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Indice

Copertina
Il libro
L'autore
Collana
Frontespizio
Colophon
Indice
Introduzione
Prima vita – LA GAVETTA
1. L’inizio
2. Quello che resta
Andare verso
Concentrati sul significato e non sulla felicità
Il mindset
Considerati causa
Seconda vita – IL COMUNICATORE
3. Il duro lavoro del divulgatore
4. Quello che resta
Esci dalla zona di comfort
Il vero ruolo degli obiettivi
Più dai, più hai
Credi in ciò che non vedi
Terza vita – LO PSICOLOGO E PSICOTERAPEUTA
5. La psicologia: tra formazione e pratica
6. Quello che resta
Zone di influenza e amor fati
La vita è breve
Mete e valori
Non puoi cambiare le persone
Quarta vita – L’IMPRENDITORE
7. L’intraprendenza di chi osa
8. Quello che resta
Difendi la tua energia
Tifa per i tuoi uomini
L’era del cuore
Prendi quella decisione
Promessa del lettore
Ringraziamenti
Letture consigliate
Non finisce qui
Il tuo aiuto al libro
Intervista a Luca Mazzucchelli ai tempi della pandemia
Esercizi per allenarsi nell’era del cuore
Il libro

L’era del cuore ti accompagnerà in un viaggio di emozioni, esperienze, riflessioni e strategie per scoprire il
coraggio, anche quello nascosto nelle tue fragilità, e prendere in mano la tua vita per ottenere una realtà
più felice, produttiva e coerente con i tuoi valori.
Questo è possibile grazie alle emozioni, le armi più potenti che possediamo.
La rabbia, l’amore, la paura, il dolore, la gioia, l’insicurezza non sono solo spie che si accendono per
parlarci di noi, dei nostri bisogni e dei nostri obiettivi, ma sono anche strumenti preziosi che dobbiamo
conoscere e usare per mettere in atto cambiamenti positivi, sia nel quotidiano sia a lungo termine.
È il momento in cui essere è più importante di avere; dare vale più che ricevere; lavorare su sé stessi con
impegno, passione e fiducia può diventare un’abitudine vincente. È il momento dell’era del cuore.

L’era del cuore è una terapia al contrario. Non è più, infatti, lo psicologo ad ascoltare la
narrazione di vita dei suoi pazienti, ma è lui in prima persona a mettersi a nudo.
Luca Mazzucchelli racconta i propri errori, fragilità, intuizioni e apprendimenti in modo da
donare al lettore potenti rivelazioni sulla sua stessa vita.

Per avere contenuti inediti, video interviste e approfondimenti su come prepararsi all’era del
cuore registrati al sito www.eradelcuore.com

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L’autore

LUCA MAZZUCCHELLI, psicologo, psicoterapeuta e imprenditore, racconta quotidianamente la


psicologia a centinaia di migliaia di persone attraverso i suoi canali social e intervenendo come speaker
nei corsi organizzati dalle più grandi aziende italiane.
È stato premiato come miglior “Psychological Coach” italiano dall’Associazione Italiana Coach, che lo ha
indicato come una delle 10 persone che più influenzerà nei prossimi anni la formazione e il coaching in
Italia. Nel 2019 X Factor lo ha coinvolto come mental coach per supportare i concorrenti nel far emergere
il loro potenziale e talento. Per Giunti Editore dirige la rivista Psicologia contemporanea ed è consulente
editoriale di varie collane.
Vive e lavora a Milano, è sposato e ha tre figli.
Cosa dicono del libro

La forza del cuore può impedire alla tecnica di fare


ciò che è in suo potere? Il libro di Luca Mazzucchelli ci illustra
la sfida che tutti noi dobbiamo affrontare per non bistrattare
il cuore, ma metterlo al centro della nostra vita.
UMBERTO GALIMBERTI
Filosofo e psicologo

Da uomo e da imprenditore che ha sempre basato


la propria vita sulla “mente”, affrontare L’era del cuore
è stato impegnativo. Leggere questo libro mi ha aiutato
a fare il grande salto, a rendermi conto di quanto
sia importante ripensarsi, a comprendere quali sono le cose
davvero importanti. Come sempre, Luca ha fatto centro!
PAOLO BORZACCHIELLO
Consulente strategico, cofondatore di HCE®, scrittore

Coltivare il coraggio ci rende liberi.


Liberi di sbagliare, comprendere, progettare ed essere noi stessi.
Questo libro ti aiuterà a guardare nel profondo del tuo cuore
e capire quale sarà la tua prossima mossa coraggiosa.
MAURIZIA CACCIATORI
Ex pallavolista italiana, opinionista televisiva
EUREKADDL
Amo molto l’idea di coraggio proposta nel libro di Luca. È proprio ciò di cui abbiamo bisogno oggi. Non parlo di quelle azioni
epiche ed eroiche da compiere saltuariamente, ma di un atteggiamento quotidiano che si trova nelle scelte difficili e nei bivi
esistenziali. Dobbiamo tutti coltivare il coraggio. E per farlo non si può che partire dal cuore.
Alex Bellini, Esploratore

Una visione chiara, autentica ed efficace sulla più grande (e snobbata) rivoluzione dei nostri tempi: quella del cuore. Luca spiega
perché le chiavi di prosperità e successo si trovino nel comprendere cosa sia davvero il coraggio.
Il libro ci indica la via per sentire, pensare e agire attraverso l’intelligenza del cuore. Non sarà infatti la tecnologia a fare la
differenza nelle nostre vite, ma il livello di consapevolezza di chi la utilizza.
Daniel Lumera, Scrittore,
Esperto nelle scienze del benessere
e della qualità della vita

In queste pagine Luca affronta con grinta, competenza e umanità il tema più delicato, quello della realizzazione del sé. Lo fa
partendo dalla sua esperienza, mettendosi in gioco con coraggio e ironia, cosa che rende questa opera non solo pratica e chiara,
ma ancora più emozionante, sincera e utile a chiunque voglia comprendere come generare valore nei prossimi anni.
Una lettura che offre gli strumenti per farci trovare preparati all’appuntamento con la storia che cambia.
Sebastiano Zanolli,
Scrittore, Manager, Advisor

Nell’era tecnologica sembra paradossale scrivere un libro che parla di cuore e coraggio. E invece è proprio quello che ci serve: sul
lavoro, in famiglia, nella società. Il futuro è nelle mani di chi avrà la voglia di conoscere e allenare questi elementi così umani. In
questo libro Luca spiega in maniera magistrale come fare.
Claudio Belotti, Executive Coach,
NLP & Tony Robbins Master Traine

Un libro che parla di coraggio, senza dimenticare la paura. E che aggiunge valore alla visione del nostro tempo. Una visione che
non solo condivido, ma che sono convinta possa avere un impatto positivo sulle persone e quindi sul mondo.
Julia Elle, @Disperatamentemamma

Oggi sembra che contino i like sui post di Instagram, il profitto generato dall’azienda, gli accessi al sito internet. Eppure c’è un
aspetto ben più importante: quante persone ispiri con il tuo esempio, i tuoi contenuti e le tue riflessioni; quanto tocchi nel
profondo il cuore delle persone.
Il futuro nel mondo digitale, della comunicazione e delle imprese passa obbligatoriamente per questa seconda strada. Luca ci
fornisce il coraggio di imboccarla.
Luca La Mesa, Esperto Social Media e Innovazione

In un mondo che sta cambiando, il libro di Luca rappresenta una guida alla leadership che tutti noi dobbiamo imparare a
sviluppare.
Con le persone sempre più interconnesse, quello che fa la differenza è la capacità di arrivare al cuore della gente. Luca ci insegna
prima di tutto a scavare nel profondo del nostro cuore e a trovare il coraggio: la vera forza espressiva di questa nuova era.
Dario Vignali, Imprenditore digitale, Fondatore di Marketers
(il magazine degli imprenditori digitali)

L’era del cuore crea un ponte tra le emozioni e la progettualità, sottolineando l’importanza dei valori che guidano il proprio
percorso. Questo libro rappresenta un ottimo strumento di fioritura che può davvero aiutare a prendere le decisioni sulla base di
ciò che fa sentire autenticamente coinvolti.
Maura Gancitano e Andrea Colamedici, Fondatori di Tlon
(Scuola permanente di filosofia e immaginazione, @Tlon.it)

Sono fermamente convinto che anche in un mondo interamente connesso, la connessione umana sia la più importante. Per questo
motivo il libro di Luca avrà un forte impatto sulla vita di chi lo leggerà, perché parla della forza più potente che ci possa guidare: il
cuore!
Sergio Borra, Fondatore e CEO di Dale Carnegie Italia
SAGGI GIUNTI

PSICOLOGIA
Luca Mazzucchelli

L’era del cuore


Come trovare il coraggio per essere felici
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https://www.linkedin.com/company/giunti-os-psychometrics/
https://www.youtube.com/user/GiuntiOS

È vietata la riproduzione dell’opera o di parti di essa con qualsiasi mezzo se non espressamente autorizzata dall’editore.

www.giuntipsy.it
www.giunti.it

© 2020 Giunti Psychometrics S.r.l.


Via Fra’ Paolo Sarpi 7/A, 50136 Firenze – Italia

Prima edizione: giugno 2020

Prima edizione digitale: giugno 2020


ISBN 9788809900462
A te e alla decisione che prenderai
arrivato all’ultima pagina di questo libro
Indice

Introduzione

Prima vita – LA GAVETTA


1. L’inizio
2. Quello che resta
Andare verso
Concentrati sul significato e non sulla felicità
Il mindset
Considerati causa

Seconda vita – IL COMUNICATORE


3. Il duro lavoro del divulgatore
4. Quello che resta
Esci dalla zona di comfort
Il vero ruolo degli obiettivi
Più dai, più hai
Credi in ciò che non vedi

Terza vita – LO PSICOLOGO E PSICOTERAPEUTA


5. La psicologia: tra formazione e pratica
6. Quello che resta
Zone di influenza e amor fati
La vita è breve
Mete e valori
Non puoi cambiare le persone

Quarta vita – L’IMPRENDITORE


7. L’intraprendenza di chi osa
8. Quello che resta
Difendi la tua energia
Tifa per i tuoi uomini
L’era del cuore
Prendi quella decisione

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Esercizi per allenarsi nell’era del cuore


Introduzione

Questo è un libro particolare, lo ammetto persino io che lo sto scrivendo. Lo considero una sorta di
“terapia al contrario”: dopo aver ascoltato per tanti anni le storie dei miei pazienti dalla parte dello
psicologo, stavolta sono io che mi metto in gioco raccontando la mia vita, i miei dubbi, le mie paure e i
miei errori, ma anche i risultati che sono riuscito a conseguire e come ci sono arrivato. Nel corso della mia
carriera da psicoterapeuta, mi sono accorto che le storie delle persone che si rivolgevano a me per avere
aiuto mi permettevano di avere delle illuminazioni sulla mia vita, su come affrontarla meglio, su dove
sbagliavo, su dove insistere per migliorare. Mi permettevano anche di scavare nel mio profondo. Quando
poi è capitato che ad aprirmi fossi io, magari in occasione di uno degli interventi in pubblico durante i
quali mi trovavo a rispondere a domande sulla mia vita, mi ha sorpreso vedere quella mia stessa dinamica
trasformativa riproporsi sugli ascoltatori, mentre mi riferivano di essere arrivati a nuove consapevolezze
su sé stessi proprio grazie ai miei racconti. Così, come i miei pazienti, con le loro storie, hanno ispirato in
me profonde riflessioni e cambiamenti, mi sono accorto che condividere alcune delle mie esperienze
poteva smuovere qualcosa di significativo nelle persone. Ecco quindi la ragione di questo libro.
Ho diviso la mia vita in quattro macro-aree, che rispondono alle esperienze professionali che ho vissuto
finora: la gavetta, prima di tutto, ovvero gli anni immediatamente dopo la laurea, quando mi sono
affacciato al mondo del lavoro; la divulgazione, da quando ho cominciato a realizzare i video per YouTube;
l’attività da psicologo e psicoterapeuta; e infine l’attività da imprenditore, che mi vede attualmente al
lavoro. Durante questo percorso, tutt’altro che lineare, ho raccolto alcuni insegnamenti preziosi. Ne ho
individuati 4 per ogni vita, 16 in totale, e non pretendo che siano universali e validi per tutti, ma credo che
offrano qualche spunto di riflessione importante a chi, come me, sta cercando di intraprendere una strada
verso il successo.

A questo punto è necessaria una precisazione. Quando si dice “successo”, alla maggior parte della
gente si apre uno scenario fatto di grandi risultati, trionfi professionali, ricchezza, agi e notorietà. Certo,
questo può essere un aspetto, ma non è l’unico, né il principale. Il vero successo, a mio parere, sta nel
riuscire a “far succedere” nella realtà qualcosa che fino a quel momento era solo nella mente1. Come si fa
allora a far succedere qualcosa che desideriamo? Volendo riassumere questo processo con un disegno,
direi che per me le cose sono sempre andate circa in questo modo:

La fase 1 è la partenza. Mi pongo degli obiettivi ambiziosi da raggiungere. Può succedere (accade
spesso in realtà) che, nel tentativo di conseguire questi risultati, io commetta qualche errore, andando
incontro a un fallimento (2). Questa, a mio avviso, è la parte più preziosa di tutto il processo, anche se
spesso la paura di sbagliare ci porta a procedere su un terreno sicuro, lontano da ogni insidia e, così
facendo, ci condanniamo a seguire i sentieri già tracciati, ottenendo di fatto gli stessi identici risultati che
gli altri hanno già ottenuto. Il punto è che il fallimento provoca in noi emozioni spiacevoli, come la paura
del giudizio altrui, il senso di inadeguatezza, l’impotenza e l’incapacità che si sperimentano, e così via.
Ecco perché cerchiamo in tutti i modi di evitarlo. Eppure la partita del successo si gioca proprio qui, nel
come scegliamo di rapportarci con l’errore.
Certo, sbagliare non basta. Occorre riflettere su quanto accaduto per raccogliere l’insegnamento che
c’è sotto l’errore. Devi sentirti come Indiana Jones che attraversa una palude di emozioni spiacevoli alla
ricerca di una gemma preziosa, un tesoro che ti aiuterà a portare a termine il tuo viaggio.


ESPERTO È CHI HA COMMESSO TUTTI GLI ERRORI.

Ray Dalio, uno dei maggiori imprenditori a livello mondiale afferma: «Sono convinto che il segreto del
successo risieda nel sapere come prefiggersi grandi obiettivi e fallire bene. Quando dico “fallire bene”
intendo: saper affrontare insuccessi dolorosi che impartiscono lezioni preziose»2. Ancora, il campione di
basket Michael Jordan lo ribadisce con queste belle parole: «Nella mia carriera ho sbagliato più di 9000
tiri. Ho perso quasi 300 partite. 26 volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato.
Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto».
Gli errori non sono incidenti di percorso o ostacoli da evitare, ma sono preziosi alleati nel processo di
apprendimento che ci conduce al raggiungimento dei nostri obiettivi. Se vuoi imparare a sciare, devi
prima di tutto imparare a cadere e a rialzarti. Se stai studiando una lingua straniera e qualcuno corregge
un tuo strafalcione, non lo dimenticherai mai. Se ti bruci una mano afferrando la tazza dal forno a
microonde, la volta successiva indosserai un guanto. Ci sono insegnamenti che si apprendono a livello
teorico; altri invece richiedono una componente pratica, sperimentale, che passa necessariamente
attraverso gli sbagli. È vero, il fallimento può essere doloroso, ma è un passaggio che va amato,
conosciuto e ascoltato poiché fra le sue maglie si celano conoscenze fondamentali per procedere verso
l’alto.


NON COMMETTERE L’ERRORE
DI NON COMMETTERE ERRORI.

Sia chiaro, anch’io non sempre riesco a mettere in atto ciò che ho appena detto. A volte il fallimento è
talmente pesante che preferisco cambiare percorso anziché insistere in quella stessa direzione; oppure,
rendendomi conto che i miei sforzi in quell’ambito sarebbero comunque vani, scelgo di dedicarmi ad
altro3. Posso però confermare che, tutte le volte che riesco a capire e amare i miei errori, riesco anche a
risalire di qualche passo in quella che chiamo “la culla dell’apprendimento” (3), da dove posso apportare
accorgimenti e correzioni al mio comportamento (4) e quindi riprovare a dirigermi verso l’alto arrivando
spesso a raggiungere obiettivi nuovi e ancora più ambiziosi di quelli che mi ero prefissato inizialmente (5).

Nel nostro immaginario, alimentato forse da massime e frasi motivazionali diffuse sui social network, la
strada che conduce al successo è in salita: scaliamo la montagna e arriviamo in cima, perché la vetta è il
nostro traguardo. Pur riconoscendo questa visione, credo che non sia l’unica. Il conseguimento di un
successo viaggia su due diversi sentieri: uno che porta effettivamente in alto, verso la vetta; l’altro in
basso, nelle viscere della terra. Sono due percorsi molto diversi, che ci permettono di sviluppare abilità
variegate e di rendere più duraturi i nostri risultati. La corsa verso l’alto è l’affermazione, quella verso il
basso è l’introspezione. Ottenere un successo non significa solo mettere le mani su un obiettivo prezioso,
ma anche e soprattutto raggiungere le profondità della nostra anima. Quella sotterranea è sicuramente
una strada meno panoramica di quella che conduce in cima alla montagna, e ci vuole coraggio ad
affrontarla, perché è piena di fango, insetti, sassi e minacce. Ma è solo lì che puoi trovare le gemme di cui
parlavamo prima: quelle da tenere dentro di te per vivere in maniera più serena, felice e consapevole.
Ecco, nelle prossime pagine porterò alla tua attenzione le mie 16 gemme: i 16 principi che ho appreso a
seguito degli errori che mi hanno spinto a scendere nelle viscere della terra dove è possibile osservarsi e
trasformarsi, diventare più compassionevoli e meno competitivi, imparare a dare più che a ricevere,
amare piuttosto che invidiare.
È evidente come i due percorsi – scavare nel profondo e scalare la vetta – richiedano abilità diverse.
Andare in basso significa coltivare l’umiltà, essere generosi, voler essere utili agli altri; andare in alto
implica mettere al centro i propri bisogni e interessi, avere fiducia in sé stessi, rimanere focalizzati sulla
vetta.
La buona notizia è che queste competenze non sono opposte fra loro, ma sono complementari. Così il
tragitto che va nelle due direzioni può mantenersi armonico: per ogni tre passi che fai in profondità, ti
accorgerai di farne altri tre verso l’alto, così come un albero è in grado di svettare verso il cielo nella
misura in cui le sue radici possono affondare nel profondo della terra.


PER ESSERE ALTO,
DEVI ESSERE PROFONDO.

Il tema del successo è inestricabilmente legato a quello del cambiamento. Il successo non è ottenere
qualcosa, ma diventare qualcosa: essere, e non avere. «Se vuoi di più, diventa di più» è il monito che
troverai spesso in questo libro. Ci credo così fortemente che l’ho fatto stampare sui braccialetti che ogni
giorno io e il mio team indossiamo.
Adesso proviamo ad approfondire il significato di questo concetto, scomponendolo nei seguenti
passaggi: i risultati, i comportamenti, le idee e i valori.

I RISULTATI

I risultati sono gli obiettivi che vogliamo raggiungere. Possono riguardare noi stessi, come perdere
peso, smettere di fumare, imparare una lingua straniera, migliorare in un certo ambito, ma possono
riguardare anche gli altri, ovvero quello che vorremmo che gli altri facessero, per esempio che la
segretaria arrivi in ufficio in orario o che nostro figlio impari a fare i compiti autonomamente.
Alcune persone che vogliono mettere in atto dei cambiamenti purtroppo si fermano qui: si concentrano
soltanto sui risultati che vorrebbero ottenere senza scendere nei livelli successivi di questo processo. Ma
è difficile innescare una vera trasformazione se si rimane ancorati alla superficie.

I COMPORTAMENTI

I comportamenti sono le azioni da mettere in atto per ottenere certi risultati. Se l’obiettivo è quello di
perdere peso potrò, per esempio, mettermi a dieta, mangiare sano, fare sport; se voglio imparare
l’inglese, dovrò studiare, sforzarmi di guardare film e serie TV in lingua originale, trovare un insegnante
madrelingua con cui fare conversazione e così via.
È questa la soglia a cui arriva la maggior parte delle persone in cerca di cambiamento: stabilito il
risultato, si sforza di cambiare il proprio comportamento, oppure chiede al proprio interlocutore di farlo.
«Metti la sveglia mezz’ora prima, così domani sarai puntuale», suggerisce il datore di lavoro alla sua
segretaria; «Vai a finire i compiti, è importante studiare», impone il genitore al figlio; «Parla con quel
nuovo cliente, cerchiamo di vendergli i nostri servizi», dice l’imprenditore al suo commerciale. È
sbagliato? No, è un atteggiamento comprensibile e spesso anche necessario, soprattutto nelle situazioni di
urgenza. Se trovo il magazzino nel caos più totale, è sensato andare dall’addetto e chiedergli di fare
ordine, però è un modo molto riduttivo di vedere il cambiamento, oltre che snervante: con ogni
probabilità, appena il genitore smetterà di insistere con il figlio, lui lascerà i compiti per giocare alla
PlayStation; la segretaria ricomincerà ad arrivare in ritardo; il magazzino ripiomberà nel caos; il
commerciale giocherà a sudoku anziché contattare i clienti e così via.
Se vogliamo davvero ottenere un cambiamento significativo e a lungo termine, dobbiamo scendere a un
livello più profondo e agire sulle idee delle persone.

LE IDEE

Alla base dei comportamenti ci sono le idee. Se la segretaria ogni mattina mette la sveglia mezz’ora più
tardi di quanto dovrebbe, certa di riuscire comunque a entrare in ufficio in orario (salvo poi presentarsi
con la consueta mezz’ora di ritardo), per risolvere il problema occorre agire su questa sua convinzione. Se
il figlio sposa l’idea che lo studio è uno strumento di libertà e ricchezza, i genitori potranno smettere di
urlare per costringerlo a stare fermo alla scrivania. Se il commerciale ha l’idea che un certo servizio
cambierà la vita delle persone e che il cliente, dopo averlo comprato, gli sarà grato, non ci sarà più
bisogno di spingerlo a vendere, lo farà da solo.
Il punto diventa allora come fare a cambiare le idee, nostre o altrui. Alcuni, pochi, ci riescono attraverso
il dialogo. Altri ottengono buoni risultati “facendo i parcheggiatori”, concetto che, come vedremo più
avanti, consiste nell’imparare ad ascoltare gli altri e a esprimersi solo dopo averli lasciati parlare, tenendo
conto delle loro istanze.
C’è chi cambia le proprie idee dopo aver letto un libro o visto un video su YouTube; chi invece lo fa
quando la vita gli mette davanti dati di fatto inconfutabili. Forse però uno dei modi più sottovalutati, ma
anche più efficaci, per cambiare le idee, è quello di agire sui valori, il gradino successivo della nostra
scala.

I VALORI

Scendendo ancora più in profondità, scopriamo che le nostre idee derivano dai nostri valori. Se non ho
il valore della salute, difficilmente riuscirò a seguire una dieta sana ed equilibrata; se la segretaria non ha
il valore del rispetto, continuerà a pensare che i suoi ritardi, in fondo, siano del tutto tollerabili.
La questione dei valori è piuttosto complessa. Non tutti i nostri valori dipendono strettamente da noi e
dalla nostra volontà o sensibilità. Intervengono l’influenza della società e dell’epoca storica in cui viviamo
(se fossi nato in Ruanda anziché a Milano e avessi vissuto il genocidio del 1994, avrei gli stessi valori che
ho oggi?); il contesto familiare; l’influsso delle relazioni (amici, colleghi, social network e via dicendo) o,
ancora, il condizionamento delle letture, dei programmi televisivi e così via.

Fatta salva questa struttura, in cui tutti i passaggi sono intimamente connessi fra loro (non sono solo i
valori a influenzare idee, comportamenti e risultati, ma è vero anche l’opposto), credo che il cambiamento
si possa articolare su due binari: da una parte le abitudini, dall’altra le emozioni.
Le abitudini sono il tema principale del mio primo libro, Fattore 1%4, in cui spiego come rendere
automatici, e quindi sostenibili nel tempo, i comportamenti che ci faranno raggiungere i risultati che
auspichiamo. Credo che le abitudini siano delle alleate formidabili in ogni processo di cambiamento.

NON PUOI DECIDERE IL TUO FUTURO,
MA LE ABITUDINI CHE LO CREERANNO.

Se il mio obiettivo è, per esempio, perdere peso facendo attività fisica, per raggiungere questo risultato
non basterà che mi alleni una volta ogni tanto, ma dovrò avere la costanza di farlo più volte alla
settimana: saper costruire una nuova abitudine, in questo caso di allenamento, e integrarla nella
quotidianità sarà dunque una delle chiavi per riuscire a cambiare e far succedere ciò che desidero.
Le emozioni, invece, sono il fil rouge del libro che hai fra le mani, e che ho deciso di intitolare L’era del
cuore proprio per sottolineare la centralità della componente emotiva nella nostra vita. Questo è ancora
più vero nel mondo di oggi (e lo sarà sempre di più nel mondo di domani) dove, come vedremo, a fare la
differenza non sono più tanto le competenze fisiche o quelle mentali, ma le competenze emotive. Le
emozioni sono la miccia attraverso cui ognuno di noi si attiva e prende decisioni, piccole o grandi, che
finiscono per scolpire noi stessi e le nostre vite. Sono le spie che si accendono per parlarci di noi, dei
nostri bisogni, dei nostri obiettivi, ma anche strumenti preziosi da conoscere e usare per creare
cambiamenti positivi, sia nel quotidiano sia a lungo termine. Ecco perché è necessario imparare a sentirle,
comprenderle, valorizzarle e padroneggiarle.
Tornando alla suddivisione precedente possiamo dire che L’era del cuore, con la sua enfasi sulle
emozioni, si concentra principalmente sui livelli dei valori e delle idee. I 16 insegnamenti che condividerò
nel corso del libro ruotano attorno a idee rivoluzionarie nel promuovere maggiore leadership, fiducia,
felicità e successo. Inoltre, questi insegnamenti hanno anche molto a che fare con il mondo dei valori, che
sono i potenti fattori motivanti alla base di questi cambiamenti. Fattore 1% condivide l’enfasi su alcune
idee utili e trasformative, ma si concentra di più sul livello dei comportamenti, nella forma di abitudini
appunto.

Insomma: le emozioni modellano i nostri valori e le nostre idee, e ci spingono a prendere decisioni,
accendendo una miccia. Una delle mie è stata: «Nella vita, mi rende felice aiutare le persone a stare
meglio attraverso il mio canale YouTube». Per capirlo, ho dovuto guardarmi dentro, connettermi con le
mie emozioni, gestirle meglio, anche aprendomi a sensazioni ingombranti. Per rendere davvero concreto
questo risultato, ho poi avuto bisogno di attuare dei comportamenti ripetuti nel tempo (ossia costruire
abitudini) che mi permettessero, per esempio, di creare e condividere sui miei canali un video gratuito e
di valore una volta al giorno. Senza il lavoro portato avanti in parallelo sul fronte emotivo e su quello
comportamentale, non avrei raggiunto questo risultato.
Per riassumere, il processo del cambiamento si gioca su due binari paralleli: quello delle emozioni e
quello delle abitudini. Decidiamo di cambiare sulla spinta delle emozioni (L’era del cuore), e poi rendiamo
concreto il cambiamento grazie alle abitudini (Fattore 1%).

La mia storia inizia nel prossimo capitolo con l’ultimo giorno di università. In realtà, però, c’è anche un
prima. Devo ammettere di avere avuto una carriera scolastica piuttosto complicata, sempre in salita. Mi
impegnavo, studiavo, facevo i compiti diligentemente, ma non ottenevo grandi risultati. Di fatto andavo
piuttosto male a scuola e ogni anno i miei genitori venivano convocati dai professori e avvertiti: «Ecco, ci
risiamo: cosa vogliamo fare stavolta?». A me quella situazione non piaceva, ci stavo male. Ma,
ripensandoci oggi, è stata anche una grande fortuna. Non essendo bravo a scuola, non ero in grado di
passare i compiti agli altri e non potevo utilizzare quest’arma per stringere amicizie. Dovevo quindi
sviluppare altre competenze per avere degli amici (e per farmi passare i compiti): dovevo essere
simpatico, gentile, coinvolgente. Un po’ per mettermi in mostra, un po’ perché la musica è sempre stata
una delle mie più grandi passioni, ho iniziato a suonare la chitarra e a cantare in un gruppo5.
E poi c’è stato il calcio. Fra gli 11 e i 13 anni ho giocato come portiere in una squadra che subiva delle
clamorose sconfitte ad ogni partita, incassando una media di sette gol a incontro e segnandone meno di
una decina a campionato. Dato il ruolo che rivestivo, ovviamente, i riflettori erano sempre puntati su di
me, se non altro per il fatto che le partite si svolgevano quasi tutte all’interno della mia area di rigore.
Tanto per aggiungere una nota di colore, la mia squadra aveva come sponsor una società di pompe
funebri, e sulle nostre borse e magliette svettava in bella evidenza la scritta “S.O.F.A.M. – Società
Onoranze Funebri Architettura Monumenti”. Inutile entrare nel dettaglio delle prese in giro che, ogni
domenica, gli avversari e il pubblico ci riservavano.
In realtà come portiere non me la cavavo male, ero piuttosto talentuoso visto che riuscivo comunque a
parare la stragrande maggioranza dei tiri avversari nel corso dei novanta minuti. Su sette gol che
prendevo, ottanta ne evitavo. L’allenatore, i compagni di squadra e anche mio padre, che seguiva tutte le
partite, continuavano a ripetermi: «Sei stato il migliore in campo anche oggi». Ma io ero così disperato
per non aver parato tutto che, spesso, alla fine delle partite più tragiche, scoppiavo a piangere in mezzo al
campo. Per non parlare del fatto che tutte quelle sconfitte non giovavano al buonumore in generale: il
clima pesante nello spogliatoio si dibatteva fra tristezza e tensioni.
Eppure, nonostante la sofferenza che quella situazione mi provocava, ho abbandonato il gruppo solo
quando la società sportiva ha chiuso i battenti. Il calcio non mi ha insegnato i valori del gioco di squadra,
del rispetto per gli avversari e dell’importanza di sacrificarsi per ottenere buoni risultati, come invece
capita a molti altri. Mi ha insegnato a perdere. Ed è stato proprio lì, lo capisco ora, che ho imparato anche
a vincere.
Ho rinforzato la mia umiltà e la capacità di convivere con i limiti, miei e altrui; ho toccato con mano
l’importanza di non fuggire davanti alle difficoltà e di saper vivere lontano dal successo. Ho capito il
valore di ottenere gratificazioni, ma allo stesso tempo di non doverle rincorrere a tutti i costi. In definitiva,
ho acquisito strumenti utili a monitorare e gestire le esigenze che il mio ego avrebbe avanzato negli anni a
venire.
Nel frattempo, fra un brutto voto e una partita persa 7-0, esercitavo già il mio futuro spirito
imprenditoriale. A 19 anni, agli albori di Internet in Italia, ho creato un sito che si chiamava
Accordiespartiti.com. Oltre agli accordi e agli spartiti delle canzoni più belle e famose, ci mettevo le
suonerie per i cellulari da scaricare, a pagamento ovviamente. Funzionava alla grande: mi faceva
guadagnare qualcosa come 500 000 lire al mese, una cifra enorme ai tempi! Purtroppo il mio sogno è
durato poco. Dopo due mesi hanno cominciato ad arrivare le prime lettere degli avvocati. I rappresentanti
legali in Italia dei vari Rem, U2, Laura Pausini e così via mi intimavano di chiudere il sito se non volevo
pagare una penale con diversi zeri, più di quanti ne potessi sostenere6. L’ho vissuto come un evento
tragico, una specie di lutto. Ripensandoci oggi tutta questa storia mi fa sorridere e mi riempie anche di
entusiasmo: ci vedo il ragazzo intraprendente che aveva voglia di muoversi, di sperimentare, di costruire,
di andare verso qualcosa di nuovo, pur non sapendo cosa.


È QUANDO SBAGLI STRADA
CHE PUOI SCOPRIRE NUOVE ROTTE.

Non sono mai stato uno di quei tipi con le idee chiare su di sé e sul proprio futuro. Conoscevo le mie
passioni, ma avevo mille interessi e faticavo molto all’idea di concentrarmi su un’unica disciplina. Ero (e
sono tuttora) quello che Emilie Wapnick definisce un “multipotenziale”, ossia una persona piena di
interessi e passioni che non si sente a proprio agio all’idea di seguire un’unica strada, e quindi dedicarsi a
una professione dai limiti netti e prestabiliti. Non ho mai avuto una sola vocazione, ma tante. Ho sempre
amato studiare diverse discipline, acquisire capacità in ambiti anche molto lontani fra loro, sperimentare
competenze che mi rendessero versatile e, a mio modo, unico.
Mi sono sempre messo in gioco, modificando continuamente la mia strada, anche quando questo ha
comportato fare scelte difficili e intraprendere percorsi faticosi. E ancora adesso, ogni sette o otto anni,
sento il bisogno di cambiare: lascio quello che ho guadagnato e mi tengo stretto quello che sono diventato
per lanciarmi in una nuova avventura.
All’inizio all’università mi sono iscritto alla facoltà di Medicina, poco dopo l’ho lasciata e sono passato a
Psicologia. Volevo fare il clinico, poi ho deciso di studiare marketing e comunicazione. Ho iniziato a fare il
divulgatore, oggi sono un imprenditore. Citando di nuovo la Wapnick, direi che il modello che ha guidato
la mia carriera è quello dell’“abbraccio di gruppo”: ho scelto una professione poliedrica, che mi permette
di incrociare più specificità e conoscenze allo stesso tempo.
Il risultato di questo mio caos sono le quattro vite che vorrei condividere con te. Non rappresentano,
ovviamente, settori rigidamente separati; c’è anzi molta compenetrazione e interazione fra loro. Le divido
solo per scopi didascalici, mettendo in luce, per ognuna di esse, le difficoltà che ho avuto, ma soprattutto
ciò che ho imparato e che è stato lo stimolo per andare avanti. Ossia per crescere e, ancora una volta,
cambiare.

1
«Il successo non dipende da quanti soldi fai, ma da quanta differenza riesci a fare nella vita del prossimo», sostiene Michelle
Obama. Condivido pienamente il suo pensiero: avere successo non significa arricchirsi e prendere, significa dare e impattare
positivamente sulla vita degli altri. È un tema su cui torneremo più volte in questo libro.
2 Il libro di Ray Dalio da cui è tratta questa citazione, I principi del successo, è a mio avviso uno dei testi più importanti non solo
per gli imprenditori, ma per chiunque abbia voglia di mettersi in gioco per raggiungere i propri obiettivi.
3 Seth Godin, nel suo libro Il vicolo cieco, passa in rassegna gli ostacoli che tutti noi possiamo incontrare nella vita
professionale e in quella personale e li divide in due macro-categorie: da una parte i fossati, dall’altra i vicoli ciechi. «Il fossato è il
lavoro lungo e impegnativo che si rende indispensabile per passare dalla condizione del principiante a quella di chi padroneggia
completamente la materia» dice l’autore, e quindi anche «il segreto del successo»; il vicolo cieco, invece, «corrisponde alle
situazioni in cui si lavora, si lavora e si lavora, senza che accada nulla. Non vi sono miglioramenti significativi e neppure
peggioramenti significativi. Si lavora e basta». Il motivo per cui sono poche le persone che effettivamente raggiungono il successo,
a detta di Godin, è che non sanno riconoscere la differenza fra fossati e vicoli ciechi, per cui mollano quando invece dovrebbero
lavorare a testa bassa e insistono quando i loro sforzi sono vani.
4
Fattore 1%. Piccole abitudini per grandi risultati, Giunti, Firenze, 2019.
5
Ci chiamavamo i “Vuoto a rendere”. Era il periodo in cui c’erano ragazzi che buttavano giù i sassi dai cavalcavia e i giornali
scrivevano che era colpa del vuoto che avevano dentro. Il nostro era un nome un po’ provocatorio e anche recriminatorio, come
per dire: «Avete creato voi questo vuoto, ridateci quello che un tempo lo riempiva». «Riprendetevi il nostro vuoto a rendere»,
insomma.
6 Un mio piccolo rimpianto, nonostante sia passato molto tempo: io, da solo e con pochi strumenti, avevo comunque creato una
realtà che funzionava e mi permetteva di guadagnarci. Magari i vari legali, invece di farmi la guerra, avrebbero potuto sfruttare le
mie intuizioni e coinvolgermi in un progetto più ampio.
Prima vita
La gavetta
1
L’inizio

C’è una foto di me che riguardo sempre con grande affetto. Mi ritrae vestito elegante, giacca e cravatta,
e circondato da amici che mi abbracciano e festeggiano. Ricordo benissimo il momento dello scatto: era il
14 luglio del 2004 – l’anniversario della Presa della Bastiglia, per tutti gli altri; per me, la presa del
fatidico pezzo di carta, il diploma di laurea. Quello che più mi colpisce oggi è il mio sorriso, il classico
sorriso beato di chi non ha capito niente della vita. Uscito dall’università, con il massimo dei voti, ero
prontissimo a lanciarmi nel mercato del lavoro, ignaro allora che l’unico mercato che mi stava aspettando
era quello dei disoccupati. Eppure ero carico e motivato, mi guardavo attorno e pensavo: “Allora, cosa
stiamo aspettando? Io sono qua: dove sono i pazienti da aiutare, dove sono le aziende a cui fornire
consulenza?”. C’era forse anche un pizzico di presunzione nel mio atteggiamento, dovuto alla mia smania
di iniziare a fare qualcosa di concreto. D’altronde, pur giovanissimo, avevo già preso una denuncia dagli
avvocati dei Rem, mi sembrava di avere un curriculum vivendi di tutto rispetto! Invece, nessuno si
accorgeva di me.
Fra i tanti aspetti che allora non mi erano chiari, almeno due erano fondamentali: il guadagno di uno
psicologo e le barriere di accesso alla professione. Riguardo al guadagno dello psicologo, nei film di
Hollywood di solito si vedono psicoterapeuti di fama e successo che organizzano party sui loro yacht
lussuosi, con la Jacuzzi e lo champagne…
Non ho mai inseguito un sogno di ricchezza avvicinandomi a questa professione, però, forte anche di
questo immaginario, pensavo di poter guadagnare a sufficienza per vivere da benestante o, almeno, per
mantenere serenamente la mia famiglia. La realtà invece è un po’ diversa: le statistiche dell’ENPAP, l’Ente
Nazionale di Previdenza e Assistenza per gli Psicologi, dicono che un professionista di meno di 40 anni, in
media, ha un guadagno netto dichiarato di circa 10 000 euro all’anno1. So che adesso starai pensando che
c’è il nero oltre al dichiarato, ma secondo recenti indagini sull’evasione fiscale sembra che in questa
professione il nero sia circa il 30%. A conti fatti, e calcolando che sono arrivato a 40 anni con una moglie,
tre figli e un mutuo sulle spalle, è abbastanza evidente che con queste cifre non sarei andato molto
lontano.
Il secondo aspetto che mi era oscuro, l’ho scoperto a mie spese e forse è anche peggiore del primo: fare
lo psicologo significa dedicarsi a una professione che ha ancora moltissime barriere d’accesso. Non è
difficile, per un potenziale cliente, trovare uno psicologo, ma è molto più complesso il contrario. Prova a
pensare a quanta gente conosci che, a tuo parere, avrebbe bisogno di rivolgersi a uno psicologo. Tanti,
non è vero? Prova adesso a contare quante sono le persone che conosci che, effettivamente, seguono un
percorso di terapia. Il secondo numero è sicuramente molto inferiore al primo. La ragione di questo
divario sta probabilmente nei pregiudizi che circondano questa professione. La gente pensa che la terapia
costi e duri troppo; che sia inutile, perché i problemi concreti non si risolvono solo parlando; oppure al
contrario che sia sufficiente fare una bella chiacchierata con un amico per tornare ad essere felici. Lo
psicologo ancora oggi è considerato dai più il dottore dei “matti” e questo va ancora bene perché, benché
sia fuorviante, tutto sommato il “matto” è pur sempre riconosciuto socialmente. Ma nell’immaginario
collettivo, lo psicologo è anche e soprattutto il dottore dei deboli, e questo non va affatto bene, perché
nessuno vuole apparire tale.
Ovviamente penso l’esatto contrario: lo psicologo è il dottore dei forti, ossia di coloro che hanno il
coraggio e la volontà di prendersi cura di sé, della propria mente e delle proprie emozioni. Ci vuole
grande intraprendenza per riconoscere i propri limiti e tendere una mano in cerca d’aiuto, o per
rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro su sé stessi.
Questa mia opinione evidentemente non era molto condivisa e dopo la laurea continuavo a trovarmi
senza un impiego. Devo ammettere che in quella situazione mi sentivo oppresso, come se mi mancasse
uno spazio mentale, oltre a quello professionale. E intanto andavo avanti con le scuole di specializzazione,
i tirocini e molti altri corsi: tutto estremamente utile per la mia formazione, molto meno per l’ingresso nel
mondo del lavoro.
In quel periodo mandavo decine, centinaia di curriculum ovunque, ma nessuno rispondeva, tranne le
cooperative in cerca di educatori. Un lavoro a cui mi sarei comunque dedicato con piacere, perché mi ha
insegnato moltissimo, ma che non era quello per cui avevo studiato né quello che avrei voluto fare a lungo
termine. A tempo perso, ho fatto anche l’imbianchino a casa degli amici, oppure il barista ai concerti di
Vasco Rossi: professioni nobili e importanti, questo sì, ma non potevo dirmi soddisfatto. Poi finalmente,
dopo cinque anni di studi e gavetta, è accaduto qualcosa di straordinario. Ho ricevuto una chiamata da
parte di un referente di una delle infinite strutture che avevo contattato. «Ma che bel curriculum, dottor
Mazzucchelli!», mi ha detto con una voce piena di entusiasmo che mi ha fatto subito ben sperare. «È
proprio il profilo che stavamo cercando. Le interesserebbe un’offerta di lavoro?». Non credevo alle mie
orecchie. Ero felicissimo, ma anche preoccupato e un po’ titubante: «È un lavoro da educatore?», ho
chiesto.
«No, da psicologo».
«Ma è meraviglioso!».
«Sì, però l’avverto è un lavoro molto innovativo», ha precisato il mio interlocutore.
«Perfetto, io sono un innovatore!». Ero talmente fuori di me dalla gioia che a quel punto avrei detto di sì
a qualsiasi proposta.
«Un lavoro anche pionieristico, volendo».
«Ma io sono un pioniere! Va benissimo per me! Quando iniziamo?».
E così ci siamo messi d’accordo, ci saremmo incontrati il lunedì successivo direttamente sul mio nuovo
posto di lavoro. Avrei avuto un contratto part-time, pagato pochissimo a pensarci ora, ma a quei tempi mi
sembrava davvero un’occasione straordinaria. Mi sono presentato all’appuntamento tutto elegante, con i
pantaloni stirati, la camicia e la giacchetta: impeccabile. Eravamo nella periferia nord di Milano. Siamo
entrati in un portone d’ingresso di un palazzo, mi sono guardato intorno e: «Dove mi avete portato? In una
discarica?!».
Potrà sembrare esagerato, ma l’impressione è stata proprio quella. Mi sono trovato catapultato in un
altro mondo, in una situazione surreale in mezzo a uno spiazzo di cemento chiuso da quattro palazzi di
una ventina di piani l’uno. Attorno a me erano accatastate carcasse di motorini, auto bruciate,
immondizia. Su e giù per il cortile, alcuni ragazzini correvano e urlavano, altri mi guardavano con un
misto di curiosità, sospetto e sfida. Affacciate alle finestre, le donne osservavano con attenzione tutto
quello che succedeva nei paraggi. “Non è che stiamo esagerando con questa storia del lavoro
pionieristico?”, ho pensato fra me e me.
Poi, poco per volta, ho realizzato. Il luogo in cui mi trovavo aveva e ha una storia molto particolare, è “la
Scampia di Milano”, così erano stati chiamati quei cortili da un noto quotidiano nazionale. I palazzi
affacciati sul cortile, di proprietà dell’Aler (l’ente pubblico che gestisce le case comunali e le assegna ai
meno abbienti), erano in parte abitati da gente comune, con una vita del tutto normale. Molti degli
appartamenti, invece, erano occupati abusivamente, per metà da Rom di origine croata e per metà da
calabresi affiliati alla ‘ndrangheta. Parlando in termini economici, si potrebbe dire che queste due realtà
avevano costruito una solida partnership, non solo nel campo degli affari: insieme avevano creato nuove
famiglie e avuto figli, che poi erano i bambini di cui mi sarei dovuto occupare io. I padri di questi bambini
erano per lo più in prigione. La struttura sociale in cui vivevano era una sorta di matriarcato: le donne
gestivano i traffici per conto dei loro mariti, facevano da vedette sui tetti dei palazzi per avvisare i
condomini in caso di arrivo della polizia e, per allontanare gli agenti, scagliavano dalle finestre del
ventesimo piano bottiglie piene d’acqua, come fossero bombe. Una volta ne è caduta una a pochi
centimetri di distanza da me. Se non fossi stato veloce a scansarmi, probabilmente oggi non sarei qui a
scrivere.
Si sparava, là dentro, durante le irruzioni delle forze dell’ordine. Sui muri, attorno ai citofoni ormai
divelti e bruciati, erano evidenti i segni lasciati dai proiettili. C’erano poi delle cantine e dei box
sotterranei, inaccessibili per noi “forestieri”, completamente pieni di rifiuti, escrementi, droga, oggetti
rubati, motorini. A tutti gli effetti era un contesto difficile, tanto da capire quanto da gestire.
Il mio compito era quello di stare con i bambini dei caseggiati, provare ad aiutarli, soprattutto proporre
delle alternative a quello che sembrava essere un destino già scritto: andare per strada, già a 6-7 anni, a
commettere furti, rapine e piccole violenze, finché, come tutti i loro fratelli maggiori, a 14 anni sarebbero
finiti al Beccaria. E con Beccaria non intendo lo storico liceo classico, uno dei più prestigiosi di Milano, ma
il carcere minorile che si trova nella zona di Bisceglie.
I bambini di cui mi occupavo vivevano situazioni di estremo disagio e sono convinto che una figura
come la mia fosse essenziale. Se non in luoghi come quello, dove mai potrebbe essere utile lo psicologo?
Era un contesto sfidante per il professionista che pensavo di essere e devo confessare che, in quei cortili,
ho vissuto moltissime emozioni. Non passava giorno in cui non accadesse qualcosa di nuovo. Una volta
uno dei ragazzini con cui trascorrevo i pomeriggi mi ha spinto verso il muro e mi ha puntato un coltello a
serramanico alla gola; il ricordo dei suoi occhi pieni di rabbia e del freddo della lama a un millimetro dal
mio collo è ancora oggi molto nitido. Un pomeriggio mentre giocavo a rubabandiera con i bambini, sempre
nell’intento di tenerli lontani dalla strada, all’improvviso ho sentito uno strano calore ai piedi e mi sono
accorto che tutti stavano ridendo. Ho abbassato gli occhi e ho visto un bambino che mi faceva la pipì sulle
scarpe.
Situazioni simili erano all’ordine del giorno e ammetto di avere avuto spesso paura. Appena mettevo
piede nel cortile di quella periferia mi invadeva una sensazione di terrore, totalizzante. E non ero l’unico,
alcuni colleghi iniziavano a lavorare al mio fianco e mollavano dopo poche settimane. I più coraggiosi
resistevano forse qualche mese, ma alla fine non riuscivano a reggere tutto quel dolore e cambiavano
lavoro. Avendo vissuto quell’esperienza insieme a loro, non mi sento affatto di criticarli per la scelta di
lasciare. C’erano anche colleghi, invece, che sembravano fatti proprio per quel contesto. Ho un ricordo
particolare di Virginia, un’educatrice più giovane di me, munita di coraggio e passione invidiabili e un
modo unico di andare avanti con determinazione e, soprattutto, con un grande amore verso quei bambini.
Sono convinto che proprio quell’amore la portava a sorridere e rimanere estremamente professionale
anche nelle situazioni peggiori. Il suo atteggiamento mi ha sicuramente contagiato e ha rinvigorito nel
quotidiano la mia voglia di non arrendermi, di dare sempre di più. Infatti, io lì ci sono rimasto quattro
anni, non perché sono l’uomo più coraggioso del mondo, né tanto meno un supereroe, ma perché, se da un
lato credevo in quello che facevo per quei bambini, dall’altro, capivo che quell’esperienza mi avrebbe
arricchito e fortificato come poco altro nella mia vita. E così è stato.
Poi, un giorno qualcosa dentro di me è esploso. Ero arrivato a un punto in cui non potevo più andare
avanti. Avevo fatto tutto quello che potevo, nel bene e nel male, anche compiendo errori. L’esperienza con
i bambini mi aveva aiutato a trovare la mia vocazione ma, anche confrontando il mio operato con quello di
altri professionisti come Virginia, indubbiamente più adatti di me a quel contesto, a quel punto sentivo
che lì stavo fallendo, che nonostante tutto il mio impegno e la mia volontà non riuscivo più a “dare”.
Davanti a me si aprivano due strade: andare avanti testardamente su una via che non sentivo più mia,
oppure cambiare e trovare qualcosa che si adattasse meglio alla mia persona. L’esperienza nei cortili di
periferia mi ha aperto gli occhi su quella che poi è diventata la mia missione: andare incontro agli altri,
persone e istituzioni, con una psicologia in movimento, che abbracci contesti e utilizzi canali non canonici.
Quando ho deciso di imboccare questa strada, non sapevo ancora come farlo concretamente o se ce
l’avrei fatta. Decidevo di lasciare un progetto, ma ancora non avevo un piano chiaro per il mio futuro
professionale.
Non lo nego, ho lasciato quei bambini con il magone. Ancora oggi, ripensandoci, provo un po’ di
rimpianto misto a senso di colpa per non aver fatto altri tentativi con loro. Ma in quel momento cambiare
era diventata un’esigenza impellente a cui non potevo sottrarmi.
Oggi quello che spero e che cerco ogni giorno nel mio lavoro è fare qualcosa di buono per il maggior
numero di persone possibile, così da raggiungere in qualche modo anche quei bambini lasciati nei cortili.

