Barello Archeologia Della Moneta
Barello Archeologia Della Moneta
CAPITOLO 1
LA NUMISMATICA: DEFINIZIONE E STORIA
È difficile dare una definizione di numismatica, questo perché la disciplina non si presenta come un blocco unitario,
ma come un insieme di filoni di ricerca che, con l’evolversi degli interessi e l’affinamento dei metodi di indagine, si
sono succeduti ed affiancati nel corso del tempo.
Il metodo più semplice è quello di affidarsi all’etimologia il latino nummus, il parallelo al greco nomisma è il
termine preciso per definire la moneta di qualunque genere, sottolineandone l’aspetto convenzionale e legale.
A sua volta il termine nomisma deriva dal greco nomos, termine indicante la consuetudine, la norma, la legge.
Questi termini appartengono ad una famiglia di parole che discende dalla radice indoeuropea nem-, con il significato
di prendere, mettere in ordine, contare, ripartire.
Si tratta dunque della scienza delle monete, che considera gli aspetti materiali (forme, misure, tecniche) e gli aspetti
astratti (valore giuridico, circolazione).
Ma bisogna ricordare che la moneta (nummus) non corrisponde al denaro (pecunia), ma solo un tipo di questo, che
può assumere altre forme, essendo il denaro un termine generico che indica l’insieme di beni mobili e immobili che
costituiscono un patrimonio di ricchezze.
La moneta è invece uno strumento sofisticato che svolge diverse funzioni. Di conseguenza la moneta può far parte del
denaro, ma non viceversa.
Quindi la numismatica è la scienza delle monete sotto tutti i loro aspetti, intesa anche come storia della moneta che
analizza i suoi sviluppi dalle forme più primitive sino a quelle più evolute.
Prendendo in analisi la numismatica antica che pone dei limiti cronologici nei confronti di altre branche, a causa dei
fatti storici, in realtà la caduta dell’Impero romano di Occidente non rappresenta uno spartiacque per la monetazione
antica. Dopo la deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre, le zecche occidentali continuarono a produrre
moneta a nome di Zenone, imperatore dei due regni uniti, senza modifiche sostanziali, mentre a Costantinopoli
l’Impero d’Oriente continuò a produrre moneta con continuità fino alla definitiva caduta nel 1453.
Per questo si è scelta una data, oggi accettata, per l’inizio della monetazione bizantina scegliendo il regno di
Anastasio I (491-518 d.C), autore di una profonda riforma monetaria che modificò sostanzialmente i caratteri delle
emissioni in bronzo, in coincidenza con il crollo definitivo del sistema di produzione di moneta occidentale portato
dalle invasioni germaniche e l’inizio delle nuove coniazioni che danno il via alle monete considerate medievali.
A sua volta la numismatica antica si suddivide in due tronchi, quello della numismatica greca, che comprende la
monetizzazione del mondo mediterraneo (comprese l’ispanica, la celtica, la punica), e quella romana, che include
tutte le emissioni ufficiali di Roma e delle zecche direttamente controllate.
La numismatica romana si suddivide a sua volta in repubblicana dalle origini sino all’assunzione del titolo di
Augusto da parte di Ottaviano (27 a.C), ed imperiale da Augusto fino a Zenone (476-491 d.C).
Inoltre, le produzioni monetali autonome delle città greche e del mondo ellenistico sotto il dominio romano sono state
tradizionalmente comprese nella numismatica greca (coloniale, greco imperiale) e solo di recente sono state
considerate come fenomeno a parte, venendo incluse nella cosiddetta monetazione romana provinciale.
1.2. Storia della ricerca numismatica: dall’antichità ai primi umanisti-collezionisti, fino a Eckhel
L’interesse per la moneta come testimonianza storica è sempre esistito, da quando la moneta stessa esiste; ma nel
mondo antico doveva prevalere il suo pregio come oggetto d’arte piuttosto che documento; infatti, nessuno si è mai
occupato di mettere insieme un tentativo di storia monetale.
Come ci riporta Svetonio, Ottaviano era solito collezionare monete di vario conio, antiche, di altri re o straniere.
Plinio il Vecchio racconta che alcuni suoi contemporanei si dedicassero allo studio di monete false, arrivando a pagare
monete contraffatte con denari autentici.
Indubbio è l’utilizzo di monete antiche come amuleti od oggetti d’ornamento, spesso montate in oreficerie e in
qualche modo assimilate alle pietre preziose come testimonia Pomponio nel Digesto; “vecchie monete d’oro e
d’argento, che si è soliti utilizzare al posto delle gemme”.
L’aspetto collezionistico si accentua con il rinascere degli studi umanistici e la ricerca di monete antiche diviene fonte
di materiale iconografico utile nella riscoperta del mondo antico.
Oliviero Forzetta, notaio a Treviso, ci fornisce la più antica testimonianza, in un documento per un acquisto a
Venezia del 1335, di una collezione di arte e archeologia, che comprendeva cinquanta medajae.
Il termine medaglia per indicare la moneta è di origine medievale e permane fino a tempi recenti, tanto che tutt’ora le
raccolte numismatiche vengono dette “medaglieri”. Sembra che l’uso di questa parola derivi da una moneta di basso
valore del sistema carolingio; la maille (mezzo denaro ad obolo), che viene indicata in documenti in latino come
medala o medallia. Dopo il cessare del suo uso, il termine sarebbe utilizzato inizialmente per indicare monete fuori
corso, e infine per indicare oggetti monetali privi di significato economico, ad uso prettamente commemorativo quali
appunto definiamo oggi le medaglie.
L’interesse antiquario per la serie romana imperiale sorge agli arbori dell’umanesimo.
Questo è evidente in Giovanni de Matociis, il quale riporta nella sua opera disegni di ritratti di imperatori romani tratti
da monete. E in Francesco Petrarca il quale raccolse monete romane dai vignaioli che le trovavano nei terreni, per
poter meglio commentare gli autori antichi oggetti dei suoi studi.
L’allargarsi sempre maggiore dell’interesse collezionistico, sia a scopo erudito sia nella ricerca di cose belle e preziose
di cui circondarsi, oltre al commercio antiquario stimolò anche le prime imitazioni dell’antico, con la produzione di
medaglie con il ritratto dell’imperatore Galba da parte dei fratelli Sesto.
Il ‘400 fu il secolo della nascita delle grandi collezioni principesche, con il formarsi dei primi importanti nuclei
all’interno delle corti dove il progresso degli interessi umanistici era coltivato ed incentivato, come presso i Medici a
Firenze, gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova e gli Aragona a Napoli.
Vero precursore degli studi di numismatica antica fu Guillaume Budè, uno studioso della cerchia di Francesco I di
Francia, autore nel 1515 del trattato De asse et partibus eius, nel quale, basandosi su materiali della propria collezione
di monete romane, si gettavano le basi della metrologia antica, mettendo in relazione la terminologia monetale greca e
romana, ricavata dai testi antichi, con il valore reale delle monete delle quali si cercava di stabilire anche
l’equivalenza.
Il rinnovato interesse per l’antico, stimolato in tutti i settori del sapere con il Rinascimento, determinò i veri e propri
inizi di una scienza numismatica. L’incisore Enea Vico, che lavorò a Roma presso stampatori attivi nel campo
dell’antiquaria, pubblicò i Discorsi sopra le medaglie degli antichi, interessandosi dalle origini della moneta, dei
nominali e delle legende, cercando di isolare i falsi, che cominciavano ad abbondare all’interno delle collezioni, in
parallelo alla crescita della richiesta di esemplati di buona qualità.
Nello stesso periodo nacque anche l’idea (Sebastiano Erizzo) che le monete romane non fossero altro che medaglie
commemorative degli imperatori. In questa visione sicuramente giocò un ruolo importante la fioritura della medaglia
rinascimentale italiana, che aveva trovato grande ispirazione nella monetazione romana. La data di nascita ufficiale è
stata fissata al 1438, quando Antonio Pisano modellò la medaglia per Giovanni VIII, imperatore di Costantinopoli,
giunto a Ferrara per il Concilio di Riunificazione.
L’attenzione era quindi rivolta all’iconografia dei sovrani illustri, filone di ricerca inaugurato da Andrea Fulvio.
L’impulso fondamentale veniva dal grande sforzo collezionistico tra i privati colti, ma anche nell’ambito delle corti
che facevano a gara per arricchire le loro raccolte.
Nella collezione monetale principesca i massimi esponenti furono gli Asburgo di Vienna, soprattutto rappresentativa è
la figura di uno dei loro fornitori di antichità, il mantovano Jacopo Strada che pubblicò nel 1553 un’opera con
riproduzioni di monete antiche a scala più grande dell’originale.
Si tratta di opere ricche di errori, sviste, falsi, che aprirono però al problema fondamentale dei primordi della
numismatica, quello della classificazione e dell’ordinamento del materiale.
Da questo punto di vista un ottimo lavoro fu svolto dall’olandese Hubert Goltz, che in un grand tour visitò più di 950
collezioni tra Paesi Bassi, Francia, Germania e Italia, facendo confluire l’enorme materiale raccolto in cinque volumi.
Le basi scientifiche della materia trovarono una fondazione solida soltanto per opera del gesuita austriaco Joseph
Hilarius Eckhel, prima conservatore del medagliere dei gesuiti a Roma, poi direttore del gabinetto numismatico
imperiale. Per la prima volta vengono sistemate e suddivise le monete greche e romane, catalogandole in otto volumi
nella Doctrina Numorum Veterum. I primi quattro furono dedicati alle monete greche, il quinto alla moneta romana
repubblicana, i rimanenti alle serie romane imperiali.
Questa sistemazione delle monete antiche costituirà la base di tutte le classificazioni successive della moneta greca e
romana. L’ordine dato alla materia è quello che tutt’ora si utilizza nell’ordinamento dei medaglieri e nella
compilazione dei relativi cataloghi.
Le monete greche sono organizzate per regioni, seguendo in senso orario le coste del Mediterraneo, e all’interno di
ciascuna regione le monete sono organizzate in ordine alfabetico per città emittente, comprendendo così anche le serie
romano-provinciali.
Le monete romane repubblicane sono classificate per famiglia del magistrato monetario, in ordine alfabetico; mentre
quelle imperiali seguendo l’ordine cronologico dei regnanti, e per ciascun imperatore in ordine alfabetico.
Questa impostazione, anche se non rispetta la sequenza cronologica precisa delle singole emissioni e in generale la
storia della moneta, fu sufficiente a sistemare i migliaia di tipi monetali battuti fino a quel momento, e a contrastare
l’enorme quantità di falsi che erano stati creati per soddisfare la forte richiesta dei collezionisti, dai principi ai nobili e
agli eruditi.
Da quel momento la numismatica usciva definitivamente dal campo dell’antiquaria erudita e del collezionismo
meccanicamente classificatorio per entrare in quello di una scienza autonoma, all’interno della vasta famiglia delle
scienze dell’antichità.
CAPITOLO 2- LA MONETA
Gli economisti moderni definiscono la moneta come “terza merce”, ovvero un bene che funge da intermediario negli
scambi che comportano il trasferimento di due merci diverse tra loro non direttamente comparabili.
Lo scambio diretto di due beni invece viene definito baratto, sistema sempre esistito nella storia e mai completamente
abbandonato, anche dopo l’introduzione della moneta, soprattutto nei periodi di crisi economica o politica.
Oggi si tende a considerare “moneta” e “denaro” come sinonimi ma in realtà i due termini non sono equivalenti
la moneta è una forma specifica assunta dal denaro in dati luoghi e in dati momenti.
Funzioni principali della moneta la moneta deve necessariamente poter essere:
Mezzo di pagamento serve ad estinguere un’obbligazione
Misura del valore consente di determinare un’equivalenza tra merci differenti, non immediatamente
equiparabili che ne consentono lo scambio diretto e la qualificazione di beni di varia natura e la loro
amministrazione
Sistema di tesaurizzazione La moneta immobilizzata tramite il suo ritiro dalla massa circolante può divenire una
forma di tesaurizzazione per l'accumulo della ricchezza, in quanto non è soggetta a deterioramento (dato il suo
elevato valore intrinseco) per cui non intervengono fattori di decremento del valore, come può accadere con le
derrate o il bestiame.
Mezzo di scambio l’utilizzo della moneta consente di procurare beni non direttamente disponibili. Si ha uno
scambio indiretto tra due merci, attraverso l’impiego della terza merce.
La moneta per antonomasia è la moneta metallica coniata, ovvero una quantità definita di metallo prezioso o
semiprezioso munito di un’impronta, solitamente su entrambi i lati, che ha la funzione di dichiarare l’autorità che
garantisce per il peso e il titolo della lega, e che ne impone l’uso e l’accettazione entro la propria sfera di influenza.
Nell’antichità questo tipo di funzioni avvenivano tramite le “monete naturali” (premonete), che erano rappresentate
dai prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, utilizzate come moneta di conto (misura del valore)
Si può parlare per la prima volta di economia di tipo redistributivo con la nascita di quel tipo di società detto
Chiefdom, nei quali viene superata l’organizzazione in semplici bande o tribù e che troverà massimo raggiungimento
con la creazione dei veri e propri stati.
Già dal Neolitico nel Vicino Oriente compaiono fenomeni di tipo commerciale che riguardano materiali come
ossidiana e pietre dure. Solo con le prime forme di scrittura provenienti dalla Mesopotamia e Siria si può osservare
l’adozione nella contabilità amministrativa di una serie di beni e prodotti (orzo, rame, argento) utilizzati come
standard con funzione di equivalente di valore quindi sono già definiti standard ponderali e di capacità, i quali
venivano utilizzati per registrare contratti di compravendita, circolazione di oggetti metallici di peso predefinito,
nonché la registrazione amministrativa delle entrate e uscite.
Ciò che costituisce una delle innovazioni fondamentali che portarono dalle forme premonetali alla moneta vera e
propria è l’intervento di un’autorità che sovraintenda alla produzione, all’emissione e alla circolazione della moneta.
Serve affinché la loro funzione di potere liberatorio, cioè di estinguere le obbligazioni, sia accompagnata dall’obbligo
teorico, di chi la riceve, a riconoscerla come mezzo di pagamento. Deve esistere dunque un’entità sovrapersonale,
pubblica, che viene a coincidere con il potere istituzionale rappresentato sia da singoli individui sia da vasti gruppi o
organi di rappresentanza. Per poter essere efficace la potestà monetaria deve essere esclusiva, affinché non vi siano
alterazioni o modifiche degli standard previsti da parte del mercato.
