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Il

libro

U
na storia romantica che si compone verso dopo verso.
Un canzoniere d’amore e altre meraviglie.
Per tutte le ballerine del carillon innamorate della musica rock.
L’autore

Fabrizio Caramagna si definisce “un ricercatore di


meraviglie”. I suoi aforismi sono apparsi su riviste e
antologie internazionali e sono stati tradotti in undici
lingue. Ha esordito nel 2009 con la raccolta
Contagocce (Genesi editrice), a cui è seguita nel
2012 Linee di seta (LietoColle). Affiancando alla
scrittura l’attività di studioso, nel 2009 ha fondato il
sito Aforisticamente, punto di riferimento a livello
internazionale sull’aforisma contemporaneo.
Collabora inoltre con l’Associazione Italiana per l’Aforisma per
promuovere la “bibliodiversità”.
Fabrizio Caramagna

IL NUMERO PIÙ GRANDE È DUE


Il numero più grande è due

Alle ballerine del carillon innamorate della musica rock


Ai girasoli che seguono la luna
Ai cuori intrepidi
Alle anime libere e selvagge
TI HO INCONTRATA UN MARTEDÌ DI MARZO
Non esiste la solitudine.
Stai sempre preparando un incontro con qualcuno là fuori
anche se non lo sai.
Che cosa cerco?
Una donna
che si emozioni come i tramonti
e si prenda cura del mondo come la rugiada.
Ti sfiora passando per strada e tu pensi di averla già conosciuta,
forse sei stato un fiore nella sua mano,
qualche secolo fa.
Il big-bang e l’universo e il mondo e la nascita delle foreste e degli oceani e la
comparsa dell’uomo e la costruzione delle città e delle strade e dei ponti e ogni
minuto e ogni momento è stato solo un pretesto per incontrarti, ieri,
all’improvviso, mentre correvi all’angolo di una via.
Io vengo da un posto dove l’erba è travolta dalla meraviglia, dove i girasoli
crescono fino alla luna e il mare scrive lettere d’amore al cielo.
E tu da dove vieni?