1
I dati sui redditi, aggiornati di anno in anno, sono disponibili sul sito www.enpap.it
2
Quello che resta

ANDARE VERSO

Esiste un momento nella vita di ognuno in cui diventiamo Uomini. Ripensando alla mia vita non so dire
con precisione quale sia stato questo momento, ma sono certo che si colloca durante quei quattro anni
passati nei cortili. Guadagnavo quattrocento euro al mese, ma sono diventato un Uomo ricco, perché ho
appreso lezioni preziose. Ho imparato a stare nelle emozioni più scomode, quelle dalle quali tutti
rifuggono. Ho imparato che quando stai nella paura apprendi il coraggio; quando ascolti la rabbia,
piuttosto che sfogarla, la puoi trasformare in grinta; quando abbracci la tristezza, invece di metterla a
tacere, puoi apprendere la riflessività. Ma procediamo con ordine, mettiamo da parte l’argomento delle
emozioni – che avremo modo di riprendere più avanti – per concentrarci sulla prima lezione che ho
ricevuto: quella che mi ha mostrato quanto l’idea che portavo con me del mestiere dello psicologo fosse
completamente sbagliata. Prima del lavoro svolto con i bambini, ancora associavo la figura dello psicologo
a quella di un professionista un po’ polveroso che aspetta i clienti nel suo studio. Ma il lavoro nei cortili mi
aveva mostrato l’opposto: non era possibile rimanere fermi in attesa, era necessario muoversi e
avvicinarsi agli eventuali clienti, o comunque a quelle situazioni in cui si individuava il bisogno della
psicologia.
È questo che intendo quando parlo di “andare verso”, un concetto appreso proprio in quei cortili di
periferia. Lì in un primo momento ho commesso l’errore di voler fare il primo passo, portando i miei ideali
e i miei codici di comportamento. Inizialmente ero convinto che bastasse insistere per riuscire a
trasmettere i miei valori. Dicevo ai ragazzini di non rubare, di non mettersi in situazioni pericolose; li
invitavo a studiare, a leggere, a trovare altri passatempi. Ma loro non mi ascoltavano. Anzi, più cercavo di
spronarli a cambiare atteggiamento portando le mie idee, più diventavano oppositivi: scappavano quando
mi vedevano, tentavano di aggredirmi, addirittura mi sputavano in faccia. E più insistevo, più ne veniva
fuori un braccio di ferro controproducente, per me e soprattutto per loro.
Un giorno, dopo aver ripetuto per mesi che rubare i portafogli era sbagliato, ho avuto l’idea di pormi
diversamente: «Forse avete ragione voi, rubare i portafogli potrebbe essere la cosa migliore da fare.
Perché non mi mostrate come funziona questo modo di vivere? Insegnatemi a rubarli». E lo hanno fatto,
anche con un certo entusiasmo1.
In questo modo ero “andato verso” i ragazzi, li avevo ascoltati anziché continuare a parlare. Questo
minimo gesto aveva creato uno spiraglio fondamentale. Dopo che i ragazzi si sono sentiti sinceramente
ascoltati da me e compresi in quella che era la loro visione della vita, allora è avvenuto qualcosa di
magico. Da quel momento, infatti, hanno cominciato ad ascoltarmi. Così abbiamo ottenuto qualche piccolo
risultato. Siamo riusciti a portare alcuni di loro fuori dai cortili, in un laboratorio in cui potessero giocare,
disegnare, inventare storie. Portarli in uno spazio neutro era un modo per farli lavorare sulle loro
emozioni, perché nel loro ambiente tendevano a reprimerle o a esprimerle con troppa violenza. Dapprima
ci andavamo un pomeriggio alla settimana, nel tempo abbiamo esteso questa prassi dal lunedì al venerdì.
Nelle ore trascorse insieme facevamo merenda, leggevamo delle storie e poi ci dedicavamo a varie attività
sul tema delle emozioni. Siccome era importante che i bambini creassero qualcosa di concreto, li abbiamo
stimolati a inventare una storia. E lo hanno fatto. Hanno immaginato, come protagonista della loro storia,
una bambina che si faceva la pipì addosso ogni volta che provava un’emozione – per questo l’avevano
chiamata Milli Pisciasotto –, che sognava di diventare una ballerina di hip-hop nonostante “il suo enorme
sedere” e che si sentiva sola e triste perché gli altri la prendevano in giro. È venuto fuori un lavoro
interessante, ricco di testi, disegni e stimoli non banali, che ha dato molto a noi e, spero, anche ai
bambini.
Ma tutto questo è potuto accadere solo nel momento in cui, andando verso di loro, ho imparato ad
ascoltarli. È un concetto fondamentale su cui sono tornato più volte nel corso delle mie vite successive. Ho
imparato che, anche se d’istinto può venire voglia di mettersi in mostra, di avvicinarsi agli interlocutori
snocciolando il proprio curriculum, elencando i propri successi e sfoderando le proprie soluzioni, la cosa
migliore è lasciar parlare prima gli altri, mettersi in ascolto, capire i loro bisogni, farsi raccontare le loro
necessità e, solo in un secondo momento, intervenire con contenuti mirati.
E non soltanto i contenuti sono fondamentali, ma anche il linguaggio scelto per esprimerli. Se avessi
parlato ai bambini, sottoposti agli urti di un contesto estremamente difficile, del disturbo post-traumatico
da stress, li avrei persi all’istante. Per comunicare con loro dovevo usare la loro lingua, quella della
strada.
Oggi, quando preparo un intervento a una conferenza o registro un video su YouTube scelgo con cura le
parole e le immagini da usare, adattandole finemente al mio interlocutore, perché il mio obiettivo è quello
di essere capito e di instaurare un dialogo, e non quello di trasmettere una nozione dietro l’altra.


NELLA VITA DEVI FARE
IL PARCHEGGIATORE.

La metafora del parcheggiatore che ha due auto e un solo box spiega in modo molto chiaro il concetto
dell’andare verso.
Finché la prima auto è parcheggiata nel box, il parcheggiatore potrà fare tutti i tentativi che vuole, ma
non riuscirà a far entrare la seconda auto, anzi, probabilmente provocherà diversi danni. Se invece avrà la
premura di far uscire prima la macchina parcheggiata dentro e ricaverà lo spazio necessario, allora
riuscirà a entrare con la seconda macchina, raggiungendo l’obiettivo che si era prefissato.
Quante volte ti capita di esprimere a un collega dei concetti che lui continua a non capire, sebbene per
te siano evidenti? Forse, prima di parcheggiare le tue idee nella sua mente, dovresti aspettare che lui tiri
fuori le sue. Quante volte ripeti le stesse frasi ai tuoi figli, convinto che questo basti a modificare il loro
comportamento? Se prima di imporre il tuo modo di vedere le cose provassi ad ascoltare il loro,
probabilmente alla fine le tue parole risulterebbero più convincenti. Quante volte dai al partner quello di
cui pensi abbia bisogno, senza verificare che sia esattamente così? Se prima invece gli chiedessi cosa
davvero vuole, potresti comportarti in una maniera più adeguata e raggiungere risultati efficaci per
entrambi.
Attenzione, questa non è una tecnica manipolatoria, non si tratta di raggirare i propri interlocutori, né
di convincerli con l’inganno. È solo una strategia molto potente per migliorare le comunicazioni e i
rapporti.
Quando cercavo di convincere i bambini a seguire le mie idee e i miei valori, ripetendo all’infinito che
rubare era sbagliato, personificavo quel parcheggiatore che tenta di spingere con la forza la seconda
macchina nel box, senza accorgersi che dentro ce n’è già una. Avevo un obiettivo, quello di “rettificare” il
loro comportamento, ma con le mie azioni di fatto andavo incontro al fallimento. Ed è stato proprio lì,
nella culla del fallimento, che ho capito il mio errore e scelto una nuova strategia. Chiedere ai bambini di
insegnarmi a rubare ha permesso loro di tirar fuori l’auto dal garage e creare lo spazio dove ho potuto far
entrare qualcosa di alternativo. Non sarei mai arrivato a questo, se non avessi fatto un passo verso di loro,
mettendomi in loro ascolto e lasciando che si esprimessero per primi.
Questa esperienza, come tutte le altre che racconterò nelle prossime pagine, ha seguito perfettamente
la curva del successo presentata nell’introduzione. Mentre rincorrevo un obiettivo (aiutare quei bambini),
mi sono imbattuto in un fallimento (la mia strategia iniziale era inefficace); ho accettato quelle emozioni
spiacevoli di inadeguatezza, senza negarle, le ho ascoltate e ne ho tratto una lezione che mi ha permesso
di correggere il tiro sul mio modo di relazionarmi con loro. La strategia del parcheggiatore è stata così
efficace in quel contesto che poi ho iniziato a usarla anche fuori, nel quotidiano, ed è diventata parte della
mia routine. A mia moglie chiedo dove vorrebbe andare in vacanza prima di avanzare la mia proposta; ai
miei collaboratori chiedo di esprimere la loro opinione prima di prendere una decisione su un argomento
che riguarda tutti.
Il dialogo è sempre una questione di scambi ed è tanto più proficuo quanto più fai un passo verso gli
altri e chiedi loro di darti qualcosa, oppure di insegnarti qualcosa che non sai fare o in cui loro sono
migliori di te. Questo ti permetterà di metterti nei loro panni, di capire le loro storie ed esigenze e,
soprattutto, di dare loro la tua attenzione. Se le persone che ti circondano avvertono che sei lì per
ascoltarle e valorizzarle, saranno molto più disposte a fare lo stesso con te. In concreto: lascia parlare il
tuo interlocutore, che sia il partner o un collega, senza interromperlo; non distrarti, non guardare il
cellulare nel frattempo; concentrati davvero per afferrare appieno il messaggio che sta comunicando e, se
hai dei dubbi, ponigli tutte le domande che possono aiutarti a comprendere. Solo a questo punto, ripensa
a quello che volevi dire. È adatto per il tuo interlocutore o magari va un po’ aggiustato? Ci sono punti da
approfondire, altri da eliminare, altri ancora da esprimere in modo più appropriato rispetto a chi hai di
fronte? Questo è il passaggio più delicato e importante. In questo momento entrambe le auto sono fuori
dal box, affiancate: la prima è uscita, la seconda deve ancora entrare. È il momento di fare le giuste
valutazioni, senza attaccarsi troppo ai propri desideri, ma prendendo atto anche di quelli altrui e della
realtà. La seconda auto può effettivamente entrare nel box o è meglio lasciar stare e magari, in futuro,
ipotizzarne una terza? C’è qualche pezzo della prima auto che si può tenere e magari riutilizzare? O c’è
qualche componente della seconda auto che va scartato o sostituito? In che modo la si può aggiustare e
preparare, affinché entri alla perfezione nel garage? Rifletti su questi aspetti e poi, quando pensi che sia il
momento, parla: in questo modo la tua comunicazione diventerà più efficace.

CONCENTRATI SUL SIGNIFICATO


E NON SULLA FELICITÀ

Quando lavoravo con i bambini dei cortili non mi ritenevo felice o fortunato. Prevalevano la paura, la
rabbia, la tristezza. Difficilmente provavo gioia. Mi sentivo stanco, stressato e frustrato per la
consapevolezza di non fare abbastanza per loro.
E allora perché non me ne andavo anch’io, come facevano gli altri? Perché dentro di me stava nascendo
un’idea che avrei messo completamente a fuoco solo successivamente, anche se già a quel tempo mi
lanciava dei segnali importanti. Avevo capito che il mio lavoro, pur non rendendomi felice, aveva un
significato enorme.


SE NON TI STRESSA,
NON TI INTERESSA.

Quando tornavo a casa stravolto dalla giornata, mi chiedevo se avesse un senso quello che stavo
facendo. E la risposta era sempre la stessa: sì. Sì anche se facevo degli errori, sì anche se non vedevo
risultati, sì anche se stavo male. Quei bambini avevano bisogno di aiuto, quindi sì, un significato c’era. Fra
la pipì e gli sputi di quei bambini, fuori al freddo e con le mani nel fango, la presenza di uno psicologo
aveva un valore, forse quasi più che fra le pareti di uno studio. Ecco perché ci sono rimasto quattro anni e
non due settimane. In quei luoghi avevo intuito una verità importante: se cerchi solo la tua felicità,
troverai l’infelicità; se invece ti concentri sul significato di quello che fai, allora sarà tutta la tua vita a
trovare un senso e, oltretutto, riuscirai anche a sopportare con maggiore facilità gli imprevisti che
possono capitare lungo il tuo percorso.
Tuttora questa lezione riveste un ruolo fondamentale nella mia vita. Per esempio, quando mi occupo di
qualcosa di poco entusiasmante – come affrontare tutta la parte burocratica della mia attività, gestire i
contratti e l’amministrazione, la logistica legata al rendere disponibili alcuni servizi o prodotti dei clienti, i
drammi con la tecnologia, le esigenze di tutti i miei collaboratori –, mi verrebbe voglia di mollare ogni
cosa e non pensarci più. Però mi rendo conto che il lavoro della mia azienda e del mio team genera un
impatto estremamente significativo sul mondo che ci circonda. Mi rendo conto che da solo non potrei mai
né dare né ottenere così tanto. Allora mi diventa chiaro che le mie azioni, anche quelle meno
appassionanti, in quel contesto hanno un significato enorme. A quel punto non mi interessa più se alcune
parti del mio lavoro non sono gratificanti, perché ho la consapevolezza che la finalità dell’insieme abbia
una grande importanza. E proprio per questo anche i miei gesti singoli riacquistano un grande valore.


LA RICERCA DEL SIGNIFICATO, NON DELLA FELICITÀ,
AUMENTA IL TUO BENESSERE.

Pensa a uno scalatore che sta cercando di raggiungere la vetta dell’Everest: fra camminate nel fango,
arrampicate sui ghiacci, muscoli indolenziti, problemi d’adattamento alla quota, notti insonni in una tenda
minuscola a – 20 °C, avrà più di un’occasione per sentirsi stanco, infelice, frustrato. Eppure non si ferma e
non torna indietro, perché il suo obiettivo ha un significato enorme.
Inseguire uno scopo conforme ai tuoi valori non è una passeggiata, anzi. Andrai incontro a dubbi, errori,
fallimenti, emozioni spiacevoli e momenti di grande difficoltà. Spesso sarai tentato di lasciar perdere tutto
per dedicarti ad attività più rilassanti, che ti tengano alla larga dallo stress. È proprio quello il momento in
cui devi stringere i denti e andare avanti, perché la ricerca di un senso vale molto di più dell’incertezza e
della difficoltà di un attimo2.
Gli studi sul rapporto tra felicità e significato sono sempre più numerosi. Uno di questi ha seguito un
gruppo di adolescenti per un anno intero3. Una parte di questi ragazzi mostrava comportamenti
prevalentemente rivolti alla ricerca della felicità immediata attraverso il piacere: uscire la sera per
divertirsi, giocare ai videogiochi, fare shopping per avere qualcosa che desideravano, afferrare insomma
quelle piccole gioie effimere facilmente raggiungibili. Anche gli altri giovani avevano questo
atteggiamento, ma in misura minore, e soprattutto avevano anche la tendenza a fare qualcosa di utile per
gli altri: si spendevano per la propria famiglia, davano una mano a chi ne aveva bisogno, e così via. Bene,
dopo 365 giorni i ricercatori hanno rilevato che i ragazzi che cercavano la felicità unicamente nel
presente, nel qui e ora, senza avere altri scopi, mostravano maggiori livelli di depressione. Attenzione,
“depressione” è un termine abusato e da usare con grande cautela, soprattutto parlando di adolescenti.
Ma, al di là del significato clinico, ciò che emergeva chiaramente era che questi ragazzi fossero più tristi e
meno soddisfatti. Potevano anche avere quello che dicevano di desiderare: le birre con gli amici, i cellulari
di ultimo modello, gli svaghi, il divertimento… ma erano infelici. Gli altri, invece, mostravano maggiori
segni di benessere: erano più contenti di sé stessi e delle loro vite e più ottimisti verso il futuro4. Questo
studio offre un messaggio importante: se pensi più a prendere che a dare, sarai infelice; se cerchi solo una
soddisfazione immediata, rimarrai frustrato. È la ricerca di un senso in quello che fai, e non della felicità,
ad aumentare il tuo benessere. Il significato che ognuno di noi mette nelle cose che fa cambia non solo il
loro esito, ma anche il nostro modo di sentirci.


SE PENSI PIÙ A PRENDERE CHE A DARE,
SARAI INFELICE.

Al liceo avevo due bidelli di riferimento, il primo diceva che il suo compito era solo quello di tenere in
ordine la scuola e pulire i gabinetti, e quindi si comportava di conseguenza. Il secondo (il mitico Luciano)
era invece convinto di avere un compito più importante e delicato, ossia quello di stare vicino a noi
adolescenti in un momento cruciale della nostra crescita. Anche lui si comportava di conseguenza: offriva
sostegno e consigli quando vedeva che ne avevamo bisogno, e trovava sempre il modo di fare qualche
battuta per strapparci una risata e sdrammatizzare i nostri momenti di tristezza e frustrazione. Tutti i miei
compagni di liceo hanno dimenticato completamente la faccia del primo bidello, mentre ricordano alla
perfezione Luciano perché è riuscito a darci molto. E io sono convinto che la sera, tornando a casa, il
primo bidello non fosse contento e soddisfatto del suo lavoro; Luciano invece sì, perché lui, in quello che
faceva, cercava il significato e finiva così per incappare nel suo principale effetto collaterale: la felicità.

NON CHIEDERTI COSA TI RENDE FELICE,
MA COSA DÀ SENSO ALLA TUA VITA.

Il mio consiglio è quello di concentrarti ogni giorno sul significato di ciò che fai. Non pensare che le tue
azioni non abbiano impatto sulle persone che ti circondano, perché lo hanno sempre. Prova a inserire,
anche per un breve periodo (qualche settimana, o meglio un mese), questa piccola routine, poco invadente
in termini di tempo, ma estremamente proficua: ogni sera, quando torni a casa, prenditi cinque minuti di
tempo per chiederti cosa hai fatto durante la giornata, qual è stato il senso delle tue azioni e in che modo
queste possano essere ricollegate ai tuoi valori e a ciò che per te è più importante. Rifletti sul contributo
che, durante la giornata, hai portato agli altri. Prova a compiere delle azioni, non importa se piccole o
grandi, che ti diano un senso. Prenditi un po’ di tempo per stare con la tua famiglia, in maniera presente e
attiva; fai volontariato; leggi un libro importante per la tua formazione; scrivi due righe su un social
network comunicando un messaggio positivo. In definitiva, crea qualcosa di significativo per le persone
che ti circondano, in base a quelle che sono le tue competenze e i tuoi valori. È il senso di ciò che fai che ti
può condurre alla felicità, mai il contrario.

IL MINDSET

Conosci Rob Brezsny? È un astrologo americano, famoso in Italia per i suoi oroscopi pubblicati ogni
settimana su Internazionale. Non do grande importanza ai verdetti delle stelle, ma Brezsny ha un modo di
scrivere interessante e ispirato, quindi, quando mi capita, lo leggo a prescindere dagli astri. Una volta, in
uno di questi suoi oroscopi, raccontava di un suo compagno di un corso di scrittura creativa, un ragazzo
non particolarmente talentuoso, ma molto motivato. Brezsny ricordava di come questi a un certo punto
avesse iniziato ad atteggiarsi come uno scrittore: portava sempre con sé un quadernetto in cui prendeva
appunti; di tanto in tanto si isolava fissando un punto dell’orizzonte in cui gli altri non vedevano nulla ma
lui, a quanto pare, sì; osservava i suoi interlocutori e la realtà con molta più attenzione; leggeva; aveva
preso a vestirsi da esistenzialista francese. Risultato? In pochi mesi la sua prosa era effettivamente
migliorata, tanto da diventare il migliore del corso e da riuscire, una volta finite le lezioni, a pubblicare
alcuni libri di discreto successo.
Può sembrare una favoletta senza fondamento, eppure quest’uomo, comportandosi così, ha messo in
atto una strategia nota in ambito psicologico con il nome “Come se”. Nata all’inizio del Novecento da una
teoria del filosofo tedesco Hans Vaihinger, è stata ripresa più tardi da Paul Watzlawick e portata in Italia
da Giorgio Nardone: consiste nell’immaginare di trovarsi in una realtà più vantaggiosa rispetto a quella in
cui si è convinti di essere, e comportarsi di conseguenza.
Mi spiego meglio con un esempio pratico. Immagina di lavorare in un ufficio in cui non ti senti ben visto
né dal tuo capo, né dai colleghi. Istintivamente adeguerai il tuo atteggiamento in base a questa
convinzione: ti metterai meno in mostra, rinuncerai a far valere le tue idee – o anche solo a proporle –, ti
chiuderai in te stesso, non darai alcuna confidenza a chi ti circonda, sperando che arrivi presto la fine
della giornata lavorativa. Queste tue azioni avranno un peso: i colleghi penseranno di non esserti simpatici
o che non ti interessa nulla del lavoro, magari avranno anche l’impressione di essere trattati con disprezzo
e superiorità. Di conseguenza, ti mostreranno sempre minore disponibilità e diventeranno forse più
intransigenti nei tuoi confronti, finendo per confermare le tue originali convinzioni.
Torniamo all’inizio: se al contrario pensi che il capo e i compagni d’ufficio hanno una buona opinione di
te e apprezzano le tue iniziative, probabilmente ti comporterai in maniera diversa. Sarai più collaborativo
e propositivo, più aperto alle suggestioni altrui, magari anche più brillante nei momenti di pausa, davanti
alla macchinetta del caffè. E, ovviamente, a quel punto i colleghi saranno più portati a riconoscerti e a
valorizzarti.
Immagina questi due scenari e poi pensa a qual è l’elemento iniziale che, di fatto, sposta l’equilibrio
dall’uno all’altro: è il tuo mindset, ossia l’atteggiamento mentale che hai di fronte a quella situazione. Il
mindset è un elemento molto potente perché è capace di modificare la situazione stessa, non solo nella
tua mente, ma anche nella realtà. Le tue convinzioni in concreto si trasformano in azioni, capaci di
influenzare il corso degli eventi. Se inizi una relazione sentimentale convinto che non possa durare,
difficilmente andrà a buon fine. Se lanci un progetto pensando che non funzionerà mai, gli dai già in
partenza pochissime possibilità. È vero, un atteggiamento positivo non sarà sufficiente a portare a
termine ogni tua impresa nel migliore dei modi, ma un mindset negativo indurrà più facilmente al
fallimento.


CHE TU CREDA DI FARCELA O DI NON FARCELA,
AVRAI COMUNQUE RAGIONE.

C’è una storia molto carina a questo proposito che vorrei raccontarti. Ha a che fare con due cani, uno
allegro e uno arrabbiato che, in due momenti diversi, entrano nella stessa stanza: il primo ne esce
scodinzolando, il secondo ringhiando. Una signora che assiste alla scena, incuriosita, decide di entrare per
vedere cosa c’è nella stanza che possa influenzare in maniera tanto diversa l’umore dei due cani. Con
grande sorpresa, una volta aperta la porta, vede solo una marea di specchi. Il cane allegro, entrando, si
era trovato davanti a cento altri cani sorridenti come lui; quello arrabbiato, invece, aveva trovato solo cani
furenti che gli abbaiavano contro.
Qual è la morale di questa storia? Che in ciò che vediamo del mondo c’è un grande riflesso di quello che
siamo. Se in noi c’è tristezza, troveremo altra tristezza; se c’è paura, rileveremo paura; se c’è felicità,
saremo circondati di felicità. Di più, quello che noi siamo è prima di tutto un riflesso di quello che
pensiamo. La mente è tutto: quello che crediamo di noi stessi, in maniera più o meno consapevole, diventa
quello che effettivamente siamo.
Uno degli studi più significativi a questo proposito è quello relativo al cosiddetto “effetto Pigmalione”5,
condotto dallo psicologo Robert Rosenthal. Lo studioso sottopose gli allievi di una scuola elementare a un
test d’intelligenza, poi andò dalle insegnanti e, senza guardare i risultati, segnalò loro gli alunni migliori,
semplicemente scegliendone alcuni a caso. L’anno successivo tornò nella stessa scuola e chiese alle
insegnanti notizie sui ragazzi che aveva indicato. Tutte diedero la stessa risposta: i ragazzi segnalati
l’anno precedente come i migliori erano senza dubbio i più intelligenti, quelli con voti ben sopra la media.
Eppure, ripeto, Rosenthal li aveva scelti assolutamente a caso, potevano essere i meno diligenti, per
quanto ne sapeva, o i meno preparati.
Cos’era successo nel frattempo? Che le insegnanti, certe della validità dei test dello psicologo, avevano
accettato i loro risultati, prendendoli per oro colato. Di conseguenza, avevano cambiato il proprio mindset
e si erano rivolte agli alunni indicati come migliori con un atteggiamento diverso, più positivo.
Inconsapevolmente li avevano incentivati più degli altri, li avevano aiutati a sviluppare la loro autostima e
le loro competenze scolastiche, finché questi, effettivamente, erano riusciti a ottenere risultati di gran
lunga superiori a quelli degli altri.
Il potere della suggestione e dell’atteggiamento mentale è enorme, molto più di quanto possiamo
pensare. A questo riguardo, ricordiamo un caso verificatosi nel 1932 in America. Erano gli anni della
Grande Depressione, migliaia di americani avevano perso tutto e molti altri, comprensibilmente, erano
terrorizzati all’idea che qualcosa di simile potesse succedere anche a loro. In questo contesto la Last
National Bank, pur non navigando in ottime acque, era uno dei pochi istituti bancari rimasti in piedi, era
una realtà solida che garantiva un buon grado di sicurezza ai propri clienti. Il problema è che, nel clima di
paura che regnava in quegli anni, bastava davvero poco a scatenare un putiferio. Improvvisamente si
sparse la voce che la Last National Bank fosse in crisi. I correntisti, spaventati, affollarono le filiali per
chiudere il conto e mettere in salvo i propri risparmi. A quel punto la banca, priva di liquidità, entrò
davvero in crisi e finì per fallire: in sostanza la banca entrò in difficoltà quando i suoi clienti si convinsero
che lo fosse e agirono di conseguenza.


CIÒ CHE PENSI DEL FUTURO
TALVOLTA INFLUENZA IL PRESENTE PIÙ DEL PASSATO.

Quello che è successo alla Last National Bank è un chiaro esempio di “profezia che si autorealizza”,
ovvero una predizione senza alcun fondamento oggettivo che però finisce puntualmente per verificarsi
solo perché le persone ci credono. Sembra assurdo, non è vero? Eppure è così. Immagina di convincerti,
per una qualsiasi ragione, che la tua migliore amica parli male di te. A meno che tu non decida di
affrontarla subito e risolvere la questione (cosa molto più facile a dirsi che a farsi, come sappiamo bene),
inizierai forse a guardarla con occhi diversi, smetterai di confidarle i tuoi segreti, ti allontanerai da lei
provocando una frattura nel vostro rapporto. Tutto questo a prescindere dal fatto che lei si sia davvero
comportata in maniera scorretta nei tuoi confronti. Nel frattempo, se la vostra amicizia si deteriorerà, lei
inizierà davvero a parlare male di te, ma questo accadrà in gran parte perché tu hai pensato che già lo
facesse.
Ecco perché insisto sul mindset, perché esso può modificare la realtà in una direzione negativa o, al
contrario, positiva. A seconda dell’atteggiamento mentale che assumiamo di fronte a uno stesso evento, lo
interpreteremo in modo diverso e genereremo esiti molto differenti. Prova a immaginare due amici che
viaggiano insieme sulla stessa auto, a un certo punto hanno un incidente e si rompono entrambi il braccio
sinistro. Uno dei due pensa: “E ora come faccio? Non riuscirò a lavorare e dovrò cancellare tutti i miei
impegni”. L’altro: “Che fortuna che mi sia rotto soltanto un braccio, potevo morire”. Il primo,
verosimilmente, passerà i giorni seguenti a lamentarsi del destino avverso; il secondo reagirà in modo
diametralmente opposto e magari passerà più tempo con la propria famiglia, oppure si dedicherà con più
energia al conseguimento dei propri obiettivi e così via. Insomma, come ripeto spesso la vita è fatta al
20% da quello che ti accade, e all’80% da quello che fai con ciò che ti accade.
Ci sono altre due ricerche scientifiche di cui voglio parlarti perché ci aiutano a chiarire ancora di più il
potere del mindset. La prima è stata condotta dalla ricercatrice Becca Levy dell’Università di Yale6 ed è
molto significativa per le sue dimensioni: ha compreso un campione di 660 persone che sono state
studiate nel corso di 23 anni, un lasso di tempo lungo e inusuale. Dalla ricerca è emerso questo: gli adulti
che avevano un’idea positiva sul passare del tempo sono vissuti in media 7.6 anni in più rispetto a quelli
che invece consideravano l’invecchiamento in maniera totalmente negativa. Sette anni e mezzo di vita in
più grazie a una piccola convinzione annidata da qualche parte nel nostro cervello, un dato straordinario,
che dovrebbe farci riflettere molto.
Più recentemente, la dottoressa Levy ha condotto una seconda ricerca7 su un campione di oltre 4500
anziani, durante la quale ha appurato che un atteggiamento positivo nei confronti della vecchiaia riduce
quasi del 50% le probabilità di andare incontro a demenza e deterioramento cognitivo con il passare degli
anni. Incredibile, vero?
Tutto questo non è frutto di magia, ma di una ragione ben precisa. Se la tua visione del futuro è
positiva, ti vedrai a 80 anni come una persona potenzialmente in forma nel corpo e nella mente, e con uno
spirito vitale, quindi metterai in atto azioni salutari (per esempio, in questo caso, invecchiando manterrai
abitudini di vita sane, stimolerai te stesso fisicamente e intellettualmente, ti farai monitorare da un
medico in modo da prevenire eventuali disagi connessi all’età, non rinuncerai a seguire le tue passioni e i
tuoi obiettivi ma semplicemente li adatterai alle tue nuove condizioni). Al contrario, se la tua idea
dell’invecchiamento è solo negativa, basata cioè sullo stereotipo dell’anziano debole, malato, magari
anche depresso, lo considererai come un esito inevitabile e farai il possibile per ignorarlo (per esempio,
evitando di fare controlli medici o trascurando il deterioramento delle tue condizioni, per non dover
fronteggiare la realtà), e questo porterà conseguenze tutt’altro che positive alle tue condizioni di salute,
oltre che di umore.


CAMBIARE LA TUA IDEA SU QUALCOSA PUÒ
TRASFORMARE L’EFFETTO CHE QUELLA COSA HA SU DI TE.

A volte mi capita di incontrare persone che affermano di non essere capaci di cambiare il loro modo di
vedere, riconoscono di avere un approccio pessimista da sempre, ma non sanno come fare diversamente.
In queste affermazioni c’è un fondo di verità: le nostre idee, e quindi anche la forma mentis con cui ci
approcciamo alla realtà, sono frutto delle nostre esperienze, degli insegnamenti ricevuti, delle persone
incontrate, insomma della nostra vita. Questo però non significa che non si possano modificare, anzi!
Come possiamo farlo? Intanto cominciando a dare più significati a ciò che ci capita. Per esempio, se il tuo
capo ti rimprovera per il tuo operato, oltre a pensare che ce l’abbia con te, cerca altre spiegazioni: forse
sta cercando di motivarti, perché ha intuito il tuo potenziale e vuole che tu lo sviluppi al massimo; forse ha
avuto una giornata pesante e ha usato parole poco delicate di cui poi si è pentito; forse non ha esaminato
il tuo lavoro con la dovuta attenzione e quindi ha dato giudizi affrettati.
Prova a riflettere sugli eventi del tuo passato e a chiederti come si sarebbero conclusi se tu avessi avuto
un mindset diverso. Pensa a quel progetto a cui tenevi tantissimo, per cui ti sei adoperato fino in fondo e
che poi è andato a buon fine: avrebbe avuto lo stesso esito se lo avessi affrontato con un altro
atteggiamento, magari scettico e disfattista? E quando, invece, hai fallito e non hai raggiunto l’obiettivo
che ti eri prefissato, qual era, in quel caso, l’atteggiamento con cui ti muovevi?
Il segreto del mindset è tutto qui: idee diverse portano a comportamenti diversi, che a loro volta
conducono a risultati differenti. La connessione fra il tuo mindset e le tue azioni è potentissima e può
avere un grande impatto sulla tua vita. La psicologa Alia Crum, ricercatrice all’Università di Stanford, lo
esprime con parole chiare: «Cambiare la tua idea su qualcosa può trasformare l’effetto che quella cosa ha
su di te». Le cose non cambiano, siamo noi che, cambiando noi stessi, possiamo cambiare la realtà.
Lavora, giorno dopo giorno, per fare del tuo mindset un alleato alla tua crescita, al tuo benessere e alla
tua soddisfazione. Anche la felicità è una questione di mindset.

CONSIDERATI CAUSA

Ricordi il momento esatto in cui hai imparato a guidare l’auto? È successo mentre prendevi lezioni con
la scuola guida e ti insegnavano come fare? Oppure quando ti sei seduto al volante e per la prima volta hai
avuto la sensazione che la direzione dell’automobile dipendesse solo ed esclusivamente da te?
E qual è il momento in cui sei riuscito a memorizzare un nuovo tragitto? Quando lo hai percorso seduto
al posto del passeggero con qualcun altro alla guida? O quando al volante eri proprio tu?
Quando ti sei reso conto di poter parlare l’inglese? A scuola, con un professore che te lo insegnava, o
quando ti sei trovato all’estero da solo e hai avuto la necessità di comunicare in quella lingua?
Sono semplici esempi da cui emerge che la conoscenza si trasforma in azione pienamente efficace
quando subentra la responsabilità. Ovvero: sei in grado di scoprire le tue potenzialità in un determinato
campo solo nel momento in cui ti trovi ad essere l’unico incaricato di una certa azione, che non puoi
delegare e i cui esiti dipendono unicamente da te. E ancora, è solo quando ci prendiamo la responsabilità
di qualcosa che realizziamo di essere in grado di fare la differenza su questo qualcosa.


ASSUMERSI LA RESPONSABILITÀ
È L’INIZIO DEL CAMBIAMENTO.

Questo concetto è fondamentale perché spesso, davanti a un problema o a una situazione avversa,
abbiamo la tendenza a cercare altrove le cause. Se siamo in difficoltà sul lavoro, istintivamente diamo la
colpa ai colleghi che ci mettono i bastoni fra le ruote. Se la nostra relazione sentimentale va male, è per
via del partner che non ci capisce, o che è troppo narcisista, o che non si preoccupa abbastanza di noi. Se
falliamo un obiettivo, è perché ci sono state delle circostanze avverse che ci hanno impedito di
raggiungerlo.
Io stesso, quando muovevo i primi passi professionali durante la gavetta, ero convinto che fosse colpa
degli altri se le cose non andavano come avrei voluto. Era colpa delle persone che non venivano nel mio
studio perché avevano troppi pregiudizi sulla mia professione. Erano loro, quindi, che mi costringevano a
lavorare nei cortili di periferia. Era colpa del Governo che non investiva a sufficienza nella psicologia,
privandomi così di sbocchi professionali più soddisfacenti. Era colpa dei ragazzini dei cortili che non
ascoltavano i miei insegnamenti e andavano avanti per la loro strada, impedendomi di avere un rapporto
più positivo con loro. Da qualunque parte analizzassi la questione, mi sentivo effetto di cause esterne, che
non dipendevano da me.
Sono ancora convinto che il Governo dovrebbe fare molto di più per la psicologia e che certi pregiudizi
sugli psicologi andrebbero finalmente abbattuti. Ma il punto è che queste logiche di vero o falso, di giusto
o sbagliato, non risolvevano in alcun modo i miei problemi perché spostavano il nocciolo della questione
fuori da me.
Quando le cose non vanno, ci sentiamo spesso effetto di cause esterne. «Non trovo lavoro perché c’è
crisi». «Il mio matrimonio va a rotoli perché mia moglie è insensibile». «Non riesco a fare sport perché
non ho tempo». Quante volte ti sei giustificato con parole simili?
Il punto critico in questo ragionamento è che considerare la propria situazione come una conseguenza
di dinamiche esterne toglie ogni margine d’azione: è come deporre le armi e pensare di affrontare a mani
nude una situazione infinitamente più grande di noi. Sarebbe impossibile riuscirci, quindi non vale
neanche la pena provarci. Con questo atteggiamento mentale condanniamo noi stessi all’immobilità e
all’accettazione passiva di situazioni che non ci rispecchiano e che ci fanno soffrire. E di questo ci
lamentiamo.


LAMENTARSI PUÒ ESSERE UNA FASE,
NON UN PUNTO D’ARRIVO.

La verità è che ognuno di noi durante la giornata affronta numerose delusioni. In alcuni casi si tratta di
piccoli intoppi, in altri invece abbiamo a che fare con problemi decisamente più invalidanti. Ogni volta che
dobbiamo affrontare queste situazioni ci troviamo di fronte a un bivio. La prima strada ci conduce a
cercare un attore esterno del quale lamentarci. Auspichiamo fortemente che questa persona o questa
situazione possa cambiare al più presto, in modo da “restituirci” ciò che meriteremmo e tornare in una
situazione di giustizia. In questo caso, ovviamente, stiamo delegando la nostra sorte nelle mani di qualcun
altro (“in bocca al lupo”). La seconda strada, invece, a mio avviso la più efficace, è quella di considerarci
causa e assumerci noi la responsabilità di cambiare ciò che ci sta stretto. È una strada in salita, che non
sempre porta al successo, ma ne aumenta decisamente le probabilità. Ragionare sulle proprie
responsabilità, infatti, non equivale ad addossarsi le colpe di tutto ciò che di negativo ci è accaduto, ma
significa comprendere che, se esiste una soluzione a quello specifico problema, sarà molto più rapido e
indolore trovarla dentro di noi.
Come ci insegna infatti la teoria dei sistemi, se tu cambi allora anche gli altri cambiano.
A questo proposito, la domanda che mi ha salvato la vita in più occasioni è stata:


COSA POSSO FARE IO DI DIVERSO PER MODIFICARE
QUESTA SITUAZIONE CHE MI STA TROPPO STRETTA?

Proprio cercando una risposta a questo interrogativo, ho messo a punto la strategia che ho applicato
alla fine della gavetta quando, considerandomi finalmente responsabile della mia situazione, ho compreso
che ero io – e non il contesto – a dover cambiare per arrivare là dove desideravo, e ho scelto di lasciare la
cooperativa8.
Sul lavoro, in famiglia, con gli amici, nel sociale, puoi fare lo stesso anche tu. Supponiamo che il tuo
problema principale sia quello di non riuscire a trovare lavoro. È indubbio che le logiche dell’inserimento
nel mercato del lavoro stanno cambiando, e la strada può presentarsi difficile. Molti contratti non danno
alcuna garanzia, mestieri un tempo accessibili a tutti sono diventati proibitivi, la concorrenza è altissima,
le possibilità di raggiungere una posizione soddisfacente sono sempre più scarse. Sono dati di fatto
inconfutabili, ma prova a spostare l’attenzione da queste cause esterne e a rivolgerla verso di te. Cosa
potresti fare tu di diverso da quello che stai facendo? Per esempio, come potresti renderti più appetibile
agli occhi delle imprese e dei datori di lavoro? Forse potresti migliorare la tua formazione, seguendo
qualche corso per colmare le tue lacune professionali: per esempio imparare una nuova lingua, studiare
marketing, apprendere nuove competenze o rafforzare quelle che già possiedi. Potresti studiare il mercato
e individuare una nicchia non ancora esplorata, o almeno non troppo, in cui ricavarti un tuo spazio.
Potresti ascoltare le richieste del mercato per creare un’attività nuova (parlo per esperienza: oggi è molto
più facile inventare un lavoro che trovarne uno), fornire contenuti originali, andare incontro ai tuoi
interlocutori.
Lo stesso procedimento vale per la vita privata. Se il rapporto con il tuo partner è insoddisfacente, e
pensi che questo dipenda solo dal suo pessimo carattere, non riuscirai mai a cambiare la relazione in crisi.
Probabilmente trovi che il partner sia scontroso e distratto, ma arrendendoti a questa constatazione non
arriverai da nessuna parte. Il punto è un altro: cosa puoi fare tu per metterlo in condizione di essere meno
scontroso e distratto? Qual è il tuo margine di azione in questa circostanza? Potresti, quotidianamente,
cercare di fare qualcosa per rendere la sua giornata migliore. Potresti provare ad affiancarlo in un
progetto che lo esalta o a coinvolgerlo in qualche iniziativa. Potresti leggere qualche libro su come
migliorare la tua comunicazione per parlare con lui in maniera più efficace. E, ancora, potresti provare ad
ascoltarlo di più e in modo più attento, per scoprire le sue reali esigenze e vedere come accordarle con le
tue.
È fondamentale mettersi in primo piano, non per una questione di egoismo, ma di responsabilità9. È la
responsabilità, ossia la capacità di sentire che una specifica situazione dipende da te, a determinare le tue
possibilità di successo.
Considerarti causa ti è utile a diversi livelli.
Riprendendo gli esempi sopra, magari sei davvero tu che, senza rendertene conto, poni nella relazione
con il tuo partner modalità inefficaci che non ti consentono di costruire con lui o lei la relazione che
desideri. Magari sei tu che, nella ricerca di un lavoro, fai degli errori importanti di cui, a prima vista, sei
inconsapevole. Per migliorare la tua vita, devi metterti in discussione, assumendotene la responsabilità.
Inoltre, come abbiamo visto, considerarti causa è efficace anche nelle situazioni in cui apparentemente
hai fatto tutto il possibile. Forse il tuo partner è davvero poco comprensivo e sicuramente il mercato del
lavoro è piuttosto saturo e malgestito. Anche in questi casi, scegliere di cambiare te stesso non potrà che
giovarti.
Riassumendo: considerarti effetto di ciò che non va come vorresti, affidando la colpa agli altri, ti priva
della responsabilità ma anche di ogni potere e margine di manovra per cambiare le situazioni. Mentre
considerarti causa ti permette di rispostare l’attenzione sulle tue possibilità. Ecco perché, in qualunque
campo e in qualunque momento, se c’è qualcosa nella tua vita che non ti soddisfa, devi andare davanti allo
specchio e rivolgerti alla persona che ti sta guardando dritto negli occhi.
Considerarsi causa è, in definitiva, il cambiamento di mindset più importante da intraprendere per
garantirsi una vita più soddisfacente, da ogni punto di vista10.
Ricorda: non cambiano le cose, sei tu a cambiare. Se cerchi le colpe negli altri, non le troverai e resterai
ancorato al passato; se cerchi e trovi le tue responsabilità, potrai proiettarti in un futuro molto più roseo
di quanto tu possa immaginare.


