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Cos’è l’haiku

Un haiku (俳句, “strofa, verso giocoso”) è un componimento poetico di tre versi caratterizzati da
cinque, sette, cinque sillabe. L’haiku utilizza concrete immagini sensoriali per comunicare o
suggerire i fenomeni delle stagioni naturali o umane, usando una struttura di confronto in due parti
(enunciazione-ribaltamento semantico), così come un linguaggio primariamente oggettivo semplice.
Come poesia intuitiva ed emozionale, l’haiku coglie spesso un senso di meraviglia e di interezza
presentando l’esistenza così com’è. Piuttosto che presentare le proprie emozioni, l’haiku presenta la
causa delle emozioni, dando così la possibilità al lettore di avere la stessa reazione intuitiva a
un’esperienza avuta dal poeta.
L'haiku deriva dal tanka (短歌, letteralmente “poesia breve”), componimento poetico di 31 sillabe
(o meglio, 31 morae, disposte in 5 versi di 5-7-5-7-7 morae1) che risale già al IV secolo e che,
grazie alla sua versatilità e alla pratica ininterrotta, non ha subito variazioni nel corso dei sedici
secoli della sua storia.
Il Man’yō shū (万葉集, “Raccolta di diecimila foglie”), la più antica raccolta di poesia giapponese
(V-VIII secolo) in 20 volumi, contiene 4516 poesie (4200 tanka, 260 chōka 長歌 – schema 5-7-5-7-5-
7…7-7 e 60 sedōka 旋頭歌 - schema 5-7-7-5-7-7...): dopo la sua pubblicazione le definizioni waka (和
歌, letteralmente “poesia giapponese”) e tanka divennero sinonimi.
A partire soprattutto dal XVII secolo, i primi tre versi (kami no ku 上の句, strofa superiore o hokku,
“verso che inizia”) iniziarono a essere usati come una poesia a sé, dando così vita all'haiku.
Il termine haiku nella moderna accezione di poesia autonoma, non più parte iniziale di un tanka (e
perciò privo del shimo no ku 下 の 句 , strofa inferiore, di 7-7 morae), è stato così definito da
Masaoka (Tsunenori) Shiki (1867-1902), poeta e critico letterario, solo nel XIX secolo.
Fu il primo a utilizzare e sancì definitivamente la moderna accezione del termine haiku, intenso
quindi come un componimento a sé stante e completamente autonomo, cioè distinguendolo
totalmente dallo hokku, parte iniziale di un renga “poesia collaborativa” composizione “a catena” di
diversi poeti (o renku, “verso collegato”, definito anche haikai no renga, la forma popolare di
renga). Egli rivalutò l’haiku, considerato dopo Kobayashi Issa (1763-1828) alla stregua di un gioco
di parole, riportandolo a nuovi onori. La riforma dell’haiku per Shiki passa tramite un termine
particolare: “shasei”, che significa "ritrarre la vita", descrivere la vita proprio come appare,
catturare una precisa immagine che possa comunicare la visione del poeta.
Il concetto di shasei viene applicato da Shiki anche alla prosa e al tanka: infatti a lui si deve non
solo la rivalutazione dell’haiku, ma di tutta la poesia giapponese.
Nel mio andarmene
nel tuo restare
due autunni
Per l'estrema brevità l’haiku richiede una grande sintesi di pensiero e d'immagine.
Soggetto dell'haiku sono scene rapide e intense che rappresentano, in genere, la natura e le emozioni
che esse lasciano nell'animo dell'haijin (il poeta haiku).
La mancanza di nessi evidenti tra i versi lascia spazio a un vuoto ricco di suggestioni, quasi come
una traccia che sta al lettore completare. L’haiku è uno dei figli privilegiati del vuoto, inteso nel
senso di śunyātā (शूनयता; giapponese kū 空 ), una parola in sanscrito che significa “vacuità”, un
vuoto che contiene in sé la pienezza della realtà.
Gli haiku tradizionali non hanno alcun titolo.

L’haiku potrebbe essere confuso con una poesia breve se non dovesse contenere diversi aspetti:

• un riferimento stagionale o kigo, cioè un accenno alla stagione che definisce il momento
dell'anno in cui viene composta o al quale è dedicata;
• wabi: dal verbo “wabiru”, vivere in povertà, sentimento di deprivazione; indica una
ricchezza spirituale opposta a un atteggiamento materialistico, una fuga dall’appariscente,
un’attitudine di quiete e modestia al fine di cogliere la più profonda e lineare bellezza delle
cose semplici; silenzio, freschezza, raffinatezza malinconica, umiltà, semplice bellezza,
imperfetta;
• sabi: indica la bellezza della solitudine, della calma e del passato; è il tempo che scorre, il
continuo mutamento, il distacco, la quiete, la pace, la semplicità; è il “colore del verso”,
l’elemento che equilibra l’haiku conferendogli quell’atmosfera quasi malinconica, mai né
troppo cupa né troppo gioviale. Anche gli oggetti la cui bellezza deriva dal tempo hanno
qualità sabi;
• wabi-sabi: “bellezza malinconica”, senso dell’impermanenza di tutte le cose, accoglimento
della transitorietà delle cose, serena malinconia e ardore spirituale insieme;
• aware: rimpianto, ricordo, nostalgia, percezione della transitorietà e caducità, del mutare del
tempo, dell’inutilità dell’affanno;
• yugen: mistero e profondità, stupore, l’inatteso, il subitaneo balenare del mistero nascosto
dietro l’apparenza delle cose, cogliere la meraviglia della realtà, inafferrabilità della
bellezza, meraviglia e stupore suscitati anche da piccoli eventi, senso di magia che, specie
nell’osservazione della natura, si fa sentire forte nel nostro animo;
• fueki ryūkō (da “fueki”, ciò che è eterno e “ryūkō”, le cose che si rinnovano): termine coniato
da Bashō, “il non cambiamento e il perenne mutamento”, “qualcosa di eterno, qualcosa di
rinnovamento”: nella natura del mondo e dell’uomo ciò che non muta è, al tempo stesso, ciò
che sempre si trova esposto alla variazione, alla trasformazione nel tempo;
• kacho-fūgetsu: i 4 ideogrammi che compongono la parola significano “fiori e uccelli, vento
e luna”: “kacho” significa raffinatezza e buon gusto in grado di apprezzare la vista dei fiori e
il canto degli uccelli, “fugetsu” è l’apprezzamento con tutti i sensi delle scene naturali, visto
come alimento per il cuore e la mente; apprezzare l’amabile grazie delle bellezze della
natura;
• furyu: il termine, che in giapponese moderno significa “elegante”, era usato nelle poesie del
tardo periodo Heian (795-1185) per indicare una visione della vita aristocratica e nostalgica:
letteralmente significa “vento e acqua che scorre” e probabilmente lo Zen decise di farlo
suo per le idee di naturalezza, istantaneità e bellezza effimera che porta con sé, nonché per la
caratteristica del vento di essere sentito, ma non visto, e di quella dell’acqua di essere senza
forma, tangibile eppur sfuggente. In cinese esisteva invece con lo stesso significato
l’espressione feng-liu, “seguire l’acqua e il vento”, utilizzata per esprimere un ideale di vita
il più possibile simile a quella della natura; serviva a indicare infatti come, al di là delle
rigide regole del Confucianesimo, bisognasse anche entrare nel torrente della vita come
sospinti da una raffica di vento, adattando cioè noi stessi a ciò che il destino ci porta senza
lasciarci eccessivamente condizionare dalla razionalità;
• hosomi: esprimere con reticenza, attenuazione, tono lieve;
• kanjaku: serena desolazione;
• karumi: bellezza lieve e sottile, levità e innocenza, visione fanciullesca;
• kokoro: cuore; mettere il cuore/anima/sentimento in quello che si fa;
• makoto (da “ma”, bellezza, perfezione e “koto” cosa): verità, perfezione della cosa, realtà
perfetta, sincerità e la fedeltà alla propria natura e alla natura delle cose, sentire e vivere le
cose del mondo senza la mediazione del pensiero; il significato di “verità” racchiusa in
makoto non corrisponde al termine greco aletheia, bensì a quello di “perfezione”; se un
evento esprime una “realtà frantumata, ferita”, la “cosa perfetta” si realizza nel momento in
cui si guarisce la ferita della realtà. "Makoto" equivale, dunque, a verità, ma esprime due
significati di verità: uno è quello di verità in senso stretto, l’altro è quello di veridicità. Il
doppio significato del concetto filosofico "makoto" contiene in sé anche l’agire pratico: si
può sostenere che nella tradizione giapponese sia presente una forte consapevolezza della
prassi reale; se c’è un difetto nella vita quotidiana va eliminato con la prassi;
• miyabi: eleganza senza ostentazione, cortese raffinatezza, la capacità di godere dei
piaceri della quiete, moderazione, correttezza;
• sabishisa (da “sabishī”, solo): solitudine, senso di solitudine;
• setsunasa (da “setsunai” triste, dispiaciuto): tristezza, dispiacere, dolore, pena;
• shibusa: (da “shibui”, austero, disadorno, sommesso, imperfetto, asimmetrico, ruvido)
austerità, sobrietà, ombrosità, retrazione, compostezza; tranquilla, sobria raffinatezza senza
abbellimenti; quando qualcosa è shibui, continua a offrire nuovi significati a prescindere dal
numero di volte che si incontra;
• shiori: profondo sentimento di comprensione per la natura e l’umanità;
• sono mama (de): “così com’è”, nel modo in cui è/sono/siamo, senza alterazioni;
• ushin e mushin: “ushin” è la mente consapevole “mushin” è la “non-mente” o “mente-
vuota”. La mente consapevole è la mente illusa. Il termine può essere inteso anche come
“mente-consapevole-di-se-stessa”. Essa è unilaterale, in ogni aspetto. Questa mente, con i
pensieri al suo interno, farà sorgere la discriminazione e il vacillamento. È anche chiamata
“mente-dicotomica”. Invece, “mushin” non è rigida, né unilaterale, né discriminativa.
Allora, quando nella mente non ci sono pensieri, discriminazioni, o null'altro, la mente
stessa pervaderà l'intero essere e il corpo;

