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I Promessi Sposi

Nel Capitolo X de 'I Promessi Sposi', si esplora il tumulto interiore di Gertrude, una giovane monaca, mentre si confronta con il desiderio di libertà e il peso della sua scelta religiosa. La narrazione si sposta su Emma di 'Madame Bovary', che si prepara per un ballo, evidenziando il contrasto tra la sua vita quotidiana e il sogno di un'esistenza più affascinante. Infine, in 'Germinale', si descrive l'inizio di una rivolta tra i minatori, segnando il crescente malcontento sociale e la lotta per i diritti dei lavoratori.

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I Promessi Sposi

Nel Capitolo X de 'I Promessi Sposi', si esplora il tumulto interiore di Gertrude, una giovane monaca, mentre si confronta con il desiderio di libertà e il peso della sua scelta religiosa. La narrazione si sposta su Emma di 'Madame Bovary', che si prepara per un ballo, evidenziando il contrasto tra la sua vita quotidiana e il sogno di un'esistenza più affascinante. Infine, in 'Germinale', si descrive l'inizio di una rivolta tra i minatori, segnando il crescente malcontento sociale e la lotta per i diritti dei lavoratori.

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I PROMESSI SPOSI

CAPITOLO X
Vi son de’ momenti in cui l’animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che
ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di
sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo,
pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno. Questi
momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che
l’astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si
guarda(……………….)

Attraversando le sale per uscire, s’abbattè nel principe, il quale pareva che passasse di là a
caso; e con lui pure si congratulò delle buone disposizioni in cui aveva trovata la sua
figliuola. Il principe era stato fino allora in una sospensione molto penosa: a quella notizia,
respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di corsa da Gertrude, la ricolmò
di lodi, di carezze e di promesse, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte
sincera: così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano(………..)

Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e di divertimenti. E neppure
descriveremo, in particolare e per ordine, i sentimenti dell’animo suo in tutto quel tempo:
sarebbe una storia di dolori e di fluttuazioni, troppo monotona, e troppo somigliante alle cose
già dette. L’amenità de’ luoghi, la varietà degli oggetti, quello svago che pur trovava nello
scorrere in qua e in là all’aria aperta, le rendevan più odiosa l’idea del luogo dove alla fine si
smonterebbe per l’ultima volta, per sempre. Più pungenti ancora eran l’impressioni che
riceveva nelle conversazioni e nelle feste. La vista delle spose alle quali si dava questo titolo
nel senso più ovvio e più usitato, le cagionava un’invidia, un rodimento intollerabile; e
talvolta l’aspetto di qualche altro personaggio le faceva parere che, nel sentirsi dare quel
titolo, dovesse trovarsi il colmo d’ogni felicità. Talvolta la pompa de’ palazzi, lo splendore
degli addobbi, il brulichío e il fracasso giulivo delle feste, le comunicavano un’ebbrezza, un
ardor tale di viver lieto, che prometteva a sè stessa di disdirsi, di soffrir tutto, piuttosto che
tornare all’ombra fredda e morta del chiostro(……..)

Dopo dodici mesi di noviziato, pieni di pentimenti e di ripentimenti, si trovò al momento della
professione, al momento cioè in cui conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più
scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo ripetè, e fu monaca per sempre
(………)

È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e
consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se
al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in
opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si
dice in proverbio, di necessità virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato
intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato
imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la
santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione. È una
strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l’uomo capiti ad essa,
e vi faccia un passo, può d’allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivar
lietamente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca
santa e contenta, comunque lo fosse divenuta. Ma l’infelice si dibatteva in vece sotto il
giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse. Un rammarico incessante della libertà
perduta, l’abborrimento dello stato presente, un vagar faticoso dietro a desidèri che non
sarebbero mai soddisfatti, tali erano le principali occupazioni dell’animo suo.