LE COSE NON CAMBIANO,
SEI TU CHE CAMBI.

La vita è di chi la fa. Chi non la fa, la subisce. E i sogni non si realizzano mai per caso o per coincidenze
favorevoli. Si realizzano nel momento in cui riesci a mettere in discussione le tue certezze, la tua identità
e le tue abitudini e riesci a compiere una transizione al tuo interno, avvicinandoti ogni giorno di più ai tuoi
traguardi. È un viaggio molto delicato, non facile, ma necessario.

PER RIASSUMERE…
La gavetta – 4 lezioni per il successo e la felicità

Andare verso
“Andare verso” è un’attitudine fondamentale per relazionarti agli altri in modo efficace e soddisfacente. Prima di parlare, impara
ad ascoltare. Prima di chiedere attenzione, dà attenzione. Prima di dire la tua, lascia che gli altri esprimano le loro idee; prima di
fornire soluzioni, cerca di comprendere i bisogni; prima di insegnare qualcosa, fatti insegnare qualcosa; prima di richiedere spazio,
dai spazio.
Come un bravo parcheggiatore estrae una macchina da un box prima di farcene entrare un’altra, non cercare mai di
“parcheggiare” le tue idee nella mente di qualcuno prima di aver fatto uscire le sue.
Prendere l’abitudine di “andare verso” gli altri aumenterà esponenzialmente la qualità delle tue relazioni e l’efficacia della tua
comunicazione.

Concentrati sul significato e non sulla felicità


Nella vita, non dedicarti a inseguire la felicità, ma concentrati sul significato di ciò che fai.
Se ti limiti a cercare nelle tue azioni quotidiane unicamente la felicità, il piacere, il soddisfacimento immediato, paradossalmente
troverai l’infelicità. Al contrario, se saprai accedere al significato più profondo di ciò che fai, la tua vita acquisirà senso. Non solo:
riuscirai anche ad affrontare meglio, e addirittura a rileggere costruttivamente, le fatiche e le difficoltà che inevitabilmente
incontrerai durante il percorso, perché sentirai che la finalità di tutto l’insieme ha un grande valore.
Non chiederti cosa ti faccia felice, ma cosa fornisca senso alla tua vita. La felicità arriverà di conseguenza.

Il mindset
L’atteggiamento mentale che assumi nei confronti di una determinata situazione può cambiare radicalmente le tue percezioni, i
tuoi comportamenti, e anche gli effetti che tale situazione ha su di te.
Il “filtro” della mente ha un’importanza cruciale nell’influenzare le nostre vite: idee diverse portano a comportamenti diversi, che a
loro volta conducono a risultati differenti. Quando fai tuo il concetto di mindset, hai accesso a una consapevolezza rivoluzionaria:
puoi lavorare, giorno dopo giorno, sul tuo atteggiamento mentale per renderlo uno stretto alleato alla tua crescita, al tuo
benessere e alla tua soddisfazione.
La felicità è una questione di mindset.

Considerati causa
Considerarsi causa significa pensare che l’andamento degli eventi dipenda largamente da te e dalle tue responsabilità, piuttosto
che dagli altri o da eventi esterni fuori dal tuo controllo.
Ogni volta che ti consideri effetto di qualcosa che non va come vorresti, spostando le colpe al di fuori di te, ti troverai messo
all’angolo: potrai solo subire inerme la situazione. Al contrario, se ti consideri causa, riterrai che la responsabilità dell’andamento
degli eventi sia almeno in parte tua, e questo ti permetterà di interrogarti su cosa puoi fare di diverso per migliorare la situazione.
Privandoti della responsabilità, ti privi di qualsiasi potere di cambiare le cose. Se vuoi aumentare le tue chance di felicità e
successo, quando le cose nella tua vita non vanno come vorresti, scegliti tu come causa e cambia te stesso.

ATTENZIONE

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tra le quali una mappa mentale dei concetti salienti di questo capitolo e un ebook gratuito di oltre 70
pagine con esercizi per allenare le 4 competenze appena raccontate.
Padroneggiarle ti aiuterà a dare il meglio di te nell’era del cuore, mettendo in discesa la tua strada
verso la felicità.

1 Sì, proprio così, mi hanno insegnato a rubare i portafogli. E, devo ammettere, sono diventato piuttosto bravo, quindi occhio

quando mi incontri…
2 A questo proposito, molti studi hanno dimostrato che una vita senza stress e senza difficoltà potrebbe non essere più felice,

ma solo più noiosa. Eliminare dalla tua esistenza le giornate di stress, non ti condurrebbe necessariamente a una vita ideale, ma di
sicuro a una vita più vuota, perché ti mancherebbe un senso. La psicologa Kelly McGonigal, nel suo libro, Il lato positivo dello
stress, tratta in maniera chiara e dettagliata, oltre che fondata su ricerche scientifiche, il legame fra stress, senso e felicità.
3 Telzer E. H., Fuligni A. J., Lieberman M. D., Galván A. (2014), «Neural sensitivity to eudaimonic and hedonic rewards
differentially predict adolescent depressive symptoms over time», Proceedings of the National Academy of Sciences of the United
States of America, 111 (18), 6600-6605. https://doi.org/10.1073/pnas.132301411
4
Di recente ho letto un romanzo di Federico Baccomo, Ma tu sei felice?, che mi ha fatto sorridere e riflettere su questo tema. È
un dialogo fra due personaggi, Vincenzo e Saverio, che parte proprio dalla domanda del titolo. Entrambi sono manager milanesi,
vivono una vita agiata, hanno mogli e figli, ma anche amanti, vanno agli aperitivi e alle cene, fanno le vacanze sugli yacht:
insomma, sulla carta hanno tutto ciò che si potrebbe desiderare (e anche di più). Eppure non sono affatto felici, perché conducono
esistenze prive di valori e significato. Così, quando il primo chiede al secondo: «Ma tu sei felice?», la risposta non può che essere:
«Se per felice intendi uno che è soddisfatto di sé, di quello che fa, ed è felice, allora no, non sono felice. Ma se per felice intendi
uno che è soddisfatto di sé, di quello che fa, anche se non è proprio felice, allora sì, posso dire che sono felice».
5
Nella mitologia, così come viene raccontata nelle Metamorfosi di Ovidio, Pigmalione è uno scultore greco che si innamora di
una propria statua. Nell’omonima commedia di George Bernard Shaw, invece, è un insegnante che trasforma una ragazza povera e
senza cultura in una perfetta dama dell’alta società. In entrambi i casi, si tratta di un individuo in grado di plasmare la materia e le
persone: ecco perché Rosenthal ha scelto questo nome per il suo studio.
6 Levy B. R., Slade M. D., Kunkel S. R., Kasl S. V., «Longevity increased by positive self-perceptions of aging», Journal of

Personality and Social Psychology, 83 (2), 2002, 261-270.


7 Levy B. R., Slade M. D., Pietrzak R. H., Ferrucci L., «Positive age beliefs protect against dementia even among elders with

high-risk gene», PLoS One, 13 (2), 2018, e0191004.


8 Nel video ai TEDx di Bologna racconto più nel dettaglio come la mia vita è cambiata quando ho iniziato a considerarmi causa

invece che effetto di ciò che non andava come da me desiderato. Puoi vederlo qui: bit.ly/TEDMazzucchelli
9 Un interessante approfondimento su causatività e responsabilità si trova nel libro di Paolo Ruggeri, I nuovi condottieri.
10 Nella psicologia scientifica il concetto di “considerarsi causa” è assimilabile al costrutto di “locus of control”, che indica la
tendenza della persona a ritenere che gli eventi della sua vita siano causati prevalentemente da propri comportamenti (locus of
control interno), oppure da cause al di fuori del proprio controllo (locus of control esterno). Diverse ricerche hanno associato il
locus of control interno non solo con un maggior benessere complessivo, successo nel raggiungimento delle proprie mete e senso
di autoefficacia, ma anche con una miglior salute fisica. In uno studio pubblicato sulla rivista Psychosomatic Medicine, i ricercatori
hanno seguito oltre 7500 adulti britannici dalla nascita scoprendo che coloro che avevano mostrato un locus of control interno
all’età di 10 anni, a 30 avevano meno probabilità di essere in sovrappeso e descrivevano la loro salute come migliore. Il motivo? Le
persone con locus of control interno avevano una maggiore fiducia nella loro capacità di influenzare i risultati attraverso le proprie
azioni, incluso l’ambito della salute.
Gale C. R., Batty G. D., Deary I. J. (2008), «Locus of control at age 10 years and health outcomes and behaviors at age 30 years: the
1970 British Cohort Study», Psychosomatic Medicine, 70 (4), 397-403; doi: 10.1097/PSY.0b013e31816a719e
Seconda vita
Il comunicatore
3
Il duro lavoro del divulgatore

Quando ho lasciato il lavoro con la cooperativa, non sapevo cosa avrei fatto. Nella mia testa frullavano
una marea di suggestioni, ma non avevo le idee chiare. Volevo “andare verso”, costruendo qualcosa di
mio. Volevo, nel mio piccolo, tirare fuori la psicologia dagli studi e dalle università e farla incontrare a
chiunque potesse averne bisogno. Ma non sapevo come e, oltretutto, mi serviva un lavoro per
mantenermi. Quindi, ho trascorso un periodo accumulando esperienze nuove anche se non soddisfacenti
(da ognuna comunque traevo un insegnamento importante) nel tentativo di schiarirmi le idee.
Poi, finalmente, è accaduto qualcosa di fondamentale per il mio percorso: sono andato incontro a un
fallimento. Un fallimento grosso e bruciante, di quelli che di solito ci si vergogna a confessare e si
tralasciano quando si racconta il proprio curriculum.
Da un giorno all’altro, sono stato cacciato dal mio posto di lavoro. Avevo un contratto come psicologo in
un ospedale, un lavoro che mi sembrava di svolgere discretamente. Eppure un bel giorno il primario mi
fece chiamare e mi disse senza troppi preamboli: «Mazzucchelli, la situazione è questa: qui non c’è più
posto per lei. Se vuole continuare a lavorare con noi, deve andare via da Milano». Mi voleva spedire in un
altro ospedale, in un luogo lontano e scomodo, dove per di più avrei avuto una mansione molto diversa da
quella che avevo rivestito fino a quel momento e per cui avevo studiato. Una proposta di trasferimento che
significava ai miei occhi “non sei all’altezza”.
È stata la classica doccia fredda, anzi ghiacciata. I miei pensieri andavano dall’accettare comunque il
trasferimento, anche se non era quello che volevo, a lamentarmi all’infinito, insultare il primario oppure
tentare di convincerlo a mandare qualcun altro al posto mio. Questo rifiuto mi pesava e oltretutto non
pensavo di meritarlo. Mi sentivo deluso, triste e frustrato.
Poi, riflettendoci, è riemerso uno dei concetti che avevo appreso durante la “gavetta” con i bambini:
«Considerati causa», mi sono detto. Potevo continuare a pensare che il primario mi avesse rovinato la vita
con la sua decisione, ma questo non mi avrebbe permesso di cambiare le cose. Oppure potevo
concentrarmi su me stesso, riflettere sulle mie capacità e comportarmi di conseguenza. Se fossi stato il
migliore psicologo dell’ospedale, il più preparato e brillante, sarei stato cacciato dal primario? Non credo.
E io per primo, guardandomi allo specchio, avrei davvero potuto dire che quel lavoro era il massimo per
me, tutto quello che volevo dalla vita? Di nuovo: no. All’improvviso quello che fino a poco prima mi era
sembrato un evento tragico si è trasformato in una opportunità per il mio futuro professionale. Oggi provo
addirittura riconoscenza nei confronti di quel primario che mi ha messo davanti a una scelta così netta e
mi ritrovo ad amare qualcosa che su due piedi ho odiato.
Alla fine, accettai il trasferimento perché non potevo permettermi di non lavorare, però decisi che, da
quel momento in poi, mi sarei impegnato al massimo per costruire qualcosa di mio, che nessuno avrebbe
potuto portarmi via. Tornato a casa, mi sono seduto alla scrivania, ho acceso il computer e ho registrato il
mio primo video, poi l’ho caricato su YouTube. Quel piccolo gesto, ancora non lo sapevo, stava per
trasformare completamente la mia vita, dandole una nuova e determinante direzione.
In realtà erano anni che giravo intorno al Web. Avevo già fatto diverse incursioni anche dopo la gloriosa
esperienza del sito “Accordi e Spartiti”. Nel 2006 avevo partecipato a un corso di formazione sulla
leadership, durante il quale uno dei relatori ci aveva raccontato che un suo nipote, grande appassionato di
scarpe da ginnastica, era solito andare nei negozi, provarne diversi modelli e poi uscire senza fare
acquisti. Tornato a casa, le comprava su Internet, a costi minori e con la possibilità di personalizzarle.
Oggi questo comportamento non stupisce perché è molto diffuso, ma nel 2006 la situazione era diversa:
non passavamo le giornate su Google e sui social come oggi, avere Internet a casa non era così comune e
soprattutto la Rete offriva forse un millesimo delle potenzialità attuali.
La storia di quel ragazzo per me fu illuminante. Mi chiesi: «E se Internet non fosse una novità
passeggera, ma un fenomeno che durerà a lungo?». In fondo le connessioni e le possibilità di questo
nuovo mezzo, ancora piuttosto rudimentale, aumentavano di giorno in giorno.
Così nel 2007, due anni prima del lavoro con i bambini, avevo già aperto un mio sito internet, che si
chiamava (o meglio, si chiama ancora) www.psicologo-milano.it ed era forse il primo sito in Italia dedicato
alla psicologia. Inoltre, dal momento che come sempre ero intraprendente ma con un budget molto
limitato, avevo fatto tutto da solo: creazione e gestione dei contenuti, impaginazione e programmazione
(imparando a gestire i codici html con quei programmi complicatissimi di una volta, tipo Dreamweaver e
simili: oggi, al confronto, fare un sito web è un gioco da ragazzi).
Il mio intento era divulgativo, volevo far arrivare la psicologia fuori dai circuiti ufficiali. Per riuscirci,
cercavo di riempire il mio blog con articoli chiari e facilmente accessibili, a volte anche provocatori, per
attirare l’attenzione. Per esempio ho scritto un post sulla differenza fra lo psicologo e il prete, o lo
psicologo e l’amico, o lo psicologo e la prostituta. In quest’ultimo caso ecco le analogie: con entrambi ci si
sfoga emotivamente; in entrambi i casi, dopo il tempo passato insieme, ci si sente o molto felici e rilassati,
oppure in preda al senso di colpa, e soprattutto poi non lo si racconta in giro1. Si trattava insomma di
articoli dal taglio volutamente leggero, ma non superficiali, che avevano l’intento di fare almeno vacillare
gli stereotipi che circondano questa professione e che spesso, come ho già detto, costituiscono per gli
eventuali clienti delle vere e proprie barriere d’accesso.
Nel 2009, quando iniziavano a diffondersi i primi iPhone, ho pensato di fare un passo avanti. La gente
viveva con il cellulare in tasca, e io volevo che in tasca arrivasse anche la psicologia. Come? Grazie alle
app che progettavo insieme al mio amico Davide Algeri. Anche in questo caso l’idea sembrava bella, ma i
soldi erano pochi. E, dal momento che sviluppare un’app in Italia costava diverse migliaia di euro,
andavamo a cercare i programmatori indiani, molto più economici.
Nessuno di noi parlava bene l’inglese, quindi affidavamo a Google Translate le nostre contrattazioni,
richieste e l’invio di materiali (in una lingua improbabile che, a pensarci oggi, ci farebbe ridere). Poi
Davide, da bravo smanettone, rimetteva mano al flusso del codice per adattarlo alle nostre esigenze e ne
venne fuori un prodotto carino per l’epoca. Nelle prime versioni c’era già un tasto “Chiedi all’esperto” che
metteva in contatto l’utente con uno psicologo tramite una videochiamata su Skype. Sulla scia del
programma televisivo “Chi vuol essere milionario?” con Gerry Scotti, molto popolare in quegli anni, ci
eravamo inventati anche una serie di quiz, da fare da soli o in coppia, su particolari argomenti: la nascita
di un figlio, la gestione delle relazioni affettive e così via. Non c’erano, ovviamente, risposte giuste o
sbagliate, né tanto meno avevamo la pretesa di offrire soluzioni facili, ma cercavamo di dare spunti di
riflessione interessanti a chi si approcciava a determinati temi. Quelle app risvegliarono una certa
curiosità fra gli addetti ai lavori, che si interessarono molto ai nostri tentativi – anche in questo caso,
credo che siamo stati i primi in Italia a realizzare qualcosa di simile in ambito psicologico.
Per amore di verità devo confessare che il modello di business che avevamo messo in piedi era tutto
tranne che vincente. Quindi, nonostante ci fosse parecchia curiosità attorno ai nostri esperimenti, il blog e
le app commercialmente si rivelarono un buco nell’acqua.
Inoltre, a quel punto, dopo aver pubblicato il post sul paragone fra psicologo e prostituta e aver
realizzato il formato quiz psicologico alla Gerry Scotti, la mia ortodossia professionale era ormai andata a
farsi benedire, quindi non potevo far altro che scommettere sull’innovazione. Ero ancora convinto che
Internet fosse il mezzo giusto per costruire il progetto che avevo in mente, dovevo solo trovare la chiave.
La spinta decisiva arrivò dal mio amico Monty, Marco Montemagno2, che continuava a ripetermi: «Devi
fare i video, vedrai che quella è la tua strada. Vai su YouTube, pubblica video in cui parli a modo tuo di
questioni legate alla psicologia. E non trascurare la newsletter, è fondamentale».
Così ho provato a cimentarmi con i video. Il primo che ho pubblicato, con la mia faccia in primo piano e
servendomi di una pianta in vaso, una stampella e un guantone da boxe si intitolava Sconfiggere ansia,
attacchi di panico e paure: istruzioni per l’uso. Era il 25 agosto 2012, proponevo cinque minuti in cui
offrivo strumenti pratici a chi soffriva di ansia e voleva provare a lavorarci sopra.
Seguendo il consiglio di Montemagno, avevo creato una newsletter a cui inizialmente avevo aggiunto gli
indirizzi e-mail già in mio possesso (di amici, parenti e colleghi), e nel video invitavo nuove persone a
iscriversi (allora era più facile, le mail si davano senza problemi e quasi con orgoglio, non come oggi, che
ci teniamo stretti i nostri indirizzi per paura di essere soffocati dallo spam).
Ho continuato il mio percorso a testa bassa, pubblicando con una certa regolarità nuovi filmati, fino a
quando qualcuno si è accorto di me e mi ha scritto. Non era, come all’epoca desideravo, un nuovo cliente
da ricevere in studio, né tanto meno il manager di una grande azienda che, dopo aver visto i miei video,
aveva deciso di offrirmi un contratto megagalattico. Era Luca Pischedda, che come me aveva lavorato per
qualche tempo con i bambini dei cortili e poi se n’era andato per intraprendere una carriera da
videomaker. Dopo aver visto il mio lavoro su YouTube (la newsletter aveva raggiunto anche lui), Luca ha
avuto l’intuizione di contattarmi per propormi di produrre quei video insieme, in modo più professionale.
Non aveva tutti i torti, i miei primi video erano piuttosto amatoriali. Non avevo grande esperienza nel
parlare in pubblico, ero rigidissimo davanti alla webcam e, mentre parlavo, sbirciavo di continuo gli
appunti (e questo era visibile). E poi intorno a me accadeva di tutto: passava Orazio3 che si faceva le
unghie sul divano, sullo sfondo si sentivano i miei vicini che litigavano furiosamente, oppure lo
sferragliare del tram sulla strada. Insomma, credo che, a prescindere dai contenuti, non fosse facile
prendermi sul serio in quel contesto.
Così ho accettato volentieri l’invito, e mi sono trasferito in una cantina, improvvisato studio di
registrazione, per cominciare a registrare con Luca e con il suo collega Ciro. Anche quello non era
l’ambiente più accogliente del mondo: era umidissimo e, per di più, in una gabbia appoggiata a terra era
chiusa un’enorme iguana che mangiava topolini tutto il tempo – la sentivo masticare mentre, davanti alla
videocamera, cercavo di portare avanti i miei discorsi. Però l’idea di lavorare in una cantina, inseguendo
un nostro sogno, ci faceva sentire una via di mezzo fra i membri di una rock band e Steve Jobs. Avevamo
la sensazione di stare creando qualcosa di grande e innovativo, e questo ci dava una carica pazzesca. Mi
emozionava lavorare con Luca e Ciro condividendo valori, obiettivi e competenze. Da loro ho imparato la
necessità di curare i prodotti in ogni dettaglio, anche nella forma: il contenuto, perché venga fruito fino in
fondo, dev’essere anche ben presentato. In effetti quei video, grazie anche agli ottimi montaggi fatti dai
miei amici, risultavano decisamente migliori di quelli che avevo realizzato da solo, nel salotto di casa.
«L’ostinazione, non il talento, ha salvato la mia vita», disse una volta il grande scrittore americano Philip
Roth. Per me, più in piccolo, è stato lo stesso. Davanti alla telecamera la mia voce tremava, tremavano le
mani, ero goffo. Avevo paura del giudizio dei colleghi, avevo paura di apparire ridicolo. Non avevo alcun
talento per un certo genere di divulgazione, ma volevo averlo. Quello che pubblicavo non aveva successo,
ma continuavo ugualmente per la mia strada perché ero convinto che ci fosse del potenziale. E ingoiavo
quotidianamente i miei timori, perché non volevo che prendessero il sopravvento. Ero, insomma,
impaziente per l’oggi e paziente per il domani: lavoravo di continuo, a testa bassa, senza preoccuparmi di
raccogliere qualcosa nell’immediato, convinto che in futuro i risultati sarebbero arrivati.
E in effetti a breve qualcosa è arrivato: no, non mi riferisco al successo, ma agli haters. Quante me ne
sono sentite dire, i primi anni! «Sei uno sfigato», «Vai a lavorare», «Ma chi te lo fa fare?». Spesso era
esattamente quello che pensavo anch’io: chi me lo fa fare? Perché non mollo tutto e mi dedico ad altro?
I commenti più fantasiosi li ho ricevuti dai colleghi: «Lascia stare i video e vai a parlare con i medici di
base per chiedere delle collaborazioni», mi consigliavano. Ma ero già andato dai medici di base, e non
solo, avevo parlato con chiunque fosse disposto ad ascoltarmi, ma invano. «Dai del “tu” nei video?!», mi
facevano notare scandalizzati perché la consideravano una violazione al codice professionale: lo psicologo
dà del “lei” ai clienti perché mantenere le distanze è necessario. E poi la critica che oggi è la mia preferita
perché mi riempie di orgoglio per il potere che mi veniva conferito: «Farai affondare la psicologia in
Italia».
Allora quelle osservazioni mi facevano male perché erano l’eco della mia insicurezza. Non riuscendo ad
arginarle, ho capito che dovevo concentrarmi sulla mia vulnerabilità, sull’accettazione delle mie
possibilità e dei miei mezzi, sul tentativo continuo di migliorarmi. Per smontare il loro potere e smorzare il
male che producevano dovevo insomma lavorare su me stesso e fortificarmi. Ho cercato di seguire un
consiglio prezioso elargito dall’ex pilota di Formula 1 Mario Andretti: «Concentrati sulla strada, non sul
muro». Secondo Andretti quando si guida a tutta velocità, con l’acceleratore a tavoletta, la macchina va
dove vanno gli occhi del pilota: se il suo sguardo segue la strada, l’auto resta in pista; se si focalizza sugli
ostacoli che circondano il percorso, finirà per andarci a sbattere contro. Questa bella metafora è valida
anche in altri ambiti: quando siamo immersi in un progetto a cui dedichiamo ogni nostra energia,
dobbiamo focalizzarci solo sul percorso che stiamo compiendo, e non sugli eventuali muri che ci
circondano.
Inoltre, sempre riguardo agli haters, mi sono reso conto che la maggior parte di loro, dopo aver lasciato
un commento negativo, va avanti per la propria strada, senza pensarci più. Quindi, l’ideale sarebbe – più
facile a dirsi che a farsi, lo so – che anche colui che riceve il commento negativo si comportasse come chi
lo manda, ovvero ignorandolo. È quello che ho sempre provato a fare, tranne quando le critiche
arrivavano dai colleghi. In quel caso, soprattutto le prime volte, mi procuravo il loro numero di telefono, li
contattavo e mi rivolgevo a loro direttamente: «Buongiorno, sono Luca Mazzucchelli. Ho letto il suo
commento sotto il mio video e la disturbo per chiederle se può darmi una spiegazione, così da
permettermi di migliorare». Non sempre, ma spesso da questo mio slancio in avanti (di nuovo, “andare
verso” e ascoltare sono azioni fondamentali) sono nate delle interazioni proficue, che a me hanno dato
spunti interessanti per affrontare al meglio il mio lavoro e ad altri, magari, la consapevolezza di quanto le
parole siano importanti e di quanto una comunicazione efficace e positiva sia preferibile a due righe di
insulti scritte di getto dallo smartphone.
Così come se preghi per la pioggia devi prepararti al fango, quando punti a raggiungere molte persone
non puoi aspettarti di piacere a tutti. Parallelamente alle critiche, comunque, ho anche ricevuto i primi
riscontri positivi. Nel mio studio arrivavano nuovi clienti che mi dicevano: «Sa dottore? Sono venuto da lei
perché ho visto i suoi video su YouTube, non pensavo che la psicologia fosse quello che lei dice…». È stato
lì che ho capito che avevo per le mani uno strumento efficace e potente, e che il cammino intrapreso
avrebbe potuto portarmi anche molto lontano. Ero riuscito a intercettare un bisogno di psicologia che
esisteva effettivamente, ma faticava a emergere nei canali tradizionali, e ce l’avevo fatta proprio
utilizzando metodi “poco ortodossi”.
I video mi procuravano nuovi clienti e anche un’attenzione diversa da parte di alcuni colleghi, ma c’era
ancora un problema da risolvere: quello dell’autorevolezza, intaccata dal mio sembrare molto più giovane
di quanto in realtà non sia. Dietro ogni mio video, c’erano anni di studi, letture ed esperienze sul campo,
ma chi si fermava a guardarmi per qualche minuto su YouTube poteva benissimo pensare che mi stessi
inventando tutto di sana pianta, solo per darmi un tono. Per risolvere questa situazione, ho deciso di
andare a cercare tutti i più grandi psicologi del mondo e intervistarli.
Questo obiettivo ambizioso mi ha portato a incontrare Robert Cialdini4; Philip Zimbardo, ideatore del
famoso “effetto Lucifero”5; Martin Seligman6, il padre della psicologia positiva; e poi gli italiani Umberto
Galimberti, Giorgio Nardone7, Pietro Trabucchi e tantissimi altri. Queste frequentazioni mi hanno dato
moltissimo dal punto di vista umano e professionale. Con alcuni di loro è nato un rapporto di amicizia, ma
soprattutto mi hanno aiutato a raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissato: hanno legittimato il mio ruolo
di divulgatore preparato ed esperto. Stare fianco a fianco con i maestri della psicologia contemporanea è
servito a dimostrare che non ero uno che improvvisava, ma un vero professionista.
La mia attività è cresciuta poco alla volta, seguendo una traiettoria lenta e graduale. Mentre lavoro a
questo libro, sul mio canale YouTube si trovano circa un migliaio di video. Solo nell’ultimo anno, e solo su
YouTube, ho superato i 2 milioni di visualizzazioni. Calcolando anche Instagram, Facebook, LinkedIn e così
via, sono più di 400 000 le persone che mi seguono quotidianamente. Se me l’avessero detto nel 2012,
quando ho iniziato a registrare nel salotto di casa mia, non ci avrei mai creduto. In compenso però, se
qualcuno oggi mi dicesse: «Ma chi te lo fa fare?», saprei cosa rispondere.
Nel corso della mia vita su YouTube non ho mai avuto veri e propri boom di notorietà, ma ricordo alcuni
episodi preziosi, che mi hanno fatto capire di aver raggiunto dei traguardi importanti. Il primo, e più
sorprendente, è arrivato all’inizio del 2017, quando ho ricevuto una telefonata particolare.
«Buongiorno dottor Mazzucchelli! Sono l’agente di James McAvoy, sa chi è?».
«Ma veramente, così su due piedi…».
«Nessun problema, glielo dico io», ha risposto il mio interlocutore, «James McAvoy è un X-Men».
«Un X-Men? In che senso?!».
L’agente, poi, mi ha spiegato tutto. James McAvoy è un attore hollywoodiano, che fra l’altro ha lavorato
alla saga cinematografica degli X-Men ispirata ai fumetti Marvel (per i cinefili: interpretava Charles
Xavier, il Professor X). In quei giorni si trovava a Milano per presentare il suo nuovo film, Split, un thriller
psicologico in cui il protagonista è affetto da un disturbo dissociativo dell’identità. Guardando su Internet,
l’entourage di McAvoy è riuscito, non so come, a imbattersi nel mio canale YouTube e ha pensato che
potesse essere interessante una mia intervista all’attore per promuovere in Italia il suo ultimo lavoro.
«Quindi le interessa, Mazzucchelli? Quanto vuole?», mi ha chiesto ancora l’agente. Io mi sono fatto due
conti: star di Hollywood, X-Men, film in uscita… «Non si preoccupi, agente, vedrà che un accordo lo
troviamo!», gli ho risposto. Alla fine è stato per me un onore chiudere un accordo in cui figuravano, oltre
alla videointervista a McAvoy, una al regista M. Night Shyamalan (lo stesso del Sesto senso, per capirci) e
una videorecensione del film in chiave psicologica.
Questa esperienza mi ha fatto capire che avevo costruito qualcosa di più grande di me, che andava al di
là di tutte le più rosee aspettative iniziali. L’incontro con McAvoy ha rappresentato il mio punto di svolta.
In quell’occasione ho realizzato che il mio lavoro con i video doveva essere intensificato, perché poteva
dare risultati grandi e importanti. Difatti poi ne sono arrivati altri, così come sono arrivati altri incontri e
interviste con diversi protagonisti del cinema italiano: Sergio Castellitto, Francesca Archibugi, Claudio
Bisio, Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi. Finché non ho ricevuto un riconoscimento che mi ha colpito
particolarmente, perché ha sancito la mia accettazione ufficiale nel campo degli studiosi. L’11 aprile 2018,
Giovanna Cosenza, allieva di Umberto Eco e docente di filosofia e teoria dei linguaggi all’Università di
Bologna, su La Repubblica spendeva queste parole: «Ci vorrebbero dieci, cento, mille di questi scienziati
che scendono dal piedistallo e vanno su YouTube, non solo per confutare le fake news, ma per fare vera e
propria divulgazione». Stava parlando di me e di altri professionisti attivi nel settore della comunicazione
digitale.
Poi sono stato chiamato a dirigere Psicologia contemporanea8, la rivista che dal 1974 diffonde la
psicologia in Italia. Ho pubblicato un libro, Fattore 1%, che è diventato un bestseller nell’ambito della
divulgazione psicologica. Nel 2019 sono stato il mental coach per i concorrenti di X Factor, aiutandoli
davanti alle telecamere ad affrontare le sfide della trasmissione. Sono stato invitato a eventi e convegni
molto importanti, fra cui un TEDx9, e ho avuto riconoscimenti prestigiosi. Ma questa è solo la punta
dell’iceberg, quello che c’è sotto, e che spesso non si vede, è un lavoro continuo durato anni – anzi, in
divenire, visto che ancora oggi produco video con il massimo impegno e lo stesso entusiasmo dei primi
tempi. Posando un mattone dopo l’altro, sono riuscito a costruire qualcosa di grande, che all’inizio del
percorso non avrei saputo neppure immaginare, e tutto questo grazie alla tenacia, alla speranza, alla
voglia di imparare e migliorare, al lavoro duro.
La mia più grande fonte di gioia e stimolo è il realizzare, giorno dopo giorno, quanto mi avvicino
all’obiettivo con cui ero partito: far sì che la psicologia raggiunga, e aiuti, il maggior numero di persone
possibile.

1 Al di là delle battute, penso che ci sia una differenza molto importante, e ti suggerisco di andare a scoprirla nell’articolo

originale (www.psicologo-milano.it/newblog/psicologo-prostituta/).
2
Marco Montemagno è un imprenditore specializzato nel settore dei media, con un grande seguito su Internet. Se non lo
conosci, ti consiglio di dare un’occhiata al suo canale YouTube (www.youtube.com/user/montymonty), molto ben fatto, e magari
anche di leggere i suoi libri.
3 Orazio è il mio gatto, che è stato protagonista involontario di alcuni tra i miei video di maggiore successo. Dopo anni di
silenziosa ma attenta compagnia, purtroppo è venuto a mancare proprio durante la scrittura di questo libro.
4 Lo psicologo Robert Cialdini, studioso di psicologia sociale, è stato il primo a delineare in maniera chiara gli stimoli e le
circostanze che guidano le nostre decisioni e ci portano ad accettare determinate situazioni a scapito di altre, a prescindere dal
loro valore. Ricordo qui il suo capolavoro Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì, studiato in tutte le
università del mondo ed essenziale a chi si occupi di psicologia, marketing e comunicazione.
5
Philip Zimbardo è particolarmente noto per l’esperimento carcerario di Stanford, da lui ideato e condotto nel 1971. In
quell’occasione lavorò con un gruppo di studenti, che divise in maniera casuale in guardie e detenuti, per poi chiuderli in una finta
prigione e osservare in che modo i ragazzi avrebbero interpretato i propri ruoli. In breve: Zimbardo fu costretto a interrompere
l’esperimento dopo pochi giorni perché la situazione degenerò oltre ogni aspettativa. Lo studio e gli insegnamenti che lo psicologo
ne ha tratto sono raccolti nel suo libro L’effetto Lucifero.
6
Martin Seligman, padre della psicologia positiva, è considerato uno degli psicologi più influenti del nostro secolo. La
peculiarità della psicologia positiva è che non si concentra sulla “cura” del disagio e del malessere, ma sul potenziamento del
benessere e della qualità di vita delle persone. Seligman è l’autore del longseller Imparare l’ottimismo.
7 C’è stato un siparietto molto carino quando ho incontrato Giorgio Nardone. Lui era uno dei miei miti e quindi, vedendolo per
la prima volta di persona, non ero emozionato, di più. Raccogliendo tutte le mie forze sono andato a presentarmi, ma lui mi ha
preceduto: «Ma io ti conosco, tu sei quello dei video su YouTube! Sei bravo, ma dovresti cercare di essere più rigoroso». Le sue
parole, oltre a farmi un enorme piacere, sono servite anche a rompere il ghiaccio: da quel momento in poi, il nostro dialogo è stato
molto più semplice.
8
Psicologia contemporanea è un bimestrale pubblicato da Giunti su cui oggi, sotto la mia direzione, scrivono Giorgio Nardone,
Valeria Ugazio, Pietro Trabucchi, Umberto Galimberti e molti altri psicologi straordinari.
9 Puoi ascoltarlo su YouTube a questo link: bit.ly/TEDMazzucchelli
4
Quello che resta

ESCI DALLA ZONA DI COMFORT

La zona di comfort è quell’area psicologica in cui ti senti a tuo agio e hai la sensazione di avere tutto
perfettamente sotto controllo. Al suo interno sai cosa fare, sai come muoverti e, qualunque azione tu
compia, puoi essere sicuro di non essere sopraffatto dallo stress e dall’ansia. Al di fuori di essa, c’è tutto
quello che ti spaventa: esperienze sconosciute, situazioni che ti costringono a metterti in gioco, realtà che
ti intimoriscono.
«Ma allora, Luca, perché dovrei uscire dalla zona di comfort?», potresti domandarmi.
Perché è solo al di fuori di questa zona che abbiamo la possibilità di crescere. Quando sono andato a
lavorare con i bambini nei cortili, non mi trovavo in una situazione comoda. Ho sofferto, ho fatto fatica, ho
provato rabbia, tristezza e paura. Eppure da quell’esperienza ho imparato tantissimo. Quando ho iniziato a
realizzare i video, mi sentivo estremamente a disagio, ma se non mi fossi buttato in quella impresa la mia
vita oggi sarebbe molto diversa e io stesso non sarei quello che sono. Diventare padre non è mai stato un
pensiero leggero per me: avevo paura di non essere all’altezza, di commettere errori, di mettere a rischio
la relazione con mia moglie. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di non farcela, mentre ora ho tre figli,
quanto di più straordinario mi potesse capitare.
Tutte le esperienze più importanti della vita ti capitano nel momento in cui esci dalla tua zona di
comfort e ti trovi ad affrontare un mondo nuovo, sconosciuto e potenzialmente rischioso. Non è facile, ne
sono consapevole, e anche per me non lo è mai stato, ma è pur vero che quando hai conosciuto il tuo
partner e hai deciso di uscirci per la prima volta, quando hai cominciato un percorso di studi o un lavoro,
quando hai provato a metterti in proprio, quando hai iniziato a dedicarti a un hobby o a uno sport, quando
hai deciso di allargare la famiglia, è stata quella l’occasione in cui hai avuto il coraggio di provare
qualcosa di diverso dalle tue solite abitudini. E, se ci rifletti bene, puoi constatare che sono state proprio
quelle le azioni che hanno dato valore alla tua vita.
Rimanendo all’interno della tua zona di comfort, probabilmente ti puoi sentire sereno e rilassato, ma
non farai passi in avanti e, anzi, brucerai il valore che finora hai accumulato. Se, al contrario, prendi il
coraggio di uscire dalla tua routine, confrontandoti con situazioni che ti impongono di cercare nuove
soluzioni, ti metterai nella posizione di generare nuovo valore, in senso lato.
Certo, affrontare le sfide ci pone in una condizione di disagio, ci sentiamo disorientati e in situazioni
non sempre piacevoli. Eppure è quella la strada da considerare, perché seguendola le nostre competenze
migliorano, noi acquisiamo nuove chiavi di lettura della vita, maturiamo esperienze, impariamo a superare
gli ostacoli.
Analizzando il legame tra lo stress (in una quantità ovviamente tollerabile) e la qualità delle nostre
prestazioni, possiamo anche notare che nella zona di comfort viene a mancare quello stimolo necessario a
permetterci di dare il massimo e il meglio di noi. È infatti quando qualcosa ci pungola – una scadenza
lavorativa, un esame impegnativo, un progetto da raddrizzare – che ci troviamo spinti fuori dalla
tranquillità della zona di comfort e iniziamo a sperimentare ansia e pressione. Ed è in quei momenti che
torniamo ad essere anche più presenti, vigili e attivi: caratteristiche tipiche della zona ottimale di
apprendimento, dove ci riscopriamo capaci di imparare nuove cose, superare i nostri limiti, aumentare le
nostre prestazioni.
Idealmente questo processo è senza fine, perché ogni volta che raggiungi una nuova conquista al di
fuori della tua zona di comfort i suoi confini cambiano e per passare al livello successivo è necessario
ripetere questo processo.


TUTTO CIÒ CHE HAI DI SIGNIFICATIVO OGGI,
IERI TI SPAVENTAVA.

La paura di sbagliare è quella che più ci tiene legati alla zona di comfort. Oggi si tende a una grande
demonizzazione degli errori, sia nella sfera professionale che in quella privata. In realtà commettere
errori è fondamentale, perché è da quelli che si impara. Se non accettiamo che nella vita conta più
mettersi alla prova che riuscire, siamo nei guai, perché c’è un solo modo per non sbagliare mai: non agire.
«Chi non fa, non falla», recita un vecchio proverbio, ed è proprio così: sbagliare indica che si sta cercando
di realizzare qualcosa. Chi sperimenta può incorrere nell’errore, ma può anche recuperare e infine può
vincere. Chi non sperimenta, sicuramente non rischia di sbagliare, ma condanna sé stesso a rimanere
fermo al punto in cui si trova.
Non voglio far passare il messaggio secondo il quale non dovremmo mai avere paura, ovviamente. La
paura in certe situazioni non solo è più che legittima, ma è anche una preziosa alleata: è un meccanismo
ancestrale, che in molte circostanze ci ha salvato letteralmente la vita, se non a noi, almeno ai nostri
antenati. La paura ha permesso ai nostri progenitori di mettersi in condizioni di sicurezza rispetto alle
minacce di cui il loro ambiente pullulava. Senza la paura, probabilmente non saremmo qui, né io né te,
perché ci saremmo già estinti generazioni fa. È dunque importante avvertire la paura, ma è anche
fondamentale non farsi dominare, altrimenti si rischia di trovarsi immobilizzati e non riuscire a vivere il
meglio di sé. È tutta una questione di equilibrio: da un lato la paura aumenta le tue possibilità di
sopravvivenza, dall’altro diminuisce le tue opportunità di vivere una vita straordinaria. Non possiamo né
dobbiamo eliminarla del tutto, né ignorarla. Per sfruttare pienamente l’energia imprigionata anche nelle
nostre paure, non dobbiamo fuggire da loro, ma riconoscerle, guardarle in faccia, accettarle e proseguire
sul nostro cammino.


CHI SI FA DOMINARE DALLA PAURA
HA OTTIME POSSIBILITÀ DI SOPRAVVIVERE,
MA ANCHE DI NON VIVERE A FONDO LA PROPRIA VITA.

Ovviamente la nostra vita non deve essere unicamente all’insegna dell’uscita dalla zona di comfort.
Come esseri umani, abbiamo bisogno anche di sicurezza, tranquillità e familiarità. Troppa insicurezza,
troppa ansia diventano disfunzionali1 e, più in generale, una valutazione dei rischi è sempre necessaria.
Per me iniziare a fare video è stata una grande uscita dalla zona di comfort. Ma non sono passato da 0 a
100 in poco tempo. Se l’avessi fatto, probabilmente, mi sarei esposto a un cambiamento troppo drastico,
avrei sperimentato una quota d’ansia troppo alta, che forse non avrei saputo tollerare. Piuttosto, ho fatto
un passo dopo l’altro fuori dalla mia area sicura: all’inizio, quando facevo più fatica a stare davanti alla
telecamera, proiettavo delle slide sulle quali commentavo con la mia voce. Poi ho iniziato a comparire più
frequentemente in video, ma intervistando grandi professionisti che si esponevano con le loro teorie,
mentre io facevo da “spalla”. Solo alla fine ho iniziato a esprimere le mie idee e i miei punti di vista
davanti alla camera. L’uscita dalla zona di comfort in quel caso è stata graduale, ma costante. Anche oggi
cerco di alternare momenti in cui mi avventuro fuori dalla mia zona sicura a momenti in cui rimango entro
i suoi confini, per riposare, recuperare le forze o semplicemente godermi quel che ho realizzato. Quando
mi accorgo che sono da troppo tempo in una zona sicura, mi costringo a uscirne, perché so che solo
facendolo posso creare nuovo valore, per me e per gli altri.


SE SEI IL PRIMO DELLA CLASSE,
FORSE È IL MOMENTO DI CAMBIARE CLASSE.

Per iniziare a fare tuo questo mindset, il mio consiglio è quello di allenarti gradualmente a coltivare la
novità come elemento delle tue giornate, in modo da prendere l’abitudine di non adagiarti sulla routine.
Sono sufficienti piccoli gesti: per esempio, cambia il tragitto per andare al lavoro, prova un cibo che non
hai mai assaggiato prima, guarda un film di un regista che ancora non conosci, fai due chiacchiere con un
collega con cui, per qualsiasi ragione, non hai mai parlato, o vai a fare la spesa in un supermercato
diverso dal solito. Prova, di tanto in tanto, a circondarti di persone che non appartengono al tuo stesso
ambiente e che vivono vite diverse dalla tua. Oppure, invece di uscire sempre e solo con i colleghi, cerca
di trascorrere una serata con qualcuno che hai conosciuto in palestra o con i genitori dei compagni di
scuola dei tuoi figli. In questo modo avrai l’opportunità di confrontarti con realtà sconosciute, che ti
possono arricchire. Mettiti in gioco non solo con chi ha il tuo stesso modo di pensare, ma anche con chi ha
opinioni diverse: ascolta, osserva, impara. Scopri modelli mentali che ancora non padroneggi. Sperimenta,
acquisisci nuove competenze, supera ogni giorno, anche solo di pochi centimetri, i confini che ti sei
costruito intorno per proteggere il tuo spazio sicuro. Come dice Jim Rohn, forse il più grande motivatore
(e il più copiato) di tutti i tempi: «Se fai quello che hai sempre fatto, otterrai quello che hai sempre
ottenuto». Se invece riesci a uscire dalla tua zona di comfort, e a introdurre il cambiamento nella tua vita,
puoi andare incontro a risultati nuovi e inattesi, molto più grandi di quanto tu stesso possa immaginare.

