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Tutto Sulla Luce

Il documento esplora le diverse teorie sulla natura della luce, iniziando dalla teoria corpuscolare di Newton, che la descrive come particelle, fino alla teoria ondulatoria di Huygens e alla teoria elettromagnetica di Maxwell. Viene anche discussa la misura della velocità della luce, evidenziando i contributi di Galileo, Rømer e Fizeau. Infine, si accenna alla teoria quantistica e all'effetto fotoelettrico, che sfida le spiegazioni classiche della luce.
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Tutto Sulla Luce

Il documento esplora le diverse teorie sulla natura della luce, iniziando dalla teoria corpuscolare di Newton, che la descrive come particelle, fino alla teoria ondulatoria di Huygens e alla teoria elettromagnetica di Maxwell. Viene anche discussa la misura della velocità della luce, evidenziando i contributi di Galileo, Rømer e Fizeau. Infine, si accenna alla teoria quantistica e all'effetto fotoelettrico, che sfida le spiegazioni classiche della luce.
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La Luce e le onde elettromagnetiche

Di cosa è fatta la luce

Teoria corpuscolare

Formulata da Isaac Newton


nel XVII secolo. La luce veniva
vista come composta da
piccole particelle di materia
(corpuscoli) emesse in tutte le
direzioni. Oltre che essere
matematicamente molto più semplice della teoria ondulatoria, questa teoria
spiegava molto facilmente alcune caratteristiche della propagazione della
luce che erano ben note all'epoca di Newton.

Innanzitutto la meccanica galileiana prevede, correttamente, che le


particelle (inclusi i corpuscoli di luce) si propaghino in linea retta ed il fatto
che questi fossero previsti essere molto leggeri era coerente con una
velocità della luce alta ma non infinita. Anche il fenomeno della riflessione
poteva essere spiegato in maniera semplice
tramite l'urto elastico della particella di luce sulla
superficie riflettente.

La spiegazione della rifrazione era leggermente


più complicata ma tutt'altro che impossibile:
bastava infatti pensare che le particelle incidenti
sul materiale rifrangente subissero, ad opera di questo, delle forze
perpendicolari alla superficie che ne aumentassero la velocità, cambiandone
la traiettoria e avvicinandola alla direzione normale alla superficie.

1
I colori dell'arcobaleno venivano spiegati tramite l'introduzione di un gran
numero di corpuscoli di luce diversi (uno per ogni
colore) ed il bianco era pensato come formato da
tante di queste particelle. La separazione dei
colori ad opera, ad esempio, di un prisma poneva
qualche problema teorico in più perché le
particelle di luce dovrebbero avere proprietà
identiche nel vuoto ma diverse all'interno della
materia.

In realtà la dispersione è un fenomeno fisico che


causa la separazione di un'onda in componenti
spettrali con diverse lunghezze d'onda, a causa della dipendenza della
velocità dell'onda dalla lunghezza d'onda nel mezzo attraversato. È spesso
descritta in onde luminose, ma può avvenire in ogni tipo di onda che
interagisce con un mezzo o che può essere confinata in una guida d'onda,
come le onde sonore. La dispersione è anche chiamata dispersione
cromatica per enfatizzare la sua dipendenza dalla lunghezza d'onda. Un
mezzo che esibisce queste caratteristiche nei confronti dell'onda in
propagazione è detto dispersivo.

Teoria ondulatoria

Formulata da Christiaan Huygens nel 1678, ma


pubblicata solo nel 1690 nel Traité de la Lumière, la
luce veniva vista come un'onda che si propaga in un
mezzo, chiamato etere, in maniera del tutto simile alle
onde del mare o a quelle acustiche. Si supponeva che
l'etere pervadesse tutto l'universo e fosse formato da
microscopiche particelle elastiche. La teoria ondulatoria
della luce permetteva di spiegare numerosi fenomeni: oltre alla riflessione
ed alla rifrazione, Huygens riuscì infatti a spiegare anche il fenomeno della
birifrangenza nei cristalli di calcite.
2
Nel 1801 Thomas Young dimostrò come i
fenomeni della diffrazione (osservata per la
prima volta da Francesco Maria Grimaldi nel
1665) e dell'interferenza fossero interamente
spiegabili dalla teoria ondulatoria e non lo
fossero dalla teoria corpuscolare. Agli stessi
risultati arrivò Augustin-Jean Fresnel nel
1815. Nel 1814 Joseph von Fraunhofer fu il
primo ad investigare seriamente sulle righe di assorbimento nello spettro
del Sole, che vennero esaurientemente spiegate da Kirchhoff e da Bunsen
nel 1859, con l'invenzione dello spettroscopio. Le righe sono ancora oggi
chiamate linee di Fraunhofer in suo onore.

Il fatto che le onde siano capaci di aggirare gli ostacoli mentre la luce si
propaga in linea retta (questa proprietà era già stata notata da Euclide nel
suo Optica) può essere facilmente spiegato assumendo che la luce abbia
una lunghezza d'onda microscopica.

Teoria elettromagnetica classica

Per la grandissima maggioranza delle applicazioni questa teoria è ancora


utilizzata al giorno d'oggi. Proposta da James Clerk Maxwell alla fine del XIX
secolo, sostiene che le onde luminose sono elettromagnetiche. La luce
visibile è solo una piccola parte dello spettro elettromagnetico. Con la
formulazione delle equazioni di Maxwell vennero completamente unificati i
fenomeni elettrici, magnetici ed ottici. Per Maxwell, tuttavia, era ancora
necessario un mezzo di diffusione dell'onda elettromagnetica, ossia l'etere.
Solo più tardi si negò l'etere e si scoprì che la luce può propagarsi anche nel
vuoto. Osservando il fenomeno in un grafico, e mettendo in evidenza le
variazioni dell’intensità dei campi elettrico e magnetico in funzione del
tempo, si può dire che l’oscillazione di un campo elettrico genera
l’oscillazione di un campo magnetico nelle vicinanze, e tale oscillazione di
propaga nello spazio sotto forma di onda elettromagnetica.
3
L’esistenza delle onde elettromagnetiche fu scoperta, per via teorica, da
Maxwell intorno al 1861, e fu provata sperimentalmente diversi anni dopo
dal fisico tedesco Hertz.

Le onde elettromagnetiche si propagano sia nei mezzi elastici, sia nello


spazio vuoto, in quanto ciò che oscilla non è un mezzo materiale, ma sono
i campi elettrici e magnetici, che variano nello spazio e nel tempo; inoltre,
le onde elettromagnetiche trasportano energia, e possono continuare a
propagarsi anche quando la carica che le ha generate smette di muoversi.
E’ stato possibile dimostrare che le onde elettromagnetiche si propagano
nel vuoto con velocità v che dipende dalle costanti ε0 e μ0, in base alla
seguente relazione:

1
𝑐=
√𝜀0 𝜇0

Inoltre, calcolando esplicitamente il valore di tale velocità, a partire dal


valore numerico delle costanti, si nota che il suo valore è pari a quello della
velocità della luce nel vuoto.
4
La misura della velocità della luce

L’esperimento di Galileo

Galileo Galilei propose un metodo per


misurare la velocità della luce utilizzando
lanterne e osservatori distanti. Il metodo
consisteva nel seguente: due osservatori si posizionavano su due colli
distanti tra loro.

Il primo osservatore scopriva una lanterna


e, appena vedeva la luce, il secondo
osservatore scopriva la sua lanterna. Il
primo osservatore misurava il tempo tra la
scoperta della sua lanterna e la visione della luce della lanterna del secondo
osservatore. Tuttavia, Galileo Galilei non riuscì a misurare la velocità della
luce con questo metodo perché la velocità della luce è troppo alta e il tempo
di reazione degli osservatori era troppo lungo rispetto al tempo di
propagazione della luce tra i due colli. Il metodo di Galileo Galilei fu
importante perché rappresentò uno dei primi tentativi di misurare la velocità
della luce in modo scientifico. Tuttavia, la prima misura precisa della
velocità della luce fu effettuata da Ole Rømer nel 1676, utilizzando le
osservazioni delle eclissi dei satelliti di Giove.

5
La misura di Ole Rømer

Ole Rømer, un astronomo danese, effettuò una misura della velocità della
luce nel 1676 utilizzando le osservazioni delle eclissi dei satelliti di Giove.
Rømer osservò le eclissi di Io, uno dei satelliti di Giove, e notò che il tempo
di inizio e fine eclisse variava a seconda della posizione della Terra rispetto
a Giove. Quando la Terra era più vicina a Giove, le eclissi avvenivano più
frequentemente di quanto previsto, mentre quando la Terra era più lontana,
le eclissi avvenivano meno frequentemente. La posizione di Giove rispetto
alla Terra cambia nel corso dell'anno a causa delle orbite dei due pianeti
intorno al Sole. Ci sono due posizioni importanti da considerare:

✓ Opposizione di Giove: quando Giove è dalla parte opposta del Sole


rispetto alla Terra. In questo caso, la distanza tra la Terra e Giove è
minima.

