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Claude Debussy, Il Signor Croche antidilettante, Bompiani, Milano 1945 (ed. orig.

Postuma Monsieur Croche et autres écrits, 1921).

“[...] la popolarità della Sinfonia Pastorale è dovuta al malinteso piuttosto diffuso che
esiste fra la natura e gli uomini. Osservate la «scena del ruscello»! È un ruscello dove
i buoi vengono a bere (la voce dei fagotti m'invita a crederlo), senza parlare
dell'usignolo di legno e del cúculo svizzero, che appartengono assai più all'arte del
signor di Vaucanson [1709-1782, costruttore di personaggi e animali meccanici] che a
una natura degna di questo nome... Tutto questo è inutilmente imitativo, oppure rivela
un'interpretazione affatto arbitraria.
Quanto più profondità troviamo in certe pagine del vecchio maestro, nell'espressione
della bellezza di un paesaggio, semplicemente perché non v'è imitazione diretta, ma
trasposizione sentimentale di quanto esiste di «invisibile» nella natura! Si traduce
forse il mistero di una foresta col misurare l'altezza degli alberi? Non è piuttosto la
sua insondabile profondità che stimola l'immaginazione? D'altra parte, in questa
sinfonia, Beethoven è responsabile di un'epoca in cui si vedeva la natura soltanto
attraverso i libri... Questo si verifica con il «temporale» che fa parte della stessa
sinfonia, dove il terrore degli esseri e delle cose si avvolge nelle pieghe del mantello
romantico, mentre rumoreggia, poco serio, il tuono.
Sarebbe assurdo supporre ch'io voglia mancare di rispetto a Beethoven; bisogna
ammettere, piuttosto, che un musicista di genio come lui poteva sbagliare più
ciecamente di un altro... Un uomo non è obbligato a scrivere soltanto dei capolavori;
questa qualifica, riferita alla Sinfonia Pastorale, perderebbe forza, applicata alle altre:
ecco quanto volevo dire.

[…] La musica non deve cercare di riprodurre più o meno esattamente la natura, ma
le concordanze misteriose fra la natura e l'immaginazione.”