MADAME BOVARY

IL BALLO AL CASTELLO
Entrando, Emma si sentì investita da una folata calda, nella quale si mescolavano i profumi
dei fiori, della bella biancheria, delle carni cucinate e dei tartufi. Le candele dei candelabri si
specchiavano come fiammelle allungate nelle campane d'argento, i cristalli sfaccettati, velati
da un vapore opaco, si rimandavano pallidi raggi di luce lungo la tavola per tutta la
lunghezza della quale erano disposti in linea diritta mazzolini di fiori, e, nei piatti decorati con
una larga bordura, i tovaglioli piegati a forma di mitra avevano fra le due pieghe un panino
ovale. (…..) Terminata la cena, le signore salirono nelle loro stanze per prepararsi al ballo.
Emma si agghindò con la scrupolosa attenzione di un’attrice al suo debutto. Pettinò i capelli
come le era stato consigliato dal parrucchiere, poi indoss una veste di lana leggera che
aveva disteso sul letto. I pantaloni di Charles avevano la cintura troppo stretta.

«Le staffe mi daranno fastidio, per ballare» egli disse.

«Ballare?» domandò Emma. «Sì!»

«Ma hai perso la testa? Vuoi renderti ridicolo? Rimani a sedere. È più dignitoso per un
medico» soggiunse.

Charles tacque. Camminava su e giù, aspettando che Emma fosse pronta. Standole alle
spalle la vedeva nello specchio, fra due candelabri. Gli occhi neri parevano più fondi ancora.
I capelli, dolcemente rigonfi sugli orecchi, splendevano di riflessi azzurri. Sui petali di una
rosa dal gambo sottile, infilata nello chignon, tremolavano gocce di rugiada spruzzatevi ad
arte. Indossava un abito di un color zafferano chiaro, drappeggiato da tre mazzi di roselline
circondate di foglie verdi.

Charles fece per baciarla su una spalla.

«Lasciami,» disse Emma «mi sciupi il vestito».

Un ritornello eseguito da un violino giunse fino a loro insieme con il suono di un corno.
Emma discese lo scalone facendo uno sforzo per non correre.

Le danze erano cominciate con una quadriglia. Stava arrivando gente. C'era ressa. Ella
sedette su una panchetta vicino alla porta.
Quando la contraddanza ebbe termine, il centro della sala rimase vuoto per i gruppi di
uomini che chiacchieravano in piedi e per i domestici in livrea che giravano con grandi
vassoi. Le signore, sedute in fila, agitavano i ventagli dipinti, nascondevano a metà i sorrisi
dietro i loro bouquet e facevano circolare con gesti graziosi i flaconcini dal tappo d'oro fra le
mani strette nei guanti bianchi che rivelavano la forma delle unghie e serravano i polsi. Le
guarnizioni di pizzo fremevano sui corsetti, le spille di diamanti scintillavano sui petti, i
braccialetti a ciondoli tintinnavano sulle braccia nude. Le pettinature aderenti sulla fronte e
raccolte in chignon sulla nuca, erano ornate da coroncine, grappoli o ramoscelli di non ti
scordar di me, di gelsomini, di fiori di melograno, spighe e fiordalisi. Tranquille, al proprio
posto, madri dal viso arcigno sfoggiavano turbanti rossi. (….)

Vicino a lei, una signora lasciò cadere il ventaglio, mentre passava uno dei ballerini.

«Sarebbe così gentile, signore,» disse la dama «da volermi raccogliere il ventaglio? Mi è
caduto dietro il divano.»

Il giovanotto si chinò e, mentre faceva il gesto di tendere il braccio, Emma vide la mano della
giovane signora gettargli nel cappello qualcosa di bianco, piegato a triangolo. Egli raccolse il
ventaglio, lo porse rispettosamente alla dama che ringraziò con un cenno del capo e prese
ad aspirare il profumo del suo bouquet.

Quando giunsero a casa, il pranzo non era ancora pronto. La signora andò in collera.
Nastasie rispose con insolenza.

«Se ne vada! Questo è prendere in giro, lei è licenziata!»

Il pranzo consistette in una zuppa di cipolle e in un pezzo di vitello all'acetosella. Charles,


seduto di fronte a Emma, fregandosi le mani con aria soddisfatta, disse:

«Com'è piacevole ritrovarsi a casa propria!»

Dalla cucina giungevano i singhiozzi di Nastasie. Charles era affezionato a questa povera
donna, che si era occupata di lui e gli aveva tenuto compagnia per tante sere nell'inerzia
della sua vedovanza. Era la sua prima paziente, la prima persona che aveva conosciuto a
Tostes.

