! Un vagare di sorpresa in sorpresa. Mantova è un mondo. e vi dovette fare sempre freddo. quasi a una presenza sottile al modo stesso dell'aria. mi parevano miraggi. Ma ne aveva una con le finestre sul Min cio. che è un padiglione e un chiosco gigantesco. dico una gran dezza di passioni umane. Il battere delle mantelline dei ciclisti era come l'ombra d'un'ala. Sì. Di questo castello ricordavo un cortile dove l'umidità ha messo una fungosità verde e rasata come il verderame. pareva aver dato una piega a un cornicione come d'un foglio accartocciato. tanto c he Isabella abitò stanze dal soffitto più basso. E sentivo di d ormire sulla pianura distesa. dominati la notte da un lampione scialbo. E non mi usciv a di mente quell'ora serale al ponte San Giorgio. Era come un grande umore che mi copriva e mi lavava.ossero le grandi cose finite. Sono quattordici grandi sale nel Palazzo del Te . e la presenza nera del castello co i piedi nell'acqua alle mie spalle. ma non c'è un sol o appartamento. i riflessi dell'acqua. come in certi piccoli appartamenti moderni dove tutte l e stanze sono salotti e la sera divengono tutte stanze da letto. un capolavoro del t empo e della natura. La città comunale è pressappoco tutta qui. Gli eroi in giacchetta nera vivevano le rovine come una droga eccitante. che svolge il suo libr o: è il Virgilio che non ha ancora imbracciato la tromba epica. e ugualmente stanze di passaggio. mi stupii di trovarvi una stanza bianca. una caserma. acqua e cielo. E tutto quel giorno. il bottone del campanello. e i vicoli stessi in un bellissimo ordin e. il Virgilio delle comari e degli agricoltori. in cui il caso ha il rigore d'una logica. E quale grandezza poi? I Gonzaga. nel sonno. la Piazza delle Erbe. e in quell'o mbra luccicante che confondeva terra. sulla facciata della chiesa di San Pietro. sentivo correre fresche sorgenti e fontane. i cicli sti che scivolano via sotto la pioggia sottile nei loro mantelli. Nella chiesa le candele accese e le donne oranti facevano un calore piacevole. Per chi voglia dire di conoscere l'Italia. piazze. non furono grandi principi se non per il fasto e l'ornatezza delle loro corti. tra una facciat a di terracotta e un muro scabro. per esempio le sere che vi passò Lodovico il Moro in visita presso la sorella Isabella. monumenti. rivestite di legni preziosi e intar siati. come se dormissi in terra. e sembrava di stare al riparo. Il mercato con le osterie intorno è vegliato dalla figura di Virgilio in un bassorilievo medievale. dove la fantasia legge una storia senza immagini e senza parole precise. A momenti tutte le architetture che avevo visto il giorno . tra una torre e un palazzo. la capitale d'un'in tera letteratura. specialmente con quel vino nero. a quanto mi pare. Una reggia così vasta che divenne spesso. sono cinquecento stanze la Reggia. questo muro di Mantova è uno dei più belli. M a a uscire. e la Reggia. Lo dovettero di ventare anche queste cinquecento stanze della Reggia di Mantova. l 'acqua calda e fredda nella bacinella di porcellana. A tratti. si ritrova il più straordinario sogno di grandezza che sia dato osservare. fino al 1917 che vide là dentro accantonati un reggimento inglese e uno francese i quali vi accesero anche dei bei falò per scaldarsi sotto le ampie volte decorate. il ponte che dal Castello di C orte traversa l'allagamento del Mincio. castelli. con un se guito di mille signori.

obbligando a un modo d'essere tutto diverso da quello nostro quotidiano nelle città sulle aperte pianure. in cui non par di vedere altro che uomini spazzati via d'incanto con tutt i i loro costumi. ognuno si trovò quasi in una remota abitudine. che pare or dell'uno or dell'altra. e i suoi mutamenti a seconda dei luoghi che si scelse come abitazione. Si cammina e si cammina. Le città alte e antiche hanno una logica tutta loro: i dislivelli della loro st ruttura. balli. ma bastò che si scendesse tutti alla piazza del Mercato delle Scarpe. la Sala delle C ariatidi. scesi nella pianura del Po. No. nel Palazzo del Te. sono una delle curiosità del mondo. il movimento di M ilano di cui eravamo ancora una lontana vibrazione. Fu il sogno più spropositato del Rinascime nto e. Poi il fitto grandinare dei tagliapietre. che parevano non aver più fretta. Quella mattina di Bergamo è una delle mie più belle. la Sala degli Arazzi. penetrata in un palagio in festa. i cavalli di Apollo che vi galoppano addosso da qualunque parte li osserviate. e a momenti costu mi d'un tempo quale si addensava ancora fra colonna e colonna e fra torre e torr e. Le impressioni meccani che della vita quotidiana. e mi ricorda una pagina del Romanticismo. tutto quello che avevamo lasciato di ansie e affari alle nostre spalle sembrò il fatto d'una vita doppia e d'un atteggiamento. dello Zodiaco. occupava i nostri pensieri. a ogni soffitto e a ogni svolt a i giuochi delle prospettive vi attraggono: una croce che mentre si cammina par e allungare le braccia da ogni parte. i Gonzaga non erano grandi.ti. Basta poco perché s'abbia l'impressione d'un'apparizione. da cui le invasioni hanno asportato mobili e arazzi. le ore di tut te le chiese parvero lunghe. E la guida vi di ce: "Qui dormì Napoleone. delle loro pa role. un malinconicamente bel paradiso. vi portò un a sua retorica. quasi non bastasse. E qu esti cavalli affrescati alle pareti. quadri e statue. SENTIMENTO CIVILE DI BERGAMO A Bergamo s'arrivò in un treno gremito. in cui la luce d'un'alba. come se raccontando le storie della corte pontificia le amplific asse fino alla chiacchiera. tutta questa rappresentanza di sale che si percorrono oggi con u na guida per non perdersi. Folla della città. dei Duchi. rumore di un nuovo lavoro in una città . c'è d a rifare tutto il cammino percorso dalla civiltà. le prospettive ch'esse creano. È proprio un altro mo ndo. tutte persone indaffarate con le loro bors e. nobili ed eleganti. Sono suoi. e le loro smorfie di orrore sono convenzional i ed educate come per darsi un contegno di fronte al pubblico degli eleganti vis itatori. un letto coperto. furono apparizioni curiose. che a Roma non si trova nulla di simile. È vero. e si entrass e nell'aria della città medievale. che son servite da bivacco a tutti gli eserciti stranieri. Fino a che in una stanza grandiosa e nuda. e ci si domanda a quali sogni servirono questi i mmensi scenari. sul filo di queste impressioni. non rivela altro che spett ri in tutti i convitati. quelli che passavano sulla strada. sono un ca rattere imperioso della vita antica. È vero che a Roma non si trova neppure il sentimento di uno splendore così de serto. amic i e nemici. le acque che circondano quasi il castello. senza lasciar traccia: risuonano ancora di loro. le officine della pianura lombarda. gli affreschi dei gig anti in cui crollano montagne e massi su certe figure ciclopiche che non riescon o tuttavia a mostrarsi spaventate. le vicende delle loro strade. e un passante o un gruppo di persone in fondo a una strada acquistano una evidenza straordinaria e ricordano all'improvviso altra vita. perché tutto questo svanisse d'incanto. dei Papi. e sentivo soltanto una chitarra in qualche stanza chiusa o in qualche corte. come dice la guida. e dall'arco d'un por tico. dalla porta d'una chiesa. Giulio Romano. che dominano tutta una stanza. Ci ritrovammo in folla alla funicolare della Città Alta. di questa partico lare conformazione in cui gli uomini facevano scena e bersaglio solo a camminare per una strada di città antica. A ripensarci. altri costumi. tutto questo non è più vivo e non è neppur morto. musiche. C'era un suono d'organo in qual che chiesa. Si capisce la differenza fra vita antica e vita moderna solo a tener conto di queste cose. che trasformò anche la cappella in camera da bagno". la Sala da Ballo. Amore e Psiche che si baciano e hanno un s olo naso in comune. donne e uomin i. ci smarriamo nei meandri della cittadina antica. così freddo e corretto a Roma. in una vita lenta e addolcita. le vuote e spoglie sale. che nell'intrico delle strade e dei vicoli dileguava mentre lo cerca vo. un letto da campo del Settecento è il solo mob ile che abbiate incontrato in quella passeggiata interminabile.

e oggi clericalism o settentrionale. Una tradizione dice che Bergamo fosse prima etrusca. Degli Etruschi non v'è che la memoria topografica. Una forte e rigogliosa pianura in cu i le colonne di fumo delle fabbriche reggono la volta nebbiosa del cielo. di Berg amo. E poi. che fu un punto estremo della penisola. gli atri raccolti col sentimento d'una vecchia pace. le grate e i cancelli che non si aprono da tempo. Forse queste genti lontane. È la romanità al suo stato di favola e di potenza. e gli uccelletti infilati in uno stecco in mo do da stare in fila ad ali aperte sulla nuvoletta della polenta sembravano canta re anch'essi lietamente l'osanna di tutta la scultura animata di Bergamo alta. questa si most rasse coi più accesi colori. i suoi aspetti sono fissi nel nostro spirito che vi si orienta quasi istintivamente: i lunghi muri che circondano un giardino e fanno di fronte al palazzo architettonico un aspetto immutabile d'un'armonia conosciuta. in questo labirinto di pensieri di ieri. i putti roman tici sembrano feticci di un'arte elementare con le ossessioni medievali del diav olo. una cosa ancora intendevano. come se avesse superato in se stessa la natura.anticamente fondata. ed erano i prodigi dell'arte. e sono donne uscite da una fantasia che le accomunava con le belve. ma dei Romani e del Rinasci mento rimane un estremo brillare come se. la sua facoltà di tramandar . polenta con gli uccelli". Il nucleo d'una città antica è come una strofe che si rifà a memoria. È la romanità come visse n el Rinascimento. il più antico palazzo comun ale d'Italia. l'im provviso aprirsi di terrazze sulla pianura. ai confini d'una civiltà. virtù teologali e peccati mortali. si appr opriò la sagrestia della chiesa di Santa Maria Maggiore per erigervi il suo monume nto funebre. e le porte verdi. e come la fine di una resistenza. E poi il crepitio d 'un girarrosto che faceva spiccare il cartello d'una trattoria: "Specialità bergam asche. nel luogo di un'antica difesa. Vi si avvicendano popolo e intelligenza esa tta. con le scritte Divus Julius e Divus Traianus. ricordi di Venezia e richiami di Firenze. Un numero enorme di appa renze scolpite e dipinte occupa breve spazio. Qui la romanità vive nella facciata della cappella Colleoni dove i bassorilievi portano Cesari coronati e s antificati. sempre le stesse come se anche per le piante esistesse un'epoca e uno stile. il modo d'i ncurvarsi delle strade. Ed è questo lo stesso impulso d'un Colleoni che. Da queste cose la campagna acquista un color nuovo. Così è la romanità di Bergamo. Siamo allo sbocco delle valli per cui scesero le invasioni. Ma poi fu romana e venezia na. formano uno spettacolo che vi fa pensare d'esser e alle porte d'una civiltà. i cortili. di amore e di culto della potenza e dell'unità civile. quando andai a far colazione in una trattoria dal vecchio nome. al modo stesso delle fedi che splendono maggiormente ai margini delle loro comunità. streghe e visi di Cesari. come dicono. in una luce immobile e in un riposo di vecchio albergo. con la scala esterna larga come un invit o al popolo che ascendeva. come ora ne risuonano le più vecchie città d'Italia quasi si ri fondassero: erano gli operai al Palazzo della Ragione. o con le croci grandi sproporzionate. in cui vivono tutti insieme putti e sirene . imbracato nette armature. con le tele luttuose dei ragni. le sfingi ornamentali e i simboli scolpiti in pietra più dura per le arcate del Palazzo della Ragione. le pia nte che si affacciano dai vecchi giardini. e la s critta cubitale d'un'officina è sepolta come una lapide tra i ricami delle verzure . Rinascimento con puri accenti e Comune dotato d i forza gigantesca. una traduzione per genti lontane che non si preoccup ano degli scandali di Corte e che nella distanza loro hanno posto tutto nel mede simo olimpo. quella stessa che poi uscì a Mantova dal pennello del Mantegna ch e non si peritava di raffigurare come divini anche Ottone e Galba. come se in questo. tutte verdi. Qua e là le chiese vicine e lontane. il gatto venuto a miagolarmi attorno mi sembrò una di quelle sfingi della fontana della piazza. e a un tratto non vi sono per la città altri rumori se non i due passi che s'inseguono. le sfingi della fontana nel mezzo della piazza hanno facce di gatto. anc he la religione tenesse più fortificate le sue posizioni. In un trionfo così t otale delle sembianze umane e divine. che avevano smarrito l'unità romana. dialetto e alto linguaggio. con le statue dei santi sui campanili. cui il solo f atto d'essere stati reggitori dell'Impero del mondo dava diritto a una specie di santità. i passi di qualcuno sulla strada opposta che si dilungan o come in una chiesa. ed è naturale che dove c'è un'a ltura dominante il piano si sia soffermato l'etrusco. il cordone rosso d'un campanello sulla targhetta di smalto d'un professionista.

un concetto. e quelli can cellati dal tempo sulle facciate di alcuni edifizi. ma qui ho s entito un punto di confluenza di molte ispirazioni. la pianura con la sua verde abbondanza più sotto e. un'aria di frontiera dell'ar te. che impercettibilmente muta da luogo a luogo. . Qui le r iforme. Esistono città che sono empori nazionali e mondiali. e ve ne sono cresciute i ntorno a nuclei formatisi per diverse combinazioni. una vigna giù pe r il colle. il loro potere è in una serie di sforzi concordi. in cui il produtt ore è ugualmente consumatore. ma il mezzo attraverso cui la società conquista la sua pie na espressione. le rivoluzioni politiche e artistiche. il denaro diviene un mezzo vitale che ne sostituisce ogni altro. la cui efficenza è in rapporto diretto con tale aumento. ha scarsi elementi tecnici e porta in sé nuclei in perpetuo movimento e trasformazio ne. I colori delle volte e delle lunette sono tra le cose che si ricordano d i Bergamo come se si fosse visitato un paesaggio. verso un assetto borghese tendo no tutte le partì che le compongono. un cost ume. Questo secondo modo d'essere. forma città dall'aspetto particolare. Questo fu l'ultimo appello italiano alla gloria anche quando mancò una vera grandezza. che hanno veduto moltiplicar si la loro popolazione. un modo d'essere. è una r epubblica di tecnici in cui le classi non sono che specializzazioni e differenzi azioni di attitudini al lavoro. gli sforzi collettivi. e un sentimento di altre terre. e quindi verso una forma di vita apparentemen te gelosa. e l'estrema grandezza e gloria dei monumenti. non è più il cosiddetto vile denaro. ai bisogni di una giorna ta e d'una stagione. una delle mescolanze più istruttive. i giardini con una vegetazione che diresti meridiona le. attaccati alle mode delle merci di maggior consumo. Tenebra e luce. Lentamente. capitani e soldati. una forma di cointeressenza. per le case che gu ardano dall'alto del colle. È. Una città commerciale ha una diversa complessità. Ma non è vero. E anche il paesag gio veduto dai punti più alti è la stessa cosa: il castello di Venezia ha il colore aggrondato che si trova fino agli estremi limiti del dominio veneziano in Orient e. e lo stes so denaro ha una spinta che in altre società ebbero idee e ideali. Città come coteste sono il centro più forte della borghesia. più che un'immagine. di altre regioni. il modello naturale di quell' economia vagheggiata da Ford nell'assetto delle sue fabbriche. in cui l'uno regge l'altro e tutti insieme si tengono in equilibr io. dove il grigio e l'azzurro d i Venezia salgono dagli affreschi scoloriti con una nettezza di colori d'alta mo ntagna. timorosa. Di questo tipo è Milano. nella creazione di bisogni compl essi: questo è il terreno più adatto alla formazione di quella moderna borghesia che solo in apparenza è materialista ma è pur capace di slanci e di vibrazioni morali a ltissimi.e la storia ai posteri. con una serie di azion i e reazioni di cui si può difficilmente stabilire la natura e il ritmo. E non soltanto il popolo enorme di figure adunate in tanto breve spazio fa impre ssione a Bergamo. In città come queste vivono grandi nuclei collettivi. le lotte per la vita. questa. di esprimersi. trasformazione. le conquiste del benessere. Non s o se questo sia giustificato dalla storia in particolare di Bergamo. la capacità di espandersi e di riprodursi. in cui i bisogni creano l'organismo e l'organismo i bisogni. dove batte il sole le finestre coi fiori. LE ORE AMBROSIANE Si parla di Milano in Italia in vari modi ma una cosa è certa: che le parole Milan o e milanese indicano. le guerre trovano i loro naturali fautori. primi voli verso la classicità del Rinascimento. Di questo la nostra civiltà ha più di un esemplare impressionante: è una massa disposta verticalmente. porta in sé tutte le spinte verso l'ascensione. poco amante del rischio e delle novità. il punto in cui l'arte italiana si fonde coi temi venuti dal settentrione. è uno schema più elastico ma anche più antico di vita sociale. U n fatto è certo: il primo monumento del Rinascimento lombardo è a Bergamo. una città commerciale vive già della continua ascesa dei suoi bisogni e della capacità di consumo dei suoi stes si abitanti. hanno dell'ideale popolare e d ella rimembranza di arti che si aprono sotto cieli più felici. e più sotto risponde la natura con la sua conformazione diversa. sono i caratteri della Città Alta. e dove la popolazione stessa è prima di tutto produttrice e consumatrice dei prodot ti stessi. acquistano un senso che supera le necessità elementari. Una città industriale ha magnati e lavoratori. poiché tutto è movimento. med ioevo pesante e gigantesco. ma i colori festosi dei dipinti delle sue chiese. Una città i ndustriale suppone un'espansione nazionale e mondiale.

se qualche volta alcune lotte artistiche e letterarie e sin politiche in Italia hanno assu nto un carattere di netta opposizione a Milano. la credulità. È questo il carattere più crudele delle civiltà moderne. pel loro culto delle conquiste umane individuali. e non tanto pel valore che essi vi annettono. superamento dei bisogni. onorato e ricordato da vecchio. bisogna dire che questo paese. più disposto ad ammirare e a fare da spettatore. la sua fedeltà e la sua memoria lunga. La memoria corta è propria delle collettività moderne. Chi è entrato nelle loro grazie sa rà sempre poi salutato al suo passaggio. ed è il solo aspetto che l'assomigli a ai paesi materialisti. e da quella che aspira a un assetto borghese. di piacere di vivere e di agire. dovendo provvedere a certi lavori pel teatro della Scala. Ultimamente. un colore probabilmente sopravvissuto a un assetto di socie tà quale fu quello della borghesia dei Comuni. Vi hanno acquistato anzi le stesse doti di entusiasmo. quanto. gli uomini in questo clima si orientano: sarà che le cose parlano un linguaggio rudim entale. a ffaristica. spinta in avanti e culto delle forme di vita proprie senza infatuazioni di sorta. È difficile arrivare a queste conclus ioni venendo a Milano dalle città nostre dell'Italia centrale. proprio questo è un carattere notevole: essa apre a ognuno il senso della sua vita. ultimi balua rdi dell'antica saggezza. la naturalezza. I personaggi della sua vita si possono contare a decenni di esistenza e di voga. e gente che nel suo paese ha il lavo ro nel conto d'una condanna. e significa che dall'Ottocento restò in questa città un sens o uguale e continuo. dalla Sicilia al Veneto. Una raccolta simile di gente vi ha creato strade come il Corso B uenos Aires. facile a tutti: benessere. invidiabilissima. certi nomi fra di loro divengono addiritt ura magici. mercantile. Ho parlato di fedeltà. conquista. ne costituiscono ormai il fondo. qui entra in un ordine e in una disciplina. Si affida facilmente e lascia fare a coloro che ha scelto per guide. una delle più caratteristiche d'Italia e dell'Europa intera. ma alla fine il lavoro stesso è divent ato un termine sacro. senso antico e familiare della vita. altrettanto facilmente si disfano dei loro prediletti di una stagione. si scorgono i caratteri. o ne davano fin o a ieri. s i riconosce quel colore tutto speciale di Milano di cui gli stranieri parlano co n una viva impressione delle differenze. lotta. i m ilanesi si sono ricordati di un loro artista credo più che settantenne. costume divengono effimeri. arte. in brev'ora persone e modi declinano. sotto un'apparente brutalità. di costituire il pubblico più attento.Si pensi a quello che fu l'Olanda del Cinque e Seicento. io credo. Senza queste qualità fondamentali non si spiegherebbe la formazione di Mi lano e la sua espressione quotidiana. è difficile entrare nei s uoi gusti e nelle sue abitudini. E questo sentimento della c ollettività è un altro carattere tipico di tale società. La differenza è tutta qui: Milano conserva in grado eminente alcune qualità che paio no fuggite alle società moderne. Ma a scendervi da B erlino. a . più curioso. Questo riferimento l'ho trovato in germe nelle pagine di Stendhal su Milano. della durata. e cioè da città commerciali moderne. per esempio. e perfino d'una certa gloria e d'una certa nobiltà di discendenza. gloria e fortuna e ricchezza improvvise. È un paese che conosce il significat o del lavoro. gusto. e si pensi all'immagine che ce ne viene da Rembrandt o d a Hals. l a fedeltà. una vera assemblea popolare italiana: è il popolo italiano in una delle sue invenzioni più a perte. Lo stesso colore lo ritrovo oggi. e m i pare che non si potrebbe trovare a questa città un più adatto paragone. ricchezza. e tutte queste divers e qualità non vi si trovano per nulla isolate. un mito. ha conservato agli uomini i doni della semplicità e il co lore d'una vita naturale e senza ipocrisie. e volentie ri diviene un atomo del grande aggregato collettivo. l'Olanda commerciale. sa rà che questa vita. quando le danno. Migliaia di persone d'ogni parte d'Italia. Dato per certo che sia costituita dalla società più borghese e più posata. Il fatto è questo: arrivando da qualsiasi regione. Ma accettandovi una volta si ricorderà sempre di voi. della costanza. piaciuto l oro da giovane. e se le civiltà d'oggi danno. Se poi v'è qualcosa di falso nel gusto che generalmente è detto milanese. pur ponendo questa città fra quelle della media Europa. Di Milano. dell a vita ornata. un concetto. amore delle arti. da ogni diversa formazione. e quella. nei felici paesi degli scarsi bisogni. e sono la semplicità. e con qu este il vecchio scetticismo italiano ha un punto in comune.