IL VERO RUOLO DEGLI OBIETTIVI

Ripensando al mio canale YouTube, non posso che sentirmi orgoglioso di quello che ho costruito. Tutti i
video che ho registrato e pubblicato hanno per me un valore inestimabile: non solo rappresentano una
specie di diario delle nozioni più importanti apprese nel corso degli anni, ma portano in continuazione
pazienti ai miei centri clinici e richieste di formazione e speech alla mia azienda di consulenza. Eppure, se
in questo preciso istante una catastrofe tecnologica li facesse sparire tutti – anni e anni di lavoro persi per
sempre in un istante – non mi strapperei i capelli dalla disperazione. Mi rattristerebbe, è chiaro, proverei
rabbia, ma mi salverebbe una consapevolezza profonda che si è fatta strada dentro di me durante questo
percorso: l’importante non è quello che possiedo, ma quello che sono diventato.
Possono venir meno tutti i risultati concreti che ho conseguito: i video, il canale YouTube, il mio primo
libro e anche quello che hai in mano in questo momento, ma nessuno potrà mai cancellare le esperienze e
le competenze che ho sviluppato mentre inseguivo quei traguardi.
Che cosa ho imparato? Be’, diverse cose.
Per esempio, registrando i video ho imparato a parlare in pubblico. Se vai a vedere il mio primo video
su YouTube potrai fare migliaia di considerazioni, ma di certo non penserai “Questo Mazzucchelli ha
proprio un talento nel comunicare!”. Non c’è talento nei miei risultati, ma costanza e tenacia che mi
hanno portato a registrare migliaia di video. Questo è l’unico “trucco” che mi ha permesso di diventare il
comunicatore che sono oggi (sfido chiunque a parlare in pubblico per mille volte senza migliorare le
proprie capacità comunicative). All’inizio, quando facevo tutto da solo, mi occupavo anche degli aspetti
tecnici e ho imparato le basi del montaggio che ora, anche se per sommi capi, padroneggio. Per creare
contenuti più interessanti ho studiato lo storytelling, ossia l’arte di raccontare in maniera più avvincente.
Ho osservato le necessità del mio target di riferimento e messo a punto narrazioni che andassero incontro
ai suoi bisogni, mantenendo un linguaggio chiaro e fruibile a tutti. Ho cercato e trovato storie e metafore
che potessero aiutare a far arrivare i miei messaggi in maniera più diretta e anche più divertente. Ho
modulato il ritmo dei discorsi, le pause e gli approfondimenti. Un po’ per migliorarmi e un po’ per essere il
più possibile solido davanti alle critiche, almeno dal punto di vista professionale, ho rintracciato e studiato
a fondo le teorie dei più grandi psicologi del mondo, quelli di ieri e quelli di oggi. E, per dare maggiore
visibilità al mio lavoro, ho approfondito le strategie web e social che mi facevano raggiungere il maggior
numero di persone.
Tutto questo è avvenuto, in un certo senso, senza che io neanche me ne accorgessi. Un po’ come nel
film Karate Kid, non a caso uno dei più amati da chi come me è cresciuto negli anni Ottanta. Nella
pellicola di John G. Avildsen si vede un ragazzo, Daniel (Ralph Macchio), che viene bullizzato dai suoi
compagni di scuola. Per tentare di difendersi chiede aiuto a Miyagi (Pat Morita), un tuttofare che rivela
incredibili doti da karateka. Questi accetta a patto che Daniel sia disposto a seguire i suoi insegnamenti,
per quanto possano sembrargli strani, senza fiatare. E così il ragazzo, invece di ricevere delle normali
lezioni di arti marziali, si trova impegnato per giorni interi in mansioni che apparentemente non hanno
nulla a che vedere con la lotta: lavare e lucidare un’infinità di automobili (il mitico «dai la cera, togli la
cera»), ridipingere una staccionata e così via. Dopo settimane di lavoro, convinto che Miyagi lo stia
prendendo in giro – o solo sfruttando come manodopera gratuita –, Daniel sbotta e affronta il suo maestro.
Questi allora lo attacca con qualche colpo di karate e il ragazzo, incredulo, scopre di essere in grado di
difendersi grazie ai movimenti muscolari che ha ripetuto all’infinito pitturando lo steccato e lucidando le
auto. Senza rendersene conto, solo attraverso la loro reiterazione continua, Daniel ha imparato una serie
di mosse fondamentali per il karate.
E questo è un po’ quello che è successo anche a me con i video: ho acquisito una serie di competenze e
soprattutto introiettato una mentalità che ormai fa parte di me. Non solo: il lavoro sui video mi ha
permesso di migliorare anche dal punto di vista umano, come persona. Ho imparato ad essere più
paziente e costante, ad ascoltare meglio le esigenze altrui, a rimanere stabile quando le cose non vanno, a
mantenermi umile quando invece vanno molto bene. Tutte queste acquisizioni, che si sono sviluppate in
me come effetto collaterale del rincorrere l’obiettivo di produrre video, alla fine sono più preziose
dell’obiettivo stesso: tolti i video, avrei le competenze per rifarne altri 1000, o potrei decidere di
spenderle in altri ambiti.
L’esperienza dei video, insomma, mi ha fatto vedere in modo diverso il ruolo che gli obiettivi hanno nella
nostra vita, che non deve essere quello di poter avere di più, ma di lavorare su noi stessi per diventare
delle persone migliori. Non solo, ho compreso anche come raggiungere quegli obiettivi che sono
gratificanti nel profondo del nostro essere.
Agli esordi della mia carriera di divulgatore, la domanda che mi ripetevo ogni giorno era: «Ponendomi
l’obiettivo di creare contenuti utili e gradevoli per il mio pubblico, cosa devo fare per raggiungerlo?». E
così pianificavo in agenda degli spazi dedicati a queste attività: leggere, scrivere, montare i video, ecc.
Nel tempo ho capito che questa domanda, giusta e sensata, era in realtà solo metà della questione da
prendere in considerazione. I miei lavori divulgativi hanno avuto un enorme beneficio e un salto di qualità
nel momento in cui ho imparato a chiedermi non solo “cosa devo fare”, ma anche “chi devo essere per
raggiungere questo obiettivo”. Passare dal ragionare su cosa fare per ottenere a interrogarsi su chi essere
per arrivare a dei risultati è un salto mentale importantissimo. Con questa domanda, infatti, ho iniziato a
riflettere sul fatto che per avere dei buoni contenuti da divulgare forse dovevo lavorare per essere io più
profondo, per entrare meglio in contatto con le mie emozioni, o per diventare più disciplinato nello studio
e nella scrittura dei testi dei video.
Se parto dalla domanda “chi devo essere per raggiungere questo scopo”, allora le azioni da
intraprendere si mettono a servizio dell’essere.
L’elenco delle cose da fare, la cosiddetta to-do-list, ci fa focalizzare su quello che dobbiamo fare per
avere, ma questo rimane un procedimento incompleto se non viene affiancato dalla to-be-list, la lista delle
cose che vogliamo diventare.
Cosa fare per avere un figlio mi è sempre stato molto chiaro – l’ho appreso da mia madre all’età di 8
anni, quando fu messa davanti alla fatidica domanda “come nascono i bambini” –, ma quello che invece
dovevo e devo fare per essere un padre è tutto un altro discorso, ben più complesso. Devo prendermi cura
della mia famiglia, stare vicino a mia moglie e ai nostri figli, cercare di mantenerli nel migliore dei modi,
educarli, imparare a fronteggiare le crisi (loro e mie), accettare e gestire le situazioni di emergenza,
essere presente e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Un altro esempio, in tutt’altra sfera, ma
ugualmente efficace è questo: immagina di voler perdere dieci chili e di scrivere, sulla tua to-do-list, le
azioni da compiere per raggiungere l’obiettivo: andare a correre, cominciare una dieta, coltivare abitudini
di vita più sane ecc. Fin qui tutto bene, nulla da obiettare. Ma prova a compilare anche una to-be-list e
chiediti chi devi diventare per raggiungere il tuo obiettivo: magari una persona che trova la forza per fare
sport anche quando non ne ha alcuna voglia2, che non cerca consolazioni nel cibo o nell’alcol quando
qualcosa non va, che sa circondarsi di persone che la supportino in questo cambio di vita. Le variabili
sono tantissime e spesso non hanno tanto a che fare con quello che vogliamo avere, quanto con quello che
siamo disposti a diventare.


PER AVERE,
DEVI PRIMA ESSERE.

Nella vita dobbiamo lavorare prima sul nostro essere e poi sulla dimensione del fare: l’avere è un
effetto collaterale di questo processo. Il che significa anche che dovremmo iniziare a concentrarci meno
sull’obiettivo in sé e più sulla strada da percorrere, perché il vero valore non è nel traguardo, ma nel
tragitto che facciamo per raggiungerlo. Iniziamo a focalizzare la nostra attenzione sul viaggio e non solo
sulla meta. Darsi da fare è necessario, ma le nostre azioni dovrebbero conformarsi a ciò che vogliamo
essere e non solo a ciò che vogliamo avere. Con qualche sacrificio, potrei comprarmi una Fender
Stratocaster, ma questo non mi farebbe diventare all’istante un maestro della chitarra come Jimi Hendrix;
così come non basta una Ferrari nel mio garage a trasformarmi in un pilota di prim’ordine. Quello che ho,
per quanto possa essere importante, vale sempre meno di quello che sono, perché il valore non è nel
possesso ma nell’accesso: l’accesso alle competenze che ho acquisito lungo il cammino, al mondo che ho
esplorato, all’attenzione delle persone che nel corso degli anni si sono fidate di me e mi hanno dedicato
qualche minuto del loro tempo.
Quante volte hai pensato che ti piacerebbe avere un lavoro più soddisfacente e meglio retribuito? O una
vita più piena e felice? O ancora, un partner perfetto che ti garantisca una relazione meravigliosa? Sono
tutti obiettivi nobilissimi e condivisibili, ma per ottenerli devi essere tu il primo a cambiare. Se vuoi di più,
diventa di più. Se vuoi una vita migliore, diventa migliore. Se vuoi trovare la persona giusta, diventa la
persona giusta. Le cose più belle e significative arrivano a te non come doni scesi dal cielo, ma come
risultati di un percorso di cui tu sei il protagonista. Smetti di guardare fuori di te, guarda dentro di te.
Non agire sugli altri, perché non li puoi controllare; agisci su te stesso.


LA MIA VITA SARÀ MIGLIORE,
QUANDO IO SARÒ MIGLIORE.

E questo, riflettendoci, ha poco a che vedere con il conseguimento di uno specifico risultato. A volte ti
sarà capitato di intraprendere un percorso che, nonostante tutto il tuo impegno e le buone intenzioni, non
è andato come volevi. Magari una relazione per te significativa è fallita e hai dovuto interromperla. Forse
hai provato a metterti in proprio, ma la tua attività non ha dato i risultati sperati e sei stato costretto a
chiuderla. Oppure ti sei cimentato con gli studi, ma non sei arrivato fino in fondo. Anche in questi casi,
tolta l’amarezza per il mancato conseguimento dei tuoi obiettivi (del tutto legittima), è importante che tu
capisca che i tuoi sforzi non sono stati vani: durante il tragitto, hai sicuramente imparato delle cose che
possono rivelarsi preziose per te, se sei capace di ascoltarle.
Se anche non hai ottenuto quel famigerato “pezzo di carta” (la laurea), comunque hai approfondito un
argomento che ti interessava e che potrà sempre tornarti utile; ti sei confrontato con lo studio, hai
imparato ad avere maggior dimestichezza con i libri e la ricerca, a confrontarti con l’agitazione pre-
esame.
E tutte queste abilità ormai sono diventate tue. Se il tuo matrimonio è finito male, non hai perso tutto,
hai ancora te stesso: tu sei il tuo punto di partenza per le nuove esperienze che potrai vivere. Il dolore
resta intatto, ma fra le sue maglie puoi trovare tanti insegnamenti e una nuova consapevolezza su ciò che
sei e ciò che vuoi. Non intendo offrire semplici consolazioni di fronte a un evento che ti fa soffrire, ma
fornirti le prove che dentro di te si annida un potere forte, che nessuno può sottrarti e che potrai sempre
riscoprire e utilizzare per crescere e cambiare in meglio.

PIÙ DAI, PIÙ HAI

Ancora prima di iniziare a fare i video, avevo le idee chiare su questo punto: volevo creare dei contenuti
di qualità, fruibili da tutti e soprattutto gratuiti. E questo principalmente per due motivi. Primo, perché ho
sempre pensato che il mestiere dello psicologo sia in buona misura anche una missione con importanti
responsabilità sociali; secondo, perché credo che “dare” agli altri sia un’azione che porta un grandissimo
valore nella vita di tutti noi. La mia speranza era poi quella di guadagnare qualcosa, se non proprio per
arricchirmi, almeno per pagarmi le spese.
A questo punto voglio raccontare un episodio significativo. C’è stato un momento, mentre realizzavo i
video, in cui il mio conto in banca è andato a zero, anzi quasi in rosso (non è accaduto molto tempo fa, ero
già padre di due figli). Stavo spendendo troppo per la mia attività di divulgazione su YouTube e, a fronte di
una marea di uscite (per me comunque necessarie per confezionare video accattivanti e di buona qualità),
i guadagni erano insufficienti. Proprio in quel periodo Marco Montemagno mi chiamò per dirmi che
sarebbe venuto a Milano e che mi avrebbe rilasciato una videointervista. Era un personaggio così difficile
da intercettare tra i mille impegni e viaggi che dovevo cogliere quella opportunità al volo. Peccato che in
quel preciso momento non avevo una lira, letteralmente, non potevo neppure permettermi di pagare il
videomaker per registrare e montare quel filmato. Per un attimo pensai di far saltare tutto e, addirittura,
di ridurre anche il numero dei video, perché mi costavano troppo e la mia priorità era comunque
mantenere la famiglia. Però decisi di andare avanti, perché sentivo che non era ancora arrivato il
momento di abbandonare il mio progetto. Sapevo che la video registrazione della chiacchierata con Marco
Montemagno avrebbe potuto dare qualcosa di importante agli utenti del mio canale. Ricordo come se
fosse ieri la mattina dell’intervista: sono uscito di casa, sono andato in banca, ho venduto le ultime azioni
di un investimento fatto in precedenza e con il ricavato ho pagato il service video.
Incosciente? Forse. Quei soldi avrei potuto usarli per altro, oppure conservarli come risparmi. Eppure
non mi sono pentito, perché la mia idea di “dare” passa anche attraverso decisioni coraggiose (argomento
che riprenderò più avanti) per portare a termine i progetti in cui credo. In questo caso ho dato anche più
di quello che avevo, e sono stato felice di farlo, non solo perché con il senno di poi sono stato ampiamente
ripagato, ma perché in quel momento per me era giusto comportarmi così.
Avrai sentito parlare di “legge dell’attrazione”, per la quale qualsiasi evento accada nella tua vita è a un
qualche livello attratto da te. In buona sostanza, secondo i sostenitori di questo approccio, per prosperare
sarebbe sufficiente chiedere all’Universo ciò che desideri, crederci e quindi prepararti a riceverlo3. La
legge dell’attrazione ha un principio nel quale mi ritrovo, che è l’invito a coltivare la speranza. Spesso
sperare è difficile, è molto più semplice cedere alla tentazione di disperare, ovvero lasciar perdere,
abbandonare i propri progetti davanti alle prime difficoltà. Eppure la mia esperienza insegna che la
speranza è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Se è vero che senza speranza si va poco
lontano, è pur vero che questa, da sola, non basta a ottenere grandi risultati. Personalmente, preferisco
concentrarmi su un’altra legge: quella dell’influenza. La legge dell’influenza sostiene che diventa ricco
non chi lo chiede all’Universo, ma chi si attiva per impattare positivamente sulla vita di chi lo circonda4.
I miei video di maggiore successo e che più mi hanno fatto guadagnare non sono quelli che ho prodotto
per avere più lavoro, ma quelli realizzati per il piacere di aiutare gli altri, come accaduto nel caso
dell’intervista a Marco Montemagno. È per questo che ho deciso di fare i video e ho continuato
testardamente anche quando i risultati, per usare un eufemismo, scarseggiavano: perché con un piccolo
filmato potevo sperare di raggiungere molte persone, e con dieci, cento, mille filmati, un pubblico sempre
più ampio a cui avrei potuto dare valore.
Se pensi ai più grandi personaggi positivi della storia, da Gandhi a Martin Luther King, al ragazzo
cinese che ferma a mani nude un carrarmato in piazza Tienanmen, ti renderai conto che hanno tutti in
comune il fatto di avere compiuto azioni di enorme impatto, perché hanno saputo dare e creare valore. E
questo spesso gli è tornato indietro in maniera inimmaginabile. Per esempio, sapevi che per un lungo
periodo di tempo la persona più ricca di Roma è stata Madre Teresa di Calcutta? Non un calciatore, né un
imprenditore, né una diva della moda. Madre Teresa di Calcutta non si svegliava la mattina per chiedere
denaro all’Universo, ma non appena apriva gli occhi era ossessionata dal dovere aiutare la gente, dal
fornire loro supporto concreto, dall’aggiungere valore alle loro vite: era un vero e proprio esempio vivente
del funzionamento della legge dell’influenza. Madre Teresa ha passato tutta la sua vita a dare, dare, dare,
ha ottenuto tantissimo in termini di ricchezza, sebbene la ricchezza non fosse fra i suoi obiettivi principali.
Anzi, le è arrivata in maniera inaspettata, come effetto collaterale della sua vita al servizio dei bisognosi.
Era talmente ricca che, se avesse deciso da un giorno all’altro di chiudere il suo conto allo Ior, la Banca
vaticana sarebbe fallita5. Come recita una citazione attribuita a Samuel Johnson: «La vera misura di un
uomo è come si comporta con chi non può fare assolutamente nulla per lui». Ed è dal valore di una
persona che nascono soldi, fortuna, notorietà, mai il contrario.
Con questo non voglio dire che, per ottenere qualcosa di buono, dobbiamo necessariamente essere
degli eroi. Tutti nel quotidiano possiamo fare molto per portare valore al nostro mondo, piccolo o grande
che sia, già a partire dalla nostra famiglia, dagli amici, dai colleghi, dai vicini di casa. Possiamo lavorare
quotidianamente su noi stessi per allenarci a dare a piene mani, senza paura, non solo quello che sarebbe
sufficiente, ma molto di più. Quando si tratta di impattare positivamente sulla vita delle persone che ci
circondano, a qualsiasi livello, l’abbondanza è sempre meglio dell’abbastanza. Il tuo raccolto è
proporzionale a ciò che hai seminato e a come l’hai seminato. La qualità della tua vita è strettamente
collegata alla qualità delle tue azioni, passate e presenti. Ambisci ad essere un uomo di valore anziché un
uomo di successo, e vedrai che tutto il resto verrà da sé.


AMBISCI A DIVENTARE UNA PERSONA DI VALORE
ANZICHÉ UNA PERSONA DI SUCCESSO.

Quello che ti sto raccontando non è solo frutto della mia esperienza personale, ci sono studi molto
importanti che lo sostengono. Secondo lo psicologo Robert Cialdini, la reciprocità è la prima delle già
citate “armi della persuasione”: nel momento in cui riusciamo a dare alle persone che ci circondano
qualcosa di utile e prezioso, che possono utilizzare fruttuosamente in qualunque ambito per loro
significativo, ci aggiudichiamo la loro riconoscenza. Alla prima occasione, contraccambieranno.
La reciprocità funziona in moltissime situazioni. Immagina di esserti appena trasferito in un nuovo
appartamento e di ricevere la visita di un vicino di casa, che magari ti regala una bottiglia di vino in segno
di accoglienza. È facile immaginare che, da quel momento in poi, lo guarderai con occhi diversi rispetto
agli altri condomini che magari non si preoccupano neanche di salutarti quando ti incontrano per le scale.
Non è vero? Pensa a un collega d’ufficio che, vedendoti in difficoltà, ti propone di prendere su di sé parte
del tuo lavoro per sollevarti da un’incombenza gravosa, senza chiederti nulla in cambio. In questo caso,
probabilmente, appena lui avrà bisogno, potrà contare su di te. Adesso, prova a metterti dall’altra parte,
non da quella di chi riceve ma di chi dà. E fallo di continuo, come puoi e quando puoi, senza aspettarti
nulla in cambio. Fallo solo per il piacere di condividere il tuo valore con gli altri e dar loro qualcosa di
positivo. È probabile che, comportandoti in questo modo, non solo riceverai indietro molto, ma andrai
anche incontro alla felicità.
C’è un libro fondamentale su questo tema, Più dai più hai, di Adam Grant6, psicologo americano che ha
dedicato anni di ricerche a individuare e studiare due tipologie di persone piuttosto diffuse in ambito
lavorativo: da una parte i taker (coloro che prendono), ossia coloro che amano ricevere, abituati alla
competizione e che antepongono il proprio interesse a quello altrui; dall’altra i giver (coloro che danno),
che invece sentono il bisogno di dare, prediligono la condivisione e mettono al primo posto il bene
collettivo, anche a discapito del loro rendiconto individuale. Quale fra queste due categorie pensi che
possa avere più successo in campo professionale? Istintivamente viene da orientarsi sui taker: è noto a
tutti che il mondo del lavoro spesso è una giungla dove comportarsi in modo spregiudicato può essere un
valore aggiunto. Riuscire ad aggiudicarsi per primi le offerte migliori, tirare fuori gli artigli quando si
tratta di accaparrarsi un ingaggio particolarmente interessante, sgominare la concorrenza sono tutte
azioni che, nel nostro immaginario, appartengono a professionisti scaltri e audaci, come appunto lo sono i
taker. Eppure i risultati degli studi di Adam Grant vanno in tutt’altra direzione: sono i giver ad avere i
migliori risultati nel mondo del lavoro. Grant sostiene che l’altruismo, purché sincero e non simulato, sia
un’arma potentissima in ambito professionale, e che i successi che con esso si conquistano siano i più
preziosi, perché non riguardano mai da vicino un solo individuo, ma si rovesciano a cascata sulle persone
che lo circondano. I giver generano valore e portano felicità, per questo sono vincenti.
Le ricerche di Grant sono preziose e ciò che ne emerge va ricordato. Spesso qualcuno mi fa notare: «Ma
Luca, tu dici che bisogna dare di più per avere di più, mentre a me sembra di vedere che quelli che hanno
di più siano tutto tranne che altruisti…». Forse è vero, ma mi permetto di aggiungere una postilla a questa
considerazione: le persone che non portano valore ma bruciano quello altrui potranno forse ottenere
molto in termini materiali (soldi, fama, successo, se è di questo che si parla), ma dubito che raggiungano
un buon livello di felicità. È vero che certi individui, con atteggiamenti ai margini della legalità, mettono le
mani su cifre di denaro che noi non potremo mai neppure immaginare. Probabilmente hanno case enormi
e super accessoriate, fanno vacanze extralusso in resort a mille stelle persi in qualche paradiso tropicale,
hanno auto nuove e potenti che cambiano più spesso di quanto noi cambiamo lo spazzolino da denti. Ma la
vera felicità non è qui e sarei pronto a scommettere che la maggior parte di loro non è pienamente
soddisfatta di sé, oppure finge solo di esserlo, o ancora si accontenta di un livello di gioia inferiore
rispetto a quello a cui potrebbe ambire. È solo dando in abbondanza, e disinteressatamente, che si può
ricevere in abbondanza. Chi prende più di quello che dà si condanna a un destino di insoddisfazione.

CREDI IN CIÒ CHE NON VEDI

Credere in ciò che non si vede è forse il principio meno scientifico che affronto in questo volume, ma
per me è uno dei più importanti. Non ha a che fare con studi e ricerche, ma con la fede7. Quando ho
iniziato a fare video avevo la certezza che avrei perso tempo e denaro, avrei fatto fatica, avrei avuto paura
e dilapidato energie. Eppure mi sono chiuso nel mio studio, ho studiato tutti i testi degli psicologi più
importanti, ho imparato l’inglese per tradurre le ricerche che mi interessavano di più e per poter
dialogare con i miei colleghi stranieri, ho assimilato le basi del videomaking e ho scritto centinaia di
scalette e canovacci che poi ho interpretato davanti alla telecamera, sbagliando spesso, perché l’emozione
era tanta, e quindi trovandomi costretto a ricominciare da capo. E tutto questo per cosa? Per un primo
periodo, anche piuttosto lungo, in realtà la mia attività non è stata in alcun modo ricompensata: non sono
arrivati subito nuovi clienti nel mio studio, né gli ingaggi come speaker, né i riconoscimenti ufficiali. Ma
ho continuato ugualmente, per un unico motivo: perché ho avuto fede. Ho creduto in qualcosa che non
potevo vedere perché, in effetti, non c’era, ma pensavo che un giorno ci sarebbe stato.
Davanti a un campo brullo, c’è chi ci vede semplicemente della terra, qualche erbaccia e delle pietre. Il
contadino, invece, vede una rigogliosa coltivazione di grano, vede cioè qualcosa che ancora non c’è, ma
che potrebbe esserci a patto di avere fede e impegno. E, a pensarci, compie un’azione folle: prende dei
semi e li sparge. Potrebbe mangiarli, potrebbe venderli e farci due soldi. Invece lui li pianta,
consegnandoli a un destino ignoto. Cosa ne sarà di loro? Passerà uno stormo di uccelli e li mangerà tutti?
Cresceranno delle piantine che poi verranno spazzate via da una grandinata? Quante sono le probabilità
che quei semi portino effettivamente a qualcosa? Poche, eppure il contadino ci crede e si comporta di
conseguenza: cura la terra, la bagna, segue gradualmente il processo di crescita. E poi, se tutto va bene,
raccoglie il frutto del suo lavoro. E mai arriverebbe ad avere successo, se prima non avesse questa fede.
Davanti a una tela vuota, un pittore vede un quadro. Davanti a una pagina bianca, uno scrittore vede un
libro. Davanti a un appartamento spoglio e malmesso, due innamorati vedono il nido della famiglia che
andranno a costruire. Davanti a un fiume, l’architetto vede il ponte che collegherà le due sponde. La
fiducia nei nostri progetti, anche quando sembrano folli e impossibili da realizzare, è la cosa più preziosa
che possiamo avere, perché da lì nasce la spinta a lavorare duramente e con costanza per portarli a
termine in modo fruttuoso.
Nel momento in cui ho deciso di inseguire il mio sogno di creare un esercito di video su YouTube, ero
terrorizzato. Ma con il senno di poi mi rendo conto che in quel momento avevo già vinto. È lì che sono
diventato ricco. Non lo sapevo, ma la fiducia profusa in quella decisione aveva già cambiato il corso della
mia vita.


SE NON CREDI NELL’INVISIBILE,
NON PRENDERAI IL VOLO.

E non è solo una questione di tempo, o di raggiungere una ricompensa. Oggi posso dire che i video mi
hanno aiutato tantissimo a crescere e ad affermarmi in ambito professionale. Ormai sono un imprenditore,
lavoro su una marea di progetti diversi e tutti molto stimolanti, eppure non ho mai abbandonato YouTube
anche se, volendola vedere in termini utilitaristici, non ne avrei più bisogno. Perché continuo a fare i
video? Perché ci credo. Perché quando ho iniziato ero l’unico a credere in un sogno, attorno al quale oggi,
invece, lavorano a tempo pieno una decina di persone. Perché i video mi permettono di continuare a dare
valore agli altri e impattare positivamente sulle loro vite.
«Gentile dottore, la seguo da molti anni e posso dirle che i suoi video sono stati e sono tuttora un
grande nutrimento per il pensiero e una pregnante opportunità di crescita personale. La sua capacità di
concentrare riflessioni essenziali in pochi minuti mi ha dato la possibilità di accedere, senza sforzi, al
mondo della psicologia; da allora la mia vita è cambiata. Ho potuto entrare in contatto autenticamente con
la mia “vera” me e leggere i miei desideri più profondi. In poche parole: ho concepito me stessa! So che il
lavoro su sé stessi non finisce mai, ma per quello che sono già riuscita a porre in atto le sono molto
grata».
Oppure: «Solitamente vedo i tuoi video la mattina, per avere la carica giusta. Sono una tua collega e
devo ammettere che ho preso spunti dai tuoi video per migliorarmi come persona e come professionista.
Le mie sedute di terapia sono diverse rispetto a qualche mese fa. Ti ringrazio soprattutto perché stai
divulgando la psicologia in modo diverso, in una modalità accessibile a tutti e innovativa».
Ecco perché faccio i video.
Qualche mese prima di iniziare a scrivere questo libro ho incontrato Virginia (la collega con cui avevo
condiviso l’esperienza con i bambini nei cortili) e le ho chiesto notizie sui bambini più problematici con cui
avevamo lavorato. Il verdetto è stato impietoso: sono finiti tutti in carcere, tutti, nessuno escluso. L’unico
che manca all’appello tra i ragazzini che avevo conosciuto è quello che mi faceva la pipì sulle scarpe. È
morto a 12 anni.
Oggi ripenso a quell’esperienza e mi rendo conto che il mio intervento di allora non è servito.
Nonostante tutte le buone intenzioni, il considerarmi causa, il credere in quello che non c’è, l’uscire dalla
zona di comfort, il fare il parcheggiatore… non sono riuscito a migliorare l’esistenza di quei bambini. Non
ho cambiato minimamente la parabola della loro vita, neanche di quell’1% che, nel tempo, avrebbe forse
potuto diventare qualcosa di importante. Non ho saputo aiutarli.
Certo, non sono un supereroe e nessuno di noi comuni mortali può riuscire a cambiare tutto, né tanto
meno prendersi la responsabilità della vita delle altre persone. Ed è vero, ne sono consapevole anch’io. Il
punto però è che ho talvolta l’impressione di aver commesso una specie di crimine in quei cortili, o se non
altro un furto. In più occasioni ho odiato quei ragazzi, il loro modo di vivere e di trattarmi. Mi sentivo
derubato del mio tempo, delle mie energie e delle mie competenze. Eppure, guarda adesso come stanno le
cose. Io sono qua, a casa mia, con tutte le comodità, a scrivere un libro; loro, finiti in prigione o morti.
Mentre lavoravo con quei bambini, ero convinto di dare loro troppe attenzioni, a volte, a forza di ricevere
sputi e insulti, sono arrivato a pensare che non meritassero il mio aiuto. Ora mi vergogno di averlo
pensato, perché la verità è che sono stati loro ad aiutare me, mi hanno fatto crescere, e io non sono stato
in grado di ricambiare.
Ecco, in fin dei conti, perché faccio video: perché con quei bambini ho fallito. E ogni volta che ricevo
commenti splendidi come quelli che ho riportato sopra, ogni volta che qualcuno mi dice che sto
impattando in maniera positiva sulla sua vita, ogni volta che le persone che mi seguono mi fanno capire
che il mio lavoro è importante, che dà significato e genera valore, io ho l’impressione di potermi riscattare
almeno un po’ da tutto ciò che non sono riuscito a fare per quei ragazzi. Ogni volta che pubblico un video
penso a loro, e così facendo rinnovo il giuramento che ho fatto a me stesso il giorno in cui ho deciso di
dedicarmi a questa professione: aiutare le persone a vivere meglio.
Nulla di tutto ciò sarebbe mai stato possibile se un giorno non avessi deciso di credere in quello che
ancora non c’era.
Se non credi nell’invisibile, non prenderai il volo.

PER RIASSUMERE…
Il comunicatore – 4 lezioni per il successo e la felicità

Esci dalla zona di comfort


La zona di comfort è quell’insieme di routine conosciute e familiari su cui esercitiamo un controllo. È quell’area psicologica dove ti
senti perfettamente a tuo agio, comodo e libero da stress e ansia. Ciò che si trova all’esterno di questa zona è tipicamente temuto
in quanto nuovo, sconosciuto e potenzialmente pericoloso.
Eppure, è soltanto uscendo dai confini di quello che conosci, misurandoti con la novità e accettando, all’inizio, di provare emozioni
di discomfort che puoi creare valore nella tua vita.
Se ci rifletti bene, quello che oggi possiedi, piccolo o grande che sia, lo hai ottenuto uscendo dalla zona di comfort. Pensa a quando
hai conosciuto il tuo partner, a quando hai cominciato un lavoro, a quando è nato tuo figlio: raggiungere obiettivi come questi non
ha forse significato uscire dalla tua precedente routine, superare alcune insicurezze e affrontare alcune remore che inizialmente ti
mettevano paura? La tua felicità e il tuo successo dipendono in larga misura dalla disponibilità a uscire periodicamente dalla tua
zona di comfort.

Il vero valore degli obiettivi


Il vero valore degli obiettivi non risiede tanto in quello che hai acquisito, ma in ciò che sei diventato durante il percorso per
raggiungere l’obiettivo che ti eri dato. Le cose materiali, infatti, possono togliertele; quello che sei diventato durante il percorso, le
competenze, le conoscenze e la mentalità che hai appreso saranno tue per sempre e nessuno potrà mai privartene.
Tutto ciò è vero anche per i percorsi andati male o quelli che non sono andati esattamente come avresti voluto. Indipendentemente
dai risultati ottenuti, è ciò che sei diventato durante quel tragitto la cosa di maggior valore. Quello che diventi è molto più prezioso
di ciò che raggiungi.

Più dai, più hai


Quello che conta davvero nella vita è impegnarsi a diventare una persona di valore piuttosto che di successo. E per diventare un
uomo o una donna di valore devi portare un contributo al mondo, al tuo mondo. Si tratta, cioè, di agire per gli altri in modo
generoso e disinteressato, senza chiedere nulla in cambio, ma per il puro piacere di farlo. Si tratta di “dare” in abbondanza, a
piene mani, senza paura.
Puoi farlo attraverso il tuo lavoro, ma anche nell’ambito personale, compiendo delle azioni che abbiano un impatto positivo sulla
tua famiglia, i tuoi amici, i tuoi colleghi, i tuoi vicini di casa, il prossimo.
Il valore che generi, un giorno ti sarà restituito, e con gli interessi. Per essere felice, ricorda questo: più dai, più hai.

Credi in ciò che non vedi


Credere in ciò che non vedi significa partire da una visione, un progetto, un sogno, e portarlo avanti nel tempo, avendo fede che
prima o poi diventerà realtà.
Significa fare una scommessa. Significa decidere di percorrere una strada con costanza, investendo tempo, energia, forse anche
denaro, facendo sacrifici. Significa persistere per raggiungere quella meta anche quando i risultati tardano ad arrivare, quando le
cose non si mettono come vorresti, e resistere anche a fronte di ostacoli, difficoltà, contrattempi.
È la base per costruire grandi progetti: grazie a questa fede un domani, laddove oggi non c’è nulla, potrà nascere qualcosa di
grande.
Non puoi essere felice e far accadere ciò che per te è importante, se prima non hai fede.

ATTENZIONE

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tra le quali una mappa mentale dei concetti salienti di questo capitolo e un ebook gratuito di oltre 70
pagine con esercizi per allenare le 4 competenze appena raccontate.
Padroneggiarle ti aiuterà a dare il meglio di te nell’era del cuore, mettendo in discesa la tua strada
verso la felicità.

1 Andy Molinsky, professore di comportamento organizzativo presso la International Business School dell’Università di

Brandeis, ha fatto riferimento a tre spazi relativi alla zona di comfort. Oltre alla zona di comfort e alla zona di apprendimento,
esiste una terza zona, chiamata “di panico”. In questa area ci misuriamo con situazioni per le quali non siamo affatto pronti. La
conseguenza è che ci esponiamo in questo modo a un livello d’ansia eccessivo, che non genererà apprendimento né produttività.
Per approfondire: Andy Molinsky, Reach: A new strategy to help you step outside your comfort zone, rise to the challenge and build
confidence.
2 «Come sa bene anche il più motivato degli atleti, c’è sempre il giorno in cui ti alzi dal letto e non hai voglia di allenarti. Quel

giorno, l’unica cosa che ti salva è la tua abitudine a lavorare duro», così scrive Pietro Trabucchi, psicologo della prestazione
sportiva, in particolare nelle discipline di resistenza, nell’introduzione al mio primo libro Fattore 1%.
3
Un video documentario dal nome The Secret insegnava a trovare parcheggio sotto casa grazie ai principi della legge
dell’attrazione. Benché mi fossi a più riprese esercitato a dialogare con l’Universo per facilitarmi in questo compito, qualcosa nel
mio modo di applicare i principi della legge d’attrazione era evidentemente sbagliato. Ho risolto il problema del parcheggio
decidendo di vendere l’automobile e acquistare un pratico scooter.
4 Il libro Autostrada per la ricchezza di MJ DeMarco tratta questo tema con un approccio molto pratico. Benché DeMarco parli

di ricchezza da un punto di vista principalmente economico, credo che la legge dell’influenza permetta alle persone di arricchirsi
in maniera ampia, aiutandole a trovare un senso e uno scopo di valore inestimabile nella loro vita.
5 Per approfondimenti si veda l’articolo uscito su La Stampa a questo link: http://bit.ly/MadreTeresaIor
6 In questo libro, Grant racconta e analizza la storia di molti giver di successo, personaggi universalmente noti per il loro

altruismo che sono riusciti, grazie alla loro generosità e gentilezza, a conquistare risultati inimmaginabili. Fra questi c’è anche
Abraham Lincoln, tra i più amati presidenti americani di tutti i tempi.
7 Il lettore ateo può stare sereno. Non mi riferisco al concetto di fede in un’accezione strettamente religiosa, che pure potrebbe

aiutare nei momenti di difficoltà, ma ad avere fiducia nell’impatto delle proprie azioni.
Terza vita
Lo psicologo e psicoterapeuta
5
La psicologia: tra formazione e pratica