✓ Congiunzione di Giove: quando Giove è dalla stessa parte del Sole


rispetto alla Terra. In questo caso, la distanza tra la Terra e Giove è
massima.

Quando Giove è in opposizione, la luce


emessa da Io durante un'eclisse deve
percorrere una distanza minore per
raggiungere la Terra rispetto a quando
Giove è in congiunzione. Ciò significa che il
tempo di propagazione della luce è minore quando Giove è in opposizione
rispetto a quando è in congiunzione.

Rømer ipotizzò che la variazione nel tempo di eclisse fosse dovuta al tempo
impiegato dalla luce per percorrere la distanza tra la Terra e Giove.
Utilizzando le osservazioni delle eclissi di Io, Rømer calcolò che la velocità
della luce era di circa 220.000 km/s.

6
La misura di Rømer fu importante perché fornì la prima stima quantitativa
della velocità della luce. Sebbene la misura non fosse precisa secondo gli
standard moderni, rappresentò un importante passo avanti nella
comprensione della natura della luce e della sua velocità. La velocità della
luce moderna è di circa 299.792 km/s.

La misura di Rømer era inferiore alla velocità della luce reale, ma


rappresentò un importante contributo alla comprensione della fisica della
luce.

L’esperienza di Finzeau

Hippolyte Fizeau, un fisico francese, ideò un metodo per misurare la velocità


della luce nel 1849. Il metodo di Fizeau è noto come "metodo della ruota
dentata". L'apparato di Fizeau consisteva nei seguenti componenti:

1. Ruota dentata: una ruota con un numero noto di denti, solitamente


tra 700 e 1000, che veniva fatta ruotare a una velocità costante.

2. Sorgente di luce: una sorgente di luce intensa, come ad esempio una


lampada ad arco, che emetteva un fascio di luce collimato.

3. Specchio divisore di fascio: uno specchio semitrasparente inclinato a


45° che divideva il fascio di luce in due parti.

4. Specchio: uno specchio piano posto a una distanza nota dalla ruota
dentata, solitamente tra 5 e 10 km.

5. Osservatore: un osservatore che guardava la luce riflessa dallo


specchio attraverso la ruota dentata e lo specchio divisore di fascio.

La configurazione dell'apparato era la seguente:

✓ La sorgente di luce emetteva un fascio di luce collimato che passava


attraverso lo specchio divisore di fascio.

7
✓ Una parte del fascio di luce veniva riflessa dallo specchio divisore di
fascio e non veniva utilizzata.

✓ L'altra parte del fascio di luce


passava attraverso lo specchio
divisore di fascio e veniva diretta
verso la ruota dentata.

✓ La luce passava attraverso uno spazio tra i denti della ruota e veniva
riflessa dallo specchio posto a distanza.

✓ La luce riflessa tornava indietro attraverso la ruota dentata e veniva


riflessa dallo specchio divisore di fascio verso l'osservatore.

Quando la ruota dentata ruotava a una velocità tale che un dente si


spostava esattamente di un'interdistanza tra i denti durante il tempo
impiegato dalla luce per percorrere la distanza tra la ruota dentata e lo
specchio e ritorno, la luce riflessa veniva bloccata dalla ruota dentata.

Il metodo di Fizeau consisteva nel seguente:

La ruota dentata con un numero noto di denti


veniva fatta ruotare a una velocità costante. Un
fascio di luce veniva diretto attraverso la ruota
dentata e riflesso da uno specchio posto a una
distanza nota. La luce riflessa passava nuovamente attraverso la ruota
dentata e veniva individuata da un osservatore. A questo punto la velocità
di rotazione della ruota dentata veniva aumentata fino a quando la luce
riflessa non veniva più osservata perché al ritorno alla ruota la luce
incontrava un dente opaco invece di un incavo trasparente.

Utilizzando la velocità di rotazione della ruota dentata e la distanza tra la


ruota dentata e lo specchio, Fizeau poté calcolare sia il tempo impiegato
dalla luce che la velocità della luce.
8
Fizeau ottenne un valore per la velocità della luce di circa 298.000 km/s,
che era molto vicino al valore reale.

9
Teoria quantistica

Per risolvere alcuni problemi sulla trattazione della radiazione emessa da


corpo nero, Max Planck ideò nel 1900 un artificio matematico: pensò che
l'energia associata ad un'onda elettromagnetica non fosse proporzionale al
quadrato della sua ampiezza (come nel caso delle onde elastiche in
meccanica classica), bensì inversamente proporzionale alla sua lunghezza
d'onda, e che la sua costante di proporzionalità fosse discreta e non
continua. Questa ipotesi venne dimostrata da Einstein per mezzo dell’effetto
fotoelettrico.

In fisica per effetto fotoelettrico si intende il fenomeno caratterizzato


dall'emissione di elettroni da parte una superficie, normalmente di un
metallo, quando essa viene colpita da una radiazione elettromagnetica,
ovvero in modo molto semplificato, e non del tutto corretto, un metallo
colpito dalla luce, a certe condizioni, emette elettroni. Ora, se si esamina
questo fenomeno esso porta a contraddizioni inspiegabili con la teoria
ondulatoria di Maxwell.

Infatti i risultati degli esperimenti mettono in luce 3 fatti principali:

1. esiste una frequenza minima della luce al di sotto della quale non si
ha emissione di elettroni, mentre Maxwell esclude l’esistenza di tale
frequenza di soglia.
2. L'energia degli elettroni emessi dipende dalla frequenza della luce
incidente, ovvero maggiore frequenza della luce maggiore l’energia
degli elettroni, inoltre tale energia non viene modificata dall'intensità
della luce.
3. Il numero di elettroni emessi è direttamente proporzionale
all'intensità luminosa.

La visione ondulatoria della radiazione elettromagnetica e quindi della luce,


entrava in crisi profonda nel tentativo di spiegare questi fatti, il contatto fra
un’onda e delle particelle non poteva portare a simili risultati. Prima di

10
proseguire un breve ripasso su cosa si intende per intensità luminosa e
frequenza della luce.

L'intensità luminosa può essere considerata come il numero di fotoni che


attraversa un certo spazio nell'unità di tempo, quindi più fotoni in un uguale
spazio e in uguale tempo corrispondono ad una maggiore intensità. Nella
teoria ondulatoria l’intensità è espressa come l’ampiezza dell’onda di campo
elettrico e di campo magnetico.
La frequenza indica il numero di eventi che si ripetono in un dato periodo di
tempo, ad esempio parlando di un fenomeno ondulatorio la frequenza indica
il numero di “onde” che si ripetono in un periodo dato, ad esempio un
secondo, più sono numerose le “onde” in un secondo maggiore è la
frequenza.
La spiegazione dell’effetto fotoelettrico venne trovata nel 1905 da Albert
Einstein, spiegazione grazie alla quale egli ottenne il premio Nobel. Dunque
riproponiamo il problema che la fisica di fine 800 non riusciva a spiegare,
cosa accadeva a una lastra di metallo che veniva colpita da due fasci
luminosi di UGUALE intensità ma di DIFFERENTE frequenza. Nel caso del
fascio luminoso a bassa frequenza non accadeva nulla, nel caso del fascio
ad alta frequenza venivano estratti degli elettroni. Ora per capire farò degli
esempi.
• Luce di intensità 10 Cd, frequenza 𝟒 × 𝟏𝟎𝟏𝟒 Hz, NESSUNA
EMISSIONE ELETTRONI.
• Luce di intensità 10 Cd, frequenza 𝟖 × 𝟏𝟎𝟏𝟒 Hz, EMISSIONE DI
UN CERTO NUMERO N DI ELETTRONI A VELOCITÁ V
Ora in entrambi i casi precedenti aumenteremo l’intensità della luce che
colpisce il metallo:
• Luce di intensità 100 Cd frequenza 𝟒 × 𝟏𝟎𝟏𝟒 Hz, NESSUNA
EMISSIONE ELETTRONI.
• Luce intensità 100 Cd frequenza 𝟖 × 𝟏𝟎𝟏𝟒 Hz, EMISSIONE DI
ELETTRONI IN NUMERO 10 VOLTE MAGGIORE ED A VELOCITÁ
V

