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Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Arte e
società di massa, trad. it. di Enrico Filippini, Einaudi, Torino 1966 (ed. orig. Das
Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit, da Walter Benjamin,
Schriften © 1955 Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main)

8.
La prestazione artistica dell’interprete teatrale viene presentata definitivamente al pubblico da
lui stesso in prima persona; la prestazione artistica dell’attore cinematografico viene invece
presentata attraverso un’apparecchiatura. Quest’ultimo elemento ha due conseguenze
diverse. L’apparecchiatura che propone al pubblico la prestazione dell’interprete
cinematografico non è tenuta a rispettare questa prestazione nella sua totalità. Manovrata
dall’operatore, essa prende costantemente posizione nei confronti della prestazione stessa. La
serie di prese di posizione che l’autore del montaggio compone sulla base del materiale che gli
viene fornito costituisce il film definitivo. Esso abbraccia una serie di momenti di un
movimento, che vanno riconosciuti come movimenti della cinepresa – per non parlare poi
delle riprese che rivestono un carattere particolare, come i primi piani. Cosí la prestazione
dell’interprete viene sottoposta a una serie di test ottici. È questa la prima conseguenza del
fatto che la prestazione dell’interprete cinematografico viene mostrata mediante
l’apparecchiatura. La seconda conseguenza dipende dal fatto che l’interprete cinematografico,
poiché non presenta direttamente al pubblico la sua prestazione, perde la possibilità, riservata
all’attore di teatro, di adeguare la sua interpretazione al pubblico durante lo spettacolo. Il
pubblico viene cosí a trovarsi nella posizione di chi è chiamato a esprimere una valutazione
senza poter essere turbato da alcun contatto personale con l’interprete. Il pubblico
s’immedesima all’interprete soltanto immedesimandosi all’apparecchio. Ne assume quindi
l’atteggiamento: fa un test. Non è, questo, un atteggiamento a cui possano venir sottoposti dei
valori cultuali.

9.
[…] Uno dei primi che abbia avvertito questa trasformazione dell’interprete in seguito a un
tipo di prestazione fondata sul test è stato Pirandello […] nel suo romanzo Si gira.... «Qua, –
scrive Pirandello degli attori cinematografici, – si sentono come in esilio. In esilio non soltanto
dal palcoscenico, ma quasi anche da se stessi. Perché la loro azione, l’azione viva del loro corpo
vivo, là, sulla tela dei cinematografi, non c’è piú: c’è la loro immagine soltanto, colta in un
momento, in un gesto, in una espressione, che guizza e scompare. Avvertono confusamente,
con un senso smanioso, indefinibile di vuoto, anzi di votamento, che il loro corpo è quasi
sottratto, soppresso, privato della sua realtà, del suo respiro, della sua voce, del rumore
ch’esso produce movendosi, per diventare soltanto un’immagine muta, che tremola per un
momento su lo schermo e scompare in silenzio, d’un tratto, come un’ombra inconsistente,
giuoco d’illusione su uno squallido pezzo di tela... Pensa la macchinetta alla rappresentazione
innanzi al pubblico, con le loro ombre; ed essi debbono contentarsi di rappresentare innanzi a
lei». Questo stato di cose può essere definito anche come segue: per la prima volta – ed è
questo l’effetto del film – l’uomo viene a trovarsi nella situazione di dover agire sí con la sua
intera persona vivente, ma rinunciando all’aura.