Tuttavia, non è chiaro nelle fasi più antiche della storia in quale misura sia intervenuta quest’autorità, né come fosse
sancito questo privilegio. Erodoto riferisce del re persiano Dario I in cui mise a morte il governatore d’Egitto, per aver
realizzato una monetazione in argento simile alla sua moneta in oro.
Nella Bibbia, il sovrano seleucide Antioco VII concesse a Simone Maccabeo, la facoltà di coniare una propria moneta.
È evidentemente una deroga ad una regola, che riserva tale facoltà al re, o comunque la concessione di un diritto che
può dare solo la potestà regale.
In realtà il concetto di sovranità appartiene alla riflessione teorico- politica moderna, che trova radici a partire dal trattato
dell’umanista francese Jean Bodin in cui tra gli attributi della sovranità c’è il diritto di battere moneta, che deve essere
esclusivo, comprendendo anche il diritto alla soppressione di ogni altra moneta presente nel regno al fine di creare un sistema
monetario omogeneo.
Nelle società di tipo arcaico non vi era un sistema giuridico che regolamentava gli scambi commerciali e mercantili,
ma vi erano delle leggi morali, in cui i rapporti sociali e in particolare l’obbligazione, non comportavano
necessariamente una valutazione di tipo economico, proprio perché manca la misura del valore.
L’obbligazione si genera da un dono, richiesto o meno, e comporta un credito
Infatti, spesso l’accettazione di un dono comportava un obbligo di alleanza al quale non ci si può sottrarre.
Vi è un esempio in cui gli Spartani andarono in Lidia per prendere dell’oro per una statua e lo ricevettero in dono, poco dopo gli
ambasciatori Lacedemoni andarono a Sparta ed essi non poterono sottrarsi dall’accoglierli.
Alla base di queste considerazioni è l’analisi del dono e delle obbligazioni che ne scaturiscono nelle società primitive,
condotta dall’antropologo Marcel Mauss nel “Saggio sul dono” del 1924.
È qui analizzato il Potlatch (regalo) degli indiani del Nord-Ovest americano messo in parallelo a fenomeni analoghi
della Polinesia e della Melanesia. Non esiste una vera e propria economia di scambio. I beni passano di mano in mano
in rapporti ritualizzati è la forma arcaica dello scambio, quello dei doni offerti e ricambiati, soggetta a tre obblighi
fondamentali: quello di donare, accettare il dono e ricambiare quanto ricevuto. Attraverso il rito del dono alcune
società risolvono non solo i problemi di approvvigionamento di derrate e beni ma compongono soprattutto gerarchie,
alleanze, rapporti parentali. Si tratta quindi di status ed affermazione di rango e non di semplici trasferimenti di merci.
Nelle isole Trobriand, le tribù si recano in viaggio annualmente attraverso lunghe navigazioni per praticare il Kula,
uno scambio di collane e braccialetti di conchiglia privi di utilità pratica o valore commerciale è la posizione sociale
e la gerarchia a far si che un individuo accetti il dono più bello e ricco di tutti e l’oggetto stesso, di conseguenza,
assume gran valore poiché portato dal personaggio eminente.
Quindi un oggetto non è solo carico del valore che deriva dalla preziosità della materia prima, ma anche in quanto è
stato posseduto da una certa persona. L’oggetto è così “simbolo” e non solo “segno”, come sarà la moneta coniata.
Un altro fenomeno sociale che in qualche misura è in connessione con l’origine della moneta è quello che in ambito
germanico fu definito Wergeld, ovvero il pagamento di un risarcimento per offesa a un singolo, o a un gruppo, che
comprende una scala di valori proporzionali al danno subito, sino a coprire l’assassinio, allo scopo di evitare la
vendetta sanguinosa della “legge del taglione”.
Tale istituto impone l’uso di categorie di beni che vanno a risarcire la parte lesa in solido, ma anche la sua reputazione.
Le tariffe per i danni erano fissate in assemblee pubbliche e gli standard comuni erano basati su oggetti di un certo
valore che ogni capo famiglia possedeva o che poteva ottenere dai consanguinei.
Difficile trovare le prove di questo costume nel mondo indoeuropeo dell’età del bronzo e del ferro, che creò la moneta,
anche se vi sono tracce nella legge di Gortina dove permane una tariffa per lo stupro. Anche a Roma la legge delle XII
Tavole prevedeva un accordo che consisteva in un risarcimento in termini monetari.
2.2.2. Metallo a peso come misura del valore nel Vicino oriente e in Egitto
L’introduzione dei sistemi ponderali nel mondo orientale avviene nel III millennio a.C a partire dalla III dinastia di Ur.
Nel codice di Ur-Namma il re dichiara di aver fissato i pesi in pietra partendo dal peso di 1 siclo d’argento raffinato
fino al peso di 1 mina. Nello stesso codice è elencata una serie di reati con le relative ammende, espresse in sicli
d’argento, “da pesare e pagare”.
La mina rappresenta l’unità ponderale babilonese, equivalente a 60 sicli (1 mina = 504 g = 60 sheckel) nome che poi
passerà ad uno standard greco (100 dracme)
Ad Ebla, in Siria, sono stati trovati testimonianze di uso del siclo e della mina per quantificare l’argento.
A Ninive sono stati rinvenuti pesi in pietra, con inciso l’indicazione del peso, e dei ripostigli composti da frammenti di argento ed
oggetti d’oro che potevano svolgere una funzione premonetale.
Sono stati ritrovati anche spirali e anelli d’argento che avevano un peso prefissato, da 1 a 10 sicli, probabilmente usati solo per
essere tesaurizzati e non per scambi commerciali.
In epoca più tarda sono noti altri ripostigli in Egitto (Tesoro di Tod, Tell el Amarna).
Non c’è dubbio che il metallo a peso sia stato utilizzato in alcune circostanze come misura del valore, come mezzo di
pagamento e mezzo di scambio.
Nel codice giuridico di Hammurabi, sono comminate multe in sicli d’argento e ne viene fornita anche l’equivalenza (1 siclo= 1
maiale; 2 sicli= 1 montone). Un documento cuneiforme ci informa che lo stesso Hammurabi diede in premio a soldati oggetti
chiamati kaniktum, ovvero “con marchio”. Pur trattandosi di oggetti di prestigio che venivano scambiati con beni di consumo, e
non di moneta a corso legale, si è molto vicini al concetto di moneta coniata, poiché l’impressione del marchio regale assegnava
un valore all’oggetto stesso, a prescindere dal suo effettivo valore intrinseco.
Un’ iscrizione a Tebe registra il baratto tra un toro ed una serie di merci sulla base di un accordo che stabilisce l’equivalente tra gli
oggetti scambiati. In questo caso il metallo entra nella transazione come mezzo di valutazione.
Durante l’età del bronzo molto diffusi erano gli scambi di lingotti in rame si tratta dei lingotti a pelle di bue, grosse
placche quadrangolari dalla forma e dal peso standardizzato (ca 29 kg), chiamati così per l’allungamento degli angoli.
I luoghi del loro rinvenimento sono tantissimi: Cipro, Creta, Turchia, Grecia, Sicilia e Sardegna.
A confermare questo grande commercio sono due relitti la nave di Uluburun, a sud della Turchia, dove sono stati
recuperati 354 lingotti di rame a pelle di bue; e il relitto di Capo Chelidonia.
Questi lingotti sono rappresentanti anche nelle tombe egizie dell’epoca di Thutmosi III dove sono portati come offerte.
Tutte queste evidenze hanno però una differenza sostanziale rispetto a ciò che si definisce moneta si tratta di forme
premonetali perché manca il sigillo di garanzia da parte dell’autorità pubblica che garantisca il peso e la qualità del
metallo.
utilizzati come quantità di metallo predefinite. Si tratta quindi di oggetti in metallo che occasionalmente possono aver
assunto tali funzioni.
2.3. Le prime testimonianze
Considerando la tradizione letteraria, un passo delle Storie di Erodoto (I, 94. 1) sembrerebbe ricondurre la coniazione
delle prime monete in oro e in argento alla popolazione dei Lidi.
Agli inizi del XX secolo, la notizia riferita da Erdoto trovò conferma da parte della documentazione archeologica.
Tra il 1904 e il 1905, nel corso degli scavi condotti da D.G. Hogarth nell'area del tempio arcaico dell'Artemision di
Efeso, all'interno del cortile fu portato alla luce un ricchissimo complesso di gioielli, avori, ambre, e 93 proto-monete
costituite da globetti, di forma ovoidale, realizzati in elettro, conservati entro una struttura chiamata “base centrale”
realizzata originariamente intorno al 700 a.C, e che doveva essere stata devastata dai Cimmeri durante scorrerie verso
il 660. Ricostruita subito dopo, fu poi ulteriormente ampliata alla fine del VII secolo a.C.
Databili tra la fine del VII e i primi decenni del VI secolo a.C. i materiali presentano caratteristiche differenti, dal
punto di vista formale, in relazione al loro aspetto esteriore.
Le monete vennero riconosciute come stateri di standard detto lidio-milesio (14,60 g) o frazioni di questa unità.
Alcuni pezzi risultano completamente lisci su entrambi i lati, altri mostrano una faccia liscia e un quadrato incuso al
rovescio, altri con striature al dritto, mentre la maggior parte degli esemplari reca un'impronta sul dritto, rappresentata
per lo più da raffigurazioni di animali, e una punzonatura a quadrato incuso, sul rovescio.
Sul fronte tipologico, le impronte raffigurano perlopiù parti di animali: dalla zampa o dalla testa di leone alla protome
equina, alla testa di falco, di grifo, di foca, capra, galli.
L’analisi condotta in seguito dall’università di Vienna riporterà che questi globetti non possono essere stati prodotti
prima del 560 a.C. Gli scavi hanno chiarito che la base centrale non sia la struttura più antica del santuario, ma che il deposito di
fondazione della base centrale fu messo insieme ed occultato nel tempio nell’ambito dei lavori di ricostruzione dell’edificio sacro,
introno al 560 a.C, e non un secolo prima, al tempo dell’invasione dei Cimmeri.
Per quanto riguarda l’ambito politico-geografico, l’ipotesi Lidia rimane la più plausibile e molti elementi sembrano
rafforzarla. L’elettro si trova allo stato naturale sotto forma di pagliuzze in alcuni corsi d’acqua dell’Asia minore, in
particolare l’affluente dell’Ermo che attraversa Sardi, la capitale del regno di Lidia. Nel 1963 una missione
archeologica statunitense rinvenne un ripostiglio monetale composto da 45 elettri caratterizzati tutti dalla protome
leonina “lidia” al diritto. Il luogo del rinvenimento è la città che si ritiene essere ricostruita dai lidi dopo che il
primitivo insediamento era stato distrutto da un grande incendio.
Un altro elemento viene offerto dalle legende. Alcuni esemplari presentano al dritto due teste di leoni affrontati con
l’iscrizione walwel. La teoria primitiva l’aveva interpretato come il nome di un sovrano lidio, Aliatte.
Più recentemente si è proposto che si trattasse di un appellativo riferito a un nome lidio, con affinità con l’ittita walwa
che significa leone, ma anche zecca.
2.3.2. Phànes
Agli esemplari di Efeso si accosta un’altra serie di globetti in elettro costituita solo da due esemplari custoditi al
British Museum uno statere da un acquisto avvenuto a Smirne, e un terzo di statere da Istanbul.
Il dritto mostra la rappresentazione di un cervo pascente, contrassegnata da un'iscrizione in greco, mentre sul rovescio
compare la punzonatura a quadrato incuso.
Il motivo di interesse di questa serie risiede nella scritta in greco apposta sul dritto: Io sono il segno di Phanes.
Attraverso l'iscrizione, l'immagine parla in prima persona, individuando sé stessa come il segno, ossia come
l'emblema, di un certo Phanes. Non sappiamo né da chi fu realizzata né dove. Chi era, inoltre, Phanes?
Esiste nella cosmogonia orfica una divinità con questo nome, figlio della notte e creatore del cosmo. Il tipo del cervo
potrebbe rimandare invece ad Artemide e di conseguenza ad Efeso, città legata al culto della dea. L’unica traccia
recuperabile è Erodoto, il quale ci testimonia di un cittadino di Alicarnasso con tale nome che servì come mercenario
il faraone egizio Amasis, tradendolo a favore del re persiano Cambise II. La cronologia di questi avvenimenti è
lontana dalla datazione della serie monetale (inizi VI secolo), ma costituisce un aggancio con Alicarnasso che è il
luogo del rinvenimento del primo statere. Questo porterebbe alla conclusione che si sia trattato di un’emissione privata
e che sia esistita una fase più antica della storia monetale, nella quale soggetti privati si erano assunti l’iniziativa di
produrre piccoli lingotti di metallo prezioso, e su questi l’impronta costituiva una sorta di marchio di garanzia.
Un nome di persona potrebbe tuttavia rinviare ad un’autorità pubblica incaricata delle responsabilità della produzione.
2.3.3. Dai re di Lidia all’impero persiano
Nel territorio del Regno di Lidia e, in particolare, nell'area di Sardi, furono prodotte alcune serie, attribuite al re Creso,
composte inizialmente da stateri aurei di 10.70 g e poi da pezzi più leggeri di circa 8 g. ma anche da mezzi stateri in
argento del peso di 5.35 g.
Denominati abitualmente creseidi, questi pezzi sono contraddistinti dalla rappresentazione di due protomi affrontate
sul dritto, una leonina e una taurina, e da alcune punzonature, sul rovescio.
L’attribuzione tradizionale al regno di Creso poggia sul passo delle Storie di Erodoto dove si afferma che i Lidi furono
i primi a coniare moneta e ci informa anche di importanti offerte di oro e argento da parte di Creso all’Apollo di Delfi.
In realtà alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che non tutti i creseidi fossero stati battuti ai tempi di Creso, ma anzi
che una certa quantità di essi dovesse essere attribuita al re persiano che ne aveva inglobato il Regno ovvero Ciro II, e
ai suoi successori Cambise e Dario I. Addirittura altri hanno ipotizzato che tutti i creseidi siano un prodotto persiano,
introdotto da Ciro per sostituire la vecchia monetazione Lidia in elettro con le nuove serie in argento e oro.
La monetazione regale persiana prese avvio su iniziativa di Dario I ed era formata da stateri in oro, denominati
darici, e da un nominale in argento, lo shekel.
