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IL GATTO NERO Di Pier Isa della Rupe E' il giorno della luna, una fredda mattina del dodicesimo mese. Romolo il campanaro suona le laudi, il cielo ancora nero ammantato di nebbia e tira un vento gelido. Serafino dalla sua casa sprofondato nelloceano del sonno, ascolta appena il suono assordante delle campane e di malavoglia si gira e si rigira nel suo lettone senza decidersi ad alzarsi per andare al Callano, la sua vigna. Tutti i contadini chi a piedi chi a cavallo, sono gi usciti dalla grande porta del castello che Romolo ha spalancato prima di salire sulla torre. Solo lui in ritardo, se non ci fossero le olive da cogliere, resterebbe molto volentieri ancora un po rannicchiato sotto la sua calda coperta di lana di pecora. Il raccolto delle olive, pur essendo lultimo dei lavori stagionali, spaventa tutti: donne, uomini, fanciulli. Le donne, per una tradizione ancestrale, sono addette alla raccolta dei frutti caduti in terra, molte di loro, raccolgono le olive a giornata stando accucciate nel fango dallalba al tramonto, da novembre a gennaio con le mani paonazze, il volto livido, le vesti bagnate fradice appiccicate alle cosce come una seconda pelle. Gli uomini, oltre a combattere con il freddo intenso, con un esercito di gazze sempre pronte a rubare i frutti delle loro fatiche, devono arrampicarsi sulle piante spesso situate ai bordi dei fossati, nelle gole ceche, sopra le rupi scoscese e in mille altri luoghi inaccessibili. Serafino in bilico precario su quei tronchi contorti dal vento, con le mani ghiacciate stacca le olive dallalbero sgranandole una per una come in un rosario infinito facendole poi cadere nel canestro che tiene appeso alla cinghia dei pantaloni e quel canestro, quel canestro pare non voglia riempirsi mai. Spesso, durante la lunga stagione della raccolta delle olive, Serafino porta con s alla vigna anche Mario, il suo bambino di tre anni; lo lega ben stretto allalbero per non farlo cadere e cos incatenato il fanciullo impara sin da piccolo a cogliere assieme al padre i frutti neri della sua terra. Finalmente padre e figlio escono dalla porta del castello, il bambino seduto sul mulo sopra i sacchi delle olive, lentamente scendono per la mulattiera a ridosso delle mura, attraversano la gola in pietra, passano sotto Montecchio e savviano alla vigna. Quando arrivano al fosso dei Novepani, si fermano ad abbeverare il mulo, mentre lanimale affonda il muso nellacqua scura, sentono una voce gridare: Serafino, Serafino aiutami.

Serafino ancora mezzo addormentato, apre un occhio poi si stropiccia le palpebre guardandosi attorno ma non riesce a vedere nulla, le prime luci dellalba, uscendo dalla nebbia azzurrognola, lo abbagliano come lame d'acciaio. Convinto di stare ancora sognando riprende ad attraversare il fosso, ma quando sopra il piccolo ponte di legno, sente di nuovo quella voce gridare il suo nome: Serafino non andare via. Aiutami altrimenti muoio! Questa volta luomo oramai ben sveglio, piantati i piedi a terra, comincia a percorrere il ciglio del fosso completamente coperto da un candido manto di brina. Cammina sul greppo, da un lato e poi dallaltro, a destra, a sinistra, in su, in gi, avanti e indietro, cercando per tutto chi gridava tra quella nebbia fitta come cenere. Inutile, non si vede anima viva, proprio quando sta per arrendersi, accucciato sopra una pietra sommersa per met dallacqua del fosso, vede un gattino nero, che trasportato dalla corrente, non riesce pi a risalire largine. Serafino, mentre continua sempre a guardarsi attorno cercando la persona che lha chiamato, savvicina incuriosito alla piccola bestia, intanto da sopra il mulo, Mario che ha visto anche lui il gattino, si mette a urlare: Babbo, babbo, prendilo, salva quel gattino altrimenti muore! Serafino, senza porsi domande, per accontentare suo figlio e anche per farla finita con quella ricerca, come acciaccasse un serpente con lo squame di vetro, scende la proda ghiacciata del fosso, attraversa a guado lampio solco camminando in bilico sopra le pietre sporgenti poi, rimboccate le maniche rattoppate della casacca, afferra al volo il gatto e con le mani livide dal freddo per quellacqua selvaggia che pungeva quasi avesse