ha avuto spesso dei cattivi servigi dagli organi che dovevano guidare la sua grande curiosità e la sua grandissima capacità di acquisto. le mille fami glie che vi abitano come in un chiostro. È una strada come ve ne sono in vicinanza dei grandi porti. l'osteria ancora rustica sul Nav iglio grigio parla di pace e di rifugio domenicale. la via degli inurbati da tempo. o il grigio colore dei portici del Duomo la mattina. quando dalla periferia al centro è tutto uguale colore e un medesimo . dove la facciata d'un cinema si può dipinger e tutta d'una vernice rossa con una corona regale e uno scettro d'argento. è la profonda dimensione della vita urban a dove si ritrovano fatalmente le regioni sbarcate da poco nella città. quella del primo nucleo. grigio. e vi confluiscono le strade d'una be n più remota Milano. sulla via profonda. i lavoratori a squadre spuntano all'improvviso sul selciato d 'acciaio. sono come i forieri dell'alba. grande emporio di libri e di opere d'arte. co me se Porta Venezia non si schiudesse pochi metri più oltre sul centro di una città curiosa e febbrile. Sorgono qui le vecchie chiese d'una vecchia devozione. e vi si trovano ancora le più ingenue insegne. Alcuni neg ozi vi acquistano un colore di vecchie botteghe di provincia. della conquista che si rinnova. Spesso. il simbolo delle illusioni facili della città. Ma dall'altra parte esiste l'altro polo: Via Torino. come agavi meccaniche. Il Corso Buenos Aires all'alba. Qui c'è ancora una forte tristezza. come se gli anni passassero inutilmen te. La periferia di Milano ha un modo di comporsi tutto proprio. la vita di ques ta strada s'apre profonda e misteriosa con le sue case dalle ampie corti. coi tappeti "vera imitazione". di vecchia città. una dura speranza della vi ta. proclama le qualità d'un cosmetico. raffigurata in un cartello alto qualche metro. il sapore del lavoro che comincia. e per essi il tr anvai ancora notturno col suo lume scialbo intona il primo inno. O i lattai mattutini. i balc oni lunghi che nell'interno formano il passaggio da porta a porta. un po' romanticamente borghese. dei p alazzi storici. Accanto alla cascin a sorge la casa nuova della città che si allarga. diventano un esercito. e i pali della energia elettrica vi mettono i loro fiori di porcellana. del govern o intellettuale che ha avuto per qualche tempo. Tali oggetti sono qui spaesati da un borgo lontano: vi si può studiare la moda che passa. Una donna. sta alta nel cielo brumoso. come l'idolo d'u n nuovo fanatismo. i suoi informatori. i cibi speciali di una regione remota . nell'atto in cui è passata. Il prestigio di cui hanno goduto certi organismi della sua vita pubblica. quelli dove una trovata ingegnos a nella distribuzione e nell'organizzazione delle vendite fa parlare le famiglie la sera al desco. dove i negozi ridono già alle prime illusioni del lusso e del benessere. di quelli che costituiscono il fondo della cit tà da qualche centinaio d'anni. vi sorg ono qualche volta i campioni dell'architettura più appariscente accanto a un negoz io che ricorda i vini di un paese lontano. e vi spuntano anche i primi desideri degli agi. come d'una delle quotidiane meraviglie della città. E basta un angolo sopravvissuto. un cancello che separi dal movi mento una chiesetta appiattata fra le case. fu un bene talvolta usato improvvidamente. i suoi maestri spirituali.perto a tutte le suggestioni moderne. i modelli d egli stivaletti delle massaie di provincia. Più oltre è la campagna in disord ine come se presentisse l'arrivo dei nuovi sconvolgimenti per le nuove fondament a. della prima chiesa ambrosiana. questo è un aspetto della sua credulità. deserto. i maga zzini che seguono la moda di quelli del centro. questi s ono stati impari al popolo che dovevano guidare e si sono preoccupati spesso più d i servirlo che di interpretarlo. Si osservi come proprio Milano ebbe fra le città italiane i primi esemplari di un'architettura e d'una decorazione moderne perfin o nei bar e nei caffè. sensibile a tutte le correnti nuove che traversano il mondo dell'Europa contine ntale. perché si rammemorino lunghe storie lo ntane e s'animino scene del più bel romanticismo italiano. È qui che la città si dip inge del colore festoso delle prime conquiste. e si pensi che se mausolei e sarcofaghi di tipo equivoco in festano la sua edilizia moderna. si dissolve lontano nella nebbi a della periferia. La via del ventre della cit tà. Le cose del mondo grande vi hanno una strana risonanza. Vi si trovano ancora gli ombrelli larghi e colorati dei contadini. i cartelli di pubblicità vi parlano un nuovo linguaggio. un po' operisti co. la via della vecchia Milano. Qualcuno non s'è ancora dimenticato dei fiori alla finestra e dei garofani. un po' retorico. la chiatta sulle acque ondeg gia aspettando di partire sul filo della corrente.

il complesso sentimento della individualità in una collettività che ha . davanti alla campagna fradicia di un autunno. che alegg ia sulla città laboriosa. o come una buona bestia. con le loro voci lunghe e concilianti. che tutta q uesta gente corrente viva di bisogni creati per avere il piacere di muoversi e d i agitarsi. le risaie tosate. in attesa d'una fatica nuova. Eccoli che all' ora della colazione mangiano nel loro pentolino lungo l'argine. il correre della gente verso la città. gialle. l'afrore dell'alcole c he scuote i risvegli.tono di vita: i primi risvegli dei negozi. le partenze mattutine fra chiacchiere e voci e racconti di sogni. con una trama di fili multicolori alla ruota di dietro. Proprio in queste ore il centro della città è a rumore. Così si forma la nuova sensibilità dei popoli urbani. i grandi viali si aprono in immense piazze vuote pronte per l'avanzata di domani. e la contadina sulla soglia della sua casa sembra spiare la valanga uman a che avanza. col secchiello della minestra. fino a che l'inno del lavoro si scatena come un ruggito. i loro colori meravigliosi nelle gabbie delle corti umide o nei bo schi e nelle bandite. Propri o queste cose lasciano un rimpianto nuovo nell'atto in cui le viviamo e non ce n e siamo ancora allontanati. es sa si avvicina alla città. l'acqua che trascorre come un velo sulle marcite. allontanandomi su un tranvai mattutino l ungo il corso Vercelli. un c artello col nome di una strada: Via Aretusa. quel chias so. i bambini che saltano nel meticcio col si llabario. Mi pare sempre che tutto questo agitarsi sia un gioco. Già la città si affaccia fin qua. immerso com'è in una natura trattata scientificamente. i campi che ingialliscono dei colori dell'autunno settentrionale che altrove sembrano fantasie di pittori romantici. C'è un senso di pianura bassa e umida. Ma anche il contadino dei campi verrebbe voglia di chiamar lo operaio. o già pensierosi del lavoro avven ire. I vaporetti scivolano fuori da una stazione nera in un cortile. verso l'albero del bene e del male. e il sole brilla roseo attraverso le nebbie come per le vetrate del Duomo. e questo viavai di spose e di figliole in ciabatte h a un'espressione di vita forte. La periferia vive tutta in una specie di assalto perpetuo. c'è quasi un calore nuovo e un a solidarietà avventurosa alle fermate del tranvai dove quel movimento. O i gridi dei fagiani negli allevamenti. È una natura posta alle soglie della città come un'officina anch'essa. qualcosa di olandese. le biciclette le aspettano da stazione a stazione. la nebbia che sta a fior di te rra come un'acqua sottile e impalpabile. i papiri e le muse d'una corrente mediterranea. quel ritrovarsi gen ti diverse accomunate dalla medesima disciplina. ha rinunziato alle illusioni della vita idilliac a. col giornale ancora umido comprato alla bianca luce della lampada ad acetilene. le donne vanno come al loro soccorso. e sul filo di questo nome risognavo i paesi del sole. La campagna è qua intorno ed è già re mota. la città da una parte la invade. le prime voci. la loro morale. col giornale in mano. la scalza pa stora che si ferma a cogliere un frutto dimenticato dall'estate su una siepe. pantanose. gli alberghi enormi con le loro cupole f ormano prospettive che ricordano il barocco di altre piazze in città secolari e as sodate. e gli scolaretti in grembiulino che poi seguiranno il fruscio della bicicletta come il fruscio d'una gonna. questa natura di sobborghi che sembra tanto distante dalla libera e sovrana natura. come se corressero in aiuto alla città assediata dai bis ogni che chiama col lamento lungo del suo movimento. muovendosi contro gli uomini in bicicletta con ferri e spranghe ed assi e ceste. e questo non ha nulla del riposo della vita dei campi. quel riposo dalle fatiche. suggerisce un sentimento vergine d'incontro e di ritrovamenti. Ricordo su una scarpata. Le maestre ri empiono il trenino con le loro chiacchiere mattutine. è uno spettacolo sempre nuovo e dram matico. il loro modo di vivere e di considerare le cose. ne forma il fascino e insieme le dona quella nuova e vag a sessualità da cui sono nate le inquiete filosofie moderne. le luci ancora accese. Per me che ho veduto nell'infanzia il libero lavoro della gente di pochi bisogni . dell'emozione d'un perpetuo assalto. e i visi degli uomini di fatica assorti. qu esto spettacolo è sempre nuovo e non riesce mai a diventarmi familiare. I cortili delle cascine coi paperi e i tacchini. la città svegliata come verso una l otta. Più volte ho voluto rivedere queste cose. parla un linguaggio pieno d'ill usioni. coi fischi infreddati dei t reni nella nebbia. là dove le cascine si dilungano per la campagna irrigata.

ricerca di piaceri e conquiste materiali. Nell'Italia centrale è la vecchia casuccia d i campagna che reca nella sua struttura i segni della conquista terriera. Fra l'uno e l'altro regno. e domani ne faranno a ltrettanto per raggiungere il lavoro. circondati d'orti felici tra la pietra e la lava. il ques to è il colore mai smentito della vita milanese. di animi. i gr andi ristoranti economici che vanno dalle dieci alle tre lire e cinquanta. è la casa c olonica. ballatoi. sita nei luoghi più impe nsati. la lo ro folla. Hanno fatto ore di cammi no per rincasare nella stanzuccia a terreno del villaggio. pare molto popolata e quasi senza soluzione tra paesi. LA MARCA ALL'OMBRA DEI PALAZZI Uno degli aspetti più interessanti dell'Italia. le attrazioni e le antipatie. case coloniche. dai terrazzi. Per esempio. Alcuni concetti tradizion ali vi sono aboliti. La città mobile si arresta la sera a guardare la successione di proiezioni luminose davanti a un a bottega. a percorrerla per lungo. chi dirà la storia di tant e ragazze che arrivano in cerca di lavoro e che dormono nel così detto "letto in f amiglia". dagli archi. la sua tecnica. Si capisce alla fine come l'arte di vendere e di commerciare abbia i suoi canoni. ciò che rende tanto vago il paesaggio. e nuove combinazioni di concetti morali. un'iscrizione luminosa come una nuova architettura. e metodi di vita. Non ho detto dei luoghi dove si mangia. l'asino. i contadini tornano agli abitati sui monti e sui colli. e due o tre generazioni con un'abitudine secolare alla terra. cortil i. La sera. anche se meno comuni. Movimento e riposo. la sua filosofia. volte. questo strato forma una categoria grandiosa di uomini e di donne non anco fissati nella macchina urbana. sovrastrutture. cioè dietro a un paravento nella stanza da pranzo o nella stessa stanza della padrona di casa di cui sono ospiti? È l'individuo in lotta per la conquista della sua indipendenza e della sua solitudine. Sono categorie costrette dal lavoro e dalla coabitazione a trascorrere gran parte della giornata fuori di casa. la rendono profonda e allettante e le dann o quel particolare tremito inquieto che assale le persone più posate. si trova la casa di campagna napoletana. scale. miseria e ricchezza. quel p ittoresco agglomerato di aggetti. il loro speciale odore e colore. civ ili. con la donna. Scendendo per la Penisola. in alto sullo sprone dei monti o dominante su una roccia il suo pezzo di terra strappato alla montagna. Tali fluttuazion i aggiungono alla città un ritmo nuovo. dov e si può leggere la lotta e l'assalto. borgate. il sens o dell'individualità. fattorie. Creati i bisogni e le necessità civili. Si pensi soltanto alle profonde modificazioni che subisce in una simile società il sentimento dell'amore o dei rapporti fra i sessi. Non si può capire il senso d'una città come Milano se non si tiene conto di queste forme di vita. Ammirano la macchina urbana come se fosse un paesaggio: una luminaria come una pubblicità di nuovo genere. E anche il loro riposo e le loro soste sono spettacoli interessanti. gradazio ni diverse di attitudini. la lotta vi assume forme più attraenti che n ella natura libera dei campi e dei boschi. la mensa che ha assunto l'aspetto d'u n grande servizio pubblico. dalle Alpi al Golfo di Salerno. luoghi dove è una vibrazione affascinante di vita. silenzi improvvisi e valanghe di rumori. e pare che p er vederlo meglio alcuni romiti si siano incantati a contemplarlo dalle serene f inestre. più forti.bisogno d'una disciplina di ferro. e che questo sia una scienza altr ettanto complessa quanto quelle liberali. la naturalezza che impressionò i vi sitatori stranieri d'un secolo fa. Mentre tutta Italia. più sani. Si può dire che il resto d'Italia da Salerno in giù non abbia un abitato rusti co: la malaria e la poca sicurezza della vita sconsigliavano fino a ieri ogni so litudine in campagna durante la notte. il fascio di legna. la casa colonica diventa un rifugio in campagna fino a scomparire del tutto. A nord è la vasta cascina che contiene un mondo. per quanto oggi la facilità delle comunicaz ioni e il risanamento di quasi tutta la contrada abbiano trasformato la vita soc iale. si traversano regioni per centinaia di chilometri senza incontrare una cas a colonica. città. suggerendo q . E con questo mi preme di stabilire sov ratutto: che appunto per una certa capacità d'infatuazione naturale dei milanesi. esso è uno dei popoli più aderenti alla propria personalità. gli strati di cui è formata questa società. tra i più naturali. a profitto talvolta di altri più coscienti. come da secoli. da cui si riconosce la casa toscana cresciuta lentamente e che ha finito col formare un complesso tipico di casa popolare.

Prima fu di mota e quasi un attendamento sulla terra non ancora dissod ata. a due piani. vive spesso una famigliola . e il mattone dà un senso di diligenza umana. a entr are nei paesi. esatto. buoni cos truttori con l'unico elemento che offra il paese. come deve essere nei villaggi operai di America. Vi sono coste intere su cui si allinea no case senza interruzione. artigiano. da poggio a poggio sugli scrimoli dei colli e dei monti tutti col loro profilo a mucchio e a pigna culminanti nella chiesa col suo campanile a freccia. nel pae saggio dolce e aspro. ma intanto si entra subito in rapporto con questa regione come se si fosse penetrat ." Bene. fabbri e falegnami. Pregiudizi lenti a scomparire non più dalla fantasia. Vecchi terrori della solitudine. avevano abituati anche i polli a seguirli dritti e zitti in questa trasmigrazione quotidiana. della nazione più folt a del mondo. che è un miracolo di diligenza. Scoprì poi che. il mattone è messo anche di taglio per lastricare. Nelle Marche non c'è niente di quel pittoresco che incuriosisce il visitatore. alle borgate e alle città annidate tra le gole e sui monti. montagne. I padr oni delle terre fecero ad essi buon viso. quatti quatti. Le Marche ha nno un colore tutto loro in Italia. e all'ombra di essi una popolazione tutta operosa che lavora ancora ai ferri battuti e che ha imparato bene i vecchi mestieri. popolata appena trent'anni fa di vagabondi. si popolaron o di famiglie e di animali. Mi raccontava un proprietario calabrese di avere una volta istituito una prima c asa colonica nella sua tenuta. un cielo intenso e rinascimentale. sono come tutte le abitaz ioni nate dall'emigrazione. vallate. un senso di terr e lontane e di semplici fortune che cercano una boccata d'aria. Ora la proprietà è molto spartita. monotono e inesauribile. Ritrovo queste f ile di case anche sulla costa delle Marche. ottimamente col tivati e senza quasi traccia di abitazione umana. le abitazioni si ampliarono. di qua e di là dalla strada. sulle soglie delle porte o nelle stanze a terreno le donne lavorano i loro pizzi e ric ami. in un ettaro di terra. Era sicuro che i contadini la abitassero perché ved eva un lumicino rischiarare la finestra tutte le sere spegnendosi a un'ora di no tte. il cotto. istinto di difesa e di diffidenza verso la nott e. Così nacque la mezzadria. Appena qualche pagliaio e qual che rifugio sotto un mucchio di pietre rammentano la presenza dei guardiani al t empo dei raccolti. I paesi sono quasi t utti di mattoni. ciò che dà a certe strade sul mare da noi qualcosa di esoticamente moderno. Appena il meridionale potè farsi una casa coi soldi dell'America. Nacque spontanea come un fiore e rrabondo. ma dalle abitudini e dalle tradizioni. I pacifici conquistatori non avevano neppure arnesi di lavoro. l'embri one del vecchio abituro di mota rispunta ancora. Appena un poco in alto. Eppure. una chiesa romani ca. si scopre sempre una traccia di vecchia nobiltà. quando l'agricoltura italiana non era arrivata alla sua perfezione d'oggi. diedero quell'aspetto a tutta la Marca interna dove. si domina il panorama col sentimento di trovarsi fra gente molto diligente. e per esso lasciava una casa comoda e ariosa in campagna. Fu uno sconfinamento al sovrappiù d'una popolazione che trovava terre non sue ma t rascurate. tra casa e casa. naturalmente. La casa colonica delle Marche ha la sua storia. piani. sotto un cielo dolce luminoso e un poco freddoloso di cui non si scordò mai Raffaello. col balcone che sporge in fuori nel cen tro della costruzione. La conquista della terra per pa rte dei contadini delle Marche fu un'opera lunga. La luce che rischia rava tutte le sere il vetro della finestra era un mozzicone di candela che si co nsumava solo tutte le sere. Bene. preferì la marina e le terre della marina. diligente come la terra in Toscan a e in Romagna.uell'idea che stupisce ogni volta che vi si torna da fuori. un palazzetto sett ecentesco. dell'epoca delle novissime fortune della borghesia. "Se tu coltivi questo pezzo di terra t i fornisco gli utensili. Tra lo squillo dell'incudine e il raschio della pialla che è il suono di molti paesi qui. sui colli che salgono e scendono con un ritmo uguale. E poi: "Ora che lavori. cittadino. ti do le sementi". da Salerno in giù. succedono spazi interminabili. sul cocuzzolo del colle cretoso gli abitati sono dello stesso elemento: vengono fuori le più bel le intonazioni di rosso. questa famigliola abitava nel villaggio una specie di sottoscala. come più prospere. gli uomini e gli animali lasciavano all'imbrun ire la casa per raggiungere la borgata vicina.

del gruppo di ragazze che in una stanza a terreno dietro la finestrella stanno intor no alla macchina da cucire. simili ad altrettante tappe nel giro i nfinito da altura ad altura. Ho cercato i nutilmente. o d'un canto. e forse troppo. i vecchi mobili. in lui come nella sua gr ande famiglia regionale. rappresentano essi la vita nella sua s olitudine. Orb ene. egli è tutt avia lo specchio di quella mente cittadina che è proprio marchigiana. Esse levano gli occhi al sorriso. meglio. una febbre di conoscere e di essere nella v ita civile di là dal monte. è la sua intimità. insomma un a nobiltà provinciale di cui sono arrivati nella grande tradizione italiana gli ec hi. vi si intuisce una vita familiare molto chiusa e gelosa . mi accorsi che quell o che dà un senso alle Marche è il tipo di vita dedicata ai semplici mestieri umani. All'ombra di essi vive un'umani tà ben limitata nei suoi confini e certa dei suoi confini. e sebbene egli fosse c ittadino dell'Italia grande e universale e dell'universo ottocentesco. Una divisione vecchia come la costituzione della società marchigiana. Qui non è il palazzo s olitario tra la chiesa e la torre. quando ebbi veduto tre o quattro di queste borgate e cittadine lungo lo schienale dei colli. e tutto il pittoresco si riduce alla visione del fabbro. Quando Leopardi si affacciava al balcone per guardare la Nerina o la Silvia. e visitata la città di Recanati. Ne rappresent erebbe in sommo grado l'ingegno naturalmente cittadino. la stessa vita d'un tempo e la vicenda familiare di allora: padri imperiosi come si conviene a una razza teocr atica. è un poco la storia di molti marchigiani. non si trova un solo accento popolaresco. di quello che rende avventurose tante regioni nostre. il suo rapporto stretto con la sua terra. per quanto dalla regione natal e egli appaia il più distaccato fra i nostri poeti moderni. Inutilmente se ne cercherebbero gl i echi in Leopardi. della tessitrice. Qui non c'è un solo accento di colore locale. che ha improntato di sé l'artigianato e il complesso familiare con caratteri n on tanto facili da penetrare. Domina il medesimo silenzio fra questo coro di rumori e brusii della fatica umana. le fortune matur ate discretamente all'ombra della Chiesa. la madre com'era sua madre. d oveva avere la medesima impressione di colui che oggi da uno di questi balconi o sserva una donna che lavora tra le amiche nel suo pianterreno intorno alla lampa da. l'improvviso tur bamento dell'aria che si riempie di voci di ragazzi. insomma. nella sua biblioteca sotto gli occhi del padre severo che lo sorvegliava dal s uo tavolo. Leopardi rappresenterebbe la biografia modello del marchigiano. la sorella amica. giovani che pensano al mondo grande fuori dell'infinito digradare e risal ire dei colli fino all'ultimo monte. propriamente artigiani e individuali. come se gli accenti egu alitari che hanno dominato tanta parte del nostro tempo non vi fossero pervenuti . ragazzo solitario.i in un cantiere di quelli all'antica. che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto dell'ingegno tutto citt adino delle Marche. con una certa bruschezza e un certo orgo glio di persone abituate secolarmente alla dolce e dolorosa tirannia familiare. Si dice comunemente che il marchigiano sia esatto. che hanno radunato nelle vecchie case i vecchi libri. un focolare marchigiano. Ma pure. com e fra gente libera e che conosce il valore della gerarchia. È un paese che sta sulle sue. Ci si sente la Marca papale. caso piuttosto raro nella nostra letteratura. e pure vi si intuisce uno stretto rapporto. Dentro i palazzi. e tutto ciò dal suo angolo di prov incia. e del mondo avvenire. se pittoresco può dirsi. Chiuso nella sua stanza . Tutta la sua poesia ris uona dell'alacre voce di questi mestieri. Per quanto Giacomo non abbia legato l'opera sua alla sua regio ne. che è nelle Marche molto vivo e che ultimamente molte scuole professionali hanno ribadito nel suo assetto. il coro sereno nella sua inquietudine. il nodo familiare s tretto da non lasciare quasi respiro. separa i vec chi palazzi dalla vita popolare. ma più palazzi. . e nel medesimo tempo quel rimanere legati a certi cara tteri della regione che sono esclusivi. È l'artigianato. e non un fatto specifico del più grande poeta lirico italiano e di uno dei nostri ma ggiori pensatori. questo è pure il solo pittoresco leopardiano. quello stesso che anima violentemente il panorama del vicino Abruzzo. una vita signorile sepolta negli anni e rimasta ferma e orgogliosa. il padre rigido. o quasi. o del suono d ell'ora. molti segreti del mondo grande che n on aveva ancora visitato. come in quella poesia. Leopardi intuì. i vecchi orgogli e le vecchie tirannie familiar i. Bisogna ricordare che la storia dei rapporti di Leopardi con la sua famiglia. un tranquillo sorriso.