La monetazione regale persiana era caratterizzata dal tipo del “re arciere”, ed è stata suddivisa in 4 gruppi sulla base
della tipologia del diritto, mentre il rovescio è solo punzonato con un rettangolo dalla superficie irregolare:
1. Il re con la tiara, è rappresentato di profilo, a mezzo busto, con un arco nella sinistra e 2 frecce nella destra
2. Il re a figura intera, rappresentato nella corsa inginocchiata, porta la faretra e tira con l’arco.
3. Il re è sempre in corsa, con un arco nella sinistra e una lancia nella destra.
4. Il re tiene al posto della lancia una corta spada.
Per quanto riguarda la cronologia, il ritrovamento di un’impronta realizzata con una moneta del gruppo 2 su una
tavoletta d’argilla a Persepoli, datata all’anno 500 a.C. costituisce l’inizio della monetazione con il re arciere che
continuerà ad essere prodotta probabilmente fino alla fine della dinastia con Dario III.
Darici in oro si tratta di una monetizzazione di prestigio, utilizzata dal re, oltre che per il pagamento di mercenari e
servizi, come donativo per personaggi di rango in vista presso la corte.
Alessandro Magno, entrato vincitore a Susa, trovò diversi darici nel tesoro; tale moneta entrò in maniera rilevante nei
tesori pubblici e privati delle città greche, dove venne tesaurizzata.
Esistono alcune serie alto-arcaiche in elettro, prodotte a partire dal VI secolo a.C. che appaiono ascrivibili alle
monetazioni di alcune città greche della costa dell’Asia Minore.
A Mileto, vengono ricondotti stateri con il tipo del leone accovacciato retrospiciente al dritto, mentre al rovescio, in
un riquadro corniciato protome di cervide, quadrupede e stella.
Alla polis di Focea sono riconducibili alcuni stateri in elettro contraddistinti sul dritto dalla rappresentazione di una
foca e da punzonature incuse sul rovescio. In questo caso, l'impronta si configura come un tipo parlante, determinato
dalla scelta di un'immagine allusiva al nome della città, sul piano dell'assonanza fonetica.
La città continuerà a produrre moneta in elettro sino al IV secolo come anche Cizico, che scelse come emblema il
tonno, e lo statere ciziceno otterrà un ruolo internazionale riconosciuto da un decreto di Olbia, con un tasso fisso di
cambio di 8 ½ stateri in argento.
Un ripostiglio monetale rinvenuto sull’isola di Samo mostra un altro gruppo di monete in elettro.
Al dritto vi sono diversi raffigurazioni di animali, come montone, delfino, aquila, ma quello più rilevante è
l’introduzione del disegno di motivi nei rettangoli incusi punzonati al rovescio è la nascita del tipo rovescio che
avrà grande sviluppo nelle monetizzazioni successive, anche se compare già negli stateri di Mileto.
Si attribuisce all’ambiente ionico la scelta di arricchire con motivi figurati l’impronta dei punzoni prefigurando così la
nascita del conio di rovescio.
Comprendere chi e i motivi che sono dietro la produzione delle prime monete coniate nella storia non è semplice.
L’ipotesi più istintiva sarebbe quella di pensare alle necessità del commercio.
In realtà rispetto ad alcune documentazioni sembrerebbe che le prime monetine avessero un valore troppo alto per un
utilizzo quotidiano nelle transazioni al minuto. Si è pensato allora ai traffici commerciali su lunghe distanze, ma fu
messo in evidenza come, ad esempio, l’utilizzo della moneta greca tra VI e V secolo era confinato ad aree ristrette
intorno ai luoghi di produzione della stessa, le quali in gran parte erano prive di nominali frazionari tale da consentire
il piccolo scambio.
Aristotele afferma che gli uomini decisero di scambiarsi un bene che fosse facile da usare per i bisogni della vita
quotidiana come l’oro, l’argento, il ferro, il cui valore fosse definito prima mediante grandezza e peso, e infine con
l’impressione di uno stampo senza dover continuamente misurarla; dunque, lo stampo fu introdotto per definirne la
quantità.
Ciò che è significativo è il passaggio dal metallo a peso a quello coniato e, dunque, alla moneta vera e propria,
attraverso l'apposizione di una garanzia di qualità. Sembra quindi più probabile che alla base della creazione della
moneta coniata vi siano le necessità contabili delle amministrazioni pubbliche. Quindi vennero introdotte delle
unità metalliche predefinite senza che l’autorità fosse costretta a verificare il peso caso per caso.
Ma la moneta è anche uno strumento per la misurazione sociale redistributiva.
Di conseguenza viene sottolineata l’importanza della moneta per una strutturazione equa della vita sociale, e quindi di
un’uguaglianza nella valutazione dei beni e dei servizi che pone le basi per una società. ( Aristotele questione della
commensurabilità del lavoro)
Un’altra funzione che va analizzata è quella al fine propagandistico, funzione che verrà largamente usata da Roma e
dalle città ellenistiche.
Più di recente, si è messo l’accento sull’aspetto fiscale della moneta.
Tutto verte sul valore nominale, ovvero il valore imposto dall’autorità, e il valore intrinseco corrispondente al valore
reale del metallo impiegato. La differenza tra i due fissa il grado di fiduciarietà di questa.
Tutto ruota intorno alla proporzionalità dei due, se il valore nominale è maggiore lo stato ci guadagna, perché oltre ai
costi di coniazione veniva applicato un “aggio” ovvero il profitto destinato all’autorità emittente.
Ad Atene durante il V secolo a.C. si è ipotizzato che la moneta avesse un valore nominale superiore del 5% da quello
intrinseco. A questo scopo è necessario che l’autorità imponga la propria moneta come unica a corso legale all’interno
dei confini, in modo da poter beneficiare anche un tasso di cambio obbligatorio sulle le monete straniere.
Le monete potevano essere private del loro corso legale e dichiarate adòkimon come avrebbe fatto il tiranno Ippia con
una manovra a danno dei cittadini: Ippia avrebbe ritirato tutte le monete, sopravvalutando il loro valore nominale e
senza curarsi di ribatterle le restituì così com’erano agli ateniesi.
L’apposizione di un proprio tipo rende distinguibile le proprie monete dalle altre e consente a chi le produce di
ricavare un guadagno per le ricchezze pubbliche, obbligando chiunque si trovi sul proprio territorio ad utilizzare
esclusivamente tale moneta.
Con l’espansione dell’adozione della moneta nel corso del VI secolo, sorsero delle problematiche legate a fattori
sociali. L’oligarchia cercava di garantire la propria stabilità limitando il potere della moneta, come avvenne a Sparta in
cui vi fu una legge attribuita a Licurgo che vietava di possedere oro e argento ed era prevista una moneta di ferro,
priva di valore intrinseco, al fine di non consentire l’accumulo di ricchezza da parte dei proprietari terrieri.
Si riporta l’esempio di una colonia della Magna Grecia, in cui il legislatore impose una rigida costituzione mirata al
mantenimento dell’equilibrio dell’assetto economico dei proprietari terrieri aristocratici.
Fino alla metà del IV secolo a.C. non vi era moneta propria, per cui gli scambi avvenivano utilizzando quella altrui
entrata in patria grazie al commercio, le offerte nei santuari, il pagamento dei dazi.
Da qui nascono i pareri di Aristotele e Platone.
Aristotele vedeva la moneta come sola merce di scambio per il raggiungimento dell’autosufficienza condannando
l’accumulo di ricchezza portato dal commercio o dal prestito di denaro
Platone teorizza l’uso convenzionale della moneta come strumento interno ad una comunità.
3.1. I metalli
Il sostantivo metallon indica le cave, le miniere. In realtà, non bisogna pensare che ogni emissione monetaria derivi
necessariamente la sua materia prima da un’attività estrattiva: la fonte del metallo poteva provenire da altre monete
(fuori corso o straniere) o dalla fusione di oggetti (tesoro dei santuari, bottini di guerra)
L’argento fu il metallo più utilizzato per tutta l’antichità nella fabbricazione di monete, grazie alla sua abbondanza e
diffusione e alla possibilità di coniare esemplari di alto valore intrinseco o di ridotte dimensioni. Ebbe inoltre un ruolo
centrale nelle monetazioni medievali e moderne europee a cominciare da quelle merovinge e carolinge.
Fonde a 960 gradi ed è molto malleabile.
È quasi impossibile trovarlo puro in natura: i composti più diffusi sono quello a base di galena (solfuro di piombo).
Il processo di estrazione comprendeva due fasi fusione in forno in atmosfera riducente (priva di ossigeno), che
produceva il passaggio di tutto l’argento nel piombo e l’eliminazione delle scorie; un secondo passaggio in forno con
immissione di aria forzata, che produceva ossido di piombo e argento puro “coppellazione”.
Per migliorare le caratteristiche meccaniche del metallo si aggiungeva una piccola quantità di rame (7,5 %)
Uno dei più importanti giacimenti fu il distretto del Laurion in Attica meridionale.
Nella valle di Agrileza sono state rinvenute alcune officine per la lavorazione del minerale grezzo (laverie).
Altro importante distretto minerario greco è quello del monte Pangeo, in Tracia, con ricchi giacimenti d'argento ma,
soprattutto d'oro. Inizialmente sfruttato dalle popolazioni locali ma la conquista persiana, nel 512 a.C., lo rese
inaccessibile, così come le miniere d'oro e di galena argentifera del monte Dysoron, in Macedonia, ampiamente
sfruttate dal re Alessandro I.
Anche la Penisola Iberica appare, nelle fonti greche, come un paese leggendario per la ricchezza in argento, dove gli
incendi nelle foreste riscaldano il terreno e fanno fondere l'argento in filoni, che emergono poi alla superficie in
occasione dei terremoti.
Per i Romani le principali miniere furono quelle di Nova Carthago (Cartagena), Castulo, la Turdetania (rio Tinto,
Cerro Colorado), dove si raccoglieva anche l'oro.
Il rame è malleabile e all’esposizione con agenti atmosferici, tende a ricoprirsi di patina stabile verde o azzurra di
carbonati. Si tratta di uno dei metalli più utilizzati nella storia dell’uomo. È abbondantemente presente in natura sia
allo stato nativo che in numerosi minerali dai quali si otteneva mediante riduzioni.
Nell’antichità non era chiara la distinzione tra questo metallo e le sue leghe principali, infatti, si utilizzava un unico
termine per tutti in greco chalkòs, in latino aes (rame o bronzo).
Il latino tardo cuprum proviene da una qualità di metallo, ovvero l’aes cyprum estratto dall’isola di Cipro, uno dei
principali giacimenti. Altri giacimenti importanti erano in Spagna, Pirenei, Sardegna, Toscana, Creta, Turchia.
Il rame puro viene utilizzato nella monetazione romana imperiale a partire da Augusto fino alla crisi del III secolo.
Verrà poi riadoperato per le serie bizantine da Anastasio I.
Più frequente l’impego della lega, la principale è il bronzo costituito da rame e stagno (10/13%).
Il termine bronzo si pensa che derivi dalla città di Brindisi nota a Plinio il Vecchio per la produzione di specchi.
Altra lega importante è l’ottone, ovvero rame e zinco (10/25%). È una lega difficile da ottenere perché lo zinco ha un
grado di ebollizione più basso rispetto alla fusione del rame. Un processo possibile è quello della cementazione, con il
riscaldamento, lo zinco evapora e si unisce al rame abbassandone il punto di fusione, ottenendo quindi la lega.
In greco questa lega era detta oreichalkos (rame di monte), da cui il latino orichalcum.
L’oricalco venne utilizzato come lega monetale solo nella tarda età ellenistica, ma rimane limitato a casi sporadici sino
alla completa adozione da parte della zecca di Roma con la riforma operata da Augusto che comportò il suo uso
sistematico per i nominali più alti sino al III secolo d.C.
Lo stagno è un componente fondamentale per l’ottenimento del bronzo. Molto raro in natura, si trova sotto forma di
cassiterite, presente in giacimenti alluvionali dal quale il metallo è ottenibile per riduzione.
I greci chiamavano lo stagno kassìteros, mentre i romani piombo bianco (plumbeum album)
Le principali fonti di approvvigionamento erano due; la fascia tra Spagna e Portogallo e le isole britanniche.
Esistono ancora giacimenti di questo tipo in Toscana e Sardegna.
L’importanza del commercio dello stagno sin dalla protostoria è testimoniata dal rinvenimento di lingotti di questo
metallo nel carico dei relitti del ritrovamento del II millennio in Turchia.
Lo zinco è un metallo raro, ed è probabile che nell’antichità la lavorazione dello zinco fosse limitata, unitamente al
rame, per la produzione di ottone.
Grande importanza nella monetazione del mondo antico e medievale ebbero le leghe di argento e rame.
In italiano chiamiamo questo materiale “biglione o billone” derivato dal francese, o in alternativa con il termine
“mistura” usato nell’ambito della numismatica medievale e moderna.
Questa lega ebbe largo uso in età imperiale nelle produzioni autonome della zecca di Alessandria e poi, nell’ambito
delle serie ufficiali romane tra il III e IV secolo d.C per i nominali bassi.
Un uso più ristretto è quello del potin, termine francese per indicare una lega monetale di rame, stagno e piombo
utilizzata dai popoli celtici occidentali per fabbricare serie monetali fuse.
Dato che difficilmente si sono utilizzati, tanto nell’antichità che nel medioevo, metalli in assoluta purezza, l’analisi di
un campione monetale si differenzia per il fatto di essere distruttiva o non distruttiva.
Il primo caso comporta una distruzione totale del campione per effettuare un’analisi di tipo chimico questo è
ovviamente possibile solo per monete di cui sono conservati molti esemplari ripetitivi.
Tagliata in due per verificare la corrosione, la moneta viene limata per asportare i prodotti di ossidazione dalle
superfici. Quanto rimane viene poi sciolto in acido nitrico e ciò che rimane viene sottoposto ad analisi con reagenti
chimici per individuarne i componenti.
È anche possibile prelevare piccoli campioni metallici forando il bordo della moneta e raccogliendo la polvere
metallica risultante. Questa viene poi analizzata con la spettrometria di assorbimento atomico.
Per evitare la distruzione della moneta si possono utilizzare altre metodologie come la misurazione del peso
specifico, attraverso la quale si può rilevare il grado di purezza di una moneta in metallo nobile, ma avendo rame e
argento dei pesi specifici simili, il metodo non permette di distinguere le proporzioni tra questi due componenti.
La fisica atomica ha introdotto altre possibilità di analisi su monete senza interventi irreversibili
il metodo della fluorescenza a raggi X; l'attivazione neutronica; l'attivazione protonica.
3.2. La produzione L’invenzione della moneta comportò la messa a punto del procedimento di fabbricazione, che
rimase nei secoli il metodo per eccellenza di produzione della moneta: la battitura o coniazione, anche se esistono serie
monetali prodotte con il più semplice metodo della fusione.
