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RIFRAZIONI ALLALBA

Un racconto inedito di Marco Orlando

Dammi solo un minuto un soffio di fiato un attimo ancora

Era seduto da diverse ore, immobile su una seggiola di legno, in castigo fin dall'inizio della notte. O forse era l da sempre. In terrazza con lo sguardo fisso sul bocciolo di rosa e la macchina fotografica in grembo. Sullobiettivo e sulle lenti dei suoi occhiali, si era depositato un velo di rugiada. Nellarco del cielo scuro, anche quella notte erano passate milioni di stelle ma non lo avevano pi distratto, perch sapeva che non ci sarebbe stata unaltra occasione. Quando inizi ad albeggiare, avvicin il dito al pulsante di scatto come un sicario che sa di avere solo un colpo a disposizione. Respir pi volte alzando e abbassando il diaframma, inspir ed espir finch non riusc a controllare il tremolo delle mani. Ag sullesposimetro per impostare il tempo di apertura dellobiettivo. Scelse il tempo di esposizione pi lungo che aveva mai tenuto, nella sua vita fino ad allora.
Quando il sole si alz sull'orizzonte cap che era arrivato il momento. Allora tese allo spasimo i muscoli delle braccia, alz gli occhiali sulla fronte e controll l'immagine nel mirino per essere pronto a quando sarebbe successo quel che aspettava da sempre.

Non pens pi al grumo di nodi intrecciati che era diventata la sua schiena, dopo tutto il tempo che aveva passato seduto. Dimentic i crampi alle mani e il freddo alle ossa. Agitate farfalle gridavano nel suo stomaco di non perdere l'ultima occasione, ch ai dolori avrebbe pensato dopo. Si affid ancora una volta al suo istinto, sperando che lalba gli avrebbe restituito il calore e tutta la fiducia che - un'ora dopo l'altra, una notte e un anno dopo laltro - aveva smarrito nel buio. Sper con tutto se stesso di riuscire a scattare la fotografia, di esserne ancora capace. Sper di cogliere quel fiore nel momento in cui sarebbe sbocciato. Si predispose ad accogliere lultimo dono, lo attese con quieta trepidazione e pacata speranza. Respir ancora a fondo e controll le mani: erano ferme. Non aveva pi paura, era pronto quant vero iddio. Quando il cielo fu tutto rosa, premette il dito sull'otturatore e lo tenne serrato attendendo che il tempo di esposizione terminasse: cos gli diceva di fare il cuore e lesperienza di tanti anni da fotografo. A un gesto cos piccolo consegn limmensa speranza dellultimo sforzo: lo sforzo di una vita. Il sole sal lungo la curva del cielo, sventagliando una raffica di raggi rossi che fece tremare laria calda, come il laser che spazza il palcoscenico prima che inizi un nuovo concerto. Il primo raggio colp i suoi occhiali bagnati dalla rugiada e, quando la luce incontr il vetro delle lenti

tutti i colori dell'iride gli esplosero davanti al viso in un piccolo ventaglio di arcobaleno, miliardi di corpuscoli animati e luminosi si mossero allunisono, fermentarono sulla soglia dellincolore ondeggiando sperduti con moti casuali, poi si cercarono tra loro, si riconobbero figli gemelli spintonandosi, cuccioli ciechi che risalgono le dune morbide della mamma cercando lo zampillo a cui appendere le loro bocche sdentate, si unirono in una nuvola colorata, scomposta e fremente e salendo gareggiarono sullo spettro delle frequenze, scintille di brace accesa sospinte dal calore vivo, si nutrirono d'aria finch divennero forti, e avanzarono rombando dentro unonda durto verso il fiore fino a lambirlo e a farlo tremare, poi tornarono di nuovo verso il viso di lui, lo tentarono sfrangiandosi in mille lingue seducenti, ora gialle ora rosse ora viola, ma ancora indietreggiarono come la risacca asciuga la terra prima che la grande onda arrivi, e solo quando ogni cosa fu finalmente perfetta, solo al momento giusto, con violenza inaudita liberarono lenergia, gli travolsero la faccia, si aggrapparono ai suoi capelli, scivolarono lungo le palpebre, si insinuarono brulicando tra le ciglia, gli allagarono le cornee raccogliendosi in vortici, che videro le pupille aperte e vi si gettarono dentro, gi a precipizio e sempre pi in basso, fino ad ammarare schiantando le retine. Che prima si gonfiarono, poi risalirono, e sinfiammarono di luce. Ma lui non ebbe il tempo di accorgersene, perch nel medesimo istante, nellattimo preciso, nello stesso singolo secondo in cui quel piccolo ventaglio di arcobaleno si form davanti ai suoi occhiali, la luce era gi arrivata al cervello. Conosceva bene il fenomeno della rifrazione, l'attimo in cui l'aria svela tutti i colori di cui composta, ma ne rest ugualmente abbagliato, stordito, confuso, mentre anche la macchina fotografica che teneva sul grembo veniva finalmente inondata di una luce densa, e calda. Fu allora che successe davvero.

Fu solo un istante prima che le mani iniziassero di nuovo a tremare, mentre la luce negli occhi ancora lo rendeva cieco. Fu in quel momento che il tempo di esposizione fin, lobiettivo si richiuse catturando un raggio di sole, la macchina fotografica scatt. Un semplice clic segn la fine dell'attesa, e - inesorabilmente insieme - il progredire della pellicola sul rullino. Roberto non vide mai quel fiore sbocciare, n torn pi a guardare quale immagine fosse rimasta impressa nella pellicola. Non svilupp mai il rullino, n entr pi dentro la sua camera oscura. Quel che fece fu appoggiare la macchina fotografica per terra, con la delicatezza e il rispetto che si deve agli oggetti preziosi di una vita, da cui ci si separa. Si alz dalla seggiola, si massaggi le spalle e le braccia per riscaldare i muscoli ancora doloranti, infine si mise la giacca e controll di aver preso tutto ci che gli serviva. Rientr in casa, apr la porta e usc. In seguito si seppe di lui che, molto spesso, sorrideva.

come mai i tuoi occhi ora stanno piangendo?

(5870 caratteri, spazi inclusi. Scritto tra il 5 aprile e il 18 luglio 2011)