Le mie vite non sono a compartimenti stagni. Il mio attuale lavoro da imprenditore si è sovrapposto per
un periodo a quello da psicoterapeuta, la mia figura di psicologo si è intrecciata con quella del
comunicatore e, diciamolo, il comunicatore-psicologo va ormai a braccetto con l’imprenditore. Sono
convinto che il mio lavoro da psicoterapeuta mi abbia in qualche modo reso unico nel mondo
dell’imprenditoria, e di questo sono molto felice. Credo di potermi oggi avvicinare al mercato, ai clienti e
ai collaboratori con una sensibilità che forse altri imprenditori non hanno. Soprattutto sono grato a tutte
quelle persone che si sono affidate a me come professionista della psiche per capirsi di più – perché è
anche merito loro se oggi ho una maggiore comprensione di me stesso e di come posizionarmi nei
confronti degli altri.
La mia prima esperienza in questo ambito è stata come educatore all’interno di un progetto della
Caritas Ambrosiana chiamato “Progetto Diogene”1. Ci occupavamo di persone senza fissa dimora, italiani
o stranieri, uomini e donne che non avevano un tetto e dormivano dove capitava: per strada, alla stazione,
al parco. In particolare, io lavoravo al Parco Nord di Milano. La notte, con il freddo, il buio e la nebbia, mi
aggiravo fra gli alberi in compagnia di due colleghi, uno psichiatra e un assistente sociale, uno scenario
così spettrale che ero molto felice di non essere da solo. Portavamo con noi una coperta, una bottiglietta
d’acqua e un panino. Cercavamo di avvicinarci ai senzatetto sdraiati sulle panchine per entrare in contatto
con loro. Ma non tutti smaniavano dalla voglia di vederci, anzi, alcuni scappavano, alcuni ci insultavano,
altri ancora ci facevano chiaramente capire che la nostra presenza non era gradita: la strada era il loro
spazio e lì volevano rimanere, senza di noi.
Se qualcuno ci mostrava uno spiraglio di apertura, allora ci sedevamo vicino a loro, gli offrivamo le
coperte per resistere al freddo della notte e un panino e ci trattenevamo a fare due chiacchiere insieme.
L’incontro poteva ripetersi anche la notte successiva, quella dopo e quella dopo ancora, e solo a un certo
punto, quando si era creato un legame, li invitavamo a lasciare il parco per trasferirsi alla Casa della
Carità, una struttura della Caritas dove avrebbero potuto ricevere accoglienza: un letto per la notte, pasti
caldi, compagnia, assistenza di un medico e di uno psicologo. Non tutti accettavano il nostro invito, ma
alcuni sì. E a quel punto, cambiando il setting, cambiavano anche le dinamiche, sia per noi che per loro.
Magari mi ritrovavo con i senzatetto in cucina a pelare patate o sbucciare cipolle e, in quel contesto non
convenzionale, si instaurava un dialogo: loro dicevano qualcosa, io rispondevo, poi mi facevano nuove
domande, così anche un luogo tutt’altro che clinico diventava trasformativo, uno spazio in cui si rendeva
possibile il cambiamento. Questa esperienza mi ha ribadito ancora una volta l’importanza dell’andare
verso e mi ha fatto scoprire come sia possibile aiutare le persone anche in contesti non ufficiali. Ho capito
che spesso il setting2 in cui ci si incontra non ha a che vedere solo con il paziente, ma anche e soprattutto
con il terapeuta e i suoi preconcetti su come debba essere organizzato. Forse prima di quel momento non
avrei immaginato di poter individuare delle opportunità di cambiamento grazie a una semplice
chiacchierata davanti ai fornelli, mentre si è impegnati a tagliare le zucchine. E invece ci sono, eccome.
Le scintille che possono dare il via a una trasformazione si trovano ovunque. Ci sono libri che mi hanno
cambiato la vita3; film che mi hanno regalato emozioni tali da farmi muovere in una direzione fino a quel
momento inesplorata; speech di colleghi che mi hanno dato spunti per nuove idee. A volte, un semplice
scambio di battute con uno sconosciuto su un treno mi ha lasciato frasi potenti, che hanno contribuito ad
accendere nuove parti di me. Per questo rimango scettico quando mi viene detto: «Guarda che i tuoi video
su YouTube non possono cambiare le persone!». Non è vero: anche un piccolo filmato visto sullo
smartphone può aprirti nuove prospettive e spronarti verso una trasformazione, se tu glielo permetti,
proprio come tagliare le zucchine in cucina.
Finito il Progetto Diogene, tra il lavoro con i bambini e le altre esperienze di quel periodo, ho avuto un
momento di crisi. Mi guardavo intorno, facevo video, proponevo progetti, mandavo curriculum, ma mi
sentivo invisibile. Nessuno si accorgeva di me. Sembrava che non ci fossero opportunità nella città di
Milano e, come tanti, cominciavo a progettare la fuga. Avevo trascorso un paio di settimane a Londra con
Giulia, la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie, per migliorare il mio inglese, e pensai seriamente
di trasferirmi là e propormi come psicologo per gli italiani all’estero (sarebbe stato un buon bacino di
utenza, visto che solo a Londra abitano circa 250 000 italiani). Avevo in mente di creare un sito (che
naturalmente si sarebbe chiamato www.psicologo-londra.uk) per avere un presidio online dal quale
cercare i primi pazienti. Insomma, stavo progettando un futuro all’estero e mi ero dato tempo un anno per
vedere se in Italia sarebbe cambiato qualcosa.
Ma poi qualcosa in quell’anno è accaduto: sono stato “adottato” da Enrico Molinari, il mio principale
mentore di questa terza vita, oltre che il primo a credere in me e a vedere qualcosa che gli altri non
vedevano. Docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed ex presidente dell’Ordine degli
psicologi della Lombardia, Molinari mi ha scoperto quando, insieme ad alcuni colleghi, creai l’associazione
Giovani Psicologi della Lombardia. Mi vedeva attivo, con mille idee e con l’entusiasmo di chi vuole fare, e
per questo mi ha dato fiducia: quasi come un padre, mi ha preso sotto la sua ala e mi ha fatto crescere,
trasmettendomi valori sani e positivi.
Nel 2009 Enrico ha ideato un progetto straordinario, tanto che poi è stato premiato anche con
l’Ambrogino d’Oro: lo Psicologo in farmacia. La sua idea era che, laddove vengono distribuiti farmaci, lo
psicologo avrebbe potuto dispensare parole, non per sostituire i medicinali, ma come complemento ad
essi. Il progetto è partito con il supporto di varie associazioni di categoria e, per un certo periodo, anche
con quello del Comune di Milano e ha coinvolto una ventina di farmacie e dieci psicologi. Io, nella
fattispecie, avevo tre farmacie di competenza, dove mi recavo un pomeriggio alla settimana a tenere
aperto uno sportello di ascolto, un piccolo spazio di consultazione psicologica per intercettare un
potenziale bisogno e farlo emergere. Si trattava di capire le richieste degli utenti e di farle maturare
nell’arco di tre o quattro incontri, per poi creare un punto di snodo verso altre strutture pubbliche, o
verso professionisti privati. Ricordo che ai tempi qualche psicologo ci accusò di voler “rubare i clienti”,
non comprendendo che il nostro avamposto tra i cittadini di Milano non era un servizio in competizione
con i centri specialistici, ma l’esatto contrario. Il nostro scopo era andare incontro a determinate necessità
e dirottarle poi nei luoghi dove potessero essere soddisfatte. Ancora una volta si trattava di andare verso.
Il lavoro in farmacia mi ha permesso di mettere a fuoco un metodo d’azione che poi è lo stesso che mi
spinge nella creazione dei video. In entrambi i casi l’obiettivo è diffondere una cultura, ascoltare e far
maturare i bisogni, e poi smistarli. I miei video non possono sostituire un percorso di terapia, ma, proprio
come la mia attività in farmacia, possono divulgare e creare un terreno adatto per la circolazione della
psicologia nel quotidiano. Grazie a questo lavoro, ho capito che servivano dei punti di collegamento fra le
esigenze che si potevano incontrare in farmacia, al parco, nei cortili di periferia o su Internet, e le
strutture preposte per la cura delle problematiche psicologiche. Soprattutto, ho capito che uno di questi
snodi potevo essere io.
Dopo l’esperienza in farmacia, ce ne sono state molte altre nel campo della psicologia. Per un po’ ho
collaborato con l’Auser, un’associazione che cura l’invecchiamento attivo delle persone. Il mio compito era
quello di interfacciarmi con piccoli gruppi di anziani, dai 75 ai 90 anni, che sentivano il bisogno di
confrontarsi con uno psicologo. Affrontavamo temi importanti come il fine vita e in quel contesto
informale cercavo di far passare concetti fondamentali come l’importanza di guardarsi indietro e di dare
un significato a ciò che si è fatto.
Ho anche lavorato presso un consultorio a Milano frequentato da un’utenza molto varia: c’erano
persone in gravi condizioni di indigenza e altre invece estremamente facoltose, coppie o famiglie che
avevano bisogno di un piccolo aiuto sulla loro relazione e individui che, invece, necessitavano di cure più
approfondite.
Al lavoro in consultorio erano collegate altre attività, fra cui una molto interessante che si svolgeva
nelle scuole medie del centro e dell’hinterland milanese, la Media education. Erano gli anni in cui
iniziavano a emergere i disagi legati all’uso delle nuove tecnologie, e il mio compito era quello di andare
nelle classi e sensibilizzare i ragazzi a un utilizzo più sano della Rete, partendo dall’insegnare loro l’uso
dello strumento. Ma, già ai primi incontri, risultò evidente che avevo poco da insegnare: erano loro a
spiegare il mondo di Internet a me. Per quanto sia sempre stato attratto dall’utilizzo di questi media, ho
capito ben presto che, data la velocità di cambiamento nel mondo online, era impossibile padroneggiare
tutte quelle innovazioni tecnologiche che i ragazzi invece testavano di continuo, ogni giorno. Ero andato lì
per trasmettere delle nozioni, ma in quel campo i veri professori erano loro. Allora, forte dell’esperienza
con i bambini dei cortili, mi sono imposto di stare zitto e ascoltarli, finché non fosse arrivato il mio turno.
Mi sono calato nella figura del parcheggiatore e ho chiesto ai ragazzi di spiegarmi tutte le novità digitali
che conoscevano. E più mi parlavano e io li ascoltavo con interesse, più si creava fra noi una relazione che
poi mi ha consentito di usare le tecnologie come pretesto per veicolare loro altri messaggi: i rischi del
cyberbullismo, la sicurezza online, i pericoli della Rete, l’eventualità di impegnarsi maggiormente per
costruire relazioni dal vivo e non solo su Internet. Sono convinto che sarebbe stato utile affiancare a
questo percorso in classe una formazione parallela rivolta ai genitori e agli insegnanti, non tanto per
istruirli su come usare il social network di turno, ma perché imparassero a fare nel quotidiano quello che
facevo io con quei ragazzi: usare la tecnologia come pretesto relazionale. Da parte degli adulti è diffuso
l’atteggiamento di demonizzare la Rete e gli strumenti che essa offre. Sarebbe molto più utile, invece,
incuriosirsi e fare domande, cercando per esempio di capire perché a un ragazzo piace un determinato
videogioco, quali emozioni gli procura, quali sono le regole del mondo virtuale davanti al quale passa ore
ogni giorno, perché si affeziona più a un personaggio che a un altro e così via. In questo modo si verrebbe
a creare un ponte sul quale possono passare non solo informazioni su tecnologia e videogiochi, ma anche
concetti comportamentali, valori, norme e suggerimenti che devono sempre essere bidirezionali:
l’insegnante (o il genitore) al ragazzo, il ragazzo all’insegnante.
Quando racconto la storia della mia terza vita, a questo punto di solito c’è sempre qualcuno che mi
interrompe per dirmi: «Sì, Luca, bello tutto, i cortili, il Parco Nord, le farmacie, l’Auser, le scuole… ma lo
psicologo vero l’hai mai fatto?», intendendo con quel “vero” il lavoro tradizionale in studio. Sì,
contemporaneamente a tutto il resto ho fatto anche quello.
Ho incontrato i primi pazienti durante i tirocini, i primissimi alla fine degli studi universitari4, quando
ancora non ero iscritto all’albo degli psicologi, e poi anche durante la formazione della scuola di
psicoterapia. Ho scelto di specializzarmi in psicoterapia sistemico-relazionale, approccio il cui fondamento
sta nell’assunto che il problema non risiede nelle persone, ma tra le persone. Questo implica che davanti
all’insorgere di un disturbo il terapeuta indaga non soltanto dentro l’individuo che lo presenta, ma
soprattutto nelle relazioni fra l’individuo e il suo ambiente familiare, perché chi ha il sintomo potrebbe
essere il portavoce di un malessere che ha radici in un sistema più allargato. Un classico esempio:
l’iperattività che colpisce il bambino di una coppia può essere una “soluzione” a un altro problema del
nucleo familiare, per esempio le liti furiose che costantemente avvengono fra i genitori, o tra loro e i
suoceri5. In questo modo i dissidi precedenti vengono risolti, o almeno accantonati, mentre insorge una
nuova problematica.
La mia mentore in campo clinico è stata Valeria Ugazio. Con lei ho appreso un modo di guardare il
mondo, quello tipico dell’approccio sistemico-relazionale, che prevede l’adozione di un setting terapeutico
atipico rispetto a quello tradizionale: gli utenti vengono fatti accomodare in uno studio in cui una delle
pareti è occupata da uno specchio unidirezionale, all’interno della stanza c’è il terapeuta ufficiale con i
pazienti (singoli individui, coppie, famiglie); all’esterno, dietro lo specchio, un co-terapeuta o un’equipe di
professionisti assiste alla seduta e può poi fornire una serie di spunti ulteriori. Quando ho aperto il mio
studio privato, ho cercato di portarvi lo stesso approccio, ma con una differenza sostanziale: dal momento
che lo specchio unidirezionale costa una marea di soldi, e io ovviamente non li avevo, ricevevo i pazienti
insieme a un collega. Quindi eravamo due terapeuti davanti al paziente, e non solo perché il modello
teorico su cui mi ero formato mi suggeriva di procedere in questo modo, ma anche perché allora ero
piuttosto insicuro e la presenza di un altro professionista al mio fianco mi faceva sentire più protetto,
come se avessi meno possibilità di sbagliare. Infatti, se c’è un’emozione provata durante le prime sedute
tenute nel mio studio, e di cui ho un ricordo nitido, questa è la paura. Come tutti i terapeuti, so bene che il
cambiamento nel paziente non dipende strettamente da noi: non abbiamo la bacchetta magica e le
persone, come vedremo meglio più avanti, cambiano quando sono loro a decidere di farlo. Ciononostante,
l’idea che qualcuno venisse spontaneamente ad affidarmi il suo benessere e la sua salute, se da una parte
mi lusingava, dall’altra mi spaventava. Era una responsabilità enorme.
Ci sono voluti tempo ed esperienza per trovare il coraggio di affrontare la mia paura e trasformarla in
valore da generare a beneficio degli altri. I passaggi fondamentali sono stati due. Il primo ha a che vedere
con il mio modo di lavorare. Essendo alle prime armi, all’inizio dedicavo un’attenzione maniacale a ogni
seduta: ero ossessionato dai minimi particolari. D’accordo con i pazienti, registravo i colloqui e poi li
ascoltavo all’infinito, tenendo traccia di ogni dettaglio. Sbobinavo gli audio, stendevo sintesi
particolareggiate, tracciavo alberi genealogici, disegnavo linee del tempo in cui inserivo in ordine
cronologico gli eventi della vita del paziente, riempivo tabelle su tabelle, abbozzavo ipotesi diagnostiche.
Insomma, una seduta di un’ora in studio equivaleva per me a un lavoro di altre quattro o cinque ore a
casa. Anche se a quei tempi la mia brama di controllare tutto probabilmente era proficua, un approccio
simile a lungo termine sarebbe risultato insostenibile. Eppure è proprio in questa mole enorme di lavoro a
trecentosessanta gradi che sono riuscito a tracciare un mio percorso e a mettere a punto il metodo giusto
per me.
Il secondo passaggio è stato durante il lavoro al consultorio, attività che mi ha aiutato a migliorare e
anche a sentirmi più sicuro. Al consultorio i ritmi erano molto diversi rispetto a quelli a cui ero abituato:
ogni ora entrava un nuovo paziente, avevo a disposizione quarantacinque minuti per la seduta6, e poi
quindici per compilare la relativa scheda, prendere una boccata d’aria e ripassare gli appunti per il
colloquio successivo. Fra cinque ore di lavoro per tirare le fila di un colloquio e quindici minuti c’è una
bella differenza, ma non avevo alternative: ho dovuto imparare a velocizzare, ad andare dritto al punto, a
ottimizzare la gestione dei tempi e a eliminare il superfluo. La pratica quotidiana con questa nuova
metodologia è stata preziosa: mi ha insegnato ad essere meno dispersivo. Una volta rodato, ho portato il
nuovo modello anche nel mio studio, credo con grande giovamento per tutti.
Esattamente come per i video, anche imparare a fare lo psicologo-psicoterapeuta ha rappresentato
un’uscita importante dalla mia zona di comfort, con tutte le emozioni del caso: l’apprensione iniziale
davanti a qualcosa di sconosciuto, il timore di essere inadeguato, il peso di assumermi una responsabilità
importante nei confronti di un altro essere umano, l’imbarazzo di trattare certi argomenti particolarmente
intimi o delicati. Anche in questo caso, è stato solo accettando di stare in quel discomfort iniziale,
abbracciando quelle emozioni senza scappare via, che ho potuto, con il tempo, apprendere come
sostenere in concreto la professione e sentirmi più a mio agio. Con il senno di poi posso dire che il valore
che, da psicologo, ho creato per gli altri (e ho a mia volta ricevuto) mi ripaga abbondantemente di quel
discomfort iniziale.
Se oggi ripenso agli esordi della mia carriera da psicoterapeuta, devo ammettere che erano pochi i
risultati incoraggianti: io c’ero, lo studio c’era, ma di clienti neanche l’ombra. Poi, poco per volta, grazie
soprattutto alla mia attività su Internet, YouTube in primis, le cose sono cambiate. I primi tempi andavo in
studio mezza giornata ogni due settimane; anni dopo ero lì tutti i giorni, tutto il giorno. In seguito ho
iniziato a delegare la parte clinica e il mio studio si è evoluto in un centro dove lavorano diversi
psicoterapeuti, da me affiancati nella supervisione e nella direzione clinico-scientifica.
Per quanto il mio lavoro odierno possa portarmi a esplorare anche altre strade, la psicologia resta una
componente insostituibile del mio percorso, oltre che un tema che continuo ad approfondire, perché la
formazione in quest’ambito non ha mai fine.

1 Diogene di Sinope è un filosofo greco del IV secolo a.C. Oltre ai suoi insegnamenti nell’ambito della filosofia cinica, è noto
soprattutto per le sue stranezze: viveva per strada, in una botte; mangiava quello che trovava; trattava tutti (poveri, ricchi, potenti
o comuni cittadini) con modi sbrigativi; si aggirava per le vie di Atene prima e di Corinto poi con una lanterna accesa, anche in
pieno giorno, e a chi gli chiedesse il perché rispondeva semplicemente: «Cerco l’uomo». Effettivamente, visto il lavoro che
facevamo, la Caritas non avrebbe potuto scegliere nome migliore per il suo progetto!
2
Il setting è la cornice entro cui si svolge una relazione d’aiuto. È costituito da elementi fisici e relazionali (luogo dell’incontro,
orario e frequenza delle sedute, atteggiamento dello psicologo, ecc.) che fanno da “contenitore” e regolano il rapporto tra paziente
e terapeuta. Alcuni orientamenti di psicoterapia più di altri ritengono che la costanza del setting sia condizione necessaria affinché
possa svilupparsi un processo di cura e, in generale, di cambiamento.
3 Chi fosse curioso di scoprire i titoli ai quali sono più grato, può andare sul mio canale YouTube (basta cercare “Luca
Mazzucchelli”) e sfogliare la Playlist “Libri per la mente”, nella quale per ogni libro a me caro ho creato una breve videorecensione
di cinque minuti circa, con i concetti che mi sono rimasti più impressi.
4
Il primo tirocinio è stato nell’ambito dell’etnopsichiatria. Avevo a che fare con pazienti stranieri: alcuni senza permesso di
soggiorno, altri rifugiati, altri senza fissa dimora. Incontravo persone provenienti da ogni angolo del mondo, molti di loro erano
fuggiti da situazioni estreme, avevano visto orrori che noi faticheremmo persino a immaginare, erano stati maltrattati o torturati.
Alcuni colloqui (che allora non tenevo direttamente perché il mio compito era quello di affiancare i terapeuti ufficiali) avvenivano
alla presenza non solo di traduttori, ma anche di mediatori culturali, perché alcuni comportamenti che nella nostra cultura sono
considerati patologici, in altre sono del tutto normali, e questo rendeva necessario un surplus di attenzione da parte nostra.
5
Si prendano le mie parole a riguardo non come una regola ferrea, ma a titolo puramente esemplificativo per comprendere
come si ragiona nell’ambito della terapia sistemico-relazionale. Rimando chi fosse interessato ad approfondire questo approccio
alla lettura del libro di Valeria Ugazio, Storie permesse, Storie proibite.
6 Tre quarti d’ora di seduta a me sembravano pochissimi. Basti pensare che, nell’approccio sistemico-relazionale, le sedute di
famiglia o di coppia possono durare fino a due ore e mezza, se necessario a sbloccare certe dinamiche o ad approfondire
importanti concetti emersi.
6
Quello che resta

ZONE DI INFLUENZA E AMOR FATI

Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,


il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare,
e la saggezza per conoscere la differenza.

Queste righe provengono dalla Preghiera della serenità, un testo abbastanza noto scritto dal teologo
protestante Reinhold Niebuhr e adottato da molti gruppi di auto mutuo aiuto, come quello degli Alcolisti
Anonimi.
Lavorando come psicoterapeuta e trovandomi ad ascoltare le storie di molte persone, mi sono accorto
che spesso tendiamo erroneamente a fare l’esatto contrario: cerchiamo in tutti i modi di cambiare aspetti
della vita che non dipendono dalla nostra volontà, mentre accettiamo passivamente cose su cui invece
abbiamo un gran margine d’azione.
Confondere questi due ambiti è pericoloso e, nella migliore delle ipotesi, può generare un’enorme
frustrazione.


NON FARTI CONTROLLARE DA CIÒ
CHE NON PUOI CONTROLLARE.

Credo che nella vita di ognuno ci siano tre zone di influenza ben distinte che si potrebbero riassumere
così:

ZONA 1 – È la zona che sta sotto il tuo controllo: tutto quello che succede in questo ambito dipende
esclusivamente da te. Qui il tuo potere è totale e sei tu a decidere come comportarti, cosa fare e cosa
tralasciare e, a seconda delle tue scelte, raccoglierai dei risultati. Per esempio, nel quotidiano, ti alimenti
in modo sano o mangi cibo spazzatura? Fai sport o stai a poltrire sul divano? Controlli le tue finanze o non
hai idea di quanto guadagni e spendi? Pianifichi il tuo comportamento e ti poni degli obiettivi oppure
“navighi a vista”? Ti arrendi alla prima difficoltà o persisti finché non hai raggiunto i tuoi scopi? Usi il tuo
tempo libero per giocare ai videogiochi e sfogliare riviste scandalistiche (intrattenimento) oppure leggi
libri e segui corsi per imparare qualcosa che ti interessa (educazione)? Tutte queste scelte sono
esclusivamente tue e costruiscono, giorno dopo giorno, la persona che sei e i risultati che conseguirai.


SE NON TI SACRIFICHI PER I TUOI DESIDERI,
I TUOI DESIDERI VERRANNO SACRIFICATI.

ZONA 2 – È un’area di semi-influenza, in cui si intersecano la tua volontà e quella altrui. Siamo
nell’ambito delle relazioni e delle interazioni. È qui che si esercita la leadership e dove i manager migliori
si impegnano per fare la differenza nel loro team. Pensa al tuo rapporto con gli altri. Cosa fai per aiutarli?
Impatti positivamente sulla loro vita? In che modo generi valore? Come interagisci con le persone che ti
circondano? Stimoli i tuoi dipendenti, i tuoi amici e i tuoi familiari, o li abbandoni a loro stessi? Sei
presente e attento con le persone che ami?

ZONA 3 – Questa zona comprende tutte quelle situazioni o persone che stanno completamente al di
fuori della tua sfera di influenza e su cui dunque non hai alcun controllo. Possiamo far rientrare in questo
ambito, per esempio, l’avanzata incessante di Amazon che danneggia le piccole attività commerciali; la
crisi economica che rende ardua la ricerca di un lavoro; la politica degli Stati Uniti che fa aumentare il
prezzo del petrolio; le catastrofi naturali; una malattia improvvisa; la perdita di una persona cara e tutta
una serie di altri eventi che non dipende in alcun modo da te.

Provo a spiegarmi meglio con un esempio concreto. Immagina di essere in autostrada, stai guidando
verso casa, quando all’improvviso ti trovi bloccato a causa di un incidente, che fortunatamente non ti ha
coinvolto. Il traffico, la coda, le ore di attesa rientrano nella Zona 3: non c’è nulla che tu possa fare per
risolvere la situazione. Nulla. Puoi arrabbiarti, imprecare, suonare il clacson come un pazzo, farti il fegato
amaro per il ritardo che stai accumulando, ma tutto questo non sarà utile a muovere la fila di automobili
davanti a te.
Quello che invece puoi fare è decidere come impiegare il tempo che hai a disposizione. Puoi quindi
spostarti nella Zona 1, quella sotto il tuo controllo, e scegliere: puoi approfittare di quella pausa per
ascoltare un audiolibro, scrivere sull’agenda gli impegni della settimana, mettere in ordine gli scontrini
dei pagamenti, o dedicarti a un po’ di meditazione. Oppure, virando verso la Zona 2, puoi approfittarne
per cercare di strappare un sorriso all’automobilista nella corsia a fianco alla tua, che è furioso o in ansia
per l’attesa forzata; puoi usare i social per condividere una riflessione di valore, o un insegnamento che
hai appena appreso; puoi telefonare a un amico che non senti da tempo, o a tua moglie, o ai figli, non per
lamentarti della tua sorte ma per informarti su come sta andando la loro giornata. Volente o nolente
l’incidente c’è e continua ad esserci, ma tu hai il potere di utilizzare il tuo mindset per tirar fuori il
massimo anche da quell’evento spiacevole.
Quello che ti sto chiedendo è di considerare che c’è sempre una possibilità di scelta, non tanto su quello
che accade, ma su come interpretare e reagire a ciò che accade.
Nelle Zone 1 e 2 il margine d’azione è grande, sta a te rimboccarti le maniche e fare tutto ciò che è in
tuo potere per migliorare la situazione. Mentre nella Zona 3, dove non hai influenza, devi accettare la
situazione, prendere le tue energie e spostarle altrove, in modo da farle valere.
A questo proposito c’è un episodio particolarmente significativo tratto dalla vita di Thomas Edison, uno
degli inventori più geniali della storia. Era il 1914, lo scienziato aveva già 67 anni e una sera, mentre
stava cenando a casa con la moglie, ricevette una telefonata da uno dei suoi più stretti collaboratori che,
in preda alla disperazione, lo avvisava che il suo centro di ricerca aveva preso fuoco. Edison corse a
verificare con i suoi occhi e si trovò in mezzo a un incendio spaventoso. Era evidente che niente del suo
laboratorio si sarebbe salvato dalle fiamme, né l’edificio né il suo prezioso contenuto. Il figlio Charles lo
raggiunse e, davanti a quella tragedia, scoppiò a piangere.
«Proprio te cercavo», gli disse il padre. «Corri a chiamare la mamma e i tuoi fratelli, che vengano qui
subito. Nessuno deve perdersi uno spettacolo simile».
«Papà, ma sei impazzito? È una catastrofe, lì dentro c’è tutta la tua vita!».
«Mi sono solo liberato di un po’ di spazzatura. Grazie a Dio tutti i nostri errori sono bruciati, ora
possiamo ripartire da zero», rispose il padre. Qualche giorno più tardi, rilasciò questa dichiarazione a un
giornalista: «Non sono ancora troppo vecchio per tentare un nuovo inizio».
E così fece. Grazie a un prestito ottenuto dall’amico Henry Ford (l’imprenditore statunitense che, fra le
altre cose, fondò la casa automobilistica che porta il suo nome), Edison creò un nuovo centro di ricerca
che fu attivo da subito. A un anno di distanza dall’incendio, il nuovo laboratorio aveva sviluppato un valore
di circa dieci milioni di dollari, a fronte dei due milioni persi nell’incendio.
Tutte le volte che ripenso a questa storia, mi viene in mente un haiku del samurai Mizuta Masahide che
recita:


IL TETTO S’È BRUCIATO,
ORA, POSSO VEDERE LA LUNA.

Edison non avrebbe mai voluto vedere il suo laboratorio in fiamme, ma quando è accaduto per cause del
tutto indipendenti dalla sua volontà (Zona 3), non si è lasciato annientare dalla situazione: si è spostato in
Zona 1 e ha fatto ciò che era in suo potere per andare avanti. E ci è riuscito non solo perché ha saputo
accettare la disgrazia, ma anche perché, attenzione, ha saputo amarla.
Amore: oggi, è per me la parola chiave.
Riprendendo un concetto diffuso nella filosofia degli Stoici, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche
sosteneva: «La mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: che cioè non si vuole nulla diverso da
quello che è, non nel futuro, non nel passato, non per tutta l’eternità. Non solo sopportare ciò che è
necessario, e tanto meno nasconderlo […] ma amarlo».
Amor fati significa amore per il proprio destino: non una semplice accettazione, ma la ricerca attiva di
uno o più aspetti da amare anche negli eventi negativi della nostra vita, persino nelle disgrazie.
Sostanzialmente il filosofo ritiene che si possa andare incontro alla piena realizzazione solo nel momento
in cui si è disposti ad abbracciare il proprio destino, la propria Zona 3.


LA VITA NON TI GIOCA MAI CONTRO.

Non è facile e, certamente, alcuni eventi che ricadono in Zona 3 sono più semplici da accettare e amare
di altri. A un primo livello, facendo tesoro dell’insegnamento sulle tre zone di influenza e allenando il
proprio mindset in questa direzione, è possibile arrivare ad accettare più serenamente i fatti spiacevoli di
discreta portata, che frequentemente accadono nella nostra vita: una coda in autostrada che ci costringe a
rivedere i nostri piani, un viaggio tanto atteso che viene cancellato dalla compagnia aerea, un’influenza
che non ci consente di partecipare a un’occasione per noi importante, la cancellazione di un progetto
lavorativo da parte di un cliente. Davanti ad accadimenti come questi possiamo reagire protestando
all’infinito, lamentandoci, impuntandoci, lasciandoci invadere da emozioni negative di delusione,
frustrazione e senso di ingiustizia. In questo modo avremo ricadute negative significative sul nostro
umore, fino a sviluppare, in alcuni casi, un forte disagio psicologico. Oppure, dopo una prima naturale
reazione emotiva di sconforto o di rabbia, possiamo lavorare per accettare questi eventi, o addirittura
possiamo imparare ad amarli, applicando ad essi l’amor fati, accogliendo quanto ci accade e
rintracciandone anche le implicazioni positive.
Ma l’amor fati è un approccio mentale utile anche nelle situazioni più complesse e dolorose. Nella mia
vita da psicoterapeuta, mi sono spesso imbattuto in persone che avevano subito eventi inaspettati: la
morte di una persona cara, un episodio traumatico, una violenza. Sebbene fossero eventi strazianti, che
hanno lasciato segni profondi in diverse situazioni, ho osservato con sorpresa che era nel momento in cui
le persone si aprivano al dolore, invece che fuggire o respingerlo, che ricominciavano a prendere vita.
Accettare, insomma, è il primo passo, e questo non significa rassegnarsi passivamente o giustificare un
torto subito, ma essere disposti a lasciare che gli eventi su cui non abbiamo controllo siano quello che
sono. La pratica dell’accettazione come strumento di cura della sofferenza e veicolo per il benessere
psichico ha radici antiche. Secondo gli Stoici era il tentativo di evitare mali inevitabili che ci rendeva
infelici. La filosofia stoica insegnava agli esseri umani ad accettare ciò che di avverso si presentava nel
corso dell’esistenza. Anche le più recenti ricerche in campo psicoterapeutico e alcuni modelli di cura più
attuali sostengono questa prospettiva: i processi di accettazione hanno una funzione chiave nel benessere
psicologico e nella ripresa in seguito a un trauma1.


TRASFORMA LE FERITE
IN FERITOIE.

In terapia, davanti a eventi dolorosi subiti, l’accettazione – intesa anche come capacità di ricollocare il
passato nel passato – è un passaggio necessario dal momento che non possiamo modificare ciò che è
stato. Ciò implica la disponibilità della persona di lasciar andare la volontà di controllare le esperienze
non modificabili.
Ma, come detto sopra, l’accettazione apre anche a una possibilità ulteriore: non solo accogliere il
proprio destino anche quando è doloroso, ma arrivare ad amarlo. Se riusciamo a trovare quella chiave di
volta che ci consente di amare gli eventi dolorosi, allora riceviamo la spinta che ci permette di tirare fuori
tutte le nostre potenzialità e vivere in maniera più completa, non nonostante il male, ma grazie ad esso2. È
l’esempio di Edison, che è riuscito a vedere nella disgrazia dell’incendio del suo laboratorio anche una
possibilità per ripartire e migliorare. È l’esempio del figlio che, dopo la morte del padre per una malattia
rara, si impegna in una carriera medica e porta il suo aiuto a centinaia di persone affette da quella stessa
patologia. È l’esempio di chi, dopo un grave incidente, assume come missione di vita quella di insegnare
l’arte della resilienza a quante più persone possibili.
Questa dinamica mi riporta al curioso rapporto tra fango e fiori di loto che il monaco buddista Thích
Nhâ´t Hạnh espone nel suo libro Trasformare la sofferenza: «Non si possono coltivare i fiori di loto sul
marmo», ci dice il monaco, «perché senza fango non può esserci nessun fiore di loto». Ho trovato molto
curioso come da qualcosa con un cattivo odore come il fango, possa originare un fiore di loto, rinomato
per il suo ottimo profumo e i colori splendenti.
Lavorando a stretto contatto con i miei pazienti ho imparato che tutti noi possiamo restare bloccati nel
fango della vita. In questi casi è facile accorgersi di essere ricoperti dal fango, mentre è difficile pensare
di poter utilizzare questo stesso fango. Così come il bravo coltivatore di fiori di loto è a caccia di fango
perché sa che, nonostante sia maleodorante, può generare una bellezza rara, forse anche noi possiamo
iniziare a vedere la sofferenza come una via capace di aprirci nuove prospettive, anche verso la felicità. In
fin dei conti la sofferenza è una condizione inevitabile della nostra esistenza. A fare la differenza, come
per il fango, è come decidiamo di utilizzarla.
A questo proposito un’altra immagine molto bella ci arriva da Epitteto, un filosofo stoico attivo a Roma
fra I e II secolo d.C. La sua storia è piuttosto curiosa. Nasce come schiavo e molti attribuiscono a questa
sua condizione (o meglio ai pestaggi ricevuti dai suoi padroni) la sua salute cagionevole e il suo essere
zoppo. Una volta liberato, inizia a studiare e poi si dedica a insegnare filosofia. Secondo una sua celebre
metafora, noi siamo come cani trainati da un carro che ci porta in giro per il mondo3. E abbiamo due
alternative: o ci ribelliamo, puntiamo i piedi, ci opponiamo alla corsa, finendo per farci trascinare dal
carro; oppure sorridiamo, seguiamo il flusso e cerchiamo di goderci il viaggio, perché forse la meta a cui
ci condurrà è proprio quella giusta per noi. Seneca riassume l’intera questione con queste parole: «Il
destino guida chi lo accetta e trascina chi è riluttante».
Insomma, nel momento in cui accadono eventi negativi, non serve combatterli o ignorarli, occorre
imparare prima ad accettarli e poi ad abbracciarli, perché vi si possano trovare tracce di bellezza e valore.


PIÙ GRATO PER QUELLO CHE C’È STATO,
CHE DELUSO PER CIÒ CHE HO PERDUTO.

Una chiave può essere, in alcuni casi, la gratitudine. Mentre scrivo queste pagine il mio gatto Orazio,
dopo oltre tredici anni al mio fianco, ci sta lasciando. Il dolore c’è, è innegabile, ma io posso scegliere se
concentrarmi solo su questo o se dare importanza anche alla gratitudine per quanto di bello Orazio ha
portato nella mia vita in tutto questo tempo.
So benissimo che questo discorso ha un valore completamente diverso se qualcuno, anziché un gatto,
ha appena perso un familiare o un amico, ma la vita da psicoterapeuta mi ha insegnato che accettare e
amare il proprio destino, qualunque esso sia, ed esprimere gratitudine, sono il primo passo da fare per
superare le avversità.
È vero che ci sono sofferenze talmente forti da spezzare in due una persona e in quei casi l’amor fati
sembra quasi un’ironia. Eppure se non possiamo sempre scegliere cosa ci accadrà nella vita, possiamo
tuttavia sempre scegliere come affrontare quello che ci accade. Possiamo scegliere se odiare ciò che ci
accade o, al contrario, se amarlo.
Lavora per amare e la tua vita tornerà a fiorire.

LA VITA È BREVE
La professione di psicologo e psicoterapeuta è stata per me intensa e gratificante, ma mi ha anche
costretto a riflettere su temi delicati, che hanno spesso sollecitato le mie corde emotive più profonde.
Una domanda sulla quale ho riflettuto a più riprese è stata questa: «La vita è breve?».
Di solito il 90% delle persone afferma con sicurezza: «Sì, la vita è breve, troppo breve».
A lungo ho pensato che gli appartenenti a questo partito fossero dalla parte della ragione, ma lavorare
otto, dieci ore al giorno con i miei pazienti mi ha portato a rivedere la mia posizione. Oggi sono fermo e
sereno nell’affermare che non riceviamo in dono una vita breve, ma che molti di noi la rendono tale4.
La vita, in media, ha una durata più che sufficiente per realizzare grandi progetti e per dare un
contributo al mondo. Il problema, semmai, è che siamo noi a fare di tutto per accorciarla. Chi più e chi
meno, passiamo tutti molto tempo: sui cellulari (secondo una stima5, stiamo in media più di due ore al
giorno con gli occhi sul telefonino e la maggior parte di questo tempo è dedicata ai social network),
davanti alla TV, sfogliando giornali frivoli, procrastinando o rallentando deliberatamente alcune azioni che
sappiamo benissimo di dover comunque compiere, con persone o in attività che non ci interessano né
soddisfano. Sia chiaro, non vorrei demonizzare gli attimi di svago o di ozio, che a volte sono una vera
necessità. Però dobbiamo essere consapevoli di come spendiamo le nostre giornate e del peso che diamo
alle nostre attività.
C’è una frase dello scrittore H. Jackson Brown Jr. chiara e pungente: «Non dire che non hai abbastanza
tempo. Hai esattamente lo stesso numero di ore al giorno che hanno avuto Helen Keller, Pasteur,
Michelangelo, Madre Teresa, Leonardo da Vinci, Thomas Jefferson e Albert Einstein». Il tempo è lo stesso
per tutti e la maggior parte di noi ne ha a sufficienza per impattare positivamente sugli altri. Ma occorre
imparare a spenderlo bene, questo tempo, e sfruttarlo nel migliore dei modi. Un essere umano, in
condizioni normali, ha a disposizione un’ottantina di anni. Credo che questi bastino a vivere vite
significative che, arrivati a un certo punto, ci facciano sentire intimamente pronti a lasciare questo
mondo. È però nostro dovere riflettere bene su come impiegare le ore, i giorni e i mesi che ci separano
dalla nostra “data di scadenza”. Perché tutti abbiamo una data di scadenza, solo che non possiamo
conoscerla. È come se ce l’avessimo scritta addosso ma un po’ sfocata, magari sulla nuca o in un’altra
parte del corpo in cui non riusciamo a vederla.
Ogni giorno leggiamo notizie di tragedie che, in un solo secondo, spazzano via la vita di centinaia di
persone. Un incidente aereo, un terremoto che rade al suolo un’intera città, una guerra, un’epidemia,
l’usura e l’incuria che fanno crollare strade e ponti, un conflitto a fuoco. Questi sono eventi che non
possiamo controllare perché stanno nella famosa Zona 3. L’arrivo improvviso di uno tsunami o di un
violento uragano esula dalla nostra volontà e dalle nostre possibilità d’azione. Potremmo venire coinvolti
in un incidente stradale, pur essendo automobilisti esemplari. Potrebbe cadere un meteorite proprio sul
nostro ufficio e ucciderci all’istante, e non potremmo evitarlo in nessun modo. C’è però una buona notizia:
a prescindere da quando arriverà la nostra data di scadenza, fino a quel momento la gestione del tempo è
nelle nostre mani. Sta a noi decidere come spendere ogni singolo secondo, da qui a quando giungerà quel
momento.
So che a nessuno fa davvero piacere doversi confrontare con pensieri simili. Eppure è necessario,
perché nell’ineluttabilità della morte possiamo trovare un’enorme energia che ci induce a vivere meglio e
più profondamente. Ricordi la tragedia del Ponte Morandi, a Genova? Nell’agosto del 2018 il viadotto è
crollato, all’improvviso. Più di quaranta persone hanno perso la vita in quel momento. Prova a immaginare
di essere stato lì. Immagina di essere riuscito, per pura fortuna, a fermarti in tempo. Pochi centimetri
davanti a te c’era una voragine in cui saresti potuto precipitare: che non sia accaduto ti sembra un
miracolo. La morte ti ha solo sfiorato. L’hai vista, l’hai sentita, era palpabile, ma sei ancora vivo. Pensi che,
dopo quel momento, potresti tornare a vivere esattamente come prima? O forse quello che ti è successo ti
porta a riconsiderare la tua vita, a darle più valore, a viverla più consapevolmente?
Il filosofo francese Michel de Montaigne ha vissuto qualcosa di simile. Da giovane ebbe un terribile
incidente a cavallo e rimase sospeso per diversi minuti fra la vita e la morte, senza coscienza. Poi tornò in
sé, guarì dalle ferite ed ebbe una folgorante carriera sia nell’ambito delle lettere sia in quello della
politica (divenendo, fra l’altro, consigliere del re). Ottenne successi e soddisfazioni, finché decise di
ritirarsi dalla vita pubblica per dedicarsi alla lettura e alla scrittura, e quindi anche alla diffusione delle
proprie teorie. Il suo intento, sosteneva, era quello di prepararsi alla morte. «La premeditazione della
morte è premeditazione della libertà», scrisse. E poi ancora: «Il fine della nostra corsa è la morte, ed è la
morte l’oggetto a cui ineluttabilmente miriamo: se ci atterrisce tanto, come possiamo pensare di avanzare
anche solo di un passo senza ambascia? […] Spogliamo questo nemico dalla sua stranezza,
frequentiamolo, avvezziamoci a lui, cercando di non pensare a nient’altro più spesso che alla morte».
Montaigne avrebbe avuto gli stessi pensieri se non avesse rischiato in prima persona di perdere la vita,
per di più in giovane età? È impossibile saperlo, ma quel che è certo è che l’episodio del cavallo lo segnò
profondamente, tanto che continuò a lungo a raccontarlo in società: si tratta, infatti, di una delle poche
vicende della sua biografia di cui siamo a conoscenza.
Quando un individuo arriva a contatto con la morte, senza però finire del tutto fra le sue braccia, riceve
una spinta in direzione opposta, verso la vita. Sopravvivere a un incidente o a una grave malattia ci induce
ad avere un rapporto più intenso con la vita. A quel punto la morte non è più una minaccia, ma diventa
un’ispirazione.
Gli antichi, molto più di noi, avevano ben presente che la vita ha un termine. Per loro la morte era una
presenza concreta e quotidiana e si circondavano di simboli per ricordarsene: teschi e scheletri
apparivano comunemente nelle pitture delle pareti, nei mosaici, nell’oggettistica, nelle armi, persino nei
tatuaggi (che sì, esistevano già nell’antica Roma). È il grande tema del memento mori, “ricordati che devi
morire”, un concetto che può sembrare macabro, ma non lo è affatto, perché al tempo stesso significa
“ricordati che devi vivere”.
«Il mondo nostro tende a evitare la questione della morte, la vede solo nei telegiornali o nelle serie TV»,
scrive Philippe Daverio nel suo Grand Tour d’Italia a piccoli passi, riferendosi ai molteplici esemplari di
danze macabre e trionfi della morte realizzati nel passato che si possono ancora ammirare in vari luoghi
d’Italia. «Il Medioevo era ben diverso: il rapporto con la morte era quotidiano, fra pestilenze, guerre,
malattie e vecchiaie accelerate. Mostrarla era quasi una necessità, per poterne almeno esorcizzare la
paura». È solo in tempi molto recenti che la morte è diventata un tabù: storicamente si potrebbe dire che
questo sia avvenuto fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quando le grandi scoperte e
innovazioni in campo medico e scientifico hanno effettivamente allungato la nostra aspettativa di vita, e in
un certo senso ci hanno illusi che questa potesse durare per sempre. Ma non è così, ed è bene tenerlo a
mente.
Forse è anche per questo che i cimiteri per me hanno un fascino particolare. Mi energizzano, mi danno
pace, mi fanno sentire che ho una grande responsabilità per quello che riguarda il mio presente6. E per
ricordarmi della morte nel quotidiano, mi sono fatto coniare una moneta apposita: da una parte c’è un
teschio con la scritta “Memento mori”, appunto; dall’altra, “Carpe diem” (cogli l’attimo). La tengo sempre
in tasca e, ogni volta che cerco qualche spicciolo o il telefono, la sfioro con le dita e sento il suo potente
messaggio che mi fa scattare in automatico la domanda se sto spendendo bene il tempo che ho a
disposizione.
A dire il vero non ho formule magiche che spieghino come vivere in maniera più consapevole e
soddisfacente; credo, per di più, che non esista una singola risposta, ma tante e tutte diverse. Però sono
sicuro che sia necessario iniziare a considerare in maniera diversa, e forse meno superficiale, il tempo che
abbiamo.
Ma quanto è questo tempo? Per provare a quantificarlo, mi affido a una ricerca Istat in base alla quale
la vita media di un individuo, in Italia, è poco meno di ottant’anni. Tolto il tempo per dormire (circa 28
anni), quello per bere e mangiare (4 anni), studiare (3,5 anni), lavorare (12 anni, compresi i tragitti casa-
lavoro), sbrigare varie faccende (6 anni), guardare la TV o navigare su Internet (9 anni, ma il dato è
probabilmente destinato a crescere…), prendersi cura del proprio corpo (2,5 anni), fare shopping (2,5
anni), trascorrere tempo con i nostri figli (1,5 anni), che cosa resta? Restano 9 anni, che ognuno di noi ha
più o meno a disposizione. Ed è fondamentale, a mio avviso, scegliere bene come impiegarli.
Immagina che ogni giorno, a mezzanotte, vengano versati sul tuo conto 86400 euro. Sono a tua
disposizione e puoi farci tutto quello che vuoi, a condizione di spenderli entro le 23:59 della stessa
giornata. C’è però una buona notizia: l’indomani, alle 00:00, ne otterrai altri 86400, da spendere a tuo
piacimento. E così di continuo, un giorno dopo l’altro. Cosa faresti con quei soldi? Sono convinto che tutti
noi avremmo piani molto interessanti e che cercheremmo di spenderli fino all’ultimo centesimo, non solo
per noi stessi, ma anche a vantaggio degli altri, per esempio con opere di beneficenza.


IL TEMPO
VALE PIÙ DEL DENARO.

La verità, però, è che siamo molto più fortunati di così, perché ogni giorno, a mezzanotte, riceviamo in
dono 86400 secondi, ossia 24 ore. Non è vero che il tempo è denaro, è qualcosa di molto più prezioso. Il
tempo non si può risparmiare, non si può accumulare, non si può fermare, non si può guadagnare o
aumentare7. Il tempo deve essere usato e investito nel momento in cui c’è, perché nessuno può sapere se
domani ce ne sarà ancora o meno. Non dobbiamo pensare che, siccome è gratis, potremo averlo per
sempre. Non è così.
Stiamo molto più attenti a come investiamo i nostri soldi che i nostri secondi e questo è un errore che
non potrà mai portare vero giovamento alle nostre vite. Dobbiamo smettere di bramare la ricchezza e
iniziare ad essere avidi di tempo. Per questo ho insistito sul concetto del memento mori. Perché se
abbiamo ben presente che per noi c’è un limite, siamo meno propensi a sprecare il nostro tempo. La
consapevolezza della nostra fine è lo stimolo più potente a prendere in mano la nostra vita e viverla
appieno, ogni millesimo di secondo. Perché il tempo, tutto, ha un valore straordinario.
Per capire il valore di un anno,
chiedi a uno studente che è stato bocciato.
Per capire il valore di un mese,
chiedi a una madre che ha partorito prematuramente.
Per capire il valore di una settimana,
chiedi all’editore di un settimanale.
Per capire il valore di un’ora,
chiedi a due innamorati che attendono di incontrarsi.
Per capire il valore di un minuto,
chiedi a qualcuno che ha appena perso il treno.
Per capire il valore di un secondo,
chiedi a qualcuno che ha appena evitato un incidente.
Per capire il valore di un milionesimo di secondo,
chiedi a un atleta che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi.
Dai valore a ogni momento che vivi […]
e ricorda che il tempo non aspetta nessuno.
Marc Levy

METE E VALORI
Ecco un altro tema fondamentale, su cui si lavora moltissimo in terapia e che tutti dovrebbero tenere
presente nel quotidiano. La mia riflessione parte da una citazione che viene ancora una volta da Seneca:
«Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa a quale porto vuole approdare». Queste parole a
prima vista sottolineano l’importanza di avere degli obiettivi ben definiti. In realtà, hanno un significato
più profondo: non si riferiscono tanto ai risultati che si vogliono conseguire, ma alla direzione da dare alla
propria vita.
Sono abbastanza convinto che Steve Jobs, da giovane, non avesse l’obiettivo di inventare il Macintosh.
Di certo però voleva diventare un innovatore nel campo della tecnologia e, per seguire questa direzione di
vita, ha dovuto necessariamente ideare una serie di apparecchi: i computer, i telefoni, i lettori Mp3.
Michelangelo da piccolo non sognava di dipingere la Cappella Sistina, probabilmente però voleva fare
l’artista, e la sua tenacia, l’esperienza e il talento l’hanno condotto a realizzare alcuni dei più grandi
capolavori della storia dell’arte.
Perché considero la direzione di vita più importante degli obiettivi? Perché la spinta verso un singolo
traguardo viene meno nel momento in cui lo si raggiunge, mentre la direzione che si sceglie di seguire
nella vita potenzialmente dura per sempre. Non concentrarti dunque sui risultati che vuoi conseguire,
quanto su quello che vuoi diventare. Una volta che avrai chiara la tua meta, gli obiettivi verranno da sé.
Molti mi chiedono come si fa a capire qual è la direzione. E hanno ragione, perché questa
consapevolezza non è facile da raggiungere. Il consiglio è di partire dai propri valori, ossia ciò per cui, per
ognuno di noi, la vita “vale” e diviene degna di essere vissuta. È un tema estremamente soggettivo e,
oltretutto, in cambiamento. La scoperta e il riconoscimento dei propri valori sono operazioni da testare via
via, perché è normale che cambino insieme a noi.


SE NON CONOSCI I TUOI VALORI,
NON CONOSCI QUELLO CHE VUOI.

Penso che, per avere un quadro il più possibile veritiero su ciò che per noi conta davvero e quindi sulla
direzione da dare alla nostra vita, sia necessario seguire uno dei principi di Stephen Covey e partire dalla
fine8.
Per iniziare a scoprire i tuoi valori e dunque la direzione da dare alla tua vita, ti invito a riflettere, non
una volta sola, ma più volte a distanza di tempo, sulle tre domande riportate qui di seguito.

1. Cosa vorresti che dicessero di te un tuo familiare, un tuo amico e un tuo collega il giorno del tuo
funerale? (Oppure, in chiave meno tragica: sei a cena al ristorante con un familiare, un amico e un
collega. Ti alzi per andare in bagno: quali commenti ti piacerebbe che i tre facessero sul tuo conto?).
«C’era sempre al momento del bisogno», «Mi ha aiutato a prendere con filosofia anche gli eventi più
difficili», «Mi ha aperto prospettive sulla vita che hanno cambiato il mio modo di vedere le cose», «Era
una persona leale e affidabile», «Era bravissimo a stimolare gli altri verso la loro realizzazione», «Era il
compagno di vita ideale» e così via.
Io vorrei, per esempio, che le persone mi ricordassero come un professionista serio, capace di parlare ai
loro cuori e che li ha aiutati a cambiare in meglio la vita, a renderla più ricca. Vorrei che i miei colleghi mi
riconoscessero il coraggio di avere provato a cambiare alcuni dogmi nella divulgazione della psicologia,
innovando, a mio modo, la professione ed esplorando, con curiosità e prudenza, le applicazioni che le
nuove tecnologie permettono al professionista psicologo. Vorrei che i miei collaboratori si ricordassero di
come si sono sentiti accolti in una famiglia che rincorreva un progetto folle quanto entusiasmante, e che
dicessero che lavorando al mio fianco loro stessi sono diventati migliori, raggiungendo sogni e desideri
impensabili. Vorrei che mia moglie dicesse che sono stato un partner premuroso e attento. Desidererei
che i miei figli ricordassero un padre affettuoso, che li spingeva a “buttarsi” e a impegnarsi per realizzare
i loro compiti al meglio delle loro possibilità. Un padre capace di ascoltare e comprendere i loro bisogni,
di supportarli, ma anche di preservare in loro il necessario spirito critico con cui mettere in discussione
gli altri e sé stessi. È questo, più o meno, quello che vorrei si dicesse di me al mio funerale. In queste
righe, è facile per me rintracciare i miei valori, quello della generosità, dell’ascolto, dell’innovazione, della
condivisione, dell’aiuto, del coraggio, del dare in abbondanza. Ed è proprio guardando a questi valori che
anche la mia direzione di vita diventa più chiara.
Ho una bussola che mi aiuta a capire dove dirigermi: so dove concentrare le mie energie e i miei sforzi
quotidiani, riesco a capire più rapidamente quando sto buttando via il mio tempo (e la mia vita) e
correggere il tiro, so in quale direzione continuare a tenere fermo il timone nonostante le raffiche di vento
o le tempeste che mi spingono fuori rotta.
Puoi fare lo stesso anche tu: interrogati sulle risposte che ti piacerebbe sentire da parte del tuo coniuge
e dei tuoi figli, della tua vicina di scrivania, della tua migliore amica. Ti aiuteranno a capire qual è il segno
che vuoi lasciare sulla terra, che cosa conta veramente e quindi anche quale direzione vuoi dare alla tua
esistenza.