11
Aumentando l’intensità a basse frequenze non vengono emessi elettroni
mentre aumentando l’intensità ad alte frequenze aumenta il numero degli
elettroni emessi ma non la loro energia cinetica che dipende dalla velocità.
Ora torniamo al primo esempio nella parte ad alta frequenza:
• Luce di intensità 10 Cd, frequenza 𝟖 × 𝟏𝟎𝟏𝟒 Hz, EMISSIONE DI
N ELETTRONI A VELOCITÁ V
e questa volta aumentiamo la frequenza non l’intensità:
• Luce di intensità 10 Cd, frequenza 𝟖 × 𝟏𝟎𝟏𝟔 Hz, EMISSIONE DI
N ELETTRONI A VELOCITÁ 10 volte V
Ovvero aumentando la frequenza non aumenta il numero di elettroni emessi
ma bensì la loro energia cinetica che dipende dal quadrato della velocità.
Da questi esperimenti si conclude che:
1. vi è una frequenza minima al di sotto della quale non vengono emessi
elettroni, a prescindere dall’intensità.
2. superata questa soglia avviene l’emissione e, se si aumenta la
frequenza, aumenta l’energia degli elettroni emessi non il loro
numero.
3. se la frequenza è oltre la soglia di emissione, aumentando l’intensità
aumenta il numero di elettroni emessi ma non la loro energia.
Ora questi tre fatti erano inspiegabili con la teoria ondulatoria della luce,
ma Einstein trovò la soluzione del problema.
Einstein riprese una precedente ipotesi di Planck, elaborata per risolvere un
altro problema inspiegabile per la fisica del tempo “la radiazione di corpo
nero”. Planck ipotizzò che l’energia della luce fosse composta da “quanti”,
ovvero particelle di energia con valore dipendente dalla frequenza.
Quindi la luce, e tutta la radiazione elettromagnetica, si comportava come
se fosse composta da quanti, cioè da corpuscoli o meglio da particelle
possedenti una data energia e non da onde. Questi quanti di radiazione
elettromagnetica saranno in futuro chiamati “fotoni”. Dunque l’energia di
ogni singolo fotone è legata alla sua frequenza, maggiore frequenza
maggiore energia.
𝐸 = ℎ𝜐

12
Per cui in un raggio di luce incidente sul metallo l’energia è legata alla
frequenza dei singoli fotoni, mentre variando l’intensità luminosa si varia il
numero di fotoni che colpiscono il metallo ma non la loro energia.
Ora ogni elemento chimico ha una frequenza di soglia differente, ad
esempio per il rame essa vale 1,08 × 1015 Hz.
Einstein parlava chiaramente di urti, di interazioni fra la “luce” e gli elettroni,
di "scontri", ovvero dava credito alla natura corpuscolare, quantizzata, della
luce.
È divertente notare come Einstein con questa spiegazione eresse uno dei
pilastri della futura meccanica quantistica, la quale diverrà uno degli “incubi”
(scherzosamente parlando) della sua vita futura.

L'aspetto corpuscolare della luce fu confermato definitivamente dagli studi


sperimentali di Arthur Holly Compton. Infatti il fisico statunitense nel 1921
osservò che, negli urti con gli elettroni, i fotoni si comportano come
particelle materiali aventi energia e quantità di moto che si conservano; nel
1923 pubblicò i risultati dei suoi esperimenti (effetto Compton) che
confermavano in modo indiscutibile l'ipotesi di Einstein: la radiazione
elettromagnetica è costituita da quanti (fotoni) che interagendo con gli

13
elettroni si comportano come singole particelle. Per la scoperta dell'effetto
omonimo Arthur Compton ricevette il premio Nobel nel 1927.

La propagazione della luce

La luce, come il suono si propaga attraverso onde dette onde luminose. Al


contrario delle onde sonore, però, essa si propaga anche nel vuoto: la
luce del Sole infatti giunge sulla Terra dopo aver

percorso ben 150 milioni di chilometri nello spazio. Le osservazioni


sperimentali mettono in evidenza che una fonte luminosa di piccole
dimensioni S, che possiamo quindi considerare puntiforme, genera
attraverso un foro circolare O, una macchia luminosa nettamente delineata
su uno schermo V.

Se sostituiamo l'apertura con un ostacolo opaco, otteniamo un'ombra netta,


sempre nel caso di una sorgente puntiforme:

Se la sorgente luminosa non è puntiforme ma estesa abbiamo gli effetti di


penombra:

14
Tali esperimenti, ma se ne potrebbero fare molti altri, suggeriscono che la
luce si propaga, almeno in un ambiente trasparente e omogeneo, seguendo
rette uscenti dalla sorgente, dette raggi luminosi.

corpi trasparenti, opachi e traslucidi

La luce emessa da una sorgente luminosa, si propaga, come detto, in linea


retta in tutte le direzioni e va a colpire gli oggetti che, a seconda del
materiale di cui sono fatti, si comportano in modo diverso quando vengono
illuminati. Alcuni, come il vetro, lasciano passare la luce; altri, come il legno,
costituiscono una barriera impenetrabile alla luce visibile; altri infine, come
un foglio di carta velina, manifestano un comportamento intermedio. I corpi
illuminati possono quindi essere:

• trasparenti, se lasciano passare la luce e permettono così di vedere gli


oggetti che stanno dietro di loro (ad. esempio un vetro);

• opachi, se non lasciano passare la luce e nascondono completamente gli


oggetti che stanno dietro di loro (ad esempio un pezzo di legno);

• traslucidi, se lasciano passare solo in parte la luce e non permettono di


distinguere nitidamente gli oggetti dietro di loro (ad esempio un foglio di
carta velina).

15
Principio di Fermat

Un raggio di luce, propagandosi da un punto fisso ad un altro,


segue un percorso tale che il tempo impiegato a percorrerlo,
confrontato con quello dei percorsi vicini, è il minimo.

Principio di Huygens-Fresnel

Tutti i punti di un fronte d'onda possono essere considerati come


sorgenti puntiformi di onde sferiche secondarie in fase con la
primaria ed hanno la stessa velocità dell'onda. Il fronte d’onda è la
superficie nello spazio che unisce tutte le creste della stessa fase.

16
L’INTERFERENZA DELLA LUCE
L'interferenza è un fenomeno mediante il quale due onde si sommano
generando un un'unica onda. Dal punto di vista dell'ottica, affinché si abbia
interferenza è necessario che le onde elettromagnetiche la stessa frequenza
e siano generate da due sorgenti puntiformi e coerenti. Tali onde possono
essere descritte dalle due equazioni:

𝑌1 = 𝐴 · cos(𝜔𝑡)
𝑌2 = 𝐴 · cos(𝜔𝑡 + 𝜙)

Adesso cerchiamo di capire perché queste due onde sono sfasate. Per
capirlo dobbiamo considerare l'esperienza di Young.

Young utilizzo una semplice sorgente di luce


che rese monocromatica con un vetrino
colorato (oggi si può utilizzare la luce LASER
che è già monocromatica). Questa sorgente
però, non essendo puntiforme non era
coerente, pertanto Young fece attraversare
alla luce una fenditura piuttosto stretta in
modo da ottenere in uscita una sorgente
coerente. Ad una certa distanza dalla prima
fenditura vi era un secondo schermo con due
fenditure, in questo modo le due che fenditure
si comportino come due sorgenti
monocromatiche e coerenti. Su uno schermo
posto ad una certa distanza Young osservava delle frange chiare e scure
che erano spiegabili soltanto con l'interferenza tra le onde che compongono
la luce.

17
Consideriamo un punto P posto
alla distanza y dall'asse passante
per il punto centrale tra le 2
fenditure. Sia s la sorgente
monocromatica
coerente, ad una distanza L vi è lo
schermo con le due fenditure e alla
distanza L+D c'è lo schermo di
proiezione. In posizione y sullo
schermo di proiezione le due sorgenti presentano due percorsi diversi l 1 e
l 2.