3.2.1. Il tondello
Il tondello è un pezzo di metallo destinato ad essere coniato. Il nome prende origine dalla forma circolare che questi
assunsero sin dalle origini, ovvero dalle gocce di argento ed elettro che conosciamo grazie ai rinvenimenti di Efeso.
Il tondello doveva essere prodotto in dimensioni standardizzate con peso uniforme e in numero che rispetti la quantità
preventivata sulla base del metallo disponibile. Vi erano due modalità al marco o al pezzo.
Con l’espressione “al marco” ci si riferisce alle monete che sono state prodotte stabilendo a priori quale dovesse
essere il numero di esemplari prodotti per un marco (8 once) di metallo grezzo.
Questo significa che non era importante il peso preciso, ma la corrispondenza del numero totale alla quantità di
partenza. Questo consentiva un ampio margine di tolleranza, ed era utilizzato nel caso di monete a basso valore
intrinseco (e alto grado fiduciario), quindi per monete in metallo o lega di basso valore (rame, bronzo, mistura).
Coniare “al pezzo” significava invece che ciascuna moneta deve corrispondere al peso teorico predefinito con uno
scarso margine di tolleranza. Tale sistema veniva impiegato nella produzione di tondelli per moneta ad alto valore
intrinseco (e basso fiduciario) e comportava costi di produzione maggiori. Se messe in circolazioni tali monete
potevano essere sottoposte a verifiche, con la tesaurizzazione dei pezzi troppo pesanti e il rifiuto di quelli leggeri.
La fabbricazione del tondello poteva avvenire in vari modi il più diffuso era quello di fondere il metallo in stampi.
La matrice poteva essere aperta e si parla quindi di tondello tronco-conico.
Oppure chiusa con due valve i tondelli ottenuti potevano essere globulari (sferici) o lenticolari (bordi arrotondati).
Le matrici erano composte da materiale refrattario (pietra o terracotta) poiché dovevano essere riutilizzate.
Ogni matrice aveva più impronte uguali collegate tra loro da canaletti, che consentivano al metallo fuso di colare.
Con il raffreddamento, il metallo dava origine a codoli di fusione, che venivano recisi dopo l'apertura delle valve.
In alternativa, il tondello poteva essere segato da una barra metallica, regolarizzandone il contorno allo scopo di
avvicinarlo alla forma circolare, tecnica utilizzata per i grandi bronzi imperiali di II-III secolo d.C.; oppure era
possibile ritagliarlo con lo scalpello o con cesoie, tecnica molto utilizzata nel Medioevo.
Un caso particolare è quello dei denarii serrati monete romano-repubblicani in argento caratterizzati da tagli
triangolari lungo il bordo. Si praticavano dei tagli radiali con uno strumento affilato sul tondello prima della
coniazione mentre era poi l’azione meccanica della battitura, con conseguente dilatazione del tondello, a determinare
l’allargamento dei tagli in forma triangolare. Questo espediente potrebbe essere stato adottato per evitare le fratture
che compaiono spesso lungo il bordo delle monete.
I serrati non vanno confusi con le serie monetali in bronzo dentellate produzioni di età ellenistica, dove la presenza
di dentellature lungo i bordi è ottenuta con la fusione del tondello in stampi predefiniti con mera finalità decorativa.
Nella monetazione imperiale di III secolo si ricorse all’imbiancatura era necessario cercare di mantenere inalterato
l’aspetto superficiale della moneta per non generare sfiducia, rifiuti o tesaurizzazione. Quindi dato che all’interno
della lega, l’argento e il rame non si uniscono tra loro, si faceva sul tondello un’operazione di decappaggio,
eliminando i nuclei di rame con una sostanza acida o basica, e lasciando inalterati e sporgenti i nuclei d’argento, che
con la martellatura e la coniazione andavano a ricoprire la superficie della moneta.
Una delle più diffuse tecniche di contraffazione è la “suberazione o suberatura” produzione di falsi in cui il nucleo
in metallo vile (rame, bronzo, piombo) veniva ricoperto tramite diverse tecniche (immersione, foglio, polvere) con
metallo prezioso. Spesso veniva usata la lega eutettica di rame e argento, che fonde a una temperatura più bassa di
quella dei singoli componenti. Lo scopo era trarre profitto dalla sensibile differenza di valore.
Difficile ricostruire se tali falsi uscissero dalla zecca per una deliberata scelta dell’autorità emittente oppure per
iniziativa di veri e propri falsari.
Nessuna fonte antica ci ha lasciato una descrizione del procedimento di battitura ed è possibile ricostruirlo grazie al
fatto che è rimasto invariato per tutto il Medioevo e la prima età moderna.
Tra gli attrezzi è importantissima l’incudine cilindrica, con delle tenaglie ai lati necessarie a porre i tondelli riscaldati
sull’incudine, e il martello; ci sono poi i forni, i crogioli e ciò che serve alla fusione del metallo grezzo.
Gli elementi più dedicati sono i conii, gli stampi metallici che dovevano recare, incisi in negativo, quanto si voleva
comparisse sulla moneta finita in rilievo, in positivo.
Il lavoro di incisione richiedeva l’uso di strumenti appuntiti (trapani, bulini).
A parte le serie greche arcaiche, dove sul rovescio della moneta veniva impresso solo un punzone quadrato o
rettangolare privo di immagini con la funzione di trasmettere il colpo di martello, tenendo contemporaneamente fermo
il tondello; in generale la moneta è frutto dell’azione di due conii sui due lati del disco metallico, che determinano, gli
elementi a rilievo che vanno a costituire le due facce della moneta, il dritto (recto) e il rovescio (verso).
Si tratta di elementi cilindrici o conici il conio di diritto è quello che viene incassato nell’incudine e per questo
anche chiamato “conio di incudine”; il conio di rovescio è un elemento libero, posizionato sul tondello prima della
battitura, è anche detto “conio di martello” perché riceve direttamente il colpo che imprime l’immagine.
Per ottenere un miglior risultato, il tondello era preventivamente riscaldato per rendere più malleabile il metallo, per
questo veniva posizionato sul conio di incudine tenendolo con le tenaglie a causa della sollecitazione della battitura
dall’alto, il metallo si dilatava e i bordi del tondello tendevano a sollevarsi, in questo modo spesso è facilmente
riconoscibile il lato di rovescio poiché appare concavo e quello del dritto che invece è convesso. La distinzione dei
due lati non è legata all’importanza delle raffigurazioni, ma è un fatto puramente tecnico.
Il conio era realizzato con un metallo più duro di quello del tondello per la battitura di oro e argento erano in
bronzo, mentre per la battitura di serie in rame o in lega di rame erano in ferro.
Il fatto che nella grande maggioranza dei casi al termine dell’emissione i coni erano distrutti per evitarne un utilizzo
illecito o fraudolento, ci fa intuire che ciò che ci è giunto è sicuramente strumentazione di falsari.
Il fatto che uno dei due conii fosse libero e venisse posizionato manualmente ogni volta, influenza l'orientamento
dell'asse dei conii. Se, infatti, non si adottano espedienti per trovare l'allineamento dell'immagine del diritto con
quella del rovescio, la posizione di una sarà svincolata da quella dell'altra. Per avere l'allineamento il sistema più
semplice è quello di utilizzare dei segni di riferimento sull'incudine e sul conio di martello, in modo da posizionare
ogni volta quest'ultimo con l'orientamento scelto. Oppure i due coni venivano inseriti all'estremità di due bracci, a loro
volta uniti da un perno, in modo da formare una sorta di tenaglia. In questo modo la tenaglia viene aperta e chiusa per
ogni battitura mantenendo inalterata la posizione di un conio rispetto all'altro: è possibile che il "conio a tenaglia" sia
stato in certi casi utilizzato nell'antichità, dal momento che la monetazione romana imperiale mostra una certa cura
nell'allineamento degli assi dei tipi.
È probabile, inoltre, che per la battitura dei moduli in bronzo si sia introdotto a Roma in età imperiale, l'uso del
maglio, che poteva consentire l'applicazione delle forze necessarie ad imprimere i conii su superfici relativamente
grandi di un metallo piuttosto duro. Le prime macchine per la conazione entreranno in uso solo tra XVI e XVII secolo.
Nell’antichità erano frequenti errori di conio poiché si trattava di un processo produttivo completamente manuale e
spesso caratterizzato dalla frettolosa mancanza di accuratezza. Spesso questi errori non comportavano il ritiro della
moneta, dunque erano accettati e messi in circolazione e ciò ha fatto sì che giungessero fino a noi:
1. Conio fuori centro il cattivo posizionamento del tondello o del conio di martello sopra di esso fa sì che l’immagine o
l’iscrizione non venga completamente impressa sulla moneta che così rimane incompleta.
2. Slittamento di conio se il tondello slitta sotto al colpo o se in caso di più colpi il conio superiore non mantiene la
posizione, i rilievi possono assumere una doppia linea di contorno con un effetto “mosso”
3. Doppia battitura quando in caso di cattiva riuscita si tenta di batterlo nuovamente producendo una sovrapposizione
4. Diritto incluso sollevando il conio di rovescio dopo la battitura, la moneta vi rimane attaccata. Una volta posizionato un
nuovo tondello la battitura produrrà una moneta con la stessa immagine del diritto su due facce in un caso in rilievo e in un caso
in negativo (prodotta dal dritto della moneta rimasta attaccata al conio superiore). Fenomeno diffuso nelle serie argentee della
repubblica romana.
5. Frattura di conio la battitura è un’azione traumatica, i colpi del martello a lungo andare possono determinare la frattura di
uno dei conii, che si ripercuotono nelle monete creando linee e difetti. Straordinario il caso del tetradramma di Siracusa in argento
di Eukleidas in cui nel rovescio vi è il capo di Athena con elmo deturpato da una crepa.
3.2.3. Interventi posteriori alla coniazione
Una volta coniata e verificata, la moneta viene immessa nella circolazione, da quel momento inizia la sua vita che avrà
termine solo quando uscirà dalla circolazione per ritiro (forzato o meno) dell’autorità (con rifusione o riconiazione);
tesaurizzazione senza recupero; deposito; smarrimento senza recupero; occultamento.
Nel corso della sua esistenza, la moneta può passare di mano in mano e spostarsi rispetto al suo luogo di origine,
grazie ad una circolazione veloce, oppure rimanere bloccata nei pressi del suo luogo di nascita.
Gli effetti di molti scambi costituiscono il più semplice dei segni che rimangono sulla superficie a disposizione dello
studioso per risalire alla vita della moneta, alla sua vita e alla sua circolazione.
Ci sono degli interventi artificiali caratteristici sulle monete antiche:
1. Riconiazione o ribattitura potrebbe trattarsi anche di un errore, ma spesso il motivo fondamentale sta nel
risparmio sui costi di produzione del tondello, evitando così di rifondere le monete ritirate.
2. Contromarcatura la riconferma del valore legale da parte dell’autorità mediante l’apposizione del proprio
sigillo di garanzia su una moneta vecchia o straniera. Spesso avveniva con una semplice punzonatura su uno o su
entrambi i lati. Esistono contromarche circolari o rettangolari, figurate o iscritte, legate a circostanze diverse: re
immissione in circolazione di moneta vecchia o di un imperatore precedente soggetto a damnatio memoriae.
Esempio di Caracalla che fece ritirare le monete del fratello Geta.
3. Saggiatura sulla moneta aurea ed argentea segni dell’impressione di piccoli strumenti appuntiti, con forma
circolare, stellata o lunata, con i quali si intaccava la superficie della moneta, per verificare che non fosse suberata da
parte di chi la riceveva in pagamento. Le forme più comuni sono falci lunari, piccole croci o stelle ecc.
4. Spezzatura la necessità di procurarsi moneta divisionale venne risolta frazionando i nominali maggiori
disponibili, si tagliavano proprio le monete a metà. Caso tipico è quello degli assi romano-repubblicani.
5. Graffiti talvolta sulla superficie della moneta compaiono lettere o segni graffiti in alcuni casi per ragioni di
contabilità, in altri per gioco o segno di riconoscimento.
Metodo alternativo di produzione monetale è quello della fusione, scelta marginale e secondaria nel mondo antico, ma
che assunse rilievo in ambito italico, soprattutto nella prima fase della monetazione romana in bronzo.
Il metodo prevedeva la fusione di tondelli entro stampi che recavano già le impronte delle immagini che dovranno
comparire sulla moneta finita; ovviamente procedura più semplice e dai risultati più grossolani, e per questo anche più
facilmente ripetibile dai falsari.
Elemento significativo è che tutta la moneta fusa antica è moneta in bronzo.
La più antica manifestazione di moneta fusa è rappresentata dai bronzi emessi da poleis siciliane nel V secolo, nel
tentativo di costruire una circolazione bimetallica (bronzo usato per l’uso quotidiano, al posto dell’argento).
Bronzo fuso era utilizzato dai coloni milesii nel Mar Nero nella prima metà del VI secolo, indicando la precoce
adozione di un sistema monetale sganciato dal valore reale dell’oggetto. Solo nei decenni centrali del V secolo il
bronzo venne fuso in monete circolari, agganciate ad un sistema di valori ponderali basati su di un’unità (114 g), fino
alle prime serie coniate del IV secolo a.C.
L'impressione è che la scelta della fusione sia stata condizionata dall'abitudine diffusa in alcune regioni alla fusione
del rame e del bronzo per farne dei lingotti, oltre che dalla maggiore difficoltà a coniare un metallo molto più duro di
oro e argento (appunto il bronzo).
Importante fu l’utilizzo della fusione per la produzione di monete in Italia centrale e a Roma.
Il termine zecca che oggi utilizziamo deriva dall’arabo medievale “sikka” ovvero strumento per coniare.
In latino il termine specifico era officina monetaria “officina monetae” che deriva dalla primitiva collocazione della
zecca di Roma sul colle capitolino.
Il mondo antico non ci ha lasciato né descrizioni, né immagini di come fosse organizzata una zecca, sebbene in alcune
immagini compare l’azione della battitura, come nella celebre tessera bronzea del Gabinetto Numismatico di Vienna,
che reca al dritto le immagini delle tre dee Monetae, ciascuna protettrice della coniazione in uno dei tre metalli
impiegati (oro, argento, rame/bronzo) in struttura sovrastata da un frontone triangolare (la zecca?) e al rovescio
appunto l'operazione di conio, svolta da tre personaggi , uno per strumento.