Io vengo da un paesino dell’America


dove il vento del Pacifico solleva le onde
e spettina i capelli.
Sono una biologa marina. Il mio nome è Eleanor.
Quanti anni hai?
Dipende dal colore del cielo e dai sogni della luna e da come i miei pensieri
mettono radici nell’aria.
Quasi sempre, per fortuna, sette.
I suoi occhi sono blu mare, ma non quel blu chiaro che lambisce la riva.
Sono di acque lontane e profonde che solo le sirene possono raggiungere.
Tu che continui a dirmi che non c’è nessuna storia tra me e te.
Io che continuo a mettere un segnalibro colorato in ognuno dei nostri incontri.
Non darmi il tuo corpo modellato dalla palestra.
Dammi occhi che raccontano una storia, una mente aperta e ribelle e un cuore
che sente. E poi portami in un prato e mostrami come ogni filo d’erba si
piega in modo diverso a seconda del vento e della luce.
Allora sì, mi potrò innamorare.
Ci sono visi i cui angoli fanno sperare l’impossibile,
occhi che sono linee aperte sul mare,
labbra che si vorrebbe seguire fino a dove si incurva l’ultima parte del
mondo.
Le dita della tua mano:
cinque punti cardinali che puntano verso l’infinito.
Quando ti chiedo che cosa fai nella vita, non intendo il tuo lavoro. Mi interessa
sapere quanta bellezza hai vissuto, che cosa ti tiene sveglia la notte, cosa ti fa
sorridere quando nessuno ti guarda.
Mi piaci perché sei fatta di libri e lettere d’amore scritte a mano.
Mi piaci perché la tua risata è come il suono di uno scontro di stelle, come il
fruscio di una scolaresca di bambini all’uscita di scuola.
Mi piaci perché a volte assomigli a una fanciulla che scrive i suoi segreti sulla
suola delle scarpe e li rivela solo al vento e ai fiori selvaggi.
Anime che si conoscono da sempre
anche se non si conoscono
e quando si conoscono per davvero si riconoscono.
Non avevamo fatto l’amore,
ma con le parole già mi toccavi in posti
che ancora non avevano nome.
Vuoi far parte della mia vita
e della mia galassia
e del mio pianeta
e della mia orbita,
con la tua testa sulla mia spalla,
a guardare una luna mai vista?
Ti chiedo scusa
per tutte le vite precedenti in cui non ti ho mai incontrata.
UNA SPLENDIDA COLLISIONE
Ci sono persone che entrano nella tua vita per farti felice
e altre per cambiare la tua idea di felicità.
E non è la stessa cosa.
Che strana macchina è l’uomo.
Gli metti dentro lettere dell’alfabeto,
formule matematiche, leggi e doveri
ed escono favole, risate e sogni.
Che una donna dorma dall’altro lato dell’oceano
e uno riesca ad ascoltarne il respiro,
così deve essere nata la prima poesia.
E poi scopri che è lei la galassia che hai osservato un’estate, quando avevi sedici
anni e seduto in riva al mare aspettavi il futuro.
Sei la persona a cui vorrei raccontare ogni cosa,
mentre sdraiati in un campo di girasoli
guardiamo il nostro cuore battere lassù, nella cassa toracica del cielo.
Hanno detto che le cose belle non durano, ma tu continua a stare seduta accanto
a me con quegli occhi pieni di luce e io, per un attimo, voglio credere che questo
momento possa durare per sempre e che, da qualche parte nel cielo, qualcuno
abbia deciso di aprire le porte dell’eternità.
Ci vediamo alla solita ora.
Tu porta il mare e una piazza ridente di bambini.
Io porto la brezza e la luce della sera.
Lei guardava sempre il cielo. Continuava a guardarlo anche quando gli occhi di
chiunque altro al mondo avrebbero smesso.
Dimentica l’altezza e il peso,
misurami in intensità luminosa.
Le parole che ci siamo detti nella sera.
Le tengo ancora a manciate qui sul mio cuscino, nel mio cuore, sul letto.
Le appendo a un filo e le annodo come tante collane nel buio.
Felice di non dormire.
Portami dove nascono gli uragani
e poi arrivano gli arcobaleni più belli.
È lì che ti voglio amare.
Una cosa bella è bella anche con le luci spente
e se non c’è nessuno a guardarla.
Questo è tutto quello che ho capito della bellezza.
Sogno un mondo al contrario
in cui è l’agitarsi dei tuoi capelli a generare il vento,
in cui è la luce dei tuoi occhi a illuminare il mare.
Vicino a te tutti gli orologi segnano la gioia in punto.
Mi piacciono quelle persone che ti offrono un abbraccio come se fosse un mezzo
di trasporto e al tempo stesso una casa.
Vuoi sapere che cosa penso? Avvicina il tuo orecchio al mio.
Copri l’altro con la tua mano.
Pensa a me come se fossi una conchiglia.
Ecco, adesso li senti i miei pensieri?
Hanno il suono di ciò che non hai mai ascoltato.
L’unica cosa che porto in tasca è una manciata di stelle. E dovreste vedere i suoi
occhi quando apro le mani e le lascio correre invisibili sui prati.
Mettiti un fiore nei capelli, una poesia sulle labbra, una gonna di crinoline e
andiamo a vedere di che colore sono i tramonti nel diciottesimo secolo.
Ci siamo fermati in un prato.
Non c’è cosa più delicata dei fiori. Eppure a volte dovrebbero avere la
museruola per come ci mordono con la loro bellezza.
Tu li guardavi insieme a me e il tuo viso aspettava qualcosa.
E l’istante in cui ho tentato di dirmi che non ero innamorato è stato quello in
cui ho capito che lo ero perdutamente.
ARIA DI CASA
– Ti manca il tuo paesino sul Pacifico?
– Sì, è da tanto che non torno.
– Hai paura di dimenticarlo?
– No. Quando sono lì potrei camminare a occhi bendati e indicare il punto
esatto in cui finiscono gli alberi della via principale e inizia la strada che
porta al mare.
Potrei riconoscere le nuvole e le stelle solo dal soffio della brezza.
I luoghi che amiamo sono come le persone, identificabili da un nonnulla. Da
quel profumo del cielo, da quella asperità del terreno, da quel suono degli
alberi.
– Che ci fai in Italia?
– Sono qui con una borsa di studio. Ma potrei anche decidere di fermarmi…
COM’È INASPETTATO E SORPRENDENTE UN BACIO
Se vuoi sapere che gusto ha l’universo,
baciala sul collo.
Lei si sposta i capelli dietro l’orecchio ed è così che nascono le galassie, così che
si formano gli alfabeti e le prime vibrazioni di amore.
Lascia che io mi infranga sulle tue labbra,
fammi riversare i miei segreti indicibili sulla tua riva.
Come è inaspettato e sorprendente un bacio:
l’unica forma che non ha mai la forma di se stessa.
Giornata di vento e sole. E le guance arrossate. E i baci a bruciapelo. Quelli che
ti soffiano gli “ora puoi” sul cuore.
Dentro di me ci sono delle stanze piene di buio e altre inondate di luce,
corridoi incerti e finestre piene di stupore,
e tu sei la prima persona a cui dono la mappa.
QUANDO FACCIAMO L’AMORE,LA FELICITÀ FA DISEGNI DI
LUCE TRA LE NOSTRE DITA
Strofina il tuo cuore contro il mio,
come due pietre focaie
accendiamo le nostre anime.
Quella notte facemmo l’amore, amandoci in quel modo che non è di nessun
colore, respiro e temperatura di questa terra.
E quando sto insieme a te
le canzoni d’amore che passano alla radio
e le poesie di Prévert e Neruda
e il canto dei grilli e l’ululato dei lupi
sono solo una pallida imitazione di quello che proviamo noi.
Ti guardo dormire.
I capelli agganciati al cuscino, i sogni appoggiati sugli occhi e dentro le mani
migliaia di universi che ancora non conosco.
Se il tuo DNA potesse incontrare il mio, sentiresti il rombo della mia sagoma
elicoidale e vedresti i miei filamenti danzare pieni di colori.
Avvicina la tua elica alla mia
e creiamo un vento tale da scuotere ogni particella del nostro corpo.
Uniamo i nostri filamenti