spine di cristallo, lesto, porta lanimale a Mario. Il bambino felice subito lo asciuga con il sacco delle olive e poi, per riscaldarlo lo infila sotto il suo grande maglione di lana tessuto con i ferri e, tenendolo ben stretto sul petto, riprendono la strada della vigna. Una volta arrivati, Mario per fare pi carino quel gattino dal manto completamente nero che ancora tremava per lo spavento e lo guardava con due occhioni gialli - verdi spalancati, decide di mettergli attorno al collo, come fosse un nastro, un cordino di spago intrecciato. Lo stesso cordino che Serafino, per riconoscere da lontano i suoi sacchi con le olive quando erano ammucchiati al mulino, aveva intrecciato in un modo inconfondibile. Cos adornata la piccola bestia allimprovviso pareva pi bella, anzi, pure essa sembrava contenta, tanto che, rest tutto il giorno sdraiata sotto una capanna di rami assieme al mulo che guardandola sonnacchioso ciondolava il capo e la coda. Al tramonto, padre e figlio decidono di portare il gatto a casa con loro. Mario tutto contento, subito lo fa vedere alla madre poi, dopo cena, quando tutta la famiglia serrate porte e finestre, finalmente si riposa

al caldo tepore del camino scoppiettante raccontando antiche storie del passato, il gatto accoccolato sulla pietra calda simile a un gomitolo di seta, con gli occhi che riflettono le fiamme, in un subito si addormenta. Il giorno dopo, appena alzato il bambino, corre in cucina per giocare col suo nuovo compagno, ma il gatto era scomparso. Piangendo disperato, lo cerca inutilmente in ogni angolo dellantro affumicato del camino, dopo aver guardato dappertutto, corre nella stalla, fruga sotto le zampe del mulo e, infine, guarda in strada, controlla i vicoli, i carri, landrone del castello, ma tutto inutile, la bestia sembrava svanita nel nulla. Nessuno di loro vide mai pi il piccolo gatto nero. Pass linverno e sul finire della primavera, quando mille farfalle azzurre volavano dal calice del narciso ai fiori del ciliegio, intanto che le spore del pioppo si dondolavano leggere nellaria come fiocchi di neve, Serafino and a Bomarzo alla festa del ringraziamento dedicata al suo santo protettore S. Anselmo. Siccome non conosceva nessuno in quel paese, se ne stava solo solo sulla piazza ad aspettare il passaggio della processione con la statua del Santo adagiata sopra il cataletto doro e, per ingannare lattesa intanto che ascoltava la banda suonare si mise a mangiare dei ceci abbrustoliti che aveva comprato al banco dellambulante. Era ancora l che rosicchiava quando si sent chiamare, sorpreso, subito pens ad uno sbaglio, ma qualcuno continuava a ripetere il suo nome, allora Serafino alz gli occhi e vide ad un balcone stracolmo di gelsomini, una giovane donna con una treccia rossa: appoggiata al parapetto, teneva una mano sugli occhi per ripararsi dal sole e laltra, lagitava nella sua direzione. Luomo certo di non averla mai vista, pure se a disagio, cerc di restare indifferente, ma avvenne che la donna scese in strada, indossava un elegante corsetto di velluto scarlatto sopra una veste nera, guardandolo con civetteria gli si avvicin dicendo: Serafino, io vi devo ringraziare molto, moltissimo, mi avete salvato la vita un giorno. Serafino che come ogni campagnolo era timido e scontroso per natura, avanti a quella sconosciuta bella come una ninfa del paradiso, che lo fissava con gli occhi di brace scavandogli lanima, sarebbe volentieri sprofondato sotto terra, dentro un buco, in un mare nero di silenzio senza uscirne mai pi. Facendosi forza, a fatica rispose: Dio vi benedica signora. Voi certamente state sbagliando persona, io non vi conosco, se non vi ho mai visto in vita mia, come avrei potuto salvarvi? E quella stupenda creatura, sorridendo savvicin ancora di pi a lui, savvicin tanto che Serafino avvert il caldo respiro di lei sul collo, il suo disagio arriv alle stelle. Con le guance che ardevano e, linquietudine ormai cresciuta a dismisura si guard attorno