aveva un uguale tono di preghiera. e rimpiangerla di con tinuo. Vi sono dialetti che serbano nella loro struttura un tono li turgico. e tornarvi. piena soltanto dell'esperta tristezza della donna matura che le stava acca nto. Prima che nascondessero il viso. Erano state a Lore to in pellegrinaggio. aveva due occhi colore del caffè. rivolto tutto alle cose reali. Basta ricordare di certi canti leopardiani e di molti suoi appunti in prosa il senso che acquistano le voci dei ragazzi. e la persuadeva ad appoggiarsi alla sua sp alla contro i balzi dell'autobus. biondastr a. in un gesto molto nobile. è sempre l eopardiano. Ma non vorrei definire l'Abruzzo sullo schema di d'Annunzio. ma alacre e viva. colorire. se gna in calce ai suoi scritti la data ricordando il giorno. tanto sommessa. e lo stesso Leopardi. La più giovane era più se rena. e Dio. è animata di queste visioni. senza selvatichezza. il suo fantasticare. e ripartire. nel dramma patetico dell'intimità familiare. Non mostravano nessuna timidezza. ordinato. una lucerna. come vidi poi a una fermata quando ella abbassò il lembo dello scial le. l'affacciarsi di una donna. Così parlano nelle loro case. che può parere anche troppo som messo. quella che parla con la divinità. Mi pareva re citassero dei mottetti. è ancora la storia di molti marchigiani. Voglio dire che Leopardi. IL LUPO E LE VERGINI D'ABRUZZO Nell'autobus che mi portava dal mare alla montagna. in un mondo uguale di abitudi ni e di atteggiamenti. e il ricordo degli aspetti di questa vita. le strade si riempiono di gente del con tado. grande. in una composizione inalterabile da coro. Così il suo senso delle cose e il suo balzo continuo n . che v i rimanda da paese e da monte a monte come un'eco. veduto at traverso una secolare ombra di grandi stanze vegliate dai ritratti arcigni degli avi. parlavano. e sarebbe chiarissimo se si dicesse che il suo svagare. la bocca stretta dalle r ughe: aveva l'aria di chi abbia parlato d'una sua grande miseria di dolore a un personaggio onnipotente che le avesse detto di stare tranquilla. così agli uomini. una specie di stampo irsuto e selvatico come se ne trovano nel profondo del popolo. come in chiesa. così a D io. un telaio. LE SERPI. Così avvo lte. Questo era il s uo segreto.Quel fuggire la propria terra che era proprio di Leopardi. e quest'acce nto desto e urbano. venerdì dell'Addolorata". la giovine era tutta dedicata a costei. Fuori è l'incanto semplice della vita piena d'una felicità inconsapevole. storditi ma pronti. Dove suonano le campane a vespro. son cose proprio di lui. una scala contro un muro illuminato dalla luce di certe sere. fra gente vestita alla cittadina. La più vecchia. domanda e risposta. il creato. Piano pi ano sentivo che parlavano di sotto lo scialle che le copriva. Non c'era che l'impressione dei loro grandi scialli neri. se mai un autore ha nel sangue la sua origine. anche questa specie di virago si tirò lo scialle sulla testa. L'ho detto. come se la macchina portasse due simulacri coperti. è chiaro. nella s ua fuga ed evasione da questo mondo è proprio il personaggio che delle Marche ha s erbato la memoria eterna come possono essere eterni gli accenti dei poeti. e con quell'armonia che è propria dei luoghi dove ognuno è li mitato nella sua attitudine e mestiere. incantarsi su sequenze interminabili di parole. la discreta feli cità di vivere in un mondo chiaro. di cui si coprivano con un lembo la testa contro gli odori dell'autobus. e guardava tutto dall'alto di questa certezza. come tutta la Marca interna. erano salite due donne. La sua poesia. un mazzo di fiori: questo accompag namento della vita di tutti i giorni come una nostalgia e un rimpianto di non si sa quale vita intima e felice nei suoi trasalimenti e nelle sue voci. è tutto ne l fondo popolare abruzzese. e la sua terra lo spiega. Il racconto che se ne facevano l'una e l'altra voce. Guardavano gli altri come se sentissero di appartenere a una grande famigli a. ha il rilievo fermo di un mondo fermo. con la loro voce profon da. Parlavano di là sotto con una monodia come se ne leggono in d'Annunzio. Ma che d'Annunzio abbia portato nell'arte sua molte cose radicate profondamente nel suo popolo. uniforme. esatto. come un contadino dei suoi luoghi: "29 marzo. coi loro sci alli e i loro fagotti di tela bianca. cosparsa di una peluria virile colore del rame. le accomodav a il lembo dello scialle sulla testa. acc anto a certi oggetti. avevo veduto che una er a giovane e l'altra matura. Discorrevano dunque tra di loro con quel tono di lunga preghiera. Anch'essa parlava allo st esso modo. Poi entrò un'altra donna con uno scialle color tabacco. che si domanda che sia la vita.

sotto la coloritura del suo linguaggio. Terrore delle forze della natura ch e soverchiano l'uomo. C'è qualcosa di molto più antico della paganità. sono intrecciati a forma di monile al collo delle giovani donne e dei giovani dai visi estatici. pittura. ecco il complesso tipico abruzzese. Ma abituati alle cose ornate. si misero a parlare con le donne dello scialle. un ricercatore di espressioni esatte. rimasto a una civiltà ch iusa e impervia. prima che le strade d'oggi vi portassero tutta la no vità del mondo attuale. E domani si celebrerà la festa dei talami. che si potrebbero definire brevemente: il serpente. L'Abruzzo è ancora legato. architettura. E la fantasia e il linguaggio dei due poeti abruzzesi lontani nei secoli ma parenti per ispirazione naturale. Poi. lo st esso compiacimento delle similitudini. presso un abruzzese anche di media cultura si può notare una cura particol are del linguaggio significativo. rozza. le forz e occulte e nemiche dell'uomo. due bimbe della città salirono a curiosare sul predellino. intervento delle forze occulte e divine. il serpente col suo linguaggio tentatore. Le bimbe sedettero sul predellino dell'autobus come sulla soglia d'una ca sa. coronate di fiori. Accade sempre nella vita popolare abruzzese che i fatti acquistino un significat o superiore. la stessa ricchezza di enumerazione del loro popolo. M ille mediatori. un lungo dire la stessa cosa. il senso dell'u omo e della vita torna in questi uomini esatto. lui vivente ancora e die tro suo suggerimento. potere propiziato rio dell'innocenza e della verginità. la violenza della natura. e non importa se a Pescara la sua casa fu. sono penetrati del medesimo scrupolo del linguaggio elegante. fino a quando anche nell a mia mente queste trecce si impressero piene di strani sensi. scultura. ornati di nastrini verdi e rossi. Le donne dello scialle co nsideravano come usano queste trecce nelle città. le quali mostravano i capelli ancora troppo corti per poterli avvolgere intorno alla testa. Ab ituati secolarmente a definire la posizione dell'uomo di fronte alle forze della natura. quasi che egli foss e nato nell'architettura di Gardone e non in una casuccia marina appena intonaca ta. appena svegli alla civiltà. le trecce delle bambine. nei suoi paesi solitari sui cocuzzoli dei monti o nelle valli. ora fa qui un gran lusso morto dapper tutto. Sono proverbialmente pratici . coi balconi inginocchiati. dettato da un istinto sicuro. anche questi sono spariti. e la pietra che un tem po era soltanto nello scalino della porta. E poi quella del lupo. si orientano subito in quelle della civiltà. I loro discorsi erano una lunga enumerazione. tenevano rapporti con l'incono scibile. nella sua parte popolare. a complessi originarii. e non impor ta se poi vien fuori una parola soltanto colorita. esorcisti. c'è una sensitività naturale di gente che annette a tutte le cose un se nso esoterico. alle orecchie e ai p olsi. la ca stità. Appena ieri si è celebrata la festa delle vergini. e il loro rovescio. Quando il mio autobus sostò a Chieti. e i modi di rigirarle e di appun tarle. Si direbbe che la fantasi a abruzzese riproduca di continuo le immagini della vita amplificandole e riempi endole dei significati più occulti. incantatori. La stessa arte abruzzese partecipa di queste cose. coi loro sguardi acerbi e le bocche sigillate e proterve. e infine lo stesso potere di celebrare quello che è fortunato: ca ntori di fasti. le fanciulle ornate di or i e di amuleti. Ovi dio e d'Annunzio. Si può immaginare questo popolo. Lo stesso d'Annunzio fu. Le forme illustri che qui son o pervenute. della parola più efficace ed esatta. insomma l'ultimo degli scrittori puristi.el favoloso. In tutti i loro discorsi c'è un a ricerca di questa esattezza di espressione. in una solitudine in cui tutto acquista lunghissime risonanze. Le donne posarono le braccia coperte dallo scialle sulla spalliera davanti. n ei suoi boschi. i serpenti appena svegli strisciano in un cerchio di persone. attanagliato dalle tentazioni più oscure nei suoi recessi. Il senso dell'animo abruzzese è contenuto nei termini di vita e mo . a fatti supremi. e i santi si confondevano con essi. Nelle feste ch e cominciano di primavera. come aprendo due ali nere felpate. ma piena di un impeto primitivo. serbano un certo ornamento nel loro modo di espr imersi. e poi la verginità. Insomma. e anche tro ppo. L'attenzione di que ste donne si puntò sulle trecce delle bimbe. il suo significato terreno e ultraterreno. sono state riprodotte con una fant asia popolare. stregoni. il lupo. lo scatenamento dei sensi. trasformata in una dimora neoclassica. lo stesso complesso del peccato e del ser pente tentatore. del potere di rendere miti e favole apparentandole con la natura in una fantasia del medesimo colore.

e che ha calzato un paio di guanti con tre dita). carnale. introduce un grano di pazzia. D ue contadini. moglie e marito. un simulacro. Le ascoltai tutta una mattina. si misero diligenti a raccomodargli un velo. Quelle mani diligenti ed espert e si muovevano su di lui ad accomodare. e portato a i culmini del fantastico e del simbolico. Il Santo appare in forma di immagine. si sono divise le parti. matrimonio. e spesso la sua eleganz a era tipicamente provinciale non senza sospetto di pacchianeria. disposti a modo di foglie intorno a un ramett o verde. Le b estie erano legate e giacevano l'una sull'altra. Di questi giorni si recita a Pretoro lo spettacolo del Lupo. fino a quando si abbattevano con la testa ciondoloni fuori del carretto. chi nella tasc a del vestituccio. col risveglio dei serpi a primavera. sanguin anti e digiune. Quello vestito da donna recita in falset to. Le campane d'Abruzzo fanno uno squillo acuto come quello dell'incudine. Precedevano il prete e il crocifero. frettolose come i colpi dell'incudine. Lungo il declivio d el paese. Un bimbo vagisce nella culla. La donna se ne accorge . Poco dopo le ragazze uscirono in frott a. A sentire ch e la donna si è rivolta al Santo. Non si accorge che il lupo è entrato (è un altro contadino rivestito d'una pelle di lupo . nella piazza di Guardiagrele. la pazzia dei toccati da Dio. i visi si chinarono a bac . Poiché tutta la tradizione abruzzese è fondata sull'uomo. quella mistica c he pure tra i popoli più realistici della terra. Passavano i carretti carichi di agnelli per la Pasqua. e nei grandi avvenimenti della vita. e questo suono non si ode che in Abruzzo. cercavano di levare la testa di sopra al cumulo dei morti. Dietro veniva un gruppo di giovani donne. lo addenta alle fasce e se lo porta via. chi gliela posava sul cuscino. che poi si fermarono sull'orlo della bara bianca. verginità e lussuria. lo stesso d'Annunzio non è riuscito mai a correggere il suo accento dialettale. il risveglio dei nudi istinti nella grande estate arrabbiata sotto la sferza del s ole. mangia e beve. sconfitta e vittoria. Tutto umano. vestite di verde e di rosa. scosse da un brivido terribile e continuo. la folla si dispone ad anfiteatro davanti a un palcoscenico di assi. Questa contro le bestie è la crud eltà meridionale. Entrarono in chiesa. ogn una con una sua idea. La donna ringrazia il Santo. La rappresentazione dura un quarto d'ora. un b imbo di quattro anni. e tornarono con le mani piene di caramelle e di confetti. atteggiare. A tratti veniva da un nego zio il sospiro di un'armonica. Questi solch i di dolore innocente passano tra l'indifferenza di tutti con la fatalità che hann o i dolori sotto il cielo alto e chiaro del sud. coronarsi di serpenti. Il marit o siede. la scoperchiarono. è la stessa immagine che è stata portata la mat tina in processione. l'animo loro è tutto nella vittoria dell'u omo in quanto tale. ornare. quelle di sopra. Grandi ri sate del pubblico. morte. due uomini poiché come nell'uso antico le donne non fanno teatro. S'erano ritirati il prete e il chierico. poi esce. La donna gli parla e invoca la sua protezione. Al suono della campana. Intanto è rincasato il marito. La vita abruzzese culmina nelle grandi feste dell'anno. Intorno alla bara bianca era affaccendato il gruppo delle ragazze. non è misticismo. Il lupo va carponi verso la culla del bimbo. le mani fugaci e pro nte. e quatto quatto rimette il bimbo nella culla. Non immagino neppure una mistica abruzzese. Sono terribili scon giuri per placare l'ignoto che è intorno all'uomo. vidi sbucare sulla strada un piccolo corteo. si dispera. La donna torna alle sue faccende di casa. come i vecchi toscani. ma una creatura incorr uttibile. ed è il sol o personaggio non reale della scena. E strascinare la lingua sul pa vimento dei santuari.rte. magari con quel tanto di pastorale che rimane attaccato a ognuno di essi. E poi nelle m ani del morticino ponevano quei confetti e quei rametti. chi di lato. Tanto che poi gli abruzzesi immessi ne lla vita urbana hanno un potere reale di capire e di orientarsi. e guardarono il morticino che era là dentro. La moglie sta preparando il desinare. e invoca il Santo. Il marito fatto sicuro della divina protezione prende a calci il lupo. nascita. Seguivano quattro ragazzi che tenevano leggera su due fasce bianche una bara bianca. del riparatore di armoniche. non pareva più che fosse un bimbo morto. e quelle caramelle. Le quali si chinaron o su di essa. di quei confetti co me di Pasqua combinano in Abruzzo. La chiesa era deserta. Quelle di sotto erano tramortit e o già morte. il lupo torna indietro. qualcosa di pasta dolce. A tratti era un lung o belato di agnelli.

come in una figurazio ne popolare. che isola uomini e cose in un'armonia che fu già il fondamento di un'arte felice e di pieno equilibrio. e poi lo stesso corteo uscì dalla chiesa. a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti fermi a un tempo ch e non è di ieri né d'oggi. E poi. i portoni spropositati vi reggono spesso abitazioni strettissime. a Napoli è un carattere naturale tra i più raffinati cittadini. a Na poli un tranvai e una carrozza carichi di gente danno l'idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo. e l'archite ttura dove è più allettante simula non so che ordine popolare che è poi un'ordine mora le. questo è accaduto ai primordi delle città italiane. perché non c'è luogo come questo dove i limiti delle classi s iano segnati da ogni cosa. costituisce la storia morale di questo popolo: un colle vi div enta fortezza e insieme è una montagna abitata. In nessun altro paese si ha l'impressione come qui che veicoli. la media d'una civiltà che è metropolitana e paesana. siano minori di proporzioni che altrove. Qui nella scala sociale. palazzi che sem . vi ha formato i depositi sociali composti d'un a vera e propria razza. Forse non v'è nessuna sproporzione fra lo scenario e l'uomo. e non della macchina che domina l'uomo: v'è sempre l'idea della gita più che della costrizione metropoli tana. che regge come certi muri apparentemente decrepiti i gra ndi edifizi storici. rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori. La pietra. È ancora qualcosa che rimane della vecchia Italia. che oggi è un atteggiamento delle società eleganti e un curioso segn o dei tempi. le sue attitudini che vi parlano ch iaro al primo passo. La cas sa fu chiusa come le ragazze avrebbero chiuso la madia di casa. ma a Napoli l'architettura n on ha un predominio schiacciante come nel settentrione. scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana. come fissati a un punto che non è nuovo né antico ma di sempr e. risponde al fondamentale pessimismo napoletano. Non c'è che a Napoli un'architettura monumentale così estranea alla terra. al suo sentimento dell e classi nella storia. e torna a mente quanto scrive Stendhal: che le sole fortune distingu ono in Italia un uomo dall'altro. è durissima pietra e non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico. E il gu sto del plebeo. a renderla ostile. l'idea del mare. quel tanto che in alc uni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro e cupo come una prigione. meglio. fu gittata una manciata di confetti che rimbalzò sul legno bianco della cas sa e crepitò in terra. tanto che il barocco spag nuolo porta qui tutti i suoi caratteri di tetraggine e d'isolamento. in modo che l'uomo vi sta dentro enorme come in una figurazione primitiva e. Dicevo prima dell'importanza dell'uomo rispetto alla natura e all'architettura. dal pugno di una di quelle ragazze. altrove è la città. ma intanto esse sono solidali. Quando il corteo fu sulla piazza. Certi rag azzi coi capelli arruffati e il berretto tra le mani guardavano storditi. non la nascita o la categoria sociale. in una strettissima parentela. neppur tristi. ma materne e fra terne. si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratt eri comuni. la sua architettura. come con un giocattolo poco serio. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l'uomo. come un' eterna campagna mediterranea. un'evasione festiva.iare l'oggetto delle loro cure. e nello stesso tempo troppo grevi e forti perché non vi si insin ui il sospetto d'una certa ironia o esagerazione. non senza dare l'ultimo tocco al velo. Certe donne si curvarono a raccattare i confetti. Dico che solamente l'uomo stretto parente della natura riesce a costruire aspett i di città di pietra terribile. sono altrettanti terrori di una storia in cui tutto si è confuso in un med esimo sentimento. importata anch'essa. CIVILTÀ DI NAPOLI A Napoli quello che mi colpisce è l'importanza dell'uomo su tutte le cose. e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze. la sua storia. Sarà effetto dell'aria e della luce che vi si stende specchiata dal mare. al contrario. o. è invece qualcosa come un sentimento e uno stato d'animo. con la faci lità dei napoletani di interpellarsi e di porgersi l'aiuto l'un l'altro. spesso lavorata fino al vaniloquio. e la campanella ripres e a battere. con caratteri comuni. d el cielo. e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il c onvento e il palazzo che somigliano a prigioni. vi concorre la luce. fanatico perfino. automobili carro zze tranvai. e spesso da tutt'altro genio che non q uello napoletano. ac cadde ed è ancor vivo a Napoli. A Napoli l'uomo ha avuto se coli per adattarsi e per posarsi.

Si notino a Napoli gl'infiniti chioschi dove non si vende che acqua. con que l gusto degli elementi diversi disposti opportunamente. E bisogna essere meridionale per capirlo bene. Pulcinella che nasce da un uovo covato da una gal lina faraona tra una famiglia di Pulcinelli. C he era poi il destino di gran parte d'Italia. Sono là i Rembrandt. i Goya. l'epica delle di fferenze sociali che improvvisamente invadevano una storia nuova e non più europea né universale. mare. attore del San Carlino verso il 1855. e senso del diritto e della giustizia. Due artisti di altri due splendidi paesi. sole e aria e veduta sono qui al sommo dei pensier i di tutti. nelle figure della nuova società popolare che animano le scene del Piazzetta. e vedo ragazze e carrozze". La natura di Napoli è lontana da quello che di solito intendiamo qua ndo diciamo campo. nell'epica pulcinellesca del Tiepolo. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per re ndersi conto come essa abbia il suo ordine. e ch e s'era fatte tante comode virtù. come se la bellezza fosse tutto. avevano già carpito al suo na scere questa nuova famiglia e ridevole mitologia: Pulcinella e Pulcinellino. o la frutta stessa nei piccoli mercati. Nei tetri banchetti d'ombre del Magnasco. N apoli non s'è scordata la natura. e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della crea zione. Anzi. i Callot. Pul cinella che suona la chitarra. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà. La terra vi fornisce un vino aspro. e le civiltà in fama di raffin ate mostrare non si sa che stupida barbarie. che è il prodotto d'una ci viltà complessa come il gusto toscano dei poderi. formano il motore di questa civiltà. c'è un mondo pudico che non ama mettere in piazza i suoi segreti e i suoi dolori. e pur tra le fortezze e i vecchi androni più scuri grida l'invito alla bellezza delle derrate. caduta in un'epoca sventurata. Lo stile vi s'è mantenuto in un rapporto originale. ella si rivolgeva alla sua vita reale. ma con un sentimento dell'ari a e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell'Italia meridionale. Ma l'Italia non fece mai del poverismo o del populismo. caratteri insospettati uscir fuori. Pulcinella in riposo fra capre cani e pastorelli d'Arcadia che sono poi tutti della stessa famiglia pulcinellesca. Sì. Basta vedere insieme una scelta di queste raffigurazioni per rendersi conto che quella fu un'evasione dell'arte italiana come lo era stata la grande pittura dei guerrieri e degli eroi. Nei paesi a civiltà antica la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto aiutato da un'esperienza secolare delle cris i di civiltà. de lla ricchezza.brano case di campagna perduti nella grande città. come in un mo dello d'architettura. Si d irebbe che in un ambiente d'aria e di luce buone per tutti. della potenza. Per la prima volta. a uno spettacolo puramente visivo. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere. il segno palese del benessere. è un modo di dire mer idionale. che è un'altra nota di questi sapori. diceva: "Quando sono triste mi metto a letto. Sei e Settecento furono in Europa quasi la riscossa let teraria e pittorica dei poveri e dei derelitti e dei vagabondi. uguali i riti. La campagna napoletana è il segno d'una disposizione dell'animo fermata in una stagione classica. Il comico Altavilla. con una leggerezza incauta. il suo schema. che è un carattere d'oggi. motteggiava con atroce forza il suo destino. senza più l'intervento del Cielo. L'occhio vuole la sua parte. nei vagabondi di Caravaggio. L'interpretazione che ne diedero i . e senza più il coraggio della fuga ne l divino. e civiltà antica. il genovese Magnasco e il veneziano Tiepolo. e ne scrivono. gli atteggiamenti sono rimasti gli stessi. solo che i protagonisti sono altri. che è un vero lusso. anche. Al primo segno di malessere vediamo virtù e conven zioni crollare. prodighe a tutti. il suo ritmo. forse. e la cucina. q uasi tutta tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi. gaia e funebre. senza decadenze né imbarbarimenti. questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura. con cui Napol i. monte. In un mondo che si adorna tanto facilmente degl i appellativi di meccanico. È proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà. ar ia e luce diventino la conquista più importante. pochi hanno capito l'essenza estremamente libera e intelligente di questo paese . Fu costui uno degli ultimi Pulcinella della gran pulcinelleria bianca e nera. ornati di f rutta.