come se tornassimo all’origine della vita.
Raccontami di quando facciamo l’amore
e poi ci guardiamo
e prima che le parole dicano qualcosa
la felicità fa disegni di luce tra le nostre dita.
Nell’abbraccio
ciò che è stato spigolo, linea interrotta, groviglio
diventa di nuovo, come per miracolo, cerchio perfetto.
COME UN VETRO SPEZZATO
IMPROVVISE PARTENZE
– Devo tornare in America.
– Ma come, adesso? Per quanto?
– Mi hanno offerto un posto da biologa
che non posso rifiutare.
– E io? E noi?
– Mi dispiace.
E adesso che sei partita e io sono solo,
nessun’altra cosa fa il rumore di un vetro spezzato
come pensare a te
dopo mezzanotte.
Che stupidi.
Potevamo essere io e te.
A mangiarci con gli occhi.
A dividerci pezzi di cielo.
A scambiarci galassie.
E invece tu hai scelto un posto sicuro
in un laboratorio sconosciuto
in qualche parte dell’America.
Io con te mi sentivo a casa.
Ma tu avevi ancora un aereo da prendere
e tante strade da percorrere
e ferite da superare,
prima di sentirti a casa.
Un giorno ti dissi:
«Un altro soffio di stupore e la mongolfiera sarà gonfia.
Molliamo gli ormeggi.
Ti porto a vedere la galassia da cui provengo.»
Ma tu adesso non sei qui
e la mongolfiera
giace in terra come un fagotto informe.
Hai presente quando fai un respiro e poi lo devi restituire?
Ecco, funziona allo stesso modo con la felicità.
Funziona tutto come un respiro.
Ci innamoriamo di cose che non ci corrispondono.
Forse un giorno l’universo tornerà ad amarci,
ma adesso ha troppe galassie e stelle che scintillano tra le sue mani.
Non so come sono chiamati gli spazi tra i secondi,
ma è in quegli spazi che il dolore picchia più forte quando si sente la
mancanza di una persona.
Amo i maglioni ampi, gli orizzonti e gli spazi aperti.
Ma non sempre le cose larghe sono confortevoli.
A volte si ha voglia di cose che stringano. Forte.
Soprattutto quando si è soli.
È proprio quando la strada è diventata diritta e senza più crocevia e
interruzioni,
che tu hai avuto paura di aver preso la direzione sbagliata.
E ti sei voltata e te ne sei andata.
Che strana la vita.
La felicità e la bellezza e l’amore sono sempre un centimetro fuori dalla
nostra portata.
E il premio è così distante che non basta salire su centinaia di podi.
E il sogno sta sempre così in alto che nessun’ala è in grado di avvicinarsi.
E d’un tratto essere senza cuore
ti è parso meglio che avere un cuore che ti teneva sveglia a ogni ora della
notte,
e chiudersi in un guscio
era meglio che prendersi in faccia il vento dell’amore.
NON MI ARRENDO, VADO A PRENDERLA
“Sbagli tutto” disse il buon senso al cuore. Prima devi costruire il lieto fine e
solo dopo scriverai la storia. Se inverti l’ordine, perderai sempre.
Ma il cuore sapeva che quel lieto fine esisteva già, in qualche parte
dell’universo.
E decise di andarlo a cercare.
Stai zitta coscienza.
La senti – adesso che la notte è più buia
e una donna dorme a migliaia di chilometri di distanza –
la voce dell’incoscienza?
Ti sta dicendo che è ora che tu prenda un biglietto aereo
e vada a farle una serenata sotto casa.
E il tempo a un tratto si stancò di essere prevedibile.
E cominciò a nevicare a fine aprile.
E io compresi che non c’era nulla di più sbagliato che assecondare le cose.
E fu così che ci provai.
Oh battiti del mio cuore
disponetevi tutti a ranghi serrati
e andate da lei a dichiararle il mio amore
e nessuna pietà per i battiti disertori.
Sera, se non te ne fai niente, prendo io il tuo vento.
Ho bisogno di farmi portare dove ci sono boschi selvaggi e unicorni timidi e
una ragazza che canta canzoni mai sentite e ha paura dell’amore.
La verità è sempre partire.
Restare è una bugia, un inganno, la costruzione di un muro che ci separa dal
mondo.
Prendo una valigia leggera e salgo sul treno, carrozza meraviglia,
lato finestrino,
vicino all’imprevedibile.
Siamo tutti viaggiatori nati.
Abbiamo polvere di stelle nelle vene, cartine geografiche con strade d’argento
negli occhi e istruzioni per viaggiare fino ad Andromeda.
Una vita trascorsa ad allineare orizzonti, e poi arriva un tramonto, di quelli mai
visti, e una ragazza dall’altra parte dell’oceano che ti guarda con uno sguardo
fragile e radioso, e tu perdi ogni orientamento.
Tra un battito e l’altro c’è stata una lunghissima pausa.
È perché il cuore ha visto i tuoi occhi e si è girato e ha sorriso a tutti gli
organi vicini.
Fai un respiro profondo, lascia andare le redini con cui hai imbrigliato il tuo
cuore e baciami.
E io ti dirò soltanto che andrà tutto bene.
Hai sentito un brivido sulla tua spina dorsale,
proprio qui vicino alle scapole?
Una farfalla sta provando le tue ali
e volteggia felice nel prato,
e si chiede perché non torni a usarle.
Ti abbraccio e tengo la mia testa accanto alla tua come per farle prendere luce. E
poi domande e risposte. Che profumo hai, che cosa pensi, quando, dove. E pian
piano tra il mio corpo e il tuo si crea uno spazio morbido, invisibile. Non vorrei
mai lasciarlo quello spazio. Ci si sente protetti e compresi.
«Partiamo?» mi dicesti, mentre preparavi la valigia.
E dentro c’erano diversi sogni e una luce impacchettata con cura.
RITORNI
– Sei felice di essere tornata?
– Sì, qui in Italia il mese di maggio ha qualcosa di magico. Ogni filo d’erba
sembra contenere una biblioteca dedicata alla meraviglia, al silenzio e alla
bontà.
– E se non fossi venuto in America a prenderti, che avresti fatto?
– Ero certa che saresti venuto.
LEZIONI D’AMORE
Oggi per disegnare questo cielo qualcuno ha preso i colori del vento, del
mare, della pelle e dell’anima e li ha mischiati in un solo colore.
E fu allora che tu mi chiedesti: «Che cos’è l’amore?».
Non so spiegarti l’amore.
So che dentro c’è molto perdono, tanta cura, colori vastissimi, un po’ di
chimica, un po’ di incastro e un po’ di destino, brividi, capricci e risate
e la voglia di avventurarsi insieme nelle spire incantate del tempo.
Un grande amore comincia molto prima di amare.
Un amore è grande per la grandezza del dolore che l’ha preceduto,
per tutte quelle notti passate a guardare stupiti un letto vuoto,
per tutte quelle domande fatte al proprio cuore chiedendosi perché.
Amore è il nome di qualcosa che ha migliaia di nomi. Lo chiamano presenza,
passione, affinità, follia, fuoco, insonnia, malinconia, felicità e
moltissimi altri nomi, impossibile esprimerli tutti, non basterebbe una
vita intera. Per qualcuno è una rosa, per altri un usignolo, per altri un
numero astratto, il due.
Hanno inventato un nome come questo, amore, per esprimere tutti i nomi, per
riassumere qualcosa che è dappertutto, nello sguardo, nel cuore, nella
pelle, nel tramonto e nei fiori, nel visibile e nell’invisibile. A volte è
persino dove non lo si aspetterebbe: nella logica, nella assenza,
nell’odio. Perché l’amore è come un grande oceano che muta
continuamente la sua forma, mentre noi – naviganti esperti o inesperti –
cerchiamo di solcarne le onde.
L’amore non ha bisogno di spiegazioni,
ma di incastri, e di vento e risate,
e di camminare insieme senza dire nulla.
L’amore è un folle che corre in un campo di grano
e dorme tra i papaveri,
una parola lacerata dal vento,
uno sconosciuto che affonda un coltello di luce nel cuore
e lo fa esplodere come un mazzo di rose.
SE VUOI CHE SIA PER SEMPRE, CONFESSIAMO LE NOSTRE
PAURE, LE NOSTRE DEBOLEZZE, LE NOSTRE