Altra caratteristica, che può essere presente o meno, è il kireiji: (“suono che taglia” dal verbo kiru
tagliare e ji suono) la cesura, la pausa, resa nelle lingue occidentali con un trattino, che sospende il
pensiero logico e sfida il lettore a cercare un legame.

Per alcuni comporre haiku era un’esperienza spirituale e i maestri zen2 spesso giudicavano il livello
di conoscenza spirituale dei discepoli sulla base delle loro composizioni.
L’haiku è la massima condensazione linguistica possibile di un “qui-e-ora” e il vuoto che vibra
nell’haiku, cioè la parola non detta e intuita, lo stacco che ferma la lettura per aprire spazio alle
sensazioni, il concetto che si trasforma in immagine, è uno spazio di pienezza, della pienezza
dell’esistenza.

Tutta la poesia è/ha ritmo, ma nell’haiku, per la sua brevità, lo percepiamo.


La poesia “classica” racconta una storia e noi la seguiamo usando funzioni cerebrali razionali
(comprensione verbale, consecutio logica di quanto viene esposto,..), ma l’haiku usa altre vie e ci fa
usare percezione, creatività, immaginazione, prima di tradurre in razionalità.
Proprio come nella musica.
L’haiku (come la poesia, la filosofia, l’arte,..) è un modo di vivere: se si impara a sentire e vedere
con altri occhi e altre orecchie, a sedare il rumore nella mente, a equilibrare la forma con il vuoto, il
detto con il non-detto, resta l’essenza delle cose, senza commenti, non c’è distinzione tra la mente e
ciò che si sa e si vede, si può provare, anche solo per un attimo, l’esperienza dell’essere connessi a
tutto ciò che ci circonda, senza che il tempo sia un limite.
In questo spazio nasce la percezione che si traduce in haiku.

Altre forme poetiche e artistiche legate all’haiku:


Senryū ( 川 柳 , letteralmente “salice del fiume”): composto da 5-7-5 sillabe, ma con connotazione
ironica o umoristica come l’haikai, pure se descrive soprattutto la natura umana; anche quando
descrive animali, insetti, piante, oggetti inanimati pone l’attenzione sugli attributi “umani”; non
contiene il kigo, può non presentare la cesura, servirsi di artifici retorici come la metafora,
l’iperbole, l’analogia, la personificazione e assumere toni filosofici o moraleggianti.
Haibun ( 俳 文 , “scritti haiku”): è una combinazione di prosa e di haiku, spesso autobiografici o
biografici, o scritti in forma di diario, diario di viaggio, saggio, storiografia, racconto.
Haiga ( 俳 画 , “disegno di haiku”): è una composizione poetica (haiku o senryu) legata a
un’immagine di qualsiasi tipo (fotografia, dipinto o illustrazione).
Haikai (俳諧 “comico, non ortodosso”); nella prima metà del XX secolo la parola haikai veniva
usata per definire quello che oggi nel mondo è chiamato haiku. Inoltre, la parola haikai è talvolta
usata come abbreviazione di haikai no renga.
Kuhi (句碑): è l’intaglio di famosi haiku nella pietra, per rendere i poemi monumento. La città di
Matsuyama ha più di 200 kuhi.
Kyoka: è la forma umoristica del tanka.

Haisan: “tre versi”, è la definizione che Cascina Macondo dà degli haiku liberi, che non rispettano
le sillabe e il kigo. È un termine migliore di “pseudo-haiku” o “quasi-haiku” o “haiku impuro” che
in qualche modo esprimono un giudizio negativo, quasi definendo l’intenzione del poeta che voleva
scrivere un haiku, ma non ci è riuscito. La parola proposta non ha connotazione negativa. Rispetta
la scelta dei poeti che vogliono scrivere haiku moderni, con sillabe libere e senza essere vincolati
dalla stagione. La scelta di questa parola dà dignità alla suddetta forma di poesia che molti poeti
occidentali, ma anche giapponesi, hanno scelto consapevolmente e che con vigore propugnano. Ma
sembra anche opportuno non chiamare questi componimenti haiku.