2. Dopo aver visto i risultati delle tue analisi, il tuo medico ti dà una brutta notizia: ti rimane un solo
anno di vita. Hai però la certezza che qualsiasi cosa farai, andrà a buon fine. A quale grande progetto
decideresti di lavorare?
Le risposte qui sono le più varie. Alcuni pensano ai propri figli, e a come garantire loro la felicità futura.
Altri si focalizzano sull’adoperarsi per trovare la cura a una malattia troppo diffusa e difficile da
combattere. Per quanto mi riguarda, lavorerei per scrivere il libro di psicologia “perfetto”, capace di
aiutare tantissime persone a cambiare in meglio la loro vita.
Ecco che la risposta ci mostra ciò che già oggi potremmo mettere in atto nel nostro piccolo.
Interrogandoci sulla nostra direzione di vita, possiamo fare emergere delle azioni concrete da mettere in
atto nel nostro quotidiano. Certo non so se riuscirò mai a scrivere un libro di psicologia “perfetto”, ma
posso dire che se inizio ora a esercitarmi in quella direzione, nel tempo potrò avvicinarmi o, almeno, potrò
aver vissuto un’esistenza nella quale avrò lavorato attivamente verso una meta per me di valore.

3. In questo preciso istante, crolla il tetto della stanza in cui ti trovi. Schiacciato sotto le macerie, hai
solo cinque minuti a disposizione per fare un’unica telefonata. Chi chiami e cosa gli dici?
Telefoni a tua moglie? A tuo figlio? A tua madre o a tuo padre? Alla tua migliore amica? Quale
messaggio lasci, sapendo che è l’ultimo che hai a disposizione? Ribadisci ancora una volta il tuo amore
alla persona a cui hai tenuto di più? Condividi un segreto, dai consigli per il futuro, rivanghi il passato? E
perché?
Mi rendo conto che è una questione estrema, posta in questi termini, ma è proprio qui che si trova tutta
la potenza di questa domanda; ossia, nel sapere di avere un’unica possibilità, sei costretto a valutare in
fretta le tue urgenze e a definire le tue priorità9. Così facendo si sgombra il campo dalle inezie che
affollano la quotidianità e, tolto il rumore generato dal contorno, è più facile arrivare al cuore di ciò che
per te conta davvero.

Spero che questi interrogativi, in tutta la loro drammaticità, ti aiutino almeno in parte a definire i tuoi
valori. Ricorda, comunque, che è bene interrogarsi sui propri valori, ma questi si trovano nel cuore ancor
prima che nella mente. Ottimo porsi il problema, riflettere e farsi le domande, ma arriva un momento in
cui devi andare nel mondo e trovarli. Vivi, sperimenta, sbaglia, cadi e rialzati. È così che capirai quali
attività e quali persone fanno vibrare le corde giuste, quelle in sintonia con i tuoi valori. Soltanto stando
nel flusso della vita potrai riconoscere cosa ti accende, cosa ti fa battere il cuore, cosa ti fa emozionare.
Quando troverai i tuoi valori, non ti resta che seguirli. Se la tua direzione di vita si mantiene coerente
con essi, sarai felice; altrimenti, andrai incontro all’insoddisfazione. Rendi il più possibile armonico ciò
che fai con ciò che per te vale.
Circondati di persone che abbiano i tuoi stessi valori, e non solo i tuoi stessi interessi: il fatto che
qualcuno ami il poker come te non vi rende simili. Ci si può dedicare alla stessa attività spinti da
motivazioni diverse: c’è chi fa la colletta alimentare per aiutare gli altri, chi per sentirsi importante, chi
perché non ha nient’altro da fare e chi, invece, perché è innamorato della persona che la organizza. In
questo modo si condividono tempo e azioni, ma i valori sono molto diversi10.


NON CERCARE PERSONE CON I TUOI STESSI INTERESSI,
MA CON I TUOI STESSI VALORI.

Sforzati ogni giorno di riempire la tua vita di persone, pensieri e azioni che siano in linea con i tuoi
valori. Così facendo lavorerai meglio, amerai più profondamente, vivrai con consapevolezza e al massimo
delle tue possibilità, riuscendo nel frattempo a raggiungere gli obiettivi che costituiscono le tappe (e non
la meta) del tuo viaggio.

NON PUOI CAMBIARE LE PERSONE

Non puoi cambiare le persone. Un’ottima premessa per un esperto di cambiamento quale dovrei essere,
non è vero? Eppure, stando a stretto contatto per anni con pazienti anche molto diversi fra loro, ho capito
che è così: non è in tuo potere il cambiamento di tua moglie, di un tuo amico, di un tuo collega o di un tuo
cliente. Puoi sicuramente aiutarli, spingendoli e motivandoli, facendo vedere loro la strada del
cambiamento, ma niente di più. C’è una soglia molto sottile oltre la quale non puoi andare e, se proverai a
oltrepassarla, i tuoi sforzi saranno comunque vani. Nel migliore dei casi le persone che hai di fronte – che
siano i tuoi colleghi, amici o familiari – si impegneranno a modificare il loro atteggiamento in base alle tue
richieste e suggerimenti finché sei lì con loro, ma appena li lascerai soli torneranno a comportarsi
esattamente come prima. E questo perché la decisione di cambiare è strettamente personale e connessa a
una spinta che può venire soltanto dall’interno.
Questo vale ovviamente anche per noi psicologi: il nostro supporto non consiste nel manipolare il
comportamento di chi si rivolge a noi per avere aiuto, e nemmeno ci sostituiamo nel decidere in che
direzione cambiare. Come davanti a una scacchiera, lo psicologo e il paziente analizzano assieme i vari
pezzi presenti, riflettono ad alta voce sulle possibili mosse da compiere e sulle conseguenze che queste
avranno. Ma alla fine non sarà lo psicologo a decidere se muovere l’alfiere o arroccare, ma solo e soltanto
il paziente.
E allora la partita del cambiamento si sposta dal “come posso cambiare le persone” a “cosa porta le
persone a decidere di cambiare”. Per dare una risposta a questa domanda, pensa alla tua vita e all’ultima
grande decisione che hai preso. Può essere, per esempio, quella di aver cambiato lavoro ed esserti messo
in proprio, oppure aver chiuso un’amicizia importante, o aver lasciato gli studi, essere andato a vivere da
solo, esserti rivolto a uno psicologo. Richiama alla memoria questa tua esperienza e concentrati sul
momento esatto in cui hai preso quella decisione: riesci a individuare cosa ti ha fatto agire?
Le migliaia di persone con cui ho lavorato in qualità di psicologo mi hanno insegnato che c’è sempre un
elemento comune che ritorna alla base di ogni decisione importante che prendiamo: un’emozione.
Ripensa alla tua ultima relazione sentimentale, al giorno in cui è finita, e ritroverai una spinta emotiva
travolgente che ti ha portato a dire “basta”. Magari un tradimento scoperto, che rabbiosamente ti ha
spinto a fare le valige. Oppure la nascita di un nuovo amore, che ti ha dato il coraggio di dire “il mio posto
è altrove”. O ancora il troppo dolore, la troppa paura o la troppa tristezza maturata in quella relazione
ormai logora.
Ma la cosa più sorprendente di tutto questo è che tu eri consapevole che quella relazione non avrebbe
avuto futuro. Eppure ogni sera tornavi a casa e andavi a dormire nello stesso letto con una persona con
cui, in fondo, non volevi più stare. Facevate la spesa insieme, andavate fuori a cena, persino in vacanza,
ma non era quello che volevi davvero. Perché a un certo punto hai preso la decisione di cambiare vita e
dire basta? Perché un uragano di emozioni ti ha travolto e ti ha fatto mettere in atto ciò che, in cuor tuo,
già sapevi che era giusto fare.


SAI GIÀ QUELLO CHE DEVI FARE,
MA NON È LA LOGICA CHE TI SPINGE AD AGIRE.

Tutti noi compiamo le scelte più importanti, quelle che ci mettono realmente davanti a un bivio, solo
quando proviamo un’emozione. Ci può essere un po’ di amor proprio o di spirito di autoconservazione, ma
la molla che ci spinge all’azione è una tempesta emotiva. Decidiamo di abbandonare il lavoro quando, per
esempio, riceviamo un’umiliazione da parte del nostro capo davanti a tutti i colleghi. Ci stavamo già
pensando, perché quell’azienda in fondo non ci è mai andata a genio, ma rassegniamo le dimissioni nel
momento in cui siamo furiosi con un superiore o un collega. Chiudiamo un’amicizia quando scopriamo che
il nostro ex amico ha detto cose terribili sul nostro conto. Da tempo sentivamo che quel rapporto era
sfilacciato, ma lo abbiamo interrotto solo quando siamo stati colpiti da una valanga emotiva. Allontaniamo
il nostro consulente quando scopriamo che parla male di noi ai nostri collaboratori, ma forse già prima
avevamo il sentore che non riuscisse ad essere veramente utile all’azienda.
Considera le decisioni fondamentali che hai preso nella tua vita. Quando ti sei impegnato in una
relazione? Quando hai scelto di cambiare partito politico? Quando hai lasciato la tua vecchia casa, o
addirittura il tuo Paese, per andare a cercare fortuna altrove? In tutti questi casi, andando alla radice
delle tue scelte, troverai sempre un nucleo di emozioni potenti che ti hanno spinto ad agire. In fondo, lo
dice la parola stessa: “emozione” viene dal latino emovere (da: ex = fuori, movere = muovere)
letteralmente “portare fuori”, “smuovere”. L’emozione è la chiave che gira nel cruscotto e accende il
motore della nostra vita.
Riporto qui una vicenda che illustra come, da un punto di vista scientifico, la perdita delle emozioni
conduca a una sorta di blocco, di incapacità decisionale. Il soggetto coinvolto è il signor Elliot, che fu
operato al cervello per un tumore, e che nel corso dell’intervento riportò una lesione alla corteccia
prefrontale11. Una volta guarito, il signor Elliot fu monitorato da un team di medici perché, a detta dei
suoi familiari, sembrava “strano”. In apparenza, nulla era stato compromesso durante l’operazione: Elliot
sapeva muoversi e parlare proprio come prima; conservava intatta la sua capacità di ragionamento e di
apprendimento; era estremamente intelligente, in grado di fornire risposte a domande dettagliate.
Però era calmo. Troppo calmo. Parlava di sé e della sua vita con un distacco straordinario. Non
manifestava mai tristezza, frustrazione o rabbia. Incuriositi da questo aspetto, i medici provarono a
sottoporgli una serie di stimoli, per osservare le sue reazioni. Gli mostrarono immagini tragiche di palazzi
in fiamme, persone ferite in seguito a un gravissimo incidente; poi gli sottoposero immagini di quadri dei
più grandi pittori del mondo e brani musicali scelti da quelli che un tempo erano i suoi preferiti.
Provarono anche con il cibo, offrendogli pietanze appetitose e gustose. Elliot non reagiva. «Sapere ma non
sentire»: così fu efficacemente riassunta la sua condizione. Il paziente era perfettamente in grado di
vedere, annusare, ascoltare gli stimoli che gli venivano proposti, ma questi non smuovevano nulla dentro
di lui: né piacere, né paura, né disgusto.
A questo punto, gli studi sul suo conto si sono intensificati. A Elliot fu sottoposto un questionario in cui
gli venivano chieste possibili soluzioni a questioni sociali, finanziarie, comportamentali, morali.
Cos’avrebbe fatto se si fosse trovato ad avere bisogno di denaro? Quali erano a suo avviso i modi migliori
per instaurare un rapporto di amicizia? Come si sarebbe comportato se, a un ricevimento, avesse
inavvertitamente mandato in frantumi un vaso prezioso del suo ospite? A tutti questi quesiti, e a molti
altri, il paziente rispondeva in maniera pertinente, dimostrando di conoscere alla perfezione tanto le
regole sociali, quanto i nessi causali generati da determinati comportamenti. Nella teoria, Elliot sapeva
come avrebbe potuto comportarsi in ogni situazione. Tuttavia, come confessò sconsolato ai medici, nella
pratica non avrebbe saputo cosa fare. Il punto era proprio questo: trovandosi davanti a una porta chiusa,
Elliot, a livello astratto, sapeva che avrebbe potuto suonare il campanello, o bussare, o chiamare qualcuno
all’interno, o cercare di aprirla, o lasciar perdere e tornare indietro. Conosceva perfettamente la gamma
delle possibilità a sua disposizione. Ma, nel concreto, non sapeva scegliere quale azione compiere. Davanti
a una porta chiusa, probabilmente sarebbe rimasto fermo lì davanti, senza agire. Semplificando al
massimo le intuizioni dei medici, si potrebbe dire che, privato delle emozioni, Elliot non era più in grado di
dare un valore alle opzioni che pur sapeva di avere a disposizione in ogni contesto, e quindi non era
neanche in grado di scegliere quale fosse la migliore per lui. Le sue facoltà cognitive erano intatte e
perfettamente funzionanti, ma l’assenza di emozioni comprometteva la sua capacità di decidere e agire12.


LA LOGICA FA PENSARE,
LE EMOZIONI FANNO AGIRE.

Insomma, non è la logica che ci spinge a compiere un’azione, ma le emozioni. La vita va avanti a colpi di
emozioni: rabbia, paura, tristezza, amore.
In fondo la maggior parte delle persone vive un’esistenza in bianco e nero, guidata dalla routine: si
sveglia, fa colazione, porta i figli a scuola, torna a casa la sera, cena, gioca con i bambini, guarda la TV e
poi va a letto. Il giorno dopo, ricomincia da capo, ed è così tutto il giorno, tutti i giorni, come osservatori
passivi di uno spettacolo in cui non è possibile intervenire. Poi, a un certo punto, anche solo per pochi
attimi, vive una situazione che fa provare un’emozione. Può essere la rabbia per la critica di un collega,
oppure la gioia per una inaspettata sorpresa della fidanzata: in quel momento lo schermo dell’esistenza
diventa a colori per un istante e lo spettatore si sveglia da un lungo letargo, si alza, entra in scena e
agisce da protagonista. È sulla scia delle emozioni e grazie alla loro carica, che il nostro eroe cambia il
canovaccio fino ad allora subito e prende decisioni importanti: va dal collega e lo affronta; abbraccia la
fidanzata e le chiede di sposarlo. Tante piccole emozioni ci conducono a tante piccole decisioni che, una
dopo l’altra, arrivano anche a trasformare significativamente la nostra vita.
Ecco perché oggi le persone che sanno fare emozionare valgono molto denaro. Google, Facebook e tutti
gli altri colossi del Web stanno spendendo milioni e milioni per studiare le nostre emozioni con ricerche
mirate, perché sanno che lì si trova la chiave del loro successo per gli anni a venire. Perché Cristiano
Ronaldo vale così tanto? Non solo perché segna molti goal ma perché fa emozionare. E i tifosi, seguendo
le loro emozioni, mettono mano al portafoglio: comprano il merchandising, i biglietti delle partite, i
prodotti sponsorizzati o utilizzati dal loro beniamino. Nell’estate del 2018, quando si parlava
dell’eventualità che Ronaldo si trasferisse alla Juventus (erano quindi solo gossip, non c’era ancora
nessuna certezza), i titoli azionari della Vecchia Signora hanno avuto un’impennata del 12,8% in tre
giorni, per un valore di 70 milioni di euro. In pratica, prima di comprare Ronaldo, la Juventus era già stata
in parte ripagata dei soldi ancora da spendere.
Spostiamoci nell’ambito televisivo. Chi è la Ronaldo del piccolo schermo? A mio parere, Maria De
Filippi. È una comunicatrice straordinaria, perché è in grado di suscitare una tempesta emotiva dopo
l’altra negli spettatori. Il suo programma C’è posta per te è un successo ormai da quasi vent’anni e, in
tutte le puntate, sembra sfruttare in modo quasi scientifico la stessa dinamica: creare emozioni forti che
riempiano di colori, anche solo per qualche istante, la vita di chi la segue. In termini economici, sapersi
conquistare una tale fedeltà da parte del pubblico vale moltissimo.
Tecniche per suscitare emozioni nei potenziali clienti sono comunemente insegnate nei corsi per i
venditori. La maggior parte di loro non si sofferma più di tanto a spiegare le qualità del prodotto che
cerca di piazzare, ma gli effetti che questo potrebbe avere nelle vite degli acquirenti. I venditori di
aspirapolveri non parlano delle caratteristiche tecniche dell’oggetto in sé e delle sue potenzialità, ma
insistono su quanto la polvere sia dannosa per la salute delle persone, in particolare dei bambini (quale
madre non farebbe di tutto per proteggere la salute dei propri figli?); oppure esaltano i bassi consumi che
non danneggiano l’ambiente, evitando il verificarsi di nuove catastrofi (chi può restare indifferente
davanti alle tragiche immagini che vediamo quotidianamente, fra ghiacci che si sciolgono e roghi che
bruciano il pianeta?). In questo modo vanno abilmente ad agire sulle emozioni del target a cui si
rivolgono, accendendo la miccia per un cambiamento, che in questo caso è l’acquisto.
E i soldi sono solo un lato della questione. Prova a pensare a come l’America ha conquistato il mondo.
Non è stato con le guerre, né con la politica, né con l’economia, né con la diplomazia. È successo grazie
alla più grande fabbrica di emozioni che sia mai stata inventata: Hollywood. Grazie ai film, gli americani
hanno dirottato ovunque il loro stile di vita, i loro valori, i comportamenti che considerano giusti e quelli
che invece non lo sono. Ma non l’hanno fatto in maniera didascalica, o logica: ci hanno fatto emozionare
con musiche avvincenti, storytelling appassionanti e attori affascinanti e bravi. Parallelamente hanno
lanciato dei messaggi e noi spettatori, mentre eravamo davanti allo schermo con gli occhi e il cuore
spalancati per quella valanga di emozioni che ci travolgeva, li abbiamo introiettati, anche se non
corrispondevano alla realtà: i cowboy sono i buoni e gli indiani i cattivi; durante la Guerra fredda i russi
erano i malvagi; oggi lo sono gli arabi.
Il punto è che le emozioni possono smuovere le montagne, ed è per questo che dobbiamo imparare a
farci i conti. Prima di tutto, accettando di provarle, anche quelle negative, quelle che la società sembra
volerci indurre a soffocare, passandoci quotidianamente messaggi del tipo: «Ti senti triste? Prendi due
pillole così ti passa». Lo stesso vale per l’ansia, per la stanchezza, per la paura. Sempre senza
demonizzare l’uso dei farmaci, in alcuni casi indispensabile (ma è compito degli specialisti prescriverli,
non della pubblicità), credo che tutti dovremmo fare uno sforzo maggiore per accogliere e ascoltare le
nostre emozioni, anche quelle più spiacevoli, perché ognuna di esse nasconde al suo interno una carica
che può portarci a scolpire la nostra vita in modi inimmaginabili. Per iniziare a farlo, potremmo decidere
di tenere un diario nel quale aprirci senza difese ai nostri sentimenti, o ritagliarci uno spazio per leggere i
grandi classici e immedesimarci negli stati emotivi dei vari personaggi, così da ampliare il nostro lessico
emozionale. Ricordo alcuni pazienti che iniziavano il loro percorso di alfabetizzazione emotiva decidendo
di aprirsi maggiormente alle emozioni all’interno delle relazioni che percepivano come più sicure, o
prestando più attenzione alle loro reazioni corporee di fronte a un sentimento importante.
In un modo o nell’altro, è fondamentale coltivare e salvaguardare il rapporto con le emozioni: imparare
a riconoscerle, a entrarci dentro, a mettere a fuoco le loro sfumature e, quindi, sfruttare la loro carica.
Ovviamente, ascoltare le emozioni non significa agire in modo reattivo ai nostri stati emotivi. Le persone
impulsive non entrano in contatto con la parte emotiva per attraversarla e darle un significato, ed è per
questo che spesso finiscono per prendere decisioni sbagliate. Non c’è accettazione nell’azione finalizzata
a far tacere la sofferenza. Dobbiamo permetterci di sentire le nostre emozioni, conoscerle, ascoltarle,
prendere confidenza con loro e sfruttarne il potenziale trasformativo. Il passo successivo è
padroneggiarle, intrecciandole con il ragionamento, in modo che mantengano il loro ruolo di micce per
l’azione e il cambiamento e non ci mettano, invece, nei guai13.


NON PRENDERE DECISIONI A LUNGO TERMINE
SULLA BASE DI EMOZIONI A BREVE TERMINE.

Quante volte hai risposto “bene, grazie” a chi ti ha chiesto come te la passi? Ecco, se non con gli altri
almeno dentro di te, prova a sviscerare un po’ meglio quella tua risposta. Cosa significa esattamente? Sei
calmo, senza pensieri? Oppure ti senti felice? Entusiasta? Speranzoso? Trepidante? Su di giri?
Soddisfatto? Eccitato? Sereno? E se la risposta è “sto male”, vuol dire che sei triste? Arrabbiato?
Frustrato? Contrariato? Ti senti solo? Sei nervoso? Provi dolore? Sei indeciso? Ti senti insicuro?
Impara a riconoscere le sfaccettature del tuo sentire: questo fornirà al tuo cervello un maggior numero
di categorie per predire le emozioni che avverti14, consentendoti di mettere in atto delle reazioni più
efficaci. Per intenderci, se leggendo il tuo stato emotivo non sei in grado di andare al di là del fatto che ti
senti semplicemente “male”, allora per stare meglio potresti buttarti su cibo, alcol o droghe. Se invece
riesci a scavare dentro quel generico “mi sento male”, mettendo a fuoco che ti senti solo e consumato dal
rimpianto, allora la soluzione più corretta sarà chiamare un amico e raccontargli i tuoi errori.
Coltiva quotidianamente un rapporto profondo con le tue emozioni: vivile, esplorale in profondità, cerca
le parole giuste per descriverle e, se non le trovi, inventale.
Chi è capace di vivere le proprie emozioni è anche capace di fare emozionare gli altri. E quanto più
sarai in grado di toccare le corde emotive delle persone attorno a te, tanto più sarai in grado di cambiare
loro la vita.

PER RIASSUMERE…
Lo psicologo e psicoterapeuta – 4 lezioni per il successo e la felicità

Zone di influenza e amor fati


Quello che ti accade quotidianamente può essere classificato in 3 zone chiamate “di influenza”. La Zona 1 include ciò che è sotto il
tuo controllo: tutto quello che succede in questo ambito dipende esclusivamente da te. A seconda delle tue scelte, raccoglierai dei
risultati.
La Zona 2 è una zona di “semi-influenza”, è il luogo dove la tua Zona 1 incontra la Zona 1 di qualcun altro; riunisce quello che fai
che ha un impatto sulle persone che ti circondano. È la zona della leadership e della relazione.
La Zona 3 è composta da situazioni, cose e persone che sono al di fuori della tua influenza e che, di conseguenza, non puoi in alcun
modo controllare.
Il tuo successo e la tua felicità dipendono dalla tua capacità di collocare quello che ti capita in una di queste zone e comportarti di
conseguenza: impegnati con tutto te stesso a cambiare ciò che ricade in Zona 1 e 2; lavora per accettare, fino ad arrivare ad
amare, quello che fa parte della Zona 3. Mai il contrario.

La vita è breve
È idea comune che ognuno di noi abbia poco tempo per vivere.
In realtà, la stragrande maggioranza di noi ha a disposizione un periodo sufficientemente lungo per vivere una vita significativa.
La vita, dunque, non è breve in sé e per sé, ma più spesso siamo noi a renderla tale, sprecando e non dando valore al tempo che
abbiamo a disposizione.
Per ricordarti che il tuo tempo è prezioso e che hai “una data di scadenza”, prendi l’abitudine di pensare alla morte.
Recuperando un rapporto quotidiano con la dimensione della morte e con la sua ineluttabilità, possiamo trovare un’enorme
energia che ci induce a vivere meglio e più profondamente, assumendoci una grande responsabilità per quello che riguarda il
nostro presente.
Ricordandoci che dobbiamo morire, ci ricordiamo che “dobbiamo vivere”.

Mete e valori
Avere chiara la propria direzione di vita è molto più importante che avere chiari i propri obiettivi. Una volta definita la direzione
che vuoi dare alla tua vita, gli obiettivi verranno da sé, come naturale conseguenza.
Il primo passo per chiarire la tua direzione di vita è riflettere sui tuoi valori, ossia ciò per cui, per te, la vita vale. Cosa conta per te,
nel profondo? Cosa è davvero importante nella tua vita? Essere un partner premuroso? Essere un genitore amorevole? Innovare
nel tuo lavoro? Aiutare chi è meno fortunato?
I valori non si trovano nella testa, ma nel cuore: si tratta di sintonizzarti con te stesso e sentire cosa ti fa emozionare, cosa ti
accende, cosa ti fa avvertire che la tua vita è degna di essere vissuta.
Una volta che hai chiari i tuoi valori, impegnati a seguirli, giorno dopo giorno. Se la tua direzione di vita si mantiene coerente con
essi, sarai una persona felice; altrimenti, andrai incontro all’insoddisfazione. Rendi il più possibile armonico ciò che fai con ciò che
per te vale.

Non puoi cambiare le persone


La decisione di un cambiamento è strettamente personale e connessa a una spinta che può venire solo dall’interno.
E allora: cosa fa cambiare le persone? Le emozioni. Se ci pensi bene, ogni decisione o cambiamento che hai messo in atto tu stesso
è stato determinato da una forte emozione che hai provato. Pensa a quando hai lasciato il tuo partner: probabilmente sapevi già da
molto prima che non era la persona giusta. Eppure, nonostante i tuoi dubbi a livello razionale, hai continuato ad addormentarti
accanto a lui, giorno dopo giorno. Finché…? Finché non è arrivata un’emozione forte. Il tuo partner ti ha tradito, oppure ti sei
innamorato di un’altra persona. Le persone decidono, le persone cambiano, non sulla scorta di spiegazioni logiche, ma quando
sono travolte dalle emozioni.
Le emozioni possono smuovere le montagne, ed è per questo che dobbiamo imparare a farci i conti. Come? Coltivando un rapporto
con loro: imparando a sentirle (anche quelle spiacevoli!), conoscerle, ascoltarle, dar loro un nome, viverle e sfruttare la loro carica
trasformativa.
Più sarai capace di vivere le tue emozioni, più sarai in grado di fare emozionare anche gli altri. E quanto più ci riuscirai, tanto più
sarai in grado di cambiare loro la vita.

ATTENZIONE

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tra le quali una mappa mentale dei concetti salienti di questo capitolo e un ebook gratuito di oltre 70
pagine con esercizi per allenare le 4 competenze appena raccontate.
Padroneggiarle ti aiuterà a dare il meglio di te nell’era del cuore, mettendo in discesa la tua strada
verso la felicità.

1
Per approfondire, è possibile leggere i molti articoli e testi sull’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), uno degli
approcci attualmente più accreditati per la cura della sofferenza psichica, il cui fondatore è lo psicologo statunitense Steven C.
Hayes.
2 Si vedano gli scritti di alcuni sopravvissuti ai campi di concentramento, che molto hanno da insegnarci a questo proposito. Tra

tutti, una lettura che mi sento di consigliare è quella di Ad Auschwitz ho imparato il perdono di Eva Mozes Kor.
3 La metafora di Epitteto è stata raccolta dallo studioso tedesco Hans von Arnim nei volumi Stoicorum Veterum Fragmenta,

dedicati ai brani dei filosofi stoici sopravvissuti fino ai giorni nostri. «Devi volere ciò che accade come accade, e la tua vita scorrerà
felice», scrive ancora Epitteto nel suo celebre Manuale (ed. it. a cura di Guido De Ruggiero, Mursia, 2017), fra l’altro diffuso in
italiano grazie a un traduttore d’eccezione: Giacomo Leopardi.
4
Seppure con parole leggermente diverse, è Seneca il filosofo che ha formulato questo pensiero. Questa e molte altre
considerazioni sul tempo (e sulla necessità di non sprecarlo) si trovano nel suo De brevitate vitae.
5 Vi invito a consultare il Global Digital Report su wearesocial.com, che produce analisi molto interessanti su quanto,
statisticamente, l’uso di Internet incide sulle nostre vite.
6 Per assecondare questa mia passione, ogni volta che siamo in vacanza, la mia famiglia è “costretta” a visitare i cimiteri nei
luoghi in cui ci troviamo. I miei figli sono molto incuriositi dalle tombe, soprattutto quelle che hanno immagini di bambini
scomparsi prematuramente. Parlare con loro anche di questo aspetto della vita, con parole ovviamente adatte alla loro età e senza
farne una ossessione, è qualcosa che aiuta me e loro a ricordarci di quanto sia prezioso il tempo a disposizione.
7 Questi concetti sono ben argomentati da Philip Zimbardo, psicologo di fama mondiale noto per l’esperimento carcerario di

Stanford. Nel suo libro La cura del tempo puoi trovare, tra l’altro, un interessante questionario che ognuno può fare per capire
quale sia il proprio orientamento temporale, e alcuni esercizi molto concreti per migliorarlo. L’approccio al tempo è considerato da
Zimbardo non solo un fattore personale, ma anche politico e sociale, che investe l’esistenza e il comportamento delle Nazioni.
8 Una delle regole di Covey, autore del bestseller Le 7 regole per avere successo, è proprio «inizia partendo dalla fine».

Secondo Covey, se un individuo ha ben in mente dove vuole arrivare, sa sempre a che punto si trova e dove vuole giungere, quindi
ha molte meno possibilità di agire in maniera dispersiva rischiando di perdersi.
9 Una frase, attribuita a Bob Marley, restituisce la stessa atmosfera, ma in maniera meno macabra: «Quando sei davanti a due

decisioni, lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché, nel momento in cui essa è in aria,
saprai esattamente cosa stai sperando di più».
10 Niente di più falso del luogo comune per cui, in amore, gli opposti si attraggono: sono le persone simili ad attrarsi. Poi, se a
fronte di una forte base di valori in comune ognuno ha passioni diverse, va benissimo: sono queste le differenze che arricchiscono.
Ma sembra difficile che una relazione possa durare se si dà importanza a cose diametralmente diverse.
11
La corteccia orbitofrontale, parte della corteccia prefrontale, è considerata l’area del cervello che fa da ponte fra ragione ed
emozioni. Le informazioni sensoriali (provenienti dall’esterno e dall’interno del corpo) vengono qui ricevute, valutate e integrate
per generare decisioni o comportamenti articolati guidati dalle emozioni.
12 La storia completa del signor Elliot, insieme a molte altre ricerche e considerazioni sul rapporto fra cervello ed emozioni, si

trova nel libro di Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio. Dopo aver studiato il caso di Elliot, Damasio ha ideato il concetto di
“marcatore somatico”: la sensazione, piacevole o spiacevole (un nodo alla gola, il tremito alle mani e così via), che ognuno di noi
avverte nel momento in cui pensa all’esito, positivo o negativo, a cui può portare una scelta. Il marcatore, secondo l’autore,
sarebbe una sorta di segnale che si attiva in noi in alcune circostanze per permetterci di scartare le possibilità che non ci
convincono e quindi indurci verso la decisione emozionalmente più giusta in quel momento.
13 Pensa alla collera: sentirsi avvampare da un’emozione di rabbia nei confronti di un collega che cerca ripetutamente di
metterci i bastoni tra le ruote ci dà la carica e la grinta necessarie per andare a parlargli, affrontando la situazione e negoziando
diversi termini del rapporto. La stessa rabbia, tuttavia, impulsiva e senza alcun filtro della mente, potrebbe portare a esiti
tutt’altro che costruttivi.
14 Che le emozioni siano predizioni messe in atto dal nostro cervello per creare un ponte fra la nostra percezione del mondo e

noi stessi (quindi il nostro passato, i nostri ricordi, la nostra fisiologia) è un concetto ampiamente esposto da Lisa Feldman Barrett,
neuroscienziata americana autrice di un libro molto interessante, How emotions are made. La Barrett studia le emozioni dal punto
di vista scientifico da quasi trent’anni e ritiene che ognuno di noi possa intervenire molto più di quanto immagini sul proprio piano
emotivo. A suo dire, nessuno è alla mercé di ciò che prova, ma può diventarlo se non riesce a riconoscerlo. L’idea della scienziata è
che, davanti a un certo sintomo (per esempio, un’improvvisa accelerazione del battito cardiaco), il cervello cerchi e trovi, in pochi
millesimi di secondo, una risposta plausibile a seconda del contesto: potrebbe trattarsi di paura. L’idea della Barrett, però, è che
quello stesso segnale possa anche essere inteso in altri modi (eccitazione, determinazione, motivazione, coraggio) e che nel
momento in cui riusciamo a interpretare l’emozione a nostro vantaggio ne otteniamo un immenso potere. Tornando all’esempio
sopra, pensa a che differenza potrebbe fare, prima di un colloquio di lavoro, interpretare il battito accelerato del tuo cuore come
segno di determinazione anziché di paura.
Quarta vita
L’imprenditore
7
L’intraprendenza di chi osa

La mia quarta vita comincia in chiesa. No, non sono diventato prete né sono diventato imprenditore
grazie a un’illuminazione divina. Anzi, a dire il vero, in quell’occasione io non ero neanche presente.
Probabilmente mi trovavo a casa con la mia famiglia e non potevo immaginare che, a qualche centinaia di
chilometri da me, stesse succedendo qualcosa che mi avrebbe coinvolto al punto da farmi riconsiderare la
mia professione.
Una domenica come le altre un giovane manager della provincia torinese attivo nel settore della
ristorazione, si reca a messa e, durante l’omelia sul perdono, rimane colpito da queste parole: «Come ci
dice uno youtuber, Luca Mazzucchelli, “non devi perdonare perché l’altro merita il perdono, ma perché tu
meriti la pace”». È curioso che a un prete che parla di perdono, con tutti gli insegnamenti che le sacre
scritture gli mettono a disposizione, venga in mente di citare uno youtuber, no? Il perdono è un po’ il core
business della chiesa, non lo si può appaltare così al primo psicologo che pubblica video sul Web! In ogni
caso, l’imprenditore, tornato a casa incuriosito, si iscrive alla mia newsletter e comincia a guardare i video
che ciclicamente gli invio. Poco per volta, si appassiona alla mia comunicazione e alla psicologia, e pensa
che io possa tornargli utile per un progetto. Quindi mi chiama, si presenta e mi dice: «Sono convinto che
fra cinque o dieci anni i ristoranti come oggi li intendiamo siano destinati a chiudere. La gente non uscirà
di casa per mangiare qualcosa di buono, perché non ne avrà bisogno: forse Amazon metterà a disposizione
un servizio di food delivery per portare direttamente nelle case anche i piatti migliori, e a prezzi inferiori;
oppure potremo comprare la stampante 3D e preparare direttamente nella nostra cucina di casa la
carbonara di Cracco… Se noi ristoratori non riusciamo a reinventarci, andiamo verso il fallimento. Perché
tu, con la psicologia, non mi aiuti a trovare un modo per far vivere ai miei clienti un’esperienza
straordinaria? Potremmo cercare insieme un’idea per far sì che chi viene nei miei ristoranti non solo
mangi bene, ma provi delle emozioni uniche che lo stimolino a tornare. Cosa ne pensi?».
Lì per lì sono rimasto di sasso. Da una parte il suo discorso mi interessava moltissimo, e soprattutto mi
dava l’idea di poter aprire nuovi sbocchi nella mia vita professionale; dall’altra non ero certo di poter fare
quello che chiedeva. Mi sono consultato con i miei collaboratori, che in questa fase si potevano ancora
contare sulle dita di una mano, e tutti mi hanno spinto ad andare di corsa a incontrare il ristoratore. Così
ho fatto. E proprio da questa esperienza è nata nella mia testa una nuova modalità di applicare la
psicologia alla quotidianità delle persone.
Poco tempo dopo, c’è stato un altro episodio abbastanza curioso. Capiterà anche a te di ricevere
telefonate insistenti di compagnie telefoniche e società che cercano di venderti qualsiasi genere di
servizio, no? A quei tempi, pur essendo iscritto al Registro delle Opposizioni, era un continuo
bombardamento di chiamate, fastidiose e invadenti.
Allora ho deciso di reagire a modo mio, ossia registrando un video in cui, partendo da questo input, ho
condiviso alcuni spunti psicologici per dire no agli altri, e senza sentirsi in colpa.
L’ho pubblicato e, qualche settimana più tardi, sono stato contattato su LinkedIn dall’amministratore
delegato di un’azienda multinazionale che usa comunemente le telefonate commerciali, e che avevo citato
su YouTube. «Mazzucchelli, ho visto il suo video e sono molto arrabbiato…», mi ha scritto. Ero già lì, con
la goccia di sudore, pronto a rivolgermi ai miei collaboratori: «Ragazzi, chiamate l’avvocato, stavolta l’ho
fatta grossa…». Poi sono andato avanti a leggere: «… sono arrabbiato ma mi hanno colpito la freschezza e
l’ironia con cui ha saputo trattare questo tema. Per questo le chiedo se, con le sue competenze di
psicologia, non abbia voglia di collaborare con noi in questo ambito. Le telefonate a freddo funzioneranno
sempre meno, sarebbe invece interessante trovare una chiave comunicativa simile alla sua per spiegare
alle persone perché i servizi che noi offriamo possano effettivamente aiutarle a vivere meglio».
Sono rimasto molto colpito da questo messaggio. Credo che l’azienda in questione si sia comportata in
modo illuminato. Senza prendersela con chi la stava criticando (io, in questo caso), ha riconosciuto
l’esistenza di un limite comunicativo e ha agito attivamente per perfezionarlo. Quindi ho risposto: «Gentile
Amministratore Delegato, devo confessarle che il mio video fa parte di una strategia studiata a tavolino
per trovare un unico cliente, molto ben profilato: lei. Se vuole, possiamo vederci una mezz’ora, così le
racconto le mie esperienze nel campo della comunicazione online e dell’Inbound Marketing e le spiego in
che modo potrei essere utile alla sua azienda».
«È raro trovare una faccia tosta come la sua, lo sa, Mazzucchelli?», ha concluso lui. Però poi ci siamo
incontrati, abbiamo parlato ed effettivamente il progetto è andato in porto.
Da allora gli eventi si sono concatenati in maniera sempre più frenetica. I risultati delle mie vite
precedenti iniziavano a farsi concreti. Ricevevo molte chiamate, inviti a eventi, richieste di speech o di
corsi di formazione aziendale. I video continuavano a portarmi nuovi clienti per il mio studio e proposte
inaspettate, come quelle appena raccontate. Quando la situazione è diventata ingestibile, non riuscendo
più a prendere tutti i lavori che mi venivano offerti contando solo sulle mie forze, ho deciso che era
arrivato il momento di fare un salto di qualità. Dovevo crearmi una squadra.
Lo confesso, non è stato affatto facile. Avevo una mentalità da libero professionista, per cui faticavo ad
adattarmi a certe dinamiche. In particolare, abituato a fare tutto da solo, l’idea di delegare il mio lavoro a
qualcun altro era un concetto che non riuscivo a immaginare. E avevo mille resistenze, prima fra tutte
pensare che nessuno lo avrebbe fatto come me.
Poi, quando ho iniziato ad affidare il montaggio dei video a un service professionale, ho capito che altri
potevano fare certi lavori anche meglio di me. Dirò di più, andando avanti in questa direzione, cioè spinto
da necessità, ho scoperto che anche se all’inizio qualcun altro svolge il mio lavoro al 70% del livello a cui
lo farei io, va benissimo. Per almeno due ragioni: primo, perché così io guadagno tempo da impiegare in
altre attività; secondo, perché se il mio collega parte al 70% vuol dire che può ancora crescere, migliorare
e magari superarmi.
Delegare è stata la difficoltà maggiore che ho incontrato nel passaggio da libero professionista a
imprenditore. Ed è stato anche complesso scegliere e assumere i membri della mia squadra. Ancora
abituato alla mia Partita Iva, ho dovuto lavorare a lungo su di me per accettare di assumere qualcuno a
tempo indeterminato, sia per l’impegno a lungo termine sia per i costi. Con la mia mentalità da freelance,
è stato una specie di salto quantico, non solo a livello di competenze nuove da introiettare (anche, e
comunque ho ancora molto da imparare…), ma proprio come approccio mentale.
Eppure, per crescere, dovevo imparare sia a delegare sia ad assumere, e anche molto altro con cui non
avevo ancora fatto i conti. Diventare imprenditore era un’eventualità che mi aveva sempre intrigato, ma si
trattava di un passaggio davvero importante: voleva dire inventarsi un’idea di business ben definita e
mettere insieme un gruppo di persone per realizzarla. Io avevo paura, ma volevo provare. E poco per volta
ci sono riuscito: ho dato vita al MazzuTeam, il mio gruppo di collaboratori che oggi considero uno dei miei
principali punti di forza. Ho idealmente diviso i miei settori di competenza e trovato nuovi responsabili per
ognuno di essi: la formazione, i video, il merchandising, la clinica e così via. Passo dopo passo sono
riuscito a strutturare la mia azienda, cosa che ha permesso di seguire un maggior numero di progetti con
un impegno e una cura che da solo non avrei mai potuto offrire. E già nel 2018, a pochi mesi dalla nascita
della mia società, è arrivato un riconoscimento molto importante, che da una parte mi ha gratificato per
gli sforzi fatti fino a quel momento, dall’altra mi ha dato energia per la nuova sfida appena intrapresa.
L’Associazione Italiana Coach mi ha segnalato come uno dei top coach dell’anno: «Luca Mazzucchelli è
uno dei dieci personaggi che più influenzeranno il mondo del coaching e della formazione in Italia nei
prossimi anni».
Mi era chiaro che gestire un’azienda non sarebbe stata una cosa semplice. Sapevo che c’erano delle
difficoltà, ma non sapevo dove e come si sarebbero annidate, né tanto meno come risolverle. All’inizio,
non avevo capito quanto fosse necessario avere sempre sottomano gli indici numerici della ditta, né
quanto fosse difficile selezionare il personale, o quanto delicata la gestione del conflitto tra le persone che
lavorano insieme. Inoltre, anche sul piano economico, non mi era ancora chiaro che per mantenere un
team di dieci persone (quello che ho oggi) bisogna guadagnare davvero tanti soldi e, all’inizio, non avevo
idea di come potessero venire fuori cifre consistenti solo grazie alla psicologia. Ho dovuto naturalmente
assumermi i miei rischi imprenditoriali, rinunciando – in un primo periodo – a buona parte dei miei
compensi per mantenere la struttura attiva.
Insomma, ero davanti a uno spazio vuoto fra il punto in cui mi trovavo – quello di un imprenditore
emergente, che sta ricevendo le prime proposte di marketing, formazione in azienda e così via – e il
potenziale che potevo far emergere costruendo passo dopo passo il futuro della mia azienda. Credo che la
mia fortuna, in questo momento delicato e aperto a mille possibilità, sia stata saper riconoscere i miei
limiti e chiedere aiuto.
Avendo capito che da solo non sarei riuscito a tenere tutto sotto controllo, mi sono rivolto a una società
di consulenza. Ricordo ancora perfettamente il mio incontro con uno dei commerciali, che mi ha elencato
tutto quello che avrebbero potuto fare loro per me: farmi crescere, darmi le basi della leadership,
insegnarmi a selezionare il personale e a delegare, spiegarmi come si scrivono i mansionari e come
utilizzare il cruscotto fiscale1, aiutarmi a tenere i conti e a tracciare alcuni valori fondamentali (i costi
fissi, il margine di guadagno sui prodotti che vendo, il break even point2), portarmi in un centro di
formazione in cui avrei potuto studiare, fare networking e ascoltare interventi di altri imprenditori già
usciti dalla fase di startup, che a loro modo avevano già ottenuto successo. Insomma, mi proponeva servizi
che mi sembravano utilissimi, perché anche se avessi potuto trovare molte risposte sui libri o su Internet,
avere un esperto che ti affianca, che periodicamente viene nella tua azienda, sa cosa consigliare e come
farlo, è cosa ben diversa.
Il problema era che mi chiedeva una cifra esorbitante. O almeno, a me appariva tale: non ero neanche
sicuro di averli, tutti quei soldi; e se anche li avessi avuti, mi pareva un investimento enorme. Pensavo a
mia moglie, ai miei figli, al mutuo, ai collaboratori da pagare, e mi dicevo che dovevo fermarmi, che
andare avanti avrebbe significato mettermi nei guai.
Ed ecco che, quando il commerciale seduto davanti a me mi ha messo fra le mani una carta in cui mi
impegnavo a versare quell’importo in rate mensili, io l’ho presa e… l’ho firmata.
Sicuramente è stata una decisione in parte incosciente, in parte coraggiosa. In quel momento ho fatto
un vero e proprio atto di fede, ho voluto vedere qualcosa là dove ancora non c’era niente. Sentivo che
l’aiuto che mi proponevano era davvero interessante ed ero sicuro che mi sarebbe servito per costruire
qualcosa di grande. Così Paolo Ruggeri, il leader della società di consulenza, è diventato il mio mentore di
questa quarta vita. Quando lo sentivo parlare, mi vibravano delle corde dentro. Lui è stato il primo a
dirmi: «Credici, fallo!» e io l’ho seguito. Anche se devo confessare che, dopo aver firmato con Open
Source Management, sono tornato a casa e non ho detto niente a nessuno: avevo il terrore che mia
moglie, se le avessi raccontato tutto, mi avrebbe buttato fuori a calci nel sedere!
Con il senno di poi, questo mio atto di fede è stato ripagato ampiamente. In particolare, mi sono reso
conto di aver fatto la scelta giusta quando ormai la collaborazione con OSM era partita e Giulia mi ha
annunciato di essere incinta del nostro terzo figlio. Ovviamente ero felicissimo, ma avevo anche paura di
prendermi troppi rischi e di avere poco tempo per la famiglia. Ho chiamato Paolo, gli ho dato la bella
notizia e, un po’ agitato, gli ho detto: «A questo punto però cambia tutto, dobbiamo rivedere i nostri piani,
iniziare a togliere qualcosa…». E lui: «No, non dobbiamo togliere niente. Non ragionare in termini di
abbastanza, sposa la logica dell’abbondanza: ottimizziamo quello che abbiamo in ballo per permetterti di
guadagnare di più, sia in termini di soldi sia di tempo, così puoi stare più vicino alla tua famiglia». Questo
per me ha rappresentato un grande insegnamento.
A quel punto la mia azienda ha iniziato a crescere in modo costante. Anche se c’è ancora molto da fare
per trasformarla in una realtà affermata, l’evoluzione è evidente e, nell’arco di due anni, abbiamo messo
in piedi diversi settori su cui concentriamo il nostro lavoro.
Sono partito facendo qualche speech durante le riunioni aziendali (il mio TEDx è stato un ottimo
sponsor per questo lavoro) e gradualmente abbiamo messo a punto un’Academy formativa sulle soft skills
che insegnasse ai lavoratori le abilità psicologiche utili a prosperare in ambito lavorativo.
I miei video si sono diffusi sempre di più e abbiamo iniziato a crearne non solo per offrirli gratuitamente
sui social e sulla newsletter, ma anche per aziende interessate a contenuti ad hoc per loro uso interno, o
per operazioni in cobranding.
La WOW Experience, che era nata ai tempi dell’imprenditore torinese per cui pianificavamo esperienze
memorabili da far vivere ai clienti di ristoranti, si è allargata ad altri settori andando ad aiutare anche
altri esercizi commerciali3.
Il mio centro clinico, nel quale ero partito da solo a ricevere i miei primi pazienti, oggi si avvale di
diversi colleghi che ruotano su 5 sedi differenti, e ho creato un portale di consulenze psicologiche online
(mindwork.it) rivolto al mondo delle aziende che investono in welfare aziendale.
Tutto è cresciuto, insomma, e non passa mese in cui non abbiamo una nuova idea per applicare la
psicologia al nostro quotidiano in modo innovativo e affascinante: dall’organizzazione di eventi dal vivo
all’ideazione di video corsi per il grande pubblico; dalla progettazione di videogame psicoeducativi alla
collaborazione con aziende che si occupano di realtà virtuale, dal portare la psicologia nel mondo del
travel al creare “mobili psicologici” (ovvero più vicini alla psicologia degli utenti).
E tutto questo non è solo un punto d’arrivo, ma soprattutto una nuova partenza. Non so come andranno
le cose nei prossimi anni. Forse finirò per cambiare tutto un’altra volta e dedicarmi a qualcos’altro. Forse
lascerò l’azienda e aprirò un bar sulla spiaggia. Oppure proseguirò questo percorso in maniera più o meno
lineare. Quello che so, e che mi appare evidente pensando a ciò che ho fatto nelle mie quattro vite e a
quello che ho in mano ora, è che alla fine tutto torna. Tutte le esperienze – anche quelle che mi hanno
impaurito, o annoiato, o lasciato insoddisfatto – sono servite. Tutto quello che ho imparato, a volte anche
controvoglia, mi ha permesso di diventare il professionista che sono. Tutti i fallimenti nei quali mi sono
imbattuto mi hanno impartito delle lezioni preziose, grazie alle quali ho sempre trovato la forza per fare
un passo più in là.
E lo so che mi capiterà ancora di avere paura e di sbagliare. Ma se saprò portare con me gli
insegnamenti che ho lasciato su queste pagine, troverò la forza e il coraggio per andare avanti e dare
valore, alla mia vita e a quella altrui.
E sono sicuro che, se farai lo stesso, ci riuscirai anche tu. Comincia subito: è arrivato il momento di
prendere in mano la tua vita e farla splendere come mai prima.