VULNERABILITÀ
Attenzione alle paure del giorno.
Amano rubare i sogni della notte.
Tu sei la luna
sdraiata lì da sola,
brilli nel buio
e milioni di persone ti guardano.
Ma nessuno si è mai chiesto
di che colore sia la tua faccia nascosta.
Dalle subito tutta la tua vulnerabilità e guarda cosa ne fa. Se l’accoglie oppure
la giudica, se la trasforma in luce oppure l’aggredisce.
Questo ti mostrerà tutto ciò che devi sapere.
Non guardarmi soltanto quando sogno. Quando sorrido. Quando apro finestre
nel cielo e cerco cosa c’è oltre.
Guardami mentre inciampo e cado. Quando combatto e sbaglio. Guardami
quando ho paura. Quando il buio sta per arrivare.
Allora sì, potrai dire chi sono.
Mostrami il mondo dentro di te, non mi importa se ha pareti rotte e giardini
abbandonati e se la luna è buia.
Mi piace come proteggi il silenzio, come dici grazie per ogni piccolo gesto,
come stringi finché non ti dolgono le braccia.
Hai un nome a cui rispondi, il nome con cui ti chiamano gli uomini. Ma dimmi.
Qual è il nome a cui rispondi quando il vento ti chiama, quando il pianista suona
la tua canzone, quando la felicità ti strattona e ti dice di girarti verso di lei,
quando le paure ti circondano nel buio e ti sussurrano qualcosa all’orecchio?
La mia posizione preferita:
salire sul tuo corpo,
scendere dalle mie paure.
Quando attraversi un corridoio al buio senza farti male, perché conosci ogni
piastrella, ogni odore, ogni suono.
Dev’essere così con una persona. Attraversarla al buio e sentirsi a casa.
CHI ERA MIO PADRE
–Se dobbiamo raccontarci tutto, allora ti devo parlare della mia famiglia.
– Ti ascolto.
– Mio padre beveva, era violento… e mia madre subiva senza ribellarsi. Dentro
aveva già smesso di vivere. C’erano delle mattine in cui mi alzavo e il suo
volto era pieno di lividi. Aveva lo sguardo assente, come quello di chi ha
smesso di sperare.
– E poi? Che avete fatto?
– Un giorno mia madre ha trovato la forza di reagire, io ero ancora piccola. Ha
lasciato mio padre, ci siamo trasferite dal Wisconsin in un paesino del
Pacifico. E la vita è cambiata.
– Lo hai più visto?
– No, non so nulla di lui. A volte però sento come se tornasse a cercarmi, con le
sue urla e i suoi colpi. E vorrei nascondermi.
– Ci sono io, adesso.
– Sai qual è una delle cose che mi piace di te?
– Quale?
– Che sei buono. È così difficile trovare una persona buona in questo mondo.
Da bambina avevo i capelli lunghi fin sulla schiena
e un giorno mio padre
mi trascinò in una stanza e me li tagliò tutti.
Da allora porto i capelli lunghi e biondi,
mi insegnano a difendermi dall’odio,
sono uno schermo tra me e il buio del mondo.
Per un attimo
vidi le ferite
e gli artigli diabolici
che hanno lasciato un segno sull’anima,
crepe scavate da un padre
che rubava l’amore di chi gli stava accanto
e in cambio offriva violenza
e abissi di orrore.
Fu così che l’abbracciai stretta
come non avevo mai fatto prima.
PARLACI DI LEI, MI CHIESERO GLI AMICI
Lei è gentile, attenta, distratta, spensierata, stanca, leggera, adorabile,
disordinata, ridente,
ma soprattutto ama vivere ai margini.
Come le note nei libri, i papaveri solitari, i sentieri abbandonati, gli introversi,
i diversi, i perduti.
C’è qualcosa in lei,
un tipo di diversità che la mia mente brama.
Lei è quel tipo di settimana
che inizia con un venerdì anziché un lunedì.
Mi innamorai di lei al primo tramonto, al terzo bacio, all’ultimo saluto. Ma non
chiedermi in che giorno ci siamo incontrati. Forse era un martedì, forse era una
giornata di vento e viole di una primavera strana, di quelle che quando torni a
casa, la felicità soffia tutte le sue vocali sotto la porta.
Là fuori è pieno di gente che ha paura di star da sola e si aggrappa a
qualunque cosa, chiamandola amore.
È pieno di gente che ama solo a distanza, solo qualche ora al giorno, solo via
chat.
È pieno di gente che ama ma non lo dimostra, che dice “mi manchi” ma non è
mai presente, che ti cerca ma non vuole essere cercata.
Per questo l’amore vero, come il nostro, è un miracolo.
Mi disse un amico:
«Mi piace la vostra storia.
Non ha attaccata alle ali la polvere dell’ipocrisia, della falsità, della
convenienza.»
Ma è così difficile amare.
A volte segui il cuore, ti sembra la strada giusta,
e ti porta dritto dentro un caos, un labirinto, un precipizio.
Amore, scriviamo il libro delle nostre diversità,
mentre il tramonto brucia le pagine delle storie passate
e ci aiuta a dimenticare.
PAPAVERI SELVAGGI
Una notte lei mi chiese: «Perché la gente è cattiva?».
E io le risposi:
«Il cuore non si trova nello stesso punto in ognuno di noi. In alcuni è a pochi
centimetri dall’Anima, in altri è a pochi centimetri dall’Ego.»
So che sei esausta di cercare di essere tutte le persone che gli altri si aspettano
che tu sia, vieni con me, andiamo in un prato a raccogliere fiori selvaggi e poi
beviamo alla fontana e lasciamo che l’acqua ci scorra sulle mani e porti via tutto
quello che abbiamo creduto di essere.
Quando nessuno le guarda, le stelle non sono più stelle. Forse sono diamanti,
polvere di fate, risate di bambini, re o schiavi.
Sono come siamo noi quando nessuno ci guarda.
Eppure le cose più belle partono dagli angoli,
pensa al sorriso, agli arcobaleni, ai diversi.
Sei quel tipo di ragazza che si può trovare solo in certi sogni,
in certe spiagge solitarie
e nei solchi profondi dei vecchi dischi.
Tutto in te è smisurato,
e una sola emozione nel tuo cuore
fa il chiasso di mille bambini.
Siamo papaveri selvaggi, quelli che restano ai margini e crescono nei posti
più impensati.
Quelli che non fanno numero, che non vanno nei giardini curati e ordinati,
che amano le erbacce e le loro storie complicate.
Mi piacciono quelle ragazze che possono mettere in ginocchio il mondo,
ma poi preferiscono restare sdraiate sul mio grembo tutto il giorno
a parlare di filosofia e musica
e di quanta luce fanno i desideri nelle giornate di vento.
La vidi un passo dietro di me, la sentii insicura.
Allora le dissi:
«Abbraccia la tua stranezza, guarda i colori dell’orizzonte,
collocati alla giusta distanza tra la meraviglia e la sua eco.
L’ordinario ha un suono così noioso.
Lascialo alle tue spalle.»
Con il giusto lupo al tuo fianco,
qualunque foresta di notte
è piena di rivelazioni.
MI HAI DATO LA COSA PIÙ PREZIOSA: LA MANCANZA
INSEGUENDO LE BALENE
– Devo partire.
– Ancora? Per dove?
– Vado tre settimane nell’Artico, a studiare le balene.
– Mi lasci, di nuovo?
– Questa volta torno presto.
– Promettimelo.
– Promesso.
Possiamo dare molte cose a coloro che amiamo: passione, felicità, cieli e
colori nuovi.
Tu mi hai dato la cosa più preziosa di tutte: la mancanza.
Mi è impossibile fare a meno di te,
e anche quando ti vedo mi manchi ancora.
Ci scriviamo tra le luci basse di un display, senza mai toccarci, senza mai
esserci davvero.
In un mondo di relazioni fondate su messaggi virtuali e note vocali usa e
getta, vieni vicino a me, e scriviamo frasi col dito sulla finestra e poi
guardiamoci negli occhi e cerchiamo di indovinare cosa abbiamo
scritto.
C’è un cielo che potrei sedermi qui
e raccontartelo.
E dirti quanti colori gli mancano quando non ci sei.
Quando torni,
fammi ancora quel gioco che fa sciogliere i ghiacciai
e capovolge le correnti ascensionali
e fa venire le stelle a guardarci più da vicino.
LE NOSTRE STAGIONI
Estate