Maggiori dettagli si ricavano da immagini medievali e rinascimentali: per esempio nel sigillo dei monetieri di Orvieto
(conservati a Bologna) due personaggi sono seduti davanti a due archi: uno è impegnato a coniare sopra una piccola
incudine, reggendo con una mano il martello e con l'altra il conio; l'altro spiana a martello un tondello poggiandolo
sopra un'incudine più grande.
Naturalmente, anche se solo per deduzione, oltre agli strumenti base l'officina doveva avere forni dotati di mantici
(strumenti che producono soffi d'aria), piani ampi (per le lamine), affilatori, bilance.
Esistono anche dati archeologici relativi ai luoghi della moneta.
Ovviamente l'identificazione archeologica sicura dell'edificio destinato a produrre monete è legata al ritrovamento
contestuale di più elementi legati all'attività della coniazione.
Ad Atene gli scavi hanno portato alla luce un edificio quadrato in blocchi di calcare, la cui stratigrafia risale alla fine
del V sec a.C. Le tracce più significative: dieci buche, quattro bacini in terracotta per acqua e due fosse rivestite in
malta idraulica, insieme a masselli e scarti di bronzo, tondelli monetali, ceneri e carboni. I materiali attestano che
l’attività metallurgica avvenne tra il IV e il I secolo a.C., dove chiaramente vi era un’attività monetale come
dimostrano i 149 tondelli in bronzo non coniati, rinvenuti insieme a barre in bronzo.
Non vi è traccia di lavorazione dell’argento, quindi questo fa pensare che le serie monetali ateniesi emesse a partire
dalla seconda metà del VI secolo non furono prodotte qui.
L’incongruenza tra la datazione dell’edificio e l’inizio delle serie monetali ateniesi in bronzo (IV secolo) è stata
spiegata ipotizzando che l’edificio sia stato solamente adibito alle prime fusioni bronzee di pesi e lingotti, e solo in
seguito vennero prodotte le monete tra il IV ed il I secolo.
Resta però il dubbio di dove sia stata collocata ad Atene la zecca in età arcaica e classica: il ritrovamento nel Tempio
di Poseidone a Capo Sounion di un punzone di rovescio, ha aperto una possibilità di una primitiva collocazione della
zecca nella zona del tempio in analogia con Roma; anche se non esistono elementi certi dei luoghi in cui iniziò la
coniazione d’argento.
Ad Halieis (Porto Cheli) si colloca un edificio identificato come zecca. Gli scavi hanno messo in luce nel lato nord-
orientale delle mura di fortificazione del IV secolo, un edificio rettangolare con una base al centro in cui si sono
recuperati tondelli in bronzo non coniati.
Ad Argo durante lo scavo di un piccolo tempio del IV secolo a.C, ha portato alla luce, in una buca tagliata in uno
strato del II secolo 101 pezzi in bronzo relativi alla fabbricazione di tondelli monetali, insieme ad altri scarti bronzei.
Lo studio ha datato la produzione bronzea tra il III e il II secolo a.C, affermando dunque l’impossibilità dell’esistenza
della zecca all’interno del tempio; piuttosto il rinvenimento rappresenta il deposito del materiale residuo di un’officina
che aveva cessato la sua attività all’interno di un contesto sacro, che ne segnava l’intangibilità attraverso la
trasformazione in ex voto per una divinità (forse Athena)
Sull’isola di Cipro a Paphos, si ipotizza la presenza di una zecca di epoca Tolemaica II-I secolo a.C, nella così detta
casa di Dionysos per il rinvenimento di tondelli in bronzo non coniati, taluni ancora legati tra loro da codoli di fusione.
Magna Grecia nella città di Laos colonia di Sibari. Presso la frazione Marcellina di Santa Maria del Cedro è stato
rinvenuto il centro urbano di età Lucana (fine IV-fine III secolo a.C). All’interno dell’impianto urbano regolare un
edificio rettangolare ha restituito ben 23 tondelli in bronzo non battuti, realizzati per fusione entro matrici aperte.
Non vi è traccia di fornaci e questo ha fatto pensare ad un edificio adibito solo alla coniazione, riservato ai magistrati.
Lo studio dei tondelli li attribuisce alla terza serie (III secolo a.C) caratterizzato dal tipo di rovescio del corvo e dalla
legenda “sta opsi”, nome del magistrato (Statis Opsis/Stazio Opsio) noto da una maledizione su lamina plumbea
rinvenuta in una tomba monumentale.
A Roma la primitiva collocazione della zecca fu nell’Arx del Campidoglio laddove vi era il Tempio di Giunone
Moneta. L’edificio fu dedicato nel 344 a.C. anche se il culto era ben più antico poiché ha restituito evidenze risalenti al
VI – V sec a.C. L’epiteto Moneta, che significa ammonitrice, potrebbe essere stato caratteristico delle dee poste a
protezione dell’acropoli. Il termine latino passò poi ad indicare il luogo della coniazione, e il seguito anche il prodotto
dell’officina.
Le indagini archeologiche effettuate sul Campidoglio hanno permesso l'identificazione del tempio sulla sommità del
colle, precisamente nel luogo del giardino pubblico oggi posto tra il moderno palazzo senatorio (Tabularium) e la
scalinata di accesso al convento francescano.
Non ci sono invece tracce precise dell'edificio che dovette rivestire la funzione di zecca, data l'alta frammentarietà dei
resti conservati sulla cima del colle, oggetto di intensa attività edilizia in età medievale e moderna, anche se sono stati
rinvenuti quattro pesi in pietra, da 2, 3 e 10 libbre, trovati insieme ad altro materiale con i segni di un'esposizione al
fuoco, al di sotto della scala che conduce dalla piazza del Campidoglio al convento: questi, tuttavia, da soli non sono
sufficienti a dimostrare un'attività monetaria. Una recente disamina dei dati relativi a un edificio vicino, il Tabularium
(archivio delle tabulae), ha portato a ipotizzare un suo ruolo nell'ambito delle attività della zecca.
I resti conservati al di sotto del palazzo senatorio sono quelli della ricostruzione di epoca sillana, promossa dal console
del 78 a.C., Q. Lutazio Catulo, nel luogo dove già probabilmente esisteva un edificio adibito a tali funzioni. Le
iscrizioni dedicatorie distinguono tra due elementi una substructio e il tabularium vero e proprio. La parte oggi
conservata appartiene alla prima: si tratta di una sistemazione delle pendici del colle capitolino, all'altezza della sella
(asylum) che ne collegava le due cime (Arx e Capitolium), verso la piazza del foro, con uno spesso muro, che
nasconde un passaggio e sostiene la via tecta: questa permetteva il passaggio tra le due estremità della collina.
Sono stati rinvenuti una serie di ambienti comunicanti tra loro, con strette feritoie e mancanze di aperture, che hanno
fatto ipotizzare che fossero stati realizzati, durante la ristrutturazione sillana, per ospitare le attività dell’officina
monetae, ponendoli in connessione con l’aerarium, il tesoro, che si trovava nella sottostante piazza del foo. Quindi il
passaggio coperto doveva consentire il tragitto sicuro di lingotti e monete, tra le due sedi dove questi dovevano essere
lavorati e tesaurizzati.
Una seconda individuazione della zecca di Roma la troviamo nei Cataloghi Regionali in cui vi sono tutti i principali
monumenti di Roma, redatti nel IV sec. d.C. Essi collocano la zecca nella Regio tertia, nei pressi dell’Anfiteatro
Flavio e del Ludus Magnus (caserma e palestra dei gladiatori).
Il luogo va ricercato nella zona della Basilica di San Clemente in cui furono trovate 3 basi di statue votive dedicate ad
Apollo, Fortuna ed Ercole da un liberto di nome Felix definito addetto della moneta caesaris nostris, ed optio ovvero
sovrintendente ed exactor ovvero addetto alla sicurezza.
Altrettanto significativa è la comparsa del nuovo tipo della Moneta Augusti, ricalcato su quello di Aequitas, sui
rovesci della monetazione ènea di Domiziano a partire dall'84 d.C.--> potrebbe trattarsi di una correlazione tra il tipo
monetale e l'apertura della nuova sede della zecca, edificata probabilmente per la necessità di creare nuovi spazi a
un'attività sempre più massiccia di coniazione, anche a seguito di un probabile danneggiamento del vecchio
impianto di età repubblicana causato dall’incendio che coinvolse il Campidoglio nell'70 d.C. L'edificio venne
definitivamente abbandonato nel IV secolo, fondandovi una chiesa, ma non si hanno dati per individuare dove sia stata
trasferita l'attività monetaria.
Un vecchio rinvenimento da una località imprecisata del suburbio di Roma ha restituito 82 pezzi in bronzo lavorato, e
diversi attrezzi per la lavorazione. Non escludendo che si tratti di un 'officina di falsari, la collocazione al di fuori della
cinta urbana potrebbe trovare giustificazione nella necessità di allontanare dall'abitato i forni per fusione, causa di
intensi fumi, e che quindi non necessariamente il luogo di fusione corrispondeva al luogo di coniazione.
Per altre sedi di zecca imperiali si hanno pochi dati: a Lione zecca ufficiale in prima età imperiale, si sono rinvenuti
sedici tondelli e resti di barre in ottone per produrre dupondi d'età Flavia.
A Thessalonica nei pressi dell’agorà dietro l’Odeon fu ritrovato un ambiente di medie dimensioni dotato di 4 forni,
con numerose matrici di terracotta per tondelli monetali, nonché tondelli in bronzo, ha fatto pensare alla sede
dell’officina che produsse moneta a partire dal 298 d.C
La permanenza del dubbio che ci si trovi dinanzi ai resti di una produzione di falsari chiarisce come per tutta
l'antichità e il Medioevo l'attività di zecca non abbia avuto necessità né di edifici, né di apprestamenti particolari, e
come, dunque, potesse essere facilmente impiantata o spostata ovunque, oppure frazionata in più sedi, e non esista una
precisa regola che vincoli tale produzione allo spazio pubblico o al palazzo reale o imperiale.
Il problema della produzione di falsi, copie fuse o coniate, di monete romane di età repubblicana e imperiale è una
questione tuttora aperta.
L'alternativa fondamentale è quella tra l'iniziativa privata di uno o più falsari, che trassero un profitto illecito dalla
moneta messa in circolazione, e le produzioni della cosiddetta moneta di necessità, prodotta localmente per lo più in
ambito periferico, per supplire alle carenze di afflusso dal centro, e, in quanto tale, accettata come mezzo di scambio
nell'ambito delle comunità in cui veniva prodotta. Sembrerebbe poi che nella maggior parte dei casi le carenze di
circolante siano dovute a provvedimenti di ritariffazione della vecchia moneta oppure del suo ritiro dopo
l'introduzione di nuovi sistemi di nominali, oltre che a situazioni causate da emergenze di natura militare.
La legislazione romana sulla moneta falsa sembra mostrare come questa, in origine, riguardasse, solamente quella in
argento e (poi) d'oro, mentre non considerasse il problema della moneta in lega di rame: solo nel IV secolo, a
cominciare da un provvedimento del 326 d.C. di Costantino (Codex Iustinianus), la produzione di moneta viene intesa
come prerogativa esclusiva imperiale e la sua fabbricazione si trasforma in reato di lesa maestà (maiestatis crimen).
La tecnica più diffusa fu quella di fondere copie di monete argentee o bronzee entro matrici di terracotta nelle quali
erano state impresse, a crudo, monete originali. Nell'impero nord-occidentale sono stati censiti 99 siti che hanno
restituito matrici di questo genere, mentre in Egitto sono stati rinvenuti migliaia di esemplari, con il caso estremo di
Dionysias (Fayum), che ne ha restituite circa 15.000.
Nell'ambito di queste produzioni, un caso di particolare interesse è quello costituito dai rinvenimenti di Augusta
Raurica (Svizzera), colonia fondata nel 44-43 a.C. sul Reno, dove gli scavi hanno individuato abbondanti tracce di
produzione di moneta suberata in un’insula cittadina, recuperando 28 barre in bronzo ad alto tenore di stagno, fuse in
matrici bivalvi che davano loro una forma segmentata. Questo ha consentito di ricostruire il procedimento di
rivestimento dei nuclei di bronzo, ottenuto ricoprendo il tondello di polvere d'argento, poi fusa in un forno.
La procedura prevedeva poi la coniazione dei tondelli: gli scavi del sito hanno restituito in tutto 44 denari suberati, con
tipi che imitano serie ufficiali (con qualche errore) dall'imperatore Adriano a Settimio Severo, tutti prodotti con questo
sistema e tecnicamente molto omogenei.
Nel 1911 era stato rinvenuto, in un'insula vicina, un conio di incudine in ferro con un tipo di rovescio (la dea
Concordia) ricavato da denari dell'imperatrice Lucilla. Il terminus post quem per la produzione è il 198 d.C., data del
suberato più recente conosciuto.
Se è probabile lo scopo fraudolento dell'iniziativa, poco comprensibile è l'apparente tolleranza da parte dell'autorità
che potrebbe trovare forse spiegazione in una crisi di rifornimenti di moneta in seguito alle turbolenze militari per lo
scontro di potere tra Settimio Severo e Clodio Albino (battaglia di Lione: 197 d.C.).
I ruoli del personale molte iscrizioni testimoniano il tipo di personale tecnico che lavorava all’interno dell’officina
monetale (a Roma), vi era una propria suddivisione dei compiti e delle mansioni secondo uno schema gerarchico.
In un iscrizione si testimonia l’uso del termine familia monetaria per indicare l’insieme degli addetti alla zecca.
- Optio di solito indica un basso grado militare, ma in questo caso si intende il sovrintendente.
- Exactor con ruolo di controllo e sicurezza.
- Signatores gli incisori dei conii (detti anche scalptores)
- Suppostores addetti alle tenaglie che reggevano i tondelli
- Malliatores coloro che davano il colpo di martello ed ottenevano l’impronta dei conii
- Officinatores coloro che erano privi di un ruolo specifico o assegnati ad operazioni secondarie
- Appaltatori della fonderia monetaria sono i gestori dell’officina dedicata alla preparazione dei tondelli, operazione che
poteva svolgersi in luoghi diversi da quelli della coniazione
- Flautarii addetti all’officina sopracitata
- Procurator monetae alto funzionario imperiale ovvero l’amministratore della zecca, noto per quella di Treviri.
- Nummularii probabilmente con mansioni di controllo della moneta finita o della lega metallica
Gli elementi costitutivi del segno monetale sono due: il tipo (la rappresentazione figurata) e la legenda (l’iscrizione).