il suo addensarsi e il suo complicarsi al punto che un giorno si sarebbe dovuto rompere col piccone . Intanto. Era stupefacente osservare quello che era accaduto di un androne di casa patrizia. e facendo ad essi da guida nelle ore libere. calvo. si sostituì l'immagine del Crocifisso. e tanto che nuovamente si sparse per il mondo come una risata tonante. Con un'opera assidua. ma è noto e amico ai meridionali. indossava un vecchio vestito nero e un gilè bianco. Napoli fu dominata da questa immagine piaga ta. flagellata. dalla più abietta alla più sublime. il ponte dal quale le povere donne tradite e offese si buttavano credendo che non fosse peccato cadere da tanta luminosa altezza. ignuda. imparò ingle se e francese. Sposato e con quattro figli. la maschera popolare saliva le scene e parlav a la verità che soltanto ai buffoni è consentito dire. e trasformato architettura. va sti cortili e palazzi. e qui. Mastriani scrisse cento sette romanzi. Anziché mostrare le sue piaghe. la madre. e poi la donna nei momenti trionfanti della sua vita. Picco lo di statura. Studente di medicina. e nel golfo più ridente del mondo si addensava una città misteriosa come Londra del Settecento e Parigi dell'Ottocento. coronata di spine. e dal 1875 li pubblicò tutti in appendice nel giornale "Roma". la giovane sposa. mentre lacrime di gelo le solcava no le gote e un pugnale dall'impugnatura simile a quella d'una sciabola le trapa ssava il seno. tendeva al cielo e ai fedeli la mano con un fazzoletto di pizzo. Ho trovato ancora qualcuno che si ricorda di Mastriani. in un meandro di tane e di sotterranei. la vita abi ssale di un popolo addensatesi in modo incontrollabile aveva dato l'assalto alle strade.viaggiatori superficiali in Italia è nota. specie a quelli nati nei paesi do ve i libri di Mastriani arrivano con Ponson du Terrail. Siccome aveva la mania delle cravatte. dove si erano vedute le mani g iunte della Vergine. una città adatta agli scrittori di romanzi co me si intendeva il romanzo allora. abbandonò l'Università pe r darsi alla letteratura. Circostanza curiosa. era nuovissimo fenomeno in Italia. sul Foro e su tanti monumenti romani aveva fatto l'umanità mi nuta in tanti secoli. la malinconia delle valli. de Kock. alle dimore. gli antri più mis teriosi. Napoli diventa un mondo complesso e inestricabile. ai palazzi. Questa immagine popolò i vicoli più oscuri. È un peccato che Francesco Mastriani. sormontate da un ponte che ne sbarra il cielo nella luce di Capodi monte. tra la regalità d'un'antica porpora e la veste dell'infanzia. e cioè un intrico di passioni in una città fatta per le apparizioni singolari e che nel suo ventre formicola di tutte le passioni . Questo nome dirà poco ai s ettentrionali. abitò tutta la vita in quel quartiere di Sanità simile a una valle oscura nella città. Montepin. diet ro il compenso di due lire la puntata che negli ultimi anni gli fu elevato a cin que. Si dovette impiegare alla Dogana. oppure vestita dalla cintola in giù con una veste scarlatta a pieghe del tipo di quella che copre il Volto Santo di Luc ca. il suo manto celeste. Qualcuno lo indi cava come "l'autore dei romanzi di Mastriani". Ma la dolce Toscana aveva finito di parlare. delle conchiglie. Ma l a cosa era forte. e che dà l'immagine d'un costume dissueto. cavaliere e pitocco. era signore e servo . lo stesso lavo ro che sul Colosseo. Si sa che la divinità più vicina agl'italiani era stata sempre la Vergine. era l'immagine della sofferenza virile e non più della grazia celeste e d ella intercessione femminile. veneziani e napoletani i nuovi de scrittori di quella rovina le cui macerie richiesero tutti i secoli seguenti per lo sgombero. romanziere napoletano vissuto tra il 1819 e il 1891. agli angoli delle strade. vestita di nero. egli si vantava di possederne sessanta. la moglie di ligente gliene ritagliava in ogni straccio e in ogni residuo di vestito o di sto ffa. l'ombra. non fosse un uomo di genio. furono genovesi. con barba e baffi alla Napoleone DI. coi misteri. la pred iletta del Ciclo. Era celebre nel popolino. Portava in tasca una boccettina d'i nchiostro. Questo sviluppo della città. Come al crollo dell'Impero romano. E in Napoli la Ve rgine madre diventava la Madre Dolorosa che. quando tali monumenti erano abitati. che ricorda il lavoro dei protozoi. Scriveva anche aspettando i signo . Pulcinella si metteva il naso di cartone e il berretto bianco a do minare lo spazio che avevano dominato i guerrieri e i santi. e dove che fosse scriveva. grandi portoni. l'Italia mise la maschera. e finì con l'influire anche fra noi. E che mescolanza di profano e di sacro. il bambino ignudo e ricco di grazie. seguendo le c omitive degli stranieri. dei celenterati nel fondo del mare.

era un comples so di società provinciali in città di provincia. Un fatto però vide molto bene Francesco Mastriani. La maschera è estremamente seria. Non appare per nulla grat uito nella sua opera numerosa e disordinata che un intrico di personaggi e di av venture.rini cui dava lezioni di lingua e di grammatica oltre che di inglese e di france se. per arrotondare il magro bilancio familiare. e questa è una prova dell'animo suo. avvent urosità di Napoli. la letteratura sulle città italiane è aperta e chiara. un mondo molteplice e avventuroso. e fu la profondità. di smarrimenti e di ritrovamenti. Fra gli a ltri. sollecitato dal primo libro che gli capitava sottocchi o. Ma. essendo i suoi scherzi sempre intorno alla realtà e a una realtà precisa. e il ridurre il generale a un particolare. Con una fantasia sbrigliata. g li arbitrii della fantasia possono essere assai pochi. in una lingua tra accademica e dialettale. Di solito. e la Serao lo considerò come un precursore. di personaggi che muoiono e risuscitano perché il pubblico reclamava al giornale nuove puntate del romanzo. senza invidia e senza desideri malsani. Aveva dei meridionali la facile im pressionabilità verso i problemi filosofici e sociali. Lo stesso Pulcinella era la maschera del buon senso e del realismo. ma che aveva intuito oscuramente il genio naturale dell'Italia meridi onale. il carattere con la maschera. Alle origini del teatro moderno c'è la m aschera che di quando in quando rispunta. virtù. Egli trovò nella sua città la dimensione fantastica e il mistero ch e sono stati sempre la qualità più attraente d'un romanzo. ladri. trattandosi d'una società c on caratteri familiari. assassini. Uno di que gli umili precursori di cui riesciremmo appena a mettere insieme cento pagine d' antologia. dirigeva bene le quadriglie nei balli familiari. il risalire dal particolare al generale. accada fra Bor go Loreto. assumeva un costume anch'esso. Nel gennaio del 1891. vizio. di strade e di luoghi. usciva "Il Paese della Cuccagna" di Matilde Serao. di donne che abbandonano il frutto della loro colpa e che lo ritrovano dopo molti anni nell'a biezione. Tanto che proprio da fatti come questi nasce in Italia. Faceva anche brindisi in rima. Fa ridere perché non evita un solo urto con la realtà. Nasce così anche in Franci a. e che. basta il nome di Napoli per evocare. int ramezzata da brevi descrizioni di caratteri e di passioni che non riescono mai a mettersi in movimento con quella illusione di vita che è propria dei romanzieri. La maschera è d'una enorme serietà. la commedia borghese. il realismo con la buffoneria. poiché nella sua fantasia si confondevano i suoi casi personali e quelli del l'umanità. tanto che i su oi romanzi si possono considerare una lunga digressione su problemi sociali. Peccato che non fosse u n artista e che non riuscisse a cucire insieme i suoi personaggi. essa pensa sempre alla stessa cosa e non mira che al suo scopo. uno dei suoi fantasmi è il padrone di casa. E tanto che il giudizio cor rente su Napoli è diverso da persona a persona. Di Giacomo. anche quando scherza. alla fantasia di chi v'è p assato una volta. quando chinò il capo sui suoi fogli. tutta l'organizzazione intorno alla colpa e al delitto. davanti alle sue invenzioni non ci prende alcu n dubbio che quanto egli racconta si possa svolgere a Napoli: di ciò gli diamo cre dito illimitato. ognuno legge in questa città secondo il suo cuore e il suo sentimento. quello che formò poi la sua tradizione sociale: la Serao. cantava e suonava. staccandosi da una tradizione in costume. Chiaia. Vicaria. ossessione del popolino napol etano come del povero romanziere. La maschera vuol dire carattere e vita di tutti i giorni in una passione. e non soltanto in Italia. Ma anche oggi che la vita italiana s'è fatta complessa. densità. Descriveva alla brava la vita di lusso. Verga . I suoi roman zi sono storie complicate di donne cadute nella colpa per bisogno. Sanità. eroica e favolosa e classicizzante. Lotta e si dibatte intorno ad essa. quelli che visitano Napoli si fermano agli aspetti più appariscenti del . a meno che non accetti le comode e generiche definizioni che se ne sono date da gente estranea e superficiale la quale scambiò la filosofia del vivere con la spensieratezza. era il personaggio moderno che. Era l'epica della vita quotidiana. Stretta nel cerchio della realtà. In genere. almeno fino al tempo di Mastriani. e le maschere sono la sua aria vitale. venditori d i carne umana. tendenza: è l'uomo che si occupa d ell'umano. non la supera e non la trasforma e non ne evade. di ricchi e di str anieri che portano di colpo una povera fanciulla del popolo e una traviata al ma trimonio. vedeva al modo del comico Altavilla ragazze e carrozze dal fondo della sua mi seria. di figli spurii che ritrovano i fratelli legittimi. e poi mezzani.

da case troppo alte e uniformi che. E che cosa è di meglio ogni migliore vita civile? Cotesta tregua la osserverà meglio chi si troverà di fronte alla vita del popolo min uto che. con gl'inferiori. complesso forse unico. Questo discors o era interrotto di continuo da un rapido occhieggiare del cocchiere all'ingiro. alla spensieratezza che sembra emanare sempre da tutto q uello che è vivace e naturale. a Napoli queste comodità sono qualche volta il bene comune d'interi gruppi umani. Il cavallo trottava con la vivacità d'un meridionale. cosa che alla fine esclude l'odio verso i fortunati. e quasi disponendo in comune delle risorse di ciasc uno. saluti. e invece è tutto un modo e una rete di rapporti di cui è fatta quella vit a. La stessa cosa notai poi andando in carrozzella a Na poli. bisogna pensare che l'origine di questo sentimento. del mare. ma da paese a paese. accennare a una sol idarietà con gli uguali. Percorrevo in carrozzella i paesi alle falde del Vesuvio. tanto che mol ti non gliene attribuiscono alcuno. che se le prestano e ridanno . alla sua nobiltà. grida di mercanti ambulanti. cioè l'odio sociale. e sapeva che la generosa bestia era tenuta bene. del cielo. con le spalle. cui allo stesso modo bastava un tremito. un . fino a Torre del Gr eco. sta in cotesta pratica di vita rivolta assi duamente al mondo sensibile. Per questo. un fornello. e disporne in comune implica un mondo di rapporti e di discorsi e di interessi solidali. Questo è l'aspetto più evidente della solidarietà napoletana. tintinnio di carr etti colmi di verdure. con le sue feste e il suo carico di dolore. La strada era un avvenimento: organetti che suonavano e l'armonia era subito travolta e ripresa volubilmente da un vocio di monelli. Certo. lo andava a trovare al reggimento in una città vicina. con tutta la gente di cui presto o tardi avrebbe avuto bisogno c olui. E questo complesso di rapporti mobile e diffuso come quello delle api e degli uccelli. ed è difficile indovinarne lo scopo. e non da strada a strada. se l'era presa il colonnello. da tutto quello che di vario e alacre si può rovesciare sulla strada d'un paese vesuviano. a gente la più diversa che incontravamo lungo il viaggio. e il colore di un'ora. Nel suo senso migliore. quale possono produrre seco li di vita difficile e un'esperienza vasta come la storia. coi superiori. ecco che gioia e dolore di ciascuno si comunicano a tu tti. un lampo. un fuoco. cioè da uomo. coi conos centi: insomma. un ziro d'olio. al suo tessere di gesti la vita quotidiana. si rivela subito al primo colpo d'occhio. una pentol a. cenni col capo. da un pu nto all'altro della strada. imbrogliatore. uno scrollo. viste di profilo. mettono fuori i loro mille balconi. Ciò che può diventare anche un vezzo. popolare o meno. Una solidarietà siffatta rende testimone c iascuno della sorte dell'altro. Qui si vive collettivamente. con la mano. e l'amore dei beni che vengono dall'industria umana come dalla natura. il loro piacere degli oggetti. d'un uomo livellato dalla vita moderna. Il cocchiere non faceva che salutare. accennare. alla realtà. Una tale solidarietà fa sì che non si troverà mai un napoletano che si umilii a un altro uomo ma gli parlerà da uguale. se non proprio la manifestazione di una gran de vitalità. altre persone parlavano allo stesso modo. con gli amici. gran parte della letteratura. Queste non sono forme oziose e non sono ossequio servile. il padrone. Ma se vorremo capire il senso della realtà dei napoletani . napoletana. cioè l'uomo capace di cattive azioni. pietosa e legata del mondo. ammiccare. mai smesso dal tempo dei greci. Ora. che non lo poteva dimenticare. della città più soccorrevole . sorridere. raccolto in densi quartieri. ai suoi conoscenti da quartiere a quartiere. significava farsi vivo. cioè a cenni. a distanza. E quell o che i napoletani chiamano "fetente". il cocchiere si voltava di quando in quando a raccontarmi la storia d'un altro suo cavallo che gli era stato requisito. ci si accorgerà troppo tardi e a nostre spese che si tratta d'un vero fetente. Piccole cose. Esiste in tutta l'Italia meridionale un significato a parte per la parola " comodità". una bellezza. eloquentissim o nella vita e nell'arte napoletane. egois ta. o che di colui avrebbe avuto bisogno. un movimento. e l'intimità che tale sentimento porta nella vita di tutti i giorni. E sui bal coni. con la bocca. Comodità sono gli oggetti che servono ad alleviare la fatica quotidiana. mentre spesso. si tratta d'una mobilità estrema. è sotto il segno della più stretta solidarietà. e il gesto d'un vicino e il lampo d'un paio d'o cchi di donna. che la rendono meno grave e la consolano: comodità è un balcone assolato. la vita napoletana popo lare è una tragedia fra uomini. e siccome la vita è quello che è. delle forme e d ei colori. una grattugia.la città. cant a delle ore di gioia e delle ore di dolore.

Il crinale delle rocce forma anch'esso profili di creature. uscendo di casa la mattina. giardini sospesi in alto. ma una fra tutte: l'uomo in una densità e pienezza e verità di vita. e che non ve n'è uno il quale. portichetti. Ogni commessura della roccia ha le sue piante erranti. tanto che una certa lentezza napoletana è dovuta pro prio a questo impegno. Morte e vita. sotto una luce bianca ad acet ilene. coi piedi ben piantati sulla terra. È facile dire che a Napoli c'è gaiezza e spensieratezza. in tutte le forme. Le case sono spaziose e cir condate di orti e giardini a terrazze. non lo p erderà di vista un momento. il paese dei devoti delle miracolose M adonne. e il senso della forma di. i sibili. vi sono riti che sopravvivono a Napoli perché son o legati ad essi alcuni benefizi. solo movente delle azioni umane. Il popolo chiama. questo p opolo. sono le frasi più comuni nelle canzonette. Mi fermo a guardare la cura della decorazione nei p iù piccoli venditori ambulanti. perché una cosa è indubitabile: che a Napoli la gente non sia vera. con cupole. e rinca sando la sera. ma sa ranno pur sempre nuove nella realtà popolare di questo paese il cui nome è volato in tutto il mondo a significare tante cose curiose. o come il venditore di fuochi artificiali. di quanta proverbiale ingegnosità. Del resto. tutto quello che pare disusato. al suo pittoresco. d i colore azzurro come sono le piante sulla pietra. grotte e caverne. senza g uardarne l'intima ragione: così è venuta fuori la leggenda di Napoli. perciò la montagna sembra viva. Sulla roccia e in pieno sole cresce il capelvenere e difende disperatamente il suo verde e le venature b ionde delle sue foglie. e vi si metterà con tutte le sue risorse. vec chio. Ma se per un i stante si sarà entrati nel cuore del popolo napoletano. come è facile parlare del dol ce far niente napoletano. sopravvissuto ad altro tempo. Questo dà un colo re tanto forte alla vita napoletana.motivo facile. egli pone una tal e attenzione a quello che fa. di quanta virtù civile sia capac e quando gli sia chiesta. il volo. gioia e dolore. patetiche. e il piccone e la mina ha nno messo alla luce del sole decorazioni di stalattiti. e che dà forza. di vecchia architettura amalfitana . le case sospese sull'orlo dei precipizi e i massi fermi sul punto di un a immane rovina. le strade tagliate a picco nella roccia. abita paesi nobilissimi. reale. Si aprono nella montagna. uno grande e uno piccolo. anche se gli scogli che si drizzano sulla riva o stanno isolati tra le onde o sono a due a due. un'umanissima arte . incoraggiando a comperare un r azzo o una girandola. A ogni punto più minaccioso la Madonna col Bambino ha la sua nicc hia. E la persuasione è l'arte napoletana per eccellenza. PAESAGGI NAPOLETANI Venivo dalle valli della costa di Amalfi. lungo la strada. e la fede del popol o napoletano. e li chiede come v anno chiesti. ne descrive i rumori. carattere. vivacità alla vita. si sia dimenticato un istante dello scopo della sua giornata e de l fine che vuol raggiungere. o per amore del pittoresco e della rappresentazione. anche quando sembra che lo dimentichi. la Madonna e il Bambino. intorno a un melone d'inverno. In genere. e il grande protegge il piccolo d agli assalti del mare. il benefizio. dove i venti del mare sono capricciosi. di vitalità e di verità richieda questa vita. con che teatralità sono disposti una dozzina di fich idindia per dritto. un orto napoletano dice la cura. possono diventare maniera stucchevole. qui è vivo non per abitudine e pigrizia come s i crede. Quale che sia la sua occupazione. più oltre l'ulivo ha lo stesso colore. d a Positano a Maiori. volte e nicchie. e la necessità conserva in vita a Napoli tutto quello che è morto o che è vuoto formalismo altrove: la necessità. strane. talvolta le piante che sbucano da ogni interstizio del ma sso fanno sulla sommità di tali simulacri naturali una corona d'erbe e di fiori se lvaggi con una simmetria meravigliosa. alla minuzia con cui ognuno compie il suo più umile lavoro. La gente di questi luoghi. È come se fossero alimentati dalla salsedine. e ogni paese ha la sua perché questo è un tema di quella famosissima strada. l'effetto. In tutto il pittoresco napoletano v'è un senso stretto della ne cessità. queste figure di pietra . Molti si sono fermati a questo carattere esteriore. separate l'una dall'altra con un sentimen . ma perché risponde a ncora a uno scopo. Vuoi c onvincere. absidi come di cattedrali. Il fatto è che ogni napoletano è combinato proprio in tutt 'altra maniera. L'uomo qui è dominato dal fatto di riuscire a ogni costo a strappare quello che vuole strappare alla vita. Egli aspetta dal cielo la grazia. un patetico troppo semplice. E da questa seri età proviene la soppravvivenza di vecchi riti e vecchie feste. ci si spiegherà che somma di forza.

sia nata in queste contrade che i settentrion ali conoscono a meraviglia. il cammino più facile era il mare. è buona. e dentro di un bellissimo bianco in cui la luce grande della co ntrada fa l'atmosfera d'un bagno vitale. La loro casa ha l'orto. alcuni si diedero alla pesca. una delizia settecentesca che la padrona di casa v'invita a guardare. Per valicare il passo di Monte Sant'Angelo. è pur sempre quello settecentesco. Il Settecento dovette essere il periodo delle maggiori fortune di questa contrad a. Perché sono architetti e agricoltori nati. quelle di abitazione. La terra. S'immagina che gente del popolo. e all'arrivo di qualche antiquario accorto. rimasto più intatto che ad Amalfi. la sabbia del mare. e dove la rocc ia fa imbuto la circondano di una mora di sassi. ed è la seconda semina d ell'annata. La strada di Amalfi e di Sorrento non era ancora aperta. abbia occupato le case loro. questi pa esi erano ricchi di bei mobili settecenteschi. fra tante cose comuni. d i tingere i palazzi di due colori. prima che i mo delli bastardi dell'architettura comune penetrino fin là. o turchi che è forse lo stesso. sono taciturni e pratici. con un sapiente sfruttamento del terreno. rimasta nel paese dopo la parten za d'una razza di signori. Ho veduto certi mulini loro. un mobile illustre. colorano la casa di du e colori spesso. Fino a qualche anno fa. Qui stavano gran signori. il mare divenne deserto. e fra di loro non si sente mai dire di quei drammi sentimentali che scoppia no sovente nei climi morbidi. Sono architetti nati. I ve lieri tornavano a Positano carichi di mobili comperati a Genova. l'indimenticabile chiarità del Mezzogiorn o. strappata a palmo a palmo alla montagna e alla roccia. al cortile e alla terrazza sacrifica no lo spazio altrimenti adatto a ingrandire l'abitazione. e ancor oggi capita di vedere. conobbero i commerci del Mediterraneo occidentale insieme con la lor grande amica. Si può dire che la terra la trasportino col fazzoletto. I te tti sono a cupole lisce. e mostrano ancor oggi certi disegni di caminetti. alle prime piogge di settemb re si seminano gli ortaggi che altrove vanno a primavera. quando non possono altro. all e piante e ai frutti.to d'indipendenza e di solitudine che ci si domanda da quale razza sia venuto. Mi pa re certo che la consuetudine invalsa in alcune città dell'Europa settentrionale. in lugli o e in agosto si vedono le arance attaccate all'albero. E gente diversa da ogni altra della regio ne. Erano città fiorenti e prospere al tempo della navigazione a vela. le rose fioriscono senza stagioni. dove seguitarono l'altra loro attitudine naturale. sul portico la terrazza. che sono la traduzione di tante cose ricche e illustri in uno stile del luogo che rammemo rava fantasticando le cose visitate. A terreno sono le stanze della vita comune. il cortile davanti al portico. sopra. i limoni sono il frutto di tutto l'anno. composti di cilindri e di cubi di muratura sovra pposti che ricordano le nude forme della moderna architettura monumentale. col giardino ric co. Ed è così. La gente. All'orto. e alle cinque la valle è imm ersa nell'ombra uguale e pur tanto chiara che d'estate dura due o tre ore. avevano commerc i con Genova cui fornivano legni e uomini. e dall'alto fanno un panorama di bagni romani. di alt ane. si prendeva una sedia e quattro portatori per tre ore di cammino. ma complicato con quello originale del luogo. Vi portano su. capolav ori di architettura popolare che sarebbe opportuno difendere con le leggi stesse che difendono il paesaggio e i monumenti illustri. essi si fecero palazzi e ville. Il tema di quell'architettura. contro le intemperie. e le loro case le fanno con logica. S i vede spesso gente povera uscire da palazzetti del Settecento. Essi sono la nobiltà del popol o. che hanno un gusto inimitabile. che li divide dal versante di Castellammare. Nello stile del paese. Questi so no per la montagna scoscesa i loro orti e uliveti famosi. perfino di cucine. di balconcini. alt ri emigrarono in America. alcuni quartieri abbandonati crollarono. ed ha . gli armatori abb andonarono le loro ville e i palazzi. e magari con le due stanze superior i sprofondate. all'albero. con un tale senso di costruttori che il funzionalismo moderno ha in loro dei precursori. le donne sono anch'esse da fatica. hanno della vir ago. dicendo orgogl iosa che è un mobile di famiglia. Il sole in queste valli scompare prima della sua ora. Venne la navigazione a vapore. una decorazione di stucco alle finestre. i q uali coi commerci adottavano le mode e le eleganze vedute nei paesi ricchi. al livello della terrazza. pe r una porta aperta in un vicolo. ho detto. È un'antica c orporazione naturale che nessuno ha ancora pensato a ricostruire.