L’estate ha messo tutto il suo cielo dentro il tuo palmo.


Ti tocco, e sai di luce.
Neanche ti immagini le volte
che ti ho portata a fare le capriole dentro un quadro di Matisse
e non ne siamo più usciti fuori.
Estate.
Il sole in faccia.
Le dita tra le nuvole.
Le gambe a penzoloni su una stella.
Il mare sotto.
E te nel mio cuore.
Così voglio vivere.
Parlami nella lingua che esisteva prima del mondo.
La luna tradurrà per me.
I cieli d’estate sono così ampi e luminosi
che sembrano non finire mai.
Però poi finiscono,
e il buio si allunga sulla terra
e a me viene una nostalgia che mi apre il cuore,
e ottobre se ne sta in disparte e guarda
in silenzio,
mai una volta che dica:
“Va bene, per quest’anno vi lascio l’estate.”
Autunno
Quei giorni autunnali di pioggia in cui te ne stai con lei un pomeriggio intero nel
letto e ti sembra così strano che il mondo stia accadendo là fuori. Come se il
mondo intero fosse in quello spazio tra te e i suoi occhi.
Uno dei modi migliori per capire la tua personalità è osservare come cammini
sotto la pioggia. Come reagisci quando il vento ti apre l’ombrello. Come entri
nelle pozzanghere. Come scruti i tetti più alti. Come ridi quando ti tocco la spalla
e le gocce d’acqua dei tuoi capelli bagnati scivolano sulle mie guance.
Inverno

Guardai il mondo perfettamente bianco, sentii i baci bagnati dai suoi fiocchi
di neve, ammirai i lampioni sopra le nostre teste. D’inverno ci sono i
lampioni più belli di sempre. Si accendono presto e hanno dita di luce
nel buio.
«È tutto così fantastico» le sussurrai.
Amo la neve.
Amo soprattutto la neve che accade quando meno te lo aspetti.
Ci si sente come dentro un segreto.
Natale

Il Natale è una sera di dicembre,


il silenzio che dilaga per le strade,
una fiamma custodita tra le nostre mani,
un fiume solitario che torna alla sua sorgente,
la gioia di donare qualcosa e la gioia di ricevere.
San Valentino

Mi chiedi che regalo vorrei?