«Ma l'hai licenziata sul serio?» domandò infine.

«Sì, chi me lo impedisce?» rispose Emma.

Poi, mentre veniva preparata la camera da letto, andarono a scaldarsi in cucina. Charles si
mise a fumare. Fumava sporgendo le labbra, sputando ogni minuto e allontanando il fumo a
ogni boccata con la mano.

«Ti farà male» disse Emma sdegnosamente.

Charles posò il sigaro e corse a bere un bicchiere d'acqua fredda alla pompa. Emma afferrò
il portasigari e lo gettò in fretta in fondo a un cassetto.
L'indomani fu una giornata interminabile. Emma passeggiò nel giardino, su e giù sempre per
gli stessi vialetti, fermandosi davanti alle aiuole, alle spalliere, al curato di gesso, guardando
sbalordita tutte queste vecchie cose che conosceva tanto bene. Come le sembrava lontana
la festa al castello! Che cos'era a far sembrare tanto distanti il mattino dell'altro ieri e la sera
di oggi? La gita alla Vaubyessard aveva aperto una voragine nella sua vita, un crepaccio
come quelli che in una sola notte gli uragani riescono a scavare nei fianchi delle montagne.
Ma era rassegnata: chiuse religiosamente nel cassettone il suo bell'abito da sera e le
scarpine di raso alle quali la cera che rendeva lustro il pavimento del salone aveva ingiallito
le suole. Anche al suo cuore era accaduto qualcosa di simile: sfiorato dal lusso si era velato
di un non so che d'impalpabile e d'indelebile.

Germinale

La rabbia della folla


Sin dall’albeggiare, un fermento di rivolta aveva corso i borghi operai, avvisaglia della
sommossa che ora andava crescendo minacciosa per le strade, dilagando per la campagna.
Ma lo spargersi della notizia che cavalleria e gendarmi battevano la pianura, aveva
consigliato di differire l’ora della partenza. […] Verso le sette e mezzo, al sorgere del sole,
un’altra voce venne a calmare gli animi. Non di tradimento si trattava; bensì d’uno dei
periodici spiegamenti di forza che, da quando era scoppiato lo sciopero, il comando del
distretto ordinava, su invito del prefetto di Lilla. I minatori esecravano questo funzionario che,
dopo aver promesso di intervenire in senso conciliativo, si limitava ora a far sfilare ogni otto
giorni le truppe con l’evidente scopo di intimorirli. Sicché quando dragoni e gendarmi
ripresero tranquillamente la via di Marchiennes, paghi d’avere intronato i borghi del trotto dei
loro cavalli, i minatori risero alle spalle di quel bonomo di prefetto che ritirava le truppe
proprio al momento buono. Sino alle nove rimasero sulle soglie a farsi buon sangue a
contemplare con aria sorniona allontanarsi le schiene bonarie degli ultimi gendarmi.
Crogiolandosi nei morbidi letti di piuma, i benestanti di Montsou dormivano ancora. […] Non
un pozzo era presidiato: mancanza di previdenza che si verifica fatalmente al momento del
pericolo e che dà la misura dell’incapacità d’un governo e degli errori di ogni sorta che
commette quando si tratterebbe di non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti. E
suonavano le nove, quando finalmente i minatori presero la via di Vandame per recarsi al
posto di convegno. […] E per l’aperta pianura bianca di brina la banda avanzò sotto il pallido
sole d’inverno, traboccando ai lati della strada, attraverso le piantagioni di barbabietole.

[…]

Quando si arrivò davanti alla Madeleine si era in millecinquecento. La strada d’accesso alla
miniera scendeva con dolce pendio; la vociferante colonna dovette aggirare il terrapieno, per
quindi spiegarsi sul piazzale della miniera. Erano in quel momento passate di poco le due.
Ma i sorveglianti, avvertiti, avevano anticipato l’uscita delle maestranze; sicché all’arrivo dei
dimostranti, stavano sbarcando dall’ascensore gli ultimi venti operai. Cercarono scampo
nella fuga; furono inseguiti a sassate. Due furono picchiati, uno ci rimise una manica. Questa
caccia all’uomo salvò il materiale; né i cavi né le caldaie soffrirono danni. Già la banda
s’allontanava, diretta al pozzo vicino.