col verde luminoso degli aranci. v'è da giurare che occhi di migliaia d'anni e gli stessi occhi di Virgilio ed Orazio li abbiano veduti semp re gli stessi. di estatico. tutta opposta all'idea che di solito ci si fa. li sconvolge. una gracilità da paes aggio antico. li abbia tratti da qui. e si rivedono i vapori che velano le cose. i fiori che si aprono al principio dei suoi madrigali. li avesse da un a reminiscenza di questi suoi luoghi. La terza è quel la alle falde del Vesuvio. e l'uomo si sente scintilla dell'immenso creato. il colore. sullo sgargiante de lla terra napoletana. le labbra. e tutta la sua pastorelleria. E i fiori sgargianti. I paesi sono ch iari come le pietre d'un letto di torrente all'asciutto. M a passata la sella di Sorrento. di cui sfuggono quasi le dimensioni reali. nell'ombra dei giardini ragazzi e bambine. la chioma dell'arancio. la natura della vite di questa contrada. gli strumenti rustici che si se ntono nelle sue selve. La casa diviene bassa. E non ci sono che i napoletani. questi colori tutti napoletani. il pino gracile ha qualcosa del fiore dell'agave. Ma basta valicare il passo di Sorrento per trovarvi una natura diversa. li rinnova. da Pompei a Napoli.del lungo crepuscolo. Ho detto che in questa costiera non esistono gradaz ioni di luce. e la propaggine della scala. si ricorda dell'eruzioni. si passa dal sole sfolgorante alla fosforescenza del crepuscolo di tre ore. checché ne pensino i pittori. così facili ad abbandonarsi fra di loro e a baciarsi in pubblico nell'atto di dirsi qualcosa all'orecchio. E questa è la seconda zona. e si ferma sulla strada come un torrente rappreso. E tutto questo popolo d i verdure. Quelli che vivono sulle falde del Vesuvio non credono al Vesuvio. con una lunga scala esterna che quasi fa da ancora sulla terra. Il pi no napoletano. com e l'uomo non pensa alla morte. Vigne e agrumeti formano un profondo bosco. o non ci pensano. Il rosa e il grigi o riprendono il loro dominio. chi li ha veduti una volta li distingue fra mille. verso la punta della Campanella. Non lo chiaman o neppur Vesuvio. la vita vi si snoda intorno senza fatica apparente. e l'incombente Vesuvio colore di rosa. Le strade dei paesi lungo la costa di Sorrento si aprono col loro Settecento div enuto popolare. che sono la tr aduzione architettonica del vulcano che le domina. V'è una delicatezza di scavo. e quasi nelle profondità di stanze lussuose. A Sorrento le ragazze ab bracciate parlano ridenti e si baciano. sono segni che si riconoscono. al trotterello facile dell'asino piccolo. ciò che influisce anche sui sentimenti. al contrario dell'arancio greve e tondo della Sicilia. e perfino i loro ca ppelli e i loro vestiti rustici. secondo l'abitudine delle ragazze di Nap oli. l'arancio ha la chioma irta e tutta fiammelle. felice dei suoi orti. È facile dire che Tasso il sentimento dei suoi orti e dei suoi giardini. bizzar ri. somigliano a questi. di pozzi. E anche le mollezze e i piaceri dei suoi giardin i incantati appartengono a quest'ozio. E le colombe che volano nelle sue liriche . lo chiamano la Montagna. di fiori. Non ci credono. osservando case come queste. e gli stessi atteggiamenti degli agricoltori. La terra è d'oro. La vite è alta e forma viali d' ombra. Il sole è tanto vibrato che a chi non sia abituato dà strani e pur piacevoli disturbi. come si sente raccontare di c ontrade favolose più a sud. e tronca. La natura ha un'armonia così gr ande che vi si può scoprire un tema uguale e universale per tutto. per proporsi solt . e a queste colombe che si vedono bianchissime volare all'improvviso come innalzate da un'improvvisa tempesta. i c hiari e gli scuri. è come se quel lu me abbagliante lo posassero in terra. di asini bendati intorno al pozzo. vi mettono una fiammella. che sembra u n plastico. coi carrettini di verdur a e di vino. A Sorrento la vitalità del popolo. capricciosa alle soglie del Barocco. e i suoi canti agresti. e gli occhi. il Settecento che attecchì qui e ricorda i buoni affari e l'agiate zza d'un secolo ornato e intraprendente. rischiaranti tanto soavemente il suo poema. Si può dire. Sui muriccioli le bambine coi grandi o cchi e la carnagione calda sembrano conoscere la felicità segreta del mondo natura le. e quella precisamente che va sotto il nome di napoletana. quale si vede nell'Europa del nord. La loro razza è tutt'altra. e vi vengono incontro le ombre vivide. È una luce immensa che si mette in lotta con gli organis mi. e gli orti dis posti come in una geometria. vi riporta a qualcosa di immortale. che hanno un timbro miracolosamente salvo da ogni convenz ionalità. della sua luce. Alle finestre le donne. popolari. rosa e viola. della sua aria. Qui gli orti felici si stendono in tutto il loro lusso naturale.

Fino all'ultimo egli non crede. prima. significa. l'ordine degli orti. san no che le parole evocano spesso i fatti e i fantasmi. La guardano. i n definitiva. Immemorabilmente questa terra di continuo cancellata e risorta r iproduce quell'ordine. e non altro. è saggio. Questo è a ntico. il problema del giorno. ma nell 'ordine del campo. questo l embo di terra col suo sapor di cenere. gli aranci. "Fai q uel che stai facendo". In un paese di aspetti e di fatti antichi come l'Italia. per anni non pensato. stacca tanti passi quanti gliene contende la lava. perenne e prospera.. Un'antichità vivente. Non te ne incaricare. col suo pensiero e con la sua fantasia. e piegati dal vento i tronchi sembrano umani. i cannicci che coprono le chiome degli a ranci carichi. tra cui il risentirsi delle prime foglie verdi è come il rinverdire d'una capigliatura di vecchio personaggio di favola. serba l'antico in nessuna pietra. E poi i peschi. In un patio tra mura d'un bianco di latte dove la bocca nera del forno sta da un canto. E gli alberi acquistano sul terreno chiaro cadenze di persone. difatti. i mandor li. i l problema dell'ora. il terreno offre infinite combinazioni alla massa mostruos a. degli affreschi di Pompei. un gallo nero su una sedia. i piselli alti appena due palmi. Una scienza primitiva e un pregiudizio rimasto nel popolo. È lo stesso. e dell'equilibrio naturale del mondo secondo cui tutto si accomoda. l'uomo co n le masserizie e i figliuoli già sul carretto non crede fino all'ultimo di dovers ene proprio andare. Se bisogna abbandonare la casa. Non s'è mai sentito dire d'un delitto o d'un furto. una antichità di og ni attimo. s'è vista a volte dividersi la corrente incandescente davanti a un vigneto. "Questa dev'essere gente fatta in un modo diverso da ogni altra. e che quando accadranno si presenteranno sotto un aspetto diverso da quello immaginato. che rappresentano facce umane. Un giorno. negli androni. Ma intanto. sulla cenere grigia e molle che serba l'impronta lucente della v anga e della zappa. i magri cavoli verdeblù. molte specie di vitigni." "Lo è. Egli ha pia ntato i suoi orti e le sue vigne. come nell'uomo che combatte si fa strada la coscienza primitiva della difesa e dell'offesa. ordine degli stucchi di vita agreste nel museo de lle Terme a Roma. le case. la pianticella propizia della ruta. delle nostalgie campestri di Virgil io e di Orazio. Ma se accadesse? Se la Montagna si scatenasse? La lava avanza lentissimamente. una p ioggia di lapilli neri ha concimato la vigna. Questo si chi ama tenere tutta spalancata la porta dell'inatteso. L'ultima capitale di questa saggezza è Na poli. Non ci pensare. dei capricci della sorte. d'un millesimo la fatalità e la catastrofe. G li uomini la guardano avanzare. i giardini. Il vino è colore violetto e amaranto. Tutto in torno è creato con gli elementi del Vesuvio e i muriccioli e le mura. il cagnuolo accucciato. per il tremolare rosato dei peschi. E sarà troppo tar di per capire che non ne valeva la pena. E si accomoda perché l'uomo pensa ad accomodarlo. sulle colonne di calce mozze. era un modo romano che conteneva lo stesso esplicito divi eto del "non te ne incaricare" napoletano.anto i problemi immediati della vita. Dove la cenere è appena rimossa. Tutto quello che s'è taciuto per anni. si affaccia alla memoria. In alcune di queste contrade hanno abolito la stazione dei carabin ieri. che è quanto basta a render buono un campo. i suoi frutteti. In una natura arida come questa. Non si tratta d'indifferenza. non vuole. e i buffi vasi di creta. e la vite gracile è divenuta robusta e più abbondante. tengono ancora prigionieri i vecchi spiriti del paganesimo." . La metà del mondo d'oggi si guasta i nervi e perde troppo presto la vita per pensare alle cose che gli accadranno. Sperare fino all'ultimo. e uno per volta. e neppure di non voler vedere. sono venute fuo ri da semi erranti. e il bianco rico rda le vesti. volere sino all'ultimo: sotto l'apparente disinteresse è una manifes tazione di volontà. è longevo. se la lav a si ferma egli si ferma. e non sarà de tta mai. e sul grigio i tronchi scortecciati e dipinti di bianco degli alberi. Anche ora l'ultima parola non è detta. con sopra questi vel i rosa. non ha affrettato. è d'un colore vivo e quasi umido. La primavera è sosp esa nell'aria. e le cupole delle abitazioni impostate e saldate come le pareti d'un orcio. come i numeri del lotto. delle cento e più specie che prosperano sulle rocce basaltiche coperte d'uno strato di cenere di pochi palmi. stanno donn e e bambini. i legumi e gli ortaggi. nei patio. Nei cortili profondi e ombrosi. In basso in questo grigio che ho detto. i fiori diventano enormi. Guarda la dil igenza dei solchi.

Vedono l 'Italia come fosse caduta dal cielo. la massa di cenere preme da tutte le parti. è molle. Ma più oltre. di gialli. sonoro di pie tra arida. Intorno a quella convulsione le fumarole esili e bianche fi orivano incensando. Il Vesuvio in questi giorni è attivo. in vista del Vesuvio lontano e benigno come un totem. Come se stesse per soffocare. discutevamo che rumore facesse. guardando un mare dall'alto. È quell o. poco più oltre. Si scorge un ciuffo d'erbacce secche e ci si domanda in quale mai stagione rinverdì. la cenere nel pugno di una mano è pesante: ha il colore d'una brace che cova un fuoco non ancora spento. Salendo. e non dico la bellezza di quella forma e di quel colore del frutto in quell'informe e tra quei colori da chimici. cordami rappresi in cerchio. Di solito. in vista de lla colonna di fumo gialla e rosea. Più sopra c'è il bosco dei pini. coi suoi profondi recessi. Quando si accorgeranno che l'hanno costruit a gli uomini? Oh. No. in una natura tutta minerale. lassù in cima. apparizi oni avventurose. il viottolo aperto ieri. A questo punto. In una di queste macchie è Pompei. in quella solitudine disperata in cui la montagna pareva soffrire senza tregua né rimedio tutti i dolori della terra. cantata tante volte sul mare d'argento. se ne scorgono gli scuri degli sc ogli e i chiari dei banchi di sabbia. tra le illusioni dell'uomo e il nulla. Si spalanca sotto gli occhi la valle infernale. Il mondo abitato è lontano. Ma non è così tutta la vita? Fino a quando il gigante non dà uno scrollo. Nel deserto di lava. da animale. che si posarono e si spens ero tra il verde minerale del cono eruttivo. Con una fantasia stracca e disordinata. gli uomini. un essere vivo e romito: un gufo. come se li avesse messi là in un suo canto streg ato l'Ariosto. dopo qualche orticello in cui gli ortaggi diventano nani. La montagna emana un tenue calore. guardano stupiti noi che guardiamo quell'anti ca semenza d'uomini. gli stranieri non guardano agli uomini. Cantavano e suonavano "Ohi Mari". ma personaggi. di ingrommatura. con la loro forma di cubo come un'affermazione semplice e costruttiva di fronte alla natura tondeggiante della montagna. D'un'onda immane che si abbatte su una spiaggia mentre la riecheggiano scogli e caverne. avevamo lasciato le ultime case piantate ai limiti dell a lava. e terna condannata ai dolori del parto. si levò battendo le ali una creatura di quei luoghi. e dagli sguardi assortiti di tan ti occhi bianchi e neri. di muffa. allo stesso modo che. E quella canzone. di violetti . simili a macchie d'inchiostro le tracce delle antiche eruzioni si spando no nella pianura . D'una porta che si chiuda violentemente suscitando echi profondi e rimbombi in una casa vuot a e spaziosa. i campanil i rosa. comincia il deserto. col real ismo dei carnai. tra la cenere rosea e l'infernale stereo. un rumore più elementare. segn ava lo stacco tra la vita e la morte. e così un ragazzo che vendeva certe arance appena staccate dall'a lbero.sopra sono ricresciuti gli orti e le abitazioni. il vulcano vomitò certi stracci incandescenti di lava. d'un colore di zolfo. sostenuto dalle macerie di pietre . Sembra di in travedere in queste macchie quello che si trova nella profondità della terra. Ancora sotto l'orlo dei cratere. Il Vesuvio e la chitarra. il Vesuvio e le arance d'oro. pareva a tratti che su quell'onda i dad i bianchi delle . È una materia sorda che acquista una forma sol perché è materia. portata lassù. stringendo la fo rma esatta delle chitarre. da vivente. mentre piccoli uomini sul ciglio dell'altr o versante si profilavano nel cielo con l'aria assorta della gente agli spettaco li. all'informe della lava che prem e da tutte le parti in un mare rappreso. umani. Ne ho incontrati fin sotto il cratere del Vesuvio. apparvero i due suonat ori di chitarra. Suonavano la chitarra. nella realtà. Alla fine viene in mente l'immagine d i quel girone dantesco in cui si trovano quei "due tuffati in uno stereo". Non si pensava che fossero posteggiatori. un verde che pareva il miraggio d'u n bosco tenerissimo. sol perché gli occhi umani vi cercano una forma. nudità decapitate e mutilate. case pencolassero come le vele in mare.Dai loro cortili e dai loro patio. I COSTRUTTORI DEL GARGANO . d'un regno infantile. Usciti dall'ombra propizia dei cortili bianchi. riaperto oggi. muffito di sterili bianchi. Se ne intravedono le case bianche. il deserto di lava rifà l e immagini che si leggono in tutti gli elementi disordinati e lubrici: stracci e panni luridi. Ma non è pr oprio il deserto.

g li ulivi alleggeriti sono gracili e ai loro piedi il grano è d'un colore nuovo. arriva verde di grano proprio fino alla striscia del mare turchino. Gli stessi comignoli che si sono veduti prima. a torrione. e spioventi come gli embrici d'un tetto. Da una casa esce un tale con un'asse sulla testa. Tutto qui è molto importante. si scorgono poi i tetti. di poche case sparse tra i campi di olivi e di mandorli. e si misura dove e come il vento la tormenta. prendono forma sopra al ciglio roccioso del monte. Ci si accorge subito di trovarsi fra gente dura e gelosa. Un movimento a spirale avvolge monte die tro monte. E si capisce per quelli che hanno da celebrare una potenza e da attestare una forza. Angelo. i mandorli già verdi con qualche vecchio fiocco fiorito. Tutto quello che si scorge. sull'intero promontorio. Sulla cima di qualche poggio sta come un fossile un edifi cio bianco. L'uomo ha spesso bisogno di un atto di forza anche in ciò. Una donna. della stessa for ma. a turbante. è rigato a llo stesso modo dalle correnti: tutto è sullo stesso disegno. a elmo. Una scritta all'ingresso della città avverte che qui si tocca il quaranta per mille della natalità. da quando il Gargano finì di essere un feudo regio co i suoi boschi profondi dell'interno. delle vigne. si d ovrebbe presentare con camini della grandezza delle Torri di Bologna o del campa nile di Pisa. Ma s'immagina difficilmente un gruppo di pastori e di contadini che porti una p reoccupazione architettonica nella sua abitazione. Non vi guarderà mai più. la quota più alta d'Italia. Che un contrasto qualun . con gli occhi di fuoco di notte. si va prima per un pendio sul m are. se una città moderna dovesse avere i suoi co mignoli delle proporzioni di questi. quello che era il deserto appare un bastione di pietrame. una macchia verde descrive la sua pac e. quanto basta a una famiglia di cinque o sei persone. e non qui soltanto. Questi camini dicono tutto: il vento che tira. questo vortice diventa più grandioso e più complicato a m ano a mano che si risale il monte. La montagna è una pietraia deserta là davanti. che coprono il monte come un tetto. colore della polvere. sopra. Come lo s catenarsi d'una girandola. i viottoli serpeggianti e le strade tortuose rifanno un movimento con corde. simile all'avvolgers i di certe conchiglie. di vecchi casolari. fuori. se non vecchie. Tutta la terra atto rno è lavorata come una miniera. la bisogna del pane. tinta di bianco come tutta la pietra che si vede. con due occhi di fuoco di notte. qualche albero si leva. A un certo punto. chiuso come un minatore. è una immane opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi .Vi sono popoli che hanno un talento istintivo e storico per l'architettura. le case basse d isposte in riga sulla cima. non ho veduto qu i altre donne. Un lembo di t erra miracolosamente in piena. Tanto du ra. dalle valli asciutte al le cime. In fondo alla valle. di lanterne. spuntano certi enormi comignoli. c ome succede. posa per un attimo lo sguardo su di voi. seguendo il disegno delle terrazze che la sovrastano per la montagna. in una valle. Ma salendo per la strada bianca. Il lavoro parla per gli abitanti. figurano come le cuspi di di una lontana città turrita e bianca. alla fi ne. a quanto pare. Da Manfredonia a Monte S. nel suo forno. Si scorge bensì la porta incardinata nel masso. e sopra ci sono due pani di dieci o dodici chili ciascuno. di olivi e di pini d'Aleppo. di campa nili. Si capisce d'essere capitati entro un'opera tra le più ingegnose degli uomini e. dei mandorli. Qua e là nelle valli. il freddo d'inverno . il mare che sembra levarsi inclinato sulla linea dell'orizzonte. in rapporto all'altezza degli edifici. nell'autobus. annunziano la città di Monte Sant'A ngelo. dove il vento non arriva. e non se ne scorge l'abitazione. di qui. del grano. ma non c'è traccia d'uomo se non questi enormi camini dalla forma di torri. si pensa alla natura di questi uomini. A parte la donna dell'autobus. In una piega del terreno. La vigna è ancora nuda . l'occhio si abitua a discernere nient'altro che questa immane pa zienza. per due giorni. bianchi come la pietra. Non avevo mai veduto un pane di questa posta. quella cioè che ha costruito l'enorme monumento dei bastioni delle sue montagne. in una ruga. ma su tutti i poggi e i monti intorno. e un filo di fumo annunzia che qualcuno è vivo là sotto. e. che neppure il matrimonio accade senza dramma. una borgata è disposta in riga su quattro o cinque file. Poche volte la fatica umana dà uno sbigottiment o simile. Una tale opera dei campi è sta ta compiuta in settant'anni. questi comignoli sproposi tati. nel suo rifugi o di montagna.

le madri d ei due sposi per amore e per forza. di variarle infinitamente. e per salirvi ci vuole una scaletta o una sedia. Qui è rimasto l'uso nel suo vigore primitivo. passaggi. in un'ora in cui ella è sola con la madre. è ancora la caverna primiti va sormontata da un comignolo e chiusa da una di queste facciate. le grandi famiglie che servono pe r il lavoro della montagna. ma con quale cuore? E si tratta proprio d'un richiamo d'amore. sull'altra sponda de ll'Adriatico. i carabinieri sanno che tutto finirà col pranzo di nozze. negati a ogni forma d'industria. La mattina dopo. adattate già mirabi lmente ad abitazione. dove il vento è chiamato lucifero. portici. quest'uomo spalleggiato dai suoi compagni si presenta nella casa di lei. paesi d'Italia. quadrate e rettangolari. a cui corre. tante invenzioni preziose d'architettura. quest i montanari trasportarono sulle loro abitazioni il modello delle facciate di que lle chiese. che essi chiamano pagliai anc he certi rifugi di montagna costruiti di pietra a forma di capanna. Quella del ratto è una vecchia usanza illirica. strisciando lungo il mu ro fino alla porta di casa sua. a cava llo. non più molti. egli si chiude la porta alle spalle e diventa signore dell'ama ta. ci si può chiedere se. se è fuori. e la fanciulla rifugiata ai piedi del letto. e da far portare alle comari nelle canestre. per la povera condizione degli sposi che non possono redigere lunghe note di be ni e di oggetti di corredo da far leggere solennemente per bocca del notaio dava nti al vicinato. dove sono di pietra anche gli ammostatoi. i pellegrini di tutta l a regione e delle regioni vicine tracciano sui muri e sulle scale del santuario l'impronta della loro mano e il loro nome. Appena il romanico glorioso fece illustre la Puglia. ad Amalfi. che lo prenda un dubbio sui se ntimenti della donna amata. in modo che la più modesta cas uccia ha questo egregio frontespizio. le assi sono sostenute da due alti trespoli. Tutto finirà ugualmente col matrimonio. . come è quella che ci propone stabilimenti balneari e palagi tutti del medesimo stile. e dava nti alla loro città costruita mirabilmente sullo scrimolo del monte e su due valli . Non esiste da noi un documento che metta sotto gli occhi l'arte di costruire una casa come fanno qui. con la madre muta testimone. per avventura. crescono intraprendenti contadini pastori e artigiani. A ogni denunzia di colpi di questo genere. che fino a quel giorno non è riuscito a parl are alla sua sospirata se non stando sulla soglia della porta. muratori e imprenditori di lavori stradali e di costruzioni. e l'uomo. m a per quello che sanno fare ricercati in tutto il Tavoliere. al modo degli uccelli e delle fiere. dove si lavora fino a settant'anni e si campa spesso fino a cent o. dove sono scavate nella roccia le gabbie per i torchi. e un buon letto. Michele Arcangelo che pare sia apparso qui per la pri ma volta alla adorazione dei fedeli. vanno a informarsi se tutto sia andato bene. prima della celebrazione. Il ra tto può capitare anche a una donna sorda al richiamo dell'amante. Arte di fare scale. non vadano proposte a modello d'una moderna architettura povera di idee e pretenziosa. si affac cia dietro i vetri o sulla porta. Ed è una caverna il famoso santuario di S. a Ischia. il ratto è buonissim o rimedio che dispensa da tante malagevoli formalità. Poiché egli lasciò l'impronta del suo piede nudo. prendendo il posto di Apollo che qui aveva un tempio. per un buon grande pane sicuro. cui la donna. e quando i suoi compagni con l'inganno e con la forza hanno condotto fuori la vecchia. Spesso. il rituale del matrimonio comporta anche un ratto simulato. È tanta la vocazione di questi di Monte Sant'Angelo. dove i pani sono grandi come la lun a piena. a Positano. I loro avi d ella preistoria abitavano qui in caverne che si vedono ancora. se vuoi rispondere. di risolvere problemi di pendenz e.que coi parenti della sua bella si faccia strada. dove gli uomini ripetono sempre la medesima storia e nascono forti. e suscita nei crudi inverni i racconti delle streghe. È noto che di là. In molti luoghi. e adattandole. o nel co rso d'una festa. E poi i figli. Pensano gli amici a preparar e una lauta cena ai due fuggiaschi. Arte di legare gli uomini ai loro luoghi. anche al prete e al medico quando sarà l'ora. Le impronte di quei piedi e di quelle mani sono come una lunga eco delle sessant amila persone che passano qui ogni anno. e dei ratti in campagna. rimanen do carpentieri. e che per avvent ura ami un altro. e che neppure nell'emigrazione scordano le loro attitudini. Han no il genio dell'architettura come in altri. un s ibilo sordo come dei grilli d'estate. di prospettive. non soltanto popolare. Il letto è molto alto.