Incartami tre etti di onde e due di salsedine in un foglio di cielo azzurro.
Se non c’è, mi basta anche il profumo dell’erba tagliata, qualche risata, il
pane appena sfornato e due occhi che hanno voglia di toccare le stelle.
Tutte le donne vogliono una scatola di cioccolatini
e rose dal gambo lungo.
Io a lei regalai una catapulta
per arrivare sulla luna.
Primavera
Per quante parole tu conosca, quando entri in un prato di primavera insieme a lei,
devi inventarne di nuove.
In un prato apriti alla chiarezza, abbraccia la semplicità, cancella l’egoismo.
Vedi tutto come se fosse il seme di qualcosa.
HO CAPITO CHE TI AMO
Volevo dirti qualcosa di profondo. Qualcosa che potessi tenere per te e
ricordare anche in un’altra vita.
Ma ho fallito, perché a volte i pensieri sembrano essere senza peso come una
luna vuota in un cielo senza colori.
E allora l’unica cosa che posso fare è prendere quelle tre parole che usano gli
uomini da tanti secoli, quest’unica frase che è stata ripetuta tante volte,
ma che sembra illuminarsi di una luce nuova ogni volta che viene detta.
E te la dico anche io perché non so scrivere altro, non trovo che quest’unica
frase da scrivere: “Io ti amo”.
Che cosa eravamo io e te prima delle tre parole “Ti amo”? E che cosa siamo io e
te dopo che ce lo siamo detti? Forse eravamo come il bosco prima che qualcuno
dicesse “bosco” o come il fiore prima che qualcuno dicesse “fiore”. Eravamo
qualcosa che si sapeva e non si sapeva, qualcosa che esisteva e tuttavia non
aveva un nome. E adesso che ci siamo detti “Ti amo”, che cosa sappiamo
veramente del nostro amore?
“Amo”. La A è un suono alto e squillante che scuote il mondo assonnato, la M
ha la delicatezza delle labbra che si uniscono nella pronuncia, la O quasi non si
sente, è il flebile sussurro dell’anima che esce dal corpo in cerca dell’altro.
DUE ANNI DOPO
Non è miliardi di miliardi il numero più grande che ci sia.
Il numero più grande è due.
Avrei voluto essere capace di fermarli così com’erano, certi momenti.
Come quegli aquiloni che restano sospesi per lunghissimi istanti nel cielo
e sembra che nessun vento, nessuna tempesta riesca a portarli via.
L’amore è quella cosa che tu sei da una parte e lei dall’altra, eppure vi
sovrapponete così perfettamente che siete uno e non due. Uno come i piedi, gli
occhi, le mani, come i tempi del battito e le forme del respiro. E chi guarda da
una parte e poi dall’altra, cercando il due e non l’uno, resta stupito, perché anche
lontani il vostro spazio e la vostra anima non si possono dividere con niente.
Chi ti ama conosce le pagine dei libri che hai sottolineato,
il tuo modo di ridere di nascosto,
le canzoni che vorresti ballare lentamente sotto la pioggia.
Abbiamo parlato di libri e costellazioni e corse nei prati;
e poi abbiamo preso l’acqua dalla fontana
e l’abbiamo bevuta insieme, come due anime assetate di purezza.
Vorrei avere per te la cura che ha il rosso per i papa-veri.
Leggila come se fosse una biografia.
Baciala come se fosse una poesia.
Amala come se fosse una favola.
Sai cos’è un sorriso?
È un muro che cade, una porta che si apre,
un enigma che si scioglie,
una vibrazione che entra nel petto e si fa cielo e luce.
La curva del sorriso è un arco.
Il suo bersaglio, quasi sempre, la felicità.
Chi è che ogni notte rimette a posto i volti degli uomini, dopo che si sono
addormentati? Chi è che riordina le linee e i bordi e gli angoli della bocca che
durante il giorno si sono deformati per la tristezza o la stanchezza? Forse è un
angelo che fa tutto questo.
E SE AVESSIMO UN FIGLIO?
«Pensa se avessimo un figlio» disse lei.
E io: «Un bambino sulle spalle di suo padre.
Nessuna piramide o colonna dell’antichità è più alta».
Un bambino appena nato.
Un batuffolo di luce lanciato dalle stelle più lontane.
E dentro ci sono già le leggi della vita, le formule segrete della meraviglia e le
prime chiavi per aprire le forme del mondo.
Mamma è colei che alle prime tue domande – che cos’è il morire, che cos’è il
domani – ti risponde con un sorriso luminoso, colei che ti soffia sulle palpebre e
fa volare via il buio.
Di’ a tuo figlio che è bello e ha gli occhi pieni di colori, portalo a vedere i
prati quando fioriscono e leggigli un libro prima di dormire.
Incoraggialo anche a scrivere poesie e spiegagli come si fa a cancellare il
“giammai” e allungare a dismisura le sillabe e gli spazi del “si può”.
E se è un sognatore insegnagli a fare le prime passeggiate sulle nuvole.
E digli anche che a volte i grandi non hanno nulla da insegnare e che ci sono
dei momenti in cui dovrebbero essere i bambini a prendere le decisioni
più importanti per il mondo anziché scriverlo nelle loro favole o
spiegarlo nei loro temi.
Dobbiamo imparare dai bambini.
Amano senza dubitare.
Abbracciano senza avvisare.
Ridono senza pensarci.
Scrivono cose colorate sulle pareti.
Credono ad almeno dieci sogni impossibili.
Non arrivano al cassetto più alto, ma toccano il cielo con la punta delle dita.
E quando vengono affidati al sonno è come se il mondo avesse perso un po’
del suo splendore.
Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti
dalla sua luminosità, vengano a impregnarlo dei loro colori.
PERDITA
E all’improvviso la sensazione di diventare madre le si attaccò al corpo come
neve caduta abbondante e silenziosa durante la notte.
Ma quella sensazione durò solo qualche settimana.
E poi tornò nel grande nulla.
La vita è una domanda.
L’amore, la sua risposta.
Abbracciami finché la sera scivola nella notte
e non pensare a ciò che hai perso.
L’amore ha ancora così tante cose da offrire.
Il tuo cuore è infranto,
ma sotto cumuli di macerie
c’è un piccolo fiore luminoso
che ha la vibrazione di una bianca farfalla.