Il tipo può essere collocato solo su un lato (come nelle monetazioni greche arcaiche) o su entrambi.
La scelta del tipo nasce dalla volontà di rendere manifesto il centro emittente in certi casi privilegiando la sfera
religiosa; in altri casi si scelse il tipo parlante che richiamasse il nome della città (foca /Focea,); oppure elementi che
costituendone una delle risorse principali, potessero assumere la funzione di simbolo cittadino ( spiga /Metaponto)
Le immagini rappresentate sulle monete avevano un effetto propagandistico in età romana imperiale venivano
rappresentate personificazioni di virtù positive, da riportare al benessere e alla sicurezza del regno dell’imperatore.
Valore propagandistico assoluto va assegnato alla comparsa del ritratto del dinasta sulla monetazione ellenistica.
A Roma per lungo tempo fu impedita la celebrazione sulla moneta di individui viventi, potendo riportare solo
ricostruzioni o scene allusive di personaggi del passato. La svolta decisiva si ebbe con una probabile autorizzazione da
parte del Senato a Giulio Cesare di collocare la sua immagine sulle monete. Ottaviano darà poi inizio alla lunghissima
serie di ritratti di imperatori che arriverà sino alla fine dell’impero di Occidente. Accanto al ritratto imperiale si
affermò anche quello dei principali membri della sua famiglia.
All’immagine ben presto vi si affiancò la legenda, che e può comparire su uno o entrambi i lati. Quando non presenta
iscrizioni è detta “anepigrafe”. La legenda può riportare una semplice iniziale o poche lettere, sottintendendo l’etnico
della comunità emittente, che va inteso al genitivo plurale, come nella maggior parte dei casi della monetazione delle
poleis greche, oppure più raramente al nominativo singolare (sottointeso stater); oppure si utilizza il nome della città.
Quando è riportato il nome del sovrano, in ambito greco-ellenistico, questo è spesso al genitivo e normalmente
accompagnato dal titolo di basileus.
Gli imperatori romani assegnarono grande valore alle titolature con le tappe della carriera, che accompagnavano il
loro nome, al nominativo, e al loro ritratto sulle monete. Le principali titolature, spesso abbreviate sono Augustus,
Caesar, Consul, Imperator, Pontifex Maximus. Oltre alle legende principali sono talvolta presenti elementi accessori:
monogrammi, sigle e simboli, collocati all’interno del campo monetale oppure nell’“esergo” settore di
circonferenza posto nello spazio al di sotto di una linea orizzontale.
Le sigle e i simboli possono riferirsi al magistrato monetale, al responsabile della zecca, alla zecca stessa, al
provvedimento giuridico che sta alla base dell'emissione (EX SC: per decisione del senato) o, molto raramente, alla
data di emissione (solo nella monetazione seleucide, tolemaica, romano-provinciale).
L’analisi di una moneta inizia con la rilevazione dei dati metrologici, che sono il diametro, il peso e l’asse dei conii.
Diametro e peso danno informazioni sulla posizione di quella moneta nel sistema di organizzazione dei nominali in
quella zecca e in quel periodo. Data l’irregolarità che presentano i tondelli antichi, si tende a misurare il diametro
massimo o il diametro orizzontale della moneta, rilevato quando il tipo del diritto sia posizionato correttamente.
Il peso è importante per ottenere valutazioni statiche sulla stessa serie monetale per calcolare il peso medio o i punti
di addensamento intorno a un certo valore, rappresentando meglio il peso teorico.
L’asse dei coni è la posizione relativa al tipo del diritto rispetto al tipo del rovescio, misurata sul cerchio ideale il cui
centro è costituito dal centro della moneta. Questo valore può variare da 0° a 360° oppure, con un sistema che utilizza
il quadrante dell’orologio come termine di riferimento, da 1 a 12. Solo nella monetazione romana, l’asse dei conii
presenta una regolarità costante, per lo più fissata su 0° o 180°.
Bisogna anche analizzare la sequenza dei conii, cioè la seriazione cronologica dei coni utilizzati per ottenere lo stesso
tipo monetale. Il principio si basa su due elementi il processo artigianale della fabbricazione dei conii, incisi
manualmente sulla base di un modello, dunque tutti riportanti medesimi tipi e legende, ma ciascuno diverso dall’altro
in piccoli dettagli; e il procedimento di battitura a martello, che implica un maggiore stress meccanico sul conio libero.
Nel corso della produzione è più probabile che si usuri o si rompa per primo il conio di martello e che debba essere
sostituito (negli inventari spesso il numero dei conii di martello sia da 4 a 7 volte superiore di quelli di incudine).
Con lo studio sistematico di tutti gli esemplari conosciuti si possono individuare tutti i conii utilizzati e gli
accoppiamenti, tendando di ricostruire la sequenza d’uso, e quindi osservare i sistemi di produzione di un’officina
monetale. Lo scopo è chiarire come si sia sviluppata quella determinata emissione, se si stata un’operazione
occasionale oppure prolungata. È anche evidente come questi studi non possano mai dirsi definitivi, poiché ogni
nuovo esemplare scoperto potrebbe rivelare nuovi conii o nuovi accoppiamenti.
Bisogna anche stabilire la quantità ipotetica di moneta che venne prodotta per ciascuna serie volume di emissione.
Il dato di partenza è rappresentato dal numero di monete che possono essere battute da un conio prima che questo
diventi inservibile. Moltiplicando questi valori per il numero di conii individuato si possono effettuare valutazioni
approssimative del volume complessivo dell'emissione. Una modalità più complessa di calcolo tenta di ricostruire il
numero totale dei coni impiegati mettendo in rapporto il numero di conii riscontrati con il numero di esemplari
esaminati (‘popolazione’ sopravvissuta) e con una possibile variazione di produzione tra coni e conio.
CAPITOLO 4 – ARCHEOLOGIA E MONETA
I rinvenimenti singoli o isolati sono costituiti da monete smarrite singolarmente o in piccolo gruppo e non più
recuperate. Le monete perdute sono inversamente proporzionali al loro valore intrinseco, dal momento che lo sforzo
impegnato per ritrovarle è in relazione al loro valore. Ne deriva che la maggior parte dei rinvenimenti è costituito da
monete a basso valore intrinseco e ad alto valore fiduciario. Legge di Gresham “la moneta cattiva scaccia quella
buona” l’immissione di moneta di bassa qualità, sopravvalutata dall’autorità emittente, porta alla scomparsa della
moneta migliore, che viene tesaurizzata, mentre gli utilizzatori cercano di liberarsi, facendola circolare velocemente,
di quella peggiore, che fa registrare un picco di presenze nei rinvenimenti isolati.
I ripostigli sono composti da aggregati di monete creati per diversi motivi e nascosti fino alla scoperta casuale o al
rinvenimento. Sono in genere monometallici (raccolgono cioè esemplari della stessa specie o comunque nominali
realizzati con lo stesso metallo) e tendono a privilegiare gli esemplari a valore intrinseco più alto. Inoltre, il materiale
dei ripostigli potrebbe non provenire dalla circolazione locale, e non rappresentare il reale circolante del luogo dove è
stato trovato.
La seconda distinzione da tener presente è legata alle modalità di ritrovamento casuali, o nel corso di scavi condotti
con metodologia scientifica che dovrebbero garantire una registrazione più precisa.
Si pone il problema dell’attendibilità del campione preso in esame, nel tentativo di ricostruire un quadro completo del
circolante in un dato momento e in un dato luogo. Le monete a disposizione del numismatico sono infatti solo un
campione di quelle trovate e solo una parte di quelle anticamente nascoste o perdute le quali sono solo una frazione
di quelle realmente in circolazione le quali a loro volta sono solo una piccola percentuale di quelle prodotte.
Inoltre, bisogna vedere quanto le monete rappresentino un campione casuale, cioè senza interventi che ne alterino
artificiosamente il contenuto, come false provenienze per impreziosire o nascondere il luogo del reale ritrovamento.
Inoltre, bisogna fare un’approfondita valutazione sui meccanismi che hanno portato alla formazione del campione
preso in esame. La presenza di una determinata moneta può essere influenzata da variazioni delle emissioni da parte
della zecca (interruzione della coniazione di un particolare metallo) nonché da provvedimenti monetari come il ritiro
dalla circolazione che possono provocare la scomparsa di un certo tipo di moneta, sia perché divenuta più pregiata e
dunque tesaurizzata, sia perché non più accettata in quanto troppo svilita a causa d'inflazione.
Per quanto riguarda i ripostigli bisogna anche considerare il motivo per cui il proprietario non abbia ritirato il tesoro; il caso
più semplice è quello della sua morte; è possibile però immaginare scenari più complessi quali guerre, saccheggi.
1. Ripostigli di emergenza nascosti nell’imminenza di un evento pericoloso, recuperando e selezionando il materiale
disponibile che meglio offrisse garanzia di conservazione della ricchezza, talvolta sono veri e propri tesori dove si
rinvengono anche altri oggetti.
2. Ripostigli di risparmio creati accumulando sul lungo periodo materiali selezionati per alto valore intrinseco.
3. Ripostigli da borsellino costituiti dalle monete conservate per un utilizzo immediato, non necessariamente di alto
valore intrinseco, rispondenti al circolante reale, quindi con monete più vecchie e altre meno, in metalli differenti.
I ripostigli da borsellino sono estremamente preziosi perché documentano la compresenza di monete di età e luoghi più o
meno eterogenei rispetto al momento di formazione dell’insieme, esattamente come i rinvenimenti isolati.
4. Depositi votivi formatisi all’interno di santuari grazie alle offerte dei pellegrini. Una pratica doveva essere quella di
gettare le monete offerte in una sorgente, in un lago o in un fiume. Altri luoghi erano i passi alpini.
5. Depositi di fondazione deposizioni sacralizzate di oggetti nell’ambito della costruzione di strutture monumentali, dove
anche le monete possono essere offerte all’interno di riti di offerta alla divinità, a protezione di un edificio o di altra
struttura. Un caso celebre è quello del deposito di fondazione della sala delle udienze del palazzo di Dario I a Persepoli;
negli angoli della stanza furono seppelliti due cofanetti contenente alcune monete (creseidi d’oro e d’argento)
6. Offerte funerarie spesso limitate ad una moneta sola, e contenute nel corredo del defunto. “obolo per Caronte”
Il materiale numismatico offerto dai tesoretti è in genere di ottima qualità, sia per la selezione operata dal proprietario,
sia per la tendenza a privilegiare i pezzi di più alto valore intrinseco, sia per la natura stessa della tesaurizzazione, che
togliendole dalla circolazione evita l’usura. Il punto cruciale nello studio di un ripostiglio è l’individuazione della data
di chiusura, il momento in cui l’insieme viene nascosto, che è determinabile sulla base delle monete più recenti. È
impossibile però stabilire quale lasso di tempo sia intercorso tra l’emissione della moneta più recente e
l’occultamento.
Tramite l’analisi della formazione del contesto di rinvenimento, grazie allo sviluppo del metodo stratigrafico
archeologico, è possibile la costruzione di una seriazione, quindi, chiarire per ogni specie monetale in quale periodo
abbia avuto le maggiori probabilità di essere perduta e oltre quale data si registri la probabilità che la moneta non fosse
più in circolazione. Un criterio fondamentale è quello della residualità. Si considerano residui in uno strato quei
reperti più antichi rispetto agli oggetti che vengono utilizzati per datare lo strato stesso. L'individuazione della
percentuale di residualità è determinante per comprendere le modalità di formazione di questo. Ma può costituire
anche un criterio per valutare il grado di residualità nelle monete, le quali tendono ad avere una vita più lunga degli
altri reperti, non solo per il loro contenuto metallico, ma anche per il potere liberatorio che l'autorità vi ha assegnato.
4.I.5. Pulitura delle monete
Non tutte le monete, al termine delle operazioni di pulitura, risulteranno leggibili. Una percentuale variabile
è destinata a rimanere non identificata, anche se in molti casi si possono fare attribuzioni a periodi generici.
Il problema generale dei metalli rimasti a lungo nel terreno è sono stati interessati da fenomeni di ossidazione e di
corrosione. Qualunque oggetto metallico deve essere, innanzitutto, conservato in ambiente a basso tenore di umidità
(grado relativo al di sotto del 40-35 %), sia prima che dopo gli interventi di pulitura. Per ottenere ciò al di fuori di
ambienti climatizzati si utilizza il gel di silice. È possibile in ogni caso effettuare un lavaggio con acqua
demineralizzata e spazzolini morbidi, per liberare le superfici della moneta dalla terra e dalle polveri, avendo
l'accortezza di farla asciugare prima dell'imballo, con un'immersione in alcool.
La pulitura vera e propria è normalmente praticata per via meccanica, per mezzo di piccole lame in acciaio (bisturi
chirurgici), aiutandosi con un microscopio, in modo da asportare i prodotti di corrosione.
Dopo la pulitura si procede a più bagni in acqua demineralizzata, fino alla certezza di aver completamente eliminato i
sali solubili. Si procede a un bagno stabilizzante, che inibisce eventuali tracce residue (benzotriazolo al 3% in alcool
etilico per 24 ore). Dopo l’asciugatura si applica un film protettivo di metacrilato (Paraloid B44, sciolto in acetone)
oppure di cera microcristallina.
L'oro è privo di prodotti di corrosione, l'argento può presentare ossidi, cloruri e solfuri; il rame ha diversi prodotti di
corrosione.
La normativa italiana (Legge n.1089 del 1939) stabilisce che una volta accertato che un oggetto di dotato di interesse
numismatico, esso sarà automaticamente sottoposto agli effetti di legge in qualità di bene culturale, se di proprietà
pubblica, dopo un procedimento di ‘dichiarazione di interesse particolarmente importante’ se di proprietà privata.
La tutela si estende non solo al singolo oggetto, ma anche alle collezioni private quando siano di ‘eccezionale
interesse’. La tutela è prerogativa dello stato, che la esercita attraverso un apposito ministero, dotato di organi sul
territorio (le Soprintendenze), con eccezione di alcune regioni autonome che dispongono di strutture proprie.
L’articolo 90 del Codice dei Beni culturali e del paesaggio prescrive che chi scopre fortuitamente cose immobili o
mobili ne fa denuncia entro ventiquattro ore al soprintendente o al sindaco, ovvero all’autorità pubblica di sicurezza.
Questo in base al principio che tutte le cose ritrovate appartengono allo Stato. In ogni caso al rinvenitore spetta un
premio che va da un quarto alla metà del valore della cosa trovata.