1
Il cruscotto fiscale è una sorta di prospetto che mostra diversi indicatori economici, in base ai quali è possibile capire
l’andamento di un’attività. È uno strumento necessario per tutti gli imprenditori e lo diventa sempre di più man mano che l’azienda
cresce.
2 All’interno di un conto economico il break even point, o punto di pareggio, è il momento in cui il fatturato di un certo prodotto
ricopre completamente i costi, fissi e variabili, sostenuti per realizzarlo e commercializzarlo: da quel momento in poi, inizia il
guadagno. Ammesso e non concesso che lo si raggiunga.
3
Tutte le info sulle evoluzioni del progetto si possono consultare nel sito: www.thewowexperience.it/
8
Quello che resta

DIFENDI LA TUA ENERGIA

Da quando sono imprenditore, il tempo a mia disposizione è sempre meno. Dopo avere a lungo studiato
tutto lo scibile sul tema del time management, mi sono reso conto che c’è una variabile forse ancora più
importante da imparare a gestire: l’energia.


LA VITA È DI CHI LA FA.
CHI NON LA FA, LA SUBISCE.

Chi ha un livello alto di energia riesce a fare di più e a scolpire la propria esistenza. Chi non ha energia,
invece, si rassegna a vivere una vita forgiata da altre menti e mani; rinuncia a scendere in campo e si
ferma in tribuna, a guardare quello che gli altri fanno al suo posto. Il futuro non ti viene incontro: sei tu
che gli devi andare incontro, impegnandoti in maniera proattiva per far accadere nella realtà ciò che hai
in mente. Potrai rischiare; potrai sbagliare; ma se non ci provi rimarrai sempre al punto di partenza.
L’azione è una delle chiavi del successo. È solo facendo, facendo e facendo che puoi capire il
funzionamento delle cose, imparare e crescere. Non sottovalutare l’importanza di bussare a più porte: se
bussi a una sola porta, probabilmente nessuno ti apre; se bussi a cinquanta porte, magari una o due si
aprono; se bussi a cento, duecento, cinquecento porte, le tue possibilità non possono che aumentare.
Per bussare a tante porte serve sì il tempo, ma anche l’energia. Perché puoi bussare senza crederci
oppure farlo con convinzione, e questo ha un impatto determinante sull’esito della tua azione. Sul lavoro,
io non vendo le mie ore, ma le mie forze. Il tempo che offro a un certo punto finisce, ma l’energia che
metto in un incontro, in uno speech, o in un corso può contagiare i presenti, e continuare a crescere
dentro di loro anche quando me ne torno a casa. Alla mia famiglia non concedo semplicemente una
manciata di minuti, ma qualcosa che mi sembra più prezioso: la mia presenza, viva e attiva, nel momento
in cui ci sono e ci siamo. Così, la mattina dopo, quando ci separiamo e ognuno riprende le proprie attività
quotidiane, ci portiamo ancora dentro l’energia sprigionata dal nostro stare insieme.

Prova a pensare alla tua vita e agli ambiti più importanti che la compongono. Per semplificare, ti
propongo di immaginarla come una torta, idealmente suddivisa in cinque fette, ognuna delle quali
rappresenta una delle sue aree principali: il lavoro, la salute, la sfera personale, la famiglia e gli amici, la
spiritualità. Fatto cento del tempo a tua disposizione, come lo suddivideresti fra queste cinque aree per
garantirti un’esistenza piena, felice e appagante?
La maggior parte delle persone fa una riflessione di questo tipo: «Be’, la famiglia è importante e il
lavoro anche. La salute poi non ne parliamo, parte tutto da lì. Però anche la sfera spirituale e quella
personale sono fondamentali per stare bene con sé stessi. Facciamo così: do a tutte lo stesso tempo. Cento
diviso cinque fa venti: 20% a ogni fetta della torta è la soluzione migliore per avere una vita equilibrata e
distribuirmi equamente fra le cose che più contano». Giusto?
Non è così semplice, almeno secondo me. Bilanciare in modo uguale il tempo a disposizione in tutte e
cinque le aree non ti porterà né a investire né a crescere in egual misura in ognuna di esse. Se dai il 20%
al lavoro, non ottieni in cambio 20 denari. Se dai il 20% agli amici, non è detto che ti tornino 20 nuovi
contatti. Se dai il 20% alla salute, non è detto che lo riavrai indietro. Semplicemente, non è così che
funziona. Ci sono situazioni in cui diamo molto, ma non caviamo un ragno dal buco. A me capita di stare
settimane intere su un progetto senza riuscire a combinare nulla di buono; altre volte, in un paio d’ore il
gioco è fatto. Ti sarà successo magari di trascorrere otto ore in ufficio lavorando come un matto per poi
arrivare la sera con la consapevolezza di avere fatto davvero tanto, mentre altri giorni ti senti svogliato e,
in quelle stesse otto ore, fatichi a sbrigare anche le mansioni più semplici. Perché? Perché a restituirci
valore non è la quantità del tempo che investiamo, ma la qualità dell’energia.
A questo proposito, ho postulato la seguente equazione:

Valore = Energia x Tempo

Non riceverò il Premio Nobel per questa formula, però credo sia vera e utile. Immagina di passare tutta
una serata in compagnia del tuo partner senza scambiare una parola, magari avendo la testa altrove. Il
tempo che stai dedicando al partner è molto, diciamo 6 ore piene, ma in quanto a energia investi 0.
Riportando questi valori nella formula qui sopra, potrai accorgerti di come il risultato che ottieni, ovvero il
valore che quella serata porterà alla vostra relazione, sarà pari a 0. Allo stesso modo puoi trascorrere un
pomeriggio intero con tuo figlio ai giardini, ma mentre lui gioca tu non stacchi gli occhi dal cellulare
neppure per un secondo, e il valore che tornerà al vostro rapporto sarà comunque 0.
La formula funziona anche al contrario. Se passi dieci ore con qualcuno che ha energia -100, e quindi
magari è una persona molto negativa che ti fa sentire più scarico che energico, il valore che ti porti a casa
è -1000: le tue scorte vengono completamente prosciugate. Immagina invece di telefonare a tua madre e
di dedicarle dieci minuti per parlare e ascoltarla: alla fine della chiamata, per quanto possa essere stata
corta, vi sarete probabilmente scambiati una marea di valore. Quello che voglio dire è che puoi dedicare
anche il 100% del tuo tempo a un compito, ma se non ci metti energia non ti tornerà nulla. In tutte le
attività che compiamo abbiamo bisogno di meno quantità e più qualità; meno tempo e più energia.


MENO QUANTITÀ E PIÙ QUALITÀ.
MENO TEMPO E PIÙ ENERGIA.

Fin qui tutto chiaro. “Ma dove la trovo questa energia?” stai forse pensando. Ebbene: il nostro livello di
energia, anche mentale, arriva dal corpo. Per averne a disposizione e poterla quindi imprimere in quello
che facciamo abbiamo innanzitutto bisogno che il nostro organismo sia in condizioni adeguate a
supportarci. Corpo e mente sono profondamente interconnessi: se vogliamo poter contare sull’energia
mentale, dobbiamo assicurarci di avere una buona dose di energia fisica grazie anche a un corpo in forma
e a uno stile di vita sano e adeguato.
Ci sono, in particolare, alcuni comportamenti che occorre adottare a questo scopo. Innanzitutto
l’attività fisica: la ricerca è concorde nell’indicare che un’attività fisica regolare correla con più alti livelli
di energia1. Anche dormire a sufficienza è fondamentale per i nostri livelli di energia2. Posto che ognuno
ha il suo fabbisogno di sonno da rispettare, una media di sette ore a notte potrebbe essere azzeccata. Altri
due comportamenti fondamentali sono meditare3 (tranquillo, non ti sto chiedendo di diventare un monaco
tibetano) e alimentarsi in modo sano, ossia preferendo alimenti a basso indice glicemico che preservano
nel tempo le nostre energie (come proteine magre, cereali integrali, frutta e verdura – in sostanza cibi che
si trovano in natura e non hanno una tonnellata di zuccheri aggiunti, grassi e additivi).
Se non vogliamo vivere una vita molto al di sotto delle nostre possibilità, questi quattro elementi
dovrebbero idealmente trovare un posto fisso nelle nostre giornate. «Fosse facile, Luca!», ti sento già
esclamare. Purtroppo, spesso, seguendo il flusso degli eventi, ci condanniamo a vite stressanti e rigide,
all’interno delle quali c’è poco spazio per introdurre nuovi elementi che potrebbero portarci grandi
vantaggi. La sera rientriamo a casa dal lavoro stanchi morti e l’idea di fare qualcosa che non sia buttarci
sul divano a guardare la TV sembra quasi utopica. La mattina ci svegliamo a pezzi, magari dopo una notte
agitata; buttiamo giù un caffè e cinque minuti dopo siamo già in strada, in mezzo al traffico, per portare i
figli a scuola. In che modo possiamo inserire in questa routine vincolante spazi e tempi che ci permettano
di fare il pieno di energia?
La buona notizia è che per fare dei cambiamenti anche molto significativi non c’è bisogno di
rivoluzionare la nostra esistenza tutta in una volta. Utilizzando la logica dell’1%, puoi inserire nella tua
vita nuove azioni microscopiche, poco invasive e dunque per te sostenibili. Il segreto è trasformare queste
azioni in abitudini, ossia comportamenti sistematici e automatizzati che, pur piccoli che siano, finiscono
per scolpire giorno dopo giorno la nostra vita e, sul lungo termine, faranno una differenza enorme4. Se ci
pensi, ognuno di noi oggi è il risultato delle abitudini, piccole o grandi, che ha adottato negli ultimi cinque
anni; e fra cinque anni sarà il frutto delle abitudini che ha deciso di acquisire a partire da ora. Le
abitudini, insieme alle emozioni, scolpiscono ciò che siamo, per questo le considero i due principali driver
del cambiamento.
Dunque, se non puoi fare esercizio fisico per un’ora al giorno, comincia con un quarto d’ora: quindici
minuti in cui puoi correre, camminare, fare stretching o qualunque altra attività che ti permetta di
muovere il tuo corpo e ricaricarlo. Se non puoi meditare per mezz’ora al giorno, dedica qualche minuto
della tua giornata (magari la sera, prima di dormire; oppure la mattina, appena sveglio) a chiudere gli
occhi e ricollegarti con te stesso e il mondo che ti circonda. Faccio spesso questo esercizio, semplicissimo
e rapido: mi sforzo di ascoltare tre rumori che provengono dall’esterno della casa (il traffico, il canto degli
uccellini, la pioggia); tre rumori che provengono dalla stanza in cui sono (il legno che scricchiola, il
respiro di mia moglie che dorme, il gatto che graffia la porta perché vuole uscire); tre rumori che
provengono dal mio corpo (il battito del cuore, la deglutizione, un piede che sfiora le lenzuola e le fa
frusciare). Così facendo mi concentro solo sul momento presente e riacquisto un contatto con me stesso
(inoltre mi ricordo che, se anche stacco per un po’ il cervello da tutti i pensieri, il mondo va avanti lo
stesso). Se non puoi aumentare il tempo dedicato al sonno fino alle 7 ore consigliate, prova ad aumentarlo
di soli 10 minuti, andando a letto un po’ prima e, se proprio non puoi intervenire sulla quantità, apporta
piccoli cambiamenti per migliorare la qualità: dormi in una stanza fresca e silenziosa, mettiti la
mascherina sugli occhi se c’è troppa luce, utilizza se puoi uno di quei dispositivi da polso (tipo fitbit per
intenderci) per monitorare il tuo sonno. Se non hai modo di adottare un’alimentazione in tutto e per tutto
sana, inizia eliminando i cibi che prevedono zuccheri aggiunti. Insomma: se vuoi avere più energia, e
quindi vivere più pienamente la tua vita, inizia da qui.
Puoi anche valutare di fare delle correzioni alla tua situazione attuale, cercando di capire tra le attività
che compi quali ti tolgono e quali ti donano energia. Tieni presente il diagramma appena visto, la torta
della vita. Prendi un diario e, per una settimana, scrivi giorno dopo giorno come dividi il tuo tempo e le
tue energie fra le cinque aree. Quanto investi sul lavoro? Quanto dedichi alla famiglia? Quanto impieghi
per la tua crescita personale? È importante che tu tenga separati i due concetti, tempo ed energie, e che
riporti molto fedelmente sulle pagine del diario quanto spendi di entrambi (e non quanto vorresti/dovresti
spendere). Dopo una settimana, rileggi quello che hai scritto e prova a chiederti in che modo puoi
preservare la tua energia. Quali, fra le attività e le persone con cui dividi le tue giornate, ti danno energia,
ricaricandoti come un cellulare? E quali, invece, te la tolgono? Cosa puoi fare per non disperdere energie?
Forse passare meno tempo al telefono, oppure evitare di andare in auto in ufficio? E cosa puoi fare,
invece, per accumularne? Passeggiare, prendere una pausa ogni tanto dal lavoro, incontrare un amico?
Ho eseguito io stesso l’esercizio e mi sono accorto che queste sono le azioni che mi tolgono energia:
svolgere compiti non coerenti ai miei valori; l’uso eccessivo del cellulare, soprattutto la mattina presto; lo
small talk (cioè quelle chiacchiere un po’ frivole che si fanno per passare il tempo con gli sconosciuti, per
esempio in taxi o in fila all’aeroporto). Mi energizza, invece: meditare; mangiare bene; frequentare alcune
persone speciali; chiedermi il perché di quello che sto facendo e rinverdire così la motivazione e i
propositi che avevo quando ho iniziato.
Prova anche tu a capire cosa funziona per te e cosa no e, soprattutto, cerca di agire di conseguenza.
Difendi il tuo patrimonio energetico: è il serbatoio da riempire prima di partire nella tua corsa verso il
successo.

TIFA PER I TUOI UOMINI

Da imprenditore ho capito la saggezza racchiusa nel motto “se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi
andare lontano vai insieme”. Finché tutto il lavoro ricadeva sulle mie singole spalle, sono cresciuto in
maniera spedita. Potevo controllare tutto (o almeno, avevo questa percezione…) e le cose andavano “come
dicevo io”. Da un certo punto di vista era una situazione ottimale. Dopo un po’, tuttavia, ho avuto la
sensazione di girare a vuoto, di non riuscire più a scalare il mio sogno, di non approdare a quello step
successivo della mia parabola lavorativa. La mossa game changing è arrivata quando ho preso il coraggio
di cambiare modo di pensare, mettendo al centro un po’ meno me stesso e un po’ più altre persone che
potevano aiutarmi.
Non appena mi sono trovato a costruire il mio team ho capito che la forza di una catena è pari a quella
del suo anello più debole.


LA FORZA DI UNA CATENA È PARI
A QUELLA DEL SUO ANELLO PIÙ DEBOLE.

Significa che puoi avere una catena fortissima ma se c’è un solo anello fragile, alla prima pressione per
lui eccessiva, la catena si spezza. Se anche solo uno dei tuoi collaboratori non ha gli standard richiesti, il
funzionamento del sistema si inceppa e crolla tutto. Spesso gli imprenditori fanno l’errore di scegliere un
collaboratore fermandosi all’analisi delle competenze tecniche, senza considerare gli aspetti personali, e
questo può trasformarsi in un enorme problema.


PRIMA LE COMPETENZE UMANE,
POI LE COMPETENZE TECNICHE.

Puoi assumere il grafico più competente dell’universo, il mago di Photoshop, ma se questo si presenta
ogni giorno in ritardo, è scontroso e irritabile e non rispetta le richieste dell’azienda, pur rimanendo
eccellente nel suo lavoro, di fatto creerà un enorme problema alla squadra. I valori e la personalità di un
individuo vengono molto prima delle sue conoscenze. Sulle competenze tecniche si può sempre lavorare,
magari stimolando il nuovo assunto con corsi di formazione o affiancandolo a un bravo tutor. Sul
carattere, invece, occorre uno sforzo più lungo e impegnativo. Per questo sono particolarmente
puntiglioso nella selezione del personale: ho bisogno di circondarmi di individui che prima di avere buone
competenze tecniche, abbiano un’etica simile alla mia e condividano i miei stessi valori.
Una volta scelti i collaboratori, l’obiettivo diventa responsabilizzarli gradualmente, investire sulla loro
formazione, far emergere i loro talenti nascosti, portare valore nelle loro vite, insomma farli vincere.
Questa idea, all’inizio, mi sembrava assurda. Pensavo: “Ma non dovrebbero essere loro a fare vincere
me?”. Nel tempo ho capito che in un team che funziona si vince e si perde insieme, sempre. E nella misura
in cui i tuoi uomini diventano più bravi di te, la tua squadra cresce e diventa un “dream team” imbattibile.
È qui che sta il vero senso della leadership: ogni leader dovrebbe essere giudicato non tanto per i
risultati che ottiene, ma per quelli che ottengono i componenti della sua squadra.


VALUTA UN LEADER DAI RISULTATI
CHE OTTIENE CHI GLI STA VICINO.

Quando una persona entra nell’orbita di un leader, cosa le accade? Migliora o peggiora? Diventa più
ricca o più povera? Più serena o più agitata? È soddisfatta del suo lavoro o la mattina va in ufficio
controvoglia? Incontra nuovi amici o rischia di perdere i vecchi? Trova l’anima gemella o si rinchiude in
una relazione tossica? Ricomincia a studiare per acquisire nuove competenze o si accontenta di quelle che
ha già? Guadagna o perde energie?
Sono le risposte a queste domande che determinano il valore di un leader, perché rivelano la sua
capacità di guidare, motivare e far crescere i suoi “uomini”, oltre che impattare positivamente sulla loro
vita. Come un direttore d’orchestra rivolge il suo sguardo ai musicisti invece che al pubblico, il leader
deve essere ossessionato dalla crescita delle persone che coordina.
Mi rendo conto, mentre affermo questi concetti, che la leadership si nutre di diversi paradossi: per
avere successo, bisogna dare successo ai propri collaboratori; per avere più denaro, bisogna far
guadagnare più denaro ai propri clienti; per avere più attenzione, bisogna dare più attenzione alle
persone che abbiamo intorno; per essere apprezzati, bisogna apprezzare; per essere sostenuti, bisogna
sostenere; per avere più amore, bisogna amare di più.
La leadership, come puoi vedere, non ragiona a compartimenti stagni perché non si limita all’ambito
professionale, ma riguarda tutte le tue relazioni. Essere leader significa anteporre il “dare” all’“avere”
anche con gli amici, con il partner, con i figli. Se ti concentrerai a coltivare una relazione con loro
all’insegna del dare, sarà più facile che anche loro ti supportino e remino nella tua stessa direzione.
Come realizzare tutto ciò nel concreto? Ricreare queste condizioni richiede impegno e costanza. La
prima cosa, a mio avviso, è dare alle persone che ti sono vicine la giusta attenzione. Questo l’ho imparato
proprio dai miei figli. La loro parola preferita, quando sono con me, è “guarda”. «Papà, guarda cos’ho
fatto!». «Papà, guarda come mi tuffo!». «Papà, guarda questo gioco!». Hanno bisogno di essere guardati e
presi in considerazione, e io so che, se non rispondessi positivamente alla loro esigenza, se non dessi loro
la mia attenzione, finirebbero comunque per prendersela in qualche altro modo, forse meno piacevole.
Lo stesso vale per gli adulti, anche se magari non lo dicono così spesso e palesemente come fanno i
bambini: chi ci circonda, per rimanere al nostro fianco, ha bisogno della nostra attenzione quanto noi ne
abbiamo della sua. Anche nelle giornate più intense è quindi fondamentale trovare lo spazio, il tempo e le
energie da dedicare a chi ti sta vicino: un momento in cui parlare, ascoltare, confrontarsi, stare insieme.
Un altro suggerimento è quello di dare l’esempio invece di imporre modelli di crescita, comportamento
che si rivela particolarmente valido con i figli. Un genitore dovrebbe cercare di essere “meno falegname e
più giardiniere”: il falegname scolpisce il legno a colpi di accetta in base all’idea che ha in mente, mentre
il giardiniere sa che ogni seme ha le sue specificità da rispettare, quindi si adopera per far sbocciare quel
fiore in base alla sua natura. Questo è importante anche con il partner: non devi essere tu a dirgli cosa
fare e come farlo. Fai il parcheggiatore, lascia che sia l’altro a esprimersi per primo. Se sei convinto di
avere l’atteggiamento giusto, invece di parlare, mostralo. E se in questo modo ottieni risultati positivi, falli
vedere ma senza ostentarli. A quel punto semmai sarà il partner a incuriosirsi dei tuoi metodi e ad
avvicinarsi al tuo modo di essere.
In ultimo, il consiglio più importante di tutti: i tuoi collaboratori, i tuoi amici, i tuoi figli, il tuo partner
devono sentire che fai il tifo per loro. Devi conoscere i loro sogni e combattere al loro fianco affinché
diventino realtà. Devono stupirsi per quanto ti animi mentre progetti insieme a loro la prossima grande
mossa che dovranno mettere in campo per sentirsi sempre più appagati. Soprattutto devono vivere il tuo
appoggio come incondizionato e senza secondi fini.
Nella vita di coppia, in particolare, monitora sempre il divario fra te e il tuo partner e, se ti sembra che
stia crescendo troppo, fai di tutto per colmarlo. Una relazione è come un ballo a due: va tutto bene finché
entrambi seguite la stessa musica. Se il tuo partner fa un passo in una direzione, tu devi seguire lo
schema e andargli dietro. Se, al contrario, vai da tutt’altra parte, il rischio che si crei uno strappo è
concreto. Ci possono essere naturalmente dei movimenti alternativi all’interno della coppia: durante il
ballo, non sempre si va avanti guancia a guancia. In quel caso occorre però continuare a guardarsi negli
occhi, continuare a mantenere un contatto. Altrimenti può succedere che, a un certo punto, uno dei due
abbia un’accelerazione e vada molto più avanti dell’altro. Ed è allora che ci si perde, si rimane soli nel
mezzo della pista, magari si finisce per guardarsi un po’ troppo intorno e mettere gli occhi su qualche
altro ballerino. Nella mia attività di terapeuta ho incontrato decine di coppie che sono arrivate al divorzio
perché, quando il successo ha colpito solo uno dei due componenti, non sono più riuscite a mantenere lo
stesso ritmo, lo stesso passo di danza. Per questo è importante monitorare il divario ed evitare a tutti i
costi che diventi troppo largo. Come? Aiutando il partner a vincere nel suo campo, dandogli attenzione,
ascoltando i suoi bisogni, conoscendo i suoi desideri e attivandosi per renderli reali. Oppure trovando
delle alternative che permettano di rimanere uniti, per esempio coltivando un terreno comune all’interno
del quale può comunque continuare a vivere e svilupparsi una forte complicità.
La leadership, insomma, è un’attitudine a 360° che implica dare più valore di quello che puoi prendere
e assumerti la responsabilità delle persone che ti circondano, per tirarne fuori il lato migliore e aiutarli a
realizzarsi. In fin dei conti la leadership non ha molto a che vedere con regole e strategie, ma ha a che
fare principalmente con il cuore.

LA LEADERSHIP NON RIGUARDA LE STRATEGIE,
LA LEADERSHIP È UNA QUESTIONE DI CUORE.

Entrare in contatto con il proprio cuore per poi toccare quello degli altri è la via per diventare quel tipo
di leader di cui il mondo di oggi ha sempre più bisogno: un leader del cuore.

L’ERA DEL CUORE

«Il dizionario è l’unico posto dove “successo” viene prima di “sudore”»5. Mi hanno sempre colpito
queste parole perché introducono una questione fondamentale: l’importanza di lavorare duramente.
Ora: che per avere successo e per generare valore per noi e per gli altri sia necessario il lavoro duro,
non è una scoperta degna di pubblicazione. Eppure non tutti si stanno accorgendo che ogni epoca storica
ha avuto un concetto diverso di lavoro duro e che quelle attività che una volta ci permettevano di
prosperare, ormai non funzionano più.
In quella che potremmo chiamare “era del corpo”, faceva la differenza il lavoro fisico. Aveva successo
chi era più forte in guerra, oppure chi aveva una maggiore resistenza nel lavoro nei campi.
Successivamente, nell’“era della mente”, ha trionfato l’intelligenza e chi poteva contare su una forza fisica
stupefacente si è trovato a perdere colpi: le idee, i numeri, le capacità organizzative hanno preso il posto
della forza fisica ed erano quelle che facevano la differenza.
Nel mondo contemporaneo sta avvenendo un ulteriore cambiamento. Per avere un’azienda di successo
non è più sufficiente avere muscoli capaci di costruirne, mattone dopo mattone, i muri portanti o di
spostare i pacchi stipati nei magazzini. Anzi, la maggior parte di questi compiti è completamente delegata
alla tecnologia o comunque necessita un massiccio impiego di robot e macchinari industriali, che rende
sempre più superfluo lo sforzo fisico. I principi che permettevano di prosperare nell’era del corpo,
pertanto, oggi sono per lo più superati e in prospettiva lo saranno del tutto.
Se ci spostiamo dal successo in ambito lavorativo e guardiamo agli ingredienti necessari per avere una
vita sentimentale appagante, per coltivare le nostre amicizie o per crescere figli felici, la melodia non
cambia di una virgola: i muscoli servono davvero a poco. Applicare la ricetta vincente dell’era della mente
può migliorare qualcosa, ma non cambia più di tanto. Cosa rende uno psicologo capace? Cosa permette a
un imprenditore di essere il primo della categoria? Cosa trasforma un consulente nel miglior alleato del
cliente? Cosa permette a una famiglia di restare unita? Cosa a un gruppo di restare affiatato e generare
nuovi risultati?
Sono le idee? Certamente sono utili le conoscenze, le strategie e la mentalità da adottare per
fronteggiare la realtà, ma non sono le idee l’elemento segreto per almeno due motivi.
Il primo è che le strategie e le conoscenze oggi sono accessibili a tutti con pochissimo sforzo. Ai tempi
di mio padre chi riusciva ad accedere per primo alla conoscenza aveva tra le mani un potere enorme: i
pionieri del successo erano coloro i quali investivano denaro per frequentare corsi di formazione di
qualità, comprare videocorsi dall’America per ottenere le strategie più avanzate ancora sconosciute in
Italia, circondarsi dei migliori consulenti sulla piazza. Oggi la necessità di investire sulla conoscenza è
indiscutibile, ma qualcosa è cambiato: siamo sommersi da così tante informazioni che non riusciamo a
capire come scegliere. Una volta che comprendiamo però di chi fidarci e a chi dare la nostra attenzione,
apprendere le informazioni che ci consentono di fare la differenza è alla portata dei più. Su YouTube puoi
trovare gratuitamente ispirazioni e idee di personaggi incredibili, con pochi euro puoi comprare libri e
fare tue le loro strategie, se segui sui social i profili dei tuoi modelli di riferimento potrai carpire mille
indizi su come pensano e vivono. Non serve più, insomma, faticare per accedere alle conoscenze di
qualità, ma devi “solo” essere capace di intercettarle tra le tante disponibili. Il secondo motivo per cui
l’era della mente sarà sempre più in declino sta, ancora una volta, nell’inarrestabile avanzata tecnologica.
Gli algoritmi e i software si affiancano sempre di più all’uomo, coadiuvandolo nell’organizzare e sfruttare
le competenze in nostro possesso. Dunque, nemmeno sul terreno della mente possiamo giocare la partita
del futuro. Le macchine sono inarrestabili e instancabili, più veloci di noi e inoltre sbagliano meno. E
allora, cosa ci resta da fare?
È necessario aprire gli occhi e renderci conto che siamo all’alba di una nuova era: l’era del cuore6.
Nell’era del cuore non è più lo sforzo fisico o mentale a permetterti di generare valore, bensì lo sforzo
emotivo.


IL LAVORO DURO
È AVERE CORAGGIO.

È nella misura in cui mettiamo al centro della nostra vita le emozioni e lavoriamo, giorno dopo giorno,
su questo terreno, il terreno del cuore, che possiamo generare valore, per noi e per gli altri.
Uno degli intellettuali più noti oggi in Italia, Umberto Galimberti, sostiene che ci troviamo nell’era della
tecnica. Secondo Galimberti, la tecnica rappresenta la forma più alta della razionalità e il suo obiettivo è
raggiungere il massimo scopo con il minimo impiego di mezzi. L’allarme lanciato dal filosofo è che se il
contesto in cui viviamo porterà a esasperare il credo della tecnica, ogni elemento potenzialmente in grado
di disturbare la razionalità sarà messo fuori gioco, l’amore e le emozioni in primis.
Ed è proprio qui che si decide a mio avviso la battaglia dell’era del cuore: se le macchine e gli algoritmi
sostituiranno del tutto il contributo dell’uomo, l’ultimo baluardo da difendere sarà il cuore, ovvero le
nostre emozioni e il rapporto che intratteniamo con loro. Questo aspetto non è in alcun modo delegabile
alle nuove tecnologie.


IL CUORE
È L’ANTIDOTO.

In sostanza, se la tecnica cerca di mettere fuori gioco l’uomo, spetta al cuore riportarlo in partita.
Strategia più facile a dirsi che a mettersi in atto, perché ciò che il cuore contiene ci spaventa, lo
connotiamo come negativo e pericoloso7, lo teniamo alla larga o lo prendiamo con le pinze.
È qui che si fa spazio l’educazione del cuore. Significa che ai nostri figli in primis, ma anche ai
professionisti, occorre far comprendere l’importanza della competenza emotiva prima ancora della
competenza tecnica. Per un oncologo capire come si parla a un paziente fa parte delle priorità e lo sarà
sempre di più. Tra qualche anno l’operazione alla cistifellea sarà eseguita da un robot e il medico potrà
fare la differenza se sarà capace di comunicare con il suo paziente, di sostenerne lo stato emotivo
aiutandolo a dare un significato a quello che sta vivendo. L’unica cosa che guarisce è il sentimento, come
ci insegna lo psichiatra Eugenio Borgna nel suo libro Il fiume della vita. Il cuore deve essere posto prima
ancora della tecnica, perché si può essere medici e si può essere uomini, ma non è semplice essere
entrambi: è necessaria la capacità di entrare dentro l’altro, ed è solo attraverso i sentimenti che questo
processo è possibile.


EDUCARE LA MENTE SENZA EDUCARE IL CUORE
SIGNIFICA NON EDUCARE AFFATTO.
ARISTOTELE

Questa è la sfida per la quale ci dobbiamo alzare la mattina, come studenti, genitori, professionisti:
agire di cuore, mettere in connessione il nostro cuore con quello di chi ci circonda, distribuire amore,
impattare positivamente sulla vita degli altri.
Sarà sufficiente fare questo? Potrà la forza del cuore impedire alla tecnica e alla sua razionalità di
prevalere sull’uomo e renderlo inutile? Io sono convinto di sì, ma molto dipenderà anche da te e dal ruolo
che darai alle emozioni nella tua vita.
Anche nel mondo del business, generalmente più legato ai valori della tecnica che a quelli del cuore, ci
sono esempi incoraggianti nei quali il cuore ha vinto sulla razionalità della tecnica, sostenendo le logiche
dell’amore per l’Uomo. Prendiamo come esempio il caso del microcredito indiano. Muhammad Yunus è il
fondatore della Grameen Bank, in Bangladesh, e ha concesso dei prestiti a persone in condizioni di
estrema povertà, per aiutarli a creare delle piccole imprese. A queste persone Muhammad non ha chiesto
alcuna garanzia, non ci sono atti giuridici a regolare il prestito, che è basato esclusivamente su un patto di
fiducia. A discapito di ogni previsione, la percentuale di rientro del capitale erogato è vicina al 99%, un
numero superiore a quello delle banche nostrane. Inoltre, grazie a questo gesto coraggioso, migliaia di
persone sono riuscite a guadagnarsi un posto nel mondo del lavoro indipendente. Le logiche economiche e
razionali per cui sarebbe un errore affidare soldi a chi non li può restituire sono state battute dal fattore
umano e dall’altruismo, dall’aiutarsi reciprocamente e dal valore della solidarietà. Non è un caso che
Muhammad Yunus abbia ottenuto nel 2006 il Premio Nobel per la Pace.
Oppure consideriamo la particolare storia di Patagonia, azienda tessile statunitense specializzata nella
produzione di abbigliamento sportivo. Per vari motivi i suoi gilet in pile sono diventati dei prodotti molto
ambiti, tanto che diverse multinazionali ne hanno commissionato intere forniture, che portano da una
parte il logo di Patagonia, dall’altra quello del brand in questione. Ha destato molto scalpore la decisione
del suo fondatore e presidente Yvon Chouinard di annunciare da un giorno all’altro che non avrebbero più
prodotto gilet personalizzati, se non per le aziende la cui missione prioritaria sia la salvaguardia del
pianeta, uno dei valori fondanti di Patagonia8. Anche in questo caso il braccio di ferro tecnica-cuore ci ha
dato un esito incoraggiante.
Cosa accomuna questi imprenditori che hanno agito di cuore, contravvenendo alle fredde logiche della
tecnica? Il coraggio. Ci vuole coraggio per assumersi il rischio di una perdita economica in nome di un
gesto ad alto impatto umano come ha fatto Muhammad Yunus. Ci vuole coraggio per rinunciare a una
fetta importante di business per onorare i propri valori come ha fatto Yvon Chouinard.
Dove si trova, dunque, il coraggio? In effetti, alla nascita ne siamo privi. Madre Natura ci fornisce in
dono una serie di emozioni di base, tra le quali possiamo sicuramente annoverare la rabbia, la gioia, la
tristezza, il disgusto e la paura. Ma del coraggio non vi è traccia, perché è qualcosa che devi conquistarti
a partire dalle emozioni primarie. Il coraggio è un prodotto derivato dall’emozione ad esso antagonista: la
paura.


NON C’È CORAGGIO
SENZA PAURA.

Per conquistare il coraggio e tutto ciò che di positivo può portare nelle nostre vite dobbiamo allora
necessariamente passare in mezzo a emozioni ingombranti, poco piacevoli, che preferiremmo ignorare o
mettere a tacere con una bella pillolina magica. Alcune persone pensano di fare un affare riuscendo a
nascondere la paura attraverso gli stratagemmi più vari, ma questa è una vittoria di Pirro perché assieme
alla paura perdono anche la possibilità di guadagnare il coraggio.
Tornando a Muhammad Yunus e Yvon Chouinard, non penso che sia stato semplice per loro prendere le
decisioni coraggiose che abbiamo menzionato. Hanno dovuto guardare dentro il loro cuore, entrare in
contatto con le loro emozioni, ascoltarle e usarle nella loro vita, anche quando era difficile farlo.
Probabilmente hanno dovuto affrontare timori, dubbi, paure in merito alle conseguenze che sarebbero
derivate dalle loro scelte. Eppure hanno fatto bene perché il coraggio paga.


IL CORAGGIO DI OGGI
È IL VALORE DI DOMANI.

E allora, nell’era del cuore il lavoro duro è avere coraggio9. Significa che oggi più di ieri e domani più di
oggi, a prosperare e generare valore per sé e per i propri cari sarà chi è disposto a compiere gesti
coraggiosi.
So che a questo punto ti stai chiedendo come puoi esercitare il tuo coraggio e avvicinarti alla felicità
nell’era del cuore. La risposta è racchiusa in queste tre parole: prendi quella decisione.

PRENDI QUELLA DECISIONE

A quale decisione mi sto riferendo? La verità è che io non lo so. Ma tu sì. E lo sai bene. Perché tutti noi
abbiamo qualcosa che dovremmo fare ma non facciamo: la evitiamo, la ignoriamo, la procrastiniamo. E
non è che non agiamo perché ci costerebbe fatica fisica o mentale, ma perché per compierla è necessario
uno sforzo emotivo.
Rifiuti di affrontare un tuo collaboratore che ha compiuto inadempienze gravi, non perché non hai
abbastanza muscoli o intelligenza per affrontarlo, ma perché hai paura che la situazione possa degenerare
e avere conseguenze negative. Il solo pensiero di parlarci ti crea un nodo emotivo e l’idea stessa di
scioglierlo ti fa passare la voglia. Così trovi una scusa per dispensarti dall’intervenire, e dici tra te e te:
“Questo collaboratore mi ha fregato, ma proviamo a dargli un’altra possibilità… Non c’è bisogno di
chiarirci, si correggerà da solo…”.
Rimandi a oltranza il confronto con il tuo partner anche se sai che è necessario chiarirsi su una
determinata questione, perché l’eventualità di aprire una discussione ti fa sentire a disagio. Magari hai
l’impressione che se facessi sentire la tua voce non saresti accettato per quello che sei. Oppure hai il
sentore che aprendo il vaso di Pandora rischiereste di separarvi, e quindi per evitare l’inevitabile chiudi
gli occhi, metti a tacere la spia della sofferenza che segnala un’emergenza da affrontare e fingi che tutto
si sistemerà con il tempo.
Ci sono decisioni che, dentro di te, sai già di dover prendere. Sai che dovresti telefonare ai tuoi genitori
per dirgli che gli vuoi bene; che dovresti affrontare con tuo figlio quel tema spinoso; che dovresti dire NO
a quel socio che ti sei tirato dentro l’azienda; che dovresti licenziarti e rimetterti in gioco altrove. Spesso
sai già cosa dovresti fare, ma non lo fai perché il solo pensiero di agire ti mette in contatto con
un’emozione ingombrante: la paura. Allora tentenni, metti da parte quella decisione in modo da far
sfumare l’emozione che questa portava con sé, ti riprometti di pensarci più avanti quando sarà “il
momento giusto”, ma sai che quel giorno non arriverà mai. Così facendo, però, ti condanni all’inattività. Ti
poni dei blocchi che ti impediscono di esprimerti e di vivere con pienezza la tua vita. Per paura del
fallimento, ti precludi ogni possibilità di successo e felicità. Per questo sostengo che oggi, nell’era del
cuore, la felicità sta nel coraggio.


CI VUOLE CORAGGIO
PER ESSERE FELICI.

Ci vuole coraggio per avere una relazione felice e appagante, perché questo significa non accontentarsi,
significa aprirsi con l’altro ad argomenti spinosi e affrontare nodi che ci fanno soffrire. Significa decidere
di chiedere scusa o ritornare sui propri passi quando serve, significa continuare a lavorare su sé stessi e
sul rapporto, da soli e insieme al partner. Vuol dire anche dire basta a quel rapporto quando il nostro
cuore ci sta dicendo con insistenza che la nostra felicità è altrove.
Ci vuole coraggio per crescere figli felici, perché implica dare loro attenzione, regole talvolta scomode
ed esempi quotidiani per farli crescere in modo sano, accettando anche gli errori che nel loro cammino
finiremo (e finiranno) per commettere.
Ci vuole coraggio per avere un lavoro soddisfacente: bisogna imparare a migliorare, confrontarsi,
talvolta anche opporsi, accettare nuove sfide, incontrare il fallimento e, dopo ogni caduta, imparare a
trovare la forza di rialzarsi. In ogni ambito della tua vita, non può esserci felicità senza coraggio.
Dentro ognuno di noi esistono enormi scorte di coraggio, che diventano evidenti nel momento in cui
andiamo incontro alle nostre paure e abbracciamo la nostra vulnerabilità. Non significa che dall’oggi al
domani dobbiamo diventare incoscienti, quanto piuttosto pensare a come affrontare un piccolo passo alla
volta ciò che limita le nostre azioni.
«Essere vulnerabili non significa vincere o perdere, bensì avere il coraggio di scoprirsi e di essere visti
per come si è, senza alcuna garanzia sui risultati. La vulnerabilità non è una debolezza, ma la più grande
dimostrazione di coraggio», scrive Brené Brown. Coraggio e vulnerabilità sono legati indissolubilmente
fra loro: senza l’una, non esiste l’altro. Dunque, è solo entrando nella propria fragilità, mostrando le
proprie insicurezze, affrontando le proprie emozioni più spaventose che si diventa coraggiosi.
Cosa succede quando decidiamo di abbracciare la nostra fragilità? Non esistono regole né risposte
universali a questa domanda, ma si possono tracciare alcune linee.
Avere coraggio significa andare incontro a un fallimento

Dobbiamo essere consapevoli che, quando scegliamo di provare a fare qualcosa, il fallimento è una
possibilità concreta. Non solo: come abbiamo già detto quando abbiamo parlato della curva del fallimento,
fallire è una fase necessaria praticamente di tutti i percorsi. Si tratta di fallire, cadere e rialzarci.
D’altronde se non siamo coraggiosi e sfuggiamo al fallimento, ci condanniamo a vivere a metà,
lasciandoci guidare dalle decisioni che altri prendono per noi.
«Nascondersi, fingere e corazzarsi contro la vulnerabilità uccidono il nostro spirito, le nostre speranze,
il nostro potenziale, la nostra creatività, la nostra capacità di motivare, amare, avere fiducia ed essere
felici», sostiene la Brown. Fallire è obbligatorio per la nostra crescita.

Dopo un gesto coraggioso non ci si rialza mai uguali a prima

Dopo aver compiuto un atto coraggioso, che vada a buon fine o meno, non ci si risveglia più uguali a
prima. Non siamo più gli stessi dopo aver affrontato qualcosa che ci spaventava. Se per la prima volta
riesci a trovare il coraggio di parlare in pubblico, il tuo rapporto con il palco cambia. Se hai la forza di
affrontare il tuo socio e dirgli molto sinceramente che le cose in azienda devono cambiare, hai fatto un
grande passo avanti rispetto alla tua situazione di partenza. Se ti siedi davanti a tuo figlio e parli con lui di
una questione che effettivamente ti mette a disagio, rompi un muro che si era creato e permetti al vostro
rapporto di crescere.
I gesti coraggiosi, non importa se piccoli o grandi, portano sempre e comunque a un cambiamento: è
per questo che è importante farli.

Nessuno se la cava da solo

Anche quando affrontiamo una sfida individuale, non siamo mai avulsi dal resto del mondo.
Forse qualcuno ha già tentato imprese simili prima di noi; altri, invece, le proveranno in futuro.
Abbiamo amici, familiari e collaboratori, presenze fisse al nostro fianco o compagni occasionali di viaggio.
Dobbiamo imparare a chiedere aiuto, quando ne abbiamo bisogno; oppure a condividere la nostra storia
con gli altri, in modo che chi si trova nella nostra stessa situazione possa imparare qualcosa, trarre
ispirazione o trovare conforto.
Se è pur vero che rialzarci dopo una caduta dipende solo da noi – nessuno può sostituirci in questo e il
coraggio non è delegabile –, è anche vero che i traguardi più importanti si raggiungono sempre in gruppo.
Per questo è fondamentale scegliere con cura le persone di cui circondarsi.