Un saggio un giorno disse il nome di quel fiore:


“Credi sempre nel futuro”.
Lentamente il passato le si avvicinò alle spalle
e poiché la sua stretta si faceva sempre più forte
lei si aggrappò al mio braccio.
«Se vai nel futuro, portami con te» ebbe solo la forza di dirmi.
Le lessi tutta la storia del carillon.
Alla fine la ballerina smette di essere triste, si toglie le scarpette
e torna a danzare a piedi nudi nel bosco.
LA GELOSIA È UNA LINGUA DOVE SI FANNO SOLO
DOMANDE
Mi arriva un messaggio, lo leggi per prima:
“È stato bello rivederti. Ti bacio. Paola.”
E Paola non sei tu.
LE PAROLE CHE NON MI HAI DETTO
– La rivedi spesso, la tua ex?
– Avevo appena finito il turno al negozio, stavo uscendo e lei passava da lì.
– E cosa ci faceva lì?
– È stato un caso. Abbiamo solo fatto due chiacchiere.
– Perché non me l’hai detto?
– Non mi sembrava una cosa importante…
– Se nascondi una cosa, allora puoi nascondere tutto.
La gelosia nasce come un puntino invisibile
vicino al petto
poi a poco a poco cresce e prende tutto il cuore.
Certi giorni la senti che avanza e avanza con incredibile furore.
Non basta tutto il corpo a contenerla.
Quella sera se ne andò su una scogliera aspettando qualcuno che le ricordasse
come si ama.
Aveva gli occhi consumati dalla gelosia.
Ma io restai chiuso in casa.
E le rispose solo il mare con il suo eterno brontolio.
Lei mi disse:
«Io da te voglio la bocca,
ma non quella che dice,
non quella che bacia.
Voglio la bocca che si apre
e lascia passare la verità.»
La gelosia è una lingua dove si fanno solo domande.
Punti interrogativi al posto delle virgole.
La notte era sempre nostra.
Lei inarcava la schiena,
io allargavo le sue gambe,
lei scendeva dalle sue paure,
io salivo sul suo corpo.
Ma poi durante il giorno
un filo di insicurezza le vibrava negli occhi.
Sei stata via tutto il giorno
senza dirmi dove andavi.
Sono stato costretto
a sopravvivere in tua assenza.
E ho dovuto fare i conti
con la rivelazione
che potresti farmi tanto male,
se lo vuoi.
Qual è la ferita più difficile da ricucire al mondo?
La fiducia.
Puoi essere un bravo chirurgo e avere i migliori aghi e fili di sutura,
ma a volte ci vogliono mesi e anni per ricucire tutto.
E sai perché è così difficile?
Perché crea strappi ovunque. Nella stima. Nell’attenzione. Nel prendersi cura.
Nel sognare. Nel condividere. Nell’amore, anche.
Le parole sono stanche di dover chiamare. Di dover conoscere e definire. Di
essere messe su tutto. Sui fiori e sulle stelle, sulle emozioni e sui
tramonti. Di dover dire ogni volta buongiorno, buonasera e come stai e
aspettare una risposta che non sarà mai quella che uno vorrebbe
esprimere.
Le parole ci chiedono di fare silenzio. Di guardarci negli occhi. Di provare a
usare alfabeti diversi. Respiri, gesti, sguardi. Le parole ci chiedono di
essere usate solo quando è davvero necessario.
Quella sera la pioggia, insistente e sottile, avvolgeva la terra con le sue braccia
silenziose, assopiva i colori, riempiva il mondo di sottintesi e di piccole
malinconie, stringeva di più i nodi, teneva il senso della vita lassù in alto,
indecifrabile, tra le nuvole.
E MI SENTIVO IN CONFLITTO CON IL MONDO, E MI
SENTIVO IN COLPA CON LEI
Dal cilindro del mondo escono soldi e successo e macchine di lusso. E la
gente fa a gomitate per avere un posto in prima fila e assistere allo
spettacolo.
Io oggi sono andato in un parco e mi sono seduto a guardare il cielo.
E dal cilindro del mondo è uscito un asso di vento, un re di aquiloni, un fante
di sguardi di giacinti, un dieci di risate di bambini, un sette di serenità.
Non c’è cosa più bella.
Un giorno una ricca signora mi invitò a casa sua.
Nelle sue stanze c’erano mobili antichi, lampadari a goccia e collezioni di
orologi di lusso, ma mancava l’essenziale: un grande squarcio di cielo
azzurro nell’anima.
La signora abitava già la sua tomba, dandole un altro nome.
Se avessi potuto scegliere un mestiere, avrei voluto riparare tutte le bolle di
sapone scoppiate. Nessun altro mestiere mi sembrava più necessario e
più giusto.
Oppure, in alternativa, mi sarebbe piaciuto fare il cercatore di tane e
nascondigli di conigli bianchi per il paese delle meraviglie.
Oppure mi sarebbe piaciuto fare il custode di un piccolo filo d’erba.
SIAMO UGUALI?
– Alberto, è arrivato il sollecito di pagamento dell’affitto.
– Appena mi arriva lo stipendio lo pago.
– Quand’è che ti troverai un lavoro decente? Non posso pagare sempre io. Sono
stanca. Voglio una casa tutta nostra, voglio un conto che non sia sempre
scoperto.
– Voglio le stesse cose, ma senza rinunciare alla mia anima. Quando hai a che
fare con i soldi, con il lavoro, è così facile perderla...
– Ma non sei stufo di lavorare part-time in un negozio di alimenti per cani? Non
hai neanche un briciolo di ambizione?
– Ricordi quello che ti dicevo all’inizio? Che lascio agli arrivisti le scale per il
successo. Io preferisco le scale che finiscono nel nulla, che si perdono in
soffitte o stanze vuote: quando sei sull’ultimo gradino, la vista sulla luna è
magnifica.
– Con la luna non si fa una famiglia.
Avevo sempre evitato di frequentare quelli che parlavano soltanto di lavoro,
macchine, case e proprietà. Quelli che ogni parola della gente è un
salvadanaio che loro scuotono per capire se ci sono dei soldi dentro.
Avrei voluto vivere in un mondo senza denaro. Senza avidità. Senza
confronti.
Per questo sceglievo lavori che mi garantissero soldi per vivere, ma anche
tempo per dedicarmi ad altro.
Ma a volte sbagliavo i calcoli e il mio salvadanaio era spaventosamente
vuoto.
E mi sentivo in conflitto con il mondo. E mi sentivo in colpa con lei.
Alcune donne hanno un’attrazione furibonda per l’orizzonte e i fiori selvaggi.
Ma poi viene un momento in cui ti chiedono di farti operaio e costruire un
tetto al vostro amore.
È quella la parte più difficile: mettere un mattone dopo l’altro, dare forma alla
stabilità.
Ci sono parole che sono killer camuffati,
hanno un modo di saltare fuori senza preavviso,
si fingono innocenti
sapendo benissimo che vogliono
creare sconquassi
e farti passare la notte insonne.
Sognavo un mondo in cui le banconote dormivano sotto le foglie e nessuno le
notava e le usava.
Poi è arrivato il momento di svegliarsi.
ARIA DI TEMPESTA
Guardava la tempesta e sembrava spaventata.
Poi però si voltava, mi chiamava “generale” e sorrideva.
Chissà se l’aveva capito che era lei la tempesta.
L’amore è un gioco con delle regole strane.
Puoi perdere più del dovuto e amare più di quanto avresti pensato.
Quando ti chiedo come stai, non rispondermi “Bene”.
Dimmi perché salti quella pagina ogni volta che sfogli il libro,
parlami di quella stanza nel tuo cuore dove non entri più da tempo,
raccontami di che colore è oggi la tua anima.
«Sei tutto ciò che avrei dovuto evitare» mi disse lei
«ma ti ho visto un giorno in un campo di papaveri
ed eri bello come il sole
e le tue parole avevano il suono di mille violini
e il tuo viso era buono come il pane,
le guance di mollica e gli occhi dorati come il grano.»