La schedatura dei beni culturali è programmata sulla base di standard catalografici fissati dall'Istituto centrale per il
Catalogo e la Documentazione (ICCD).
I beni numismatici vengono catalogati per mezzo di apposite schede informatizzate, nello specifico la scheda NU
(Numismatica), che comprende in totale 267 voci base (ciascuna corrispondente a un record della scheda) alcune
ripetibili, destinate a catalogare qualunque oggetto legato al mondo della moneta o degli oggetti paramonetali
(medaglie, gettoni, tessere) e alla sua produzione (coni, matrici, punzoni).
Si parte dai dati ricavabili direttamente dalla moneta (dati tecnici) materia, tecnica di produzione, misure (diametro,
peso, orientamento dei conii). Poi vi sono le descrizioni (dati analitici) del diritto e del rovescio, suddivise nella
trascrizione della legenda e nell'analisi dei tipi e degli elementi accessori. Esistono poi campi appositi per descrivere
eventuali contromarche. Importanti anche le valutazioni sullo stato di conservazione e le notizie su eventuali restauri.
Altri dati sono quelli relativi all'attuale collocazione dell'oggetto (localizzazione geografico-amministrativa attuale),
alle sue collocazioni precedenti, al suo numero d’inventario (di scavo o di museo), ad eventuali dati di rinvenimento
(modalità di reperimento) (scavo, ricognizioni di superficie o da recuperi occasionali).
L'identificazione sicura dell'esemplare comporta poi la compilazione dei dati relativi alla datazione attribuita
(cronologia) e alle relative motivazioni, nonché, se possibile, all'autore (quasi mai), alla zecca (quasi sempre) e
all'autorità emittente se nota.
Ci sono poi voci legate alla natura del possessore (pubblico o privato), alla stima del valore, alla documentazione
disponibile e a quella allegata alla scheda stessa (in genere fotografica), ad eventuali riferimenti bibliografici, al nome
del compilatore e del funzionario di Soprintendenza o di museo che ha curato la schedatura, alla data di stesura.
GRECIA
5.1.1. Egina
Sistema ponderale eginetico per l’argento.
Talento 37,8 kg Mina 630 g Statere (didramma) 12,60 g Dracma 6,30 g Obolo 1,05 g
Considerando le testimonianze fornite dalle fonti letterarie circa l'introduzione della moneta, lo storico
Eforo assegnava la produzione delle prime coniazioni in argento alla città di Egina, attribuendone l'iniziativa a Fidone
di Argo (poco prima della metà del VII-inizi del VI secolo a.C.), artefice di una riforma volta alla definizione di un
sistema metrologico, di pesi e di misure.
In realtà non si conosce moneta così antica da risalire ai tempi di Fidone, e non si capisce nemmeno come mai il
tiranno avrebbe dovuto creare moneta ad Egina piuttosto che nella sua capitale (Argo).
Più verosimile è l’idea che egli abbia fissato degli standard metrologici e che anche Egina vi si fosse adeguata.
Fidone viene collegato anche agli spiedi (oboli) e alla loro trasformazione in moneta. Questa testimonianza riportata
da Orione di Tebe connetterebbe l’invenzione della moneta ad Egina ad opera di Fidone, ad una sorta di
demonetizzazione contestuale degli spiedi, dedicati poi da Fidone ad Era di Argo. Infatti, nel santuario della dea nel
1894 furono rinvenuti circa 180 spiedi in ferro.
Il deposito dell’Apadana di Persepoli costituisce il ripostiglio più antico con attestazione di moneta coniata ad Egina.
La datazione delle prime emissioni di Egina oscilla tra il 580-570 (cronologia alta) e il 525-500 (ribassista).
Dal punto di vista tipologico, le serie più antiche sono un gruppo di stateri anepigrafi in argento che reca al diritto la
raffigurazione di una tartaruga marina, mentre al rovescio è un quadrato incluso.
L’unica evoluzione tipologica riscontrabile nella monetazione di Egina è il passaggio nel diritto, della tartaruga marina
a quella di terra, intorno alla metà del V secolo a.C. mentre rimarrà il quadrato incluso nel rovescio.
Nel corso del secolo successivo comparve tuttavia un ulteriore variazione costituita dall’aggiunta dell’etnico
abbreviato collocato sul rovescio, all’interno dei riquadri della punzonatura.
5.1.2. Atene
Sistema euboico-attico:
Talento 26,16 kg Mina 436,00 g Tetradramma 17,44 g Didramma 8,72 g Dramma 4,36 g Obolo 0,72 g
Gli inizi della monetazione ateniese vennero in un primo tempo, fatti risalire alle riforme legislative di Solone (594)
che attuò una riforma degli standard metrologici per quanto riguarda il peso riduzione del 30% del peso della dracma,
a parità di valore nominale, con 1 mina che da 70 ne valeva 100, ma la cronologia delle monete più antiche ateniesi non
sembra risalire alla sua epoca, e, d'altra parte, il peso della dracma rimase invariato, fisso sul valore di 4.36 g.
Le primissime emissioni ateniesi sono costituite dalle cosiddette monete araldiche didrammi in argento anepigrafi,
con al rovescio un quadrato incuso e al dritto un gruppo di simboli inizialmente considerati come stemmi di famiglie
nobili ateniesi (anfora, ruota, civetta, scarabeo).
Le ultime due emissioni della serie sono costituite da tetradrammi, in cui sul dritto vi era un Gorgone, mentre nel
rovescio un quadrato incuso con all’interno una protome di pantera o di toro.
Alle ultime due emissioni delle monete araldiche si agganciano le prime coniazioni delle cosiddette civette ateniesi,
monete in argento, costituite perlopiù da tetradrammi, caratterizzate al dritto della testa elmata di Atena, e al rovescio
la civetta raffigurata di profilo con la testa frontale, impiegata su tutta la monetazione tra VI e la metà del I secolo a.C.
Compare per la prima volta anche la legenda Athenaion (degli ateniesi).
Dal punto di vista cronologico il gruppo delle monete araldiche dovrebbero datarsi tra il 550 e il 525 a.C., mentre le
prime emissione di civette tra il 525 e il 500 a.C. Le analisi hanno mostrato che il metallo delle monete con le civette è
differente da quello delle monete araldiche e proviene certamente dalle miniere del Laurion.
La principale innovazione introdotta nella monetazione fu la comparsa della corona di olivo sull'elmo della dea, e
intorno al 460 a.C. venne realizzata un’emissione di decadrammi mantenendo gli stessi tipi e disponendo la civetta ad
ali spiegate.
Dopo la sconfitta dalla guerra del Peloponneso, le emissioni successive sono caratterizzate dal volto di Atena con tratti
più morbidi, con l’abbandono della convenzione dell’occhio di prospetto, e la sua resa più naturalistica di profilo.
Un’altra rivoluzione stilistica si avrà infine con la produzione dei cosiddetti portatori di corona, tetradrammi di nuovo
stile dove la civetta (al rovescio) sarà circondata da una corona d’olivo, poggiandosi sopra un'anfora.
Appare anche la sigla dei magistrati responsabili.
5.1.3. Corinto
Altro centro di grande importanza in età arcaica fu Corinto, con un sistema monetale proprio basato sullo statere
d’argento da 8,70 grammi, derivato dal sistema euboico-attico, suddiviso tuttavia in tre dramme (2,90 g) invece che
due (da 4,36 g)
Dal punto di vista tipologico anche Corinto fu contraddistinto da un conservatorismo iconografico, mantenendo lo
stesso tipo di diritto per tutta la sua storia Pegaso, riconducibile alla figura dell’eroe corinzio Bellerofonte e dunque
alle vicende relative alla fondazione della città. Il conservatorismo si mostra anche nella lettera iniziale dell’etnico
cittadino, koppa al posto di kappa, che rimarrà anche nelle emissioni dei secoli successivi.
I greci soprannominarono questi stateri “puledri”, i moderni “pegasi”.
Le serie più arcaiche recano al rovescio il quadrato incluso, presto sostituito da un motivo a forma di svastica.
Solo con il II gruppo viene raffigurata Atena, detta Chalinitis (del morso) poiché aveva fornito in sogno a Bellerofonte
lo strumento per addomesticare Pegaso.
Lo stile della testa della dea elmata è quello delle monete ateniesi e siracusane della fine del VI secolo a.C.
Si pensa che le prime serie corinzie con il quadrato incuso non possano essere molto precedenti alla metà del VI
secolo, mentre vecchie ipotesi vedevano la moneta introdotta a Corinto dai tiranni Cipselidi (seconda metà VII - inizi
VI secolo), mentre oggi si collocano le prime coniazioni nel periodo 575-550 a.C.
La presenza coloniale greca nei territori dell'Italia meridionale e della Sicilia comportò lo sviluppo di fenomeni
monetali di interesse particolare non solo dal punto di vista iconografico ma anche nelle tecniche di produzione.
Un caso particolare è quello delle monete a rovescio incuso monete in argento contraddistinte dalla presenza del
medesimo tipo sui due lati della moneta, apposto in positivo sul dritto e in negativo sul rovescio.
I tipi di dritto e di rovescio risultano inoltre perfettamente allineati l'uno con l'altro.
Il procedimento si configurava come l'esito di un processo di coniazione vero e proprio, effettuato mediante l'utilizzo
di un conio di rovescio con tipo realizzato in rilievo.
Nelle fasi iniziali, le emissioni appaiono caratterizzate da tondelli larghi e sottili, ritagliati da lamine d'argento, ma con
il tempo tendono a impicciolirsi e ad ispessirsi. Il rovescio è sempre incuso, l'asse dei conii non presenta mai uno
scarto tra diritto e rovescio, le lettere delle legende del rovescio sono in rilievo.
A seconda delle aree di produzione, le monetazioni a rovescio incuso registrano l'uso di tre piedi ponderali:
1) acheo-corinzio basato
Per quanto riguarda l'inquadramento cronologico, l'unico punto di riferimento certo è
su uno statere (tridramma) di
rappresentato dalle emissioni incuse di Sibari, coniate prima della distruzione della
7,80-8,00 g. impiegato dalle
città da parte di Crotone nel 510 a.C.
colonie di origine achea
Quindi la monetazione sibaritica, databile a partire dalla metà del V secolo a.C.
(Metaponto, Sibari, Crotone
costituisce la testimonianza più antica del ricorso alla pratica della produzione a
e Caulonia) e da Taranto;
rovescio incuso, poi adottata dagli altri centri di fondazione achea.
2) calcidese basato su uno
L'abbandono della tecnica incusa non fu uniforme in tutti i centri e il passaggio al
statere (didramma) di 5,6-5,8
doppio rilievo si distribuisce lungo quasi tutto il V secolo a.C. (agli inizi: Taranto,
g, attestato per le città dello
Reggio; poi Crotone e Metaponto).
Stretto;
3) foceo basato su uno
Per quanto riguarda le motivazioni che portarono alla scelta dell’utilizzo della
statere (didramma) di 7,5 g,
tecnica di coniazione a rovescio incuso, sono state formulate due ipotesi il
per i centri di Poseidonia e
procedimento di fabbricazione potrebbe essere stato adottato per rendere difficoltosa,
Velia, sulla costa tirrenica.
se non addirittura impossibile, la riconiazione delle monete.
D'altra parte, l'espediente potrebbe essere stato utilizzato per individuare e delimitare
delle aree specifiche di diffusione e di circolazione controllata dalle città protagoniste della monetazione incusa, il che
spiegherebbe anche l'uniformità tecnica, dove l'autorità emittente avrebbe potuto approfittare di un aggio di circa il 10-
11% in virtù di un cambio imposto alla pari dello statere acheo con quello corinzio.
Sibari scelse come proprio emblema un toro con la testa rivolta all'indietro, con emissioni abbondanti, dove erano
presenti anche diverse frazioni (dramma, triobolo, obolo).
Metaponto scelse il prodotto dei propri campi, la spiga, coniando anche dramme ed oboli.
Crotone scelse il tripode che nel mito Apollo aveva strappato ad Eracle, diventando così signore di Delfi.
Caulonia scelse una figura divina maschile, un misterioso personaggio, forse Apollo, che regge un ramo e la figurina
di un demone ed è accompagnato da una cerva.
Poseidonia, pur fondata da Sibari, si agganciò ad un sistema ponderale diverso, e rappresentò il proprio nume tutelare,
il dio mare, Poseidone.
Taranto seguì l’esempio acheo per breve tempo, battendo stateri con il tipo dell’eroe eponimo Taras a cavalcioni di un
delfino, o con la figura di un dio eroe, forse Apollo.
ROMA
Il mondo italico ha messo a punto sin dalla protostoria un sistema di quantificazione del sistema basato sull'unità di
peso della libbra-litra, impiegata per la misurazione del rame/bronzo.
Da cui il sistema canonico, che prevedeva la suddivisione della libbra in 12 once e 288 scrupoli (ovvero 24 once).
Libbra 324 g Oncia (1/12) 27 g Scrupolo (1/24 dell’oncia) 1,125 g
La genesi e lo sviluppo del fenomeno monetario in ambito greco tra VI e V secolo a.C. non interessò Roma nello
stesso periodo. In questo periodo, infatti, a Roma e nel territorio posto il suo controllo, non solo non viene prodotta
moneta ma non risulta neanche circolarne straniera (che probabilmente farà ingresso a partire dal 310 a.C. data la presenza
delle argenteriae, i banchi di scambio nella piazza del Foro gestite dai cambiavalute)
Le funzioni di misura di valore, mezzo di pagamento e scambio furono assunte dal bestiame e bronzo a peso.
Ci sono per esempio delle multe comminate in bestiame nel V secolo, e alcune fonti riportano l’equivalenza tra bestiame e bronzo
in base alla quale 1 bue/mucca = 100 assi, 1 pecora = 10 assi.
Il bronzo venne utilizzato sotto forma di aes rude, pezzi informi di bronzo grezzo, ottenuti per fusione, attestati da
ripostigli rinvenuti nell'Italia centro-settentrionale e nelle isole che venivano accettati a peso, e quindi non
appartenevano ancora alla categoria della moneta, ma a quella del denaro.
Successivamente comparve l’aes signatum, ovvero un lingotto bronzeo quadrilatero prepesato intorno a 5 libbre e
provvisto di marchi con la presenza in qualche caso della legenda Romanom.
(Naturalis Historia di Plinio il Vecchio riferisce che Servio Tullio fu il primo a far stampare un marchio sul bronzo)
È probabile che la marcatura del metallo si riferisse all'introduzione di un sistema di pesi di riferimento da utilizzare
come strumento di misura del valore libbra di bronzo come unità di riferimento.