Come si può vedere se le onde giungono in fase a allora si avrà interferenza


costruttiva, questo è il caso in cui la differenza di cammino ottico è un
numero intero di lunghezze d'onda

𝝀
𝒍𝟏 − 𝒍𝟐 = 𝒏𝝀 ⇒ 𝒍𝟏 − 𝒍𝟐 = 𝟐𝒏
𝟐

in caso contrario si ottiene interferenza distruttiva quando le differenze di


cammino corrispondono ad un numero dispari di mezze lunghezze d'onda

𝝀
𝒍𝟏 − 𝒍𝟐 = (𝟐𝒏 + 𝟏)
𝟐
18
Adesso introduco un'altra ipotesi, infatti ipotizziamo che la distanza d tra le
2 fenditure sia molto più piccola della distanza l tra le fenditure e lo schermo
di proiezione; vediamo allora alla luce di queste considerazioni cosa
succede:

1- le due fenditure permettono di ottenere 2 sorgenti coerenti cioè due


sorgenti che emettono partendo dalla stessa fase
2- la notevole distanza 𝐿 ≫ 𝑑 con di distanza tra le fenditure permette
di ottenere 2 raggi che possono essere considerati paralleli

Queste considerazioni ci permettono di trattare in modo


più semplice il problema. Come è possibile vedere
dall'immagine qui accanto la differenza di percorso è data
dall' equazione

𝒍𝟐 − 𝒍𝟏 = 𝜟𝒍 = 𝒅 · 𝐬𝐢𝐧𝜽

ora se l'angolo è molto piccolo è possibile utilizzare l'approssimazione

𝒚
𝐬𝐢𝐧𝜽 ∼ 𝐭𝐚𝐧𝜽 =
𝑳

per cui la precedente relazione diventa:

𝒅𝒚
𝒍𝟐 − 𝒍𝟏 = 𝒅𝐬𝐢𝐧𝜽 ∼
𝑳

dove d è la distanza tra le fenditure, Y è la posizione sullo schermo ed L è


la distanza tra le fenditure e lo schermo.
Ora applichiamo le condizioni di interferenza costruttiva:

𝝀 𝒅𝒚 𝝀 𝑳𝝀
𝒍𝟐 − 𝒍𝟏 = 𝟐𝒏 ⇒ = 𝟐𝒏 ⇒ 𝒚=𝒏
𝟐 𝑳 𝟐 𝒅

mentre per la condizione di interferenza distruttiva avremo:

𝝀 𝒅𝒚 𝝀 𝑳𝝀
𝒍𝟏𝟐 − 𝒍𝟏 = (𝟐𝒎 + 𝟏) ⇒ = (𝟐𝒏 + 𝟏) ⇒ 𝒚 = (𝟐𝒏 + 𝟏)
𝟐 𝑳 𝟐 𝟐𝒅

che è la condizione per ottenere interferenza distruttiva.

19
LA DIFFRAZIONE DELLA LUCE

La diffrazione è un fenomeno di interferenza della luce, infatti una fenditura


o un qualsiasi foro ha dimensioni finite e, se queste dimensioni sono
confrontabili con la lunghezza d'onda, le onde che percorrono tragitti
paralleli tra gli estremi dell'apertura possono avere percorsi diversi
confrontabili con la lunghezza d'onda della luce.

Per ottenere una figura di diffrazione ben netta


e distinguibile sarebbe opportuno avere una
sorgente monocromatica e coerente.
Considerando l'asse centrale della fenditura che
si proietta su uno schermo, si può affermare che
nel punto di proiezione il percorso di tutti i raggi
di luce sono simmetrici rispetto a tale asse
pertanto i percorsi presentano una lunghezza
uguale generando un’interferenza
costruttiva. Quindi sull'asse si presenta un
massimo di luce. Adesso vediamo cosa
accade ad una certa distanza y dalla
posizione centrale, corrispondente ad un
angolo β.

Se la fenditura ha una larghezza d e la


condizione per ottenere interferenza
costruttiva è:

𝒅 · 𝐬𝐢𝐧𝜷 = 𝝀

il raggio 1a presenta rispetto al raggio 1b una differenza di percorso di:

𝒅 𝝀
𝐬𝐢𝐧𝜷 =
𝟐 𝟐

20
quindi

• 1a è in opposizione di fase con 1b


• 2a è in opposizione di fase con 2b
• 3a è in opposizione di fase con 3b

poiché ad un angolo β ogni raggio trova la sua controparte distruttiva, per


l'angolo β si genera la prima frangia scura:

𝝀
𝐬𝐢𝐧𝜷 =
𝒅

vediamo adesso cosa succede per un angolo β2, per il quale vale:

𝒅𝐬𝐢𝐧𝜷𝟐 = 𝟐𝝀

anche in tal caso la differenza di percorso è un numero intero di lunghezze


d'onda pertanto anche in questo caso i raggi uscenti dalla prima metà della
fenditura verranno distrutti da quelli uscenti dalla seconda metà generando
interferenza distruttiva.

In generale per avere frange oscure è necessario un


angolo  tale da soddisfare la relazione

𝝀
𝒅𝐬𝐢𝐧𝜷 = 𝒏𝝀 ⇒ 𝐬𝐢𝐧𝜷 = 𝒏
𝒅

se indico con l la distanza dello schermo e y la posizione del minimo avremo,


per piccoli angoli β vale l'approssimazione:

𝒚
= 𝐭𝐚𝐧𝜷 ∼ 𝐬𝐢𝐧𝜷
𝒍

e sostituendo si ottiene la posizione dei minimi:

𝝀 𝒚 𝝀 𝒍𝝀
𝐬𝐢𝐧𝜷 = 𝒏 ⇒ =𝒏 ⇒ 𝒚=𝒏
𝒅 𝒆 𝒅 𝒅

Adesso vediamo cosa succede invece con la condizione

21
𝟑
𝒅𝐬𝐢𝐧𝜷 = 𝝀
𝟐

I raggi a interferiscono distruttivamente con i raggi


b mentre i raggi e sono gli unici a produrre un picco
luminoso che sarà anche molto meno intenso di
quello centrale e posto a metà strada tra le due
zone di buio.

𝟑 𝝀 𝒚 𝟑 𝝀 𝟑 𝒍𝝀 𝒍 𝝀
𝐬𝐢𝐧𝜷 = ⋅ ⇒ = ⋅ ⇒ 𝒚= ⋅ ⇒ 𝒚=𝟑⋅ ⋅
𝟐 𝒅 𝒍 𝟐 𝒅 𝟐 𝒂 𝒅 𝟐

se invece si ha

𝟓 𝝀 𝒍 𝝀
𝐬𝐢𝐧𝜷 = ⋅ ⇒ 𝒚=𝟓⋅ ⋅
𝟐 𝒅 𝒅 𝟐

in generale i punti di massimo sono:

𝒍 𝝀
𝒚 = (𝟐𝒏 + 𝟏) ⋅
𝒅 𝟐

La figura di diffrazione è ben visibile con


radiazione monocromatica ma, poiché le
posizioni dei massimi di intensità
dipendono dalla lunghezza d’onda della
luce, nel caso usassi tutti gli accorgimenti
necessari e la radiazione bianca potrei
osservare la dispersione nello spettro dei
colori nei massimi di diffrazione proprio
come mostrato in figura.

22
Il Reticolo Di Diffrazione
Il reticolo di diffrazione è una superficie piana in cui
sono praticati diversi fori o incisioni in modo
da riflettere o lasciar passare la luce e generare per
opportuni angoli interferenza costruttiva.

Si definisce posso del reticolo 𝒑 il numero di incisioni


nell'unità di misura, in genere si indica il numero di
incisione al mm o al cm, tale valore dipende dalla
distanza 𝒅 di tra le incisioni.

𝟏
𝒅=
𝒑

Allora indicando con 𝑑 la distanza tra i solchi avremo:

𝝀 𝒚 𝝀
𝒅𝐬𝐢𝐧𝜶 = 𝒏𝝀 ⇒ 𝐬𝐢𝐧𝜶 = 𝒏 ⇒ =𝒏
𝒅 𝒍 𝒅

quindi le posizioni dei massimi sono:

𝝀
𝒚 = 𝒏𝒍
𝒅

Perché i reticoli di diffrazione sono così


importanti? La loro importanza è dovuta alla loro
applicazione in ottica, infatti consideriamo due
lunghezze d'onda diverse, i loro massimi cadranno
in due posizioni y1 e y2 diverse

𝝀𝟏
𝒚𝟏 = 𝒏𝒍
𝒅
𝝀𝟐
𝒚𝟐 = 𝒏𝒍
𝒅

dalle quali otteniamo la distanza su schermo delle due lunghezze d'onda

𝒍
𝒚𝟏 − 𝒚𝟐 = 𝒏 (𝝀𝟏 − 𝝀𝟐 )
𝒅
23
Allora se n=0 non si ha
dispersione delle lunghezze
d'onda, per n=1, primo
massimo laterale possiamo
affermare che la posizione del
massimo dipende dalla
lunghezza d'onda e così pure
per i massimi successivi.

Se ora utilizziamo luce


monocromatica osserveremo dei massimi in posizioni ben precise ma
utilizzando la luce bianca ogni componente di colore cadrà in una posizione
diversa permettendo di ottenere lo spettro della sorgente luminosa.
Maggiore sarà l’ordine e maggiore sarà la dispersione della luce ottenuta.

24
Lo spettro elettromagnetico

Quando otteniamo uno spettro con uno


spettroscopio rudimentale ci si può
accorgere immediatamente che lo spettro si
presenta in una delle seguenti tre forme:

1. Spettro continuo
2. Spettro con righe in assorbimento
3. Spettro con righe in emissione.
Lo spettro a righe si genera in presenza di un gas, quando il gas si frappone
tra noi e la sorgente si generano righe in assorbimento, invece quando il
gas viene riscaldato ed emette si genera uno spettro con righe in emissione.
Lo spettro continuo invece è tipico dell’emissione luminosa dei corpi solidi,
ad esempio il filamento di una lampadina ad incandescenza.