interpretano. il senso delle cose. Un tema divenuto chiariss imo e dominante di questa regione povera di grandi memorie archeologiche perdute in cento flagelli naturali. non trovate che torri di giustizia e castelli di utopia. vanno al fondo delle cose e delle parole trovandovi la s uprema imbecillità. essa è tutta nell'atteggiarsi dei monti. come se l'uomo li avesse ridotti in suo po tere e resi soggetti. Tomaso Campanella. non conosce neppure il pe rché di questo suo attaccamento. Un giorno capitò in uno di questi tribunali uno degli ufficiali invasori. perciò esso è tra i più facili a diventare ingiusto e prepotente sapendo di esserlo. distinguere. Quale sia la tradizione dei calabresi è difficile dirlo. la forza civile. che sono la chiara immagine della sua storia e delle sue a bitudini: c'è nella Lombardia dei canali la geometria di Leonardo. natura. forse per ciò. mi offre una reliquia. il paese sul colle addensato come un mucchio di semi o un armento. e la Colonna di Giunone Lacinia sul mare di Croto ne. Da noi essa fu sempre quotidiana anche con la natura. il cocuzzolo accanto pela . albero. E i tribunali rustici. v'è la Toscana do ve la natura non è che l'introduzione all'architettura e la sua più bella introduzio ne. e gli offrì di scegliersi lui stesso la morte che meno gli disp iacesse. Sono pochi i paesi d'Italia c he abbiano conosciuto meglio della Calabria l'ingiustizia. Ma in Calabria siamo ancora al primo balzare dell'uomo nella sua abitazione terrena tra mille forze nemiche. Ancora pietra. uomo. Gli alberi solitari nella valle nuda. Francesco da Paol a. In ogni terra è la lotta fra giusto e ingiusto. CALABRIA Se dovessi citare uno scrittore che ha capito la Calabria parlerei di Paul-Louis Courier che venne da noi con le truppe napoleoniche del Massena. come press o una bestia di cui non conosce la forza ma che sa potente. la pietra. e in ogni cuore d'uomo. ha resistito. la grandezza umana. l'arrivo improvviso nei paesi dell'altopiano (chi arrivava primo sparava). spartire giu sto e ingiusto. Uno di questi luoghi è Tiriolo. il suo carattere. il sopruso. e diciamo p ure la sua cavalleria e il suo talento filosofia). la violen za: eppure. parlano a lui con accenti de l suo sangue. basta per dargli colore. e ai greci vecchi e nuovi trema il cuore a scorgerla di lontano. attraverso terrem oti. e quando ru ppe in mare e la tempesta lo portò sino a Scilla. è la stessa natura che prende atteggiamenti d'archite ttura. questa regione tiene al sommo del suo carattere il sens o del diritto e del torto. o il panorama di Corigli ano Calabro. Chi ama queste cose . e Santa Severina. poiché era u n uomo di lettere. Da secoli noi amiamo la verità come gli aspetti della nostra terra. Figurarsi la discussione. quello che. e l'attitudine a giudicare. gli sciocchi mitici sono sciocchi filosofici che dis tinguono. il passato. pietra. Vi sono altri e più bei paesaggi che danno il senso della trionfante presenza dell'uomo. è difficile amarle -. e non sa bene se nem ica o amica. persona colta a quanto pare. Una scheggia del masso. con lo stesso struggimento che dà l'atteggiarsi d'una figura familiare terri bile e alta ma cara come è in Calabria la paternità. con tutto quanto è insondabile in questa affez ione. Ci penso spe sso. facendosene anzi un culto disperato e una missione come della giust izia: posizione esatta da angelo condannato. nelle sue lettere. Poic hé questo è il paese. alluvioni. e l'i mmagine delle cose. Certo non è più bella Egina davanti ad Atene. Questa è proprio la Calabria con la sua natura. Non si potrebbe essere più giusti. sotto la grotta umida ed enorme che si apre nella chie sa. e tale sentimento è il patriottismo. Poiché il calabrese s'innamora come pochi delle grandi idee e delle idee universal i. Courier tornò tre volte al campo spogliato dei suoi panni. dei colli. il colore di quella guerriglia: le bande defilate sui costoni dei monti. roccia. giacché percorreva la Magna Grecia con la spada e un Virgilio: il tribunale ebbe un occhio di riguardo per lui.e lo so. Guardate la chiesetta bizantina di San Marco a Rossano. l'opera dell'uomo che fa tutt'uno con essa.Il sagrestano del tempio. i boschi con g l'impiccati agli alberi da cui qualcuno si spiccava facilmente ("s'impicca prest o e male"). franamenti. poiché per esse abbiamo tenuto fede alla nostra tradizione. delle sp iagge. e lo spettacolo degli invasori c he tra il vino e le cose saccheggiate li schiantava di colpo la perniciosa. E nelle sue favole popolari. Guardate i suoi campioni: Gioacchino da Fiore. Per quanto egl i si soffermi poco sul paesaggio. ma vi sta come figlio. l'uomo vive in mezzo alla natura ancora sottomesso.

Grande solitudine dell'uomo. di smettere il c ostume della sua categoria. mummificata. vino. cioè l'adattamento dell'uomo ad altro lavoro e ad alt ra vita. Ancora tutta la sua vita è nella mancanza di bisogni. pensare. per esempio. giovane. Ma ancora quanto basta per dare un ritratto della nat ura originale di questo paese. dai vicoli.to. dai ballatoi. Tant'è vero che in Calabria. contemplare. Perciò ogni conquista è la tr adizione. l'ho fatto per rispetto di voi": e la sua veste era tutta una toppa. là dove dalla semina del grano allo sfornare il pa ne l'uomo è schiavo di se stesso. e questo soltanto gli dava il diritto. Ricorderò il gesto con cui una povera donna. cavillosa. al suo ritorno. ragionante. La Calabria è ancora sul punto di questa trasforma zione. mondata. e fiumi rovinosi. La forza della Calabria è nella sua struttura familiare. Altrimenti non si capire bbe il significato della parabola che percorre ogni calabrese di modesta condizi one che si affaccia alla vita: proprio nel momento in cui egli. si c rea una responsabilità. una forz a che deve correggere il destino individuale dei padri. mentre avrebbe bisogno di lottare solo. che ha il ricordo di un cosmo op erante. terre coltiva bili rare e motivo di contese secolari. sia un frutto o un sacchetto di sementi. Mi fa ancora pena se ripenso all'avven tura d'un agitatore socialista che venticinque anni fa. ciascuno ha il suo linguaggio. alle manifestazioni più sfrenat . deve af frontare la vita. come nella scogliera di Scilla. La famiglia è la sua spinta vitale. certo. E con la mancanza di bisogni. di con formazione del terreno e di storia della terra. appartiene a una tradizione di tipi e di fa miglie. l'hanno risecchita. quando arrivò a dire "siamo tutti u guali". teneva un suo discorso dal balcone d'una casa. il passato. il suo dramma e la sua poesia. dei geli delle epoche remote. È una bellezza di pura geologia. lana e grano in casa è già la ricchezza. e la donna con la sua roba sulla testa. paesi rifugi ati sui colli e sui monti in guardia. Se rimane solo e libero di sé. Vale a dire che la vita ant ica regge dove le differenze materiali sono più profonde. formano tutta l'immagine d'una società. Ancora per poco. la vita. senza il peso del gruppo familiare a lui pare inutile comb attere. nel tempo di prima non v'era al tro mezzo che l'emigrazione. Abbiamo veduto che le rivoluzioni di tipo socialista di dopo guerra hanno sommosso popoli inte ri con l'introduzione di alcune comodità materiali. guardare. porterà il suo individualismo. invecch iata. I figli rapprese ntano un continuo atto di fede nella vita. elargizione de i benefizi della vita confortevole. Questo permette di star fermi. Il mare deserto. dove ognuno è il suo personaggio e nient'altro. e quella che fu una volta l'el argizione dei diritti dell'uomo. pe r cui avere olio. e paesi dove a poche m iglia di distanza mutano il costume e il dialetto. l a stessa che nel paesaggio attorno a Roma. e così reggono le distinzi oni e gli abissi fra le classi. non ne ho bisogno. e che soltanto in questi anni allacciano buone strade. E questo non è tanto primitivo come sembra a prima vista. gli rispo se un coro enorme di risate. Ma una penisola così stretta ha una vita profonda e di lenta penetrazione. che è poi la libertà suprema dell'uomo. proprio della sua stessa natura inquieta. il campo del suo genio. dalle porte del paese ad anfiteatro. e così l'avere fatto parte dell'esercito per un numero di anni. una promessa e una speranza. per mutar condizione. aiutandomi a portare una valigia in u na stazione sperduta. quando misi mano al borsellino mi disse: "Grazie. il suo mondo. da rozzo il rozzo. dove l'imbecille parla da imbecille. prima del lavoro delle m acchine. nei quali benefizi. pensa a sposarsi. Come nei drammi di Shakespeare. Era la povera gente che rideva. Uno dei caratteri d ella civiltà d'oggi è d'avere ridotto al minimo il prezzo di tali privilegi. degli oceani che lambivano le cime dei mon ti e ritirandosi hanno scavato le terrazze. La vita dura. castelli e palazzi solitari. e la ri voluzione socialista ha per veri autori le macchine. Non conosco altr i luoghi che come la Calabria abbiano il senso della gerarchia della vita. diviene prezioso quello che la te rra e la luce danno. a tal punto che ogni cosa è cara per la fatica e la lotta che rappresenta. era tutto il segno del privilegio di alcune classi. sola. direi addirittura di discendenze. In Calabria i venti del mare e la luce e il sole hanno compiuto l'opera. la vita di tipo antico dispone a queste cose. e ogni mercé rappresenta le arti più antiche dell'uom o. o nella loro limitatezza. in uno di nostri paesi. è divenuta in Russia. l'elaborazione della natura e il suo rivolgimento e il suo cambiar positura e aspetto. da signore il signore.

Una recente statistica ha rivelato che la città di Catanzaro conta un numero di avvocati maggiore che non la città di Milano. Lo spirito tradizionale del calabrese è dunque gerarchico. Allora. che l'uomo p ervenga alla famiglia dopo aver vinto la sua battaglia per l'esistenza. Difatti è monarchico. Migliaia di studenti escono ogni anno dalle scuole classiche del le tre Calabrie. è unitario. la famiglia li frena. essendo la Calabr ia uno dei paesi che ha in maggior grado il senso della gerarchia. bisogna aprire più scuole professionali e officine. e le ingiustizie che ne possono derivare dipendono da chi am ministra questo potere. come volete rimanere insensibili all' offerta semplice. partecipare al potere in qualsiasi forma. Se si vogliono meno av vocati. E annettendo ai prodotti della sua terra un valore inestimabile. Per lui chi comanda ha il diritto di comandare. un cesto di arance. un barile di vino.e. Il calabrese non acquista neppure socialmente rispettabilità se non ha famiglia. e ricordo come egli so rrise. cui torna sempre. in Calabria. Naturalm ente. E questo è l'altro aspetto della questione. volubili. lo appaga il mondo esterno del suo paese che egli ama. è buon soldato. Ma nello stesso tempo. Per quanto sia grande l'autorità cui il calabr ese si rivolge con questi mezzi primitivi. È facile vedere gente del popolo. Poiché ha un senso primitivo della giustizia. Q uesto è un sentimento tutto regionale dell'autorità e del comando. offerto da uomo a uomo e da vecchio ragazzo a vecchio ragazzo. D'altra parte il potere. sa tuttavia che si tratta sempre di una autorità di uomini. L'ingegno calabrese tira facilmente al mestiere intellettuale come all'unica ris orsa per uscire da una costituzione fino a ieri di tipo feudale e di cui durano . il co mando della società. capaci di astrarre. questa etica calabrese richiede qualità virili anche nella donna. Egli ha bisogno naturalmente del freno della famiglia. Disposto naturalmente a una funzione patriarcale. Da ciò proviene al calabrese un altro ordine di pensieri. Si stabiliva così un contatto tra uomo e uomo. egli diffida degli esecutori del potere. e il comando è una funz ione indiscutibile. di una cesta di frutta o di un animale dei boschi dell'Aspromonte e della Sila? Vidi molti a nni fa uno di questi doni offerti a un cardinale in Roma. che s i spedivano non soltanto tra vicini ma da paese a paese. dei frutti e degli animali. come oggi. abituato a spartire il dritto e il torto in tutte le sue manifestazioni. un agnello. che parla a quanto abbiamo nel cuore di più antico. vedevo che tutta la vita sociale girava intorno a q uesti doni stagionali. l'invio delle primizie. Per quanto ciò possa sembrare un futile dono propiziatorio. Qua ndo ero ragazzo in Calabria. per cui nei vecchi tempi si eresse a brigante giustiziere. gli bastano la sua fantasia e la sua filosofia della vita. e sono destinati ugualmente ad aumentare il numero di detti avv ocati. col denaro portava anche doni. il calabrese sa che il potere è un fatto umano e che basta pervenire a parlare con esso perché si pieghi alle necessità umane. In Calabria è considerata una vergogna non essere abili al servizio militare. Si tratta di temperamenti facile preda alle passioni: fantasio si. il potere non è per lui altro che sost anzialmente giusto. quello di fronte a ll'autorità. o come vol ete. sa che anche Dio sorrid erebbe del suo paniere di frutta. e sovrattutto un valore emotivo. una bottiglia di essenze. Questo è teocrazia e insieme senso degli uomini. mentre colloca il potere nella dimensione più alta e inattaccabile. ha il suo effetto. e per un'abitudine secolare all 'oppressione. dei mestieri e delle professioni tecniche. È escluso ogni senso edonistico. divent ando magari il più umile servo di esso. questo è il solo mezzo a ttraverso cui egli si potrà fissare nella società. Poiché. primordialmente femminili. e s i può dire che non abbia il senso della conquista sociale se non ha una famiglia d a recare in porto. Manca in Calabria un assetto moderno che apra alle energie giovani il cam po delle arti. Il calabrese im magina il potere come qualcosa di astratto. che vorrebbe fuggire. che crede di placare i rappresentanti del potere con le offerte di frutti della terr a. sono considerati a tal punto. se il calabrese ha il senso dell'autorità come un fatto irrazionale e indiscutibile. sensibili. patriarcale. la f amiglia di un carcerato che si presentasse all'avvocato non andava mai a mani vu ote. È il contrario di quanto accade negli altri paesi. diventano pra tici. che tutto il movimento profondo della Calabria tende da cinquant'a nni al mutamento di condizione. Per sé egli non conquisterebbe null a. egli entra così nell'ordine sociale. E non è una cagione trascurabile del malessere sociale. il senso pate rno.

e comportano certo il loro dramma: una famiglia intera. E le sorelle andranno a marito per ordine di età. Molti matrimoni nell'ambiente calabrese sono ritardati perché la sorella maggiore non ha ancora trovato marito. funzionari. e i figli si sono sottomessi se nza fiatare a tali sacrifici. Ecco una v icenda solita: sposarsi. avido di vita. e si tro va ad averla terminata vecchio come suo padre. come si faceva una volta. attivo. si sono ritrovati coi capelli bianchi. L'annullamento dell'uomo di fronte alla gerarchia patriar cale ha le sue ragioni. la Calabria è tutta nella famiglia. Ma intanto. e di molte fortune che non si possono più tentare. Molte vite calabresi sono tutta una rinunz ia. aspettando la sistemazio ne del fratello minore. il figlio maggiore assume la parte di padre. all'annullamento della sua personalità di fronte alla legge familiare. solo dopo che il giovane prescelto. il matrimonio cui pervennero per nuovi sacrifici. capace di correre il mondo a suo solo ri schio. Questo indica l'annullamento totale dell'uomo di fronte alle necessità familiari. soltanto allora i su oi fratelli hanno potuto sposarsi. Per quanto l'Italia abbia la famiglia come centro di ogni manifesta zione di vita. alla totale dedizione di sé. la Chiesa e lo Stato. e dopo quindici giorni o un mese di matrimonio emigrare . Sono qu esti i surrogati fatali dell'emigrazione di un tempo. di sacrifici e sforzi eroici. dominano questa regione come segni di quel genio tutto proprio della regione d . la biografia del calabrese si può ridurre alla rinunzia. I fratelli maggiori. con una dose di amor proprio e di orgoglio molto s piccata. la lib ertà interiore. Si veda a che punto è relegato il pi acere. molte famiglie hanno sacrifica to tutti i loro membri. ma non può sfuggire a nessuno questa attitudine del calabrese al sacrificio. Tutte le rovine familiari e individuali della Calabria dipendono dallo sganciame nto della vita familiare e da questa struttura. e forse neppure tanto dolorosa dacché una tradizione antica ha segnato nel cuo re di ognuno questo potere. Preti. la personalità. la storia di tante ascensioni dalla vita popolare all'attività civile in Calabria è piena di drammi inauditi. strano in un popolo d i virtù tanto primitive. in genere il più piccolo. intraprendente. avendo già dato la metà della loro vita alla creazione dell'opera patern a.le conseguenze. l'arruolamento set tennale. un intellettuale. Tanto più grave in quanto il calabrese è di sua natura m obile. non si è ancora sviluppato il senso dell'iniziativa individuale e del rischio per sonale. e già predestinato. Nelle famiglie povere dove il padre non può arrivare a compiere l'oper a di elevazione familiare. per tirare fuori da uno dei figli. O meglio. e in molti luoghi a uno che chieda la figlia minore d'una famiglia. I maggiori uomini della Calabria portarono sempre in sé qu esto avvertimento: un Abate Gioacchino. il padre ris ponde offrendo la maggiore. Per maturare un figlio che diventi avvocato o medico o prete. l'uomo considerato come partecipe d ella responsabilità familiare e del suo ordine. la nessuna servilità. il contributo finanziario per i dieci o dodici anni della durata degli studi. Sarà in alcuni strati la corsa verso l'impiego e il funzionarismo. Questi fatti possono parere terribili a chi li considera senza l'animo del lu ogo. hanno affrontato l'emigrazione. virile. È un paese questo dove la dignità. Ma questo gli basta per spingersi nella vita. L'uomo che entra in una famiglia è considerato subito un soldato e un difen sore di essa. l'emigrazione aveva rivelato che il calabrese può diventare anche u n uomo moderno. essendo d'altra parte i calabres i eccessivi per natura e capaci delle passioni più sfrenate. carabinieri. sono le molle dell'esistenza. Si pensi che umanità pr eziosa si può cavare da gente siffatta. ha stabilito la sua condizione. Il figlio rimane legato alla ca sa fino a quando non siano in porto i fratelli o non si siano sposate le sorelle . e di fronte a un altro impegno per il resto dei loro anni. e dei giovani sulle soglie della vita si sono privati di tutto. o partire soldato. in alcune famiglie numerose. rappresentano il riscatto di famiglie che non hanno altro mezzo per salire e migliorare la propria condizione se non mett endosi sotto le ali dei grandi poteri costitutivi. un Campanella . dividendo con la famiglia paterna il salario e lo stipendio. e non per sé. aiutato d a ognuno dei suoi fratelli. In molti casi. per ordine di età. né si è abolito il concetto della differenza tra impiego di tavolino e mesti ere. un San Francesco da Paola. il padre ha imposto a tutti gli altri figli sacrifici di anni. dalla semplice sigaretta all'amore.

e d'autunno la creta molle per farci le sta tuine. e poi le ciambelle e i dolci delle feste. dai fiori: le castagne. un bambino era rimasto nella chiesa vuota. f anno un pubblico turbolento che si aggrappa alla balaustra. ed è tutto un esclamare vago e diffuso. di richiam i e di canti. piccolo come possono essere piccoli i bambi ni già vestiti da adulti. Sono tornato in Calabria dopo molti anni. mediterranea e interna. sotto il cie lo di cristallo che prolunga la sera indefinitamente in una chiarità di altri mond i lontani nel firmamento. La sua preghiera consist eva nel guardare tutto all'intorno. Ne ho visto uno che a dodici anni portava un paio di pantaloni con due bande scarlatte. Per poco essa è so spesa in quella stagione sublime. È il tempo che bisogna visitarla. e si appiatta dappertutto per assistere da vicino ai misteri che si celebrano. le preghiere mormorate. e tra un colore e l'altro quello della terra ora grigio. e dice che si farà carabiniere. e poi gli oleandri. f orti gli uomini. tutto è grande e maestoso. come su un'onda della radio. d'un colore che nulla in torno ha. varia . una intera frase arriva ai vostri orecchi. poiché è di maggio. accanto ad esse è la madre nera cosparsa di rughe che registrano sul s uo viso i dolori sofferti. le parole dette. Mi domando che cosa si tirerebbe fuori da ta nte e così ardenti vocazioni se questi ragazzi vedessero altri aspetti della vita e della conquista umana. Il lino azzurro fa laghi di gemma nei campi. nel vecchio e scabro abitato: il colore ielle cose nuove della natura. e poi tut ta la gamma dei verdi. i simboli e le immagini. di suoni e di voci. queste cose non si ve dono altro che in chiesa nei poveri villaggi calabresi: in chiesa è la calma e la pace e il lusso dovuto alle cose divine. i piedini nuovi e paffuti come le sue mani giunte. orientale e boreale. intatta. Ho riveduto le ragazze nuove di quest'anno. Per questi due mesi l'anno. ella si le va con la sua bellezza ignara e gli occhi sereni. di impersonare la missione dell'uom o nel viaggio verso la giustizia. di scampanii di pecore. di solenne. dai frutti. Terminata la cerimonia in chiesa. dei co lchici. Sta va inginocchiato dietro un pilastro. La ragazza è appena nuova. da quello colore della muffa a quello gemmante come il mu sco. le zagare: l'aria è un profumo fluido che s i respira come un'atmosfera sensibile. A tratti. Qui i ragazzi percorrono gloriosamente le feste e le stagioni. i loro giocattoli sono d ipendenti dalla natura. ora color della fe ccia. di superiore all'uomo. del croco. ora giallo e bianco abbagliante. in un'eterna felicità di voci umane. Fuori è un mucchio di stracci. le noci. nella stagione che dura sessanta o settanta giorni. hanno la natura per trastullo fantasioso. la gerarchia. e ho riveduto queste eterne cose. e i fiori posati da vanti alle immagini. L'aria è trasparente e sonora. è la coabita zione con gli animali. Se dappertut to l'infanzia e l'adolescenza sono la primavera del mondo. Qualcuno ha visto i segni della forza e della potenza nei carabinieri. non si sa di dove. in paesi come questi formano la stagione incantata. chi parla è come se mettesse inavverti tamente la mano sul tasto pronto di un organo. e dagli stracci. e poi la fioritura degli asfodeli. simili a quelli di tutta la be llezza e la gioventù del mondo dove che sia. striscia fino ai pie di dell'altare. Tutto è bello. le nocciole . l'ordine. sedute sulla soglia d ella porta. dalle tane oscure. È uno dei fenomeni più incantati della Calabria. il trifoglio che in Calabria è sgargiante copre di colore granato i poggi.i abbracciare le grandi idee di abnegazione. perciò tutto è popolato. Qui intuiscono qualcosa di alto. Così sono maturati fra noi i mi gliori uomini. belle le donne. e le donne tornano dai campi la sera con un mazzolino di fiori per la Madonna vestita di azzurro con una parrucca d'oro sot to la corona grande. coi piedini nudi non ancora appiattiti dal troppo cammin are. e l'universo considera to come una sola famiglia. Poss o immaginare che il ragazzo rimasto solitario nella chiesa vuota nutra chissà qual e inconscia vocazione verso le cose alte e nobili. tras mette a distanze enormi i rumori e i suoni. I ragazzi sono la maggioranza dei frequentatori nelle chiese. La primavera è allo stesso modo sospesa sulla Calabria intera. tutta la mob ilità meridionale è fissata in queste rughe come i moti della terra sull'intrico di linee dei sismografi. e tuttavia i ragazzi sono belli e sani. e poi la canna quando è verde. Saranno . dei germogli delle piante e delle foglie tenere della lattuga. la terra più se vera e più scabra che sia in Italia sorride. l'olean dro quando si scorteccia facilmente.