[…]
Sottolineato dai borborigmi del corno, il grido:

— Pane! pane! – si affievolì in lontananza.

Seguitando sempre a ingrossarsi, la banda, che adesso non contava meno di


duemilacinquecento uomini, arrivò alla Gaston-Marie, tutto rovesciando e spazzando davanti
a sé come un torrente in piena.

[…]

— Pane! pane! pane! — Era la banda degli scioperanti che irrompeva in Montsou; mentre,
manco a dirlo, la gendarmeria se ne allontanava di corsa, diretta al Voreux che le risultava
minacciato.

[…]

Urlanti e gesticolanti, le donne erano apparse; un migliaio o poco meno; scarmigliate dalla
corsa, mal coperte da cenci che lasciavano intravedere qua e là la pelle, dei corpi di
femmine sfiancate a forza di figliare. Alcune tenevano fra le braccia l’ultimo nato, lo
sollevavano, lo mostravano come brandissero e agitassero un segno di vendetta e di lutto.
Altre, più giovani, procedevano impettite come muovessero alla battaglia, impugnando
bastoni; mentre le vecchie, simili a furie scatenate, urlavano così forte che nei colli scarniti le
corde si tendevano quasi a schiantarsi. Seguiva la valanga degli uomini; duemila forsennati;
manovali, braccianti, staccatori; una massa pigiata e confusa che avanzava compatta al
punto che non vi si discerneva più nulla: camiciotti di tela o maglie a brandelli, tutto spariva
in un’unica tinta terrea. Galleggiavano su quella uniformità solo il lampeggiare degli occhi, lo
spalancarsi dei neri buchi delle bocche, bercianti la «Marsigliese»; le cui strofe
naufragavano in un mugghio confuso, accompagnato dallo schioccare degli zoccoli. Sulla
marea di teste irta di sbarre di ferro, un’ascia passò; e quell’unica ascia, tenuta verticale, che
era come il vessillo della banda, si ritagliava sul limpido cielo con l’aguzzo profilo d’una
mannaia.

[…]

L’ira, la fame, i patimenti che da due mesi duravano, la stanchezza prodotta da quello
scalmanato correre di miniera in miniera, aveva infatti allungato quei pacifici visi in mascelle
di belve. In quel momento il sole tramontava, insanguinando la pianura della cupa porpora
dei suoi ultimi raggi.

Tinti di quella porpora, uomini e donne seguitavano a correre simili a beccai imbrattati di
sangue; e fu come se, non più una folla, ma un fiume di sangue dilagasse per la strada.

[…]

Sì, il secolo non volgerebbe a termine, che in una rossa sera come questa, il popolo
scatenato strariperebbe così per le strade: grondante del sangue della borghesia, agiterebbe
sulle picche delle teste, sventrerebbe i forzieri e ne seminerebbe l’oro. Le donne
urlerebbero; minacciosi come questi, gli uomini spalancherebbero fauci di belva. Sì,
sarebbero gli stessi cenci che ricomparirebbero, lo stesso strepitio di zoccoli che
rintronerebbe le vie; sarebbe la stessa raccapricciante folla, lacera, sudicia, dal fiato
appestato, che spazzerebbe via il vecchio mondo sotto la sua barbarica spinta irresistibile.
Incendi fiammeggerebbero; delle città non resterebbe pietra su pietra; si ritornerebbe
all’esistenza selvaggia dei boschi, dopo il pauroso esplodere di foia, dopo l’immane orgia
che vedrebbe in una notte i diseredati sfiancare le donne dei ricchi, mettere a sacco le loro
cantine. Più nulla resterebbe; non un soldo delle fortune accumulate, non un titolo o una
posizione sociale; sino al giorno in cui forse un nuovo mondo sorgerebbe sulle rovine
dell’antico. Sì, era un’avvisaglia di questo, ciò che ora si scatenava su quella strada con la
irresistibilità d’una forza di natura; era dell’imminente ciclone che essi ora ricevevano in viso
la ventata che bastava a farli trascolorire.

Un grido sorse che soverchiò il canto della «Marsigliese”

- Pane, pane, pane!-

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