Vediamo allora perché con i gas si genera uno spettro a righe.

Per comprendere a fondo il fenomeno fisico dobbiamo fare alcune


considerazioni:

1. La meccanica quantistica, ampiamente dimostrata sperimentalmente,


afferma che gli elettroni possono trovarsi su orbitali atomici di energia
ben definita e discreta
2. Rappresentiamo graficamente i livelli energetici con dei cerchi
3. Ciascun cerchio corrisponde un livello di energia e non all’orbita
dell’elettrone

25
4. L’elettrone tende sempre ad occupare spontaneamente il livello di
energia più basso, cioè quello più vicino al nucleo
Consideriamo ora tre livelli di energia,
i livelli 1, 2 e 3. Se l’elettrone si
trovasse sul livello di energia 3 con
energia E3 si verificherebbe una
situazione instabile che nel breve
periodo farebbe decadere l’elettrone
al livello di energia E2 con l’emissione
di un fotone di luce di energia:

𝐸 = ℎ𝑓 = 𝐸3 − 𝐸2

In questo modo si genera uno spettro


con righe in emissione. In realtà può avvenire anche il processo inverso, un
fotone che ha l’energia giusta può far saltare l’elettrone dal livello 2 al livello
3, in quel caso il fotone viene assorbito mentre quelli di energia diversa no.
Osserveremo allora uno spettro continuo solcato da righe nere in
assorbimento.

La radiazione di corpo nero

In un corpo solido ci sono tipi di


orbitali elettronici, gli orbitali
interni di valenza, in essi gli
elettroni sono ancora molto
legati ai propri nuclei atomici;
poi gli orbitali esterni detti di
conduzione che sono condivisi
tra tutti i nuclei atomici del
solido, in essi gli elettroni possono passare da un nucleo all’altro. Il transito
di elettroni può avvenire solo se l’orbitale di conduzione contiene elettroni,
in questo caso il materiale prende il nome di conduttore. Sperimentalmente

26
si verifica che un ottimo conduttore elettrico è anche un conduttore termico;
invece dal punto di vista teorico a fare la differenza tra un conduttore ed un
isolante è l’energia delle bande di orbitali di conduzione e delle bande
orbitali isolanti. Nella seguente tabella riassumiamo le tre situazioni:

Nei conduttori la banda di Negli isolanti la banda di I semiconduttori sono


valenza si sovrappone a valenza è piena mentre la isolanti con una differenza
quella di conduzione banda di conduzione è energetica molto piccola
permettendo il vuota e la loro differenza permettendo a bassi
trasferimento di elettroni di energetica è molto voltaggi e o alla semplice
valenza nella banda di grande. In queste luce di trasformarli in
conduzione condizioni nessun conduttori.
elettrone può passare in
banda di conduzione.
Queste sostanze
rimangono isolanti fino a
campi elettrici limite, in
genere molto elevati,
quando avviene la scarica
elettrica.

La luce è un'onda elettromagnetica emessa da corpi incandescenti. Gli atomi


di un corpo caldo si comportano come piccoli oscillatori elettromagnetici
capaci di emettere e di assorbire frequenze principalmente del visibile e
dell'infrarosso. Si dice che un corpo caldo irraggia. Poiché nei corpi solidi gli
atomi non hanno dei livelli di energia stretti, ma gli elettroni possono

27
occupare una banda di conduzione, accade l’emissione continua dovuta alla
sovrapposizione di fotoni di diversa frequenza.

L'irraggiamento o radianza rappresenta la potenza emessa per unità di


superficie. La radianza si misura in W/m2. Un corpo nero è capace di
emettere (e assorbire) radiazione di tutte le frequenze.

Un buon modello di corpo nero, dato nel 1860 da Gustav Kirchhoff (1824-
1887), è un blocco di materiale con una cavità interna e un piccolo foro che
viene riscaldato fino ad una data temperatura. Alla fine del XIX secolo si
tentò di spiegare la radiazione di corpo nero con la fisica classica, ma senza
avere successo. Il fisico tedesco Max Planck (1858-1947) propose una
formula empirica che funzionava per tutte le lunghezze d'onda. Gli atomi
della cavità si comportano come oscillatori elettromagnetici. Gli oscillatori
scambiano (cedono e acquistano) energia con la radiazione attraverso
pacchetti discreti. Ogni pacchetto energetico ha energia

𝑬 = 𝒏𝒉𝝂

con n intero positivo, ℎ = 6,63 × 10−34 𝐽𝑠 costante di Planck,  è la


frequenza dell'oscillatore.

Se un atomo passa da uno stato energetico ad un altro emette o assorbe


energia per pacchetti, altrimenti non emette e non assorbe energia.
Planck, il padre della teoria dei quanti, non era molto convinto della sua
teoria e la considerò un semplice artificio. Nel 1918 ebbe il premio Nobel
per la fisica per la scoperta dei quanti.

Per tutti i materiali vale la legge di Stefan - Boltzmann:

𝑹 = 𝝈𝑻𝟒

28
Dalla quale è possibile ricavare la potenza emessa o l’energia
complessivamente emessa da un corpo, nel primo caso terremo conto solo
della superficie del corpo:

𝑷 = 𝝈𝑻𝟒 𝑨

dove con A si indica l’area del corpo irraggiante, mente per l’energia totale
emessa occorre tenere conto della durata in cui avviene l’emissione e
diventa:

𝑬 = 𝝈𝑻𝟒 𝑨𝒕

Il fisico tedesco Wilhelm Wien (1864-1928), premio Nobel per la Fisica nel
1911, descrisse la legge di proporzionalità inversa che lega la lunghezza
d'onda del picco alla temperatura. Questo significa che la radiazione di picco
emessa cambia colore con l'aumentare della temperatura, da rossa a gialla,
azzurra, bianca. La relazione di Wien è

𝝀𝒎𝒂𝒙 𝑻 = 𝒌𝒘

con kW costante di Wien.

La legge di Wien è utilizzata anche per valutare la temperatura superficiale


delle stelle (temperatura del colore). Wien, applicando al corpo nero le leggi
della termodinamica, propose una teoria che si accordava con l'andamento
sperimentale alle piccole lunghezze d'onda, ma non alle grandi. I fisici
Rayleigh e Jeans elaborarono invece una seconda teoria che si accordava
con le onde lunghe, ma divergeva per piccole lunghezze d'onda (catastrofe
ultravioletta). Queste due leggi furono quanto di meglio poté essere fatto
con la fisica classica. Ecco perché ci vollero le ipotesi di Planck!
29
Il laser

Laser è una sigla che sta per Light Aplification by Stimulated Emission
of Radiation. Si parla di emissione della radiazione stimolata da altra
radiazione, vediamo in cosa consiste questo fenomeno. Sappiamo già
che quando un elettrone si trova su un livello energetico 𝐸2 > 𝐸1 ,
l’elettrone scende spontaneamente di livello energetico facendo
emettere all’atomo un fotone di energia ℎ𝑓 = 𝐸2 − 𝐸1 . Il numero di fotoni emessi ogni secondo
da un cristallo con atomi eccitati è:

𝑛 = 𝐴 𝑁2

dove A è la probabilità di emissione spontanea da parte di un atomo che si trova con gli
elettroni nello stato di energia 𝐸2 mentre 𝑁2 è il numero di atomi nel cristallo che si trovano
con gli elettroni allo stato di energia 𝐸2 . Nel 1917 Einstein intuì che
un treno di fotoni potesse stimolare e amplificare l’emissione
spontanea, era quindi sufficiente “illuminare” con fotoni dell’energia
corretta per aumentare in alcuni cristalli l’emissione spontanea. In
questo caso il numero fi fotoni emessi ogni secondo da un cristallo
con atomi eccitati è:

𝑛 = 𝑊1,2 𝑁2

dove 𝑊1,2 è la probabilità di emissione stimolata da parte di un atomo che si trova con gli
elettroni nello stato di energia 𝐸2 mentre 𝑁2 è il numero di atomi nel cristallo che si trovano
con gli elettroni allo stato di energia 𝐸2 . Naturalmente per alcuni cristalli la probabilità di
emissione stimolata è maggiore di quella per emissione spontanea. Veniamo dunque al
funzionamento di un laser, prima di procedere però è necessario parlare di popolazione dei
livelli elettronici. In condizione di equilibrio termico la popolazione dei livelli energetici è

30
𝐸
proporzionale all’esponenziale di Boltzman: 𝑒 −𝐾𝑇 dove K è la costante di Boltzman, T è la
temperatura ed E è l’energia del livello. Da questa espressione si deduce che i livelli più
popolati sono quelli ad energia più bassa come mostrato in figura:

fornendo però energia con dei fotoni è possibile però creare una situazione
termodinamicamente instabile in cui la popolazione è invertita:

Nei laser come i puntatori per mezzo di un fotodiodo, un dispositivo simile ai led che
attraversato da corrente emette luce viene creata un
fenomeno di inversione della popolazione degli orbitali,
insieme alla radiazione in grado di invertire la
popolazione viene stimolata l’emissione tra due livelli
energetici. Consideriamo il caso a tre livelli energetici, il
diodo genera radiazione assorbita dal cristallo ( in
genere composto da Yttrio o Rubidio) causando in esso
il pompaggio ottico P che provoca un’inversione
di popolazione sul livello 3. Il livello 3 instabile
provoca una caduta veloce senza emissione
perché il fotone viene assorbito dal cristallo1, nel
livello 2 l’elettrone decade al livello 1 emettendo
radiazione monocromatica che non viene
assorbita dal cristallo perché il livello 1 è
spopolato dall’inversione di popolazione. La radiazione viene collimata da lenti, filtrata da un
taglia infrarosso e può quindi uscire in un fascio luminoso collimato.