qui in Provenza la gente vive sulla strada. Questo spiega pure il carattere dei calabres i. con la luce che si affaccia alle finestre vuote dai tetti sprofondati. primitivo e raffinato. la Calabria impervia per cui era un mistero quello che si trovava dall'altra parte delle sue montagn e o nei suoi altopiani solenni. e la loro antica t radizione monacale. dal Delfin ato. La Provenza è vecchia come la Grecia e l'Italia. Ho ritrovato la mia terra più bella di quanto non sospettassi io stesso. le fioriture enormi di certi poggi. suscettibile di ogni perfez ionamento. questo appare proprio un altro mondo. mercantili e civili della cost a. e in due o tre ore. qui la natura è capric ciosa. appaiono il cipresso e l'olivo. qualcosa rende più vivaci: siamo in Provenza. col suo colore di terra antica fr a i colli digradanti dal balzo abissale dei monti. Non si tratta soltanto di alcuni richiami evidenti. i fiumi si fanno torrenti e si manifesta la lotta contro i venti e contro le acque. Conoscevo la Calabria che si percorreva a piedi o sul mulo. le torri diru te. parla animatament e. è carica di parole. di natura. Da Rouen a Bourges la s toria locale è chiara: all'epoca delle chiese gotiche e del castello feudale succe . e spiega molta storia calabrese dibattuta di continuo fra le stirpi indigene dell'interno e i popoli nuovi. come spiega le fero ci passioni e insieme il discettare più filosofico e cavilloso. in terra fra la nev e aveva bucato il croco violetto e azzurro. le b orgate e le città pingui in una terra ben grassa dove la vite a ceppaia è grossa e n occhiuta come da noi un arbusto. patriarcale e avventuroso. vecchia. e tutta l'aria si mette in moto mentre il lume bianco del sole vibra di questi messaggi. sveglie. e la sua vecchia consunta sponda greca dell'Jonio. per sentirla allargarsi e diffondersi. Dopo tre ore mi r itrovavo sulla spiaggia calda del mare fra lo scampanio dei greggi e le loro sch iere ordinate che andavano brucando in fila e avanzando compatte le erbe magre d ella spiaggia e l'arsenico. tra i castagni ancora spogli e irti come piume di aspri sui dorsi delle montagne. come a molti di noi nell'infanzia appariva ancora insupe rabile. i castelli abbandonati. e per un occhio come quello dell'italiano. dovette appari re a quel tempo enorme. le rocche medievali sugli sproni dei monti. eccessiva. la piana si anima di fattorie e di armenti c on un senso di presepe. Avev o trovato la neve nella Sila. sarà l'aria lieve e pronta. vigorose nella mollezza dell'aria. Questo mutamento di clim a. Ora la Calabria si può percorrere in lungo e in la rgo con le strade tra le più belle d'Italia. LA PROVENZA "INTRODUZIONE ALL'ITALIA" I vecchi libri dei viaggiatori francesi parlano della Provenza come d'una introd uzione all'Italia. le crete aride. di paesaggio. Scendendo lungo il corso del Rodano. L'impressione è di trovarsi in una delle provincie del Mediterraneo. come i ri cordi della vita pubblica romana in tutte le città della Provenza. il cielo si apre. l'aria diventa più vibrata e viva. cioè rifatta dagli elementi. Si può pro vare a pronunziare una frase a voce discretamente bassa. Ci si trova in una regione combattuta dagli elementi e difesa dagli uomini. tenuta a bada dall'uomo che ad essa adatta la sua abitazione c ol patio e il suo campo difeso da cipressi in fila uniti come canne d'organo. coi suoi altipiani interni che paiono d'una co ntrada boreale d'Europa. Su ll'Altipiano Centrale la foresta è ancora druidica. dalla storia e dagli uomini. L'abitato rustico prende l'individualità propria di questa sponda del Mediterran eo. è un fatto unico nell'Italia che p ure è tanto prodigiosa.le sue montagne ad amplificare e armonizzare le voci. Nessuno sa che sia. si sent e il mare. i paesi disertati sui colli franosi. Una distanza di continenti. Prima di scoprire l'archeologia delle città provenzali si scoprirà l'antichità della terra di Provenza. quelle che vanno da Atene a Barcellona . Lassù i fiumi sono contenuti in una terra sicura e qua straripano. Si stendeva infinitamente quella sponda greca che da Crotone si prolunga fino al Capo Spartivento. di pochi figli. e la viola alpina. fra tribù pastorali e greci. La n eve andava ricamando sui rami e sulle gemme i suoi merletti. La distanza che oggi in auto è breve. Ma la gente si chiama da poggio a poggio. La massa della Francia fino al Rodano è compatta come la configurazione del suolo. A chi scende dal Borbonese. riservata. abituato naturalmente a distinguere le età della terra. e le città raccolte. si camminava in un bosco profondo di abeti. è nuova. di ogni slancio verso l'inconoscibile e il cielo. dalla Borgogna e dell'Alvernia. Lassù la vita è chiusa. l'abitato rustico scarso. Le voci sono pronte.

arriva difficilmente all'universale. Così l'intelligenza provenzale. fosse la Convenzione o Napoleone. senza asprezza e col ritmo di un epigramma. di amore dell'assoluto. Unitaria ma federalista. Ma della Provenza si pot rebbe dire che è un'Italia andata a male. si radunano volentieri. e con più accanimento i vecchi. gli uomini coi ragazzi sulle spalle. Gelosi delle tradizioni locali. l'acqua corre a ncora in quelle piscine adattate a fontane.dono secoli di vita accentrata che impoveriscono i focolai di civiltà locale. i provenzali tutte le volte che hanno avuto da dire nell'arte e . le fiere. ed è ancora quell'acqua della sorgente cui Nîmes deve il suo nome e intorno a cui fu fondata la città. senso profondo della propria civiltà e non in quanto cucina abitudini e usi. La foga e l'estrema s ecchezza. se nza declamare. Ma non ho mai ascoltato un brontolare più vivo di quello che nei giardini di Nîmes fac eva un vecchio provenzale seduto davanti a un bicchiere d'assenzio. Venezia. le feste. e dove l'individualismo spinge all'invidia. Ora. i balli popolari e i fuochi d'artificio. La Provenza al carattere e all'aspetto è tutta nei suoi uomini : Mirabeau e Thiers. tre suoi foglietti pieni di fr izzi in cui si prendeva gioco delle squisitezze parigine. Perciò essa prese l'iniziativa di tanti rivolgimenti francesi e si oppose poi ai loro eccessi. Di questo anche noi italiani sappiamo qualche cosa. E tuttavia è una r iserva per la Francia. perché universalità è tipicità. quella che serba più vivi certi caratteri di cavalleria. ma co me animo e ingegno. colui che legg eva quei fogli mi pareva senza età come quell'acqua. Poiché lungo il corso del Rodano en trarono in Francia la cultura greco-romana e il Cristianesimo. i suoi uomini fanno una macchia d'olio nell a vita francese. e anche della sua disgregazione. Daumier e Cézanne. poi fino a oggi di autonomia provenzale. i suoi pensieri forbiti e acu minati sembravano di qualche antico nel chiacchiericcio del Foro o del Pecile. dove non riuscì né il feudalesimo né il principato. poiché la popolazio ne è greco-romana e ligure. chius a tra le sue mura. un'Italia mal sortita. il più recente è Charles Maurras. È l'unico popolo che possa dare l'immagine di quello che fu il ciarliero popol o ateniese coronato di cicale. né il C omune né la Signoria. ha caratteri così contrastanti da irritare quelli che non capendoli li trovano tortuosi e pieni di "combinazion i". Però la Provenza rappresentò la borghesia del vecchio regime oppressa dal feudalismo celta e sempre in lotta con lo strapotere della Capitale e diffidente del poter e centrale. La Provenza si stacca da tutto il complesso francese. parla fino al Cinquec ento di Nazione Provenzale. né il Papa né la repubblica. essa ha serbato quello che per Renan è il senso dominant e del Cristianesimo. le don ne coi bimbi in braccio. Alla fine. un eccesso di sensibilità". la personalità alla disgregazione del sentimento civico e nazionale. Si possono dividere i popoli in antichi e moderni a seconda che hanno tempo per parlare di cose che non portano utile. i provenzali sono facili a imbastardire nel feti cismo delle mode straniere che ha poi per suo contrapposto il senso dell'avventu ra e del cercar mondo anche proprio di loro. Egli lesse p acatamente a un gruppo d'amici che si trovavano là. Ebbe la lotta civile ma no n la prosperità civile. L'insegna della Pr ovenza è la famosa cicala ciarliera. proprio l'unità darà un carattere alle città provenza li: il Cinquecento e il Settecento. "la rivalsa delle parti inferiori dell'umanità sulle superior i. né Roma né Atene. Zola e Vauvenargues. Detestano il pariginismo che pesa tanto sulla Francia intera. incapace di obbedire senza brontolare. ha una stor ia comunale per quanto il comunalismo non vi abbia recato che frutti amari e nie nte che regga al paragone di Siena. Che siano le lotte di tori nelle vecchie arene romane ancora frequentate. Per conto loro. un'Italia in cara tteri minuscoli e domestici. Firenze. non fiorirono Comuni né Signorie che resero tempestosa ma avventurata e profonda l'Ita lia. parlano della loro terra come d'un mondo nella nazione. I provenzali parlano volentieri. della moda e dei misteri della fama. dell'intellettualismo e dell'arrivismo. I fr ancesi hanno in compenso gratificato la Provenza d'una stima assai modesta. costruito nel Settecento su terme romane. Leggeva stando seduto. "Lou solèu mi fai canta": il sole mi fa cantare . hanno bisogno di animars i e di crearsi uno scopo alla loro animazione. Quel luogo dei giardi ni di Nîmes è assai bello. I provenzali sono irrimediabilmente antic hi. E allora si vedono le numerose famiglie provenzali. I pr ovenzali. dove tutti vogliono comandare. è sensuale pagana e cristiana.

una regione che ricorda la Maremma e il Basso Po. ma il gran teatro di Grange. ma la Provenza è Roma. È ancora un riflesso del mondo antic o riconoscere la patria in una sommità. quando confrontano i monumenti rom ani di Provenza. su cui si fis sarono sempre gli occhi dell'uomo. giovane come le stagioni. come a Arles. grigio su grigio. E al trettanti ne ha la Provenza. Arles. Inso mma. e in definitiva rinascimentali: Parigi s arà Atene. il Mont Saint Michel o il P uy de Dôme. Sentirete parlare in Francia di alcune sommità famose. . là stepposo. sulla strada che percorse Cesare. di stendere i piani. poiché la Francia s i riconosce celta e nordica: Mistral è ancora un trovatore. s egnano la strada romana. come qui. come a Grange. da qui. Roma è presente ma molto lontana. Il paese sul colle ha un'aria nostrana. più in qua. e mai come a Roma. Nessuno sa in che consista il loro fascino. naturale e senza scopo. il Soratte o il Vesuvio. popolato di pastori. non è altrove. sulle Basse Alpi. nella Crau. forse i monti sono i profili e le facce della terra. germinato da quella durezza. le Alpi Apuane o i Colli Eug anei. lo ntana quanto la vecchia strada che dal Foro partiva. i colli. sul colle tagliato con la liscia parete della cava. o del semplice colle di Montmartre. I fi umi che hanno creato questo paesaggio. una specie di i nfinito della terra come sanno combinarne i fiumi impetuosi alle loro foci. l'una sfonda nell'intellettualismo e nel metafisic o cui adatta male l'opposizione tra internazionale e nazione. e hanno l'eternità dei secoli. Un fatto colpisce parlando coi provenzali. nel giro d'una cos ta. qualcuno rifugi ato su un cocuzzolo. ricordano soltanto la Provenza. nel profilo d'un monte. ce n'è. verso settentrione. colore di scavo romano. per simpatia della pietra. quest'altra è fantas tica e umana. bisognerà girare molto in Franci a per ritrovare un aspetto simile. il Falero e l'Olimpo. cui legare la nostalgia e la gioia del ritorno. è la veduta della piana di Avignone c oi suoi cipressi stretti come nel fondo del quadro tizianesco della Venere del P rado. Perciò la sua storia è sconclusionata. diventano cav e di pietra. nella Francia centrale. intatti quasi come sono spesso intatti i monumenti romani in Provenza. vecchia e ossificata come i secoli. come là. il paese fatto di piet ra è come se vi fosse nato da solo. e i Greci quando vedevano quel lembo di terra brucia to del Palerò tremavano nel cuore.nella vita francese l'hanno richiamata a certi termini latini. A Saint Remy. Così l'A lyscamps di Arles ricorda la via Appia. e sulla via di quell'inva sione ricorda anch'esso l'Italia. e non è altrove l'Acquedotto romano sul Gard . come è sempre la bellezza. Il magro profilo delle Basse Alpi ha lo stesso senso delle Alpi Liguri. il Tempio della Fortuna Virile a Roma. un'edicola dedicata alla famiglia di Augusto e u n Arco. questa pietra servì sempre a costruire i paesi sui colli aspri e denu dati. sotto altri cicli. e in una natura simile a quella della campagna piemontese. solo che sono più gracili e solitarie nella pianura. la Casa Quadrata di Nîmes. in cui è mescolato il senso della campagna toscana ma come distesa su un più largo spazio. Grecia e Italia hanno cento di questi profili p er riconoscerli di lontano. Cézanne ripropone alla p ittura francese i grandi temi classici. come a Nîmes. Più a occidente. verso i Baux. ha il sentimento della patria locale nella patria grande. La Provenza ha q uesti volti e i caratteri della bellezza antica. contro il vento che qui si chiama mistral e che arriva sulle coste settent rionali del Tirreno dove si chiamerà Provenza. di qua passava per prendere il nome della provincia seguente. In questo non ci può che la natura col suo modo di atteggiare i monti. Questo è il patriottismo. paludoso. Ma anche per questo è un freno agli eccessi delle ideologie francesi. e una natura sottile come quella del Mediterraneo lavorata dalle piogge dai vent i e dal mare. di montoni e di tori. Dall'altro versante è la Camarga. quella che si ritroverà poi a passare sotto gli Archi di Nîmes e di Grange. La bellezza d'una terra è qualcosa di spontaneo e sen za ragione. così la porta di Nîmes si chiama Porta di Spagna. ed è che essi discorrono delle loro ves tigia romane senza nessun riferimento a Roma. qua prospero e ordinato. confusa col mare. E a un certo punto leva i l suo viso colore di terra. so no la Duranza e il Rodano. "il più bel muro del mio regn o" come lo chiamò Re Sole. il paese diviene più arido e selvaggio. allontanandosi come echi sempre più fievoli. hanno il profilo d'un parente o d'un amico. arido. Perciò la Provenza è cronicamente inquieta. Si ritrova spesso il ritmo di certe visioni romane come di ricordi che sorprendono a distanza.

non soltanto i nomi iscritti tra le panoplie sono gallici con una terminazione in us e in osus. C'è una bellezza per tutti e fiori per tutti. lungo i recinti delle ville. più tardi avranno i c apelli vivi dei ragazzi. ma ora l'aria è della stessa temperatura del corpo umano. E perciò si guar dano i bambini che hanno le mani semichiuse. prendeva il colore dei luoghi. Sono i ricordi d'un'abitazione preistorica. Se sentite gli innamorati lungo le spallette dei fiumi. ma libere e autonome. ESTATE IN ITALIA Giugno è il mese che si vedono molti bambini. Siccome l'aria è buona. È un mese sano. Ci si ferma per istrada. quell o che ha detto uno che non si conosce. fra poco farà caldo. Voglio dire che una certa eleganza in qualche modo speciosa e fragile d ell'architettura francese è già nell'architettura romana in terra di Provenza. e nella pianura vasta fin o al mare sembra che di qui qualcuno abbia spiccato il volo lasciando la sua orm a. libera e chiara. insomma una b estialità di tutta la natura. come si pens a che il cielo è trasparente e come si guardano i fiori. il corpo umano fiorisce. gli operai non avevano fatto in tempo a terminarlo . sembra naturale accostare le altre p ersone nella luce nitida. È lo stesso per i bambini. Niente l'offende come non offende i fiori. Ma i f iori sono troppo grevi diggià. Una parte di quest'arco non è f inita. Così si capisc e che i frutti (i pomi. ma una grazia semplice e devota essa può stare nel bicchiere della casa quieta o in chiesa. amici miei. perfino il Tevere. questo è un ricordo vivo del mo ndo romano quale appariva e come pensava. come era solita del resto in tutto i l mondo. E il ricordo più vivo è nell'Arco di Augusto a Nîmes. Quando i bambini sono così. poi non lo terminarono mai più. che crescon o ritti come il fieno dopo la falciatura. una frase appena udita. naturale. e non siamo al distac co dell'estate. E anche l'arte romana qui. e si domanda qu anto tempo hanno i bambini. ma semplice bestialità. e di ridire quello che si vede. parlano di cose semplici: è il piacere di dire cose umane. si capisce senza neppure esser troppo pratici quanto tempo hanno. le genti lontane la ri cordano col mondo nel pugno. ed era il mese scorso quell'altro tempo in cui venivano alle labbra domande com e queste: "Mi vuoi bene? Mi ami? Sempre?". Roma è distante venti secoli. Anche per le rose c'è una bellezza buona e familiare. Non siamo ancora al tempo che le donn e piangono e gli uomini diventano bruschi con l'inquietudine della vastità estiva. disposte in modo animato sembrano un f ocolare abbandonato. Ma diciamo un po' come li portano le l . È un tempo di mezzo. Dal vello che copre la loro testina . i floridi e vegetali capelli dell'infanzia. È un tempo raro nell'anno. perfino i nostri. Ma i visi umani hanno il colore di quando si specchiano in una bell'acqua. ma qualche elemento che si potrebb e dire neoclassico in confronto al classicismo è già qui come sarà poi in tutti i rito rni neoclassici francesi. Come in un ambiente favore vole. senza suscitare pensieri p rofani né significati nascosti. le mandorle) sono ancora immaturi sotto la calugine e la peluria che li copre. una belle zza non più vana come è solitamente della rosa. sono troppo grandi e maturi. Il segno più antico della Provenza si trova in Camarga. una memoria lontana. un gesto. È passata l'inquietudine della primavera. fra noi. li portano fuor i. resti d'un lastrico che forma quasi un'impronta di passi su l deserto. Bisogna pensare che pure i fiumi più torbidi diventano verdi. Hanno tanti capelli sulla testa che fanno meravigliare. senza mutar e struttura. E gli occhi delle creature d iventano chiari. Non s oltanto le figure che ornano gli archi di trionfo sono di Galli coi baffi appesi sotto il naso e i pantaloni. poche pietre nella maremma. Ieri era ancora troppo fresco. Tutti sembrano ricordare d'improvviso qualche cosa di urgente. Quando Augusto vi passò. Ma stavo parlando dei bambini. rigoglioso. e per questo ridiamo. non hanno più di tre o quattro mesi. poiché il tempo è buono. tra la Maddalena e il Palazzo Borbone e le ville versa gliesi. un ricordo di quando non ci si conosceva tra amanti. in nessun'altra stagione dell'anno si fanno queste c ose. e perciò non c'è niente di male a guardare un bambino port ato in braccio dalla madre. Siamo in un mese tranquillo in cui si sta bene insieme. Risalendo da Arles verso l e Basse Alpi.Nei discorsi dei provenzali. perché ricordano appunto queste cose. e non è altro che l'aspetto di un viso. e guardare la madre pensando che è bella. e anche il vello sfr angiato delle bestie piccole e il piumaggio degli uccelli da nido.

No. O sono occupati a distruggere qualche cosa. all'umore delle piante.. quasi non vole va vedere. E una volta. un mese realistico. l'inverno che chiude. pen sano alla gioventù infinita e alle sempre stesse parole. hanno i l viso veramente nudo. Si pensa che sia festa. e lo sanno soltanto loro. vedono le pe rsone. voci arrivavano e canti. forse un angolo minuscolo e ordinato della natura. nessuno immagina dove si portano. E la madre appartiene a loro. È un modo italiano quello che dice "Chi mangia solo si strozza". e invece la festa è tutta nel la luce. e son tutte del colore del loro seno. non si capisce poterla gode re da soli. Questo è un mese senz'ombra. Si sta tranquilli come in seno alla natura qua ndo tutto opera per suo conto e non c'è niente di male. O stretti con un braccio sul seno. Guardava malvolentieri. vedono gli altri bambini. grande. E ora nuove schi ere di altre donne camminano sotto gli alberi. Se nessuno fa lor o attenzione. Quelle di ie ri passano col piccino appena impastato. ma accanto a loro non si può pensare a male. Essi sentono certo la madre. Aveva quarantenni e non era mai stato a Sorrento. su una mano quando sono fasciati. si pensa alla vita Non si possono dire belle.oro madri. un mese sano. Fanno pensare al latte s correvole. hanno gli stessi sguardi come se niente al mondo avesse importanza che quello sguardo fisso.. un mese non romantico. Ma i piccoli appartengono ancora alla madre. si pensa che v errà l'autunno che riavvicina. Questo è un segreto della nostra vita. Ora ci andava perché era obbligato. Vedono la strada. "Ma tu m'avevi detto.. nei viali sol itari e nelle ville non si sente altro.". ed era napoletano. Il mare era bello. E vedono i ragazzi grandi che si cominciano a o rientare nel mondo. Si portano i ra gazzi perfino nel chiasso dell'osteria. Luglio è il mese che separa le persone. niente altro che per prendere l'offensiva. Gli pareva troppo bello pe r un uomo solo che non poteva offrire queste cose a nessun altro.. vi buttano in faccia una manata di polvere. Chi pensa alla bellezza? Si rasentano come si ra senta il forno del nostro pane. Ricordo una giovane madre di campagna che fu invita ta a un gran pranzo. Nessuno di noi può godere nulla senza pensare a casa sua. andando su una nave a Sorrento. calme e paghe. Ci si sente animali. e soltanto noi lo possiamo capir e. ella si fida di noi senza timore che gli si faccia male. il campo del nostro grano. si stringeva sotto la grondaia al suo uomo nella pioggia di primavera. al nostro paese. Soltanto noi sappiamo parlare a una donna col suo bambino. il cielo grande. e le donne sdraiate a prua facevano pe nsare soltanto alla felicità. e i marmocchi stanno a guardare coi loro occhi incerti. Mi disse che non era stato mai a Sorrento. feci conoscenza con un piccolo uomo vest ito di nero che guardava il mare sospirando. "Ma ti giuro c he non l'ho più veduto. con un'aria di appr endisti. Il primo istinto è offensivo e aggressivo. Questo. le barche carich e di gente felice navigavano leggere. le sono legati. Ci se ne accorge in città dove già alla fine d i giugno gl'innamorati hanno cominciato a disputarsi e a leticare. una t ana di formiche o un cespuglio. e sotto di loro si scorgeva l'acqua profon damente limpida. Non giova neppure all'arc . Se si pensa che ancora due anni fa ella v olava come le sue compagne. è un mod o nostro di godere il mondo. stanno curve sulle spallette del fiume abbracciate al loro uomo. curvi sul braccio come su un balcone. Che significa questa grande uscita dei ragazzi? E portarli fuori in questo modo. nessuno lo può capir e altro che noi. guardano l'acqua che corre. che è bella perché ha un bambino e per questo anche è in pace. tutto si accomoda. che perfino gli uomini se li caricano in braccio? Partono famiglie intere e vagano nell'aria saporita. piangeva. non era mai stat o a Sorrento." Superato questo mese. noi soli possiamo sentirle come si sente l'aria di casa nostra e le voci famili ari. Il piccolo uomo vestito di nero guardava assorto. e non s iamo altro che istinto. la vigna con le fogli e spante sul grappolo che matura. È tutta una q uestione di clima. e non poteva andare in un luogo bello da ved ere senza i suoi bambini. e siccome la roba era buona si mise quasi a piangere e non voleva mangiare perché non poteva far saggiare la roba al suo bambino. Se apriamo con un dito la mano al piccino. Perché aveva i bambini. quando gli animali sono buoni. Abituati alla bellezza del mondo. rideva. col ventre pieno di amore. gente dei paesi della luce. e questo è il primo sveg liarsi dell'uomo giovane e nuovo. come se fossero appiccicati al ramo e come si vede nelle statue della Madonna. Quando vengono di queste grandi indulgenze plenarie fra di noi.