In Giappone si calcola che più di dieci milioni di persone (circa il 10% della popolazione) si diletta
a scrivere haiku. I gruppi di poeti (haijin) che si riuniscono per parlare di haiku si chiamano kessha.
Pressoché ogni giornale nipponico ha una sezione riservata agli haiku.
Tra i maggiori poeti giapponesi di haiku si ricordano Matsuo Bashō, Yosa Buson, Kobayashi Issa,
Masaoka Shiki, Chiyo.

L’haiku si è diffuso nel mondo nel secondo dopoguerra, e sono numerose le associazioni e i
convegni nazionali e internazionali correlati. In molti paesi viene insegnato nelle scuole (dalle
elementari alle superiori).
In Italia la principale associazione che si occupa di haiku è Cascina Macondo
(www.cascinamacondo.com), che indice annualmente un concorso internazionale e i cui membri
partecipano ai convegni europei ed extraeuropei, pubblicano libri e insegnano a scrivere haiku in
corsi specifici nelle scuole e in corsi per adulti.

Antonella Filippi fa parte dell’Associazione Cascina Macondo e tiene corsi di scrittura creativa e di
poetica haiku. Il suo ultimo libro di haiku (“Rosa d’autunno” - in 4 lingue) con lo pseudonimo
Fukurō (“gufo”) è stato pubblicato nel 2010 dalla casa editrice Albalibri (ISBN 9788889618769).
Ha pubblicato articoli e haiku in Giappone, USA, Olanda, Svezia, Germania.
Appassionata di letteratura e scienza, lavora anche come consulente editoriale e scientifico per
diverse società e insegna in una scuola di medicina complementare.
NOTE
1
La mora è un’unità di suono usata in fonologia, che determina la quantità di una sillaba, che a sua volta determina
l’accento, in alcune lingue; il termine, che significa “ritardo”, “indugio”, è tratto dal latino; il giapponese è una lingua
famosa per le sue quantità moraiche: la maggior parte delle sue varietà, inclusa la lingua standard, usano le more alla
base del sistema fonetico piuttosto che le sillabe. Per esempio, l'haiku in giapponese moderno non segue lo schema 5-7-
5 sillabe, come comunemente creduto, ma piuttosto quello 5-7-5 morae. In giapponese le morae si definiscono “on”,
suono – obsoleto il termine onji (“simbolo del suono”) – o, in linguistica, “hyōon moji”. Per esempio la frase “yoku
mireba” ( よくみれば a ben guardare) è composta da 5 morae, come le frasi “nusunde ki” ( ぬすんでき germogli
teneri) e “shōnin e” (しょうにんへ per il mercante), che sembrano composte da 4 e 3 sillabe rispettivamente.

2
Evoluzione del Buddhismo Ch’an, fondato in Cina dal monaco indiano Bodhidharma (480-540) e arrivato in Giappone
nell’VIII secolo. La dottrina buddhista Zen non mette al centro della pratica le scritture buddhiste (sutra): fonda il
proprio insegnamento sulla particolare esperienza indicata come satori o go, “comprensione della realtà” o anche
kenshō, “guardare la propria natura di Buddha” o “attuare la propria natura illuminata”. Questa esperienza non viene
semplicemente identificata come “intuizione”, quanto piuttosto come una esperienza improvvisa e profonda che
consente la “visione del cuore delle cose”, che risulta essere identica alla “natura di Buddha” (busshō), la natura di tutta
la realtà, del cosmo e del Sé e corrisponde alla stessa vacuità ( 空 kū) indicata dall' Ensō, un simbolo dalla forma
circolare tra i più significativi dello Zen. Lo Zen ispirò la poesia haiku, la cerimonia del tè (cha no yu), l'arte di disporre
i fiori (ikebana), l'arte della calligrafia (shodō), la pittura (zen-ga), il teatro (Nō), l'arte culinaria ed è alla base delle arti
marziali, dell'arte della spada e del tiro con l’arco. Obiettivo e contenuto delle dottrine Zen è dunque realizzare il satori
il quale non corrisponde al nirvāṇa: se quest'ultimo si presenta infatti fondamentalmente come rinuncia al mondo e
distacco da esso, il satori si propone una partecipazione attiva e consapevole al mondo, anche se percepito nella sua
dimensione di vacuità.