1
Mentre il fotone viene assorbito un altro atomo del cristallo si porta al livello di energia 𝐸3
31
Lo spettro elettromagnetico

Sir William Herschel, l'astronomo dilettante che ha scoperto Urano nel 1781,
ha rivelato l'esistenza della luce infrarossa nei primi dell'Ottocento.
Herschel, venuto a conoscenza della scoperta di Newton, e cioè che la luce
può essere diffusa con l'aiuto di un prisma di vetro. Scoprì che ai singoli
colori appartengono diversi livelli di calore e lo dimostrò con un
esperimento. Infatti, lo stesso Herschel, fece passare la luce solare prima
in una fenditura e poi attraverso un prisma di vetro in modo da farla
disperdere nello spettro di vari colori, in seguito ha disposto dei termometri
sulla superficie colpita da vari colori della luce per misurare la temperatura
dei singoli colori uno ad uno. Herschel, dopo aver misurato la temperatura
dei singoli colori, ha constatato che la temperatura aumentava passando
dal viola verso il rosso.

Quando Herschel ha capito il sistema, si è concentrato solo sul colore rosso.


Il rosso, avendo la temperatura più alta era quindi quello che sprigionava
più calore. Successivamente Herschel, in modo del tutto fortuito, scoprì una
forma invisibile dei raggi di luce al di sopra della luce rossa. Infatti, a causa
della rotazione terrestre lo spettro solare si era spostato all’interno della

32
stanza dove Herschel conduceva i suoi esperimenti lasciando che uno dei
termometri occupasse la posizione al di là del rosso dove non arrivava
nessuna fonte di luce. Herschel si accorse che il termometro che registrava
la temperatura più alta era quello che era posizionato al di là del rosso.
Doveva quindi esserci una radiazione invisibile al di là del rosso che
trasportava molto calore, tale radiazione venne chiamata dallo stesso
Herschel con il nome di radiazione infrarossa.

Onde radio, luce, raggi X sono tutte manifestazioni differenti dello stesso
fenomeno: le onde elettromagnetiche. Abbiamo già visto l’effetto
fotoelettrico mediante il quale, Einstein ha dimostrato che tutte le radiazioni
elettromagnetiche possono essere pensate come particelle di energia
𝐸 = ℎ𝜈. Solo le onde che hanno una lunghezza d’onda compresa tra circa
700 nm e circa 400 nm possiedono un’energia sufficiente a generare
reazioni chimiche nelle cellule della retina e diventano visibili a noi. Le altre
radiazioni elettromagnetiche sono invisibili a noi e costituiscono il resto dello
spettro elettromagnetico.

Le onde dello spettro elettromagnetico sono classificate nelle seguenti


categorie:

Onde radio: sono onde di bassa energia a cui l’atmosfera


è trasparente, sono utilizzate per le comunicazioni radio e
televisive. La loro lunghezza d’onda va da qualche migliaio
di km a circa 1 cm con energie da 10 milioni a 1000 volte
minore di quella della luce.

Microonde: sono onde centimetriche, la loro frequenza varia da 1 Ghz a


qualche centinaio di Ghz, sono utilizzate ad una particolare frequenza nei
forni a microonde per far oscillare le molecole di acqua, altrimenti sono
utilizzate nei dispositivi radar per il controllo del traffico aereo o per la
mappatura dei terreni. In questa banda di energia si osserva anche la

33
radiazione fossile del Big Bang. L’atmosfera è parzialmente trasparente a
queste radiazioni.

Infrarossi: sono onde con lunghezza d’onda da qualche mm a 700 nm, la


loro energia da un millesimo di quella della luce all’energia della luce rossa.
Queste onde noi le percepiamo come calore. L’atmosfera è parzialmente
trasparente a queste radiazioni.

Visibile: sono onde che hanno


l’energia di un elettrone accelerato
da circa un volt, sono in grado di
produrre nelle cellule della retina delle reazioni chimiche e diventano visibili.
Esse vanno dal Rosso, le radiazioni visibili meno energetiche, poi arancio,
giallo, verde, blu, indaco e violetto che sono le radiazioni visibili di maggiore
energia. L’atmosfera è trasparente a queste radiazioni. Lo spettro visibile
(e non solo lui) può presentarsi in tre tipi: spettro continuo, con i colori
dell’arcobaleno e tipico dei solidi e dei liquidi. Spettro di assorbimento, in
esso la luce attraversa un gas che l’assorbe solo in certi colori generando
delle righe scure e nere. Spettro in emissione, emesso da gas solo in
particolari energie generando delle righe luminose su sfondo nero.

Ultravioletto: la loro energia va da quella del violetto, vicino ultravioletto


ad energie 100 volte maggiori. Sono radiazioni ionizzanti e pericolose,
possono causare tumori alla pelle. Lo scudo d’ozono rende l’atmosfera
totalmente opaca a queste radiazioni.

Raggi X: sono radiazioni ionizzanti e penetranti, pericolosissime perché


possono essere causa di cancro ad organi interni. Esse possono avere
energie 100 volte maggiori di quella della luce (raggi X soft) a 100 mila
volte maggiori (raggi X hard). Vengono usate negli ospedali in piccole dosi
per ottenere le radiografie necessarie ad individuare eventuali fratture
ossee. I raggi X sono emessi anche da stelle di neutroni e dalla materia che
cadendo nei buchi neri si scalda, l’Italiano Riccardo Giacconi vinse il premio
Nobel per la fisica nel 2003 perché progettò il primo telescopio a raggi X

34
con cui fece importantissime osservazioni del cielo. Per fortuna l’atmosfera
è opaca ai raggi X e il telescopio è stato montato su un satellite.

Raggi Gamma: sono le radiazioni più pericolose e ionizzanti, vanno da


energie da 100 mila volte quella della luce a energia di almeno 100.000
miliardi di volte maggiore. Possono essere emessi nell’annichilazione
materia – antimateria, dalle pulsar, dai buchi neri, da elementi radioattivi
come il 26Al generato in esplosioni di supernova o da scorie radioattive della
fissione nucleare. L’atmosfera è opaca, ma i raggi gamma di energia
maggiore riescono a penetrare e generano una pioggia di particelle che a
sua volta per effetto Cerenkov produce lampi di 1 miliardesimo di secondo.

35
La riflessione della luce

Si ha il fenomeno della riflessione ogni


volta che un fascio di luce, dopo aver
colpito un corpo non trasparente lucido e
levigato, rimbalza sulla sua superficie e
viene deviato in un'altra direzione.

Il raggio di luce che arriva sulla superficie


lucida e levigata (raggio incidente) viene
“rimandato indietro” (raggio riflesso) in una direzione diversa, secondo
regole ben precise.

Il fenomeno della riflessione ha le seguenti leggi:

• 1a LEGGE - Il raggio incidente, la perpendicolare allo specchio nel


punto di incidenza e il raggio riflesso sono complanari, cioè giacciono
tutti nello stesso piano;
• 2a LEGGE - Il raggio incidente forma, con la perpendicolare allo
specchio condotta nel punto di incidenza, un angolo 𝜃𝑖 (angolo di
incidenza) uguale all’angolo formato dal raggio riflesso e dalla
perpendicolare stessa 𝜃𝑟 (angolo di riflessione):

𝜽𝒊 = 𝜽𝒓

36
La rifrazione della Luce

La rifrazione è un fenomeno fisico a causa del quale la direzione di


propagazione di un raggio di luce viene modificata nel passaggio da un
mezzo trasparente ad un altro. In realtà insieme alla rifrazione una parte
del raggio incidente viene riflesso seguendo le
leggi della riflessione appena viste.