Il coraggio è contagioso

In questo libro ho citato spesso quelli che sono stati i mentori delle mie quattro vite. Sono persone
molto diverse fra loro, che operano in campi distinti, ma tutti hanno qualcosa in comune: il coraggio con
cui affrontano la vita e le loro sfide. Dal loro esempio, più che dalle loro parole, ho tratto la forza di
esprimere le mie potenzialità nel modo giusto per me. Immagino che anche tu abbia dei punti di
riferimento simili: persone che ti hanno ispirato con le loro azioni e che, quando sei in difficoltà, ti guidano
come fari nella notte. Se ti soffermi a pensare a cosa, esattamente, ti esalta del loro operato, se vai alla
radice dei loro gesti che più ti hanno toccato, troverai un denominatore comune: il coraggio. E questo vale
anche per te: le decisioni coraggiose che prendi influenzano le persone che ti circondano, regalano
motivazione ed energia.
Prova a pensare a quanti aspetti positivi della tua vita dipendono da gesti coraggiosi compiuti da altri,
magari in un passato anche molto lontano. Se i tuoi genitori non avessero fatto la scelta coraggiosa di
mettere al mondo una nuova vita, ora tu non saresti qui. Se sei donna e puoi votare, è perché decenni di
lotte femministe hanno garantito anche a te questo diritto fondamentale. Se tutti noi viviamo in uno stato
libero e democratico, è merito anche del coraggio dei partigiani. Se, in America, gli uomini e le donne di
colore vedono oggi riconosciuti i loro diritti, è perché nel 1955 Rosa Parks, alla richiesta di alzarsi dal suo
posto sull’autobus, un sedile riservato ai bianchi, disse: «No». È una madre coraggiosa, che lascia il
marito violento, a permettere ai suoi figli di crescere in un ambiente più sereno. È l’audacia di un nonno
imprenditore che veniva dal nulla e si è preso dei rischi importanti a garantire ai nipoti la possibilità di
studiare in scuole prestigiose, che li preparino meglio all’ingresso nel mondo del lavoro. Le tue scelte
hanno sempre un impatto su chi ti circonda, che sia la tua famiglia e i tuoi amici oppure, in alcuni casi, il
mondo intero. Forse non incasserai immediatamente il valore generato dalla decisione coraggiosa, forse
non lo incasserai tu in prima persona, ma il mondo ha bisogno del tuo coraggio.

Essere felici

Nel momento in cui impari a riconoscere e amare la tua fragilità può accadere di essere felici. Se il
coraggio porta alla felicità, e se il coraggio si trova nel rapporto con la propria vulnerabilità, allora è da
qui che origina la felicità. Bisogna saper essere vulnerabili, per essere felici. Ed è per questo che è
proprio ora il momento giusto perché tu prenda quella decisione. Guardati dentro, sai già perfettamente
cosa devi fare. Non aspettare. Prendi quella decisione che ti spaventa.

Prendi quella decisione per essere felice

Il tuo destino non è frutto della tua condizione di partenza, ma il risultato delle scelte che
quotidianamente metti in atto e, più nello specifico, delle scelte coraggiose che sei chiamato ogni giorno a
compiere. Se vuoi un futuro prospero e pieno di valore, prendi quella decisione. Se vuoi fare la differenza,
prendi quella decisione. Se vuoi scolpire la tua vita e non solo subirla, prendi quella decisione. Se vuoi
costruire qualcosa di importante per te e per gli altri, prendi quella decisione. Siamo nell’era del cuore e il
futuro è di chi ha coraggio oggi.
Il coraggio di guardarsi dentro, attraversare le emozioni ed essere sé stessi; di sedersi con il partner,
guardarlo negli occhi e affrontare quel problema per cercare una soluzione. Il coraggio di recuperare
quell’amicizia per cui vale la pena perdonare, di chiudere quel rapporto che ci fa solo stare male o di dire
“no” al progetto che altri hanno voluto per te. Il coraggio di affrontare le critiche, di innovare, di investire,
di andare avanti e riprovarci senza sosta, oppure di capire che è giunto il momento di fermarsi.
E nel momento in cui prenderai quella decisione, posso garantirti che proverai paura. Il che può essere
un ottimo segno.


LA PAURA È IL PRIMO INGREDIENTE CHIMICO
DELL’ENTUSIASMO.

Tutto quello che oggi ti entusiasma, una volta ti spaventava. Mi entusiasma mia moglie, ma la prima
volta che sono uscito con lei temevo di venire rifiutato. Se avesse vinto la paura, oggi non avrei il valore
che il mio matrimonio porta nella mia vita. Mi entusiasmano i miei tre figli, ma ho avuto paura a decidere
di diventare padre per la prima, seconda e terza volta. Mi chiedevo: «Sarò un buon padre? E se con mia
moglie le cose dovessero andare male? Riuscirò a mantenerli?». Se non avessi trovato il coraggio di
costruire una famiglia, oggi non avrei il valore prodotto dai loro sorrisi, energie, sostegno e amore. Mi
entusiasma parlare in pubblico, ma ogni volta che salgo su un palco ci sono quei primi trenta secondi in
cui mi microfonano che dico tra me e me: “Giuro che questo è l’ultimo speech che faccio”. Mi entusiasma
divulgare, ma quando ho fatto i primi video mi tremavano le mani e la voce.
Ecco quello che mi è accaduto: le mie paure di ieri sono diventate i miei entusiasmi di oggi.
E questo può valere anche per te.


LE PAURE DI OGGI, SE BEN AFFRONTATE,
SARANNO GLI ENTUSIASMI DI DOMANI.

Tutto quello che oggi ti terrorizza, se affrontato nel modo corretto, domani potrebbe entusiasmarti.
Prendi quella decisione e concentrati sul lavoro duro. Approfondisci la tua intelligenza emotiva; esercitala
come eserciti i muscoli in palestra. Permettiti di esplorare una gamma di sensazioni sempre più vasta
perché, come dice Peter Bregman: «Se sei pronto a sentire ogni emozione, puoi fare qualunque cosa»10.
Entra in contatto con le tue emozioni. Accettale senza reprimerle, anche se non ti piacciono, anche se
sono discordanti fra loro, anche se ti turbano. E ascolta con attenzione quello che stanno cercando di dirti.


IL MONDO HA BISOGNO
PIÙ DI TE CHE DELLA TECNICA.

Il mondo di oggi non ha bisogno solo di muscoli o di una ferrea organizzazione mentale: ha bisogno di
cuore, del tuo cuore.

Prendi quella decisione e poi preparati a una prova

Dopo aver preso quella decisione, preparati ad affrontare una prova. Non so quale sarà la tua, ma ti
garantisco che sul cammino incontrerai ostacoli e inconvenienti che ti porteranno a pensare che sia
meglio lasciar perdere. Non sarà facile resistere alla tentazione di mollare tutto e tornare indietro, ma
pensa bene a quello che farai.
Quando ho deciso di fare i video, mi sono piovute addosso tante di quelle critiche da mettere a dura
prova il mio progetto divulgativo. Se avessi fatto vincere la paura del giudizio, centinaia di migliaia di
persone oggi non entrerebbero in contatto con i miei contenuti psicologici.
Quando ho deciso che sarei diventato padre, siamo andati incontro a due aborti spontanei. Se io e mia
moglie ci fossimo fermati lì, avremmo rinunciato a una splendida famiglia.
Quando ho preso la decisione di aprire la mia azienda di consulenza (dopo mesi di riflessioni e
preoccupazioni), Giulia è rimasta incinta per la terza volta. A quel punto ho pensato che i miei sogni da
imprenditore si sarebbero fermati, ma ho tenuto fede alla mia decisione e sono riuscito a costruire ciò che
mi pareva impossibile. So che quello che sto per dire può sembrare folle, ma credo che in tutte queste
situazioni, in qualche modo, l’Universo abbia voluto mettere alla prova la mia volontà di raggiungere ciò
che desideravo. E pensarla in questi termini, mi ha molto aiutato a trovare la forza per andare avanti.


DOPO CHE AVRAI PRESO QUELLA DECISIONE,
L’UNIVERSO TI METTERÀ ALLA PROVA.

Anche se questo concetto non è scientifico, nel concreto spesso le cose vanno in questo modo. Non so
dirti quali prove dovrai affrontare quando prenderai quella decisione, ma sappi che è così: l’Universo ha in
serbo per te delle prove. La buona notizia è che puoi superarle. Preparati e dimostra la tua
determinazione. Se vuoi raggiungere ciò verso cui ti stai muovendo, vai avanti fino in fondo.

Prendi quella decisione sapendo che non è la prima e non sarà l’ultima

Le scelte coraggiose da affrontare non finiscono mai. Poco dopo aver preso una prima decisione, ti
troverai davanti a un altro bivio, e poi a un altro ancora. Non esiste una decisione che si prende una volta
per tutte e poi non ci si pensa più. Una sola pietra non sarebbe bastata a costruire il Colosseo. Se vuoi dar
vita a un’impresa meravigliosa, devi procedere un po’ alla volta, un mattone dopo l’altro, una decisione
dopo l’altra. Non si finisce mai.
Prendi quella decisione anche se potrebbe essere sbagliata. Cadi e rialzati. Sbaglia e correggi il tiro.
Sfrutta la curva del fallimento per imparare dai tuoi errori. Prenditi il tempo che ti serve per rimetterti in
piedi e ricalcolare la traiettoria, e poi vai avanti. Segui il consiglio di Samuel Beckett: «Ho sempre tentato.
Ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio».

Prendi quella decisione senza mai smettere di riflettere su quello che stai
facendo

Decidere non vuol dire agire a caso o impulsivamente, ma attraversare le emozioni e sfruttarle per
ottenere lo slancio necessario a fare ciò che ritieni più giusto per te; non è l’azione fine a sé stessa ciò che
conta, ma il suo significato. Se agisci solo ed esclusivamente in preda alle emozioni, rischi di mettere in
atto un meccanismo distruttivo che non gioverà a nessuno. Guarda dentro al tuo cuore con lucidità, e fai
quello che ti dice.

Prendi quella decisione anche se, in qualche momento, la paura è più forte della
motivazione che sostiene i tuoi passi

Pensa a cosa potresti perdere se non prendessi ora quella decisione. In una relazione preferisci parlare
con l’altro e chiarire insieme i problemi che avete, o lasciare che le incomprensioni restino tali e crescano
fino a diventare insuperabili? Preferisci accettare quell’interessante offerta di lavoro all’estero o
rinunciare a priori a vivere un’esperienza che potrebbe essere formativa per il tuo percorso professionale?
Preferisci affrontare il collaboratore che non svolge correttamente le sue mansioni o lasciargli credere
che quello che fa funziona, così che anche gli altri colleghi si sentano autorizzati a lavorare con la stessa
superficialità? Preferisci iniziare a fare sport o continuare a sentirti insoddisfatto del tuo aspetto fisico?
Fare una scelta coraggiosa spaventa perché ha dei costi, ma a ben vedere dovresti temere di più i costi
dovuti al non compierla. Nel momento in cui, prima di decidere se lanciarti o meno, fai tutte le valutazioni
del caso, non dimenticare che se rischi puoi perdere qualcosa, ma se rimani immobile è certo che la
perderai.


SE NON LO STAI CAMBIANDO,
ALLORA LO STAI ACCETTANDO.

Prendi quella decisione, piccola o grande che sia

Se non riesci a prendere una decisione perché ti appare imponente, suddividila in passaggi. Scomponila
in piccole decisioni e affrontale una dopo l’altra per avvicinarti piano piano a quella più grande. Non è
necessario scalare l’Everest o andare sulla luna per dare un nuovo corso alla propria vita. Anche una
scelta di poca importanza può introdurre un cambiamento importante nelle tue giornate. Tante piccole
decisioni porteranno a una rivoluzione.
Se la nota dicesse: non è una nota che fa la musica
… non ci sarebbero le sinfonie.
Se la parola dicesse: non è una parola che può fare una pagina
… non ci sarebbero libri.
Se la pietra dicesse: non è una pietra che può alzare un muro
… non ci sarebbero case.
Se la goccia d’acqua dicesse: non è una goccia d’acqua che può fare un fiume
… non ci sarebbe l’oceano.
Se un chicco di grano dicesse: non è un chicco di grano che può seminare un campo
… non ci sarebbe la messe.
Se l’uomo dicesse: non è un gesto d’amore che può salvare l’umanità
… non ci sarebbero mai né giustizia, né dignità, né felicità sulla terra degli uomini.
Come la sinfonia ha bisogno di ogni nota
Come il libro ha bisogno di ogni parola
Come la casa ha bisogno di ogni pietra
Come l’oceano ha bisogno di ogni goccia d’acqua
Come la messe ha bisogno di ogni chicco
l’umanità intera ha bisogno di te,
qui dove sei,
unico, e perciò insostituibile.
Se ognuno dicesse, Michel Quoist


PRENDI
QUELLA DECISIONE.

So che non è nelle mie possibilità convincerti ad agire. Il tuo cambiamento dipende solo da te. Ora che
siamo arrivati alla fine di questo libro, però, ti devo illustrare il bivio davanti al quale ti trovi: pillola
azzurra o pillola rossa?
Se scegli quella azzurra, il libro che hai in mano è stato un piacevole passatempo e niente di più: lo
metterai insieme agli altri nella libreria e tornerai alla quotidianità, ignorando quanto scritto in queste
pagine. Continuerai a fare quello che hai sempre fatto e otterrai i risultati che hai sempre ottenuto: nulla
cambierà.
Se scegli la pillola rossa, invece, intraprendi il primo passo di questo tuo nuovo viaggio e prendi subito
quella decisione. Appoggi il libro e mandi una mail in ufficio per fissare la riunione in cui discutere con i
collaboratori di quel problema. Scrivi adesso un messaggio al tuo partner per dirgli: «Stasera ho bisogno
di parlarti». Prendi ora un biglietto per il tuo prossimo viaggio. Esci di casa e vai a iscriverti in palestra.
Chiami subito tuo padre e gli dici che gli vuoi bene. Contatti quel tuo amico con cui hai litigato qualche
settimana fa. Spegni il telefono e vai nell’altra stanza a giocare con i tuoi figli. Oppure lo tieni acceso, ma
chiami il tuo socio e gli proponi di fare insieme quell’investimento che studi già da tempo.


NON È MAI
TROPPO TARDI.

Fatti questo favore: comincia subito, non perdere neanche un secondo. Confucio diceva: «Il momento
migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è ora». Prendi un seme,
quello che vuoi, e piantalo nel terreno in questo preciso momento. Perché fra sei mesi non ti ricorderai più
nulla di questo libro, se non le cose che metti a terra ora. Non è mai troppo tardi per rimpossessarti della
tua vita, fosse anche il minuto prima di chiudere gli occhi per sempre.
È questo il lavoro duro, oggi: prendere decisioni ad alto impatto emotivo per fare emergere la tua
unicità. L’era del cuore è iniziata. Non perdere altro tempo. Là fuori c’è un mondo che sta aspettando te.

PER RIASSUMERE…
L’imprenditore – 4 lezioni per il successo e la felicità

Difendi la tua energia


Ancora più importante del tempo è l’energia. Se ci pensi, il valore che generi o che ricevi nella tua vita è dato dal prodotto tra
tempo ed energia (Valore = Energia x Tempo). Se passi diverse ore su un’attività, ma con livelli di energia molto bassi, il valore che
ne ricaverai sarà esiguo; al contrario, se trascorri un tempo inferiore su un compito mettendoci il 100% della tua energia, potresti
generare un enorme valore. In tutte le attività che compiamo ogni giorno abbiamo bisogno di meno quantità e più qualità; meno
tempo e più energia.
Impara a difendere le tue energie: lavora sul tuo stile di vita per averne di più a disposizione, riduci le attività che te ne tolgono e
dai spazio a quelle che te ne danno. Chi ha più energia riesce a fare di più e a costruire la propria esistenza.

Tifa per i tuoi uomini


Il lavoro da imprenditore mi ha insegnato che se vuoi raggiungere risultati importanti non puoi farlo da solo: le persone che hai
attorno sono fondamentali. Sul lavoro questo significa scegliere bene i “tuoi uomini”: non solo persone capaci e talentuose, ma che
sposino i tuoi stessi valori. E ancora non è sufficiente, occorre anche tifare per loro: da una parte devi farli sentire apprezzati e
valorizzati, dall’altra devi adoperarti per far loro raggiungere risultati importanti. Il successo di un leader non si giudica tanto dai
risultati che ottiene, ma dai risultati che ottengono le persone attorno a lui. Ciò vale non solo in ambito lavorativo, ma in tutte le
tue relazioni: con il partner, i figli, gli amici.
La leadership è tutta una questione di cuore. Per avere successo, dai successo; per avere denaro, fai guadagnare; per avere più
amore, dai più amore.

L’era del cuore


Ogni epoca storica ha avuto un differente concetto di lavoro duro. Il lavoro duro è quello che ti fa generare valore.
Agli esordi c’era l’era del corpo, del lavoro fisico: il più forte in guerra o ad arare il campo generava più valore per sé e per i suoi
cari.
Poi è arrivata l’era della mente, nella quale le abilità mentali e le idee generavano valore, non più la forza fisica.
Oggi siamo nell’era del cuore. Non più lo sforzo fisico né quello mentale generano valore, ma lo sforzo emotivo. Nell’era del cuore
il lavoro duro è avere coraggio, è prendere decisioni coraggiose, anche se quelle decisioni ci costano fatica emotiva.
Se vuoi creare valore nella tua vita, devi prendere decisioni coraggiose.

Prendi quella decisione


Se ci pensi, ci sono cose che non fai, decisioni che non prendi, non perché ti costano fatica fisica, non perché ti costano fatica
mentale, ma perché ti costano fatica emotiva.
Sono decisioni che sai già che dovresti prendere perché sai che sono giuste per te, ma non lo fai perché ti fanno paura o ti
smuovono altre emozioni impegnative da affrontare.
Cambiare lavoro, lasciare il partner, interrompere i rapporti con un collaboratore, chiedere scusa a un amico, non accettare quel
compromesso: tu sai cosa dovresti fare.
E allora: prendi quella decisione. Prendi quella decisione, anche se ti spaventa. Prendi quella decisione, anche se non hai certezze
sull’esito. Prendi quella decisione, anche se potresti andare incontro a un fallimento. Prendi quella decisione, piccola o grande che
sia. È solo nella misura in cui prenderai il coraggio di guardarti dentro, di abbracciare la tua vulnerabilità, di entrare in contatto
con le tue emozioni anche spiacevoli, e di seguire ciò che il tuo cuore ti indica, che potrai essere felice.

ATTENZIONE

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tra le quali una mappa mentale dei concetti salienti di questo capitolo e un ebook gratuito di oltre 70
pagine con esercizi per allenare le 4 competenze appena raccontate.
Padroneggiarle ti aiuterà a dare il meglio di te nell’era del cuore, mettendo in discesa la tua strada
verso la felicità.

1 Vedi, per esempio, Puetz T. W. (2006), «Physical activity and feelings of energy and fatigue: epidemiological evidence», Sports
Med, 36 (9). 767-780; Loy B. D., O’Connor P. J., Dishman R. K. (2013), «The effect of a single bout of exercise on energy and fatigue
states: a systematic review and meta-analysis», Fatigue: Biomedicine, Health & Behavior, 1 (4), 223-242. Doi:
10.1080/21641846.2013.843266.
2 Uno studio in particolare mi ha molto colpito. Alcuni ricercatori hanno preso un gruppo di volontari e li hanno divisi in tre

categorie: i primi potevano dormire solo quattro ore a notte, i secondi sei, i terzi otto. Ogni mattina, sottoponevano i partecipanti a
una serie di test cognitivi e di intelligenza. Quelli del primo gruppo, dopo pochi giorni, davano risposte completamente sballate;
quelli del terzo gruppo invece hanno reagito perfettamente, senza sbalzi di rendimento per tutta la durata dell’esperimento. E il
secondo gruppo? Dopo due settimane, chi dormiva sei ore a notte aveva valori pari a chi è insonne da più di 48 ore. La cosa
paradossale è che nessuno di questi se ne accorgeva: anzi, sostenevano di sentirsi al pieno della forma. E invece… (Van Dongen H.
P., Maislin G., Mullington J. M., Dinges D. F. (2003), «The cumulative cost of additional wakefulness: dose-response effects on
neurobehavioral functions and sleep physiology from chronic sleep restriction and total sleep deprivation», Sleep, 26 (2), 117-126.
Erratum in: Sleep, 2004, 27 (4), 600. PubMed PMID: 12683469).
3
Vedi per esempio Luu K., Hall P. A. (2016), «Examining the acute effects of Hatha Yoga and mindfulness meditation on
executive function and mood», Mindfulness, 8 (4), 873. Doi: 10.1007/s12671-016-0661-2
4 Se vuoi approfondire l’argomento ti consiglio di sfogliare Fattore 1%. Piccole abitudini per grandi risultati, il primo libro che
ho pubblicato in cui ho sviscerato ampiamente questo tema.
5 Con questa frase cito Vince Lombardi, un allenatore di football americano noto per aver portato le sue squadre a una serie
importante di trionfi negli anni Sessanta.
6 Per la prima volta ho sentito questo termine pronunciato da Paolo Ruggeri, in un suo TEDx talk molto interessante (in
inglese). Lo puoi vedere qui: http://bit.ly/TEDruggeri
7 Mi riferisco al termine abusato “emozioni negative”, rispetto al quale, come si sarà evinto, sono particolarmente allergico.
8
Per i dettagli ti consiglio di leggere l’articolo su Il Sole 24 ORE a questo link http://bit.ly/patagonia-gilet
9 È interessante notare l’etimologia della parola coraggio: dal latino “coratĭcum”, derivato da “cor” (cuore) e “habeo” (avere):

avere cuore. Nell’era del cuore è proprio il coraggio a doverla fare da padrone.
10 Bregman è l’autore di un testo illuminante, purtroppo ancora non disponibile in italiano, che si intitola Leading with

Emotional Courage. La sua tesi, comune in molti punti con quella di Brené Brown, è che un leader può ottenere risultati migliori,
per sé e per la sua squadra, nel momento in cui smette di fuggire davanti all’eventualità di provare emozioni negative e accetta di
mettersi in gioco senza riserve.
Promessa del lettore

Dopo aver terminato la lettura del libro L’era del cuore ho preso la seguente decisione:


Mi impegno a rendere concreta questa decisione nel minor tempo possibile, e come primo passo farò
immediatamente quanto segue:


Sono consapevole del fatto che, se riuscirò a portare a termine questa decisione, la mia vita cambierà
in meglio. Nello specifico, nella mia vita accadrà che (scrivere più dettagli possibili):


Per tenere fede alla mia decisione, sono consapevole che dovrò attraversare emozioni ingombranti e
sono pronto ad affrontare una prova che metterà in difficoltà la mia determinazione.
Quando arriverà quel momento, mi ricorderò del perché ho voluto prendere questa decisione e
rileggerò questo contratto con me stesso.

Luogo_______________ Data_______________

Firma_______________
Ringraziamenti

Quando scrivi un libro realizzi quanto grande sia il tuo debito nei confronti delle persone che ti hanno
trasferito competenze, energie e curiosità nella vita.
Per ognuna delle 4 fasi che ho condiviso ho avuto diversi punti di riferimento, e se le pagine che hai
letto ti hanno dato valore il merito è principalmente loro.
Virginia mi ha aiutato a vivere l’esperienza con i ragazzi dei cortili in maniera aperta e costruttiva,
mostrandomi in modo diverso ciò che mi trasmetteva principalmente rabbia e paura.
Marco Montemagno mi ha spinto a dare maggiore continuità alla mia comunicazione online, facendomi
comprendere come il marketing possa essere uno strumento per educare alla cultura psicologica il grande
pubblico.
Enrico Molinari si è interessato a me come persona prima ancora che come professionista. Mi ha dato
fiducia quando nessuno credeva in me, mostrandomi una possibilità di crescita quando mi sentivo in un
vicolo cieco.
Paolo Ruggeri ha risvegliato in me valori e mete nobili, aiutandomi a riconoscere e salvaguardare il mio
lato etico. Con il suo esempio di persona integra e sempre impegnata ad aiutare gli altri, ha contagiato il
mio modo di essere, pensare e parlare. È da Paolo che ho ascoltato per la prima volta l’espressione “era
del cuore” e a partire da questa sua intuizione ho creato il libro che hai tra le mani. Molte delle intuizioni
che ho raccontato nella vita da imprenditore le ho elaborate ispirandomi alle sue riflessioni.
Sono molte altre le persone cui sono riconoscente per la stesura di questo libro.
Manuela Mellini e Vittoria Florio, come tutta la redazione del gruppo Giunti Editore, mi hanno dato un
supporto fondamentale per mettere ordine tra le idee che volevo comunicare e nella delicata fase di
editing del testo.
I suggerimenti di Gennaro Romagnoli e Davide Lo Presti sono stati preziosi, come anche decisivi sono
stati l’aiuto e la pazienza di Elettra Pezzica nel rivedere diverse mie posizioni e teorie, rendendo
decisamente più solida e completa l’esposizione delle mie idee.
Questo libro, ovviamente, è anche figlio di molti altri libri letti e di chiacchierate appassionanti con
personaggi incredibili che ho avuto la fortuna di incontrare lungo il mio percorso di divulgazione
psicologica. Per scoprire i loro nomi, rimando al mio canale YouTube e alle playlist dedicate ai “Libri per
la mente” e alle interviste.
Ultimo, ma non per importanza, il mio ringraziamento va alle persone che condividono con me la
maggior parte della settimana. Da una parte il MazzuTeam, composto da fantastici professionisti che
hanno avuto la pazienza di affiancarmi nella mia avventura imprenditoriale. Senza il loro aiuto avrei fatto
ben poco: è proprio vero che da soli si va veloci, ma insieme si va lontano.
Dall’altra, ovviamente, la mia famiglia, che scandisce le mie giornate riportandomi alla vita che conta.
Scrivere queste pagine è stato avvincente, ma anche faticoso.
Mettere nero su bianco alcuni passaggi si è rivelato un po’ come tornare a viverli: emozionante, ma
impegnativo. Nel rileggerli ho avuto l’impressione di essere di nuovo dal mio analista, e mi è capitato di
uscire dalle immersioni nel testo con un forte mal di testa e un groviglio di emozioni tra il cuore e la gola.
Insomma, è stato un bell’esercizio di coraggio.
Ma, d’altra parte, lo avrai capito, non c’è altra strada per generare valore.
Letture consigliate

Baccomo F. (2019), Ma tu sei felice?, Solferino, Milano.


Bregman P. (2018), Leading with Emotional Courage, Wiley, Hoboken.
Brown B. (2016), La forza della fragilità. Il coraggio di sbagliare e rinascere più forti di prima (trad. it.), Vallardi, Milano.
Carnagie D. (2013), Come trattare gli altri e farseli amici (trad. it.), Bompiani, Milano.
Cialdini R. B. (2015), Le armi della persuasione. Come e perché si finisce col dire di sì (trad. it.), Giunti, Firenze.
Covey S. R. (2012), Le 7 regole per avere successo (trad. it.), Franco Angeli, Milano.
Dalio R. (2018), I principi del successo (trad. it.), Hoepli, Milano.
Damasio A. R. (2014), L’errore di Cartesio (trad. it.), Adelphi, Milano.
Daverio P. (2018), Grand Tour d’Italia a piccoli passi, Mondadori Electa, Milano.
DeMarco M.J. (2014), Autostrada per la ricchezza, Libreria Strategica, Bellaria.
De Montaigne M. (2018), Saggi (trad. it.), Bompiani, Milano.
Feldman Barrett L. (2017), How emotions are made, Houghton Mifflin Harcourt, Boston.
Galimberti U. (2018), Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano.
Godin S. (2018), Il vicolo cieco. Il piccolo libro che vi insegna a comprendere se insistere o rinunciare (trad. it.), MGMT, Milano.
Grant A. (2013), Più dai più hai. Un approccio rivoluzionario al successo (trad. it.), Sperling & Kupfer, Milano.
Hayes S. C., Strosahl K. D., Wilson K. G. (1999), Acceptance and Commitment Therapy: An experiential approach to behavior
change, New York, Guilford Press (trad. it. ACT. Teoria e pratica dell’Acceptance and Commitment Therapy, Raffaello Cortina
Editore, Milano, 2013).
Jackson Brown Jr H. (2001), Vita: istruzioni per l’uso (trad. it.), Armenia, Cornaredo.
Lo Presti D. (2018), La profezia che si autorealizza. Il potere delle aspettative di creare la realtà, Dario Flaccovio Editore, Palermo.
Mazzucchelli L. (2016), Video Marketing: Aumenta popolarità e clienti con i video online, Engage Editore, Bologna.
Mazzucchelli L. (2019), Fattore 1%. Piccole abitudini per grandi risultati, Giunti, Firenze.
McGonigal K. (2018), Il lato positivo dello stress (trad. it.), Giunti, Firenze.
Montemagno M. (2017), Codice Montemagno. Diventa imprenditore di te stesso grazie al digital, Mondadori Electa, Milano.
Montemagno M. (2020), Lavorability. 10 abilità pratiche per affrontare i lavori del futuro, The Tech Alchemist, Italia.
Mozes Kor E. (2017), Ad Auschwitz ho imparato il perdono: Una storia di liberazione, Sperling & Kupfer, Milano.
Nhat Hanh T. (2015), Trasformare la sofferenza, Terra Nuova Edizioni, Firenze.
Nardone G. (2019), Emozioni: istruzioni per l’uso, Ponte alle Grazie, Milano.
Nietzsche F. (2016), Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è (trad. it.), Adelphi, Milano.
Quoist M. (2001), Parlami d’amore (trad. it.), Società Editrice Internazionale, Torino.
Rosenthal R., Jacobson L. (1999), Pigmalione in classe (trad. it.), Franco Angeli, Milano.
Ruggeri P. A. (2002), I nuovi condottieri. Un manuale sulla leadership per i manager del terzo millennio, Engage, Bologna.
Seligman M. E. P. (2015), Imparare l’ottimismo. Come cambiare la vita cambiando il pensiero (trad. it.), Giunti, Firenze.
Seneca (2016), De brevitate vitae, testo latino a fronte, Mondadori, Milano.
Seneca (2019), Lettere a Lucilio (trad. it.), BUR, Milano.
Ugazio V. (2018), Storie permesse, storie proibite. Polarità semantiche familiari e psicopatologie, Bollati Boringhieri, Torino.
Vaihinger H. (1967), La filosofia del “come se”: sistema delle finzioni scientifiche, etico-pratiche e religiose del genere umano
(trad. it.), Ubaldini, Roma.
Vogler C. (2010), Il viaggio dell’eroe (trad. it.), Dino Audino Editore, Palermo.
Wapnick E. (2018), Diventa chi sei. Una pratica guida per persone creative che hanno molteplici passioni e interessi (trad. it.),
MGMT, Milano.
Watt Smith T. (2017), Atlante delle emozioni umane. 156 emozioni che hai provato, che non sai di aver provato, che non proverai
mai (trad. it.), Utet, Milano.
Zimbardo P. (2008), L’effetto Lucifero: cattivi si diventa? (trad. it.), Raffaello Cortina Editore, Milano.
Zimbardo P., Sword R. (2019), La cura del tempo (trad. it.), Giunti, Firenze.
Non finisce qui

Se hai comprato e letto questo libro e se sei giunto anche a quest’ultima pagina, è perché hai preso la
decisione di trasformarti nella migliore versione di te stesso.
L’automiglioramento non è un evento, ma un processo. Non è una conquista che avviene da un giorno
all’altro, ma implica una quotidiana e continuativa trasformazione.
Proprio come una pianta per crescere ha bisogno ogni giorno di attenzioni, anche il tuo potenziale
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eroghiamo per le aziende e un modulo contatti per invitarmi come speaker ai tuoi eventi.
Il tuo aiuto al libro

Se condividi i valori presentati in questo libro e trovi utili le informazioni in esso contenute, ti chiedo di
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Ecco alcune piccole azioni estremamente preziose che potresti fare:

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comprare libri. È incredibile quanto questo piccolo gesto possa convincere chi è incerto a fidarsi di un
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ringraziarti di persona.
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libro, segnalacela attraverso il sito www.lucamazzucchelli.com e cercheremo di riprenderla sui nostri
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• Regala il libro a una persona che pensi abbia bisogno di trovare il coraggio per prendere una decisione
importante nella sua vita. La lettura può aiutarti a mettere in discussione idee e comportamenti in
modo più efficace di mille parole.

Grazie di cuore per ogni tuo singolo sforzo a supporto del mio impegno.
Luca
Intervista a Luca Mazzucchelli ai tempi della pandemia

L’era del cuore esce in un periodo che mai avremmo potuto immaginare prima, durante la pandemia per il
Covid-19. Come è cambiata la tua vita professionale e personale in questi mesi? Come hai affrontato le
settimane di maggiore crisi?

Sono state settimane complesse, soprattutto le prime, perché la mia famiglia era in un’altra regione e
non ho vissuto bene la solitudine forzata. Ho lavorato molto, contento di farlo, ma trascorrere tante ore
ogni giorno davanti al computer senza potere stare assieme a Giulia, ai bambini e al mio team è stato
alienante.
Fortunatamente poi la famiglia si è ricongiunta e ho potuto così rimpossessarmi di una parte di
normalità per me fondamentale per essere felice.
Tra i vari momenti di questa quarantena ricordo in particolare il 21 marzo, primo giorno di primavera,
quando ho guardato dalla finestra il giardino del condominio in cui vivo e ho notato un vasto prato di
margherite. Mi ha colpito la loro bellezza e mi sono chiesto: “Ma c’erano anche l’anno scorso?”.
Ovviamente le margherite non sono una novità della primavera del 2020. Ero io che non le notavo più,
dandole per scontato, così come ho fatto con tante altre cose che la pandemia mi ha invece portato a
riconsiderare e ad apprezzare con nuovi occhi.
In altre parole sono anche molto grato a questo improvviso stravolgimento di abitudini e
comportamenti, e credo che in questa esperienza tragica vi sia la possibilità di avvicinarci maggiormente
ai nostri valori, uscendone come esseri umani più completi e attenti alle cose che hanno un reale
significato.

L’era del cuore pone una questione di grande attualità, il rapporto non sempre coerente ed equilibrato tra
sviluppo tecnologico e sviluppo psicologico, in particolare emotivo. Pensi che la pandemia possa
influenzare questo squilibrio?

Penso che la pandemia abbia accelerato quelle dinamiche che per forza di cose obbligheranno tutti noi
ad adottare una nuova modalità di stare al mondo, e che ho individuato nei principi fondanti l’era del
cuore: mettere al centro la persona e la sua psicologia.
Il cambiamento di focus è radicale, anche se agli occhi dei più non sembra per nulla spontaneo. Basti
osservare come il mondo dei media, della politica e delle aziende si sia iperattivato attorno al tema
dell’emergenza sanitaria e di quella economica causate dal COVID, ma nessuno abbia compreso che la
vera partita si gioca al tavolo dell’emergenza umana.
È ovviamente sacrosanto rispettare le norme sanitarie, così come reagire alla crisi economica, ma
riuscire in queste imprese è prima di tutto una questione psicologica che coinvolge i processi emotivi e
cognitivi degli individui: dalla percezione e gestione del rischio, a quella delle emozioni e delle relazioni.
Nella pratica questo significa che le aziende non riusciranno a sconfiggere la recessione economica e
rilanciarsi sul mercato, se le persone che le compongono saranno psicologicamente claudicanti. L’antidoto
al virus, da questa prospettiva, è prima di tutto l’amore. Se si ha amore per sé stessi, allora si seguono le
regole in modo da non ammalarsi; se si nutre amore per il prossimo, allora si mettono in campo tutte le
accortezze del caso per stare vicini ai propri amici o collaboratori sul lavoro; se proviamo amore per il
pianeta, allora iniziamo a considerare l’impatto che le nostre azioni hanno in termini di sostenibilità a
lungo termine per la natura.
L’amore è la risposta. Ma l’amore, come tutto quanto in natura, richiede tempo e dedizione affinché
possa dare i suoi frutti.

Se si dovesse definire la caratteristica principale della tua storia, potremmo parlare di “antifragilità”, cioè
della capacità di far diventare anche gli imprevisti una fonte di crescita e di miglioramento?

Guardando la mia storia dall’esterno sembra che sia così, e in parte lo è.


Tuttavia mi risulta difficile attribuire a un ingrediente particolare il merito di quanto ho realizzato.
Credo intanto di essere stato fortunato a nascere in questa epoca storica, in Italia e in una famiglia che
mi ha trasmesso determinati valori.
Per il resto io vedo un insieme di caratteristiche che, lavorando in maniera sinergica, mi hanno
permesso di affrontare al meglio le difficoltà e di uscirne talvolta più consapevole di prima.
Se dovessi trovare una sintesi di quegli elementi che hanno garantito una buona qualità della mia vita,
credo di potere ridurre il tutto a due componenti: le persone che ho frequentato e i libri che ho letto.
Dentro ognuno di noi c’è un dono, e abbiamo il dovere di trovarlo e farlo emergere, perché il mondo ne
ha un enorme bisogno. Io ho trovato le chiavi per fare emergere questo dono e per provare a sfruttare
pienamente il mio potenziale nei libri e nelle persone che ho voluto al mio fianco.
Partendo dal presupposto che chi legge questa nostra intervista sia già educato all’importanza della
lettura, forse vale la pena spendere una parola in più sulla variabile delle frequentazioni.
In pochi, infatti, si interrogano sulla qualità delle proprie amicizie. Io credo che un amico per essere
all’altezza di questa parola debba contribuire attivamente alla nostra crescita, non lasciarci al punto in cui
ci troviamo attualmente o, peggio ancora, farci regredire. E questo vuole essere un doppio monito a chi
ascolta: selezionare bene le persone con cui spendere il proprio tempo, ma anche attivarsi al meglio per
aiutare chi ci è vicino a diventare una persona migliore.

Come si pone l’era del cuore nell’era della pandemia? È l’inizio di una quinta vita?

Quando nella giungla arriva l’uragano alcuni alberi vengono spazzati via, mentre altri resistono. Più
nello specifico, sono quelli con le radici ben salde nel terreno a farcela, mentre quelli più fragili o marci,
ovvero che non hanno saputo rinnovarsi, incontreranno più difficoltà. E la dura legge della natura ci
insegna che gli alberi che riusciranno a sopravvivere potranno conquistare i nuovi spazi ormai non più
occupati. Come dire che nella difficoltà chi è resiliente diventa ancor più resiliente, mentre chi non ha
lavorato sulla solidità della propria struttura avrà più facilità a soccombere.
La pandemia è l’uragano che ha scosso il mondo: sia quello fisico e concreto in cui viviamo, sia il mondo
interiore di ognuno di noi che ci anima e muove nella vita.
E su entrambi questi versanti il Coronavirus è intervenuto in maniera importante sparigliando le carte
in tavola, con i pro e i contro che questo reset porta con sé. Le persone vedono stravolte le loro
consuetudini, ma potranno scoprirne di nuove e anche più funzionali; alcune realtà lavorative
scompariranno, ma si creeranno altri spazi per la nascita di nuove imprese.
Insomma sì, per tutti noi sarà l’inizio di una nuova vita nella quale dovremo ricostruire l’Italia. Ma
l’Italia andrà ricostruita prima di tutto da un punto di vista umano, emozionale, relazionale… Serve una
prospettiva psicologica ancor prima di una strategia economica, pena il fallimento di quest’ultima e un
vano sacrificio di energie, tempo e denaro da parte di tutti noi.
In questo panorama il coraggio, l’amore, l’altruismo e tutte le altre risorse che sono a disposizione nel
nostro cuore dovranno necessariamente occupare un ruolo di primo piano.
Oggi è il momento della buona psicologia. Le persone, aziende e istituzioni che capiranno questo
concetto prima degli altri, avranno più slancio nel trasformare il punto di arresto in un trampolino per la
ripartenza.
Esercizi per allenarsi nell’era del cuore
(estratti dal sito www.eradelcuore.com)

PRIMA VITA – LA GAVETTA


Insegnamento n. 2: Concentrati sul significato e non sulla felicità

Esercizio 1: Disegna l’aforisma

Rappresenta con un disegno o con uno schema nel box qui sotto la frase: “Non chiederti cosa ti rende
felice, ma cosa dà un significato alla tua vita”. (Disegnare un concetto ti aiuta a rielaborarlo dentro di te e
farlo tuo; inoltre supporta una migliore memorizzazione).

Esercizio 2: Diario del significato

Prova a tenere un “diario del significato” per i prossimi 7 giorni (puoi farlo qui di seguito oppure su un
foglio separato), in cui rispondi a queste 2 domande:

1. Che cosa ho fatto oggi?


2. Cosa, di ciò che ho fatto, fornisce un significato alla mia vita?

Grazie a questo esercizio sarà più semplice rifocalizzare la tua attenzione, spostandola da ciò che ti
rende felice a ciò che dà significato alla tua vita.

• Andare a trovare un parente ammalato ti rende felice? Probabilmente no, anzi potrebbe metterti a
contatto con emozioni spiacevoli, come la tristezza o la paura, ma è un’azione con un gran significato,
in virtù dell’amore che ti lega a quella persona.
• Lavorare duramente per tutto il giorno, risolvendo problemi e facendo fatica, ti rende felice? Magari no,
e forse preferiresti essere su un’isola deserta a rilassarti, ma anche questa è un’azione di gran
significato, per esempio nella misura in cui, con il tuo impegno, puoi essere d’aiuto agli altri.

Giorno 1

• Cosa ho fatto oggi? _______________

• Cosa, di ciò che ho fatto, fornisce un significato alla mia vita?


Giorno 2

• Cosa ho fatto oggi? _______________

• Cosa, di ciò che ho fatto, fornisce un significato alla mia vita?


Giorno 3
• Cosa ho fatto oggi? _______________

• Cosa, di ciò che ho fatto, fornisce un significato alla mia vita?


(CONTINUA)
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scarica gratuitamente l’eserciziario integrale.

SECONDA VITA – IL COMUNICATORE


Insegnamento n. 5: Esci dalla zona di comfort

Esercizio 1: La dieta della zona di comfort

Per la prossima settimana, prova la “dieta della zona di comfort”: almeno una volta al giorno, varca la
soglia di ciò che è conosciuto per lasciare spazio all’inconsueto.
Non occorre fare chissà che: parti da piccole cose, inserendo minime deviazioni nella tua quotidianità.
Percorri una strada alternativa a quella abituale per andare al lavoro, assaggia un cibo nuovo, vai a un
concerto di un genere musicale che pensi essere molto lontano dai tuoi gusti, pranza con un collega con
cui non hai confidenza, e così via. Registra qui di seguito le tue azioni.

Giorno 1
Giorno 2
Giorno 3
Giorno 4
Giorno 5
Giorno 6
Giorno 7

Esercizio 2: Fai amicizia con il discomfort

Elenca di seguito almeno 3 cose che inizialmente ti facevano paura, che hai comunque accettato di
vivere/affrontare nonostante il discomfort e che oggi danno valore alla tua vita (per esempio, imparare a
nuotare, chiedere a qualcuno di uscire con te, partecipare a un corso, avere un figlio ecc.).









Pensa a quella volta in cui non hai avuto il coraggio di uscire dalla tua zona di comfort e questo ha
avuto conseguenze negative nella tua vita. Descrivi l’episodio qui di seguito.









(CONTINUA)
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TERZA VITA – LO PSICOLOGO E PSICOTERAPEUTA


Insegnamento n. 12: Non puoi cambiare le persone
Esercizio 1: Emozioni e decisioni

Pensa a 3 grandi decisioni che hai preso nella tua vita e descrivile brevemente (quando hai lasciato il
tuo partner, quando ti sei licenziato dal lavoro, quando hai rotto con un amico, quando hai allontanato un
tuo collaboratore, e via dicendo).









Riesci a individuare la forte emozione sull’onda della quale hai preso quelle decisioni? Che cosa era
successo? Che emozione era? Rabbia, delusione, dolore, tristezza, gioia, amore…? Razionalmente sapevi
già da tempo che avresti dovuto muoverti in quella direzione, ma non lo facevi? Quali erano i tuoi
pensieri?
Per ognuna delle 3 decisioni elencate poco sopra, scrivi un breve commento che tocchi questi punti.



















Esercizio 2: Disegna l’aforisma

Rappresenta con un disegno o uno schema nel box qui sotto la frase: “La logica fa pensare, le emozioni
fanno agire”.
(CONTINUA)
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QUARTA VITA – L’IMPRENDITORE


Insegnamento n. 13: Difendi la tua energia

Esercizio 1: Energie e stile di vita

Se vogliamo poter contare sull’energia mentale, dobbiamo assicurarci di avere una buona dose di
energia fisica grazie anche a un corpo in forma e a uno stile di vita sano e adeguato.
Di seguito trovi alcune buone abitudini che ti permettono di avere appropriati livelli di energia:

• Fare esercizio fisico regolare.


• Dormire a sufficienza (almeno 7 ore a notte).
• Mangiare cibo di qualità (frutta e verdura, proteine magre, carboidrati integrali, no a cibi raffinati).
• Meditare.
• Circondarti di persone positive (persone che ti energizzano invece che scaricarti).

Quali di queste buone abitudini fanno parte del tuo attuale stile di vita? Descrivilo di seguito.


Quali vorresti integrare nella tua quotidianità e quale potrebbe essere la prima azione da compiere, già
da questa settimana, in tale direzione? (Per esempio, meditare: inserire 5 minuti di meditazione ogni
mattina appena sveglio; mangiare cibo di qualità: aumentare il consumo di verdura ecc.).




Esercizio 2: Bilancio energetico

Pensa all’ultima settimana trascorsa e scrivi di seguito le principali attività che hai svolto.

1. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
2. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
3. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
4. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
5. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
6. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
7. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
8. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
9. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato
10. _______________ □ Scaricato □ Ricaricato

Rifletti ora su ogni attività che hai scritto sopra e indica con una crocetta sull’apposita casella se tale
attività ti ha tolto energie (Scaricato) o ti ha dato energie (Ricaricato).

Guarda le caselle che hai segnato. Se le attività che ti hanno “scaricato” sono molte, prova a rivedere la
tua agenda per cercare di eliminarle, delegarle, o almeno limitarle a più brevi spazi temporali. Quali sono
invece le attività alle quali potresti dare più spazio nella tua quotidianità perché sono risultate per te
energizzanti? Trascrivi le riflessioni sui cambiamenti che puoi apportare nella tua vita.



(CONTINUA)
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