e l'uomo conta il suo raccolto come riepiloga i suoi pensieri. s ono come essa trasparenti. Qualcuno. al più lieve tonfo scattano fuggendo a raggiera. uomo o animale. col brivido del meriggio. il rosicchiare. Forse è questo il mese in cui si prendono le fotografie per le cart oline illustrate delle città. Soltanto verso sera. fa suonare e imbaldanzire le foglie. gli alberi dell'estate si levano reali e carichi di frutti sui campi mietuti . di quelle che vanno lungo i lidi a raccogliere i frutti di mare. In altri tempi. quando il sole è sull'orizzonte e fa una luce radente sulla terra. delle cartoline illustrate.hitettura: i più bei monumenti. assorte. i fiori dei prati. e il canto nuovo degli uccelli che hanno abbandonato il nido. come gli animali docili in uno slancio di amore verso il padrone: stan no immobili. C'è qualcosa di occulto che passa fra terra e cielo. non si sa come. più realistica e umana l'arte. perché proprio di questo mese si formano i nuovi branchi dei pesc i e degli uccelli. Questo è un mese ch e rende vasti gli orizzonti. e tra poco si sentirà lo squit tio delle volpi. Dalla pr imavera brulicante di piante e di creature. a tante ma ni quante foglie passano sul mondo. si scorgono gli oggetti più lo ntani. ma anc he gli uomini. Nei mari le nuove famiglie dei pesci si accostano all'acqua tepida delle rive. dei mietito ri che partono lontano. l'ombra torna a modellare le facciate e le cattedrali. È l'ora in cui si pensa all'eternità dei g iorni. irrompe nelle botteghe piene d'ombra odorosa di merci come del ricordo di un mondo che f u natura. forse è proprio questa la stagione in cui. buono alla terra. un vento fresco corre a scuotere quella immobi lità. le città mostrano ugualmente le loro strade profonde fiancheggiate di chiara ombra. e i passanti vestiti di chiaro. come di chi fora la carta con uno spillo. da Stoccolm a a Palermo. Non soltanto albero per albero e foglia per foglia sono netti nella luce. gonfiare le vele. del r iccio nei boschi. che dove la luce è più grande l'uomo è più solitario e più suo. con tutte le loro foglie. dalle città di maggio e di giugno dove la sera pare che a torme gli uomini vadano con passo lieve incontro alla gioia. agita le tende e fa ondeggiare le vesti. È la grande ora. i papaveri. di questa stagione emigravano i popoli. tra il rombo esaltato delle macchine e le voci dritte come voli nell'aria legge ra. le più belle facciate. più chiari e dritti anche i pensieri. Si distingue foglia per foglia sugli alberi. come se bevessero o fossero bevute dal sole. crede di sentir passare furtivamente e senza las ciar traccia né impronta. una sazietà di tutta la terra. con tutto il lor o essere. una visione aspettata da tempo o una preda. È una breve sosta. Le vele sembrano ingi nocchiate. poiché mai il cielo è. di questo mese. Ma non soltanto di questa solitudine nella luce io voglio parlare. sulle colonne istoriate e sui monumenti si legge fino all'ultimo bassoril ievo nel più alto rocchio e nella più alta cuspide: si pensa all'infinito lavoro del la natura e degli uomini. Un nuo vo ciclo della creazione anima l'universo. Si sa che la luce isola l'uomo. la stagione ferma e lontana come una memoria di breve viaggio. Gli animali messi in allarme inse guono con gli occhi la preda invisibile. Le piante si tendono verso l'alto. negl i uomini intenti al lavoro dei campi: è la solitudine dell'opera compiuta. Tutto il creato si ricorda della natura e anche i colori artificiali delle vesti sple ndono ricordando i mari. palazzi e cattedrali. di tutti gli animali del creato. Alla stessa ora. Se non si conosce all'alba il passare a frotte delle persone che vanno a spigola re. le piante e i fiori stregati dal sole come le donne e gli uomini sull e spiagge. ripo pola le chiome degli alberi di quel mistero che fa rimpiangere la terra e la gio ia della luce come se si fossero perdute. sui piani e sui mari. un moto che invita a inseguirl o. mentre i frutti sono appesi agli albe ri. Esiste una separazione nella luce e nella natura. grandi le strade: è un mese che più volte ha aperto le . in qualche recesso profondo o in qualche solitudine aperta. Voglio dire della solitudine che è nella natura. la terra sia divenuta gr ande e avventurosa. ed è simile al rombo del mare che si riode nelle conchiglie vuote. più disti nti gli alberi e l'architettura più ordinata. Verso mezzogiorno si può sorprendere un aspetto di questo mister o. fugg endo i cattivi raccolti e andando incontro a terre più propizie. Dal profondo dei boschi. sotto q uesta luce impiccioliscono si scopre quanto sia grande la loro vecchiaia calcina ta dai secoli. quel sommoversi del ve nto percorre le vie della città. a quelli che furono e a quelli che saranno. come ora.

sorpassato i l promontorio. Uno di quei compagni. Credo che mentalmente egli calcol asse le ore da rischiarare nella sua isola. due scogli bianchi e aguzzi fra l'impetuosa corrente del canale. poi. il cielo si aprì e il mare apparve nero come il catrame e corruccia to. l'arcipelago si parò nel fondo. a guardare il deserto mare schiumoso sotto il maestrale e le isole in fondo ferme e nette sulle onde incerte. Terra sempre nuova e da creare. che un nuovo strato si sovrapponga agli altri che si distinguono come coluri di vario colore. presenti. Le aperture fatte nel minerale sono stranamente incorniciate da strati diversi. di pomice bianca sormontata da una montag na bianca bucata regolarmente come un immenso bugno. e per nulla al mondo avrei sottratto alla sua casa la luce d'una di quelle ca ndele comprate con tanta previdenza a Milazzo. come vasi ben costruiti: su di essi battono i costruttori fino a che si ode tuonare la casa armonicamente come un gigantesco vaso di coccio per cosso da nocche mostruose. In una rada di Lipari. Stromboli con la sua bandiera di fumo che segnava la direzione del vento: scirocco. Come spuntato dal mare. facendogli intendere che mai sarei passato da lu i. E pe r tutta la sera smaniò di comprar lumi. considerando tuttavia se stessi. Ai piedi della montagna un gruppo di abitazioni è av volto in una polvere densa. Primo. Gli abitanti delle isole mettono ogni calcolo orrido nell'ordine naturale delle cose. avevo in mente tutt'altre cose che d i andare a fare esplorazioni. Poi. autonoma. tornarla ad amare come l'amano i ragazzi. Non che la terra poss a andare in perdizione. Il bastimento scricchiolava a ogni giro d'elica. Ed è pure questo il tempo per coricarsi sulla terra: ricco o povero. C'erano a poppa due corone di rose e non si potè appurare qual e signore fosse morto nelle isole. lucente. La terra in fermento è un nemico per i futuri e non per i presenti.strade delle guerre. nell'incrinatura. tra cui nulla della vita degli uomini che furono si ritrova. Le isole. traversando gli orti di Milazzo. a picco. con le case fatte di pomice chiuse da tetti piatti. A dest ra si scoprivano alternamente le altre isole: Panaria come una balena boccheggia nte. di Stromboli. Sembra che quella terra viva d'una vita cieca e istintiva. aspettando il treno per Palermo. cocci. si scoprì il cratere di Vulcano. ora denso e lucente come un cristallo. e delle costellazioni avevano la fermezza e la vecchiaia e stupefacenti per questo: ché in esse la vita della terra e degli elementi era domi nante. si fermò a ogni striscia di te rra riconoscendo le piante più familiari e gridandone il nome con entusiasmo. andammo lungo la spiaggia di ponent e. co me in procinto di chiudersi in una terra deserta. lieve. Tra le quattro isole che si vedevano correva quasi un'armon ia di costellazioni. potente o deb ole. una pioggia fitta e sottile irrorava le corone di fiori a poppa. Conobbi in un albergo due abitanti delle isole Eol ie e si cominciò a discorrere. giurò che a rimanere un giorno di più a Milazzo sarebbe mo rto di noia. piantata com'è sugli abissi.m'imbarcai con la stessa inquietudine di chi vada al le isole Fortunate. fiammiferi. avvertire come sale in noi la sua forza tranquilla in cui giacciono i minerali e le acque. al di sopra di ogni traccia della vita degli uomini i quali ad ogni picco sul mare hanno messo immagini sacre in tabernacoli. dopo cena. corrose e sezionate dal mare avevano contorni netti che parevano incrinare il cielo. m'incuriosì quando.pioveva . L'ARCIPELAGO FAVOLOSO A Milazzo. in u na contingenza fuori della legge dei secoli. Mi decisi a chiedergli l'itine rario d'un viaggio nelle Eolie. dalla montagna bianca di pomice si affacciano gli uomini da tutte le finestre scavate nella montagna. frutta. fra cui ve n'è uno ch'è la schiuma della pomice. Il cielo. e il millenario lavoro umano. lastricata di cacti. con le sue case orientali. francobolli. Un omino magro e nervoso. La mattina dopo . quand o il bastimento si mosse. dormirci sopra. Poi improvvisamente. distese una sull'altra. era una striscia tremante e fulgida. Fra la polvere si vedono figure apparire e scomparir . risentire il suo anti co odore. con le sue sette montagne senza riva. questo è il tempo per l'uomo di riprendere contatto con le forze della terra. a sinistra. ma che cambi positura. a picco sul mare che ad ogni spostamento del naviglio parevano alter narsi e cambiare luogo. i semi e le radici. Nel me zzo Lipari. La temono come un padrone che concentra in sé tutti i poteri.

a cavallo dell'asino nero e nano. Il signore dell'isola. la sua terra che non ha scoperto tutti i suoi segreti. un po' di zolfo. Mi sembra di bere le sue fattezze di maga decaduta. trae da tutto quel purgatorio. e risale tingendosi di rosso in un cono perfe tto. bianche di polvere le modanature d elle finestre e delle porte. i davanzali. Ecco. Il padrone di Vulcano risiede a Lipari. con metodi primor diali. Mi accorgo allor a che le grate del pianterreno. si spinge sul mare bluastro come il verderame. poi m . Somigliava a un Bacco tozzo e peloso sino al naso. Arrivammo all'alba con una barchetta da naufraghi. È sua la parte infernale dell'isola. Gli uomini che compiono quella fatica ne tornano laceri e scalzi. Le sue gambe lunghe. Bianchi i letti. dicono davanti a quegli scogli e al mare: "O ggi è mansueto. I balconi di ferro battuto sono crollanti. come da fiori alti e maligni. Come una bestia che appaia di sorpresa. al riparo da quel mondo in fermento.e a capo basso. La terr a scoppia ad ogni passo come premuta da un seme che ha aperto una ferita giallas tra e netta da cui sgorga il soffione. Scende e mi mostra la sua vecchia residenza. impregna gli uomi ni. risecchisce le rare piante intorno. circondata da soffi di va pori di zolfo e di anidride carbonica per tutta l'insenatura d'approdo. Il Ciclope allora m ugola come un cane che sogna. Viene avanti la più giovane. al principio della sua vita: era gialla e appena fatta. mi porgono un boccale di vino. Ovunque la forza delle pr oiezioni vulcaniche sembra di ieri. fra pian te gracili nella palude salmastra. l a villa che ha dovuto abbandonare. per conto suo. Una voce diffusa nelle isole dice che essa ha tracce d'oro. Gli alberelli macerati dal vento. uscita d a un racconto cavalleresco. le sole abitatrici del versan te orientale. che sostengono il cielo come una tenda. quell a che spande sul mare un fetore di idrogeno solforato. hanno quel rapporto stupefacente dell'arte antica. La foresta dei vapori domina l'isola. e io vedo per un attimo il suo viso riflesso nel liq uido odoroso e cocente. il Bacco barcaiolo mi chiama. le mensole dei balconi cadono a pe zzi. Le macine di pietra tritano la pomice che si leva a nuvoli. C'è una parte dell'isola. Io vidi la strada dei miei lu oghi tre anni fa. Il padrone.si possono ricordare i Ciclopi. piccolo in confronto al suo respiro e al suo sign ificato fantastico. addentati dalle mille bocche della foresta dei vapori. che è terra nera. saltellare per la spiaggia. Le sbarre di ferro sono friabili e si frantumano fra le mie mani. La gente scalza che sta nel sole invernale sulla baia di Lipari at tende gli scopritori del tesoro. Davanti agli scogli precipitati in mare . vestito di nero. Qualcuno si affaccia sulla ri va all'approdo del battello ripensando alle felici contrade della terraferma dov e sgorgano le acque limpide e le piante rinverdiscono. e un Ciclope rachitico che schizza sangue da tutti i pori. un Bacco che era stato emigrante in America. rasentando gli scogli percoss i dal mare e fermati in quella positura che è quasi una volontà di movimento. chiuse in certe uose grigi e ed alte si trascinano in terra.e sembra d'udirne il perpetuo fracasso . I due uomini che mi accompagnano. comune alle opere d'arte incompiute e alle terre vulcaniche. Ricordo uno dei barcaioli. fa un vino malinconico ed ha l'unica fonte d'acqua dolce di tutto l'arcipelago. Il padrone perc orre sulla sua asina nera. prender manate di sassi e gittarli da ogni parte g ridando: "Questa è moneta!". penetra dovunque. ma glielo dico io che alle volte fa piangere". sterile. attraverso una stanza terrena soffi a su di me il fiato pestilenziale di una bocca di zolfo. s otto la montagna coperta di lava: i contadini delle isole vicine se la sono spar tita e vanno in barca a guardarsela. e ogni sasso sulla spiaggia fa parte di quel l'ordine violento. e Polifemo accecato e furente. galoppante per la china brulla. La casa ha le finestre aperte ed è disabitata. Poi il terreno sprofonda. IL TEMPO Anche da noi il Governo ha fatto belle e comode strade. LE STRADE. per la china cinerea arriva al trotto. tanto che dapprincipio n on si capì bene se non fosse un lusso straordinario. Tre donne sulla scala esterna d' una casupola. e la popola d'un fruscio perpetuo. le ringhiere. che mi portò a Vulcano . i magr i alberelli di acacia piantati sull'argine ancora sollevato come un solco. quel tal Bacco peloso. da lontano. Allungo la mano verso il cancello.

invece. la stessa velocità è un filo che leg a tutto il creato. davanti a cui si fermavano in argini più folti che mai le piante. è forte. Così la strada cominciò la sua vita. E ancora qualche viandante per l'immensità della valle. sperduto sotto il cielo e insieme disforme e unisono. Era bello. come alla fine d'un'amicizia e d'un amore. a bordo della macchina: la strada che avevo fat to a dorso di mulo le mille volte. e neppure a concepirlo se non come una visione. ora era una successione rapida e irreale. i fiori ch e da noi coprono i luoghi abbandonati. e mettendomi in viaggio mi acc adeva spesso di pensare come è meraviglioso trovarsi in un luogo e dopo tre ore in un altro. spariva. guarda correre. già prendono confidenza con le macchine e senza stupore. creature. i l sentimento dell'universo. ed è mirabile questa f acoltà umana di adattarsi: ogni fatto primitivo è lungi da uomini che hanno vissuto una vita primitiva. Ancora oggi non riesco a concepire bene questo fatto nuovo. l'uomo sulla sua mac china elementare ha conquistato se stesso e il suo potere sulla creazione. e alla fine il dado azzurro dell'autobu s animò di sé il paesaggio. La pres enza degli uomini lungo quel cammino di tre ore mi dava lo stupore della vita. mille gesti sono sorpresi in un attimo. a guardare quella donn a. si fermava. è umano. ai quattro canti della terra. Il tempo diventava davvero un fatto misterioso. Vi passai in au to. Incontrai i viandanti in fila. e ogni cosa stava nel suo alone di luce diver sa. Io arri vai a casa proprio in un baleno. orti. e dall'alto di quel terrapieno della strada scorgevo i sent ieri secolari disegnati da tante orme. e così il mio spostarmi . Tutto questo è grande. il mo ndo antico. la prima volta. da chilometro a chilometro tutto diventava lontano. ma è un sogno impossibile. girava. tanto che nelle mie fantasie puerili sognav o talvolta che tutti gli uomini a un segnale dato si mettessero a gridare o a ca ntare. ma senza occupare il sentiero . e rimane soltanto come nostalgia. Ora. Poi cominciarono i carri. e quelli che erano i misteri della vita lontana e separata diventano il gesto unic o d'un solo grande sforzo vitale. aspetti di e ssa sono un lampo. si annunziava di lontano. Erano venti chilometri di sentieri e facevano tutto un mondo. sono parvenze di viaggio. al coro immenso di sospiri. una mandra. Chi corre vorrebbe fermarsi un attimo solo fr a quelle mura. e chi la percorre ora può avere l'impressione di andar anche troppo piano con la macchina. canti. come alle orig ini della sua invenzione. si entrava d a luogo a luogo nei misteri d'una comunità umana. avevano diversi aspetti da miglio a miglio. sotto quelle piante. Ma per noi che la percorremmo a piedi o a cavallo ogni cosa h a cambiato senso. vorrebbe anch'egli fuggire. discontinua. le automobili. e solo nel mezzo le peste dei viandanti avevano tracciato un vio ttolo. e se si sarebbe udito questo immenso coro fino agli astri. pareva di volare su quella sof fice nube gialla e rosata. Non riuscivo con la fantasia a occupare q uello spazio del viaggio. sembrava di non arrivar mai. Già sui miei monti gli uomini non credono più alle fav ole. la confondevano c on la campagna. e della strada non sapeva nulla. armenti. ortolani: si annunziavano di lontano col loro rumore e odore e colore. era una meraviglia quella cosa semovente. un'impronta incancellabile. opere. i fiori alti si piegavano sotto la macchina con un soave fruscio. quasi il cammino della civiltà. sono nello sforzo umano dei segni dell'ordine e della gerarchia. la strada rotabile. carbona i. il percorso di venti chilometri su cui ogni c osa si presentava gradatamente. milioni di parole. e la facoltà di trovarmi di qua e di là. to rnava a girare. Case. e oggi simultane a. il mondo della natura. fermo. in cui lo spazio e il tempo hanno altro senso cui non ci siamo ancora adattat i del tutto. necessità e vita.e la ricordo di primavera: le erbe e i fiori l'avevano invasa. ieri formata di cose distanti. andava come ero andato io tante volte. l a macchina che corre rompe la solitudine umana. nell'a ria erano segnati quasi i confini. Fu qui che io ebbi l'impressione del tempo e dello spazio. un casolare. io e le cose eravamo presi dalla fretta. Ecco come finisce il mondo classico. Ci vogliono molti anni per cancellare un sentiero su cui sono passati uomini e uomini per trecento anni. a udire quel bambino. né più né meno che se non l'avessero fatta. pensavo alle vite umane più lontane. sul filo di questo ricordo. rumori. Oggi io posso percorrere quella mia strada in venti minuti. Era un lungo viaggio. è il trionfo dell'uomo. chi. animata di favole. i cavalli e i muli in fila sulla viottola. quasi che ieri avessimo tutti fatto un sogno e oggi ci trovi . Potrei percorrere.

sotto la stessa corrente che facev a inclinare le onde e le piante dalla stessa parte e con un solo colore. c ome l'infanzia della terra. degli agrumeti.amo adulti. questa che guarda l 'orologio e dice di soprassalto: "Com'è tardi!". e la stessa impressione di sicurezza d'aver trovato il fondo. uno sbancamento del terreno. Mi ricordo che a un certo punto di questa strada il cavallo mi aveva preso le re dini. dove erano accaduti incidenti di viaggio . infanzia e virilità: quella piena di giorni lunghi. Sembra impossibile che qualcuno vada ancor a a piedi o sull'asino. era pieno quel breve spazio di straordinarie avventure. per misurare il tempo. un tempo lungo e pie no di meandri. Allora la strada s' animava di remote presenze. Allo stesso modo della vi ta nostra. Tutto diventava faticoso. Nel le pozze intorno. e sentivo nella schiena della portatrice lo stesso sforzo e la stessa incertezza della groppa del cavallo. sulla sabbia del fondo chiaro. Lo si guarda come ai piedi della scala umana. l'odore degli orti. ingigantiva il paesaggio. in definitiva. è tutto un altro mondo. questo era tutto in poco spazio. da quel movimento dell'acqu a. m i ricordo. scegliendo la strada con un istinto sicuro. l'odore delle mandre. e si misurava la profondità dell'acqua da quel fischi are. l'odore dei fo rni. pioppi. Un simile viaggio portava queste ed altre avventure. questa era la terra. Per la necessi tà di proporsi un fine. Per questo gli uomini erano amici fra di l oro. è crollato un s ecolo. gl'improvvisi galoppi e le impennate. e l'occhio di chi passa giudica soltanto se è pro spera o no. . e mi portavano sulle spalle. le donne andavano a raccogliere legna portata dall'al ta montagna sulla corrente. L'odore del fiume. gl'incon tri degli animali fra di loro pieni di nitriti e di richiami. e poi l'improvviso odore del mare. Che cos'erano gli antri. di orrori. i girini formavano. risucchiare. il galoppo delle cavalcature incontro al sole era una festa. levava le froge al cielo. per venti chilometri di strada. dava una conoscenza più stre tta e insieme più misteriosa con le cose. i boschi. brevi nostalgie c he si cacciano l'una con l'altra. Ora gli alberi si piegano al passaggio dell'auto. di timori. che era immobile e fermo. annusando l'aria. passava accanto a noi in una raggiera di spruzzi. le loro attrazioni verso certe strade e verso certi luoghi. le loro ripugnanze a proseguire. dove era caduto un fulmine. e vi sarà semp re in qualche luogo della terra. Usciti al piano. dove il torrente aveva invaso il campo. In pochi mesi. quando dovevo traversare il torrente. Talvolta. E il cavallo. e il variare degli alberi. come le mac chie d'un manto d'ermellino. Io vedevo le loro gambe nude col polpaccio duro tuffarsi nella corrente. prezioso. l'odore dell'abitato come di una stanza che ha aperto le su e finestre al mattino e la nebbia del sonno non s'è ancora diradata. un albero. Il sentimento della distanza stringe gli uomini in comunità chiuse. il cavallo era stordito da quel chiasso. il piede diventa re cereo. con quella voce. con quel tumul to intorno. Gli stessi animali che ci portavano aumentavano il mistero con le loro improvvi se paure. è utile. e ogni cosa segnava la sua ora al sole. tastava il fondo dell'acqua con lo zoccolo. ce n'è ancora qualcuno. s'erano scelti sul cammino alcuni p unti di riferimento: una casa solitaria. dove una mandra era stata sorpresa dalla bufera. E che c osa sono ora queste cose? Parvenze labili d'un viaggio rapido. e a ogni passo si misurava la misera condizione umana . e talvolta era tanto impetuosa l'acqua che le buone donne m'invitavano a scendere sulla riva. i mondi sot terranei. Le favole antiche non ebbero altro che il potere della fa ntasia sul concetto dello spazio. e lentamente. d ove una creatura era stata travolta dai torrenti. come erano gl'inco ntri degli uomini. salici. di cui mi sono servito anc h'io per metà della mia vita. di liete liberazioni. illusioni di pace e di felicità dove ci si vorre bbe fermare. se non i luoghi intravisti nei faticosi cammini a piedi o sul dorso de gli animali? Il mezzo di cui gli uomini si servivano. e si fa appena in tempo a vederli gira re: tutta la natura s'è appartata. crea nelle pat rie le piccole patrie. e andava all'impazzata minacciando di sbattermi contro gli alberi bassi. perfino le pietre portate sulla groppa degli asini. Ieri erano la fatica di vivere e di camminare. svegli. sovrastato dal suo lontano rombo nelle gole dei mont i. ulivi. sibilare. se. assediata dal tempo e dallo spazio. pei torrenti.

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