Se misuriamo gli angoli rispetto alla normale e


indichiamo con 𝜃𝑖 l'angolo del raggio incidente
rispetto alla normale nel primo mezzo e con 𝜃𝑟
l’angolo del raggio rifratto nel secondo mezzo
misurato sempre rispetto alla normale.
Indichiamo con 𝜃𝑖 ′ l'angolo di riflessione è
possibile ricavare una relazione tra l’angolo di incidenza e quello di
rifrazione. Consideriamo i triangoli 𝑨𝑩𝑪 e 𝑨𝑪𝑫, l'angolo in 𝑪 di 𝑨𝑪𝑫 è l'angolo di
rifrazione 𝒓 in quanto
complementare al complementare
di 𝑨𝑪𝑫. Allo stesso modo l'angolo
𝑪𝑨𝑩 è complementare allo stesso
angolo a cui l'angolo 𝒊 è
complementare, pertanto i due
angoli sono uguali.

Nel mezzo A la luce si propaga


ad una velocità

𝑐
𝑣𝐴 =
𝑛1

quindi il tempo impiegato dalla luce a percorrere il tragitto BC è:

𝑩𝑪 𝑨𝑪 · 𝐬𝐢𝐧𝒊 𝑨𝑪𝒏𝟏 𝐬𝐢𝐧𝒊


𝜟𝒕𝑨 = = =
𝒗𝑨 𝒗𝑨 𝒄

con lo stesso ragionamento matematico il tempo impiegato a percorrere il


tratto AD è:

37
𝑨𝑫 𝑨𝑫𝒏𝟐 𝐬𝐢𝐧𝒓
𝜟𝒕𝟐 = =
𝒗𝑩 𝒄

uguagliando i due tempi perché AB e CD rappresentano i fronti d 'onda e


pertanto i tempi di transito devono essere gli stessi

𝑨𝑪𝒏𝟏 𝐬𝐢𝐧𝒊 𝑨𝑪𝒏𝟐 𝐬𝐢𝐧𝒓


=
𝑪 𝒄

e semplificando si ottiene:

𝒏𝟏 𝐬𝐢𝐧𝒊 = 𝒏𝟐 𝐬𝐢𝐧𝒓
ora se

𝒏𝟏 < 𝒏𝟐

i raggi si piegano avvicinandosi alla perpendicolare

se invece

𝒏𝟏 > 𝒏𝟐

i raggi piegano allontanandosi dalla perpendicolare.

La riflessione totale
Se invece

𝒏𝟏 > 𝒏𝟐

potrebbe non avvenire il fenomeno della rifrazione,


infatti nell'ipotesi in cui r = 90º si ha

𝐬𝐢𝐧𝒓 = 𝟏

e si ottiene l'angolo limite e per il quale non si ha rifrazione ma solo il


fenomeno della riflessione

𝒏𝟏 𝐬𝐢𝐧𝒊 = 𝒏𝟐

da cui si ottiene come angolo limite:

𝒏𝟐 𝒏𝟐
𝐬𝐢𝐧𝒊𝑳 = ⇒ 𝒊𝑳 = 𝐚𝐫𝐜𝐬𝐢𝐧 ( )
𝒏𝟏 𝒏𝟏

38
Ma qual è il significato di n?

Nel vuoto la luce si propaga a 292792km/s, quando la luce entra in un


materiale trasparente la sua lunghezza d'onda cambia a causa di interazioni
tra di essa e gli atomi del reticolo. Poiché l'energia della luce non può
cambiare (a meno che il fotone venga assorbito e vengano emessi più
fotoni di energia inferiore ma con energia complessiva uguale all'energia del
fotone iniziale). Quindi l'energia rimane costante e poiché essa è data dalla
relazione di Planck:

𝑬=𝒉·𝒇

Pertanto si avrà che la frequenza rimarrà costante mentre sarà la lunghezza


d’onda e la velocità dell’onda nel mezzo a cambiare:

𝝀𝒗
𝝀𝒎 = ⇒ 𝒄 = 𝝀𝒗 · 𝒇 ⇒ 𝒗 = 𝝀𝒎 · 𝒇
𝒏

da cui

𝝀𝒗 𝝀𝒗 𝒇 𝒄
𝒗= 𝒇= =
𝒏 𝒏 𝒏

e ciò perché il percorso del fotone non è


più lineare.

39
Costruzione delle immagini con specchi sferici
Considero uno specchio di diametro D, raggio r e raggio di curvatura R per
il quale vale la relazione con la distanza focale f

Come si vede dal grafico dello specchio sferico la distanza del centro o dallo
specchio è il doppio della distanza del fuoco f dallo specchio

𝑹
𝒇=
𝟐

1) indichiamo con f la distanza focale cioè la distanza tra vertice e fuoco.


2) indico con R il raggio di curvatura dello specchio
3) indico con q la distanza tra lo specchio e l'immagine
4) indico con p la distanza dell'oggetto dallo specchio

Con le grandezze definite precedentemente è possibile, per gli specchi


sferici scrivere un'equazione che lega queste grandezze tra di loro, tale
equazione è detta equazione dei punti coniugati

𝟏 𝟏 𝟏
= +
𝒇 𝒑 𝒒

40
COSTRUZIONE GRAFICA DELLE IMMAGINI

Per costruire graficamente le immagini che si formano devo tenere conto


delle due seguenti regole:

1- ogni raggio incidente e parallelo all'asse ottico viene riflessa dallo


specchio in modo da transitare per il fuoco e viceversa un raggio
incidente che sia passato precedentemente per il fuoco viene riflessa
parallelamente all'asse ottico.
2- ogni raggio passante per il centro viene riflesso indietro e torna a
passare per il centro.

1º caso

L'oggetto si trova più lontano del centro di curvatura.

Si ottiene un'immagine reale, ribaltata e rimpicciolita. L'oggetto e più


lontano del centro di curvatura e l'immagine si forma tra il centro e il fuoco.
Ricordiamo che tra centro è fuoco c'è la relazione:

𝑹
𝒇=
𝟐

41
2º CASO

L'oggetto si trova proprio nel centro di curvatura

L'immagine si forma sul centro di curvatura, è reale ed ha le stesse


dimensioni dell'immagine originale.

3º CASO

L'oggetto è posto tra il fuoco e il centro

L'immagine si forma ad una distanza maggiore del raggio di curvatura, è


ribaltata, reale e ingrandita

42
4º CASO

L'immagine è posta nel fuoco

I raggi escono paralleli dallo specchio e quindi non formano alcuna


immagine.
Applicazioni: I FARI ABBAGLIANTI E I FARI ANABAGLIANTI DELL 'AUTO.

5º CASO

L'oggetto è posto tra lo specchio e il fuoco

I raggi sono divergenti pertanto non possono formare una immagine reale.
Si genera l'immagine dietro lo specchio che è virtuale e ingrandita.

43
SPECCHIO CONCAVO

Sempre applicando le stesse regole si va a formare un'immagine virtuale,


dritta e rimpicciolita dietro lo specchio

LE LENTI SOTTILI

Ci sono due tipi di lenti sottili, le lenti convergenti che hanno la proprietà di
avvicinare i raggi paralleli e le lenti divergenti che hanno la proprietà di
allontanare i raggi paralleli.

44
La principale differenza rispetto gli specchi è la presenza di 2 centri di
curvatura; vediamo le regole per costruire le immagini. Definisco il centro
della lente l'intersezione tra l'osso ottico e l'asse di simmetria tra i centri di
curvatura.

Osservando la figura si osserva che il centro della lente è il punto O, con F


si indicano i due fuochi e i centri di curvatura e hanno una distanza R doppia
rispetto la lunghezza focale f. Se indichiamo con a la distanza dell'oggetto
dalla lente e indichiamo con b la distanza dell'immagine potremmo ancora
scrivere la legge dei punti coniugati:

𝟏 𝟏 𝟏
= +
𝒇 𝒂 𝒃

Vediamo ora alcuni concetti di base nel trattamento delle lenti sottili:

45
a- il centro della lente O è l'intersezione tra l'asse ottico e l'asse di
simmetria della lente
b- la distanza tra il fuoco e il centro della lente e detta distanza focale
ed è indicata con f
c- l'asse ottico è una linea retta passante per il centro
della lente e per i centri di curvatura
d- la lente ha due fuochi, uno a sinistra del centro l'altro a destra
entrambi alla stessa distanza f

Per costruire geometricamente l'immagine dobbiamo considerare le


seguenti regole:

1- tutti i raggi paralleli all'asse ottico vengono deflessi in modo da


transitare per il fuoco dalla parte opposta della lente o dalla stessa
parte.
2- il raggio che possa per il centro della lente prosegue indisturbato
3- tutti i raggi passanti per il fuoco escono dalla lente paralleli

L'OGGETTO È PIÙ LONTANO DAL CENTRO

Come si osserva dallo schema si forma un'immagine posta tra il fuoco F e


il centro e della superficie della lente, questa immagine risulta essere
ribaltata, reale e rimpicciolita.