E non sapevo se era un complimento


o il desiderio di riavvolgere il tempo e tornare indietro
e prendere altre strade in cui io non c’ero.
Stai attento se l’hai conosciuta in un giorno di primavera, i tulipani e le rose
potrebbero volerla indietro.
PEZZI DI SILENZIO, SPARSI QUA E LÀ
La sua tristezza era come il sole.
Bellissima da lontano, ma se ti avvicinavi faceva troppo male.
Forse, tra tutti i riflessi umani,
il più veloce è quello di dare la colpa a qualcuno.
Dopo un litigio pezzi di silenzio giacciono sparsi qua e là e i suoni e le parole
non osano passarci sopra per paura di farsi male.
Capitano le sere così. Capitano senza che tu l’abbia voluto. E una serie di
litigi non pianificati, forse nemmeno pensati, aspetta di accadere da un
momento all’altro.
La pace sfuma e l’urlo delle domande che attendono risposta ricomincia.
Una parte di me è sepolta sotto le parole che non vuole sentire,
un’altra parte sotto le parole che non può dire.
A volte, vorrei dirti che ti odio.
E vorrei dirtelo lì, alla base del collo, in prossimità della spalla, dove i tuoi
sussurri sono più delicati e i tuoi pensieri si fanno incomprensibili.
Noi siamo davanti all’amore dei pessimi alunni.
I giorni, le settimane e gli anni passano
e ci sono sempre gli stessi litigi e incomprensioni
e la stessa lezione sulla lavagna.
Giornate in cui tutto è aperto e niente varca la soglia.
Tutto è afferrato e niente stretto.
Tutto è iniziato e niente concluso.
Giornate così.
Erba piegata che sanguina e non si rialza,
luce che filtra senza illuminare,
un filo sbrogliato che non si riannoda.
Un tempo avevi gli occhi che ridevano prima delle mie parole.
Come se ne conoscessero in anticipo le motivazioni e le luci e i segreti.
Adesso, appena dico qualcosa, vedo solo guizzi di rabbia e lampi di
incomprensione.
C’è troppo amore al mondo.
Incontri, innamoramenti, delusioni, presenze, assenze e il cuore batte
all’impazzata.
A volte penso che il paradiso sia un posto dove si è felici perché non ci si
innamora più.
Forse sei un pugnale affilato, forse sei il petalo di un fiore, di quelli che
facciamo scivolare tra le pagine di un libro, forse sei tutte e due le cose.
Non andare via.
Sono un lupo timido.
Non ho mai saputo rincorrere nessuno
e finirei per lasciartelo fare davvero.
Lascio a te questo finale, che non è il mio.
Mentre tu scompari verso l’orizzonte, tra le cose che sono state e quelle che
ho solo immaginato.
Forse il carattere è ciò che si forma in un tardo pomeriggio, quando la delusione
ha riempito le nostre mani di specchi infranti e ore perdute e promesse mai
avverate.
Non è come entri, è come ne esci a spiegare chi sei.
Da una relazione, da un dolore, da una giornata.
Te lo chiedo nel caso non riuscissimo più a incontrarci in questa vita:
tu ce l’hai un piano per fare la pace nella prossima, vero?
QUANDO HO BISOGNO DI PARLARE, IL MARE MI ASCOLTA
Del mare amo la vastità, quel suo seminare e liberare nell’aria respiri e
richiami di libertà.
E ogni volta so che l’ormeggio dal mondo si scioglie appena entro nelle sue
acque, che il viaggiare a bracciate verso l’orizzonte è l’inizio di
qualcosa di nuovo.
Nella notte il mare poteva essere in burrasca e il vento soffiare e le stelle
sbattere sul cielo, ma le spiagge, prima o poi, si sarebbero svegliate al
mattino con le impronte leggere dei bambini sulla sabbia.
Così pensavo anche del nostro amore.
Poche persone sono capaci di venirti a cercare dove sei veramente.
Per questo amo il suono delle onde. Loro sanno sempre dove sei.
Delle onde mi piace il fragore.
Quel sovrastare la voce dell’universo quando prova a ricordarmi tutti i miei
errori.
SONO STRANI GLI ABBRACCI QUANDO SI DICE ADDIO
Le parole se ne stanno zitte sulla soglia a un passo da te che resti fuori,
e io non so come chiamarti e chiederti di tornare indietro.
È così che nascono gli addii.
Mi hai chiesto qual è la cosa che mi fa più paura.
Non è amare, ma essere amati.
Perché amare è un viaggio verso terre nuove
e qualche volta ha a che fare con il nostro ego o con la curiosità e la vanità,
ma accogliere l’amore,
aprire il nostro cuore a quello dell’altro,
significa farsi vulnerabili,
significa accettare di essere feriti.
Uno accanto all’altra, in un grande giardino di luce. E l’amore che ci
cammina accanto.
Me la immaginavo così, la fine.
Al niente, invece, non avevo pensato.
Sono strani gli abbracci quando si dice addio.
Sei lì sospeso, e stringi qualcosa a cui non potrai mai rimanere aggrappato.
Mi dicevi che c’erano troppi problemi e che non volevi più stare con me
e mentre ascoltavo, una foglia fece un rumore più sordo
come se volesse resistere all’idea di cadere,
come se stesse dicendo “Non voglio”.
Quando perdi qualcuno
un intero universo se ne va con lui.
E quando ti affacci alla finestra
vedi come erano il vuoto e il nulla prima della creazione.
Quando una persona ci lascia, ci sono migliaia di piccole cose della vita
quotidiana che ne risentono. Dopo qualche settimana, o qualche mese, cambiano
posto e luce e non dicono più la dolcezza di vivere l’amore. Una tazza fumante,
un cuscino, una vestaglia e tante altre immagini colorate smettono di vibrare,
tornano nell’ombra. A volte ci guardano e ci chiedono cosa è stato di ciò che
sembrava dover durare per sempre.
Lontano da te anche il cielo più nitido è un po’ sporco,
e l’erba più morbida un poco punge e graffia,
e ogni cosa sembra fuori dalla sua aurea misura.
Da bambini,
nei nostri incubi vediamo delle mani che ci afferrano.
Da adulti,
delle mani che ci lasciano andare.
La parola più lunga in italiano non è supercalifragilistichespiralidoso.
La parola più lunga è “se-fosse-stato”.
Nei giorni del rimpianto, può essere lunga anche mille lettere.
Dentro il tuo cuore c’erano fuochi al galoppo e praterie oscillanti e onde
melodiose e fragole innamorate. Certe volte uscivano e andavano a far festa sulla
mia mano, finché un giorno sono venuti a dirmi parole incomprensibili e la mia
mano non ha sentito più nulla. Vicino a me un libro mi ha detto che l’amore è
qualcosa che non si incatena, viene e poi sfuma e torna nel grande nulla da cui
era nato. Ma la mia mano non legge i libri e certe notti continua ad aspettare.
Oggi la mia disperazione è così.
In ginocchio
in un giardino d’inverno
scavando freneticamente nel ghiaccio
per cercare antiche promesse.
Quelle notti in cui c’è un cielo pieno di stelle
e l’universo sembra infinito,
ma sei solo e non riesci a essere felice
e l’unica cosa che vorresti fare è lanciare un razzo di segnalazione
e sperare che qualcuno venga a salvarti.
I battiti tumultuosi del mio cuore.
Se solo per un attimo avessero la forza di arrestarsi
e ammirare rapiti la serenità di un fiore.
Quando cerchi di trattenere una persona, la cosa più complicata è capire la
differenza tra difficile, impossibile e inutile.
Gli addii non sono mai spettacolari agli inizi.
Un addio comincia sempre silenziosamente, lentamente.
Si insinua nelle parole di tutti i giorni come l’acqua sotto una porta.
All’inizio è quasi niente. Un po’ di umidità, gocce di screzio e
incomprensione.
Quando arriva l’alluvione, è già troppo tardi.
Ci sono momenti in cui la delusione viene a cercarti l’anima come fanno i
suonatori con i tasti musicali, e più i tasti sono ampi e profondi e più basta una
sola parola o gesto a far risuonare dentro di te una musica che non vorresti mai
sentire.
Tornavo dal dolore e un bambino mi chiese che cosa ci fosse lì.
Gli dissi: «È il luogo dove i fiori crescono senza colore e il cielo è un pezzo di
vetro che si conficca nel corpo e nell’anima».
Ottocento giorni sono passati da quando ti ho conosciuta.
Dieci giorni da quando mi hai lasciato.
Un giorno da quando ho trasformato la mia delusione in rabbia.
Un giorno da quando ho trasformato la mia rabbia in amarezza.
Quindici giorni da quando ho capito che ancora ti amo.
SOLITUDINE
Talvolta torno nei luoghi dei miei amori infelici, ma le voci non echeggiano più.
Si sente solo un delicato vento di follia che si aggira tra le mura e il lamento
vuoto delle ore buttate e le risate di chi mi aveva avvertito.
La solitudine.
Un mare mai raggiunto da nessuna riva,
un ponte da nessuna strada,
un colore da nessuna luce.
Tu esisti nei luoghi più impensati come il rosso di un papavero intravisto per un
attimo, dal finestrino del treno, in un campo di grano.
Quante cose non realizzate:
i fiori schiantati dal gelo,
i libri non scritti,
i sogni dispersi dall’alba,
gli amori mai nati per paura di amare.
Se stai pensando di dare a qualcuno il tuo cuore, sappi che non lo riconoscerai
più se decide di restituirtelo.
Occorrerà autostima, lavoro su se stessi, almeno un viaggio, qualche amico,
decine di libri letti e anche un po’ di ironia per rimettere il cuore come
era prima.
Ho scoperto che destino, in sanscrito, vuol dire bufera. Credo che non ci sia
definizione migliore. Questo stare dentro qualcosa di caotico e travolgente.
Questo uscirne fuori pieni di luce o con le ali spezzate. Prima di rientrare di
nuovo.
LE LINEE INVISIBILI
Siamo nati per camminare nel mondo lungo linee invisibili. Alcune sono
destinate a incrociarsi. Altre ti portano verso un tramonto bellissimo e ti chiedi
perché non c’è nessuno con te. Attraversiamo ellissi, circonferenze, arabeschi. E
a ogni svolta lasciamo indicazioni sperando che qualcuno ci segua. Siamo passi
e direzioni e traiettorie, e mentre avanziamo costruiamo una mappa dei nostri
percorsi che, talvolta, neppure noi stessi capiamo.
Oggi c’è il vento giusto, quello pieno di possibilità.
E allora prendo un foglio, ti scrivo e poi lo strappo e lo butto in aria.
Perché voglio illudermi che il vento sappia ricomporre le parole e portarle
fino a te.
Per caso ti incontrai per strada.
Eri sempre uguale.
Ci sedemmo su una panchina e parlammo tutto il tempo di noi.
Uno spazio di tempo lungo pochi minuti, largo quindici mesi che aspettavo di
rivederti.
Mi chiedo se sai quante volte sono rimasto fuori dai tuoi sogni,
aspettando che mi lasciassi entrare.
Hai soffiato il fuoco dentro i miei occhi, dove prima c’era un vento gelido.
Hai salvato i miei passi dall’indugiare e hai ridato loro forza.
Hai scolpito il mio viso e con il tuo respiro hai arrotondato il mio sorriso.
Tutto questo l’hai fatto il giorno in cui ti ho incontrata di nuovo.
Come posso dimenticarti?
È impossibile persino dimenticare tutte le parole che non mi hai detto, tutti i
luoghi che non ho mai visto insieme a te.
Dalla mano del destino ho bevuto dell’acqua.
Era ancora chiara, come i giorni in cui stavo con te ed ero felice.
Alcuni di noi trovano impossibile lasciarsi andare, e non so se questo sia una
maledizione o una benedizione.
Eppure oggi ho guardato gli alberi. Avevano i rami sbattuti dalla tempesta e
le foglie a brandelli, ma erano comunque pronti ad accogliere qualsiasi
cosa: la luce del cielo sereno o la pioggia.
E sembravano felici.
Bisognerebbe ricominciare dall’inizio ogni giorno.
Dirsi addio e perdersi di vista.
E poi subito cercarsi e ritrovarsi.
Bisognerebbe vivere soltanto di inizi.
Come due sconosciuti, che si hanno senza aversi mai del tutto.
Ti va se torniamo indietro nel tempo a cercare il tuo orecchino perso qualche
anno fa?
E poi ci compriamo un cappello nuovo. E una penna.
E scriviamo frasi d’amore sul retro di vecchi scontrini, e giochiamo a perderli
nel vento.
E poi guardiamo il cielo e proviamo a cambiare il destino e le paure
e tutte quelle cose che non sono mai successe tra noi.
Ci innamoriamo ancora una volta e di nuovo si apre la spirale del cuore e dentro
corrono melodie, risate, fiori e ali, e il mondo è come una festa e al centro c’è
solo il nostro danzare.
BIG-BANG
Mi amavi di nuovo.
E non riuscivo a fare a meno di pensare
che mi ero già sentito in quel modo.
Da qualche parte indietro nel tempo,
risalendo le galassie,
in qualche regione lontana dell’universo,
vicino a un big-bang,
ero stato amato così
e i miei occhi erano spalancati
come adesso.
Il suono delle nostre anime in collisione vibrerà per così tanto tempo.
Sarà la prima cosa che sentirai nella tua prossima vita.
Prendi le mie frasi. Scuotile bene finché tutte le parole cadono.
Quello che resta è ciò che solo il silenzio riesce a esprimere.
Ascoltalo attentamente. Sentirai ciò che provo per te.
A volte due persone, per combaciare,
devono prima rompersi in mille pezzi.
Nessuna poesia né canzone si può paragonare al giorno in cui hai pronunciato
queste semplici parole: «Ho conosciuto la parte peggiore di te e ho deciso di
prendermene cura».
Non guidarmi, non calpestarmi, non spingermi, non frenarmi, non superarmi.
Accompagnami.
Quando finisci un libro e lo chiudi,dentro c’è una pagina in più.
La tua.
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Il numero più grande è due


di Fabrizio Caramagna
© 2019 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852092268

COPERTINA || PROGETTO GRAFICO: MANUELE SCALIA | FOTO ©


SIMONE BRAMANTE
«L’AUTORE» || FOTO © MIRKO MACARI