Tra i diversi tipi di lingotti dotati di segno, risulta di particolare interesse quelli caratterizzati dalla presenza di un
elemento geometrico su una o su entrambe le facce, rappresentato da un'asta longitudinale e da linee diagonali,
definito ramo secco. I lingotti non sono in bronzo ma in rame, con un'altra percentuale di ferro presente nella lega,
mentre è totalmente assente lo stagno e sono rettangolari, dalle dimensioni e pesi irregolari, e presentano sui bordi
laterali un segno di giunzione tra le due matrici. Tuttavia, è stato ipotizzato che il disegno del ramo secco non si
sarebbe configurato come un vero e proprio marchio, ma costituirebbe l'esito di un espediente tecnico volto ad
agevolare la fuoriuscita dell'aria e del gas durante la colata del metallo entro la matrice bivalve. I rinvenimenti si
concentrano soprattutto nell’Emilia, e in particolare a Castelfranco Emilia (M) dove vennero trovati 59 lingotti con il ramo secco.
MONETAZIONE ROMANO-CAMPANA missioni prodotte sotto l'autorità di Roma, ma caratterizzate, dal punto
di vista metrologico e tipologico, da caratteristiche riconducibili all'ambito magnogreco e, più precisamente, campano.
Una delle prime emissioni romano-campane è composta da didrammi in argento di circa 7.3 g. coniata da
zecca incerta (Roma o Neapolis), è caratterizzata al dritto dalla testa elmata di Marte, e al rovescio protome equina con
spiga, e sotto, entro una specie di cartiglio, la legenda ROMANO.
Le scelte iconografiche, l'adozione di uno standard ponderale greco e l’attestazione della circolazione solo in area
meridionale fanno pensare ad una moneta destinata sostanzialmente al mercato estero.
Solo dopo la guerra contro Pirro (280-275 a.C.) le emissioni assunsero una certa sistematicità mediante l'emissione di
didrammi in argento, con la combinazione tipologica Apollo/ Cavallo al galoppo o Ercole/ Lupa con i gemelli.
Al periodo della prima guerra punica (264-241 a.C.), risale una coniazione di didrammi in argento di peso calante
intorno ai 6,6 g, battuta probabilmente dalla zecca di Roma, con testa di Roma, al dritto, e da una Vittoria, che
appende una corona ad un ramo di palma, sul rovescio.
Un mutamento significativo si avrà negli anni successivi quando la legenda di didrammi diventa ROMA, uso che
rimarrà anche nei secoli successivi.
L’ultima serie argentea romano-campana è la più imponente per dimensioni sono i quadrigati, didrammi con al
rovescio la raffigurazione di Giove su una quadriga di cavalli guidata dalla Vittoria, mentre sul dritto compare la
rappresentazione dei Dioscuri sottoforma di testa gianiforme. Le monete mostrano inoltre un abbassamento del tenore
del contenuto intrinseco, con passaggio dalla legenda incisa a quella in rilievo.
AES GRAVE In concomitanza con la coniazione delle prime emissioni romano-campane, la zecca di Roma
intraprese la produzione di serie monetali in bronzo, destinate all'uso e alla circolazione interna, definite aes grave.
Basate su un sistema metrologico duodecimale, le prime monete in bronzo romane furono realizzate tramite fusione.
La peculiarità delle primissime serie di aes grave consiste nella corrispondenza assoluta dell'unità monetata l'asse,
con l'unità ponderale la libbra. Quindi il valore nominale era uguale al valore intrinseco.
Il sistema era costituito da 6 nominali e comprendeva l’asse (324 g), semisse (la metà), triente, quadrante, sestante,
l’oncia (1/12), e in alcuni casi la semioncia (1/24).
Gli assi delle prime serie recavano sia sul dritto che sul rovescio effigi di divinità Dioscuri/Mercurio,
Apollo/Apollo e Testa di Dioscuro/Testa di Apollo.
In concomitanza con la coniazione delle ultime emissioni romano-campane, composte dai quadrigati, si ha la riforma
dell’aes grave che vide la scelta definitiva della Testa di Giano (d) e la prua di una nave (r). Il nuovo tipo di rovescio
sembrerebbe configurarsi come l'emblema del potere militare di Roma, esteso ormai anche sul mare.
In concomitanza con l'inizio della seconda guerra punica (218-217 a.C.), furono prodotte alcune serie di riduzione
semilibrale composte da nominali in parte fusi e in parte coniati.
Parallelamente viene coniato per la prima volta l’oro producendo un raro statere da 6,75 g e la sua metà con il
medesimo tipo di diritto dell’argento (testa gianiforme dei Dioscuri) e con una scena di giuramento militare al r.
Le ultime emissioni furono coniate in epoca sillana. Con Cesare si ebbe una sporadica monetazione di oricalco.
DALL’INTRODUZIONE DEL DENARIO ALLA FINE DELLA REPUBBLICA Nella Naturalis Historia di
Plinio il Vecchio si legge che l’argento fu coniato a Roma nel 269 a.C. Risultando inverosimile una collocazione delle
primissime emissioni romano-campane nel 269 a.C. si ritenne di collegare il 269 all'avvio della coniazione della prima
moneta d’argento compiutamente romana, ovvero il denarius.
• teoria tradizionalista collocazione dell'avvio della produzione denariale nel 269 a.C.
• teoria ribassista formulata tra gli anni 20 e 40 del 900 da Mattingly e Robinson, che proposero una data per
l'introduzione del denario al 187 a.C., considerando il 269 a.C. come il momento d'inizio delle serie romano-campane.
• teoria intermedia proposta da Rudi Thomsen, colloca la riforma sestantale del bronzo e l’introduzione del
denario negli anni della seconda guerra punica (218-202 a.C.).
Questa teoria trovò un immediato riscontro nei ritrovamenti archeologici di Morgantina (Sicilia), che durante la
II guerra punica ospitò una guarnigione romana, consegnata ai Cartaginesi nel 214 a.C. Ritornata sotto il controllo
romano, la città si ribellò nuovamente nel 211 a.C. Nello stesso anno, dopo essere stata ripresa, Morgantina, subì una
distruzione violenta da parte dei Romani. Nel corso degli scavi furono rinvenuti due depositi monetali all’interno di
contesti strettamente correlati con la punizione inflitta alla città nel 211 a.C. I due depositi, costituiti da un accumulo
proveniente dal santuario di Demetra e Kore e da un ripostiglio recuperato all'interno della cisterna della casa del
Silver Hoard, appaiono composti da denari e da frazioni del denario ascrivibili alle primissime emissioni denariali.
Le caratteristiche dei materiali numismatici, tutti privi di tracce di consunzione, e l'individuazione di legami di conio
per alcuni esemplari suggerirono di collocare la loro coniazione nel 211 a.C.
La notizia relativa all'argento del 269 a.C., potrebbe piuttosto essere relativa a un'eccezionale distribuzione di argento
ai cittadini di Roma, avvenuta nel 269 a.C. grazie alla rivendita di prede belliche.
Sulla base di questi dati, Michael Crawford approntò un nuovo sistema cronologico incentrato su una datazione per i
primi denari al 211 a.C. che costituisce tuttora il più attendibile repertorio per tutta la monetazione repubblicana.
Introdotto all'incirca nel 211 a.C., il denario è una moneta d'argento, del peso di 4 scrupoli (4,5 g), con un valore
nominale iniziale corrispondente a 10 di assi di bronzo.
Fu introdotto con un peso di 1/72 di libbra insieme a due divisionali il quinario (la metà) e il sesterzio (il suo quarto).
Nel corso del II secolo a.C., il denario subì un abbassamento progressivo del suo peso, arrivando ad essere battuto a
1/84 di libbra (3.86 g) e l’asse venne ritariffato a 16 assi invece che 10.
Si iniziò anche a coniare l’oro, e si abbandonò l’aes grave fuso, per coniare anche tutto il bronzo, secondo un sistema
ponderale per cui l’asse pesava ormai soltanto più di due once (asse sestantale).
Quindi l’asse di bronzo, che era di una libbra, fu ridotto, e venne battuto al peso del sestante.
Agli inizi del I secolo l’asse non venne più battuto e comparirà sporadicamente con pesi vicini alla semioncia.
Le prime emissioni furono caratterizzate da raffigurazioni fisse Testa elmata di Roma/Dioscuri a cavallo.
Contemporaneamente al denario fu introdotto anche il vittoriato, frazione argentea caratterizzata dalla figura di
Vittoria sul rovescio che incorona un trofeo.
L’IMPERO poco tempo dopo l’inizio del principato nel 27 a.C., si ebbe la riforma monetaria di Augusto
venne istituito un sistema monetario trimetallico basato su oro, argento e leghe di rame che resisterà per tre secoli.
Nel corso della primissima età imperiale la monetazione in metallo prezioso ricadeva sotto il controllo diretto del princeps,
le cui coniazioni furono battuti in particolare nella zecca di Lugdunum, mentre la produzione del divisionale
in lega di rame alla zecca di Roma (le cui attività furono sospese intorno al 40 a.C. riaprirà solo verso il 19 a.C.) sotto il
controllo del Senato, le cui emissioni erano contraddistinte dalla sigla SC (senatus consulto), che rimarrà su tutte le serie in
lega di rame fino al III secolo, quando i nominali della riforma augustea cesseranno di essere prodotti.
Inoltre, compaiono sulle prime emissioni della zecca di Roma i nomi dei magistrati responsabili (emissioni tresvirali)
accompagnati dalla titolatura che fa riferimento al collegio dei tresviri aere argento auro flando feriundo.
L’oro divenne un elemento fisso nella monetazione dopo aver fatto solo comparse occasionali nelle serie repubblicane.
L’elemento base fu il denario aureo (1/40 di libbra) affiancato dalla sua metà il quinario aureo.
Il denario in argento rimase ad 1/84 di libbra, sempre tariffato a 16 assi, mentre il quinario dopo piccole emissioni, venne
praticamente abbandonato.
Per quanto riguarda la monetazione in aes (monetazione enea, da decenni non più prodotta) per i nominali maggiori fu
scelto l’oricalco (lega di rame e zinco), mentre per i nominali inferiori venne utilizzato il rame.
Tra il 63 e il 64 a.C, Nerone operò un abbassamento dei pesi dell’aureo (1/45 di libbra) e del denario (1/96 di libbra)
Decrebbe anche il titolo della lega argentea, fenomeno che continuerà nel corso del tempo.
Intorno alla metà del II secolo cessò la coniazione dei nominali ènei minori (quadrante e semisse) con valori ormai troppo
bassi per un utilizzo corrente, e crebbe quella dei maggiori, in particolare il sesterzio.
Il passaggio tra il II e III secolo fu tormentato per l’impero e anche la monetazione rispecchierà questa crisi, con un drastico
svilimento del peso (3 g) e del tenore della moneta d’argento (contenuto di fino del 50%)
Per cercare di porre rimedio al calo di peso e tenore del denario, Caracalla nel 215 d.C. introdusse una nuova moneta
argentea, l’antoninianus, moneta battuta a 1/64 di libbra, dal valore nominale di due denari.
Contestualmente lo standard ponderale dell’aureo fu abbassato a 1/50 di libbra. Occasionalmente fu coniata anche una
moneta d’oro di due aurei (1/25) il cosiddetto binione.
Durante il regno di Decio cessò definitivamente la produzione di denari e furono battuti antoniniani con argento solo al
20%. Questo provocò la scomparsa dalla circolazione dei denari, secondo la legge di Gresham.
L'antoniniano, contraddistinto dalla corona radiata sul capo dell'imperatore raffigurato al dritto, subì un declino nei decenni
successivi alla sua introduzione. Il suo peggioramento continuo raggiunse l'apice con le ultime emissioni di Gallieno,
caratterizzate da pesi di poco superiori ai 2,5 g e da una percentuale d'argento inferiore al 2%, essendo coniati spesso in
billone/mistura, assumendo così la funzione di moneta di piccolo taglio, soppiantando i nominali enei (assi, sesterzi).
Aureliano cercò di ristabilire un trimetallismo equilibrato l’aureo fu incrementato nel peso (4 g) e nel tenore (4-5%) e
ritirò le emissioni precedenti alterate nel contenuto di metallo nobile. Al rovescio compaiono dei numerali, interpretati come
espressione del valore nominale o come indicazione del contenuto fino alla lega.
Contestualmente lo standard ponderale dell’aureo, coniato con pesi variabili a partire dal periodo di Valeriano, fu riportato a
1/50 di libbra.
Al disordine monetale tentò di porre rimedio anche Diocleziano l’aureo fu stabilizzato a 1/60 di libbra (5,4 g) e venne
creata una nuova moneta d’argento in ottima lega (sopra il 95%) che sostituì definitivamente l’antoniniano l’argenteus,
battuta a 1/96 di libbra.
Venne reintrodotto un sistema di nominali in lega di rame basati su un’unità maggiore in mistura, che i moderni hanno
chiamato follis, e due frazioni di rame, una laureata e una radiata.
Costantino I nel 310 d.C. introdusse una nuova moneta d’oro, il solidus, battuta a 1/72 di libbra che restò d’allora l’unico
elemento stabile nella monetazione imperiale, mentre la monetazione in argento e rame fu continuamente modificata.
Accanto alla moneta d’oro fu coniata anche la siliqua, moneta d’argento equivalente a 1/24 di solido e il miliarense, altro
nominale argenteo corrispondente a 1/18 di solido.
La monetazione bizantina inizia con il regno di Anastasio I (491-518 d.C), autore di una profonda riforma monetaria che
modificò i caratteri delle emissioni in bronzo, in coincidenza con il crollo definitivo del sistema di produzione di moneta
occidentale portato dalle invasioni germaniche e l’inizio delle nuove coniazioni che danno il via alle monete considerate
medievali. Il cambiamento avvenne con l’arrivo degli Ostrogoti di Teodorico a partire dal 493 d.C. fu introdotta una serie di
cambiamenti nel bronzo e nell’argento che portarono ad una moneta nazionale ostrogota priva di riferimento all’autorità bizantina,
che segnerà lo stacco definitivo dalla tradizione della moneta imperiale.
Successivamente tra il 780/90 ci sarà la riforma monetale carolingia con l’instaurazione da parte di Carlo Magno di un
monometallismo argenteo basato sul denaro d’argento, ponendo fine alla circolazione della moneta aurea.
La monetazione carolingia si rapportava al sistema bizantino e longobardo mediante un sistema di multipli astratti, impiegati come
unità di conto. L’unità ponderale era rappresentata dalla lira (libbra) equivalente a 20 solidi e 240 denari.