46
L 'OGGETTO E POSIZIONATO SUL CENTRO DI CURVATURA

Adesso posizioniamo l'oggetto sul centro di curvatura:

In questo caso la distanza a è uguale a 2f, l'immagine che si forma dalla


parte opposta è reale, ribaltata e delle stesse dimensioni dell'oggetto,
inoltre questa immagine si trova dalla lente alla stessa distanza dell'oggetto.

DISTANZA DELL'OGGETTO COMPRESA TRA IL RAGGIO DI CURVATURA E LA


DISTANZA FOCALE

In queste condizioni l'oggetto si trova ad una distanza compresa tra la


lunghezza focale e il suo doppio.

Anche in questo caso l'immagine che si forma è reale, ribaltata ma si forma


molto lontano, ben oltre al raggio di curvature e per di più ingrandita.
Questa disposizione è spesso utilizzata nei proiettori.

47
DISTANZA DELL'OGGETTO PARI ALLA DISTANZA FOCALE

In questo caso analizziamo la situazione in cui si mette l'oggetto in uno dei


fuochi della lente

In questo caso i raggi escono paralleli dopo aver attraversato la lente e non
si forma alcuna immagine

L'OGGETTO SI TROVA PIÙ VICINO ALLA LENTE DI QUANTO STIA IL FUOCO

Questo è un caso particolare, infatti una volta attraversata la lente i raggi


escono divergenti da una distanza -b, l'immagine pertanto è virtuale, diritta
e ingrandita. Questa immagine non può essere proiettata ma solo
vista con l'occhio.

48
POTERE DIOTTRICO E INGRANDIMENTO

Riconsideriamo la legge dei punti coniugati

𝟏 𝟏 𝟏
= +
𝒇 𝒂 𝒃

Una volta che si conoscono a e b cioè distanza dell'oggetto e distanza a cui


si forma l'immagine è possibile conoscere l'ingrandimento lineare mediante
l'equazione:

𝒂
𝑮=
𝒃

Si definisce il potere [Link] lente il rapporto

𝟏
𝑫=
𝒇

che misura la capacità di una lente di convergere la luce

COMBINAZIONE DI LENTI

Le lenti possono essere combinate in modo da ottenere lenti composite. È


possibile combinare insieme sia lenti divergenti che lenti convergenti. La
combinazione delle lenti ha permesso di costruire particolari strumenti ottici
quali microscopio o telescopio. Lo strumento pertanto avrà una distanza
focale

𝟏 𝟏 𝟏
= +
𝒇 𝒇𝟏 𝒇𝟐

49
Effetto Doppler con la luce

Anche la luce e le radiazioni elettromagnetiche sono soggette all'effetto


Doppler. Poiché la luce si propaga nel vuoto non è necessario distinguere
tra sorgente e ricevitore in movimento. Se il moto relativo è in
avvicinamento verrà ricevuta una frequenza maggiore e la radiazione
luminosa ci appare più blu, cioè tutte le frequenze vengono spostate verso
il BLU. (BLUE SHIFT). In caso contrario le frequenze risulteranno spostate
verso il rosso (REDSHIFT). Per studiare l'effetto Doppler ottico si utilizza il
parametro z che individua il RED SHIFT di una sorgente luminosa.

𝝀𝒐𝒔𝒔 − 𝝀𝒆𝒎𝒆𝒔 𝒇𝒆𝒎𝒆𝒔 − 𝒇𝒐𝒔𝒔𝒆𝒓


𝒁= =
𝝀𝒆𝒎𝒆𝒔 𝒇𝒐𝒔𝒔𝒆𝒓

quando la velocità vr è molto più piccola della velocità della luce c, cioè
sorgente e ricevitore si muovono a velocità basse e non relativistiche è
possibile usare la relazione approssimate:

𝒗𝒓 𝒗𝒓 𝒇𝒆 − 𝒇𝟎
𝒁= ⇒ =
𝒄 𝒄 𝒇𝟎

da cui si ottiene

𝒗𝒓
𝒇 𝒆 − 𝒇𝟎 = 𝒇𝟎
𝒄

quindi

𝑣𝑟
𝑓𝑒 = 𝑓0 (1 + )
𝑐

La situazione cambia quando la velocità è prossima alla velocità della luce,


alla relazione precedente occorre apportare delle modifiche dovute alla
Relatività Ristretta:

𝒗𝒓
𝟏 + 𝒛 = 𝜸 (𝟏 + )
𝒄

dove Vr è la velocità radiale e

50
𝟏
𝜸=
𝟐
√𝟏 − 𝒗𝟐
𝒄

quindi la precedente relazione può essere riscritta:

𝒗
𝟏 𝒗𝒑 𝟏+𝒄
𝒁= (𝟏 + ) − 𝟏 = √ 𝒗−𝟏
𝒗 𝟐 𝒄 𝟏 −
√𝟏 − 𝟐 𝒄
𝒄

sostituendo la definizione di Z

𝒗𝒑
𝒇𝒄 − 𝒇𝟎 𝟏+ 𝒄
= −𝟏
𝒇𝟎 𝒗 𝟐
√𝟏 − 𝟐
𝒄

moltiplico per f0

𝒗𝒑
(𝟏 + 𝒄 )
𝒇𝒆 − 𝒇 𝟎 = 𝒇𝟎 − 𝒇𝟎
𝒗 𝟐
√𝟏 − 𝟐
𝒄

dalla quale si ottiene

𝒗𝒑 𝒗
𝟏+ 𝒄 𝟏+𝒄
𝒇𝒆 = 𝒇𝟎 = 𝒇𝟎 √ 𝒗
𝒗 𝟐 𝟏−𝒄
𝟏 × √𝟏 − 𝟐
𝒄

L'EFFETTO DOPPLER COSMOLOGICO

L'universo è in espansione, lo dimostrò sperimentalmente Edwin Hubble e


il principale motivo è che cambia il fattore scala. Consideriamo una galassia
che emette luce, all'epoca dell'emissione del fotone la galassia si trova ad
una distanza Re.

51
A causa dell'espansione
dell'universo la galassia si
è allontanata.
Consideriamo il grafico
riportato, sia Re la distanza
all'epoca di emissione del
fotone, Ro la distanza
attuale e 𝑐 ⋅ 𝑡 il percorso
della luce, fondamentale
per conoscere i parametri fisici della galassia. Risulta:

𝑹𝟎
𝟏+𝒛=
𝑹𝒆

EFFETTO DOPPLER GRAVITAZIONALE

Consideriamo due corpi di massa M ed m posti alla distanza r, l'energia


potenziale gravitazionale è:

𝑴𝒎
𝑼(𝒓) = −𝑮
𝒓

ora consideriamo un fotone di energia E, ora consideriamo il suo lavoro:

𝒉𝒇
𝒉𝒇 = 𝒎𝒄𝟐 ⇒ 𝒎 =
𝒄𝟐

sostituendo nell'equazione dell'energia potenziale

𝑴 𝒉𝒇
𝑼(𝒓) = −𝑮 ×
𝒓 𝒄𝟐

immaginiamo ora un fotone che parte dalla superficie di un corpo celeste di


raggio r con energia

𝑮𝑴 𝒉𝒇𝟎
𝑼(𝒓) = − × 𝟐
𝒓 𝒄

52
fino alla distanza infinita in cui

𝑼(𝒓) = 𝟎

Quindi alla partenza dalla superficie si ha:

𝑮𝑴 𝒉𝒇
𝑬 = 𝒉𝒇 − × 𝟐
𝒓 𝒄

mentre a distanza infinita il fotone avrà energia

𝑬 = 𝒉𝒇′

e per la conservazione dell'energia

𝑮𝑴 𝒉𝒇 𝑮𝑴
𝒉𝒇′ = 𝒉𝒇 − × 𝟐 = 𝒉𝒇 (𝟏 − 𝟐 )
𝒓 𝒄 𝒓𝒄

dividendo per la costante di Planck

𝑮𝑴
𝒇′ = 𝒇 (𝟏 − )
𝒓𝒄𝟐

questa relazione è un'approssimazione e tiene conto che in un campo


gravitazionale il tempo scorre più lento. La relazione più corretta che tiene
conto di effetti molto grandi dovute a massa grosse come quelle di buchi
neri e o stelle di neutroni è la seguente:

𝟐𝑮𝑴
𝟏−
𝒄𝟐 𝒓𝒓𝒊𝒄
𝟏+𝒛=√
𝟐𝑮𝑴
𝟏− 𝟐
𝒄 𝒓𝒔𝒐𝒓

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