cercando aiuto. Stava per fuggire, ma la giovane lo trattenne afferrandolo per un braccio e abbassando la voce: Se non fosse stato per voi, quel giorno al fosso sarei morta annegata. Inaspettatamente, sciolse la treccia rossa liberando una schiuma di riccioli che come serpi presero a contorcersi nellaria diafana emanando un forte odore di gelsomini. Poi, mostrando il cordino di spago intrecciato che aveva nei capelli, sillabando disse: Questo spago almeno lo riconoscete? E' vostro non vero? Serafino si sent scivolare in un abisso nero un pozzo profondo senza fine. Quella era la prima vera tempesta della sua vita, una vita fino a quel momento tranquilla dove ogni cosa aveva un nome e un posto preciso. Di fronte a quel mistero, rest immobile senza pi parole a bocca aperta. Esterrefatto guardava la donna e lo spago: era suo quel cordino intrecciato in maniera inconfondibile per riconoscere da lontano i sacchi quando erano al mulino, sua la tecnica di chiuderlo con sette nodi ad ogni lato. Dopo averlo contemplato a lungo, lo prese, lo strinse nel pugno, credeva dimpazzire, non voleva arrendersi alla realt: avanti a lui, cera solo la donna e il ricordo del gatto nero. Sobbalz quando lei riprese a parlare: Avete capito adesso perch vi devo la vita? E sorridendo appena, dopo avergli spiegato perch non aveva fatto in tempo a rientrare prima che suonasse il giorno, gli strinse la mano, assicurandogli la sua protezione per sette generazioni. (Nella tradizione popolare si narra, che alcune donne, cosiddette streghe, la sera al suono dellAve Maria, possono cangiare tramutandosi in animali o altro, ma se allalba, al suono del giorno, non fanno in tempo a rientrare nella loro casa, rimarranno col corpo che hanno assunto fino al tramonto.) Serafino barcollava sconvolto: il cuore gli batteva come un tamburo, i piedi erano diventati dargilla, senza pi aspettare che sfilasse la processione con il cataletto di S. Anselmo, la banda e tutti i sacramenti, con le ultime energie che gli restavano salt sul mulo e fugg alla cieca verso la selva. Non sapeva spiegarsi quel mistero incredibile, la sua mente di contadino, si rifiutava di comprendere quello che i suoi occhi avevano visto. Per la prima volta in vita sua avvertiva un sottile timore: una paura arcana che non conosceva, lui che con i suoi occhi di falco distingueva ogni foglia, ogni fratta, ogni sasso, lui che non aveva mai avuto paura di niente e di nessuno, lui che aveva combattuto contro briganti, ladri e pure assassini, adesso fuggiva come impazzito e, il peggio era che non sapeva neanche da cosa fuggiva. Mentre attraversava la stretta gola nella foresta di

sughero, era terrorizzato persino degli uccelli che nel silenzio rosso della sera andavano a rannicchiarsi dentro le fratte, finanche il rumore tragico delle foglie secche del bosco che scricchiolavano sotto le zampe del mulo, gli dava il batticuore. Gli pareva che tra i neri crepacci delle rupi si nascondessero nemici occulti, nemici spaventosi irreali con cui non avrebbe saputo competere. Al sopraggiungere del crepuscolo, con gli ultimi grappoli di bagliori di luce, mentre lorizzonte diventava sempre pi livido, vide correre sul ciglio delle rocce piccole figure nere, strane e lugubri. Appena scese il buio, sussult ascoltando il canto rauco dellassiolo, pi sallontanava e pi sentiva la paura che come uno straccio arrotolato attorno al collo lo soffocava. Ad un tratto, nel cuore del bosco, come spesso accadeva, il mulo si ferm, ostinato e cocciuto, piant le zampe nel terreno e rest l fisso come una statua. Serafino allora, imprecando tra i denti, inizi a trascinarlo tirandolo con forza per la cavezza, finch alle sue spalle, sent un rumore sordo, confuso, come uno scalpiccio di piccoli passi strascicati a fatica, con il cuore gelato dalla paura, senza voltarsi si segna e inizia a pregare il suo santo protettore: S. Anselmo mio, anche se oggi sono fuggito senza aspettare la tua statua, perdonami. Perdona questo peccatore incallito, Santo benedetto, tu che da lass vedi tutto, allontana per sempre da me ogni ombra ambigua, ed io ti prometto che finch avr respiro, per te, ogni domenica accender un cero. Amen e cos sia Quella sera quando Serafino arriv finalmente a casa era stravolto, distrutto nel fisico e nella mente, nella sua sacca di pelle aveva ancora il cordino, ma non lo fece vedere a Mario n a sua moglie. Decise di tenere gelosamente per s quel terribile segreto e, fino al suo letto di morte, non raccont ad alcuno la storia del gatto nero.